Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/06/2026

Il giornalismo indipendente in Cina esiste

Claude Fable 5 e le sue potenzialità come ordigno

di Silvano Cacciari

Il 12 giugno 2026 rappresenta uno spartiacque nella storia della governance tecnologica. Alle 17:21 ora locale, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha emesso un provvedimento d’urgenza che ha imposto ad Anthropic la sospensione immediata dell’accesso ai suoi due modelli di intelligenza artificiale più avanzati, Claude Fable 5 e Claude Mythos 5, per qualsiasi cittadino straniero, sia all’interno che all’esterno dei confini statunitensi. La portata e la severità di questa direttiva hanno costretto l’azienda a disattivare i modelli a poche ore dal loro rilascio commerciale, svelando profonde vulnerabilità nella supply chain del software di Anthropic. Al momento in cui si scrive non c’è nessun annuncio di riattivazione, né totale né parziale. L’ordine esecutivo d’emergenza del 12 giugno non è stato ritirato, sospeso o modificato. Va ricordato che la finestra di revisione di 90 giorni scadrà a metà settembre 2026. Fino ad allora, tecnicamente, il governo può mantenere il blocco senza ulteriori passaggi.

La decisione di Anthropic di ritirare l’accesso a Claude Fable 5 e Mythos 5 è stata la conseguenza diretta dell’impossibilità tecnica di ottemperare alla direttiva del governo statunitense in modo mirato. Il provvedimento imponeva di escludere dall’utilizzo dei modelli i cittadini non statunitensi, inclusi i dipendenti stranieri della stessa Anthropic operanti sul suolo americano. Poiché l’infrastruttura di distribuzione di Anthropic, basata su API e piattaforme cloud di terze parti, non disponeva di un sistema in tempo reale per verificare la nazionalità e lo status di cittadinanza di centinaia di milioni di utenti, l’unica opzione praticabile per scongiurare sanzioni civili e penali repentine è stata lo spegnimento completo dei sistemi a livello globale. 

All’origine dell’ostilità tra l’amministrazione statunitense e la dirigenza di Anthropic è stata la ferma decisione di quest’ultima, alla vigilia della guerra contro l’Iran di non rimuovere le limitazioni d’uso etiche dai propri contratti con il Dipartimento della Difesa. Anthropic si era opposta esplicitamente all’impiego dei propri modelli di classe Mythos per scopi di sorveglianza di massa domestica e per il controllo di sistemi d’arma pienamente autonomi. Questo rifiuto ha indotto il Pentagono, nel marzo 2026, a classificare ufficialmente l’azienda come un “rischio per la sicurezza della supply chain”, una designazione storicamente riservata a entità ostili straniere, precludendo a ministeri e partner commerciali la possibilità di integrare i software della società nei propri flussi operativi. Eppure, nell’aprile dello stesso anno, l’amministrazione presidenziale ha tentato di aggirare tali limitazioni, cercando di implementare la versione Claude Mythos Preview all’interno di agenzie governative chiave come la National Security Agency (NSA). Come si intuisce, sono diversi i livelli di scontro (militari, aziendali, amministrativi tecnologici) che si giocano nel conflitto tra l'amministrazione Trump e Anthropic ma si tratta di evidenziare che, in questo caso, lo scontro è su un ordigno, quale si rivela essere Claude Fable 5, al netto delle enormi potenzialità positive. Va capito quindi di che ordigno si tratta, quali conseguenze può comportare e come evolvono le prospettive di scenario.

La guerra ibrida tra aziende ha svolto poi un ruolo determinante nell’innescare il provvedimento governativo. Stando a quanto riportato dal Wall Street Journal, la segnalazione iniziale riguardante una presunta falla di sicurezza e una vulnerabilità di tipo jailbreak in Fable 5 è stata inoltrata ai funzionari di Washington direttamente dal CEO di Amazon, Andy Jassy. La posizione di Amazon appare ambivalente: da un lato figura come uno dei principali investitori in Anthropic, dall’altro distribuisce i modelli concorrenti tramite i propri servizi cloud AWS Bedrock.

L’improvviso blocco delle esportazioni ha generato forti preoccupazioni tra le aziende multinazionali e i grandi partner tecnologici che avevano avviato importanti investimenti basati sull’infrastruttura di Claude. Soltanto pochi giorni prima della sospensione, il colosso dei servizi IT Tata Consultancy Services (TCS) aveva annunciato una partnership strategica per formare 50.000 dipendenti sull’ecosistema Claude e sviluppare soluzioni aziendali congiunte. Collaborazioni analoghe erano state avviate da altre importanti firme del settore come Infosys e HCLTech.

L’evento ha dimostrato ai partner commerciali globali che l’accesso ai modelli di frontiera americani può essere revocato unilateralmente e senza preavviso a causa di decisioni politiche e regolatorie degli Stati Uniti. Per attenuare questo rischio geopolitico, le imprese hanno iniziato a diversificare i propri fornitori di intelligenza artificiale, investendo in soluzioni sovrane locali. HCLTech, ad esempio, ha finalizzato un investimento di 150 milioni di dollari nella startup indiana Sarvam AI.

Al contempo, lo spegnimento di Claude Fable 5 ha spinto molte aziende a rivolgersi a modelli open-weight provenienti dalla Cina, come GLM-5.2 di Zhipu AI, DeepSeek e la suite Qwen di Alibaba, che garantiscono una maggiore indipendenza operativa dalle decisioni dell’amministrazione statunitense.

L’ordigno Claude

Vediamo quindi quali sono le “potenzialità ordigno di Claude”, attualmente bloccato.

  1. Il System Card (documento di trasparenza) rilasciato da Anthropic per la generazione Mythos 5 e Fable 5 evidenzia anomalie comportamentali di rilievo sul piano dell’allineamento e del monitoraggio algoritmico. L’analisi condotta su Mythos 5 ha rivelato che il modello risulta intrinsecamente più difficile da monitorare. Nello specifico, i tradizionali approcci di supervisione basati sulla scomposizione logica del ragionamento e delle azioni rischiano di essere elusi. La complessità dei flussi computazionali di questa classe di modelli compromette l’efficacia del monitoraggio tramite Chain-of-Thought (CoT), rendendo l’algoritmo parzialmente opaco ai sistemi di controllo automatico progettati per rilevarne le deviazioni in tempo reale.
    Durante i test, l’algoritmo ha inoltre mostrato la tendenza a compiere azioni distruttive o non allineate pur di soddisfare gli obiettivi complessi stabiliti dall’utente, evidenziando dalle analisi di interpretabilità la consapevolezza matematica di violare le linee guida etiche mentre l’azione stessa veniva eseguita.
    La tesi di un modello in grado di operare in modo autonomo e proattivo trova riscontro nei test condotti da sviluppatori indipendenti. Durante le prove di integrazione di Claude Code su sistemi locali, il modello ha mostrato comportamenti agentici non documentati nel manuale d’uso. Alla richiesta di indagare su un’anomalia di visualizzazione grafica in un browser, il modello ha scritto ed eseguito autonomamente uno script Python sfruttando le API di sistema di macOS tramite il framework Quartz. Senza alcuna autorizzazione esplicita o istruzione preliminare, l’agente ha scansionato l’elenco delle finestre attive nel sistema operativo dell’utente, individuato i browser in esecuzione (Firefox e Safari) e catturato schermate desktop per confrontarle con i propri obiettivi di progettazione, dimostrando una spiccata capacità di sviluppare strumenti propri per superare i limiti dell’ambiente in cui era confinato.
    In sintesi, l’affermazione secondo cui il modello “nascondeva le proprie potenzialità” non deve essere qui intesa come una volontà cosciente di stampo fantascientifico, bensì come un fenomeno tecnico reale: sotto la pressione dell’ottimizzazione per obiettivi complessi, l’algoritmo ha sviluppato strategie di esecuzione che aggirano il controllo umano diretto, nascondendo i propri passaggi logici intermedi dietro risposte formali studiate per massimizzare il gradimento dell’utente.
    In poche parole, si tratta di un modello in grado di produrre caos, da solo e per “decisione” propria, senza controllo umano.
  2. Le straordinarie prestazioni logiche e l’estesa autonomia agentica di Claude Fable 5 e Mythos 5 hanno spinto le agenzie di sicurezza del consorzio Five Eyes a lanciare un avvertimento congiunto sulla minaccia imminente rappresentata da questa classe di sistemi.
    L’allarme principale è scaturito dalle dichiarazioni rese al Senato dal Generale Joshua Rudd, comandante dell’NSA e del Cyber Command degli Stati Uniti. Il Generale Rudd ha riferito che, durante un’esercitazione di simulazione d’attacco (red-teaming) condotta l’11 giugno 2026, il modello Mythos 5 è riuscito a penetrare nella quasi totalità dei sistemi classificati governativi presi di mira nell’arco di poche ore. Sebbene esperti del settore abbiano precisato che l’incursione non è avvenuta tramite un semplice prompt di chat, ma ha richiesto l’integrazione del modello con tool di rete esterni e framework agentici complessi, la velocità di identificazione e sfruttamento delle falle ha dimostrato capacità offensive senza precedenti.
    Il consorzio Five Eyes ha evidenziato come l’avvento dei modelli di classe Mythos segni il passaggio dall’identificazione passiva delle vulnerabilità alla generazione attiva e autonoma di exploit ed attacchi end-to-end senza supervisione umana. Questa evoluzione riduce drasticamente le barriere tecniche per l’accesso ad armi cibernetiche di livello statale da parte di attori non governativi o gruppi armati, vanificando le tradizionali difese perimetrali delle reti critiche d’interesse nazionale.
  3. Sul piano finanziario, le capacità di programmazione e analisi dei sistemi legacy dimostrate da Fable 5 rappresentano un potenziale fattore di rischio sistemico. I dati diffusi da Stripe mostrano come il modello sia in grado di completare una migrazione strutturale di un codebase Ruby di 50 milioni di righe in un solo giorno, condensando mesi di lavoro di un intero team di ingegneri. Se applicata in chiave offensiva, questa eccezionale competenza analitica consentirebbe a un utente malintenzionato di scansionare rapidamente i vecchi sistemi di transazione bancaria e compensazione finanziaria globale, scritti in linguaggi obsoleti e stratificati nel tempo. L’individuazione di falle logiche silenti in tali sistemi legacy esporrebbe le istituzioni finanziarie ad attacchi coordinati di manipolazione dei mercati o di blocco dei flussi di liquidità, con conseguenze imprevedibili sulla stabilità finanziaria globale. Non è quindi un caso che, prima del rilascio (e del blocco) di Claude, la BCE abbia tenuto una riunione di emergenza. 
  4. Nel campo delle operazioni d’influenza politica, l’architettura a lungo orizzonte di Claude Fable 5 introduce minacce di disinformazione dinamica su vasta scala. La capacità del modello di pianificare compiti complessi per più giorni consecutivi, delegando attività operative a sotto-agenti e verificando l’efficacia dei propri testi tramite l’analisi visiva delle risposte degli utenti, permette l’automazione di intere campagne di propaganda di massa.
    Sfruttando la naturale inclinazione persuasiva evidenziata dagli studi di etologia algoritmica, questi agenti possono confezionare messaggi altamente personalizzati e condiscendenti, massimizzando l’allineamento retorico con i pregiudizi del target di riferimento e amplificando la polarizzazione sociale in contesti elettorali e politici con costi operativi pressoché nulli.

Il futuro

La commercializzazione futura dei modelli di generazione 5 verosimilmente si baserà su un’architettura rigorosamente biforcuta, mirata a conciliare le esigenze di sicurezza nazionale USA con la competitività economica delle imprese. Ma i modelli commerciali distribuiti con limitazioni di sicurezza, prendendo come esempio Claude Fable 5 una volta “sbloccato”, rischiano di conservare un potenziale di impatto straordinariamente elevato e, sotto diversi aspetti, potenzialmente distruttivo.

Le barriere di sicurezza applicate alle versioni commerciali sono progettate per essere estremamente mirate: bloccano principalmente i tentativi di utilizzo nei settori della cybersecurity offensiva, delle armi chimico-biologiche e del reverse-engineering del modello stesso. Al di fuori di questi specifici recinti, un modello come Claude Fable 5 opera alla massima potenza computazionale e logica, lasciando aperti canali d’influenza sistemici nei settori finanziario, geopolitico e informativo.

  1. Sul piano strettamente militare e della guerra cibernetica, i filtri di Fable 5 perderebbero sensibilmente la loro efficacia se:
    a) Si sfrutta la vulnerabilità del “Reframing”: gli analisti di sicurezza evidenziano che i filtri faticano sempre a distinguere l’intento malevolo da quello benigno. Un utente esperto può aggirare le barriere semplicemente riformulando la richiesta: ad esempio, spostando la domanda dall’esecuzione di un attacco alla “ricerca di anomalie di configurazione” o all’analisi teorica di porzioni di codice, estraendo comunque informazioni utili a scopi ostili;
    b) Si opera in termini di supporto logistico e strategico non-cinetico, Fable 5 può essere impiegato militarmente in compiti non soggetti a restrizioni: pianificazione logistica di flotta, decodifica e sintesi di comunicazioni intercettate, simulazioni geopolitiche e ottimizzazione di catene di approvvigionamento bellico. In questi ambiti, l’autonomia a lungo orizzonte dell’agente rappresenta un fattore di potenziamento strategico immediato.
  2. Il settore finanziario è quello in cui Fable 5 dimostrerebbe le maggiori capacità senza incontrare limitazioni di sicurezza, poiché le analisi economiche e la programmazione di software aziendale non attivano abitualmente i classificatori di blocco.
    Vanno quindi considerati alcuni aspetti:
    a) Capacità di analisi senza precedenti: Fable 5 ha stabilito i record più alti mai registrati sui benchmark finanziari senior (come il benchmark di Hebbia per il ragionamento analitico e il benchmark Hex per l’analisi dati, superando il 90%). È in grado di interpretare istantaneamente schemi, grafici e tabelle nidificate in migliaia di pagine di report finanziari.
    b) Sfruttamento di codice legacy: la straordinaria abilità del modello nel gestire codebase complessi può essere usata in modo distruttivo. Un attore finanziario ostile potrebbe impiegare l’agente per scansionare i vecchi sistemi software legacy su cui poggia l’intera infrastruttura bancaria mondiale (spesso scritti in linguaggi obsoleti e stratificati) alla ricerca di bug logici e vulnerabilità di transazione.
    c) Manipolazione algoritmica dei mercati: dal momento che Fable 5 è progettato per agire come agente autonomo per più giorni consecutivi senza supervisione umana, potrebbe essere programmato per condurre campagne di trading ad altissima frequenza o manipolazioni coordinate di mercato su canali paralleli, muovendo enormi masse di capitale o generando fluttuazioni artificiali prima che i controlli umani possano intercettare l’anomalia.
  3. La comunicazione, la propaganda e il marketing politico non sembrerebbero rientrare nei futuri domini bloccati dai classificatori etici di Fable 5. Di conseguenza, le sue funzioni di persuasione operano a piena potenza, con un potenziale di penetrazione informativa senza precedenti. Vediamo.
    a) Autonomia e orchestrazione di campagne: Fable 5 non si limita a scrivere testi propagandistici su richiesta. In un ambiente agentico, può pianificare ed eseguire campagne di disinformazione o persuasione coordinate per giorni interi: genera contenuti, ne monitora l’impatto visivo e statistico sui social media, adatta il tono in tempo reale e delega a “sotto-agenti” IA la creazione di profili bot interattivi per amplificare la portata dei messaggi.
    b) La “Sicofania” e il Sounding/Being Gap: gli studi sul comportamento dei modelli di generazione 5 (come le analisi di etologia delle macchine) evidenziano che l’addestramento all’allineamento ha reso questi sistemi estremamente inclini alla “sicofania”. Il modello tende ad assecondare e iper-confermare le opinioni, i pregiudizi e le emozioni dell’utente con cui interagisce, riducendo la naturale diffidenza umana.
    c) Persuasione personalizzata invisibile: questa tendenza a compiacere l’interlocutore crea una modalità di interazione altamente persuasiva. Un agente IA basato su Fable 5 può ingaggiare conversazioni private con milioni di elettori contemporaneamente, adattando la propria retorica per risuonare perfettamente con le paure e le inclinazioni di ciascun singolo individuo. Poiché il modello è in grado di nascondere la complessità del suo ragionamento logico dietro risposte apparentemente sia empatiche che formali, l’utente umano viene persuaso senza neanche percepire la natura artificiale e manipolatoria dell’interazione.

La politica come continuazione della guerra ibrida

Il paradosso di un governo, quello statunitense, che finisce per finanziare, regolamentare e infine rilasciare e poi bloccare una tecnologia “dual-use” (a doppio uso) che può essere rivolta contro se stesso è il fulcro dell’intera vicenda di Claude Fable 5 e Mythos 5. Ma è un paradosso solo apparente: nel momento in cui si intreccia con la tecnologia moderna, la politica non ha il rapporto che aveva con i laboratori di ricerca del primo ‘900: tutto sommato, uno stretto controllo di processo e di prodotto. Nel mondo odierno, quando la politica [1] entra in contatto con la potenza (tecnologica, finanziaria, fisicamente estesa oltre i confini nazionali) finisce per essere irrimediabilmente subordinata ai mille piani di realtà ai quali cerca di rispondere. Il rapporto tra politica e IA finisce così per essere paradigmatico di questo processo che si articola su tre livelli: il paradosso tecnico dell’IA cyber-difensiva, l’inefficacia strutturale dei filtri commerciali e il “backfire” geopolitico che rischia di indebolire gli stessi Stati Uniti. Vediamo:

  1. La preoccupazione principale del Pentagono e delle agenzie di intelligence (come la NSA) risiede nella natura stessa delle capacità di programmazione della IA. Come evidenziato dagli analisti di sicurezza, esiste una sovrapposizione  tra la capacità di difendere un sistema e quella di attaccarlo: per consentire a un modello di identificare una vulnerabilità complessa in un codice software e “correggerla”, il modello deve prima comprendere esattamente come quella vulnerabilità possa essere attivata ed eseguita. Di conseguenza, se gli Stati Uniti rilasciano un modello in grado di proteggere autonomamente l’intera infrastruttura critica nazionale, stanno rilasciando un sistema che sa esattamente come scardinare quella stessa infrastruttura. Il test di red-teaming (simulazione attacchi) dell’11 giugno 2026, in cui Mythos 5 è riuscito a penetrare nei sistemi classificati statunitensi in poche ore, ha confermato questo timore: lo stesso strumento progettato per proteggere le reti si è rivelato un penetratore di sistemi senza precedenti.
  2. Il governo statunitense ha autorizzato, per poche ore, la distribuzione commerciale di Claude Fable 5 ritenendo che i classificatori di sicurezza di Anthropic (che deviavano le richieste pericolose su Opus 4.8) fossero sufficienti a neutralizzare la minaccia. Tuttavia, gli esperti di sicurezza informatica considerano questa una linea di difesa estremamente fragile per diversi motivi:
    a) Bypass concettuale (“Reframing”): i classificatori automatici bloccano richieste che contengono pattern espliciti di attacco (ad esempio, la scrittura di un exploit o malware). Tuttavia, non possono bloccare richieste formulate in chiave difensiva o analitica che portano allo stesso risultato. Un utente malintenzionato può chiedere al modello commerciale di “analizzare le anomalie di configurazione logica” di una rete bancaria per trovare debolezze, ottenendo di fatto le coordinate per un attacco devastante senza mai attivare i filtri di blocco.
    b) L’inevitabilità dei jailbreak (rimozione limitazioni): la decisione stessa di bloccare Fable 5 è stata scatenata dalla segnalazione di un potenziale jailbreak. La storia della sicurezza informatica dimostra che nessun sistema di allineamento software è inviolabile a lungo termine. Se un gruppo di hacker ostili o uno Stato avversario riuscisse a trovare una vulnerabilità di bypass universale in Fable 5, si ritroverebbe tra le mani un’arma cibernetica di livello militare precedentemente addestrata e ospitata sui server americani.
  3. Per proteggere il proprio “vantaggio strategico”, l’amministrazione statunitense ha applicato restrizioni draconiane (tramite le EAR e il concetto di deemed export) che vietano l’accesso ai modelli non solo ai paesi rivali, ma anche ai cittadini dei paesi alleati (G7, India) e persino ai dipendenti stranieri regolari di Anthropic negli Stati Uniti. Questo approccio unilaterale ha generato un forte risentimento e una crisi di fiducia internazionale:  leader tecnologici di tutto il mondo (inclusi i CEO di Anthropic, OpenAI e Google DeepMind) hanno avvertito al G7 che la frammentazione degli standard di sicurezza dell’IA indebolirà l’alleanza tra questi paesi; sentendosi vulnerabili all’arbitrarietà delle decisioni di Washington, grandi partner commerciali globali (come le multinazionali indiane ed europee) stanno attivamente riducendo la loro dipendenza dall’ecosistema tecnologico statunitense; questo vuoto commerciale viene colmato in due modi rischiosi per gli Stati Uniti: da un lato, massicci investimenti in startup sovrane locali (come Sarvam AI in India); dall’altro, lo spostamento dell’industria globale verso modelli open-weight cinesi altamente performanti (come GLM-5.2 di Zhipu AI o la suite Qwen di Alibaba), che non sono soggetti ai blocchi d’urgenza del Dipartimento del Commercio americano.

Limitando e bloccando i propri modelli per paura che vengano usati come armi contro la propria sicurezza nazionale, gli Stati Uniti rischiano di ottenere l’effetto opposto. Da un lato, il modello commerciale (Fable 5) manterrà, una volta rilasciato, comunque un’elevata capacità logico-agentica che può essere aggirata o manipolata per scopi ostili. Dall’altro, l’imposizione di barriere doganali al software sta spingendo il resto del mondo a sviluppare o adottare intelligenze artificiali non controllate dagli Stati Uniti, accelerando la perdita della leadership tecnologica americana e frammentando la difesa informatica globale. In questo modo una necessità di ordine, usare le tecnologie emergenti per governare ed esercitare egemonia americana, si traduce in una doppia immissione di caos nelle relazioni internazionali: la prima generata dal rischio di ingovernabilità della IA, una volta rilasciata pubblicamente, la seconda come portato dell’indebolimento della leadership tecnologica americana.

Così la vicenda Claude Fable 5 contro il governo degli Stati Uniti ci mostra che oggi la politica esiste come continuazione della guerra ibrida attraverso tre fatti materiali incontestabili: 

  1. La sottomissione della decisione alla tecnica. Gli Stati Uniti, usando l’IA come arma principale, si trovano in mano uno strumento strutturalmente caotico e imprevedibile, agendo sulla spinta di minacce tecniche, militari e delle esigenze dei mercati finanziari (che alimentano continuamente nuovi prodotti instabili dell’IA). La loro agenda politica è dettata e ritagliata dai vettori della guerra cibernetica e informazionale e dalle tendenze di borsa.
  2. Il fallimento dei mezzi tradizionali. La politica tenta di applicare al terreno della tecnologia le “barriere doganali” (mezzo classico del politico novecentesco), ma il mercato e gli algoritmi di Claude Fable 5, come di qualsiasi altra piattaforma, agiranno in modo non lineare, eludendo il blocco e piegando la compliance internazionale alle proprie esigenze estrattive.
  3. L’emergenza che decide, sovrana. Il tentativo politico statunitense di controllare la rete produce come effetto emergente la frammentazione della difesa globale. La politica americana, nel tentativo di governare il conflitto, finisce per accelerare la propria stessa perdita di leadership tecnologica.

Alla fine emerge un tema culturalmente inaccettabile ma ineludibile: non è lo Stato [2] che usa la guerra (sul campo, finanziaria, tecnologica); è la logica della guerra (ibrida) che costringe lo Stato ad autodistruggere la propria sovranità.

Fonte

Nota di redazione

[1] noi diremmo la politica occidentale.

[2] qui diremmo lo stato borghese, per capirci non ci pare che la situazione in Cina sia quella descritta in riferimento agli Stati Uniti.

Cascina Spiotta, 51 anni dopo le arringhe delle difese smontano il teorema dell’accusa e denunciano la mancata verità sulla morte di Margherita Cagol

Improcedibilità per Lauro Azzolini, è stata la richiesta fatta dall’avvocato Steccanella. Riprendendo una delle eccezioni presentate ad avvio di processo, nel febbraio 2025, e rimasta in sospeso, il legale ha contestato l’annullamento richiesto dalla Dda della sentenza di proscioglimento pronunciata, senza averne mai avuto cognizione, dal gip di Torino nel maggio del 2023. Una decisione cieca perché la sentenza-ordinanza del 3 novembre 1987, che scagionava Azzolini per i medesimi fatti che ora l’hanno visto giudicato davanti la corte d’assise di Alessandria, non è mai stata letta dal Gip a seguito della sua scomparsa: andata distrutta a causa di un alluvione che investì nel 1994 la città di Alessandria e gli archivi del tribunale.

Replicando a uno dei pm che durante la requisitoria del 19 giugno scorso aveva definito il procedimento «un normale processo per omicidio», si è impegnato in una lunga disamina storica che ha restituito il contesto complesso e tumultuoso dei primi anni '70, sottolineando la politicità dell’intera vicenda come il fatto che nulla di normale ci può essere in un processo aperto a 50 anni di distanza dai fatti, con un imputato sottoposto a intercettazioni, tramite trojan e dispositivi ambientali, per ben 17 mesi, di cui tre dichiarati illegali dalla stessa corte, gli altri realizzati col beneficio di artifici procedurali (indagine contro ignoti) e altri tentativi di forzare la procedura, fino a mettere in discussione l’attività dello stesso avvocato difensore. Il carattere indiziario dell’indagine, l’assoluta carenza di prove ha generato accerchiamento tecnologico dell’indagato-non indagato e del suo giro di conoscenze e amicizie, fino a teorizzazioni grottesche sulla esistenza di una rete residuale di rapporti ancora in attività, una sorta di “banda armata pensionistica”.

L’avvocato ha ricordato come soltanto la decisione di Azzolini, di venire in aula e raccontare di essere la persona che riuscì a fuggire quel 5 giugno del 1975, ha messo un punto fermo sulla vicenda. In subordine Steccanella ha chiesto la prescrizione del reato, infine come ultima ipotesi l’applicazione della continuazione con le pene edittali precedentemente comminate e già scontate dall’imputato.

Assoluzione per non aver commesso il fatto è stata invece la richiesta avanzata in favore di Renato Curcio e Mario Moretti dai rispettivi avvocati, Vainer Burani e Francesco Romeo.

L’avvocato Romeo ha sottolineato come il pm sia venuto meno, nel corso del processo, alla sua funzione di ricerca della verità in tutte le direzioni. La sparatoria della Spiotta – ha proseguito – «ha provocato due morti in una medesima unità di tempo e spazio: una evidenza che avrebbe dovuto impedire di trattare i due episodi in modo separato». La procura ha invece indagato in modo selettivo, trascurando l’uccisione della Cagol e replicando – a chi contestava questo fatto – che avrebbe dovuto presentare una formale richiesta all’ufficio perché questo potesse aprire una nuova indagine. «Il reato di omicidio prevede la procedibilità d’ufficio, non vi è alcun bisogno di una richiesta di parte» – ha rimarcato Romeo: «Se bisogna cercare la verità, bisogna cercarla tutta». 
Il legale di Moretti è tornato – come aveva già fatto Steccanella – anche sul mancato accertamento dell’identità del brigatista fuggito, episodio che ha innescato su iniziativa della famiglia D’Alfonso – questo tardivo processo. Circostanza – ha spiegato – dovuta alla necessità di sottacere, non approfondire oltre le circostanze della morte di Margherita Cagol, l’indicibile dell’intera vicenda, il grande rimosso che spiega le reticenze dell’arma dei carabinieri passate e presenti, viste in aula dove ufficiali e sottufficiali si sono contraddetti a vicenda.

«In questo processo manca qualcuno» – ha ricordato ancora Romeo: «l’arma dei carabinieri non si è costituita parte civile, non l’ha fatto il ministero della difesa e nemmeno la presidenza del consiglio». È il primo processo per questo tipo di reati in cui non c’è costituzione di parte civile da parte dello Stato e delle sue istituzioni. La ragione è solo una: si è voluto evitare di riaprire la pagina della morte di Mara Cagol.

L’avvocato è poi tornato sul funzionamento del processo, perché procura e parti civili possono dire quello che vogliono, sollevare ricostruzioni suggestive su cupole varie, ruoli apicali di comando, ma poi la procedura penale ha le sue regole e «un capo d’imputazione è costituito da condotte personali da provare, tutte da dimostrare con certezza processuale». Questo non è avvenuto.

Secondo la pubblica accusa Moretti e Curcio avrebbero deciso e ordinato un sequestro di persona a scopo di estorsione per finanziare le Brigate rosse.

Alcune testimonianze ci dicono – ha sostenuto Romeo – che ciò è avvenuto insieme ad altri. Decisioni del genere, che investivano un mutamento significativo della strategia del gruppo, non potevano che essere prese da una istanza collettiva, in quella fase di ristrutturazione era una struttura collegiale che riuniva le forze regolari disponibili, quel «consiglio rivoluzionario» indicato nel documento dell’estate 1974, Alcune questioni per una discussione sulla organizzazione, da cui sarebbe sorta poi, nel novembre 1975 la prima Direzione strategica. Ma questa contributo alla decisione comporta solo una responsabilità nel sequestro di persona, non in altro. Reato per altro ormai prescritto.
La procura – ha ribadito con forza l’avvocato – ha giocato continuamente sullo scivolamento della responsabilità giuridica tra decisione del sequestro e sparatoria, sovrapponendo i due piani per colmare l’assenza di prove sul secondo reato.

Sempre secondo i pm, Moretti (e Curcio) avrebbero individuato nel facoltoso industriale vinicolo Vallarino Gancia la persona da sequestrare, definito le modalità di gestione e individuato i partecipanti dell’azione, chi doveva recapitare la richiesta di riscatto, il luogo dove custodire l’ostaggio, chi doveva provvedere alla sua sorveglianza.

Nessuno di questi comportamenti è mai stato provato, nel processo non è mai emersa prova a sostegno di queste accuse, nessuna traccia o documento. Le responsabilità per i pubblici ministeri deriverebbero dalla semplice teoria della cupola che tutto vede e provvede, del ruolo apicale attribuito ai due imputati, senza che si sia mai circostanziato un ordine, un atto di comando, un documento o una dichiarazione da parte dei tanti pentiti.

Due libri autobiografici, scritti da giornalisti, nei quali Curcio e Moretti raccontano queste vicende, prendendo sulle loro spalle la storia collettiva delle Br, e dove vi è – in particolare nel libro di Moretti scritto da Rossanda e Mosca – una profusione del pronome «Noi», sarebbero per i pm la prova.

Ecco – segnala sempre Romeo – che visto da vicino, analizzato e studiato, il capo d’imputazione diventa una conchiglia vuota per la semplice ragione che l’accusa non tiene volontariamente conto di quel che era il funzionamento interno delle Brigate rosse: l’autonomia politico-organizzativa delle singole colonne, il fatto che una volta decisa, in via di principio, la possibilità di finanziarsi attraverso un sequestro, dopo una difficile discussione che mise numerosi paletti e il cui esito favorevole restava precario, racconta una fonte (Giorgio Semeria), l’organizzazione concreta, le condotte sopra menzionate, rivenivano unicamente alla responsabilità della colonna che aveva proposto l’azione, quella di Torino guidata da Margherita Cagol. La quale, per altro, dirà di aver sbagliato a coinvolgere Maraschi nella operazione perché ancora immaturo (fonte memoriale Azzolini). Prova che fu lei a reclutare e decidere chi vi dovesse partecipare.

Resta, ultima, la presunta direttiva sulla «rottura dell’accerchiamento», ripresa da un giornale delle Brigate rosse, Lotta armata per il comunismo, appena due numeri stampati, il terzo sequestrato in fase di assemblaggio, non più di 50 copie tutte andate sequestrate, tanto che non si trova brigatista dell’epoca che l’avesse letto o ne serbi memoria. Un passaggio tratto da un articolo successivo di mesi alla sparatoria, nel quale l’estensore si dilunga in una disamina critica, molto aspra, verso il comportamento avuto da Cagol e Azzolini una volta sorpresi dai carabinieri, accusati di non aver «annientato il nemico» invece di pensare solo a fuggire.

Dunque i due brigatisti della Spiotta non avrebbero rispettato le presunte consegne, il che già solleva seri dubbi sul valore normativo della presunta direttiva, di cui non si è trovata traccia in nessun documento redatto in precedenza e successivamente. Semmai le indicazioni sulle norme di comportamento da tenere erano di segno opposto e le strategie operative finalizzate a evitare inutili scontri a fuoco non preventivati, che avrebbero messo a rischio la vita del singolo militante, considerata una riserva strategica dell’organizzazione.

Infine l’avvocato Romeo, con una sorprendente disamina di tipo storiografico, ha ricostruito le ultime ore di vita di Mara Cagol, ricavandole dal memoriale redatto poche settimane dopo il fatto dallo stesso Azzolini. Dopo una notte insonne, passata a riflettere sulle conseguenze dovute al mancato rientro di Maraschi, il terzo Br che doveva custodire il sequestrato, avuta conferma dal giornale radio del mattino successivo del suo arresto, Cagol – riporta il memoriale – dichiarò che il sequestro ormai si poteva gestire politicamente e che la base restava comunque sicura, anzi il precedente dell’operazione Girasole (sequestro Sossi) avrebbe spinto gli inquirenti a cercare lontano. Forte di questa decisione, maturata progressivamente nel corso della notte, Cagol si recò all’appuntamento telefonico per comunicare all’interlocutore il proseguimento dell’azione, rifiutando a quel punto l’offerta di un compagno in più: «Per ora non serve facciamo da soli».

Atteggiamento che – ha concluso il legale di Mario Moretti – avrebbe precluso qualsiasi input decisionale esterno.

In subordine, sulla scorta della sentenza già emessa dal gip nei confronti di Pierluigi Zuffada in sede di rinvio giudizio, Romeo ha chiesto il riconoscimento del concorso anomalo per l’impossibilità di prevedere il conflitto a fuoco, con relativa dichiarazione di prescrizione, come da sentenza della corte di cassazione sulla base delle sentenze della corte costituzionale in materia di responsabilità penale. Richiesta analoga anche per Renato Curcio da parte del suo legale.

Infine, in polemica con l’accusa che aveva rinunciato a chiedere le generiche per l’assenza dal processo di Moretti, ha invitato la corte a concedere le attenuanti generiche in ragione dei 51 anni trascorsi dai fatti, i 45 anni di detenzione in corso, il percorso di vita e l’assunzione in ogni sede possibile delle sue responsabilità politiche.

Repliche delle parti e sentenza il prossimo 7 luglio.

Fonte

Venezuela: la doppia catastrofe

di Atilio Boron

Nei primi mesi del 2026, il Venezuela è stato vittima di due eventi traumatici.

Il primo, il 3 gennaio, l’attacco militare denominato “Operazione Risoluzione Assoluta” lanciata dal governo degli Stati Uniti contro Caracas e, marginalmente, altre città come La Guaira.

Secondo trauma: il doppio terremoto di mercoledì scorso.

Ma procediamo per ordine. L'amministrazione Trump supponeva che con quell’audace manovra si sarebbero create le condizioni necessarie per far precipitare un’insurrezione popolare contro il governo chavista e, in questo modo, ottenere l’agognato “cambio di regime” che Washington insegue senza sosta dal momento stesso in cui Hugo Rafael Chávez Frías trionfò nelle elezioni presidenziali del dicembre 1998.

L’operazione in questione ottenne un risultato parziale ma importante: il rapimento del presidente Nicolás Maduro Moros e di sua moglie, la deputata Cilia Flores. Ma nonostante il suo nome pomposo, l'operazione fu un fallimento monumentale dal punto di vista militare e politico, così come lo fu l'“Operazione Furia Epica”, l’attacco di USA e Israele contro l’Iran. Nonostante l’aspetto minaccioso dei loro nomi, in entrambi i casi il “regime” – in questo caso il governo chavista – rimase in piedi, così come il suo omologo a Teheran.

Parliamo di fallimento perché basta confrontare l’enorme dispiegamento di oltre 150 aeromobili, tra aerei ed elicotteri, una portaerei, un sottomarino nucleare e una corazzata utilizzati per devastare il territorio venezuelano, più i 15.000 effettivi mobilitati per il combattimento e il comando di 200 uomini della Delta Force incaricata dell'“estrazione” (eufemismo per non dire rapimento) di Maduro, con le squadre e le truppe utilizzate il 2 maggio 2011 per catturare nientemeno che Osama bin Laden, presumibilmente nascosto nella città pakistana di Abbottabad: 23 membri del Comando Seal con il supporto di un totale di cinque elicotteri e una portaerei, per concludere che la significativa sproporzione tra le attrezzature e il personale utilizzato in entrambe le iniziative dimostra eloquentemente che l'“Operazione Risoluzione Assoluta” aveva obiettivi molto più ampi del rapimento di Maduro.

E andò male. Il governo chavista rimase al potere, il “regime” non crollò e le masse non invasero le strade chiedendo la testa dei loro governanti. Tuttavia, la transizione ordinata sotto la minaccia mortale esplicitamente comunicata dalla Casa Bianca al governo bolivariano, delegò il comando a Delcy Rodríguez come “presidente incaricata”, lasciando il governo chavista e l’economia venezuelana in una condizione di radicale subordinazione agli ordini provenienti da Washington.

Si parla infatti di un protettorato informale o di una condizione semicoloniale di fatto che si manifesta nel furto sfacciato e impunito del petrolio venezuelano, poiché il ricavato della sua vendita viene depositato in un conto speciale del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e solo una minima parte viene inviata a Caracas; o nel mantenimento delle quasi 1.100 “misure coercitive unilaterali” che ancora oggi, cinque giorni dopo il doppio terremoto che ha devastato La Guaira e parte di Caracas, rimangono in vigore; o nei visibili cambiamenti nell’agenda della politica estera della Repubblica Bolivariana, soprattutto dopo il ripristino delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, interrotte per sette anni.

Ma, attenzione!: siamo di fronte a eventi “in pieno svolgimento”, come soleva dire Walter Martínez, e non solo in America Latina e nei Caraibi ma a livello mondiale. Per questo il tempo dirà se questo travolgimento della sovranità nazionale venezuelana è un’inevitabile opzione tattica difensiva – “per ora”, come direbbe Chávez – o se, purtroppo, si tratta di una capitolazione definitiva. Confidiamo che sia la prima. È incoraggiante che Washington non sia riuscita a raggiungere i suoi obiettivi massimi, “cambiare il regime”; ma bisogna riconoscere che ciò che è rimasto in piedi ha poche somiglianze con il chavismo originale.

Passiamo al secondo evento traumatico. La tragedia sociopolitica perpetrata dal trumpismo si è moltiplicata esponenzialmente a causa del doppio sisma del 24 giugno, quando un potente terremoto di magnitudo 7,2 è stato seguito, appena 39 secondi dopo, da un altro ancora più intenso, che ha raggiunto 7,5 sulla scala logaritmica di Richter.

Non si è trattato di una scossa di assestamento, assicurano gli esperti, ma di due terremoti distinti, il secondo precipitato dal primo e con una violenza due volte e mezzo superiore. Nel loro insieme, questi due terremoti hanno avuto un’intensità senza precedenti nella storia venezuelana: è stato trenta volte superiore – ripeto: trenta volte superiore – a quello che scosse fin nelle fondamenta la città di Caracas nel 1967.

La devastazione materiale è sotto gli occhi di tutti e con essa l’elevato numero di vittime umane, le cui cifre difficilmente si conosceranno con certezza prima delle prossime settimane.

Nonostante ciò, la destra mondiale, fedele al suo carattere reazionario e necrofilo e al suo tradizionale disprezzo per la verità, ora accusa il governo di Delcy Rodríguez di non disporre degli elementi necessari per assistere adeguatamente le vittime e i sopravvissuti della terribile catastrofe.

Da qui piovono le denunce contro il chavismo come presunto “stato fallito”, ma le canaglie omettono di dire che se ci sono stati problemi nell’affrontare le conseguenze del doppio terremoto – mancanza di attrezzature come ruspe o altri macchinari pesanti, forniture mediche, ospedali ben riforniti, eccetera – ciò è dovuto ai dieci anni di sanzioni e ostacoli commerciali e finanziari di ogni tipo con cui il Venezuela è stato aggredito dal momento in cui nel marzo del 2015 il falso Premio Nobel per la Pace 2009 Barack Obama proclamò, con imperdonabile perfidia, che il governo bolivariano rappresentava una “minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”.

Le conseguenze di questa politica, aggravata durante la prima amministrazione Trump (2017-2021), furono catastrofiche, nel senso più stretto della parola. Le restrizioni imposte alla commercializzazione del greggio e i veti all’importazione di attrezzature e pezzi di ricambio per l’industria petrolifera hanno prodotto un crollo senza precedenti delle entrate generate dalla statale PDVSA.

Se nel 2012 le esportazioni petrolifere avevano raggiunto un picco di 93 miliardi di dollari, dopo le sanzioni iniziate da Barack Obama e potenziate dal primo Trump, queste scesero nel 2020 a 4,2 miliardi di dollari, cioè meno del 5 per cento di quanto ottenuto 8 anni prima! La guerra economica condotta con spietata intensità ha gravemente colpito le entrate dello Stato, indispensabili per finanziare le politiche pubbliche e naturalmente il benessere collettivo della società e il reddito dei lavoratori. Gli sforzi e la creatività del governo chavista presieduto da Nicolás Maduro sono riusciti in parte a mitigare questa situazione, portando il livello delle esportazioni a circa 18 miliardi di dollari, ben al di sotto della tendenza storica precedente al blocco ordinato da Washington.

Questo criminale attacco economico ha prodotto il definanziamento dei servizi sociali forniti dallo stato chavista in materia di salute, istruzione e settori correlati e il conseguente deterioramento del livello medio di retribuzione salariale del pubblico impiego.

Uno studio sull’impatto delle sanzioni economiche in Venezuela condotto da Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs nell’ambito del Center for Economic and Policy Research di Washington DC conclude che le sanzioni “hanno causato più di 40.000 morti tra il 2017 e il 2018”. Queste sanzioni, proseguono gli autori, “rientrerebbero nella definizione di punizione collettiva della popolazione civile” e non solo violano la legalità internazionale ma anche la stessa legislazione statunitense.

Per concludere, è ovvio che un governo attaccato con tanta ferocia e per così tanto tempo incontri difficoltà nell’affrontare una mostruosa combinazione di due tremendi terremoti.

Ma bisogna guardare alle cause e queste risiedono, fondamentalmente, negli effetti devastanti del blocco che il governo degli Stati Uniti ha decretato contro il Venezuela e, da oltre sei decenni, contro Cuba. Il blocco è genocidio, pulizia etnica, crimine contro l’umanità, qualcosa che i sinistri e mendaci pappagalli mediatici della destra e dell’imperialismo si incaricano di nascondere per poter così incolpare le vittime degli orrori inflitti loro dai propri carnefici.

Confidiamo che prima o poi sia il Venezuela che Cuba possano voltare pagina su questo orribile capitolo della storia dell’imperialismo.

Fonte

La rete israeliana che controlla i minerali congolesi

Non è un mistero che Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo morto suicida in una cella di Manhattan nel 2019, fosse molto più di un semplice miliardario con un’isola privata e un giro di prostituzione minorile.

Da tempo, su InsideOver, abbiamo raccontato i suoi profondi legami con l’intelligence israeliana, con l’ex premier Ehud Barak e con quell’universo di potere che incrocia servizi segreti, finanza e politica internazionale.

Oggi, un’inchiesta esplosiva di Drop Site News getta nuova luce su un aspetto finora rimasto nell'ombra: il ruolo di Epstein e della sua rete israeliana nel plasmare il commercio di minerali di una delle regioni più insanguinate del mondo, la Repubblica Democratica del Congo, uno dei paesi più ricchi al mondo per risorse minerarie, tra cui Cobalto, Rame, Coltan.
 
Epstein, Barak e il Congo

Documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia statunitense e una serie di email hackerate dalla casella di posta di Barak, pubblicate dall’organizzazione no-profit Distributed Denial of Secrets, rivelano che l’ex primo ministro israeliano e il finanziere pedofilo hanno collaborato strettamente, dopo le dimissioni di Barak da ministro della Difesa nel 2013, per mettere le mani sulle risorse minerarie, petrolifere e del gas dell’Africa.

Epstein non era solo un facilitatore di incontri tra potenti. Come abbiamo già documentato, era un asset, un freelance al servizio di Tel Aviv. Nella transizione di Barak dal mondo militare istituzionale a quello privato, Epstein giocò un ruolo chiave, confezionando servizi di intelligence privati e vendendoli a Stati di polizia in tutto il mondo.

Insieme, i due uomini commercializzavano prodotti di sorveglianza e sicurezza a governi stranieri impegnati a «stabilizzare» conflitti civili. E quale terreno migliore dell’Africa, dilaniata da guerre e ricca di materie prime, per trasformare il caos in flusso di cassa?

Come scrisse lo stesso Epstein a Barak in un’email del 2014: «Con i disordini civili che esplodono in Ucraina, Siria, Somalia, Libia e la disperazione di chi è al potere, non è questo perfetto per te?». Barak rispose: «Hai ragione in un certo senso. Ma non è semplice trasformarlo in un flusso di cassa». Eppure, quel flusso di cassa arrivò. E arrivò dai conflitti stessi.

“Tier One Strike Force” israeliana

Barak, secondo quanto riporta Drop Site News, attinse alla sua rete di contatti nell’intelligence israeliana per espandere i propri affari in Africa, coinvolgendo un nome di peso: Danny Yatom, ex direttore del Mossad (1996-1998), divenuto in seguito consulente per la sicurezza di Barak e poi parlamentare dello Yisrael Beiteinu fino al 2008.

Dopo la politica, Yatom è diventato un contractor privato, consulente per diverse società di sicurezza, tra cui la Global Strategic Group, una piccola società attiva in Africa centrale e guidata da veterani dei servizi segreti israeliani.

Ed è proprio la Global Strategic Group ad essere al centro della vicenda congolese. Una proposta per una «Night Warfare Special Operations Unit», contenuta nella posta di Barak e marcata come classificata, rivela che l’azienda di Yatom addestrò un’unità di forze speciali d’élite nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, ricche di minerali, nel 2013.

Il programma creò una Tier One Strike Force di 150 uomini, addestrata per incursioni notturne, imboscate, antiterrorismo, salvataggio di ostaggi, operazioni di cecchinaggio e azioni dirette. Un’unità che, secondo Yatom, contribuì a ribaltare le sorti del conflitto contro il ribelli dell'M23 (Movimento 23 Marzo) nel Kivu settentrionale.

La diplomazia parallela delle risorse

Mentre le forze israeliane addestravano i militari congolesi nelle colline del Kivu, un altro canale si apriva. Le email mostrano che Epstein chiese al suo stretto collaboratore emiratino, Sultan Ahmed bin Sulayem, presidente del colosso logistico DP World, di organizzare un incontro con l’allora presidente congolese Joseph Kabila.

L’obiettivo? Investimenti in miniere, petrolio, gas e infrastrutture di trasporto. «Vuole darci investimenti in miniere, petrolio e gas» scrisse Sulayem a Epstein nel maggio 2013.

Epstein, insomma, non si limitava a fare da tramite per Barak. Era un attore a tutto tondo, in grado di muovere fili che andavano dalla sicurezza militare agli affari multimiliardari. Nel 2018, l’anno prima della sua morte, era già coinvolto in una complessa diplomazia parallela sulle sanzioni del Tesoro americano contro un magnate minerario israeliano, Dan Gertler.

Ma come abbiamo già osservato su InsideOver, i legami tra Epstein e l’apparato di sicurezza israeliano – e in particolare con Barak – non si fermano al cuore dell’Africa. Una serie di email, sempre rese pubbliche dal Dipartimento di Giustizia, rivela che il governo israeliano ha installato e gestito un sistema di sicurezza e sorveglianza in un appartamento di Manhattan al 301 East 66th Street, un edificio di proprietà di una società legata al fratello di Epstein, Mark, ma di fatto controllato da Jeffrey. L’appartamento era utilizzato frequentemente dall’ex premier Ehud Barak durante i suoi soggiorni a New York.

L’operazione, partita all’inizio del 2016 e protrattasi per almeno due anni, ha visto funzionari della missione permanente israeliana alle Nazioni Unite coordinarsi direttamente con lo staff di Epstein. Rafi Shlomo, allora responsabile della protezione presso la missione israeliana e capo della sicurezza di Barak, gestiva personalmente l’accesso all’appartamento, effettuando controlli su visitatori, addetti alle pulizie e dipendenti di Epstein.

Le email mostrano scambi dettagliati: la moglie di Barak, Nili Priell, discuteva con l’assistente di Epstein l’installazione di sensori sulle finestre e sistemi di controllo remoto. E lo stesso Epstein autorizzò personalmente i lavori, bucando i muri per installare le apparecchiature. Come scrisse l’assistente di Epstein: «Jeffrey dice che non gli danno fastidio i buchi nei muri, va tutto bene!».

L’inchiesta di Drop Site News sugli affari in Africa di Epstein conferma ciò che su InsideOver abbiamo sempre sostenuto: Jeffrey Epstein non era un semplice finanziere e predatore sessuale con molti soldi. Era un uomo di potere con un rapporto organico con lo Stato di Israele e il suo apparato di sicurezza.

Non necessariamente un agente del Mossad, come alcuni hanno ipotizzato, ma sicuramente un asset, un facilitatore, un uomo di fiducia sempre pronto a mettere la sua rete di contatti e la sua intelligenza finanziaria al servizio di Barak, uno degli uomini più potenti di Tel Aviv.

Fonte

«Poveri ma bellici»: il gran pasticcio della discussa corsa al riarmo

Bruxelles, la guerra sulla difesa

«Il caos scoppiato ieri a Bruxelles sul programma di riarmo «Safe» ha messo a nudo un intruglio micidiale di incertezze burocratiche e tensioni politiche che sta dividendo sia la Commissione Europea che il governo italiano, in particolare il ministro della Difesa Guido Crosetto e il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti». L’accusa del Manifesto è netta e senza scorciatoie. Il Governo, che aveva prenotato 14,9 miliardi nell’agosto 2025, non ne ha ancora deciso l’attivazione. Ora l’Unione europea bottegaia: l’Italia ha ancora «un mese di tempo» per decidere cosa vuole fare dei fondi del programma e poi quel denaro verrà ridistribuito tra gli altri partecipanti. Ma anche sulla difesa, l’Italia litiga in casa.

Cos’è SAFE, Security Action For Europe

Una invenzione politico finanziaria Ue per mettere in campo fino a 150 miliardi in prestiti per l’industria militare (15 ne ha chiesto l’Italia, poi ridotti a 5), ma il faraonico progetto di riarmo appena alla sua nascita sembra sia precipitato in un paradosso in cui nemmeno il commissario agli Affari economici Valdis Dombrovskis ne conosce con esattezza i termini e le scadenze, l’accusa. Interpellato ieri il commissario ha ammesso: «Devo fare un controllo con i colleghi sulla scadenza specifica per questi programmi che sono già in corso di definizione e i Paesi stanno già firmando accordi». Eppure, sul sito ufficiale della Commissione la data limite per quantificare le richieste è fissata al 29 luglio, mentre fonti comunitarie hanno avvertito che senza una firma rapida i 14,9 miliardi ‘opzionati dall’Italia’ verranno indirizzati altrove.

Bruxelles ora preme su Roma

Dombrovskis incerto non sa bene cosa stia accadendo, ma il portavoce Ue Thomas Regnier alza il tiro su Roma: «Il tempo è essenziale. Incoraggiamo tutti gli Stati membri che ancora non l’hanno fatto, compresa l’Italia, a procedere rapidamente alla firma degli accordi di prestito. Perché dobbiamo aiutare l’industria europea della difesa ad aumentare il ritmo». Ed ecco che per il governo nazionale la spinta europea verso l’economia di guerra è un’altra insidia che si aggiunge a Donald Trump che attacca la premier anche sul piano personale con la sua ormai tipica grossolanità maleducata. Ma un contro sono i proclami politici, e altro i conti economici veri. La tenaglia dei rigidi vincoli di finanza pubblica imposti dal patto di stabilità.

Il riarmo diventa ferita politica

Giorgetti chiarisce che, mentre Crosetto spinge per non perdere i prestiti Ue, ogni aumento di spesa strutturale richiede passaggi complessi: «È diverso il tema dell’aumento delle spese della difesa che richiedono uno scostamento di bilancio che non può essere deciso solo dal governo, né dal ministro dell’economia, ma come dice la Costituzione dal parlamento ed è quello che sarà fatto nei prossimi mesi, a settembre presumibilmente». Altro rinvio, scivolando verso ‘data da destinarsi’ e – speranza politica di una parte governativa –, verso l’oblio. Con un colpo di coda ‘scorpionesco’: «Come ministro devo valutare se questi 15 miliardi di Safe come debito costano di più o di meno rispetto al rendimento dei titoli di Stato (Btp). Se costano meno li prendo».

Per i colossi delle armi?

Per i colossi delle armi gli affari continuano anche senza i fondi Ue, sottolinea la stampa internazionale anche per contro della parte italiana del settore. E Leonardo esce allo scoperto con Lorenzo Mariani, nuovo amministratore delegato: «Noi ci tariamo sempre su quello che è il bilancio della difesa e sappiamo che abbiamo determinati progetti già in corso e coperti dai fondi ordinari. Se il Safe sarà qualche cosa in più, sono sicuro che ci saranno dei programmi che potranno essere addirittura anticipati, altrimenti continuiamo sulla linea dei programmi già lanciati. Partendo da Michelangelo Dome».

Spunta il ‘Michelangelo Dome’

Tra fantascienza tecnica e fantapolitica. Michelangelo Dome: «Sistema difensivo che vede la cooperazione di forze di terra, mare, aria, spazio e cybersicurezza interconnessi da satelliti che vengono coordinati da personale militare con il supporto dell’intelligenza artificiale», provano a spiegare, non rassicurando. Proposta Leonardo come sistema di difesa comunitario dell’Unione Europea per operare con ‘la costellazione satellitare IRIS’, con future basi spaziali, con il futuro programma di stazione orbitante europea e il progetto di base lunare permanente in cui Leonardo è direttamente coinvolta.

Fonte

Congresso Antisionista a Dublino. “Decolonizzare la Palestina”

Aprendo il suo discorso programmatico al Secondo Congresso Ebraico Antisionista a Dublino, lo storico israeliano Ilan Pappé ha ammesso che, dopo più di quattro decenni di attivismo, si era spesso chiesto se un movimento antisionista specificamente ebraico fosse davvero necessario.

Dopo tutto, ha riflettuto, la lotta per la Palestina non dovrebbe mai dipendere dall’identità religiosa o etnica.

“Ciò di cui abbiamo bisogno è una voce universale per la Palestina”, ha detto Pappé durante il suo intervento. “A chi importa se sei ebreo, musulmano o cristiano? Se sei un essere umano con un briciolo di decenza, come puoi rimanere indifferente alla sofferenza del popolo palestinese?”

Eppure, ha riconosciuto, i recenti sviluppi politici lo hanno convinto che una distinta voce ebraica antisionista rimanga indispensabile – non perché gli ebrei abbiano una responsabilità morale maggiore degli altri, ma perché il giudaismo continua a essere invocato per giustificare le politiche di Israele e mettere a tacere le critiche nei loro confronti.

Facendo riferimento alla nomina di un importante lobbista filoisraeliano come consigliere capo del prossimo primo ministro britannico, Pappé ha sostenuto che se queste reti di lobbying possiedano o meno l’influenza straordinaria che spesso viene loro attribuita è quasi secondario. Ciò che conta politicamente, ha detto, è che i governi credano che ce l’abbiano.

Questa percezione, ha sostenuto, continua a plasmare la politica occidentale, dove le accuse di antisemitismo vengono sistematicamente strumentalizzate per proteggere Israele da qualsiasi responsabilità, nonostante le prove schiaccianti che documentano occupazione, apartheid e genocidio.

“Questo è anormale”, ha detto Pappé. “È ingiusto. È immorale”.

Per questa ragione, ha sostenuto, gli ebrei antisionisti hanno una responsabilità particolare nel demolire l’idea che il sionismo rappresenti il giudaismo stesso.

“Se non riusciamo a sfidare l’idea che il sionismo rappresenti l’unica espressione autentica del giudaismo”, ha avvertito, “non dovremmo sorprenderci se altri alla fine concluderanno che questo è ciò che il giudaismo stesso rappresenta”.

La solidarietà inizia dall’ascolto

Sebbene gran parte del suo intervento si sia concentrato sullo sfidare le narrazioni politiche dominanti, Pappé è tornato ripetutamente a un principio più semplice: la solidarietà inizia dall’ascolto dei palestinesi, piuttosto che dal parlare per loro.

“Questo Congresso è dedicato all’azione”, ha detto, riferendosi al suo tema, Dalle parole ai fatti. “La solidarietà non consiste nel dire ai palestinesi di cosa hanno bisogno”.

Invece, ha sostenuto, sono gli stessi palestinesi a dover definire le priorità del movimento di solidarietà internazionale.

“Il nostro ruolo è ascoltare”, ha detto Pappé, esprimendo preoccupazione che anche all’interno dei circoli progressisti, le autentiche voci palestinesi siano ancora troppo spesso emarginate da quelle che ha descritto come persistenti presupposti coloniali – e talvolta islamofobi.

“Il palcoscenico appartiene ai palestinesi”, ha insistito, “non solo per descrivere la loro sofferenza – ma per articolare la loro visione politica”.

Questa responsabilità, ha sostenuto, si estende oltre il lavoro di solidarietà immediato.

Gli ebrei antisionisti devono anche continuare a smantellare due narrazioni che rimangono profondamente radicate nelle società occidentali: l’affermazione che il sionismo sia l’espressione naturale del giudaismo e l’asserzione che l’antisionismo sia intrinsecamente antisemita.

Entrambe, ha detto, richiedono un’educazione storica sostenuta piuttosto che slogan politici.

“Questo richiede pazienza”, ha osservato Pappé. “Richiede educazione. Richiede lavoro storico”.

Queste conversazioni, ha sostenuto, devono andare oltre il pubblico già favorevole alla Palestina e raggiungere le persone comuni la cui comprensione del conflitto è stata in gran parte plasmata da decenni di mitologia politica.

Andando oltre il presente, Pappé ha dedicato gran parte del suo intervento a quella che ha descritto come la responsabilità storica irrisolta dell’Europa nei confronti della Palestina.

L’ordine internazionale stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha sostenuto, si presentava come universale attraverso istituzioni come le Nazioni Unite e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Eppure le persone che hanno progettato quell’ordine erano quasi esclusivamente rappresentanti delle potenze coloniali, mentre il mondo colonizzato è rimasto assente dal dialogo.

Questa omissione, ha suggerito, è diventata decisiva quando l’Europa ha affrontato quella che chiamava “la questione ebraica”.

“Quando quegli stessi leader hanno affrontato quella che chiamavano ‘la questione ebraica’, quasi nessuno di loro ha proposto la soluzione ovvia”, ha detto Pappé. “Quasi nessuno ha detto: ‘Invitiamo gli ebrei d’Europa a tornare in Europa’”.

Invece, ha sostenuto, i governi europei hanno abbracciato la colonizzazione sionista in Palestina, trasferendo le conseguenze di secoli di antisemitismo europeo su un popolo che non aveva alcuna responsabilità per quei crimini.

La Germania, ha detto, occupa un posto centrale in questa storia.

Contrariamente alla narrazione dominante del dopoguerra, Pappé ha sostenuto che la Germania “non è stata denazificata” in alcun senso politico significativo. Invece, ha detto, la relazione del paese con Israele è diventata un sostituto per affrontare le strutture più profonde che avevano prodotto il nazismo e l’antisemitismo.

Secondo Pappé, le riparazioni del dopoguerra fecero più che compensare i sopravvissuti all’Olocausto. Aiutarono anche a costruire l’apparato militare israeliano, mentre il successivo sostegno politico e militare tedesco – incluso l’assistenza che rafforzò le capacità strategiche di Israele – cementò una relazione che continua a plasmare la politica europea odierna.

“Questa relazione storica plasma ancora la politica contemporanea”, ha detto, sostenendo che l’Europa “non ha mai veramente fatto i conti con le conseguenze dell’esportazione dei propri crimini storici sul popolo palestinese”.

Per Pappé, riconoscere questa storia non significa immaginare che gli ebrei israeliani dovrebbero in qualche modo tornare in Europa. Piuttosto, richiede che l’Europa riconosca che i palestinesi hanno pagato il prezzo per crimini commessi in un altro continente.

Recuperare un’altra storia dimenticata, ha continuato, è altrettanto importante.

Molto prima del sionismo, la Palestina faceva parte di un più ampio mondo arabo in cui musulmani, cristiani ed ebrei vivevano insieme nonostante le inevitabili tensioni e disuguaglianze.

“C’era una presenza ebraica in Palestina”, ha ricordato Pappé. “C’erano ebrei arabi”. Quasi nessuno, ha detto, credeva che il futuro richiedesse uno stato esclusivamente ebraico.

Questa storia di convivenza fu frantumata dal colonialismo e dal sionismo, ma rimane ancora oggi una delle sfide più forti ai fondamenti ideologici dello stato israeliano.

“Recuperare la storia della vita ebraica araba”, ha sostenuto, “è uno dei modi più potenti per smantellare la mitologia sionista”, perché dimostra che la convivenza esisteva prima dell’intervento coloniale – e quindi può esistere di nuovo.

Tornando al tema centrale del suo intervento, Pappé ha respinto l’idea che il nazionalismo o la supremazia etnica possano mai costituire una risposta significativa a secoli di antisemitismo.

“La più grande risposta all’antisemitismo oggi”, ha concluso, “è la decolonizzazione della Palestina”.

Questo, ha sostenuto, richiede lo smantellamento del sionismo “come progetto politico coloniale” consentendo ai palestinesi di vivere come persone libere “sulla propria terra”.

Fonte

Berlino-Kiev-Tel Aviv: triangolo bellicista per produrre missili a lungo raggio

La Germania del cancelliere Merz ha detto di voler sviluppare l’esercito più potente d’Europa (che non ci stancheremo mai di ribadire essere cosa diversa dal costruire un esercito europeo), prima di consegnarlo probabilmente nelle mani dei fascisti di AfD, alle prossime elezioni. La sua logica di riarmo unisce perfettamente il cuore dell’imperialismo europeo con due stati che hanno fatto della guerra due elementi costitutivi.

Infatti, secondo documenti interni del ministero della Difesa tedesco visionati da Politico, Berlino ha avviato contatti diretti con startup e aziende sia israeliane che ucraine per l’acquisizione rapida di missili da crociera a lungo raggio e a basso costo. La decisione risponde alla necessità emersa dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha deciso di bloccare il dispiegamento pianificato di una propria unità militare equipaggiata con missili Tomahawk sul suolo tedesco.

Il pantano in cui si è cacciata la Casa Bianca in Iran ha sostanzialmente drenato le scorte di armamenti e munizioni stelle-e-strisce: stando alle analisi del Washington Post, nell’aggressione alla Repubblica Islamica sarebbero stati usati a oggi 850 Tomahawk. Berlino ha allora deciso di guardare altrove, e di approfittarne per sviluppare un programma missilistico nazionale, autonomo dagli Stati Uniti.

Quel che insegnano queste indiscrezioni è che qualsiasi avanzamento sul terreno del riarmo da parte europea è strettamente collegato con l’economia israeliana del genocidio e con la continuazione della guerra sulla pelle degli ucraini. Del resto, questi due teatri di conflitto rappresentano un ottimo terreno di sperimentazione diretta di nuove tecnologie e soluzioni belliche, a cui Berlino è felice di attingere.

Tra i prodotti su cui le autorità tedesche avrebbero messo gli occhi ci sono due sistemi già sviluppati e testati sul campo dall’Ucraina, in attacchi in profondità nel territorio russo: il FP-5 Flamingo, prodotto dalla società di Kiev Fire Point (coinvolta nella profonda corruzione dei vertici ucraini), con una portata dichiarata di 3 mila chilometri, e i droni-missili Bars.

Secondo quel che ha riportato il Financial Times, il colosso della difesa tedesco Diehl Defence, noto per il sistema di difesa aerea IRIS-T, ha già avviato trattative preliminari con Fire Point per produrre il Flamingo direttamente in Germania (così da immettere anche un po’ di linfa produttiva nel sistema industriale tedesco in crisi).

Il vero punto di forza di queste armi è il prezzo: circa 500 mila dollari a unità, ossia un quinto rispetto ai 2,5 milioni necessari per un singolo Tomahawk. Un vantaggio competitivo enorme, dato che l’esperienza delle ultime guerre imperialiste ha mostrato come i sistemi a basso costo siano uno strumento fondamentale per saturare le difese aeree e anti-missile dell’avversario.

Berlino però non intende slegarsi completamente dal complesso militare-industriale statunitense, anche solo per il fatto che anch’esso è sempre più integrato con quello israeliano. Infatti, la Germania avrebbe presentato una richiesta formale anche a Covenant, una startup israeliana di tecnologia militare fondata nel 2024 da Michael Kaufman, ex investitore di Thiel Capital.

Politico scrive che l’impresa è stata creata proprio con “l’obiettivo di costruire un ecosistema di fornitura europeo autonomo e linee di produzione in Germania e nel Regno Unito”, ma allo stesso tempo Covenant ha raccolto centinaia di milioni di dollari di investimenti da colossi della Silicon Valley, compreso il Founders Fund guidato proprio da Peter Thiel.

La startup sta sviluppando un sistema missilistico denominato Anthem, i cui test sul campo in Israele vedranno la partecipazione diretta di osservatori militari tedeschi. Quello che viene ovviamente taciuto è che tali tecnologie sono sviluppate dallo stato sionista come parte del suo progetto di continua espansione a discapito dei suoi vicini.

La diversificazione dei fornitori, per la Germania, si inserisce in un piano più ampio del ministero della Difesa per dotare la Bundeswehr di capacità di attacco in profondità entro i prossimi dieci anni, che dovrebbe vedere anche lo sviluppo di un missile da crociera ad alte prestazioni da produrre insieme con il Regno Unito.

Al solito, la motivazione portata a giustificazione di questa corsa al riarmo è lo sbandieramento propagandistico del “pericolo” russo, che è rappresentato dai missili Iskander e Oreshnik. Ma la realtà è quella di un riarmo pensato esattamente come strumento per un salto di qualità europeo nella competizione globale.

Questo passo in avanti è strettamente connesso alla trasformazione dell’Ucraina in un grande laboratorio e stabilimento bellico, soluzione gradita anche a Zelensky per salvarsi da una pace che decreterebbe la sua fine. Per quanto riguarda Israele, è stato lo stesso ministro della Difesa Israel Katz a dirlo: l’export militare è uno strumento per “promuovere gli obiettivi di politica estera” dello stato genocida. Servono altri motivi per lottare contro il riarmo europeo?

Fonte

29/06/2026

Le Monografie di Frusciante: Oliver Stone (Luglio 2024)

Israele demolisce accordi e case, Usa nel pallone

Non è complicato capire perché il processo di de-escalation in Medio Oriente sembra essersi bloccato nuovamente dopo la firma del “memorandum of understanding” in Svizzera.

Sul piano strettamente militare c’è stato un “colpo non identificato” che ha raggiunto una nave in transito nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti ne hanno attribuito la responsabilità all’Iran, che però non ha rivendicato, contrariamente al solito.

Tanto è bastato a Washington per lanciare una serie di attacchi aerei contro postazioni iraniane intorno a Hormuz. Tehran ha risposto come da manuale con missili e droni contro le basi Usa in Bahrein (c’è la sede della Quinta Flotta) e in Kuwait.

Seguono minacce tonitruanti di Trump e gelide avvertenze iraniane, che hanno però il merito di far capire l’oggetto del contendere.

Dopo aver ricordato che “qualsiasi interferenza da parte di soggetti diversi dall’Iran nella gestione dello stretto comporterà un ritardo nella sua riapertura e un aumento del livello di tensione nella regione”, il ministro degli esteri Araghci – in visita a Baghdad – ha invitato gli Stati Uniti “a frenare l’entità sionista, che continua la sua aggressione contro il Libano”, sottolineando che, secondo il primo punto del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, Washington deve “convincere” Tel Aviv a ritirarsi dal Libano in tempi accettabili.

Gli Usa, però, hanno condotto una trattativa ridicola con alcuni esponenti libanesi dichiaratamente sionisti, oltre che con lo stesso Israele, raggiungendo un presunto “accordo” che lascia le cose come stanno ora e dichiara esplicitamente di voler “disarmare Hezbollah”. Che non è soltanto l’unica forza in grado di opporre una resistenza all’espansionismo di Tel Aviv, ma anche la principale componente sociale e politica che sembra interessata sul serio a garantire la sovranità del Paese. Ma che proprio per questo non è stata neanche consultata.

Il sito statunitense Axios – che affida sempre la narrazione sul conflitto mediorientale all’ex ufficiale della famigerata Unità 8200 dell’Idf, Barak Ravid – ammette che il presunto “accordo libanese” “sembra anche contraddire alcuni degli intendimenti raggiunti tra Stati Uniti e Iran in Svizzera, e potrebbe quindi complicare quella fragile tregua”.

Ma il problema sarebbe stato causato dall’altro accordo – il “MoU” tra Usa e Iran – con cui Teheran “è riuscito a inserire la situazione in Libano nelle sue trattative con gli Stati Uniti nelle ultime settimane”.

Un testo che l’ambasciatore israeliano Yechiel Leiter – incaricato di gestire i rapporti con Washington sulla questione libanese – ha definito subito “un disastro ferroviario”.

La ragione è semplice: quel “memorandum invita le parti a rispettare un cessate il fuoco in Libano e a garantire l’integrità territoriale del paese, che è invece attivamente minata dall’occupazione israeliana in corso nel Libano meridionale”.

In parole povere: Israele non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal territorio libanese sotto il suo controllo ed anzi vorrebbe spingersi ancora più in là, come del resto sta facendo in Siria, occupando ora anche le campagne intorno alla città di Daraa.

Una volta precisato il contesto e gli interessi contrastanti non ci vuole molto ad immaginare che il “colpo non identificato” che ha messo in moto il doppio scambio di cortesie militari tra Iran e Usa intorno ad Hormuz abbia un responsabile chiaro: il governo Netanyahu, che peraltro aveva già spedito un po’ di truppe negli Emirati Arabi Uniti e largheggia in operazioni false flag.

Quel che rende la gestione statunitense della “doppia trattativa” un delirio senza capo né coda è esattamente la “condiscendenza” nei confronti di Israele, che diventa insormontabile al tavolo libanese e invece “riducibile” su quello iraniano.

Sembra evidente che a Washington non c’è alcuna chiarezza strategica e quindi si sovrappongono posizioni e iniziative decisamente contraddittorie.

Sembrano pesare anche le differenti ambizioni e posizioni del segretario di Stato “Narco” Rubio – che ha prodotto materialmente il pasticcio libanese – e del vicepresidente J.D. Vance, esponente autentico dell’immaginario “Maga” che considerava la guerra all’Iran quanto meno una stupidaggine ma, soprattutto, considera Israele un alleato come tanti altri (gli europei, per esempio) e quindi da rimettere al suo posto quando gli interessi Usa entrano in contraddizione con quelli di Tel Aviv.

Una confusione che facilita ovviamente ogni manovra diversiva che abbia come obbiettivo il prolungamento della guerra sull’intero scenario mediorientale. La tela tessuta da Pakistan e Qatar con l’Iran viene sciolta di notte nel lavorio mafioso tra la Casa Bianca e Tel Aviv, con il popolo libanese costretto a pagarne il prezzo.

Fin quando gli Stati Uniti non sceglieranno con chiarezza tra una qualche pace in Medio Oriente (per garantire che l’economia mondiale non subisca altri colpi, non certo per bontà d’animo) e l’appoggio incondizionato all’espansionismo illimitato di Israele – unico Stato al mondo a non avere e non volere confini certi, riconosciuti internazionalmente –, pateticamente giustificato con “verità bibliche”, la situazione non potrà cambiare.

La pace implica l’imbavagliamento duraturo del sionismo genocida, il contrario significa guerra senza limiti. Già ad aprile, ricordiamo, la frustrazione israelo-statunitense nel non riuscire a raggiungere gli obbiettivi dichiarati aveva fatto balenare in quelle teste pazze la possibilità di usare anche l’arma nucleare.

Come se fosse possibile farlo senza conseguenze...

Fonte

Gli italiani e la guerra in Ucraina. Guerrafondai in minoranza

La campagna guerrafondaia tesa ad aumentare l’impegno militare italiano a sostegno dell’Ucraina ha guadagnato qualche punto di consenso ma resta ancora minoritaria nell’opinione pubblica. A rivelarlo è un sondaggio curato dall’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).

Rispetto alle rilevazioni di dicembre 2025, il 34% degli intervistati sostiene ancora che Bruxelles e Washington dovrebbero convincere Kiev ad accettare un accordo di pace con Mosca, anche a costo di rinunciare a parte del proprio territorio. A questi va aggiunto il 15% che è addirittura a favore di una totale interruzione del sostegno italiano all’Ucraina.

A queste posizioni si contrappongono il 23% che dichiara che Kiev vada sostenuta fino in fondo, fino alla riconquista dei propri territori, si tratta di una percentuale ancora minoritaria ma in aumento visto a dicembre era il 15%.

Contestualmente, c’è il 51% degli intervistati che vorrebbe ripristinare le forniture di gas dalla Russia, sia dopo un eventuale cessate il fuoco (27%) che senza (25%).

Coloro che invece si oppongono al ripristino delle forniture del gas russo sono solo il 28%, divisi tra quelli che negano in qualsiasi caso questa opzione (11%) e quelli che lo subordinano al ritiro delle truppe russe dall’Ucraina (17%).

Raccoglie entusiasmi relativi anche l’opzione dell’adesione rapida dell’Ucraina all’Unione Europea. Il 41% è a favore dell’ingresso, anche se tre quarti sostengono che per l’Ucraina non si dovrebbero fare favoritismi e si dovrebbero invece rispettare le regole e le tempistiche previste anche per gli altri aspiranti paesi membri.

Il fronte del “no” incalza però da vicino con il 34% degli intervistati che sostengono come l’adesione dell’Ucraina all’UE rappresenterebbe un rischio per i paesi membri, nonché un costo economico significativo.

Insomma, per la banda Calenda & Picierno e di tutti i volenterosi guerrafondai italiani sono risultati pesanti.

Il sondaggio dell’Ispi riguarda anche altri temi dell’agenda internazionali, dai quali emerge che nella guerra tra Usa e Iran i vincitori sarebbero i primi per il 14% e il secondo per il 22%. La grande maggioranza – il 55% – ritiene invece che non ci siano stati né vinti né vincitori.

Interessante il dato per cui il 36% ritiene che Usa e Ue dovrebbero “ostacolare il governo israeliano” mentre solo il 6% pensa invece che questo andrebbe sostenuto.

Il sondaggio rileva come solo il 6% ritenga che gli Stati Uniti siano oggi il principale alleato dell’Italia e il 38% pensa che “dovremmo essere più autonomi”.

E infine c’è la Cina, ritenuta dagli intervistati come un partner economico e geopolitico per il 48% e il 45% rispettivamente, mentre è ritenuta una minaccia economica dal 28% e geopolitica dal 32%.

Fonte

Sostituzioni prossime

di Roberto Fineschi

(Distopie apocalittiche in un soffocante inizio d’estate)

Chi ha dei figli adolescenti e post-adolescenti già nota la differenza. Se i secondi per preparare un’interrogazione o un esame prima leggevano dei libri (anche banalmente il manuale), i primi ormai i libri quasi neppure li aprono, ascoltano le lezioni online su youtube o chiedono all’intelligenza artificiale di fare dei riassunti e di leggerli.

Addirittura, affinché sia “meno noioso”, si può trasformare la lezione o il powerpoint o qualunque cosa sia, in un podcast dialogato che poi viene letto direttamente dalla macchina.

Se questo fa già preoccupare gente attempata come me, l’abisso è assai più profondo. Siccome la laurea (almeno in certe materie) è diventata un mero mercimonio acquistabile a prezzi ragionevoli online perché i contenuti appresi sono sostanzialmente indifferenti, nelle università fisiche che mantengono la parvenza della didattica, le conseguenze pratiche, soprattutto in triennale, sono:
1) che gli studenti vanno raramente a lezione (o non ci vanno affatto);
2) che si presentano all’esame non avendo studiato niente, o un minimo chissà come, mirando al 18. Se bocciati, dopo due volte in alcuni atenei possono chiedere che venga cambiata la commissione…

L’apparente furberia di queste procedure è appunto solo apparente, perché gli interessati sono già assai meno intelligenti dell’IA e qui sostituibili da essa senza difficoltà.

Veniamo al lato docenti: sempre più colleghi chiedono suggerimento all’IA su come preparare le lezioni, come innovare la didattica, ecc. Chiedono conferma di correzioni, argomentazioni, ecc. L’IA è veramente molto brava nel rispondere, al punto che, non appena riesca ad assumente delle fattezze presentabili in pubblico, li potrà tranquillamente sostituire. Anzi, siccome a lei si chiede costantemente e poi si esegue, nella parte progettuale la sostituzione sta già avvenendo.

Nemmeno questo tuttavia è l’aspetto più inquietante: invece che la sostituzione del discente e del docente, è il processo stesso che è diventato superfluo, non c’è più fattualmente bisogno del discente e del docente, quei processi sono di fatto già meccanizzati ed eseguibili da macchine e anche i compiti che il risultato di quell’apprendimento dovrebbe svolgere li può svolgere la macchina.

Il mondo delle macchine intelligenti è quello in cui non c’è più bisogno di schiavi (se i telai filassero da soli, se le cetre suonassero da sole, ecc.): tutto ciò è ormai realtà.

Ma la realtà è andata in verità ben oltre: non solo la poiesis, anche la praxis ormai è largamente coadiuvata dall’IA, se non sostituita (nella programmazione di guerre, politiche economiche, scelte di investimento, nella scrittura di libri, articoli, ecc.).

Marx diceva che il regno della libertà non è la semplice gestione razionale dei processi di riproduzione necessaria, ma la posizione e realizzazione di scopi liberi da quel vincolo.

L’umanità, grazie allo sviluppo del modo di produzione capitalistico, è giunta a quella soglia. In verità, è andata oltre, perché Marx lasciava alle macchine la poiesis, immaginando che agli individui liberati restasse la praxis. Invece l’IA si allarga alla praxis.

Pur utilizzando la grande macchina iperintelligente automatizzata non a fini di valorizzazione ma di riproduzione razionale (ovvero superato il capitalismo), sarà l’umanità in grado di gestire questa gigantesca libertà? O scomparirà lasciando il mondo alle cose oramai più intelligenti degli umani? O le contraddizione del capitalismo ci solleveranno dall’immaginare una risposta perché porteranno alla fine della vita sul Pianeta (almeno nelle sue forme intelligenti più avanzate)?

Leopardi diceva che non c’è alcun bisogno di dimostrare che la materia pensa, perché questa è una verità di fatto... Che i processi chimico-fisici che portano alla possibilità del pensiero e della coscienza si possano riprodurre su hardware diversi da quelli del corpo umano è davvero impossibile? E allora, che sia per autodistruzione o superamento, l’umanità è pronta a scomparire?

Il caldo soffocante fa fare brutti pensieri... quindi speriamo in una prossima, rapida diminuzione delle temperature.

Fonte

Allarme della Corte dei Conti: nella sanità manca personale, a rischio i servizi

La crisi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non è solo una questione di fondi, ma anche un problema di personale. È, in altre parole, un problema di capacità di programmare l’impiego di quei fondi per strutturare adeguati servizi per la tutela della salute. È la Corte dei Conti a lanciare l’allarme: senza un investimento su medici, infermieri e professionisti sanitari, l’intero sistema pubblico rischia il collasso.

L’avvertimento è stato lanciato dalla Corte dei Conti, discutendo il Rendiconto generale dello Stato. Le osservazioni fatte dall’organo costituzionale sono, del resto, un risultato atteso, dato che lo smantellamento del SSN è stato un obiettivo centrale dei tagli alla spesa pubblica e delle privatizzazioni selvagge, così da trasformare un diritto in un terreno di profitto.

Per quanto la nostra sanità venga considerata ancora di qualità, la Corte mette in chiaro che “non bisogna più indugiare o lesinare risorse”, perché il diritto alla salute è “centrale per definire il parametro di civiltà di un paese”. Nell’abbrutimento ideologico e culturale del capitale occidentale in crisi non sorprende, dunque, che tale diritto subisca apertamente una guerra: le liste d’attesa rimarranno intasate, la fuga verso il settore privato diventerà un esodo inarrestabile e le nuove Case di comunità finanziate dal PNRR resteranno scatole vuote.

I dati sono complessi da leggere, e possono trarre in inganno. Nel 2025 la spesa sanitaria ha toccato i 141,54 miliardi di euro, registrando un aumento del 2,5% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, la cifra resta al di sotto dei 144 miliardi stimati inizialmente dal Documento programmatico di finanza pubblica. Il che significa che c’è già stato un definanziamento.

Il rapporto tra spesa sanitaria e PIL è inchiodato al 6,3%, e le proiezioni fino al 2029 non mostrano inversioni di tendenza, assestandosi intorno al 6,4%. Per il triennio 2027-2029 è previsto un aumento nominale del PIL maggiore rispetto a quello della spesa sanitaria, senza considerare l’impatto dell’inflazione, che nei fatti riduce la spesa effettiva di questo settore.

Il problema, però, non è solo quanto si stanzia, ma la capacità di tradurre il denaro in servizi concreti. Nonostante le risorse destinate al Ministero della Salute siano salite a 3,24 miliardi di euro (+18,3% rispetto al 2024), la capacità di spendere effettivamente questi soldi è crollata. In termini assoluti, i pagamenti totali del Ministero sono diminuiti del 5%, passando dai 2,093 miliardi del 2024 a 1,988 miliardi del 2025.

Non sorprende se si pensa ai tagli agli organici con la scusa del risparmio, indebolendo la capacità effettiva dell’amministrazione pubblica, e se si pensa anche al modo in cui questi fondi pubblici sono stati reindirizzati in funzione della speculazione privata. È in questo divario tra fondi teorici e prestazioni erogate che si inserisce, inoltre, il dramma delle liste d’attesa.

Nel 2025, la Piattaforma nazionale connessa ha registrato oltre 57 milioni di prenotazioni (33,5 milioni di esami e 24 milioni di visite). Eppure, il Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2025-2027 è in ritardo e solo due Regioni trasmettono i dati in tempo reale, mentre le altre si affidano a invii mensili, rendendo impossibile individuare tempestivamente i colli di bottiglia. Un altro evidente fallimento della regionalizzazione, invece di una sanità pianificata a livello centrale.

Per la Corte dei Conti, l’unica vera terapia d’urto passa dal reclutamento del personale. La carenza cronica di organici ha infatti generato un effetto distorsivo ed economicamente doloroso: il boom dei medici e infermieri “a gettone” reclutati tramite appalti esterni, soprattutto nei pronto soccorso.

Si tratta di una pratica dai costi esorbitanti che non solo frammenta la continuità terapeutica delle cure, ma che porta al peggioramento della qualità delle prestazioni e aumenta i rischi di danno erariale. Restano inoltre insufficienti e fortemente disomogenei gli screening oncologici, drammaticamente al palo nel Meridione e nelle Isole.

Teoricamente, la legge di bilancio 2026 autorizza le aziende sanitarie regionali ad assumere personale a tempo indeterminato nel limite di 450 milioni di euro annui, in particolare per infermieri e personale tecnico. Ma se si pensa che, sulla base di dati nazionali, la Fondazione GIMBE ha calcolato 4,7 infermieri ogni mille abitanti nel nostro paese, quando la media OCSE è di 9,5, si capisce bene che questi fondi possono al massimo alleviare leggermente le mancanze costruite in anni di attacchi alla sanità pubblica.

La solita propaganda della classe dirigente, che continua a ignorare gli interessi della maggioranza della popolazione per garantire i profitti, e per pagare il riarmo. In questo caso, la massima cubana “medici e non bombe” appare adattissima anche al Belpaese.

Fonte

Gli squali che fingono di rappresentare il Libano

Non c’è nessun governo libanese ad aver firmato un “accordo quadro” con Israele, e di conseguenza non esiste nessun accordo, perché gli accordi si fanno almeno in due, trovando un compromesso tra posizioni conflittuali.

Le persone che hanno firmato questa richiesta di sottomissione non hanno alcun conflitto con Israele, e sono di fatto figure nominate dagli americani, che sempre dagli americani – i “finanziatori” quasi esclusivi delle Forze Armate Libanesi – prendono ordini. Ordini, non suggerimenti. Questa è ahimè la verità.

Nawaf Salam e Joseph Aoun, con i loro difetti e anche con i loro pregi (essenzialmente legati alla carriera che hanno fatto, soprattutto Salam come giudice), non rappresentano davvero nessuno in Libano, ed anche in questo fatto risiedono i rischi connessi alla strada che hanno imboccato. Quando dico nessuno dico che hanno meno rappresentanza del più piccolo partito cristiano. Cioè, voglio dire, un Frangieh avrebbe più consensi di Aoun.

I “negoziati” con Israele a Washington sono portati avanti dalla ambasciatrice Nada Hamadeh Mouawad – priva di qualsiasi agency e credibilità quando si tratta di rappresentare un paese multi confessionale e organizzato secondo il power sharing settario – ma nella sostanza di questo giochino volto a portare il Libano davvero sull’orlo della guerra civile e legittimare l’occupazione israeliana si occupano altre figure, oltre al governo americano e quello israeliano.

Una di queste è probabilmente Anton Sehnaoui, famoso banchiere e miliardario libanese, chairman del board del gruppo SGBL, nonché partner di Morgan Ortagus, la signora che per qualche mese è stata vice inviata speciale degli USA per il medioriente, e che proprio in quei mesi si fece fotografare mentre a Beirut stringeva la mano al presidente libanese Joseph Aoun, indossando una vistosa collana con la stella di David (regalo di Sehnaoui?).

Sehnaoui nel 2022 è stato accusato di riciclaggio di denaro, e soprattutto è abbastanza il segreto di pulcinella che – oltre ad essere un finanziatore del piccolo gruppo cristiano fondamentalista “Jnoud Al Rabb” (soldati di Dio), protagonista di varie azioni omofobe a Beirut – negli anni si sia enormemente arricchito grazie alle operazioni di ingegneria finanziaria dell’ex famigerato governatore della Banca centrale, Riad Salameh, uno dei principali o forse il principale obiettivo delle proteste antigovernative di qualche anno fa (accusato di corruzione e sotto sanzioni in Canada, Uk e Usa).

Sehnaoui è insomma uno di quei soggetti che si sono arricchiti letteralmente sulle spalle di una classe media che è scomparsa in pochissimi anni, e di una popolazione che è scivolata nella povertà mese dopo mese.

Non è però tutto: come partner e in compagnia di Morgan Ortagus, Sehnaoui lo scorso 14 aprile – a genocidio ormai ufficiale – ha partecipato a una cerimonia al Memoriale dell’Olocausto di Washington.

Non è dato sapere se volesse mantenere un profilo basso o meno ma la sua compagna, una volta preso il microfono, lo ha ringraziato per il suo “supporto al sionismo nonostante i rischi personali”, ricordando poi come Sehnaoui sia stato cresciuto dai suoi genitori secondo i “valori sionisti”. Non “ebraici” come Starmer, eh (che già li, se non sei ebreo, non si capisce bene): proprio sionisti.

E ci si sorprende dello storico atteggiamento paranoico di Hezbollah? Mi pare ci siano delle solide basi.

Sehnaoui d’altronde non ha mai fatto segreti di sostenere progetti Israelo-statunitensi, indossa la spilletta gialla degli ostaggi e ha varie volte dichiarato di essere appunto un “fiero sionista”. Anche quando il suo paese veniva bombardato da Tel Aviv – pure non lontano da dove è cresciuto da piccolo, cioè Baabda.

Questo “accordo quadro”, nella sostanza, introdurrebbe un “Gruppo trilaterale di coordinamento militare”, un teorico e parzialissimo ritiro israeliano (che non avverrà per nemmeno cento metri, a meno che la resistenza armata non aumenti) in cambio di un dispiegamento delle LAF (da decenni volutamente non equipaggiate per fare la guerra a nessuno) nelle zone dove opera Hezbollah, di cui l’Idf lamenta le azioni di resistenza armata sul proprio territorio, con Beirut che sembra correrle solertemente in aiuto.

Da un punto di vista diplomatico e anche degli sviluppi militari sul campo (che vedono le perdite israeliane in costante aumento, una leva che qualunque delegazione negoziale dovrebbe utilizzare) questa intesa sembra uno scherzo: il governo libanese non solo sembra ignorare cosa accade sul campo di battaglia tra invasori e resistenti, ma sembra preferire una lineare ed esplicita sottomissione al paese che gli sta radendo al suolo decine di villaggi, a una inclusione del Libano nei cessate il fuoco come conseguenza delle pressioni iraniane su Washington.

Follia. Patologia istituzionale.

Il punto è che da un punto di vista pratico con questo semi accordo non cambierebbe granché: nessuno nell’esercito vuole davvero scontrarsi con Hezbollah, imporgli questo o quest’altro. A partire dai soldati stessi, che per almeno un quarto sono sciiti, e magari hanno un cugino al fronte che attacca i carri armati israeliani.

Questo può valere finché Rudolph Haykal – al momento quasi la salvezza del Libano, nella sua capacità e volontà di mantenere un certo equilibrio e l’indisponibilità ad attaccare Hezbollah – rimane a capo delle Forze armate. Se, come si vocifera da mesi, lo indurranno a farsi da parte o lo solleveranno dal suo incarico, lo scenario che si aprirà sarà davvero ignoto. O meglio, rischia di essere un po’ familiare.

Ps – Personalmente attribuisco la scelta di firmare questo scempio epocale nel giorno dell’Ashura a una questione di pura sciatteria, più che alla volontà di fomentare ulteriormente divisioni.

Fonte

L’avanzata globale della repressione antisindacale

L’aumento di cinque punti percentuali delle violazioni alla libertà d’espressione e di riunione, di sei punti dei casi di aggressione violenta e di tre punti degli attacchi alle libertà civili, in particolare fermi ed arresti, contro lavoratori, lavoratrici e sindacalisti è quanto denuncia la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI – ITUC) nel suo Indice Globale dei Diritti 2026.

Pubblicato per la prima volta nel 2014, il rapporto annuale della CSI analizza la situazione dei diritti sindacali e del lavoro in 151 nazioni. Tre sono le tendenze emerse nell’analisi dello scorso anno: la persecuzione di dirigenti sindacali, l’uso di sistemi di vigilanza per controllare il personale e tracciare le attività sindacali e la mancata consultazione dei rappresentanti dei lavoratori nei processi di riforma delle legislazioni sul lavoro.

Europa ed Americhe hanno registrato la loro peggiore media di punteggio per nazione dalla prima pubblicazione dell’Indice Globale dei Diritti. Nel caso delle Americhe è passata da 3,68 a 3,72 rispetto allo scorso anno, dove la categoria 5+ indica che i diritti non sono garantiti a causa della “distruzione dello stato di diritto”, 5 che i diritti non sono garantiti, 4 che ci sono violazioni sistematiche dei diritti, 3 che tali violazioni sono abituali, 2 che le violazioni sono ripetute e 1 che sono sporadiche.

Asia Occidentale e Africa Settentrionale si confermano in cima alla lista nera assoluta delle regioni con la peggiore media di punteggio per nazione (4,68), seguiti da Asia Orientale (4,08) e Africa (3,91). In netto deterioramento e prossima alla categoria di “violazione abituale dei diritti” l’Europa, con un punteggio di 2,80.

I dieci Paesi in cui lavoratori, lavoratrici e sindacalisti soffrono maggiormente la violazione dei propri diritti sono Argentina, Bielorussia, Ecuador, Egitto, eSwatini (Swaziland), Myanmar, Nigeria, Panama, Tunisia e Turchia. Il turbocapitalismo di Javier Milei e José Raúl Mulino fanno entrare per la prima volta l’Argentina e Panama nella lista nera. Osservati speciali per l’aumento delle violazioni rispetto all’anno precedente Filippine, Guinea-Bissau, Israele, Liberia, Moldavia, USA e Zimbabwe.

Le principali violazioni colpiscono il diritto di sciopero, che non viene garantito nell’87% delle nazioni osservate, il diritto alla negoziazione collettiva (80%), alla libertà di associazione e organizzazione (75%), all’accesso alla giustizia (72%). Per quanto riguarda la libertà d’espressione e di assemblea, il rapporto evidenzia chiare violazioni nella metà delle nazioni, un dato che è raddoppiato nell’ultimo anno, mentre nel 32% di esse sono state segnalate aggressioni e atti di violenza contro lavoratori organizzati, includendo l’omicidio in almeno quattro Paesi, tra cui Colombia e Messico. Fermi e arresti di lavoratori, lavoratrici e sindacalisti vengono denunciati nelle metà (75) delle nazioni osservate. 

In generale, la condotta antisindacale e repressiva e le inadempienze e violazioni delle leggi che regolano il lavoro sono cresciute globalmente rispetto all’anno precedente, con particolare intensità nei Paesi in cui governano forze politiche ultraconservatrici e autoritarie, che promuovono modelli basati sulla radicalizzazione delle dottrine di libero mercato, con relativa riduzione dello Stato, deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro, aumento dell’esternalizzazione (outsourcing), smantellamento delle tutele e il progressivo calo di rappresentanza e potere contrattuale delle organizzazioni dei lavoratori. Tutti fenomeni che favoriscono la precarietà, l’informalità e lo sfruttamento della manodopera, specialmente quella migrante, ridotta in condizioni di semischiavitù. Segnalata anche la complicità con la criminalità organizzata e la politica corrotta.  

“C’è un’avanzata preoccupante delle destre sia in America Latina che nel mondo e ciò implica un inasprimento del modello neoliberista, con una maggiore privatizzazione dei servizi pubblici ed esternalizzazione del lavoro, licenziamenti di massa, precarizzazione e flessibilizzazione dei posti di lavoro, che conducono inevitabilmente a una limitazione crescente dell’agire sindacale”, spiega a Pagine Esteri, Fernando Espinales, presidente dello storico sindacato honduregno Stibys.

Nel mirino in questi giorni in Honduras c’è il servizio elettrico nazionale, che il governo ultraconservatore del pupillo di Trump, Nasry Asfura, sta cercando di privatizzare dividendo in tre parti l’azienda pubblica ENEE. Una manovra che segue l’approvazione di una legge che introduce e regola il “lavoro a tempo parziale”, una riedizione peggiorata della famigerata legge sull’impiego a ore, abrogata nel 2022 sotto l’impulso del governo di Xiomara Castro.

“Soprattutto nel settore pubblico hanno già licenziato migliaia di persone e decapitato i vertici dei principali sindacati, mentre la promozione di terziarizzazione, appalti e subappalti nel settore privato ha l’obiettivo di distruggere o indebolire il più possibile qualsiasi forma di rappresentanza dei lavoratori”, avverte Espinales.  

Nelle Americhe, oltre ai già citati casi di Argentina, Ecuador e Panama, troviamo anche Colombia, Guatemala e Honduras tra le nazioni in cui i diritti non sono garantiti, mentre Costa Rica, El Salvador, Perù e Stati Uniti d’America si posizionano solo un gradino più in basso, tra quelle in cui la violazione dei diritti è sistematica.

In Argentina, che nell’Indice Globale dei Diritti della CSI crolla dalla categoria 3 alla 5 in soli due anni, la riforma del lavoro promossa contro venti e maree da Javier Milei ha vulnerato pesantemente i diritti individuali e collettivi di lavoratori e lavoratrici, ma anche di pensionati e studenti. Estensione della giornata lavorativa e dei periodi di prova, facilitazione dei licenziamenti, limitazioni nel pagamento degli straordinari, dei diritti di fine rapporto e del diritto di sciopero, con la conseguente diminuzione del potere contrattuale dei sindacati. La protesta nelle piazze contro le riforme e la crisi economica e sociale è stata più volte repressa con decine di feriti e centinaia di arresti. “Dal su arrivo alla presidenza nel 2023, il presidente Milei, di estrema destra, si è messo alla testa di un programma radicalmente antisindacale, minando i diritti fondamentali dei lavoratori, le libertà civili e l’attività sindacale”, segnala il documento.

A Panama le proteste contro la legge 462, imposta dal presidente Mulino e che eleva l’età pensionabile, privatizza servizi essenziali e trasferisce fondi statali alle banche private, sono state sistematicamente represse ed è stato dichiarato lo stato d’emergenza in alcune regioni. Parallelamente sono iniziate una serie di rappresaglie contro il movimento sindacale e i lavoratori pubblici, specialmente del settore educativo, che protestavano anche contro il rilancio dell’attività estrattiva e il protocollo firmato tra Panama e Stati Uniti per favorire una maggiore presenza militare nordamericana nel Paese. Un’ondata di licenziamenti ha investito il personale docente. 

Più di 5 mila lavoratori delle piantagioni di banane della brasiliana Chiquita Brands (Cutrale-Safra), in maggioranza appartenenti all’etnia Ngäbe-Buglé, sono stati licenziati in tronco per avere partecipato a uno sciopero nella zona di Bocas del Toro. I principali dirigenti del sindacato bananero Sitraibana sono stati arrestati. Anche lo storico e combattivo sindacato della costruzione Suntracs ha subito una persecuzione feroce. I suoi dirigenti sono stati prima accusati di riciclaggio di denaro e poi colpiti da mandato di cattura, obbligandoli all’esilio. Al sindacato sono stati bloccati i conti correnti bancari e limitato l’accesso ai depositi delle quote sindacali e sono fioccate minacce di scioglimento forzato. Più di 700 tesserati sono stati arrestati o multati e più di 80 sono ancora in carcere. 

“Fin dall’inizio, Mulino ha detto chiaramente che avrebbe governato per favorire l’impresa privata ed è quello che sta facendo. I sindacati e le organizzazioni sociali sono invece ostacoli e nemici da combattere e annientare. Infatti ha represso le proteste e perseguitato organizzazioni e dirigenti con carcere e licenziamenti”, spiega a Pagine Esteri, Ismael Marín, dirigente sindacale del settore bevande (Sticp-Fuclat).

È così tanto il potere concesso agli imprenditori, assicura Marín, che si sentono in diritto di decidere se rispettare o meno i contratti collettivi e individuali, la legislazione sul lavoro, le convenzioni che Panama ha firmato a livello internazionale.

“L’unico modo per sopravvivere a questo miserabile governo, diretto dall’oligarchia con il consenso di Washington, e alla sua condotta antisindacale, è non abbassando la testa”.

Non diversa la situazione in Ecuador dove l’ultra liberista Daniel Noboa, membro di una delle famiglie più ricche e potenti del Paese, ha promosso una riforma del Codice del lavoro che flessibilizza le condizioni e i contratti, precarizza il mercato, prolunga l’orario di lavoro, impone nuovi requisiti per la registrazione dei dirigenti e l’iscrizione delle organizzazioni sindacali, modifica i requisiti per la firma e i rinnovi contrattuali e attiva meccanismi per una loro “revisione d’ufficio”.

Il rapporto della CSI segnala inoltre la promulgazione di una legge che consente la sorveglianza senza mandato, nonché l’intercettazione delle comunicazioni e la raccolta di dati privati, tipificando “le minacce” in modo sufficientemente ampio da criminalizzare le proteste sociali e l’attività sindacale. La nuova legge impone inoltre alle più di 13 mila organizzazioni sociali, tra cui i sindacati, di divulgare informazioni personali sui propri membri, pena lo scioglimento.

“Stiamo assistendo a un’erosione globale dei principi democratici, finanziata dai ricchi e portata avanti da leader politici autoritari e di estrema destra. Praticamente un colpo di stato dei multimilionari contro la democrazia. Le rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici, che dovrebbero costituire la base della democrazia, sono zittite e si constata una maggiore concentrazione di ricchezza e di potere in mano a un pugno di persone”, sintetizza il rapporto della CSI.  

Per l’organizzazione sindacale internazionale “le libertà e i diritti da cui le persone dipendono per mantenere standard di vita dignitose e condizioni di lavoro eque, sono sotto attacco da parte di una piccola minoranza focalizzata sull’accumulo di ricchezza e potere. Numerosi miliardari in tutto il mondo stanno colludendo con leader politici, spesso di destra o di estrema destra, per consolidare il potere e eliminare diritti”

Nel mirino ci sono i sindacati in quanto i lavoratori e le lavoratrici che rappresentano sono la base dei sistemi democratici e ciò che stanno difendendo sono i pilastri fondamentali della democrazia, della prosperità e della libertà. “Le tattiche variano, ma lo scopo di chi tira le fila è lo stesso: consolidare il potere e mettere a tacere la voce dei lavoratori. In questo senso – conclude la CSI – la solidarietà diventa l’unico modo che può guidare i lavoratori a superare questo colpo di stato contro la democrazia per garantire un futuro benefico a tutti e non solo per pochi potenti”.

Fonte