La situazione si complica e gli improvvisatori si moltiplicano. Da un lato abbiamo gli Stati Uniti che si vanno ripiegando sui loro equilibri interni, ormai a ridosso delle elezioni di midterm. Dall’altra l’Unione Europea alle prese con l’“abbandono” della protezione americana, che lascia loro in mano la bomba ucraina.
Se vivessimo in un mondo razionale, anziché nell’epoca in cui cala vistosamente l’egemonia occidentale sul pianeta, sarebbe abbastanza semplice pensare all’avvio di diversi processi di pace per metter fine ai numerosi conflitti che risultano ormai ingestibili e impossibili da vincere (Iran, Palestina, Ucraina, Libano, ecc.).
Ma funziona tutto al contrario. Negli Usa il Congresso ha dato un segno di vita, approvando una mozione che imporrebbe a Trump di metter fine alla guerra contro Teheran, dopo sette mesi altalenanti in cui i bombardamenti si sono fatti via via più sporadici e meno intensi, intervallati da dichiarazioni roboanti sulla vicina “vittoria”.
Anche stamattina, per dire, un costoso drone-spia è stato abbattuto dalla contraerea iraniana (quella che “non esiste più”, diceva Trump) mentre sorvolava l’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz.
Sette repubblicani si sono uniti ai “dem”, evidenziando l’insofferenza per un conflitto che ha reso evidente agli occhi del mondo la caduta di “efficienza” della macchina militare Usa, con tutte le infinite conseguenze che questo potrebbe comportare a medio termine.
Ma i dubbi crescono anche dentro l’amministrazione Trump, con il vicepresidente J.D. Vance che ha accompagnato l’ennesimo carico di armi a Israele con l’avviso: Washington non può permettere che la sua politica estera in Medio Oriente sia “subordinata allo Stato di Israele”. Che – e sembra significativo anche l’uso dei verbi al passato – “è stato un partner importante per quanto riguarda la tecnologia militare e la condivisione di informazioni di intelligence”, ma “il popolo americano ha bisogno che prendiamo una direzione diversa”.
Dopo le elezioni, sia a Washington che a Tel Aviv, ci saranno probabilmente alcune novità...
In Europa, invece, sale la febbre guerrafondaia. Invece di ragionare seriamente sugli interessi immediati dell’insieme malfermo chiamato UE – costi dell’energia moltiplicati, problemi di rifornimenti stabili, crisi economica in parte autoimposta aderendo alle “sanzioni” unilaterali Usa, crollo del modello mercantilista continentale, assenza di un arsenale nucleare anche lontanamente paragonabile a quello russo, minorità assoluta sul fronte missilistico (gli ipersonici di Mosca non sono intercettabili), ecc. – tutto l’impegno appare concentrato sull’alimentare una escalation di allarmi che sta diventando ridicola per un verso, preoccupante per l’altro.
Non passa giorno, o anche mezzo, che non venga segnalato un “drone presumibilmente russo” che sorvola le aree di confine dell’est. Mai che venga fornita una mezza prova sull’origine effettiva, anche se l’analisi dei pezzi eventualmente caduti a terra potrebbe stabilirlo in tempi rapidissimi (ogni componente reca codici stampati inequivocabili).
In un caso, sulla Lituania, si trattava di uno stormo di uccelli, e si potrebbe ironizzare pesantemente su sistemi radar che non riescono a distinguere tra volatili con piume e velivoli con bombe...
I media ormai raggruppano tutte le notizie di guasti infrastrutturali sotto la voce “guerra ibrida”. In un paese si verificano danni alle rotaie di una ferrovia? È un “sabotaggio” da far risalire a Mosca... La rete telefonica funziona male? È un “attacco ibrido”. C’è un blackout elettrico? Idem... Le elezioni vanno male per chi è al governo? Colpa delle interferenze russe...
Ultima di stamattina: «Mosca prepara omicidi mirati in Usa e Ue», copiando – presumibilmente – quel che i servizi segreti ucraini fanno da quasi cinque anni a questa parte (bombe a Mosca, al gasdotto North Stream nel Baltico, contro un socio d’affari a Montecarlo, ecc.).
L’unico “avvertimento” vero arrivato dalla Russia – il drone che con precisione chirurgica, e dopo un preavviso, ha colpito la locomotiva del treno con a bordo i “consiglieri europei”, a partire dal solito Boris Johnson che già fece fallire di accordi di Istanbul nel 2022 – è stato invece derubricato a “ci vogliono spaventare”.
Ecco, questo scarto abissale tra realtà sul campo e “messaggistica pubblica” è forse la dimostrazione più chiara della miseria politica dominante nelle classi dirigenti del Vecchio Continente. Miseria complessiva, in senso stretto, su tutti i piani che contano (realismo, valori, equilibrio, etica, responsabilità, serietà, “professionalità diplomatica”, visione strategica, ecc.).
Giustamente gli analisti più seri – Lucio Caracciolo, per esempio, – sono ormai pronti a scommettere che questi “volenterosi europei” saranno velocissimi nel girare le spalle all’Ucraina e a chiunque altro non appena realizzeranno che loro, in questo mondo teso e tetro, non contano veramente niente.
La fine dell’Occidente “uber alles” richiederebbe serietà, non spataffiate retoriche recitate con l’antica postura coloniale, come se il mondo stesse ancora lì ad attendere che qualcun altro gli porti la “civiltà” insieme a un po’ di bombe e massacri.
A partire, ovviamente, dal fatto che se vuoi vivere in pace, sarà bene parlare con le controparti. Che ormai sono tante, numerose, tecnologicamente superiori o quasi (la Cina certamente), con popolazioni sterminate, mediamente giovani, acculturate.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
16/09/2026
Saldi guerrafondai di fine stagione, si spera...
15/09/2026
Quel treno da Kiev
Una ridda di notizie contraddittorie sta coprendo quanto accaduto ad un treno colpito da un drone russo in Ucraina vicino al confine con la Polonia.
A bordo, da quanto risulta, c’erano i consiglieri per la Sicurezza di Italia, Germania, Regno Unito, Francia ma, a quanto pare, sul treno o sui treni nei dintorni c’erano anche l’ex primo ministro britannico Boris Johnson, l’ex premier svedese Carl Bildt ed anche l’ex direttore della CIA David Petraeus.
A renderlo noto è il giornale tedesco Der Spiegel, secondo cui il treno è stato fermato e parzialmente evacuato alle 5 del mattino, prima che l’emergenza cessasse.
Secondo quanto riportato dalla compagnia ferroviaria ucraina Ukrzaliznytsia, un altro treno, con a bordo l’ex direttore della CIA David Petraeus, si trovava ancora alla stazione di Yahodyn quando il drone ha colpito.
I funzionari, tutti illesi, stavano tornando da una conferenza sulla sicurezza a Kiev dal titolo ‘Yalta European Strategy’ (Yes).
Alla conferenza, secondo fonti di Palazzo Chigi, per l’Italia era presente Fabrizio Saggio, il consigliere diplomatico della Presidenza del Consiglio.
Il treno è stato colpito a circa 2 chilometri dal confine polacco e non sono state segnalate vittime né feriti. A bordo del treno su cui viaggiavano Johnson e altri funzionari europei c’erano 206 passeggeri. Il treno è stato successivamente autorizzato a proseguire verso Varsavia.
Il giornale tedesco Handesblatt ricorda come i valichi di confine ucraini verso la Polonia sono considerati una via importante per gran parte delle armi e altri beni forniti dagli alleati occidentali.
Secondo l’agenzia di stampa russa TASS, il Ministero della Difesa russo ha dichiarato che le sue forze stavano prendendo di mira “le infrastrutture ferroviarie nell’Ucraina occidentale utilizzate per il trasporto di carichi militari provenienti da paesi europei”.
È fin troppo evidente come l’attacco mirato al treno da Kyev sia stato un messaggio esplicito da parte della Russia ai “volenterosi europei” che continuano a soffiare sul fuoco del riarmo e della prosecuzione della guerra in Ucraina. In sostanza Mosca ha fatto sapere che “sappiamo dove siete e come vi muovete quando venite in Ucraina”.
È stata infatti colpita solo la locomotiva e non ci sono state vittime, ma i consiglieri europei sulla sicurezza hanno capito bene l’aria che tira.
Fonte
10/09/2026
I droni modello “stavano/per”
Si potrebbe prendere spunto dalla rissa con sparatoria avvenuta a Kiev, qualche giorno fa, tra due diversi servizi segreti – lo Sbu e il Gur – che si contendevano un collaborazionista russo. Una piccola tragedia in quella più grande, che ha prodotto anche due morti.
Pare che Olena Ivanovska, Commissaria del governo per la tutela della lingua, dopo aver attentamente studiato i video del fattaccio, abbia rimproverato entrambi i servizi segreti perché si sarebbero insultati “in una lingua straniera”. Ossia in russo, comunemente parlato da tutti gli ucraini.
Oppure potremmo parlare dello sconcerto provato da due immobiliaristi con il mattone al posto del cuore – Jared Kushner e Steve Witkoff, i due inviati personali di Trump per qualsiasi crisi – che incontrando i vertici di Kiev (dopo aver visto Lavrov a Mosca) si sono resi conto di avere davanti dei tamarri incapaci di capire quando scherzare e quando fare sul serio, quindi costitutivamente impossibilitati a condurre una qualsiasi trattativa seria.
Ma il caso del giorno è l’ennesimo misterioso drone, “certamente russo”, che in Moldavia avrebbe “quasi colpito” l’aereo che stava decollando per portare Zelenskij ad Oslo, per i funerali del re di Norvegia. A darne notizia, stranamente, è stato il premier norvegese Jonas Gahr Støre, mentre dalla Moldavia solo silenzio.
Più tardi un addetto della presidenza ucraina, ossia dello stesso Zelenskij, ha precisato che “Si è trattato di un allarme in Moldavia quando un (drone) russo è entrato nello spazio aereo moldavo e romeno”. La stessa fonte ha definito “esagerata” l’affermazione secondo cui Zelensky sia stato a rischio.
Ha chiuso il cerchio il ministro delle Finanze norvegese, Jens Stoltenberg, ex segretario generale della Nato. “Ce ne ha parlato ieri sera durante un incontro. Non oso entrare nei dettagli, ma il volo ha subito un ritardo e ci sono state delle minacce contro l’aereo. Tuttavia, non conosco abbastanza dettagli per fornire ulteriori spiegazioni”.
Di fatto, insomma, non è successo niente. Ma nessun giornale o tg occidentale si è chiesto nulla. Troppo facile titolare “un drone russo ha quasi colpito l’aereo di Zelenskij”, con contorno di lacrimevoli considerazioni sulla dura vita che conduce il presidente ucraino.
A noi, distanti migliaia di chilometri e senza “entrature” nei circoli ristretti della guerra in corso, appare chiaro che i “droni russi” sono di due tipi piuttosto diversi. Da un lato ci sono quelli che quasi ogni giorno colpiscono installazioni militari ed energetiche ucraine, ed anche qualche abitazione (la guerra elettronica e la contraerea possono cambiare significativamente le traiettorie), provocando danni e distruzione reali. In questo del tutto simili a quelli di Kiev, che fanno lo stesso con le infrastrutture civili russe.
Poi ci sono i droni del modello “stavano/per”, che colpiscono le prime pagine e i tg della sera. Appaiono e scompaiono sui cieli della Polonia, o all’aeroporto di Lipsia prima del voto in Sassonia-Anhalt, in Romania o nei paesi baltici.
Questo tipo di droni, “certamente russi”, non provocano alcun danno. Quando ce ne viene mostrato qualcuno fanno persino “tenerezza” (ne ricordiamo uno con un paio di giri di nastro adesivo sulla punta, mestamente appoggiato sul tetto in eternit di una conigliera).
O meglio: un danno lo fanno. Quello di cercare di orientare il “dibattito pubblico” in direzione del riarmo e del taglio di tutta la spesa sociale ancora in vita.
In effetti anche i droni “stavano/per” sono un’arma terribile...
P. s. Tutto come previsto sopra.
Sia fonti della presidenza ucraina sia il portavoce del governo moldavo hanno ridimensionato le affermazioni del premier norvegese secondo cui un drone russo avrebbe sfiorato l’aereo del presidente ucraino Zelensky mentre era in viaggio verso Oslo.
Il portavoce moldavo ha dichiarato in un comunicato che la Moldavia ha “chiuso il proprio spazio aereo nel pomeriggio dell’8 settembre, poco dopo le 16:30, in seguito alla violazione del proprio spazio aereo da parte di un drone russo proveniente dall’Ucraina”.
“Dopo le 17:20, le autorità hanno confermato che il drone era precipitato ed era esploso a circa 160 km dall’aeroporto internazionale di Chisinau. Le restrizioni di volo sono state quindi revocate e l’aereo del presidente ucraino è decollato, in ritardo rispetto al previsto”.
Fonte
13/08/2026
Libia - Attacchi a impianti petroliferi e autobombe
In pochi giorni la Libia è stata travolta da episodi che ne rivelano la profonda instabilità interna. A Bengasi è stato ucciso in un attentato Fawzi al Mansouri, il capo dell’intelligence militare dell’Esercito nazionale libico (Enl) del gen. Haftar che controlla la parte orientale del paese.
Ci sono poi stati degli attacchi con droni contro l’importante complesso petrolifero di Zawiya nella zona occidentale del paese. Infine ci state le dimissioni del governatore della Banca centrale, Naji Issa.
A Bengasi il generale Fawzi al-Mansouri, responsabile dell’intelligence militare delle forze guidate dal generale Khalifa Haftar, è stato ucciso con un ordigno che sarebbe stato collocato sotto il suo veicolo ed è esploso mentre il militare stava salendo a bordo dell’auto. L’attacco è avvenuto nei pressi della sua abitazione. Nessun gruppo ha finora rivendicato l’attentato e le autorità della Libia orientale hanno aperto un’indagine.
Nelle stesse ore la Libia occidentale è stata colpita da un attacco con droni che ha provocato un vasto incendio nella raffineria di Zawiya, uno dei principali impianti petroliferi della Libia. La compagnia petrolifera nazionale ha dichiarato lo stato di massima emergenza.
L’impianto di Zawiya, si trova circa 45 chilometri a ovest di Tripoli e ospita la maggiore raffineria operativa della Libia, con una capacità di circa 120 mila barili al giorno che riceve attraverso un lungo oleodotto il greggio estratto a Sharara.
Quest’ultimo giacimento può produrre circa 300 mila barili al giorno, ed è gestito dalla Akakus Oil Operations, una società partecipata dalla National Oil Corporation libica insieme alla spagnola Repsol, alla francese TotalEnergies, all’austriaca Omv e alla norvegese Equinor.
La rilevanza del collegamento con Zawiya si estende indirettamente anche al vicino giacimento di El Feel: in caso di problemi sulla condotta Sharara-Zawiya, parte della produzione di Sharara può essere deviata attraverso l’oleodotto di El Feel verso il terminale di Mellitah.
Un’interruzione prolungata del sistema potrebbe pertanto richiedere una nuova riorganizzazione dei flussi e produrre ripercussioni anche sul giacimento di El Feel, (produzione 80-90 mila barili al giorno) in gestione alla Mellitah Oil & Gas, una società paritetica tra la Noc libica e l’italiana Eni.
Al momento, tuttavia, la Noc non ha annunciato riduzioni della produzione nei due giacimenti in conseguenza degli attacchi a Zawiya. Secondo quanto appreso da “Agenzia Nova” da fonti libiche, al momento non risultano impatti sulle attività di Eni in Libia.
La sicurezza dell’impianto di Zawiya riveste un’importanza particolare anche per l’Italia, prima destinazione del greggio libico. Secondo le più recenti stime sui traffici marittimi, nel primo semestre del 2026 il mercato italiano ha assorbito circa il 45 per cento delle esportazioni petrolifere della Libia.
I dati dell’Unione energie per la mobilità (Unem), calcolati dal punto di vista delle importazioni italiane, indicano inoltre che nei primi quattro mesi dell’anno sono arrivate dalla Libia circa 5 milioni di tonnellate di greggio, pari al 26,8 per cento del totale e in aumento del 13 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025.
La Libia si conferma come il principale fornitore petrolifero dell’Italia, davanti ad Azerbaigian e Kazakhstan. Come noto, il greggio libico è particolarmente ricercato perché prevalentemente “light sweet”, più leggero e con un basso contenuto di zolfo, dunque più semplice e meno costoso da lavorare, consentendo di ottenere più agevolmente prodotti ad alto valore come benzina, gasolio e carburante per l’aviazione.
A questi vantaggi si aggiungono la vicinanza geografica alle raffinerie italiane ed europee e rotte marittime brevi, che non attraversano né lo Stretto di Hormuz né quello di Bab el Mandeb oggi al centro del conflitto scatenato da Usa e Israele contro l’Iran.
Per l’Italia il dossier Libia non è soltanto geopolitico, il paese è infatti uno dei nodi più importanti della strategia energetica italiana nel Mediterraneo.
Il legame storico e più consistente è quello con l’Eni, presente nel Paese attraverso Eni North Africa, Mellitah Oil & Gas e GreenStream. Il gasdotto GreenStream trasporta verso l’Italia il gas estratto dai giacimenti libici di Wafa e Bahr Essalam.
Nel giugno scorso l’Eni e la National Oil Corporation libica hanno avviato il Sabratha Compression Project, un intervento destinato a sostenere la produzione del giacimento offshore di Bahr Essalam. Il nuovo sistema di compressione dovrebbe consentire di recuperare circa 800 milioni di metri cubi di gas all’anno. A marzo l’Eni aveva annunciato nuove scoperte di gas in Libia per oltre 28 miliardi di metri cubi.
Il quadro che emerge da questi avvenimenti è quello di una Libia ancora in piena instabilità e profondamente divisa e questo può avere ripercussioni anche sull’Italia.
Il rischio di nuove interruzioni di approvvigionamenti energetici dalla Libia assume una dimensione strategica in quanto il mercato petrolifero è già sottoposto alle forti pressioni provocate dalla crisi di Hormuz.
Il Brent è tornato vicino ai 90 dollari al barile, dopo essere sceso sotto gli 80 dollari appena una settimana fa.
Prima della guerra statunitense contro l’Iran, attraverso lo Stretto di Hormuz transitavano oltre 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi; nel secondo trimestre del 2026 i flussi medi sono scesi a circa 4,9 milioni.
In questo contesto, la Libia rappresenta per l’Italia e per l’Europa una delle principali fonti alternative di greggio di alta qualità non dipendenti dalle rotte del Golfo. Un’eventuale compromissione del giacimento di Zawiya potrebbe dunque sottrarre al mercato barili difficili da sostituire in tempi brevi e aggiungere ulteriore pressione sui prezzi.
Ma la Libia continua a essere divisa e instabile.
A Tripoli agisce il governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Dbeibeh che deve però fare i conti con milizie e gruppi armati che competono per il controllo del territorio e delle risorse.
A est, invece, il gen. Haftar mantiene un forte controllo militare e politico sulla Cirenaica attraverso l’Esercito nazionale libico.
L’assassinio di un alto responsabile dell’intelligence militare nella Cirenaica non significa automaticamente un ritorno alla guerra civile. Ma rappresenta un segnale pesante, soprattutto perché colpisce direttamente uno degli apparati di sicurezza più importanti dell’area controllata da Haftar.
E arriva mentre il Paese dovrebbe affrontare una partita ancora più importante: quella della riunificazione delle istituzioni e delle elezioni nazionali.
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10/08/2026
02/08/2026
Distrutta una fabbrica Usa di droni. A Kiev
Un missile balistico, presumibilmente un Iskander, ha colpito lo stabilimento della Terminal Autonomy a Kiev. L’azienda è ufficialmente registrata negli Stati Uniti.
“Questo è stato il primo caso noto di truppe russe che hanno colpito un’azienda di proprietà di un’impresa americana in Ucraina”, scrive il giornale britannico The Guardian.
L’impianto distrutto produceva droni d’attacco dotati di tecnologia di intelligenza artificiale. In seguito all’attacco missilistico, le attività della fabbrica sono state completamente interrotte. Secondo quanto riportato dal giornale, né Washington né la dirigenza dell’azienda hanno commentato la distruzione della struttura.
Questo attacco faceva parte di una vasta campagna delle forze armate russe per eliminare le imprese ucraine del settore della difesa. Recentemente, il personale militare russo ha regolarmente distrutto fabbriche simili, che la parte ucraina tentava di camuffare da normali “magazzini”, aggiunge Tsargrad .
Il Ministero della Difesa russo ha riferito il 26 luglio che le forze russe hanno effettuato attacchi, anche contro un impianto di assemblaggio e stoccaggio di velivoli a pilotaggio remoto nella parte sud-occidentale di Kiev, dove, con il coinvolgimento di “specialisti di un’azienda ucraino-americana”, venivano prodotti mensilmente fino a mille UAV di vario tipo, tra cui il drone d’attacco AQ-400 Scethsi e il drone AQ-100 Bayonet e il drone da ricognizione RQ-100 Scout.
Se si partecipa ad una guerra – stiamo pensando anche alle centinaia di militari italiani spediti in Arabia Saudita per “supportare la difesa aerea anti-Iran” – si viene prima o poi colpiti, qualsiasi sia la “narrazione” imbastita per dire il contrario. La guerra è un rasoio, in effetti.
Fonte
10/07/2026
Medio Oriente: gli attacchi dell’Iran hanno causato miliardi di euro di danni alle basi Usa
Proprio presso quest’ultima base, secondo l’inchiesta, sono stati distrutti o gravemente danneggiati il quartier generale, una dozzina di edifici e due terminali per comunicazioni satellitari. Il Pentagono ha affermato che non vi sono state vittime nella base e che le operazioni non sono state compromesse in modo significativo, pur avendo evacuato gran parte del personale. Secondo le stime riportate dal giornale, però, la ricostruzione degli edifici danneggiati in Bahrein costerebbe circa 400 milioni di dollari.
Complessivamente, secondo uno studio realizzato dal “Center for Strategic and International Studies”, i danni subiti da tutte le basi statunitensi nella regione ammonterebbero a una cifra compresa tra i 2,2 e i 5,1 miliardi di dollari.
L’inchiesta conclude che il conflitto ha evidenziato l’eccessiva vulnerabilità delle installazioni militari tradizionali di fronte alle minacce rappresentate dai moderni missili e droni di precisione in dotazione alle forze armate iraniane.
Stando ad alcune fonti citate dal “Wall Street Journal”, il dipartimento della Guerra Usa sta valutando una revisione della propria presenza nella regione, con l’ipotesi di ridurre il personale in Kuwait e in Arabia Saudita, spostare alcune funzioni più a ovest e rafforzare o interrare i centri di comando per renderli meno sensibili ad eventuali nuovi attacchi. Il Pentagono starebbe addirittura pensando di spostare alcune delle sue basi mediorientali in territorio israeliano.
A citare la necessità di mettere al riparo le proprie basi in territorio israeliano è stato l’ex capo del Comando Centrale degli Stati Uniti (CentCom), il generale Frank McKenzie. «Nessuno sano di mente metterebbe mai il quartier generale avanzato del Centcom a 160 km dall’Iran, [in Qatar], eppure è proprio lì che si trova», ha dichiarato l’ex comandante al Jewish Institute for National Security of America, riferendosi alla base militare di al-Udeid.
McKenzie, che è stato il più alto ufficiale militare responsabile delle forze statunitensi in Medio Oriente dal marzo del 2019 all’aprile del 2022, ha affermato che lui e altri funzionari dissero all’amministrazione Biden che la costellazione di basi statunitensi intorno a Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar e Bahrein era vulnerabile agli attacchi iraniani e che le forze statunitensi avrebbero dovuto essere dislocate in Occidente, incluso Israele. «Abbiamo proposto all’amministrazione Biden di valutare la possibilità di spostare le basi militari in Israele e in Egitto», ha raccontato McKenzie aggiungendo che l’amministrazione Biden ha respinto “categoricamente” l’idea. Ora però almeno una parte dell’establishment militare e politico statunitense sarebbero maggiormente inclini a ristrutturare lo schieramento militare di Washington in Medio Oriente dopo i gravi danni provocati dalle rappresaglie iraniane.
La Repubblica islamica ha preso ripetutamente di mira il Bahrein – sede della Quinta Flotta statunitense – il Qatar – sede del quartier generale del Comando Centrale degli Stati Uniti – e le basi aeree in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti. Sono state colpite anche altre basi, comprese quelle in Iraq e in Arabia Saudita.
Fonte
30/06/2026
Berlino-Kiev-Tel Aviv: triangolo bellicista per produrre missili a lungo raggio
Infatti, secondo documenti interni del ministero della Difesa tedesco visionati da Politico, Berlino ha avviato contatti diretti con startup e aziende sia israeliane che ucraine per l’acquisizione rapida di missili da crociera a lungo raggio e a basso costo. La decisione risponde alla necessità emersa dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha deciso di bloccare il dispiegamento pianificato di una propria unità militare equipaggiata con missili Tomahawk sul suolo tedesco.
Il pantano in cui si è cacciata la Casa Bianca in Iran ha sostanzialmente drenato le scorte di armamenti e munizioni stelle-e-strisce: stando alle analisi del Washington Post, nell’aggressione alla Repubblica Islamica sarebbero stati usati a oggi 850 Tomahawk. Berlino ha allora deciso di guardare altrove, e di approfittarne per sviluppare un programma missilistico nazionale, autonomo dagli Stati Uniti.
Quel che insegnano queste indiscrezioni è che qualsiasi avanzamento sul terreno del riarmo da parte europea è strettamente collegato con l’economia israeliana del genocidio e con la continuazione della guerra sulla pelle degli ucraini. Del resto, questi due teatri di conflitto rappresentano un ottimo terreno di sperimentazione diretta di nuove tecnologie e soluzioni belliche, a cui Berlino è felice di attingere.
Tra i prodotti su cui le autorità tedesche avrebbero messo gli occhi ci sono due sistemi già sviluppati e testati sul campo dall’Ucraina, in attacchi in profondità nel territorio russo: il FP-5 Flamingo, prodotto dalla società di Kiev Fire Point (coinvolta nella profonda corruzione dei vertici ucraini), con una portata dichiarata di 3 mila chilometri, e i droni-missili Bars.
Secondo quel che ha riportato il Financial Times, il colosso della difesa tedesco Diehl Defence, noto per il sistema di difesa aerea IRIS-T, ha già avviato trattative preliminari con Fire Point per produrre il Flamingo direttamente in Germania (così da immettere anche un po’ di linfa produttiva nel sistema industriale tedesco in crisi).
Il vero punto di forza di queste armi è il prezzo: circa 500 mila dollari a unità, ossia un quinto rispetto ai 2,5 milioni necessari per un singolo Tomahawk. Un vantaggio competitivo enorme, dato che l’esperienza delle ultime guerre imperialiste ha mostrato come i sistemi a basso costo siano uno strumento fondamentale per saturare le difese aeree e anti-missile dell’avversario.
Berlino però non intende slegarsi completamente dal complesso militare-industriale statunitense, anche solo per il fatto che anch’esso è sempre più integrato con quello israeliano. Infatti, la Germania avrebbe presentato una richiesta formale anche a Covenant, una startup israeliana di tecnologia militare fondata nel 2024 da Michael Kaufman, ex investitore di Thiel Capital.
Politico scrive che l’impresa è stata creata proprio con “l’obiettivo di costruire un ecosistema di fornitura europeo autonomo e linee di produzione in Germania e nel Regno Unito”, ma allo stesso tempo Covenant ha raccolto centinaia di milioni di dollari di investimenti da colossi della Silicon Valley, compreso il Founders Fund guidato proprio da Peter Thiel.
La startup sta sviluppando un sistema missilistico denominato Anthem, i cui test sul campo in Israele vedranno la partecipazione diretta di osservatori militari tedeschi. Quello che viene ovviamente taciuto è che tali tecnologie sono sviluppate dallo stato sionista come parte del suo progetto di continua espansione a discapito dei suoi vicini.
La diversificazione dei fornitori, per la Germania, si inserisce in un piano più ampio del ministero della Difesa per dotare la Bundeswehr di capacità di attacco in profondità entro i prossimi dieci anni, che dovrebbe vedere anche lo sviluppo di un missile da crociera ad alte prestazioni da produrre insieme con il Regno Unito.
Al solito, la motivazione portata a giustificazione di questa corsa al riarmo è lo sbandieramento propagandistico del “pericolo” russo, che è rappresentato dai missili Iskander e Oreshnik. Ma la realtà è quella di un riarmo pensato esattamente come strumento per un salto di qualità europeo nella competizione globale.
Questo passo in avanti è strettamente connesso alla trasformazione dell’Ucraina in un grande laboratorio e stabilimento bellico, soluzione gradita anche a Zelensky per salvarsi da una pace che decreterebbe la sua fine. Per quanto riguarda Israele, è stato lo stesso ministro della Difesa Israel Katz a dirlo: l’export militare è uno strumento per “promuovere gli obiettivi di politica estera” dello stato genocida. Servono altri motivi per lottare contro il riarmo europeo?
Fonte
27/06/2026
Complici del genocidio: fondi europei per le ricerche sui droni israeliani
Secondo le indagini della testata online Science Business, l’ente europeo ha approvato un finanziamento da 150 mila euro a favore di un ricercatore dell’Università di Tel Aviv per lo sviluppo di una tecnologia legata ai droni, nonostante il progetto sia stato pubblicamente promosso dall’ateneo e dallo stesso scienziato per scopi di “difesa nazionale”.
Al centro dello scandalo c’è Pavel Ginzburg, che a gennaio ha ottenuto un finanziamento definito Proof of Concept, di cui il regolamento prevede che il richiedente debba dimostrare che i risultati ottenuti con tali fondi saranno utilizzati esclusivamente nel mercato civile o in una possibile applicazione sociale.
L’obiettivo ufficiale della ricerca era lo sviluppo di “superscatterer stickers”, ovvero micro-strutture applicabili sui droni per renderli molto più facilmente individuabili dai radar. Nei documenti presentati a Bruxelles, il progetto viene descritto come un sistema puramente civile, pensato per tracciare i droni commerciali per le consegne o per migliorare la sicurezza attorno agli aeroporti.
Tuttavia, in un filmato pubblicato su YouTube dall’Università di Tel Aviv prima del finanziamento ERC, lo stesso Ginzburg afferma che la tecnologia può trovare applicazione “oltre le consegne, ad esempio nella difesa nazionale”. Il video mostra immagini di soldati che controllano droni e altre rappresentazioni di natura bellica.
Alle domande di Science Business, Ginzburg ha risposto che “i video promozionali e i comunicati stampa spesso utilizzano un linguaggio attuale e accattivante per attirare l’attenzione”, ma che in realtà questo tipo di tecnologia non sarebbe adatta all’applicazione militare. Ma non si capisce come mai quello del video non sia un messaggio isolato.
Nel febbraio 2025, Brian Rosen, all’epoca vice-preside per gli affari internazionali della Facoltà di Ingegneria di Tel Aviv, era apparso sulla televisione israeliana elogiando il lavoro di Ginzburg come un esempio di progetto “legato all’industria della difesa”, specificando che il sistema permetterebbe a Israele di “distinguere tra droni nemici e droni amici”.
Il ricercatore ha all’attivo collaborazioni recenti con la Rafael Advanced Defense Systems, uno dei giganti statali dell’industria bellica israeliana, focalizzate su sistemi di sorveglianza radar per droni in condizioni critiche e parzialmente finanziate dall’ufficio di ricerca navale degli Stati Uniti.
C’è poi un altro elemento che sembra parlare di un cortocircuito delle stesse misure europee pensate secondo un doppio standard ormai assodato. Infatti, nonostante il blocco quasi totale delle relazioni scientifiche con la Russia dal 2022, Ginzburg ha continuato a collaborare attivamente con scienziati russi, a pubblicare in collaborazione con loro, ma ha anche ricevuto fondi europei, quando si è trattato di sostenere le tecnologie israeliane.
Il programma Horizon che si svilupperà nel periodo 2028-2034 assegnerà circa 175 miliardi di euro, e nella sua cornice è stata indicata un’attenzione maggiore da dare agli utilizzi dual use. Il finanziamento concesso al ricercatore israeliano sembra già rispondere a questa logica, in cui lo sviluppo delle tecnologie belliche diventa il cardine delle scelte, sopravanzando tutte le precedenti (e ribadendo la solida complicità con la macchina genocida sionista).
Fonte
20/06/2026
Kiev mira a Mosca. La disperazione può portare a un’escalation improvvisa e contraria
L’Ucraina, nella notte tra mercoledì e giovedì, ha sferrato uno dei più imponenti attacchi con droni dall’inizio del conflitto nel 2022, colpendo per la seconda volta in tre giorni la nevralgica raffineria di petrolio di Kapotnya, alla periferia di Mosca, e provocando incendi di vaste proporzioni visibili a chilometri di distanza.
Il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver subito l’attacco di più di 550 droni in tutto il Paese, di cui 194 diretti specificatamente contro la capitale. L’impatto sul complesso industriale di Kapotnya è sicuramente significativo: la raffineria copre circa il 40% del fabbisogno di carburante regionale, e i danni hanno portato le autorità aeroportuali a decidere la chiusura di tutti e quattro i principali scali della città.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito l’operazione una risposta “pienamente giustificata” ai raid russi sul territorio ucraino e ha fatto particolare riferimento al presunto attacco alla Cattedrale della Dormizione della Lavra delle Grotte di Kiev. Presunto perché è difficile pensare che il Cremlino abbia deciso di bombardare volontariamente uno dei più importanti luoghi religiosi ortodossi, per di più considerato sotto la giurisdizione del Patriarca di Mosca.
Ad ogni modo, Zelensky si è lanciato in dichiarazioni molto dure: “se l’Ucraina brucia, brucerà anche Mosca”. Il ministro degli Esteri russo, Serghej Lavrov, ha preannunciato imminenti e massicci attacchi di ritorsione, mentre Yuri Ushakov, consigliere presidenziale, ha avvertito che l’escalation e l’uso di droni a lungo raggio allontanano qualsiasi negoziato o incontro personale tra Putin e Zelensky.
Mosca ha inoltre denunciato un attacco collaterale nella regione di confine di Bryansk, dove un drone ucraino avrebbe colpito un autobus che trasportava una squadra giovanile di calcio bielorussa, provocando la morte di un’accompagnatrice e il ferimento di quattro minori. Un atto terroristico che appare pensato proprio per rendere inaccettabile qualsiasi dialogo tra Russia e Ucraina.
La strategia di Kiev appare infatti chiara: colpire gli asset strategici russi è di certo utile nello sforzo bellico, ma non crea le condizioni per ribaltare la situazione sul campo di battaglia, proprio mentre tutte le fonti sembrano concordare sul fatto che Mosca sta ottenendo risultati contro le fortificazioni di Kostiantynivka, nel Donetsk.
In realtà lo scopo sarebbe più immediato: far vedere ai finanziatori europei della guerra che “le cose stanno andando bene” e dunque sarebbe bene metter mano al portafoglio e fornire a Kiev i miliardi e le armi che chiede. Diversi analisti militari, comunque, considerando il grande sforzo fatto dagli ucraini per alimentare due giorni di attacchi aerei, hanno notato che sono stati utilizzati mezzi di tutti i tipi, nello sforzo di “saturare” le difese aeree russe.
Ma non avendo una struttura industriale in grado di supportare con costanza il lancio di centinaia di droni al giorno, è inevitabile concludere che stiano dando fondo ai magazzini allo scopo, come si diceva, di spillare altri quattrini da quei pazzi guerrafondai di Bruxelles.
L’alternativa è che sia iniziata una massiccia fornitura di droni da parte europea, il che apre scenari di escalation che potrebbero investire direttamente i paesi europei, essendo oramai certo che Trump non muoverebbe un dito, in barba al totem dell’art. 5 della Nato.
Nei fatti, l’uso più importante di queste incursioni verso la capitale russa è soprattutto propagandistico, nel tentativo di porre ostacoli a qualsiasi ipotesi di dialogo con Putin, su cui anche i paesi europei hanno cominciato a ragionare da un po’ di tempo. Il Consiglio Europeo che si è appena svolto ha confermato il sostegno a Kiev e ha prorogato di 12 mesi le sanzioni in essere contro la Russia, ma ormai la ricerca di un “mediatore” con Mosca è diventata pubblica.
Tuttavia, la competizione interna alla UE sembra aver già prodotto un’incrinatura, per cui l’apertura di canali con Mosca da parte di António Costa, presidente del Consiglio, ha fatto storcere il naso a Merz e Macron, ad esempio, che hanno rivendicato il proprio ruolo al fianco di Kiev, non di mediatori. Un messaggio che si allinea ai desideri della presidenza ucraina.
Non tutto però va nella direzione che vorrebbe Zelensky, ovvero sostegno totale alla guerra. La Bulgaria, paese ortodosso, ha minacciato il veto sul 21esimo pacchetto di sanzioni, se tra i soggetti colpiti vi sarà anche il Patriarca Kirill, mentre l’ungherese Magyar ha rivendicato la cancellazione – nei documenti del Consiglio – di qualsiasi riferimento all’accelerazione dell’ingresso dell’Ucraina nella UE.
Il presidente ucraino deve fare in modo di mostrare un paese forte e capace di sostenere il conflitto, e anche di fare male alla Russia, se vuole sperare di continuare ad avere il sostegno dei guerrafondai europei, al di là di chi sarà la figura che parlerà con Putin per conto della UE. E deve promuovere anche l’integrazione del paese nel riarmo e nella difesa europei, se vuole sperare che il paese non vada fallito.
Il problema, che fanno finta di ignorare a Kiev quanto a Bruxelles, è che più viene messa in pericolo la popolazione russa, tanto più nella capitale, più vengono colpiti siti fondamentali, più il Cremlino può aumentare il livello dello scontro contro l’Ucraina. I danni ricadranno per lo più sulla popolazione civile, che se è sempre stata sacrificabile per gli europei (che usano gli ucraini per una guerra per procura), è ormai diventata una pedina insignificante anche per lo stesso Zelensky.
Tutto è indirizzato a ottenere, almeno nella narrazione delle opinioni pubbliche occidentali, una posizione migliore di quella che ha, per sperare di non essere il capro espiatorio di possibili negoziati, su cui tutti ormai cominciano a pensare seriamente.
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01/06/2026
L’Ucraina è un problema, per chi la sostiene
Nel caos quotidiano in cui siamo immersi può essere utile soffermarsi un attimo su come non funziona più l’informazione occidentale.
Ieri tv e media vari, sia cartacei che online, hanno detto che – secondo Rosatom, l’agenzia russa per l’energia atomica – un drone ucraino ha colpito la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, senza causare danni alle attrezzature principali, ma lasciando un buco nella parete di una sala macchine.
Il direttore generale della centrale, Alexei Likhachev ha rilevato che “le attrezzature principali non hanno subito danni, ma nella parete della sala macchine si è formato un buco. Colpisce il fatto che il drone fosse guidato tramite fibra ottica. Ciò esclude completamente l’ipotesi di un presunto colpo accidentale”.
I droni a fibra ottica, venendo guidati tramite un filo di fibra che si srotola in aria, hanno infatti il “difetto” di non avere una lunga gittata, ma anche il “pregio” militare di non essere “deviabili” mediante segnali di disturbo basati su onde radio. Sono peraltro facilissimi da riconoscere perché anche dopo l’esplosione restano parti del rotolo di fibra sul terreno e sono assenti le antenne radio.
I nostri media hanno dato la notizia sottolineando la smentita da parte ucraina sulla paternità del drone, per cui si è speso nientemeno che Zelenskij, abituato a recitare qualsiasi parte.
Colpire una centrale nucleare è militarmente facile, ma da pazzi scatenati per le possibili conseguenze, tanto più su un impianto collocati quasi sul fronte che divide truppe russe e ucraine. L’eventuale fall out di un’esplosione di materiale nucleare potrebbe infatti andare in qualsiasi direzione, a seconda dal vento che spira in quel momento.
Sarebbe anche un “crimine di guerra” secondo il diritto internazionale, ma ormai i sedicenti “liberali” si sono sbarazzati di questo concetto, ricordandosene al massimo quando possono o vogliono accusare qualcun altro...
Anche il responsabile pro tempre dell’Aiea (l’agenzia internazionale incaricata di vigilare), Raphael Grossi, si è esibito nello stesso numero circense, denunciando che “si gioca con il fuoco”, ma astenendosi dall’indicare il colpevole.
Riassumendo, secondo i “nostri” media, un drone non deviabile – quindi con proprio quell’obbiettivo – è caduto su una centrale nucleare, ma non si può sapere con certezza chi lo abbia sparato. Il tutto col tono neutro con cui si danno anche le previsioni del tempo...
Facciamo uno schemino logico semplice, alla portata anche di un “giornalista professionista” a contratto per la Rai o il Corriere.
Chi può esser stato?
La centrale di Zaporizhzhia, nella località di Energodar, è controllata fin dai primi giorni della guerra (24 febbraio 2022) dalle truppe russe. Ne consegue che, come in tutte le guerre, possa essere eventualmente un obbiettivo soltanto per le forze “nemiche”, anche se ovviamente farlo è una pazzia che si è però ripetuta diverse volte in questi quattro anni.
Dal punto di vista “informativo” va notato un lieve miglioramento. Fino a pochi mesi fa un drone o una cannonata sulla centrale di Zaporizhzhia era attribuito di default ad un “attacco russo”, stabilendo che le truppe di Mosca siano composte da deficienti che si bombardano da soli, per di più colpendo un impianto nucleare che spargerebbe radioattività su se stessi e magari anche qualcun altro. Oggi si lascia il lettore o l’ascoltatore nel dubbio, ma ammiccando – grazie a Zelenskij – sulla possibile paternità russa...
Un “giornalista professionista” sa che esistono, in tutte le guerre, operazioni chiamate “falsa bandiera”, ossia fatte apposta per far credere che l’autore sia diverso da quello autentico. Sono riconoscibili dal fatto che il danno è in genere molto limitato, o addirittura solo “evocativo”, come il drone (“russo”, ovviamente) che cade in Romania o in Lettonia o in Polonia. Ma sufficiente ad agitare la propaganda per qualche giorno.
Il caso della centrale di Zaporizhzhia è chiaramente opposto. Che il danno sia fortunatamente circoscritto è in questo frangente... un caso fortuito.
Riconoscere la paternità ucraina del drone, insomma, sarebbe abbastanza semplice, anche se in contraddizione con l’immagine patinata che si vuol dare in genere alle azioni Kiev. E dire che non mancherebbero certo i trucchi semantici per rendere possibile edulcorare anche l’attribuzione di un attacco fuori di cranio (“in una guerra può capitare”, ecc.).
Ancora più facile dovrebbe essere la descrizione della “direzione ideologica” dominante al vertice di Kiev. Anche chi non ha mai preso sul serio, infatti, la pretesa russa di voler “denazificare” l’Ucraina dovrebbe essersi accorto che i paesi confinanti – dal lato occidentale, peraltro – restano come minimo diffidenti.
Qualcuno, insomma, avrebbe anche potuto dare la notizia che il presidente polacco Karol Nawrocki – nazionalista sicuramente non “filo-russo” – nel motivare la sua contrarietà all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, ha accusato Kiev di “glorificare banditi e assassini”.
E non si tratta di un’accusa “generica”, ma a contorno della risepoltura in patria, con tutti gli onori immaginabili di una “figura centrale”, Andri Melnik, storico leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (Oun), collaborazionista delle SS nella Seconda guerra mondiale, poi rifugiatosi in Canada.
“Purtroppo – ha denunciato Nawrocki – il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dimostrato che l’Ucraina ha una mentalità che glorifica i banditi e gli assassini dell’esercito insurrezionale ucraino (ala militare dell’Oun, ndr) e non è pronta a far parte della famiglia europea”, concludendo che “non c’è posto nella famiglia europea per banditi e assassini che hanno ucciso donne e bambini, che hanno assassinato polacchi”.
Qui nei “paesi fondatori” della UE si preferisce argomentare con ragioni economiche la non praticabilità dell’adesione rapida dell’Ucraina, come se fossero più “nobili” e neutre di quelle storiche.
Ma comunque la si giri, la “protezione” dell’attuale Ucraina è un disastro senza limiti. Lasciatoci in eredità dagli Stati Uniti, ma coltivato con poco invidiabile ottusità europea. Ma vaglielo a spiegare, ai dattilografi pagati come giornalisti nelle redazioni che contano...
Per il PD e simili, invece, nessuna spiegazione è possibile. Incatenati a vita al “partito della guerra” statunitense, riescono spesso nel compito quasi impossibile di criticare il governo Meloni… da destra, perché “poco bellicoso”.
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31/05/2026
Il drone russo precipitato in Romania è stato deviato dagli ucraini
Sulla vicenda del drone russo finito sul tetto di un palazzo a Galati, in Romania, la fonte che ha smentito le veline di guerra dei giornali e telegiornali italiani guerrafondai è decisamente autorevole.
È stato infatti lo stesso presidente romeno Nicusor Dan – nonostante sia un pagatore di cambiali con la Ue – a ricostruire i fatti e a smantellare la tesi di un deliberato attacco russo sulla Romania.
Il presidente romeno Nicușor Dan ha dichiarato infatti che il drone che si è schiantato su un palazzo residenziale a Galați è stato deviato verso la Romania dalla difesa aerea ucraina.
“C’era un gruppo di 43 droni, che proveniva da est, attraversavano l’Ucraina per, diciamo, 20-30 chilometri da nord del Danubio, da est a ovest. Mentre attraversavano il territorio ucraino, alcuni di loro sono stati abbattuti – e uno di loro, probabilmente colpito sopra la città di Reni, ha cambiato la sua traiettoria ed è arrivato a Galati”, ha detto il presidente romeno.
Quando un quotidiano come La Repubblica, titolava la prima pagina di ieri con “Mosca colpisce l’Europa” – battendo con fragore sui tamburi di guerra – è diventato troppo imbarazzante se non impossibile rettificare doverosamente la notizia. Lo stesso dicasi per il Corriere della Sera che ha titolato la prima pagina: “L’Europa finisce nel mirino: la Russia ha deciso di ampliare il perimetro”.
Ragione per cui oggi sia su La Repubblica che sul Corriere della Sera fanno tutti finta di niente.
Anche in questa occasione sono stati in molti a invocare – a sproposito – gli Articoli 47 del Trattato della Ue o l’art. 5 della Nato chiedendo di intervenire contro la Russia con tutte le conseguenze che ne derivano.
Pare che ormai siano tutti in attesa di un “incidente di Gleiwitz” per poter scatenare i signori della guerra. Per chi ha la memoria corta, l’incidente di Gleiwitz fu l’operazione false flag che la Germania nazista usò come pretesto per invadere la Polonia il 31 agosto del 1939.
Ma quanto accaduto su questo ennesimo episodio, ci dà la cifra dei pericoli che incombono sulla libertà e la qualità dell’informazione qui da noi, nel nostro e nei nostri paesi. Dobbiamo saperlo e apprestarci a combattere con tutte le forze affinché l’informazione – e vergognosamente in nome della lotta alla disinformazione degli “altri” – diventi totalmente arruolata nella guerra cognitiva e nella propaganda di guerra.
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30/05/2026
Drone russo finisce in Romania. Qualcuno vuole farne un casus belli?
La Romania, almeno per ora, non ha richiesto l’attivazione dell’articolo 42.7 del Trattato dell’Unione europea, cioè quello sulla difesa reciproca né l’art. 5 della Nato.
Bucarest ha dichiarato “persona non gradita” il console russo in Romania, con conseguente chiusura del consolato a Costanza, mentre l’ambasciatore russo è stato convocato dal ministero degli esteri a Bucarest.
Il Consiglio supremo di difesa nazionale rumeno, si è riunito “per discutere le implicazioni del più grave incidente che abbia colpito il territorio nazionale dall’inizio della guerra di aggressione della Federazione Russa contro l’Ucraina”, ha dichiarato il presidente della Romania Nicusor Dan, ovvero l’uomo imposto al potere da Bruxelles a Bucarest al termine di una campagna elettorale estremamente controversa e caratterizzata dalle ingerenze della Ue sulle elezioni. Tanto è vero che il governo “europeista” imposto alla Romania proprio recentemente è andato in crisi.
Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha assicurato la piena solidarietà della Nato ed espresso vicinanza alle persone ferite nell’incidente. “Ho ribadito che la Nato è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato”, ha riferito Rutte su X. “Continueremo a rafforzare la nostra prontezza operativa per scoraggiare e contrastare qualsiasi minaccia, comprese quelle rappresentate dai droni”, ha sottolineato Rutte, ribadendo che “il comportamento irresponsabile della Russia rappresenta un pericolo per tutti noi”.
Anche la presidente della Commissione europea Von der Leyen ha alzato i toni affermando che “La guerra di aggressione della Russia ha oltrepassato un altro limite”.
Dalla Russia hanno fatto sapere che le contromisure non tarderanno ad arrivare. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova ha commentato che “Gli occidentali hanno bisogno del clamore mediatico suscitato dal drone in Romania per distogliere l’attenzione dall’omicidio dei bambini di Starobilsk per mano di Zelensky, commesso con fondi e sostegno dell’Ue e, come ormai è chiaro, per giustificare la chiusura del Consolato generale russo a Costanza”.
Il Cremlino ha dichiarato che la Russia è pronta a condurre un’indagine obiettiva sul drone caduto in Romania se le verranno consegnati i resti del velivolo, ricordando che in passato “droni ucraini sono entrati in diversi Paesi e la prima reazione è sempre stata “i russi stanno attaccando”. Il riferimento va a quanto accaduto in un paio di occasioni in Polonia e più recentemente nei paesi Baltici.
Fin qui i fatti e le prime reazioni dei più diretti interessati sul campo.
In Italia invece per tutta la giornata di ieri è stato un tambureggiare dei sostenitori della guerra contro la Russia.
Dalle redazioni di giornali e telegiornali più guerrafondai, abbiamo potuto ascoltare dichiarazioni che sostanzialmente definivano quanto avvenuto a Galati quasi come il casus belli da cui “cogliere l’occasione” per una escalation verso la Russia.
Abbiamo sentito con le nostre orecchie a La 7 la corrispondente de La Repubblica Tonia Mastrobuoni affermare “siamo in guerra con la Russia ormai dobbiamo saperlo”, detto con una inquietante nonchalance.
Il governo Meloni intanto invierà altri 100 militari italiani in Romania. Entro metà giugno partirà infatti una missione che coinvolgerà circa cento militari dell’Aeronautica Militare, destinati alla base di Mihail Kog Iniceanu, nei pressi di Costanza. L’operazione, che era già pianificata da tempo ma finora era rimasta riservata, assume ora un significato politico e strategico diverso.
Il partito dei “volenterosi guerrafondai” in Italia continua così a sfruttare ogni incidente sul campo per trascinare il paese verso l’escalation militare contro la Russia.
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24/05/2026
Fabbriche italiane per i droni ucraini
Comunica il ministero della Difesa: il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha incontrato il ministro della Difesa della Repubblica Italiana, Guido Crosetto; nel corso dell’incontro, il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale e difesa dell’Ucraina, Rustem Umerov, e il ministro Crosetto hanno ribadito l’impegno comune dell’Ucraina e dell’Italia a rafforzare la cooperazione bilaterale nel settore della difesa. Entrambe le parti mirano a costruire un partenariato stabile e di lungo termine che contribuisca alla pace e alla stabilità in Europa.
L’Ucraina esprime apprezzamento per il sostegno politico, militare e diplomatico fornito dall’Italia sin dall’inizio dell’invasione su vasta scala da parte della Russia. La solidarietà dell’Italia ha contribuito alla resilienza dell’Ucraina e agli sforzi più ampi volti a preservare la pace e la stabilità in Europa. In questo contesto, entrambe le parti sottolineano la loro volontà di proseguire il dialogo sulle modalità per sviluppare ulteriormente la cooperazione in modo pragmatico e reciprocamente vantaggioso.
La cooperazione futura coprirà diversi settori, quali lo sviluppo di capacità, lo scambio di esperienze e di insegnamenti tratti, nonché la cooperazione industriale in molteplici settori, tra cui la difesa aerea, i sistemi senza pilota, le munizioni e il settore marittimo, tra gli altri.
La collaborazione potrebbe comprendere la ricerca congiunta, la cooperazione tecnologica, i partenariati industriali e le iniziative di investimento, con l’obiettivo di ampliare il dialogo in settori rilevanti per la difesa moderna, quali la logistica, la sicurezza informatica e la protezione delle infrastrutture critiche.
Le Parti stanno lavorando alla definizione di un quadro di partenariato strategico, conosciuto come “Drone Deal” in materia di difesa volto a delineare obiettivi comuni, possibili settori di cooperazione e meccanismi di revisione periodica. Tale quadro fornirebbe una base strutturata per un dialogo costante e lo sviluppo graduale di iniziative congiunte.
Entrambe le parti ribadiscono l’importanza delle relazioni tra il Ministero della Difesa ucraino e il Ministero della Difesa italiano ed esprimono l’intenzione di continuare a sviluppare la cooperazione in modo equilibrato, reciprocamente vantaggioso e sostenibile.
E il Ministero della Difesa russo ha reso pubblici i nomi delle aziende italiane coinvolte nella produzione di droni per Zelensky
Il Ministero della Difesa russo ha reso pubblici i nomi delle aziende europee coinvolte nella produzione di droni per le forze armate ucraine, droni che vengono utilizzati per colpire anche obiettivi civili sul territorio russo.
Nell’elenco disponibile sul sito del ministero russo figurano anche aziende italiane, “CMD Avio” (Venezia), “MWFly” (Garbagnate Milanese), “Epa Power” (Omegna) e “Gilardoni” (Mandello del Lario).
Il contesto europeo: escalation coordinata degli affari di morte
Il 26 marzo 2026, i leader di diversi Paesi europei hanno deciso di intensificare la produzione e le forniture di droni all’Ucraina per compensare la carenza di soldati e le spaventose perdite ucraine sul campo.
La decisione include un aumento dei finanziamenti per imprese ucraine in joint venture europee.
Mosca ha risposto con una valutazione formale: questa scelta trasforma le Nazioni europee in una “base di supporto strategico” per l’Ucraina, trascinandole più profondamente in un conflitto diretto con la Russia. Il Ministero della Difesa russo ha pubblicato l’elenco completo delle aziende coinvolte in otto Paesi europei: Regno Unito, Germania, Repubblica Ceca, Polonia, Lettonia, Lituania, Danimarca e Paesi Bassi. Ulteriore produzione di componenti avviene, secondo lo stesso ministero, in Turchia, Israele, Spagna e Italia.
La nota russa avverte che la fabbricazione europea di droni utilizzati negli attacchi contro obiettivi russi potrebbe portare a “conseguenze imprevedibili” e invita l’opinione pubblica europea a riconoscere che questi siti produttivi potrebbero diventare bersagli legittimi in una logica di ritorsione militare.
Roma abbraccia Kiev: il Drone Deal
Il 15 aprile 2026, Volodymyr Zelensky ha incontrato a Roma il Ministro della Difesa Guido Crosetto e la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il Segretario del Consiglio di sicurezza nazionale e difesa ucraino Rustem Umerov e Crosetto hanno ribadito l’impegno comune a rafforzare la cooperazione bilaterale nel settore della difesa.
Come riporta difesa.it ufficialmente, Italia e Ucraina stanno lavorando alla definizione di un quadro di partenariato strategico noto come “Drone Deal”: cooperazione su difesa aerea, sistemi senza pilota, munizioni e settore marittimo.
Meloni ha dichiarato che “l’Italia è molto interessata a sviluppare una produzione congiunta soprattutto nel settore dei droni”. Dall’inizio della guerra, l’Italia ha fornito a Kiev equipaggiamenti militari per oltre tre miliardi di euro. Almeno il 40% dei finanziamenti internazionali sparisce nelle tasche del regime prima di raggiungere qualsiasi obiettivo dichiarato, e un’arma su tre viene rivenduta nei circuiti clandestini, finendo nelle mani di organizzazioni terroristiche islamiche e reti mafiose nel cuore dell’Europa. L’esercito israeliano ha lanciato l’allarme che gli Hezbollah in Libano usano armi NATO vendute dall’Ucraina.
L’accordo del governo Meloni con Kiev apre esplicitamente al capitolo della produzione congiunta di droni: Berlino produce, Londra coopera, Roma si prepara a entrare nel grasso business.
Non siamo più davanti a una guerra per procura. Siamo dentro una cobelligeranza industriale, militare e d’intelligence che Mosca ha già nominato apertamente come tale.
Le quattro aziende italiane: chi sono
CMD Avio (Venezia / Atella-Caserta). Divisione aeronautica del Gruppo CMD, Costruzioni Motori Diesel S.p.A., CMD Avio produce motori a pistoni per ultraleggeri, aviazione generale e UAV tattici. Il motore CMD22 è certificato EASA e indicato esplicitamente come adatto a piattaforme “tactical UAV”. Il GN70Evo, 60 cavalli, 22 chilogrammi e il GN35Evo sono progettati specificamente per UAV professionali. L’azienda riceve finanziamenti pubblici italiani tramite Contratto di Sviluppo Industriale (CUP C93C18000330001) erogato dal Ministero dello Sviluppo Economico per lo sviluppo di nuovi motori aeronautici. Ha sede operativa ad Atella, in Basilicata, oltre che a Caserta e Venezia. In altri termini: denaro pubblico italiano finanzia lo sviluppo di motori per droni tattici che, stando alla lista di Mosca, finiscono integrati in sistemi d’arma sul teatro ucraino.
MWFly (Garbagnate Milanese). Fondata nel 1995 dagli ingegneri Guido Fantini e Stefano Marella, MWFly produce motori aeronautici a pistoni per aerei, elicotteri, giroplanori e droni. Il catalogo commerciale distribuito sul mercato internazionale tramite AvPay include esplicitamente la voce “drone” tra le applicazioni previste. Non risultano bilanci pubblici facilmente accessibili, il che rende difficile quantificare il volume d’affari legato al settore UAV militare.
Epa Power (Omegna, Novara). Epa Power produce motori a pistoni da 100 a 300 cavalli per velivoli leggeri, droni, ultraleggeri ed elicotteri. Il modello SA-E977Ti, 160 cavalli, 78 chilogrammi installati, è certificato per droni e velivoli CS-VLA/VLR, con piena potenza di decollo fino a 16.000 piedi e un TBO dichiarato di 1.200 ore. Una scheda tecnica orientata con precisione all’impiego operativo di lungo raggio.
Gilardoni SpA (Mandello del Lario, Lecco). Storica azienda lecchese attiva nel settore difesa e sicurezza, Gilardoni compare in documenti di settore con riferimenti a mercati in Indonesia, Francia, Israele, Spagna e Stati Uniti.
Israele ottimo cliente
Il dato sulle esportazioni italiane verso Israele è rilevante come contesto: secondo dati Istat e relazioni al Parlamento, l’Italia ha esportato verso Israele armi e munizioni per 16,8 milioni di euro nel 2022, 12,3 milioni nel 2023, 5,2 milioni nel 2024. La provincia di Lecco, dove ha sede Gilardoni, risulta tra i principali poli italiani di export di materiale militare verso Israele, seconda solo a Viterbo nel 2024 con 1,4 milioni di euro.
Il vuoto legale: la Legge 185/90 e la zona grigia del dual-use
Le quattro aziende italiane non producono armi complete ma componenti, motori e questo crea una zona grigia legale di non secondaria importanza. La Legge 185/1990, che disciplina il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, vieta esplicitamente la cessione verso Paesi in stato di conflitto armato, verso Paesi la cui politica estera contrasti con l’articolo 11 della Costituzione italiana, che ripudia la guerra e in assenza di adeguate garanzie sulla destinazione finale dei materiali.
Tuttavia, la 185/90 si applica ai “materiali di armamento” in senso stretto, non necessariamente a componenti classificati come dual-use. Se però i motori sono stati venduti con la consapevolezza che sarebbero stati integrati in sistemi d’arma destinati a un teatro bellico attivo, si configura una possibile violazione della normativa sull’End-Use Certificate: il certificato di destinazione finale che dovrebbe accompagnare ogni transazione sensibile.
A livello internazionale, il Trattato sul commercio delle armi (ATT, in vigore dal 2014) impone la valutazione del rischio che i materiali esportati siano usati per attacchi contro civili o per violazioni del diritto internazionale umanitario.
Il governo Meloni sta nel frattempo modificando la stessa Legge 185/90, riducendo i meccanismi di trasparenza e controllo parlamentare sulle esportazioni militari. La direzione di marcia è inequivocabile.
I nodi politici: Crosetto, Meloni, Tajani e Leonardo Spa
Guido Crosetto è il Ministro della Difesa che ha firmato il Drone Deal con Zelensky il 15 aprile. È stato il fondatore di AIAD, la Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza, il principale gruppo di lobbying del settore. Al momento della nomina ministeriale ha dichiarato pubblicamente la fine di ogni attività economica tesa a creare un conflitto di interessi, ma non ha reciso i legami culturali e relazionali con l’industria che rappresentava. Sta negoziando accordi industriali che coinvolgono direttamente il settore in cui ha operato per anni. Il 15 aprile Crosetto ha accolto Zelensky “con la familiarità di un vecchio compare”.
Giorgia Meloni ha dichiarato apertamente l’interesse italiano alla coproduzione di droni e ha confermato il sostegno finanziario a Kiev nell’ambito del G7 e dell’Unione europea. Antonio Tajani, Ministro degli Esteri, presiede il ministero che controlla l’UAMA: l’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento, l’organo che rilascia le licenze di export. Ogni autorizzazione di vendita di componenti dual-use destinati a uso militare passa formalmente sotto la sua supervisione.
Nel frattempo, Leonardo SpA, controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dunque dallo Stato italiano, ha già accordi con Israele e produce droni Bayraktar TB2 e Akinci in joint venture con la turca Baykar a Villanova d’Albenga, in Liguria, in una struttura annunciata nel giugno 2025.
Lo Stato italiano è quindi al tempo stesso regolatore, azionista di controllo di una delle maggiori aziende di droni militari europee, e firmatario di un accordo di coproduzione con Kiev.
Il doppio standard e ciò che gli italiani non sanno
Il quadro che emerge è quello di un governo che, su più fronti simultanei, lavora per aggirare i meccanismi di controllo che la Legge 185/90 aveva costruito: modifica la legge in senso meno trasparente, firma accordi di coproduzione militare senza informare adeguatamente l’opinione pubblica, consente o favorisce la presenza di aziende italiane nella filiera dei droni ucraini.
Gli italiani hanno appreso di essere inseriti in una lista di potenziali bersagli militari russi dal sito del Ministero della Difesa di Mosca, non da un comunicato del governo italiano, non da un dibattito parlamentare, non da una dichiarazione dei ministri competenti.
Mosca ha già qualificato questa situazione come “cobelligeranza”. Il governo italiano non ha smentito, non ha chiarito, non ha convocato un’audizione parlamentare sulle quattro aziende citate.
Ha invece abbracciato Zelensky e firmato un Drone Deal. La distanza tra ciò che viene dichiarato “sostegno alla pace”, “difesa dei valori europei” e ciò che viene fatto: finanziamento pubblico a produttori di motori per droni tattici, modifica delle norme di trasparenza sulle esportazioni militari, accordi di coproduzione con un Paese in guerra, è la misura esatta del doppio standard con cui l’Italia gestisce la propria partecipazione a questo conflitto che i russi stanno vincendo.
La CMD Avio ci ha inviato la seguente comunicazione tesa a chiarire la posizione dell’azienda.
Buongiorno,Fonte
in merito a questa vostra pubblicazione, in cui citate l’azienda CMD, vi informiamo che:
- non esiste una CMD Avio a Venezia; CMD opera unicamente con sedi in Basilicata e Campania. Questo il link al sito ufficiale dell’azienda.
- inoltre, benché CMD produca motori da sempre ed è attualmente impegnata nello sviluppo di tecnologie anche per velivoli ultraleggeri e sistemi unmanned, a oggi non ha venduto motori aeronautici alla Difesa Ucraina.
Vi chiediamo gentilmente di correggere in base a queste informazioni.
Restiamo a disposizione in caso di dubbi o necessità.
Un cordiale saluto,
18/05/2026
Guerra all'Iran - Non sapendo che fare, si riprende a bombardare
Dopo 40 giorni di sospensione “nervosa” della guerra, dopo la visita di Trump a Pechino (più volte rinviata proprio a causa della guerra), dopo l’aver constatato che non è stato raggiunto nessuno degli obbiettivi dichiarati – cambiati in corsa più volte, peraltro – Trump e il genocida Netanyahu si sono sentiti per concordare la ripresa dei bombardamenti. Vi risparmiamo il contorno di propaganda che vorrebbe essere “terrificante”, perché il repertorio dei due è sempre lo stesso.
Per capire bene però come funziona il meccanismo di gestione della notizia “sul fronte occidentale” è utile segnalare che ancora una volta il “la” è stato dato dal sito Axios: “l’orologio sta ticchettando” avrebbe detto Trump in una telefonata, avvertendo che se il regime iraniano non fa un’offerta migliore per un accordo “verranno colpiti molto più duramente”.
Nessuna scusa “umanitaria”, nessuna giustificazione “legalitaria”. O ci date tutto quel che chiediamo, o vi spariamo. Come nella Chicago anni ‘30, insomma.
Interessante sapere che tutte le notizie sulla guerra pubblicate appunto da Axios vengono gestite da un solo giornalista specializzato, Barak Ravid. Il quale ha una carriera che con il giornalismo british c’entra ben poco, visto che è completamente dentro la storia del Mossad (il servizio segreto israeliano).
Mister Ravid, infatti, è un ex (?) ufficiale dell’Unità 8200, l’élite dell’intelligence israeliana, nonché analista politico e di politica estera per la CNN e commentatore per Channel 12 in Israele. Un vero “ponte” tra le due amministrazioni guerrafondaie…
L’Unità 8200 è l’unità di intelligence più grande e riservata delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), omologa della NSA americana, specializzata in spionaggio elettronico, decrittazione e guerra cibernetica. Funziona come vivaio e “nave scuola” per l’industria tecnologica israeliana orientata alla sorveglianza di massa.
Da questo signore, insomma, sicuramente “indipendente” e “autorevole”, parte quasi quotidianamente un “precotto” giornalistico che poi finisce più o meno infiorettato sui media di tutto l’Occidente euro-atlantico. Su questa base, insomma, viene formata – non “informata” – l’opinione pubblica di questa parte del mondo. Un pezzo di Hasbara, si può dire, anzi la sua parte più “eccellente”.
Da qui arriva, oggi, anche l’indicazione sulla riunione del “gabinetto di guerra” statunitense, previsto per domani, che dovrebbe approvare i nuovi attacchi contro Teheran.
L’Iran, da parte sua, ha fatto sapere che in effetti gli è stata recapitata una nuova “proposta” americana, in appena cinque punti. Si tratta in realtà della risposta statunitense alla proposta iraniana su come porre fine alla guerra che includeva cinque condizioni fondamentali relative al programma nucleare, al pagamento di un risarcimento per l’aggressione e allo sblocco dei beni iraniani congelati in istituti occidentali.
In pratica un “niet” totale, con in più la rimozione e la consegna a Washington dei 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito, oltre all’impegno a mantenere attivo un solo impianto nucleare sul territorio iraniano (Bushehr, in funzione da anni), come quinta clausola.
Il giudizio di Teheran è ovvio: Washington vorrebbe così raggiungere obiettivi che non è riuscita a conseguire con la guerra. Oltretutto, se anche l’Iran attuasse queste condizioni, la minaccia di un’aggressione israelo-americana rimarrebbe intatta, visto che non si parla di alcun accordo valido e vincolante per il futuro.
La logica con cui Trump e Israele si muovono è stata centrata dal portavoce del ministero degli esteri iraniano, Baghaei. Le accuse statunitensi dicono che l’Iran starebbe “destabilizzando il mercato energetico globale”, come se “la loro guerra illegale sia l’affermazione di voler mantenere la pace e la stabilità nel mercato energetico globale”. Che peraltro era stabile prima dell’attacco del 28 febbraio.
In altre parole, Stati Uniti e Israele prima creano la crisi e la guerra, poi affermano di voler “ristabilire la stabilità” e “difendere la pace”... riprendendo a bombardare! Il che, come già detto, aggrava tutti i problemi non solo energetici del Pianeta.
A Teheran, nel frattempo, il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf – capo dei negoziatori in Pakistan, al fianco del ministro degli esteri Araghci, è stato nominato rappresentante speciale dell’Iran per gli affari cinesi.
Non è una nomina qualunque, visto che le stesse fonti hanno osservato che “vista la natura della nomina di Qalibaf, questo incarico si differenzia, in termini di livello di autorità, da quello dei precedenti rappresentanti”.
Comunque Teheran non si limita ad aspettare che i genocidi riprendano ad attaccare. “L’Iran, in linea con la recente prassi di scambio di messaggi, ha nuovamente presentato il suo testo in 14 punti tramite il mediatore pakistano, dopo aver apportato delle modifiche”, fanno sapere le agenzie nazionali.
Secondo una fonte informata, il nuovo testo iraniano si concentra sul tema dei “negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana”.
Rientra probabilmente nei “preparativi” per i nuovi attacchi anche la misteriosa incursione di droni negli Emirati, che ha colpito un “generatore elettrico fuori dal perimetro interno” della centrale nucleare di Barakah. Le stesse autorità emiratine, però, ha precisato che tre droni sono entrati nello spazio aereo del Paese “dalla direzione del confine occidentale”. Due sono stati intercettati e “Sono in corso indagini per determinare la fonte degli attacchi”.
Basta guardare la cartina per vedere che l’Iran è a nord, non ad occidente. In quella direzione ci sono prima l’Arabia Saudita e il Qatar (che però funge da “secondo mediatore” insieme al Pakistan). E subito dopo, sarà un caso, Israele, specialista in operazioni false flag.
Fonte
02/04/2026
La prima guerra mondiale asimmetrica
È l’equazione che consente ad una strategia di affermarsi oppure no, al di là delle dichiarazioni dei leader, che contano invece su un altro piano (consenso delle rispettive popolazioni, attese dei mercati, ecc.).
Questo lavoro analitico che vi proponiamo, elaborato da Thierry Breton, ex Commissario europeo e ministro francese, manager di grandi corporation, mette in chiaro – con numeri orientativamente precisi (le informazioni militari sono sempre un po’ schermate) – le domande di tanti osservatori, noi compresi, che dall’inizio della guerra si interrogano usando concetti magari validi, ma che diventano effettivamente chiarificatori solo se si appoggiano a delle quantità. Altrimenti ogni calcolo scade nella retorica.
Come potete vedere dal testo, non spira un alito di simpatia verso Teheran e il sistema di alleanze – esplicito ed implicito – che lo sostiene. L’analisi tecnica però ne prescinde largamente, concentrandosi sui brutali dati economici e produttivi che consentono di formulazione l’equazione della guerra e i suoi possibili esiti.
I concetti teorici sono pochi ma chiari:
a) questa è una guerra asimmetrica tanto quanto quelle degli ultimi 40 anni, ma è una guerra mondiale, non locale. L’Iran è strategicamente connesso con Cina, Russia e Corea del Nord, in combinazione semi-amichevole con Pakistan e India. La guerra contro Teheran è uno stadio della guerra contro Russia e Cina, per gli Stati Uniti. Lo sanno tutti e ognuno reagisce come sa e può, in base ai calcoli e non all’enfasi guerrafondaia. In fondo, la guerra nucleare totale non conviene a nessuno, neanche ai sionisti fuori di cranio che comandano a Tel Aviv;
b) con alle spalle 40 anni di guerre asimmetriche contro avversari quasi inesistenti, l’Occidente è bloccato in una logica di guerra breve, con un dispositivo progettato per l’intensità – non per la durata. L’Iran, al contrario, ha sintetizzato le esperienze di questi ultimi 40 anni in una strategia industriale-militare fatta per durare molto di più nel tempo, pur essendo nell’immediatezza dello scontro chiaramente più debole.
Questione di costi per unità di prodotto, tecnologie correnti in produzione di massa o avanguardistiche producibili in pochi esemplari per volta, strutture industriali disegnate per realizzare un obbiettivo politico-statuale oppure per massimizzare il profitto delle imprese costruttrici private.
Ce ne sono ovviamente diversi altri, ma già questi portano alla conclusione inevitabile anche un ex Commissario europeo: l’Iran (e quindi Russia e Cina, con buona pace dei geopolitici da tastiera) ha molte più possibilità di uscire vincente da questo scontro. Che ovviamente non significa «senza danni», anzi... ma se qualcuno di potente mette in discussione la tua stessa esistenza e indipendenza, sopravvivere limitando i danni è già certamente un grande risultato.
Recuperare terreno sarà per l’Occidente il problema da impostare e risolvere nel medio futuro, se riuscirà a far fronte alla crisi di credibilità della principale arma esibita negli ultimi decenni: la deterrenza militare. Già la fuga dall’Afghanistan, oltretutto in quelle modalità “vietnamite”, l’aveva grandemente ridimensionata.
Ma per ora neanche la «strategia della decapitazione» dei vertici iraniani (e dei cosiddetti proxy) può cambiare di molto l’equazione, ossia il confronto tra le grandezze in gioco ora.
Buona lettura. E calcolo...
L’architettura militare e strategica della guerra aperta dal 28 febbraio 2026 conferma un’asimmetria fondamentale: l’Iran ha strutturato i suoi mezzi per una guerra lunga, duratura, frammentata e asimmetrica, mentre gli Stati Uniti e Israele hanno concepito i loro dispositivi – scorte, dottrine, tempo – per guerre brevi o medie, ad altissima intensità ma di durata limitata.
È in questo prisma temporale, nel cuore di un nuovo scenario in cui si afferma l’asse Cina-Russia-Iran-Corea del Nord e in cui India e Pakistan giocano le loro ambiguità, che vanno lette le evoluzioni future in Medio Oriente, inclusa la futura riapertura dello Stretto di Hormuz e l’escalation agli estremi del confronto sino-americano.
I missili e i droni di Teheran: una base industriale pensata per durare
Prima della guerra, l’arsenale balistico iraniano era stimato tra 1.700 e 2.900 missili balistici. Alcune valutazioni parlavano fino a circa 2.500 missili specificamente balistici.
Nonostante la distruzione di circa la metà delle sue scorte durante la “guerra dei dodici giorni” del 2025 e la neutralizzazione di 1.500 missili aggiuntivi in produzione, l’Iran ha ricostituito in pochi mesi quasi 900 missili balistici a medio raggio (MRBM), passando da circa 1.800 a 2.720 missili, il che implica un tasso di produzione di 150-200 missili al mese in questo periodo.
Stime tecniche indipendenti confermano che l’architettura industriale iraniana – “città dei missili”, fosse di colata di propellenti (carburante), linee di produzione – consente una capacità fisica da 136 a 217 missili a propellente solido al mese, ovvero fino a 2.600 missili all’anno in regime massimo.
In pratica, i vincoli legati ai precursori chimici e ai componenti elettronici suggeriscono piuttosto una capacità sostenibile di almeno 100 missili balistici al mese per diversi mesi, che rimane molto al di sopra del ritmo di produzione occidentale di intercettori.
Sui droni, l’Iran dispone inoltre di una capacità quasi industriale: i recenti attacchi mostrano che può lanciare diverse migliaia di droni in poche settimane, continuando al contempo a produrne durante il conflitto, in particolare Shahed e derivati, dalla produzione molto economica, spesso assemblati a partire da componenti importati e, contrariamente ai missili, in siti produttivi facilmente spostabili – rendendo più difficile la loro distruzione da parte del nemico.
La logica di produzione industriale iraniana, attraverso queste scelte, non è più quella di una “scorta” fissa ma di un flusso continuo, alimentato da filiere globalizzate di elettronica e motori.
I lanciatori: chiave di volta della resilienza iraniana
Il cuore della resilienza iraniana risiede meno nel numero di missili prodotti in valore assoluto che nella combinazione tra scorte, cadenza di produzione e capacità di preservare o rigenerare i suoi sistemi di lancio.
Prima del 28 febbraio 2026, i servizi israeliani e diverse valutazioni aperte stimavano che l’Iran disponesse di circa 400-550 lanciatori balistici – veicoli TEL e piattaforme fisse interrate – con un valore di riferimento frequentemente citato intorno ai 470 sistemi. Spesso dispersi in “città missilistiche” sotterranee, in tunnel e su telai civili modificati, questi lanciatori costituiscono l’interfaccia critica tra le scorte di missili – Shahab‑1 (gittata di circa 300 km), Shahab‑2 (~500 km), Qiam‑1 (700-800 km), Fateh‑110 (200-300 km), Fateh‑313 (~500 km), Zolfaghar (~700 km) e Dezful (~1.000 km) per gli SRBM; Shahab‑3 (~1.300 km), Ghadr‑1 (~1.600-1.950 km), Emad (~1.700 km), Sejjil (~2.000 km), Khorramshahr/Kheibar (~2.000-3.000 km), Haj Qassem (~1.400 km), Kheibar Shekan (~1.450 km) e i nuovi Fattah‑1/2 (~1.400-1.500 km, il cui stato operativo è ancora discusso) per gli MRBM – e la capacità reale di proiettare il fuoco in profondità.
Le prime settimane di guerra hanno visto un massiccio sforzo di controforza: secondo l’esercito israeliano, più del 60% dei lanciatori iraniani è stato neutralizzato già il 5 marzo, circa 300 TEL e piattaforme distrutti o gravemente danneggiati, cifra che sale al 75% pochi giorni dopo, con 300-415 sistemi fuori combattimento.
Le fonti aperte concordano comunque nel dire che al 25 marzo l’Iran conserverebbe ancora circa 100-200 lanciatori, di cui 100-120 pienamente operativi, in grado di mettere in batteria Shahab‑3, Ghadr‑1, Sejjil, Khorramshahr o Kheibar Shekan per colpire Israele o le basi americane fino a 2.000-3.000 km, e Qiam‑1, Fateh‑110/313, Zolfaghar o Dezful per saturare gli obiettivi del Golfo su distanze di 200-1.000 km.
Soprattutto, i precedenti post-guerra dei dodici giorni mostrano che in assenza di bombardamento continuo, Teheran è in grado di recuperare circa 100-200 lanciatori in meno di dodici mesi – ovvero 50-100 lanciatori all’anno, 4-8 al mese – riparando i TEL danneggiati e convertendo nuovi telai pesanti civili, anche se i tempi di ripristino variano da poche settimane per danni lievi a diversi mesi per strutture e tunnel colpiti in profondità.
In altre parole, se gli attacchi israelo-statunitensi hanno ben compresso la capacità di salva iraniana – come mostra il crollo di quasi il 90% del ritmo di lanci balistici osservato successivamente – non hanno tuttavia eliminato la facoltà di Teheran di conservare un nucleo di lanciatori dispersi, protetti, rendendolo capace di impiegare l’intero suo spettro balistico – dal Fateh‑110 a 200 km al Sejjil e al Khorramshahr a 2.000-3.000 km – e, soprattutto, di rigenerare progressivamente questa capacità di lancio nel lungo periodo – che è precisamente la logica di guerra asimmetrica prolungata che il regime ha ricercato.
Un dispositivo progettato per l’intensità – non per la durata
Dal lato statunitense e israeliano, il contrasto è netto.
Gli Stati Uniti dispongono di scorte importanti di intercettori Patriot e THAAD, ma questi non sono dimensionati per sostenere mesi di saturazione al ritmo attuale:
- schieravano circa tra 530 e 630 intercettori THAAD a fine 2025, con una produzione annua dell’ordine di 35-45 intercettori – ovvero 3 o 4 al mese.
- analogamente per i Patriot PAC‑3 MSE, disponevano di diverse migliaia di esemplari prodotti all’inizio del 2026, con una produzione di circa 500 nel 2024 e 600 nel 2025, cioè tra 40 e 50 al mese.
Al contrario, il consumo osservato dal 28 febbraio è di tutt’altro ordine: più di 800 intercettori Patriot sono stati lanciati in 5 giorni, poi probabilmente 1.000 o 1.200 nelle prime due settimane – ovvero tra uno e due anni di produzione mondiale del sistema – per contrastare circa 2.000 droni e 500 missili iraniani.
I THAAD, risorsa più rara e molto più costosa, sono impiegati in decine di esemplari aggiuntivi, dopo già 100-150 missili lanciati durante la guerra del giugno 2025.
La conclusione del Center for Strategic and International Studies (CSIS) è chiara: se il Pentagono non affronta un crollo immediato dei suoi inventari, ogni salva accelera la riduzione di una scorta che impiegherà anni per essere ricostituita al ritmo di produzione attuale – specialmente in un contesto multi-teatro (Iran, Ucraina, Pacifico).
Le diverse fonti aperte parlano esplicitamente di “guerra delle scorte” e sottolineano che questa guerra è una corsa contro il tempo, che diventa sempre più problematica per i paesi occidentali: il loro modello presuppone una guerra breve o media, non un conflitto ad alta intensità prolungato.
La dipendenza dalle munizioni intelligenti: la nostra vulnerabilità strategica
Questa logica non si limita agli intercettori. Si estende in realtà all’insieme delle munizioni guidate (missili da crociera, JDAM, JASSM, SM‑3/6, Aster, ecc.).
Le forze occidentali si basano su sistemi molto sofisticati, ma costosi e lunghi da produrre. Secondo il CSIS, i primi dodici giorni di guerra sarebbero costati 16,5 miliardi di dollari, con un costo giornaliero ampiamente trainato dal consumo di munizioni.
I margini di manovra nella produzione sono limitati: MBDA per l’Europa, Lockheed Martin per i Patriot e i JASSM, Raytheon per lo SM‑3, operano già a piena capacità e non possono moltiplicare per tre o quattro i loro ritmi senza investimenti massicci e diversi anni di tempo.
In altre parole, il sistema occidentale sa colpire duro, ma non necessariamente a lungo – o almeno non al ritmo attuale – mentre l’Iran, con vettori meno costosi e una dottrina di saturazione, può mantenere una pressione sostenibile per diversi mesi.
Una dottrina di saturazione dispersa e incrementale
I rapporti del Jewish Institute for National Security of America (JINSA) e di altri think tank descrivono una dottrina iraniana incentrata su:
- l’uso massiccio di missili balistici a corto raggio (SRBM), missili da crociera e droni contro obiettivi vicini (basi americane, infrastrutture del Golfo);
- la preservazione degli MRBM rimanenti per attacchi puntuali ad alto valore (Israele, installazioni critiche) ed effetti di dissuasione;
- una capacità di adattamento tattico: aggiustamento delle salve, multi-vettore (droni, missili balistici e missili da crociera), attacchi simultanei da più direzioni.
Questa architettura è adatta a una guerra lunga e asimmetrica. Contrariamente a quanto sostiene la propaganda del regime, la Repubblica Islamica non si è preparata a condurre la battaglia decisiva: ha sviluppato una strategia che cerca di saturare le difese sul lungo termine, di consumare le scorte nemiche e di mantenere il costo del conflitto al di là di ciò che le opinioni pubbliche e le industrie occidentali possono assorbire.
Il fatto che la maggior parte degli attacchi iraniani sia ora realizzata da droni prodotti in flusso continuo è coerente con questa logica: il drone è oggi la munizione di logoramento per eccellenza.
Un’organizzazione industriale resiliente ed esternalizzata
L’altro pilastro di questa strategia è la resilienza industriale: l’Iran ha disperso e interrato le sue capacità produttive, basandosi massicciamente su catene di approvvigionamento esterne per l’elettronica e i precursori chimici.
L’analisi dei detriti dei droni Shahed mostra una forte dipendenza da componenti occidentali e asiatici, accumulati via hub come gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia, l’India o i paesi dell’Asia centrale.
La Cina, in particolare, è diventata un fornitore chiave di perclorati (ammonio, sodio), essenziali per la produzione di propellenti solidi, nonché di microelettronica e moduli GNSS BeiDou – un sistema cinese di GPS.
Questa architettura a rete – industriale, logistica, tecnologica – fa sì che distruggere le scorte non basta: finché questi flussi esistono, l’Iran può rigenerare una parte delle sue capacità, anche sotto bombardamento, e mantenere una postura di negazione e molestia regionale.
I “CRINK+”: un’architettura strategica strutturata dalla Cina
Al di là dello scontro immediato, la guerra iraniana rivela il consolidamento di un’architettura strategica allargata, in cui Cina, Russia, Iran e Corea del Nord – che si possono raggruppare sotto la sigla “CRINK” – formano un nucleo duro attorno al quale gravitano Pakistan, India, Iraq, Siria e, in modo ambivalente, la Turchia.
Pechino vi occupa un ruolo di architetto implicito: fornitore di input critici nella chimica, nell’elettronica o nell’energia, partner finanziario e diplomatico, guardiano dell'“amicizia senza limiti” con Mosca e di relazioni speciali con Islamabad e Pyongyang, e garante di corridoi eurasiatici attraverso le Nuove vie della seta, che danno profondità strategica a Teheran.
Mosca ricicla verso l’Iran la sua esperienza di guerra di logoramento e le sue interdipendenze energetiche, mentre la Corea del Nord e il Pakistan contribuiscono all’ecosistema balistico-nucleare e alla diffusione di vettori e know-how.
Attorno a questo nucleo, l’Iraq e la Siria offrono profondità logistiche e terreni di proiezione per le milizie e i proxy, mentre la Turchia “ potenza cerniera tra la NATO e l’Asia “ cerca di trarre vantaggio dal vuoto relativo lasciato dagli Stati Uniti di Donald Trump per ricomporre a suo favore gli equilibri in Siria, Iraq, Mar Nero e Caucaso.
Sia lassa che strutturante, questa architettura a rete non si traduce in un’alleanza formale ma in una convergenza di interessi negativi “ indebolire la centralità strategica americana, testare la resilienza delle scorte e delle opinioni occidentali, assicurarsi i corridoi energetici e commerciali eurasiatici “ che fa della Cina il perno silenzioso di questa prima guerra mondiale asimmetrica, in cui il retro fronte decisivo si trova ora in Asia più che in Europa.
L’India, il Pakistan e le altre potenze regionali
Sebbene India e Pakistan non facciano formalmente parte della rete dei CRINK, occupano per molti versi una posizione strutturante:
- l’India cerca di preservare le sue relazioni con la Russia, di contenere la Cina e di assicurarsi i suoi approvvigionamenti energetici avvicinandosi agli Stati Uniti;
- il Pakistan mantiene legami politico-militari stretti con la Cina e ha intrattenuto in passato cooperazioni sensibili con l’Iran e l’Arabia Saudita.
Entrambi i paesi hanno interesse che lo Stretto di Hormuz finisca per riaprire, ma non necessariamente che una vittoria netta americana smantelli gli equilibri regionali da cui traggono parte della loro leva.
Questa ambiguità rafforza l’idea che l’ambiente strategico si stia frammentando attorno a un centro di gravità asiatico, dove la guerra in Iran è uno dei molteplici fronti del confronto in gestazione tra Washington e Pechino.
Lo Stretto riaprirà, ma a quali condizioni?
Gli analisti dell’energia concordano nel ritenere che lo Stretto di Hormuz sia troppo centrale per rimanere chiuso a lungo.
Tuttavia, il modo in cui riaprirà – accordo fragile, accordo tacito, presenza accresciuta di marine asiatiche – dipenderà molto dal rapporto di forza percepito all’esito di questa fase della guerra:
- se gli Stati Uniti impongono una forma di status quo avendo intaccato le loro scorte di munizioni, l’Iran potrà rivendicare una vittoria politica: essere sopravvissuto a un’offensiva di vasta portata;
- se l’Iran riesce a mantenere una capacità di disturbo residua (missili SRBM, droni) nonostante gli attacchi, la riapertura di Hormuz avverrà sotto la minaccia persistente di chiusure temporanee, il che strutturerà il premio al rischio sui mercati energetici.
In entrambi i casi, la conclusione per Pechino, Mosca, Pyongyang e altri sarà la stessa: il modello occidentale di guerra breve basata su scorte limitate di munizioni intelligenti è vulnerabile al logoramento.
Un’attenzione clinica: l’Iran come preludio allo scontro contro Pechino
I rapporti occidentali lo sottolineano già: la guerra in Iran è osservata con un’attenzione clinica da Pechino per trarne lezioni in vista di un passaggio all’azione intorno a Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale.
Washington e i suoi alleati devono ripensare la profondità delle loro scorte, la diversificazione dei loro mezzi – armi meno costose, effector mix, droni – e la capacità della loro base industriale di sostenere una guerra di logoramento lunga.
L’asse CRINK, al contrario, vede ora nella strategia iraniana una prova che è possibile, con mezzi inferiori, tenere testa alla superiorità tecnologica occidentale giocando sui volumi, la dispersione e la durata.
In questa prospettiva, la guerra in Iran non deve essere letta come un episodio isolato o una parentesi – ma come il primo stress test in piena scala di un Mondo in cui il confronto sino-americano si svolgerà tanto in guerre di logoramento condotte per procura quanto in scontri diretti.
Bibliografia
1) Carl Parkin, “Always Be Casting: An Estimate of Iranian Solid Rocket Motor Production”, Arms Control Wonk, 29 settembre 2025.
2) Mark F. Cancian e Chris H. Park, “Assessing the Air Campaign After Three Weeks: Iran War By the Numbers”, CSIS, 25 marzo 2026.
3)Mark F. Cancian e Chris H. Park, “Iran War Cost Estimate Update: $11.3 Billion at Day 6, $16.5 Billion at Day 12”, CSIS, 13 marzo 2026.
4) Si veda ad esempio il più recente di Ari Cicurel, “The Eroding Shield: Air Defenses Against Iran”, JINSA’s Gemunder Center for Defense and Strategy, marzo 2026.
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