Da oggi prende il via a Monaco di Baviera la 62ª Conferenza sulla Sicurezza di Monaco alla quale, come spiegano gli organizzatori tedeschi, prenderanno parte “centinaia di decisori e leader di opinione provenienti da diverse regioni del mondo che discuteranno delle sfide delle politiche di sicurezza”.
Ci saranno quasi cinquanta tra capi di Stato e di Governo da tutto il mondo, tra questi ci sono leader della maggior parte dei paesi europei, insieme a una numerosa delegazione del Governo federale tedesco, guidata dal cancelliere Friedrich Merz.
“Con alleanze di lunga data messe in discussione, l’ordine internazionale basato sulle regole che si è eroso, l’instabilità crescente e l’escalation dei conflitti in tutto il mondo, la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di quest’anno si svolge in un punto di svolta fondamentale”, recita la presentazione di quest’anno che ha scelto come slogan il decisamente pessimista “Under Destruction”. Un evidente segno dei tempi.
Per capire che aria tira nelle relazioni internazionali e come questo si ripercuota all’interno delle società, appare abbastanza inquietante l’introduzione del documento preparatorio della Conferenza di quest’anno.
Secondo gli analisti e gli esperti che hanno curato il rapporto, “Il mondo è entrato in un periodo di demolizione della politica. In molte società occidentali, i leader che preferiscono la distruzione al cambiamento incrementale sono saliti alla ribalta. Le loro agende dirompenti si basano su un diffuso disincanto verso il rendimento delle istituzioni democratiche e su una perdita diffusa di fiducia in riforme significative”.
In pratica c’è l’identikit degli “uomini al comando” in modalità Trump o Milei, grotteschi ma spesso presi come riferimento o interlocutori a cui ispirarsi anche nel nostro paese. Ci sono ormai pochi dubbi sul fatto che le democrazie e gli assetti democratici che abbiamo conosciuto siano oggi a rischio, soprattutto nei paesi dell’Occidente capitalistico.
“La politica del bulldozer di Washington promette di spezzare l’inerzia istituzionale e di costringere la risoluzione di problemi su sfide precedentemente segnate da stalli” – sottolinea l’introduzione del rapporto – “I critici, a loro volta, temono che questa politica distruttiva stia minando la capacità della comunità internazionale di affrontare le sfide più difficili dell’umanità”. Sembra esserci una sorta di rassegnazione al fatto che la governance oggi sia perseguibile solo, appunto, con la politica del bulldozer.
Ma i temi trattati alla Conferenza 2026 affronteranno soprattutto la sicurezza e la difesa europea, il futuro delle relazione transatlantiche, la rivitalizzazione del multilateralismo, le visioni contrastanti dell’ordine globale, i conflitti regionali e le implicazioni per la sicurezza dei progressi tecnologici, solo per citarne alcuni.
Secondo Wolfgang Ischinger, Presidente della Conferenza, l’incontro di questo 2026 “offrirà uno slancio unico per approfondire le discussioni strategiche e rafforzare la cooperazione necessaria ad affrontare le sfide globali più urgenti di oggi”.
Gli Stati Uniti di Trump percepiti come un fattore di rischio
Presentando i risultati del Munich Security Index per quest’anno (una sorta di sondaggio su 32 parametri di sicurezza con interviste condotte in 11 paesi strategici, quelli del G7 più quattro dei Brics escludendo la Russia e come tali indicati nel rapporto come BICS, ndr), il rapporto scrive che “Riflettendo gli sviluppi attuali della politica estera statunitense, gli intervistati di quasi tutti i paesi del G7 e BICS – eccetto Giappone e Cina – vedono ora gli Stati Uniti come un rischio più serio rispetto all’anno scorso. Questo rappresenta una continuazione di una tendenza già evidente nell’edizione dello scorso anno del Munich Security Index (MSI) dopo l’elezione di Donald Trump, quando la percezione della gravità degli Stati Uniti come rischio è aumentata”.
La Russia inquieta sempre meno
Può sembrare un paradosso – ma non lo è – al contrario degli USA, la Russia nel mondo viene percepita sempre meno come un rischio. È una percezione che fa letteralmente a sportellate con quella che invece viene diffusa a piene mani dai governi europei, incluso il nostro.
Una contraddizione che viene rilevata anche nel rapporto per la Conferenza di Monaco: “Gli intervistati in tutti i paesi vedono gli Stati Uniti come più minacciosi rispetto all’anno scorso. Eppure, in termini assoluti, la Russia continua a essere vista come una minaccia considerevolmente maggiore rispetto agli Stati Uniti in tutti i paesi esaminati – con chiare eccezioni tra Cina e India”.
Eppure nel rapporto sui rischi – cioè quello rilevato con le interviste – è scritto testualmente che “Pur essendo ancora considerato un rischio significativamente maggiore rispetto al 2021, la percezione della gravità della Russia come rischio è diminuita in tutti i paesi intervistati dall’indagine dello scorso anno – in particolare tra i paesi del G7. Tra i paesi del G7, la Russia è scesa dal secondo all’ottavo rischio più grave tra tutti i 32 rischi valutati dagli intervistati. Nel gruppo BICS dei paesi, la Russia è sempre stata classificata come uno dei rischi meno gravi in qualsiasi delle iterazioni del Monaco Security Index dal 2021”.
Nell’Occidente capitalista si minimizzano i rischi ambientali
Così come emerso anche al World Economic Forum di Davos, nei paesi occidentali del G7 è in netta diminuzione l’attenzione ai rischi ambientali e ai cambiamenti climatici. Una sensibilità totalmente inversa a quella dei paesi Brics e decisamente distante dalla “sensibilità” sulle emergenze ambientali che fino al 2021 era al primo posto anche in Occidente.
“Gli intervistati nei paesi BICS continuano a classificare i rischi ambientali come i principali rischi per il loro paese – un modello invariato dal 2021. Al contrario, tra i paesi del G7, i rischi ambientali sono gradualmente diminuiti nella loro classifica negli ultimi anni” – scrive il rapporto – “Invece, attacchi informatici, crisi economiche o finanziarie e campagne di disinformazione da parte dei nemici sono stati classificati come i rischi più gravi nei paesi del G7”.
L’autonomia strategica dell’Europa, difficile a farsi
Il capitolo sull’Europa mette i piedi nel piatto nelle contraddizioni che continuano a imbrigliarne le ambizioni all’autonomia strategica e la realtà sul campo.
“Di fronte a segnali mutevoli da Washington, le nazioni europee rimangono divise tra negazione e accettazione, cercando di mantenere gli Stati Uniti coinvolti mentre si muovono cautamente verso una maggiore autonomia” – scrive il rapporto – “Le nazioni europee hanno risposto forgiando coalizioni di leadership flessibili, aumentando la spesa per la difesa e fornendo all’Ucraina i mezzi per sostenere il suo sforzo bellico. Tuttavia, persistono dubbi sul fatto che questi sforzi siano sufficienti a compensare l’erosione della Pax Americana”.
Di fronte a quella indicate come “la minaccia più significativa e diretta ai membri della NATO e alla sicurezza europea” da parte della Russia, il rapporto della Conferenza di Monaco assume le stime di alcune agenzie di intelligence secondo le quali “la Russia potrebbe riorganizzare le proprie forze per una ‘guerra regionale’ nell’area del Mar Baltico entro due anni da un possibile cessate il fuoco in Ucraina – e per una “locale” contro un singolo vicino entro sei mesi”.
In pratica, il rapporto dà per acquisito che, in un periodo quantificabile tra sei e ventiquattro mesi, potremmo trovarci coinvolti in un conflitto regionale sul suolo europeo. Uno scenario che mette i brividi ma che mette i decisori di Bruxelles (e anche quelli di Palazzo Chigi) di fronte a scelte che avranno comunque conseguenze pesanti: “L’Europa ora si trova ad affrontare la sfida di scoraggiare proattivamente ulteriori provocazioni evitando un’escalation involontaria”.
Colpisce il fatto che vengano dipinti gli stati europei come agenti involontari di una eventuale escalation, mentre negli atti concreti e nelle dichiarazioni pubbliche sono riusciti invece a essere i volontari – anzi, “volenterosi” – artefici dell’escalation politico-militare contro la Russia. Ma l’Europa, come si sa, riesce sempre ad assolversi. Lo ha fatto durante la Seconda Guerra Mondiale e lo ha fatto con il genocidio dei palestinesi a Gaza da parte di Israele.
Si desume, da queste righe e dalle cose che sentiremo alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco in questi tre giorni, che l’illusione sull’Europa come soggetto di pace, su cui molti si sono trastullati in questi anni, è andata ormai a farsi benedire.
L’Unione Europea è una macchina da smontare per vedere se ne rimane qualche raro pezzo di ricambio ancora utilizzabile per cause migliori. Se si vuole salvare l’Europa e le sue popolazioni occorre demolire l’Unione Europea e sganciarsi dalla Nato, ovviamente.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/01/2025
L’enigma Trump e gli scimmiottatori di casa nostra: non c’è di che stare allegri
Saranno molto pochi coloro che rimpiangeranno Rimbambiden, destinato a restare tristemente famoso sui libri di storia non tanto per le sue gaffes più o meno esilaranti, quanto per il suo strenuo sostegno al genocidio del popolo palestinese e all’insensato mattatoio ucraino. Tuttavia, si ha volte l’impressione che con Trump sia possibile un ulteriore scivolamento dalla padella nella brace.
Prendiamo come paradigma di riferimento il suo discorso di insediamento, pronunciato alla presenza dei quattro moschettieri miliardari dell’ipercapitalismo delle piattaforme comunicative (Bezos, Musk, Picai, Zuckerberg), e della nostra Giorgia accorsa felice e zelante a festeggiare i suoi amici del cuore. Alcuni analisti hanno sottolineato il carattere fortemente “ipnotico” del discorso tenuto da Trump, volto essenzialmente a rafforzare la fede cieca dei suoi seguaci nelle sue capacità taumaturgiche e sulla concreta possibilità di rendere ancora una volta grandi gli Stati Uniti, sia pure a spese del resto del mondo.
Tra le righe si intravvedono tuttavia, al di là della propaganda spicciola, alcuni inquietanti elementi di carattere più sostanziale, che tracciano un ritratto per nulla confortante di quelle che saranno le concrete scelte del neoletto (per la seconda volta) presidente che però stavolta potrà giovarsi di un controllo pressoché totalitario sul Congresso, sulla Corte Suprema e sui mezzi di comunicazione, oltre che sulle Forze armate e quelle di polizia.
Vediamone alcune. In primo luogo l’attacco forsennato ai migranti, definiti tout-court “criminali pericolosi, molti provenienti da carceri e istituti psichiatrici entrati illegalmente nel nostro Paese da tutto il mondo”. In tal modo Trump fa propria la cantilena nauseabonda delle destre su “prima gli statunitensi”, che i vari scimmiottatori in Italia e altrove declinano in proprio, ma tale approccio è ovviamente destinato a creare contraddizioni tra il detentore dell’originale e i vari imitatori, ad esempio sul tema dei dazi.
Poi la questione ambientale, negata in modo assoluto e incondizionato, a un livello degno di una Susanna Ceccardi qualsiasi.
Trump vuole raggiungere l’autosufficienza energetica assoluta trivellando tutto il trivellabile e pazienza se il cambiamento climatico porterà il mondo a rotoli nel corso di pochi anni, come del resto si stanno accorgendo anche negli Stati Uniti, come dimostrato dagli incendi di Los Angeles e dalle inondazioni di New Orleans. Parallelamente si rinuncia all’auto elettrica, riconoscendo implicitamente l’enorme predominio cinese, questione probabilmente destata a suscitare qualche problemino tra Trump e il suo pupillo e adoratore Musk, che lo ha salutato a braccio teso, sembrando quasi un membro della gerarchia nazista di fronte al Führer, ma che è anche il creatore della principale impresa statunitense del settore.
Terzo punto, l’ambizione militaresca e guerrafondaia di creare “l’esercito più forte che il mondo abbia mai visto” con la celebrazione del presidente McKinsey, colui che alla fine del Diciannovesimo Secolo diede avvio alla fase imperialista conclamata della politica estera statunitense, coll’espansione verso Cuba, Filippine e Porto Rico a spese del declinante impero coloniale spagnolo, e i concreti riferimenti alla necessità di rioccupare Panama per evitare che il Canale sia utilizzato dai cinesi.
Tre punti di grande importanza che delineano il quadro di un revanscismo totale, pronto a mettere il mondo a ferro e fuoco pur di salvaguardare il “destino manifesto” attribuito agli Stati Uniti dal Padreterno in persona. Non c’è davvero di che stare allegri.
Ma Trump appare convinto del fatto che sarà possibile fermare il declino del suo Paese, che egli esplicitamente riconosce, pur addebitando la responsabilità ai suoi predecessori, solo rinnegando totalmente ogni vocazione universalista e concentrandosi esclusivamente sul punto di vista e gli interessi di un Paese che conta al momento 340 milioni di abitanti su di un totale di circa 8 miliardi, quindi circa un ventiquattresimo dell’umanità.
Quanto scritto finora basta per capire come, nonostante le perduranti illusioni di qualche imbecille, la presidenza Trump costituirà probabilmente un enorme passo indietro per la civiltà umana. Certo, si può sempre sperare che il formidabile intuito di Donald per gli affari e le opportunità che via via gli si presentano, lo porterà a inattesi cambiamenti di direzione e a derubricare le affermazioni contenute nel suo discorso a mere fanfaronate. Ma si tratterebbe di un wishful thinking eccessivo, anche se l’analisi va tenuta ovviamente vigile e aggiornata.
Quello che è certo è che appare oggi più che mai urgente lo sganciamento del nostro Paese, come dell’Europa nel suo complesso, dal carro atlantico, cui siamo aggiogati sotto la “guida” delle fedeli ancelle di Donald, le sottoniste Meloni e von der Leyen. Occorre recuperare piena libertà di movimento per avviare un dialogo costruttivo coi Brics, gli unici che appaiono oggi in grado di rilanciare le ragioni dell’umanità, come appare con evidenza dalla Dichiarazione di Kazan del 24 ottobre 2024.
Fonte
Prendiamo come paradigma di riferimento il suo discorso di insediamento, pronunciato alla presenza dei quattro moschettieri miliardari dell’ipercapitalismo delle piattaforme comunicative (Bezos, Musk, Picai, Zuckerberg), e della nostra Giorgia accorsa felice e zelante a festeggiare i suoi amici del cuore. Alcuni analisti hanno sottolineato il carattere fortemente “ipnotico” del discorso tenuto da Trump, volto essenzialmente a rafforzare la fede cieca dei suoi seguaci nelle sue capacità taumaturgiche e sulla concreta possibilità di rendere ancora una volta grandi gli Stati Uniti, sia pure a spese del resto del mondo.
Tra le righe si intravvedono tuttavia, al di là della propaganda spicciola, alcuni inquietanti elementi di carattere più sostanziale, che tracciano un ritratto per nulla confortante di quelle che saranno le concrete scelte del neoletto (per la seconda volta) presidente che però stavolta potrà giovarsi di un controllo pressoché totalitario sul Congresso, sulla Corte Suprema e sui mezzi di comunicazione, oltre che sulle Forze armate e quelle di polizia.
Vediamone alcune. In primo luogo l’attacco forsennato ai migranti, definiti tout-court “criminali pericolosi, molti provenienti da carceri e istituti psichiatrici entrati illegalmente nel nostro Paese da tutto il mondo”. In tal modo Trump fa propria la cantilena nauseabonda delle destre su “prima gli statunitensi”, che i vari scimmiottatori in Italia e altrove declinano in proprio, ma tale approccio è ovviamente destinato a creare contraddizioni tra il detentore dell’originale e i vari imitatori, ad esempio sul tema dei dazi.
Poi la questione ambientale, negata in modo assoluto e incondizionato, a un livello degno di una Susanna Ceccardi qualsiasi.
Trump vuole raggiungere l’autosufficienza energetica assoluta trivellando tutto il trivellabile e pazienza se il cambiamento climatico porterà il mondo a rotoli nel corso di pochi anni, come del resto si stanno accorgendo anche negli Stati Uniti, come dimostrato dagli incendi di Los Angeles e dalle inondazioni di New Orleans. Parallelamente si rinuncia all’auto elettrica, riconoscendo implicitamente l’enorme predominio cinese, questione probabilmente destata a suscitare qualche problemino tra Trump e il suo pupillo e adoratore Musk, che lo ha salutato a braccio teso, sembrando quasi un membro della gerarchia nazista di fronte al Führer, ma che è anche il creatore della principale impresa statunitense del settore.
Terzo punto, l’ambizione militaresca e guerrafondaia di creare “l’esercito più forte che il mondo abbia mai visto” con la celebrazione del presidente McKinsey, colui che alla fine del Diciannovesimo Secolo diede avvio alla fase imperialista conclamata della politica estera statunitense, coll’espansione verso Cuba, Filippine e Porto Rico a spese del declinante impero coloniale spagnolo, e i concreti riferimenti alla necessità di rioccupare Panama per evitare che il Canale sia utilizzato dai cinesi.
Tre punti di grande importanza che delineano il quadro di un revanscismo totale, pronto a mettere il mondo a ferro e fuoco pur di salvaguardare il “destino manifesto” attribuito agli Stati Uniti dal Padreterno in persona. Non c’è davvero di che stare allegri.
Ma Trump appare convinto del fatto che sarà possibile fermare il declino del suo Paese, che egli esplicitamente riconosce, pur addebitando la responsabilità ai suoi predecessori, solo rinnegando totalmente ogni vocazione universalista e concentrandosi esclusivamente sul punto di vista e gli interessi di un Paese che conta al momento 340 milioni di abitanti su di un totale di circa 8 miliardi, quindi circa un ventiquattresimo dell’umanità.
Quanto scritto finora basta per capire come, nonostante le perduranti illusioni di qualche imbecille, la presidenza Trump costituirà probabilmente un enorme passo indietro per la civiltà umana. Certo, si può sempre sperare che il formidabile intuito di Donald per gli affari e le opportunità che via via gli si presentano, lo porterà a inattesi cambiamenti di direzione e a derubricare le affermazioni contenute nel suo discorso a mere fanfaronate. Ma si tratterebbe di un wishful thinking eccessivo, anche se l’analisi va tenuta ovviamente vigile e aggiornata.
Quello che è certo è che appare oggi più che mai urgente lo sganciamento del nostro Paese, come dell’Europa nel suo complesso, dal carro atlantico, cui siamo aggiogati sotto la “guida” delle fedeli ancelle di Donald, le sottoniste Meloni e von der Leyen. Occorre recuperare piena libertà di movimento per avviare un dialogo costruttivo coi Brics, gli unici che appaiono oggi in grado di rilanciare le ragioni dell’umanità, come appare con evidenza dalla Dichiarazione di Kazan del 24 ottobre 2024.
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23/06/2024
La crisi del dollaro. Intervista a Giacomo Gabellini
Riportiamo l’intervista di Roberto Vivaldelli a Giacomo Gabellini, apparsa su InsideOver. Ricercatore indipendente, Gabellini negli ultimi anni ha trattato spesso di questioni geopolitiche (Ucraina e Israele, ovvero i due principali punti di tensione internazionale odierni, insieme a Taiwan) e di prospettive economiche. Ha da poco pubblicato un libro sul processo di dedollarizzazione, e nell’intervista affronta nodi interessanti al riguardo. Non è sicuramente inutile dare attenzione alle sue parole.
Con un deficit di 1,5 miliardi di dollari, un debito complessivo di 35 miliardi di dollari e 1 miliardo di dollari di interessi da pagare entro quest’anno, se il dollaro americano non fosse la principale valuta di riserva globale e se si presentasse un vero rivale, l’intero sistema finanziario americano crollerebbe.
A lanciare l’allarme è l’autorevole rivista The National Interest, secondo cui il blocco dei Paesi Brics – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – sta “gradualmente emergendo come un’importante alleanza commerciale economica e finanziaria, che sfida l’ordine economico globale dominato dagli Stati Uniti”. La superpotenza americana, infatti, è riuscita a mantenere l’egemonia grazie al “ruolo centrale nel commercio internazionale” e alla supremazie del dollaro in qualità di principale valuta di riserva del mondo.
Ora, tuttavia, la crescita dei Brics è percepita come una minaccia da Washington, una sfida aggravata dall’esplosione del debito. Ne abbiamo parlato con Giacomo Gabellini, saggista, analista geopolitico e autore del libro Dedollarizzazione. Il declino della supremazia monetaria americana edito da Diarkos.
Gabellini, il debito pubblico americano ha raggiunto nuovi record. Come fanno gli Stati Uniti a sostenere questa situazione?
Giocando sulla centralità del dollaro nel sistema internazionale. La valuta statunitense è infatti quella in cui vengono espressi larga parte degli scambi commerciali transfrontalieri, la moneta che domina il mercato delle materie prime a livello mondiale e la divisa di riferimento del mercato obbligazionario Usa, percepito generalmente come il più liquido e affidabile del mondo.
Da quando, nel 1971, il presidente Nixon ripudiò unilateralmente gli accordi di Bretton Woods eliminando l’ancoraggio all’oro, il dollaro si è trasformato in una moneta fiat garantita de facto dalla potenza militare statunitense. Gli Usa si sono così posti nelle condizioni di approvvigionarsi di beni, servizi, materie prime, ecc. dal resto del mondo in cambio di valuta che non richiede alcuno sforzo per essere emessa.
A che punto è il processo di dedollarizzazione, tema del tuo ultimo libro?
A tutt’oggi, quasi il 50 per cento del commercio internazionale è fatturato in dollari; circa la metà dei prestiti transfrontalieri e dei titoli di debito in circolazione sono denominati in dollari; gli scambi di valute sui mercati dei cambi coinvolgono il dollaro nella misura del 90% rispetto all’ammontare complessivo delle transazioni; il 33% del Pil mondiale è costituito da Paesi dotati di valute ancorate al dollaro o oscillanti rispetto al dollaro entro intervalli predefiniti; il dollaro è la valuta domestica di sette Paesi diversi dagli Stati Uniti.
Ciononostante, il declino della centralità del dollaro è un fatto conclamato, che si manifesta sotto forma di adozione di circuiti alternativi a quelli che garantiscono la circolazione della valuta Usa, di incremento della quota di commercio internazionale coperta da valute alternative al dollaro, di accumulo incessante di oro da parte delle Banche centrali straniere che manifestano allo stesso tempo una minor propensione ad investire in titoli di Stato statunitensi.
E questo cosa comporta?
Il processo di diversificazione delle valute di livello internazionale richiederà comunque decenni, in quanto il declino di una valuta di riserva tende storicamente a scandirsi secondo tempi molto più lunghi rispetto a quelli che caratterizzano il deterioramento degli altri indicatori di forza di un Paese.
Come osserva Ray Dalio, le valute di riserva tendono a sopravvivere a lungo dopo che i loro fondamentali cessano di giustificare il loro primato, perché si radicano profondamente nelle attività internazionali e quindi c’è una forte pressione a mantenerle.
Poi crollano all’improvviso quando diventa chiaro che i fondamentali che stanno alla base della valuta rendono poco conveniente detenere debito espresso in quella valuta.
Il crollo è rapido perché il tasso di declino della valuta è superiore al tasso d’interesse versato ai detentori del debito; le perdite nette inducono alla vendita, che causa altre perdite, con una spirale che si autorinforza.
Che ruolo svolgono i conflitti e il complesso industrial-militare americano nel dominio del dollaro su scala globale?
Gli Stati Uniti manifestano una dipendenza strutturale e sempre più marcata dalla centralità internazionale del dollaro e dagli investimenti dall’estero. In tali condizioni, è sufficiente un semplice rallentamento del flusso di capitali in entrata per affossare i listini azionari e minacciare la stabilità del sistema bancario.
Non stupisce pertanto che il malumore internazionale suscitato dalla progressiva contrazione dei dividendi garantiti dall’adesione al sistema a guida Usa abbia indotto Washington ad avvalersi di mezzi coercitivi per estorcere il “tributo imperiale”, in un crescendo di interventi militari, sanzioni, guerre valutarie e minacce di vario genere.
Se osservate soltanto alla luce dei loro effetti pratici, le stesse campagne afghana e irachena possono essere indubbiamente catalogate come espressioni del cosiddetto “micromilitarismo teatrale”, rivolto a dimostrare la necessità della presenza dell’America nel mondo schiacciando lentamente avversari insignificanti. Una linea operativa perfettamente funzionale al conseguimento di specifici obiettivi tattici.
A cosa si riferisce, nello specifico?
Più in particolare, il bombardamento della Jugoslavia scatenato nel 1999 culminò con la svalutazione dell’euro del 30% rispetto al dollaro, dopo che la moneta unica europea aveva sottratto al “biglietto verde” il 20% delle transazioni sui mercati internazionali.
L’aggressione all’Afghanistan interruppe il deflusso di capitali dagli Usa (circa 300 miliardi di dollari) innescato dagli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001; l’esplosione dei primi missili su Kabul provocò un rialzo dell’indice Dow Jones pari a oltre 600 punti nell’arco di un giorno. Alla fine del 2001, circa 400 miliardi di dollari erano rientrati negli Stati Uniti.
Nel 2003, lo scatenamento della guerra contro l’Iraq, resosi responsabile della conversione del fondo Oil for food da dollari a euro, provocò un vertiginoso aumento del prezzo del petrolio (da 38 a 149 dollari per barile) a cui corrispose un proporzionale incremento della domanda internazionale di dollari, paragonabile per entità a quello verificatosi negli anni Settanta, sull’onda della Guerra dello Yom Kippur.
L’attacco alla Libia del 2011 culminò con l’eliminazione del progetto elaborato da Muhammar Gheddafi mirante alla creazione di una moneta pan-africana ancorata all’oro (il “dinaro d’oro”), concepita per sottrarre spazio sia al dollaro che al franco CFA, oltre che con la messa fuori mercato di un agguerritissimo concorrente per i produttori statunitensi di idrocarburi non convenzionali.
Il caso paradigmatico rimane comunque quello relativo alla guerra del Kosovo del 1999: allora, i settantadue giorni di bombardamento ininterrotto della Jugoslavia a opera della coalizione euro-statunitense produssero il triplice risultato di distruggere un Paese collocato nel cuore dell’Europa, provocare una svalutazione del 30% dell’euro rispetto al dollaro (di cui era l’unico concorrente credibile) e di alterare il clima degli investimenti nel contesto europeo, canalizzando circa 500 dei 700 miliardi di “capitale mobile” che vagavano senza una meta precisa all’interno del Vecchio continente verso gli Stati Uniti.
Una volta constatato con estremo disappunto che i restanti 200 miliardi avevano preso la via di Hong Kong per penetrare nella Repubblica popolare cinese, cinque missili di precisione teleguidati colpirono l’ambasciata cinese a Belgrado. Un “errore” decisamente provvidenziale, visto che nell’arco di una settimana più di 200 miliardi di dollari fuoriuscirono dalla piazza di Hong Kong per approdare in territorio statunitense.
I Brics stanno davvero emergendo come alternativa al dollaro?
Attraverso la combinazione tra deindustrializzazione, dissesto dei conti con l’estero, esplosione del debito pubblico, incremento vertiginoso del deficit federale e “militarizzazione” del dollaro, gli Stati Uniti hanno contribuito non poco a indurre il resto del mondo a moltiplicare gli sforzi per la creazione di sistemi alternativi a quelli egemonizzati da Washington.
I Brics sono chiaramente alla testa del processo, con misure quali quella finalizzata allo sviluppo di un sistema unico di pagamenti transnazionale (Brics Pay) che consenta l’impiego delle rispettive monete nazionali come base diretta di scambio per i pagamenti esterni.
Interconnettendo i sistemi di pagamento nazionali (Elo brasiliano, Mir russo, RuPay indiano e Union Pay cinese; il Sud Africa non possiede ancora una propria infrastruttura), Brics Pay si candida a soppiantare gradualmente i circuiti Visa e Mastercard nel quadrante asiatico (dove Union Pay ha superato Visa già dal 2015, in termini di operazioni complessive, e dove WeChat Pay ed Ali Pay registrano una forte crescita) ridimensionando drasticamente il potere di ricatto di Washington, anche perché contempla l’apertura di linee di swap ad opera delle Banche centrali dei Brics presso gli istituti partner che consentono di evitare l’intermediazione del dollaro e quindi il transito attraverso il sistema bancario statunitense.
In questo scenario che ruolo svolge la Cina?
La Cina svolge naturalmente il ruolo di locomotiva: forte di uno strutturale surplus delle partite correnti, l’ex Celeste Impero si trova nelle condizioni idonee per sostenere il progetto, patrocinato dall’economista russo Sergeij Glazyev, che comporta il definitivo spostamento dell’asse degli investimenti dai Treasury Bond Usa alle materie prime.
Il drenaggio di plusvalore da Stati Uniti ed Unione Europea che ne scaturirebbe, comparabile sotto alcuni aspetti a quello verificatosi sulla scia della crisi energetica del 1973 (che però colpì molto più duramente l’Europa degli Usa, dove l’emorragia di capitali fu ampiamente tamponata dal rientro massiccio dei petrodollari), andrebbe a consolidare la posizione finanziaria dei Paesi fornitori, incoraggiandoli ad aderire al nascente blocco valutario caratterizzato dall’ancoraggio generalizzato delle monete nazionali alle materie prime fondamentali.
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Con un deficit di 1,5 miliardi di dollari, un debito complessivo di 35 miliardi di dollari e 1 miliardo di dollari di interessi da pagare entro quest’anno, se il dollaro americano non fosse la principale valuta di riserva globale e se si presentasse un vero rivale, l’intero sistema finanziario americano crollerebbe.
A lanciare l’allarme è l’autorevole rivista The National Interest, secondo cui il blocco dei Paesi Brics – Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica – sta “gradualmente emergendo come un’importante alleanza commerciale economica e finanziaria, che sfida l’ordine economico globale dominato dagli Stati Uniti”. La superpotenza americana, infatti, è riuscita a mantenere l’egemonia grazie al “ruolo centrale nel commercio internazionale” e alla supremazie del dollaro in qualità di principale valuta di riserva del mondo.
Ora, tuttavia, la crescita dei Brics è percepita come una minaccia da Washington, una sfida aggravata dall’esplosione del debito. Ne abbiamo parlato con Giacomo Gabellini, saggista, analista geopolitico e autore del libro Dedollarizzazione. Il declino della supremazia monetaria americana edito da Diarkos.
Gabellini, il debito pubblico americano ha raggiunto nuovi record. Come fanno gli Stati Uniti a sostenere questa situazione?
Giocando sulla centralità del dollaro nel sistema internazionale. La valuta statunitense è infatti quella in cui vengono espressi larga parte degli scambi commerciali transfrontalieri, la moneta che domina il mercato delle materie prime a livello mondiale e la divisa di riferimento del mercato obbligazionario Usa, percepito generalmente come il più liquido e affidabile del mondo.
Da quando, nel 1971, il presidente Nixon ripudiò unilateralmente gli accordi di Bretton Woods eliminando l’ancoraggio all’oro, il dollaro si è trasformato in una moneta fiat garantita de facto dalla potenza militare statunitense. Gli Usa si sono così posti nelle condizioni di approvvigionarsi di beni, servizi, materie prime, ecc. dal resto del mondo in cambio di valuta che non richiede alcuno sforzo per essere emessa.
A che punto è il processo di dedollarizzazione, tema del tuo ultimo libro?
A tutt’oggi, quasi il 50 per cento del commercio internazionale è fatturato in dollari; circa la metà dei prestiti transfrontalieri e dei titoli di debito in circolazione sono denominati in dollari; gli scambi di valute sui mercati dei cambi coinvolgono il dollaro nella misura del 90% rispetto all’ammontare complessivo delle transazioni; il 33% del Pil mondiale è costituito da Paesi dotati di valute ancorate al dollaro o oscillanti rispetto al dollaro entro intervalli predefiniti; il dollaro è la valuta domestica di sette Paesi diversi dagli Stati Uniti.
Ciononostante, il declino della centralità del dollaro è un fatto conclamato, che si manifesta sotto forma di adozione di circuiti alternativi a quelli che garantiscono la circolazione della valuta Usa, di incremento della quota di commercio internazionale coperta da valute alternative al dollaro, di accumulo incessante di oro da parte delle Banche centrali straniere che manifestano allo stesso tempo una minor propensione ad investire in titoli di Stato statunitensi.
E questo cosa comporta?
Il processo di diversificazione delle valute di livello internazionale richiederà comunque decenni, in quanto il declino di una valuta di riserva tende storicamente a scandirsi secondo tempi molto più lunghi rispetto a quelli che caratterizzano il deterioramento degli altri indicatori di forza di un Paese.
Come osserva Ray Dalio, le valute di riserva tendono a sopravvivere a lungo dopo che i loro fondamentali cessano di giustificare il loro primato, perché si radicano profondamente nelle attività internazionali e quindi c’è una forte pressione a mantenerle.
Poi crollano all’improvviso quando diventa chiaro che i fondamentali che stanno alla base della valuta rendono poco conveniente detenere debito espresso in quella valuta.
Il crollo è rapido perché il tasso di declino della valuta è superiore al tasso d’interesse versato ai detentori del debito; le perdite nette inducono alla vendita, che causa altre perdite, con una spirale che si autorinforza.
Che ruolo svolgono i conflitti e il complesso industrial-militare americano nel dominio del dollaro su scala globale?
Gli Stati Uniti manifestano una dipendenza strutturale e sempre più marcata dalla centralità internazionale del dollaro e dagli investimenti dall’estero. In tali condizioni, è sufficiente un semplice rallentamento del flusso di capitali in entrata per affossare i listini azionari e minacciare la stabilità del sistema bancario.
Non stupisce pertanto che il malumore internazionale suscitato dalla progressiva contrazione dei dividendi garantiti dall’adesione al sistema a guida Usa abbia indotto Washington ad avvalersi di mezzi coercitivi per estorcere il “tributo imperiale”, in un crescendo di interventi militari, sanzioni, guerre valutarie e minacce di vario genere.
Se osservate soltanto alla luce dei loro effetti pratici, le stesse campagne afghana e irachena possono essere indubbiamente catalogate come espressioni del cosiddetto “micromilitarismo teatrale”, rivolto a dimostrare la necessità della presenza dell’America nel mondo schiacciando lentamente avversari insignificanti. Una linea operativa perfettamente funzionale al conseguimento di specifici obiettivi tattici.
A cosa si riferisce, nello specifico?
Più in particolare, il bombardamento della Jugoslavia scatenato nel 1999 culminò con la svalutazione dell’euro del 30% rispetto al dollaro, dopo che la moneta unica europea aveva sottratto al “biglietto verde” il 20% delle transazioni sui mercati internazionali.
L’aggressione all’Afghanistan interruppe il deflusso di capitali dagli Usa (circa 300 miliardi di dollari) innescato dagli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001; l’esplosione dei primi missili su Kabul provocò un rialzo dell’indice Dow Jones pari a oltre 600 punti nell’arco di un giorno. Alla fine del 2001, circa 400 miliardi di dollari erano rientrati negli Stati Uniti.
Nel 2003, lo scatenamento della guerra contro l’Iraq, resosi responsabile della conversione del fondo Oil for food da dollari a euro, provocò un vertiginoso aumento del prezzo del petrolio (da 38 a 149 dollari per barile) a cui corrispose un proporzionale incremento della domanda internazionale di dollari, paragonabile per entità a quello verificatosi negli anni Settanta, sull’onda della Guerra dello Yom Kippur.
L’attacco alla Libia del 2011 culminò con l’eliminazione del progetto elaborato da Muhammar Gheddafi mirante alla creazione di una moneta pan-africana ancorata all’oro (il “dinaro d’oro”), concepita per sottrarre spazio sia al dollaro che al franco CFA, oltre che con la messa fuori mercato di un agguerritissimo concorrente per i produttori statunitensi di idrocarburi non convenzionali.
Il caso paradigmatico rimane comunque quello relativo alla guerra del Kosovo del 1999: allora, i settantadue giorni di bombardamento ininterrotto della Jugoslavia a opera della coalizione euro-statunitense produssero il triplice risultato di distruggere un Paese collocato nel cuore dell’Europa, provocare una svalutazione del 30% dell’euro rispetto al dollaro (di cui era l’unico concorrente credibile) e di alterare il clima degli investimenti nel contesto europeo, canalizzando circa 500 dei 700 miliardi di “capitale mobile” che vagavano senza una meta precisa all’interno del Vecchio continente verso gli Stati Uniti.
Una volta constatato con estremo disappunto che i restanti 200 miliardi avevano preso la via di Hong Kong per penetrare nella Repubblica popolare cinese, cinque missili di precisione teleguidati colpirono l’ambasciata cinese a Belgrado. Un “errore” decisamente provvidenziale, visto che nell’arco di una settimana più di 200 miliardi di dollari fuoriuscirono dalla piazza di Hong Kong per approdare in territorio statunitense.
I Brics stanno davvero emergendo come alternativa al dollaro?
Attraverso la combinazione tra deindustrializzazione, dissesto dei conti con l’estero, esplosione del debito pubblico, incremento vertiginoso del deficit federale e “militarizzazione” del dollaro, gli Stati Uniti hanno contribuito non poco a indurre il resto del mondo a moltiplicare gli sforzi per la creazione di sistemi alternativi a quelli egemonizzati da Washington.
I Brics sono chiaramente alla testa del processo, con misure quali quella finalizzata allo sviluppo di un sistema unico di pagamenti transnazionale (Brics Pay) che consenta l’impiego delle rispettive monete nazionali come base diretta di scambio per i pagamenti esterni.
Interconnettendo i sistemi di pagamento nazionali (Elo brasiliano, Mir russo, RuPay indiano e Union Pay cinese; il Sud Africa non possiede ancora una propria infrastruttura), Brics Pay si candida a soppiantare gradualmente i circuiti Visa e Mastercard nel quadrante asiatico (dove Union Pay ha superato Visa già dal 2015, in termini di operazioni complessive, e dove WeChat Pay ed Ali Pay registrano una forte crescita) ridimensionando drasticamente il potere di ricatto di Washington, anche perché contempla l’apertura di linee di swap ad opera delle Banche centrali dei Brics presso gli istituti partner che consentono di evitare l’intermediazione del dollaro e quindi il transito attraverso il sistema bancario statunitense.
In questo scenario che ruolo svolge la Cina?
La Cina svolge naturalmente il ruolo di locomotiva: forte di uno strutturale surplus delle partite correnti, l’ex Celeste Impero si trova nelle condizioni idonee per sostenere il progetto, patrocinato dall’economista russo Sergeij Glazyev, che comporta il definitivo spostamento dell’asse degli investimenti dai Treasury Bond Usa alle materie prime.
Il drenaggio di plusvalore da Stati Uniti ed Unione Europea che ne scaturirebbe, comparabile sotto alcuni aspetti a quello verificatosi sulla scia della crisi energetica del 1973 (che però colpì molto più duramente l’Europa degli Usa, dove l’emorragia di capitali fu ampiamente tamponata dal rientro massiccio dei petrodollari), andrebbe a consolidare la posizione finanziaria dei Paesi fornitori, incoraggiandoli ad aderire al nascente blocco valutario caratterizzato dall’ancoraggio generalizzato delle monete nazionali alle materie prime fondamentali.
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12/09/2023
Le lenti deformate sul Forum economico di Vladivostok
I mass media e le intelligence dei paesi occidentali, sembrano più occupati a spiare dal buco della serratura l’incontro tra Kim Jong Un e Putin piuttosto che la complessità del Forum economico dell’Oriente che si è aperto a Vladivostok, ossia laggiù dove finisce la piattaforma continentale euroasiatica e i mondi si confondono.
L’agenzia di stampa ufficiale della Corea del Nord, “Korean Central News Agency” (“Kcna”), ha confermato che il leader Kim Jong-un incontrerà il presidente russo Vladimir Putin, ma non sembra essere questo l’obiettivo principale della Russia nel forum di Vladivostok.
In una fase in cui le economie occidentali fanno i conti ormai da anni con la recessione, i nostri mass media, come al solito, si concentrano sull’albero perdendo di vista la foresta.
“L’economia globale continua a cambiare principalmente perché l’Occidente sta distruggendo il sistema delle relazioni finanziarie”, ha dichiarato Putin, intervenendo alla sessione plenaria del Forum. “Vediamo come l’economia globale è cambiata negli ultimi anni e continua a cambiare, anche a causa del fatto che alcuni Paesi, principalmente occidentali, con le proprie mani stanno distruggendo il sistema delle relazioni finanziarie, commerciali, economiche, che loro stessi hanno creato in molti modi”, ha detto Putin evidenziando come il numero di Stati che intendono cooperare secondo modelli non occidentali, ma tenendo in conto gli interessi di “tutta l’umanità”, "si sta espandendo”.
Il programma dell’8° Forum Economico Orientale apertosi ieri a Vladivostok, prevede una serie di dialoghi economici e commerciali tra i principali paesi partner della regione Asia-Pacifico e con l’ASEAN, l’organizzazione che unisce le nazioni in via di sviluppo dinamico nel sud-est asiatico.
Al Forum di Vladivostok dello scorso anno, nonostante le sanzioni e le restrizioni alla Russia, ci sono stati oltre 7.000 partecipanti e provenienti da 68 paesi, tra cui la Russia, con circa 1.700 rappresentanti delle imprese di 700 aziende. L’Estremo Oriente continua a svilupparsi e non pare che possa essere fermato dalle sanzioni e restrizioni occidentali.
Dallo scorso Forum, 2.729 progetti di investimento sono in fase di attuazione in Estremo Oriente, e 525 di loro sono già stati messi in funzione.
Due delle sessioni previste al Forum di Vladivostok appaiono di grande interesse per le prospettive delle relazioni economiche internazionali.
La prima sulla “Cooperazione internazionale in un mondo cambiato” – discuterà il posto dell’Estremo Oriente russo nell’economia dell’area euroasiatica, le prospettive della Organizzazione per la Cooperazione di Shangai e dei BRICS, le questioni dell’arbitrato commerciale internazionale, l’istituzione della diplomazia scientifica in Asia e le prospettive delle imprese cinesi in Russia.
La seconda attiene a quello che è stato definito il percorso della “Logistica del cambiamento” che include discussioni su nuove soluzioni logistiche in Estremo Oriente, nonché sullo sviluppo sostenibile della rotta del Mare del Nord come nuova arteria di trasporto globale. Le sessioni discuteranno argomenti come la cooperazione transfrontaliera, la logistica marittima e ferroviaria, le soluzioni digitali per la logistica nazionale e internazionale e lo sviluppo di un’unica compagnia aerea dell’Estremo Oriente.
Il brusco passaggio dalla globalizzazione liberista alla competizione globale, sta rimettendo in discussione relazioni economiche e politiche che il capitalismo occidentale pensava immutabili. Con un eccesso di presunzione Stati Uniti ed Unione Europea hanno ritenuto che il mondo coincidesse pienamente con i propri interessi, ma non si sono accorti dei cambiamenti in corso. Anche nel resto dei paesi a regime capitalistico ma esterni alla logica e alle organizzazioni funzionali al capitalismo consolidato in Occidente.
Quando il “resto del mondo” ha assistito alla rovinosa fuga della Nato dall’Afghanistan nel 2021, la percezione globale nei confronti dell'Occidente è cambiata su molti aspetti. La pandemia e la recessione delle economie occidentali, hanno strattonato bruscamente equilibri che si credevano consolidati. Con la guerra in Ucraina, i paesi a capitalismo avanzato hanno provato a giocare la stessa partita di sempre ma hanno scoperto amaramente che non era più possibile “vincere facile” come erano abituati a fare.
Fonte
L’agenzia di stampa ufficiale della Corea del Nord, “Korean Central News Agency” (“Kcna”), ha confermato che il leader Kim Jong-un incontrerà il presidente russo Vladimir Putin, ma non sembra essere questo l’obiettivo principale della Russia nel forum di Vladivostok.
In una fase in cui le economie occidentali fanno i conti ormai da anni con la recessione, i nostri mass media, come al solito, si concentrano sull’albero perdendo di vista la foresta.
“L’economia globale continua a cambiare principalmente perché l’Occidente sta distruggendo il sistema delle relazioni finanziarie”, ha dichiarato Putin, intervenendo alla sessione plenaria del Forum. “Vediamo come l’economia globale è cambiata negli ultimi anni e continua a cambiare, anche a causa del fatto che alcuni Paesi, principalmente occidentali, con le proprie mani stanno distruggendo il sistema delle relazioni finanziarie, commerciali, economiche, che loro stessi hanno creato in molti modi”, ha detto Putin evidenziando come il numero di Stati che intendono cooperare secondo modelli non occidentali, ma tenendo in conto gli interessi di “tutta l’umanità”, "si sta espandendo”.
Il programma dell’8° Forum Economico Orientale apertosi ieri a Vladivostok, prevede una serie di dialoghi economici e commerciali tra i principali paesi partner della regione Asia-Pacifico e con l’ASEAN, l’organizzazione che unisce le nazioni in via di sviluppo dinamico nel sud-est asiatico.
Al Forum di Vladivostok dello scorso anno, nonostante le sanzioni e le restrizioni alla Russia, ci sono stati oltre 7.000 partecipanti e provenienti da 68 paesi, tra cui la Russia, con circa 1.700 rappresentanti delle imprese di 700 aziende. L’Estremo Oriente continua a svilupparsi e non pare che possa essere fermato dalle sanzioni e restrizioni occidentali.
Dallo scorso Forum, 2.729 progetti di investimento sono in fase di attuazione in Estremo Oriente, e 525 di loro sono già stati messi in funzione.
Due delle sessioni previste al Forum di Vladivostok appaiono di grande interesse per le prospettive delle relazioni economiche internazionali.
La prima sulla “Cooperazione internazionale in un mondo cambiato” – discuterà il posto dell’Estremo Oriente russo nell’economia dell’area euroasiatica, le prospettive della Organizzazione per la Cooperazione di Shangai e dei BRICS, le questioni dell’arbitrato commerciale internazionale, l’istituzione della diplomazia scientifica in Asia e le prospettive delle imprese cinesi in Russia.
La seconda attiene a quello che è stato definito il percorso della “Logistica del cambiamento” che include discussioni su nuove soluzioni logistiche in Estremo Oriente, nonché sullo sviluppo sostenibile della rotta del Mare del Nord come nuova arteria di trasporto globale. Le sessioni discuteranno argomenti come la cooperazione transfrontaliera, la logistica marittima e ferroviaria, le soluzioni digitali per la logistica nazionale e internazionale e lo sviluppo di un’unica compagnia aerea dell’Estremo Oriente.
Il brusco passaggio dalla globalizzazione liberista alla competizione globale, sta rimettendo in discussione relazioni economiche e politiche che il capitalismo occidentale pensava immutabili. Con un eccesso di presunzione Stati Uniti ed Unione Europea hanno ritenuto che il mondo coincidesse pienamente con i propri interessi, ma non si sono accorti dei cambiamenti in corso. Anche nel resto dei paesi a regime capitalistico ma esterni alla logica e alle organizzazioni funzionali al capitalismo consolidato in Occidente.
Quando il “resto del mondo” ha assistito alla rovinosa fuga della Nato dall’Afghanistan nel 2021, la percezione globale nei confronti dell'Occidente è cambiata su molti aspetti. La pandemia e la recessione delle economie occidentali, hanno strattonato bruscamente equilibri che si credevano consolidati. Con la guerra in Ucraina, i paesi a capitalismo avanzato hanno provato a giocare la stessa partita di sempre ma hanno scoperto amaramente che non era più possibile “vincere facile” come erano abituati a fare.
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29/08/2023
[Contributo al dibattito] - La Guerra dei Trent’anni del XXI Secolo
di Fulvio Bellini
Le similitudini tra la Guerra del Trent’anni e l’attuale scontro dal carattere strategico tra fronte imperialista in crisi e fronte antimperialista in ascesa
Premessa: sono le guerre (purtroppo) che mutano i paradigmi
In questi giorni si sta concretizzando un fatto evidente fin dall’inizio: il velleitarismo della tanto proclamata controffensiva ucraina di primavera. Alcuni osservatori stanno supponendo che si vada incontro ad una fase di negoziazione tra le parti, che sono Stati Uniti e Russia, non certamente l’Ucraina che è uno stato fantoccio, e tanto meno la NATO che è un’organizzazione che coordina le attività dell’esercito imperiale, attualmente quello americano, con le forze armate ausiliarie dei vassalli, come è sempre stato fin dai tempi antichi.
Ovviamente vi è la speranza che questi negoziati inizino presto, ma non è detto che ciò accada e non è detto neppure che il ritorno alla diplomazia chiuda lo stato di ostilità globale, anzi vi sono elementi che giocano in senso contrario come cercherò di spiegare nel presente articolo.
I conflitti militari sono importanti nella storia dell’Uomo perché, fino alla determinazione di nuovi modi di composizione dei conflitti tra le potenze, che indubbiamente l’introduzione dell’arma atomica sollecita, sono le guerre che stabiliscono chi siano i vincitori, i vinti e le regole del gioco a beneficio dei primi.
Quando la premier italiana Giorgia Meloni dichiara pomposamente davanti al Congresso americano il 27 luglio scorso che: “L’Occidente è unito e difende le regole”, intende quelle scaturite dalla Seconda Guerra mondiale, le ultime stabilite e vigenti. Ma di quali regole si parla? Nel 1945 i benefici dei vincitori si tradussero in norme ascrivibili al cosiddetto diritto internazionale il quale, non bisogna mai scordarlo, non ha nulla a che fare con il cosiddetto diritto delle genti (Ius gentium), e tantomeno con criteri di giustizia, che al contrario sono spesso contraddetti: il rapporto tra Stato d’Israele e palestinesi è più che sufficiente per dimostrare questo assunto.
Dagli accordi e dal diritto internazionale discendono poi le istituzioni che hanno il compito di applicare tali regole, sempre nell’esclusivo vantaggio dei vincitori: Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, NATO eccetera. Queste regole, però, hanno sempre una durata temporale definita, una sorta di “data di scadenza”, in quanto necessitano di essere riallineate con la realtà dei rapporti di forza tra le potenze, che sono invece mutevoli, in quanto risentono di fattori economici e finanziari.
Scrivere nuove regole perché aderenti alla realtà non è affatto un meccanismo automatico, può avvenire solo attraverso un nuovo conflitto armato per le due seguenti ragioni:
1) l’ultimo vincitore della guerra non ha nessuna intenzione di lasciare la sua posizione dominante in modo pacifico, perché è tale status che gli impedisce di sprofondare nella crisi da lui stesso creata;
2) le potenze che sono destinate a sostituire il dominus imperiale non possono esimersi dal farlo, anche se non lo desiderano ed anche se cercano di convincere la comunità internazionale della loro buona fede.
Nel XXI secolo chi non vuole e, sotto un certo punto di vista, non può lasciare il suo ruolo di potenza imperiale senza reagire sono gli Stati Uniti; chi è costretto suo malgrado ad emergere come nuova potenza mondiale è la Cina: tutti gli altri attori girano intorno a questo meccanismo centrale.
Vi sono poi dei conflitti armati che hanno segnato passaggi epocali perché portatori di cambiamenti irreversibili dei paradigmi religiosi, culturali, economici e sociali. Le invasioni barbariche del V e del VI secolo non hanno solo chiuso la vicenda dell’Impero romano d’occidente, hanno pure sancito la fine dell’evo antico a causa del tramonto del paganesimo a favore del cristianesimo, del sistema schiavistico a favore di quello servile eccetera. Le numerose guerre dell’alto e basso medioevo sono state importanti ma non hanno mutato alcun paradigma, e neppure quelle rinascimentali. Bisogna aspettare l’epoca barocca, e precisamente il 1618, per assistere ad un conflitto che ha profondamente mutato i paradigmi avendo liberato le forze del capitalismo moderno che conosciamo oggi: la Guerra dei Trent’anni. Dopo questo terribile conflitto europeo vi sono stati altri momenti dove i paradigmi sono mutati: sostanzialmente le guerre napoleoniche che hanno sancito l’inizio della scalata della borghesia alla guida dello Stato e la Prima guerra mondiale che ha concluso tale processo. Sempre la Grande Guerra ha poi determinato la nascita di paradigmi alternativi a quelli borghesi, grazie alla miracolosa affermazione di uno stato socialista in Russia. La seconda guerra mondiale non ha mutato nessun paradigma, vi è stata la sostituzione di un centro imperiale, Londra, con un altro: Washington.
Oggi ci dobbiamo porre il seguente quesito: la guerra in Ucraina può mutare i paradigmi? In questo articolo cercherò di dimostrare che la risposta potrebbe essere affermativa.
Se si ammette che quella in corso in Ucraina è una guerra di cambiamento paradigmatico, a quale modello del passato si potrebbe avvicinare? Cercherò di dimostrare che il modello di riferimento è proprio la Guerra dei Trent’anni, non tanto per la durata, che dovrebbe essere inferiore a causa delle superiori capacità distruttive delle armi moderne e dei costi esorbitanti che possono rovinare velocemente uno Stato tributario, quanto per lo scontro tra due diversi sistemi paradigmatici tra loro alternativi ed inconciliabili, scontro che non può essere risolto dalla fine delle ostilità tra Kiev e Mosca. In altre parole, l’improvvida decisione degli USA di scatenare una guerra per procura in Ucraina ha scoperchiato il mitico vaso di pandora, dal quale stanno uscendo conseguenze del tutto inaspettate per gli strateghi di Washington e che li stanno convincendo di non potere più tornare indietro.
Dalla Guerra dei Trent’anni nasce il capitalismo moderno
In estrema e lacunosa sintesi, le istanze delle chiese riformate, è opportuno ricordarlo, erano state enunciate un secolo prima l’inizio della Guerra dei Trent’anni; la confessione augustana, detta anche luterana, venne espressa in maniera compiuta nel 1530 in occasione della Dieta di Augusta, ma Lutero aveva affisso le celebri 95 tesi sul portone della chiesa di Wittenberg già nel 1517. Senza addentrarsi nei precetti teologici, da un punto di vista squisitamente politico la carica rivoluzionaria della riforma luterana risiedeva nella facoltà del cristiano di potere avere un rapporto immediato con Dio, attraverso la lettura e la meditazione delle sacre scritture, e non più mediato dall’ordinamento ecclesiastico che dal Papa discendeva fino ai parroci. Anche l’enorme letteratura teologica prodotta dai padri della chiesa della tarda antichità, dell’alto medioevo fino ad arrivare a San Tommaso d’Acquino veniva “rimandata al mittente”, ritenuta negativa perché tendeva a sostituirsi all’autentica parola di Dio custodita solo nella Bibbia e nei Vangeli. Il contenuto “eversivo” della riforma luterana venne immediatamente intuito da alcuni principi tedeschi, che vi poterono scorgere almeno due importanti opportunità: scrollarsi di dosso l’ingombrante potere dei vescovi cattolici in Germania, tre dei quali erano anche elettori del Sacro Romano Impero fin dai tempi della Bolla d’Oro: arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia; la possibilità di mettere le mani sull’immenso patrimonio che la Chiesa cattolica possedeva nei territori dell’Impero sia sotto forma di proprietà delle diocesi che degli ordini monastici.
I tempi per un cambio di paradigma erano diventati maturi e Paolo Sarpi, negli antefatti della sua Istoria del Concilio tridentino fa intendere che se Martin Lutero non avesse ottenuto la protezione di alcuni principi tedeschi, segnatamente il Duca di Sassonia Federico III, non si sarebbe potuto salvare da scomuniche e condanne di Leone X e di Carlo V, ed avrebbe fatto la medesima fine del suo precursore, Ian Hus, arso vivo a Costanza nel 1415.
Lutero aveva minato i fondamenti della tradizione politica medievale: il potere spirituale del Papa e quello temporale dell’Imperatore, la via era aperta ad altri cambiamenti come quelli descritti nella classica opera di Max Weber “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”. In questo importante testo si mette in rilievo la riforma di Giovanni Calvino, la quale ribalta la fondamentale visione anti economicista della tradizione cattolica. Il calvinista non chiede alcuna grazia a Dio, egli è invece devoto per la benevolenza già ricevuta ma a lui ancora sconosciuta; il cammino del credente nel corso della sua vita ha quindi lo scopo di capire, attraverso il successo del suo lavoro, delle sue iniziative, se Dio lo ha gratificato della sua grazia. Il successo, la ricchezza sono quindi segni della benevolenza divina già concessa, e per la quale la riconoscenza si manifesta in chiese sobrie, spoglie ed intime. Lo spirito d’iniziativa prende quindi slancio dalla ricerca della comprensione della grazia divina, e non è un caso che tale credo si sia affermato presso popoli dalle spiccate propensioni commerciali come quello olandese.
Tuttavia il XVI secolo non vede affatto il trionfo della Riforma nei confronti del Cattolicesimo, i protestanti non sono ancora in grado di emanciparsi dal potere di Papi ed Imperatori. Al contrario, la Controriforma fornisce un nuovo bagaglio ideologico al campo imperiale, il quale esercita una decisa stretta sulle “libertà di coscienza e parola” attraverso la tesi dell’infallibilità del Papa, e quindi del potere nelle sue articolazioni pubbliche e private, l’istituzione dell’Indice, dell’Inquisizione eccetera (non viene in mente nulla di attuale?).
L’impero degli Asburgo sul quale il sole non tramontava mai, diviso per ineludibili motivi di gestione tra i due rami della famiglia austriaca e spagnola, non poteva che nutrirsi del Concilio tridentino, e non poteva che cercare di cancellare quello che le chiese riformate avevano conquistato fino a quel momento. Le contraddizioni tra l’Imperatore che non voleva, ed anche non poteva, abbandonare imbelle il suo ruolo di guida del Sacro Romano Impero, ed i principi protestanti che si rendevano conto di non potere più accettare di tornare al passato, soprattutto a causa della volontà dei cattolici di essere risarciti dei beni già confiscati che sarebbe sfociato nell’Editto di restituzione, potevano essere risolti solo da una guerra, che è interessante per noi sotto alcuni aspetti.
Primo aspetto, lo abbiamo visto, scontro di due modi diversi di vedere politica ed economia: da un lato la tradizione medievale dell’Imperatore, del Papa, dei grandi feudatari, dell’economia sostanzialmente rurale dalla quale derivavano la vita da rentièr, grazie ad estese proprietà terriere, di nobili ed ecclesiastici. In questo sistema il vescovo siede al medesimo tavolo del principe e discute con lui di politica. Dall’altro lato, il mondo riformato fatto di principati, città stato e repubbliche liberate dal secolare giogo delle massime istituzioni medievali; in economia è il lavoro, il commercio, l’industria che determinano la conoscenza della grazia divina; la moneta merce acquista dignità morale, le attività finanziarie dei prestiti anche ad usura, l’affermarsi delle borse, delle banche si liberano del giudizio etico negativo che la teologia cattolica aveva dato loro e sotto un certo punto di vista Calvino avvicina Dio alla moneta. In questo sistema il pastore siede al tavolo della servitù ed è ignorato dal principe.
Il secondo aspetto risiede nell’evoluzione della guerra dei Trent’anni in diverse fasi, che vedono l’avvicendarsi di protagonisti diversi: fase boema (1618–1625), fase danese (1625–1629), fase svedese (1630–1635) ed infine fase francese (1635–1648). La Guerra dei Trent’anni è stata quindi un contenitore di diversi conflitti e non sempre senza soluzione di continuità.
Il terzo aspetto è rappresentato dal fatto che insieme ai paradigmi anche la gerarchia delle potenze cambiò in conseguenza degli esiti del conflitto: gli stati che avevano sostenuto le chiese riformate assunsero progressivamente maggiore importanza nello scacchiere europeo e quindi mondiale come la Svezia, nonché le stesse Olanda ed Inghilterra anche se coinvolte marginalmente nel teatro tedesco. Le potenze che si erano legate al partito cattolico, al contrario, iniziarono la loro fase declinante sia pure con tempistiche diverse: immediatamente l’Italia, mediatamente Spagna ed Austria come colonne d’Ercole del dominio asburgico in Europa. Un capitolo a parte riguarda infine la Francia, vera potenza vincitrice della Guerra dei Trent’anni grazie al genio politico di Richelieu.
La Francia, autentico Giano bifronte, da un lato era un paese cattolico, per di più governata successivamente da due cardinali della Chiesa, Richelieu appunto e Mazzarino, dall’altro sostenne decisamente il campo dei protestanti contro gli Asburgo; questa particolare e vincente alchimia politica le diede un indiscusso ruolo preminente nel vecchio continente che durò fino alla battaglia di Waterloo del 1815.
In sintesi, del modello “Guerra dei Trent’anni” in relazione all’odierno conflitto in Ucraina ci interessa verificare se si possano individuare i seguenti elementi: diversi paradigmi che sottendono i due schieramenti; divisione in più fasi di un lungo conflitto; individuazione di una nuova gerarchia delle potenze in relazione ai paradigmi sostenuti.
Le similitudini con la crisi attuale: i paradigmi del “campo americano”
A mio avviso, volenti o nolenti, dopo Cristo siamo tutti cristiani e dopo Marx siamo tutti marxisti. In che senso? Il cristianesimo aveva sconfitto il paganesimo: un caleidoscopio di religioni dove gli Dèi erano sostanzialmente raffigurazioni umane, un sistema di credenze che politicamente generava un’eccessiva vicinanza tra uomini e Dèi, causando seri problemi di legittimità dei poteri regio ed imperiale. Una delle ragioni della crisi dell’impero romano risiedeva nella risibile volontà di uomini, spesso caratterizzati da molti vizi e poche virtù, di pretendere di essere elevati al rango divino solo perché eletti imperatori. Il merito del cristianesimo è stato quello, grazie alla sua teologia evoluta, di restituire a Dio la giusta distanza da tutti gli uomini, sovrani compresi, e di far discendere dalla volontà divina il potere dei monarchi, che cessavano di essere Dèi, ma diventavano “unti del Signore”, quindi legittimati a governare dalla grazia divina nonostante gli stessi numerosi vizi e le poche virtù dei predecessori romani. La religione aveva quindi un posto centrale nella vita politica delle nazioni e dei popoli, lo abbiamo visto nel capitolo precedente.
Dopo Marx siamo tutti marxisti nel senso che l’economia ha sostituito la religione quale elemento di legittimazione del potere. Il modo di produzione, il modo di distribuire la ricchezza tra le diverse classi sociali, la diversa visione del rapporto tra economia e politica sono oggi la “teologia” che giustifica il potere del “sovrano”, scalzando la religione da questo importante ruolo. Se nella Guerra dei Trent’anni il confronto era stato tra due visioni della religione cristiana, nel conflitto ucraino si stanno profilando altrettanti modi diversi di vedere l’economia.
Cominciamo a guardare il “campo imperiale”, che chiameremo propriamente il “campo americano”. Il centro sono gli Stati Uniti, gli stati vassalli sono quelli europei, il Giappone, la Corea del Sud, e grazie all’alleanza con la Gran Bretagna, anche Australia e Nuova Zelanda. Quali sono i paradigmi difesi dagli “americani”? Innanzitutto la concezione della moneta come strumento di dominio e solo successivamente come mezzo di scambio, misura di valore e riserva di valore. Le monete del “campo americano” non solo sono inconvertibili con l’oro e con qualsiasi altro metallo nobile, ma sono espressioni di paesi estremamente indebitati, quindi soggetti ad una smodata produzione di moneta nelle sue tre aggregazioni.
In questo campo, infatti, militano paesi tra i maggiori debitori del mondo, limitandosi ai soli conti pubblici: Stati Uniti d’America (32.555 miliardi di dollari), Giappone (13.537 miliardi); Germania, Francia, Gran Bretagna ed Italia raccolti in una forbice che va dai 2.556 miliardi ai 3.042 miliardi di dollari. I raffronti con il valore del PIL delle relative economie sono del tutto risibili in quanto non vi è nessuna volontà di restituire un solo dollaro, e tanto meno d’invertire il trend dell’indebitamento, vuoi per la crisi pandemica del biennio 2020-2021, vuoi per la guerra in Ucraina del successivo anno e mezzo. Se un paese non è in grado di restituire i debiti contratti dovrebbe essere in default, innanzitutto gli Stati Uniti, ma se quest’ultimi esercitano il controllo diretto sugli organismi internazionali di regolazione come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, ecco che il problema non si pone più: il paese più indebitato è “padrone” delle istituzioni che “aiutano” gli Stati morosi. Non è solo questo: grazie alla smodata produzione della sua carta moneta, gli USA sono indirettamente in grado di finanziare i debiti di altri paesi che invece, loro sì, sono tenuti a restituire quanto prestato oppure di dichiarare bancarotta: stiamo parlando, ad esempio, del rapporto triangolare che lega Stati Uniti, FMI ed Argentina. Quando un paese finisce in questo “triangolo delle Bermude”, non solo viene saccheggiato dal punto di vista economico, ma viene anche privato della sua indipendenza, e la sua politica estera viene dettata da Washington, la quale, in una sorta di gioco beffardo, è a capo di una nazione ben più insolvente.
Un altro paradigma del “campo americano”, che discende dal primo, è rappresentato dalla totale finanziarizzazione della sua economia. L’elevata presenza di denaro disgiunto da logiche economiche ha determinato l’affermarsi di banche d’affari, Edge Found, società d’investimento private che dispongono di enormi capitali liquidi e che si pongono come intermediari anche nei rapporti politici dentro e fuori gli Stati. Seguendo l’esempio triangolare che abbiamo visto precedentemente, vediamo una nuova relazione tra Stati Uniti, società d’investimento private ed Ucraina, come ci riferisce Wall Street Italia del 20 giugno scorso: “BlackRock e JP Morgan a supporto della ricostruzione dell’Ucraina”. La forte interconnessione tra finanza privata ed amministrazioni USA, caratterizzata da un continuo travaso di personale apicale tra le due sponde in un clamoroso conflitto d’interessi che nessuno mette mai in adeguato rilievo, permette a queste società di sostituirsi anche alle istituzioni finanziarie nate dalla seconda guerra mondiale. Il paradigma occidentale di creare soldi dai soldi attraverso l’aumento dell’indebitamento pubblico, ha come contraltare la deindustrializzazione attraverso i classici meccanismi di prelievo di valore da parte delle proprietà finanziarizzate nei confronti dell’apparato produttivo: dirottamento di quote maggiori di ricavi a favore del mercato borsistico e speculativo; depotenziamento di ricerca e sviluppo dei prodotti; abbattimento dei costi a deterioramento della qualità della produzione; compressione di salari e stipendi; delocalizzazione delle attività in aree a minore costo complessivo. Il processo di finanziarizzazione e privatizzazione dell’economia non riguarda solo la produzione di beni, anche di primaria necessità, ma investe sempre maggiori settori dei servizi specialmente se di origine pubblica: autostrade, telecomunicazioni, sanità, servizi sociali. Le regole applicate sono le medesime sopra descritte e non ha nessuna importanza se si tratta di pagare un pedaggio per passare su un Ponte Morandi a pochi minuti dal suo crollo per incuria; oppure se pagare privatamente, solo chi se lo può permettere, una prestazione sanitaria urgente che altrimenti vede mesi di liste d’attesa; oppure ancora abbandonare le città alla speculazione edilizia ed alla bolla degli affitti in modo da espellere aliquote sempre maggiori di cittadini che non sono in grado di pagare pigioni salate oppure mutui dai tassi variabili proibitivi. Tutto questo non deriva dall’azione della misteriosa mano del mercato, come avrebbe detto il non compianto Cesare Romiti, ma è frutto di una precisa dottrina che è figlia di un’altrettanto pervasiva ideologia: il neoliberismo.
Nel “campo americano” i cosiddetti diritti personali, che sono quelli della borghesia, non debbono avere tendenzialmente limiti, e non possono trovare ostacoli nei diritti di una comunità. Il limite alla volontà del borghese di soddisfare il proprio bisogno e più spesso il proprio capriccio, deriva dalla sola capacità di spesa di colui che declina il desiderio in un diritto, anche quando si tratta di affittare oppure acquistare a titolo definitivo parti del corpo di altre persone che, secondo l’ideologia occidentale, debbono essere libere di potersi vendere sul mercato, e non ha nessuna importanza se tale libertà è solo un’ipocrita maschera che nasconde il puro bisogno di chi affitta oppure vende parti del proprio organismo: “Maternità surrogata, corsa delle coppie in Ucraina prima del “reato universale”, La Repubblica del 9 giugno scorso; oppure “Traffico di esseri umani, così i profughi in fuga dall’Ucraina rischiano di finire nella rete dei trafficanti... La tratta degli esseri umani è la schiavitù del mondo contemporaneo e da quando la Russia ha invaso l’Ucraina si teme per i profughi in fuga dal conflitto. Ha diverse vesti: prostituzione e lavori forzati, condizioni di servitù domestica, obbligo a commettere crimini. E poi c’è il traffico di bambini o di organi”, Il Fatto Quotidiano del 19 aprile 2022.
In conclusione, i paradigmi del campo americano sono: polarizzazione economica tra i sempre più ricchi, ma in sempre in minor numero, ed i poveri in perenne aumento quantitativo e “qualitativo”; privatizzazione di ogni aspetto della vita sociale; finanziarizzazione di tutte le attività economiche. Vi è poi da registrare un mutamento dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa che, al di là dei paradigmi enunciati, ha reso ancora più gerarchico il rapporto tra metropoli imperiale e provincie. La crisi strutturale del dollaro e di conseguenza degli USA spinge Washington a pretendere esosi e continui tributi da provincie imperiali sempre più impoverite. Tali tributi assumono poi diverse forme a seconda della causale sottesa: ad esempio maggiori acquisti di armi americane, che i membri europei della NATO sono tenuti a porre in essere per far fronte allo stato di guerra “per procura” contro la Russia; per poterle pagare, i membri UE devono ovviamente tagliare la spesa sociale e gli investimenti per fare spazio alla percentuale di PIL necessaria da devolvere al complesso militare industriale USA. Un’altra forma di tributo che Washington pretende è una conseguenza della dollarizzazione dell’economia europea, ed in questo caso l’aggio imperiale funziona in due modi: da un lato impone all’industria europea maggiori costi derivanti dai prezzi di materie prime ed energia dettati dai mercati controllati dal dollaro; dall’altro rende gli Stati Uniti appetibili per accogliere aziende europee che vogliono delocalizzare per arginare l’aumento dei costi determinati dagli USA stessi. La deindustrializzazione della zona Euro e le derivanti crisi economiche e sociali avranno delle conseguenze rilevanti per il futuro di queste nazioni, vediamole sotto forma di causa – effetto. L’aumento del disavanzo delle bilance commerciale e dei pagamenti rende i deficit sempre maggiori anche a causa dalla diminuzione tendenziale del gettito fiscale, dovuto al paradigma del “campo americano” che prevede di spostare il peso fiscale sempre di più sulle spalle degli strati poveri della popolazione, ad esempio inasprendo la tassazione indiretta oppure aumentando la platea di servizi pubblici sottoposti a ticket. I profitti, e spesso gli extra profitti delle Corporation, soprattutto se americane, godono invece di benefici fiscali dovuti, ad esempio, a sedi legali e fiscali diverse dal luogo dove si produce la ricchezza, a complessi meccanismi d’elusione grazie alla compiacenza della autorità nazionali e della UE e via di questo passo. I deficit annuali sempre più elevati aumenteranno il debito complessivo, consegnando gli stati europei nelle mani di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, con funzioni di supervisione anche delle attività della BCE piuttosto che delle banche centrali nazionali, sul modello della Troika che si è palesata in occasione della crisi greca del 2015.
A questo punto il gioco è fatto: paesi deindustrializzati, indebitati, agitati da tensioni sociali anche violente vengono privati di ogni residuo di sovranità, pronti per essere lanciati in uno scenario di Terza guerra mondiale, dovendo cercare di recuperare in oriente quello che gli Stati Uniti tolgono loro in occidente. L’Italia è già arrivata a questo punto ma non basta; la volontà di guerra alla Russia di paesi come Polonia e Repubbliche baltiche non sono ancora sufficienti; occorre che paesi importanti come Germania e Francia giungano al medesimo punto di crisi in modo da formare una coalizione ampia e militarmente valida per attaccare la Russia, considerando poi che gli USA terrebbero un profilo simile a quello attuale rispetto all’Ucraina, mandando al massacro le provincie europee contro la Russia, e magari quelle asiatiche contro la Cina nelle fasi successive della Guerra dei Trent’anni del XXI secolo.
Le similitudini con la crisi attuale: i paradigmi del “campo dei BRICS”
Abbiamo visto gli imperiali, ovvero gli americani ed i loro vassalli, vediamo ora i paradigmi dei protestanti, ovvero del “campo dei BRICS”. Va premesso che far coincidere i “protestanti” con i BRICS è una semplificazione che va presa con la massima cautela, fatta con evidenti scopi didascalici ma ben consci dei suoi limiti. Il comune denominatore di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa è l’interesse nazionale che propende maggiormente nel perseguire e sviluppare la cooperazione BRICS rispetto ad un rapporto con gli Stati Uniti; questi paesi possiedono inoltre un grado di sovranità, sia pure in diversa misura, sufficiente per perseguire una politica estera in grado di “protestare” contro il potere imperiale americano. Vi sono poi paesi che possono essere ascritti al “campo BRICS”, pur non facendone formalmente parte, sempre per le due ragioni sopra evidenziate.
A differenza del “campo americano”, dove il rapporto tra i membri è quello classico che si instaura tra una metropoli imperiale e le sue provincie, quello dei BRICS è un’associazione di nazioni tra loro indipendenti e con un grado diverso di impermeabilità alla potente influenza di Washington. Vi sono membri impermeabili come Cina e Russia, vi sono componenti parzialmente permeabili come Brasile ed India, e vi è infine il Sud Africa che, oltre alla permeabilità all’influenza americana che non sembra irresistibile, deve gestire quella maggiore della Gran Bretagna a causa della presenza delle due importanti minoranze bianche di origine inglese ed olandese ed i loro legami culturali e d’interesse con l’Occidente. Inoltre Pretoria deve destreggiarsi nei rapporti interni al Commonwealth of Nations in misura maggiore rispetto all’India che invece non ha nessuna minoranza bianca sulla quale Londra possa fare leva. Come accennato, vi sono poi altri paesi che militerebbero volentieri nel “campo BRICS”, e che a volte lo fanno intendere, come ad esempio: Iran, Turchia ed Arabia Saudita.
Ma quali sono i paradigmi dei “BRICS” così differenti da rendere necessario un lungo confronto anche militare? Partiamo sempre dal cuore del problema e dalla madre di tutti i conflitti: la crisi del dollaro inconvertibile. Nel “campo dei BRICS” sta maturando l’idea di non utilizzare più il biglietto verde per le transazioni commerciali, ma di usare le valute nazionali a seconda dei paesi con i quali si debbono regolare i conti della Bilancia commerciale: siamo già nel campo del “casus belli” per gli Stati Uniti. Ma non è finita qui: per regolare i conti più complessi della Bilancia dei pagamenti i BRICS stanno realizzando proprie istituzioni finanziarie internazionali indipendenti da FMI e Banca Mondiale, come la Nuova Banca di Sviluppo presieduta dall’ex presidente brasiliana Dilma Rousseff e per gli americani è ancora peggio. Le brutte notizie per Washington proseguono: i paesi euroasiatici e BRICS stanno facendo incetta di oro come ci informa, ad esempio, The Post del 10 gennaio 2023: “BRICS undermine dollar hegemony with gold purchases”. Per un motivo opposto a quello degli Stati Uniti, anche i BRICS possono usare la moneta come arma, la quale, a differenza del dollaro che ha bisogno della minaccia militare per essere accettata, è sufficiente che esista per causare danni incalcolabili al biglietto verde ed alla economia del “campo imperiale”. Se i BRICS decidessero, come sembra vogliano fare, di creare una moneta comune convertibile in oro, tornando ad una sorta di Gold Exchange Standard, è assai probabile che il dollaro evaporerebbe in una iper inflazione a doppia cifra simile, se non peggiore, a quella che colpì il Papier Mark tedesco nel 1923. Da un punto di vista paradigmatico, i BRICS riconducono la moneta alle sue funzioni tradizionali: mezzo di scambio per acquisto di beni e servizi, unità di conto per attribuire prezzi, riserva di valore per il risparmio. Ricondurre la belva moneta nel suo recinto vuol dire che le economie dei BRICS non sono propense alla finanziarizzazione per le caratteristiche di grandi paesi produttori di materie prime e dotati di un comparto manifatturiero sviluppato.
Nel campo dei BRICS le attività di banca commerciale e di banca d’affari sono decisamente divise, al contrario del campo americano dove le seconde sfruttano parassitariamente le prime. La presenza di uno Stato comunista a tutti gli effetti, la Cina, e di un altro che è stato il primo paese socialista nella storia dell’umanità, la Russia, possono velocemente orientare l’organizzazione dei BRICS in forma di “Capitalismo di Stato”, anche sviluppato. In Cina il Piano Quinquennale è una realtà avente forza di legge ed è in grado di coordinare a sé altre forme di organizzazioni economiche tendenzialmente pianificate; in Russia la cultura del Piano viene da lontano, dal 1928 quando fu adottato per la prima volta, e questo strumento di programmazione è stato usato per i successivi sessant’anni. Le economie in via di sviluppo degli altri componenti del “campo BRICS”, possono essere diretti verso forme di Capitalismo di Stato ed organizzazione pianificata in forma evoluta. Essere portatori di questi paradigmi significa, però, che la politica prevale sull’economia, che gli interessi collettivi condizionano quelli individuali. Nel “campo BRICS” anche e soprattutto per il notevole numero di abitanti, il diritto della comunità prevale rispetto a quello del singolo, e questo comporta che il diritto ad un lavoro dignitoso, all’accesso universale alla sanità, all’istruzione, alla politica della casa deve riguardare tutta la popolazione rientrando quindi nella sfera di responsabilità e di azione dello Stato. L’economista americano Michael Hudson parla di “socialismo con caratteristiche eurasiatiche” e lo descrive nel seguente modo: “Certo, ci sarà un’economia mista. Naturalmente ci sarà l’impresa privata. Naturalmente ci sarà la proprietà individuale, ma sarà soggetta a vincoli sociali in modo che le fortune che vengono fatte da qualche privato non saranno ottenute a spese del resto della società... È necessario coordinare i settori pubblico e privato. Invece come in America e in Europa, dove l’obiettivo del settore privato è quello di prendere il controllo del governo per privatizzare e svendere il dominio pubblico... Bisogna evitare la ricerca di rendita economica, la ricerca di rendita immobiliare e la ricerca di rendita monopolistica. Quei settori della finanza, della proprietà terriera, della ricerca e sviluppo, della salute pubblica, appartengono al dominio pubblico, non privatizzati”.
Le similitudini con la crisi attuale: la guerra a fasi
Il leninismo, ancora di più del marxismo, porta in sé la terribile regola di guardare in faccia alla realtà senza cessioni ai propri desideri, alle proprie speranze, alle proprie convinzioni. Solo una chiara ed obiettiva capacità d’analisi può far comprendere gli avvenimenti attuali e cercare di prevedere con un margine d’errore accettabile le tendenze future; in altre parole il leninismo è esattamente il contrario della propaganda. Se applichiamo i princìpi leninisti a quanto ci siamo detti fino ad ora ne derivano le seguenti conclusioni:
- i paradigmi dei due campi sono tra loro inconciliabili;
- gli Stati Uniti si trovano ampiamente in uno stato di “casus belli” a causa del rischio sempre più concreto che il dollaro venga utilizzato sempre di meno;
- il minor utilizzo del biglietto verde ne causa il rischio di evaporazione in una incontrollata iper inflazione;
- l’élite americana si sta orientando verso la decisione di disfarsi del dollaro, considerato ormai una moneta zombi, cioè moneta morta ma ancora vivente;
- l’unico modo pensato per disfarsi del dollaro è attraverso una guerra mondiale anche nucleare;
- la necessità americana di un conflitto su larghissima scala è però contrastato dal “campo BRICS”, che è composto da nazioni militarmente in grado di tenere testa agli USA ed ai suoi vassalli.
L’élite americana sta quindi valutando se il costo in termini di possibile devastazione degli Stati Uniti è compatibile con la prosecuzione del suo attuale potere, oppure se vi sia il rischio di un’implosione economica, sociale e politica tale da disgregare l’Unione in uno scenario simile a quello della guerra di secessione del 1861. Per ora la valutazione è ancora negativa, quindi gli Stati Uniti sono propensi ad adottare una strategia di guerra prolungata a più fasi, simile a quella della guerra dei Trent’anni, appunto.
Abbiamo sotto gli occhi la “fase ucraina” che sta volgendo al suo termine. In questo stadio gli attori sul campo sono stati solo Russia ed Ucraina, mentre gli altri componenti dei due campi si sono mossi alle spalle dei contendenti. Nella fase boema della guerra dei Trent’anni, il campo imperiale era già organizzato e, ad esempio, in occasione della battaglia della Montagna Bianca del 1620, la Lega Cattolica (la NATO di allora), fu in grado di mobilitare tutte le sue forze, mentre il campo protestante era rappresentato solo da boemi e dal Palatinato, assenti gli altri principi protestanti. Nel febbraio 2022 la NATO era già schierata compatta a sostegno del proprio delegato sul campo di battaglia, l’Ucraina, mentre la Russia, gravata dall’onere di dover iniziare formalmente l’azione militare, per potere radunare il proprio campo intorno a sé, ha avuto bisogno di tutto l’anno. Tuttavia nel 2022 il campo dei protestanti si è organizzato ed ha conseguito una prima vittoria non militare: le due strategie americane tese a far collassare l’economia russa ed a provocare l’isolamento diplomatico di Mosca, necessario per provocare la caduta di Vladimir Putin, sono entrambe fallite. È rimasta la sola opzione militare di cui abbiamo parlato in premessa, ma è ormai ammesso anche dagli americani che le possibilità per Kiev di vincere la guerra sono assai ridotte: “Leaked Pentagon documents suggest US is pessimistic Ukraine can quickly end war against Russia” afferma la CNN del 12 aprile scorso, e come dice il proverbio “a buon intenditore poche parole”.
La progressiva coscienza della probabile sconfitta del regime di Kiev induce gli americani a chiudere la fase ucraina del conflitto ed aprirne una nuova con attori diversi che verrebbero ad affiancare prima e rimpiazzare poi l’esausto esercito ucraino: potrebbe essere la fase polacca con l’aiuto di una Coalition of the willing, rigorosamente fuori dall’ambito NATO. La consistenza della coalizione dei volenterosi dipenderebbe poi dal potere coercitivo degli USA nei confronti dei singoli volontari: bulgari, rumeni, slovacchi sembrano i predestinati dell’est europeo, l’Italia la più votata in quello ovest. Ma sulla predizione di fasi future è opportuno fermarsi subito per non scadere nella cabala. Invece va indagato un dato preoccupante sulla durata del conflitto, che forse non è così distante da un concetto pluridecennale.
Il punto è individuare il teatro del confronto e se possibile circoscriverlo. La Guerra dei Trent’anni si svolse soprattutto in Germania e nei territori ereditari della Casa d’Austria perché erano i luoghi dove si fronteggiavano i cattolici coi protestanti. Se il conflitto odierno dovesse seguire le medesime regole dovrebbe estendersi nell’area dove si confrontano neo-liberismo e socialismo dalle caratteristiche euroasiatiche, ovviamente semplificando concetti più complessi. Teoricamente si parla del continente euro-asiatico, non solo la Russia ma anche la Cina, caratterizzati da fronti apribili da parte degli Stati Uniti in Europa orientale, Medio Oriente, Mar della Cina. Tuttavia nei BRICS vi è anche il Brasile, quindi l’America Latina potrebbe essere un teatro di guerra futuro, ed in Africa vi è il Sud Africa, causa di un altro possibile teatro. Tra l’altro, il continente nero sta rispondendo in modo positivo alle sollecitazioni che vengono da Mosca in occasione del vertice tra Russia ed Africa tenutosi a San Pietroburgo lo scorso 27 luglio: “Vladimir Putin promette grano gratis all’Africa e accusa l’Occidente... La Russia è pronta a sostituire il grano ucraino in Africa, soprattutto sullo sfondo di raccolti record», ha spiegato Putin, secondo cui «la quota della Russia nel mercato mondiale del grano è del 20%, quella dell’Ucraina è inferiore al 5%. Ciò significa che è la Russia che contribuisce in modo significativo alla sicurezza alimentare globale... I Paesi occidentali ostacolano la fornitura di cereali e fertilizzanti e accusano ipocritamente la Federazione Russa della crisi alimentare globale».”, Il Tempo del 27 luglio.
Gli scenari possibili sono vasti, ed il tempo necessario per portarli ad uno stadio operativo sono tutt’altro che rapidi, questa considerazione potrebbe aggiungersi a quelle precedenti a supporto della tesi di un lungo conflitto diviso in fasi successive.
Similitudini con la crisi attuale: la nuova gerarchia delle nazioni
Abbiamo accennato che alla fine della Guerra dei Trent’anni le nazioni che si erano legate alle chiese riformate iniziarono la loro fase ascendente, mentre quelle che erano rimaste fedeli alla chiesa cattolica la loro fase discendente. Il tremendo conflitto in Germania, occorre ribadirlo, permise di riscrivere le regole politiche che riallineavano i rapporti internazionali alla realtà economica e finanziaria già esistente nel vecchio continente, questa riscrittura fu la pace di Westfalia. Nello scenario attuale Michael Hudson parla correttamente, per il campo dei “protestanti”, di economia mista, di proprietà private che si debbono rapportare al pubblico in via subordinata, realtà economiche già presenti, seppur in diverso grado, in tutti i paesi BRICS. Quello che Hudson definisce “socialismo con caratteristiche eurasiatiche” tuttavia oggi è distinguibile solo in Cina, e solo un esito positivo della Guerra dei Trent’anni del XXI secolo potrebbe estenderlo a tutto il campo dei “protestanti” in un processo in divenire. Al contrario, nel campo americano il neo-liberismo è già affermato in tutti i suoi componenti, avendo espresso la sua attrattività negli anni Novanta dello scorso secolo, all’interno dell’euforia della Fine della Storia, a seguito del crollo del Muro di Berlino. Oggi il neo-liberismo esprime solo tendenze regressive ed è pervaso da una sinistra forma di nichilismo causata dall’inarrestabile processo di concentrazione di enormi ricchezze fittizie in pochissime mani. Da questo particolare nichilismo dei signori di Wall Street e della City di Londra potrebbe scaturire la decisione di precipitare il pianeta nell’olocausto nucleare, anche perché sono consci che il mutamento della gerarchia delle nazioni è già in atto. Non giungono notizie di paesi che smaniano di entrare nel G7, al contrario sono gli occidentali che invitano indiani e brasiliani all’ultimo summit in Giappone nella speranza di esercitare pressioni utili ad incrinare i rapporti interni ai BRICS, sperando di sfruttare quella permeabilità della quale si accennava prima; al contrario, ci sono 19 gli stati che formalmente oppure informalmente hanno chiesto di entrare a far parte dei BRICS.
Queste considerazioni, e ben altre con dovizia d’informazioni al massimo livello, vengono fatte in tutte le cancellerie, anche quelle soggette al giogo americano come la francese e la tedesca ma che hanno comunque ben chiaro che l’interesse nazionale stia andando in senso contrario alla politica estera espressa dai vari Macron e Scholz (l’Italia sembra non pervenuta, persa ormai nel suo delirio di servilismo).
A mio avviso Parigi e Berlino si rendono perfettamente conto di trovarsi di fronte ad una scelta: accettare la sollecitazione americana d’intraprendere una guerra convenzionale contro la Russia, e magari contro suoi nuovi alleati (Bielorussia, Iran?), tentare l’avventura di riguadagnare in quei paesi quello che gli americani esigono come tributo in occidente; oppure cambiare di campo tra una fase e l’altra del conflitto come fece la Sassonia nella Guerra dei Trent’anni, complice disordini dinastici di quello stato. Quello che invece sembra non più possibile è rimanere nell’attuale stallo: tributari dell’esosa metropoli imperiale e vittime della perdita dei grandi spazi commerciali cinese e russo.
Resta un’ultima considerazione che per ora non ha riscontro, ma che potrebbe averlo. Abbiamo detto che alla fine il grande vincitore della Guerra dei Trent’anni fu la Francia, la quale beneficiò dell’essere essere rimasta uno stato cattolico, ma di aver saputo lucrare sull’affermazione dei paesi protestanti ai danni di Vienna. Chi potrebbe essere la Francia di oggi? Quale paese occupa una posizione di guida della NATO, primo alleato degli USA, e contemporaneamente siede nel Commonwealth con India e Sud Africa? Suggerirei di osservare la Gran Bretagna sotto quest’ottica perché potrebbe essere la strategia che risolleva Londra dalle difficoltà del dopo Brexit.
La contraddizione tra realtà economica e finanziaria del mondo e le sue regole scritte nel 1945 è giunta ad un grado d’intensità difficilmente gestibile, vedremo se il modello “Guerra dei Trent’anni”, ovviamente non l’unica possibile, sarà quella probabile.
Fonte
Le similitudini tra la Guerra del Trent’anni e l’attuale scontro dal carattere strategico tra fronte imperialista in crisi e fronte antimperialista in ascesa
Premessa: sono le guerre (purtroppo) che mutano i paradigmi
In questi giorni si sta concretizzando un fatto evidente fin dall’inizio: il velleitarismo della tanto proclamata controffensiva ucraina di primavera. Alcuni osservatori stanno supponendo che si vada incontro ad una fase di negoziazione tra le parti, che sono Stati Uniti e Russia, non certamente l’Ucraina che è uno stato fantoccio, e tanto meno la NATO che è un’organizzazione che coordina le attività dell’esercito imperiale, attualmente quello americano, con le forze armate ausiliarie dei vassalli, come è sempre stato fin dai tempi antichi.
Ovviamente vi è la speranza che questi negoziati inizino presto, ma non è detto che ciò accada e non è detto neppure che il ritorno alla diplomazia chiuda lo stato di ostilità globale, anzi vi sono elementi che giocano in senso contrario come cercherò di spiegare nel presente articolo.
I conflitti militari sono importanti nella storia dell’Uomo perché, fino alla determinazione di nuovi modi di composizione dei conflitti tra le potenze, che indubbiamente l’introduzione dell’arma atomica sollecita, sono le guerre che stabiliscono chi siano i vincitori, i vinti e le regole del gioco a beneficio dei primi.
Quando la premier italiana Giorgia Meloni dichiara pomposamente davanti al Congresso americano il 27 luglio scorso che: “L’Occidente è unito e difende le regole”, intende quelle scaturite dalla Seconda Guerra mondiale, le ultime stabilite e vigenti. Ma di quali regole si parla? Nel 1945 i benefici dei vincitori si tradussero in norme ascrivibili al cosiddetto diritto internazionale il quale, non bisogna mai scordarlo, non ha nulla a che fare con il cosiddetto diritto delle genti (Ius gentium), e tantomeno con criteri di giustizia, che al contrario sono spesso contraddetti: il rapporto tra Stato d’Israele e palestinesi è più che sufficiente per dimostrare questo assunto.
Dagli accordi e dal diritto internazionale discendono poi le istituzioni che hanno il compito di applicare tali regole, sempre nell’esclusivo vantaggio dei vincitori: Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, NATO eccetera. Queste regole, però, hanno sempre una durata temporale definita, una sorta di “data di scadenza”, in quanto necessitano di essere riallineate con la realtà dei rapporti di forza tra le potenze, che sono invece mutevoli, in quanto risentono di fattori economici e finanziari.
Scrivere nuove regole perché aderenti alla realtà non è affatto un meccanismo automatico, può avvenire solo attraverso un nuovo conflitto armato per le due seguenti ragioni:
1) l’ultimo vincitore della guerra non ha nessuna intenzione di lasciare la sua posizione dominante in modo pacifico, perché è tale status che gli impedisce di sprofondare nella crisi da lui stesso creata;
2) le potenze che sono destinate a sostituire il dominus imperiale non possono esimersi dal farlo, anche se non lo desiderano ed anche se cercano di convincere la comunità internazionale della loro buona fede.
Nel XXI secolo chi non vuole e, sotto un certo punto di vista, non può lasciare il suo ruolo di potenza imperiale senza reagire sono gli Stati Uniti; chi è costretto suo malgrado ad emergere come nuova potenza mondiale è la Cina: tutti gli altri attori girano intorno a questo meccanismo centrale.
Vi sono poi dei conflitti armati che hanno segnato passaggi epocali perché portatori di cambiamenti irreversibili dei paradigmi religiosi, culturali, economici e sociali. Le invasioni barbariche del V e del VI secolo non hanno solo chiuso la vicenda dell’Impero romano d’occidente, hanno pure sancito la fine dell’evo antico a causa del tramonto del paganesimo a favore del cristianesimo, del sistema schiavistico a favore di quello servile eccetera. Le numerose guerre dell’alto e basso medioevo sono state importanti ma non hanno mutato alcun paradigma, e neppure quelle rinascimentali. Bisogna aspettare l’epoca barocca, e precisamente il 1618, per assistere ad un conflitto che ha profondamente mutato i paradigmi avendo liberato le forze del capitalismo moderno che conosciamo oggi: la Guerra dei Trent’anni. Dopo questo terribile conflitto europeo vi sono stati altri momenti dove i paradigmi sono mutati: sostanzialmente le guerre napoleoniche che hanno sancito l’inizio della scalata della borghesia alla guida dello Stato e la Prima guerra mondiale che ha concluso tale processo. Sempre la Grande Guerra ha poi determinato la nascita di paradigmi alternativi a quelli borghesi, grazie alla miracolosa affermazione di uno stato socialista in Russia. La seconda guerra mondiale non ha mutato nessun paradigma, vi è stata la sostituzione di un centro imperiale, Londra, con un altro: Washington.
Oggi ci dobbiamo porre il seguente quesito: la guerra in Ucraina può mutare i paradigmi? In questo articolo cercherò di dimostrare che la risposta potrebbe essere affermativa.
Se si ammette che quella in corso in Ucraina è una guerra di cambiamento paradigmatico, a quale modello del passato si potrebbe avvicinare? Cercherò di dimostrare che il modello di riferimento è proprio la Guerra dei Trent’anni, non tanto per la durata, che dovrebbe essere inferiore a causa delle superiori capacità distruttive delle armi moderne e dei costi esorbitanti che possono rovinare velocemente uno Stato tributario, quanto per lo scontro tra due diversi sistemi paradigmatici tra loro alternativi ed inconciliabili, scontro che non può essere risolto dalla fine delle ostilità tra Kiev e Mosca. In altre parole, l’improvvida decisione degli USA di scatenare una guerra per procura in Ucraina ha scoperchiato il mitico vaso di pandora, dal quale stanno uscendo conseguenze del tutto inaspettate per gli strateghi di Washington e che li stanno convincendo di non potere più tornare indietro.
Dalla Guerra dei Trent’anni nasce il capitalismo moderno
In estrema e lacunosa sintesi, le istanze delle chiese riformate, è opportuno ricordarlo, erano state enunciate un secolo prima l’inizio della Guerra dei Trent’anni; la confessione augustana, detta anche luterana, venne espressa in maniera compiuta nel 1530 in occasione della Dieta di Augusta, ma Lutero aveva affisso le celebri 95 tesi sul portone della chiesa di Wittenberg già nel 1517. Senza addentrarsi nei precetti teologici, da un punto di vista squisitamente politico la carica rivoluzionaria della riforma luterana risiedeva nella facoltà del cristiano di potere avere un rapporto immediato con Dio, attraverso la lettura e la meditazione delle sacre scritture, e non più mediato dall’ordinamento ecclesiastico che dal Papa discendeva fino ai parroci. Anche l’enorme letteratura teologica prodotta dai padri della chiesa della tarda antichità, dell’alto medioevo fino ad arrivare a San Tommaso d’Acquino veniva “rimandata al mittente”, ritenuta negativa perché tendeva a sostituirsi all’autentica parola di Dio custodita solo nella Bibbia e nei Vangeli. Il contenuto “eversivo” della riforma luterana venne immediatamente intuito da alcuni principi tedeschi, che vi poterono scorgere almeno due importanti opportunità: scrollarsi di dosso l’ingombrante potere dei vescovi cattolici in Germania, tre dei quali erano anche elettori del Sacro Romano Impero fin dai tempi della Bolla d’Oro: arcivescovi di Magonza, Treviri e Colonia; la possibilità di mettere le mani sull’immenso patrimonio che la Chiesa cattolica possedeva nei territori dell’Impero sia sotto forma di proprietà delle diocesi che degli ordini monastici.
I tempi per un cambio di paradigma erano diventati maturi e Paolo Sarpi, negli antefatti della sua Istoria del Concilio tridentino fa intendere che se Martin Lutero non avesse ottenuto la protezione di alcuni principi tedeschi, segnatamente il Duca di Sassonia Federico III, non si sarebbe potuto salvare da scomuniche e condanne di Leone X e di Carlo V, ed avrebbe fatto la medesima fine del suo precursore, Ian Hus, arso vivo a Costanza nel 1415.
Lutero aveva minato i fondamenti della tradizione politica medievale: il potere spirituale del Papa e quello temporale dell’Imperatore, la via era aperta ad altri cambiamenti come quelli descritti nella classica opera di Max Weber “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”. In questo importante testo si mette in rilievo la riforma di Giovanni Calvino, la quale ribalta la fondamentale visione anti economicista della tradizione cattolica. Il calvinista non chiede alcuna grazia a Dio, egli è invece devoto per la benevolenza già ricevuta ma a lui ancora sconosciuta; il cammino del credente nel corso della sua vita ha quindi lo scopo di capire, attraverso il successo del suo lavoro, delle sue iniziative, se Dio lo ha gratificato della sua grazia. Il successo, la ricchezza sono quindi segni della benevolenza divina già concessa, e per la quale la riconoscenza si manifesta in chiese sobrie, spoglie ed intime. Lo spirito d’iniziativa prende quindi slancio dalla ricerca della comprensione della grazia divina, e non è un caso che tale credo si sia affermato presso popoli dalle spiccate propensioni commerciali come quello olandese.
Tuttavia il XVI secolo non vede affatto il trionfo della Riforma nei confronti del Cattolicesimo, i protestanti non sono ancora in grado di emanciparsi dal potere di Papi ed Imperatori. Al contrario, la Controriforma fornisce un nuovo bagaglio ideologico al campo imperiale, il quale esercita una decisa stretta sulle “libertà di coscienza e parola” attraverso la tesi dell’infallibilità del Papa, e quindi del potere nelle sue articolazioni pubbliche e private, l’istituzione dell’Indice, dell’Inquisizione eccetera (non viene in mente nulla di attuale?).
L’impero degli Asburgo sul quale il sole non tramontava mai, diviso per ineludibili motivi di gestione tra i due rami della famiglia austriaca e spagnola, non poteva che nutrirsi del Concilio tridentino, e non poteva che cercare di cancellare quello che le chiese riformate avevano conquistato fino a quel momento. Le contraddizioni tra l’Imperatore che non voleva, ed anche non poteva, abbandonare imbelle il suo ruolo di guida del Sacro Romano Impero, ed i principi protestanti che si rendevano conto di non potere più accettare di tornare al passato, soprattutto a causa della volontà dei cattolici di essere risarciti dei beni già confiscati che sarebbe sfociato nell’Editto di restituzione, potevano essere risolti solo da una guerra, che è interessante per noi sotto alcuni aspetti.
Primo aspetto, lo abbiamo visto, scontro di due modi diversi di vedere politica ed economia: da un lato la tradizione medievale dell’Imperatore, del Papa, dei grandi feudatari, dell’economia sostanzialmente rurale dalla quale derivavano la vita da rentièr, grazie ad estese proprietà terriere, di nobili ed ecclesiastici. In questo sistema il vescovo siede al medesimo tavolo del principe e discute con lui di politica. Dall’altro lato, il mondo riformato fatto di principati, città stato e repubbliche liberate dal secolare giogo delle massime istituzioni medievali; in economia è il lavoro, il commercio, l’industria che determinano la conoscenza della grazia divina; la moneta merce acquista dignità morale, le attività finanziarie dei prestiti anche ad usura, l’affermarsi delle borse, delle banche si liberano del giudizio etico negativo che la teologia cattolica aveva dato loro e sotto un certo punto di vista Calvino avvicina Dio alla moneta. In questo sistema il pastore siede al tavolo della servitù ed è ignorato dal principe.
Il secondo aspetto risiede nell’evoluzione della guerra dei Trent’anni in diverse fasi, che vedono l’avvicendarsi di protagonisti diversi: fase boema (1618–1625), fase danese (1625–1629), fase svedese (1630–1635) ed infine fase francese (1635–1648). La Guerra dei Trent’anni è stata quindi un contenitore di diversi conflitti e non sempre senza soluzione di continuità.
Il terzo aspetto è rappresentato dal fatto che insieme ai paradigmi anche la gerarchia delle potenze cambiò in conseguenza degli esiti del conflitto: gli stati che avevano sostenuto le chiese riformate assunsero progressivamente maggiore importanza nello scacchiere europeo e quindi mondiale come la Svezia, nonché le stesse Olanda ed Inghilterra anche se coinvolte marginalmente nel teatro tedesco. Le potenze che si erano legate al partito cattolico, al contrario, iniziarono la loro fase declinante sia pure con tempistiche diverse: immediatamente l’Italia, mediatamente Spagna ed Austria come colonne d’Ercole del dominio asburgico in Europa. Un capitolo a parte riguarda infine la Francia, vera potenza vincitrice della Guerra dei Trent’anni grazie al genio politico di Richelieu.
La Francia, autentico Giano bifronte, da un lato era un paese cattolico, per di più governata successivamente da due cardinali della Chiesa, Richelieu appunto e Mazzarino, dall’altro sostenne decisamente il campo dei protestanti contro gli Asburgo; questa particolare e vincente alchimia politica le diede un indiscusso ruolo preminente nel vecchio continente che durò fino alla battaglia di Waterloo del 1815.
In sintesi, del modello “Guerra dei Trent’anni” in relazione all’odierno conflitto in Ucraina ci interessa verificare se si possano individuare i seguenti elementi: diversi paradigmi che sottendono i due schieramenti; divisione in più fasi di un lungo conflitto; individuazione di una nuova gerarchia delle potenze in relazione ai paradigmi sostenuti.
Le similitudini con la crisi attuale: i paradigmi del “campo americano”
A mio avviso, volenti o nolenti, dopo Cristo siamo tutti cristiani e dopo Marx siamo tutti marxisti. In che senso? Il cristianesimo aveva sconfitto il paganesimo: un caleidoscopio di religioni dove gli Dèi erano sostanzialmente raffigurazioni umane, un sistema di credenze che politicamente generava un’eccessiva vicinanza tra uomini e Dèi, causando seri problemi di legittimità dei poteri regio ed imperiale. Una delle ragioni della crisi dell’impero romano risiedeva nella risibile volontà di uomini, spesso caratterizzati da molti vizi e poche virtù, di pretendere di essere elevati al rango divino solo perché eletti imperatori. Il merito del cristianesimo è stato quello, grazie alla sua teologia evoluta, di restituire a Dio la giusta distanza da tutti gli uomini, sovrani compresi, e di far discendere dalla volontà divina il potere dei monarchi, che cessavano di essere Dèi, ma diventavano “unti del Signore”, quindi legittimati a governare dalla grazia divina nonostante gli stessi numerosi vizi e le poche virtù dei predecessori romani. La religione aveva quindi un posto centrale nella vita politica delle nazioni e dei popoli, lo abbiamo visto nel capitolo precedente.
Dopo Marx siamo tutti marxisti nel senso che l’economia ha sostituito la religione quale elemento di legittimazione del potere. Il modo di produzione, il modo di distribuire la ricchezza tra le diverse classi sociali, la diversa visione del rapporto tra economia e politica sono oggi la “teologia” che giustifica il potere del “sovrano”, scalzando la religione da questo importante ruolo. Se nella Guerra dei Trent’anni il confronto era stato tra due visioni della religione cristiana, nel conflitto ucraino si stanno profilando altrettanti modi diversi di vedere l’economia.
Cominciamo a guardare il “campo imperiale”, che chiameremo propriamente il “campo americano”. Il centro sono gli Stati Uniti, gli stati vassalli sono quelli europei, il Giappone, la Corea del Sud, e grazie all’alleanza con la Gran Bretagna, anche Australia e Nuova Zelanda. Quali sono i paradigmi difesi dagli “americani”? Innanzitutto la concezione della moneta come strumento di dominio e solo successivamente come mezzo di scambio, misura di valore e riserva di valore. Le monete del “campo americano” non solo sono inconvertibili con l’oro e con qualsiasi altro metallo nobile, ma sono espressioni di paesi estremamente indebitati, quindi soggetti ad una smodata produzione di moneta nelle sue tre aggregazioni.
In questo campo, infatti, militano paesi tra i maggiori debitori del mondo, limitandosi ai soli conti pubblici: Stati Uniti d’America (32.555 miliardi di dollari), Giappone (13.537 miliardi); Germania, Francia, Gran Bretagna ed Italia raccolti in una forbice che va dai 2.556 miliardi ai 3.042 miliardi di dollari. I raffronti con il valore del PIL delle relative economie sono del tutto risibili in quanto non vi è nessuna volontà di restituire un solo dollaro, e tanto meno d’invertire il trend dell’indebitamento, vuoi per la crisi pandemica del biennio 2020-2021, vuoi per la guerra in Ucraina del successivo anno e mezzo. Se un paese non è in grado di restituire i debiti contratti dovrebbe essere in default, innanzitutto gli Stati Uniti, ma se quest’ultimi esercitano il controllo diretto sugli organismi internazionali di regolazione come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, ecco che il problema non si pone più: il paese più indebitato è “padrone” delle istituzioni che “aiutano” gli Stati morosi. Non è solo questo: grazie alla smodata produzione della sua carta moneta, gli USA sono indirettamente in grado di finanziare i debiti di altri paesi che invece, loro sì, sono tenuti a restituire quanto prestato oppure di dichiarare bancarotta: stiamo parlando, ad esempio, del rapporto triangolare che lega Stati Uniti, FMI ed Argentina. Quando un paese finisce in questo “triangolo delle Bermude”, non solo viene saccheggiato dal punto di vista economico, ma viene anche privato della sua indipendenza, e la sua politica estera viene dettata da Washington, la quale, in una sorta di gioco beffardo, è a capo di una nazione ben più insolvente.
Un altro paradigma del “campo americano”, che discende dal primo, è rappresentato dalla totale finanziarizzazione della sua economia. L’elevata presenza di denaro disgiunto da logiche economiche ha determinato l’affermarsi di banche d’affari, Edge Found, società d’investimento private che dispongono di enormi capitali liquidi e che si pongono come intermediari anche nei rapporti politici dentro e fuori gli Stati. Seguendo l’esempio triangolare che abbiamo visto precedentemente, vediamo una nuova relazione tra Stati Uniti, società d’investimento private ed Ucraina, come ci riferisce Wall Street Italia del 20 giugno scorso: “BlackRock e JP Morgan a supporto della ricostruzione dell’Ucraina”. La forte interconnessione tra finanza privata ed amministrazioni USA, caratterizzata da un continuo travaso di personale apicale tra le due sponde in un clamoroso conflitto d’interessi che nessuno mette mai in adeguato rilievo, permette a queste società di sostituirsi anche alle istituzioni finanziarie nate dalla seconda guerra mondiale. Il paradigma occidentale di creare soldi dai soldi attraverso l’aumento dell’indebitamento pubblico, ha come contraltare la deindustrializzazione attraverso i classici meccanismi di prelievo di valore da parte delle proprietà finanziarizzate nei confronti dell’apparato produttivo: dirottamento di quote maggiori di ricavi a favore del mercato borsistico e speculativo; depotenziamento di ricerca e sviluppo dei prodotti; abbattimento dei costi a deterioramento della qualità della produzione; compressione di salari e stipendi; delocalizzazione delle attività in aree a minore costo complessivo. Il processo di finanziarizzazione e privatizzazione dell’economia non riguarda solo la produzione di beni, anche di primaria necessità, ma investe sempre maggiori settori dei servizi specialmente se di origine pubblica: autostrade, telecomunicazioni, sanità, servizi sociali. Le regole applicate sono le medesime sopra descritte e non ha nessuna importanza se si tratta di pagare un pedaggio per passare su un Ponte Morandi a pochi minuti dal suo crollo per incuria; oppure se pagare privatamente, solo chi se lo può permettere, una prestazione sanitaria urgente che altrimenti vede mesi di liste d’attesa; oppure ancora abbandonare le città alla speculazione edilizia ed alla bolla degli affitti in modo da espellere aliquote sempre maggiori di cittadini che non sono in grado di pagare pigioni salate oppure mutui dai tassi variabili proibitivi. Tutto questo non deriva dall’azione della misteriosa mano del mercato, come avrebbe detto il non compianto Cesare Romiti, ma è frutto di una precisa dottrina che è figlia di un’altrettanto pervasiva ideologia: il neoliberismo.
Nel “campo americano” i cosiddetti diritti personali, che sono quelli della borghesia, non debbono avere tendenzialmente limiti, e non possono trovare ostacoli nei diritti di una comunità. Il limite alla volontà del borghese di soddisfare il proprio bisogno e più spesso il proprio capriccio, deriva dalla sola capacità di spesa di colui che declina il desiderio in un diritto, anche quando si tratta di affittare oppure acquistare a titolo definitivo parti del corpo di altre persone che, secondo l’ideologia occidentale, debbono essere libere di potersi vendere sul mercato, e non ha nessuna importanza se tale libertà è solo un’ipocrita maschera che nasconde il puro bisogno di chi affitta oppure vende parti del proprio organismo: “Maternità surrogata, corsa delle coppie in Ucraina prima del “reato universale”, La Repubblica del 9 giugno scorso; oppure “Traffico di esseri umani, così i profughi in fuga dall’Ucraina rischiano di finire nella rete dei trafficanti... La tratta degli esseri umani è la schiavitù del mondo contemporaneo e da quando la Russia ha invaso l’Ucraina si teme per i profughi in fuga dal conflitto. Ha diverse vesti: prostituzione e lavori forzati, condizioni di servitù domestica, obbligo a commettere crimini. E poi c’è il traffico di bambini o di organi”, Il Fatto Quotidiano del 19 aprile 2022.
In conclusione, i paradigmi del campo americano sono: polarizzazione economica tra i sempre più ricchi, ma in sempre in minor numero, ed i poveri in perenne aumento quantitativo e “qualitativo”; privatizzazione di ogni aspetto della vita sociale; finanziarizzazione di tutte le attività economiche. Vi è poi da registrare un mutamento dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa che, al di là dei paradigmi enunciati, ha reso ancora più gerarchico il rapporto tra metropoli imperiale e provincie. La crisi strutturale del dollaro e di conseguenza degli USA spinge Washington a pretendere esosi e continui tributi da provincie imperiali sempre più impoverite. Tali tributi assumono poi diverse forme a seconda della causale sottesa: ad esempio maggiori acquisti di armi americane, che i membri europei della NATO sono tenuti a porre in essere per far fronte allo stato di guerra “per procura” contro la Russia; per poterle pagare, i membri UE devono ovviamente tagliare la spesa sociale e gli investimenti per fare spazio alla percentuale di PIL necessaria da devolvere al complesso militare industriale USA. Un’altra forma di tributo che Washington pretende è una conseguenza della dollarizzazione dell’economia europea, ed in questo caso l’aggio imperiale funziona in due modi: da un lato impone all’industria europea maggiori costi derivanti dai prezzi di materie prime ed energia dettati dai mercati controllati dal dollaro; dall’altro rende gli Stati Uniti appetibili per accogliere aziende europee che vogliono delocalizzare per arginare l’aumento dei costi determinati dagli USA stessi. La deindustrializzazione della zona Euro e le derivanti crisi economiche e sociali avranno delle conseguenze rilevanti per il futuro di queste nazioni, vediamole sotto forma di causa – effetto. L’aumento del disavanzo delle bilance commerciale e dei pagamenti rende i deficit sempre maggiori anche a causa dalla diminuzione tendenziale del gettito fiscale, dovuto al paradigma del “campo americano” che prevede di spostare il peso fiscale sempre di più sulle spalle degli strati poveri della popolazione, ad esempio inasprendo la tassazione indiretta oppure aumentando la platea di servizi pubblici sottoposti a ticket. I profitti, e spesso gli extra profitti delle Corporation, soprattutto se americane, godono invece di benefici fiscali dovuti, ad esempio, a sedi legali e fiscali diverse dal luogo dove si produce la ricchezza, a complessi meccanismi d’elusione grazie alla compiacenza della autorità nazionali e della UE e via di questo passo. I deficit annuali sempre più elevati aumenteranno il debito complessivo, consegnando gli stati europei nelle mani di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, con funzioni di supervisione anche delle attività della BCE piuttosto che delle banche centrali nazionali, sul modello della Troika che si è palesata in occasione della crisi greca del 2015.
A questo punto il gioco è fatto: paesi deindustrializzati, indebitati, agitati da tensioni sociali anche violente vengono privati di ogni residuo di sovranità, pronti per essere lanciati in uno scenario di Terza guerra mondiale, dovendo cercare di recuperare in oriente quello che gli Stati Uniti tolgono loro in occidente. L’Italia è già arrivata a questo punto ma non basta; la volontà di guerra alla Russia di paesi come Polonia e Repubbliche baltiche non sono ancora sufficienti; occorre che paesi importanti come Germania e Francia giungano al medesimo punto di crisi in modo da formare una coalizione ampia e militarmente valida per attaccare la Russia, considerando poi che gli USA terrebbero un profilo simile a quello attuale rispetto all’Ucraina, mandando al massacro le provincie europee contro la Russia, e magari quelle asiatiche contro la Cina nelle fasi successive della Guerra dei Trent’anni del XXI secolo.
Le similitudini con la crisi attuale: i paradigmi del “campo dei BRICS”
Abbiamo visto gli imperiali, ovvero gli americani ed i loro vassalli, vediamo ora i paradigmi dei protestanti, ovvero del “campo dei BRICS”. Va premesso che far coincidere i “protestanti” con i BRICS è una semplificazione che va presa con la massima cautela, fatta con evidenti scopi didascalici ma ben consci dei suoi limiti. Il comune denominatore di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa è l’interesse nazionale che propende maggiormente nel perseguire e sviluppare la cooperazione BRICS rispetto ad un rapporto con gli Stati Uniti; questi paesi possiedono inoltre un grado di sovranità, sia pure in diversa misura, sufficiente per perseguire una politica estera in grado di “protestare” contro il potere imperiale americano. Vi sono poi paesi che possono essere ascritti al “campo BRICS”, pur non facendone formalmente parte, sempre per le due ragioni sopra evidenziate.
A differenza del “campo americano”, dove il rapporto tra i membri è quello classico che si instaura tra una metropoli imperiale e le sue provincie, quello dei BRICS è un’associazione di nazioni tra loro indipendenti e con un grado diverso di impermeabilità alla potente influenza di Washington. Vi sono membri impermeabili come Cina e Russia, vi sono componenti parzialmente permeabili come Brasile ed India, e vi è infine il Sud Africa che, oltre alla permeabilità all’influenza americana che non sembra irresistibile, deve gestire quella maggiore della Gran Bretagna a causa della presenza delle due importanti minoranze bianche di origine inglese ed olandese ed i loro legami culturali e d’interesse con l’Occidente. Inoltre Pretoria deve destreggiarsi nei rapporti interni al Commonwealth of Nations in misura maggiore rispetto all’India che invece non ha nessuna minoranza bianca sulla quale Londra possa fare leva. Come accennato, vi sono poi altri paesi che militerebbero volentieri nel “campo BRICS”, e che a volte lo fanno intendere, come ad esempio: Iran, Turchia ed Arabia Saudita.
Ma quali sono i paradigmi dei “BRICS” così differenti da rendere necessario un lungo confronto anche militare? Partiamo sempre dal cuore del problema e dalla madre di tutti i conflitti: la crisi del dollaro inconvertibile. Nel “campo dei BRICS” sta maturando l’idea di non utilizzare più il biglietto verde per le transazioni commerciali, ma di usare le valute nazionali a seconda dei paesi con i quali si debbono regolare i conti della Bilancia commerciale: siamo già nel campo del “casus belli” per gli Stati Uniti. Ma non è finita qui: per regolare i conti più complessi della Bilancia dei pagamenti i BRICS stanno realizzando proprie istituzioni finanziarie internazionali indipendenti da FMI e Banca Mondiale, come la Nuova Banca di Sviluppo presieduta dall’ex presidente brasiliana Dilma Rousseff e per gli americani è ancora peggio. Le brutte notizie per Washington proseguono: i paesi euroasiatici e BRICS stanno facendo incetta di oro come ci informa, ad esempio, The Post del 10 gennaio 2023: “BRICS undermine dollar hegemony with gold purchases”. Per un motivo opposto a quello degli Stati Uniti, anche i BRICS possono usare la moneta come arma, la quale, a differenza del dollaro che ha bisogno della minaccia militare per essere accettata, è sufficiente che esista per causare danni incalcolabili al biglietto verde ed alla economia del “campo imperiale”. Se i BRICS decidessero, come sembra vogliano fare, di creare una moneta comune convertibile in oro, tornando ad una sorta di Gold Exchange Standard, è assai probabile che il dollaro evaporerebbe in una iper inflazione a doppia cifra simile, se non peggiore, a quella che colpì il Papier Mark tedesco nel 1923. Da un punto di vista paradigmatico, i BRICS riconducono la moneta alle sue funzioni tradizionali: mezzo di scambio per acquisto di beni e servizi, unità di conto per attribuire prezzi, riserva di valore per il risparmio. Ricondurre la belva moneta nel suo recinto vuol dire che le economie dei BRICS non sono propense alla finanziarizzazione per le caratteristiche di grandi paesi produttori di materie prime e dotati di un comparto manifatturiero sviluppato.
Nel campo dei BRICS le attività di banca commerciale e di banca d’affari sono decisamente divise, al contrario del campo americano dove le seconde sfruttano parassitariamente le prime. La presenza di uno Stato comunista a tutti gli effetti, la Cina, e di un altro che è stato il primo paese socialista nella storia dell’umanità, la Russia, possono velocemente orientare l’organizzazione dei BRICS in forma di “Capitalismo di Stato”, anche sviluppato. In Cina il Piano Quinquennale è una realtà avente forza di legge ed è in grado di coordinare a sé altre forme di organizzazioni economiche tendenzialmente pianificate; in Russia la cultura del Piano viene da lontano, dal 1928 quando fu adottato per la prima volta, e questo strumento di programmazione è stato usato per i successivi sessant’anni. Le economie in via di sviluppo degli altri componenti del “campo BRICS”, possono essere diretti verso forme di Capitalismo di Stato ed organizzazione pianificata in forma evoluta. Essere portatori di questi paradigmi significa, però, che la politica prevale sull’economia, che gli interessi collettivi condizionano quelli individuali. Nel “campo BRICS” anche e soprattutto per il notevole numero di abitanti, il diritto della comunità prevale rispetto a quello del singolo, e questo comporta che il diritto ad un lavoro dignitoso, all’accesso universale alla sanità, all’istruzione, alla politica della casa deve riguardare tutta la popolazione rientrando quindi nella sfera di responsabilità e di azione dello Stato. L’economista americano Michael Hudson parla di “socialismo con caratteristiche eurasiatiche” e lo descrive nel seguente modo: “Certo, ci sarà un’economia mista. Naturalmente ci sarà l’impresa privata. Naturalmente ci sarà la proprietà individuale, ma sarà soggetta a vincoli sociali in modo che le fortune che vengono fatte da qualche privato non saranno ottenute a spese del resto della società... È necessario coordinare i settori pubblico e privato. Invece come in America e in Europa, dove l’obiettivo del settore privato è quello di prendere il controllo del governo per privatizzare e svendere il dominio pubblico... Bisogna evitare la ricerca di rendita economica, la ricerca di rendita immobiliare e la ricerca di rendita monopolistica. Quei settori della finanza, della proprietà terriera, della ricerca e sviluppo, della salute pubblica, appartengono al dominio pubblico, non privatizzati”.
Le similitudini con la crisi attuale: la guerra a fasi
Il leninismo, ancora di più del marxismo, porta in sé la terribile regola di guardare in faccia alla realtà senza cessioni ai propri desideri, alle proprie speranze, alle proprie convinzioni. Solo una chiara ed obiettiva capacità d’analisi può far comprendere gli avvenimenti attuali e cercare di prevedere con un margine d’errore accettabile le tendenze future; in altre parole il leninismo è esattamente il contrario della propaganda. Se applichiamo i princìpi leninisti a quanto ci siamo detti fino ad ora ne derivano le seguenti conclusioni:
- i paradigmi dei due campi sono tra loro inconciliabili;
- gli Stati Uniti si trovano ampiamente in uno stato di “casus belli” a causa del rischio sempre più concreto che il dollaro venga utilizzato sempre di meno;
- il minor utilizzo del biglietto verde ne causa il rischio di evaporazione in una incontrollata iper inflazione;
- l’élite americana si sta orientando verso la decisione di disfarsi del dollaro, considerato ormai una moneta zombi, cioè moneta morta ma ancora vivente;
- l’unico modo pensato per disfarsi del dollaro è attraverso una guerra mondiale anche nucleare;
- la necessità americana di un conflitto su larghissima scala è però contrastato dal “campo BRICS”, che è composto da nazioni militarmente in grado di tenere testa agli USA ed ai suoi vassalli.
L’élite americana sta quindi valutando se il costo in termini di possibile devastazione degli Stati Uniti è compatibile con la prosecuzione del suo attuale potere, oppure se vi sia il rischio di un’implosione economica, sociale e politica tale da disgregare l’Unione in uno scenario simile a quello della guerra di secessione del 1861. Per ora la valutazione è ancora negativa, quindi gli Stati Uniti sono propensi ad adottare una strategia di guerra prolungata a più fasi, simile a quella della guerra dei Trent’anni, appunto.
Abbiamo sotto gli occhi la “fase ucraina” che sta volgendo al suo termine. In questo stadio gli attori sul campo sono stati solo Russia ed Ucraina, mentre gli altri componenti dei due campi si sono mossi alle spalle dei contendenti. Nella fase boema della guerra dei Trent’anni, il campo imperiale era già organizzato e, ad esempio, in occasione della battaglia della Montagna Bianca del 1620, la Lega Cattolica (la NATO di allora), fu in grado di mobilitare tutte le sue forze, mentre il campo protestante era rappresentato solo da boemi e dal Palatinato, assenti gli altri principi protestanti. Nel febbraio 2022 la NATO era già schierata compatta a sostegno del proprio delegato sul campo di battaglia, l’Ucraina, mentre la Russia, gravata dall’onere di dover iniziare formalmente l’azione militare, per potere radunare il proprio campo intorno a sé, ha avuto bisogno di tutto l’anno. Tuttavia nel 2022 il campo dei protestanti si è organizzato ed ha conseguito una prima vittoria non militare: le due strategie americane tese a far collassare l’economia russa ed a provocare l’isolamento diplomatico di Mosca, necessario per provocare la caduta di Vladimir Putin, sono entrambe fallite. È rimasta la sola opzione militare di cui abbiamo parlato in premessa, ma è ormai ammesso anche dagli americani che le possibilità per Kiev di vincere la guerra sono assai ridotte: “Leaked Pentagon documents suggest US is pessimistic Ukraine can quickly end war against Russia” afferma la CNN del 12 aprile scorso, e come dice il proverbio “a buon intenditore poche parole”.
La progressiva coscienza della probabile sconfitta del regime di Kiev induce gli americani a chiudere la fase ucraina del conflitto ed aprirne una nuova con attori diversi che verrebbero ad affiancare prima e rimpiazzare poi l’esausto esercito ucraino: potrebbe essere la fase polacca con l’aiuto di una Coalition of the willing, rigorosamente fuori dall’ambito NATO. La consistenza della coalizione dei volenterosi dipenderebbe poi dal potere coercitivo degli USA nei confronti dei singoli volontari: bulgari, rumeni, slovacchi sembrano i predestinati dell’est europeo, l’Italia la più votata in quello ovest. Ma sulla predizione di fasi future è opportuno fermarsi subito per non scadere nella cabala. Invece va indagato un dato preoccupante sulla durata del conflitto, che forse non è così distante da un concetto pluridecennale.
Il punto è individuare il teatro del confronto e se possibile circoscriverlo. La Guerra dei Trent’anni si svolse soprattutto in Germania e nei territori ereditari della Casa d’Austria perché erano i luoghi dove si fronteggiavano i cattolici coi protestanti. Se il conflitto odierno dovesse seguire le medesime regole dovrebbe estendersi nell’area dove si confrontano neo-liberismo e socialismo dalle caratteristiche euroasiatiche, ovviamente semplificando concetti più complessi. Teoricamente si parla del continente euro-asiatico, non solo la Russia ma anche la Cina, caratterizzati da fronti apribili da parte degli Stati Uniti in Europa orientale, Medio Oriente, Mar della Cina. Tuttavia nei BRICS vi è anche il Brasile, quindi l’America Latina potrebbe essere un teatro di guerra futuro, ed in Africa vi è il Sud Africa, causa di un altro possibile teatro. Tra l’altro, il continente nero sta rispondendo in modo positivo alle sollecitazioni che vengono da Mosca in occasione del vertice tra Russia ed Africa tenutosi a San Pietroburgo lo scorso 27 luglio: “Vladimir Putin promette grano gratis all’Africa e accusa l’Occidente... La Russia è pronta a sostituire il grano ucraino in Africa, soprattutto sullo sfondo di raccolti record», ha spiegato Putin, secondo cui «la quota della Russia nel mercato mondiale del grano è del 20%, quella dell’Ucraina è inferiore al 5%. Ciò significa che è la Russia che contribuisce in modo significativo alla sicurezza alimentare globale... I Paesi occidentali ostacolano la fornitura di cereali e fertilizzanti e accusano ipocritamente la Federazione Russa della crisi alimentare globale».”, Il Tempo del 27 luglio.
Gli scenari possibili sono vasti, ed il tempo necessario per portarli ad uno stadio operativo sono tutt’altro che rapidi, questa considerazione potrebbe aggiungersi a quelle precedenti a supporto della tesi di un lungo conflitto diviso in fasi successive.
Similitudini con la crisi attuale: la nuova gerarchia delle nazioni
Abbiamo accennato che alla fine della Guerra dei Trent’anni le nazioni che si erano legate alle chiese riformate iniziarono la loro fase ascendente, mentre quelle che erano rimaste fedeli alla chiesa cattolica la loro fase discendente. Il tremendo conflitto in Germania, occorre ribadirlo, permise di riscrivere le regole politiche che riallineavano i rapporti internazionali alla realtà economica e finanziaria già esistente nel vecchio continente, questa riscrittura fu la pace di Westfalia. Nello scenario attuale Michael Hudson parla correttamente, per il campo dei “protestanti”, di economia mista, di proprietà private che si debbono rapportare al pubblico in via subordinata, realtà economiche già presenti, seppur in diverso grado, in tutti i paesi BRICS. Quello che Hudson definisce “socialismo con caratteristiche eurasiatiche” tuttavia oggi è distinguibile solo in Cina, e solo un esito positivo della Guerra dei Trent’anni del XXI secolo potrebbe estenderlo a tutto il campo dei “protestanti” in un processo in divenire. Al contrario, nel campo americano il neo-liberismo è già affermato in tutti i suoi componenti, avendo espresso la sua attrattività negli anni Novanta dello scorso secolo, all’interno dell’euforia della Fine della Storia, a seguito del crollo del Muro di Berlino. Oggi il neo-liberismo esprime solo tendenze regressive ed è pervaso da una sinistra forma di nichilismo causata dall’inarrestabile processo di concentrazione di enormi ricchezze fittizie in pochissime mani. Da questo particolare nichilismo dei signori di Wall Street e della City di Londra potrebbe scaturire la decisione di precipitare il pianeta nell’olocausto nucleare, anche perché sono consci che il mutamento della gerarchia delle nazioni è già in atto. Non giungono notizie di paesi che smaniano di entrare nel G7, al contrario sono gli occidentali che invitano indiani e brasiliani all’ultimo summit in Giappone nella speranza di esercitare pressioni utili ad incrinare i rapporti interni ai BRICS, sperando di sfruttare quella permeabilità della quale si accennava prima; al contrario, ci sono 19 gli stati che formalmente oppure informalmente hanno chiesto di entrare a far parte dei BRICS.
Queste considerazioni, e ben altre con dovizia d’informazioni al massimo livello, vengono fatte in tutte le cancellerie, anche quelle soggette al giogo americano come la francese e la tedesca ma che hanno comunque ben chiaro che l’interesse nazionale stia andando in senso contrario alla politica estera espressa dai vari Macron e Scholz (l’Italia sembra non pervenuta, persa ormai nel suo delirio di servilismo).
A mio avviso Parigi e Berlino si rendono perfettamente conto di trovarsi di fronte ad una scelta: accettare la sollecitazione americana d’intraprendere una guerra convenzionale contro la Russia, e magari contro suoi nuovi alleati (Bielorussia, Iran?), tentare l’avventura di riguadagnare in quei paesi quello che gli americani esigono come tributo in occidente; oppure cambiare di campo tra una fase e l’altra del conflitto come fece la Sassonia nella Guerra dei Trent’anni, complice disordini dinastici di quello stato. Quello che invece sembra non più possibile è rimanere nell’attuale stallo: tributari dell’esosa metropoli imperiale e vittime della perdita dei grandi spazi commerciali cinese e russo.
Resta un’ultima considerazione che per ora non ha riscontro, ma che potrebbe averlo. Abbiamo detto che alla fine il grande vincitore della Guerra dei Trent’anni fu la Francia, la quale beneficiò dell’essere essere rimasta uno stato cattolico, ma di aver saputo lucrare sull’affermazione dei paesi protestanti ai danni di Vienna. Chi potrebbe essere la Francia di oggi? Quale paese occupa una posizione di guida della NATO, primo alleato degli USA, e contemporaneamente siede nel Commonwealth con India e Sud Africa? Suggerirei di osservare la Gran Bretagna sotto quest’ottica perché potrebbe essere la strategia che risolleva Londra dalle difficoltà del dopo Brexit.
La contraddizione tra realtà economica e finanziaria del mondo e le sue regole scritte nel 1945 è giunta ad un grado d’intensità difficilmente gestibile, vedremo se il modello “Guerra dei Trent’anni”, ovviamente non l’unica possibile, sarà quella probabile.
Fonte
25/08/2023
23/08/2023
I BRICS hanno cambiato l’equilibrio globale, ma non cambieranno da soli il mondo
Nel 2003, alti funzionari dal Brasile, dall’India e dal Sudafrica si sono incontrati in Messico per discutere dei reciproci interessi nel commercio di farmaci.
L’India era ed è uno dei maggiori produttori mondiali di vari farmaci, compresi quelli utilizzati per il trattamento dell’HIV-AIDS; il Brasile e il Sudafrica avevano entrambi bisogno di farmaci a prezzi accessibili per i pazienti affetti da HIV e da una serie di altri disturbi curabili.
Ma a questi tre Paesi è stato impedito di commerciare facilmente tra loro a causa delle rigide leggi sulla proprietà intellettuale stabilite dall’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Pochi mesi prima del loro incontro, i tre Paesi hanno formato un gruppo, noto come IBSA, per discutere e chiarire le questioni relative alla proprietà intellettuale e al commercio, ma anche per confrontarsi con i Paesi del Nord globale per la loro richiesta asimmetrica di cessare i sussidi agricoli dei Paesi più poveri. Il concetto di cooperazione Sud-Sud ha fatto da cornice a queste discussioni.
L’interesse per la cooperazione Sud-Sud risale agli anni ’40 del '900, quando il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite istituì il primo programma di aiuti tecnici per favorire il commercio tra i nuovi Stati post-coloniali di Africa, Asia e America Latina.
Sei decenni dopo, proprio in concomitanza con la nascita di IBSA, questo spirito è stato commemorato dalla Giornata delle Nazioni Unite per la Cooperazione Sud-Sud, il 19 dicembre 2004.
In quell’occasione, le Nazioni Unite crearono anche l’Unità speciale per la cooperazione Sud-Sud (dieci anni dopo, nel 2013, questa istituzione fu rinominata Ufficio delle Nazioni Unite per la cooperazione Sud-Sud), che si basava sull’accordo del 1988 sul Sistema globale di preferenze commerciali tra i Paesi in via di sviluppo.
A partire dal 2023, questo patto include 42 Stati membri provenienti da Africa, Asia e America Latina, che complessivamente ospitano quattro miliardi di persone e hanno un mercato combinato di 16.000 miliardi di dollari (circa il 20% delle importazioni globali di merci).
È importante ricordare che questo programma di lunga data per aumentare il commercio tra i Paesi del Sud costituisce la preistoria del BRICS, istituito nel 2009 e attualmente composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.
L’intero progetto del BRICS è incentrato sulla questione se i Paesi che si trovano all’estremità inferiore del sistema neocoloniale possano uscirne attraverso il commercio e la cooperazione reciproci, o se i Paesi più grandi (compresi quelli dei BRICS) godranno inevitabilmente di asimmetrie di potere e di scala nei confronti dei Paesi più piccoli e quindi riprodurranno le disuguaglianze piuttosto che trascenderle.
Il nostro ultimo dossier, sulla teoria marxista della dipendenza, mette in discussione qualsiasi progetto capitalista nel Sud del mondo che creda di potersi liberare in qualche modo dal sistema neocoloniale importando debito ed esportando merci a basso costo.
Nonostante i limiti del progetto BRICS, è chiaro che l’aumento del commercio Sud-Sud e lo sviluppo di istituzioni del Sud (per il finanziamento dello sviluppo, ad esempio) sfidano il sistema neocoloniale, anche se non lo trascendono immediatamente.
Noi di Tricontinental: Institute for Social Research abbiamo seguito da vicino gli sviluppi e le contraddizioni del progetto BRICS fin dal suo inizio e continuiamo a farlo.
Alla fine di questo mese, il quindicesimo vertice dei BRICS si terrà a Johannesburg, in Sudafrica, dal 22 al 24 agosto. Questo incontro avviene mentre due dei membri del gruppo, la Russia e la Cina, stanno affrontando una nuova guerra fredda con gli Stati Uniti e i suoi alleati, mentre gli altri membri subiscono enormi pressioni per essere coinvolti in questo conflitto.
Di seguito, troverete il briefing n. 9, pubblicato in collaborazione con No Cold War, che offre una breve ma necessaria panoramica dell’imminente vertice BRICS. Potete leggere il briefing qui sotto.
Il prossimo quindicesimo vertice BRICS (22-24 agosto) a Johannesburg, in Sudafrica, ha il potenziale per fare la storia. I capi di Stato di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica si riuniranno per il loro primo incontro faccia a faccia dopo il vertice del 2019 a Brasilia, in Brasile.
L’incontro avrà luogo a diciotto mesi dall’inizio del conflitto militare in Ucraina, che non solo ha sollevato le tensioni tra le potenze occidentali guidate dagli Stati Uniti e la Russia a un livello mai visto dai tempi della Guerra Fredda, ma ha anche acuito le differenze tra il Nord e il Sud del mondo.
Ci sono crepe crescenti nell’ordine internazionale unipolare imposto da Washington e Bruxelles al resto del mondo attraverso l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), il sistema finanziario internazionale, il controllo dei flussi di informazione (sia nelle reti tradizionali che nei social media) e l’uso indiscriminato di sanzioni unilaterali contro un numero crescente di Paesi.
Come ha recentemente affermato il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, “il periodo successivo alla guerra fredda è finito. È in corso una transizione verso un nuovo ordine globale”.
In questo contesto globale, tre dei dibattiti più importanti da monitorare al vertice di Johannesburg sono: (1) la possibile espansione dei membri del BRICS, (2) l’espansione dell’adesione alla Nuova Banca di Sviluppo (NDB) e (3) il ruolo della NDB nella creazione di alternative all’uso del dollaro USA.
Secondo Anil Sooklal, ambasciatore del Sudafrica presso il BRICS, ventidue Paesi hanno chiesto formalmente di entrare nel gruppo (tra cui Arabia Saudita, Argentina, Algeria, Messico e Indonesia) e altre due dozzine hanno espresso interesse.
Nonostante le numerose sfide da superare, il BRICS è ora considerato una forza trainante dell’economia mondiale e degli sviluppi economici del Sud globale in particolare.
I BRICS oggi
A metà dello scorso decennio, i BRICS hanno incontrato una serie di problemi. Con l’elezione del Primo Ministro Narendra Modi in India (2014) e il colpo di Stato contro la Presidente Dilma Rousseff in Brasile (2016), due dei Paesi membri del gruppo sono stati guidati da governi di destra più favorevoli a Washington.
Sia l’India che il Brasile si sono ritirati nella loro partecipazione al gruppo. L’assenza de facto del Brasile, che fin dall’inizio era stato una delle principali forze trainanti del BRICS, ha rappresentato una perdita significativa per il consolidamento del gruppo.
Questi sviluppi hanno minato e ostacolato i progressi della NDB e del Contingent Reserve Arrangement (CRA), istituito nel 2015, che ha rappresentato il più grande risultato istituzionale dei BRICS fino ad oggi. Sebbene la NDB abbia compiuto alcuni progressi, non ha raggiunto i suoi obiettivi originari.
Ad oggi, la banca ha approvato circa 32,8 miliardi di dollari di finanziamenti (in realtà, ne sono stati emessi meno), mentre il CRA – che dispone di 100 miliardi di dollari di fondi per assistere i Paesi che hanno carenza di dollari USA nelle loro riserve internazionali e stanno affrontando pressioni a breve termine sulla bilancia dei pagamenti o sulla liquidità – non è mai stato attivato.
Tuttavia, gli sviluppi degli ultimi anni hanno rinvigorito il progetto BRICS. Le decisioni di Mosca e Pechino di rispondere all’escalation di aggressioni nella Nuova Guerra Fredda da parte di Washington e Bruxelles; il ritorno di Luiz Inácio Lula da Silva alla presidenza del Brasile nel 2022 e la conseguente nomina di Dilma Rousseff alla presidenza della NDB; il relativo allontanamento, in varia misura, di India e Sudafrica dalle potenze occidentali hanno dato vita a una “tempesta perfetta” che sembra aver ricostruito un senso di unità politica nei BRICS (nonostante le tensioni irrisolte tra India e Cina).
A ciò si aggiunge il crescente peso del BRICS nell’economia globale e il rafforzamento dell’interazione economica tra i suoi membri. Nel 2020, la quota globale del Prodotto interno lordo (PIL) dei BRICS in termini di parità di potere d’acquisto – 31,5% – ha superato quella del Gruppo dei Sette (G7) – 30,7% – e si prevede che questo divario aumenti.
Anche il commercio bilaterale tra i Paesi BRICS è cresciuto in modo robusto: il Brasile e la Cina battono record ogni anno, raggiungendo i 150 miliardi di dollari nel 2022; le esportazioni russe verso l’India sono triplicate da aprile a dicembre 2022, su base annua, raggiungendo i 32,8 miliardi di dollari; mentre il commercio tra Cina e Russia è balzato dai 147 miliardi di dollari del 2021 ai 190 miliardi di dollari del 2022, con un aumento di quasi il 30%.
Cosa c’è in gioco a Johannesburg?
Di fronte a questa situazione internazionale dinamica e alle crescenti richieste di espansione, i BRICS si trovano ad affrontare una serie di questioni importanti.
Oltre a fornire risposte concrete ai candidati interessati, l’espansione dei membri ha il potenziale di aumentare il peso politico ed economico del BRICS e, eventualmente, di rafforzare altre piattaforme regionali a cui appartengono i suoi membri.
Ma l’espansione richiede anche di decidere la forma specifica che l’adesione dovrebbe assumere e può aumentare la complessità della costruzione del consenso, con il rischio di rallentare il progresso del processo decisionale e delle iniziative. Come si dovrebbero affrontare queste questioni?
Come aumentare la capacità di finanziamento della NDB e il suo coordinamento con le altre banche di sviluppo del Sud globale e con le altre banche multilaterali? E, soprattutto, come può la NDB, in collaborazione con la rete di think tank dei BRICS, promuovere la formulazione di una nuova politica di sviluppo per il Sud globale?
Poiché i Paesi membri dei BRICS dispongono di solide riserve internazionali (il Sudafrica ne ha un po’ meno), è improbabile che debbano ricorrere al CRA; invece, questo fondo potrebbe fornire ai Paesi in difficoltà un’alternativa al ricatto politico del Fondo Monetario Internazionale, che impone ai Paesi in via di sviluppo di adottare misure di austerità devastanti in cambio di prestiti.
I BRICS starebbero discutendo la creazione di una valuta di riserva che consentirebbe il commercio e gli investimenti senza l’uso del dollaro USA. Se venisse istituita, potrebbe essere un ulteriore passo avanti negli sforzi per creare alternative al dollaro, ma rimangono degli interrogativi.
Come si potrebbe garantire la stabilità di una tale valuta di riserva? Come potrebbe articolarsi con i nuovi meccanismi commerciali che non utilizzano il dollaro, come gli accordi bilaterali Cina-Russia, Cina-Brasile, Russia-India e altri?
In che modo la cooperazione e il trasferimento tecnologico possono sostenere la reindustrializzazione di Paesi come il Brasile e il Sudafrica, soprattutto in settori strategici come le biotecnologie, la tecnologia dell’informazione, l’intelligenza artificiale e le energie rinnovabili, combattendo al contempo la povertà e la disuguaglianza e realizzando altre esigenze fondamentali dei popoli del Sud?
I leader che rappresentano 71 Paesi del Sud globale sono stati invitati a partecipare all’incontro di Johannesburg. Xi, Putin, Lula, Modi, Ramaphosa e Dilma hanno molto lavoro da fare per rispondere a queste domande e fare progressi sulle questioni urgenti dello sviluppo globale.
Il nostro istituto continua a seguire questi sviluppi, né con la convinzione che il progetto BRICS offra la salvezza globale, né con il cinismo che lo liquida come nulla di nuovo. La storia è mossa non dalla purezza, ma dalle contraddizioni del mondo.
Quando questi grandi Paesi del Sud si incontreranno a Johannesburg, si confronteranno con le grandi ingiustizie del Sudafrica. Queste spaccature sono la materia prima delle poesie di Vonani Bila, la cui voce si leva da Shirley Village (Limpopo) e ci ricorda il lungo cammino che ci attende, attraverso il progetto BRICS e oltre:
Quando il sole si ritira
nel Soutpansberg,
Giyani Block indossa un
cappotto di vipera nera;
uno specchio di morte e disperazione.
Medici e infermieri si alzano in piedi.
Non avranno pace quando lo sciopero dei lavoratori
accenderà la sua fiamma furiosa.
Sono in punta di piedi, guardano in alto,
lottano contro il mostro senza volto e senza coda.
Con affetto,
Vijay
Fonte
L’India era ed è uno dei maggiori produttori mondiali di vari farmaci, compresi quelli utilizzati per il trattamento dell’HIV-AIDS; il Brasile e il Sudafrica avevano entrambi bisogno di farmaci a prezzi accessibili per i pazienti affetti da HIV e da una serie di altri disturbi curabili.
Ma a questi tre Paesi è stato impedito di commerciare facilmente tra loro a causa delle rigide leggi sulla proprietà intellettuale stabilite dall’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Pochi mesi prima del loro incontro, i tre Paesi hanno formato un gruppo, noto come IBSA, per discutere e chiarire le questioni relative alla proprietà intellettuale e al commercio, ma anche per confrontarsi con i Paesi del Nord globale per la loro richiesta asimmetrica di cessare i sussidi agricoli dei Paesi più poveri. Il concetto di cooperazione Sud-Sud ha fatto da cornice a queste discussioni.
L’interesse per la cooperazione Sud-Sud risale agli anni ’40 del '900, quando il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite istituì il primo programma di aiuti tecnici per favorire il commercio tra i nuovi Stati post-coloniali di Africa, Asia e America Latina.
Sei decenni dopo, proprio in concomitanza con la nascita di IBSA, questo spirito è stato commemorato dalla Giornata delle Nazioni Unite per la Cooperazione Sud-Sud, il 19 dicembre 2004.
In quell’occasione, le Nazioni Unite crearono anche l’Unità speciale per la cooperazione Sud-Sud (dieci anni dopo, nel 2013, questa istituzione fu rinominata Ufficio delle Nazioni Unite per la cooperazione Sud-Sud), che si basava sull’accordo del 1988 sul Sistema globale di preferenze commerciali tra i Paesi in via di sviluppo.
A partire dal 2023, questo patto include 42 Stati membri provenienti da Africa, Asia e America Latina, che complessivamente ospitano quattro miliardi di persone e hanno un mercato combinato di 16.000 miliardi di dollari (circa il 20% delle importazioni globali di merci).
È importante ricordare che questo programma di lunga data per aumentare il commercio tra i Paesi del Sud costituisce la preistoria del BRICS, istituito nel 2009 e attualmente composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.
L’intero progetto del BRICS è incentrato sulla questione se i Paesi che si trovano all’estremità inferiore del sistema neocoloniale possano uscirne attraverso il commercio e la cooperazione reciproci, o se i Paesi più grandi (compresi quelli dei BRICS) godranno inevitabilmente di asimmetrie di potere e di scala nei confronti dei Paesi più piccoli e quindi riprodurranno le disuguaglianze piuttosto che trascenderle.
Il nostro ultimo dossier, sulla teoria marxista della dipendenza, mette in discussione qualsiasi progetto capitalista nel Sud del mondo che creda di potersi liberare in qualche modo dal sistema neocoloniale importando debito ed esportando merci a basso costo.
Nonostante i limiti del progetto BRICS, è chiaro che l’aumento del commercio Sud-Sud e lo sviluppo di istituzioni del Sud (per il finanziamento dello sviluppo, ad esempio) sfidano il sistema neocoloniale, anche se non lo trascendono immediatamente.
Noi di Tricontinental: Institute for Social Research abbiamo seguito da vicino gli sviluppi e le contraddizioni del progetto BRICS fin dal suo inizio e continuiamo a farlo.
Alla fine di questo mese, il quindicesimo vertice dei BRICS si terrà a Johannesburg, in Sudafrica, dal 22 al 24 agosto. Questo incontro avviene mentre due dei membri del gruppo, la Russia e la Cina, stanno affrontando una nuova guerra fredda con gli Stati Uniti e i suoi alleati, mentre gli altri membri subiscono enormi pressioni per essere coinvolti in questo conflitto.
Di seguito, troverete il briefing n. 9, pubblicato in collaborazione con No Cold War, che offre una breve ma necessaria panoramica dell’imminente vertice BRICS. Potete leggere il briefing qui sotto.
Il prossimo quindicesimo vertice BRICS (22-24 agosto) a Johannesburg, in Sudafrica, ha il potenziale per fare la storia. I capi di Stato di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica si riuniranno per il loro primo incontro faccia a faccia dopo il vertice del 2019 a Brasilia, in Brasile.
L’incontro avrà luogo a diciotto mesi dall’inizio del conflitto militare in Ucraina, che non solo ha sollevato le tensioni tra le potenze occidentali guidate dagli Stati Uniti e la Russia a un livello mai visto dai tempi della Guerra Fredda, ma ha anche acuito le differenze tra il Nord e il Sud del mondo.
Ci sono crepe crescenti nell’ordine internazionale unipolare imposto da Washington e Bruxelles al resto del mondo attraverso l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), il sistema finanziario internazionale, il controllo dei flussi di informazione (sia nelle reti tradizionali che nei social media) e l’uso indiscriminato di sanzioni unilaterali contro un numero crescente di Paesi.
Come ha recentemente affermato il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, “il periodo successivo alla guerra fredda è finito. È in corso una transizione verso un nuovo ordine globale”.
In questo contesto globale, tre dei dibattiti più importanti da monitorare al vertice di Johannesburg sono: (1) la possibile espansione dei membri del BRICS, (2) l’espansione dell’adesione alla Nuova Banca di Sviluppo (NDB) e (3) il ruolo della NDB nella creazione di alternative all’uso del dollaro USA.
Secondo Anil Sooklal, ambasciatore del Sudafrica presso il BRICS, ventidue Paesi hanno chiesto formalmente di entrare nel gruppo (tra cui Arabia Saudita, Argentina, Algeria, Messico e Indonesia) e altre due dozzine hanno espresso interesse.
Nonostante le numerose sfide da superare, il BRICS è ora considerato una forza trainante dell’economia mondiale e degli sviluppi economici del Sud globale in particolare.
I BRICS oggi
A metà dello scorso decennio, i BRICS hanno incontrato una serie di problemi. Con l’elezione del Primo Ministro Narendra Modi in India (2014) e il colpo di Stato contro la Presidente Dilma Rousseff in Brasile (2016), due dei Paesi membri del gruppo sono stati guidati da governi di destra più favorevoli a Washington.
Sia l’India che il Brasile si sono ritirati nella loro partecipazione al gruppo. L’assenza de facto del Brasile, che fin dall’inizio era stato una delle principali forze trainanti del BRICS, ha rappresentato una perdita significativa per il consolidamento del gruppo.
Questi sviluppi hanno minato e ostacolato i progressi della NDB e del Contingent Reserve Arrangement (CRA), istituito nel 2015, che ha rappresentato il più grande risultato istituzionale dei BRICS fino ad oggi. Sebbene la NDB abbia compiuto alcuni progressi, non ha raggiunto i suoi obiettivi originari.
Ad oggi, la banca ha approvato circa 32,8 miliardi di dollari di finanziamenti (in realtà, ne sono stati emessi meno), mentre il CRA – che dispone di 100 miliardi di dollari di fondi per assistere i Paesi che hanno carenza di dollari USA nelle loro riserve internazionali e stanno affrontando pressioni a breve termine sulla bilancia dei pagamenti o sulla liquidità – non è mai stato attivato.
Tuttavia, gli sviluppi degli ultimi anni hanno rinvigorito il progetto BRICS. Le decisioni di Mosca e Pechino di rispondere all’escalation di aggressioni nella Nuova Guerra Fredda da parte di Washington e Bruxelles; il ritorno di Luiz Inácio Lula da Silva alla presidenza del Brasile nel 2022 e la conseguente nomina di Dilma Rousseff alla presidenza della NDB; il relativo allontanamento, in varia misura, di India e Sudafrica dalle potenze occidentali hanno dato vita a una “tempesta perfetta” che sembra aver ricostruito un senso di unità politica nei BRICS (nonostante le tensioni irrisolte tra India e Cina).
A ciò si aggiunge il crescente peso del BRICS nell’economia globale e il rafforzamento dell’interazione economica tra i suoi membri. Nel 2020, la quota globale del Prodotto interno lordo (PIL) dei BRICS in termini di parità di potere d’acquisto – 31,5% – ha superato quella del Gruppo dei Sette (G7) – 30,7% – e si prevede che questo divario aumenti.
Anche il commercio bilaterale tra i Paesi BRICS è cresciuto in modo robusto: il Brasile e la Cina battono record ogni anno, raggiungendo i 150 miliardi di dollari nel 2022; le esportazioni russe verso l’India sono triplicate da aprile a dicembre 2022, su base annua, raggiungendo i 32,8 miliardi di dollari; mentre il commercio tra Cina e Russia è balzato dai 147 miliardi di dollari del 2021 ai 190 miliardi di dollari del 2022, con un aumento di quasi il 30%.
Cosa c’è in gioco a Johannesburg?
Di fronte a questa situazione internazionale dinamica e alle crescenti richieste di espansione, i BRICS si trovano ad affrontare una serie di questioni importanti.
Oltre a fornire risposte concrete ai candidati interessati, l’espansione dei membri ha il potenziale di aumentare il peso politico ed economico del BRICS e, eventualmente, di rafforzare altre piattaforme regionali a cui appartengono i suoi membri.
Ma l’espansione richiede anche di decidere la forma specifica che l’adesione dovrebbe assumere e può aumentare la complessità della costruzione del consenso, con il rischio di rallentare il progresso del processo decisionale e delle iniziative. Come si dovrebbero affrontare queste questioni?
Come aumentare la capacità di finanziamento della NDB e il suo coordinamento con le altre banche di sviluppo del Sud globale e con le altre banche multilaterali? E, soprattutto, come può la NDB, in collaborazione con la rete di think tank dei BRICS, promuovere la formulazione di una nuova politica di sviluppo per il Sud globale?
Poiché i Paesi membri dei BRICS dispongono di solide riserve internazionali (il Sudafrica ne ha un po’ meno), è improbabile che debbano ricorrere al CRA; invece, questo fondo potrebbe fornire ai Paesi in difficoltà un’alternativa al ricatto politico del Fondo Monetario Internazionale, che impone ai Paesi in via di sviluppo di adottare misure di austerità devastanti in cambio di prestiti.
I BRICS starebbero discutendo la creazione di una valuta di riserva che consentirebbe il commercio e gli investimenti senza l’uso del dollaro USA. Se venisse istituita, potrebbe essere un ulteriore passo avanti negli sforzi per creare alternative al dollaro, ma rimangono degli interrogativi.
Come si potrebbe garantire la stabilità di una tale valuta di riserva? Come potrebbe articolarsi con i nuovi meccanismi commerciali che non utilizzano il dollaro, come gli accordi bilaterali Cina-Russia, Cina-Brasile, Russia-India e altri?
In che modo la cooperazione e il trasferimento tecnologico possono sostenere la reindustrializzazione di Paesi come il Brasile e il Sudafrica, soprattutto in settori strategici come le biotecnologie, la tecnologia dell’informazione, l’intelligenza artificiale e le energie rinnovabili, combattendo al contempo la povertà e la disuguaglianza e realizzando altre esigenze fondamentali dei popoli del Sud?
I leader che rappresentano 71 Paesi del Sud globale sono stati invitati a partecipare all’incontro di Johannesburg. Xi, Putin, Lula, Modi, Ramaphosa e Dilma hanno molto lavoro da fare per rispondere a queste domande e fare progressi sulle questioni urgenti dello sviluppo globale.
Il nostro istituto continua a seguire questi sviluppi, né con la convinzione che il progetto BRICS offra la salvezza globale, né con il cinismo che lo liquida come nulla di nuovo. La storia è mossa non dalla purezza, ma dalle contraddizioni del mondo.
Quando questi grandi Paesi del Sud si incontreranno a Johannesburg, si confronteranno con le grandi ingiustizie del Sudafrica. Queste spaccature sono la materia prima delle poesie di Vonani Bila, la cui voce si leva da Shirley Village (Limpopo) e ci ricorda il lungo cammino che ci attende, attraverso il progetto BRICS e oltre:
Quando il sole si ritira
nel Soutpansberg,
Giyani Block indossa un
cappotto di vipera nera;
uno specchio di morte e disperazione.
Medici e infermieri si alzano in piedi.
Non avranno pace quando lo sciopero dei lavoratori
accenderà la sua fiamma furiosa.
Sono in punta di piedi, guardano in alto,
lottano contro il mostro senza volto e senza coda.
Con affetto,
Vijay
Fonte
21/08/2023
Il vertice dei BRICS in Sudafrica
Dal 22 al 24 agosto, il Sud Africa ospiterà il 15° summit dei BRICS. Sarà il primo incontro in presenza dallo scoppio della pandemia da COVID-19 tra le delegazioni dei 5 paesi che lo compongono: Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa.
Il presidente russo Vladimir Putin, su cui pende un ‘mandato d’arresto’ spiccato dalla Corte Criminale Internazionale per i crimini di guerra che avrebbe commesso in Ucraina, non parteciperà di persona al summit, ma lo seguirà solo in modalità virtuale.
La Russia sarà perciò rappresentata a Johannesburg dal ministro degli esteri, Sergei Lavrov.
I 5 paesi dei BRICS, da soli, totalizzano circa il 40% della popolazione mondiale ed approssimativamente 1/4 del PIL globale.
Sono state però invitate al summit 69 tra nazioni e regioni, mentre sono già 40 i paesi che, formalmente o meno, hanno espresso la volontà di entrare a far parte di questa struttura di cooperazione – per ora prevalentemente economica – del “Sud Globale”.
Ad inizio agosto erano una ventina i paesi che avevano chiesto di aderire formalmente, tra cui Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Argentina, Indonesia, Egitto ed Etiopia.
Si tratta, rispetto ai paesi sopra citati, di importanti attori regionali, segno dell’importanza che questo ambito di cooperazione gioca per cercare un allargamento della governance globale ed un contro-bilanciamento del dominio dei Paesi occidentali.
La riforma dell’attuale architettura finanziaria perseguita dai BRICS finora si è scontrata contro la rendita di posizione dell’Occidente, in un contesto in cui ciò che era il mercato mondiale si va frammentando, ma la valuta statunitense e la sua cornice commerciale riescono ancora a mantenere una forte rendita di posizione negli scambi internazionali.
Come ha affermato in una recente intervista a Telesur Carlos Maria Correa, direttore del South Center, auspicando un allargamento dell'organizzazione che gli darebbe una maggiore dimensione economica, «se altri paesi possono essere incorporati, la dimensione politica dei BRICS sarebbe significativamente aumentata».
Un’ipotesi che è vista come il fumo negli occhi dai paesi sviluppati dell’area euro-atlantica.
Recentemente, riporta l’agenzia Associated Press, di fronte ad una platea di giornalisti internazionali nella capitale Brasilia, il presidente Lula ha affermato che «in questo incontro possiamo già decidere consensualmente quali nuovi paesi possano unirsi ai BRICS».
Il neo-presidente, riferendosi ai paesi che volessero unirsi, ha aggiunto: «se soddisfano le regole che stabiliamo, ne accetteremo l’adesione».
Una chiara smentita dei rumors che parlavano di preoccupazione per l’ingresso di altri membri, che avrebbe ridotto l’influenza di quelli attuali.
E proprio standard e procedure per includere nuovi membri saranno al centro del dibattito, insieme al rapporto dei BRICS con l’Africa e al ruolo della New Development Bank, cioè quella che viene comunemente chiamata “Banca dei BRICS”, creata nel 2015.
Come riporta l’agenzia stampa Reuters, «Ci si aspetta che il gruppo discuta come accelerare la raccolta ed il prestito nelle valute locali dentro la New Develpoment Bank (...) L’uso di monete locali aiuterà ad alleviare il rischio dell’impatto delle fluttuazioni delle valute straniere, ha affermato il ministro delle finanze sudafricano Enoch Godongwana».
Stando ad un diplomatico sudafricano interpellato dall’agenzia, la discussione per ora non dovrebbe vertere su una moneta comune dei BRICS.
Un tema che è stato caldeggiato in passato dal Brasile del neo-presidente Lula – che vorrebbe espandere il più possibile il ruolo della NDB – nonché dalla Russia, ma a cui si oppone per ora l’India di Modi.
Durante la conferenza stampa a Brasilia, Lula ha affermato laconicamente: «Perché il Brasile necessita del dollaro per commerciare con la Cina o il Brasile? Possiamo commerciare nelle nostre valute».
Un passo che scalfirebbe ulteriormente l’egemonia del dollaro.
L’inizio del vertice sarà preceduto oggi dalla visita di Stato del leader cinese Xi Jinping in Sudafrica, su invito del presidente Cyril Ramaphosa.
Si tratta della seconda visita di Stato che il leader cinese effettua nel 2023 dopo quella del marzo in Russia. E la prima nel Paese africano dal 2018. Una visita cui i media cinesi in lingua inglese hanno dato molto spazio.
I due condivideranno la presidenza del China-Africa Leaders Dialogue.
La Repubblica Popolare Cinese ha indirizzato 1,82 miliardi di dollari di investimenti diretti in Africa nei primi sei mesi di quest’anno, cioè un 4,4% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Sono circa 3.000 le aziende cinesi presenti in Africa.
Da più di un decennio la Cina è il più importante partner commerciale del Sudafrica, con un interscambio commerciale tra i due paesi in costante aumento.
Il Sud Africa partecipa fra l’altro alla Belt and Road Iniziative (BRI).
Come riporta il sito di informazione cinese in lingua inglese Global Times, gli investimenti cinesi diretti in Sudafrica hanno superato i 10 miliardi e spaziano in vari campi, dalla finanza all’energia, mentre il Sudafrica è il paese africano che investe maggiormente in Cina.
Il rapporto tra i due paesi potrebbe diventare il pivot dell’allargamento delle relazioni economiche tra Pechino e gli Stati Africani.
È doveroso ricordare il ruolo sempre più importante che anche la Russia sta giocando in Africa.
L’obiettivo del summit dei BRICS è di giungere ad una comune presa di posizione attraverso la pratica consensuale che ne caratterizza l’operato su una serie di argomenti che sono stati discussi nei lavori preparatori del summit per implementarne il peso a livello internazionale e far compiere un ulteriore passo in avanti al mondo multipolare.
Fonte
Il presidente russo Vladimir Putin, su cui pende un ‘mandato d’arresto’ spiccato dalla Corte Criminale Internazionale per i crimini di guerra che avrebbe commesso in Ucraina, non parteciperà di persona al summit, ma lo seguirà solo in modalità virtuale.
La Russia sarà perciò rappresentata a Johannesburg dal ministro degli esteri, Sergei Lavrov.
I 5 paesi dei BRICS, da soli, totalizzano circa il 40% della popolazione mondiale ed approssimativamente 1/4 del PIL globale.
Sono state però invitate al summit 69 tra nazioni e regioni, mentre sono già 40 i paesi che, formalmente o meno, hanno espresso la volontà di entrare a far parte di questa struttura di cooperazione – per ora prevalentemente economica – del “Sud Globale”.
Ad inizio agosto erano una ventina i paesi che avevano chiesto di aderire formalmente, tra cui Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Argentina, Indonesia, Egitto ed Etiopia.
Si tratta, rispetto ai paesi sopra citati, di importanti attori regionali, segno dell’importanza che questo ambito di cooperazione gioca per cercare un allargamento della governance globale ed un contro-bilanciamento del dominio dei Paesi occidentali.
La riforma dell’attuale architettura finanziaria perseguita dai BRICS finora si è scontrata contro la rendita di posizione dell’Occidente, in un contesto in cui ciò che era il mercato mondiale si va frammentando, ma la valuta statunitense e la sua cornice commerciale riescono ancora a mantenere una forte rendita di posizione negli scambi internazionali.
Come ha affermato in una recente intervista a Telesur Carlos Maria Correa, direttore del South Center, auspicando un allargamento dell'organizzazione che gli darebbe una maggiore dimensione economica, «se altri paesi possono essere incorporati, la dimensione politica dei BRICS sarebbe significativamente aumentata».
Un’ipotesi che è vista come il fumo negli occhi dai paesi sviluppati dell’area euro-atlantica.
Recentemente, riporta l’agenzia Associated Press, di fronte ad una platea di giornalisti internazionali nella capitale Brasilia, il presidente Lula ha affermato che «in questo incontro possiamo già decidere consensualmente quali nuovi paesi possano unirsi ai BRICS».
Il neo-presidente, riferendosi ai paesi che volessero unirsi, ha aggiunto: «se soddisfano le regole che stabiliamo, ne accetteremo l’adesione».
Una chiara smentita dei rumors che parlavano di preoccupazione per l’ingresso di altri membri, che avrebbe ridotto l’influenza di quelli attuali.
E proprio standard e procedure per includere nuovi membri saranno al centro del dibattito, insieme al rapporto dei BRICS con l’Africa e al ruolo della New Development Bank, cioè quella che viene comunemente chiamata “Banca dei BRICS”, creata nel 2015.
Come riporta l’agenzia stampa Reuters, «Ci si aspetta che il gruppo discuta come accelerare la raccolta ed il prestito nelle valute locali dentro la New Develpoment Bank (...) L’uso di monete locali aiuterà ad alleviare il rischio dell’impatto delle fluttuazioni delle valute straniere, ha affermato il ministro delle finanze sudafricano Enoch Godongwana».
Stando ad un diplomatico sudafricano interpellato dall’agenzia, la discussione per ora non dovrebbe vertere su una moneta comune dei BRICS.
Un tema che è stato caldeggiato in passato dal Brasile del neo-presidente Lula – che vorrebbe espandere il più possibile il ruolo della NDB – nonché dalla Russia, ma a cui si oppone per ora l’India di Modi.
Durante la conferenza stampa a Brasilia, Lula ha affermato laconicamente: «Perché il Brasile necessita del dollaro per commerciare con la Cina o il Brasile? Possiamo commerciare nelle nostre valute».
Un passo che scalfirebbe ulteriormente l’egemonia del dollaro.
L’inizio del vertice sarà preceduto oggi dalla visita di Stato del leader cinese Xi Jinping in Sudafrica, su invito del presidente Cyril Ramaphosa.
Si tratta della seconda visita di Stato che il leader cinese effettua nel 2023 dopo quella del marzo in Russia. E la prima nel Paese africano dal 2018. Una visita cui i media cinesi in lingua inglese hanno dato molto spazio.
I due condivideranno la presidenza del China-Africa Leaders Dialogue.
La Repubblica Popolare Cinese ha indirizzato 1,82 miliardi di dollari di investimenti diretti in Africa nei primi sei mesi di quest’anno, cioè un 4,4% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Sono circa 3.000 le aziende cinesi presenti in Africa.
Da più di un decennio la Cina è il più importante partner commerciale del Sudafrica, con un interscambio commerciale tra i due paesi in costante aumento.
Il Sud Africa partecipa fra l’altro alla Belt and Road Iniziative (BRI).
Come riporta il sito di informazione cinese in lingua inglese Global Times, gli investimenti cinesi diretti in Sudafrica hanno superato i 10 miliardi e spaziano in vari campi, dalla finanza all’energia, mentre il Sudafrica è il paese africano che investe maggiormente in Cina.
Il rapporto tra i due paesi potrebbe diventare il pivot dell’allargamento delle relazioni economiche tra Pechino e gli Stati Africani.
È doveroso ricordare il ruolo sempre più importante che anche la Russia sta giocando in Africa.
L’obiettivo del summit dei BRICS è di giungere ad una comune presa di posizione attraverso la pratica consensuale che ne caratterizza l’operato su una serie di argomenti che sono stati discussi nei lavori preparatori del summit per implementarne il peso a livello internazionale e far compiere un ulteriore passo in avanti al mondo multipolare.
Fonte
13/07/2023
I BRICS, l’oro e la dedollarizzazione
di Guido Salerno Aletta
La Storia la scrivono i vincitori: e stavolta spetta alla Cina, che ha sbaragliato l'Occidente nel Ventennio della Globalizzazione. Assai meno impulsiva e presuntuosa degli Stati Uniti, che pretesero di subentrare al lungo dominio della Sterlina senza rendersi conto che lo straordinario successo della loro economia era dovuto soprattutto alle due guerre mondiali combattute in Europa, la Cina si è sempre cautelata sotto il profilo monetario e valutario: ha esercitato e continua a farlo per quanto possibile, in un contesto di enorme complessità viste le dimensioni che hanno raggiunto la sua economia e le interazioni con l'estero, il controllo delle dinamiche economiche e finanziarie.
Non è casuale infatti che, mentre nel resto mondo ci si lamenta per l'alta inflazione da cui deriva la falcidie dei redditi reali e del risparmio, e per gli ulteriori effetti negativi sulla crescita economica che derivano dalle politiche monetarie restrittive adottate dalle Banche centrali, in Cina si cerca di stimolare la crescita economica e di ovviare alla caduta dei prezzi mediante una politica monetaria e creditizia espansiva: la Banca del Popolo Cinese, diversamente dalla Fed e dalla Bce, non ha inondato per anni i mercati di sempre nuova liquidità comprando titoli del debito pubblico, abbattendo le rendite e fornendo munizioni invincibili per la speculazione. Dopo anni di taglieggiamento per via dei tassi che erano stati portati a zero, ora le banche sono tornate a fare profitti di dimensione mai vista prima. Molte imprese si sono accodate, dal settore energetico a quello alimentare: aumentano i prezzi con ogni scusa, compensando con i maggiori fatturati monetari il ristagno delle vendite. Un sistema che nel breve le rende euforiche, ma che le porta all'autodistruzione.
Mentre l'Occidente passa da una crisi finanziaria all'altra, la Cina ha cercato di scansarle tutte: il Mercato si autoregola, certo, ma passando dai boom per euforia agli scoppi disastrosi della bolle speculative che aveva creato.
Il Gruppo dei BRICS, come accadde inizialmente al G5 che fu portato a G7 per l'insistenza dell'Italia che era rimasta esclusa da questo formato di cooperazione occidentale nonostante il suo Pil avesse superato quello della Gran Bretagna, aggiungendo però anche il Canada per bilanciare la presa del mondo anglosassone, si fonda sugli interessi convergenti dei Paesi partecipanti.
C'è un aspetto ulteriore, che riguarda i BRICS: la Cina è attualmente il più grande consumatore e produttore mondiale di oro al mondo, seguita dalla Russia. Nelle classifiche ufficiali, il Brasile si colloca al settimo posto mentre il Sudafrica, che pure non è più leader mondiale della produzione dell'oro, sebbene secondo le stime dell'US Geological Survey detenga il 50% delle risorse aurifere del pianeta, rimane secondo produttore in Africa dopo il Ghana. In quest'ultimo le riserve iniziano ad esaurirsi e il paese è passato all'undicesimo posto nella graduatoria della produzione mondiale. In India, il rapporto con l'oro è sempre stato un tema assai politicamente complesso: costretta ad usare la rupia coniata in argento quando era colonia britannica per lasciare il monopolio dell'oro alla sterlina, c'è sempre stata grande incetta per uso privato, con forti limitazioni legislative per evitare questa forma di tesaurizzazione mediante il divieto di produrre monili con un oro superiore ai 14 carati.
Anche oggi, tutte le Banche centrali detengono riserve auree tra gli attivi patrimoniali a fronte dei quali emettono moneta, cui si aggiungono quelle in valuta "forte": dollaro, euro, sterline, yen e di recente ed in misura limitata anche yuan. La ragione di questa pratica ha origine storiche: poiché la Banca di Inghilterra aveva una copertura garantita tra oro delle riserve e banconote in circolazione, detenere sterline significava detenere oro. Lo stesso valeva per i dollari, fino al 1971.
Ma questa relazione tra l'oro e le riserve in valuta "forte" iscritte all'attivo patrimoniale da una parte, e le emissioni di moneta che risultano al passivo delle Banche centrali non esiste più: all'attivo vengono iscritti non solo i crediti che vengono erogati alle banche a fronte dell'immissione di liquidità a tempo determinato, ma soprattutto i titoli di Stato che vengono comprati sul mercato in cambio delle immissioni di liquidità in via definitiva effettuate con i Qe.
La moneta non ha dunque un valore intrinseco, ma quello che deriva dalla sua accettazione: è "moneta fiat", e la forza del dollaro deriva dalla sua straordinaria accettazione a livello globale per ogni tipo di operazione, dal commercio alla finanza. Il punto è che la quantità di dollari in circolazione, ed i tassi di interesse sono decisi dalla Fed nell'interesse dell'economia americana, con l'obiettivo di aumentare l'occupazione e la crescita dell'economia stessa al massimo livello compatibile con la stabilità del valore del dollaro. Le manovre espansive o restrittive decise dalla Fed comportano dunque conseguenze per tutti gli "operatori in dollari", favorendo o penalizzando, di caso in caso, i debitori o i creditori, i compratori o i venditori.
La de-dollarizzazione è dunque un obiettivo strategico per tutti i Paesi che intendono sottrarsi a questo straordinario privilegio che ha la valuta statunitense. La Cina ha sempre avuto un'enorme attenzione sia al tasso di cambio con il dollaro che ai flussi di capitali verso l'estero in yuan: una rivalutazione della sua moneta avrebbe compromesso l'export ed una svalutazione la proficuità degli investimenti interni.
L'idea che i BRICS possano creare anche in prospettiva una moneta comune, come l'Euro, non ha il minimo fondamento: è una gabbia pericolosa e dannosa.
Il processo di de-dollarizzazione riguarda innanzitutto la creazione di infrastrutture tecnologiche ed amministrative alternative a quelle "occidentali" come lo SWIFT per le transazioni bancarie ed i circuiti di pagamento delle carte di credito.
In secondo luogo, si attivano processi di negoziazione commerciale in valute nazionali: alla Russia fa comodo vendere petrolio alla Cina incassando yuan, perché si smarca dal dollaro ed acquisisce la valuta con cui può comprare direttamente merce cinese; lo stesso interesse ha la Cina, che usa valuta propria per comprare e vendere con la Russia. Lo stesso vale per la vendita di petrolio da parte dell'Arabia Saudita ed il commercio con l'Argentina, nella misura in cui non c'è bisogno di utilizzare i dollari per effettuare transazioni bilaterali.
In terzo luogo, si attivano sistemi di swap bilaterale tra le Banche centrali dei Paesi: quella della Cina presta yuan alla sua corrispondente argentina, che li fornisce ai propri importatori per pagare la merce cinese; così come quella dell'Argentina presta pesos alla sua corrispondente cinese, che a sua volta li fornisce ai propri importatori per pagare la merce argentina. Se il commercio internazionale è bilanciato, alla fine del periodo è tutto già regolato.
In quarto luogo, si attivano sistemi di finanziamento ad hoc: le banche di ciascun Paese si insediano nel Paese corrispondente per finanziare il commercio o gli investimenti, su base di reciprocità.
Il problema sono innanzitutto gli squilibri commerciali internazionali: quando, nel complesso, c'è un Paese che compra più di quanto vende. Qui sta il punto: se deve svalutare la propria moneta per comprare di meno e vendere di più, anche gli altri devono corrispondentemente rivalutare per vendere meno e comprare di più.
A questo punto serve una unità di conto comune, che pesi i rapporti tra le economie che partecipano al sistema, rendendo possibile questo meccanismo di riequilibrio valutario: a questo serviva lo SME, che nel '92 saltò in aria per convergenti interessi strategici e speculativi enormemente superiori, di Germania, Stati Uniti e Gran Bretagna.
Se si mantiene un rapporto stabile tra le riserve patrimoniali delle Banche centrali, auree e valutarie, e la moneta in circolazione, si limitano le conseguenze negative derivanti dalla immissione eccessiva di liquidità attraverso il Tesoro, le Banche ordinarie ed i Mercati finanziari. È un limite alle politiche monetarie che va posto, per evitare che creino problemi maggiori di quelli che vorrebbero correggere sia sul piano interno che internazionale.
C'è bisogno di un riequilibrio nei processi di accumulazione internazionale: neppure la Cina può continuare ad accrescere le proprie attività sull'estero, mentre gli altri Paesi si indebitano.
Questa sarà la vera prova di maturità per la Cina, verso i Partner dei BRICS e verso il Sud del Mondo: mentre non può minimamente pensare di sostituire la dittatura del dollaro con quella dello yuan, può certamente contribuire alla costruzione di un sistema di relazioni internazionali più equilibrato.
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La Storia la scrivono i vincitori: e stavolta spetta alla Cina, che ha sbaragliato l'Occidente nel Ventennio della Globalizzazione. Assai meno impulsiva e presuntuosa degli Stati Uniti, che pretesero di subentrare al lungo dominio della Sterlina senza rendersi conto che lo straordinario successo della loro economia era dovuto soprattutto alle due guerre mondiali combattute in Europa, la Cina si è sempre cautelata sotto il profilo monetario e valutario: ha esercitato e continua a farlo per quanto possibile, in un contesto di enorme complessità viste le dimensioni che hanno raggiunto la sua economia e le interazioni con l'estero, il controllo delle dinamiche economiche e finanziarie.
Non è casuale infatti che, mentre nel resto mondo ci si lamenta per l'alta inflazione da cui deriva la falcidie dei redditi reali e del risparmio, e per gli ulteriori effetti negativi sulla crescita economica che derivano dalle politiche monetarie restrittive adottate dalle Banche centrali, in Cina si cerca di stimolare la crescita economica e di ovviare alla caduta dei prezzi mediante una politica monetaria e creditizia espansiva: la Banca del Popolo Cinese, diversamente dalla Fed e dalla Bce, non ha inondato per anni i mercati di sempre nuova liquidità comprando titoli del debito pubblico, abbattendo le rendite e fornendo munizioni invincibili per la speculazione. Dopo anni di taglieggiamento per via dei tassi che erano stati portati a zero, ora le banche sono tornate a fare profitti di dimensione mai vista prima. Molte imprese si sono accodate, dal settore energetico a quello alimentare: aumentano i prezzi con ogni scusa, compensando con i maggiori fatturati monetari il ristagno delle vendite. Un sistema che nel breve le rende euforiche, ma che le porta all'autodistruzione.
Mentre l'Occidente passa da una crisi finanziaria all'altra, la Cina ha cercato di scansarle tutte: il Mercato si autoregola, certo, ma passando dai boom per euforia agli scoppi disastrosi della bolle speculative che aveva creato.
Il Gruppo dei BRICS, come accadde inizialmente al G5 che fu portato a G7 per l'insistenza dell'Italia che era rimasta esclusa da questo formato di cooperazione occidentale nonostante il suo Pil avesse superato quello della Gran Bretagna, aggiungendo però anche il Canada per bilanciare la presa del mondo anglosassone, si fonda sugli interessi convergenti dei Paesi partecipanti.
C'è un aspetto ulteriore, che riguarda i BRICS: la Cina è attualmente il più grande consumatore e produttore mondiale di oro al mondo, seguita dalla Russia. Nelle classifiche ufficiali, il Brasile si colloca al settimo posto mentre il Sudafrica, che pure non è più leader mondiale della produzione dell'oro, sebbene secondo le stime dell'US Geological Survey detenga il 50% delle risorse aurifere del pianeta, rimane secondo produttore in Africa dopo il Ghana. In quest'ultimo le riserve iniziano ad esaurirsi e il paese è passato all'undicesimo posto nella graduatoria della produzione mondiale. In India, il rapporto con l'oro è sempre stato un tema assai politicamente complesso: costretta ad usare la rupia coniata in argento quando era colonia britannica per lasciare il monopolio dell'oro alla sterlina, c'è sempre stata grande incetta per uso privato, con forti limitazioni legislative per evitare questa forma di tesaurizzazione mediante il divieto di produrre monili con un oro superiore ai 14 carati.
Anche oggi, tutte le Banche centrali detengono riserve auree tra gli attivi patrimoniali a fronte dei quali emettono moneta, cui si aggiungono quelle in valuta "forte": dollaro, euro, sterline, yen e di recente ed in misura limitata anche yuan. La ragione di questa pratica ha origine storiche: poiché la Banca di Inghilterra aveva una copertura garantita tra oro delle riserve e banconote in circolazione, detenere sterline significava detenere oro. Lo stesso valeva per i dollari, fino al 1971.
Ma questa relazione tra l'oro e le riserve in valuta "forte" iscritte all'attivo patrimoniale da una parte, e le emissioni di moneta che risultano al passivo delle Banche centrali non esiste più: all'attivo vengono iscritti non solo i crediti che vengono erogati alle banche a fronte dell'immissione di liquidità a tempo determinato, ma soprattutto i titoli di Stato che vengono comprati sul mercato in cambio delle immissioni di liquidità in via definitiva effettuate con i Qe.
La moneta non ha dunque un valore intrinseco, ma quello che deriva dalla sua accettazione: è "moneta fiat", e la forza del dollaro deriva dalla sua straordinaria accettazione a livello globale per ogni tipo di operazione, dal commercio alla finanza. Il punto è che la quantità di dollari in circolazione, ed i tassi di interesse sono decisi dalla Fed nell'interesse dell'economia americana, con l'obiettivo di aumentare l'occupazione e la crescita dell'economia stessa al massimo livello compatibile con la stabilità del valore del dollaro. Le manovre espansive o restrittive decise dalla Fed comportano dunque conseguenze per tutti gli "operatori in dollari", favorendo o penalizzando, di caso in caso, i debitori o i creditori, i compratori o i venditori.
La de-dollarizzazione è dunque un obiettivo strategico per tutti i Paesi che intendono sottrarsi a questo straordinario privilegio che ha la valuta statunitense. La Cina ha sempre avuto un'enorme attenzione sia al tasso di cambio con il dollaro che ai flussi di capitali verso l'estero in yuan: una rivalutazione della sua moneta avrebbe compromesso l'export ed una svalutazione la proficuità degli investimenti interni.
L'idea che i BRICS possano creare anche in prospettiva una moneta comune, come l'Euro, non ha il minimo fondamento: è una gabbia pericolosa e dannosa.
Il processo di de-dollarizzazione riguarda innanzitutto la creazione di infrastrutture tecnologiche ed amministrative alternative a quelle "occidentali" come lo SWIFT per le transazioni bancarie ed i circuiti di pagamento delle carte di credito.
In secondo luogo, si attivano processi di negoziazione commerciale in valute nazionali: alla Russia fa comodo vendere petrolio alla Cina incassando yuan, perché si smarca dal dollaro ed acquisisce la valuta con cui può comprare direttamente merce cinese; lo stesso interesse ha la Cina, che usa valuta propria per comprare e vendere con la Russia. Lo stesso vale per la vendita di petrolio da parte dell'Arabia Saudita ed il commercio con l'Argentina, nella misura in cui non c'è bisogno di utilizzare i dollari per effettuare transazioni bilaterali.
In terzo luogo, si attivano sistemi di swap bilaterale tra le Banche centrali dei Paesi: quella della Cina presta yuan alla sua corrispondente argentina, che li fornisce ai propri importatori per pagare la merce cinese; così come quella dell'Argentina presta pesos alla sua corrispondente cinese, che a sua volta li fornisce ai propri importatori per pagare la merce argentina. Se il commercio internazionale è bilanciato, alla fine del periodo è tutto già regolato.
In quarto luogo, si attivano sistemi di finanziamento ad hoc: le banche di ciascun Paese si insediano nel Paese corrispondente per finanziare il commercio o gli investimenti, su base di reciprocità.
Il problema sono innanzitutto gli squilibri commerciali internazionali: quando, nel complesso, c'è un Paese che compra più di quanto vende. Qui sta il punto: se deve svalutare la propria moneta per comprare di meno e vendere di più, anche gli altri devono corrispondentemente rivalutare per vendere meno e comprare di più.
A questo punto serve una unità di conto comune, che pesi i rapporti tra le economie che partecipano al sistema, rendendo possibile questo meccanismo di riequilibrio valutario: a questo serviva lo SME, che nel '92 saltò in aria per convergenti interessi strategici e speculativi enormemente superiori, di Germania, Stati Uniti e Gran Bretagna.
Se si mantiene un rapporto stabile tra le riserve patrimoniali delle Banche centrali, auree e valutarie, e la moneta in circolazione, si limitano le conseguenze negative derivanti dalla immissione eccessiva di liquidità attraverso il Tesoro, le Banche ordinarie ed i Mercati finanziari. È un limite alle politiche monetarie che va posto, per evitare che creino problemi maggiori di quelli che vorrebbero correggere sia sul piano interno che internazionale.
C'è bisogno di un riequilibrio nei processi di accumulazione internazionale: neppure la Cina può continuare ad accrescere le proprie attività sull'estero, mentre gli altri Paesi si indebitano.
Questa sarà la vera prova di maturità per la Cina, verso i Partner dei BRICS e verso il Sud del Mondo: mentre non può minimamente pensare di sostituire la dittatura del dollaro con quella dello yuan, può certamente contribuire alla costruzione di un sistema di relazioni internazionali più equilibrato.
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