È il gioco (diplomatico) più antico del mondo. E il più pericoloso. Quello di cambiare continuamente le carte in tavola e rimettere in discussione i punti già “concordati”. Anche a prescindere dall’importanza stessa dei singoli argomenti “riaperti” questo modo di procedere semina sfiducia nella controparte. La quale, fra l’altro, ricorda ogni giorni di nutrirne pochissima nei confronti degli Stati Uniti.
L’ultima novità è che il presidente Trump ha chiesto diversi emendamenti all’accordo che i suoi stessi “inviati” avevano raggiunto con i loro omologhi iraniani. Almeno stando alle “indiscrezioni” raccolte sia dal New York Times che da Axios (ovviamente tramite il “giornalista” Barak Ravid, ex ufficiale dell’Unità 8200 dell’esercito israeliano).
Il punto chiave riguarderebbe il materiale nucleare iraniano, hanno detto due funzionari statunitensi rimasti come sempre coperti da anonimato. L’intento dichiarato è il solito: “assicurarsi che l’Iran non possa mai possedere un’arma nucleare”.
La storia recente mostra quanto sia devastante la supponenza idiota nella politica internazionale. La questione era stata infatti affrontata e in buona parte risolta con l’accordo siglato da Obama nel 2015, dopo ben due anni di trattative.
L’accordo non era ovviamente stato raggiunto sulla base di pure dichiarazioni di principio, ma prevedeva controlli stringenti da parte dell’Aiea, ed era stato certamente rispettato fino al 2018. Quando proprio Donald Trump, al suo primo mandato da presidente, lo stracciò dichiarandolo una “sconfitta” per gli Usa.
A quel punto, naturalmente, gli iraniani erano e si sentirono svincolati, procedendo ad arricchire una parte dell’uranio a loro disposizione (sono anche produttori) fino al 60%. Un livello decisamente superiore a quello per usi solo civili (elettricità), intorno al 4%, ma ancora lontano da quello necessario per assemblare un’arma nucleare (oltre l’85%).
La pretesa di Trump – ottenere quei circa 400kg di uranio arricchito “con le buone o le cattive” – si è già rivelata impraticabile sul piano militare portando al disastro di Isfahan malamente camuffato da “salvataggio di due piloti” (peraltro rimasti sconosciuti, contrariamente a tutti i casi simili). Insistere ora significa perder tempo cercando una “vittoria” tramite la diplomazia.
Ma questa è una constatazione elementare che chiunque può fare, anche i diversamente intelligenti che compongono l’attuale amministrazione Usa.
Più plausibile, dunque, che in realtà Trump stia traccheggiando solo per lasciare campo libero a Netanyahu in Libano ancora per qualche giorno, magari pensando a quanti soldi si potranno fare con lo sfruttamento turistico di una location come il Castello di Beaufort, dove stamattina è stata piantata la bandiera dello Stato genocida.
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