Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/08/2026

Nasce a Shanghai l’Organizzazione mondiale dell’IA

All’interno di una Unione Europea devastata anche intellettivamente da quasi 40 anni di “pensiero unico” fatto di ordoliberismo teutonico, “austerità di bilancio” e totale libertà delle imprese, la discussione sull’Intelligenza Artificiale oscilla tra dilemmi para-filosofici (e dio sa se non ci sono anche problemi filosofici chiave nello sviluppo dell’IA) e disegno di “regole” per una attività industriale che, in Europa, praticamente nessuno coltiva con risultati apprezzabili. O almeno tali da poter costituire un potenziale concorrente con le imprese americane o di altri paesi.

Non parliamo poi dell’Italia, terra desolata e in via di desertificazione sia industriale (la prima impresa nazionale è ora Leonardo, una controllata dello Stato che costruisce armi) che demografica (solo 350mila i nuovi nati del 2025, contro l’oltre un milione del 1964), dove il principale problema di governo e opposizione sembra siano “gli immigrati”. Che peraltro qui non ci vogliono stare, aspirando a qualcosa di meglio…

Occuparsi di intelligenza, sia pure informatizzata e standardizzata (ossia il contrario del sapere), sembra quasi un reato, peggio che svegliare un semi-cadavere in coma.

Nel frattempo il resto del mondo si porta decenni avanti. Non solo sviluppando sistemi di AI profondamente differenti da quelli Usa, ma anche preoccupandosi di disegnare un quadro di cooperazione internazionale tale da consentire anche ai paesi meno sviluppati – quelli sempre in via di decolonizzazione, non a caso – di utilizzare una risorsa altrimenti inaccessibile o a costi insopportabili.

Qui di seguito vi proponiamo due articoli molto diversi. Uno pubblicato su un sito francese pesantemente osteggiato da Facebook ed altre piattaforme Usa, l’altro addirittura elaborato come editoriale dell’ufficialissimo Le Monde.

Entrambi, comunque, mettono l’accento sul fatto che Cina e Russia, ma soprattutto la prima, hanno varato un’organizzazione internazionale che comprende, in partenza, 31 paesi, per mettere a disposizione strumenti in grado di facilitare lo sviluppo di tutti i partecipanti e quindi anche le relazioni reciproche (commerciali e non).

La chiave di volta è nell’open source, ossia in un’architettura dell’IA che non si fonda sulla “centralizzazione proprietaria” ma sulla flessibilità e adattabilità alle necessità reali dell'“utente” e/o dei compiti. Un bene pubblico, insomma, non un servizio privato da pagare caro.

Al tono entusiasta del primo articolo corrisponde simmetricamente lo spavento di Le Monde e della borghesia francese, che si scopre disarmata davanti ad una “avanzata” che non ha nulla di militaresco – la cooperazione internazionale, semmai, rende pressoché inutile il riarmo infinito per “esercitare deterrenza” – e molto di intelligenza umana, per nulla “meccanizzata”, in grado di offrire soluzioni a problemi che qui, nell’Occidente decerebrato, sembrano destinati a soluzioni a colpi di coltello.

Buona lettura.

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La Cina promuove infatti la cooperazione internazionale nello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, ovvero la mette al servizio dell’umanità intera e non solo di chi paga come fanno gli statunitensi, i quali in ogni caso sono per fortuna in evidente ritardo, rispetto ai progressi cinesi. Appare dunque chiaro che il futuro dell’Intelligenza Artificiale sarà nella solidarietà e nella cooperazione.

Al momento le nazioni aderenti sono: Cina, Russia, Brasile, Sudafrica, Indonesia, Kazakistan, Kirghizistan, Laos, Oman, Pakistan, Tagikistan, Uzbekistan, Cambogia Malesia, Algeria, Camerun, Repubblica del Congo, Etiopia, Kenya, Lesotho, Mozambico, Senegal, Zambia, Cuba, Nicaragua, Venezuela, Bolivia e per l’Europa, oltre alla già detta Russia, solo Bielorussia e Serbia.

Con oltre tre miliardi di cittadini rappresentati, queste nazioni, non solo per peso economico e demografico, esprimono una porzione importante e considerevole dell’umanità.

Sempre estranea alla costruzione multipolare ovviamente l’Unione Europea, la quale resta tragicamente subalterna e totalmente dipendente dall’alleato – padrone statunitense.

La strategia cinese per un futuro condiviso per l’intera umanità si allarga dunque anche all’Intelligenza Artificiale, con la volontà di favorire la definizione di regole comuni per quella che viene definita la “governance” dell’Intelligenza Artificiale stessa, con l’obiettivo di aiutare in modo sistematico e continuativo le nazioni del Sud Globale ad accedere alle tecnologie dell’Intelligenza Artificiale, condividendo competenze, formazione e infrastrutture, nonché sostenendo uno sviluppo dell’Intelligenza Artificiale sicuro, equo e vantaggioso per tutta l’umanità, come nelle parole del presidente Xi Jinping, il quale per l’occasione si è recato a Shanghai.

Nel 2025, i modelli open-source su larga scala sviluppati in Cina hanno raggiunto la vetta delle classifiche globali di download, primeggiando senza possibilità di paragone con qualsiasi altra nazione, tuttavia non solo i modelli su larga scala sviluppati in Cina sono ampiamente diffusi, ma anche i prodotti cinesi che fanno uso dell’Intelligenza Artificiale come occhiali e traduttori stanno conquistando il mercato globale.

Con la creazione della WAICO la Cina e la Russia e con loro le nazioni che concorrono paritariamente all’edificazione di regole e strutture atte a indirizzare verso il meglio per le donne e gli uomini della terra lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, intendono sottrarla alle logiche affaristico-monetariste delle aziende statunitensi interessate semplicemente ed esclusivamente ai profitti, senza alcuna finalità etica e sociale.

Così, mentre le aziende a stelle e strisce mirano al controllo dei semiconduttori avanzati e delle esportazioni, Pechino propone una cooperazione internazionale fondata su modelli open source e sul trasferimento di competenze a tutti i partecipanti all’Organizzazione per uno sviluppo condiviso delle capacità sempre crescenti dell’Intelligenza Artificiale.

Il lancio della WAICO, che si pone di fatto come il principale consesso mondiale in materia di Intelligenza Artificiale, è nato all’interno della WAIC, la World Artificial Intelligence Conference, ovvero la Conferenza Mondiale sull’Intelligenza Artificiale, che si svolge da un decennio annualmente a Shanghai, raccogliendo non solo tutte le più importanti aziende tecnologiche cinesi, ma anche di svariate altre nazioni del mondo, coinvolgendo ricercatori universitari, rappresentanti governativi, investitori e startup.

La Conferenza in questi anni è stata l’occasione per presentare i più recenti modelli cinesi di Intelligenza Artificiale ed anche il loro utilizzo in robot umanoidi e robot industriali, nelle tecnologie per la guida autonoma, nelle applicazioni mediche, industriali e militari, anche se queste ultime ovviamente mostrate non nella loro interezza per evidenti ragioni di sicurezza nazionale.

La Conferenza è da sempre l’occasione per connettere i colossi come Alibaba, Tencent, Baidu, Huawei e SenseTime, con la miriade di piccole startup nate in ogni angolo della Cina, implementate dall’entusiasmo di migliaia di giovani laureati in ingegneria.

Proprio da questa interlocuzione sono scaturite molte delle novità che la scienza cinese ha messo a disposizione dell’intera umanità, dai semiconduttori agli acceleratori per l’Intelligenza Artificiale, alle applicazioni derivate e connesse.

La stampa cinese, a partire dal “Renmin Ribao”, ovvero “Il Quotidiano del Popolo”, ha sottolineato come la considerazione planetaria riservata alla Cina quale nazione equilibrata e stabilizzatrice delle relazioni internazionali sia di fatto di giorno in giorno crescente, a fronte delle turbolenze globali, delle guerre e delle contraddittorie incertezze disseminate dalla nefasta presidenza statunitense, che di fatto poi traina nel marasma l’intero Occidente Collettivo, il quale appare esclusivamente orfano di una passata egemonia fondata sul furto delle materie prime energetiche, minerarie e alimentari del Sud Globale.

La stampa cinese [1] ha sottolineato il rafforzarsi dell’amicizia dentro il progetto della Nuova Via della Seta tra Cina e Kazakistan, dei legami indissolubili tra Cina e Cambogia, ma anche tra Cina e Thailandia, tutte relazioni definite latrici di una “consolidata fiducia strategica reciproca vibrante e dinamica” e come tutti i capi di stato e di governo presenti abbiano sottolineato come “la Cina abbia fatto dell’Intelligenza Artificiale un bene pubblico e non un bene privato.”

Il presidente Xi Jinping, nel suo lungo discorso al proposito ha affermato:

“In quanto nazione responsabile, la Cina si è sempre impegnata per fornire beni pubblici a tutte le nazioni coinvolte in progetti di cooperazione, in particolare nel campo dell’innovazione tecnologica e ora in quello dell’Intelligenza Artificiale.
Nei prossimi cinque anni, la Cina offrirà opportunità di formazione in merito all’Intelligenza Artificiale per i giovani delle nazioni del Sud Globale, istituirà centri di cooperazione internazionale per le sue applicazioni, con accordi bilaterali volti a coinvolgere l’ASEAN, la Lega Araba, l’Unione Africana, la Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e tutte le nazioni aderenti ai BRICS”.


Quindi il presidente cinese ha poi significativamente aggiunto: “La Cina di oggi contribuisce a creare opportunità di cooperazione in un’epoca turbolenta. La Cina non persegue la modernizzazione in un quadro di auto – isolamento, ma accoglie con favore la partecipazione attiva del maggior numero di amici stranieri interessati a un processo di modernizzazione che avrà ricadute positive per l’intera umanità a partire dal contrasto della disuguaglianza”.

Nel suo discorso alla Conferenza il Presidente kazako Tokayev ha affermato: “La Cina ha compiuto un balzo in avanti nello sviluppo, ha sradicato completamente la povertà assoluta, è diventata una potenza di livello mondiale, ha costruito un sistema economico diversificato e ha assistito alla fioritura di tecnologie all’avanguardia. Questo grande risultato deriva dalla forte leadership del Partito Comunista Cinese, il più grande partito politico al mondo e anche dalla leadership eccezionale e saggia guidata dal Presidente Xi Jinping”.

Tale discorso ha indotto il presidente Xi Jinping a indugiare nelle sue conclusioni sul ruolo del Partito Comunista nella costruzione di una Cina moderna e all’avanguardia a livello planetario in campo scientifico e tecnologico:

“La ragione per cui il Partito Comunista Cinese è stato in grado di raggiungere costantemente risultati brillanti nella sua lotta, e per cui la storia e il popolo hanno scelto il Partito Comunista Cinese, risiede nel fatto che il Partito Comunista Cinese possiede qualità eccellenti come l’impegno nella ricerca della verità, il profondo radicamento nel popolo, il coraggio di assumersi le missioni storiche, l’allineamento con le tendenze dello sviluppo, l’audacia di affrontare anche le più ardue sfide e la capacità di farlo efficacemente, così come l’attenzione al rafforzamento della capacità produttiva e di ricerca scientifica e tecnologica”.

Il presidente cinese ha poi aggiunto: “Il quindicesimo Piano Quinquennale afferma chiaramente che si deve promuovere la creazione di un quadro di governance per l’Intelligenza Artificiale con un’ampia partecipazione internazionale, costruendo congiuntamente un ecosistema globale di Intelligenza Artificiale aperto, equo, basato sulla fiducia, diversificato e reciprocamente vantaggioso, a sostegno del Sud Globale e nel rafforzamento delle sue capacità in materia di Intelligenza Artificiale”.

Note
[1] La presente e le successive citazioni provengono tutte dall’edizione del 18 luglio 2026 del “Renmin Ribao”

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Il contro-modello cinese sull’IA, una sfida per l’Europa

In occasione della Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale tenutasi a Shanghai il 17 luglio, il presidente cinese Xi Jinping ha presentato una dottrina per l’organizzazione dell’intelligenza artificiale che potrebbe ridisegnare gli equilibri dell’ordine tecnologico mondiale e rischia di annullare il vantaggio di cui i Ventisette [i membri dell’Unione Europea, ndr] disponevano sul piano normativo.

Nel campo dell’intelligenza artificiale (IA), gli scenari non sono mai scritti in anticipo. Finora, la narrazione più diffusa era la seguente: gli Stati Uniti godono di un decisivo vantaggio tecnologico, la Cina cerca di colmare il divario e l’Europa si sforza di limitarne gli eccessi attraverso la regolamentazione.

La Conferenza mondiale di Shanghai del 17 luglio ha però rimesso in discussione questo racconto. Xi Jinping non si è limitato a sancire il recupero della Cina: ha presentato una dottrina per l’organizzazione dell’IA che potrebbe ridisegnare gli equilibri dell’ordine tecnologico globale.

Presentandosi come il promotore di una «sinfonia della cooperazione internazionale», il presidente cinese ha mostrato i progressi delle imprese del suo Paese come la vetrina di un progetto politico. Dietro le promesse di un’intelligenza artificiale aperta, accessibile ed economicamente sostenibile per i Paesi in via di sviluppo, Pechino punta a imporre la propria concezione della governance digitale.

La dimostrazione non si è fermata ai discorsi: i rappresentanti di 29 Paesi hanno firmato l’atto costitutivo di un’Organizzazione mondiale per la cooperazione sull’IA, che avrà sede a Shanghai.

La Cina sta applicando una strategia già sperimentata con successo. Come è avvenuto per i pannelli solari, le batterie o i veicoli elettrici, il suo obiettivo non è necessariamente produrre la tecnologia più avanzata, bensì quella più accessibile.

I modelli sviluppati da DeepSeek, Moonshot e Zhipu AI offrono prestazioni vicine a quelle dei leader statunitensi, ma a costi incomparabilmente inferiori. Per una larga parte del mondo, questo rapporto qualità-prezzo prevarrà sui modesti vantaggi in termini di prestazioni assolute.

L’ambizione cinese, tuttavia, va oltre l’economia. Pechino vuole convincere il mondo che il proprio approccio, più regolamentato e maggiormente subordinato agli obiettivi dello Stato, rappresenti una risposta credibile alle preoccupazioni suscitate da questa rivoluzione tecnologica.

È vero che tali meccanismi di controllo si fondano su una censura incompatibile con le libertà fondamentali e sarebbe pericoloso confondere una regolamentazione democratica con un controllo autoritario. Resta però un dato incontestabile che la Cina sta sfruttando: ovunque, anche nelle democrazie, il tempo dell’autoregolamentazione delle piattaforme sta ormai giungendo al termine.

L’Europa riteneva di possedere un vantaggio sul piano normativo. L’idea era che la sua ambizione di imporre standard etici avrebbe compensato il ritardo industriale. Oggi Pechino minaccia di neutralizzare questo vantaggio, non tanto regolamentando meglio, quanto combinando un’offerta tecnologica competitiva con un discorso politico sostenuto ai massimi livelli dello Stato.

In assenza di una vera e propria terza via, l’Europa si ritrova stretta tra due modelli. Washington impone le proprie regole attraverso la superiorità tecnologica, l’extraterritorialità del proprio diritto e la possibilità di attivare un kill switch, un pulsante di arresto d’emergenza in grado di interrompere l’accesso a una tecnologia ritenuta strategica (come nel caso dei modelli più avanzati di Anthropic).

La Cina, invece, avanza facendo leva su un sofisticato soft power fondato sulla cooperazione tecnica e sulla diplomazia multilaterale. Ne deriva una situazione paradossale: è il regime autoritario a mettere in campo l’approccio più sofisticato, mentre la cosiddetta democrazia “liberale” impone il proprio modello facendo ricorso alla forza.

La lezione per i Ventisette è chiara: una norma esercita influenza solo se è accompagnata dalla capacità di trascinare gli altri. Oggi, però, l’Europa non dispone né della forza degli Stati Uniti né del potere di attrazione della Cina. Senza un’ambizione industriale all’altezza dei propri principi, le sue regole rischiano di imporsi soltanto a se stessa.

Fonte

26/07/2026

L’Asia ridefinisce il concetto di “sovranità”. Il forum di Colombo

Quattro anni fa, Colombo era il monito mondiale. Un default sovrano, code di automobili per il carburante che si estendevano per chilometri, un palazzo presidenziale occupato dai suoi stessi cittadini.

La scorsa settimana, la stessa città ospita sindacalisti, quadri di partito, studiosi e ministri da tutta l’Asia, dal Nepal alle Filippine e dall’Iran all’Indonesia. Si sono riuniti sotto una bandiera che nel 2022 sarebbe suonata utopica: “Giù le mani dall’Asia”.

La scelta del luogo è l’argomento stesso. La crisi dello Sri Lanka non è mai stata solo dello Sri Lanka. Era l’esperienza compressa di ciò che gran parte dell’Asia vive al rallentatore: strutture produttive progettate sotto il colonialismo per servire il centro economico, un debito che condiziona ogni bilancio e un ordine internazionale che punisce ogni tentativo di affrancarsi dallo status quo.

L’assemblea di tre giorni, convocata dall’Assemblea Internazionale dei Popoli e da Tricontinental: Institute for Social Research, si è aperta il 16 luglio con una plenaria che ha esposto la sua tesi centrale. La sovranità nel XXI secolo non è una bandiera e un seggio alle Nazioni Unite. È una condizione integrata che abbraccia finanza, tecnologia, dati e difesa. E l’Asia, dove si sta spostando il baricentro economico mondiale, è il luogo in cui questa battaglia sarà decisa.

Il dominio ha cambiato le sue vesti

Pushpa Kamal Dahal “Prachanda”, ex primo ministro del Nepal e presidente del Partito Comunista Nepalese, ha aperto i lavori definendo il momento: un monopolio unipolare in degenerazione e un’apertura multipolare che i paesi del Sud del mondo desiderano da tempo perché dà spazio alle voci represse per farsi ascoltare.

Ma la sua avvertenza era più tagliente del suo ottimismo. La questione, ha sostenuto, non è se il potere si sposti da una regione all’altra. La questione è che tipo di ordine emerga da questo spostamento.

La dominazione politica diretta può essersi ritirata; i meccanismi di dominio, no. Prachanda ha descritto un tecno-imperialismo proprio dell’era della quarta rivoluzione industriale: un controllo esercitato attraverso la dipendenza finanziaria e strutturale, attraverso alleanze militari e, sempre più, attraverso dati, ecosistemi digitali e ciò che ha chiamato appropriazione algoritmica. La guerra dell’informazione non è una metafora, ma una realtà quotidiana.

In questa lettura, l’imperialismo contemporaneo è un sistema integrato, e la sovranità deve essere altrettanto integrata. Significa non solo un governo proprio, ma indipendenza nelle finanze, libertà dal debito e controllo sulle risorse nazionali, tutto conquistato attraverso la partecipazione attiva e democratica dei popoli.

L’esperienza del Nepal ha portato una doppia lezione, ha suggerito: i movimenti progressisti possono imparare dalle sue vittorie e dagli attacchi subiti. La sua conclusione è stata organizzativa. La cooperazione strategica deve venire prima della competizione tra opinioni, e l’unità del fronte progressista al di sopra di tutto.

L’indipendenza politica non è indipendenza

Il dott. Dammika Patabendi, ministro dell’ambiente del governo dello Sri Lanka, ha ancorato il quadro alla frattura del suo paese. Gli abitanti dello Sri Lanka, ha osservato, hanno espresso un mandato elettorale contro decenni di attacchi. Tuttavia, le sfide che il nuovo governo deve affrontare rimangono enormi, proprio perché la nazione è ancora tenuta in pugno dall’ordine internazionale.

La lezione che l’Asia continua a insegnare è che l’indipendenza politica non garantisce l’indipendenza. La dipendenza strutturale sopravvive al cambio di bandiera.

La sua definizione delle parole d’ordine abbinate della conferenza è stata la più concreta della mattinata. Un percorso sovrano significa la libertà di formulare una politica economica indipendente, di destinare le risorse nazionali allo sviluppo nazionale e di fornire alle persone un lavoro dignitoso.

Un orizzonte socialista significa non solo cambiare governi, ma garantire progresso per tutti: approfondire la partecipazione popolare, perseguire l’uguaglianza tecnologica e permettere a ogni nazione di seguire il proprio percorso in base alle proprie risorse, bisogni e storia.

Fondamentalmente, ha insistito sul fatto che questo non è un appello all’isolamento. Ciò che viene richiesto è una cooperazione internazionale costruttiva tra pari, con il riconoscimento che il terreno pianeggiante per l’uguaglianza non esiste e deve essere costruito. La cooperazione pratica, ha suggerito, potrebbe essere il vero risultato di questa conferenza: il coordinamento tra sindacati oltre i confini, perché l’avversario del lavoro è già organizzato a livello internazionale.

“Giù le mani dall’Asia”, nella sua interpretazione, non è solo un “no” a un mondo sempre più militarizzato, ma anche un’affermazione positiva. È il diritto dei popoli asiatici di plasmare il proprio futuro attraverso la cooperazione reciproca, senza interferenze.

Una ribellione di classe in abiti generazionali

Vijay Prashad di Tricontinental ha spinto la discussione dalla diagnosi alla costruzione. Anche se l’imperialismo trema, ha avvertito, i movimenti non sono preparati per ciò che verrà. Il compito è far avanzare una nuova teoria dello sviluppo socialista e combattere la battaglia delle idee necessaria per rendere visibile il socialismo nel presente, nelle cooperative e in altre forme di “non ancora” che sono già in costruzione ma raramente notate, persino dai compagni.

Due dei suoi argomenti meritano di essere diffusi. In primo luogo, le ribellioni giovanili che attraversano l’Asia, spinte dalla disoccupazione, dalla precarietà dei lavoretti, dalla distruzione ambientale e dalla rabbia per il genocidio, costituiscono una ribellione di classe camuffata da ribellione generazionale.

La rappresentazione dei media mainstream come “movimenti della Gen Z” è essa stessa un’operazione politica. Il compito della sinistra non è essere sospettosa di queste ribellioni, ma organizzarvisi all’interno e affinare la loro comprensione delle realtà di classe, prima che questi movimenti vengano cooptati, come ha avvertito anche Prachanda, da potenze imperialiste o da forze borghesi interne.

In secondo luogo, i governi di sinistra non salgono al potere per detenerlo, ma per costruire potere sociale utilizzando efficacemente gli strumenti dello Stato. Dove i governi alternativi falliscono, falliscono per mancanza di un’agenda. Tale agenda non può fermarsi alla redistribuzione. Deve essere ampliata per ricostruire la capacità produttiva attraverso la partecipazione popolare.

Questa è la strada attraverso cui i progetti socialisti hanno abolito la povertà assoluta, un risultato senza equivalente capitalista. La Cina, ha ricordato, ha anche dimostrato che la dignità nazionale e il miglioramento materiale attraverso l’espansione delle capacità produttive si rafforzano a vicenda; è questo che rende concreta la speranza. La grandezza di una nazione, ha sostenuto, si misura non nei suoi miliardari, ma nell’assenza di fame.

Contro questa agenda si erge ciò che Tricontinental ha definito iper-imperialismo: un reticolo di servizio del debito, aggiustamenti strutturali, sanzioni, embarghi tecnologici e basi militari. Esistono oltre 900 di queste basi in tutto il mondo e più di 400 solo in Asia, con la maggiore concentrazione in Giappone.

Questo reticolo esiste per destabilizzare qualsiasi governo che cerchi di porre fine alla fame. Tuttavia, la recente reazione dell’Iran nella guerra illegale contro il Paese, ha sostenuto Prashad, ha insegnato all’Asia orientale qualcosa che deve assimilare: una base statunitense non è uno scudo, ma un bersaglio.

“Giù le mani dall’Asia”, quindi, non è solo una richiesta militare. È anche una richiesta economica e finanziaria. Niente veti dalle agenzie di rating, niente dipendenza dal dollaro, niente condizionalità del FMI, niente sanzioni, in modo che ai governi eletti dai popoli asiatici sia permesso governare.

La storia, ha concluso Prashad, procede a zigzag. Questa settimana a Colombo, il tentativo è dare una direzione al prossimo zig.

Fonte

19/09/2025

Cosa si pensa nel resto del mondo? Intervista cinese a Putin

Se si guarda con un minimo di distacco emotivo il panorama dell’informazione occidente – quella italica è un caso di morte cerebrale ormai conclamato – ci si accorge subito che ciò che accade nel resto del mondo è sostanzialmente ignorato. Almeno fin quando non ci si inciampa sopra.

Peggio ancora, non sappiamo praticamente nulla di quel che si pensa – e come, e perché lo si pensa – al di fuori degli ormai ristretti confini dell’area euro-atlantica.

L’ammissione involontaria arriva dagli stessi gazzettieri-propagandisti che riempiono i media nostrani con titoli come “cosa c’è nella mente di Putin”, “cosa vuole Xi Jinping”, e naturalmente tutti gli altri che preoccupano appena meno.

Non possiamo garantirvi una copertura completa o sistematica, ma cominciamo a darvi qualche informazione in più, grazie in questo caso a Silvana Sale che ha tradotto un’intervista di Xinhua a Vladimir Putin, fatta poco prima della grande parata del 3 settembre per l’80esimo anniversario della vittoria cinese sull’invasore giapponese.

Come dovrebbe esser noto, non è un personaggio che ci stia particolarmente simpatico (è salito ai vertici con Eltsin, quando veniva distrutta l’Unione Sovietica), ma forse è più attendibile conoscere il suo pensiero direttamente da lui piuttosto che attendere le invenzioni degli “indovini” spiaggiati nelle redazioni del Corriere o di Repubblica.

In fondo, ci piaccia o no, è il presidente di una superpotenza nucleare con alcune migliaia di testate operative... È meglio farsene un’idea realistica, invece che raccontarsi scemenze e crederci pure...

Ecco l’intervista integrale rilasciata da Vladimir Putin all’agenzia Xinhua, pubblicata da China Daily il 30 agosto 2025.

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Xinhua: A maggio di quest’anno, il presidente cinese Xi Jinping ha fatto visita allo Stato russo e ha partecipato alle celebrazioni per l’80° anniversario della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica, un evento di grande successo.

La tua visita in Cina è imminente: quali sono le tue aspettative? Negli ultimi dieci anni, tu e Xi avete mantenuto stretti contatti, guidando il costante sviluppo delle relazioni bilaterali. Come descriveresti Xi Jinping come leader?

Putin: Certo, la visita del nostro amico, il presidente cinese Xi Jinping, in Russia a maggio è stata un successo clamoroso, ha attirato ampia attenzione internazionale ed è stata molto apprezzata nel nostro Paese. La sua presenza ha coinciso con una data sacra per noi – l’80° anniversario della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica – conferendo un profondo significato simbolico allo sviluppo delle relazioni russo-cinesi. Riaffermiamo la scelta strategica dei nostri popoli per rafforzare le tradizioni di buon vicinato, amicizia e cooperazione mutuamente vantaggiosa e duratura.

Il leader cinese è stato l’ospite d’onore principale alle celebrazioni a Mosca. Durante i nostri colloqui ad alto livello, abbiamo tenuto discussioni molto produttive su questioni chiave della cooperazione bilaterale. Il risultato è stato una dichiarazione congiunta e la firma di un importante pacchetto di documenti bilaterali.

Presto, su invito del presidente Xi, farò visita di ritorno in Cina. Attendo con grande piacere di visitare la città di Tianjin, che ospiterà il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) sotto la presidenza cinese.

Ci aspettiamo che il vertice dia un forte nuovo slancio all’Organizzazione, ne rafforzi la capacità di rispondere alle sfide e alle minacce contemporanee e consolidi la solidarietà nel nostro spazio eurasiatico condiviso. Tutto ciò contribuirà a plasmare un ordine mondiale più equo e multipolare.

Per quanto riguarda i colloqui russo-cinesi, avranno luogo a Pechino. Non vedo l’ora di avere approfondite discussioni con il presidente Xi Jinping su tutti gli aspetti della nostra agenda bilaterale, incluse cooperazione politica e sicurezza, nonché legami economici, culturali e umanitari. Come sempre, scambieremo opinioni su questioni regionali e internazionali urgenti.

A Pechino renderemo omaggio al gesto eroico comune dei nostri padri, nonni e bisnonni, che insieme sconfissero il Giappone militarista, ponendo la parola fine alla Seconda Guerra Mondiale. Onoreremo la memoria di coloro che sigillarono con il loro sangue la fratellanza tra i nostri popoli, difesero la libertà e l’indipendenza dei nostri Stati e garantirono il diritto al libero sviluppo sovrano.

Xi Jinping tratta la storia del suo Paese con il massimo rispetto; lo so per esperienza personale. È un vero leader di una grande potenza mondiale, un uomo di forte volontà, dotato di visione strategica e di una prospettiva globale, saldo nel difendere gli interessi nazionali. Per la Cina è eccezionalmente importante che una figura di tale calibro guida il Paese in questo momento cruciale negli affari internazionali.

Il presidente cinese è un esempio per il mondo di cosa dovrebbe essere oggi un dialogo rispettoso ed equo con partner esteri. In Russia apprezziamo profondamente l’impegno genuino del leader cinese nell’avanzare la nostra partenership complessiva e cooperazione strategica.

Cina e Unione Sovietica, principali teatri della guerra in Asia e in Europa, sostennero enormi sacrifici e diedero un contributo significativo alla vittoria nella lotta globale contro il fascismo.

Qual è, secondo te, l’importanza di preservare la memoria di quella Vittoria nel contesto internazionale odierno? Come dovrebbero Cina e Russia difendere insieme quella memoria storica in un momento in cui certe forze internazionali tentano di distorcerla?

Come ho già detto, quest’anno, insieme ai nostri amici cinesi, celebriamo l’80° anniversario della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica e della capitolazione del Giappone militarista, che segnarono la fine della Seconda Guerra Mondiale.

I popoli dell’Unione Sovietica e della Cina sopportarono il peso maggiore dei combattimenti e subirono le perdite più gravi. Furono i nostri cittadini a patire le sofferenze più atroci nella lotta contro gli invasori e a giocare un ruolo decisivo nella sconfitta del nazismo e del militarismo.

Durante quelle dure prove si forgiarono le tradizioni più nobili di amicizia e mutuo soccorso, tradizioni che oggi costituiscono una solida base per le relazioni russo-cinesi.

Ricordo che già negli anni ’30, quando il Giappone intraprese in modo infido una guerra d’aggressione contro la Cina, l’Unione Sovietica stese una mano amica al popolo cinese.

Migliaia dei nostri ufficiali veterani prestarono servizio come consiglieri militari, aiutando a rafforzare l’esercito cinese e guidando le operazioni di combattimento. Piloti sovietici combatterono coraggiosamente al fianco dei loro fratelli d’armi cinesi.

Tra ottobre 1937 e giugno 1941, l’URSS fornì alla Cina 1.235 aerei, migliaia di pezzi d’artiglieria, decine di migliaia di mitragliatrici, oltre a munizioni, equipaggiamenti e rifornimenti.

La principale via di trasporto fu un corridoio terrestre attraverso l’Asia centrale fino allo Xinjiang, dove specialisti sovietici costruirono una strada in tempi record per garantire consegne ininterrotte.

Il resoconto storico non lascia alcun dubbio sulla scala e ferocia di quelle battaglie. Ricordiamo l’importanza dell’offensiva dei “Cento Reggimenti”, quando le forze comuniste cinesi liberarono un territorio con 5 milioni di abitanti dall’occupazione giapponese. Ricordiamo anche imprese impareggiabili da parte delle truppe e dei comandanti sovietici negli scontri con il Giappone presso il lago Khasan e il fiume Khalkhin Gol.

Nell’estate del 1939, il nostro leggendario comandante Georgy Zhukov ottenne la sua prima grande vittoria sulle steppe mongole, che in effetti prefigurò la successiva sconfitta dell’Asse Berlino–Tokyo–Roma.

Nel 1945, l’Operazione Strategica Offensiva della Manciuria ebbe un ruolo decisivo per liberare la Cina nord-orientale, alterare drasticamente la situazione in Estremo Oriente e rendere inevitabile la capitolazione del Giappone militarista.

In Russia non dimenticheremo mai che la resistenza eroica della Cina fu uno dei fattori cruciali che impedirono al Giappone di pugnalare alle spalle l’Unione Sovietica durante i mesi più bui del 1941–1942.

Ciò permise all’Armata Rossa di concentrare le sue forze sullo schiacciare il nazismo e liberare l’Europa.

La stretta cooperazione tra i nostri Paesi fu anche un elemento importante nella formazione della coalizione anti-Hitler, nel rafforzamento della Cina come grande potenza e nelle discussioni costruttive che plasmarono l’assetto postbellico e contribuirono a rivitalizzare il movimento anticoloniale.

È nostro sacro dovere onorare la memoria dei nostri connazionali che dimostrarono vero patriottismo e coraggio, sopportarono tutte le difficoltà e sconfissero nemici potenti e spietati.

Rinnoviamo il nostro profondo rispetto verso tutti i veterani e coloro che hanno dato la vita per la libertà delle generazioni future e per l’indipendenza dei nostri Paesi.

Siamo grati alla Cina per la sua attenta conservazione dei memoriali ai soldati dell’Armata Rossa caduti nelle battaglie per la liberazione della Cina.

Un atteggiamento tanto sincero e responsabile nei confronti del passato si contrappone nettamente alla situazione in alcuni Paesi europei, dove monumenti e tombe dei liberatori sovietici sono profanati in modo barbarico o distrutti, e fatti storici scomodi sono cancellati.

Vediamo che in certi Stati occidentali i risultati della Seconda Guerra Mondiale sono di fatto riveduti, e i verdetti dei tribunali di Norimberga e Tokyo sono apertamente ignorati.

Queste tendenze pericolose derivano da riluttanza ad ammettere la colpevolezza diretta dei predecessori delle élite occidentali odierne nell’innescare la guerra mondiale, e dalla volontà di cancellare pagine vergognose della propria storia, favorendo così revanscismo e neonazismo.

La verità storica è distorta e silenziata per adattarsi a agende politiche attuali. Il militarismo giapponese è riapparso sotto il pretesto di minacce immaginarie russe o cinesi, mentre in Europa, compresa la Germania, si compiono passi verso la rimilitarizzazione del continente, con scarsa attenzione ai parallelismi storici.

Russia e Cina condannano con decisione qualsiasi tentativo di distorcere la storia della Seconda Guerra Mondiale, di glorificare nazisti, militaristi e loro complici, membri di squadre della morte o assassini, o di diffamare i liberatori sovietici.

I risultati di quella guerra sono sanciti nella Carta delle Nazioni Unite e in altri strumenti internazionali.

Sono inviolabili e non soggetti a revisione.

Questa è la nostra posizione condivisa e incrollabile, insieme ai nostri amici cinesi.

La memoria della lotta congiunta dei popoli sovietico e cinese contro il nazismo tedesco e il militarismo giapponese è per noi un valore duraturo.

Vorrei ribadire che la partecipazione di Xi Jinping alle commemorazioni russe dell’80° anniversario della Grande Vittoria ha avuto un profondo significato simbolico. Per celebrare l’80° anniversario della Vittoria dell’URSS nella Grande Guerra Patriottica, della vittoria della Cina nella Guerra di Resistenza contro l’Aggressione Giapponese e della fondazione delle Nazioni Unite, abbiamo firmato una Dichiarazione Congiunta per approfondire ulteriormente il Partenariato Strategico di Coordinamento per una nuova era tra Cina e Russia.

Questo documento fornisce una risposta consolidata dei nostri Paesi ai tentativi di alcuni Stati di smantellare la memoria storica dell’umanità e di sostituire i solidi principi dell’ordine mondiale e del dialogo forgiati dopo la Seconda Guerra Mondiale con il cosiddetto “ordine basato sulle regole”.

Negli ultimi anni, la cooperazione pratica tra Cina e Russia in settori quali energia, agricoltura, produzione automobilistica e infrastrutture ha prodotto risultati positivi e portato a nuove scoperte, mentre il commercio bilaterale ha raggiunto livelli record. Come valuta lo stato attuale della cooperazione pratica tra Cina e Russia? Quali sono i vostri piani per promuovere ulteriormente una cooperazione di alta qualità e reciprocamente vantaggiosa tra Cina e Russia?

Le relazioni economiche tra Russia e Cina hanno raggiunto un livello senza precedenti. Dal 2021, il commercio bilaterale è cresciuto di circa 100 miliardi di dollari. In termini di volume commerciale, la Cina è di gran lunga il principale partner della Russia, mentre lo scorso anno la Russia si è classificata al quinto posto tra i partner commerciali esteri della Cina.

Vorrei sottolineare che, mentre i dati commerciali sono denominati in dollari statunitensi, le transazioni tra Russia e Cina vengono effettuate in rubli e yuan, con la quota in dollari o in euro ridotta a una discrepanza statistica.

La Russia mantiene saldamente la sua posizione di principale esportatore di petrolio e gas verso la Cina.

Dall’entrata in funzione del gasdotto Power of Siberia nel 2019, le forniture cumulative di gas naturale hanno già superato i 100 miliardi di metri cubi.

Nel 2027, prevediamo di lanciare un’altra importante rotta del gas, la cosiddetta “Rotta dell’Estremo Oriente”. Stiamo inoltre collaborando efficacemente a progetti di GNL nella regione artica russa.

Continuiamo i nostri sforzi congiunti per ridurre le barriere commerciali bilaterali. Negli ultimi anni, è stata avviata l’esportazione di carne suina e bovina verso la Cina. Nel complesso, i prodotti agricoli e alimentari occupano un posto di rilievo nelle esportazioni russe verso la Cina.

I volumi degli investimenti bilaterali sono in crescita. Lo scorso anno, Russia e Cina hanno concordato un Piano aggiornato per la cooperazione bilaterale in materia di investimenti. Quest’anno è stato firmato un nuovo Accordo sulla promozione e la protezione reciproca degli investimenti. Progetti congiunti su larga scala sono in fase di attuazione in settori prioritari.

I nostri Paesi collaborano strettamente nell’industria. La Russia è uno dei principali mercati mondiali per le esportazioni di automobili cinesi.

Allo stesso tempo, la produzione viene localizzata in Russia non solo per le auto cinesi, ma anche per gli elettrodomestici. Insieme, stiamo costruendo impianti di produzione e infrastrutture ad alta tecnologia. Abbiamo anche progetti su larga scala nel settore dei materiali da costruzione.

In sintesi, la cooperazione economica, commerciale e industriale tra i nostri Paesi sta progredendo in molteplici settori. Durante la mia prossima visita, discuteremo sicuramente di ulteriori prospettive di cooperazione reciprocamente vantaggiosa e di nuove iniziative per intensificarla a beneficio dei popoli di Russia e Cina.

Quest’anno segna la conclusione degli anni di scambio culturale tra Cina e Russia. Durante questo periodo, i nostri Paesi hanno sviluppato un’ampia cooperazione nei settori dell’istruzione, del cinema, del teatro, del turismo e dello sport. Come valuta i risultati degli scambi e della cooperazione culturale e umanitaria tra Cina e Russia? Quali prospettive intravede per l’ulteriore promozione dei legami tra i popoli di Cina e Russia?

Le iniziative culturali e umanitarie bilaterali su larga scala contribuiscono in modo significativo a promuovere relazioni amichevoli.

L’Anno russo in Cina e l’Anno cinese in Russia (2006-2007) hanno riscosso un grande successo. I successivi anni tematici dedicati a Lingua, Turismo, Gioventù, Media, Cooperazione regionale, Sport, Scienza e Innovazione, lanciati in successione a partire dal 2009, hanno riscosso un’ampia risonanza pubblica.

Oggi, gli scambi culturali tra Russia e Cina continuano a svilupparsi dinamicamente. La Roadmap Russia-Cina per la cooperazione umanitaria fino al 2030, che comprende oltre 100 importanti progetti, viene costantemente implementata.

Vorrei sottolineare in particolare il successo dell’organizzazione degli Anni della Cultura Russia-Cina, tenutisi nel 2024-2025 in concomitanza con il 75° anniversario delle relazioni diplomatiche tra i nostri Paesi. Il ricco e variegato programma ha riscosso un’accoglienza entusiastica sia in Russia che in Cina.

Vorrei anche sottolineare che la parte russa ha avviato l’International Song Contest Intervision, previsto per il 20 settembre di quest’anno, e siamo lieti che i nostri partner cinesi abbiano mostrato vivo interesse per questo progetto.

Istruzione e scienza rimangono ambiti di cooperazione particolarmente promettenti. La mobilità accademica e i contatti interuniversitari continuano a crescere.

Oggi, oltre 51.000 studenti cinesi studiano in Russia, mentre 21.000 studenti russi studiano in Cina. A maggio, il Presidente Xi e io abbiamo concordato che il 2026-2027 sarà designato come “Anni di istruzione Russia-Cina”.

Anche la cooperazione in ambito scientifico, tecnologico e innovativo si sta espandendo, anche nella ricerca fondamentale e nei progetti di megascienza.

Ad esempio, l’Università Statale di Mosca e l’Università di Pechino prevedono di aprire un istituto congiunto per la ricerca fondamentale. Sosteniamo pienamente la creazione di laboratori moderni e centri avanzati in settori prioritari dell’alta tecnologia per rafforzare la sovranità tecnologica di Russia e Cina.

La produzione cinematografica è un altro vivace ambito di cooperazione.

A febbraio, il film d’avventura russo-cinese “Seta Rossa” è stato presentato in anteprima in Russia e ci aspettiamo che raggiunga presto il pubblico cinese. A maggio, è stato firmato a Mosca un Piano d’azione per la produzione cinematografica. Prevediamo l’uscita di molti nuovi film russo-cinesi nel prossimo futuro: film che promuoveranno sani principi morali e valori spirituali ed etici tradizionali, presentando al contempo resoconti veritieri di importanti eventi storici.

A tal fine, abbiamo anche lanciato una nuova iniziativa, l’Open Eurasian Film Award, una piattaforma cinematografica unica, libera da pregiudizi o intrighi politici.

Il turismo è un altro settore importante che vorrei sottolineare. I dati sono incoraggianti: entro la fine del 2024, i flussi turistici reciproci erano aumentati di 2,5 volte, raggiungendo i 2,8 milioni di persone.

Anche la cooperazione sportiva è stata produttiva. Siamo grati ai nostri partner cinesi per la loro partecipazione attiva agli eventi sportivi internazionali ospitati dalla Russia, tra cui gli innovativi Giochi del Futuro, i Giochi BRICS e molti altri.

La nazionale cinese era tra le delegazioni più numerose a queste competizioni. Crediamo fermamente che lo sport debba rimanere libero da qualsiasi politicizzazione.

Un altro ambito prioritario è la politica giovanile. Apprezziamo molto il lavoro coordinato dei principali media russi e cinesi e la nostra cooperazione tra archivi svolge un ruolo importante nella preservazione della verità storica.

È incoraggiante constatare che la cooperazione culturale e umanitaria bilaterale continui a guadagnare slancio. Questa è senza dubbio una dimensione strategica delle nostre relazioni, che contribuisce a costruire un’ampia base pubblica di amicizia, buon vicinato e comprensione reciproca.

L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), istituita congiuntamente da Cina e Russia, rappresenta un’importante piattaforma per una cooperazione regionale globale, fondamentale per garantire la pace, la stabilità e lo sviluppo nell’area eurasiatica.

La Cina detiene la presidenza di turno della SCO per il biennio 2024-2025 e la 25a riunione del Consiglio dei Capi di Stato della SCO si terrà presto a Tianjin. Come valuta il ruolo costruttivo che la SCO ha svolto per oltre due decenni nel mantenimento della pace e della stabilità regionale e nella promozione dello sviluppo e della prosperità comuni? A suo avviso, in quali ambiti gli Stati membri dovrebbero rafforzare ulteriormente gli scambi e la cooperazione?

La fondazione della SCO nel 2001 ha incarnato l’aspirazione comune di Russia, Cina e degli stati dell’Asia centrale (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan) di costruire fiducia, amicizia e relazioni di buon vicinato e di promuovere la pace e la stabilità nella regione.

Nel corso degli anni, la SCO ha sviluppato un solido quadro giuridico e istituzionale, creando meccanismi che consentono un’efficace cooperazione in ambito politico, di sicurezza, commerciale e di investimento, nonché negli scambi culturali e umanitari.

Da allora, la sua adesione si è ampliata fino a includere India, Pakistan, Iran e Bielorussia, mentre i paesi partner e osservatori, che rappresentano la diversità politica, economica e culturale dell’Eurasia, sono attivamente impegnati in attività congiunte.

Il fascino della SCO risiede nei suoi principi semplici ma potenti: un fermo impegno nei confronti della sua filosofia fondante, l’apertura alla cooperazione paritaria, il non confronto con terze parti e il rispetto per le caratteristiche nazionali e l’unicità di ogni nazione.

Attingendo a questi valori, la SCO contribuisce a plasmare un ordine mondiale più equo e multipolare, fondato sul diritto internazionale, con il ruolo centrale di coordinamento delle Nazioni Unite.

Un elemento fondamentale di questa visione globale è la creazione in Eurasia di un’architettura di sicurezza equa e indivisibile, anche attraverso uno stretto coordinamento tra gli Stati membri della SCO. Consideriamo il Partenariato Eurasiatico Maggiore, che collega le strategie di sviluppo nazionale, le iniziative di integrazione regionale e rafforza i legami tra la SCO, l’Unione Economica Eurasiatica, la CSI, l’ASEAN e altre organizzazioni internazionali, come il fondamento socio-economico di questa architettura.

Sono fiducioso che il vertice di Tianjin, insieme alla riunione della SCO Plus, segnerà una pietra miliare importante nella storia della SCO.

Sosteniamo pienamente le priorità dichiarate dalla presidenza cinese, che si concentrano sul consolidamento della SCO, sull’approfondimento della cooperazione in tutti i settori e sul rafforzamento del ruolo dell’organizzazione sulla scena globale. Attribuiamo particolare importanza all’allineamento di questo lavoro con le misure concrete adottate durante la presidenza russa del Consiglio dei Capi di Governo della SCO. Sono fiducioso che, attraverso i nostri sforzi congiunti, daremo nuovo slancio alla SCO, modernizzandola per soddisfare le esigenze del momento.

Come ha ripetutamente sottolineato il Presidente Xi Jinping, la Cina è pronta a collaborare strettamente con la Russia per rafforzare il sostegno reciproco attraverso le piattaforme multilaterali, tra cui l’ONU, la SCO e i BRICS, per salvaguardare gli interessi di sviluppo e sicurezza di entrambe le nazioni, unire il Sud del mondo e promuovere un ordine internazionale più equo e razionale. Come valuta la cooperazione tra Cina e Russia all’interno di questi quadri multilaterali?

A suo avviso, in quali ambiti Cina e Russia possono stabilire nuovi parametri di riferimento nella governance globale, in particolare per quanto riguarda settori emergenti come il cambiamento climatico, la governance dell’intelligenza artificiale e la riforma dell’architettura di sicurezza globale?

La cooperazione tra Russia e Cina in ambito multilaterale è un pilastro fondamentale delle nostre relazioni bilaterali e svolge un ruolo fondamentale negli affari globali.

I nostri scambi su questioni internazionali critiche hanno ripetutamente dimostrato che Mosca e Pechino condividono ampi interessi comuni e opinioni sorprendentemente simili su questioni fondamentali.

Siamo uniti nella nostra visione di costruire un ordine mondiale giusto e multipolare, con particolare attenzione alle nazioni della Maggioranza Globale.

Il partenariato strategico Russia-Cina funge da forza stabilizzatrice.

In quanto due potenze leader in Eurasia, non possiamo rimanere indifferenti alle sfide e alle minacce che il nostro continente e il mondo intero si trovano ad affrontare.

Questa questione è al centro del nostro dialogo politico bilaterale. Il concetto russo di creare uno spazio comune di sicurezza equa e indivisibile in Eurasia è in stretta sintonia con l’Iniziativa per la Sicurezza Globale del Presidente Xi Jinping.

L’interazione tra Russia e Cina alle Nazioni Unite ha raggiunto un livello senza precedenti, riflettendo pienamente lo spirito di partenariato globale e cooperazione strategica. Entrambi i Paesi attribuiscono particolare importanza al Gruppo di Amici in Difesa della Carta delle Nazioni Unite, un meccanismo fondamentale per il consolidamento del Sud del mondo.

Tra i suoi principali risultati figura la risoluzione “Eradicazione del colonialismo in tutte le sue forme e manifestazioni”, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 4 dicembre 2024.

Russia e Cina sostengono la riforma dell’ONU affinché ripristini pienamente la sua autorità e rifletta le realtà moderne. In particolare, sosteniamo la necessità di rendere il Consiglio di Sicurezza più democratico, includendo Stati di Asia, Africa e America Latina. Qualsiasi riforma di questo tipo deve, tuttavia, essere affrontata con la massima cautela.

La stretta cooperazione tra Mosca e Pechino ha influenzato positivamente il lavoro dei principali forum economici, tra cui il G20 e l’APEC.

All’interno del G20, insieme alle nazioni che condividono gli stessi ideali, e in particolare ai membri dei BRICS, abbiamo riorientato l’agenda verso questioni di reale importanza per la maggioranza globale, rafforzato il formato includendo l’Unione Africana e approfondito le sinergie tra G20 e BRICS.

Quest’anno, i nostri amici sudafricani detengono la presidenza del G20. Grazie ai loro sforzi, contiamo di consolidare i risultati raggiunti dal Sud del mondo e di consolidarli come fondamento per la democratizzazione delle relazioni internazionali. All’interno dell’APEC, si prevede che la presidenza cinese nel 2026 darà nuovo impulso all’impegno tra Russia e Cina.

Stiamo lavorando a stretto contatto con la Cina all’interno dei BRICS per ampliare il suo ruolo di pilastro fondamentale dell’architettura globale. Insieme, promuoviamo iniziative volte ad ampliare le opportunità economiche per gli Stati membri, inclusa la creazione di piattaforme comuni per il partenariato in settori strategici. Prestiamo particolare attenzione alla mobilitazione di risorse aggiuntive per progetti infrastrutturali critici.

Siamo uniti nel rafforzare la capacità dei BRICS di affrontare le urgenti sfide globali, condividere visioni simili sulla sicurezza regionale e internazionale e assumere una posizione comune contro le sanzioni discriminatorie che ostacolano lo sviluppo socioeconomico dei nostri membri e del mondo in generale.

Insieme ai nostri partner cinesi, sosteniamo la riforma del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Siamo uniti nell’idea che un nuovo sistema finanziario debba basarsi sull’apertura e sulla vera equità, garantendo a tutti i Paesi un accesso equo e non discriminatorio ai suoi strumenti e riflettendo la reale posizione degli Stati membri nell’economia globale.

È essenziale porre fine all’uso della finanza come strumento di neocolonialismo, che va contro gli interessi della maggioranza globale.

Al contrario, cerchiamo il progresso a beneficio di tutta l’umanità.

Sono fiducioso che Russia e Cina continueranno a lavorare insieme per raggiungere questo nobile obiettivo, allineando i nostri sforzi per garantire la prosperità delle nostre grandi nazioni.

Fonte

12/09/2024

Dal crollo dell’URSS all’emergere di un mondo multipolare. E adesso?

Il crollo dell’URSS nel 1989-1991 ha risvegliato un senso di onnipotenza negli ambienti dominanti del capitalismo occidentale. Tanto più che è stato preceduto da un decennio di trionfo del neoliberismo nello stesso Occidente (1980-1990), nonché dall’apparente declino di una serie di regimi del Terzo Mondo emersi come risultato di politiche anticoloniali e nazionali, movimenti di liberazione e rivoluzioni.

Questo sentimento è stato catturato da Francis Fukuyama nella sua opera The End of History. La fine della storia significa, secondo Fukuyama, la fine dei tentativi contraddittori ed eroici dell’uomo moderno di diventare soggetto della propria storia. Ora tutto sarà regolato da “mercati” senza volto, e anzi da coloro che realmente controllano il capitale finanziario globale. Esiste un progetto totalitario per controllare – all’insegna della democrazia e di “mercati” apparentemente autoregolamentati – le persone, le società, le nazioni, gli Stati e tutta l’evoluzione sociale e internazionale.

Dopo il crollo del “comunismo”, il potere economico e politico del capitale finanziario, più concentrato che mai, ha registrato una crescita senza precedenti. In effetti, assume funzioni che normalmente corrispondono agli Stati. L’utilità degli Stati per il grande capitale è diminuita con la scomparsa del “nemico esterno” e dei movimenti di resistenza interni.

Prendeva forma un “impero della finanza”, che aspirava a diventare il vero stato del nostro tempo e al quale i singoli Stati sono largamente subordinati.

Questo impero, dopo la presunta fine della Guerra Fredda, creò un nuovo ordine economico mondiale basato sul Washington Consensus, sul Trattato di Maastricht e su una serie di organizzazioni internazionali come l’OMC, il FMI, ecc.

Si trattava di liberare il capitale finanziario da ogni controllo e da ogni restrizione sulle sue attività, il che ha causato la crisi del 2008 che ci colpisce ancora oggi.

L’aggressività dell’Occidente contro la Russia è perfettamente spiegata dal desiderio degli Stati Uniti e delle élite economiche occidentali di esercitare un controllo assoluto sul territorio dell’ex Unione Sovietica. Ma non possiamo escludere che anche la crisi finanziaria del 2008 abbia avuto un ruolo. Come è spesso accaduto in passato, le crisi economiche portano alle guerre e viceversa. Il rapporto tra la situazione economica e quella geopolitica del nostro tempo è un tema ancora insufficientemente studiato e indagato.

Con la crisi del 2008, la “globalizzazione felice” (la mondialisation heureuse) si sta trasformando in “globalizzazione infelice”.

L’Europa sta accelerando verso la distruzione dello stato sociale europeo, la più grande conquista dei popoli europei dalla vittoria sul nazismo, che culmina nella distruzione economica e politica della Grecia. Poiché le banche sono “troppo grandi per fallire”, saranno le società, gli stati e le nazioni a fallire. Ancora una volta vediamo un’interessante correlazione tra economia e geopolitica.

La gravità della “guerra” economica contro la Grecia non ha nulla a che fare con i programmi neoliberisti imposti agli altri paesi periferici dell’UE. Probabilmente è dovuto anche alla posizione geopolitica di Grecia e Cipro. Nella storia, tutte le campagne delle potenze occidentali contro la Russia o l’Oriente islamico sono state precedute da operazioni per ottenere il controllo dell’Europa sudorientale.

Il progetto di Fukuyama si basava sul postulato che il potere di assimilazione del modello economico, politico e culturale occidentale è sufficiente a sostenere il dominio globale del capitalismo occidentale e di coloro che lo controllano.

Ma Samuel Huntington ritiene che tale dominio possa essere stabilito solo con la forza delle armi e della guerra. E poiché non può affermarlo apertamente, avanza la teoria razzista e infondata secondo cui le differenze culturali inevitabilmente causano conflitti. In questo modo si gettano le basi per la lotta collettiva dell’Occidente “circostante superiore” contro il resto del mondo e per garantire che quel “resto del mondo” sia diviso, poiché senza una politica non è possibile imporre alcun dominio globale.

Naturalmente sappiamo tutti che le potenze europee sono andate in Africa non per civilizzare gli africani, ma per ottenere materie prime. Sappiamo anche che gli Stati Uniti non intervengono per instaurare la democrazia, altrimenti non avrebbero imposto dittature sanguinarie in tutto il mondo, dal Cile all’Indonesia.

Al contrario, se nazioni e popoli materialmente molto svantaggiati si rivolgono alla religione (o anche alla “religione” relativamente secolare del XX secolo, il comunismo), lo fanno per trovare la forza di resistere e continuare ad esistere.

Le teorie di Huntington sono, infatti, una sorta di “copertura filosofica” per il “partito della guerra”, se non il nascosto “partito del fascismo”, che esiste da un secolo al di fuori dei centri di potere collettivi dell’Occidente, ispirandone i sostenitori dell'“imperialismo democratico”.

Questo partito, prima del crollo formale dell’URSS, iniziò il processo di distruzione della Jugoslavia e la prima Guerra del Golfo. Ancor prima dell’emergere delle teorie di Huntington, stava sviluppando programmi di dominio imperialista senza precedenti, come quelli visti nelle opere dell’eminente neoconservatore Paul Wolfowitz e dell’ammiraglio David Jeremiah.

A questi seguirono progetti neoconservatori come Clean Break: una nuova strategia di sicurezza che prescriveva future guerre in Medio Oriente, e il lavoro del think tank For an American Twentieth Century. Sono iniziati la costante espansione della NATO verso est e il graduale ma sistematico smantellamento dell’intera struttura di controllo degli armamenti nucleari.

Gli Stati Uniti hanno attaccato la Siria nel 2017 e nel 2018 nonostante la presenza di truppe russe nel paese, infrangendo le regole non dette di evitare scontri diretti tra Stati Uniti e Russia.

Il presidente Donald Trump ha utilizzato la crisi nordcoreana per segnalare al mondo il possibile utilizzo delle armi nucleari. Nel 2007, la Francia, ultimo baluardo dell’indipendenza europea, cade sotto il controllo diretto degli Stati Uniti e della NATO (oltre all’influenza israeliana) con l’ascesa al potere di Nicolas Sarkozy, che ha avuto un ruolo di primo piano nella distruzione della Libia, non tanto per un obiettivo neocolonialista francese, ma in nome dell’attuazione della strategia neoconservatrice globale.

Naturalmente le cose non stanno andando bene per l’Occidente. Gli investimenti su larga scala in Cina, che hanno fornito al capitale occidentale manodopera a basso salario e ad alto profitto, non hanno portato al rovesciamento del regime di economia pianificata, cioè alla trasformazione della ristrutturazione della Cina in una “catastrofe” con il mercato come strumento di pianificazione economica.

La Cina ha utilizzato gli investimenti capitalisti e non questi la Cina. E sebbene la Cina abbia inizialmente pagato la sua crescita con un forte aumento delle disuguaglianze, pericoloso a lungo termine per la stabilità, nell’ultimo decennio è stata capace di innalzare drasticamente il tenore di vita dei più poveri e non ha ceduto alla “globalizzazione” finanziaria.

In generale, gli investimenti occidentali nel Terzo Mondo hanno avuto risultati contraddittori. Stiamo ora assistendo all’emergere di grandi aggregati economici e demografici nel Sud del mondo che minano oggettivamente il dominio globale dell’Occidente collettivo.

L’azione genera una reazione. La gente comincia a resistere. Lo abbiamo visto in diversi paesi del Medio Oriente, in Iraq, Afghanistan, Libano, Siria, Iran. L’attuale ascesa della resistenza palestinese nella Striscia di Gaza è terminata. Anche la Russia reagisce sempre più duramente ai piani di espansione della NATO nell’ex Unione Sovietica. Fenomeni simili possono essere osservati in America Latina e in altre regioni del mondo.

Oggi, l’emergere di un mondo multipolare attorno alla Organizzazione per la Cooperazione di Shangai e ai BRICS, rappresenta la speranza per l’umanità di porre finalmente fine al progetto totalitario e unipolare dell’Occidente. Questo è un primo passo molto importante.

Possiamo certamente aspettarci che presto seguiranno altri passi, come la de-dollarizzazione, la creazione di una banca di investimento ben funzionante che operi secondo principi opposti a quelli della Banca Mondiale e del FMI, la graduale creazione delle istituzioni di un un nuovo ordine economico globale basato sulla cooperazione e non sulla competizione e sul perseguimento della sovranità, dell’uguaglianza e della libertà.

La resistenza di una serie di Stati potenti contro l’Occidente è senza dubbio la prima condizione, assolutamente necessaria ma non sufficiente, per la trasformazione radicale del nostro mondo, che per la prima volta nella storia ha sviluppato forze produttive e tecnologie in grado di soddisfare i bisogni legittimi di tutta l’umanità. Ma per il momento vengono utilizzati in nome della barbarie e del totalitarismo, se non per preparare l’annientamento nucleare o ecologico della razza umana.

Se il polo alternativo all’Occidente che sta emergendo sarà capace di parlare dei problemi dell’umanità, di intervenire in crisi come quella a cui assistiamo oggi in Medio Oriente, di sollevare questioni ambientali e la necessità di un controllo sociale e internazionale del nuove tecnologie, per agire contro le disuguaglianze all’interno e tra gli Stati, per proporre una visione dell’economia che coniughi il mercato con la pianificazione economica, senza la quale è impossibile risolvere problemi su scala nazionale, regionale e globale, la guerra non sarà più invocata quale continuazione della politica con altri mezzi, come postulato da Clausewitz.

A poco a poco emergono fenomeni che interessano e preoccupano l’intera umanità e che possono cambiare le regole del gioco negli attuali conflitti armati.

Il nostro mondo ha urgente bisogno di combattere la disuguaglianza, sia all’interno che tra le nazioni.

Le nuove tecnologie – intelligenza artificiale, biotecnologia, informatica – richiedono un controllo nazionale, sociale e internazionale se non vogliamo far saltare in aria il pianeta e distruggere l’umanità.

Il mercato ci accompagnerà per molto tempo, ma nessuno degli importanti problemi sociali, economici, internazionali e ambientali può essere risolto senza un sistema di pianificazione economica congiunta a livello locale, nazionale, regionale e globale.

È imperativo che il livello intellettuale, psicologico e culturale dell’umanità, cioè di ogni individuo e di ogni nazione individualmente, raggiunga il livello delle enormi forze produttive, scientifiche e tecnologiche di cui disponiamo per la prima volta nella storia.

Un modo per raggiungere questo obiettivo, oltre all’istruzione e alla formazione continua, è la più ampia partecipazione e cooperazione possibile degli individui e dei popoli a tutti i livelli nelle decisioni che li riguardano. Forze alternative all'“Occidente collettivo” stanno formulando una nuova visione economica e culturale dell’umanità che risponde ai bisogni più profondi delle persone, ai bisogni della vita stessa e alla protezione dell’ambiente.

L’umanità, che si sta progressivamente allontanando dal suo passato di feroce concorrenza, con la quale non ci sarebbe né civiltà né vita, è in grado di compiere un progresso strategico, spezzando la tendenza delle élite occidentali al controllo quasi totalitario della società, eliminando il pericolo della catastrofe nucleare ed ecologica, e gettare le basi di una nuova civiltà superiore alla quale tutti i popoli del mondo saranno chiamati a dare il loro speciale contributo.

La storia sfida i popoli e le nazioni dell’Est e del Sud ad affrontare gli appetiti egemonici dell’Occidente con un modello nuovo, più egualitario e cooperativo e a includere, per quanto possibile, gli stessi popoli occidentali. La rivalità dovrebbe essere diretta solo contro l’élite dominante dell’Occidente, non contro la gente comune.

Dopotutto, la stessa tradizione occidentale è profondamente contraddittoria, e storicamente i suoi risultati sono importanti quanto le sue tendenze totalitarie e distruttive. Non è necessario buttare via il bambino con l’acqua sporca. Ma nonostante ciò, la nostra speranza resta ex oriente lux!

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17/09/2023

Maduro a Pechino, le relazioni tra Cina e Venezuela ai massimi storici

La quinta visita di Stato del presidente Nicolas Maduro nella Repubblica Popolare Cinese segna una svolta storica. Durante la riunione con il suo omologo venezuelano, il presidente Xi Jinping ha annunciato che la Cina e il Venezuela stanno elevando le loro relazioni a un partenariato strategico “per tutte le stagioni e a prova di tutto” – uno status riservato a “pochi eletti”.

“Continueremo a sostenere fermamente gli sforzi del Venezuela per difendere la sovranità nazionale, la dignità nazionale e la stabilità sociale. Sosteniamo risolutamente il Venezuela contro le interferenze esterne”, ha aggiunto il presidente cinese.

Xi ha parlato della riforma e dell’apertura della Cina, in particolare dello sviluppo delle zone economiche speciali, affermando che questi strumenti hanno permesso alla Cina di progredire passo dopo passo fino a diventare ciò che è oggi.

“L’istituzione del partenariato strategico Cina-Venezuela per tutte le stagioni risponde alle aspettative comuni dei due popoli e corrisponde alla tendenza generale dello sviluppo storico”, ha aggiunto, esortando le due parti a “portare avanti una cooperazione strategica più fruttuosa, a portare maggiori benefici ai due popoli e a iniettare più energia positiva nella pace e nello sviluppo mondiale”.

La storia delle relazioni diplomatiche tra Cina e Venezuela è iniziata nel 1974, quando sono state stabilite relazioni formali e l’esistenza di un’unica Cina è stata riconosciuta da Caracas di fronte ai tentativi separatisti sostenuti dall’Occidente da parte di alcuni settori politici ed economici di Hong Kong e Taiwan. Per Nicolas Maduro, la transizione dalle relazioni formali stabilite nel 1974 al livello attuale è iniziata con la visita del presidente Hugo Chávez in Cina nell’ottobre 1999, portando con sé la visione di Simon Bolivar di un “equilibrio del mondo”, e da allora è stata costantemente rafforzata, in particolare con la visita del presidente Xi Jinping a Caracas nel luglio 2014. Questa cooperazione è stata messa in pausa nel 2018, quando le sanzioni occidentali e il blocco hanno minato la fluidità della cooperazione tra i due Paesi. Durante questa “dolorosa e difficile fase di economia di guerra” – più di 900 misure coercitive unilaterali, un intero sistema stagno di blocchi finanziari, bancari e petroliferi attraverso i quali Stati Uniti e Unione Europea hanno fatto perdere allo Stato venezuelano il 99% delle sue entrate – “il Venezuela ha potuto contare sull’aiuto della Cina. Quando, ad esempio, l’UE e gli USA hanno bloccato l’accesso del Venezuela a farmaci e vaccini durante la pandemia, la Cina ha inviato il suo vaccino VeroCell, che ha contribuito a proteggere il popolo venezuelano”. E quando l’Occidente ha impedito al Venezuela di esportare il suo petrolio, è stata ancora la Cina ad aprire il suo mercato al greggio venezuelano.

Oggi i due Paesi hanno firmato 31 accordi di cooperazione scientifica, tecnologica, industriale, ambientale, educativa, di salute pubblica e commerciale nell’ambito dell’iniziativa della Via della Seta. Per il presidente bolivariano, “si apre una nuova fase, a un livello più alto e storico, coerente con le sfide del XXI secolo. Questa relazione è destinata ad accelerare. La sua base concreta è nei documenti. Nessun protocollo, nessuna burocrazia: tutti devono ottenere risultati a breve, medio e lungo termine. (...) Questi documenti”, ha spiegato Nicolas Maduro, “incarnano l’impegno a lavorare bilateralmente nei settori dell’energia – “la spina dorsale” degli accordi, ha sottolineato – della finanza e della moneta, rafforzando la capacità dello yuan, dell’economia, del commercio e dell’industria, così come nel campo dell’educazione commerciale per la fase di esportazione della nostra produzione”: la Cina aumenterà le sue importazioni dal Venezuela, in particolare di prodotti ittici provenienti dal Mar dei Caraibi.

Un altro punto sottolineato da Maduro: “Faremo progressi nel settore minerario; il potenziale industriale del Venezuela in questo ambito è significativo se si considerano le grandi riserve certificate non solo di petrolio e gas naturale, ma anche di cobalto, oro, diamanti, nichel, bauxite e ferro, tra gli altri materiali fondamentali per le catene di produzione globali, e di particolare interesse per le industrie cinesi e lo sviluppo scientifico. (…) Nella parte orientale del Venezuela, che ha un potenziale agricolo, sarà istituita una zona economica speciale di 9 milioni di ettari”, dove sarà sviluppata anche la vocazione all’esportazione di prodotti agroalimentari in Cina.

Secondo l’attuale legislazione venezuelana, l’obiettivo principale delle zone economiche speciali è quello di sviluppare meccanismi per investimenti pubblici e privati, nazionali e stranieri, di interesse strategico per lo Stato venezuelano. L’obiettivo è stimolare gli sviluppi precedenti e promuovere nuove attività in settori quali l’industria, la scienza e la tecnologia, il turismo e il commercio di beni e servizi. Sono stati firmati diversi documenti per continuare e approfondire la cooperazione aerospaziale – negli ultimi anni la Cina ha contribuito in modo determinante a dotare il Venezuela di satelliti di osservazione – compresa “l’integrazione nel progetto della stazione lunare”, nonché nel campo del turismo aereo. “Conviasa, la compagnia aerea pubblica del Venezuela, è pronta a operare un volo diretto Cina-Venezuela”.

E non dimentichiamo gli scambi di formazione politica e di lavoro sociale tra il Partito socialista unito del Venezuela (PSUV, il partito chavista) e il Partito comunista cinese (PCC). Sarebbe un errore pensare che questi accordi siano di natura strettamente economica. Durante il suo viaggio, il presidente Maduro ha incontrato diversi leader regionali del Partito Comunista e il direttore generale del Centro internazionale per la riduzione della povertà cinese, Liu Junwen, per firmare altri accordi di cooperazione. Fondato nel 2005, il Centro internazionale per la riduzione della povertà non è solo un canale strategico per lo sviluppo della cooperazione Sud-Sud, ma anche una piattaforma per la ricerca, la formazione, lo scambio e la cooperazione per contribuire alla causa dell’eliminazione della povertà nel mondo.

La Repubblica Popolare Cinese è riuscita a far uscire dalla povertà 800 milioni di persone, di cui 100 milioni sotto l’amministrazione del presidente Xi Jinping. Nelle aree rurali, il tasso di povertà è sceso dal 10,2% nel 2012 allo 0,6% nel 2019, mentre la popolazione a basso reddito è diminuita da 98,99 milioni nel 2012 a 5,51 milioni nel 2019.

Il Venezuela destina il 77,1% del bilancio nazionale agli investimenti sociali. È l’unico Paese al mondo a dedicare un’attenzione prioritaria alla popolazione, intensificando la produzione, l’acquisto e la distribuzione di cibo a prezzo simbolico (il sistema CLAP), oltre a programmi di edilizia abitativa (quasi 5 milioni di case a basso costo da quando Hugo Chávez ha lanciato questo programma), istruzione, sanità e sicurezza sociale.

Le due nazioni rafforzeranno inoltre la loro collaborazione all’interno di meccanismi multilaterali come i BRICS, le Nazioni Unite e il G77+Cina, e rafforzeranno la solidarietà e la cooperazione con altri Paesi emergenti. Difenderanno gli interessi comuni di questi ultimi e incoraggeranno la cooperazione tra la Cina e l’intera America Latina e i Caraibi.

All’inizio del suo soggiorno in Cina, Nicolas Maduro ha incontrato una vecchia amica: l’ex presidente brasiliana Dilma Rousseff, attuale presidente della Banca di sviluppo dei BRICS (con sede a Shanghai), per lavorare insieme a un’architettura finanziaria libera dalle sanzioni occidentali e dal ricatto politico del dollaro. Ha espresso l’intenzione del Venezuela di entrare a far parte dei BRICS come membro a pieno titolo e, nel frattempo, “di richiedere la nostra incorporazione nella loro Nuova Banca di Sviluppo”.

“Sotto la guida del presidente Xi Jinping, la Cina è diventata un grande Paese impegnato per la pace, lo sviluppo e il benessere di tutta l’umanità, nonché un’importante forza trainante nella promozione di un mondo multipolare. Tra la Cina e il Venezuela esiste un tipo di relazione che può essere considerata un modello per le relazioni tra i Paesi del Sud. Un modello di quello che dovrebbe essere il rapporto tra una superpotenza come la Cina, la grande superpotenza del XXI secolo, e un Paese emergente, eroico, rivoluzionario e socialista come il Venezuela” ha concluso Nicolas Maduro.

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13/08/2023

I dubbi di Washington sul rinnovo della cooperazione scientifica con la Cina

Il 27 agosto scade lo Science and Technology Agreement (STA) tra USA e Cina, il primo accordo bilaterale firmato tra i due paesi all’indomani della normalizzazione dei rapporti nel 1979. Un’intesa che ha 44 anni di età e che viene rinnovata ogni cinque anni, ma questa volta nulla è scontato.

A fine giugno il presidente del Comitato Ristretto della Camera sul PCC, formato a inizio anno da rappresentanti repubblicani, ma che tra i membri annovera anche vari democratici, ha inviato una lettera al Segretario di Stato Blinken. Lui e altri nove repubblicani chiedono di non rinnovare il trattato.

La preoccupazione è che Pechino lo usi per sviluppare tecnologie dual-use. Per capirci, quelle tecnologie civili che possono essere utili sul piano bellico, anche se non direttamente ascrivibili ad esso (e aver fornito componenti di questo tipo alla Russia è l’accusa più volte mossa al Dragone).

Di recente, il think tank American Enterprise Institute ha prodotto un grafico che rappresenta visivamente quanto sarebbe la reale spesa militare cinese se vi considerassimo quella civile ad essa collegabile. Si tratta di 700 miliardi di dollari, comunque meno di quella ufficiale a stelle e strisce, per cui, come è ovvio, gli investimenti dual-use non sono considerati.

I dati sono “elaborati”, se così si può dire, su stime dell’intelligence rivelate dal senatore Daniel Sullivan. Un altro repubblicano che si aggiunge a quelli della lettera a Blinken, per i quali chiaramente le presidenziali del 2024 sono motivo di un tale attivismo anti-cinese.

Ma sullo sfondo c’è la guerra sulle tecnologie avanzate condotta a forza di sanzioni dalle potenze occidentali, a cui l’amministrazione democratica di Biden è tutt’altro che estranea. E anche in questa occasione il quadro di collaborazione contestato ha un impatto mondiale.

Questo tipo di trattati sono tipici tra tanti paesi e non sono in alcun modo vincolanti. Sono una sorta di cornice entro la quale vengono poi stipulate intese specifiche, che possono essere evitate se indesiderate, e in generale facilita il contatto e lo scambio tra istituzioni scientifiche e accademiche.

Su questi binari è stata costruita la condivisione di informazioni sanitarie e sono state formulate azioni comuni sul cambiamento climatico. Per fare un esempio, è a partire da un’intesa del genere che la Cina è diventata un centro di coordinamento mondiale della sorveglianza sull’influenza.

Oggi l’asimmetria tecnologica si va addirittura ribaltando. John Holdren, ex direttore dell’Office of Science and Technology Policy della Casa Bianca, ha affermato che, proprio in virtù dei progressi della scienza del Dragone, gli USA hanno interesse a mantenere contatti per imparare e migliorare.

Eppure, tra il 2018 e il 2021, il numero di studiosi con affiliazioni sia in Cina sia negli Stati Uniti è diminuito di oltre il 20%. È l’effetto della «caccia alla streghe» della China Initiative di Trump, un fallimento nel contrasto allo spionaggio industriale che evidenzia, però, il livello delle tensioni.

Lo STA non è intoccabile, è stato modificato più volte, in particolare per ciò che riguarda le garanzie sulla proprietà intellettuale. Nelle interlocuzioni preliminari i cinesi si sono già detti pronti a venire incontro alle richieste statunitensi, ma anche se a fine mese venisse rinnovato, è innegabile che il clima entro cui una tale cooperazione si è mossa fino a oggi è cambiato.

È la competizione globale e la perdita di egemonia dell’imperialismo euro-atlantico ad aver cambiato l’orizzonte di questo tipo di accordi. E la guerra del capitale, che sia economica o militare, sacrificherà senza ripensamenti anche lo sviluppo scientifico di cui potremmo giovare tutti.

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25/05/2023

Il G7 deve accettare di non poter governare il mondo

Il passaggio da un determinato ordine mondiale ad un altro è sempre complicato. Specie per chi sta perdendo l’antica egemonia si tratta di una eventualità – e di un evento – scioccante. Non è mai avvenuto senza traumi, nella Storia, ma stavolta la diffusione delle armi nucleari è tale da sconsigliare drasticamente di fare scommesse azzardate solo per cercare di mantenere il vecchio ordine e le antiche gerarchie.

Questo tipo di atteggiamento ancora non si è fatto abbastanza spazio nelle teste dei “potenti” dell’Occidente neoliberista, che invece insistono nel portare avanti una politica aggressiva verso il resto del mondo. Che non li ha mai sopportati, neanche quando erano così deboli da non potersi permettere obiezioni serie.

Ma oggi, che i pesi specifici nell’economia mondiale sono fortemente cambiati a favore del “resto del mondo”, quel malumore si trasforma in atti e fatti politici, cambiamenti di alleanze, indipendenza politica e strategica. Anche perché, nel resto del mondo, ci sono ormai giganti di potenza equivalente. Anche sul piano nucleare, che è poi quello che conta davvero quando si fa la faccia feroce a livello internazionale.

Giganti che oltretutto intessono rapporti con i paesi più deboli basati su altri presupposti, tipo la “non ingerenza negli affari interni” altrui, ben diversa da quella disposizione a promuovere golpe, “rivoluzioni colorate” eterodirette, guerre locali, bombardamenti mirati, ecc., che costituiscono per tutti le vere caratteristiche del “regno della libertà” propagandato dall’imperialismo euro-atlantico.

Di fronte a questo cambiamento ormai evidente, però, cominciano a farsi spazio le analisi, le considerazioni, i suggerimenti più razionali di chi – pur condividendo pienamente la visione del mondo euro-atlantica – vede chiaramente il bivio che si è aperto davanti alle “potenze un tempo egemoni”.

Un vecchio saggio come Martin Wolf lo sintetizza così: “Né la cooperazione globale né il dominio occidentale sembrano realizzabili. Cosa potrebbe seguire? Ahimè, la “divisione” potrebbe essere una risposta e l'”anarchia” un’altra”. In ogni caso guerra, o solo economica oppure “totale”.

Seguono quindi gli inevitabili suggerimenti ad usare la testa, anziché l’ideologia (“i valori dell’Occidente”, “democrazie contro autocrazie”, e altre trovate da propaganda di guerra), per mettersi infine serenamente a un tavolo in cui contrattare un “nuovo ordine” tenendo conto degli interessi di tutti e non solo, come nel recente passato, dei propri.

È notevole che una riflessione del genere – accompagnata da robuste iniezioni di realismo economico – figuri come editoriale del Financial Times, certo non sospettabile d‘essere “putiniano” o “filo-cinese”.

Come recita quel proverbio inglese, “i fatti hanno la testa dura”. E la testa conviene usarla, anziché rischiare di perderla.

Buona lettura.

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“Addio G7, ciao G20”. Così titolava un articolo dell’Economist sul primo vertice del Gruppo dei 20 a Washington nel 2008, sostenendo che questo rappresentava “un cambiamento decisivo nel vecchio ordine”. Oggi, le speranze di un ordine economico globale cooperativo, che hanno raggiunto l’apice al vertice del G20 di Londra dell’aprile 2009, sono svanite. Tuttavia, non si tratta di un caso di “addio G20, ciao G7“.

Il mondo precedente del dominio del G7 è ancora più lontano di quello della cooperazione del G20. Né la cooperazione globale né il dominio occidentale sembrano realizzabili. Cosa potrebbe seguire? Ahimè, la “divisione” potrebbe essere una risposta e l'”anarchia” un’altra.

Non è quello che suggerisce il comunicato della riunione dei capi di governo del G7 a Hiroshima. È incredibilmente completo. Riguarda: Ucraina; disarmo e non proliferazione; regione indo-pacifica; economia globale; cambiamenti climatici; ambiente; energia, compresa l’energia pulita; resilienza e sicurezza economica; commercio; sicurezza alimentare; salute; lavoro; istruzione; digitale; scienza e tecnologia; genere; diritti umani, rifugiati, migrazione e democrazia; terrorismo, estremismo violento e criminalità organizzata transnazionale; relazioni con Cina, Afghanistan e Iran (tra gli altri Paesi).

Il G7 si sta rivolgendo anche ad altri: alla riunione in Giappone erano presenti India, Brasile, Indonesia, Vietnam, Australia e Corea del Sud. Ma sembra che 19 Paesi abbiano chiesto di entrare a far parte dei Brics, che già comprendono Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.

Quando Jim O’Neill inventò l’idea dei Brics nel 2001, pensava che si sarebbe trattato di una categoria economicamente rilevante. Io pensavo che i Brics avrebbero riguardato solo Cina e India. Dal punto di vista economico, era giusto. Ma ora i Brics sembrano essere sulla strada per diventare un gruppo mondiale rilevante.

Chiaramente, ciò che unisce i suoi membri è il desiderio di non dipendere dai capricci degli Stati Uniti e dei loro stretti alleati, che hanno dominato il mondo negli ultimi due secoli. Per quanto tempo, del resto, il G7, con il 10% della popolazione mondiale, potrà (o, se vogliamo, dovrà) continuare a farlo?

A volte bisogna semplicemente adattarsi alla realtà. Lasciando da parte per il momento gli obiettivi politici dei membri del G7, che giustamente includono la necessità di preservare la democrazia in patria e di difendere le proprie frontiere – oggi, soprattutto, in Ucraina.

Questa è infatti la battaglia dell’Occidente. Ma difficilmente sarà mai quella del mondo, la maggior parte del quale ha altri problemi e preoccupazioni più urgenti. È stato positivo che il Presidente Volodymyr Zelenskyy abbia partecipato al vertice. Ma sarà solo l’Occidente a determinare la sopravvivenza dell’Ucraina.

Se passiamo all’economia, è anche un bene che il concetto di decoupling, un’assurdità dannosa, si sia trasformato in quello di “de-risking”. Se quest’ultimo può essere trasformato in una politica mirata e razionale, sarebbe ancora meglio. Ma sarà molto più difficile farlo di quanto molti sembrano immaginare.

È sensato diversificare le forniture di energia e di materie prime e componenti vitali. Ma, per fare un esempio significativo, sarà davvero difficile diversificare la fornitura di chip avanzati da Taiwan.

Un problema ancora più grande è la gestione dell’economia globale. Il FMI e la Banca Mondiale devono essere i baluardi del potere del G7 in un mondo sempre più diviso? Se sì, come e quando otterranno le nuove risorse necessarie per affrontare le sfide di oggi? E come si coordineranno con le organizzazioni che la Cina e i suoi alleati stanno creando? Non sarebbe meglio ammettere la realtà e adeguare le quote e le azioni, per riconoscere gli enormi spostamenti di potere economico nel mondo?

La Cina non scomparirà. Perché non dovremmo permetterle di avere più voce in capitolo in cambio di una piena partecipazione ai negoziati sul debito? Allo stesso modo, perché non dovremmo ridare vita all’Organizzazione Mondiale del Commercio, in cambio del riconoscimento da parte della Cina che non può più aspettarsi di essere trattata come un Paese in via di sviluppo?

Al di là di tutto questo, dobbiamo riconoscere che qualsiasi discorso sul “de-risking” che non si concentri sulle due maggiori minacce che dobbiamo affrontare – quelle della guerra e del clima – è come se si cercasse di inghiottire moscerini, ingoiando cammelli.

Sì, il G7 deve difendere i suoi valori e i suoi interessi. Ma non può gestire il mondo, anche se il destino del mondo sarà anche quello dei suoi membri. È necessario trovare un percorso di cooperazione, ancora una volta.

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18/03/2023

Lunedì 20 marzo inizia il vertice “strategico” tra Russia e Cina

Il presidente russo Vladimir Putin e il presidente cinese Xi Jinping terranno un incontro bilaterale durante un pranzo informale lunedi 20 marzo, e poi procederanno ai negoziati che cominceranno il 21 marzo. Secondo quanto riferito dall’ufficio stampa del presidente russo, Putin e Xi discuteranno questioni attuali di ulteriore sviluppo del partenariato globale e cooperazione strategica russo-cinese.

La Cina continuerà a costruire una cooperazione strategica “schiena contro schiena” con la Russia, ha affermato l’ambasciatore cinese a Mosca Zhang Hanhui in un’intervista a RIA Novosti. “La Cina continuerà insieme ad essa a promuovere i principi di un mondo multipolare e la democratizzazione delle relazioni internazionali, per fornire garanzie affidabili per l’equilibrio strategico globale e la stabilità“, ha affermato il diplomatico.

Putin e Xi Jinping si sono incontrati l’ultima volta di persona a margine del vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO) a Samarcanda nel settembre del 2022. Alla fine di dicembre, Putin aveva avuto un colloquio in videoconferenza con Xi Jinping, invitandolo a fare una visita di stato a Mosca nella primavera del 2023.

Mentre in Europa prosegue la guerra in Ucraina e le tensioni si estendono ormai a Moldavia e Georgia, Xi Jinping arriva a Mosca avendo messo sul piatto due iniziative politiche globali. La prima legata alla pace, alla sicurezza e alla politica internazionale, la seconda sostanzialmente al ruolo della politica. Quest’ultima, definita come a Global Civilization Initiative è stata presentata mercoledì scorso durante il suo discorso di apertura ad un incontro tra il Partito Comunista Cinese e decine di partiti politici a livello internazionale.

L’evento, dal tema “Percorso verso la modernizzazione: la responsabilità dei partiti politici“, ha riunito più di 500 leader di partiti politici e organizzazioni politiche di oltre 150 paesi

Con la Global Development Initiative e la Global Security Initiative, la Cina sta cercando di coinvolgere altre nazioni affinché considerino insieme come sfuggire alla trappola dello “scontro di civiltà” e trovare un percorso che può aiutare il mondo a navigare attraverso l’attuale turbolenza.

“Siamo pronti a collaborare con la comunità internazionale per aprire una nuova prospettiva di scambi e comprensione migliorati tra popoli diversi, migliori interazioni e integrazione di culture diversificate. Insieme possiamo rendere colorato e vibrante il giardino delle civiltà mondiali“.

Xi Jinping è sembrato quasi rispondere alla contrapposizione tra “Giardino e Jungla” evocata da Josep Borrell e alla nuova guerra di civiltà che frulla nella testa di molte leaderhip occidentali.

Secondo l’agenzia di stampa cinese Xinhua, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, che è anche presidente dell’African National Congress, e altri 11 leader di partiti e organizzazioni politiche hanno preso parte alla discussione mercoledì. “Siamo pienamente d’accordo con le quattro proposte avanzate dal presidente cinese Xi nella Global Civilization Initiative“, ha affermato Ramaphosa, sottolineando che l’iniziativa è vitale per il mondo di oggi.

Un dato interessante da rilevare è il ruolo che Cina e Russia stanno svolgendo nel disinnescare conflitti e rivalità storiche. La prima ha favorito a Pechino l’incontro tra Iran e Arabia Saudita. La seconda sta facilitando la ripresa di relazioni tra Turchia e Siria. Obiettivamente non si riscontrano analoghi successi da parte delle diplomazie dei paesi del blocco euroatlantico, al contrario.

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25/01/2023

Iniziato il vertice dell’America Latina, praticamente senza gli USA

Il vertice della Comunità degli Stati dell’America Latina e Caraibi (Celac) inizia oggi a Buenos Aires all’hotel Sheraton. Presenti quattordici presidenti latino e centroamericani, tra cui Lula da Silva, Miguel Díaz-Canel, Nicolás Maduro, Gustavo Petro, Gabriel Boric, Xiomara Castro. L’organizzazione regionale cerca di promuovere accordi strategici tra i paesi dell’America Latina, ma è molto probabile che quanto sta accadendo in Perù, dove è stato deposto il presidente eletto ed è instaurata una dittatura, genererà forti divergenze sull’accettazione o meno dell’attuale governo di fatto nell’alleanza.

La presenza di leader come Díaz Canel e Nicolas Maduro – e la possibile assistenza del presidente nicaraguense, Daniel Ortega – hanno innescato le proteste della destra argentina che per tutta la scorsa settimana ha cercato di boicottare l’incontro.

L’opposizione di destra al governo Fernandez ha presentato un progetto per dichiarare Maduro “persona non grata”. Anche il Forum argentino di destra per la democrazia nella regione (FADER) ha presentato una denuncia contro i presidenti del Venezuela, Nicolás Maduro; di Cuba, Miguel Díaz Canel; e dal Nicaragua, Daniel Ortega, che hanno descritto come “dittatori”.

Oltre a Ortega, non parteciperanno al vertice nemmeno il presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador noto per i suoi pochi viaggi all’estero. Al suo posto ci sarà il ministro degli Esteri, Marcelo Ebrard. Ma non ci sarà la presidentessa golpista del Perù, Dina Boluarte.

Invitato anche se non potrà partecipare, il presidente cinese, Xi Jinping che interverrà con un messaggio video.

A conferma che questa ambizione di integrazione latinoamericana sia del tutto indigesta per Washington, il governo degli Stati Uniti invierà al vertice solo l’ex senatore Chris Dodd. Gli USA hanno sempre utilizzato come una clava l’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) come strumento di ingerenza contro paesi come Cuba, Venezuela, Bolivia. L’aumento di protagonismo regionale della Celac ha indebolito uno degli strumenti in mano agli Stati Uniti.

Ieri e oggi, parallelamente al vertice ufficiale, si svolgerà anche un vertice delle organizzazioni sociali, sindacali e politiche che non solo sostengono lo svolgimento della riunione del CELAC, ma discuteranno anche numerose questioni importanti per i popoli della regione. Questo Vertice Sociale ha già preparato un documento dal chiaro contenuto anticolonialista e antimperialista, che sarà presentato ai leader e ai delegati del Vertice che delibereranno martedì.

Inoltre, sempre per oggi è stata indetta nelle ore mattutine una grande mobilitazione, che raggiungerà le porte dell’hotel Sheraton, al Retiro, a sostegno del Celac ma anche per sostenere proprio quei leader latinoamericani che la destra locale e regionale cerca di demonizzare costantemente, come nel caso dei rappresentanti di Cuba, Venezuela, Nicaragua, Bolivia, Messico e Honduras.

Infine, oggi pomeriggio (alle 17:30) ci sarà un’altra mobilitazione, ma questa volta convocata dal Fronte di Sinistra-Unità, che marcerà allo Sheraton, con lo slogan “Tutto il sostegno alla lotta del popolo peruviano” e chiederà ai membri della Celac “nessun riconoscimento del governo Boluarte”.

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21/06/2020

La Cina e la governance globale

di Marco Pondrelli

He Yafe è stato consigliere della Missione Permanente della Repubblica Popolare Cinese presso l'ONU, vicedirettore del Dipartimento di Controllo della Armi presso il Ministero degli Affari Esteri Cinese, Consigliere e inviato presso l'Ambasciata cinese negli Usa, è sicuramente un ottimo conoscitore della politica estera e può, meglio di tanti altri improvvisati opinionisti, guidarci nei cambiamenti mondiali che stiamo vivendo.

Il fallimento del mondo unipolare

Il suo ultimo libro La Cina e la governance globale è un valido contributo per capire il passaggio fra il mondo unipolare occidentale ed un nuovo mondo guidato da una governance unificata est-ovest. Un mondo compartecipe di un 'destino condiviso'.

Il sistema internazionale post 1989 si è rivelato fallimentare, l'idea che la caduta dell'URSS rappresentasse la fine della storia è sintomatica dell'impostazione che gli Stati Uniti hanno voluto dare alle sorti del globo. Per l'Autore il modello vincente era quello statunitense e neoliberista, la globalizzazione guidata dall'Occidente è stata una globalizzazione dei grandi giocatori economici occidentali [pag. 96]. Questo ordine ha mostrato gigantesche storture che nel libro sono messe impietosamente in luce. Venuto meno il principio di non interferenza negli affari interni dei singoli paesi, la Responsabilità a Proteggere (R2P) è stata usata dagli Usa e dall'Occidente in modo del tutto discrezionale, combattendo guerre mai autorizzate dalle Nazioni Unite. I risultati in termini di morti, torture, miseria e fame sono sotto gli occhi di tutti. Inoltre questo sistema si è reso responsabile di un aumento della diseguaglianza sia fra gli stati sia all'interno degli stati stessi.

Gli stessi Stati Uniti sono toccati dalla crescente diseguaglianza, l'Autore spiega così la vittoria di Trump. La Clinton era percepita come espressione della grande finanza, per questo larghe fasce di mondo operaio hanno creduto in Trump. Personalmente condivido l'analisi ma dissento dalla definizione di populismo rispetto a Trump. Il populismo negli Usa va riferito all'esperienza del People's Party o Populist Party di fine Ottocento che era la reazione allo sviluppo industriale della seconda metà del secolo. Gli Usa erano passati da uno sviluppo cosiddetto per 'gemmazione', nel quale nascevano piccoli villaggi ognuno con le proprie figure rappresentative (sindaco, sceriffo, giudice, medico, ecc.) ad uno sviluppo verticale con la nascita di vere e proprie metropoli. Il populismo fu la reazione dalla vecchia classe dirigente locale, oggi non vi è nulla di tutto ciò ma piuttosto uno scontro fra una parte del capitalismo produttivo e la grande finanza internazionale. Definirei il trumpismo come una protesta che da posizioni di destra è riuscita ad intercettare voti operai, come sempre questi fenomeni dovrebbero interrogare la sinistra che però è troppo impegnata a criticare gli elettori per riflettere sui propri errori.

Le diseguaglianze riguardano anche il rapporto fra gli stati ed ovviamente i più colpiti non sono quelli occidentali. Strumenti come il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale non solo si sono dimostrati incapaci di risolvere i problemi ma li hanno aggravati (pensiamo ai piani di riaggiustamento strutturale del FMI). L'Asia ha bisogno di 800 miliardi di dollari all'anno per la costruzione di infrastrutture ma l'Asian Development Bank e la BM ne assegnano solamente 20 [pag.104].

La Banca Mondiale non è, a differenza di quello che diceva qualche decennio fa una certa sinistra, un potere sovranazionale che non risponde a nessuno. La BM funziona per quote che vengono acquistate dai singoli stati e, per quanto i paesi in via di sviluppo abbiano accresciuto il loro peso, gli Usa possiedono il 15,85%, tenendo presente che le principali proposte devono avere almeno l'85% dei voti a favore, questo fornisce a Washington il diritto di veto.

È un sistema ingiusto e anacronistico che la Cina si sta impegnando a modificare.

Un destino condiviso

Le caratteristiche del sistema internazionale oggi sono 4:

1) una forte disuguaglianza;

2) un'impetuosa crescita dei paesi in via di sviluppo (la cui quota di PIL mondiale è passata dal 23,6% del 2000 al 38,8% del 2016 [pag. 49]);

3) i valori neoliberisti occidentali non sono più accettati dal resto del mondo;

4) il sistema attuale ha dato, come detto, prova di inefficienza.

La crisi dell'Occidente e l'avanzata della Cina ha avuto una forte accelerazione nel 2008: la crisi, scoppiata negli Stati Uniti, ha precipitato il mondo nella recessione. La Cina è stato il primo paese a riprendersi iniettando nell'economia 4 trilioni di dollari [pag. 138]. Anche la Fed ha stampato trilioni di dollari ma questi soldi si sono fermati a Wall Street ed hanno ingrassato il capitale finanziario, Main Street non è stata raggiunta. La Cina oltre ad essersi prontamente ripresa dalla crisi è divenuta un fattore di stabilizzazione internazionale, il suo prestigio è cresciuto enormemente ed anche nella gestione della politica internazionale il suo ruolo non può più essere ignorato.

Il libro è stato scritto prima della crisi pandemica, la quale ha colpito duramente tutto il globo. Pechino si sta riprendendo e sta fattivamente aiutando il resto della comunità internazionale (Italia compresa). Personalmente ritengo che questa crisi non rappresenterà un cambiamento ma una forte accelerazione di tendenze già in atto. La forza della Cina è destinata a crescere. Come ha scritto Graham Allison in Destinati alla guerra (libro molto citato ma poco capito) il ritorno a un ruolo di preminenza da parte di una civiltà con 5.000 anni di storia e con 1,4 miliardi di persone non è un problema da risolvere. È una condizione: una condizione cronica che dovrà essere gestita nell'arco di una generazione.

La domanda a cui nella seconda parte del libro l'Autore tenta di rispondere è: come sarà questo nuovo ordine mondiale e quale il ruolo della Cina? Il dibattito in Italia, ma in generale in tutto l'Occidente, è molto autoreferenziale è può essere così riassunto: il nostro è il migliore dei sistemi possibili, magari non perfetto ma preferibile a qualsiasi altro. La Cina ci risponde con la sua civiltà millenaria ed invita alla coesistenza prefigurando, con le parole del Presidente Xi Jinping, una comunità umana con un destino condiviso basato sul principio di sviluppo comune'[pag. 102]. Il socialismo con caratteristiche cinesi non è il modello che il mondo deve seguire ma indica la strada, non solo ai cinesi, per un mondo multipolare in cui alla competizioni sia sostituita la cooperazione (a partire dalla ricerca di un vaccino contro il Covid-19).

Per fare questo occorre democratizzare le relazioni internazionali, tema che molto spesso sollevava Domenico Losurdo. Tanti sono gli esempi che si potrebbero citare per denunciare i drammi prodotti nel mondo unipolare, pensiamo, ad esempio, alla guerra in Iraq costruita su false prove e della quale non conosciamo con precisione il numero delle vittime (probabilmente oltre 1 milione). Perché Bush e Blair (in Italia idolo per alcuni che si definiscono di sinistra) non sono stati ancora processati per crimini contro l'umanità?

Se questo è l'obiettivo quali sono gli strumenti e le azioni che Pechino sta mettendo in campo per raggiungerlo? Il primo importante tassello è la nuova via della seta. Un progetto che toccherà 4,4 miliardi di persone (il 63% della popolazione mondiale) [pag. 92] e che porterà investimenti cinesi rilevantissimi, basti pensare che nei prossimi cinque anni, gli investimenti diretti esteri totali della Cina supereranno i 500 miliardi di dollari [pag. 91]. A differenza del piano Marshall, a cui spesso erroneamente la via della seta viene paragonata, si parla di cifre nettamente maggiori ma sopratutto occorre ricordare che il piano Marshall aveva una finalità politica, voleva ancorare i paesi europei a Washington. Pechino ha invece chiarito che continuerà a non entrare nelle scelte di politica interna dei singoli paesi.

La via della seta integra una politica estera cinese che già prima di Xi Jinping stava costruendo il proprio spazio. La Cina sta lavorando per cambiare le organizzazioni oggi esistenti, come il FMI o la BM, perché esse si trasformino prendendo atto delle modifiche negli equilibri mondiali. A questo tentativo però si sovrappone la creazione di nuovi strumenti come l'Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) (di cui fa parte anche l'Italia), il cui scopo è fornire e sviluppare progetti di infrastrutture nella regione Asia-Pacifico, assieme a questa c'è la New Development Bank (NDB) che fa riferimento ai BRICS. I Brics così come lo SCO sono altri strumenti che la Cina usa per democratizzare le relazioni internazionali. Al centro di tutto questo deve rimanere l'ONU, un'organizzazione in cui, non solo a parole, tutte le nazioni devono contare allo stesso modo.

Conclusioni

La Cina è il prodotto di una civiltà millenaria; il socialismo con caratteristiche cinesi oggi sta guidando Pechino verso la prosperità interna e verso la costruzione di un mondo migliore, la sua forze economica e politica è un dato di fatto. Gli Stati Uniti hanno ancora due punti di forza: quello militare e il dollaro come moneta di scambio mondiale. Così come la macchina bellica a stelle e strisce rimane forte ma ha dimostrato di non essere imbattibile, anche il dollaro da segni di affaticamento. Lo yuan sta rapidamente diventando una delle principali valute negli scambi internazionali, anche se la sua diffusione è infinitamente minore di quella del dollaro. Vale anche per la Cina quello che disse Ahmad Shah Massoud a proposito dell'Afghanistan: gli americani possiedono gli orologi gli afghani il tempo.

Oggi la valuta cinese è diventata, per prima volta, una delle prime 10 valute scambiate più frequentemente al mondo [pag. 204], questo porta l'Autore ad affermare che il declino del dollaro sarà un processo lungo, un processo però già in atto. Il ruolo degli Stati Uniti è destinato a ridimensionarsi, che questo processo avvenga attraverso una via pacifica o meno sarà il futuro a dircelo.

Fonte