Intorno allo stretto di Hormuz e in Vicino Oriente, le cose per gli Stati Uniti sono andate molto peggio di quanto è trapelato finora.
A rivelarlo è un’inchiesta esclusiva del Washington Post, basata sull’analisi di immagini satellitari ad alta risoluzione diffuse dai media statali iraniani e successivamente verificate dal giornale statunitense. Da questa emerge che gli attacchi iraniani contro le infrastrutture militari americane nel Vicino Oriente abbiano causato danni ben più gravi di quanto riconosciuto ufficialmente da Washington.
Secondo il Post, sono almeno 228 le strutture o i sistemi militari colpiti o distrutti in 15 installazioni statunitensi distribuite tra Kuwait, Bahrain, Qatar, Arabia Saudita, Giordania ed Emirati Arabi Uniti. Fra gli obiettivi colpiti figurano hangar, caserme, depositi di carburante, radar THAAD e Patriot, sistemi di comunicazione satellitare, infrastrutture elettriche e persino velivoli da comando e rifornimento.
L’inchiesta afferma inoltre che:
– oltre 400 militari americani sarebbero rimasti feriti;
– 7 soldati statunitensi sarebbero morti negli attacchi;
– alcune basi sarebbero state considerate troppo vulnerabili per mantenere il normale livello di personale operativo;
– il quartier generale della V Flotta USA in Bahrain avrebbe subito danni definiti “estesi”, al punto da costringere parte delle attività a trasferirsi temporaneamente in Florida.
Particolarmente rilevante è anche un altro elemento evidenziato dal quotidiano: due grandi società commerciali di immagini satellitari, Planet e Vantor, avrebbero limitato o ritardato la diffusione pubblica delle immagini del teatro mediorientale su richiesta del governo americano, rendendo più difficile una valutazione indipendente dei danni subiti dagli Stati Uniti.
Gli esperti consultati dal Washington Post parlano di attacchi “precisi”, di vulnerabilità strutturali delle basi americane e di un insufficiente adattamento statunitense alla guerra moderna basata su droni e saturazione missilistica.
L’articolo sottolinea tuttavia che, nonostante i danni, la capacità offensiva statunitense contro l’Iran non sarebbe stata neutralizzata. Secondo diversi analisti citati, il problema principale non sarebbe tanto la perdita immediata di capacità operative quanto il costo crescente della difesa e la vulnerabilità strategica delle infrastrutture fisse americane nel Golfo.
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