Per l’Avvocatura Generale dello Stato “è in corso una guerra mondiale a pezzi e ibrida che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia”. È quanto scritto nella memoria a difesa della Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Direzione territoriale Emilia Romagna e Marche, per contestare alla giornalista Linda Maggiori la possibilità di accedere agli atti e ai documenti relativi alle attività nel porto di Ravenna. L’obiettivo di Linda Maggiori era quello di far venire alla luce i traffici di armi che da tempo avvengono nel porto e mettere in evidenza le violazioni della legge 185 del 1990, che vieta il commercio di armi con paesi coinvolti in teatri di guerra o riconosciuti colpevoli di lesioni dei diritti umani.
Per l’Avvocatura Generale dello Stato, “la propalazione, attraverso i mezzi di informazione, dei dati e delle informazioni de quibus consentirebbe alle potenze straniere di avere contezza del ruolo strategico, per gli interessi nazionali e per le relazioni internazionali dello Stato, del porto di Ravenna”, che in realtà è un porto civile e commerciale e nessuno aveva affermato, fino ad adesso, che fosse strategico per gli interessi nazionali del nostro Paese.
Il dato allarmante di questo pronunciamento dell’Avvocatura dello Stato è che i traffici dei nostri porti civili rappresenterebbero informazioni riservate che non possono essere rese pubbliche senza nuocere agli interessi della nostra sicurezza. Di fatto, in questo modo, non sarebbe possibile esercitare un controllo effettivo sulla reale applicazione della legge 185 e nessuno potrebbe mettere in discussione il commercio con paesi belligeranti o, ancor peggio, colpevoli di genocidio.
In questo modo si vorrebbe impedire di fare luce su quanto sta avvenendo in porti, aeroporti e stazioni del nostro Paese, che sempre più vedono aumentare il traffico e lo spostamento di armamenti, in un clima di crescente coinvolgimento dell’Italia nelle operazioni di guerra. Ora, candidamente, anche l’Avvocatura dello Stato, dichiara che siamo in guerra e giustifica la mancanza di trasparenza con esigenze di sicurezza nazionale, perché saremmo coinvolti in una guerra mondiale già in atto.
Un secchio d’acqua gelida sulla faccia di chi fa ancora finta di non capire.
Unione Sindacale di Base
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
29/08/2026
Per lo Stato l’Italia è già in guerra, a cominciare dal porto di Ravenna
24/05/2026
Fabbriche italiane per i droni ucraini
Comunica il ministero della Difesa: il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha incontrato il ministro della Difesa della Repubblica Italiana, Guido Crosetto; nel corso dell’incontro, il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale e difesa dell’Ucraina, Rustem Umerov, e il ministro Crosetto hanno ribadito l’impegno comune dell’Ucraina e dell’Italia a rafforzare la cooperazione bilaterale nel settore della difesa. Entrambe le parti mirano a costruire un partenariato stabile e di lungo termine che contribuisca alla pace e alla stabilità in Europa.
L’Ucraina esprime apprezzamento per il sostegno politico, militare e diplomatico fornito dall’Italia sin dall’inizio dell’invasione su vasta scala da parte della Russia. La solidarietà dell’Italia ha contribuito alla resilienza dell’Ucraina e agli sforzi più ampi volti a preservare la pace e la stabilità in Europa. In questo contesto, entrambe le parti sottolineano la loro volontà di proseguire il dialogo sulle modalità per sviluppare ulteriormente la cooperazione in modo pragmatico e reciprocamente vantaggioso.
La cooperazione futura coprirà diversi settori, quali lo sviluppo di capacità, lo scambio di esperienze e di insegnamenti tratti, nonché la cooperazione industriale in molteplici settori, tra cui la difesa aerea, i sistemi senza pilota, le munizioni e il settore marittimo, tra gli altri.
La collaborazione potrebbe comprendere la ricerca congiunta, la cooperazione tecnologica, i partenariati industriali e le iniziative di investimento, con l’obiettivo di ampliare il dialogo in settori rilevanti per la difesa moderna, quali la logistica, la sicurezza informatica e la protezione delle infrastrutture critiche.
Le Parti stanno lavorando alla definizione di un quadro di partenariato strategico, conosciuto come “Drone Deal” in materia di difesa volto a delineare obiettivi comuni, possibili settori di cooperazione e meccanismi di revisione periodica. Tale quadro fornirebbe una base strutturata per un dialogo costante e lo sviluppo graduale di iniziative congiunte.
Entrambe le parti ribadiscono l’importanza delle relazioni tra il Ministero della Difesa ucraino e il Ministero della Difesa italiano ed esprimono l’intenzione di continuare a sviluppare la cooperazione in modo equilibrato, reciprocamente vantaggioso e sostenibile.
E il Ministero della Difesa russo ha reso pubblici i nomi delle aziende italiane coinvolte nella produzione di droni per Zelensky
Il Ministero della Difesa russo ha reso pubblici i nomi delle aziende europee coinvolte nella produzione di droni per le forze armate ucraine, droni che vengono utilizzati per colpire anche obiettivi civili sul territorio russo.
Nell’elenco disponibile sul sito del ministero russo figurano anche aziende italiane, “CMD Avio” (Venezia), “MWFly” (Garbagnate Milanese), “Epa Power” (Omegna) e “Gilardoni” (Mandello del Lario).
Il contesto europeo: escalation coordinata degli affari di morte
Il 26 marzo 2026, i leader di diversi Paesi europei hanno deciso di intensificare la produzione e le forniture di droni all’Ucraina per compensare la carenza di soldati e le spaventose perdite ucraine sul campo.
La decisione include un aumento dei finanziamenti per imprese ucraine in joint venture europee.
Mosca ha risposto con una valutazione formale: questa scelta trasforma le Nazioni europee in una “base di supporto strategico” per l’Ucraina, trascinandole più profondamente in un conflitto diretto con la Russia. Il Ministero della Difesa russo ha pubblicato l’elenco completo delle aziende coinvolte in otto Paesi europei: Regno Unito, Germania, Repubblica Ceca, Polonia, Lettonia, Lituania, Danimarca e Paesi Bassi. Ulteriore produzione di componenti avviene, secondo lo stesso ministero, in Turchia, Israele, Spagna e Italia.
La nota russa avverte che la fabbricazione europea di droni utilizzati negli attacchi contro obiettivi russi potrebbe portare a “conseguenze imprevedibili” e invita l’opinione pubblica europea a riconoscere che questi siti produttivi potrebbero diventare bersagli legittimi in una logica di ritorsione militare.
Roma abbraccia Kiev: il Drone Deal
Il 15 aprile 2026, Volodymyr Zelensky ha incontrato a Roma il Ministro della Difesa Guido Crosetto e la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il Segretario del Consiglio di sicurezza nazionale e difesa ucraino Rustem Umerov e Crosetto hanno ribadito l’impegno comune a rafforzare la cooperazione bilaterale nel settore della difesa.
Come riporta difesa.it ufficialmente, Italia e Ucraina stanno lavorando alla definizione di un quadro di partenariato strategico noto come “Drone Deal”: cooperazione su difesa aerea, sistemi senza pilota, munizioni e settore marittimo.
Meloni ha dichiarato che “l’Italia è molto interessata a sviluppare una produzione congiunta soprattutto nel settore dei droni”. Dall’inizio della guerra, l’Italia ha fornito a Kiev equipaggiamenti militari per oltre tre miliardi di euro. Almeno il 40% dei finanziamenti internazionali sparisce nelle tasche del regime prima di raggiungere qualsiasi obiettivo dichiarato, e un’arma su tre viene rivenduta nei circuiti clandestini, finendo nelle mani di organizzazioni terroristiche islamiche e reti mafiose nel cuore dell’Europa. L’esercito israeliano ha lanciato l’allarme che gli Hezbollah in Libano usano armi NATO vendute dall’Ucraina.
L’accordo del governo Meloni con Kiev apre esplicitamente al capitolo della produzione congiunta di droni: Berlino produce, Londra coopera, Roma si prepara a entrare nel grasso business.
Non siamo più davanti a una guerra per procura. Siamo dentro una cobelligeranza industriale, militare e d’intelligence che Mosca ha già nominato apertamente come tale.
Le quattro aziende italiane: chi sono
CMD Avio (Venezia / Atella-Caserta). Divisione aeronautica del Gruppo CMD, Costruzioni Motori Diesel S.p.A., CMD Avio produce motori a pistoni per ultraleggeri, aviazione generale e UAV tattici. Il motore CMD22 è certificato EASA e indicato esplicitamente come adatto a piattaforme “tactical UAV”. Il GN70Evo, 60 cavalli, 22 chilogrammi e il GN35Evo sono progettati specificamente per UAV professionali. L’azienda riceve finanziamenti pubblici italiani tramite Contratto di Sviluppo Industriale (CUP C93C18000330001) erogato dal Ministero dello Sviluppo Economico per lo sviluppo di nuovi motori aeronautici. Ha sede operativa ad Atella, in Basilicata, oltre che a Caserta e Venezia. In altri termini: denaro pubblico italiano finanzia lo sviluppo di motori per droni tattici che, stando alla lista di Mosca, finiscono integrati in sistemi d’arma sul teatro ucraino.
MWFly (Garbagnate Milanese). Fondata nel 1995 dagli ingegneri Guido Fantini e Stefano Marella, MWFly produce motori aeronautici a pistoni per aerei, elicotteri, giroplanori e droni. Il catalogo commerciale distribuito sul mercato internazionale tramite AvPay include esplicitamente la voce “drone” tra le applicazioni previste. Non risultano bilanci pubblici facilmente accessibili, il che rende difficile quantificare il volume d’affari legato al settore UAV militare.
Epa Power (Omegna, Novara). Epa Power produce motori a pistoni da 100 a 300 cavalli per velivoli leggeri, droni, ultraleggeri ed elicotteri. Il modello SA-E977Ti, 160 cavalli, 78 chilogrammi installati, è certificato per droni e velivoli CS-VLA/VLR, con piena potenza di decollo fino a 16.000 piedi e un TBO dichiarato di 1.200 ore. Una scheda tecnica orientata con precisione all’impiego operativo di lungo raggio.
Gilardoni SpA (Mandello del Lario, Lecco). Storica azienda lecchese attiva nel settore difesa e sicurezza, Gilardoni compare in documenti di settore con riferimenti a mercati in Indonesia, Francia, Israele, Spagna e Stati Uniti.
Israele ottimo cliente
Il dato sulle esportazioni italiane verso Israele è rilevante come contesto: secondo dati Istat e relazioni al Parlamento, l’Italia ha esportato verso Israele armi e munizioni per 16,8 milioni di euro nel 2022, 12,3 milioni nel 2023, 5,2 milioni nel 2024. La provincia di Lecco, dove ha sede Gilardoni, risulta tra i principali poli italiani di export di materiale militare verso Israele, seconda solo a Viterbo nel 2024 con 1,4 milioni di euro.
Il vuoto legale: la Legge 185/90 e la zona grigia del dual-use
Le quattro aziende italiane non producono armi complete ma componenti, motori e questo crea una zona grigia legale di non secondaria importanza. La Legge 185/1990, che disciplina il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento, vieta esplicitamente la cessione verso Paesi in stato di conflitto armato, verso Paesi la cui politica estera contrasti con l’articolo 11 della Costituzione italiana, che ripudia la guerra e in assenza di adeguate garanzie sulla destinazione finale dei materiali.
Tuttavia, la 185/90 si applica ai “materiali di armamento” in senso stretto, non necessariamente a componenti classificati come dual-use. Se però i motori sono stati venduti con la consapevolezza che sarebbero stati integrati in sistemi d’arma destinati a un teatro bellico attivo, si configura una possibile violazione della normativa sull’End-Use Certificate: il certificato di destinazione finale che dovrebbe accompagnare ogni transazione sensibile.
A livello internazionale, il Trattato sul commercio delle armi (ATT, in vigore dal 2014) impone la valutazione del rischio che i materiali esportati siano usati per attacchi contro civili o per violazioni del diritto internazionale umanitario.
Il governo Meloni sta nel frattempo modificando la stessa Legge 185/90, riducendo i meccanismi di trasparenza e controllo parlamentare sulle esportazioni militari. La direzione di marcia è inequivocabile.
I nodi politici: Crosetto, Meloni, Tajani e Leonardo Spa
Guido Crosetto è il Ministro della Difesa che ha firmato il Drone Deal con Zelensky il 15 aprile. È stato il fondatore di AIAD, la Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza, il principale gruppo di lobbying del settore. Al momento della nomina ministeriale ha dichiarato pubblicamente la fine di ogni attività economica tesa a creare un conflitto di interessi, ma non ha reciso i legami culturali e relazionali con l’industria che rappresentava. Sta negoziando accordi industriali che coinvolgono direttamente il settore in cui ha operato per anni. Il 15 aprile Crosetto ha accolto Zelensky “con la familiarità di un vecchio compare”.
Giorgia Meloni ha dichiarato apertamente l’interesse italiano alla coproduzione di droni e ha confermato il sostegno finanziario a Kiev nell’ambito del G7 e dell’Unione europea. Antonio Tajani, Ministro degli Esteri, presiede il ministero che controlla l’UAMA: l’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento, l’organo che rilascia le licenze di export. Ogni autorizzazione di vendita di componenti dual-use destinati a uso militare passa formalmente sotto la sua supervisione.
Nel frattempo, Leonardo SpA, controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dunque dallo Stato italiano, ha già accordi con Israele e produce droni Bayraktar TB2 e Akinci in joint venture con la turca Baykar a Villanova d’Albenga, in Liguria, in una struttura annunciata nel giugno 2025.
Lo Stato italiano è quindi al tempo stesso regolatore, azionista di controllo di una delle maggiori aziende di droni militari europee, e firmatario di un accordo di coproduzione con Kiev.
Il doppio standard e ciò che gli italiani non sanno
Il quadro che emerge è quello di un governo che, su più fronti simultanei, lavora per aggirare i meccanismi di controllo che la Legge 185/90 aveva costruito: modifica la legge in senso meno trasparente, firma accordi di coproduzione militare senza informare adeguatamente l’opinione pubblica, consente o favorisce la presenza di aziende italiane nella filiera dei droni ucraini.
Gli italiani hanno appreso di essere inseriti in una lista di potenziali bersagli militari russi dal sito del Ministero della Difesa di Mosca, non da un comunicato del governo italiano, non da un dibattito parlamentare, non da una dichiarazione dei ministri competenti.
Mosca ha già qualificato questa situazione come “cobelligeranza”. Il governo italiano non ha smentito, non ha chiarito, non ha convocato un’audizione parlamentare sulle quattro aziende citate.
Ha invece abbracciato Zelensky e firmato un Drone Deal. La distanza tra ciò che viene dichiarato “sostegno alla pace”, “difesa dei valori europei” e ciò che viene fatto: finanziamento pubblico a produttori di motori per droni tattici, modifica delle norme di trasparenza sulle esportazioni militari, accordi di coproduzione con un Paese in guerra, è la misura esatta del doppio standard con cui l’Italia gestisce la propria partecipazione a questo conflitto che i russi stanno vincendo.
La CMD Avio ci ha inviato la seguente comunicazione tesa a chiarire la posizione dell’azienda.
Buongiorno,Fonte
in merito a questa vostra pubblicazione, in cui citate l’azienda CMD, vi informiamo che:
- non esiste una CMD Avio a Venezia; CMD opera unicamente con sedi in Basilicata e Campania. Questo il link al sito ufficiale dell’azienda.
- inoltre, benché CMD produca motori da sempre ed è attualmente impegnata nello sviluppo di tecnologie anche per velivoli ultraleggeri e sistemi unmanned, a oggi non ha venduto motori aeronautici alla Difesa Ucraina.
Vi chiediamo gentilmente di correggere in base a queste informazioni.
Restiamo a disposizione in caso di dubbi o necessità.
Un cordiale saluto,
17/04/2026
L’export di armi italiane è cresciuto del 19%. Tre banche ne finanziano quasi il 70%
Nel 2025 il valore complessivo delle “autorizzazioni per movimentazioni di materiali d’armamento” è stato di 11,141 miliardi di Euro, di cui 9,164 miliardi di Euro esportate all’estero (con un aumento del 19,14% rispetto al 2024) e 1,977 miliardi di Euro importate.
Al riguardo viene specificato che il dato riportato sulle movimentazioni in entrata (importazioni) non include i trasferimenti intracomunitari UE/SEE, ai sensi dell’art.10 bis della Legge 185/1990. Non risultano inoltre ricomprese nella citata rilevazione le esportazioni temporanee con successiva reimportazione e le importazioni effettuate direttamente dall’Amministrazione dello Stato o per conto della stessa, per la realizzazione di programmi di armamento ed equipaggiamento delle forze armate e di polizia, che possono essere consentite direttamente dalle Dogane.
Analogamente risultano escluse le importazioni effettuate da enti pubblici nell’esercizio di attività di carattere storico o culturale, previa autorizzazione di polizia, e quelle temporanee effettuate da imprese straniere per la partecipazione a fiere campionarie mostre e attività dimostrative, previa autorizzazione del Ministero dell’Interno (art. 1 comma 8 della Legge 185/1990).
Sono pure escluse dalla rilevazione le esportazioni o concessioni dirette e i trasferimenti intracomunitari da Stato a Stato, a fini di assistenza militare, in base ad accordi intergovernativi (art.1, comma 9 della Legge 185/1990).
Rispetto al 2024 si è registrato un incremento del 19,68% del valore delle autorizzazioni individuali di esportazione il cui ammontare complessivo nel 2025 è stato di 7,721 miliardi di Euro, a fronte di un lieve aumento del numero di provvedimenti rilasciati (da 2.569 a 2.576, +0,27%).
Le banche che finanziano l’esportazione di armamenti
Sono tre le “banche armate” che fanno la parte del leone nel finanziare le esportazioni italiane di armamenti: Unicredit, Banca Nazionale del Lavoro, Deutsche Bank.
Nel corso del 2025, secondo la relazione, sono state effettuate dagli intermediari 23.942 comunicazioni inerenti a transazioni bancarie per operazioni di esportazione, importazione e transito di materiali di armamento soggette alla disciplina della legge, per un importo complessivamente movimentato superiore ai 14 miliardi di Euro.
Nel corso dello stesso anno è stata segnalata una movimentazione complessiva (introiti/esborsi) di oltre 2,7 miliardi di Euro per operazioni svolte in attuazione di programmi intergovernativi di armamenti a fronte dei 2,1 miliardi di euro del 2024.
Dal confronto con i dati del 2024 emerge che, nell’anno qui in esame, il numero delle segnalazioni è sensibilmente aumentato, passando da 21.586 a 23.942 (+10,91 %), anche a conferma del diffuso coinvolgimento degli istituti di credito e di altri intermediari finanziari nell’utilizzo dell’applicativo ministeriale.
Il volume complessivo delle transazioni oggetto di segnalazione è leggermente aumentato rispetto all’anno precedente (14 miliardi di euro nel 2025 rispetto ai 12 miliardi del 2024).
Nell’anno 2025, il 66,18 % delle transazioni per introiti riferibili ad esportazioni definitive è stato negoziato da tre istituti di credito (Unicredit, Banca Nazionale del Lavoro, Deutsche Bank).
Nel 2024, detta percentuale è stata del 68,72 %. Per quanto riguarda l’ammontare complessivo di garanzie e finanziamenti concessi o rinnovati nel 2025, il 57,23% dell’ammontare complessivo è stato negoziato da tre istituti di credito (BNP Paribas Security Services, Unicredit S.p.A., Credit Agricole Corporate and Investment Bank), a fronte di una quota percentuale che nel 2024 era stata dell’83,78.
Ancora boom per l’export di armi italiane
Rispetto al 2024 si è registrato un incremento del 19,68% del valore delle autorizzazioni individuali di esportazione di armi, il cui ammontare complessivo nel 2025 è stato di 7,721 mdi di Euro, a fronte di un lieve aumento del numero di provvedimenti rilasciati (da 2.569 a 2.576, +0,27%).
Le licenze globali, che rappresentano uno strumento di semplificazione, risultano in aumento rispetto all’anno precedente. Il valore cumulativo dei materiali esportati è stato pari a circa 1,374 mdi di Euro (1,18 nel 2024). Un aumento si registra anche nell’utilizzo delle Autorizzazioni generali di trasferimento, che dagli € 60,4 milioni del 2024 passano al valore di € 69,6 milioni del 2025. Risulta in marcato calo rispetto al 2024 (-61%) il valore delle autorizzazioni di intermediazione, passato dai 257,7 milioni di Euro del 2024 ai 100,3 milioni di Euro del 2025.
Le autorizzazioni di importazione a vario titolo si sono attestate su un valore complessivo di € 1,977 miliardi, registrando un significativo incremento del 165,86% rispetto al 2024.
Il numero di Paesi destinatari delle autorizzazioni all’esportazione è stato di 88 (90 nel 2024) e il numero delle autorizzazioni, come già osservato, è stato di 2576 (2.569 nel 2024).
Nel 2025, un solo Paese (Kuwait) è risultato destinatario di autorizzazioni per un valore complessivo superiore al miliardo di Euro, mentre sono stati 16 i Paesi con valori compresi tra 100 milioni e il miliardo di Euro.
Il valore dei trasferimenti intracomunitari e delle esportazioni verso i Paesi NATO è stato pari al 37,62% del totale (1953 autorizzazioni), mentre il restante 62,38 % delle esportazioni ha interessato Paesi extra UE/NATO (623 autorizzazioni).
Il dato tendenziale verso i Paesi extra UE/NATO continua a mostrarsi in lieve crescita come valore assoluto nell’ultimo triennio.
Sul dato complessivo della ripartizione pesa la licenza di oltre 1 miliardo autorizzata nei confronti del Kuwait (€2,6 mdi). Il valore esportato verso le nazioni UE/NATO è diretto per il 40,85% verso Paesi esclusivamente membri NATO (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Norvegia, Turchia, Albania, Macedonia del Nord) e per il 59,15% verso Paesi UE indipendentemente dalla loro adesione al Trattato Atlantico.
Tra i primi 25 Paesi destinatari di autorizzazioni individuali all’esportazione nel 2025, si nota che:
− il Kuwait, che nel 2024 era al 76° posto, è salito al 1° posto, in ragione di una licenza concessa per un valore di circa 2,6 mdi di Euro;
− gli Stati Uniti sono risaliti dal 12° al 3° posto;
− Germania, Francia e Regno Unito continuano a collocarsi tra i primi 6 destinatari, in linea con le tendenze dei precedenti anni;
− l’Ucraina, è passata dall’11° posto al 4° posto, con licenze per un valore pari a 349 mni di Euro, a conferma dell’impegno dell’apparato produttivo italiano verso quel Paese (giova rammentare che le forniture gestite dal Ministero della difesa non necessitano di autorizzazione UAMA (l’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento) e, quindi, esulano dalle statistiche riportate;
− Israele, nei dati 2025, così come accaduto nel 2024, non compare, in quanto le modalità delle operazioni militari israeliane contro i palestinesi a Gaza, hanno indotto l’Autorità nazionale UAMA a non concedere nuove autorizzazioni all’export, in base alla legge n. 185/1990.
Importazioni di armi. Lo strano caso della Svizzera al primo posto
Israele compare invece come quinto paese da cui l’Italia importa armamenti. Per quanto attiene all’import, nel 2025, il valore delle 556 autorizzazioni individuali di importazione cd. “definitive” è stato di 1.977.363.805,02 euro di cui, curiosamente, il 30,19 % proviene dalla Svizzera (da dove abbiamo importato armi per 62,2 milioni di euro), il 29,12 % proviene dagli Stati Uniti d’America, il 14,23 % dal Regno Unito, il 7,59 % dal Kuwait e il 4,30 % appunto da Israele.
Il dato non comprende le importazioni da Paesi UE/SEE, perché esse non sono soggette ad autorizzazione dell’UAMA. Per quanto riguarda le tipologie, nel 2025 la categoria “materiali” ha costituito, sia per valore complessivo sia per numero di articoli, la tipologia maggioritaria degli oggetti importati (69,65 %), seguita dai “servizi” (29,52 %), dai “ricambi” (0,78 %), e dalle “tecnologie” (0,05 %).
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03/03/2024
L’Italia ha esportato “Armi e munizioni” verso Israele dopo il 7 ottobre. I dati dell’Istat
Tra ottobre e novembre del 2023 l’Italia ha esportato “Armi e munizioni” verso Israele per un valore di 817.536 euro: in particolare 233.025 euro a ottobre e 584.511 a novembre. A certificare l’export sono le Statistiche del commercio estero periodicamente aggiornate dall’Istat, da ultimo a metà febbraio di quest’anno.
Pur trattandosi di cifre esigue se paragonate ad altri contesti, il fatto contraddice il Governo Meloni, che in più occasioni ha invece dichiarato pubblicamente di aver “sospeso” e “bloccato” l’esportazione di armi verso Tel Aviv dal 7 ottobre 2023.
Il 20 gennaio di quest’anno, ad esempio, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intervistato da Il Giorno, ha detto che “L’Italia ha interrotto dall’inizio della guerra di Gaza l’invio di qualsiasi tipo di armi a Israele. È tutto bloccato”. E ha poi aggiunto, accusando di ignoranza chiunque sollevasse il problema, che “da quando sono iniziate le ostilità abbiamo sospeso tutti gli invii di sistemi d’arma o materiale militare di qualsiasi tipo”.
Purtroppo non è così. I dati dell’Istat sconfessano la prima affermazione del ministro sull’aver bloccato “qualsiasi tipo di armi a Israele”: materiale corrispondente alla categoria merceologica “Armi e munizioni” – ai sensi della classificazione Ateco 2007 – è stato invece esportato anche dopo il 7 ottobre. Pure ipotizzando che i 230mila euro di ottobre siano partiti prima del giorno 7, i dati di novembre coprono un periodo in cui i bombardamenti sulla Striscia di Gaza erano già pesantemente iniziati.
Per capire se anche la seconda affermazione del ministro sia falsa, quella cioè relativa al blocco dell’export di materiale “militare”, si deve entrare nel merito della tipologia di quanto consegnato a Tel Aviv.
Consideriamo i dati Istat del solo mese di novembre 2023. Come detto l’Italia ha esportato in quel lasso di tempo 584.511 euro di “Armi e munizioni” verso Israele (contro 1,5 milioni dello stesso periodo del 2022).
L’Istat informa che circa 7mila euro sono riferibili a “Fucili, carabine e pistole a molla, ad aria compressa o a gas, sfollagente ed altre armi simili” mentre 430mila per “Parti e accessori” di oggetti che vanno da “Armi da guerra, incluse pistole mitragliatrici” a “Rivoltelle e pistole”, da “Armi da fuoco e congegni simili che utilizzano la deflagrazione della polvere” a “carabine e pistole a molla, ad aria compressa o a gas, sfollagente”. Restano invece “oscurati” e perciò senza descrizione specifica 147.126 euro.
“Proprio questi 147.126 euro oscurati certificano che si tratta di armi e munizioni ad uso militare – osserva Giorgio Beretta, analista esperto dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere –: nei sottocapitoli l’Istat oscura infatti tutti e solo i dati che riguardano le armi ad uso militare. Non va dimenticato, inoltre, che qui si sono considerate solo le ‘Armi e munizioni’: ma che da ottobre potrebbero essere stati esportati a Israele anche altri materiali e strumenti per uso militare tra cui componenti per velivoli e mezzi terrestri, sistemi elettronici, laminati e miscelatori per prodotti chimici, etc. che è impossibile rintracciare nel database dell’Istat”.
Occorrerebbe perciò fare chiarezza sulla natura di quanto esportato ma il governo si rifiuta, continuando sul filo dell’equivoco. Come già aveva fatto all’epoca della nostra prima inchiesta di metà gennaio sulla mancanza di trasparenza a riguardo da parte dell’Autorità nazionale Uama (l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento in seno al ministero degli Esteri), l’esecutivo, per bocca della Farnesina, ci ha nuovamente rimandato alla pubblicazione in primavera-estate della relazione della Uama. Che però sarà su base annuale e poco o nulla chiarirà rispetto a quanto accaduto dopo il 7 ottobre. Peraltro a fine febbraio la maggioranza parlamentare, ignorando le richieste di mantenere alti i controlli e la trasparenza sulle vendite di armi all’estero, ha approvato in prima lettura al Senato un testo di modifica della Legge 185 del 1990 tutto a vantaggio dell’industria militare, come ha denunciato la Rete italiana pace e disarmo. Ed è paradossale il fatto che mentre la Uama oppone il riserbo in forza di presunte ragioni diplomatiche, esponenti del Governo Meloni (i ministri Tajani e Crosetto, su tutti) continuano a dichiarare pubblicamente circostanze non verificate.
Peggio, se possibile, ha fatto l’Agenzia delle dogane e dei monopoli, che monitora quel che entra ed esce dalle frontiere del nostro Paese. Alla nostra richiesta di confermare quanto riportato dall’Istat e di chiarire se vi fosse materiale militare autorizzato dalla Uama, l’Agenzia ha fatto sapere a fine febbraio che “in ragione della rilevanza dei dati trattati dall’Agenzia, ogni dato oggetto di istanza da parte di soggetti esterni (anche giornalisti) può esser veicolato solamente a margine di un iter istruttorio di accesso agli atti o di accesso civico generalizzato”. Aggiungendo che “queste sono le due uniche modalità di dialogo previste dalla legge per la fornitura di dati verso l’esterno da parte delle Direzioni di gestione”.
Un modo curioso di intendere la trasparenza e il rapporto con la stampa, proprio alla luce della “rilevanza dei dati”. Ad ogni modo l’istanza di accesso civico è stata presentata – e servirà un mese per vederne gli ipotetici frutti –, ma sarebbe il caso che il governo facesse definitivamente chiarezza al più presto, o fosse portato a farla in Parlamento.
Fonte
