di Joseph Halevi
Dal 22 al 24 agosto scorso presieduto da Cyril Ramaphosa, Presidente della Repubblica Sudafricana, si è tenuto a Johannesburg il quindicesimo vertice dei paesi BRICS composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.
Il termine BRIC, fu coniato nel 2001 da Jim O’Neill, economista presso la banca Goldman Sachs, in un saggio volto ad individuare le possibilità di profitti finanziari che si andavano delineando con la crescita dei più grandi paesi ‘emergenti’.
L’acronimo è stato ritenuto dai 4 Stati che nel 2006 alla sessantunesima assemblea generale dell’ONU formarono l’organizzazione il cui primo vertice si tenne il 16 giugno del 2009 a Yekaterinburg in Russia. Nel 2010 entrò a farvi parte il Sudafrica trasformando la dicitura ufficiale in BRICS.
La riunione di Johannesburg ha visto l’organizzazione ammettere altri sei paesi che vi accederanno a partire dal primo gennaio del 2024, quando la direzione dei BRICS passerà alla Russia ed al suo Presidente Vladimir Putin.
Il prossimo vertice avrà luogo a Kazan, città capitale della Repubblica del Tartarstan situata sul Volga, a 700 km in linea d’aria ad est di Mosca.
Con i nuovi membri i BRICS conteranno 11 paesi: i cinque iniziali cui si aggiungeranno nell’ordine: l’Argentina con 46 milioni di abitanti – la cui adesione effettiva però dipenderà dall’esito delle elezioni presidenziali e parlamentari di ottobre, poiché i due maggiori candidati di destra hanno dichiarato di opporsi fermamente alla partecipazione del paese – l’Egitto con 110 milioni, l’Etiopia con 127 milioni, l’Arabia Saudita con 37 milioni di abitanti, l’Iran con 90 milioni e gli Emirati arabi con 10 milioni di persone.
Complessivamente i BRICS rasenteranno i tre miliardi e settecento milioni di persone, pari al 45% della popolazione mondiale. Gli undici paesi coprono il 43% della produzione petrolifera mentre in termini di prodotto interno lordo la loro quota è di circa il 30% del Pil globale.
Sommare le componenti di tale organizzazione ha un significato geoeconomico in quanto, come è emerso dal summit di Johannesburg, l’obiettivo è di arrivare alla creazione di uno strumento di regolazione delle transazioni tra gli stessi membri del BRICS che non sia dipendente dalla moneta statunitense.
Aggiungiamo che altri 16 paesi hanno posto la loro candidatura all’organizzazione. Tra questi troviamo l’Algeria, l’Indonesia, il Bangladesh, il Kazakistan, il Venezuela, la Nigeria, il Vietnam ed il Bahrain.
Si noti che Indonesia, Bangladesh e Nigeria sommati oltrepassano le 700 milioni di persone portando i BRICS ben oltre i quattro miliardi di abitanti sugli otto miliardi che popolano il nostro pianeta.
Analogamente, quando verrà accolta la domanda del Kazakistan, della Nigeria e del Bahrain, i BRICS copriranno la maggioranza della produzione petrolifera del pianeta e oltre un terzo di quella del gas naturale.
Rispetto ad altre organizzazioni di cooperazione regionale i BRICS si trovano naturalmente connessi con la Shanghai Cooperation Organisation (SCO) fondata nel 2001 da Cina e Russia. Infatti ne fanno parte anche tre membri fondatori del vecchio BRIC – Cina, India, Russia – nonché il neoentrante Iran.
La SCO contiene anche il Kazakistan, l’Uzbekistan, il Kirghizistan, il Tagikistan ed il Pakistan. Il punto di congiunzione tra BRICS e SCO sono i piani di sviluppo infrastrutturali che si vanno costruendo dalla Russia all’Iran, all’Arabia Saudita, in cui la Cina svolge un ruolo di primo piano.
Riguardo la tempistica delle nuove adesioni ai BRICS, i cinque Stati fondatori hanno espresso esigenze diverse. Infatti l’allargamento ai sei nuovi paesi è scaturito dalla mediazione ad opera della Russia con la Cina, che proponeva 10 nuovi paesi.
Per Pechino era importante garantire che i BRICS rappresentassero quanta più produzione energetica possibile, senza la quale lo scostamento dal dollaro non sarebbe realizzabile, poiché i prezzi delle materie energetiche sono stabiliti in dollari e le transazioni di questi prodotti avvengono in tale moneta.
Tuttavia vi sono state anche considerazioni politiche istituzionali incentrate sulla necessità di consolidare l’associazione passo passo.
La storia dei BRICS dalla loro fondazione si è caratterizzata per una grande cautela. Nel 2014 i cinque Stati fondatori istituirono con 100 miliardi di dollari la New Development Bank – NdT – con sede a Shanghai la cui presidente è la signora Dilma Rousseff, già Presidente del Brasile.
Parallelamente i BRICS avevano offerto di incrementare le dotazioni del Fondo Monetario Internazionale di 75 miliardi di dollari con l’esplicita proposta di indirizzare le aumentate capacità di finanziamento verso i paesi sottosviluppati.
L'idea dei BRICS non ebbe esito poiché avrebbe richiesto un mutamento delle regole di voto nelle decisioni del Fondo Monetario.
Malgrado l’esigenza di cambiare l’assetto istituzionale-finanziario, la New Development Bank ha agito sin dalla sua fondazione con estrema prudenza dato che il suo capitale si fonda sul dollaro.
Infatti appena il 26 luglio scorso la Presidenza della banca – in cui la Russia detiene pariteticamente con gli altri quattro fondatori il 20% del potere di voto – ha dichiarato di non aver in programma il finanziamento di progetti in Russia e che si atterrà alle limitazioni (sanzioni) in atto.
Non sarebbe possibile altrimenti, in quanto ogni operazione in dollari in qualsiasi parte del mondo è soggetta alle leggi e norme varate da Washington.
Invece le transazioni effettuate fuori dal circuito del dollaro – tipo quelle che risulteranno dal recentissimo accordo tra l’Arabia Saudita e la Cina di vendere il petrolio in yuan – non incorrerebbero in tali ostacoli a meno che le autorità statunitensi non rinvenissero dei collegamenti indiretti, magari anche creandoli artificiosamente, dando luogo a sanzioni formalmente giustificate come determinate da fattori collaterali.
Ne consegue che lo sganciamento dal dollaro non passa per la creazione istantanea di una moneta alternativa, bensì richiede la costruzione di un sistema economico integrato che dia spessore alla moneta scelta al fine di regolarne le transazioni.
Molti in Occidente si aspettavano che la riunione di Johannesburg proclamasse il varo della nuova moneta in tempi brevi presumendo che questo strumento fosse l’oro, tra l’altro di non facile reperimento perché un numero elevato di paesi ha i propri lingotti depositati non nella banca centrale nazionale ma presso quelle degli Stati occidentali, come la Banque de France nel caso dei paesi dell’area del franco centrafricano.
Inoltre non è assolutamente garantito che gli Stati i cui lingotti si trovano altrove possano rientrarvi in possesso: perfino la Germania ebbe grandi difficoltà a riottenere le proprie 1500 tonnellate di oro quando nel 2013 ne fece richiesta agli USA ed alla Francia, ricevendone solo una parte.
Il problema del dollaro è sentito ben oltre il gruppo dei BRICS.
Una spiegazione molto chiara di ciò è contenuta in una serie di interventi di William Ruto, Presidente del Kenya, paese che non è nel novero dei candidati ai BRICS. Nel suo discorso di giugno, durante la visita ufficiale nell’ex colonia francese confinante di Gibuti, Ruto ha affermato che non si capisce perché il commercio tra il Kenya e Gibuti debba effettuarsi in dollari.
“Usiamo pure i dollari per gli scambi con gli Stati Uniti ma non tra di noi“, ha affermato William Ruto, sottolineando di aver richiesto alla Afreximbank, cui partecipano cinquanta Stati del continente, di regolare le transazioni interafricane tramite le monete locali.
Rispetto alla politica proposta dal presidente del Kenya, la strategia dei BRICS, soprattutto a partire dal vertice di Johannesburg, non si concentra su scambi in monete nazionali, bensì sulla costituzione di un’unità monetaria comune esclusivamente adibita a regolare i flussi tra i paesi BRICS senza conferire potere alla moneta di uno Stato in particolare.
Un’idea che fu suggerita da Keynes a Bretton Woods nel 1944, da cui egli uscì sconfitto e mortalmente affaticato avendo prevalso la posizione statunitense di fare del dollaro la moneta di riserva e di creazione di liquidità internazionale.
La radice del problema risiede appunto nella formazione del sistema monetario occidentale guidato dagli USA nato a Bretton Woods nel 1944, la cui storia, impatto e significato attuale sono stati molto ben presentati in un recente articolo di Luca Fantacci (1).
Ne scaturì un ordinamento fondato sul dollaro che nel corso del tempo ha creato una situazione in cui gli Stati Uniti, attraverso la libertà assoluta di emettere la loro moneta come strumento internazionale, sono in grado di finanziare i loro deficit, poiché i detentori esteri di eccedenze in dollari li trasformano in acquisti di obbligazioni e buoni del Tesoro statunitensi.
Tale meccanismo è diventato una droga per le istituzioni ed il mercato finanziario USA, come dimostra la reazione all’accordo tra la Cina e l’Arabia Saudita circa l’utilizzo dello yuan nel commercio bilaterale.
Il 9 agosto il Wall Street Journal online riportava che nell’ambito dei colloqui svolti con il governo saudita dal consigliere alla sicurezza nazionale della Casa Bianca Jake Sullivan, circa la normalizzazione dei rapporti con Israele, Sullivan ha esplicitamente chiesto a Ryad di vendere il petrolio alla Cina esigendo il pagamento in dollari. Cosa che non accadrà per via dell’accordo tra Ryad e Pechino.
Riguardo i paesi in via di sviluppo e in particolare dell’Africa, le istituzioni create a Bretton Woods, il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, hanno funzionato malissimo facilitando tendenze all’indebitamento permanente simile alla situazione che caratterizza le vaste masse di contadini poveri in Africa, Asia ed America Latina le quali, costrette per necessità di sopravvivenza a chiedere dei prestiti agli agrari, finiscono nella schiavitù da debito.
Al suo ritorno in Brasile da Johannesburg il presidente Luiz Inàcio Lula da Silva nella trasmissione settimanale ai social media ha osservato che il debito africano non è rimborsabile per cui i paesi del continente spendono “la quasi totalità del loro reddito nel pagamento degli interessi”.
“Il compito del Fondo Monetario“, ha detto Lula, “è di trasformare i debiti in investimenti per lo sviluppo in Africa (Lula, linkato in coda). Con questo FMI non credo possa accadere" (2).
A Johannesburg si è posta la questione dello sviluppo nel senso di trasformare i produttori di materie prime e di commodities tipo caffè, tè, in prodotti elaborati sia da esportare che da consumare localmente in un mercato nazionale in espansione.
La via è lunga ma la dinamica dei BRICS sarebbe stata del tutto diversa e fortemente in negativo se avesse prevalso la strategia occidentale di far crollare la Russia.
È impossibile pensare che il rafforzamento dei BRICS non influenzi la Turchia considerando che quando guarda verso l’Europa Ankara non vede che recessione e ben peggio.
Sul piano diplomatico il maggior successo dell’organizzazione consiste nell’aver messo insieme Arabia Saudita e Iran. Il merito di ciò va interamente alla Cina, che aveva già svolto un ruolo determinante nel porre fine al conflitto in Yemen, ed alla Russia.
Note
1) Luca Fantacci 22 maggio 2022, vedi qui.
2) Lula da Silva, Presidente del Brasile su Ver Angola 29 agosto 2023, vedi qui.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta New Development Bank. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta New Development Bank. Mostra tutti i post
21/08/2023
Il vertice dei BRICS in Sudafrica
Dal 22 al 24 agosto, il Sud Africa ospiterà il 15° summit dei BRICS. Sarà il primo incontro in presenza dallo scoppio della pandemia da COVID-19 tra le delegazioni dei 5 paesi che lo compongono: Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa.
Il presidente russo Vladimir Putin, su cui pende un ‘mandato d’arresto’ spiccato dalla Corte Criminale Internazionale per i crimini di guerra che avrebbe commesso in Ucraina, non parteciperà di persona al summit, ma lo seguirà solo in modalità virtuale.
La Russia sarà perciò rappresentata a Johannesburg dal ministro degli esteri, Sergei Lavrov.
I 5 paesi dei BRICS, da soli, totalizzano circa il 40% della popolazione mondiale ed approssimativamente 1/4 del PIL globale.
Sono state però invitate al summit 69 tra nazioni e regioni, mentre sono già 40 i paesi che, formalmente o meno, hanno espresso la volontà di entrare a far parte di questa struttura di cooperazione – per ora prevalentemente economica – del “Sud Globale”.
Ad inizio agosto erano una ventina i paesi che avevano chiesto di aderire formalmente, tra cui Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Argentina, Indonesia, Egitto ed Etiopia.
Si tratta, rispetto ai paesi sopra citati, di importanti attori regionali, segno dell’importanza che questo ambito di cooperazione gioca per cercare un allargamento della governance globale ed un contro-bilanciamento del dominio dei Paesi occidentali.
La riforma dell’attuale architettura finanziaria perseguita dai BRICS finora si è scontrata contro la rendita di posizione dell’Occidente, in un contesto in cui ciò che era il mercato mondiale si va frammentando, ma la valuta statunitense e la sua cornice commerciale riescono ancora a mantenere una forte rendita di posizione negli scambi internazionali.
Come ha affermato in una recente intervista a Telesur Carlos Maria Correa, direttore del South Center, auspicando un allargamento dell'organizzazione che gli darebbe una maggiore dimensione economica, «se altri paesi possono essere incorporati, la dimensione politica dei BRICS sarebbe significativamente aumentata».
Un’ipotesi che è vista come il fumo negli occhi dai paesi sviluppati dell’area euro-atlantica.
Recentemente, riporta l’agenzia Associated Press, di fronte ad una platea di giornalisti internazionali nella capitale Brasilia, il presidente Lula ha affermato che «in questo incontro possiamo già decidere consensualmente quali nuovi paesi possano unirsi ai BRICS».
Il neo-presidente, riferendosi ai paesi che volessero unirsi, ha aggiunto: «se soddisfano le regole che stabiliamo, ne accetteremo l’adesione».
Una chiara smentita dei rumors che parlavano di preoccupazione per l’ingresso di altri membri, che avrebbe ridotto l’influenza di quelli attuali.
E proprio standard e procedure per includere nuovi membri saranno al centro del dibattito, insieme al rapporto dei BRICS con l’Africa e al ruolo della New Development Bank, cioè quella che viene comunemente chiamata “Banca dei BRICS”, creata nel 2015.
Come riporta l’agenzia stampa Reuters, «Ci si aspetta che il gruppo discuta come accelerare la raccolta ed il prestito nelle valute locali dentro la New Develpoment Bank (...) L’uso di monete locali aiuterà ad alleviare il rischio dell’impatto delle fluttuazioni delle valute straniere, ha affermato il ministro delle finanze sudafricano Enoch Godongwana».
Stando ad un diplomatico sudafricano interpellato dall’agenzia, la discussione per ora non dovrebbe vertere su una moneta comune dei BRICS.
Un tema che è stato caldeggiato in passato dal Brasile del neo-presidente Lula – che vorrebbe espandere il più possibile il ruolo della NDB – nonché dalla Russia, ma a cui si oppone per ora l’India di Modi.
Durante la conferenza stampa a Brasilia, Lula ha affermato laconicamente: «Perché il Brasile necessita del dollaro per commerciare con la Cina o il Brasile? Possiamo commerciare nelle nostre valute».
Un passo che scalfirebbe ulteriormente l’egemonia del dollaro.
L’inizio del vertice sarà preceduto oggi dalla visita di Stato del leader cinese Xi Jinping in Sudafrica, su invito del presidente Cyril Ramaphosa.
Si tratta della seconda visita di Stato che il leader cinese effettua nel 2023 dopo quella del marzo in Russia. E la prima nel Paese africano dal 2018. Una visita cui i media cinesi in lingua inglese hanno dato molto spazio.
I due condivideranno la presidenza del China-Africa Leaders Dialogue.
La Repubblica Popolare Cinese ha indirizzato 1,82 miliardi di dollari di investimenti diretti in Africa nei primi sei mesi di quest’anno, cioè un 4,4% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Sono circa 3.000 le aziende cinesi presenti in Africa.
Da più di un decennio la Cina è il più importante partner commerciale del Sudafrica, con un interscambio commerciale tra i due paesi in costante aumento.
Il Sud Africa partecipa fra l’altro alla Belt and Road Iniziative (BRI).
Come riporta il sito di informazione cinese in lingua inglese Global Times, gli investimenti cinesi diretti in Sudafrica hanno superato i 10 miliardi e spaziano in vari campi, dalla finanza all’energia, mentre il Sudafrica è il paese africano che investe maggiormente in Cina.
Il rapporto tra i due paesi potrebbe diventare il pivot dell’allargamento delle relazioni economiche tra Pechino e gli Stati Africani.
È doveroso ricordare il ruolo sempre più importante che anche la Russia sta giocando in Africa.
L’obiettivo del summit dei BRICS è di giungere ad una comune presa di posizione attraverso la pratica consensuale che ne caratterizza l’operato su una serie di argomenti che sono stati discussi nei lavori preparatori del summit per implementarne il peso a livello internazionale e far compiere un ulteriore passo in avanti al mondo multipolare.
Fonte
Il presidente russo Vladimir Putin, su cui pende un ‘mandato d’arresto’ spiccato dalla Corte Criminale Internazionale per i crimini di guerra che avrebbe commesso in Ucraina, non parteciperà di persona al summit, ma lo seguirà solo in modalità virtuale.
La Russia sarà perciò rappresentata a Johannesburg dal ministro degli esteri, Sergei Lavrov.
I 5 paesi dei BRICS, da soli, totalizzano circa il 40% della popolazione mondiale ed approssimativamente 1/4 del PIL globale.
Sono state però invitate al summit 69 tra nazioni e regioni, mentre sono già 40 i paesi che, formalmente o meno, hanno espresso la volontà di entrare a far parte di questa struttura di cooperazione – per ora prevalentemente economica – del “Sud Globale”.
Ad inizio agosto erano una ventina i paesi che avevano chiesto di aderire formalmente, tra cui Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Argentina, Indonesia, Egitto ed Etiopia.
Si tratta, rispetto ai paesi sopra citati, di importanti attori regionali, segno dell’importanza che questo ambito di cooperazione gioca per cercare un allargamento della governance globale ed un contro-bilanciamento del dominio dei Paesi occidentali.
La riforma dell’attuale architettura finanziaria perseguita dai BRICS finora si è scontrata contro la rendita di posizione dell’Occidente, in un contesto in cui ciò che era il mercato mondiale si va frammentando, ma la valuta statunitense e la sua cornice commerciale riescono ancora a mantenere una forte rendita di posizione negli scambi internazionali.
Come ha affermato in una recente intervista a Telesur Carlos Maria Correa, direttore del South Center, auspicando un allargamento dell'organizzazione che gli darebbe una maggiore dimensione economica, «se altri paesi possono essere incorporati, la dimensione politica dei BRICS sarebbe significativamente aumentata».
Un’ipotesi che è vista come il fumo negli occhi dai paesi sviluppati dell’area euro-atlantica.
Recentemente, riporta l’agenzia Associated Press, di fronte ad una platea di giornalisti internazionali nella capitale Brasilia, il presidente Lula ha affermato che «in questo incontro possiamo già decidere consensualmente quali nuovi paesi possano unirsi ai BRICS».
Il neo-presidente, riferendosi ai paesi che volessero unirsi, ha aggiunto: «se soddisfano le regole che stabiliamo, ne accetteremo l’adesione».
Una chiara smentita dei rumors che parlavano di preoccupazione per l’ingresso di altri membri, che avrebbe ridotto l’influenza di quelli attuali.
E proprio standard e procedure per includere nuovi membri saranno al centro del dibattito, insieme al rapporto dei BRICS con l’Africa e al ruolo della New Development Bank, cioè quella che viene comunemente chiamata “Banca dei BRICS”, creata nel 2015.
Come riporta l’agenzia stampa Reuters, «Ci si aspetta che il gruppo discuta come accelerare la raccolta ed il prestito nelle valute locali dentro la New Develpoment Bank (...) L’uso di monete locali aiuterà ad alleviare il rischio dell’impatto delle fluttuazioni delle valute straniere, ha affermato il ministro delle finanze sudafricano Enoch Godongwana».
Stando ad un diplomatico sudafricano interpellato dall’agenzia, la discussione per ora non dovrebbe vertere su una moneta comune dei BRICS.
Un tema che è stato caldeggiato in passato dal Brasile del neo-presidente Lula – che vorrebbe espandere il più possibile il ruolo della NDB – nonché dalla Russia, ma a cui si oppone per ora l’India di Modi.
Durante la conferenza stampa a Brasilia, Lula ha affermato laconicamente: «Perché il Brasile necessita del dollaro per commerciare con la Cina o il Brasile? Possiamo commerciare nelle nostre valute».
Un passo che scalfirebbe ulteriormente l’egemonia del dollaro.
L’inizio del vertice sarà preceduto oggi dalla visita di Stato del leader cinese Xi Jinping in Sudafrica, su invito del presidente Cyril Ramaphosa.
Si tratta della seconda visita di Stato che il leader cinese effettua nel 2023 dopo quella del marzo in Russia. E la prima nel Paese africano dal 2018. Una visita cui i media cinesi in lingua inglese hanno dato molto spazio.
I due condivideranno la presidenza del China-Africa Leaders Dialogue.
La Repubblica Popolare Cinese ha indirizzato 1,82 miliardi di dollari di investimenti diretti in Africa nei primi sei mesi di quest’anno, cioè un 4,4% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Sono circa 3.000 le aziende cinesi presenti in Africa.
Da più di un decennio la Cina è il più importante partner commerciale del Sudafrica, con un interscambio commerciale tra i due paesi in costante aumento.
Il Sud Africa partecipa fra l’altro alla Belt and Road Iniziative (BRI).
Come riporta il sito di informazione cinese in lingua inglese Global Times, gli investimenti cinesi diretti in Sudafrica hanno superato i 10 miliardi e spaziano in vari campi, dalla finanza all’energia, mentre il Sudafrica è il paese africano che investe maggiormente in Cina.
Il rapporto tra i due paesi potrebbe diventare il pivot dell’allargamento delle relazioni economiche tra Pechino e gli Stati Africani.
È doveroso ricordare il ruolo sempre più importante che anche la Russia sta giocando in Africa.
L’obiettivo del summit dei BRICS è di giungere ad una comune presa di posizione attraverso la pratica consensuale che ne caratterizza l’operato su una serie di argomenti che sono stati discussi nei lavori preparatori del summit per implementarne il peso a livello internazionale e far compiere un ulteriore passo in avanti al mondo multipolare.
Fonte
04/07/2023
Il World Peace Forum di Pechino immagina un futuro fondato sul multilateralismo
Il 2 e 3 luglio si è svolta a Pechino l’undicesima edizione del World Peace Forum. Si tratta di un consesso annuale sulla sicurezza internazionale, di natura non governativa anche se approvato dal Consiglio di Stato della Repubblica Popolare, tenuto dal 2012 all’università Tsinghua e co-organizzato dal Chinese People’s Institute of Foreign Affairs.
Più di 400 persone, tra cui ex e attuali dignitari e diplomatici di vari paesi, accademici ed esperti di think tanks internazionali, nonché dirigenti di grandi multinazionali, hanno partecipato all’evento. Il suo sottotitolo quest’anno era “stabilizing an unstable world through consensus and cooperation”, un indirizzo sviluppato attraverso 19 panels e quattro sessioni plenarie.
Alla cerimonia di apertura è intervenuto il vicepresidente cinese Han Zheng, che ha ribadito come la modernizzazione del paese segua una via “non bellicosa”. Ha poi sottolineato come la Cina abbia arricchito la costruzione di una comunità internazionale pacifica e orientata al miglioramento delle condizioni dei popoli attraverso la Global Development Initiative, la Global Security Initiative e la Global Civilization Initiative.
Han Zheng ha dunque esplicitato che questo percorso deve fondarsi su quattro pilastri. Ovvero: il rispetto dell’indipendenza e del diritto di ogni paese di esplorare la propria via per la democrazia e la piena realizzazione delle persone; la risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo, stimolato in primo luogo dalle principali potenze mondiali; il sostegno al multilateralismo per rendere la governance globale più giusta ed equa; la promozione dell’inclusività e di approcci win-win nei rapporti tra paesi.
Questi punti sono stati largamente ripresi anche da Dilma Roussef, da poco alla guida della New Development Bank dei BRICS. A suo avviso, adeguare le politiche e le istituzioni è urgente e necessario in questa fase di incertezza macroeconomica, dettata dai problemi dell’inflazione, del debito e della guerra, che va affrontata cercando inclusività e stabilità.
L’economista brasiliana ha censurato il comportamento di quei “modelli politici che si vogliono ergere a standard universale da imporre persino con la forza”, con evidente riferimento al Blocco Euroatlantico. “Se non accetti questo sistema di valori imposto, sarai punito di conseguenza o dovrai affrontare misure come guerre, colpi di stato o sanzioni” è stato il suo magistrale riassunto.
La Roussef ha affermato che il de-coupling e il de-risking, al centro dell’agenda politica occidentale, non solo indeboliscono le relazioni economiche, ma vengono anche utilizzati come armi politiche per impedire l’ascesa di nuovi attori sulla scena internazionale. La spinta alla globalizzazione si è indebolita, ma non si può disconnettere il mondo, e il protezionismo è stato indicato come uno dei pericoli maggiori di questo periodo.
La presidente della banca dei BRICS non si è limitata però a parlare della dimensione economica dei dazi. Erigere barriere insormontabili tra nazioni viene considerato qui come erigere una nuova Cortina di Ferro, “una mentalità da Guerra Fredda piuttosto che di adesione al multilateralismo”, ascrivibile alla logica che vuole porre un freno allo sviluppo dei paesi emergenti.
L’ex presidente brasiliana è stata ancora più netta ed esplicita quando ha criticato le politiche di contenimento contro la Cina, che si tratti delle tariffe, delle sanzioni o del Chips and Science Act. È perciò necessaria una “riforma della governance globale per combattere l’unilateralismo”, cercando il consenso e permettendo così a tutti i paesi di beneficiare della ricchezza creata a livello mondiale.
A proposito delle relazioni tra Cina e USA, lo statunitense Daniel Russel – un tempo al Dipartimento di Stato nella sezione per gli affari dell’Asia orientale e del Pacifico e ora membro di spicco dell’Asia Society Policy Institute – ha spiegato come sia necessario trovare urgentemente dei modi per abbattere la diffidenza reciproca. È dal mantenimento di contatti tra i vertici militari dei due paesi che si deve partire per evitare il peggio.
Infatti, nessuno vuole la guerra, ma i conflitti scoppiano anche per caso. “Penso ci sia un rischio reale che ci possa essere un incidente tra Cina e Stati Uniti e che, poiché non abbiamo buoni canali di dialogo e poiché la fiducia reciproca è a un livello così basso, un incidente potrebbe rapidamente degenerare in una crisi, e una crisi potrebbe potenzialmente degenerare in un conflitto, anche se nessuno dei nostri presidenti, nessuno dei nostri governi lo vuole”.
Queste note apocalittiche non possono che preoccupare, soprattutto se dette da un veterano della diplomazia statunitense.
Il piano inclinato che ci porta alla guerra, originato dalla crisi irreversibile del capitale, va combattuto in ogni modo, per salvare l’umanità e il pianeta dalla barbarie di questo modo di produzione.
Fonte
Più di 400 persone, tra cui ex e attuali dignitari e diplomatici di vari paesi, accademici ed esperti di think tanks internazionali, nonché dirigenti di grandi multinazionali, hanno partecipato all’evento. Il suo sottotitolo quest’anno era “stabilizing an unstable world through consensus and cooperation”, un indirizzo sviluppato attraverso 19 panels e quattro sessioni plenarie.
Alla cerimonia di apertura è intervenuto il vicepresidente cinese Han Zheng, che ha ribadito come la modernizzazione del paese segua una via “non bellicosa”. Ha poi sottolineato come la Cina abbia arricchito la costruzione di una comunità internazionale pacifica e orientata al miglioramento delle condizioni dei popoli attraverso la Global Development Initiative, la Global Security Initiative e la Global Civilization Initiative.
Han Zheng ha dunque esplicitato che questo percorso deve fondarsi su quattro pilastri. Ovvero: il rispetto dell’indipendenza e del diritto di ogni paese di esplorare la propria via per la democrazia e la piena realizzazione delle persone; la risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo, stimolato in primo luogo dalle principali potenze mondiali; il sostegno al multilateralismo per rendere la governance globale più giusta ed equa; la promozione dell’inclusività e di approcci win-win nei rapporti tra paesi.
Questi punti sono stati largamente ripresi anche da Dilma Roussef, da poco alla guida della New Development Bank dei BRICS. A suo avviso, adeguare le politiche e le istituzioni è urgente e necessario in questa fase di incertezza macroeconomica, dettata dai problemi dell’inflazione, del debito e della guerra, che va affrontata cercando inclusività e stabilità.
L’economista brasiliana ha censurato il comportamento di quei “modelli politici che si vogliono ergere a standard universale da imporre persino con la forza”, con evidente riferimento al Blocco Euroatlantico. “Se non accetti questo sistema di valori imposto, sarai punito di conseguenza o dovrai affrontare misure come guerre, colpi di stato o sanzioni” è stato il suo magistrale riassunto.
La Roussef ha affermato che il de-coupling e il de-risking, al centro dell’agenda politica occidentale, non solo indeboliscono le relazioni economiche, ma vengono anche utilizzati come armi politiche per impedire l’ascesa di nuovi attori sulla scena internazionale. La spinta alla globalizzazione si è indebolita, ma non si può disconnettere il mondo, e il protezionismo è stato indicato come uno dei pericoli maggiori di questo periodo.
La presidente della banca dei BRICS non si è limitata però a parlare della dimensione economica dei dazi. Erigere barriere insormontabili tra nazioni viene considerato qui come erigere una nuova Cortina di Ferro, “una mentalità da Guerra Fredda piuttosto che di adesione al multilateralismo”, ascrivibile alla logica che vuole porre un freno allo sviluppo dei paesi emergenti.
L’ex presidente brasiliana è stata ancora più netta ed esplicita quando ha criticato le politiche di contenimento contro la Cina, che si tratti delle tariffe, delle sanzioni o del Chips and Science Act. È perciò necessaria una “riforma della governance globale per combattere l’unilateralismo”, cercando il consenso e permettendo così a tutti i paesi di beneficiare della ricchezza creata a livello mondiale.
A proposito delle relazioni tra Cina e USA, lo statunitense Daniel Russel – un tempo al Dipartimento di Stato nella sezione per gli affari dell’Asia orientale e del Pacifico e ora membro di spicco dell’Asia Society Policy Institute – ha spiegato come sia necessario trovare urgentemente dei modi per abbattere la diffidenza reciproca. È dal mantenimento di contatti tra i vertici militari dei due paesi che si deve partire per evitare il peggio.
Infatti, nessuno vuole la guerra, ma i conflitti scoppiano anche per caso. “Penso ci sia un rischio reale che ci possa essere un incidente tra Cina e Stati Uniti e che, poiché non abbiamo buoni canali di dialogo e poiché la fiducia reciproca è a un livello così basso, un incidente potrebbe rapidamente degenerare in una crisi, e una crisi potrebbe potenzialmente degenerare in un conflitto, anche se nessuno dei nostri presidenti, nessuno dei nostri governi lo vuole”.
Queste note apocalittiche non possono che preoccupare, soprattutto se dette da un veterano della diplomazia statunitense.
Il piano inclinato che ci porta alla guerra, originato dalla crisi irreversibile del capitale, va combattuto in ogni modo, per salvare l’umanità e il pianeta dalla barbarie di questo modo di produzione.
Fonte
17/05/2020
COVID-19 e governance globale: il caso dei “Coronabond” cinesi e la Banca dei BRICS
di Ettore Gallo
Mentre la lotta contro il COVID-19 richiede un enorme sforzo finanziario, c’è da notare come la quasi totalità dei Paesi a medio reddito non abbia finora richiesto alcuna assistenza finanziaria al Fondo Monetario Internazionale (FMI) o alla Banca Mondiale.
In tal senso sembra accelerarsi il processo di crisi delle cosiddette istituzioni di Bretton Woods – a chiara egemonia statunitense – mentre si fanno spazio sullo scenario globale nuove forme di governance. In questo articolo, dopo aver analizzato lo scarso ruolo avuto finora da FMI e Banca Mondiale, vedremo quali sono state le misure adottate dalla Nuova Banca di Sviluppo – anche detta Banca dei BRICS – nel fornire assistenza finanziaria a Cina, India e Sudafrica.
Mentre nell’Eurozona la proposta dei Coronabond è finita pressoché in un nulla di fatto, vedremo come la Banca dei BRICS sia stata l’unica istituzione internazionale a emettere titoli di debito simili per finanziare la lotta all’emergenza sanitaria in Cina.
COVID-19 e le istituzioni di Bretton Woods
Dall’inizio della crisi, il Fondo Monetario Internazionale ha garantito una capacità di credito per un ammontare complessivo di 1000 miliardi di dollari. Nonostante ciò, a oggi pochissimi Paesi hanno richiesto e ottenuto accesso ai prestiti messi a disposizione dall’istituzione.
Nessuno di questi è un Paese a medio reddito; allo stato attuale, solo Paesi a basso e bassissimo reddito hanno fatto richiesta di accesso alle linee di credito del FMI, come si può vedere nella figura sottostante.
Il perché è presto detto. Come spiegava David Lubin sul Financial Times, i fondi messi a disposizione dal FMI sono di fatto inutilizzabili.
Di fronte a una crisi senza precedenti del capitalismo globale, le relazioni creditizie fra i Paesi membri e il FMI continueranno a essere ispirate al principio di condizionalità. In altri termini, lo sblocco delle linee di credito rimane vincolato all’adozione da parte del Paese ricevente di determinate politiche di liberalizzazione, tagli alla spesa pubblica e, in ultima istanza, di svendita delle risorse nazionali.
In una situazione come quella attuale, risulta grottesco come il FMI continui a richiedere misure di austerità in una situazione in cui più spesa pubblica è necessaria quantomeno per fermare la crisi sanitaria, prima, e alleviare gli effetti drammatici della crisi economica, poi.
Un discorso simile si applica alle linee di credito messe a disposizione dalla Banca Mondiale. L’istituzione ha messo a disposizione in capacità creditizia ‘appena’ 12 miliardi di dollari.
Anche se da un lato più Paesi hanno avuto accesso alle linee di credito messe a disposizione dall’istituzione, bisogna notare come questi prestiti siano di entità molto più limitata e legati a progetti specifici sul territorio, richiedendo di conseguenza condizioni meno stringenti.
Mentre la Banca Mondiale ha momentaneamente sospeso il pagamento dei debiti passati per i Paesi cosiddetti IDA – a reddito bassissimo – non si registrano misure sostanziali di supporto ai Paesi a medio reddito.
A oggi, l’India è l’unico fra questi Paesi ad aver usato in maniera più consistente le linee di credito della Banca Mondiale, per un ammontare complessivo di 1,75 miliardi di dollari. Per tutti gli altri, i fondi non raggiungono la soglia dei 100 milioni di dollari, una cifra risibile davanti alla sfida lanciata dalla pandemia.
In molti casi, come per quello della Cina, si tratta di progetti precedenti alla crisi COVID, che si inseriscono in progetti geograficamente limitati di miglioramento delle infrastrutture locali, piuttosto che di fondi messi a disposizione per combattere la crisi sanitaria ed economica.
In generale, la risposta fornita da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale nella pandemia globale appare inadeguata e parziale. Le istituzioni di Bretton Woods sembrano aver perso il loro potere di arbitrio nell’imporre disciplina fiscale nei confronti dei Paesi in via di sviluppo.
Nell’economia globale a più poli che si va delineando sempre più marcatamente, entrambe le istituzioni a egemonia statunitense vanno perdendo progressivamente importanza.
In questo senso, la crisi COVID-19 sembra accelerare inevitabilmente processi già in atto. Il mondo di Bretton Woods muore, vedremo come e quando quello della governance globale multipolare vedrà definitivamente la luce.
I “Coronabond” cinesi e il ruolo della Nuova Banca di Sviluppo
La New Development Bank – Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) ha avuto un atteggiamento decisamente più dinamico rispetto a Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale.
Allo stato attuale, il supporto principale fornito dalla Nuova Banca di Sviluppo è stato in favore della Cina – che per forza di cose ha un ruolo di primo piano all’interno dell’area dei BRICS e ha inoltre dovuto affrontare prima degli altri la crisi sanitaria. Notizia di questi giorni è lo sblocco di linee di credito da parte dell’istituzione in favore di India e Sudafrica.
Il 19 Marzo, la New Development Bank ha approvato un Programma Emergenziale di Assistenza alla Cina (Emergency Assistance Program Loan, ndr), per un ammontare complessivo di 7 miliardi di yuan (poco meno di un 1 miliardo di dollari).
Come si può leggere nel sito dell’istituzione, il Programma è finalizzato ad aiutare il governo cinese nella lotta contro il COVID-19, contribuendo così agli sforzi per far fronte alla crisi economica e sanitaria. In particolare, i termini dell’assistenza prevedono un disborso in un’unica tranche, senza particolari condizioni se non quella di impiegare i fondi entro l’anno corrente.
Un mese più tardi, il 22 Aprile, il Consiglio Direttivo della Nuova Banca di Sviluppo ha confermato lo sblocco da parte dell’istituzione di un consistente supporto finanziario alla Repubblica Popolare Cinese, per un ammontare complessivo di circa 15 miliardi di dollari.
Di questi, 5 miliardi costituiscono un prestito a lungo termine e senza particolari condizionalità (a differenza linee di credito fornite da FMI e Banca Mondiale, decisamente più onerose politicamente).
Ad oggi, la Banca dei BRICS è stata l’unica istituzione internazionale ad aver finanziato il governo cinese nel difficile compito di combattere il blocco dell’economia nello Hubei.
In prospettiva, di particolare interesse è una seconda manovra adottata dalla Nuova Banca di Sviluppo, con l’emissione di Coronabond denominati in yuan.
Nello specifico, la Banca dei BRICS ha emesso nel mercato obbligazionario cinese titoli per un valore complessivo di 5 miliardi di yuan (circa 706 milioni di dollari); i Coronabond emessi dall’istituzione hanno scadenza a 3 anni e verranno usati interamente per finanziare il programma di assistenza alla Cina approvato il 19 marzo 2020.
È inoltre da notare come i titoli obbligazionari emessi dalla New Development Bank siano caratterizzati da un ottimo rating – AA+ secondo S&P and Fitch (più, per intendersi, dei BTp italiani) –. Nel caso dei Coronabond cinesi, inoltre, è di particolare interesse la distribuzione geografica del debito, che rimane in larga parte in mani cinesi (41%), per il 45% in mani di investitori europei, mediorientali e africani e per il restante 14% in quelle di investitori asiatici (non cinesi).
I titoli emessi sono andati letteralmente a ruba. Alla fine delle trattative, il book di negoziazione finale è andato in eccesso di 15 miliardi di yuan (oltre 2 miliardi e 112 milioni di dollari), con un eccesso di richieste di tre volte l’emissione iniziale.
Commentando il successo dell’emissione obbligazionaria, Leslie Maasdorp – Vicepresidente della Nuova Banca di Sviluppo – ha dichiarato:
“Siamo molto soddisfatti per la forte domanda, prezzo e il risultato eccezionale di questa emissione di Coronabond denominati in yuan nel mercato interbancario cinese.
Questo titolo denominato in yuan è di rilevanza strategica per il nostro mandato di promuovere uno sviluppo sostenibile e rafforzare il nostro impegno nel reperire fondi nella moneta nazionale dei nostri Paesi membri.
Nello specifico, il finanziamento da parte della Nuova Banca di Sviluppo fornirà un supporto di emergenza durante questo periodo di crisi per tutti i Paesi membri che stanno fronteggiando nuove sfide economiche ed enormi difficoltà”. (traduzione dell’autore)
Il supporto finanziario fornito dalla Nuova Banca di Sviluppo non si limita tuttavia alla Cina. Il 30 aprile, un secondo Programma Emergenziale di Assistenza è stato approvato in favore dell’India, per un totale di 1 miliardo di dollari.
I fondi, da usare entro marzo 2021, non si limitano al mero contenimento della crisi sanitaria, ma potranno finanziare anche i costi sociali ed economici legati alla diffusione dell’epidemia.
Come per il caso cinese, l’esborso del prestito avverrà in una tranche e non è legato a particolare condizioni nella conduzione della politica economica interna.
Di recente anche il Sudafrica ha richiesto l’accesso alle linee di credito fornite dall’istituzione finanziaria per 1 miliardo di dollari, ma il prestito non è stato ancora approvato.
Il risultato di lungo periodo di queste nuove forme di cooperazione internazionale è ancora incerto. Mentre iniziative come la Nuova Banca di Sviluppo non avranno forse il potere di cambiare sostanzialmente la governance globale nell’immediato futuro, sono un chiaro segnale che il potere di ricatto di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale – le cosiddette istituzioni di Bretton Woods – va via via svanendo, cedendo a nuove forme di cooperazione internazionale in uno scacchiere globale che si definisce sempre più marcatamente come multipolare.
Fonte
L'autore è particolarmente cauto nelle proprie conclusioni e fa bene, da parte nostra aggiungiamo che quanto descritto pare un test embrionale di internazionalizzazione della divisa cinese unito a un tentativo, giustamente ancora più timido, di imbrigliamento delle "forze animali" dei mercati finanziari.
Mentre la lotta contro il COVID-19 richiede un enorme sforzo finanziario, c’è da notare come la quasi totalità dei Paesi a medio reddito non abbia finora richiesto alcuna assistenza finanziaria al Fondo Monetario Internazionale (FMI) o alla Banca Mondiale.
In tal senso sembra accelerarsi il processo di crisi delle cosiddette istituzioni di Bretton Woods – a chiara egemonia statunitense – mentre si fanno spazio sullo scenario globale nuove forme di governance. In questo articolo, dopo aver analizzato lo scarso ruolo avuto finora da FMI e Banca Mondiale, vedremo quali sono state le misure adottate dalla Nuova Banca di Sviluppo – anche detta Banca dei BRICS – nel fornire assistenza finanziaria a Cina, India e Sudafrica.
Mentre nell’Eurozona la proposta dei Coronabond è finita pressoché in un nulla di fatto, vedremo come la Banca dei BRICS sia stata l’unica istituzione internazionale a emettere titoli di debito simili per finanziare la lotta all’emergenza sanitaria in Cina.
COVID-19 e le istituzioni di Bretton Woods
Dall’inizio della crisi, il Fondo Monetario Internazionale ha garantito una capacità di credito per un ammontare complessivo di 1000 miliardi di dollari. Nonostante ciò, a oggi pochissimi Paesi hanno richiesto e ottenuto accesso ai prestiti messi a disposizione dall’istituzione.
Nessuno di questi è un Paese a medio reddito; allo stato attuale, solo Paesi a basso e bassissimo reddito hanno fatto richiesta di accesso alle linee di credito del FMI, come si può vedere nella figura sottostante.
Il perché è presto detto. Come spiegava David Lubin sul Financial Times, i fondi messi a disposizione dal FMI sono di fatto inutilizzabili.
Di fronte a una crisi senza precedenti del capitalismo globale, le relazioni creditizie fra i Paesi membri e il FMI continueranno a essere ispirate al principio di condizionalità. In altri termini, lo sblocco delle linee di credito rimane vincolato all’adozione da parte del Paese ricevente di determinate politiche di liberalizzazione, tagli alla spesa pubblica e, in ultima istanza, di svendita delle risorse nazionali.
In una situazione come quella attuale, risulta grottesco come il FMI continui a richiedere misure di austerità in una situazione in cui più spesa pubblica è necessaria quantomeno per fermare la crisi sanitaria, prima, e alleviare gli effetti drammatici della crisi economica, poi.
Un discorso simile si applica alle linee di credito messe a disposizione dalla Banca Mondiale. L’istituzione ha messo a disposizione in capacità creditizia ‘appena’ 12 miliardi di dollari.
Anche se da un lato più Paesi hanno avuto accesso alle linee di credito messe a disposizione dall’istituzione, bisogna notare come questi prestiti siano di entità molto più limitata e legati a progetti specifici sul territorio, richiedendo di conseguenza condizioni meno stringenti.
Mentre la Banca Mondiale ha momentaneamente sospeso il pagamento dei debiti passati per i Paesi cosiddetti IDA – a reddito bassissimo – non si registrano misure sostanziali di supporto ai Paesi a medio reddito.
A oggi, l’India è l’unico fra questi Paesi ad aver usato in maniera più consistente le linee di credito della Banca Mondiale, per un ammontare complessivo di 1,75 miliardi di dollari. Per tutti gli altri, i fondi non raggiungono la soglia dei 100 milioni di dollari, una cifra risibile davanti alla sfida lanciata dalla pandemia.
In molti casi, come per quello della Cina, si tratta di progetti precedenti alla crisi COVID, che si inseriscono in progetti geograficamente limitati di miglioramento delle infrastrutture locali, piuttosto che di fondi messi a disposizione per combattere la crisi sanitaria ed economica.
In generale, la risposta fornita da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale nella pandemia globale appare inadeguata e parziale. Le istituzioni di Bretton Woods sembrano aver perso il loro potere di arbitrio nell’imporre disciplina fiscale nei confronti dei Paesi in via di sviluppo.
Nell’economia globale a più poli che si va delineando sempre più marcatamente, entrambe le istituzioni a egemonia statunitense vanno perdendo progressivamente importanza.
In questo senso, la crisi COVID-19 sembra accelerare inevitabilmente processi già in atto. Il mondo di Bretton Woods muore, vedremo come e quando quello della governance globale multipolare vedrà definitivamente la luce.
I “Coronabond” cinesi e il ruolo della Nuova Banca di Sviluppo
La New Development Bank – Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) ha avuto un atteggiamento decisamente più dinamico rispetto a Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale.
Allo stato attuale, il supporto principale fornito dalla Nuova Banca di Sviluppo è stato in favore della Cina – che per forza di cose ha un ruolo di primo piano all’interno dell’area dei BRICS e ha inoltre dovuto affrontare prima degli altri la crisi sanitaria. Notizia di questi giorni è lo sblocco di linee di credito da parte dell’istituzione in favore di India e Sudafrica.
Il 19 Marzo, la New Development Bank ha approvato un Programma Emergenziale di Assistenza alla Cina (Emergency Assistance Program Loan, ndr), per un ammontare complessivo di 7 miliardi di yuan (poco meno di un 1 miliardo di dollari).
Come si può leggere nel sito dell’istituzione, il Programma è finalizzato ad aiutare il governo cinese nella lotta contro il COVID-19, contribuendo così agli sforzi per far fronte alla crisi economica e sanitaria. In particolare, i termini dell’assistenza prevedono un disborso in un’unica tranche, senza particolari condizioni se non quella di impiegare i fondi entro l’anno corrente.
Un mese più tardi, il 22 Aprile, il Consiglio Direttivo della Nuova Banca di Sviluppo ha confermato lo sblocco da parte dell’istituzione di un consistente supporto finanziario alla Repubblica Popolare Cinese, per un ammontare complessivo di circa 15 miliardi di dollari.
Di questi, 5 miliardi costituiscono un prestito a lungo termine e senza particolari condizionalità (a differenza linee di credito fornite da FMI e Banca Mondiale, decisamente più onerose politicamente).
Ad oggi, la Banca dei BRICS è stata l’unica istituzione internazionale ad aver finanziato il governo cinese nel difficile compito di combattere il blocco dell’economia nello Hubei.
In prospettiva, di particolare interesse è una seconda manovra adottata dalla Nuova Banca di Sviluppo, con l’emissione di Coronabond denominati in yuan.
Nello specifico, la Banca dei BRICS ha emesso nel mercato obbligazionario cinese titoli per un valore complessivo di 5 miliardi di yuan (circa 706 milioni di dollari); i Coronabond emessi dall’istituzione hanno scadenza a 3 anni e verranno usati interamente per finanziare il programma di assistenza alla Cina approvato il 19 marzo 2020.
È inoltre da notare come i titoli obbligazionari emessi dalla New Development Bank siano caratterizzati da un ottimo rating – AA+ secondo S&P and Fitch (più, per intendersi, dei BTp italiani) –. Nel caso dei Coronabond cinesi, inoltre, è di particolare interesse la distribuzione geografica del debito, che rimane in larga parte in mani cinesi (41%), per il 45% in mani di investitori europei, mediorientali e africani e per il restante 14% in quelle di investitori asiatici (non cinesi).
I titoli emessi sono andati letteralmente a ruba. Alla fine delle trattative, il book di negoziazione finale è andato in eccesso di 15 miliardi di yuan (oltre 2 miliardi e 112 milioni di dollari), con un eccesso di richieste di tre volte l’emissione iniziale.
Commentando il successo dell’emissione obbligazionaria, Leslie Maasdorp – Vicepresidente della Nuova Banca di Sviluppo – ha dichiarato:
“Siamo molto soddisfatti per la forte domanda, prezzo e il risultato eccezionale di questa emissione di Coronabond denominati in yuan nel mercato interbancario cinese.
Questo titolo denominato in yuan è di rilevanza strategica per il nostro mandato di promuovere uno sviluppo sostenibile e rafforzare il nostro impegno nel reperire fondi nella moneta nazionale dei nostri Paesi membri.
Nello specifico, il finanziamento da parte della Nuova Banca di Sviluppo fornirà un supporto di emergenza durante questo periodo di crisi per tutti i Paesi membri che stanno fronteggiando nuove sfide economiche ed enormi difficoltà”. (traduzione dell’autore)
Il supporto finanziario fornito dalla Nuova Banca di Sviluppo non si limita tuttavia alla Cina. Il 30 aprile, un secondo Programma Emergenziale di Assistenza è stato approvato in favore dell’India, per un totale di 1 miliardo di dollari.
I fondi, da usare entro marzo 2021, non si limitano al mero contenimento della crisi sanitaria, ma potranno finanziare anche i costi sociali ed economici legati alla diffusione dell’epidemia.
Come per il caso cinese, l’esborso del prestito avverrà in una tranche e non è legato a particolare condizioni nella conduzione della politica economica interna.
Di recente anche il Sudafrica ha richiesto l’accesso alle linee di credito fornite dall’istituzione finanziaria per 1 miliardo di dollari, ma il prestito non è stato ancora approvato.
Il risultato di lungo periodo di queste nuove forme di cooperazione internazionale è ancora incerto. Mentre iniziative come la Nuova Banca di Sviluppo non avranno forse il potere di cambiare sostanzialmente la governance globale nell’immediato futuro, sono un chiaro segnale che il potere di ricatto di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale – le cosiddette istituzioni di Bretton Woods – va via via svanendo, cedendo a nuove forme di cooperazione internazionale in uno scacchiere globale che si definisce sempre più marcatamente come multipolare.
Fonte
L'autore è particolarmente cauto nelle proprie conclusioni e fa bene, da parte nostra aggiungiamo che quanto descritto pare un test embrionale di internazionalizzazione della divisa cinese unito a un tentativo, giustamente ancora più timido, di imbrigliamento delle "forze animali" dei mercati finanziari.
Iscriviti a:
Post (Atom)
