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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/09/2026

Due fronti usa-e-getta per spingere il riarmo

Le avventure militari italiche camminano sempre sul filo invisibile teso tra la tragedia e il ridicolo. La postura del duce “mascellone” si scolora davanti all’immagine di un fuggiasco travestito da caporale tedesco in fondo ad un camion, nella frazione di Musso – nomen omen – un chilometro prima della fatale Dongo.

Il ministro Crosetto, dall’alto della sua carriera da rappresentante degli interessi del nostrano complesso militare-industriale, condivide con l’allora “Lui” la capigliatura, un po’ meno l’eloquio tonitruante. Ma comunque ci prova.

In un solo giorno ha scoperto ben due fronti di guerra, contro nemici decisamente diversi per peso, posizione geografica e pericolosità strategica: la Russia e AnsarAllah, anche detti “gli Houthi” dello Yemen.

Contro la prima, come si sa, da un paio di giorni svolazzano i caccia italiani basati in Lituania. Prima per abbattere un “drone presumibilmente russo”, poi per riaccompagnare fuori dello spazio aereo lituano dei velivoli russi non meglio specificati.

Su questo fronte ci sarebbe molto da dire, perché i paesi baltici (Lettonia, Estonia, Lituania), nel loro piccolo, da anni sono impegnati ad indicare in Mosca un pericolo sempre imminente. Da quelle parti, non a caso, si registra la massima concentrazione di droni del modello “stavano/per”, sempre di incerta origine e sempre “presumibilmente russi”. Anche se spesso emerge che si trattava di droni ucraini – i paesi baltici consentono a questi ultimi di passare sul proprio territorio per raggiungere obiettivi russi, ma ogni tanto qualcuno cade prima – o addirittura di stormi di uccelli.

Probabilmente, se non ci fosse questa curiosa “tolleranza” per il sorvolo di droni d’attacco ucraini diretti in Russia, dall’altra parte ci sarebbe un’attività aerea e contraerea minore. Quindi anche un minor rischio di “incidenti”... 

Comunque è un fronte ormai consolidato, dove le chiacchiere allarmistiche servono a mantenere alta l’attenzione in attesa di capire se si produrrà un’escalation suicida oppure no.

Il secondo fronte è invece in gran parte nuovo, ancorché frequentato con la semi-dimenticata “missione Aspides”. Parlando dal Forum del Mare a La Spezia il ministro Crosetto ha annunciato che «Di fronte alla difficile situazione che si sta ripresentando nello stretto di Bab el-Mandeb, che si aggiunge alla crisi di Hormuz e alle conseguenze economiche delle numerose tensioni internazionali, ho deciso, insieme al capo di Stato maggiore della difesa, di attivare la Marina Militare per predisporre quanto necessario per garantire il transito in sicurezza delle navi italiane».

Decisione presa, anzi no. Poco dopo ha spiegato che «Non decido adesso. È una situazione di questi giorni, valuteremo con il governo e con il Parlamento cosa sarà necessario fare, l’importante è ripristinare i traffici, quindi si tratta di navi che, se mandiamo, saranno a protezione delle navi mercantili». Senza neanche attendere che le “burocrazie europee” si decidano a fare qualcosa di collettivo... 

È forse il caso di ricordare che le milizie yemenite, in pochi giorni impossessatesi totalmente delle coste sullo Stretto e anche di alcune isole, disperdendo le forze mercenarie saudite spedite in supporto del governo, hanno per ora minacciato di colpire soltanto le petroliere di Riad (oltre alle navi israeliane).

Quindi l’unica nave militare in questo momento a Gibuti, sulla costa africana dello Stretto, ovvero la fregata Bergamini, non corre particolari rischi nell’accompagnare mercantili battenti la nostra bandiera. Anche perché non ce ne sarebbe uno stretto bisogno.

È ovviamente comprensibile che gli equipaggi di navi civili abbiano timore nel passare lungo coste dove si sta combattendo ancora in questi giorni, ma c’è anche da dire che una nave militare può attirare su di loro ancora più attenzione.

Va ricordato infatti che AnsarAllah ha già colpito navi occidentali durante la fase acuta della guerra israelo-americano contro l’Iran. E che sia Tel Aviv che Washington hanno condotto pesanti bombardamenti sulle loro postazioni, ed anche sul porto di Al Hodeida, provocando danni e morti, ma senza ridurne la capacità militare (come si vede dalla veloce avanzata di questi giorni).

Difficile insomma che una fregata italiana, da sola, possa riuscire dove hanno clamorosamente fallito eserciti decisamente meglio attrezzati.

Dunque perché suonare le fanfare di guerra su due fronti contemporaneamente, ben sapendo che sviluppi seri – e ovviamente negativi – sarebbero parecchio problematici per questo Paese?

Il discorso torna sempre sullo stesso punto dolente: c’è un riarmo da imporre, tagliando sanità e spesa sociale, e c’è una popolazione in stragrande maggioranza contraria.

Un po’ di sano allarmismo a gratis (per ora, ripetiamo, i militari italiani su quei due fronti non rischiano granché) torna utile. Tanto il sistema mediatico è totalmente sotto controllo e non mette in discussione “la linea”. Anzi, semmai incita a “fare di più”...

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17/09/2026

Corruzione e appalti truccati sulle forniture militari all’Ucraina

Che l’Ucraina fosse un paese infestato dalla corruzione era risaputo. Che la guerra con la Russia avesse reso il fenomeno quasi un “pilastro” del funzionamento dello stato anche. Il fatto che ormai tale corruzione venga a galla sempre più spesso, colpendo figure di primo piano delle istituzioni, e si sia arrivati persino a una sparatoria per strada tra agenzie di intelligence, è un segnale molto preciso di come l’Ucraina sia un paese fallito, e ognuno cerchi di “recuperare” il possibile per sé.

Il Procuratore generale, Ruslan Kravchenko, è scappato all’estero dopo essere finito al centro di un’indagine che sa più di regolamento dei conti con il NABU e il SAPO, gli uffici anti-corruzione di Kiev. Ieri, anche Kyrylo Budanov, capo dell’ufficio presidenziale di Zelensky, è apparso sui media ucraini come il principale sospettato per attività di riciclaggio denunciate dalla testata Bihus.info.

Ma ciò che dovrebbe interessare di più ai cittadini europei è una notizia a cui non è stata data tanta rilevanza, anche se riguarda le frodi sul bilancio militare ucraino. Bilancio che viene costantemente rimpolpato con i soldi dei contribuenti del Vecchio Continente, dicendo di assolvere a un dovere di “difesa” dell’alleato sotto attacco. Raccontare ai quattro venti che la corruzione colpisce anche questa voce, spacciata come “esistenziale”, non farebbe di certo bene al sostegno alla giunta di Kiev.

A sollevare il velo su una gestione opaca delle risorse è stata invece un’inchiesta del New York Times, che ha diffuso le informazioni presenti nei rapporti di vari audit condotti dal Servizio statale di audit ucraino e dall’unità di audit interno del Ministero della Difesa.

Stando agli stessi numeri ucraini, solo nel 2024 le perdite stimate per frodi, sprechi e cattiva amministrazione degli appalti per la Difesa ammonterebbero a circa 1,2 miliardi di dollari. A questi si sommano almeno 126 milioni di dollari dissipati a causa di prezzi eccessivi e del rifiuto inspiegabile di offerte più vantaggiose sul mercato.

Dai documenti emerge che sette dei dieci maggiori fornitori militari del paese hanno continuato a ricevere commesse pur essendo al centro di procedimenti penali per frode o inadempienze contrattuali, o persino dopo l’arresto dei rispettivi dirigenti. In totale, sarebbero 18 le società a cui sono stati affidati nuovi contratti pur non avendo onorato quelli precedenti; sei di queste non avevano portato a termine neppure una fornitura. Alcune aziende non avevano nemmeno le licenze necessarie.

Gli audit hanno portato a scossoni ai vertici: Arsen Zhumadilov, a capo dell’Agenzia per gli appalti della Difesa incaricata di assegnare i contratti, si è dimesso a fine agosto dopo aver rifiutato di commentare le rivelazioni. Un ex consulente dell’Agenzia, Tamerlan Vahabov, ha denunciato al New York Times un vero e proprio “schema ricorrente” di frode ai danni delle casse statali.

Lo scorso giugno, un’indagine congiunta del NABU e del SAPO ha rivelato che, tra il 2022 e il 2024, una parte di forniture dal valore di oltre 350 milioni di grivne (intorno ai 70 milioni di euro) di pezzi di ricambio per mezzi corazzati consegnate da un gruppo di società, provenivano in realtà da materiale militare già appartenente alle forze armate presso la regione di Kharkiv, registrato fittiziamente come “perduto” durante i bombardamenti russi e poi rivenduto allo stato da intermediari compiacenti.

Se lo schema è ricorrente, significa che sono innanzitutto le aziende ucraine con la compartecipazione di pezzi importanti della politica a speculare sulla guerra, mentre continuano a battere cassa facendo leva sulla “minaccia russa”. Le notizie di armi inviate a Kiev e finite sul mercato nero girano da anni, ma questi casi provenienti dalle stesse indagini ucraine dovrebbero sollevare più di un vespaio sui miliardi e miliardi di forniture date all’Ucraina, senza il controllo su dove finivano quei soldi.

Invece, sui media dei “volenterosi” continua a vedersi una minimizzazione degli eventi, e bisogna affidarsi al New York Times per sapere che, alla luce delle inchieste citate, c’è stato un certo sgomento da parte dei vertici europei per la richiesta di 23 miliardi fatta da Kiev per coprire i buchi nel bilancio della Difesa.

Anche nel caso del giornale stelle-e-strisce bisogna mettere in chiaro una cosa: la denuncia della dimensione della corruzione ucraina, a discapito delle capacità militari nella guerra con la Russia, hanno oggi una cassa di risonanza significativa oltreoceano perché ci si prepara a scaricare il prima possibile Zelensky e compagnia, con tutto il loro paese. Bisogna solo trovare le modalità, ma intanto si prepara il terreno dell’opinione pubblica.

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15/09/2026

Fiato corto, battute fiacche e un po’ di sfiga. L’ultimo Trump?

È risaputo che l’atleta che vince, spesso, oltre che ben preparato è anche fortunato. Un pallone che finisce sul palo e poi entra, un avversario alla pari che si infortuna prima del confronto, un sorteggio favorevole, ecc..

Naturalmente vale anche l’opposto: la sfortuna si accanisce sul perdente (il palo respinge fuori, il sorteggio è proibitivo, ecc.).

Guardando Trump alla guida dell’America, in questo momento, lo stampo orribile (per lui) del loser sfortunato ci sta tutto. Ed è anche meritato.

Le preoccupazioni dell’establishment “Maga” sono tutte rivolte alle elezioni di midterm, tra un mese e mezzo. Ne va della poltrona per parecchi candidati repubblicani, ma anche per lo stesso tycoon, che potrebbe – dopo – trovarsi un Congresso che gli rende difficile fare il bello e il cattivo tempo come ora.

È noto che l’elettore Usa è sensibile soprattutto al prezzo dei carburanti, viste le grandi distanze coperte in macchina da pressoché tutta la popolazione. Fino a qualche anno fa il limite di due dollari al gallone (3,785 litri) per la benzina era considerato quasi un “diritto costituzionale”. Dall’inizio della guerra contro l’Iran oscilla invece intorno ai 4 dollari, mentre quello del diesel supera abbondantemente i 6 dollari (6,26), mentre solo sette mesi fa era sotto i 4.

Le ragioni sono arcinote. Il blocco dello Stretto di Hormuz toglie dal mercato circa il 20% del greggio circolante, ed ora ci si aggiunge quello dello stretto di Bab el Mandeb, con gli yemeniti di Ansar Allah – sciiti, quindi alleati dell’Iran – che minacciano per ora solo le petroliere saudite, obbligandole a circumnavigare l’Africa.

In più, hanno distrutto un paio di stazioni di pompaggio lungo l’oleodotto saudita che collegava i giacimenti vicini al Golfo Persico con il porto di Yambu, sul Mar Rosso, con cui l’Arabia Saudita sperava di bypassare Hormuz.

La guerra in Ucraina, invece, con i bombardamenti di Kiev diretti sulle raffinerie di Mosca, se non ha ancora provocato gravi scarsità di gasolio sul mercato interno russo, ha certamente innescato il divieto di esportazione, causando carenze gravi nell’offerta globale di questo carburante che in particolare serve alla distribuzione di merci. E la Russia è forse il paese che ne raffina di più...

Le mosse della Casa Bianca su questo fronte sembrano esaurite. I media statunitensi riportano il “senso di frustrazione” dei funzionari dell’amministrazione, che dopo aver liberato una buona quota delle riserve strategiche, si ritrovano con i depositi sotto il limite di sicurezza. Al punto da confessare – sotto anonimato – che “Il problema è che non c’è molto che possano fare al riguardo. È un mercato globale”.

Non è che prima della guerra non si sapesse...

Trump cerca ancora di coprire la necessità di tranquillizzare l’elettorato vendendo fumo e cazzate: “il petrolio sta fluendo attraverso lo Stretto di Hormuz” (ma proprio ieri una petroliera è finita su una mina), “l’Iran vuole fare un accordo, rapidamente e disperatamente”, anche se da Teheran arrivano ormai messaggi ironici, più che minacce.

Ha poi garantito che Ucraina e Russia hanno accettato di smettere di colpire le rispettive infrastrutture energetiche, perché “l’aumento del prezzo del diesel nel mondo è causato principalmente dalla guerra Russia/Ucraina, non dall’Iran” (ossia dalla guerra voluta da Biden, non dalla sua). Ricevendo però una smentita indiretta da Zelenskij (“Putin non rispetterà questo impegno”), così da poter continuare a mandare droni sulle raffinerie russe, come vogliono i “volenterosi europei”.

Così il petrolio vede da vicino i 110 dollari al barile e promette di salire ancora.

L’ultima speranza di Trump per non perdere le elezioni e la maggioranza al Congresso era perciò l’ordine esecutivo con cui aveva provato a bloccare il voto per corrispondenza. La Corte Suprema – in maggioranza composta da giudici nominati da lui stesso – ha di fatto annullato l’operatività di quell’ordine. Persino l’unico giudice favorevole ha dovuto ammettere che “ormai era troppo tardi per diventare operativo”: le schede, nelle relative buste, stavano già partendo.

Anche il tentativo di “ripulire le liste elettorali” dagli elettori non-wasp (white-anglo-saxon-protestant), portato avanti con il Dipartimento della sicurezza (Dhs) sta sollevando numerose contestazioni per l’evidente illegalità di alcune delle procedure adottate dagli agenti, incentivati a “decidere in 12 minuti” – e dopo un addestramento di un paio d’ore in video – se un certo nome andava cancellato o meno dalla lista e quindi dal diritto di voto.

Crisi interna e crisi esterna si intrecciano senza soluzione di continuità. E le battute da abile intrattenitore televisivo (il mestiere in cui è riuscito meglio) durano appena il tempo di esser pronunciate. Prendete quella con cui ha provato a giustificare il rifiuto di qualsiasi sistema regolativo pubblico per l’Intelligenza Artificiale, chiesto a gran voce dagli stessi amministratori delegati del settore (Amodei, Altman, Elon Musk, Zuckerberg, ecc): “l’IA ha bisogno solo di un PRESIDENTE FORTE E INTELLIGENTE (con un QI elevato!)”.

L’unico ceo che ha provato, in modo sfumato, a dargli corda è stato Jensen Huang, di Nvidia. Ossia dell’azienda che più teme una “frenata” nella corsa dall’IA, perché è quella che “deve” vendere le montagne di chip avanzati destinati a popolare i nuovi, giganteschi, data center.

Non ancora il “bacio della morte”, ma qualcosa che ci somiglia parecchio...

Una volta, infatti, lo slogan-chiave per decidere della sorte di un politico candidato era “comprereste da quest’uomo un’auto usata?”. Se viene fatta oggi, la risposta è scontata...

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Que treno da Kiev

Una ridda di notizie contraddittorie sta coprendo quanto accaduto ad un treno colpito da un drone russo in Ucraina vicino al confine con la Polonia.

A bordo, da quanto risulta, c’erano i consiglieri per la Sicurezza di Italia, Germania, Regno Unito, Francia ma, a quanto pare, sul treno o sui treni nei dintorni c’erano anche l’ex primo ministro britannico Boris Johnson, l’ex premier svedese Carl Bildt ed anche l’ex direttore della CIA David Petraeus.

A renderlo noto è il giornale tedesco Der Spiegel, secondo cui il treno è stato fermato e parzialmente evacuato alle 5 del mattino, prima che l’emergenza cessasse.

Secondo quanto riportato dalla compagnia ferroviaria ucraina Ukrzaliznytsia, un altro treno, con a bordo l’ex direttore della CIA David Petraeus, si trovava ancora alla stazione di Yahodyn quando il drone ha colpito.

I funzionari, tutti illesi, stavano tornando da una conferenza sulla sicurezza a Kiev dal titolo ‘Yalta European Strategy’ (Yes).

Alla conferenza, secondo fonti di Palazzo Chigi, per l’Italia era presente Fabrizio Saggio, il consigliere diplomatico della Presidenza del Consiglio.

Il treno è stato colpito a circa 2 chilometri dal confine polacco e non sono state segnalate vittime né feriti. A bordo del treno su cui viaggiavano Johnson e altri funzionari europei c’erano 206 passeggeri. Il treno è stato successivamente autorizzato a proseguire verso Varsavia. 

Il giornale tedesco Handesblatt ricorda come i valichi di confine ucraini verso la Polonia sono considerati una via importante per gran parte delle armi e altri beni forniti dagli alleati occidentali.

Secondo l’agenzia di stampa russa TASS, il Ministero della Difesa russo ha dichiarato che le sue forze stavano prendendo di mira “le infrastrutture ferroviarie nell’Ucraina occidentale utilizzate per il trasporto di carichi militari provenienti da paesi europei”.

È fin troppo evidente come l’attacco mirato al treno da Kyev sia stato un messaggio esplicito da parte della Russia ai “volenterosi europei” che continuano a soffiare sul fuoco del riarmo e della prosecuzione della guerra in Ucraina. In sostanza Mosca ha fatto sapere che “sappiamo dove siete e come vi muovete quando venite in Ucraina”.

È stata infatti colpita solo la locomotiva e non ci sono state vittime, ma i consiglieri europei sulla sicurezza hanno capito bene l’aria che tira.

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14/09/2026

Guerra in Ucraina, la Cina entra nella trattativa. E l’Europa resta isolata

Grandi novità sul fronte ucraino. Sul terreno diplomatico. Ecco la più importante. Si profila un vertice a tre Russia-Ucraina-USA. E questo già lo sapevamo. Ma ora il vertice si allarga a Pechino, con la possibilità di tenerlo in autunno in Cina. Peskov conferma.

E, a questo punto, arbitro negoziale neutro diviene Xi Jinping, la Cina, non già l’Europa, riottosa e fin qui nemica della pace e riarmista. Che ha sabotato ogni chance di compromesso, riscrivendo e insabbiando la base di accordi Trump-Putin ad Anchorage.

Zelensky non smentisce il tutto, ma teme la Cina come troppo filorussa. Non può altresì tirarsi fuori a questo punto, avendo dato disco verde alla triangolazione con Witkoff e Kushner, con il loro passaggio a Mosca e Kiev. E avendo ormai già parlato di inevitabili compromessi.

A questo punto interviene il massimo esponente della Scuola di alta politica, Vasily Kashin, think tank del Cremlino, con accenti inequivoci e persino critici sul rapporto costi-benefici della guerra. Per inciso, chi scrive ha sempre criticato l’invasione massiva di tutta l’Ucraina, schierandosi invece a favore di un intervento – questo sì speciale – a difesa delle terre russe minacciate di derussificazione dai nazional-populisti. Il che avrebbe conferito una certa legittimità all’intervento.

Ora, però, il Cremlino manda a dire con Kashin che è giunto il momento di chiudere la guerra. Perché troppo onerosa, gravida di conseguenze ormai per il futuro della Russia. Insostenibile per tutti, Europa e resto del mondo. E che, inoltre, tale guerra deve concludersi con una nuova Jalta – sempre Kashin – con epicentro in tregua e spartizione in Ucraina, di tipo coreano, con garanzie esterne dissuasive pro Kiev, no NATO né Euro-NATO in funzione di peacekeeping, sia pur con l’Ucraina nella UE.

È un messaggio inequivoco, questo di Kashin, anche perché, dopo l’invasione, all’assedio contro la Russia si sono aggiunte Svezia e Finlandia, oltre al riarmo massiccio europeo, che è già il triplo, in assoluto, di quanto spende in difesa la Russia. Mentre il target UE è divenuto ormai 6.800 miliardi al 2035. Ovvero ben 7 volte il volume russo di oggi, con conseguente contraccolpo di escalation russa per stare a un livello accettabile di equilibrio.

Insomma, tutti ormai sono convinti che è ora di chiudere il conflitto per i gravi rischi globali che esso implica: sicurezza, inflazione, logistica, migrazioni. Tutti tranne l’Europa, fin qui, che guarda addirittura con sospetto e ostilità al format a quattro con la Cina, quasi stravolta e paralizzata dal grave colpo subito in Sassonia, segnale chiaro di rivolta populista in tutto il continente.

Resta quella della contrarietà europea alla pace, sotto qualsiasi formula realistica, un grave problema e una seria variabile negativa. Che minaccia di far saltare tutto, vellicando e incoraggiando il massimalismo di Zelensky, che pur non pare potersi sottrarre agli eventi, sul crinale catastrofico ormai del suo Paese.

Quanto alla trattativa e al possibile punto di caduta, proprio Kashin ne indica la direzione. Tregua e spartizione. Ombrello esterno e interno in stile articolo 5 NATO, anche con Patriot e dotazioni militari per l’esercito ucraino. E tuttavia senza truppe Euro-NATO e, in ogni caso, al di fuori della NATO.

Anche la linea di confine Kharkiv-Zaporizhzhia, Sloviansk e Bakhmut – le fortezze logistiche con droni – può essere oggetto di negoziato. Purché, dichiara Vasily Kashin, vengano risolte preliminarmente le questioni di cui sopra. Ovvero la fuoriuscita strategica dell’Ucraina – che resta libera all’80 per cento – dal dispositivo militare Euro-NATO.

Tema spinoso, questo, poiché già oggi Kiev è dentro il complesso militare-industriale e di appalti europei voluto da von der Leyen e Kubilius. E anche qui bisognerà trovare paletti e bilanciamenti che garantiscano la sicurezza reciproca, in un quadro europeo e globale più largo, che non faccia di Kiev la punta di lancia militare occidentale nel cuore della Russia e sul Mar Nero.

In conclusione, tutto il mondo è pronto alla pace in Ucraina. Perché dietro un vertice in Cina con USA, Russia e Ucraina ci sarà anche il resto del mondo a premere per una soluzione negoziale. Manca, come abbiamo detto, l’Europa, che fin qui ha remato contro. E minaccia di farlo ancora con Rearm EU, mobilitazioni e finti allarmi.

E manca totalmente la cosiddetta “sinistra europea”, specie quella socialista, mai come oggi pleonastica e subalterna a questa Europa che sta facendo bancarotta morale e sta aprendo le porte alla rivolta della destra populista. Che si intesta il tema della pace.

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13/09/2026

Come la Cina vince le guerre lanciate dagli Stati Uniti

Una caratteristica interessante del sistema elettorale statunitense è la propensione ad accusare l’avversario di essere strumento di un nemico straniero.

Durante la campagna elettorale del 2016, Hillary Clinton accusò Trump di essere un burattino della Russia. Lui, a sua volta, definì Joe Biden “Beijing Biden” [n.d.t.: Biden di Pechino] nella campagna elettorale del 2020.

Nessuno dei due è ciò di cui furono accusati, sebbene entrambi siano pedine di un’altra potenza straniera il cui nome non è consentito pronunciare nella politica USA, se non in adorazione.

“Tel Aviv Donald” e “Israeli Joe” sarebbero stati soprannomi perfetti, ma ovviamente nessun media mainstream negli Stati Uniti avrebbe mai riconosciuto una verità così lampante.

In Cina, gli utenti dei social media sarcasticamente chiamano Donald Trump “川建国” (ovvero “Trump il costruttore della nazione”), in quanto le sue politiche sembrano effettivamente promuovere lo sviluppo della Cina.

La sua guerra commerciale ha costretto la Cina a diversificare i propri scambi commerciali con il resto del mondo.

La sua guerra tecnologica ha spinto la Cina a investire nei punti deboli della sua catena di approvvigionamento tecnologica.

La sua guerra finanziaria ha aiutato la Cina a rendere la propria economia immune alle sanzioni e a perseguire con urgenza la de-dollarizzazione.

Pertanto, quando Trump ha attaccato l’Iran all’inizio di quest’anno, noi in Cina ci aspettavamo naturalmente un ulteriore sostegno da parte del “costruttore della nazione”.

Non siamo rimasti delusi.

Il commercio cinese ha avuto un boom come conseguenza diretta della guerra

Nei primi sette mesi dell’anno, il valore degli scambi commerciali esteri della Cina ha raggiunto i 4.460 miliardi di dollari, registrando un’espansione del 17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Solo a luglio si è assistito a un’impennata del 24%.

Per contestualizzare la cifra, il volume degli scambi commerciali è superiore al PIL del Giappone per l’intero anno 2025.

Oltre alla rapida crescita, l’espansione commerciale della Cina ha visto un massiccio spostamento delle partnership geografiche, dai tradizionali mercati occidentali verso il Sud Globale.

Gli scambi commerciali della Cina con l’ASEAN sono cresciuti del 35%. Anche i suoi scambi commerciali con Russia, Africa e America Latina sono cresciuti più rapidamente rispetto a quelli con Europa e Stati Uniti.

Gli scambi commerciali con gli Stati Uniti rappresentano solo l’8,8% del commercio estero totale della Cina, in calo rispetto al quasi 25% di quando Trump vinse le sue prime elezioni nel 2016.

La crescita degli scambi commerciali nel 2026 è trainata dall’esplosione della domanda globale di energia verde e tecnologie avanzate cinesi.

L’interruzione delle forniture energetiche del Golfo ha contribuito in modo significativo all’adozione di prodotti di energia verde cinese, dai veicoli elettrici ai pannelli solari.

Le esportazioni di veicoli elettrici hanno registrato un aumento del 71,2% su base annua in termini di valore, trainato dalla domanda di veicoli a basso consumo energetico a seguito dell’aumento dei prezzi del petrolio dovuto alla chiusura di Hormuz.

Analogamente, le esportazioni cinesi di batterie al litio sono aumentate del 36%, poiché l’accumulo di energia è diventato fondamentale durante la crisi.

Le esportazioni di turbine eoliche sono cresciute del 35% su base annua. Le spedizioni di impianti solari sono aumentate del 24%.

La necessità di elettrificare l’economia globale, dovuta sia alla crisi energetica derivante dalla guerra sia all’enorme domanda proveniente dai centri dati dell’IA, ha determinato una crescita del 32% delle esportazioni cinesi di apparecchiature elettriche, come i trasformatori.

Lo sviluppo delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale a livello globale ha innescato un’impennata senza precedenti delle esportazioni di prodotti elettronici.

Il valore totale delle esportazioni cinesi di semiconduttori è quasi raddoppiato.

Inoltre, la guerra ha anche reindirizzato la domanda globale verso i fornitori cinesi per materiali di base come alluminio e urea, poiché i tradizionali fornitori del Golfo, come Emirati Arabi Uniti e Qatar, sono stati tagliati fuori dalla catena di approvvigionamento globale.

Conseguenze indesiderate della guerra degli Stati Uniti contro l’Iran

Lo scoppio della guerra ha rappresentato un enorme impulso economico per le esportazioni industriali cinesi.

Mentre la guerra ha prosciugato le risorse occidentali e alimentato l’inflazione interna negli USA, la Cina ha sfruttato strategicamente il conflitto per accelerare la crescita attraverso tre canali principali. 

1. Accelerazione della transizione globale verso l’energia verde

La chiusura dello Stretto di Hormuz tramite blocchi militari ha innescato un enorme shock energetico globale legato agli idrocarburi e ai combustibili fossili.

Con l’impennata dei prezzi globali del petrolio e il collasso della sicurezza energetica tradizionale, i mercati internazionali hanno accelerato drasticamente i tempi di transizione verso le rinnovabili.

Poiché la Cina possiede la capacità produttiva più ampia e dominante al mondo nel settore delle tecnologie verdi, è diventata il beneficiario globale per eccellenza.

2. Collo di bottiglia della rete dell’IA e sostituzione del materiale di base

La guerra ha gravemente compromesso le catene di approvvigionamento industriali specializzate a valle nel Golfo Persico, danneggiando in particolare importanti impianti di trasformazione regionali come l’Emirates Global Aluminum.

Poiché la regione del Golfo forniva in precedenza circa il 21% dell’alluminio primario degli USA e il 19% di quello dell’UE, i produttori occidentali del settore aerospaziale, automobilistico ed elettronico si sono trovati ad affrontare immediate carenze strutturali.

La Cina ha occupato questo vuoto, diventando il principale esportatore di materiali di riempimento per metalli lavorati e materiali industriali.

Contemporaneamente, l’intensa espansione globale delle infrastrutture dell’IA si è scontrata con enormi limitazioni della rete elettrica a causa degli elevati costi energetici.

La Cina ha sfruttato questa situazione fornendo infrastrutture elettriche cruciali a supporto delle reti elettriche internazionali sovraccariche.

3. Buffer energetici a forte sconto e de-dollarizzazione

Mentre le nazioni occidentali soffrivano una grave inflazione causata dalla guerra e per l’aumento dei prezzi al dettaglio dei carburanti, la Cina ha protetto la propria base industriale mediante una rigorosa pianificazione strategica.

Prima del conflitto, Pechino aveva accumulato una riserva strategica di petrolio senza precedenti, pari a 1,8 miliardi di barili, acquistando massicciamente greggio iraniano e russo a prezzi scontati a causa delle sanzioni occidentali.

Questa enorme ed economica riserva energetica ha mantenuto bassi i costi di produzione nelle fabbriche cinesi, mentre i concorrenti occidentali si trovavano ad affrontare costi operativi insostenibili.

Inoltre, per aggirare i sempre più stringenti blocchi marittimi e le sanzioni bancarie USA, l’Iran ha iniziato a consentire il transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz a condizione che le transazioni fossero regolate direttamente in RMB [ndt: renminbi] cinese.

La guerra ha di fatto accelerato l’obiettivo geopolitico a lungo termine della Cina, ovvero quello di ridurre il predominio del dollaro USA nel commercio globale delle materie prime.

La Cina sarà la maggiore vincitrice della ricostruzione postbellica in Iran 

Nessuno sa quando si raggiungerà una pace duratura nel Golfo Persico. Ma è quasi certo che ci sarà un’enorme espansione degli scambi commerciali tra Cina e Iran nel dopoguerra.

Una soluzione formale al conflitto sbloccherebbe immediatamente una sinergia commerciale senza precedenti tra Pechino e Teheran.

La ricostruzione postbellica

L’Iran del dopoguerra avrà bisogno di miliardi di dollari in rapide iniezioni di capitale per ricostruire le sue infrastrutture energetiche, marittime, logistiche e civili devastate.

Le aziende occidentali continueranno a essere soggette a restrizioni legali o a esitazioni strutturali nell’entrare nel mercato iraniano; le imprese cinesi sono quindi pronte ad agire come appaltatori principali e di default.

Questo incremento verrà assorbito senza problemi dal programma di cooperazione venticinquennale Cina-Iran preesistente, firmato nel marzo 2021.

Nell’ambito di questo piano da 400 miliardi di dollari, la Cina ha già pianificato ingenti investimenti postbellici per modernizzare le reti di trasporto, gli impianti petroliferi, i porti, i centri manifatturieri e le telecomunicazioni 5G dell’Iran.

Normalizzazione del condotto energetico

Sebbene l’attuale blocco navale statunitense abbia temporaneamente bloccato le esportazioni di petrolio via mare, la Cina rimane la principale fonte di sostentamento economico per l’Iran.

Un accordo di pace permanente eliminerà le minacce marittime nello Stretto di Hormuz, consentendo al petrolio greggio iraniano di tornare a fluire a pieno regime verso la base industriale cinese.

I giganti energetici statali cinesi avranno accesso prioritario allo sviluppo del vasto giacimento di gas di South Pars, ancora poco sfruttato, e dei principali blocchi petroliferi iraniani, assicurandosi contratti energetici a lungo termine a tariffe estremamente favorevoli, tipiche del dopoguerra.

Istituzionalizzazione del renminbi e de-dollarizzazione

La guerra in corso ha costretto l’Iran a recidere completamente la sua residua dipendenza dall’architettura finanziaria occidentale.

Durante il conflitto, Teheran ha iniziato a canalizzare i suoi scambi commerciali di materie prime esclusivamente attraverso il renminbi cinese (RMB) per aggirare le sanzioni bancarie USA.

Una volta terminata la guerra, questo sistema non tornerà al dollaro statunitense.

Il boom commerciale del dopoguerra sarà regolato tramite il Sistema di pagamenti interbancari transfrontalieri cinesi (CIPS), vincolando l’Iran all’orbita economica globale di Pechino.

Sblocco degli assets congelati per soddisfare la domanda immediata dei consumatori

Durante tutto il conflitto, una parte significativa delle entrate petrolifere dell’Iran si è accumulata in conti esteri.

Quando la guerra finirà, questi miliardi saranno sbloccati.

È altamente probabile che l’Iran converta direttamente queste riserve in linee di credito immediate per acquistare macchinari, elettronica di consumo, attrezzature per la produzione industriale e tecnologie mediche di produzione cinese.

In sintesi, gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra criminale contro l’Iran e sono stati sonoramente sconfitti.

Hanno esaurito il loro arsenale di armi e la poca credibilità che l’esercito USA aveva conservato dal passato. E questo ha contribuito ad accelerare gli obiettivi economici della Cina.

Si è rivelato, come direbbe Trump, “un ottimo affare”. Il “maestro” dell'“arte della negoziazione” si merita appieno il suo soprannome cinese “川建国”.

Sarebbe ingiusto accusare Trump di essere il solo ad aver aiutato la Cina con la sua belligeranza e stupidità.

Prima di lui, le provocazioni di Biden nei confronti della Russia con la guerra per procura in Ucraina avevano consolidato la partnership energetica tra Cina e Russia.

Oggi la Russia esporta la maggior parte del suo petrolio e del suo gas in Cina, anziché nell’Europa occidentale.

Analogamente, le guerre interminabili di George W. Bush e Obama in Medio Oriente hanno visto la Cina emergere come principale beneficiaria della ricostruzione irachena.

Il precedente iracheno della vittoria della Cina nelle guerre di aggressione USA

Sebbene l’invasione statunitense del 2003 abbia rovesciato Saddam Hussein, le principali compagnie petrolifere americane si sono in gran parte ritirate dall’Iraq negli ultimi due decenni.

In loro assenza, Pechino è intervenuta in modo aggressivo, trasformando di fatto l’Iraq in un pilastro della propria sicurezza energetica.

Gli analisti stimano che tra il 50% e il 65% dell’intera produzione petrolifera irachena provenga attualmente da giacimenti in cui operano, investono o forniscono servizi di ingegneria aziende cinesi.

L’uscita degli USA e l’entrata della Cina

Dopo la guerra, corporations americane come ExxonMobil si aggiudicarono inizialmente lucrosi diritti per lo sviluppo dei mega-giacimenti iracheni.

Tuttavia, a causa dei bassi margini di profitto imposti dal governo iracheno, delle complesse realtà in materia di sicurezza e del cambiamento delle priorità aziendali verso lo shale oil [ndt: gas di scisto] nazionale, le società USA si sono ritirate.

ExxonMobil si è ritirata completamente dall’Iraq, cedendo le operazioni del vasto giacimento di West Qurna 1.

Al di fuori della regione autonoma del Kurdistan iracheno, le compagnie statunitensi detengono una quota inferiore al 2% nei progetti petroliferi e del gas in Iraq.

Al contrario, le aziende cinesi hanno acquisito la quota maggiore di licenze straniere per l’estrazione di petrolio e gas in Iraq (7,27%), seconde solo allo Stato iracheno stesso.

Dominio a monte e gare d’appalto 2024-2026

La presenza cinese spazia da colossi statali come PetroChina e CNOOC, a imprese private indipendenti, altamente aggressive e agili.

Durante le principali tornate di licenze irachene, la “Quinta+” e la “Sesta”, le aziende cinesi si sono aggiudicate quasi tutti i contratti per l’esplorazione e lo sfruttamento di oltre 10 nuovi giacimenti di petrolio e gas, mentre l’interesse degli Stati Uniti è stato praticamente inesistente.

Società private cinesi come Geo-Jade Petroleum, United Energy Group e ZPEC stanno investendo miliardi in Iraq. Attualmente, sono sulla buona strada per raddoppiare la loro produzione indipendente di petrolio iracheno, portandola a 500.000 barili al giorno (bpd) entro il 2030.

A metà del 2025, l’Iraq ha firmato un accordo integrato da 848 milioni di dollari con Geo-Jade per espandere il giacimento petrolifero di Tuba da 20.000 a 100.000 barili al giorno, parallelamente alla costruzione di imponenti raffinerie a valle.

Il mega-accordo “Petrolio in cambio di costruzioni”

Il predominio della Cina va ben oltre le semplici trivellazioni. È intrinseco alla ricostruzione nazionale dell’Iraq attraverso un accordo quadro formale ventennale “Petrolio in cambio di costruzione”.

In base a questo meccanismo, l’Iraq invia obbligatoriamente 100.000 barili di petrolio greggio al giorno direttamente in Cina.

In cambio, Pechino finanzia e realizza imponenti progetti infrastrutturali nazionali.

Grazie a questo accordo, le aziende cinesi hanno costruito oltre 1.000 scuole e ospedali in tutto l’Iraq, edificato un importante aeroporto civile a Dhi Qar e sviluppato enormi città residenziali.

Nell’aprile del 2026, il Primo Ministro Mohammed Shia al-Sudani ha approvato uno stanziamento di 1,5 miliardi di dollari nell’ambito di questo accordo per finanziare l’attesissimo oleodotto Bassora-Haditha, del valore di 5 miliardi di dollari.

Inoltre, la China Petroleum Pipeline Engineering Co. si è aggiudicata un contratto da 2,5 miliardi di dollari per la costruzione del gigantesco progetto iracheno di approvvigionamento idrico marino comune, necessario per far fronte alla pressione esercitata dai giacimenti petroliferi.

Cliente principale nel settore energetico e influenza geopolitica

La Cina importa quotidianamente circa 1,2-1,4 milioni di barili di petrolio iracheno, assorbendo costantemente circa il 35% dell’intera produzione nazionale irachena e affermandosi come il suo principale cliente mondiale.

A differenza di Washington, Pechino adotta una rigida politica di “non interferenza” per quanto riguarda la politica locale e la governance interna irachena.

Questo approccio conferisce alle aziende energetiche cinesi un vantaggio costante rispetto alle controparti occidentali nelle gare d’appalto per contratti statali a lungo termine.

Lo schema è lo stesso in Afghanistan: ovunque gli USA intraprendano guerre, la Cina acquisisce influenza 

In Afghanistan sta accadendo la stessa cosa.

Nonostante i persistenti rischi per la sicurezza nel paese, la Cina ha già tratto vantaggio dalla ricostruzione postbellica grazie all’accesso economico strategico.

Estrazione di minerali critici ed energia

Il principale vantaggio economico consiste nell’ottenere un accesso preferenziale alle vaste e incontaminate risorse naturali dell’Afghanistan, il cui valore è stimato in oltre 1.000 miliardi di dollari.

Le società minerarie cinesi hanno cercato con aggressività di ottenere l’accesso agli enormi giacimenti di litio e terre rare dell’Afghanistan.

La Cina detiene inoltre un accordo di estrazione a lungo termine per il giacimento di rame di Mes Aynak, uno dei più grandi giacimenti di rame non sfruttati al mondo.

Nel bacino dell’Amu Darya, nel nord dell’Afghanistan, la Xinjiang Central Asia Petroleum and Gas Co (CAPEIC) si è aggiudicata un accordo di estrazione petrolifera da 540 milioni di dollari, che consentirà alla Cina di pompare petrolio direttamente dal territorio afghano.

Espansione geopolitica e infrastrutturale (CPEC 2.0)

Il ritiro delle truppe statunitensi e della NATO ha permesso alla Cina di integrare l’Afghanistan nella sua iniziativa “Belt and Road” (BRI) senza un coinvolgimento militare.

La Cina ha esteso il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) direttamente in territorio afghano.

La Cina ha concesso all’Afghanistan un trattamento tariffario a zero sul 100% delle sue linee tariffarie. Questa eliminazione dei dazi doganali stimola significativamente gli scambi bilaterali, consentendo l’afflusso di macchinari manifatturieri cinesi a Kabul in cambio di materie prime afghane.

Influenza diplomatica

Mentre le nazioni occidentali hanno congelato gli attivi afghani e chiuso le proprie ambasciate in seguito alla riconquista del potere da parte dei talebani nel 2021, la Cina ha mantenuto aperta la propria ambasciata.

Posizionandosi come uno dei principali contributori alla ricostruzione pacifica attraverso contratti nelle infrastrutture (come la costruzione di ospedali e complessi residenziali), Pechino si è assicurata il monopolio dell’influenza diplomatica sulla leadership talebana.

La formula cinese per vincere le guerre degli Stati Uniti

I costanti vantaggi economici e geopolitici che Pechino ottiene dagli interventi militari guidati dagli Stati Uniti sono il risultato di una strategia di ampio respiro, deliberata e strutturata.

Mentre gli Stati Uniti affrontano i conflitti globali attraverso un approccio basato sull’intervento militare e sul cambio di regime, la Cina opera secondo un modello di mutuo beneficio economico, integrazione infrastrutturale a lungo termine e rigorosa neutralità politica.

Posizionandosi come “costruttore di ultima istanza”, Pechino eredita naturalmente il panorama economico una volta che la situazione si è stabilizzata in seguito a un conflitto.

Questo beneficio sistematico è determinato da diverse dinamiche strutturali. 

1. Il vantaggio della “non interferenza”

Il principio cardine della politica estera cinese è l’assoluta non interferenza negli affari interni di altre nazioni.

Quando gli Stati Uniti scatenano una guerra o spingono per un cambio di regime, spesso subordinano gli aiuti, gli scambi commerciali e il riconoscimento diplomatico a successive rigide condizioni politiche, minando di solito direttamente la sovranità dello stato bersaglio.

Al contrario, Pechino non impone alcuna condizione politica o ideologica ai suoi partner.

Per le nazioni devastate dalla guerra e desiderose di ricostruirsi, le imprese cinesi rappresentano un’alternativa estremamente attraente.

Offrono uno sviluppo infrastrutturale immediato – strade, ponti, aeroporti e scuole – senza richiedere un allineamento politico, consentendo alle élite locali di mantenere il potere mentre stabilizzano rapidamente le proprie economie.

2. Asimmetria del rischio: sangue contro capitale

Quando inizia una guerra, Washington si fa carico degli immensi e gravosi costi finanziari e umani del conflitto: migliaia di miliardi di dollari in spese militari, logistica, intelligence e operazioni di combattimento attive.

La Cina evita completamente il campo di battaglia. Aspetta invece che il conflitto si concluda o si stabilizzi, per poi impiegare capitali statali per acquisire asset a prezzi fortemente scontati.

In Iraq, mentre gli Stati Uniti spendevano oltre 2 trilioni di dollari per lo sforzo bellico, le aziende cinesi hanno riempito il vuoto lasciato dalle principali compagnie petrolifere americane che si ritiravano dal paese.

Pechino si è assicurata contratti petroliferi dominanti a monte della filiera senza perdere un solo soldato né sparare un colpo, trasformando di fatto una campagna militare statunitense in una fonte sicura di energia per la Cina.

3. Capitalizzare le sanzioni occidentali e de-dollarizzare

Quando gli Stati Uniti intraprendono una guerra economica o militare contro un Paese, la loro arma principale consiste nell’isolare quella nazione dal sistema finanziario occidentale attraverso il blocco dei conti bancari SWIFT e le sanzioni commerciali.

Costringendo le aziende occidentali ad abbandonare un Paese bersaglio (come l’Iran o la Russia), gli Stati Uniti eliminano involontariamente ogni concorrenza di mercato per la Cina.

La Cina diventa l’unica grande economia globale disposta e in grado di acquistare le materie prime di quel paese isolato.

Ciò conferisce a Pechino un enorme potere contrattuale per acquistare risorse vitali, come il petrolio greggio iraniano e russo, a prezzi estremamente inferiori a quelli di mercato, riducendo drasticamente i costi operativi della base manifatturiera nazionale cinese.

Inoltre, poiché queste nazioni sanzionate non possono più commerciare in dollari USA, sono costrette a regolare le transazioni in RMB cinesi, accelerando rapidamente l’obiettivo strategico a lungo termine della Cina di de-dollarizzare il commercio globale delle materie prime.

4. Distrazione geopolitica

Ogni importante intervento militare USA agisce come un enorme diversivo strategico, distogliendo l’attenzione, le risorse e il capitale politico di Washington dalla competizione diretta con la Cina nella regione dell’Asia-Pacifico.

L’invasione dell’Afghanistan nel 2001 e la guerra in Iraq nel 2003 hanno di fatto garantito alla Cina “due decenni d’oro” di incontrastata crescita economica.

Mentre gli USA erano impantanati nella guerra di controinsurrezione in Medio Oriente, la Cina ha silenziosamente sviluppato i suoi settori tecnologici interni, si è assicurata il monopolio della catena di approvvigionamento globale di energia verde e ha portato avanti la sua imponente iniziativa “Belt and Road”.

I conflitti e le guerre per procura guidati dagli Stati Uniti a metà degli anni 2020 continuano questa tendenza.

Mentre Washington esaurisce le sue scorte di munizioni, mette a dura prova il suo bilancio e distoglie l’attenzione dalla politica interna per gestire le guerre all’estero, la Cina rimane libera di espandere sistematicamente le sue reti commerciali in tutta l’ASEAN, l’America Latina, il Medio Oriente e l’Africa.

Conclusione

In un linguaggio che i capitalisti possono comprendere: la conquista e l’occupazione militare semplicemente non producono un ritorno positivo sugli investimenti nel mondo moderno.

La divergenza strutturale tra Stati Uniti e Cina negli ultimi decenni rappresenta un chiaro caso di studio concreto che dimostra perché la diplomazia commerciale e pacifica sia di gran lunga più redditizia e sostenibile dell’imperialismo militarista.

L’imperialismo militarista statunitense si basa su sanzioni, blocchi e distruzione fisica, tutti elementi che riducono la torta economica globale.

Viceversa, la diplomazia pacifica e il commercio cinesi creano mercati.

L’iniziativa cinese “Belt and Road” si basa sul presupposto che un Paese dotato di una nuova ferrovia, un porto o una rete 5G costruiti dalla Cina diventi un consumatore a lungo termine di beni cinesi.

Non si possono vendere veicoli elettrici ad alta tecnologia, hardware per l’intelligenza artificiale o beni di consumo a un paese che è stato bombardato fino al collasso economico.

Grazie alla diplomazia, che mantiene aperte e stabili le rotte commerciali, la Cina garantisce la crescita dei mercati globali, alimentando così la propria economia trainata dalle esportazioni.

Infine, nelle relazioni internazionali, la buona volontà e la prevedibilità sono risorse economiche di grande valore.

La posizione diplomatica della Cina, rigorosamente orientata al business e priva di pregiudizi, la rende un partner sicuro e senza attriti per i paesi del Sud del Mondo.

Questa reputazione apre le porte a lucrosi appalti infrastrutturali e ad accordi commerciali a lungo termine, che sono preclusi alle nazioni occidentali.

In definitiva, l’ultimo quarto di secolo ha dimostrato una lezione inequivocabile di grande strategia: la ricchezza si genera costruendo fabbriche, integrando le catene di approvvigionamento e dominando le rotte commerciali, non conducendo guerre o cambiando regimi con la forza.

Scegliendo la via della diplomazia commerciale anziché quella dell’espansione militare, la Cina ha di fatto ottenuto i vantaggi economici del XXI secolo senza pagare il prezzo devastante della guerra.

In definitiva, l’atteggiamento bellicoso degli Stati Uniti ha direttamente favorito l’espansione commerciale della Cina in tutto il mondo.

In una giravolta ironica del destino, gli sforzi del regime statunitense per sottomettere altri paesi e contenere la Cina gli si sono completamente ritorti contro: gli Stati Uniti sopportano i costi delle loro guerre e Pechino ne raccoglie i frutti.

È uno scherzo solo a metà il fatto che i cinesi chiamano Trump “川建国”.

Pechino è diventata la più grande vincitrice delle guerre dell’America.

Fonte

10/09/2026

I droni modello “stavano/per”

La verità è la prima vittima della guerra. Sul fronte ucraino del conflitto mondiale, però, avvengono e si dicono cose che sarebbero fuori luogo persino in una commedia trash, figuriamoci in una tragedia vera.

Si potrebbe prendere spunto dalla rissa con sparatoria avvenuta a Kiev, qualche giorno fa, tra due diversi servizi segreti – lo Sbu e il Gur – che si contendevano un collaborazionista russo. Una piccola tragedia in quella più grande, che ha prodotto anche due morti.

Pare che Olena Ivanovska, Commissaria del governo per la tutela della lingua, dopo aver attentamente studiato i video del fattaccio, abbia rimproverato entrambi i servizi segreti perché si sarebbero insultati “in una lingua straniera”. Ossia in russo, comunemente parlato da tutti gli ucraini.

Oppure potremmo parlare dello sconcerto provato da due immobiliaristi con il mattone al posto del cuore – Jared Kushner e Steve Witkoff, i due inviati personali di Trump per qualsiasi crisi – che incontrando i vertici di Kiev (dopo aver visto Lavrov a Mosca) si sono resi conto di avere davanti dei tamarri incapaci di capire quando scherzare e quando fare sul serio, quindi costitutivamente impossibilitati a condurre una qualsiasi trattativa seria.

Ma il caso del giorno è l’ennesimo misterioso drone, “certamente russo”, che in Moldavia avrebbe “quasi colpito” l’aereo che stava decollando per portare Zelenskij ad Oslo, per i funerali del re di Norvegia. A darne notizia, stranamente, è stato il premier norvegese Jonas Gahr Støre, mentre dalla Moldavia solo silenzio.

Più tardi un addetto della presidenza ucraina, ossia dello stesso Zelenskij, ha precisato che “Si è trattato di un allarme in Moldavia quando un (drone) russo è entrato nello spazio aereo moldavo e romeno”. La stessa fonte ha definito “esagerata” l’affermazione secondo cui Zelensky sia stato a rischio.

Ha chiuso il cerchio il ministro delle Finanze norvegese, Jens Stoltenberg, ex segretario generale della Nato. “Ce ne ha parlato ieri sera durante un incontro. Non oso entrare nei dettagli, ma il volo ha subito un ritardo e ci sono state delle minacce contro l’aereo. Tuttavia, non conosco abbastanza dettagli per fornire ulteriori spiegazioni”.

Di fatto, insomma, non è successo niente. Ma nessun giornale o tg occidentale si è chiesto nulla. Troppo facile titolare “un drone russo ha quasi colpito l’aereo di Zelenskij”, con contorno di lacrimevoli considerazioni sulla dura vita che conduce il presidente ucraino.

A noi, distanti migliaia di chilometri e senza “entrature” nei circoli ristretti della guerra in corso, appare chiaro che i “droni russi” sono di due tipi piuttosto diversi. Da un lato ci sono quelli che quasi ogni giorno colpiscono installazioni militari ed energetiche ucraine, ed anche qualche abitazione (la guerra elettronica e la contraerea possono cambiare significativamente le traiettorie), provocando danni e distruzione reali. In questo del tutto simili a quelli di Kiev, che fanno lo stesso con le infrastrutture civili russe.

Poi ci sono i droni del modello “stavano/per”, che colpiscono le prime pagine e i tg della sera. Appaiono e scompaiono sui cieli della Polonia, o all’aeroporto di Lipsia prima del voto in Sassonia-Anhalt, in Romania o nei paesi baltici.

Questo tipo di droni, “certamente russi”, non provocano alcun danno. Quando ce ne viene mostrato qualcuno fanno persino “tenerezza” (ne ricordiamo uno con un paio di giri di nastro adesivo sulla punta, mestamente appoggiato sul tetto in eternit di una conigliera).

O meglio: un danno lo fanno. Quello di cercare di orientare il “dibattito pubblico” in direzione del riarmo e del taglio di tutta la spesa sociale ancora in vita.

In effetti anche i droni “stavano/per” sono un’arma terribile... 

P. s. Tutto come previsto sopra.

Sia fonti della presidenza ucraina sia il portavoce del governo moldavo hanno ridimensionato le affermazioni del premier norvegese secondo cui un drone russo avrebbe sfiorato l’aereo del presidente ucraino Zelensky mentre era in viaggio verso Oslo.

Il portavoce moldavo ha dichiarato in un comunicato che la Moldavia ha “chiuso il proprio spazio aereo nel pomeriggio dell’8 settembre, poco dopo le 16:30, in seguito alla violazione del proprio spazio aereo da parte di un drone russo proveniente dall’Ucraina”.

“Dopo le 17:20, le autorità hanno confermato che il drone era precipitato ed era esploso a circa 160 km dall’aeroporto internazionale di Chisinau. Le restrizioni di volo sono state quindi revocate e l’aereo del presidente ucraino è decollato, in ritardo rispetto al previsto”.

Fonte

08/09/2026

Gli inviati di Trump tra Mosca e Kiev, mentre l’Europa cerca strade per impedire la pace

Una maratona diplomatica di quarantotto ore ha portato gli inviati speciali di Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, a un duplice colloquio, sabato al Cremlino con Vladimir Putin e domenica a Kiev con Volodymyr Zelensky e rappresentanti di Germania, Francia e Regno Unito. Il sunto della due-giorni è che la guerra continua, e le potenze europee vogliono trovare il modo di farla continuare.

Dopo sette mesi di stallo (e dissanguamento ucraino), la Casa Bianca rilancia il dialogo tra Russia e Ucraina per definire una soluzione negoziata al conflitto. The Donald sta probabilmente cercando altre strade per glorificare il suo operato, dato che lo strangolamento di Cuba non ha dato finora i risultati sperati e l’aggressione all’Iran si è trasformata in una sconfitta strategica, con annesso rialzo dei prezzi dei carburanti anche negli States.

Il nodo economico rimane centrale nella diplomazia del tycoon. Sul tavolo del presidente russo, infatti, non sono finite soltanto le opzioni per la risoluzione delle ostilità, ma anche potenziali progetti di investimento congiunti di ampia portata tra Washington e Mosca. Il Cremlino, tuttavia, rifiuta tregue prolungate o vertici tripartiti con Stati Uniti e Ucraina, a meno che non servano per siglare un accordo definitivo, su cui l’intesa è ancora lontana.

Domenica, Kushner e Witkoff sono giunti a Kiev per la prima volta dall’inizio del secondo mandato Trump: per l’occasione, Putin aveva persino disposto una sospensione temporanea dei raid aerei sulla capitale ucraina per tre giorni. I due inviati hanno incontrato Zelensky e, successivamente, i consiglieri per la sicurezza nazionale di Germania, Francia e Regno Unito.

A Kiev le proposte statunitensi sono state accolte con un cauto ottimismo e giudicate da fonti governative più efficaci e attuabili rispetto al passato, riporta il Kyiv Independent. Tra i temi caldi del confronto hanno figurato la sicurezza delle infrastrutture energetiche in vista dell’inverno e il sostegno economico e militare.

Zelensky ha dichiarato che si è parlato dell’autorizzazione per la produzione ucraina dei missili Patriot, rimasta in sospeso, senza però fare sostanziali passi in avanti. Allo stesso tempo, ha confermato il clima costruttivo delle discussioni, ribadendo come uno dei nodi più spinosi, quello delle cessioni territoriali, possa essere risolto solo tramite un incontro diretto con Putin.

Il presidente ucraino ha però respinto ogni illusione di una svolta immediata nel conflitto. La guerra continuerà almeno per tutto l’anno e probabilmente per l’inverno a venire. Del resto, in una nota della Casa Bianca inviata ad Afp e Axios dopo il confronto di Mosca si faceva riferimento a generici avanzamenti di cui si sarebbe dato conto nelle successive settimane: lo sguardo era già sul medio termine.

Al contrario, sul breve è la smania guerrafondaia a sostenere la giunta di Kiev. Da Londra e Parigi è arrivato il via libera per la produzione domestica del missile da crociera Storm Shadow, mentre la risposta del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov alle accuse tedesche di aver orchestrato il fallito attentato dell’aeroporto di Lipsia-Halle è netta: per Mosca, “in linea di massima, è l’inizio di una vera guerra”.

L’escalation condotta dalle capitali europee prevede di integrare definitivamente l’Ucraina nel complesso militare-industriale del Vecchio Continente, così da renderla, oltre che laboratorio bellico sulla pelle degli ucraini, anche fabbrica e insieme destinatario della produzione di armi e armamenti europea. L’autorizzazione riguardante gli Storm Shadow va in questa direzione.

Allo stesso tempo, è evidente che né Kiev nei suoi alleati europei sanno più dove attingere per armare e finanziare l’Ucraina, che è sempre più allo sbando. L’unica strada è quella di usare gli asset finanziari russi congelati, ma per farlo bisogna trovare una soluzione legale che metta al riparo dallo sgretolamento di ogni fiducia nel sistema finanziario europeo.

Il problema è aggirare il blocco del Belgio, che detiene la maggior parte dei 210 miliardi di euro presso Euroclear, e teme giustamente i contenziosi che potrebbero ricadere sul paese. Una soluzione che viene sempre più paventata è quella di trasferire i soldi verso un nuovo depositario, con un’iniziativa di cui tutti i 27 membri della UE sarebbero corresponsabili.

Non ci sarebbe uno stato specifico su cui rifarsi, e il Belgio verrebbe così sollevato dalla paura delle ritorsioni. Ma i nodi legali e i possibili effetti economici rimangono inalterati. È il sintomo della corsa disperata alla guerra delle classi dirigenti europee, e anche la loro unica alternativa.

Fonte

La guerra in Ucraina ha distrutto la Sassonia-Anhalt

di Alessandro Volpi

Sull’esito delle elezioni in Sassonia-Anhalt si stanno facendo molte analisi e molte verranno fatte nei prossimi giorni. Io mi limito ad una lettura molto “strutturalista”. È un mio limite...

L’impatto del conflitto russo-ucraino sull’economia della Sassonia-Anhalt ha assunto i connotati di una vera e propria frattura strutturale, agendo con una forza d’urto superiore rispetto ad altre aree della Germania a causa dei profondi legami storici, industriali ed energetici che legavano questo Land all’Europa orientale.

Il cuore del problema risiede nella configurazione stessa del sistema produttivo regionale, imperniato sul cosiddetto Triangolo della Chimica, dove poli industriali come Leuna e Bitterfeld-Wolfen hanno prosperato per decenni grazie a forniture stabili e a basso costo di gas e petrolio provenienti dalla Russia.

La chiusura dei rubinetti energetici e l’imposizione delle sanzioni hanno trasformato quello che era un vantaggio competitivo in una vulnerabilità critica, costringendo giganti della raffinazione a stravolgere i propri flussi logistici per sostituire il greggio che un tempo scorreva ininterrotto attraverso l’oleodotto Druzhba.

Parallelamente, il settore della produzione di fertilizzanti e prodotti chimici di base, rappresentato da realtà come la SKW Piesteritz, si è trovato sull’orlo del collasso quando il prezzo del gas naturale è schizzato a livelli tali da rendere la produzione economicamente insostenibile, innescando fermi macchina che hanno minacciato non solo l’occupazione locale ma anche le catene di approvvigionamento di settori chiave come l’agricoltura e l’autotrasporto.

Ma la crisi non si è limitata ai grandi complessi industriali, colpendo duramente anche il fitto tessuto di piccole e medie imprese metalmeccaniche e ingegneristiche della zona di Magdeburgo e Halle, che vedevano nella Russia un mercato di sbocco privilegiato e consolidato e che, dall’oggi al domani, hanno visto svanire commesse miliardarie a causa del regime sanzionatorio e dell’instabilità geopolitica.

Questa perdita di mercati esteri è stata aggravata da un’inflazione interna galoppante che ha eroso il potere d’acquisto dei cittadini in modo più marcato rispetto ai Land occidentali, poiché in Sassonia-Anhalt i salari medi restano storicamente più bassi e la quota di reddito destinata a coprire i costi di riscaldamento ed elettricità è proporzionalmente più alta.

Di conseguenza, la contrazione dei consumi privati ha colpito il commercio al dettaglio e i servizi, creando un effetto domino che ha rallentato l’intera crescita regionale.

Mentre il governo locale cerca di accelerare la transizione verso l’idrogeno verde e le energie rinnovabili per garantire una nuova indipendenza energetica, il costo sociale di questa trasformazione forzata resta elevatissimo, alimentando un diffuso scetticismo verso le scelte di politica estera di Berlino e mettendo in discussione la tenuta del modello economico regionale in un mondo ormai privo dell’energia russa a basso costo.

In questo scenario, la resilienza del mercato del lavoro, che pur tiene grazie alla cronica carenza di manodopera qualificata, non basta a nascondere il senso di incertezza per un futuro industriale che deve essere interamente riscritto sotto la pressione di costi operativi permanentemente più elevati e di una riconversione tecnologica che richiede tempi e capitali che non tutte le aziende locali sembrano in grado di sostenere.

Non c’è dubbio che la guerra produce effetti politici sempre più evidenti e che il blocco sociale del lavoro rifiuta il modello militarizzato e pedagogizzante della Germania europea.

La sinistra in Europa deve tornare a parlare e ad ascoltare quel blocco.

Fonte

05/09/2026

Dal drone di Lipsia ai droni di Zelensky, il sapore amaro della disperazione

di Fulvio Scaglione

Ma davvero lo sento solo io il puzzo acre di disperazione che si leva dalle ultime finto-bellicose iniziative europee nel confronto con la Russia? Finto-bellicose perché, se davvero credi che un Paese straniero mandi droni esplosivi in uno dei tuoi principali aeroporti, vuol dire che stai subendo un’aggressione armata, un tentativo di strage. E se per di più sei membro di un’alleanza militare chiamata NATO, e il bersaglio dell’aggressione armata era un aereo carico di rifornimenti militari destinati da quell’alleanza all’Ucraina, anche la NATO (dov’è finito il famoso articolo 5?) dovrebbe intervenire, reagire. E tu reagisci chiudendo un consolato e la Casa Russia? È pur vero che sei la Germania, ovvero il Paese che si è fatto saltare sotto il sedere il gasdotto Nord Stream che ti aveva reso ricca e quasi dicevi grazie agli attentatori, ma le conclusioni possibili sono solo due.

La prima: sei una pippa. La seconda: è tutto inventato. Inventato perché i russi non avrebbero il pelo o le capacità di commettere un gesto simile? Dipende. Il pelo certamente. Le capacità… parliamone, perché in molti casi non è che si siano rivelati abilissimi. Pensiamo al “caso Litvinenko”, l’ex agente del KGB avvelenato con il polonio a Londra nel 2006, con i responsabili (Andrej Lugovoj e Dmitrij Kovtun) prontamente individuati. O al “caso Skripal”, altro ex agente del KGB colpito con il gas nervino Novichok ma sopravvissuto, e i due colpevoli (Anatolij Chepiga e Aleksandr Mishkin, agenti del servizio segreto militare) identificati. Per di più, in entrambe i casi le inchieste hanno tirato in ballo una responsabilità diretta del Cremlino, non un gran risultato per i russi.

Però quello di Lipsia sembra un pasticcio troppo grande anche per quei pasticcioni dei russi: il drone esplosivo che non esplode, il tizio che lo prende a calci, il piano molto raffinato però affidato a due pirla qualunque, i passaporti, il transito per l’Italia che invece no, e così via. Compresa la grottesca conferenza stampa dei ministri tedeschi Alexander Dobrindt (Interni) e Johann Wadephul (Esteri), i quali non dicono perché sono così sicuri che si tratti di un attentato di Mosca ma parlano cinque minuti e poi se ne vanno, senza accettare domande. È piena la Rete di Osint, di considerazioni più o meno fondate, di dubbi ragionevoli, noi qui non ci dilunghiamo. Giornali e Tv, ovviamente, hanno reagito come un sol uomo (e forse non è un modo di dire): Russia colpevole, lo dice la Germania. A mettere qualche mano avanti sulla versione dominante sono rimasti solo quelli che se ne intendono: per esempio Stephen Bryen, già fondatore dell’agenzia anti-spionaggio tecnologico del Pentagono, sentito dal nostro Roberto Vivaldelli.

Il fatto è che che tutto questo serve poco e conviene ancor meno a Vladimir Putin, che con l’invasione dell’Ucraina nel 2022 si è messo in una grana da cui può uscire solo andando avanti e sperando nella vittoria (Quale? quando? A che prezzo?), mentre conviene molto a una serie di disperati che stanno dalle nostre parti. Prendiamo il Governo tedesco. La popolarità del cancelliere Friedrich Merz ormai si conta sulle dita (tra il 13 e il 22% a seconda dei sondaggi, comunque al minimo storico: al suo confronto il povero Olaf Scholz era un gigante) mentre il 6 settembre si vota in Sassonia-Anhalt con il rischio di vedere la destra di Alternative für Deutschland (AfD) andare al governo da sola nel land celebre per la sua industria chimica. Afd, a parte le altre caratteristiche, si distingue per aver sempre criticato lo scontro europeo con la Russia: non pare anche a voi che il caso del drone di Lipsia caschi fin troppo a fagiolo per il disperato Merz? E la disperazione dalle sue parti dev’essere enorme se il ministro della Difesa Boris Pistorius si è spinto a chiedere di aprire la procedura per mettere al bando l’AfD. Quanto dev’essere disperato, un Governo, per tentare una mossa come quella ai danni del secondo partito di Germania? Cioè per preferire il suicidio politico a un’onorevole (e poi perniciosa, ma questo è un altro discorso) sconfitta sul campo? D’altra parte, parlando sempre di disperazione. Pistorius è quello che ha inviato lettere a 298.200 diciottenni nell’ambito del nuovo programma di servizio militare volontario per il 2026 e ha raccolto 530 arruolamenti (tasso di adesione: 0,18%) e da fine politico che conosce il Paese ha subito proposto la leva obbligatoria.

Il drone di Lipsia, poi, ha rivitalizzato gli zombie del radicalismo europeo, prima fra tutti Kaja Kallas, responsabile per la politica estera Ue, e si vede. La Kallas è subito partita all’attacco con i suoi cavalli di battaglia. Per esempio: bloccare l’ingresso nella Ue ai cittadini russi che, dice lei, sono “ospiti” dei nostri Paesi ma ne approfittano per fare le loro porcherie da spie. Per carità, fate pure. Tenete però presente che i viaggiatori russi in Europa nel 2025 sono stati più di 500 mila, dei quali 161.121 in Italia, 156.547 in Francia (ma Macron non se li mangiava a colazione, i russi?) e 123,359 in Spagna (dati Die Welt). A parte alcune decine di spie acquattate nell’ombra, gli altri sono turisti paganti, non “ospiti”, e quasi sempre paganti pure bene. Glielo dice la Kallas agli operatori turistici e agli agenti di viaggio? La Kallas non lo sa ma siamo messi così bene che abbiamo la benzina a 2,039 euro al litro (se ti fai il pieno da solo fuori dalle autostrade, altrimenti vai a 2,124 se la fai in autostrada) e il diesel a 2,146, pur godendo del taglio delle accise. Sono gli stessi prezzi del 2022: quattro anni e mezzo di guerra per ritrovarci allo stesso punto.

Sempre la Kallas (mai un momento libero, la signora...) riporta in vita l’idea di prendere i 210 miliardi di asset russi “immobilizzati” (non “congelati”, tra poco vedremo perché) in Europa e passarli all’Ucraina. Anche qui il tempismo è tutto. Il 24 agosto, trentacinquesimo anniversario dell’indipendenza del Paese, Volodymyr Zelensky ha detto che all’Ucraina “servono molti più soldi” per difendersi dalla Russia. Salta fuori il drone di Lipsia e la Kallas propone di passargli 210 miliardi. Un’altra mossa della disperazione: nulla di quanto intrapreso finora dall’Europa ha raggiunto lo scopo prefissato (non dimentichiamo che era: sconfiggere la Russia sul campo) e quindi adesso proviamo con i soldi.

Intanto l’idea di riversare una tale montagna di denaro in un’Ucraina che, sia più o meno simpatico dirlo, è crivellata dagli scandali di corruzione fino a lambire la porta della Presidenza, e proprio nei settori in cui quei denari dovrebbero essere impiegati, lascia almeno perplessi. Ma poi la Kallas forse ignora quanto ha detto proprio nei giorni scorsi il Primo Ministro belga Bart De Wever: “I fondi della Banca Centrale Russa sono immobilizzati, non congelati. La maggior parte di essi si trova in Belgio, presso il depositario Euroclear. Sono immobilizzati per un periodo indeterminato. Questa è stata una decisione molto importante, perché non si possono semplicemente prelevare i soldi di qualcun altro. Non siamo in guerra con la Russia. L’Europa non è in guerra con la Russia. Non si possono semplicemente confiscare i soldi di qualcuno, sarebbe un atto di guerra. Non bisogna sottovalutare queste cose. Nella storia, non ci sono precedenti simili. Anche durante la Seconda Guerra Mondiale, i fondi immobilizzati non sono stati confiscati. Se si facesse questo ora, sarebbe qualcosa di inaudito e comporterebbe gravi conseguenze”. A quanto pare, dunque, la Kallas vuole entrare in guerra con la Russia. Geniale.

Nel grande catino della disperazione, poi, entra anche l’unico che abbia diritto a provarne, ovvero il presidente ucraino Zelensky, che da quattro anni e mezzo fa di tutto per difendere il proprio Paese. Negli ultimi tempi ha provato ogni cosa: colpire le navi russe, e i russi hanno cominciato a colpire le sue e i suoi porti. Colpire le raffinerie russe, e i russi hanno colpito le sue centrali elettriche. Colpire i magazzini e le aziende, e i russi si sono messi a fare altrettanto. Alla fine è sbottato e ieri ha dichiarato quanto segue: “Oggi vogliamo avvertire ogni compagnia aerea che utilizza lo spazio aereo russo, ogni assicuratore e tutti coloro che utilizzano ancora i principali aeroporti russi: lo spazio aereo russo sta diventando completamente insicuro... I giorni sicuri nei cieli della Russia sono finiti”. Ha detto comunque che non colpirà aerei civili, ma «la presenza dei droni nei cieli della Russia sarà su una scala che deve essere considerata».

Molti si sono subiti sperticati a dire che Zelensky non ha minacciato di abbattere voli civili nei cieli della Russia. Ma alla fin fine quel che Zelensky ha detto in sostanza è: Noi lanciamo i nostri droni, se ci va di mezzo un vostro aereo sono cazzi vostri. O giù di lì. Disperazione pura. Su Mosca e altre città della Russia volano compagnie turche, qatariote, cinesi, emirati, bielorusse, indiane... Glielo dice lui a Modi o a Xi Jinping che gli ha abbattuto un aereo e sono cazzi suoi?

E alla via così, spacciando per strategia rattoppi sempre più colorati ed evidenti. Il nostro ministro Crosetto prende come consulente l’ex enfant prodige della politica ucraina, Mychaylo Fedorov, appena prima che salti fuori che da ministro della Difesa questi ha aperto una voragine da 27 miliardi nel budget del ministero della Difesa. Uscito da lì, il patriota Fedorov si è fatto fare un’esenzione dal servizio militare da una Ong finanziata dagli americani, dai quali si è subito recato per mettersi in affari. Gli americani dicono che l’ex generale Vannacci è un agente della Russia e subito il vice-premier Tajani si lancia a paventare influenze russe sulle elezioni del 2027, come se non fosse dal 2016, prima elezione di Trump, che andiamo avanti con queste pagliacciate. E come se non fosse chiaro che i voti a Vannacci serviranno soprattutto a impedire la formazione di un governo politico per farci tornare a un Mario Draghi o Mario Monti d’antan.

E Trump? Gli era andata bene con il Venezuela e non ha resistito a farla fuori dal vaso. Si è cacciato in un colossale pantano con la guerra contro l’Iran e ora, non sapendo più quale panzana sparare, ricicla ai giornalisti la storia che “tre mesi fa, secondo i dati disponibili, in Iran sono stati uccisi 52.000 manifestanti. Ora sento che il numero dei morti è aumentato di altri 20-25.000. Pertanto, il numero totale dei manifestanti uccisi è di circa 65.000”. Dimostrando tra l’altro di conoscere male non solo l’Iran ma anche l’aritmetica.

Va così, facendo finta di essere sani. A proposito: tante polemiche per la presenza del ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, al G20 negli Usa. Avrebbero dovuto ascoltarlo, invece. Soprattutto quando diceva: “Negli ultimi quattro anni, le spese per interessi sostenute dai Paesi del mondo per il servizio del debito pubblico sono aumentate del 50%, e i Paesi sviluppati stanno già destinando fino all’80% dei nuovi prestiti al rifinanziamento del debito esistente”. Lui ci spiega che siamo nei debiti fino alle ascelle e loro lo escludono dalla foto finale del G20, come se fossero in quinta elementare. E poi dicono il Titanic...

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28/08/2026

Mezze bugie e mezze verità sulle armi italiane all’Ucraina, ancora una volta

Il governo Meloni continua a navigare nella più totale ambiguità/complicità sulle forniture di armamenti italiani all’Ucraina per la guerra contro la Russia. Ma ancora una volta, così come avvenuti sui voli militari statunitensi dalle basi italiane nel contesto dell'aggressione all'Iran, l’esecutivo nasconde la verità al paese attraverso mezze bugie e mezze verità.

Le polemiche in questo caso sono scattate dopo il vertice a Kiev dei paesi europei “volenterosi” (nel far proseguire la guerra in Ucraina, ndr) e per le rivelazioni comparse sul giornale La Repubblica.

La premier Giorgia Meloni aveva confermato l’impegno italiano sugli aiuti all’Ucraina ma parlando dell’invio di nuovi generatori elettrici in vista dell’inverno, in tale contesto aveva anche annunciato che l’Italia non prenderà parte alle esercitazioni su vasta scala della coalizione previste per l’autunno intorno e dentro l’Ucraina.

Due annunci che avevano il compito di tranquillizzare il dissenso interno alla maggioranza di governo e di tenere buona quella parte dell’opposizione contraria all’invio di armi e al coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Ucraina.

Ma le indiscrezioni sulle forniture militari italiane a Kiev pubblicate da Repubblica hanno riacceso lo scontro politico a tutto campo.

Stando a quanto riporta La Repubblica, il governo starebbe preparando l’invio a Kiev di armi di ultima generazione come le batterie contraeree Samp-T nella versione NG in grado di abbattere i missili balistici, gli intercettori Aster 30 e alcuni radar. Altro che generatori!

Il governo – prosegue La Repubblica – vorrebbe inoltre ricorrere alla formula del decreto proprio per prevenire eventuali dissensi interni alla maggioranza.

La fornitura prevederebbe quattro batterie antimissile Samp-T di nuova generazione (NG). Poi ci saranno i radar Kronos costruiti da Leonardo, mentre anche l’Italia, così come Francia e Gran Bretagna, darà il via libera formale alla produzione direttamente in Ucraina dei missili – in questo caso gli Aster.

In questo ennesimo decreto per l’invio di armi all’Ucraina ci sarebbero anche il sistema “Grifo” della Difesa italiana, che utilizza i nuovi missili Camm-Er per intercettare droni kamikaze, missili da crociera e armi anti-radar a corta portata.

Su questa ennesima forzatura bellicista del governo, nel teatrino della politica italiana non sono venuti a mancare i paradossi. A destra il gen. Vannacci si scaglia contro questa decisione di inviare armamenti all’Ucraina, nel campo largo c’è invece chi – come l’on. Magi di +Europa o l’on, Ruffino di Azione – la ritene “una buona notizia” anche se la premier è “costretta a farlo di nascosto”.

Il ministro della Difesa Crosetto ha affidato la replica ad una nota pubblicata sul sito del ministero della Difesa, in cui precisa che il Parlamento “ha autorizzato il Governo a inviare, anche per il 2026, come già era stato fatto in tutti gli anni precedenti, aiuti (di natura sia civile che militare) all’Ucraina”.

Come accaduto anche con i precedenti invii di armamenti, anche questo tredicesimo pacchetto sarà coperto da segretezza. Verrà infatti approvato prima tramite un decreto interministeriale, poi passerà al vaglio del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica i cui membri sono obbligati al segreto, per essere infine approvato dal Consiglio dei ministri.

Per mantenere segreti i materiali da inviare in Ucraina, il governo riferirà, infatti, la lista solo al Copasir. È lo stesso Crosetto a spiegare che quando viene assemblato un “pacchetto” di aiuti, la difesa e le amministrazioni competenti “preparano un decreto, chiedono al presidente del Copasir di poterlo illustrare ai suoi membri, lo illustrano e solo espletati tutti questi passaggi (non formali, ma sostanziali, dato che viviamo in una Repubblica in cui la sovranità è in capo al Parlamento) tale decreto viene adottato, nella prevista forma del secretato, il che mette in condizione tutti i membri del Copasir (dove siedono esponenti di maggioranza come di opposizione) di esserne in piena e totale conoscenza e averne totale contezza, come è giusto che sia”.

Con una certa dose di malizia, ma affermando sicuramente una mezza verità, Crosetto ha poi ricordato che questo è stato il percorso seguito sull’invio di armi in Ucraina da tutti i governi fino a oggi. 

Anche questa volta il Parlamento e il paese saranno messi davanti al fatto compiuto su scelte che stanno trascinando l'Italia sempre più pesantemente nella guerra in Ucraina. Così come avverrà anche per l’indebitamento con i fondi europei SAFE (veri e propri crediti di guerra, ndr) per l’acquisto di nuovi armamenti, anche questo caso non verrà affatto discusso in Parlamento come invece era stato annunciato dal ministro dell’Economia Giorgetti.

È un meccanismo che va spezzato e interrotto con decisione prima che sia troppo tardi.

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Se la Cia è l’ultima spiaggia

Nel mondo delle spie nulla è come appare. Anzi, quel che “deve” apparire è un risultato voluto, cercato con ostinazione e determinazione. Deve coprire altro, ma nessuno può dire con certezza che cosa. E qui cascano sempre dal pero i “dietrologi” che, disponendo dei pochi e slegati indizi messi a disposizione o comunque trovati per caso, si inventano letteralmente un “film” su come potrebbero essere andate le cose, secondo le proprie preferenze politiche.

Per dire: se i “dietrologi di sinistra” hanno campato per anni (ed anche bene, economicamente parlando) inventandosi una lotta armata italiana che sarebbe stata al servizio della Cia, quelli di destra (senza virgolette) hanno fatto lo stesso avendo nel mirino il Kgb sovietico. I più cretini hanno messo insieme tutto, shakerato e portato il cervello al cortocircuito finale, nel mondo dove tutto è possibile e quindi non c’è niente di sicuro.

La Cia, dunque. Se il suo capo va a Mosca a bordo di un C-17 Globemaster III, dopo una sosta in Lettonia, e incontra il suo omologo alla testa dei servizi segreti russi, è ovvio che non esca nulla di certo. E che le “indiscrezioni” fatte attentamente filtrare alle fonti giornalistiche da anonimi funzionari – tutti occidentali, “protetti dall’anonimato” – siano esattamente ciò che deve “apparire”. Con buona certezza che perciò sia in buona parte falso.

Ed è comunque soltanto una “narrativa”, come si può verificare dai media occidentali, che presentano la vista di John Ratcliffe alla stregua di un semi-ultimatum affinché la Russia smetta – contemporaneamente – di aiutare l’Iran condividendo armi e tecnologie della difesa, nonché per consigliare di “non reagire in modo eccessivo” se dovesse essere colpita dalle sanzioni. In pratica un “fatevi i fatti vostri e non vi lamentate, se no è peggio”.

Una “coattata alla texana”, insomma, che dovrebbe evocare l’immagine di stivali appoggiati sul tavolo davanti a interlocutori intimiditi.

Poi la mente va all’analoga visita del suo predecessore, William Burns, alla fine del 2021, presentata allora come un “duro ultimatum” a Putin affinché non attaccasse l’Ucraina. Cosa avvenuta tre mesi dopo...

La credibilità di questa narrazione è dunque bassina, diciamo ma intanto ha oscurato la ben più lunga e ben accolta visita del “ministro degli esteri” vaticano, Gallagher, che proseguirà ancora per giorni.

Oltre all’ovvia perorazione della pace fermando tutte le guerre, l’emissario del Papa si sarebbe soffermato più a lungo sulla vicenda ucraina, che tutte le fonti ormai danno ai titoli di coda o pressappoco, ma le modalità di chiusura possono essere estremamente differenti.

L’inverno alle porte – paradossale scriverne con le temperature odierne – è considerato l’ultimo prima del crollo verticale del paese, già stremato da quattro anni e mezzo di guerra, fuga dei giovani, debiti non ripagabili neanche in un secolo, economia inesistente, esportazioni semi-bloccate, divisioni interne, inchieste per corruzione che al momento si fermano sulla porta di Zelenskij in attesa di capire chi dovrà sostituirlo.

Militarmente la situazione è stata sintetizzata dall’ex ministro della difesa, l’osannato “giovane” Fedorov: “stiamo lentamente perdendo la guerra”. Dovrebbe sapere bene di cosa parla, ma anche lui viene messo in discussione – dai media guerrafondai europei – perché vorrebbe nuove elezioni, anche mentre si combatte. Ovviamente per candidarsi.

Così – nel tentativo di prendere ancora tempo – Zelenskij prepara l’arruolamento delle donne e si affida direttamente ai nazisti acclarati dei battaglioni Azov affidando loro il comando di ciò che resta sotto suo controllo del Donetsk: il solito Andriy Biletsky e Denys Prokopenko, comandante del reparto che si era arreso a Mariupol, nell’acciaieria Azovstal (il quale, secondo gli accordi di scambio dei prigionieri, non avrebbe potuto tornare a combattere...).

Un quadro pieno di crepe, che ovviamente il capo della Cia conosce nei dettagli  meglio di tutti. E senza neanche accennare all’Iran, dove l’opzione militare è stata accantonata per manifesta incapacità statunitense di raggiungere gli obbiettivi, finendo sostituita dall’ultimo esercito che gli Usa possono schierare: il sistema finanziario.

Non proprio la retrovia che consente di recitare la parte del “coatto” sulle rive della Moscova. Quasi una conferma dello stallo in cui è infilata l’amministrazione Usa, tra guerre che non riesce né a vincere né a chiudere.

Ma vedremo presto, crediamo, qualcosa di più concreto...

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26/08/2026

Ucraina - Soldi europei ma armamenti extraUe. L’autolesionismo di Bruxelles

L’Ucraina ha ottenuto da Bruxelles alcune deroghe che le consentono di procurarsi equipaggiamenti militari anche fuori dall’Europa nell’ambito dell’Ukraine Support Loan (il prestito comunitario per il sostegno bellico a Kiev).

La Francia sta ora cercando di limitare la durata di queste deroghe, nel tentativo di fare in modo che una quota maggiore dei fondi garantiti dall’Ue sostenga la produzione della difesa europea e, potenzialmente, francese, secondo quanto risulta a Euronews.

L’Ukraine Support Loan approvato ad aprile dai Paesi dell’Ue prevede ben 90 miliardi di euro per sostenere lo sforzo bellico ucraino nel 2026 e 2027. È suddiviso in 30 miliardi di euro di sostegno economico e 60 miliardi di euro di assistenza militare.

Secondo le condizioni del prestito, l’Ucraina non dovrebbe coprire più del 35% del costo totale di un prodotto per la difesa con forniture provenienti al di fuori dell’Ue e dello Spazio economico europeo.

Mentre la Francia chiede limiti precisi alle deroghe e rispetto delle quote di acquisto di armamenti europei all’Ucraina, con una forte dose di autolesionismo i ministri della Difesa di Svezia, Paesi Bassi, Germania, Danimarca, Estonia, Polonia, Lettonia, Finlandia e Lituania hanno scritto all’Alta rappresentante dell’Ue per la politica estera Kaja Kallas e al commissario alla Difesa Andrius Kubilius, chiedendo che l’Ucraina abbia la massima flessibilità possibile per acquistare gli equipaggiamenti di cui ha bisogno.

“Continuiamo a sottolineare che la rapida approvazione dei piani di fornitura è fondamentale, anche attraverso un uso pragmatico della deroga per l’acquisto di materiali prodotti da Paesi terzi”, si legge nella lettera.

La Francia al contrario sta invece facendo pressione sulla Commissione affinché, alla fine, le deroghe lascino più spazio alla produzione europea di armamenti.

Le ripetute ambiguità della Commissione europea in materia di forniture militari e assistenza economica all’Ucraina, hanno fatto si che la Commissione dovrà trovare un equilibrio delicato tra interessi divergenti: da un lato vorrebbe approfittare della guerra in Ucraina per rafforzare la produzione europea nel settore della difesa e ridurre la dipendenza strategica dai fornitori esteri nel medio-lungo periodo, dall’altro vuole assicurarsi che l’Ucraina disponga comunque degli armamenti necessari per proseguire la guerra con la Russia.

Dunque i ripetuti e cospicui finanziamenti comunitari all’Ucraina per proseguire la guerra con la Russia, che teoricamente intendevano essere un volano per le industrie militari europee, rischiano di diventare una ulteriore fonte di finanziamento per le industrie belliche statunitensi o israeliane.

Sul fronte interno il governo Meloni, dopo aver negato per settimane, ha invece deciso di utilizzare 8 miliardi dei crediti di guerra europei (il fondo Safe) sui 14,9 disponibili per l’Italia. Ufficialmente è per ricostruire le scorte di magazzino degli armamenti inviati in Ucraina, in realtà serviranno all’acquisto di nuovi armamenti.

Intanto relativamente all’annuncio dato due giorni fa da Macron sulle manovre militari ai confini e all’interno dell’Ucraina dei paesi “volenterosi” per ottobre/novembre, la Russia ha fatto sapere di ritenere l’ipotesi inaccettabile.

“Non è la prima volta che si discute dell’intenzione di schierare contingenti militari provenienti da paesi membri dell’Alleanza Atlantica sul territorio ucraino” – ha dichiarato il portavoce del Cremlino Peskov – “La condizione è ‘dopo la fine del conflitto’. Ma abbiamo ripetutamente ribadito a vari livelli la nostra posizione, ovvero che lo schieramento di contingenti militari stranieri provenienti da paesi dell’Alleanza Atlantica è per noi inaccettabile”.

In queste ore Mosca è al centro di un frenetico via via diplomatico dagli Stati Uniti e dal Vaticano. Su questo vedi l’articolo pubblicato in altra parte del giornale.

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Cia e Vaticano in missione a Mosca

Una missione di cui non si sa nulla, contemporanea a quella del “ministro degli esteri” del Vaticano, Paul Richard Gallagher (ma è inglese...), che ieri si è incontrato con il suo omologo Lavrov. Della seconda missione sappiamo che la parola d’ordine è “questa guerra [in Ucraina, ndr] deve finire”. Che, assicurano da Mosca, è anche l’intenzione del Cremlino.

Della spedizione di John Ratcliffe – capo della Cia, arrivato a bordo di un aereo militare (si nota, in mezzo a quelli civili dell’aeroporto) – non si sa invece quasi nulla. Tutti, perciò, a esporre ipotesi.

I guerrafondai europei – prendiamo ad esempio il Corriere – sperano che sia lì soltanto per far rilasciare due cittadini americani “ovviamente innocenti” arrestati da anni come presunte spie (e quando mai l’America avrebbe dovuto spiare la Russia?). Teoricamente possibile, ma sproporzionato. Queste faccende, tra superpotenze, si risolvono senza discussioni pubbliche o viaggi semi-ufficiali, se non per la cerimonia della riconsegna (se la spia è “di peso”).

La seconda ipotesi “confortevole” per gli stessi soggetti è che si stia parlando delle “maxi-sanzioni” all’Iran, appena elaborate dal segretario al Tesoro, Bessent, che riguardano da vicino anche la Russia, titolare di un notevole interscambio con Teheran. In questo caso il tema sarebbe “sganciatevi dagli ayatollah prima che veniate colpiti anche voi”.

Teoricamente possibile, ma fuori di competenze. Per illustrare la “convenienza” ad obbedire a Washington su questo fronte servono degli economisti o dei finanzieri, non il capo delle spie. Si tratterebbe infatti di illustrare grafici, percentuali, elenchi di società o persone che fanno legittimamente affari con un paese di 92 milioni di abitanti, compensazioni adeguate offerte sul piatto, ecc..

Resta l’ipotesi regina: si parla di Ucraina. E sembra decisamente probabile visto che “la visita” arriva appena 24 ore dopo la sceneggiata messa in atto a Kiev, con i “volenterosi” europei a plaudire al “piano di pace” di Zelenskij e promettere missili a lungo raggio. Anzi, solo le licenze per costruirseli in casa, oltre che i soldi necessari a continuare la guerra.

In mancanza di certezze, sperano se non altro che i rapporti tra Washington e Mosca siano “deteriorati”, così da immaginare un largo “spazio vitale” per la propria asfittica presenza.

Che il capo della Cia discuta col Cremlino dei destini di questa guerra, mentre su un tavolo parallelo anche il Papa fa lo stesso, è però un trave messo di traverso sulla strada dei “bellicosi”, che avevano immaginato un percorso più lineare: Zelenskij presenta il “piano di pace”, Putin lo rifiuta e “noi” possiamo quindi tranquillamente aumentare gli aiuti a Kiev, tacitando le opposizioni interne dando la colpa ai russi.

Le bozze del “piano” fatte circolare, per quanto generiche e senza dettagli, sembrano l’album dei sogni. In pratica prevede:

  • una tregua generale e incondizionata dei combattimenti;
  • le truppe di Kiev si ritirano dal Donbass non ancora occupato (una frazione minima dell’oblast di Donetsk;
  • i russi si ritirano da tutto il Donbass occupato.

Nulla viene detto della Crimea e degli altri due oblast occupati che la collegano al resto.

Esaurita questa prima fase, il Donbass – sotto la dizione di “Free Trade Economic Zone” demilitarizzata – verrebbe dato in gestione agli Stati Uniti, classificati come “paese neutrale” (quello che ha guidato il golpe di Majdan nel 2014 dando inizio alla guerra!), fungendo da presunta “zona cuscinetto” tra i due paesi.

A quel punto si dovrebbe impiantare una forza militare multinazionale nel resto dell’Ucraina, composta da truppe francesi ed inglesi, con supporto della Polonia e sotto comando britannico.

Chiaro? Di fatto, la Russia dovrebbe rinunciare a tutto ciò per cui ha combattuto: l’associazione del Donbass russofono alla Federazione e la garanzia che la Nato non si allarghi all’Ucraina (truppe europee a Kiev questo significano), conquistando peraltro la stragrande maggioranza del territorio “conteso”.

Diciamo che queste sono le condizioni che un paese sconfitto considererebbe “molto dure e punitive”. Ma non si vede perché dovrebbe accettarle un paese che pur subendo qualche attacco missilistico contro obiettivi economici e civili, sul terreno continua ad avanzare (per come è possibile in una guerra in cui la “prima linea” è ormai costituita da sciami di droni, certo).

E infatti il portavoce di Vladimir Putin, il sempre controllato Peskov, l’ha immediatamente classificato come una delle tante fantasie di cui non vale la pena di occuparsi.

Il “piano” era insomma disegnato proprio per farsi dire di no e andare dritti allo scontro. Ci si può naturalmente chiedere quanto siano fuori di senno i cosiddetti “volenterosi” nel perseguire una strategia talmente suicida (è scritto in tutte le “dottrine nucleari”, di qualsiasi paese, che ad una “minaccia esistenziale”, che mette cioè in discussione la continuità ed integrità territoriale dello Stato, si può rispondere usando anche l’arma atomica, che Mosca possiede in numero strabordante: oltre 6.000 testate contro le circa 200 a testa di Parigi e Londra).

Ma non c’è dubbio che questa sia la loro intenzione, per quanto malamente camuffata con la retorica “libertaria”. Non a caso ci è arrivata anche Giorgia Meloni, che si è detta disponibile a inviare generatori di elettricità per tener botta il prossimo inverno, un po’ di soldi e altre armi, ma non soldati.

Ecco quindi che la visita del capo della Cia acquista una importanza particolare, persino inquietante. Far rivivere lo “spirito di Anchorage”, quando sembrava che tra Putin e Trump fosse scattato un accordo di massima da realizzare in tempi medio-brevi, è evidentemente una mission impossible.

I massimi dirigenti politici – il segretario di stato “Narco” Rubio e il vicepresidente J.D. Vance – non sembrano in grado di maneggiare un dossier così voluminoso (più semplice “fare i coatti” con Cuba, anche se pure lì è stato messo per ora il freno a mano all’intervento militare, preferendo la via dello “strangolamento economico”).

I due “sempre inviati” – Witkoff e Kushner – vanno bene per gli accordi immobiliari, ma non hanno mai cavato un ragno dal buco in trattative serie, vedendosi smentiti da tutti poche ore dopo ogni annuncio: da Trump, da Netanyahu, dai mediatori, da Teheran, ecc..

Meglio dunque un “professionista”, per quanto anomalo come il capo degli spioni. Se l’America vuole togliersi l’impiccio di una guerra che dura da troppo tempo e sta diventando pericolosa a causa dell’azione di ex imperialisti da operetta – questo sono ormai Francia e Gran Bretagna, in attesa del riarmo tedesco – il tempo ormai stringe.

Ci vogliono “gli adulti nella stanza”, e fuori i deficienti...

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