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21/10/2026

Ucraina ai titoli di coda, l’Unione Europea barcolla

Qualcosa si muove nella direzione di porre fine alla guerra in Ucraina. Non è detto che arrivi al traguardo, ma si muove... 

Il fatto accertato più evidente è la denuncia quotidiana che Zelenskij fa dopo ogni bombardamento: “i nostri alleati non ci hanno avvertito e dato il tempo di lanciare l’allarme”, ossia far scendere nei rifugi la popolazione e soprattutto i vertici di Kiev.

“Gli alleati” in questione sono però uno solo: gli Stati Uniti. Il sistema di assistenza e sorveglianza satellitare è Starlink, che è indispensabile sia per guidare gli attacchi in profondità dei droni ucraini, sia per segnalare quelli russi in arrivo.

Elon Musk ha mandato a quel paese Zelenskij ricordando che la gestione di quella parte della sua rete satellitare è stata ceduta per ovvi motivi al Pentagono (si chiama ora StarShield) e che comunque l’ex attore al comando è ora che si faccia da parte, lasciando il posto a qualcuno disposto a trattare.

Discorso simile fa ogni giorno anche Trump, dunque c’è poco da indovinare. Quando il mandante di un conflitto rivede i suoi progetti, per l’esecutore materiale non ci sono altre scelte che obbedire. Anche perché l’illusione che l’Europa – cioè: Gran Bretagna, Francia e Germania – potessero davvero sostituire Washington sul piano militare ed economico, si è rivelata per quel che era.

Che gli Stati Uniti in versione Obama-Biden siano stati “il mandante” della crisi ucraina fin da prima del Majdan (2014) è accertato da anni. Che abbiano cambiato idea solo con la seconda presidenza Trump, anche. Sottolineiamo “con la seconda”, perché dal 2016 al 2020 nulla era cambiato nella strategia Usa di espansione della Nato ad Est.

Quella strategia era stata più o meno entusiasticamente accettata dai paesi europei, i più scervellati tra i quali già sognavano “una Russia più piccola, più debole, divisa in tanti Stati” (come ripetuto pochi giorni fa da Kaja Kallas, che ormai non si rende più conto della gravità autolesionista di quel che dice). È una federazione, del resto, non il monolite dipinto dalla propaganda “europeista”.

Il cambiamento strategico ha portato gli Usa a muovere guerra unilaterale all’Iran, seguendo i raptus suprematisti israeliani, il che ha però gettato l’intero Pianeta in una crisi energetica senza pari, che andrebbe risolta prima di far collassare intere economie.

Trump ha sicuramente una visione più ristretta degli interessi statunitensi, perché minore è la capacità egemonica sul resto del Mondo. Ma soprattutto ha il problema urgente di far scendere rapidamente il prezzo dei carburanti nel suo paese, conditio sine qua non per portare a termine il suo mandato senza dover contrattare giorno per giorno con l’opposizione.

Non potendo disporre l’apertura di Hormuz e neanche quella di Bab el Mandab (lato Yemen, in mano agli Houthi), non resta che chiudere il conflitto ucraino e ricominciare a far circolare petrolio greggio e soprattutto gasolio già raffinato proveniente dalla Russia.

L’unica cosa sul piano militare che ancora riusciva al regime di Kiev, però, era proprio il bombardamento con droni di raffinerie e depositi russi, ma grazie alla “guida” satellitare statunitense. Sei volte è arrivato da Washington il consiglio-ordine di non farlo più (per far scendere il prezzo del gasolio negli Usa, non per altro), e sei volte l’ex comico ha tirato innanzi, spinto-sostenuto dal gruppo dei volenterosi imbecilli europei.

A quel punto i satelliti si sono quasi spenti, Kiev non controlla più né gli attacchi e meno ancora le difese, così ora si dice disposta a trattare.

Al di là dei ristretti orizzonti locali, però, la questione ucraina è ormai un problema mondiale strettamente connesso – causa petrolio e suoi derivati – con la crisi mediorientale. O si continuano queste guerre, e cade gran parte dell’economia globale, oppure si prova a darci un taglio.

Il campo di gioco riguarda non a caso i tre giocatori principali: Washington, Mosca e Pechino. Con la Casa Bianca così poco interessata tener conto di altri interessi da costringere i russi – i russi! – a ricordare che qualsiasi eventuale accordo deve comprendere gli ucraini, altrimenti è fuffa.

Oslo non ha ancora dato il Nobel a Trump, ma in questi giorni è tornata al centro di un tourbillon di incontri diplomatici. Protagonisti, per forza di cose, gli immobiliaristi di famiglia prestati alla politica estera: Witkoff e Kushner (il genero ultrasionista di Trump, che però segue “da remoto”). Subito dopo si sposterà a Mosca e sottoporrà a Putin un abbozzo di road map per chiudere quattro anni e mezzo di guerra.

Significativamente, però, il ministro degli esteri russo Lavrov è volato a Teheran per sottoporre all’omologo Araghci le idee per gestire il futuro del Golfo Persico e di Hormuz in modo congiunto, con Pechino garante e architetto dell’iniziativa.

La pace arriverebbe in quel caso quasi di certo, ma per gli Usa sarebbe anche la certificazione di una sconfitta strategica di proporzioni colossali. Del resto, se non sei più il padrone del Mondo – e gli altri te lo fanno notare, nonché pesare – devi accettare di perdere qualcosa da qualche parte (puntando, purtroppo, a riprendersi l’intera America Latina, oltre che la Groenlandia con placet europeo).

Quali possano essere i contenuti del “piano” che Witkoff presenterà a Putin è ovviamente impossibile da sapere. Ma razionalmente ci sono alcuni punti che ci devono essere per forza, se si vuole concludere una accordo che stia in piedi, almeno per diversi anni.

Il primo riguarda un’intesa almeno di massima sull’assetto di sicurezza per tutti – Russia compresa – in Europa. Se non una “nuova Yalta” (1944), qualcosa che gli somigli molto. Il che implicherebbe, come minimo, il congelamento sine die dei mega-progetti di riarmo che stanno già ora – quando sono ancora allo stadio larvale – destabilizzando gli equilibri sociali europei.

Il secondo, ma centrale, è il posto e la dimensione della futura Ucraina. I confini stabiliti dalla guerra, al momento in cui le armi cesseranno di sparare, saranno difficilmente negoziabili ma anche difficili da “riconoscere ufficialmente”. La “soluzione coreana” – le due metà del Paese non hanno mai nemmeno firmato un trattato di pace, ma convivono in relativa tranquillità tra perenni tensioni – sembrerebbe ad un certo punto l’unica praticabile.

La ricostruzione del paese, per quanto “ridotto” territorialmente (e sperando che Polonia ed altri confinanti non accampino pretese), richiederà almeno un migliaio di miliardi e venti anni di lavori. Blackrock e altri fondi americani si sono già fatti avanti, ma naturalmente andranno concertati dei limiti ai “comportamenti” Usa, anche sul piano finanziario, evitando così di porre le premesse per nuove crisi.

Le garanzie da offrire alla Russia, su cui il Cremlino insisteva da almeno un decennio prima dello scoppio della guerra aperta, sono praticamente tutte in capo agli Stati Uniti. Stavolta, al contrario di Gorbacev, nessuno a Mosca si accontenterà di promesse verbali... 

Sciolti, almeno parzialmente, questi nodi, il traffico di petrolio, gas e prodotti raffinati potrebbe tornare il ponte reale con gli interessi europei, facendo ovviamente tabula rasa non solo dei “discorsi” guerrafondai e “sanzionatori” che oggi dominano a Bruxelles e dintorni, ma soprattutto di buona parte della classe dirigente dell’Unione Europea, che si è dimostrata totalmente incapace di affrontare la realtà con un po’ di raziocinio.

Ma questo, ovviamente, è un compito che si devono assumere fin da subito i popoli europei. Questi idioti hanno fatto fin troppi danni, e sono disposti – si vedano le mosse di Parigi e Roma, tra coprifuoco e impiego dell’esercito – pure al golpe militare pur di non andarsene...

Fonte

17/10/2026

Ucraina, genesi di un conflitto. E il collasso de “Il manifesto”

Il tracollo culturale della sinistra italiana riassunto in due articoli dello stesso giornale, che reca ancora la dizione “quotidiano comunista” solo per ragioni di continuità del finanziamento pubblico (se si togliesse sarebbe da registrare come una testata nuova, perdendo così i diritti consolidati).

Il tema è lo stesso: l’Ucraina e la guerra. I periodi sono differenti, ma dentro la stessa finestra storica (il dopo golpe di majdan, 2014, con la guerra unilaterale agli indipendentisti del Donbass, fino alla guerra attualmente in corso dal 2022). Diversissimi – praticamente opposti – gli autori degli articoli.

Il primo, che dà anche il titolo a questo confronto, è di Rossana Rossanda, storica fondatrice del giornale insieme a Luigi Pintor, Valentino Parlato e tanti altri del gruppo cacciato dal Pci. Il secondo dall’attuale cronista utilizzato per resocontare l’andamento della guerra. La differenza non potrebbe essere più spietata.

Da un lato la ricostruzione storica e politica obiettiva di come si è passati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica all’espansione ad est della Nato, e di come il sistema mediatico occidentale aveva già allora iniziato a consolidare una “narrazione unica” incentrata sulla falsa dicotomia “aggressore-aggredito” (la Russia, nel 2014 non aveva ancora fatto nulla militarmente, al massimo un po’ di supporto logistico alle milizie di autodifesa di Donetsk e di Lugansk), fino ad adombrare l’immagine poi adottata ufficialmente anche da Mattarella: “Manca poco che la Russia non sia definita un nuovo terzo Reich”, scriveva giustamente Rossanda.

Dall’altra, “grazie” a Sabato Angieri, la descrizione empatica e partecipata alla dura vita dei cecchini ucraini, politicamente non definiti ma  – per la collocazione temporale ed il fronte di guerra, Pokrovsk, nodo strategico attorno a cui si è combattuto per due anni, conquistato infine dai russi nel febbraio di quest’anno – realisticamente membri dei battaglioni di élite inquadrati come “Azov”. Come si evince del resto dai tatuaggi. Nazisti puri, insomma. 

Non ci scandalizza il fatto che un giornale possa ospitare – e pagare – articoli scritti da collaboratori che non condividono la visione del mondo di una particolare testata. Anche noi, nel nostro piccolo e chiarendo preliminarmente che non siamo in grado di pagare, ospitiamo spesso punta di vista diversi. Ma esiste un limite che dovrebbe essere esplicito: l’antifascismo.Oltre che uno secco NO alla guerra.

Articoli così li troviamo ogni giorno sui giornali italiani, dal Corriere a Repubblica, ai fogliacci di estrema destra, tutti pronti a giurare che si tratta solo di “lettori di Kant” che difendono il proprio paese dagli “orchi” russi, “criptocomunisti” da descrivere negli stessi termini anni ’50 (“mangiano i bambini”). Possibile che non si trovi in giro qualche collaboratore esterno meno “embedded”? Non si va in certe trincee senza aver garantito una certa “copertura”, utile ai fini della propaganda...

Il fatto di trovare certi articoli, ancora oggi, su il manifesto, descrive secondo noi meglio di qualsiasi analisi critica l’abisso in cui è precipitato un certo ceto giornalistico che ha confuso la “professionalità” con l’omologazione ideologica. Quella che permette di “lavorare” per qualsiasi testata, adattandosi alle richieste della proprietà. E in cui il più piccolo “spirito critico” è stato ormai espunto, se non per qualche “questione di stile”...

Non tutti gli articoli del giornale sono di questo livello, per fortuna; alcuni li ripostiamo volentieri perché scritti da compagni capaci di restituire la complessità di problemi e situazioni. Quel che sorprende – e indigna – è come si possa far coesistere sulle stesse pagine la critica del capitalismo reale o del genocidio israeliano e la celebrazione nuda e cruda delle avanguardie combattenti della Nato, ovvero della parte apertamente fascista del disgraziato popolo ucraino.

Come se l’attuale direzione del giornale non notasse neanche la differenza... Quella che ognuno di voi, ne siamo certi, vedrà esplodere leggendo.

*****

L’Europa non è certo nata in chiave antiamericana ma, date le dimensioni e il numero degli abitanti, almeno come grande mercato autonomo e con una moneta forse concorrenziale; e per alcuni anni questo è stata. Ma da qualche tempo ha sottolineato in modo sbalorditivo un ruolo che una volta si sarebbe detto “atlantico”. Non più sotto il vessillo anticomunista, il comunismo essendo scomparso da un pezzo, ma antirusso.

Qualche anno fa, Immanuel Wallerstein mi diceva che, spento ogni scontro ideologico, le nuove guerre sarebbero state commerciali. E quale altro senso dare al conflitto in corso a Kiev? Esso sembra avere per oggetto l’identità nazionale dell’Ucraina. Eccezion fatta per il manifesto, tutta la stampa e le tv disegnano il quadro di un’Ucraina povera ma democratica che si dibatterebbe nelle grinfie dell’orso russo; il quale le ha già strappato la penisola di Crimea e se la vorrebbe mangiare tutta.

Manca poco che la Russia non sia definita un nuovo terzo Reich. In occasione del settantesimo anniversario dello sbarco in Normandia, il presidente francese Hollande è stato accusato di aver invitato alle celebrazioni anche Putin – come se la battaglia di Stalingrado non avesse permesso agli Stati Uniti il medesimo sbarco, distraendo dal Nord Europa il grosso della Wehrmacht – nello stesso tempo invitando niente meno che dei reparti tedeschi a partecipare alla rievocazione del primo paracadutaggio alleato sul villaggio di Sainte-Mère-l’Eglise.

Da qualche giorno poi sappiamo che gli Stati Uniti, neppure il presidente Obama, ma il suo ex rivale Mc Cain – hanno ammonito la Bulgaria, la Serbia e gli altri paesi coinvolti in un progetto di gasdotto per trasportare il gas russo in Europa (con un tracciato che evitava l’Ucraina, perché cattiva pagatrice) a chiudere i cantieri in corso, preferendo un nuovo tragitto attraverso l’Ucraina a quello diretto per l’Europa occidentale.

Stupore e modeste proteste di Bruxelles, convinta che si tratti di una minaccia simbolica. Che tuttavia va inserita nel quadro di un cambiamento delle esportazioni Usa, ormai indirizzate al commercio del gas di scisto, per altro non ancora avviato.

L’Europa teme dalla Russia rappresaglie per avere applaudito all’abbattimento del presidente ucraino filorusso Yanukovic da parte delle forze (piazza Maidan) che sono ora al governo a Kiev. Ma la storia dei rapporti tra Russia e Ucraina è tutt’altro che lineare. Il principato di Kiev è stato la prima forma del futuro impero russo, annesso da Caterina II alla Russia verso la metà del XVIII secolo, stabilendo in Crimea la sua più forte base navale.

La sua cultura, il suo sviluppo e i suoi personaggi, da Gogol a Berdiaev, sono stati fra i protagonisti della letteratura russa del XIX secolo. L’intera letteratura russa resta segnata dalla guerra fra Russia, Inghilterra e Francia, che hanno cercato di mettervi le zampe sopra: si pensi soltanto a Tolstoi e alla topografia delle relative capitali ricche di viali e arterie che la commemorano (Sebastopoli).

Ma il paese, che all’origine era stato percorso, come l’Italia, da una moltitudine di etnie, dagli Sciti in poi, ha stentato a unificarsi come nazione, distinguendosi per lotte efferate e non solo ideali fra diversi nazionalismi, spesso di destra. Il culmine è stato nella prima e seconda guerra mondiale: nella prima sotto la presidenza di Petliura, nazionalista di destra, quando l’Ucraina è stata l’ultimo rifugio dei generali “bianchi” Denikin e Wrangel, con lo scontro fra lui e la repubblica sovietica di Karkov.

Solo con la vittoria definitiva dell’Urss si è consolidata la Repubblica sovietica nata a Karkov, destinata a diventare negli anni trenta il centro dell’industrializzazione. Industrializzazione sviluppatasi esclusivamente all’est (il bacino del Donbass, capoluogo Karkov), mentre l’ovest del paese restava per lo più agricolo (capoluogo Kiev, come di tutta la repubblica); e questo rimane alla base del contenzioso fra le due parti del paese.

Nella seconda guerra mondiale, poi, l’occupazione tedesca ha incontrato il favore di una parte del panorama politico ucraino, un’eredità evidentemente ancora viva nei recenti fatti di piazza Maidan: il partito esplicitamente nazista circola ancora e non è l’ultima delle ragioni per cui il paese resta diviso fra la zona orientale e quella occidentale.

Nel secondo dopoguerra, Kruscev dette all’Ucraina piena autonomia amministrativa, Crimea compresa, senza alcuna conseguenza politicamente rilevante perché restava un processo interno all’Unione Sovietica.

È soltanto dal 1991 e dal crollo dell’Urss che, anche su pressione polacca e lituana, il governo dell’Ucraina guarda all’Europa (e alla Nato) e incrementa lo scontro con la sua parte orientale. Sembra impossibile che in occidente non si sia considerato che l’Unione Sovietica non era solo una formula giuridica: scioglierla d’imperio e dall’alto, come è avvenuto nel 1991, significava creare una serie di situazioni critiche sia nelle culture che nei rapporti economici che attraversavano tutto quel vasto territorio.

Da allora, Kiev non ha nascosto di puntare a un’unificazione etnica e linguistica anche forzosa delle due aree, fino a interdire l’uso della lingua russa agli abitanti dell’est cui era abituale.

L’Europa e la Nato non hanno mancato di appoggiare le politiche di Kiev, e poi l’insurrezione contro il presidente Yanukovic assai corrotto, costretto a tagliare la corda in Russia. Ma la zona orientale non lo rimpiange certo: non tollera il governo di Kiev e la sua complicità con la Nato, ma non perché abbia nostalgia di questo personaggio. Si è rivoltata contro la politica passata e recente di Kiev che ha tentato perfino di impedire l’uso della lingua russa, usata dalla maggioranza della popolazione all’est.

L’Europa e la Nato, appoggiate da Polonia e Lituania, affermano che non si tratta di un vero e spontaneo sbocco nazionalista, ma di una ingerenza diretta della Russia, e così dicono stampa e televisione italiana. Non c’è dubbio che la Russia abbia voluto il ritorno della Crimea nel suo grembo, ma la proposta dell’est di andare a una federazione con l’ovest, garantendo l’autonomia di tutte e due le parti, è stata bocciata da Kiev e dal governo degli insorti.

La decisione di votare in un referendum all’est contro Kiev è stata presa non da Putin, messo in imbarazzo, ma dalla popolazione dell’est che ha votato in questo senso al 98%. Non si tratta di un processo regolare (non accetteremmo che l’Alto Adige votasse una delle prossime domeniche la sua appartenenza all’Austria, senza alcun precedente negoziato diplomatico), ma non è stato neppure una manovra russa come l’Europa tutta ha sostenuto.

È sorprendente che perfino il poco che resta delle sinistre europee abbia sposato questa tesi e che in Italia le riserve di Alexis Tsipras sulle politiche di Bruxelles non abbiano alcuna eco. C’è perfino chi evoca in modo irresponsabile azioni armate contro Mosca. La deriva dei conflitti, anche militari, e non solo in Ucraina, rischia di segnare sempre di più un’Europa che ha dimenticato storia, geografia e politica.

Rossana Rossanda – il manifesto – 29 giugno 2014

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Professione cecchino

«Non è come uno se lo immagina: non ti annoi, non ti addormenti, in realtà c’è molto da vedere; anche se sembra che il fronte sia attivo solo quando c’è un assalto non è così. Basta avere pazienza». Dima parla con una voce da baritono che nella piccola caserma vuota dà un risalto tombale a ogni sua parola. Ti fissa negli occhi e, sapendo che lavoro fa, quello sguardo insistente è fastidioso. Accanto a lui Vanka e un signore di mezza età del quale non capiamo il nome che se ne resta tutto il tempo al computer.

Sono cecchini dell’esercito ucraino inquadrati in una brigata di fanteria nei pressi di Pokrovsk. Stanno riposando dopo l’ultimo turno, che è stato molto pesante.

«Abbiamo operato dalla struttura di una miniera abbandonata da quando i russi si sono avvicinati a quest’area» racconta, «su una piccola collina. Immagina un palazzo ancora da finire, con il cemento a vista, senza finestre e vuoto». «Sembra il paradiso, eh?» interviene Vanka, che accanto a Dima sembra la spalla di un duo comico.

Dima è molto alto, con la testa ovale rasata a zero, la barbetta rada che parte dagli angoli inferiori della mandibola e si allunga sotto il mento e gli occhi blu. Vanka è basso, porta una frangetta spettinata e la barba ben rifinita, entrambe rosse. Ha un sorrisetto sarcastico perennemente stampato in faccia e gli occhi piccoli e tondi che ti spiano da sotto i capelli fulvi e sembrano sempre distratti.

Ma poi quando ti viene la curiosità di guardarlo ti accorgi che ti stava già guardando lui. È pieno di tatuaggi e sulle mani ha dei caratteri runici che nell’ultimo anno sono apparsi su molte t-shirt e patch dei militari. Dicono sia l’antico ucraino, assomiglia molto a una pseudo-scrittura nordica che richiama tristemente l’estetica dei gruppi neo-nazisti.

Sono entrambi seduti sulle brandine, dove ci hanno fatto accomodare non senza offrirci «Chai, coffee», ovvero tè o caffè, prima domanda che si riceve all’ingresso in ogni posto di soldati, anche nelle situazioni più pericolose.

«Comunque» riprende Dima, «da lì abbiamo fermato i russi per settimane, controllavamo qualsiasi cosa passasse, giorno e notte». Mentre parla apre le braccia che sono spaventosamente lunghe, sembrano prendere tutta la stanza. Afferra un monocolo, «è un visore notturno, americano, costa 4.000 dollari». «I primi tempi facevamo turni di 6 ore in due, uno al fucile e l’altro al puntatore, poi tornavamo in una casa sicura a riposare per 6 ore mentre c’era un’altra squadra, così la postazione era sempre attiva.

Poi, quando i russi hanno cominciato ad avanzare, abbiamo iniziato a fare turni di 9 ore e a dormire 3 ore dietro il fucile, tutte le squadre contemporaneamente». Ma non gli viene mal di testa, male agli occhi, non si stanca? Mostra dal cellulare una foto del suo occhio iniettato di sangue con un grosso grumo da un lato: «Questo dopo 12 ore di turno» dice senza quasi sbattere le palpebre.

Molti cacciatori parlano degli appostamenti con eccitazione perché costringono a fare cose che normalmente non faresti mai come ascoltare il tuo respiro, ridurre al minimo il dispendio di energie e a zero i movimenti per il rischio di essere scoperti o sbagliare il colpo.

È così anche per loro? «Non direi» risponde Dima, «a me interessa di più osservare, non mi stanco mai. Passo da un lato all’altro della boscaglia e quando torno dov’ero prima mi accorgo di cose che non avevo visto. E ogni volta c’è una cosa nuova…».

«Finché non vedi un soldato nemico», lo interrompiamo. «La cosa più importante è accertarsi che non siano dei nostri, fatto questo spariamo a qualsiasi cosa si muova». Quanto sono rimasti nella fabbrica? «Due mesi prima che ci trovassero» risponde Vanka, «ma quando hanno capito non è stato bello. L’aviazione russa ha iniziato a sorvolare la collina, io e Dima ci siamo spostati al piano terra mentre l’altra squadra si è messi all’ultimo piano, forse erano ubriachi non so, comunque li sentivamo urlare insulti. Quando hanno sganciato un Tochka-U pensavamo fossero tutti morti, invece non so dirvi come si sono salvati. Solo che ora niente più postazione».

Il Tochka è un missile balistico molto diffuso negli arsenali russi e ne erano presenti a centinaia nei depositi di Tikhoretsk (regione di Krasnodar) e Oktyabrskoye (Tver) colpiti ieri dalle forze armate ucraine. I video delle esplosioni sono simili a quello di Toropets, il deposito a nord della Bielorussia distrutto da Kiev mercoledì. Secondo lo Stato maggiore ucraino: «L’arsenale di Tikhoretsky è uno dei tre più grandi centri di stoccaggio di munizioni ed è uno dei principali nel sistema logistico delle forze russe».

Al momento dell’attacco, sempre secondo Kiev, «erano appena state consegnate almeno 2 mila tonnellate di munizioni, anche dalla Corea del Nord». Tre depositi in 3 giorni: un duro colpo per l’esercito russo, che non ha commentato. Ma per quanto di successo siano gli attacchi ucraini, Mosca continua a bombardare. Anche mentre parliamo con Dima e Vanka si sentono i boati in lontananza.

«Ma i vostri non rispondono?» chiediamo. «Non sempre, dobbiamo usare bene le munizioni, non ne abbiamo tante come loro» dice Dima. «Aspetta» lo interrompe l’altro, «guarda cosa ho portato». Da una sacca mimetica Vanka estrae strumenti militari. «Vengono dalla Norvegia» spiega «sono stato di recente ad addestrarmi lì».

E com’è andata? «Prima ero stato anche in Francia, ma i francesi non mi hanno insegnato niente, mi sembrava una situazione un po’ stupida a dire la verità. Invece in Norvegia mi sono sentito io uno stupido soldato ucraino che non sapeva niente. I popoli nordici sono avanti a noi in tutto, hanno un altro modo…».

Mentre l’apologia del Valhalla è ancora in corso ricevono una chiamata. Da sotto un tavolo Doma e Vanka prendono i pesanti fucili da cecchino e li preparano. Sarà, di nuovo, una lunga giornata.

Sabato Angieri – il manifesto – 22 set 2024

Fonte

UE “congelata” sul prezzo del gas

I rapporti tra mandante ed esecutore sono sempre a svantaggio del secondo, perché si assume i rischi immediati e di lungo periodo, mentre il primo “paga” solo eventualmente e se c’è un’autorità più forte in grado di imporgli un prezzo.

Questa considerazione andrebbe messa in primo piano ogni volta che si affronta la situazione ucraina, in cui c’è un esecutore certo – la parte nazista di quel paese, che si è resa disponibile a fare la guerra alla Russia per “indebolirla e dividerla in tanti staterelli”, come ha ammesso infine quella gola senza neuroni di Kaja Kallas, che guida la politica estera UE – e parecchi complici che, logicamente, hanno agito da esecutori di supporto.

Il mandante era e resta l’America, che però ha cambiato idea – e dunque strategia – oltre che il personale politico dirigente.

E per gli esecutori non c’è cosa peggiore, perché perdono le coordinate che orientavano le loro poche possibilità di scelta, rischiando ad ogni passo di ritrovarsi sotto i colpi del nemico scelto dal mandante e contemporaneamente di quelli del mandante stesso, ovviamente deciso ad imporre i propri esclusivi interessi come sempre era stato.

Questa seconda constatazione spiega buona parte dei problemi attuali dell’Unione Europea, che si ritrova con una guerra in casa senza più le forze per arrivare alla “vittoria”. Una seconda parte di problemi arriva comunque dalle scelte economiche e di struttura decisionale che si era data, obbedendo ai dettami dell’ordoliberismo tedesco che – parecchi anni fa, ormai – sembrava trionfante.

Tutti questi nodi sono arrivati al pettine e il Consiglio Europeo ci si è impiccato.

Riguardo all’Ucraina ci sarebbe molto da dire, ma nella sostanza la domanda resta: sono in grado gli europei di sostituire “il mandante” nel sostegno materiale e finanziario alla guerra? La risposta della realtà dice “no”, all’indomani della scoperta che se gli Stati Uniti non garantiscono minuto per minuto l’assistenza satellitare e di intelligence Kiev si ritrova come Gaza sotto i bombardamenti: non solo senza difese, ma persino senza sapere cosa e dove sta per piovergli addosso.

Sul piano finanziario, idem. Le necessità della junta Zelenskij crescono di giorno in giorno e la UE si ritrova, al contrario, costretta a ridurre un bilancio comunitario cresciuto oltre i limiti (e la tolleranza dei “mercati”). Con le piazze che ora premono esplicitamente per non accrescere la spesa militare – buona parte della quale finisce nelle trincee o nei “cessi d’oro” di Kiev – che va come sempre a scapito di quella sociale (sanità, scuole, pensioni, tutela ambientale, ecc.).

Le stesse “regole” adottate per imporre comportamenti “virtuosi” agli Stati meno abituati al controllo del bilancio si stanno ora rivelando trappole mortali anche per chi le aveva caldeggiate.

L’esempio più chiaro arriva dalle regole che formano il prezzo del gas europeo, chiamato “sistema Ets” che sta per entrare – dal 2027 – nella seconda fase di funzionamento (Ets2). La ratio di questo sistema risale all’epoca – pochi anni fa – in cui la UE avviava la “transizione ecologica” fondandola però su “criteri di mercato” anziché su decisioni politiche.

In estrema sintesi, il prezzo del gas è stato collegato a quello del carbonio, nella produzione di energia elettrica, tramite un sistema di quote che dovevano essere acquistate quando si superava una certa soglia di emissioni. Il meccanismo avrebbe dovuto indurre le produzioni maggiormente inquinanti (quelle a carbone) a cambiare la fonte energetica, alzando il costo da sopportare in quel caso.

Con la guerra in Ucraina, la distruzione dei gasdotti Nord Stream da parte dei servizi di Kiev e soprattutto le guerre nel Golfo Persico, però, anche le forniture di gas sono diventate problematiche. E il meccanismo di “trasmissione dei prezzi” ha preso a spingere velocemente verso l’alto quel che era stato fin lì la fonte energetica più economica (il gas veniva soprattutto dalla Russia).

Se non si rivede il meccanismo, l’entrata in vigore dell’Ets2 – con regole ancora più costrittive, perché si applicherebbero anche a settori che non possono sostituire velocemente la fonte energetica (riscaldamento domestico, automobili, ecc.) – si rischia l’esplosione dell’economia europea.

Il sistema Ets prevedeva una “riserva” nel caso il prezzo del gas fosse salito al sopra dei 45 euro, ma non prevedeva una situazione come quella attuale, a quasi 90 euro. Ma senza quelle regole, paradossalmente, in questo momento la domanda europea di gas sarebbe di molti miliardi di metri cubi in più. Difficili da trovare, visto che con le “sanzioni” si è rinunciato a quello russo mentre il blocco di Hormuz ha fortemente ridotto l’apporto di quello qatariota. Con conseguente volo del prezzo verso soglie himalayane...

Ovvio, insomma, che molti paesi europei abbiano messo sul tavolo la richiesta di rivedere il meccanismo. Ovvio anche che altri paesi – quelli che si erano già “messi in regola” riducendo le emissioni – si oppongano all’eliminazione di un loro “vantaggio competitivo”.

Il risultato è lo stallo. Come certificato dal comunicato finale del Consiglio Europeo conclusosi nella notte. “Nell’ambito della revisione in corso del sistema Ets e a supporto della competitività industriale europea – si legge al punto 11 delle conclusioni – il Consiglio Europeo ribadisce la necessità di garantire con urgenza un mercato del carbonio ben funzionante, trasparente e prevedibile, da proteggere in modo efficace contro la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, per ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e mitigarne l’impatto sui prezzi dell’elettricità, preservando al tempo stesso il ruolo essenziale dell’Ets sul clima e la transizione energetica attraverso un segnale di prezzo basato sul mercato per le emissioni di carbonio che guidi gli investimenti e l’innovazione”.

Serve la traduzione, vero? In pratica tutto resta com’è. La formula recepisce le “preoccupazioni” (soprattutto dell’Italia meloniana e del “gruppo di Visegrad”), ma nulla di più.

Le bollette continueranno a salire, perché ogni aumento di prezzo si scaricherà sull’“utente finale”. Noialtri, in questo caso.

Fonte

16/10/2026

In Germania inizia il processo per il sabotaggio del gasdotto Nord Stream

La reazione dell’Ucraina invasa

Nel settembre del 2022 i gasdotti furono danneggiati da una serie di esplosioni, che li resero inservibili: fu uno dei più eclatanti atti di sabotaggio della storia europea recente. Il processo dovrà valutare, tra le altre cose, se ci fu un coinvolgimento diretto del governo ucraino o di suoi funzionari, come sostiene l’accusa. I gasdotti erano proprietà di un consorzio in cui il socio di maggioranza è Gazprom, la principale azienda energetica russa, ed erano stati costruiti allo scopo di portare il gas russo in Europa, che prima dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 dipendeva da quelle importazioni e poi ha progressivamente diversificato. Il Nord Stream 1 era stato inaugurato nel 2011 e il ‘raddoppio’ era stato deciso e completato nel 2021 nonostante nel frattempo la Russia avesse invaso la Crimea, in Ucraina. A causa della guerra, il Nord Stream 2 non è mai entrato in funzione. I gasdotti Nord Stream, insomma, erano un simbolo e un veicolo dei legami economici mantenuti dall’Europa con la Russia.

L’unico imputato tra tanti nomi noti

L’unico imputato del processo è Serhii Kuznetsov, cittadino ucraino arrestato a Rimini nel 2025 e poi estradato in Germania. È accusato di aver attaccato un’infrastruttura energetica civile, che è un crimine di guerra secondo il diritto internazionale. Secondo l’accusa, Kuznetsov fu il capo della squadra che operò il sabotaggio. C’è un altro uomo ucraino sospettato di avervi partecipato, come sommozzatore: Volodymyr Zhuravlov, che è stato arrestato nel 2026 in Croazia e di cui la Germania attende l’estradizione (in precedenza era stato arrestato in Polonia, che invece l’aveva negata). La procura federale, quando a giugno incriminò Kuznetsov, sostenne che ai tempi del sabotaggio fosse un ufficiale delle forze ucraine. Il processo è molto atteso proprio perché sarà la prima occasione in cui le autorità tedesche renderanno pubbliche le informazioni raccolte durante anni di indagini.

Le indagini tedesche oltre gli imputati

Secondo le indagini tedesche, Kuznetsov avrebbe guidato l’operazione, a cui avrebbero partecipato altre sei persone, tra cui una donna. Il gruppo sarebbe salpato da Rostock, porto tedesco sul mar Baltico, con una barca a vela noleggiata da intermediari, e dopo alcune tappe di rifornimento avrebbe posizionato gli esplosivi sui gasdotti all’altezza dell’isola danese di Bornholm. Le autorità svedesi riscontrarono tracce di esplosivi potenti, solitamente impiegati per scopi militari, e falle su tre delle quattro condotte. Nel 2024 la Svezia archiviò le sue indagini, così come la Danimarca, citando questioni di giurisdizione o mancanza di elementi legali sufficienti. Ragioni soprattutto politiche. Da allora, come sottolinea il Post, solo la Germania ha continuato a indagare. Il sabotaggio non fu mai rivendicato e ci furono accuse reciproche fra Russia, paesi occidentali e Ucraina

Questione giuridica ma soprattutto politica

In Germania le implicazioni politiche del processo sono ancora più grosse. Hanno posizioni filorusse sia il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD), che continua a espandere i suoi consensi e a settembre ha stravinto le elezioni statali in Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania Anteriore, sia la sinistra populista dell’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW). Entrambi i partiti hanno accusato l’Ucraina del sabotaggio e chiedono l’interruzione degli aiuti economici e militari della Germania all’Ucraina: la Germania è il primo paese dopo gli Stati Uniti per valore economico di aiuti forniti. Chiedono anche un riavvicinamento alla Russia e la riapertura dei gasdotti Nord Stream (che all’epoca del sabotaggio erano fermi, proprio come conseguenza dell’inizio della guerra in Ucraina). Recentemente ha chiesto di ripararli anche il governatore della Sassonia, Michael Kretschmer del partito conservatore del cancelliere Friedrich Merz (la CDU).

Le prime scomode rivelazioni

Dei tre paesi che aprirono un’indagine sul sabotaggio dei gasdotti Nord Stream nell’autunno del 2022, la Germania è l’unico ad averla portata avanti per oltre tre anni. Da allora la polizia federale tedesca ha identificato almeno sette persone sospettate di aver partecipato in vari modi al sabotaggio, si parla di un coinvolgimento di funzionari ucraini di alto livello. Riassunto per districarci tra fatti e questioni di diritto. Il 26 settembre del 2022, sette mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, entrambi i gasdotti vennero gravemente danneggiati da più esplosioni. Secondo Scientific Reports crearono una tra le più grandi fuoriuscite di metano provocate dalle attività umane, tanto che a una settimana dall’attacco il metano presente nel mar Baltico era fino a 10mila volte superiore ai livelli normali. Nessuno lo rivendicò mai, ma da subito si parlò di un sabotaggio.

La Russia a colpire sé stessa?

La prima ipotesi a circolare fu che potesse essere stata la Russia, che aveva interesse a sfruttare le proprie esportazioni di energia per fare pressione sui governi occidentali alleati dell’Ucraina. Poi si diffuse l’idea che l’attacco fosse opera di cittadini ucraini (o ucraini e russi), forse vicini al governo ucraino e intenzionati a colpire una delle principali fonti di reddito russe, o forse vicini al governo russo e coinvolti in un’operazione false flag, cioè un’azione russa fatta passare per ucraina. Si diffuse anche una terza ipotesi, mai ritenuta davvero concreta, e cioè che potessero essere stati i servizi segreti statunitensi e norvegesi. E finalmente i fatti. Il gruppo responsabile dell’attacco ai gasdotti sarebbe salpato da Rostock, porto tedesco sul mar Baltico, su una barca a vela di 15 metri presa a noleggio sull’isola tedesca di Ruegen. Il materiale esplosivo sarebbe stato fatto arrivare nei giorni precedenti con un camion.

Artificieri abili e sommozzatori esperti

Una miscela di due potenti esplosivi, solitamente impiegati per scopi militari. Dalle indagini emerge che il gruppo di sabotatori era formato da sette persone: uno skipper, un coordinatore, un esperto di esplosivi, tre sommozzatori e una sommozzatrice. La loro identità non è stata resa nota in modo ufficiale, ma è trapelata attraverso gli atti d’indagine e i documenti della procura che sono arrivati ai giornali. Nei documenti tedeschi sono citati con il nome proprio e l’iniziale del cognome, perché la legge tedesca tutela gli indagati oscurandolo. Secondo le ricostruzioni dei giornali allora l’imputato di oggi ad Amburgo, un veterano dell’SBU, il servizio di intelligence ucraino. Nell’operazione per il sabotaggio dei gasdotti avrebbe avuto un ruolo decisionale e di coordinamento.

Dettagli dei ‘commandos’ Nord Stream

La seconda sommozzatrice sarebbe Valeria T., una cittadina ucraina di 40 anni che prima dell’inizio della guerra insegnava in una scuola di immersioni a Kiev insieme a Zhuravlov e Yevhen U., un altro uomo nella lista dei sospettati. Yevhen U. avrebbe fatto parte di un secondo gruppo, che pianificava di far saltare in aria anche il gasdotto TurkStream, che porta il gas russo in Europa passando per la Turchia. Secondo gli investigatori quell’operazione venne annullata e Yevhen U. si unì in un secondo momento al gruppo diretto nel mar Baltico. Die Zeit ha scritto che al momento sarebbe in Ucraina. Il quinto e il sesto uomo emersi dalle indagini sarebbero Vsevold K., un soldato ucraino che secondo diverse inchieste giornalistiche sarebbe stato addestrato in Germania e che si ritiene sia morto in combattimento in Ucraina nel dicembre del 2024. Infine ci sarebbe lo skipper, un marinaio di Odessa di cui non si conosce il nome vero, ma solo quelli che ha usato sui passaporti falsi usati per l’operazione.

Coperture ufficiali ucraine

Non è chiaro se e quanto il governo o le autorità ucraine fossero coinvolte, ma gli elementi d’accusa sono diversi. Il primo riguarda Zhuravlov (l’uomo arrestato in Polonia) che sarebbe riuscito a scappare in Ucraina a bordo di una macchina con targa diplomatica. Secondo elemento è che alcuni dei documenti dei sospettati nell’operazione erano autentici, anche se i cognomi erano falsi, realizzati da qualcuno dentro l’apparato ucraino. Terzo, emerge da un’indagine dei servizi segreti olandesi e della CIA, secondo cui l’operazione sarebbe stata ideata dall’ex comandante in capo delle forze armate ucraine Valery Zaluzhny. Secondo il quotidiano tedesco Spiegel sarebbe coinvolto anche Roman Chervinsky, ex capo dell’intelligence ucraina. Non sappiamo se il presidente Volodymyr Zelensky fosse a conoscenza dell’operazione.

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13/10/2026

“Cessate subito”... di prendere in giro il mondo

La faccenda sta diventando imbarazzante. Un presidente degli Stati Uniti che appare un piazzista di se stesso, un bel po’ fuori di cranio, non rassicura nessuno. A partire dal fatto che viaggia con una pericolosa valigetta nucleare a disposizione... 

L’annuncio della “tregua energetica” tra Russia e Ucraina è rapidamente debordata a manifestazione di impotenza parolaia. “Ucraina e Russia hanno accettato un cessate il fuoco immediato limitato agli attacchi alle infrastrutture energetiche”, ha annunciato Trump su Truth. “Con effetto immediato, c’è un CESSATE IL FUOCO ENERGETICO nella guerra tra Russia e Ucraina. Entrambe le parti hanno accettato. Non violatelo!”.

Volodymyr Zelenskij si è detto all’oscuro della cosa, la Russia ufficialmente tace, entrambe le parti hanno continuato a bombardare con droni le rispettive infrastrutture energetiche (con predilezione ucraina per le raffinerie e i depositi di petrolio russi), a dimostrazione empirica che le parole di Trump non corrispondono a nessun processo reale.

La spiegazione della sortita è spaventosamente banale: “tranquillizzare” i mercati dell’energia, che già stavano scontando positivamente l’accordo effettivo sul gasolio russo (4,8 milioni di tonnellate, pari a 9 giorni di consumo interno statunitense), e quindi favorire una discesa dei prezzi sia internazionali che, soprattutto, alla pompa. L’unico suo interesse vero, perché incide sul voto ormai alle porte (il 3 novembre).

Il problema è che di solito “i mercati” reagiscono male alle notizie false che vorrebbero depistarli. E se una cazzata arriva direttamente dalla Casa Bianca il danno è maggiore... 

Stamattina la reazione è ancora tranquilla, moderatamente positiva per le borse europee. Nel corso della giornata vedremo se ci sarà qualche conferma alle chiacchiere in grado di stabilizzare il ribasso del greggio oppure se si prenderà atto che a Washington non c’è più un personale politico attendibile.

Difficile qualificare altrimenti un’amministrazione con presidente così, un ministro della guerra che in mancanza di vittorie sul campo vuol aprire un serial streaming sulle fucilazioni in diretta, un vicepresidente che giura che non le guarderà (è ufficialmente cattolico), un ministro degli esteri imparentato con narcotrafficanti che guida l’assalto a Cuba e al Sudamerica, un altro all’economia (Bessent) impelagato negli Epstein files che deve guardarsi dal sospetto di essere il mandante della morte di un whisteblower che lo aveva tirato in causa, ecc..

Di serio, al momento, c’è solo un aumento considerevole della pressione Usa su Zelenskij perché si faccia da parte, favorendo tramite nuove elezioni (in ritardo ormai di due anni e mezzo) l’emergere di figure disponibili a trattare la fine della guerra. In Ucraina, del resto, si vanno moltiplicando le manifestazioni contro la sua junta, nonché le diserzioni tra i soldati al fronte e gli scontri duri tra cittadini e le squadre dei “reclutatori” che rapiscono a forza uomini per strada.

L’ex comico naturalmente nicchia. “Dite a Putin di darci due mesi e sessanta giorni”, per fare le elezioni, ha risposto. Mentre da Mosca, col solito aplomb, il portavoce del Cremlino, Peskov, si è limitato a ricordare: “Trump ha detto di credere che sia giunto il momento di un nuovo presidente. Perché? Perché il presidente ucraino deve prendere decisioni molto importanti e molto difficili per fermare questa guerra. O Zelensky si assume questa responsabilità e dimostra la volontà politica, oppure no”.

Per la Russia, insomma, un presidente ucraino vale l’altro, basta che si sieda e accetti una trattativa che partirà ovviamente dalla situazione maturata sul terreno. Con perdite, insomma.

Patetica e irrealistica come sempre la posizione dei paesi europei, che insistono nell’attribuire soltanto a Putin la volontà di andare avanti con la guerra, mentre fanno di tutto – con soldi, armi e “consulenti” militari – perché Kiev ritardi il più possibile il momento della trattativa.

Una posizione ormai apertamente irrisa anche da Kirill Dmitriev, inviato di Putin per la cooperazione economica: “I governi di Regno Unito e Unione europea, i loro seminatori di guerra (invasi dai migranti, a corto di diesel, petrolio e gas) dovrebbero smettere di infiammare la guerra”.

Il commento è in parte odioso (l’“invasione dei migranti” è un falso squallido che dà credito agli slogan dell’estrema destra neofascista), ma mette il dito nella piaga: non avete il necessario per restare in piedi, inutile che sognate una guerra vittoriosa...

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11/10/2026

Più dell’onore potè il gasolio

La tentazione di estrapolare “scenari di cambiamento epocale”, a seguito di decisioni trumpiane sicuramente fuori dall’ordinaria amministrazione all’interno del mondo euro-atlantico, è sempre forte, ma quasi sempre sbagliata.

Non che manchino i cambiamenti radicali – il Venezuela è stato attaccato e reso una colonia senza più diritti sul proprio petrolio, la Groenlandia è stata acquisita con l’acquiescenza del governo danese e dell’Unione Europea, che fanno finta di mantenere la sovranità anche se solo formale, ecc. – ma la ragione non è mai un “nuovo pensiero strategico”. Al massimo interessi di brevissimo periodo del governante di turno e la nostalgia per i tempi in cui gli Stati Uniti controllavano e dava forma al Mondo.

Premesso questo, la decisione di sospendere le sanzioni sulle vendite internazionali di gasolio raffinato in Russia – fino all’aprile del 2027 – è quantitativamente secondaria, politicamente uno schiaffo in faccia all’Ucraina e alla UE, strategicamente spiazzante l’“asse occidentale”. Soprattutto perché accompagnata dal licenziamento in diretta dell’attore incaricato di ricoprire il ruolo di presidente a Kiev, Volodymir Zelenskij.

Partiamo dalle motivazioni urgenti secondo gli interessi di Trump (che sono anche quelli degli Usa, ma “fino ad un certo punto...”).

Il problema è sicuramente quello di far scendere i prezzi dei carburanti negli Stati Uniti, e solo indirettamente nel resto del Mondo, in vista delle elezioni di midterm del prossimo 3 novembre, quando verrà rinnovato metà del Congresso (sia alla Camera che al Senato). I sondaggi dicono che ormai è troppo tardi per evitare una sconfitta che lo metterebbe in minoranza, bloccandone parte delle scelte per i prossimi due anni di mandato, ma ovviamente, Trump non lascia nulla di intentato per evitare questo destino.

Venerdì il prezzo medio del gasolio era di 6,27 dollari al gallone, in calo di 10 centesimi rispetto alla settimana precedente, ma comunque 2,60 dollari in più rispetto all’anno scorso. E per l’automobilista americano questa è quasi una violazione dei suoi “diritti costituzionali”, visto che era abituato a pagarlo 3 dollari, al massimo.

La speranza di Trump (e dei suoi candidati) è quello di veder scendere quel prezzo in pochi giorni, come del resto ammette il presidente stesso in uno dei mille post su Truth: la Russia “fornirà immediatamente” il carburante “in base alle condizioni delle proprie raffinerie di gasolio”, ha scritto. E dunque “Tra il nostro CONTROLLO TOTALE dello Stretto di Hormuz e questo grande annuncio sull’energia russa, i prezzi del diesel per gli americani e, in effetti, per il mondo intero, SCENDERANNO, IN NUMERI RECORD E RAPIDAMENTE!”. Due balle colossali in poche righe, ma questo passa il convento...

Prima domanda: quanto gasolio sarà disponibile? 4.800.000 tonnellate, che valgono ai prezzi attuali circa 4,5 miliardi. Una briciola, per il bilancio russo, ma anche una briciola per i consumi statunitensi: circa 9 giorni.

Quella briciola, però, è un respiro di sollievo per i mercati finanziari – soprattutto occidentali – già sotto stress per le incertezze sulla redditività dell’iper-indebitata “banda dell’intelligenza artificiale”. Un effetto sui prezzi alla pompa (negli Usa…) ci sarà, ma piccolo e temporaneo, se non avverrà anche qualcos’altro.

E qui arriva il licenziamento pubblico di Zelenskij, reo di non aver accettato di fermare gli attacchi sulle raffinerie russe (da cui dovrebbe arrivare il gasolio per gli Usa), come gli aveva più volte chiesto-intimato il tycoon.

“Suggerisco loro [agli ucraini, ndr] di trovare un nuovo leader che sappia negoziare”, ha detto Trump ai giornalisti sabato. “E penso che sia ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente”. Non perché questo sia scaduto da ormai due anni e mezzo, ma solo perché non sa adattarsi alle mutate esigenze dell’amministrazione americana. La sua rimozione diventa così “indispensabile” per riportare normalità sui mercati dell’energia (come se la guerra all’Iran non fosse molto più determinante, sul punto).

Politicamente, dunque, la questione diventa rilevantissima. Non siamo ancora alla sospensione dell’assistenza militare (soprattutto satellitare, in buona parte fornita dalla rete privata di Elon Musk, ossia Starlink), ma è chiaro che a questo punto la junta di Kiev, già decimata dagli scandali per la ciclopica corruzione che la caratterizza, resta appesa al solo appoggio europeo. Che sarà anche molto “volenteroso”, ma tutt’altro che efficiente, viste le innumerevoli posizioni interne alla UE (si moltiplicano le iniziative di gruppi di Stati, senza che si intravveda una strategia unitaria) e i limiti di bilancio che hanno fatto dichiarare poco accettabili le richieste ucraine di altri 70 miliardi sull’unghia.

In qualche modo questo fronte di guerra si va avviando alla conclusione, è chiaro. Ma il modo dipende da interessi miserevoli e dalla vista cortissima (quelli di Trump, dei nazisti al governo ucraino, degli squinternati “leader europei” alle prese con piazze sempre più piene ed incazzate che stanno cambiando l’agenda politica interna, fin qui affidata alle cure amorevoli dell’ultradestra padronale con la “paura del migrante”).

È quel che accade quando si accetta – come UE e come Ucraina – una guerra sul proprio territorio per compiacere il “socio di maggioranza” nella Nato. Socio lunatico, come si sa, ma soprattutto da sempre obbediente soltanto ai propri interessi, e dunque abituato a “mollare sul ciocco” tutti i propri alleati, come ben sanno in Medio Oriente.

Sul piano della “narrativa” mediatica lo sconcerto è totale. Vediamo tg e talk show che rimasticano la vecchia sceneggiatura e non sano come adattarla alla nuova fase. È comprensibile, poveretti. Avevano portato il cervello all’ammasso riducendo la complicata rete di relazioni geopolitiche alla dicotomia “aggressore-aggredito”, cancellando la storia precedente ogni evento sgradito (che fosse il majdan per l’Ucraina o l’occupazione israeliana per Gaza).

Tutto appariva semplice e chiaro: bisognava difendere i “valori europei”, la “civiltà occidentale”, “il giardino dalla giungla”, “le democrazie dalle autocrazie”, anche a costo di accettare di pagare il triplo per gas o gasolio, e tutto – di conseguenza – poteva e doveva essere giustificato. Pure il genocidio e lo sdoganamento dei neonazisti come ascetici “lettori di Kant”.

Ora devono fare i conti con scelte imperiali che rendono evidente (e ingestibile) la vera dinamica sottostante l’intero Occidente neoliberista: quella tra esecutore e mandante. E quando il mandante ti manda a quel paese, per l’esecutore sono tempi grami...

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06/10/2026

Non indossano uniformi, ma questi colossi Usa combattono per l’Ucraina

Quest’estate, Microsoft ha annunciato che “estenderà la fornitura di supporto tecnologico all’Ucraina fino alla fine del 2027”, offrendo tecnologia, supporto per la sicurezza informatica e altra assistenza per “aiutare l’Ucraina a mantenere i servizi digitali essenziali durante la guerra”. Non solo le armi statunitensi, ma numerose aziende tecnologiche americane sono entrate in guerra in Ucraina. Tra queste, PayPal, oggi uno dei più grandi sistemi di pagamento online multinazionali al mondo, che si è unita al conflitto bloccando l’accesso a tutti i conti russi quando Mosca ha invaso l’Ucraina nel febbraio 2022.

Inizialmente Palantir ha offerto i suoi servizi all’Ucraina gratuitamente. Nel frattempo, ha sfruttato la guerra in Ucraina come banco di prova per la sua tecnologia emergente, collaborando con l’Ucraina per sviluppare l’intelligenza artificiale per analizzare e vagliare le informazioni sul campo di battaglia e per pianificare e coordinare operazioni di attacco in profondità. Ora l’intelligenza artificiale si estende al controllo di sciami di droni e all’identificazione dei bersagli. Palantir ha stretto partnership con numerosi ministeri ucraini, tra cui un importante accordo annunciato a maggio per ampliare l’uso dell’IA in tutte le operazioni di difesa, sia militari che civili. Nel 2022 la capitalizzazione di mercato di Palantir era inferiore a 25 miliardi di dollari, oggi si avvicina ai 450 miliardi di dollari.

Nel frattempo, i sistemi satellitari Starlink di Elon Musk consentono alle forze armate ucraine di comunicare, tracciare i movimenti delle truppe russe e selezionare gli obiettivi. Nel suo libro “La guerra russo-ucraina: le follie dell’impero”, Richard Sakwa afferma che la disponibilità di tale capacità “è stata cruciale per il successo iniziale dell’Ucraina nel respingere l’avanzata russa su Kiev”.

Sebbene Musk si sia opposto all’utilizzo di Starlink da parte dell’esercito ucraino per attacchi in profondità in Russia – una posizione che ha ribadito ad agosto – l’impiego di Starlink da parte dell’Ucraina per i droni impiegati negli attacchi ha chiaramente trasformato la guerra. Jennifer Kavanagh, Senior Fellow e Direttrice dell’Analisi Militare presso Defense Priorities, ha dichiarato a Rolling Stone che “l’Ucraina non sarebbe in grado di condurre la sua attuale campagna militare senza il supporto di Starlink”.

L’anno scorso, Musk ha affermato che “l’intera linea del fronte dell’esercito ucraino crollerebbe se lo disattivassi”.

Fornire servizi satellitari gratuiti all’Ucraina si è rivelato oneroso per Musk. Dopo un anno e mezzo di guerra, Musk minacciò di interrompere i servizi se il governo statunitense non si fosse fatto carico delle spese. E così fu. Anche il governo polacco ha dichiarato di contribuire al finanziamento dei servizi Starlink in Ucraina, versando 50 milioni di dollari all’anno.

La mobilitazione di Microsoft per l’Ucraina è stata molto più discreta. La maggior parte di noi pensava che la guerra fosse iniziata il 24 febbraio 2022. Secondo il presidente di Microsoft, Brad Smith, è iniziata il giorno prima. “È stato allora che abbiamo assistito a 300 attacchi informatici coordinati dalla Russia, tutti volti a destabilizzare il governo ucraino”. Ed è stato allora che, per usare le parole del New York Times, “Microsoft si è gettata nel mezzo di una guerra di terra in Europa”.

Secondo quanto si racconta, un malware “wiper” tentò di cancellare i dati da centinaia di server appartenenti al governo ucraino. Il Threat Intelligence Center di Microsoft fu il primo a individuarlo, stando a quanto riportato da Henry Farrell e Abraham Newman nel loro libro “Underground Empire: How America Weaponized the World Economy”. Separati da un oceano, i dipendenti di Microsoft “prestano servizio in prima linea in Ucraina”. Condivisero rapidamente le informazioni con i funzionari ucraini della sicurezza informatica e, nel giro di poche ore, i sistemi antivirus ucraini furono aggiornati e il codice malevolo bloccato.

Microsoft, scrivono Farrell e Newman, aveva stretto “un rapporto più stretto con il governo ucraino e con i consiglieri e il team per la sicurezza nazionale presenti sul territorio”. Erano diventati lo “scudo… dell’Ucraina contro le ondate di attacchi”.

Come se si trattasse della propria nazione, Microsoft ha annunciato di “condannare questa invasione ingiustificata, immotivata e illegale da parte della Russia” e di “sospendere immediatamente tutte le nuove vendite di prodotti e servizi Microsoft in Russia”.

Nel 2022, il New York Times scrisse di come dirigenti del settore tecnologico, inclusi quelli di Microsoft, avessero ottenuto autorizzazioni di sicurezza e partecipato a briefing riservati della NSA e del Comando Cibernetico degli Stati Uniti. Microsoft e Google erano le fonti della maggior parte delle informazioni condivise e utilizzabili. All’epoca, Microsoft aveva istituito la “condivisione 24 ore su 24, 7 giorni su 7, di informazioni sulle minacce” in modo che, “lavorando a stretto contatto con i funzionari del governo ucraino e il personale addetto alla sicurezza informatica”, potessero “identificare e contrastare le attività dannose contro le reti ucraine” e “difendersi dagli attacchi”.

In un’intervista rivelatrice di quattro anni fa, il presidente di Microsoft, Brad Smith, affermò che la prima cosa che Microsoft aveva fatto era stata, francamente, sostenere e difendere l’Ucraina. Dichiarò che Microsoft aveva collaborato con il governo per trasferire 16 dei 17 ministeri ucraini sul cloud. Usando un’analogia militare, Smith parlò come un generale della guerra cibernetica, paragonando la situazione a una classica manovra militare: “bisogna disperdere le proprie risorse difensive in modo che non siano vulnerabili a un singolo attacco”.

Secondo un rapporto di Microsoft del giugno 2026, il colosso tecnologico ha speso più di 700 milioni di dollari per fornire all’Ucraina tecnologia e sicurezza informatica. Se Microsoft fosse un Paese, si classificherebbe tra i primi 25 sostenitori dell’Ucraina.

La guerra russo-ucraina ha cambiato la natura del conflitto. Fucili e carri armati, osserva il Wall Street Journal, stanno “facendo la fine dei duelli con la spada e delle cariche di cavalleria” ora che “i pollici sui joystick hanno in gran parte sostituito le dita sui grilletti e si combatte sempre più spesso sugli schermi e sempre meno nelle trincee”[questa è una sonora stupidaggine, lo dimostra proprio il conflitto in questione -ndR].

Sebbene Brad Smith affermi che Microsoft sia “un’azienda e non un governo o uno Stato”, ha “chiarito”, secondo il New York Times, che “non è neutrale”. Grandi aziende tecnologiche, come Microsoft, SpaceX e Palantir hanno scelto da che parte stare diventando partner essenziali in un campo di battaglia trasformato. La tecnologia che queste aziende hanno inviato all’Ucraina è stata importante quanto le armi fornite dagli Stati alleati.

“La vostra capacità di individuare la tecnologia giusta e di implementarla determinerà ciò che accadrà sul campo di battaglia”, ha dichiarato nel 2023 Alex Karp, CEO di Palantir, aggiungendo che Palantir è “responsabile della maggior parte delle attività di targeting in Ucraina”. Nello stesso anno ha affermato di essere “favorevole a una posizione di forza in America” e che Palantir desidera persone che vogliano stare dalla parte dell’Occidente, contribuendo a rendere l’Occidente una società migliore, più capace di difendersi.

Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, gli Stati Uniti e i paesi alleati hanno inviato armi. Colossi tecnologici come Microsoft, SpaceX e Palantir hanno fornito tecnologia, espresso la loro lealtà ideologica all’Ucraina e si sono schierati dalla sua parte nella guerra. Molti potrebbero pensare che un simile comportamento sia naturale, soprattutto quando la causa è considerata giusta nel proprio paese.

Altri potrebbero ritenere che si oltrepassi un limite, che si contribuisca a prolungare una guerra distruttiva che alla fine non si vincerà sul campo di battaglia, aumentando al contempo i profitti degli azionisti e gli stipendi dei dirigenti aziendali. In qualche modo, non mi sembra giusto.

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La politica tedesca soffia sulla guerra contro la Russia, ma la gente scende in piazza per la pace

“La Germania corre il pericolo di entrare in conflitto violento con la Russia”. Questo è quanto ha dichiarato lunedì il direttore del Servizio Federale di Intelligence (BND), Martin Jaeger, durante un’audizione pubblica al Bundestag.

Il quotidiano tedesco Handesblatt riferisce che secondo il capo dei servizi di intelligence tedeschi “Il confronto che stiamo vivendo con la Russia ha una qualità nuova, più pericolosa”.

Nella stessa audizione il capo dell’altro servizio tedesco di intelligence (BVF) Sinan Selen, riferendosi ai droni all’aeroporto di Lipsia ha dichiarato che “Le tracce portano molto chiaramente alla Russia”.

Infine anche il capo del terzo servizio di intelligence (MAD) Martina Rosemberg ha dichiarato che la situazione sta ulteriormente peggiorando, motivo per cui i servizi segreti tedeschi devono adeguare le proprie capacità a quelle delle altre agenzie partner europee. Con una dichiarazione minacciosa chiaramente rivolta al fronte interno, la Rosemberg ha affermato che “le forze armate tedesche sono minacciate da diversi pericoli provenienti sia dall’esterno che dall’interno”.

Per il capo del BND Jaeger la leadership russa vuole “garantire che in futuro non vengano prese decisioni politiche contro Mosca a Berlino e nelle altre capitali europee”, sottolineando che il Cremlino ha l’obiettivo di interrompere il sostegno europeo all’Ucraina.

È evidente che il riferimento dei capi dei servizi segreti tedeschi sulla minaccia “interna” a questo punto sia esplicito almeno quanto quello sulla minaccia “esterna”. E questo è un grave sintomo sia dell’isteria che delle pulsioni autoritarie contro chi si oppone alla guerra e al militarismo, in Germania come negli altri paesi europei.

La scorsa settimana migliaia di studenti tedeschi erano scesi in piazza contro la leva militare e la reintroduzione della coscrizione.

Sabato invece decine di migliaia di persone hanno partecipato alle manifestazioni contro la guerra e il militarismo che si sono svolte nelle principali città della Germania.

“Antimilitaristi e anticapitalisti giovani e vecchi hanno manifestato insieme il loro ‘no’ alla guerra e al riarmo in strada nel fine settimana” scrive Junge Welt il giornale della sinistra alternativa tedesca. Le proteste hanno visto mobilitazioni a livello nazionale a Berlino e Stoccarda. “Migliaia di persone hanno raccolto l’appello dell’iniziativa “Mai più guerra – Deponete le armi” e di altre organizzazioni”.

I mass media ufficiali e guerrafondai tentano di minimizzare e criminalizzare la crescente ondata antimilitarista in Germania, ma il tono delle dichiarazioni dei capi dei servizi di intelligence tedeschi confermano la crescente preoccupazione del governo e dei sostenitori del “Partito della Guerra”.

E le preoccupazioni della leadership tedesca si spiegano molto chiaramente. Friedrich Merz era arrivato domenica mattina a Kiev con un treno speciale per una visita non annunciata pubblicamente. Nella delegazione erano presenti anche la ministra federale dell’Economia Katherina Reiche e dieci rappresentanti di aziende tedesche degli armamenti e dell’energia.

Il governo tedesco ha annunciato di aver varato un nuovo pacchetto di aiuti per l’Ucraina del valore di oltre 1,3 miliardi di euro. Ma il consenso nei confronti del cancelliere federale Friedrich Merz è sceso a un nuovo minimo nei sondaggi.

Solo il 15 per cento dei tedeschi si dichiara soddisfatto del suo operato, mentre il 79 per cento è insoddisfatto. Per il governo federale il sostegno è ancora più basso, al 14 per cento: anche in questo caso il 79 per cento valuta negativamente il lavoro dell’esecutivo. Più di quattro intervistati su dieci ritengono che il sostegno militare tedesco all’Ucraina sia eccessivo.

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24/09/2026

L’Onu come teatro, con uomini e no

Lo scontro delle civiltà sta andando in scena all’Onu. Ma il canovaccio è l’esatto opposto della narrazione autocelebrativa in voga dalle nostre parti, perché “la giungla” mostra cervello, resistenza, pazienza criteri che coincidono con un consesso mondiale che si vorrebbe – come da statuto – “tra pari”, anche se completamente diversi per dimensione, peso politico e militare, storia, cultura.

Capi di stato e ministri degli esteri si alternano e mettono in mostra ciò che più preme, a se stessi o al proprio paese. E già qui si possono delineare le prime grandi differenze tra chi parla per rafforzare il proprio ruolo politico interno e chi ragiona su come il proprio paese può e vuole stare in questo mondo.

Due belve senza onore né logica universale si sono distinte su tutti, straparlando solo per farsi notare “in casa”. Nel primo caso, quella statunitense, facendo alzare ed uscire le vittime delle minacce di genocidio in diretta mondiale, nel secondo – l’israeliano nato polacco – sputando in faccia ad un’aula vuota, tranne i complici Usa ed europei, più qualche isoletta-nazione tenuta per la gola.

Basta descrivere le diverse uscite dalla sala per protesta. La delegazione cubana e quella iraniana se ne sono andate davanti alla minaccia di “annientamento” in caso di mancata resa, con l’uso dell’arma atomica contro Teheran e lo strangolamento economico contro L’Avana. È la protesta delle vittime davanti alla volontà di proseguire l’assalto.

L’unico funzionario della delegazione statunitense, invece, se n’è andato mentre il presidente Pezeshkian mostrava al mondo le foto dei bambini massacrati a Minab, il primo giorno dell’ultima guerra. È una fuga che semina il fetore degli stragisti obbligati a render conto dei propri misfatti in pubblico. L’opposto, insomma.

Il presidente iraniano è un laico, un cardiochirurgo di livello, non un ayatollah né un pasdaran. È stato eletto battendo il candidato preferito dal clero. Un “moderato”, secondo la narrativa occidentale.

Un “moderato” capace però di accusare gli Stati Uniti che cercano “di sacrificare la popolazione di un paese per raggiungere i loro obiettivi illegittimi”.

Che ha rivendicato il diritto alla ricerca sul nucleare civile ribadendo che il suo paese è contrario alla proliferazione atomica (“Non chineremo il capo e non rinunceremo al diritto che è intrinsecamente nostro. Lo diciamo chiaramente: niente armi nucleari e nessuna limitazione alla tecnologia nucleare pacifica”).

Che ha denunciato l’osceno “doppio standard” occidentale proprio su questo terreno. In Medio Oriente “le bombe nucleari sono nelle mani del regime israeliano, ma gli ispettori sono invitati a venire in Iran”. E mentre gli “israeliani uccidono, noi siamo sanzionati, siamo puniti”.

Un “moderato” che ha ricordato come “Non si può parlare di pace ignorando la Palestina, che rimane una ferita aperta sulla coscienza della comunità internazionale, e Gaza rimane un simbolo del fallimento dei meccanismi internazionali per prevenire le sofferenze civili”.

“Gaza, nonostante l’uccisione implacabile e la devastazione diffusa, ha rafforzato la fede del popolo nella resistenza, e la resistenza non può essere distrutta da bombe e assedio; questa è la natura umana”.

“Se un essere umano viene cacciato dalla sua terra, resisterà. Se le loro case sono sottoposte a bombardamenti e aggressioni e attacchi, resisteranno; quale altra scelta hanno? Soccombere alla sopraffazione? Essere cacciati dalle loro case, dalle loro terre, e rimanere in silenzio di fronte a queste minacce e pericoli? E quando si difendono, sono etichettati come terroristi”.

Parole nette, pronunciate dal leader di un paese che non ha attaccato nessuno, “Ma lo diciamo chiaramente: per difendere il nostro paese, non chiediamo il permesso o l’approvazione di nessuno”. Perché “i nostri sistemi difensivi sono stati costruiti in modo che nessuno possa pensare che bombardare le città iraniane rimarrà senza risposta”.

Allo stesso tempo, però, conduce trattative anche ai margini dell’Assemblea dell’Onu. Il ministro degli esteri Abbas Araghci si è infatti incontrato per quasi tre ore con i soliti Steve Witkoff e Jared Kushner (il genero di Trump che cedeva la sua stanza a Netanyahu quando era in visita a New York, prima che diventasse premier...). Com’è ovvio non si sa molto, ma sarebbe stato un dialogo “positivo”, anche per Trump.

Più ricco di dettagli il comunicato stampa di Esmail Baghaei, portavoce di Araghci: “In questo colloquio mediato dal Qatar, durato oltre due ore, sono state trasmesse alla parte americana le posizioni e le condizioni dell’Iran per rilanciare la diplomazia in un modo che non lasci dubbi o ambiguità e non fornisca scuse o pretesti a qualsiasi parte”.

Le richieste dell’Iran per riprendere i negoziati sono in fondo sempre le stesse, dall’inizio unilaterale delle ostilità: “la fine di tutti gli atti di aggressione degli Stati Uniti, come il blocco navale e la guerra economica; la fine della guerra su tutti i fronti; il rilascio dei beni iraniani congelati; e l’accettazione di una rotta di navigazione sicura attraverso Hormuz concordata da Iran e Oman”. 

Ha chiuso la giornata il ministro degli esteri russo Lavrov, che ha ricostruito tutti i momenti salienti della crisi ucraina, fin dal 2014, ricordando la funzione guerrafondaia ad oltranza dei leader europei (“ormai quasi tutti in pensione”, come Johnson, Hollande, Merkel, Steinmeier) e chiamando anche in causa il ruolo non proprio “super partes” dell’attuale segretario generale, Guterres.

Gli “incivili”, a conti fatti, sono la classe dirigente del presunto “giardino” euro-atlantico. Che ora, per dirne solo una, si ritrovano tra i piedi anche la grana argentina, con “Motosega” Milei – in debito di ossigeno sul fronte interno – che ha riaperto, anche dal podio Onu, la vecchia questione della sovranità sulle Falkland-Malvinas.

Come avevano capito anche i movimenti degli anni ‘60 e ‘70, gli accordi tra “porci” si possono anche stringere, tanto nessuno di loro pensa mai di rispettarli.

È una questione di civiltà...

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18/09/2026

Due fronti usa-e-getta per spingere il riarmo

Le avventure militari italiche camminano sempre sul filo invisibile teso tra la tragedia e il ridicolo. La postura del duce “mascellone” si scolora davanti all’immagine di un fuggiasco travestito da caporale tedesco in fondo ad un camion, nella frazione di Musso – nomen omen – un chilometro prima della fatale Dongo.

Il ministro Crosetto, dall’alto della sua carriera da rappresentante degli interessi del nostrano complesso militare-industriale, condivide con l’allora “Lui” la capigliatura, un po’ meno l’eloquio tonitruante. Ma comunque ci prova.

In un solo giorno ha scoperto ben due fronti di guerra, contro nemici decisamente diversi per peso, posizione geografica e pericolosità strategica: la Russia e AnsarAllah, anche detti “gli Houthi” dello Yemen.

Contro la prima, come si sa, da un paio di giorni svolazzano i caccia italiani basati in Lituania. Prima per abbattere un “drone presumibilmente russo”, poi per riaccompagnare fuori dello spazio aereo lituano dei velivoli russi non meglio specificati.

Su questo fronte ci sarebbe molto da dire, perché i paesi baltici (Lettonia, Estonia, Lituania), nel loro piccolo, da anni sono impegnati ad indicare in Mosca un pericolo sempre imminente. Da quelle parti, non a caso, si registra la massima concentrazione di droni del modello “stavano/per”, sempre di incerta origine e sempre “presumibilmente russi”. Anche se spesso emerge che si trattava di droni ucraini – i paesi baltici consentono a questi ultimi di passare sul proprio territorio per raggiungere obiettivi russi, ma ogni tanto qualcuno cade prima – o addirittura di stormi di uccelli.

Probabilmente, se non ci fosse questa curiosa “tolleranza” per il sorvolo di droni d’attacco ucraini diretti in Russia, dall’altra parte ci sarebbe un’attività aerea e contraerea minore. Quindi anche un minor rischio di “incidenti”... 

Comunque è un fronte ormai consolidato, dove le chiacchiere allarmistiche servono a mantenere alta l’attenzione in attesa di capire se si produrrà un’escalation suicida oppure no.

Il secondo fronte è invece in gran parte nuovo, ancorché frequentato con la semi-dimenticata “missione Aspides”. Parlando dal Forum del Mare a La Spezia il ministro Crosetto ha annunciato che «Di fronte alla difficile situazione che si sta ripresentando nello stretto di Bab el-Mandeb, che si aggiunge alla crisi di Hormuz e alle conseguenze economiche delle numerose tensioni internazionali, ho deciso, insieme al capo di Stato maggiore della difesa, di attivare la Marina Militare per predisporre quanto necessario per garantire il transito in sicurezza delle navi italiane».

Decisione presa, anzi no. Poco dopo ha spiegato che «Non decido adesso. È una situazione di questi giorni, valuteremo con il governo e con il Parlamento cosa sarà necessario fare, l’importante è ripristinare i traffici, quindi si tratta di navi che, se mandiamo, saranno a protezione delle navi mercantili». Senza neanche attendere che le “burocrazie europee” si decidano a fare qualcosa di collettivo... 

È forse il caso di ricordare che le milizie yemenite, in pochi giorni impossessatesi totalmente delle coste sullo Stretto e anche di alcune isole, disperdendo le forze mercenarie saudite spedite in supporto del governo, hanno per ora minacciato di colpire soltanto le petroliere di Riad (oltre alle navi israeliane).

Quindi l’unica nave militare in questo momento a Gibuti, sulla costa africana dello Stretto, ovvero la fregata Bergamini, non corre particolari rischi nell’accompagnare mercantili battenti la nostra bandiera. Anche perché non ce ne sarebbe uno stretto bisogno.

È ovviamente comprensibile che gli equipaggi di navi civili abbiano timore nel passare lungo coste dove si sta combattendo ancora in questi giorni, ma c’è anche da dire che una nave militare può attirare su di loro ancora più attenzione.

Va ricordato infatti che AnsarAllah ha già colpito navi occidentali durante la fase acuta della guerra israelo-americano contro l’Iran. E che sia Tel Aviv che Washington hanno condotto pesanti bombardamenti sulle loro postazioni, ed anche sul porto di Al Hodeida, provocando danni e morti, ma senza ridurne la capacità militare (come si vede dalla veloce avanzata di questi giorni).

Difficile insomma che una fregata italiana, da sola, possa riuscire dove hanno clamorosamente fallito eserciti decisamente meglio attrezzati.

Dunque perché suonare le fanfare di guerra su due fronti contemporaneamente, ben sapendo che sviluppi seri – e ovviamente negativi – sarebbero parecchio problematici per questo Paese?

Il discorso torna sempre sullo stesso punto dolente: c’è un riarmo da imporre, tagliando sanità e spesa sociale, e c’è una popolazione in stragrande maggioranza contraria.

Un po’ di sano allarmismo a gratis (per ora, ripetiamo, i militari italiani su quei due fronti non rischiano granché) torna utile. Tanto il sistema mediatico è totalmente sotto controllo e non mette in discussione “la linea”. Anzi, semmai incita a “fare di più”...

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17/09/2026

Corruzione e appalti truccati sulle forniture militari all’Ucraina

Che l’Ucraina fosse un paese infestato dalla corruzione era risaputo. Che la guerra con la Russia avesse reso il fenomeno quasi un “pilastro” del funzionamento dello stato anche. Il fatto che ormai tale corruzione venga a galla sempre più spesso, colpendo figure di primo piano delle istituzioni, e si sia arrivati persino a una sparatoria per strada tra agenzie di intelligence, è un segnale molto preciso di come l’Ucraina sia un paese fallito, e ognuno cerchi di “recuperare” il possibile per sé.

Il Procuratore generale, Ruslan Kravchenko, è scappato all’estero dopo essere finito al centro di un’indagine che sa più di regolamento dei conti con il NABU e il SAPO, gli uffici anti-corruzione di Kiev. Ieri, anche Kyrylo Budanov, capo dell’ufficio presidenziale di Zelensky, è apparso sui media ucraini come il principale sospettato per attività di riciclaggio denunciate dalla testata Bihus.info.

Ma ciò che dovrebbe interessare di più ai cittadini europei è una notizia a cui non è stata data tanta rilevanza, anche se riguarda le frodi sul bilancio militare ucraino. Bilancio che viene costantemente rimpolpato con i soldi dei contribuenti del Vecchio Continente, dicendo di assolvere a un dovere di “difesa” dell’alleato sotto attacco. Raccontare ai quattro venti che la corruzione colpisce anche questa voce, spacciata come “esistenziale”, non farebbe di certo bene al sostegno alla giunta di Kiev.

A sollevare il velo su una gestione opaca delle risorse è stata invece un’inchiesta del New York Times, che ha diffuso le informazioni presenti nei rapporti di vari audit condotti dal Servizio statale di audit ucraino e dall’unità di audit interno del Ministero della Difesa.

Stando agli stessi numeri ucraini, solo nel 2024 le perdite stimate per frodi, sprechi e cattiva amministrazione degli appalti per la Difesa ammonterebbero a circa 1,2 miliardi di dollari. A questi si sommano almeno 126 milioni di dollari dissipati a causa di prezzi eccessivi e del rifiuto inspiegabile di offerte più vantaggiose sul mercato.

Dai documenti emerge che sette dei dieci maggiori fornitori militari del paese hanno continuato a ricevere commesse pur essendo al centro di procedimenti penali per frode o inadempienze contrattuali, o persino dopo l’arresto dei rispettivi dirigenti. In totale, sarebbero 18 le società a cui sono stati affidati nuovi contratti pur non avendo onorato quelli precedenti; sei di queste non avevano portato a termine neppure una fornitura. Alcune aziende non avevano nemmeno le licenze necessarie.

Gli audit hanno portato a scossoni ai vertici: Arsen Zhumadilov, a capo dell’Agenzia per gli appalti della Difesa incaricata di assegnare i contratti, si è dimesso a fine agosto dopo aver rifiutato di commentare le rivelazioni. Un ex consulente dell’Agenzia, Tamerlan Vahabov, ha denunciato al New York Times un vero e proprio “schema ricorrente” di frode ai danni delle casse statali.

Lo scorso giugno, un’indagine congiunta del NABU e del SAPO ha rivelato che, tra il 2022 e il 2024, una parte di forniture dal valore di oltre 350 milioni di grivne (intorno ai 70 milioni di euro) di pezzi di ricambio per mezzi corazzati consegnate da un gruppo di società, provenivano in realtà da materiale militare già appartenente alle forze armate presso la regione di Kharkiv, registrato fittiziamente come “perduto” durante i bombardamenti russi e poi rivenduto allo stato da intermediari compiacenti.

Se lo schema è ricorrente, significa che sono innanzitutto le aziende ucraine con la compartecipazione di pezzi importanti della politica a speculare sulla guerra, mentre continuano a battere cassa facendo leva sulla “minaccia russa”. Le notizie di armi inviate a Kiev e finite sul mercato nero girano da anni, ma questi casi provenienti dalle stesse indagini ucraine dovrebbero sollevare più di un vespaio sui miliardi e miliardi di forniture date all’Ucraina, senza il controllo su dove finivano quei soldi.

Invece, sui media dei “volenterosi” continua a vedersi una minimizzazione degli eventi, e bisogna affidarsi al New York Times per sapere che, alla luce delle inchieste citate, c’è stato un certo sgomento da parte dei vertici europei per la richiesta di 23 miliardi fatta da Kiev per coprire i buchi nel bilancio della Difesa.

Anche nel caso del giornale stelle-e-strisce bisogna mettere in chiaro una cosa: la denuncia della dimensione della corruzione ucraina, a discapito delle capacità militari nella guerra con la Russia, hanno oggi una cassa di risonanza significativa oltreoceano perché ci si prepara a scaricare il prima possibile Zelensky e compagnia, con tutto il loro paese. Bisogna solo trovare le modalità, ma intanto si prepara il terreno dell’opinione pubblica.

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15/09/2026

Fiato corto, battute fiacche e un po’ di sfiga. L’ultimo Trump?

È risaputo che l’atleta che vince, spesso, oltre che ben preparato è anche fortunato. Un pallone che finisce sul palo e poi entra, un avversario alla pari che si infortuna prima del confronto, un sorteggio favorevole, ecc..

Naturalmente vale anche l’opposto: la sfortuna si accanisce sul perdente (il palo respinge fuori, il sorteggio è proibitivo, ecc.).

Guardando Trump alla guida dell’America, in questo momento, lo stampo orribile (per lui) del loser sfortunato ci sta tutto. Ed è anche meritato.

Le preoccupazioni dell’establishment “Maga” sono tutte rivolte alle elezioni di midterm, tra un mese e mezzo. Ne va della poltrona per parecchi candidati repubblicani, ma anche per lo stesso tycoon, che potrebbe – dopo – trovarsi un Congresso che gli rende difficile fare il bello e il cattivo tempo come ora.

È noto che l’elettore Usa è sensibile soprattutto al prezzo dei carburanti, viste le grandi distanze coperte in macchina da pressoché tutta la popolazione. Fino a qualche anno fa il limite di due dollari al gallone (3,785 litri) per la benzina era considerato quasi un “diritto costituzionale”. Dall’inizio della guerra contro l’Iran oscilla invece intorno ai 4 dollari, mentre quello del diesel supera abbondantemente i 6 dollari (6,26), mentre solo sette mesi fa era sotto i 4.

Le ragioni sono arcinote. Il blocco dello Stretto di Hormuz toglie dal mercato circa il 20% del greggio circolante, ed ora ci si aggiunge quello dello stretto di Bab el Mandeb, con gli yemeniti di Ansar Allah – sciiti, quindi alleati dell’Iran – che minacciano per ora solo le petroliere saudite, obbligandole a circumnavigare l’Africa.

In più, hanno distrutto un paio di stazioni di pompaggio lungo l’oleodotto saudita che collegava i giacimenti vicini al Golfo Persico con il porto di Yambu, sul Mar Rosso, con cui l’Arabia Saudita sperava di bypassare Hormuz.

La guerra in Ucraina, invece, con i bombardamenti di Kiev diretti sulle raffinerie di Mosca, se non ha ancora provocato gravi scarsità di gasolio sul mercato interno russo, ha certamente innescato il divieto di esportazione, causando carenze gravi nell’offerta globale di questo carburante che in particolare serve alla distribuzione di merci. E la Russia è forse il paese che ne raffina di più...

Le mosse della Casa Bianca su questo fronte sembrano esaurite. I media statunitensi riportano il “senso di frustrazione” dei funzionari dell’amministrazione, che dopo aver liberato una buona quota delle riserve strategiche, si ritrovano con i depositi sotto il limite di sicurezza. Al punto da confessare – sotto anonimato – che “Il problema è che non c’è molto che possano fare al riguardo. È un mercato globale”.

Non è che prima della guerra non si sapesse...

Trump cerca ancora di coprire la necessità di tranquillizzare l’elettorato vendendo fumo e cazzate: “il petrolio sta fluendo attraverso lo Stretto di Hormuz” (ma proprio ieri una petroliera è finita su una mina), “l’Iran vuole fare un accordo, rapidamente e disperatamente”, anche se da Teheran arrivano ormai messaggi ironici, più che minacce.

Ha poi garantito che Ucraina e Russia hanno accettato di smettere di colpire le rispettive infrastrutture energetiche, perché “l’aumento del prezzo del diesel nel mondo è causato principalmente dalla guerra Russia/Ucraina, non dall’Iran” (ossia dalla guerra voluta da Biden, non dalla sua). Ricevendo però una smentita indiretta da Zelenskij (“Putin non rispetterà questo impegno”), così da poter continuare a mandare droni sulle raffinerie russe, come vogliono i “volenterosi europei”.

Così il petrolio vede da vicino i 110 dollari al barile e promette di salire ancora.

L’ultima speranza di Trump per non perdere le elezioni e la maggioranza al Congresso era perciò l’ordine esecutivo con cui aveva provato a bloccare il voto per corrispondenza. La Corte Suprema – in maggioranza composta da giudici nominati da lui stesso – ha di fatto annullato l’operatività di quell’ordine. Persino l’unico giudice favorevole ha dovuto ammettere che “ormai era troppo tardi per diventare operativo”: le schede, nelle relative buste, stavano già partendo.

Anche il tentativo di “ripulire le liste elettorali” dagli elettori non-wasp (white-anglo-saxon-protestant), portato avanti con il Dipartimento della sicurezza (Dhs) sta sollevando numerose contestazioni per l’evidente illegalità di alcune delle procedure adottate dagli agenti, incentivati a “decidere in 12 minuti” – e dopo un addestramento di un paio d’ore in video – se un certo nome andava cancellato o meno dalla lista e quindi dal diritto di voto.

Crisi interna e crisi esterna si intrecciano senza soluzione di continuità. E le battute da abile intrattenitore televisivo (il mestiere in cui è riuscito meglio) durano appena il tempo di esser pronunciate. Prendete quella con cui ha provato a giustificare il rifiuto di qualsiasi sistema regolativo pubblico per l’Intelligenza Artificiale, chiesto a gran voce dagli stessi amministratori delegati del settore (Amodei, Altman, Elon Musk, Zuckerberg, ecc): “l’IA ha bisogno solo di un PRESIDENTE FORTE E INTELLIGENTE (con un QI elevato!)”.

L’unico ceo che ha provato, in modo sfumato, a dargli corda è stato Jensen Huang, di Nvidia. Ossia dell’azienda che più teme una “frenata” nella corsa dall’IA, perché è quella che “deve” vendere le montagne di chip avanzati destinati a popolare i nuovi, giganteschi, data center.

Non ancora il “bacio della morte”, ma qualcosa che ci somiglia parecchio...

Una volta, infatti, lo slogan-chiave per decidere della sorte di un politico candidato era “comprereste da quest’uomo un’auto usata?”. Se viene fatta oggi, la risposta è scontata...

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Que treno da Kiev

Una ridda di notizie contraddittorie sta coprendo quanto accaduto ad un treno colpito da un drone russo in Ucraina vicino al confine con la Polonia.

A bordo, da quanto risulta, c’erano i consiglieri per la Sicurezza di Italia, Germania, Regno Unito, Francia ma, a quanto pare, sul treno o sui treni nei dintorni c’erano anche l’ex primo ministro britannico Boris Johnson, l’ex premier svedese Carl Bildt ed anche l’ex direttore della CIA David Petraeus.

A renderlo noto è il giornale tedesco Der Spiegel, secondo cui il treno è stato fermato e parzialmente evacuato alle 5 del mattino, prima che l’emergenza cessasse.

Secondo quanto riportato dalla compagnia ferroviaria ucraina Ukrzaliznytsia, un altro treno, con a bordo l’ex direttore della CIA David Petraeus, si trovava ancora alla stazione di Yahodyn quando il drone ha colpito.

I funzionari, tutti illesi, stavano tornando da una conferenza sulla sicurezza a Kiev dal titolo ‘Yalta European Strategy’ (Yes).

Alla conferenza, secondo fonti di Palazzo Chigi, per l’Italia era presente Fabrizio Saggio, il consigliere diplomatico della Presidenza del Consiglio.

Il treno è stato colpito a circa 2 chilometri dal confine polacco e non sono state segnalate vittime né feriti. A bordo del treno su cui viaggiavano Johnson e altri funzionari europei c’erano 206 passeggeri. Il treno è stato successivamente autorizzato a proseguire verso Varsavia. 

Il giornale tedesco Handesblatt ricorda come i valichi di confine ucraini verso la Polonia sono considerati una via importante per gran parte delle armi e altri beni forniti dagli alleati occidentali.

Secondo l’agenzia di stampa russa TASS, il Ministero della Difesa russo ha dichiarato che le sue forze stavano prendendo di mira “le infrastrutture ferroviarie nell’Ucraina occidentale utilizzate per il trasporto di carichi militari provenienti da paesi europei”.

È fin troppo evidente come l’attacco mirato al treno da Kyev sia stato un messaggio esplicito da parte della Russia ai “volenterosi europei” che continuano a soffiare sul fuoco del riarmo e della prosecuzione della guerra in Ucraina. In sostanza Mosca ha fatto sapere che “sappiamo dove siete e come vi muovete quando venite in Ucraina”.

È stata infatti colpita solo la locomotiva e non ci sono state vittime, ma i consiglieri europei sulla sicurezza hanno capito bene l’aria che tira.

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14/09/2026

Guerra in Ucraina, la Cina entra nella trattativa. E l’Europa resta isolata

Grandi novità sul fronte ucraino. Sul terreno diplomatico. Ecco la più importante. Si profila un vertice a tre Russia-Ucraina-USA. E questo già lo sapevamo. Ma ora il vertice si allarga a Pechino, con la possibilità di tenerlo in autunno in Cina. Peskov conferma.

E, a questo punto, arbitro negoziale neutro diviene Xi Jinping, la Cina, non già l’Europa, riottosa e fin qui nemica della pace e riarmista. Che ha sabotato ogni chance di compromesso, riscrivendo e insabbiando la base di accordi Trump-Putin ad Anchorage.

Zelensky non smentisce il tutto, ma teme la Cina come troppo filorussa. Non può altresì tirarsi fuori a questo punto, avendo dato disco verde alla triangolazione con Witkoff e Kushner, con il loro passaggio a Mosca e Kiev. E avendo ormai già parlato di inevitabili compromessi.

A questo punto interviene il massimo esponente della Scuola di alta politica, Vasily Kashin, think tank del Cremlino, con accenti inequivoci e persino critici sul rapporto costi-benefici della guerra. Per inciso, chi scrive ha sempre criticato l’invasione massiva di tutta l’Ucraina, schierandosi invece a favore di un intervento – questo sì speciale – a difesa delle terre russe minacciate di derussificazione dai nazional-populisti. Il che avrebbe conferito una certa legittimità all’intervento.

Ora, però, il Cremlino manda a dire con Kashin che è giunto il momento di chiudere la guerra. Perché troppo onerosa, gravida di conseguenze ormai per il futuro della Russia. Insostenibile per tutti, Europa e resto del mondo. E che, inoltre, tale guerra deve concludersi con una nuova Jalta – sempre Kashin – con epicentro in tregua e spartizione in Ucraina, di tipo coreano, con garanzie esterne dissuasive pro Kiev, no NATO né Euro-NATO in funzione di peacekeeping, sia pur con l’Ucraina nella UE.

È un messaggio inequivoco, questo di Kashin, anche perché, dopo l’invasione, all’assedio contro la Russia si sono aggiunte Svezia e Finlandia, oltre al riarmo massiccio europeo, che è già il triplo, in assoluto, di quanto spende in difesa la Russia. Mentre il target UE è divenuto ormai 6.800 miliardi al 2035. Ovvero ben 7 volte il volume russo di oggi, con conseguente contraccolpo di escalation russa per stare a un livello accettabile di equilibrio.

Insomma, tutti ormai sono convinti che è ora di chiudere il conflitto per i gravi rischi globali che esso implica: sicurezza, inflazione, logistica, migrazioni. Tutti tranne l’Europa, fin qui, che guarda addirittura con sospetto e ostilità al format a quattro con la Cina, quasi stravolta e paralizzata dal grave colpo subito in Sassonia, segnale chiaro di rivolta populista in tutto il continente.

Resta quella della contrarietà europea alla pace, sotto qualsiasi formula realistica, un grave problema e una seria variabile negativa. Che minaccia di far saltare tutto, vellicando e incoraggiando il massimalismo di Zelensky, che pur non pare potersi sottrarre agli eventi, sul crinale catastrofico ormai del suo Paese.

Quanto alla trattativa e al possibile punto di caduta, proprio Kashin ne indica la direzione. Tregua e spartizione. Ombrello esterno e interno in stile articolo 5 NATO, anche con Patriot e dotazioni militari per l’esercito ucraino. E tuttavia senza truppe Euro-NATO e, in ogni caso, al di fuori della NATO.

Anche la linea di confine Kharkiv-Zaporizhzhia, Sloviansk e Bakhmut – le fortezze logistiche con droni – può essere oggetto di negoziato. Purché, dichiara Vasily Kashin, vengano risolte preliminarmente le questioni di cui sopra. Ovvero la fuoriuscita strategica dell’Ucraina – che resta libera all’80 per cento – dal dispositivo militare Euro-NATO.

Tema spinoso, questo, poiché già oggi Kiev è dentro il complesso militare-industriale e di appalti europei voluto da von der Leyen e Kubilius. E anche qui bisognerà trovare paletti e bilanciamenti che garantiscano la sicurezza reciproca, in un quadro europeo e globale più largo, che non faccia di Kiev la punta di lancia militare occidentale nel cuore della Russia e sul Mar Nero.

In conclusione, tutto il mondo è pronto alla pace in Ucraina. Perché dietro un vertice in Cina con USA, Russia e Ucraina ci sarà anche il resto del mondo a premere per una soluzione negoziale. Manca, come abbiamo detto, l’Europa, che fin qui ha remato contro. E minaccia di farlo ancora con Rearm EU, mobilitazioni e finti allarmi.

E manca totalmente la cosiddetta “sinistra europea”, specie quella socialista, mai come oggi pleonastica e subalterna a questa Europa che sta facendo bancarotta morale e sta aprendo le porte alla rivolta della destra populista. Che si intesta il tema della pace.

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13/09/2026

Come la Cina vince le guerre lanciate dagli Stati Uniti

Una caratteristica interessante del sistema elettorale statunitense è la propensione ad accusare l’avversario di essere strumento di un nemico straniero.

Durante la campagna elettorale del 2016, Hillary Clinton accusò Trump di essere un burattino della Russia. Lui, a sua volta, definì Joe Biden “Beijing Biden” [n.d.t.: Biden di Pechino] nella campagna elettorale del 2020.

Nessuno dei due è ciò di cui furono accusati, sebbene entrambi siano pedine di un’altra potenza straniera il cui nome non è consentito pronunciare nella politica USA, se non in adorazione.

“Tel Aviv Donald” e “Israeli Joe” sarebbero stati soprannomi perfetti, ma ovviamente nessun media mainstream negli Stati Uniti avrebbe mai riconosciuto una verità così lampante.

In Cina, gli utenti dei social media sarcasticamente chiamano Donald Trump “川建国” (ovvero “Trump il costruttore della nazione”), in quanto le sue politiche sembrano effettivamente promuovere lo sviluppo della Cina.

La sua guerra commerciale ha costretto la Cina a diversificare i propri scambi commerciali con il resto del mondo.

La sua guerra tecnologica ha spinto la Cina a investire nei punti deboli della sua catena di approvvigionamento tecnologica.

La sua guerra finanziaria ha aiutato la Cina a rendere la propria economia immune alle sanzioni e a perseguire con urgenza la de-dollarizzazione.

Pertanto, quando Trump ha attaccato l’Iran all’inizio di quest’anno, noi in Cina ci aspettavamo naturalmente un ulteriore sostegno da parte del “costruttore della nazione”.

Non siamo rimasti delusi.

Il commercio cinese ha avuto un boom come conseguenza diretta della guerra

Nei primi sette mesi dell’anno, il valore degli scambi commerciali esteri della Cina ha raggiunto i 4.460 miliardi di dollari, registrando un’espansione del 17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Solo a luglio si è assistito a un’impennata del 24%.

Per contestualizzare la cifra, il volume degli scambi commerciali è superiore al PIL del Giappone per l’intero anno 2025.

Oltre alla rapida crescita, l’espansione commerciale della Cina ha visto un massiccio spostamento delle partnership geografiche, dai tradizionali mercati occidentali verso il Sud Globale.

Gli scambi commerciali della Cina con l’ASEAN sono cresciuti del 35%. Anche i suoi scambi commerciali con Russia, Africa e America Latina sono cresciuti più rapidamente rispetto a quelli con Europa e Stati Uniti.

Gli scambi commerciali con gli Stati Uniti rappresentano solo l’8,8% del commercio estero totale della Cina, in calo rispetto al quasi 25% di quando Trump vinse le sue prime elezioni nel 2016.

La crescita degli scambi commerciali nel 2026 è trainata dall’esplosione della domanda globale di energia verde e tecnologie avanzate cinesi.

L’interruzione delle forniture energetiche del Golfo ha contribuito in modo significativo all’adozione di prodotti di energia verde cinese, dai veicoli elettrici ai pannelli solari.

Le esportazioni di veicoli elettrici hanno registrato un aumento del 71,2% su base annua in termini di valore, trainato dalla domanda di veicoli a basso consumo energetico a seguito dell’aumento dei prezzi del petrolio dovuto alla chiusura di Hormuz.

Analogamente, le esportazioni cinesi di batterie al litio sono aumentate del 36%, poiché l’accumulo di energia è diventato fondamentale durante la crisi.

Le esportazioni di turbine eoliche sono cresciute del 35% su base annua. Le spedizioni di impianti solari sono aumentate del 24%.

La necessità di elettrificare l’economia globale, dovuta sia alla crisi energetica derivante dalla guerra sia all’enorme domanda proveniente dai centri dati dell’IA, ha determinato una crescita del 32% delle esportazioni cinesi di apparecchiature elettriche, come i trasformatori.

Lo sviluppo delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale a livello globale ha innescato un’impennata senza precedenti delle esportazioni di prodotti elettronici.

Il valore totale delle esportazioni cinesi di semiconduttori è quasi raddoppiato.

Inoltre, la guerra ha anche reindirizzato la domanda globale verso i fornitori cinesi per materiali di base come alluminio e urea, poiché i tradizionali fornitori del Golfo, come Emirati Arabi Uniti e Qatar, sono stati tagliati fuori dalla catena di approvvigionamento globale.

Conseguenze indesiderate della guerra degli Stati Uniti contro l’Iran

Lo scoppio della guerra ha rappresentato un enorme impulso economico per le esportazioni industriali cinesi.

Mentre la guerra ha prosciugato le risorse occidentali e alimentato l’inflazione interna negli USA, la Cina ha sfruttato strategicamente il conflitto per accelerare la crescita attraverso tre canali principali. 

1. Accelerazione della transizione globale verso l’energia verde

La chiusura dello Stretto di Hormuz tramite blocchi militari ha innescato un enorme shock energetico globale legato agli idrocarburi e ai combustibili fossili.

Con l’impennata dei prezzi globali del petrolio e il collasso della sicurezza energetica tradizionale, i mercati internazionali hanno accelerato drasticamente i tempi di transizione verso le rinnovabili.

Poiché la Cina possiede la capacità produttiva più ampia e dominante al mondo nel settore delle tecnologie verdi, è diventata il beneficiario globale per eccellenza.

2. Collo di bottiglia della rete dell’IA e sostituzione del materiale di base

La guerra ha gravemente compromesso le catene di approvvigionamento industriali specializzate a valle nel Golfo Persico, danneggiando in particolare importanti impianti di trasformazione regionali come l’Emirates Global Aluminum.

Poiché la regione del Golfo forniva in precedenza circa il 21% dell’alluminio primario degli USA e il 19% di quello dell’UE, i produttori occidentali del settore aerospaziale, automobilistico ed elettronico si sono trovati ad affrontare immediate carenze strutturali.

La Cina ha occupato questo vuoto, diventando il principale esportatore di materiali di riempimento per metalli lavorati e materiali industriali.

Contemporaneamente, l’intensa espansione globale delle infrastrutture dell’IA si è scontrata con enormi limitazioni della rete elettrica a causa degli elevati costi energetici.

La Cina ha sfruttato questa situazione fornendo infrastrutture elettriche cruciali a supporto delle reti elettriche internazionali sovraccariche.

3. Buffer energetici a forte sconto e de-dollarizzazione

Mentre le nazioni occidentali soffrivano una grave inflazione causata dalla guerra e per l’aumento dei prezzi al dettaglio dei carburanti, la Cina ha protetto la propria base industriale mediante una rigorosa pianificazione strategica.

Prima del conflitto, Pechino aveva accumulato una riserva strategica di petrolio senza precedenti, pari a 1,8 miliardi di barili, acquistando massicciamente greggio iraniano e russo a prezzi scontati a causa delle sanzioni occidentali.

Questa enorme ed economica riserva energetica ha mantenuto bassi i costi di produzione nelle fabbriche cinesi, mentre i concorrenti occidentali si trovavano ad affrontare costi operativi insostenibili.

Inoltre, per aggirare i sempre più stringenti blocchi marittimi e le sanzioni bancarie USA, l’Iran ha iniziato a consentire il transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz a condizione che le transazioni fossero regolate direttamente in RMB [ndt: renminbi] cinese.

La guerra ha di fatto accelerato l’obiettivo geopolitico a lungo termine della Cina, ovvero quello di ridurre il predominio del dollaro USA nel commercio globale delle materie prime.

La Cina sarà la maggiore vincitrice della ricostruzione postbellica in Iran 

Nessuno sa quando si raggiungerà una pace duratura nel Golfo Persico. Ma è quasi certo che ci sarà un’enorme espansione degli scambi commerciali tra Cina e Iran nel dopoguerra.

Una soluzione formale al conflitto sbloccherebbe immediatamente una sinergia commerciale senza precedenti tra Pechino e Teheran.

La ricostruzione postbellica

L’Iran del dopoguerra avrà bisogno di miliardi di dollari in rapide iniezioni di capitale per ricostruire le sue infrastrutture energetiche, marittime, logistiche e civili devastate.

Le aziende occidentali continueranno a essere soggette a restrizioni legali o a esitazioni strutturali nell’entrare nel mercato iraniano; le imprese cinesi sono quindi pronte ad agire come appaltatori principali e di default.

Questo incremento verrà assorbito senza problemi dal programma di cooperazione venticinquennale Cina-Iran preesistente, firmato nel marzo 2021.

Nell’ambito di questo piano da 400 miliardi di dollari, la Cina ha già pianificato ingenti investimenti postbellici per modernizzare le reti di trasporto, gli impianti petroliferi, i porti, i centri manifatturieri e le telecomunicazioni 5G dell’Iran.

Normalizzazione del condotto energetico

Sebbene l’attuale blocco navale statunitense abbia temporaneamente bloccato le esportazioni di petrolio via mare, la Cina rimane la principale fonte di sostentamento economico per l’Iran.

Un accordo di pace permanente eliminerà le minacce marittime nello Stretto di Hormuz, consentendo al petrolio greggio iraniano di tornare a fluire a pieno regime verso la base industriale cinese.

I giganti energetici statali cinesi avranno accesso prioritario allo sviluppo del vasto giacimento di gas di South Pars, ancora poco sfruttato, e dei principali blocchi petroliferi iraniani, assicurandosi contratti energetici a lungo termine a tariffe estremamente favorevoli, tipiche del dopoguerra.

Istituzionalizzazione del renminbi e de-dollarizzazione

La guerra in corso ha costretto l’Iran a recidere completamente la sua residua dipendenza dall’architettura finanziaria occidentale.

Durante il conflitto, Teheran ha iniziato a canalizzare i suoi scambi commerciali di materie prime esclusivamente attraverso il renminbi cinese (RMB) per aggirare le sanzioni bancarie USA.

Una volta terminata la guerra, questo sistema non tornerà al dollaro statunitense.

Il boom commerciale del dopoguerra sarà regolato tramite il Sistema di pagamenti interbancari transfrontalieri cinesi (CIPS), vincolando l’Iran all’orbita economica globale di Pechino.

Sblocco degli assets congelati per soddisfare la domanda immediata dei consumatori

Durante tutto il conflitto, una parte significativa delle entrate petrolifere dell’Iran si è accumulata in conti esteri.

Quando la guerra finirà, questi miliardi saranno sbloccati.

È altamente probabile che l’Iran converta direttamente queste riserve in linee di credito immediate per acquistare macchinari, elettronica di consumo, attrezzature per la produzione industriale e tecnologie mediche di produzione cinese.

In sintesi, gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra criminale contro l’Iran e sono stati sonoramente sconfitti.

Hanno esaurito il loro arsenale di armi e la poca credibilità che l’esercito USA aveva conservato dal passato. E questo ha contribuito ad accelerare gli obiettivi economici della Cina.

Si è rivelato, come direbbe Trump, “un ottimo affare”. Il “maestro” dell'“arte della negoziazione” si merita appieno il suo soprannome cinese “川建国”.

Sarebbe ingiusto accusare Trump di essere il solo ad aver aiutato la Cina con la sua belligeranza e stupidità.

Prima di lui, le provocazioni di Biden nei confronti della Russia con la guerra per procura in Ucraina avevano consolidato la partnership energetica tra Cina e Russia.

Oggi la Russia esporta la maggior parte del suo petrolio e del suo gas in Cina, anziché nell’Europa occidentale.

Analogamente, le guerre interminabili di George W. Bush e Obama in Medio Oriente hanno visto la Cina emergere come principale beneficiaria della ricostruzione irachena.

Il precedente iracheno della vittoria della Cina nelle guerre di aggressione USA

Sebbene l’invasione statunitense del 2003 abbia rovesciato Saddam Hussein, le principali compagnie petrolifere americane si sono in gran parte ritirate dall’Iraq negli ultimi due decenni.

In loro assenza, Pechino è intervenuta in modo aggressivo, trasformando di fatto l’Iraq in un pilastro della propria sicurezza energetica.

Gli analisti stimano che tra il 50% e il 65% dell’intera produzione petrolifera irachena provenga attualmente da giacimenti in cui operano, investono o forniscono servizi di ingegneria aziende cinesi.

L’uscita degli USA e l’entrata della Cina

Dopo la guerra, corporations americane come ExxonMobil si aggiudicarono inizialmente lucrosi diritti per lo sviluppo dei mega-giacimenti iracheni.

Tuttavia, a causa dei bassi margini di profitto imposti dal governo iracheno, delle complesse realtà in materia di sicurezza e del cambiamento delle priorità aziendali verso lo shale oil [ndt: gas di scisto] nazionale, le società USA si sono ritirate.

ExxonMobil si è ritirata completamente dall’Iraq, cedendo le operazioni del vasto giacimento di West Qurna 1.

Al di fuori della regione autonoma del Kurdistan iracheno, le compagnie statunitensi detengono una quota inferiore al 2% nei progetti petroliferi e del gas in Iraq.

Al contrario, le aziende cinesi hanno acquisito la quota maggiore di licenze straniere per l’estrazione di petrolio e gas in Iraq (7,27%), seconde solo allo Stato iracheno stesso.

Dominio a monte e gare d’appalto 2024-2026

La presenza cinese spazia da colossi statali come PetroChina e CNOOC, a imprese private indipendenti, altamente aggressive e agili.

Durante le principali tornate di licenze irachene, la “Quinta+” e la “Sesta”, le aziende cinesi si sono aggiudicate quasi tutti i contratti per l’esplorazione e lo sfruttamento di oltre 10 nuovi giacimenti di petrolio e gas, mentre l’interesse degli Stati Uniti è stato praticamente inesistente.

Società private cinesi come Geo-Jade Petroleum, United Energy Group e ZPEC stanno investendo miliardi in Iraq. Attualmente, sono sulla buona strada per raddoppiare la loro produzione indipendente di petrolio iracheno, portandola a 500.000 barili al giorno (bpd) entro il 2030.

A metà del 2025, l’Iraq ha firmato un accordo integrato da 848 milioni di dollari con Geo-Jade per espandere il giacimento petrolifero di Tuba da 20.000 a 100.000 barili al giorno, parallelamente alla costruzione di imponenti raffinerie a valle.

Il mega-accordo “Petrolio in cambio di costruzioni”

Il predominio della Cina va ben oltre le semplici trivellazioni. È intrinseco alla ricostruzione nazionale dell’Iraq attraverso un accordo quadro formale ventennale “Petrolio in cambio di costruzione”.

In base a questo meccanismo, l’Iraq invia obbligatoriamente 100.000 barili di petrolio greggio al giorno direttamente in Cina.

In cambio, Pechino finanzia e realizza imponenti progetti infrastrutturali nazionali.

Grazie a questo accordo, le aziende cinesi hanno costruito oltre 1.000 scuole e ospedali in tutto l’Iraq, edificato un importante aeroporto civile a Dhi Qar e sviluppato enormi città residenziali.

Nell’aprile del 2026, il Primo Ministro Mohammed Shia al-Sudani ha approvato uno stanziamento di 1,5 miliardi di dollari nell’ambito di questo accordo per finanziare l’attesissimo oleodotto Bassora-Haditha, del valore di 5 miliardi di dollari.

Inoltre, la China Petroleum Pipeline Engineering Co. si è aggiudicata un contratto da 2,5 miliardi di dollari per la costruzione del gigantesco progetto iracheno di approvvigionamento idrico marino comune, necessario per far fronte alla pressione esercitata dai giacimenti petroliferi.

Cliente principale nel settore energetico e influenza geopolitica

La Cina importa quotidianamente circa 1,2-1,4 milioni di barili di petrolio iracheno, assorbendo costantemente circa il 35% dell’intera produzione nazionale irachena e affermandosi come il suo principale cliente mondiale.

A differenza di Washington, Pechino adotta una rigida politica di “non interferenza” per quanto riguarda la politica locale e la governance interna irachena.

Questo approccio conferisce alle aziende energetiche cinesi un vantaggio costante rispetto alle controparti occidentali nelle gare d’appalto per contratti statali a lungo termine.

Lo schema è lo stesso in Afghanistan: ovunque gli USA intraprendano guerre, la Cina acquisisce influenza 

In Afghanistan sta accadendo la stessa cosa.

Nonostante i persistenti rischi per la sicurezza nel paese, la Cina ha già tratto vantaggio dalla ricostruzione postbellica grazie all’accesso economico strategico.

Estrazione di minerali critici ed energia

Il principale vantaggio economico consiste nell’ottenere un accesso preferenziale alle vaste e incontaminate risorse naturali dell’Afghanistan, il cui valore è stimato in oltre 1.000 miliardi di dollari.

Le società minerarie cinesi hanno cercato con aggressività di ottenere l’accesso agli enormi giacimenti di litio e terre rare dell’Afghanistan.

La Cina detiene inoltre un accordo di estrazione a lungo termine per il giacimento di rame di Mes Aynak, uno dei più grandi giacimenti di rame non sfruttati al mondo.

Nel bacino dell’Amu Darya, nel nord dell’Afghanistan, la Xinjiang Central Asia Petroleum and Gas Co (CAPEIC) si è aggiudicata un accordo di estrazione petrolifera da 540 milioni di dollari, che consentirà alla Cina di pompare petrolio direttamente dal territorio afghano.

Espansione geopolitica e infrastrutturale (CPEC 2.0)

Il ritiro delle truppe statunitensi e della NATO ha permesso alla Cina di integrare l’Afghanistan nella sua iniziativa “Belt and Road” (BRI) senza un coinvolgimento militare.

La Cina ha esteso il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) direttamente in territorio afghano.

La Cina ha concesso all’Afghanistan un trattamento tariffario a zero sul 100% delle sue linee tariffarie. Questa eliminazione dei dazi doganali stimola significativamente gli scambi bilaterali, consentendo l’afflusso di macchinari manifatturieri cinesi a Kabul in cambio di materie prime afghane.

Influenza diplomatica

Mentre le nazioni occidentali hanno congelato gli attivi afghani e chiuso le proprie ambasciate in seguito alla riconquista del potere da parte dei talebani nel 2021, la Cina ha mantenuto aperta la propria ambasciata.

Posizionandosi come uno dei principali contributori alla ricostruzione pacifica attraverso contratti nelle infrastrutture (come la costruzione di ospedali e complessi residenziali), Pechino si è assicurata il monopolio dell’influenza diplomatica sulla leadership talebana.

La formula cinese per vincere le guerre degli Stati Uniti

I costanti vantaggi economici e geopolitici che Pechino ottiene dagli interventi militari guidati dagli Stati Uniti sono il risultato di una strategia di ampio respiro, deliberata e strutturata.

Mentre gli Stati Uniti affrontano i conflitti globali attraverso un approccio basato sull’intervento militare e sul cambio di regime, la Cina opera secondo un modello di mutuo beneficio economico, integrazione infrastrutturale a lungo termine e rigorosa neutralità politica.

Posizionandosi come “costruttore di ultima istanza”, Pechino eredita naturalmente il panorama economico una volta che la situazione si è stabilizzata in seguito a un conflitto.

Questo beneficio sistematico è determinato da diverse dinamiche strutturali. 

1. Il vantaggio della “non interferenza”

Il principio cardine della politica estera cinese è l’assoluta non interferenza negli affari interni di altre nazioni.

Quando gli Stati Uniti scatenano una guerra o spingono per un cambio di regime, spesso subordinano gli aiuti, gli scambi commerciali e il riconoscimento diplomatico a successive rigide condizioni politiche, minando di solito direttamente la sovranità dello stato bersaglio.

Al contrario, Pechino non impone alcuna condizione politica o ideologica ai suoi partner.

Per le nazioni devastate dalla guerra e desiderose di ricostruirsi, le imprese cinesi rappresentano un’alternativa estremamente attraente.

Offrono uno sviluppo infrastrutturale immediato – strade, ponti, aeroporti e scuole – senza richiedere un allineamento politico, consentendo alle élite locali di mantenere il potere mentre stabilizzano rapidamente le proprie economie.

2. Asimmetria del rischio: sangue contro capitale

Quando inizia una guerra, Washington si fa carico degli immensi e gravosi costi finanziari e umani del conflitto: migliaia di miliardi di dollari in spese militari, logistica, intelligence e operazioni di combattimento attive.

La Cina evita completamente il campo di battaglia. Aspetta invece che il conflitto si concluda o si stabilizzi, per poi impiegare capitali statali per acquisire asset a prezzi fortemente scontati.

In Iraq, mentre gli Stati Uniti spendevano oltre 2 trilioni di dollari per lo sforzo bellico, le aziende cinesi hanno riempito il vuoto lasciato dalle principali compagnie petrolifere americane che si ritiravano dal paese.

Pechino si è assicurata contratti petroliferi dominanti a monte della filiera senza perdere un solo soldato né sparare un colpo, trasformando di fatto una campagna militare statunitense in una fonte sicura di energia per la Cina.

3. Capitalizzare le sanzioni occidentali e de-dollarizzare

Quando gli Stati Uniti intraprendono una guerra economica o militare contro un Paese, la loro arma principale consiste nell’isolare quella nazione dal sistema finanziario occidentale attraverso il blocco dei conti bancari SWIFT e le sanzioni commerciali.

Costringendo le aziende occidentali ad abbandonare un Paese bersaglio (come l’Iran o la Russia), gli Stati Uniti eliminano involontariamente ogni concorrenza di mercato per la Cina.

La Cina diventa l’unica grande economia globale disposta e in grado di acquistare le materie prime di quel paese isolato.

Ciò conferisce a Pechino un enorme potere contrattuale per acquistare risorse vitali, come il petrolio greggio iraniano e russo, a prezzi estremamente inferiori a quelli di mercato, riducendo drasticamente i costi operativi della base manifatturiera nazionale cinese.

Inoltre, poiché queste nazioni sanzionate non possono più commerciare in dollari USA, sono costrette a regolare le transazioni in RMB cinesi, accelerando rapidamente l’obiettivo strategico a lungo termine della Cina di de-dollarizzare il commercio globale delle materie prime.

4. Distrazione geopolitica

Ogni importante intervento militare USA agisce come un enorme diversivo strategico, distogliendo l’attenzione, le risorse e il capitale politico di Washington dalla competizione diretta con la Cina nella regione dell’Asia-Pacifico.

L’invasione dell’Afghanistan nel 2001 e la guerra in Iraq nel 2003 hanno di fatto garantito alla Cina “due decenni d’oro” di incontrastata crescita economica.

Mentre gli USA erano impantanati nella guerra di controinsurrezione in Medio Oriente, la Cina ha silenziosamente sviluppato i suoi settori tecnologici interni, si è assicurata il monopolio della catena di approvvigionamento globale di energia verde e ha portato avanti la sua imponente iniziativa “Belt and Road”.

I conflitti e le guerre per procura guidati dagli Stati Uniti a metà degli anni 2020 continuano questa tendenza.

Mentre Washington esaurisce le sue scorte di munizioni, mette a dura prova il suo bilancio e distoglie l’attenzione dalla politica interna per gestire le guerre all’estero, la Cina rimane libera di espandere sistematicamente le sue reti commerciali in tutta l’ASEAN, l’America Latina, il Medio Oriente e l’Africa.

Conclusione

In un linguaggio che i capitalisti possono comprendere: la conquista e l’occupazione militare semplicemente non producono un ritorno positivo sugli investimenti nel mondo moderno.

La divergenza strutturale tra Stati Uniti e Cina negli ultimi decenni rappresenta un chiaro caso di studio concreto che dimostra perché la diplomazia commerciale e pacifica sia di gran lunga più redditizia e sostenibile dell’imperialismo militarista.

L’imperialismo militarista statunitense si basa su sanzioni, blocchi e distruzione fisica, tutti elementi che riducono la torta economica globale.

Viceversa, la diplomazia pacifica e il commercio cinesi creano mercati.

L’iniziativa cinese “Belt and Road” si basa sul presupposto che un Paese dotato di una nuova ferrovia, un porto o una rete 5G costruiti dalla Cina diventi un consumatore a lungo termine di beni cinesi.

Non si possono vendere veicoli elettrici ad alta tecnologia, hardware per l’intelligenza artificiale o beni di consumo a un paese che è stato bombardato fino al collasso economico.

Grazie alla diplomazia, che mantiene aperte e stabili le rotte commerciali, la Cina garantisce la crescita dei mercati globali, alimentando così la propria economia trainata dalle esportazioni.

Infine, nelle relazioni internazionali, la buona volontà e la prevedibilità sono risorse economiche di grande valore.

La posizione diplomatica della Cina, rigorosamente orientata al business e priva di pregiudizi, la rende un partner sicuro e senza attriti per i paesi del Sud del Mondo.

Questa reputazione apre le porte a lucrosi appalti infrastrutturali e ad accordi commerciali a lungo termine, che sono preclusi alle nazioni occidentali.

In definitiva, l’ultimo quarto di secolo ha dimostrato una lezione inequivocabile di grande strategia: la ricchezza si genera costruendo fabbriche, integrando le catene di approvvigionamento e dominando le rotte commerciali, non conducendo guerre o cambiando regimi con la forza.

Scegliendo la via della diplomazia commerciale anziché quella dell’espansione militare, la Cina ha di fatto ottenuto i vantaggi economici del XXI secolo senza pagare il prezzo devastante della guerra.

In definitiva, l’atteggiamento bellicoso degli Stati Uniti ha direttamente favorito l’espansione commerciale della Cina in tutto il mondo.

In una giravolta ironica del destino, gli sforzi del regime statunitense per sottomettere altri paesi e contenere la Cina gli si sono completamente ritorti contro: gli Stati Uniti sopportano i costi delle loro guerre e Pechino ne raccoglie i frutti.

È uno scherzo solo a metà il fatto che i cinesi chiamano Trump “川建国”.

Pechino è diventata la più grande vincitrice delle guerre dell’America.

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