Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/08/2026

Avere vent'anni: Slayer - 2006 - Christ Illusion

L’album di cui mi accingo a scrivere è molto significativo per me. Mi ero completamente rotto i coglioni di quel che usciva in ambito metal, e meditavo di far piazza pulita in una cameretta che oramai assomigliava a un deposito di dischi fuori controllo, per quanto fosse tenuta in maniera ordinata. Lo feci, recuperai metri quadri lì dentro. Per i due anni a seguire non avrei comperato neanche un disco, né atteso un’uscita discografica: una disintossicazione completa che durò fino al giorno che mi incuriosii, più per rispetto che per altro, a quel ritorno alla decenza che corrispondeva al titolo di Death Magnetic. Tornando a ritroso, l’inizio di quel breve periodo di desaturazione dal metal fu il giorno che dissi: “Compro Christ Illusion perché sono gli Slayer e perché è rientrato Dave Lombardo, ma è l’ultimo che compro”.

L’album mi trasmise un’esaltazione tale da arrivare vicino a ripensarci e rimanere sulla barca, sebbene fossero gli anni peggiori che io ricordi a un livello strettamente discografico. A dire il vero un po’ li rimpiango, perché tutte le cariatidi che oggi si tengono strette il posto fisso da headliner ai festival all’epoca avevano quarant’anni o poco più ed erano perlomeno presentabili nell’aspetto, nella credibilità così come nella tenuta del palco. Gli Slayer erano fra questi. Nessuno sospettava che sarebbe morto Jeff Hanneman, erano trattati alla stregua di un gruppo maturo ma che poteva ancora offrirci qualcosa. Dovevano solo chiuderla in qualche maniera con i modernismi tipici dell’ultima tranche di carriera.

Dave Lombardo era rientrato per la seconda volta in formazione, al termine di un tam tam mediatico che ci aveva fatto sospettare fossero sul punto di assumere quello dei Fear Factory, quello dei Misery Index o comunque qualcuno che perfino cani e porci avrebbero ritenuto inadatto. Era come una barzelletta in cui fanno i colloqui per un posto da elettricista e si presentano un idraulico, un panettiere e un artista di strada che fa i giochi con le bolle. Fortunatamente tornò lui: questo significava che un giorno sarebbero giunti nuovamente allo scazzo e all’astio, ma intanto ce lo saremmo tenuto stretto per un altro po’.

Non annunciarono un’uscita ufficiale fissata per l’undici settembre perché probabilmente un po’ scaramantici lo erano anche loro, ma affidarono a Larry Carroll, quel Larry Carroll, l’australiano con la capigliatura di Stefano Mazza autore delle tre copertine che ben ricorderete, l’arduo compito di fare incazzare tutti con un disegno, o un riferimento, che si ricollegasse all’undici settembre: le teste galleggianti di Reign in Blood sovrastate da un Cristo mutilato con l’incisione jihad sul petto, su uno sfondo urbano devastato dalle guerre. Funzionò talmente bene che in India ritirarono e distrussero tutte le copie dopo soli due mesi di vendita.

Col tempo l’ho molto ridimensionato. All’uscita mi esaltò nella quasi totalità, fatta eccezione per i rimasugli modernisti di Jihad e Skeleton Christ. Dave Lombardo fu tenuto un po’ sotto controllo: non il mitragliatore a briglia sciolta di South of Heaven, lo avrei maggiormente apprezzato nel successivo World Painted Blood proprio in virtù della libertà concessa ai suoi celebri passaggi sui rulli.

Flesh Storm fu una bella iniezione di fiducia. Tanto avevamo detto che Bitter Peace fosse la nuova Hell Awaits che ci ripetemmo, e arrivammo ad azzardare che questa fosse la nuova War Ensemble. Avevamo bisogno di nuove icone, di nuovi titoloni ai quali inneggiare: non so davvero spiegarmi certi atteggiamenti in altro modo. Il singolo Eyes of the Insane ebbe un discreto successo ma non mi piacque affatto, gli preferii di gran lunga Bloodline. Tolta l’intro ipnotica di Catatonic e l’annesso fill di batteria, tra i pochi semplici eppur memorabili del disco, il resto fu un assalto pressoché frontale. La velocissima Consfearacy e Catalyst, finalmente col suo surplus di violentissime rullate, e, nel finale, Black Serenade e i blast beat evitabilissimi di Supremist. Tutto quanto in piena velocità, riallacciandosi più ai riff estremi di Divine Intervention che alle irripetibili annate d’oro.

Perché questo? Perché la vena estrema degli Slayer di mezzo e del finale di carriera era il frutto della penna di Kerry King, che scrisse buona parte di Divine Intervention e del titolo in oggetto. Semplice. Bisogna tornare a Diabolus in Musica per individuare un contributo più consistente di Jeff Hanneman. Il piatto forte fu Cult, riproposta niente meno che allo Henry Rollins Show, probabilmente l’unico brano di Christ Illusion che in una ipotetica scaletta vorrei vagamente poter sentire dal vivo. Nessun capello strappato in caso contrario, sia chiaro.

Un album più che decente, se riletto e risentito vent’anni dopo l’ubriacatura del 2006. Un album, probabilmente, con meno idee di World Painted Blood, ma con più benzina in serbatoio di quanta ne avremmo ritrovata tre anni più tardi, come ad accertare che sì, ne eravamo follemente innamorati, ma gli Slayer erano già nel pieno di un declino che sarebbe culminato nella morte del loro elemento più significativo. (Marco Belardi)



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26/08/2026

Basta insegnare solo l’Occidente

di Franco Cardini

Non è lontano il tempo – manca ormai una manciata di settimane – nel quale ricomincerà la scuola: e con essa forse il tormentone della “riforma dell’insegnamento” della Storia avanzata mesi fa dal ministro Valditara con l’invito a tornare a mettere al centro del lavoro scolastico la storia dell’Italia.

Al punto che, a scopo s’intende puramente indicativo, si era citato addirittura come modello il celebre racconto deamicisiano della Piccola Vedetta Lombarda.

Ma oggi, in tempi caratterizzati dall’unione politica dei popoli in grandi blocchi, è necessario superare il gap che rende ancora non solo impossibile, bensì perfino impensabile la soluzione di un soggetto politico-istituzionale unitario che riguardi l’intero continente e consideri lo stesso Mediterraneo.

È tuttavia evidente che le premesse storiche per tutto ciò vi sarebbero: mentre la vecchia trincea “occidentalistica” non regge più.

Oggi la stessa parola “Occidente” appare abusata e ambigua. Già addirittura un secolo fa Oswald Spengler ne preconizzava il “Tramonto”: ma quello di cui egli parlava era allora un altro “Occidente”, coincidente con la storia dell’Europa e dalla quale erano ancora esclusi gli Stati Uniti d’America, ch’erano pur ormai i padroni di gran parte del continente americano ed egemoni nell’Oceano Pacifico.

La realtà del nostro XXI secolo è ben diversa. Il tempo dell’“impero americano”, apparenze residuali a parte, è trascorso: gli resta ancora fedele solo la cosiddetta “anglosfera” (Gran Bretagna, Canada, Australia: escluso ormai il Sudafrica), oltre al Giappone, una parte del mondo arabo e musulmano – l’alleanza saudita-turco-pakistana [che si va però autonomizzando, ndr] – e alcuni Paesi latino-americani.

Quello è il “nuovo Occidente” isterizzato e aggressivo, tra il quale e i paesi del Brics adesso proprio un’Europa politicamente unita potrebbe collocarsi come elemento equilibratore.

Ma il comprendere le radici profonde dell’esigenza di una soluzione europeistica unitaria ci appare arduo perché – al di là di tristi vicende politiche – noi ignoriamo la nostra stessa storia: ed è qui che la scuola deve insistere.

Le forti premesse antropologico-culturali della nostra unità esistono da secoli. Essa si avviò fino dal VI secolo, nella frammentata area già appartenuta alla pars occidentis dell’impero romano, con la grande avventura latino-celto-germanica del monachesimo benedettino e celto-ibernico poi allargato a parte del mondo slavo fino all’Europa delle Università, delle cattedrali gotiche e delle istituzioni mercantili-creditizie medievali che fece tesoro anche delle esperienze ebraiche e musulmane, quindi all’Europa della cultura umanistica e cristiana di Nicola Cusano, di Pio II Piccolomini e di Erasmo da Rotterdam e al continente dello ius publicum europaeum dal quale sorse la migliore cultura illuministica prima che le ventate rivoluzionarie e la febbre contagiosa dei nazionalismi non ci portasse, attraverso due guerre mondiali e i loro disastrosi postumi, alla perdita del primato continentale che l’Europa aveva raggiunto e allo sfacelo attuale.

Pure, come dice il vecchio proverbio arabo, è nel buio della notte che si deve credere nell’alba. Un’alba che passi attraverso una rinnovata coscienza unitaria nella quale ormai tutte le genti del pianeta debbono potersi riconoscere: che ci consenta infine scorgere la verità secondo la quale la nostra unica identità definitiva della quale è necessario esser fieri è quella di una sola civiltà umana che, anche quando la terra era troppo vasta per gli uomini, si caratterizzava attraverso molteplici spesso misteriose vie di comunicazione le quali tuttavia, dopo la svolta cinquecentesca ch’ebbe l’Occidente europeo come protagonista, impararono lentamente e faticosamente a riconoscersi ciascuna come parte di una sola polifonica civiltà i cui vari popoli si sono passati nei secoli il testimone.

Quello che oggi è possibile e necessario, anche e soprattutto partendo dalla scuola, non è il rispolverare la vecchia accademica histoire universelle ottocentesca che pure ha segnato a sua volta una gloriosa generazione di studi e di ricerche (ricordate i volumetti della Feltrinelli-Fischer degli Anni Cinquanta-Sessanta, ancor oggi ripubblicati?), bensì una nuova storia sintetica di tutti i popoli della terra e delle differenti egemonie culturali che si sono succedute fra loro (l’ultima, fra XVI e XXI secolo, è la nostra, l’“occidentale”: sei secoli appena su sei millenni di storia delle differenti civiltà “superiori“: vale a dire, lungi da qualunque allusione razzistica, in grado di proporre un panorama articolato dei loro assetti sociali e dei loro saperi).

Tale storia, dotata di una solida base geoantropologica, potrà essere studiata e conosciuta, quindi amata, da tutte le genti della terra: con le sue scoperte, le sue invenzioni, le sue glorie religiose, artistiche e intellettuali. A tale scopo esistono ormai i nuovi strumenti tecnici e anche didattici: le risorse infotelematiche e l’Intelligenza Artificiale.

Il fatto è che bisogna uscire dall’universo di conoscenze storiche ormai limitate al “nostro Occidente” o in rarissimi casi poco più, inadatte ormai alla nostra stessa esperienza esistenziale.

È impensabile che in un mondo come l’attuale non si sappia globalmente quasi nulla di civiltà altissime come la cinese, l’indiana, la persiana, quella americo-precolombiana, quella dell’Africa nera, cioè appartenenti a giovani che si apprestano a guidare il genere umano nei decenni futuri o lo stanno già facendo; del resto, noi italiani pochino sappiamo della stessa storia degli altri Paesi europei – specie della parte orientale e meridionale del continente – o di quella dei ceti subalterni del nostro stesso Paese.

È giunto il momento di affrontare questa situazione e di cambiarla: e si tratterà di porre in atto una sorta di rivoluzione antropologico-didattica non solo per quel che concerne i contenuti quantitativi e la loro disposizione, bensì anche i metodi.

E forniamo subito, sinteticamente, un esempio e un modello concreti a tale riguardo. Se volete cominciare con il prendere in considerazione appunto un semplice ed efficace “caso manualistico” adatto alle scuole europee, ecco qua: The Once and Future World Order del grande studioso indoamericano Amitav Acharya, già presente nelle edizioni inglese e francese e molto diffuso dagli Stati Uniti al sudest asiatico, che in Italia è stato tradotto dalla brava Chiara Rizzo per i tipi della Fazi di Roma col titolo di Storia e futuro dell’ordine mondiale e relativo sottotitolo ch’è, da solo, tutto un programma: Perché la civiltà globale sopravviverà al declino dell’Occidente (2026, pp. XVIII-529, euro 24).

Che poi corrisponde al vecchio motto illuministico, Rien que la terre; o alla vecchia canzone anarchica che mio nonno m’insegnò quand’ero piccolo e nella quale, ora che sono un vecchio cattolico reazionario, ancora più fortemente credo: “La nostra patria è il mondo intero”.

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22/08/2026

La fine del “Medio Oriente” statunitense

Il sostegno statunitense all’aggressione israeliana contro Gaza, in particolare sotto la presidenza Biden, ha distrutto qualsiasi residua autorità morale che gli Stati Uniti potessero ancora avere e la sconfitta di Trump in Iran ha infranto il mito dell'incontrastabile dominio militare americano.

La rivista Foreign Affairs ha pubblicato un articolo che prevedeva il collasso del cosiddetto “Medio Oriente americano” a causa delle politiche statunitensi nella regione. Come si manifesta concretamente questo scenario? E verso dove sta andando il mondo oggi?

Di seguito il testo dell’articolo.

*****

Il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente è giunto al termine. L’ordine regionale che ha prevalso dal 1991 è stato una delle vittime della guerra israelo-americana contro l’Iran. Il fallimento degli Stati Uniti e di Israele nel rovesciare il regime di Teheran ha dimostrato la bancarotta di decenni di sanzioni e violenze.

Inoltre, l’incapacità degli Stati Uniti di proteggere le proprie basi presso gli alleati del Golfo dagli attacchi iraniani o di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz ha seriamente minato il patto di sicurezza fondamentale che giustificava la presenza militare statunitense nella regione.

L’atteggiamento sempre più minaccioso di Israele e il suo abbandono di qualsiasi pretesa di raggiungere un accordo con i palestinesi hanno di fatto posto fine alla missione decennale di Washington di forgiare una partnership di sicurezza duratura tra i suoi alleati arabi e Israele.

Per trentacinque anni, l’obiettivo principale degli Stati Uniti è stato quello di confinare i propri eterogenei alleati in un sistema basato sulla protezione di Israele, inizialmente contenendo l’Iran e l’Iraq, e più recentemente l’Iran e i suoi alleati non statali.

Lungi dall’essere una deviazione da quella strategia, la guerra del presidente Donald Trump l’ha portata alla sua logica conclusione, cercando di eliminare la minaccia iraniana con la forza in un colpo solo. Come i leader americani prima dell’invasione dell’Iraq del 2003, e come Israele nelle sue guerre contro Hezbollah e Hamas, gli artefici di questa guerra hanno sovrastimato grossolanamente ciò che la forza militare poteva ottenere, hanno sottovalutato la capacità di adattamento degli avversari, dato per scontato che gli alleati sarebbero rimasti a guardare e ignorato cinicamente la vita delle persone comuni.

L’avventura sconsiderata di Washington non è stata tanto un’anomalia quanto la massima espressione di una falla fondamentale nella sua strategia per il Medio Oriente.

A prima vista, la guerra potrebbe non sembrare aver avuto un impatto significativo sulle alleanze che costituiscono il sistema americano. Di fronte a una guerra inconcludente e a un Iran più influente, gli stati del Golfo potrebbero aumentare gli acquisti di armi e le richieste di rinnovate garanzie di sicurezza, creando l’illusione di una stabilità duratura. Ma in realtà, il vecchio ordine sta cedendo il passo a uno nuovo.

La guerra contro l’Iran ha cambiato la situazione sul campo

La crisi di Suez del 1956 viene ricordata oggi come l’ultimo sussulto del potere imperiale britannico e francese in Medio Oriente, ma il raggiungimento di questa inevitabile fine ha richiesto anni. L’egemonia americana non scomparirà improvvisamente, ma i dubbi di lunga data sul potere americano e sui suoi obiettivi hanno raggiunto il punto di ebollizione.

La realtà della guerra con l’Iran e della guerra israeliana a Gaza ha già modificato i calcoli sia degli alleati che degli avversari degli Stati Uniti. Un altro conflitto o l’elezione di un nuovo presidente americano non risaneranno la frattura.

I prossimi anni promettono ulteriori conflitti. Israele e Iran condividono un interesse comune nel mantenere il Medio Oriente in uno stato di caos e violenza, e gli Stati Uniti hanno pochi mezzi per contenerli. Israele spera di espandere i suoi confini di fatto, annettendo quanta più parte possibile della Palestina storica, e di imporre il suo controllo con la forza su vaste aree della regione.

Supponendo che il regime iraniano non crolli a breve termine – il che sembra altamente improbabile – Teheran, rinvigorita, cercherà di difendere ed espandere la propria influenza regionale trascinando Washington negli infiniti e sconfinati conflitti della “zona grigia” in cui ha a lungo prosperato.

Se gli Stati Uniti sono finalmente pronti ad abbandonare la loro strategia fallimentare, il crollo di un sistema potrebbe rappresentare un’opportunità per costruirne uno migliore. Sebbene le circostanze siano tutt’altro che ideali – e la maggior parte dei leader e della popolazione della regione desideri ardentemente una tregua dagli attacchi militari e dalle turbolenze economiche – nutrono un profondo risentimento nei confronti di Washington per averli trascinati in questa situazione.

Anni di dominio

Per decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale, le ambizioni americane in Medio Oriente furono plasmate dalla rivalità globale con l’Unione Sovietica, che suscitò un vivo interesse per la politica regionale a Washington, ma al contempo la rese cauta nei confronti di un intervento militare diretto.

L’attuale ordine in Medio Oriente, instaurato dall’amministrazione di George H.W. Bush dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la Guerra del Golfo, è caratterizzato dall’egemonia americana. Washington ha avuto un’opportunità storica per assicurarsi il controllo assoluto su una regione a lungo contesa, rendendosi indispensabile attraverso la creazione di basi militari e accordi di sicurezza per contenere Iraq e Iran. Il suo sostegno militare e politico è stato fondamentale per la sopravvivenza di praticamente tutti i regimi della regione.

Nel tentativo di legittimare il proprio ruolo di potenza che trascende la mera dominazione aggressiva, Washington ha avviato il cosiddetto “processo di pace arabo-israeliano”, nella speranza di integrare i suoi alleati arabi e Israele in un quadro di sicurezza condiviso. Il risultato è stata una regione divisa tra un blocco guidato dagli Stati Uniti, composto da Israele, Turchia e la maggior parte degli stati arabi, e un blocco di opposizione meno formale che include l’Iran, la Siria di Assad e attori non statali come Hamas, Hezbollah e Ansar Allah. Questa struttura è rimasta sostanzialmente invariata nel corso di tre decenni di radicali cambiamenti nella politica globale, regionale e statunitense.

Secondo la narrazione americana, questo sistema garantiva un certo grado di stabilità, proteggendo al contempo interessi vitali degli Stati Uniti, come il commercio petrolifero e la sicurezza di Israele. Per molti versi, ciò era vero. Per la maggior parte del tempo, il petrolio fluiva in modo costante e a prezzi ragionevoli. Nessuna superpotenza rivale sfidava seriamente l’egemonia americana, nemmeno la Cina, che si limitava a osservare e a beneficiare delle opportunità economiche offerte dalla sicurezza americana.

Un prezzo salato da pagare per gli abitanti della regione 

Per Washington, i vantaggi strategici derivanti da questo sistema sembravano giustificare i costi delle guerre necessarie per mantenerlo, ma il prezzo era proibitivo per le popolazioni della regione. Gli ultimi trentacinque anni hanno visto Israele impegnato in numerose guerre di piccola entità contro i suoi vicini, molto più deboli, il completo fallimento del processo di pace israelo-palestinese, l’offensiva del 7 ottobre e la distruzione di Gaza da parte di Israele.

In Iraq, gli Stati Uniti hanno imposto dodici anni di dure sanzioni, bombardamenti intermittenti, tentativi falliti di cambio di regime e una disastrosa campagna di “controproliferazione”, seguiti dalla catastrofica invasione e occupazione del 2003, il tutto a un costo umano enorme. Sotto la guida americana, guerre devastanti hanno distrutto Libano, Libia, Sudan, Siria e Yemen.

L’ordine regionale si fondava sulle garanzie di sicurezza americane, non solo per gli stati arabi ma anche per i governanti che sedevano sui loro troni. La repressione delle aspirazioni democratiche era un elemento vitale di questo accordo, così come la protezione da qualsiasi attacco militare iraniano.

Per un breve periodo, durante le rivolte della Primavera araba del 2010-2011, la spinta al cambiamento sembrò invincibile, ma per il resto il sistema si dimostrò vincente. Praticamente tutti i regimi dell’alleanza guidata dagli Stati Uniti si aggrapparono al potere, e la maggior parte rafforzò ulteriormente la propria presa all’indomani delle proteste. Il sostegno statunitense alle riforme economiche neoliberiste incoraggiò questi regimi ad adottare piani di privatizzazione che esacerbarono la corruzione delle élite e impoverirono la maggior parte della popolazione.

Le campagne militari di Washington incoraggiarono inoltre i suoi alleati ad adottare forme invasive di sorveglianza e a reprimere qualsiasi potenziale dissenso in nome della sicurezza. Mentre i ricchi stati petroliferi del Golfo e piccole frange dell’élite araba prosperavano sotto questo sistema, per la maggior parte della popolazione l’ordine americano significava solo violenza, disperazione e privazioni. Praticamente sotto ogni punto di vista economico, politico e di sviluppo, il Medio Oriente ha registrato risultati peggiori sotto l’egemonia americana rispetto a qualsiasi altra regione.

Paradossalmente, le garanzie di sicurezza americane incoraggiarono gli alleati a ignorare gli interessi politici di Washington. La maggior parte si sentiva al sicuro da qualsiasi invasione o attacco esterno, creando un rischio morale: potevano perseguire i propri progetti ideologici e politici senza temere gravi conseguenze.

La preoccupazione di Washington per gli affari interni, la sua negligenza nei confronti delle realtà regionali e le sue esagerate paure dell’influenza cinese e russa hanno reso gli Stati Uniti un facile bersaglio per le potenze locali manipolatrici. Di conseguenza, nel corso dei decenni, Washington non è riuscita a contenere efficacemente Israele o a impedire ai suoi alleati arabi di perseguire politiche che minano gli obiettivi dichiarati degli Stati Uniti. Questi alleati nominali hanno ignorato le critiche ai loro interventi distruttivi in ​​Libia, Sudan, Siria e Yemen. Quasi tutti si sono opposti all’accordo sul nucleare iraniano del 2015, che l’amministrazione Obama sperava potesse contribuire alla stabilità regionale. E nel 2017, il blocco del Qatar, guidato dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita, ha minato il fronte unito contro l’Iran di cui la campagna di “massima pressione” di Trump aveva bisogno.

Le rivolte del 2010-2011 spinsero i governi arabi ad adottare nuove forme di intervento, in parte a causa della perdita di fiducia nella capacità e nella volontà degli Stati Uniti di rispondere a quelle che percepivano come minacce urgenti. Gli alleati autoritari, che da tempo temevano colpi di stato e rivoluzioni popolari, ora li vedevano come una realtà imminente di fronte agli alleati iraniani, ai movimenti armati e ai giovani attivisti liberaldemocratici.

Con la diffusione a macchia d’olio delle proteste, questi regimi si resero conto che le minacce interne potevano provenire da qualsiasi luogo, persino al di fuori dei loro confini. Quando assistettero al rovesciamento di Hosni Mubarak in Egitto nel 2011, conclusero di non poter contare sugli Stati Uniti per essere salvati dalle sfide interne. Se volevano garantire la propria sopravvivenza, dovevano intervenire e contenere la minaccia da soli. Tuttavia, i loro ripetuti interventi avevano prodotto risultati disastrosi, contribuendo a un colpo di stato militare in Egitto e a numerose guerre civili.

Per quanto riguarda Israele, ha mostrato un uso sempre più eccessivo della forza in tutta la regione e ha rafforzato la sua occupazione militare nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, e persino in alcune zone del Libano e della Siria.

Uno dei motivi per cui il sistema americano è durato così a lungo è che gli accordi di sicurezza su cui si fonda non sono mai stati realmente messi alla prova. I leader regionali si sono lamentati ripetutamente di sentirsi abbandonati, ma non si sono mai comportati come se l’abbandono fosse una possibilità concreta. Per anni, la guerra tra Stati non ha rappresentato una minaccia significativa. Israele ha bombardato ripetutamente Gaza e il Libano, ma nessuno Stato arabo alleato degli Stati Uniti si è mostrato eccessivamente preoccupato per un attacco israeliano.

Allo stesso tempo, gli Stati Uniti cercarono di consolidare il proprio dominio in Medio Oriente promuovendo una cooperazione militare e politica aperta tra i loro alleati arabi e Israele. Questo obiettivo non era nuovo; la formazione di un’alleanza anti-iraniana guidata dagli Stati Uniti era stata un obiettivo di ogni amministrazione americana dal 1991. Tuttavia, Trump si distinse dai suoi predecessori perseguendo questa strada senza collegare la normalizzazione dei rapporti arabo-israeliani ai progressi sulla questione palestinese. Nel 2020, la sua amministrazione mediò gli Accordi di Abramo tra Israele e, inizialmente, il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti.

Il Marocco si unì poco dopo, e il Sudan firmò un accordo preliminare che non fu mai formalmente attuato. Ma quando l’amministrazione Biden cercò di persuadere l’Arabia Saudita a firmare, sottovalutò l’importanza della questione palestinese per l’opinione pubblica saudita e sottovalutò la crescente rivalità tra Riyadh e Abu Dhabi. Non riuscì inoltre a comprendere la crescente opposizione popolare alla normalizzazione né a prevedere l’imminente catastrofe a Gaza.

Scuotimento dell’ordine regionale statunitense

L’ordine regionale statunitense è già stato scosso in passato, anche durante la disastrosa invasione dell’Iraq del 2003 e le rivolte popolari del 2011, ma si è sempre rimodellato. I politici americani sono rimasti intrappolati in questa struttura da loro stessi creata, così come le potenze regionali che vi sono radicate. Ogni presidente, da Bill Clinton in poi, si è insediato promettendo di ridurre il coinvolgimento degli Stati Uniti in Medio Oriente, salvo poi ritrovarsi trascinato nelle stesse politiche e guerre.

La duplice crisi della distruzione di Gaza da parte di Israele e della guerra israelo-americana in Iran potrebbe apparire come un altro episodio di questo ciclo. Ma in realtà, questi eventi, considerati insieme, hanno inferto un colpo fatale al “Medio Oriente” americano. Il sostegno degli Stati Uniti all’aggressione israeliana contro Gaza, in particolare sotto la presidenza di Joe Biden, ha distrutto qualsiasi residua autorità morale che gli Stati Uniti ancora possedevano. La sconfitta di Trump in Iran ha infranto l’illusione di un’assoluta supremazia militare americana. Entrambi gli eventi hanno dimostrato agli stati arabi la loro scarsa influenza reale nell’ordine regionale e il valore decrescente delle garanzie di sicurezza americane.

Sia sotto l’amministrazione Biden che sotto quella Trump, i funzionari americani non sono riusciti a comprendere le devastanti conseguenze della guerra di Israele contro Gaza. L’opinione prevalente era che contassero solo le opinioni dei leader regionali, che questi leader si fossero da tempo dimenticati dei palestinesi e che desiderassero legami più stretti con un Israele forte e maggiori garanzie di sicurezza offerte dagli Stati Uniti come incentivo.

Forse il miglior esempio di questa miopia è il futile tentativo di Biden di mediare una normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita, anche dopo che il crescente numero di vittime a Gaza aveva reso tale cooperazione politicamente rischiosa agli occhi dell’opinione pubblica araba che Riyadh aspirava a guidare.

L’incessante ricerca da parte di Washington di una maggiore cooperazione araba con Israele ha esacerbato le divisioni. Essendo uno dei primi due firmatari degli Accordi di Abramo, gli Emirati Arabi Uniti hanno continuato a collaborare con Israele durante la campagna israeliana a Gaza e mentre Israele lanciava attacchi militari in Iraq, Libano, Siria, Yemen e persino in Qatar.

Durante la guerra con l’Iran, secondo il Wall Street Journal, gli Emirati Arabi Uniti si coordinarono con Israele e gli Stati Uniti per lanciare attacchi contro obiettivi iraniani. L’Arabia Saudita, d’altro canto, osservava con preoccupazione l’alleanza tra Emirati e Israele. Riad e Abu Dhabi erano già in disaccordo sulla Siria, dove l’Arabia Saudita sosteneva il regime post-Assad mentre gli Emirati condividevano l’ostilità di Israele nei suoi confronti, e anche sullo Yemen, dove l’Arabia Saudita aveva appena espulso i miliziani emiratini.

L’Arabia Saudita si è lamentata del fatto che gli Emirati Arabi Uniti stessero sostenendo movimenti separatisti che minavano la stabilità regionale, e ha visto la partnership tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti come una minaccia alla propria leadership regionale. Questa disputa ha ulteriormente complicato le possibilità di Washington di mobilitare le principali potenze della regione a sostegno della sua campagna per sconfiggere l’Iran.

Se la guerra a Gaza aveva gettato dubbi sul futuro della leadership regionale americana, la guerra contro l’Iran ha segnato il destino di tale sistema. I leader del Golfo erano furiosi perché gli Stati Uniti e Israele avevano lanciato la guerra senza consultarli, pur conoscendo la loro opposizione, e mentre erano impegnati in negoziati con l’Iran mediati dall’Oman. Questa guerra, sulla quale non avevano avuto voce in capitolo, li esponeva a una risposta iraniana diretta.

Sebbene i sistemi di difesa missilistica americani abbiano proteggo il Golfo dagli attacchi missilistici più violenti, un numero sufficiente di raid iraniani è riuscito a penetrarli, infliggendo danni significativi e destabilizzando la struttura socio-economica della regione. L’Iran ha preso di mira gli interessi e gli obiettivi americani in tutto il Golfo, comprese nazioni amiche come l’Oman e il Qatar, ma ha concentrato i suoi attacchi sui firmatari degli Accordi di Abramo: in particolare il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti. Nel giro di poche settimane, l’Iran ha danneggiato, distrutto o reso inefficace una parte significativa della rete di basi militari che sosteneva l’egemonia americana in Medio Oriente.

Il fallimento degli Stati Uniti e di Israele nel rimuovere il regime iraniano

La fiducia degli alleati del Golfo in Washington si è ulteriormente indebolita con il fallimento della campagna israelo-americana per rovesciare il regime iraniano. Per decenni, i sostenitori del bombardamento dell’Iran avevano sostenuto che un simile attacco, sebbene potenzialmente caotico, avrebbe eliminato definitivamente la minaccia iraniana. Eppure, Stati Uniti e Israele, con tutta la loro potenza militare, hanno fallito miseramente. Inoltre, gli Stati Uniti sono rimasti a guardare mentre l’Iran chiudeva lo Stretto di Hormuz, mettendo a repentaglio l’intera economia del Golfo.

Ancora una volta, i leader del Golfo sono rimasti scioccati non solo dal disinteresse dell’America per i loro desideri, ma anche dalla sua palese impotenza. Il loro shock si è trasformato in rabbia quando gli Stati Uniti hanno bombardato gli impianti idrici e Israele i depositi petroliferi iraniani. Washington stava mettendo a repentaglio il futuro dei suoi partner; se Teheran avesse reagito colpendo impianti idrici o siti nucleari nel Golfo, la conseguente spirale di escalation avrebbe portato gli stati del Golfo ad affrontare una catastrofe economica e una devastazione ambientale di proporzioni enormi, rendendoli inabitabili.

Gli stati del Golfo non si fidano più delle garanzie di sicurezza americane

Da tutto ciò, gli Stati del Golfo hanno tratto la conclusione che le garanzie di sicurezza americane, che costituivano il fulcro dell’accordo regionale, non erano più affidabili. La regione si era già resa conto nel 2011 che Washington era incapace di proteggerla dalle minacce interne. Se non ci si poteva fidare di Washington nemmeno per consultarsi con gli alleati, sconfiggere gli avversari o proteggere i partner dalle conseguenze delle sue avventure regionali, allora a cosa servivano le sue promesse? L’accordo fondamentale offerto dagli Stati Uniti era crollato e non sarebbe stato facile ricostruirlo.

È ormai comune paragonare una guerra con l’Iran al momento di Suez per Washington. In effetti, esistono parallelismi tra il disastro odierno e il fallito complotto anglo-francese-israeliano per impadronirsi del Canale di Suez nel 1956, che si concluse con una clamorosa vittoria politica per il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser.

La crisi di Suez divenne il simbolo del crollo degli imperi europei e della transizione da un mondo multipolare al sistema bipolare che prevalse durante la Guerra Fredda. Tuttavia, la crisi di Suez non pose fine immediatamente agli imperi britannico e francese in Medio Oriente. La Francia continuò la sua guerra per mantenere il controllo dell’Algeria per altri sei anni, e il Regno Unito rimase la potenza dominante nel Golfo per un decennio e mezzo, combattendo i movimenti di opposizione nell’attuale Oman e Yemen prima del suo ritiro definitivo dalla regione nel 1971. Gli eventi richiedono tempo per dispiegarsi completamente.

Ci vorrà del tempo prima che le conseguenze complete del disastro americano in Iran diventino chiare

Le conseguenze complete della disfatta americana in Iran richiederanno tempo per essere pienamente comprese. Nel breve termine, l’ordine regionale guidato dagli Stati Uniti non scomparirà. Gli Stati Uniti potrebbero ritirarsi dalle basi militari distrutte dall’Iran, ma continueranno a svolgere un ruolo di primo piano nella difesa regionale. È improbabile che gli Stati del Golfo rompano immediatamente i rapporti con Washington. Temendo per il loro futuro e non avendo alternative concrete, potrebbero rafforzare i legami con Washington, come ha tentato di fare l’Arabia Saudita concludendo un accordo sul nucleare a lungo atteso, salvo poi vederne i termini modificati da Trump il giorno successivo, lasciando l’accordo in sospeso.

La frattura tra Stati Uniti e Israele, sebbene reale e potenzialmente di lunga data, non porterà al crollo di questa alleanza in tempi brevi. Gli stati arabi manterranno inoltre rapporti di collaborazione con Israele e continueranno a beneficiare della tecnologia militare e di intelligence israeliana.

I piccoli aggiustamenti che gli attori regionali iniziano ad apportare potrebbero non sembrare significativi all’inizio. Gli Stati hanno sempre perseguito i propri interessi, persino all’apice dell’egemonia americana. Persino gli alleati più dipendenti dagli Stati Uniti hanno imparato l’arte di temporeggiare, fare marcia indietro ed esercitare pressioni su Washington.

Continueranno a impegnarsi nelle loro rivalità interne, dando priorità alla sopravvivenza dei loro regimi e cercando di garantire la propria sicurezza. A volte ciò significa cooperare con Washington, a volte no.

Tuttavia, quella che appare come una continuità a breve termine non deve essere confusa con la sostenibilità di lungo periodo. Con la crisi di Suez, la disintegrazione degli imperi europei era inevitabile, non a causa di un singolo fallimento politico, bensì per l’ascesa del nazionalismo e dell’anticolonialismo, nonché per l’esaurimento economico e politico del modello imperiale europeo. Allo stesso modo, il sistema statunitense in Medio Oriente si sta deteriorando da anni a causa dell’accumulo di fallimenti politici, culminati nella perdita di un obiettivo comune e nell’impotenza militare messa in luce dalle recenti crisi.

Washington non sarà in grado di impedire la trasformazione regionale

Washington sarà tentata di rimanere fedele alle politiche che hanno caratterizzato il suo approccio al Medio Oriente per decenni, facendo affidamento sui rapporti con i leader politici della regione. Se i leader americani persisteranno su questa strada, dovranno aspettarsi lo stesso risultato: una regione afflitta da una perenne instabilità, da fallimenti economici e politici e da ricorrenti scoppi di conflitti violenti. Questi conflitti potrebbero richiedere solo occasionalmente un intervento militare americano, ma il caos richiederà costantemente attenzione e prosciugherà risorse inutilmente. E le guerre senza fine continueranno.

Questo esito potrebbe sembrare accettabile per i politici americani, abituati a gestire i conflitti e a mantenere relazioni con attori ostili, ma Washington non può impedire il passaggio a un nuovo ordine regionale semplicemente fingendo che nulla sia cambiato. Gli alleati arabi che hanno perso fiducia negli Stati Uniti eserciteranno sempre più la propria indipendenza.

Ciò potrebbe talvolta significare perseguire la via diplomatica con l’Iran ed espandere le relazioni con la Cina e la Russia contro il volere degli Stati Uniti. Altre volte, potrebbe significare intervenire in Libia, Sudan e nel Corno d’Africa, o innescare conflitti violenti in Iraq, Libano, Siria e Yemen.

Questo ordine emergente sarà plasmato da forze in gran parte al di fuori del controllo degli Stati Uniti. Israele, ad esempio, è determinato a proseguire i suoi interventi militari a prescindere dalla politica statunitense. Ha continuato la sua guerra contro Hezbollah sfidando il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran raggiunto a giugno e non ha mostrato alcuna volontà di ritirare le sue forze dal Libano meridionale.

I funzionari israeliani insistono sul fatto che Israele manterrà una presenza militare anche in Siria. E, in assenza di serie pressioni interne per l’adozione di politiche più moderate, nulla impedisce a Israele di annettere la Cisgiordania e distruggere completamente la Striscia di Gaza.

Le alleanze regionali si discosteranno sempre più dalla coalizione anti-iraniana immaginata dai funzionari statunitensi. Invece di fare affidamento sulla protezione americana, diversi Stati del Golfo potrebbero cercare accordi collaterali con l’Iran per evitare di essere presi di mira.

Anziché seguire l’approccio di Washington, la politica regionale si concentrerà probabilmente su una feroce competizione per l’influenza tra Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Prima dello scoppio della guerra con l’Iran alla fine di febbraio, Riad aveva iniziato a formare una coalizione che includeva Egitto, Pakistan, Qatar e Turchia per contrastare l’alleanza tra Emirati Arabi Uniti e Israele, sostenuta dagli Stati Uniti.

Questa rivalità riprenderà una volta cessati i combattimenti, potenzialmente destabilizzando paesi già stremati, estendendosi all’intera regione e generando innumerevoli nuove crisi che una Washington distratta farà fatica a gestire.

Infine, la maggior parte dei regimi dovrà affrontare crescenti pressioni dalle proprie popolazioni, poiché le ripercussioni della guerra con l’Iran gettano una lunga ombra sulle già fragili economie della regione. Questi effetti non si limiteranno ai paesi le cui infrastrutture sono state danneggiate dagli attacchi iraniani.

In Egitto, ad esempio, i forti aumenti dei prezzi del carburante e dei generi alimentari, unitamente alle significative perdite di entrate del Canale di Suez dovute all’interruzione del traffico marittimo globale causata dalla guerra, stanno esacerbando le crisi finanziarie e la disoccupazione già esistenti.

Molti paesi già colpiti dai tagli agli aiuti statunitensi potrebbero perdere un’altra vitale fonte di investimenti esteri, mentre i ricchi stati del Golfo si confrontano con i propri problemi economici. I rancori interni e la rabbia per Gaza creano una miscela pericolosa, e un’ondata di proteste che ricordano le rivolte di 15 anni fa potrebbe essere all’orizzonte.

L'ultima possibilità

Il violento crollo del vecchio ordine regionale potrebbe sconvolgere o addirittura far deragliare qualsiasi tentativo di instaurare un nuovo sistema efficace, ma questo momento potrebbe anche rappresentare un’opportunità per gli Stati Uniti di rimodellare gli accordi fondamentali che hanno prodotto questi risultati devastanti.

Formulare una nuova e valida politica verso il “Medio Oriente” richiede di riconsiderare la decisione di dare priorità alle relazioni con alleati canaglia e autocratici in nome del pragmatismo.

Allo stesso modo, si presumeva che limitarsi a parole di sostegno alla “soluzione dei due Stati”, mentre Israele continuava la sua graduale annessione di territori palestinesi ed eludeva veri negoziati di pace, sarebbe stato sufficiente a mantenere il favore degli alleati arabi.

Ciò significava per gli Stati Uniti non prendere mai in considerazione l’adozione di politiche che avrebbero ottenuto l’approvazione, o anche solo il sostegno, delle popolazioni della regione. Significava anche che Washington non poteva impegnarsi seriamente nella promozione della democrazia o nella difesa dei diritti umani, perché la sua strategia si basava sulla loro assenza.

L’amministrazione Trump, che ha deriso la democrazia e lo stato di diritto sia a livello nazionale che internazionale, non cambierà questa realtà. È difficile immaginare Trump, con la sua estrema indecisione tra le diverse strategie, in grado di delineare un nuovo ordine regionale, ma il suo successore avrà una reale opportunità di rompere con lo status quo e formulare una strategia più coerente ed efficace per il Medio Oriente.

Questo processo inizia con l’abbandono dell’intervento militare come prima risorsa e con la fine della pratica diplomatica basata sui raid aerei. La priorità di Washington deve essere la difesa, non l’attacco.

Un modo per dimostrare questa intenzione è rinunciare alla ricostruzione delle basi militari statunitensi danneggiate o distrutte nel Golfo e concentrarsi invece sugli investimenti nella condivisione di informazioni di intelligence, nei sistemi di difesa missilistica per i partner del Golfo e nel mantenimento della libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.

Gli Stati Uniti dovrebbero perseguire la stabilità in Medio Oriente attraverso la diplomazia e la difesa collettiva, non il contenimento militare. È tempo che Washington si impegni in un processo diplomatico che integri l’Iran nell’architettura di sicurezza regionale come partner costruttivo. Gli Stati del Golfo potrebbero essere aperti a questo approccio, nonostante la rabbia per i recenti attacchi iraniani; dopotutto, Arabia Saudita e Iran hanno raggiunto un riavvicinamento nel 2023 dopo una precedente ondata di aggressioni iraniane.

L’amministrazione Obama presentò una visione simile durante i negoziati per l’accordo sul nucleare iraniano del 2015, con lo stesso vicepresidente J.D. Vance che si dichiarò pronto a “trasformare radicalmente” le relazioni tra Stati Uniti e Iran in seguito a un nuovo accordo. L’ambizione c’è, ma la nuova amministrazione deve dimostrare rapidamente e con decisione il proprio impegno a realizzarla.

Il ripensamento della politica americana deve includere anche il modo in cui Washington gestisce i rapporti con i suoi alleati, Israele compreso. Le condizioni sono mature per una rivalutazione delle relazioni tra Stati Uniti e Israele: secondo un sondaggio della Quinnipiac University pubblicato a giugno, quasi due terzi dei democratici e più della metà degli indipendenti ritengono che gli Stati Uniti sostengano Israele eccessivamente.

A metà luglio, più della metà dei democratici alla Camera dei Rappresentanti ha votato a favore di una legge per interrompere gli aiuti militari statunitensi a Israele.

La nuova amministrazione dovrebbe sfruttare questo slancio per esercitare pressioni su Israele, pressioni che le precedenti amministrazioni statunitensi hanno evitato. Washington non dovrebbe abbandonare il suo alleato, ma dovrebbe esigere che Israele rispetti i diritti umani, arresti la graduale espansione in Cisgiordania e ponga fine ai suoi interventi destabilizzanti in Libano e Siria.

In termini più ampi, la stabilità regionale richiede che gli Stati Uniti si impegnino nuovamente a rispettare gli standard internazionali in materia di diritti umani, si oppongano ai movimenti armati in paesi come la Siria e lo Yemen e scoraggino gli interventi militari e le guerre per procura che i paesi partner potrebbero intraprendere in regioni come il Sudan e la Libia.

Le nuove politiche statunitensi non creeranno un Medio Oriente stabile e pacifico dall’oggi al domani. Inizialmente, queste politiche troveranno scarso sostegno popolare in una regione abituata all’ipocrisia americana.

In seguito, l’ascesa di governi più sensibili alle esigenze democratiche nella regione potrebbe causare numerosi problemi, poiché politici ambiziosi si contenderanno il primato nel condannare e denunciare gli Stati Uniti; tuttavia, a lungo termine, un “Medio Oriente” governato da regimi meno propensi a seguire l’approccio di Washington alle politiche impopolari o a reprimere il dissenso popolare sarà probabilmente più stabile della regione odierna.

Washington fatica a immaginare un Medio Oriente che non domina e a concepire alternative valide all’attuale ordine regionale, per quanto imperfetto possa essere. Ma quest’ordine si sta sgretolando e questa potrebbe essere l’ultima occasione per i leader statunitensi di cambiare rotta. Se falliranno, assisteranno al declino del Medio Oriente dominato dagli Stati Uniti, proprio come accadde agli imperi europei che lo hanno preceduto.

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21/08/2026

Mentre discutevamo della fine della storia, la Cina costruiva il futuro

di Pasquale Liguori

Appunti di un mese in Cina, con Arlacchi come compagno di viaggio.

Una sensazione precisa mi ha accompagnato lungo quasi un mese di viaggio in Cina, da Pechino a Xi’an, da Chengdu alla vertigine di Chongqing, poi verso Guilin e Yangshuo, fino alla modernità di Shenzhen e alla stratificazione anomala di Hong Kong, prima del ritorno alla capitale.

Lo stupore per le dimensioni del Paese, per la velocità dei treni, per la densità delle metropoli, per la tecnologia ormai fusa con i gesti più ordinari della vita quotidiana si consuma in fretta, come ogni meraviglia turistica.

Quello che resta, e che continua a lavorare sottopelle giorno dopo giorno, è più profondo: è l’impressione di attraversare una società che tratta il presente come materia ancora plasmabile e considera il futuro una costruzione politica e organizzativa, un orizzonte da conquistare.

Questa percezione nasce da fatti molto concreti, dalla puntualità dei trasporti alla pulizia degli spazi pubblici, dalla qualità di infrastrutture capaci di servire una popolazione immensa alla continuità dei servizi, dall’ordine di stazioni attraversate ogni giorno da masse umane di dimensioni per noi inconcepibili alla capacità di rendere semplice ciò che, dalle nostre parti, sembra complicarsi anno dopo anno.

E, tuttavia, il punto decisivo cade oltre l’efficienza. Soprattutto, oltre la formula caricaturale dell’efficienza autoritaria con cui buona parte del discorso occidentale crede di aver già liquidato tutto. Colpisce piuttosto la persistenza di una volontà organizzatrice, il fatto che dietro la materialità delle cose sopravviva l’idea di una direzione collettiva dello sviluppo.

Ancora più sorprendente risulta il verde. Oltre a quello sovrabbondante di Guilin e Yangshuo, dove il paesaggio carsico e i fiumi sembrano appartenere a un’immagine della Cina anteriore di secoli alla modernità, colpisce il verde incorporato nelle grandi città, lungo le arterie e sulle pendici, dentro l’incredibile sovrapposizione verticale di Chongqing e perfino nella Shenzhen cibertecnologica che l’immaginario europeo ridurrebbe volentieri a cemento ed elettronica.

Smette di funzionare come ornamento e diventa il segno materiale di quella “civiltà ecologica” entrata da anni nel lessico istituzionale e costituzionale cinese, capace di trasformare la gigantesca questione ambientale prodotta dall’industrializzazione in un nuovo terreno dello sviluppo.

Questo non significa fabbricare una Cina immaginaria, priva di tensioni e conflitti. Il punto sta altrove. Una società può essere attraversata da contraddizioni enormi e conservare insieme la capacità politica di intervenire su di esse.

È forse questa la prima cosa che il viaggio rende difficile dimenticare, soprattutto per chi proviene da una parte del mondo educata a trattare i problemi strutturali come fenomeni meteorologici, eventi da subire, gestiti negli effetti con la correzione di qualche coefficiente, invocando la crescita e la benevolenza dei mercati.

Durante il viaggio avevo con me La Cina spiegata all’Occidente di Pino Arlacchi, scelto senza intenzione di farne una guida e senza cercare nel Paese reale la conferma meccanica di una tesi.

È accaduto qualcosa di più serio, perché quelle pagine hanno allargato le domande che il viaggio poneva da sé, dando profondità storica a impressioni altrimenti destinate a restare in superficie e rendendo sempre più difficile liquidare come episodico ciò che continuava a ripresentarsi davanti agli occhi.

Arlacchi ha funzionato da vero compagno di viaggio, capace di amplificare l’esperienza senza diventarne il centro. Mentre attraversavo una Cina violentemente contemporanea, il libro riportava lo sguardo indietro di secoli e mostrava quanto poco si comprenda questo Paese facendolo cominciare nel 1949, oppure nel 1978 con Deng Xiaoping.

A Xi’an la profondità storica diventa quasi fisica, perché l’Esercito di Terracotta si sottrae allo statuto di reperto monumentale di una civiltà scomparsa, così come la Città Proibita rifiuta di ridursi al residuo museale di un ordine cancellato. In entrambi i casi si avverte una continuità inquieta, dove le rotture gigantesche della storia, rivoluzione compresa, rielaborano gli strati precedenti invece di azzerarli.

L’appassionata insistenza di Arlacchi sul lungo filo della costituzione materiale cinese, sul ruolo dello Stato e sulla tradizione amministrativa, sulla selezione delle classi dirigenti e sul valore attribuito alla competenza, rischierebbe di irrigidirsi in un’essenza immobile dell’“essere Cina” qualora venisse presa come chiave unica.

Resta però difficile negare che la Cina contemporanea nasca da una combinazione singolare tra questa lunga durata, la cesura rivoluzionaria del Novecento e la straordinaria sperimentazione istituzionale ed economica degli ultimi decenni.

Forse è proprio la capacità di tenere insieme ciò che il nostro pensiero separa con ostinazione a rendere la Cina tanto difficile da interpretare in Occidente. Confucio e Mao convivono con uno Stato fortissimo e un’economia di mercato, la continuità millenaria procede insieme alla trasformazione tecnologica più rapida del pianeta, la centralizzazione politica si accompagna a una sperimentazione locale di frontiera.

Il lessico occidentale pretende ogni volta di costringere il fenomeno dentro un’alternativa: socialismo o capitalismo, mercato o pianificazione, democrazia liberale o dittatura. La Cina, invece, elude il bivio. Sicché, quando un oggetto storico resiste alle nostre categorie, preferiamo sospettare dell’oggetto piuttosto che interrogarci sui pregiudizi e sulla natura delle categorie.

Così la formula “socialismo con caratteristiche cinesi” viene trattata come un espediente propagandistico. Mercato, impresa privata e grandi ricchezze sembrano autorizzare un verdetto già scritto, capitalismo, e il potere saldamente in mano al Partito Comunista aggiorna la sentenza in capitalismo autoritario. Si tratta di una definizione comoda soprattutto perché permette di risparmiare l’analisi.

La domanda seria riguarda invece il posto che il mercato occupa dentro la formazione sociale cinese, il rapporto tra capitale privato e potere politico, il controllo del credito e delle grandi infrastrutture, della terra, dell’energia, delle reti strategiche e della direzione complessiva dell’investimento. A questo punto il problema si fa tagliente, perché smette di ruotare attorno alla semplice presenza del mercato e tocca il nodo essenziale: chi comanda chi.

Shenzhen offre l’illustrazione più istruttiva dell’intero viaggio. A uno sguardo distratto sembra la prova definitiva del successo capitalistico cinese, metropoli vertiginosa cresciuta nel segno della tecnologia, dell’impresa e del consumo. Basta spostare di poco la domanda perché l’immagine cambi natura.

Da quale decisione politica è nata Shenzhen? Quale intreccio tra Stato, territorio, credito, ricerca, manifattura e capitale ha consentito di costruire una città di quella scala in pochi decenni? All’improvviso quella che sembrava una “vittoria spontanea del mercato” si rivela come una delle più gigantesche operazioni di pianificazione e di politica industriale della storia contemporanea.

L’interesse del caso cinese sta esattamente nella capacità di impiegare strumenti diversi subordinandoli a una strategia più ampia. Il mercato viene usato e orientato, privato di quella sovranità politica che il neoliberismo occidentale ha elevato a dogma. Da noi lo Stato si presenta ogni mattina davanti al tribunale dei mercati, mentre in Cina è il mercato a operare dentro una cornice che lo Stato rivendica ancora il potere di modificare.

Dopo decenni in cui ci è stato somministrato che privatizzare significava modernizzare, che la pianificazione apparteneva al museo delle ideologie e che la proprietà pubblica era per natura inefficiente, trovarsi davanti a una società capace di usare massicciamente il mercato senza consegnargli il comando produce un cortocircuito inevitabile.

Il cortocircuito si aggrava osservando che proprio questa società ha costruito in poco più di quarant’anni infrastrutture, filiere tecnologiche e progetti urbani che alle nostre latitudini richiederebbero ere geologiche.

Viaggiando, questa densità politica dello spazio torna di continuo, mentre nelle città europee si percepisce sempre più raramente. La trasformazione conserva lo statuto di azione possibile e le città vengono ampliate, riforestate, connesse, ripensate in rapporto ai prossimi decenni da chi evidentemente immagina di abitarli.

E così la questione cinese smette di riguardare soltanto la Cina. Riguarda noi, il trasferimento di una parte enorme del potere reale dalla decisione politica al complesso privato tecnico-militare-finanziario-industriale, il paradosso di sistemi che si dicono “democrazie” mentre riducono la libertà alla scelta periodica di chi amministrerà un quadro di compatibilità dichiarato intoccabile.

Da qui la povertà della rappresentazione occidentale della Cina. L’informazione dominante raramente sembra interessata a comprendere la specificità di quella formazione sociale e lavora piuttosto a ricondurre ogni fenomeno alla conferma di un verdetto pronunciato in anticipo, funzionando da megafono ideologico dell’ordine che l’ha prodotta, fatto di deregolamentazione, finanziarizzazione e mercato elevato a principio superiore di razionalità sociale.

Una Cina compresa nella sua complessità risulterebbe assai più disturbante di una Cina demonizzata, perché costringerebbe a domandarsi se l’evoluzione occidentale degli ultimi decenni sia davvero l’unica forma possibile della modernità.

Molto più economico spiegare ogni risultato cinese con la parola “autoritarismo”, come se una parola bastasse a produrre una ferrovia, una politica industriale, una rivoluzione energetica o una metropoli.

A dare forma teorica a queste domande ha contribuito la teoria della “tripla rivoluzione” proposta dai marxisti cinesi Cheng Enfu e Yang Jun, secondo i quali la storia della Repubblica Popolare rifiuta di lasciarsi leggere come una rivoluzione originaria seguita da una lunga normalizzazione e infine da una restaurazione capitalistica.

Propongono una continuità più inquieta e più fertile, dalla rivoluzione per la conquista del potere alla rivoluzione della riforma, fino alla rivoluzione della nuova fase storica, dove la trasformazione delle forme economiche e istituzionali coincide con la ridefinizione storica dell’orizzonte socialista piuttosto che con il suo abbandono.

La tesi obbliga a una verifica costante dei rapporti di proprietà, delle condizioni del lavoro, dell’autonomia o subordinazione del capitale, del potere reale delle istituzioni pubbliche, e resta comunque immensamente più feconda della formula pigra del “capitalismo di Stato”, perché rimette in movimento ciò che il pensiero occidentale ha già archiviato.

La domanda decisiva riguarda la possibilità che una rivoluzione continui dopo la presa del potere, cambiando gli strumenti della propria politica economica senza dissolversi, usando il mercato senza riconoscergli sovranità, attraversando compromessi, ritirate e accelerazioni pur continuando a concepirsi come trasformazione di lunga durata.

Sono esattamente le domande che la sinistra occidentale ha smesso di porsi nel momento in cui ha smesso di immaginare concretamente la trasformazione.

Il caso italiano, osservato dalla scala cinese, assume tratti quasi caricaturali. Arlacchi ha notato con una certa perfidia che buona parte della nostra classe politica, sottoposta ai criteri di selezione vigenti in Cina, faticherebbe ad amministrare qualche centro urbano minore.

La valutazione mi pare persino indulgente, perché il problema italiano precede ormai la competenza: la capacità di governare trasformazioni complesse è stata sostituita dal teatrino social, dal posizionamento quotidiano, dal talk show e dal sondaggetto.

Il risultato sta sotto gli occhi di tutti, con un Paese che invecchia, servizi pubblici impoveriti, ricerca e università trattate come costi superflui, salari stagnanti da trent’anni, giovani spinti all’estero e un dibattito pubblico infinitamente più occupato da ridicole polemiche che dalla domanda su cosa possa diventare l’Italia fra venti o trent’anni. Osservata dalla scala cinese, questa irrilevanza diventa quasi fisica.

Ancora più impressionante è il contrasto con la direzione dello spazio euroamericano. Di fronte all’ascesa di una potenza economica, tecnologica e politica che marginalizza la centralità occidentale, la risposta prevalente evita accuratamente di aprire una nuova stagione di investimenti sociali, scientifici e industriali e preferisce barriere, dazi, sanzioni, militarizzazione, riarmo.

Per decenni ci hanno spiegato che le risorse per sanità, welfare e istruzione andavano razionalizzate fino alla scarsità e, davanti alla succulenta possibilità di business per i signori della guerra, i limiti di bilancio diventano improvvisamente elastici.

Siamo alla furia regressiva. Un Occidente che ha edificato nel sangue la propria grandezza, presentandola poi come forma definitiva della modernità politica, reagisce alla perdita di centralità irrigidendo le proprie strutture, alza barriere dopo avere predicato il libero mercato, impone arbitrariamente dazi mentre accusa gli altri di violare la concorrenza, investe nel riarmo dopo avere smantellato per decenni la capacità sociale dello Stato, proclama diritti universali mentre convive con la distruzione di intere popolazioni.

Niente di tutto questo santifica la Cina. Serve piuttosto a vedere quale mondo continua a progettare il futuro e quale si limita a difendere, per giunta in pessimo modo, il proprio privilegio passato. Una società che, dentro contraddizioni e conflitti aperti, continua a progettare infrastrutture, transizione energetica, città e sviluppo produttivo su orizzonti generazionali si confronta con società che hanno sostituito il progetto del futuro con la difesa sempre più aggressiva di un primato ereditato.

Resta la sensazione di avere incontrato dal vivo un Paese che tratta la storia come un campo ancora aperto e riconosce alla politica una facoltà che noi abbiamo dimenticato, quella di decidere una direzione e di organizzare il tempo lungo.

Arlacchi non mi ha consegnato la spiegazione della Cina: ha fatto qualcosa di più utile, impedendo che ciò che vedevo restasse semplice stupore, costringendo ogni impressione a misurarsi con la lunga durata e demolendo la pretesa che l’Occidente possieda già tutte le categorie necessarie per giudicare quanto accade altrove.

Guardare davvero la Cina significherebbe sospendere almeno per un momento l’abitudine di giudicare il mondo dal centro di un Occidente che chiama universali le proprie categorie mentre perde la capacità di trasformarsi.

Vorrebbe dire ammettere che il mercato non costituisce una legge naturale, che la pianificazione può appartenere al futuro, che lo Stato può essere qualcosa di diverso dall’amministratore della redditività privata e che la modernizzazione rifiuta di coincidere con l’occidentalizzazione.

Soprattutto imporrebbe di accettare la possibilità che il nostro sistema culturale e mediatico lavora a rimuovere: mentre discutevamo se la storia fosse finita, uno dei suoi centri più antichi tornava a orientarne il movimento.

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Nasce a Shanghai l’Organizzazione mondiale dell’IA

All’interno di una Unione Europea devastata anche intellettivamente da quasi 40 anni di “pensiero unico” fatto di ordoliberismo teutonico, “austerità di bilancio” e totale libertà delle imprese, la discussione sull’Intelligenza Artificiale oscilla tra dilemmi para-filosofici (e dio sa se non ci sono anche problemi filosofici chiave nello sviluppo dell’IA) e disegno di “regole” per una attività industriale che, in Europa, praticamente nessuno coltiva con risultati apprezzabili. O almeno tali da poter costituire un potenziale concorrente con le imprese americane o di altri paesi.

Non parliamo poi dell’Italia, terra desolata e in via di desertificazione sia industriale (la prima impresa nazionale è ora Leonardo, una controllata dello Stato che costruisce armi) che demografica (solo 350mila i nuovi nati del 2025, contro l’oltre un milione del 1964), dove il principale problema di governo e opposizione sembra siano “gli immigrati”. Che peraltro qui non ci vogliono stare, aspirando a qualcosa di meglio…

Occuparsi di intelligenza, sia pure informatizzata e standardizzata (ossia il contrario del sapere), sembra quasi un reato, peggio che svegliare un semi-cadavere in coma.

Nel frattempo il resto del mondo si porta decenni avanti. Non solo sviluppando sistemi di AI profondamente differenti da quelli Usa, ma anche preoccupandosi di disegnare un quadro di cooperazione internazionale tale da consentire anche ai paesi meno sviluppati – quelli sempre in via di decolonizzazione, non a caso – di utilizzare una risorsa altrimenti inaccessibile o a costi insopportabili.

Qui di seguito vi proponiamo due articoli molto diversi. Uno pubblicato su un sito francese pesantemente osteggiato da Facebook ed altre piattaforme Usa, l’altro addirittura elaborato come editoriale dell’ufficialissimo Le Monde.

Entrambi, comunque, mettono l’accento sul fatto che Cina e Russia, ma soprattutto la prima, hanno varato un’organizzazione internazionale che comprende, in partenza, 31 paesi, per mettere a disposizione strumenti in grado di facilitare lo sviluppo di tutti i partecipanti e quindi anche le relazioni reciproche (commerciali e non).

La chiave di volta è nell’open source, ossia in un’architettura dell’IA che non si fonda sulla “centralizzazione proprietaria” ma sulla flessibilità e adattabilità alle necessità reali dell'“utente” e/o dei compiti. Un bene pubblico, insomma, non un servizio privato da pagare caro.

Al tono entusiasta del primo articolo corrisponde simmetricamente lo spavento di Le Monde e della borghesia francese, che si scopre disarmata davanti ad una “avanzata” che non ha nulla di militaresco – la cooperazione internazionale, semmai, rende pressoché inutile il riarmo infinito per “esercitare deterrenza” – e molto di intelligenza umana, per nulla “meccanizzata”, in grado di offrire soluzioni a problemi che qui, nell’Occidente decerebrato, sembrano destinati a soluzioni a colpi di coltello.

Buona lettura.

*****

La Cina promuove infatti la cooperazione internazionale nello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, ovvero la mette al servizio dell’umanità intera e non solo di chi paga come fanno gli statunitensi, i quali in ogni caso sono per fortuna in evidente ritardo, rispetto ai progressi cinesi. Appare dunque chiaro che il futuro dell’Intelligenza Artificiale sarà nella solidarietà e nella cooperazione.

Al momento le nazioni aderenti sono: Cina, Russia, Brasile, Sudafrica, Indonesia, Kazakistan, Kirghizistan, Laos, Oman, Pakistan, Tagikistan, Uzbekistan, Cambogia Malesia, Algeria, Camerun, Repubblica del Congo, Etiopia, Kenya, Lesotho, Mozambico, Senegal, Zambia, Cuba, Nicaragua, Venezuela, Bolivia e per l’Europa, oltre alla già detta Russia, solo Bielorussia e Serbia.

Con oltre tre miliardi di cittadini rappresentati, queste nazioni, non solo per peso economico e demografico, esprimono una porzione importante e considerevole dell’umanità.

Sempre estranea alla costruzione multipolare ovviamente l’Unione Europea, la quale resta tragicamente subalterna e totalmente dipendente dall’alleato – padrone statunitense.

La strategia cinese per un futuro condiviso per l’intera umanità si allarga dunque anche all’Intelligenza Artificiale, con la volontà di favorire la definizione di regole comuni per quella che viene definita la “governance” dell’Intelligenza Artificiale stessa, con l’obiettivo di aiutare in modo sistematico e continuativo le nazioni del Sud Globale ad accedere alle tecnologie dell’Intelligenza Artificiale, condividendo competenze, formazione e infrastrutture, nonché sostenendo uno sviluppo dell’Intelligenza Artificiale sicuro, equo e vantaggioso per tutta l’umanità, come nelle parole del presidente Xi Jinping, il quale per l’occasione si è recato a Shanghai.

Nel 2025, i modelli open-source su larga scala sviluppati in Cina hanno raggiunto la vetta delle classifiche globali di download, primeggiando senza possibilità di paragone con qualsiasi altra nazione, tuttavia non solo i modelli su larga scala sviluppati in Cina sono ampiamente diffusi, ma anche i prodotti cinesi che fanno uso dell’Intelligenza Artificiale come occhiali e traduttori stanno conquistando il mercato globale.

Con la creazione della WAICO la Cina e la Russia e con loro le nazioni che concorrono paritariamente all’edificazione di regole e strutture atte a indirizzare verso il meglio per le donne e gli uomini della terra lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, intendono sottrarla alle logiche affaristico-monetariste delle aziende statunitensi interessate semplicemente ed esclusivamente ai profitti, senza alcuna finalità etica e sociale.

Così, mentre le aziende a stelle e strisce mirano al controllo dei semiconduttori avanzati e delle esportazioni, Pechino propone una cooperazione internazionale fondata su modelli open source e sul trasferimento di competenze a tutti i partecipanti all’Organizzazione per uno sviluppo condiviso delle capacità sempre crescenti dell’Intelligenza Artificiale.

Il lancio della WAICO, che si pone di fatto come il principale consesso mondiale in materia di Intelligenza Artificiale, è nato all’interno della WAIC, la World Artificial Intelligence Conference, ovvero la Conferenza Mondiale sull’Intelligenza Artificiale, che si svolge da un decennio annualmente a Shanghai, raccogliendo non solo tutte le più importanti aziende tecnologiche cinesi, ma anche di svariate altre nazioni del mondo, coinvolgendo ricercatori universitari, rappresentanti governativi, investitori e startup.

La Conferenza in questi anni è stata l’occasione per presentare i più recenti modelli cinesi di Intelligenza Artificiale ed anche il loro utilizzo in robot umanoidi e robot industriali, nelle tecnologie per la guida autonoma, nelle applicazioni mediche, industriali e militari, anche se queste ultime ovviamente mostrate non nella loro interezza per evidenti ragioni di sicurezza nazionale.

La Conferenza è da sempre l’occasione per connettere i colossi come Alibaba, Tencent, Baidu, Huawei e SenseTime, con la miriade di piccole startup nate in ogni angolo della Cina, implementate dall’entusiasmo di migliaia di giovani laureati in ingegneria.

Proprio da questa interlocuzione sono scaturite molte delle novità che la scienza cinese ha messo a disposizione dell’intera umanità, dai semiconduttori agli acceleratori per l’Intelligenza Artificiale, alle applicazioni derivate e connesse.

La stampa cinese, a partire dal “Renmin Ribao”, ovvero “Il Quotidiano del Popolo”, ha sottolineato come la considerazione planetaria riservata alla Cina quale nazione equilibrata e stabilizzatrice delle relazioni internazionali sia di fatto di giorno in giorno crescente, a fronte delle turbolenze globali, delle guerre e delle contraddittorie incertezze disseminate dalla nefasta presidenza statunitense, che di fatto poi traina nel marasma l’intero Occidente Collettivo, il quale appare esclusivamente orfano di una passata egemonia fondata sul furto delle materie prime energetiche, minerarie e alimentari del Sud Globale.

La stampa cinese [1] ha sottolineato il rafforzarsi dell’amicizia dentro il progetto della Nuova Via della Seta tra Cina e Kazakistan, dei legami indissolubili tra Cina e Cambogia, ma anche tra Cina e Thailandia, tutte relazioni definite latrici di una “consolidata fiducia strategica reciproca vibrante e dinamica” e come tutti i capi di stato e di governo presenti abbiano sottolineato come “la Cina abbia fatto dell’Intelligenza Artificiale un bene pubblico e non un bene privato.”

Il presidente Xi Jinping, nel suo lungo discorso al proposito ha affermato:

“In quanto nazione responsabile, la Cina si è sempre impegnata per fornire beni pubblici a tutte le nazioni coinvolte in progetti di cooperazione, in particolare nel campo dell’innovazione tecnologica e ora in quello dell’Intelligenza Artificiale.
Nei prossimi cinque anni, la Cina offrirà opportunità di formazione in merito all’Intelligenza Artificiale per i giovani delle nazioni del Sud Globale, istituirà centri di cooperazione internazionale per le sue applicazioni, con accordi bilaterali volti a coinvolgere l’ASEAN, la Lega Araba, l’Unione Africana, la Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e tutte le nazioni aderenti ai BRICS”.


Quindi il presidente cinese ha poi significativamente aggiunto: “La Cina di oggi contribuisce a creare opportunità di cooperazione in un’epoca turbolenta. La Cina non persegue la modernizzazione in un quadro di auto – isolamento, ma accoglie con favore la partecipazione attiva del maggior numero di amici stranieri interessati a un processo di modernizzazione che avrà ricadute positive per l’intera umanità a partire dal contrasto della disuguaglianza”.

Nel suo discorso alla Conferenza il Presidente kazako Tokayev ha affermato: “La Cina ha compiuto un balzo in avanti nello sviluppo, ha sradicato completamente la povertà assoluta, è diventata una potenza di livello mondiale, ha costruito un sistema economico diversificato e ha assistito alla fioritura di tecnologie all’avanguardia. Questo grande risultato deriva dalla forte leadership del Partito Comunista Cinese, il più grande partito politico al mondo e anche dalla leadership eccezionale e saggia guidata dal Presidente Xi Jinping”.

Tale discorso ha indotto il presidente Xi Jinping a indugiare nelle sue conclusioni sul ruolo del Partito Comunista nella costruzione di una Cina moderna e all’avanguardia a livello planetario in campo scientifico e tecnologico:

“La ragione per cui il Partito Comunista Cinese è stato in grado di raggiungere costantemente risultati brillanti nella sua lotta, e per cui la storia e il popolo hanno scelto il Partito Comunista Cinese, risiede nel fatto che il Partito Comunista Cinese possiede qualità eccellenti come l’impegno nella ricerca della verità, il profondo radicamento nel popolo, il coraggio di assumersi le missioni storiche, l’allineamento con le tendenze dello sviluppo, l’audacia di affrontare anche le più ardue sfide e la capacità di farlo efficacemente, così come l’attenzione al rafforzamento della capacità produttiva e di ricerca scientifica e tecnologica”.

Il presidente cinese ha poi aggiunto: “Il quindicesimo Piano Quinquennale afferma chiaramente che si deve promuovere la creazione di un quadro di governance per l’Intelligenza Artificiale con un’ampia partecipazione internazionale, costruendo congiuntamente un ecosistema globale di Intelligenza Artificiale aperto, equo, basato sulla fiducia, diversificato e reciprocamente vantaggioso, a sostegno del Sud Globale e nel rafforzamento delle sue capacità in materia di Intelligenza Artificiale”.

Note
[1] La presente e le successive citazioni provengono tutte dall’edizione del 18 luglio 2026 del “Renmin Ribao”

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Il contro-modello cinese sull’IA, una sfida per l’Europa

In occasione della Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale tenutasi a Shanghai il 17 luglio, il presidente cinese Xi Jinping ha presentato una dottrina per l’organizzazione dell’intelligenza artificiale che potrebbe ridisegnare gli equilibri dell’ordine tecnologico mondiale e rischia di annullare il vantaggio di cui i Ventisette [i membri dell’Unione Europea, ndr] disponevano sul piano normativo.

Nel campo dell’intelligenza artificiale (IA), gli scenari non sono mai scritti in anticipo. Finora, la narrazione più diffusa era la seguente: gli Stati Uniti godono di un decisivo vantaggio tecnologico, la Cina cerca di colmare il divario e l’Europa si sforza di limitarne gli eccessi attraverso la regolamentazione.

La Conferenza mondiale di Shanghai del 17 luglio ha però rimesso in discussione questo racconto. Xi Jinping non si è limitato a sancire il recupero della Cina: ha presentato una dottrina per l’organizzazione dell’IA che potrebbe ridisegnare gli equilibri dell’ordine tecnologico globale.

Presentandosi come il promotore di una «sinfonia della cooperazione internazionale», il presidente cinese ha mostrato i progressi delle imprese del suo Paese come la vetrina di un progetto politico. Dietro le promesse di un’intelligenza artificiale aperta, accessibile ed economicamente sostenibile per i Paesi in via di sviluppo, Pechino punta a imporre la propria concezione della governance digitale.

La dimostrazione non si è fermata ai discorsi: i rappresentanti di 29 Paesi hanno firmato l’atto costitutivo di un’Organizzazione mondiale per la cooperazione sull’IA, che avrà sede a Shanghai.

La Cina sta applicando una strategia già sperimentata con successo. Come è avvenuto per i pannelli solari, le batterie o i veicoli elettrici, il suo obiettivo non è necessariamente produrre la tecnologia più avanzata, bensì quella più accessibile.

I modelli sviluppati da DeepSeek, Moonshot e Zhipu AI offrono prestazioni vicine a quelle dei leader statunitensi, ma a costi incomparabilmente inferiori. Per una larga parte del mondo, questo rapporto qualità-prezzo prevarrà sui modesti vantaggi in termini di prestazioni assolute.

L’ambizione cinese, tuttavia, va oltre l’economia. Pechino vuole convincere il mondo che il proprio approccio, più regolamentato e maggiormente subordinato agli obiettivi dello Stato, rappresenti una risposta credibile alle preoccupazioni suscitate da questa rivoluzione tecnologica.

È vero che tali meccanismi di controllo si fondano su una censura incompatibile con le libertà fondamentali e sarebbe pericoloso confondere una regolamentazione democratica con un controllo autoritario. Resta però un dato incontestabile che la Cina sta sfruttando: ovunque, anche nelle democrazie, il tempo dell’autoregolamentazione delle piattaforme sta ormai giungendo al termine.

L’Europa riteneva di possedere un vantaggio sul piano normativo. L’idea era che la sua ambizione di imporre standard etici avrebbe compensato il ritardo industriale. Oggi Pechino minaccia di neutralizzare questo vantaggio, non tanto regolamentando meglio, quanto combinando un’offerta tecnologica competitiva con un discorso politico sostenuto ai massimi livelli dello Stato.

In assenza di una vera e propria terza via, l’Europa si ritrova stretta tra due modelli. Washington impone le proprie regole attraverso la superiorità tecnologica, l’extraterritorialità del proprio diritto e la possibilità di attivare un kill switch, un pulsante di arresto d’emergenza in grado di interrompere l’accesso a una tecnologia ritenuta strategica (come nel caso dei modelli più avanzati di Anthropic).

La Cina, invece, avanza facendo leva su un sofisticato soft power fondato sulla cooperazione tecnica e sulla diplomazia multilaterale. Ne deriva una situazione paradossale: è il regime autoritario a mettere in campo l’approccio più sofisticato, mentre la cosiddetta democrazia “liberale” impone il proprio modello facendo ricorso alla forza.

La lezione per i Ventisette è chiara: una norma esercita influenza solo se è accompagnata dalla capacità di trascinare gli altri. Oggi, però, l’Europa non dispone né della forza degli Stati Uniti né del potere di attrazione della Cina. Senza un’ambizione industriale all’altezza dei propri principi, le sue regole rischiano di imporsi soltanto a se stessa.

Fonte

19/08/2026

Siria - Si sciolgono le Ypg/Ypj

Dopo l’approvazione della legge di amnistia parziale nei confronti dei membri del PKK in Turchia, ecco che, di conseguenza, in Siria si assiste ad un’accelerazione del parallelo processo di integrazione delle milizie curde nelle strutture del nuovo stato di marca qaedista, implementando i termini dell’accordo – capestro firmato lo scorso gennaio.

Nei mesi scorsi, anche il processo siriano, così come quello turco, appariva in stallo, con le Ypg che avevano boicottato le elezioni per il parlamento siriano, in quanto blindate all’interno di un ristretto novero di nomi di nomina presidenziale.

Tuttavia, queste resistenze sembrano essere cadute nei giorni scorsi, quando Mahmoud Barkhodan, comandate di una delle brigate curde integrate nell’esercito centrale, ha annunciato il prossimo scioglimento delle Forze Democratiche Siriane (SDF) e delle Ypg. “Annunceremo lo scioglimento delle YPG-FDS entro i prossimi giorni. Anche la struttura amministrativa autonoma scomparirà. Costruiremo una nuova Siria mano nella mano, nel quadro di un unico esercito, un unico Stato, un’unica bandiera e una patria comune”, ha dichiarato dalle colonne di Türkiye Gazetesi, giornale molto vicino al Erdogan.

Riguardo lo stato del processo d’integrazione delle milizie curde nell’esercito centrale, Barkhodan ha affermato: “Finora, 10.000 dei nostri combattenti sono stati integrati nell’esercito siriano. Questo numero potrebbe arrivare a 12.000. Le affermazioni secondo cui avremmo un esercito di 70-100.000 uomini, non corrispondono alla verità... non ci sono quasi più arabi tra noi”. Questi effettivi sono stati integrati nelle quattro divisioni stabilite nell’accordo di gennaio.

Barkhodan ha aggiunto che esistono ancora dei punti di disaccordo, quali il destino delle Ypj femminili – che le milizie qaediste non vorrebbero mai vedere al proprio fianco – ma nulla è insormontabile.

Per le Ypj si parla di integrazione nel Ministero dell’Interno, anziché in quello della Difesa, per operazioni antiterrorismo e di polizia; il che equivarrebbe ad un deciso ridimensionamento non facilmente accettabile per le dirette interessate, che hanno già declinato.

Anche le Università, le istituzioni civili ed i pozzi petroliferi stanno progressivamente passando sotto l’autorità di Damasco.

Significativo è che, in conseguenza di questi passi, i servizi di sicurezza di Ankara abbiano cominciato a rimuovere ufficialmente i comandanti delle Ypg dalla lista dei ricercati.

È emerso, inoltre, che anche le filiazioni politiche delle Ypg/Ypj, ovvero Il PYD (Partito dell’Unione Democratica) e il TEV-DEM (Movimento per una Società Democratica) dovrebbero sciogliersi. Il loro posto verrà preso da un partito con un nuovo nome, guidato sempre da Mozloum Abdi ed Ilhan Amed – rispettivamente capo militare e responsabile esteri dell’amministrazione del Rojava in dissolvimento – che si presenterà come libero da ogni filiazione con il PKK/KCK.

Come si vede, le condizioni sono molto restrittive per il movimento curdo, che fino a pochi mesi fa controllava il 30% dell’intero territorio nazionale siriano. Come noto, la decadenza è cominciata con la perdita dell’appoggio statunitense, che ha deciso di investire sul regime qaedista, abbandonando la causa curda in precedenza cavalcata in maniera strumentale.

Anche sul fronte turco, i dirigenti del PKK in dissolvimento continuano a lamentare i caratteri troppo restrittivi della legge di amnistia approvata dal parlamento e la mancanza di una soluzione per Ocalan.

Tuttavia, è chiaro che Erdogan, per fare maggiori concessioni e procedere alle modifiche costituzionali richieste, cerca un appoggio più marcato, da parte del partito filocurdo DEM, all’alleanza di governo, in modo da assicurarle un maggiore consenso fra i Curdi, condizione necessaria per rimanere in sella nei prossimi anni.

Su tutti e due i processi continuano a gravare le tensioni fra Iran e Regione Autonoma Curda. Il 16 agosto alcuni droni hanno colpito l’edificio degli uffici del Primo Ministro Masrour Barzani. Teheran ha declinato le accuse di coinvolgimento, denunciando che si tratta di un’operazione di falsa bandiera.

Tuttavia, è chiaro che la Repubblica Islamica sta esercitando una fortissima pressione per espellere completamente dalla Regione Autonoma Curda la presenza statunitense e, con essa, i gruppi curdo-iraniani di opposizione.

Fonte

16/08/2026

L’Iran e l’impotenza dell’impero statunitense

di Pino Arlacchi

Le due portaerei dispiegate contro l’Iran, la Lincoln e la Bush, stazionano nel Mare Arabico, a oltre mille chilometri dalla costa iraniana, fuori da uno specchio d’acqua che per ottant’anni è stato un lago americano.

La terza, la Ford, dirottata in marzo nel Mar Rosso a fronteggiare gli Houthi, ha ceduto prima del nemico: un incendio a bordo, dopo undici mesi ininterrotti di mare, l’ha costretta al rientro. Oggi è in bacino di carenaggio a Norfolk, e il Mar Rosso è rimasto senza portaerei.

La flotta più potente della storia si tiene a distanza di sicurezza dalle coste di un Paese nemico per non rivelare la sua vulnerabilità alle nuove tecnologie militari. Uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari.

Il contesto è noto, ma vale la pena ricomporlo. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, è di fatto chiuso dall’8 luglio, giorno della ripresa delle ostilità: un rivolo di transiti sporadici, che si riaccende solo sui titoli di giornale favorevoli e si spegne al primo missile. L’ultima settimana è toccato a una metaniera carica di gas del Qatar.

L’Arabia Saudita aveva trovato una valvola di sfogo dirottando il greggio verso Yanbu, nel Mar Rosso. Il terminale è arrivato a movimentare oltre il 90 per cento delle sue esportazioni via mare.

Ma il 20 luglio gli Houthi hanno proclamato l’embargo navale contro Riad e pochi giorni dopo hanno rivendicato i primi attacchi diretti agli impianti Aramco di Jizan e della stessa Yanbu. I flussi sauditi attraverso Bab el-mandeb sono crollati quasi a zero, e il greggio destinato all’Asia viene ora instradato con il periplo dell’Africa. Un mese di navigazione in più.

Le due arterie energetiche del Medio Oriente sono bloccate simultaneamente. Non era mai accaduto, nemmeno nello choc del 1973, nemmeno durante la guerra Iran-Iraq.

Davanti a tutto questo, quali sono le opzioni di Washington? Spogliata della messinscena, la lista è breve. La prima linea di basi aeree – quelle del Golfo, le uniche a distanza utile – è stata neutralizzata.

L’Iran ha disabilitato o danneggiato le installazioni americane in Qatar, Kuwait, Bahrein e Giordania, fino all’Arabia Saudita e agli Emirati: le rilevazioni satellitari contano oltre 200 strutture colpite in una quindicina di siti, con i danni più pesanti al quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein. E ha enunciato la dottrina della “responsabilità estesa”: chi ospita basi americane diventa bersaglio legittimo.

Con un colpo solo Teheran ha trasformato le monarchie del Golfo da retrovie in belligeranti maldisposti, e ha reso ogni uso delle basi un rischio grave per chi lo concede. Perfino Diego Garcia, la retrovia profonda della logistica imperiale nell’oceano Indiano, è stata bersagliata da missili balistici a raggio intercontinentale. Attacchi falliti, ma il messaggio è arrivato. Non esistono più santuari.

Restano le basi di seconda fascia, nel Mediterraneo e in Africa. Ma da Sigonella, Souda o Rota ai bersagli iraniani corrono tremila chilometri. Ogni chilometro in più si paga in aerocisterne, la risorsa più scarsa e meno espandibile della macchina militare americana, e in permessi di volo e sorvolo politicamente costosi, come la signora Meloni ben sa.

La potenza aerea generabile dal Mediterraneo è una frazione di quella che si generava dal Golfo Persico. Restano i bombardieri strategici dal Missouri. Ma sono missioni di 35 ore. Buone per il colpo dimostrativo, non per una campagna.

Resta la guerra a distanza dei missili da crociera, l’unica davvero praticata. Ma gli arsenali Usa si misurano in migliaia di pezzi e i ritmi di produzione in centinaia l’anno. Una campagna intensiva li consuma in settimane, e le rassicurazioni ufficiali sull’abbondanza delle scorte suonano come la conferma del problema.

Resta l’escalation contro le infrastrutture civili iraniane, in primis la rete elettrica. Trump l’ha minacciata ancora giovedì scorso salvo revocarla nel giro di pochi giorni. Perché questa è l’opzione della punizione estrema, che non ha mai piegato un regime e che innescherebbe – Teheran lo ha già fatto sapere – la chiusura totale del Mar Rosso per mano Houthi e gli attacchi agli impianti di desalinizzazione dei Paesi del Golfo.

Le opzioni più efficaci sono quelle impraticabili. Il Pentagono non è in grado di invadere un Paese immenso, di 92 milioni di abitanti. Le isole iraniane che presidiano Hormuz possono essere invase senza speciali difficoltà, ma la loro occupazione sarebbe impossibile da mantenere, perché resterebbe esposta al fuoco continuo dei missili schierati sulla costa retrostante. Ed è anche del tutto irrealistico puntare sul rovesciamento dall’esterno di un regime che cinquant’anni di sanzioni hanno irrobustito anziché eroso.

Il nodo è concettuale prima che militare. La rivoluzione degli armamenti a basso costo ha democratizzato la forza militare e rovesciato l’aritmetica imperiale. Chiudere uno stretto costa quasi nulla, riaprirlo ha costi e rischi proibitivi.

Riaprire uno stretto richiede la presenza permanente dentro il raggio del nemico, che è un rischio insostenibile, oppure richiede il consenso di chi lo chiude, cioè l’alternativa negoziale. Tertium non datur. Ed è precisamente l’assenza di un terzo termine che dà la misura empirica dell’impotenza militare americana.

Ma attenzione. Gli Stati Uniti conservano comunque un’impareggiabile capacità di distruzione. Ciò che hanno perduto è la capacità di controllo. La facoltà di garantire l’ordine degli spazi – gli stretti, le rotte, i flussi commerciali – che era il fondamento materiale della loro egemonia nonché la giustificazione del tributo versato allo Zio Sam. Dall’uso del dollaro al petrodollaro agli acquisti di armamenti e di Buoni del tesoro.

Un potere che può punire ma non può proteggere, però, non è più un’egemonia. È una dominazione bruta per le sue vittime, e un estortore mafioso per i suoi amici. Che diminuiscono a vista d’occhio.

Il mercato lo aveva capito meglio dei governi: nonostante la minaccia simultanea alle due grandi rotte del greggio, il petrolio non è mai schizzato verso lo choc dei 150 dollari, perché gli operatori scommettevano che Washington sarebbe stata costretta a sedersi al tavolo delle trattative.

La scommessa è stata incassata nello scorso fine settimana: Trump ha revocato l’attacco pianificato e annunciato la ripresa dei negoziati da lunedì, con la mediazione dell’Oman ormai in fase finale, e il Brent è sceso sotto gli 85 dollari nel giro di una seduta. Sul tavolo, secondo le indiscrezioni, c’è la fine del blocco navale americano e la ripresa dell’export petrolifero iraniano in cambio della riapertura di Hormuz. Si negozia, cioè, alle condizioni poste da chi lo stretto lo ha chiuso.

Le elezioni di novembre restano una preoccupazione reale per la Casa Bianca, ma ormai ci sono in campo due fattori ancora più rilevanti: la benzina alle stelle e il risentimento crescente degli alleati. Questi vedono nell’avventura iraniana il possibile innesco di una recessione finora evitata solo grazie all’effetto stabilizzante della Cina e del Grande Sud. Il tempo dell’impero non lavora più per l’impero.

Fonte

12/08/2026

USA - I neocon di fronte al fallimento

Quando un progetto fallisce normalmente gli “architetti” che lo hanno partorito tacciono, si nascondono, farfugliano qualcosa assumendo una postura dimessa. Il fallimento di un progetto iper-ambizioso come il Project for the New American Century, dunque, avrebbe dovuto sancire la scomparsa dei protagonisti, o quanto meno una loro radicale “autocritica” per le valutazioni sballate.

Che, nel caso dei neocon – il gruppo degli “intellettuali” sia repubblicani che “democratici” che ha di fatto orientato l’establishment statunitense negli ultimi 40 anni – hanno prodotto decine di guerre e milioni di morti, senza peraltro riuscire a frenare il declino statunitense.

La “leggerezza” con cui chiama “errori” i disastri combinati in quasi mezzo secolo ricorda da vicino l’atteggiamento con cui Madeleine Albright – segretario di Stato della guerra in Iraq – definiva “un prezzo accettabile” la morte di mezzo milione di bambini in conseguenza dell’invasione del Paese.

E invece no. Supponente come sempre, Robert Kagan – marito di Victoria Nuland, famosa per quel “fuck the EU” che sentenziava l’inizio del majdan e quindi della guerra ucraina (nel 2014, non nel 2022) – alza il suo ditino ormai grassoccio per fare “l’autocritica degli altri”. In questo caso di Trump e del suo staff di improvvisati che sta affondando ancora più rapidamente gli States.

Questa eccellente intervista – che dovrebbe insegnare ai pennivendoli italiani i fondamenti deontologici del mestiere, ridotti come sono a “reggitori di microfono” – gira il coltello in tutte le piaghe di quella che è stata la leadership mondiale dopo la caduta dell’Unione Sovietica.

Buona lettura.

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Robert Kagan ha sorpreso alcune persone. Uno dei più influenti esponenti della corrente interventista e favorevole all’uso della forza negli Stati Uniti ha condannato la maldestra guerra dell’amministrazione Trump in Iran, suggerendo in un articolo pubblicato su The Atlantic a marzo che il coinvolgimento degli Stati Uniti in Medio Oriente sia stato un catalizzatore del terrorismo islamico, piuttosto che una risposta prudente ad esso.

Senior fellow presso la Brookings Institution e storico prolifico, Kagan sostiene da decenni la supremazia statunitense, a partire dal suo appoggio agli “insorti” Contras del Nicaragua quando era a capo dell’Office of Public Diplomacy del Dipartimento di Stato (1985-88).

Nel 1997, Kagan ha cofondato il Project for the New American Century, un think tank neoconservatore che faceva pressione a favore di una politica estera energica e del mantenimento dell’egemonia globale degli Stati Uniti. Il gruppo esercitò una notevole influenza nel promuovere il cambio di regime nell’Iraq di Saddam Hussein. L’orientamento di Kagan è sempre stato fondato sulla convinzione che il mondo precipiterebbe nel disordine senza la leadership americana, nonostante le avventure militari statunitensi abbiano ripetutamente destabilizzato alcune aree del mondo.

Dunque, Robert Kagan sta ora riconsiderando il suo precedente interventismo? L’ho intervistato per scoprirlo. La nostra conversazione è stata modificata per ragioni di lunghezza e chiarezza.

Martin Di Caro: Stai attraversando una sorta di conversione? È una definizione corretta?

Robert Kagan: Non credo, perché non ho mai negato che il blowback, cioè il contraccolpo, fosse una realtà. Anzi, dai miei scritti emerge che, quando gli Stati Uniti agiscono nel mondo, gli americani tendono a non essere nemmeno consapevoli dell’effetto che il potere americano esercita sugli altri Paesi. E quindi rimangono costantemente scioccati ogni volta che l’uso del potere americano provoca una reazione.
Il miglior esempio è il Giappone e Pearl Harbor. Molti americani reagirono come se l’attacco giapponese fosse arrivato dal nulla, quando in realtà gli Stati Uniti avevano perseguito politiche che con ogni probabilità avrebbero portato a un attacco giapponese. Lo stesso vale per l’11 settembre, nel senso che fu almeno in parte una risposta alla presenza americana in Medio Oriente.
La domanda è: bisogna agire anche sapendo che ci sarà un contraccolpo, perché la posta in gioco lo giustifica? Io non ne ho mai dubitato e, come ho detto, riconoscere l’effetto del potere americano sulle altre nazioni è una parte importante della mia storia.

Eppure per decenni hai sostenuto l’interventismo statunitense e, nel caso dell’invasione dell’Iraq del 2003, una guerra preventiva... 

Aspetta un momento. Possiamo fermarci qui? Quando dici che ho sostenuto l’interventismo per decenni, a cosa ti riferisci esattamente? Ho certamente sostenuto gli interventi in Bosnia e Kosovo, ma non è che chiedessi un intervento ovunque e in ogni momento. È una semplificazione che usi tu, ma è quello che la gente pensa, sai?

Non hai mai chiesto un’invasione dell’Iran, ma hai sostenuto i Contras quando eri membro del Dipartimento di Stato di Reagan, risalendo agli anni Ottanta.

Assolutamente. Esatto.

È a questo che mi riferisco.

Credo decisamente nell’esercizio del potere statunitense nel mondo. A volte questo significa intervenire, ma molto spesso non significa necessariamente intervenire.

Rifiuti l’etichetta di neoconservatore?

Sì, la rifiuto, non solo perché ha assunto connotazioni che considero francamente antisemite, ma perché è semplicemente una cattiva descrizione di ciò che sono.
Io sono un liberale. Lib-e-ra-le. La mia politica estera è liberale. Se guardi alla storia della politica estera americana, le persone che hanno perseguito le politiche che sostengo sono sempre state tendenzialmente progressiste e liberali. E la politica estera conservatrice in America è sempre stata orientata verso la moderazione.
Ho lavorato per i neoconservatori. Ho lavorato per Irving Kristol. Erano chiamati neoconservatori perché erano stati di sinistra e poi erano passati da poco a destra. Io non ho mai accettato che questa fosse una definizione ragionevole [delle mie posizioni].

Possiamo mettere da parte le questioni di definizione, perché potrebbe essere più importante parlare delle conseguenze delle politiche che hai sostenuto, indipendentemente dall’etichetta che ti si attribuisce. Non sei semplicemente un blogger: sei stato una voce influente nella politica estera. Alla luce dei tuoi recenti commenti sull’Iran, hai riconsiderato il tuo precedente sostegno alle guerre statunitensi, in particolare all’invasione dell’Iraq nel 2003?

Ho riflettuto sul mio sostegno alla guerra in Iraq molto prima che emergesse questa questione iraniana. Il punto fondamentale è che le circostanze dell’Iraq allora e quelle dell’Iran oggi sono completamente diverse da quelle del 2003.
Questo non significa che, col senno di poi, la guerra in Iraq non si sia rivelata un errore, ma gli argomenti strategici erano completamente diversi da quelli attuali e anche l’obiettivo generale della politica estera americana allora era del tutto diverso dall’obiettivo generale della politica estera di oggi.
Il contesto strategico era importante. Nel 2003 non eravamo preoccupati dalle crescenti sfide delle grandi potenze. La Russia era sostanzialmente ancora in difficoltà. I cinesi erano nella loro fase Hu Jintao-Wen Jiabao. Non c’era una particolare minaccia all’ordine mondiale quando gli Stati Uniti entrarono in guerra in Iraq.
Per rispondere alla tua domanda, non ho realmente cambiato idea in modo fondamentale. Le circostanze sono diverse. Dovresti presumere che io avessi una sorta di dottrina secondo cui bisogna sempre invadere il Medio Oriente ogni volta che se ne presenta l’occasione. Ma questa non è mai stata la mia dottrina.

Nel 2003 pensavo che invadere l’Iraq fosse giustificato. Mi vergogno di aver avuto un giudizio così scarso. La guerra in Iraq era inutile.

Dici che era inutile perché non prendi sul serio la natura della minaccia che si presentava.

Quale minaccia rappresentava Saddam Hussein? Era un dittatore da quattro soldi con un esercito ridotto all’osso.

Non sono d’accordo con te. Non era semplicemente un dittatore da quattro soldi. Era effettivamente un caso particolare. Aveva già compiuto due importanti atti di aggressione contro i suoi vicini. A proposito, è qualcosa che l’Iran non ha mai fatto. Saddam aveva invaso l’Iran [su “consiglio” statunitense, ndr]. Aveva invaso il Kuwait. Voleva chiaramente essere il Saladino del Medio Oriente. Puoi pensarla come vuoi, ma non ero certo l’unico ad aver sostenuto la guerra in Iraq.
È bizzarro guardare indietro e pensare che fosse in qualche modo un giudizio stravagante ritenere Saddam una minaccia, quando quasi tutti, compresa l’amministrazione Clinton, pensavano che Saddam fosse una minaccia. Era praticamente una posizione consensuale.
Quando la guerra andò male, molte persone vollero fingere di non averla mai sostenuta e decisero che fosse stata una cosa incredibilmente stupida da fare. Semplicemente non penso sia corretto tornare indietro e dire che si trattava di un’azione assurda quando una maggioranza così significativa degli americani, compresi membri del Congresso, pensava che fosse una cosa importante da fare.

Ma possiamo vedere quanto siano state disastrose le conseguenze. Secondo il Costs of War Project della Brown University, ci furono almeno 180.000 vittime civili dovute direttamente alla violenza della guerra, e fu l’invasione statunitense a innescare tutto il caos e la guerra civile che seguirono. Morirono 4.500 militari statunitensi e 3.600 contractor americani...

In dieci anni! Nell’arco di dieci anni.

...milioni di persone furono sfollate in tutto il Medio Oriente durante le guerre successive all’11 settembre. E trilioni di dollari per il Tesoro statunitense, se consideriamo decenni di assistenza a lungo termine per i nostri veterani. Faccio fatica a capire perché tu non possa ammettere che sia stato un errore.

Beh, non ho detto di non poter ammettere che sia stato un errore. Non sono sicuro di quale utilità abbia ammettere che sia stato un errore. Non riporterà in vita nessuno. Ma, sai, ci sono stati ovviamente elementi della guerra in Iraq che sono stati un errore.
Ne parlai molto chiaramente all’epoca, quando divenne evidente che l’amministrazione non solo non aveva inizialmente inviato abbastanza truppe, ma non aveva nemmeno capito quale ruolo quelle truppe dovessero svolgere, perché Donald Rumsfeld, dal momento stesso dell’invasione, voleva andarsene.
E quindi non ci assumemmo la responsabilità che, come disse Colin Powell, deriva dal principio: quando rompi qualcosa, ne diventi responsabile.
L’effetto più grande che rimpiango è il modo in cui la guerra ha influenzato l’atteggiamento degli americani verso la politica estera in generale... Col senno di poi è chiaro che gli americani erano diventati sempre meno entusiasti del ruolo che gli Stati Uniti stavano svolgendo nel mondo.

C’erano buone ragioni per cui gli americani si sono disillusi da quelle che io chiamo ‘avventure militari’. C’è il danno arrecato agli altri popoli, ma anche i risultati per gli Stati Uniti sono stati modesti.

Questo è ciò che dici tu, ma tutta la tua linea argomentativa dà per scontati tutti i modi in cui l’approccio complessivo americano al mondo ha prodotto enormi benefici sia per gran parte del mondo sia per gli Stati Uniti. Dai per scontato l’ordine mondiale che esisteva.
E ti dirò una cosa: non potremo più darlo per scontato, perché ora stiamo sperimentando il mondo che, immagino, tu pensi sarebbe stato migliore: un mondo nel quale gli Stati Uniti sostanzialmente restano a casa e si fanno gli affari propri.

Non è vero. La mia posizione è che gli Stati Uniti dispongono di altri strumenti oltre all’applicazione quasi esclusiva della forza e della coercizione.

Pensi che non abbiamo usato anche gli altri strumenti? Io penso che alla fine abbiamo usato la forza militare perché gli altri strumenti non stavano funzionando.

Il soft power. È qualcosa di cui ha parlato il politologo Robert Keohane... 

Adesso vuoi insegnarmi cos’è il soft power?

No, ma non sei d’accordo sul fatto che recentemente gli Stati Uniti abbiano trascurato il soft power?

No. No. E c’è un intero mito riguardo alla guerra in Iraq, secondo cui avrebbe in qualche modo provocato il disincanto del resto del mondo nei confronti degli Stati Uniti e, di conseguenza, avremmo subito un disastro reputazionale.
In realtà, le alleanze degli Stati Uniti, compresi i Paesi che si erano opposti alla guerra in Iraq, non erano soltanto solide, ma si rafforzarono effettivamente nella seconda metà della presidenza di George W. Bush.
Se la tua posizione è che gli Stati Uniti abbiano indebolito la propria posizione nel mondo, allora perché tutti gli alleati continuano a fare affidamento sugli Stati Uniti per la loro protezione, nonostante siano presumibilmente questo orco? Non c’è alcuna logica.
Mentre l’amministrazione Trump distrugge la posizione degli Stati Uniti, il resto del mondo è sostanzialmente in lutto per la perdita degli Stati Uniti che erano una volta.

Pensi che gli Stati del GCC vogliano ancora basi americane all’interno dei loro territori?

Non ora, ma non a causa della guerra in Iraq. È perché gli Stati Uniti hanno dimostrato [sotto Trump] di essere un alleato terribilmente inaffidabile. Non perché pensino che gli Stati Uniti siano immorali. Pensi che siano preoccupati della moralità americana? Ciò che li irrita è che gli Stati Uniti si siano dimostrati un protettore inadeguato.
Se l’Iran non fosse stato in grado di colpirli con tutti quei droni e quei missili, non credo che si sarebbero rivoltati contro gli Stati Uniti. Erano in gran parte favorevoli all’eliminazione del regime iraniano. Il problema è che gli Stati Uniti non sono riusciti né a farlo né a proteggerli.
Un’altra ragione per cui pensavo che fosse una cattiva idea, e che non riguarda un cambiamento di dottrina, è che l’unica cosa che abbiamo imparato negli anni Novanta è che non si può ottenere il successo in situazioni del genere semplicemente bombardando.
Quando attaccammo Slobodan Milošević [in Jugoslavia], ricordo di aver ricevuto un briefing dal [generale] Wesley Clark, il quale disse che dopo quattro giorni di bombardamenti Milošević avrebbe ceduto. E 90 giorni dopo fu necessaria la minaccia di una forza di terra americana per convincerlo a ritirarsi.
Quindi penso che sapessimo che non si poteva eliminare il programma nucleare [dell’Iran] e certamente non si poteva ottenere un cambio di regime semplicemente bombardando le persone.
Il mio problema con alcuni critici della politica americana è che non si interessano di ciò che accade quando l’America non è coinvolta. Si interessano solo quando l’America è coinvolta.
Quando Saddam Hussein, per esempio, stava uccidendo 200.000 curdi e altre minoranze in Iraq usando armi chimiche, nessuno si interessava di quei 200.000. Si interessano solo alle vite perse come conseguenza dell’azione americana. C’è un evidente doppio standard nel giudicare il comportamento americano... 

Hai menzionato Saddam e i curdi. Questo doppio standard vale anche per il governo statunitense.

Sì, lo so. Abbiamo anche abbandonato i curdi.

Gli Stati Uniti chiusero un occhio negli anni Ottanta quando Saddam gasò i curdi e, fino alla vigilia dell’invasione del Kuwait nell’agosto del 1990, George H.W. Bush inviava a Saddam Hussein lettere cordiali dicendogli quanto desiderasse coltivare le loro relazioni. Fu solo dopo l’invasione del Kuwait che Saddam Hussein divenne Adolf Hitler.

Sono d’accordo. Vuoi sostenere che gli Stati Uniti siano un Paese profondamente imperfetto che a volte fa la cosa sbagliata? Perché, se è questo che vuoi dire, sono perfettamente d’accordo.

Il mio punto è che la Guerra del Golfo fu una vittoria di Pirro. Gli Stati Uniti non sono mai riusciti a tirarsi fuori dal Medio Oriente. Alcuni sostengono che Israele sia una delle ragioni per cui gli Stati Uniti non sembrano riuscire a tirarsi fuori, almeno dal conflitto con l’Iran.

Beh, questo è certamente vero.

Perché le recenti amministrazioni statunitensi non sono riuscite assolutamente a frenare Israele, nonostante gli Stati Uniti dispongano di una notevole capacità di pressione?

Ci sono molteplici elementi nella risposta. Uno è ovviamente il ruolo degli ebrei nell’influenzare la politica americana, che è una realtà, proprio come irlandesi, italiani o greci hanno influenzato la politica americana.
L’altra cosa è che l’America è in generale islamofoba e quindi, per molti americani, qualsiasi nemico dell’Islam è un nostro amico. Penso che l’islamofobia sia una realtà negli Stati Uniti e che Israele sia considerato il baluardo contro l’Islam.
È un fatto spiacevole. La mia opinione è che non dovremmo avere una politica estera basata sull’islamofobia. Dovremmo poter avere rapporti perfettamente buoni con i Paesi islamici e con l’Islam stesso.

Qual è la tua opinione sulla condotta di Israele a Gaza? Come possiamo parlare di un “ordine basato sulle regole” dopo che il mondo ha permesso che accadesse? La condotta di Israele è stata resa possibile dagli Stati Uniti.

Io non parlo quasi mai di un ordine basato sulle regole, perché gli Stati Uniti hanno certamente applicato un doppio standard riguardo all’ordine basato sulle regole. Si potrebbe dire che abbiamo sostenuto l’ordine basato sulle regole tanto quando lo abbiamo violato quanto quando lo abbiamo rispettato.

Sembri un sostenitore della moderazione, adesso.

Beh, questo è di nuovo il punto. È come se riconoscere che l’America fa cose negative nel mondo ti trasformasse automaticamente in un “sostenitore della moderazione”. Secondo me significa semplicemente essere onesti dal punto di vista analitico.
Sapere che gli Stati Uniti fanno cose sbagliate non risponde alla domanda se gli Stati Uniti debbano essere coinvolti nel mondo.

La questione è come gli Stati Uniti dovrebbero essere coinvolti nel mondo.

Le critiche all’ordine americano sono legittime. La domanda è: quale alternativa sarebbe migliore? Se vuoi dirmi di non coinvolgerci mai più in Medio Oriente, direi: certo. Sono felicissimo di non essere mai più coinvolto in Medio Oriente.
Ma questo non è ciò di cui parlano fondamentalmente i sostenitori della moderazione. Parlano dell’uscita dall’intero sistema delle alleanze e della fine della natura della leadership americana dal 1945.
L’assunto alla base di questa posizione deve essere che il mondo sarà almeno altrettanto calmo, o più calmo, e che ci sarà meno conflittualità. E io respingo assolutamente questa idea. Penso che ci sarà più conflittualità.
E penso che ci siano molte cose che i sostenitori della moderazione non stanno prendendo in considerazione e che, dal mio punto di vista, la loro convinzione che un mondo multipolare possa esistere in una sorta di armonia pacifica sia quasi un po’ utopistica, quando penso che la storia suggerisca il contrario.

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