Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

24/08/2026

Il fattorino come imprenditore di sé

C’è più di qualcosa che stride nel racconto di Marco Coppini, rider a 60 anni. La Nazione, quotidiano da poco entrato nella galassia di Leonardo Maria Del Vecchio (è sempre importante fare caso alla proprietà dei giornali su cui leggiamo questo tipo di storie), ci propone l’intervista ad un orafo che – in seguito alla crisi del settore in cui operava – ha scelto di cambiare vita.

Questo è il primo elemento: raccontare come scelta una scelta obbligata; vestire di libero arbitrio qualcosa che di base subiamo, come il repentino cambiamento di un mercato, è un elemento essenziale della retorica neoliberista. “Ho deciso di cambiare tutto”, eppure nell’articolo si parla distintamente di crisi del settore. Che viene subito riconvertita, sul piano narrativo, in ‘giro di boa’, ‘molla che lo ha spinto ad appendere il campionario al chiodo’. E così, si passa la palla alla capacità individuale di reagire o meno, di riorganizzarsi, di reinventarsi. A Marco, rimasto senza lavoro, non resta che – a sessant’anni – cercare un’opportunità di guadagno nella “gig economy” (letteralmente: economia dei lavoretti. Ancora una volta l’inglese ci aiuta a produrre una distanza semantica).

Il giornale costruisce attorno alla sua storia un modello di autoimprenditorialità.
Questo taglio trasforma una condizione materiale in una caratteristica della personalità: non rimane disoccupato perché è intraprendente; per converso, chi è disoccupato evidentemente è pigro.

La frustrazione di Marco, che era rimasto a casa, viene raccontata come spirito di azione irrefrenabile, nonché esemplare (se no, perché lo staremmo raccontando su un quotidiano? Per elevarlo a esempio). “Durante il lockdown non accettavo l’idea di restare chiuso in casa (…)” così ha mandato la candidatura a Deliveroo, e dopo appena venti giorni (!) ha cominciato a lavorarci. L’immediato riscontro, apparentemente il segnale dell’efficienza di un’azienda pronta a offrire delle opportunità, è invece il sintomo di un modello di reclutamento che, soprattutto durante il boom delle consegne a domicilio nel lockdown, aveva tutto l’interesse ad assorbire rapidamente grandi quantità di manodopera.

Il lavoro di fattorino, inoltre, ha delle barriere bassissime all’ingresso e, servendosi di persone che non devono essere particolarmente qualificate (i requisiti pubblicati da Deliveroo sono: maggiore età, diritto a lavorare in Italia, mezzo proprio, smartphone e IBAN), “butta dentro” chiunque. I motivi per cui di solito una persona che è rimasta disoccupata a sessant’anni fa fatica a trovare lavoro (perlopiù legati alla spendibilità delle sue competenze, o alla volontà dell’azienda di riconoscerle sul piano della retribuzione, ovvero di investire nella sua formazione), nel caso di Deliveroo, semplicemente vengono meno. E non perché Deliveroo sia un’azienda magnanima.

Il lavoro, che ci viene presentato in apertura come vantaggioso perché (cit.) “Marco facendo il fattorino è padrone del suo tempo”, viene dettagliatamente descritto di seguito. Ed è qui che l’articolo raggiunge vette inesplorate di dissociazione cognitiva. È ironico che il paragrafo s’intitoli proprio così, “i vantaggi del nuovo lavoro”, ed eccoli a voi: 25-30 ordini al giorno, si vive di corsa anche a costo di sacrificare i rapporti umani. E continua: “Marco costruisce il suo stipendio sul costo di ogni ordine che si aggira sui 4 euro”.

Il concetto di costruirsi lo stipendio racconta come autonomia quello che invece è un trasferimento del rischio sul lavoratore: il reddito non è garantito e, per aumentarlo, l’unica leva disponibile è moltiplicare numero di consegne e ore di lavoro. Infatti, subito dopo, dichiara di lavorare tutti i giorni 12 ore al giorno, o più; e aggiunge: ovviamente lavoro per ferragosto e per le feste comandate. Ferie? Qualche giorno quando lo decido io.

L’avverbio, “ovviamente”, è l’architrave del ragionamento: in questo modello di occupazione, che Marco ha profondamente interiorizzato, il riposo non è neppure contemplato. Sei padrone del tuo tempo ma sei obbligato a spenderlo tutto lavorando. La Nazione decide di far uscire questa dichiarazione sul giornale (“ovviamente lavoro a ferragosto”) esattamente nel giorno di ferragosto: la secolarizzazione di feste, un tempo sacre per i lavoratori, è coerente con l’impianto vagamente propagandistico dell’articolo.

L’azienda non paga tempi morti, non si accolla la possibilità che una sera, ad esempio, ci sia pochissima gente ad utilizzare la piattaforma (nel qual caso, Marco resterebbe probabilmente privo di una paga). Deliveroo non ha bisogno di obbligare Marco a lavorare 12 ore o più (neppure potrebbe): è sufficiente pagarlo in modo tale che dodici ore diventino per lui la scelta economicamente più sensata, probabilmente l’unica – se non ha altri lavori – per autosostenersi. Questo modello, oltretutto, è fortemente abilista: se ti ammali, e non lavori, non vieni pagato. Ed è un problema tuo. Però, hey: puoi sempre andare a fare consegne con 40 di febbre! O sei un mollaccione?

La ciliegina su questa torta di neoliberismo è la descrizione della consegna più bizzarra: un tubetto di maionese alle 2 di notte. Immaginate di descrivere come bizzarra e basta l’idea che qualcuno, per un tubetto di maionese alle 2 di notte - probabilmente l’emblema di assoluta inutilità e non necessarietà di qualcosa (cosa cazzo ci fai di tanto irrimandabile con la maionese?) – movimenti un’intera macchina: il fattorino che deve macinare chilometri, l’impatto ambientale di questo capriccio.

La cosa curiosa è che l’articolo sia corredato da tutta una serie di foto di Marco Coppini, con lo zainetto brandizzato ben in vista, in posa durante il proprio lavoro: sullo scooter, vicino al McDrive, persino insieme alle cameriere dei ristoranti in cui ritira gli ordini. Non possiamo fare a meno di domandarci come nasca questo tipo di notizia, che sembra frutto di un vero e proprio reportage. O di un comunicato stampa confezionato ad arte.

Il linguaggio che Coppini adotta è curiosamente identico a quello della pubblicità di Deliveroo in cui facilmente inciampi scrollando sui social: “E se fossi tu a decidere quando lavorare? Ti piacerebbe lavorare quando vuoi tu?”. Possiamo solo ipotizzare che Deliveroo sia un’inserzionista del giornale, date le somme cospicue che spende in pubblicità. Il che sarebbe consolatorio, in un certo senso: diversamente, significherebbe che facciamo pubblicità gratuita alla piattaforma, e che il suo linguaggio è entrato nelle nostre coscienze.

Il virgolettato nel titolo è tutto. “4 euro a consegna ma sono felice”. L’avversativa – ma sono felice – compensa la scarsità della paga con un piano emotivo di soddisfazione personale. Cosa accadrebbe se qualcuno fosse felice per una paga addirittura inferiore? Avremmo risolto ogni problema di sfruttamento? La ricattabilità del lavoratore e la forte disparità nel potere contrattuale fra azienda e lavoratore sta alla base del diritto del lavoro; il ragionamento per cui “sono felice” sottrae questo rapporto al potere della legge, e lo sposta totalmente, pericolosamente, sul piano privato.

“Ripartire dalle proprie potenzialità” è un’altra espressione alienante: le potenzialità di Marco erano altre; ha dovuto cedere ad un ribasso, e interpretare come potenzialità personali cose che grossomodo chiunque potrebbe fare; compiti estremamente semplici, tipici di un lavoro scarsamente qualificato. Le qualità e le competenze acquisite in un altro campo, qui semplicemente non servono né gli vengono riconosciute.

In conclusione, possiamo davvero dire che Marco sia padrone del proprio tempo? Il suo tempo appartiene a Deliveroo. Semplicemente perché, se non lo trascorresse quasi tutto a fare consegne, guadagnerebbe davvero molto poco. Però è felice.

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