di Silvano Cacciari
Le dinamiche della comunicazione sono segnate da una trasformazione strutturale profonda nei meccanismi di formazione dell’opinione pubblica e di costruzione della legittimità politica. Questo mutamento non rappresenta una semplice evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma che ha ridefinito i rapporti di forza sul terreno del soft power internazionale. Il conflitto israelo-palestinese, a partire dall’escalation del 2021 e in modo dirompente dopo gli eventi dell’ottobre 2023, funziona come laboratorio primario per osservare come la radicalizzazione algoritmica operi come un ariete capace di scardinare egemonie comunicative decennali. Mentre lo stato di Israele continua a esercitare un vantaggio militare convenzionale e tecnologico schiacciante sulla Palestina e a dominare i canali diplomatici tradizionali, la sua capacità di influenzare il “feed” della comunicazione globale è in una fase di declino accelerato, superata da flussi informativi orizzontali e decentralizzati che privilegiano l’immediata mobilitazione di massa.
1.
Nei processi di comunicazione la transizione dalla centralità dei
gatekeeper tradizionali (giornalisti, editori, esperti istituzionali) a
un ecosistema mediatico governato da algoritmi di raccomandazione ha
alterato la gerarchia della visibilità e quindi del peso politico.
Storicamente, la diplomazia pubblica israeliana, nota come Hasbara, ha
operato con successo influenzando i media mainstream e i decision-maker
politici attraverso narrazioni centralizzate e controllate. Tuttavia, la
nuova struttura dell’opinione pubblica si fonda su piattaforme come
TikTok, Instagram e YouTube, che bypassano completamente questi filtri.
Non si tratta più solo di una dinamica generazionale che coinvolge gli
under-35; i dati indicano che anche la maggioranza degli over-35 si
informa ora primariamente attraverso contenuti visuali e social media,
segnando una rottura definitiva con il consumo mediatico del XX secolo.
2.
L’architettura dei social media promuove un flusso informativo
orizzontale in cui la credibilità non è più concessa dall’autorità
istituzionale, ma dall’engagement e dalla percezione di autenticità. In
questo contesto, Israele si trova in una posizione di svantaggio
strutturale: controlla il territorio e l’accesso fisico dei giornalisti a
Gaza, ma non possiede più gli strumenti per arginare il flusso di
immagini e storie che emergono dal basso. La narrazione istituzionale,
spesso percepita come “costruita” o “inautentica”, fatica a competere
con la potenza emotiva di video brevi sui social, meme e testimonianze
dirette che si allineano perfettamente con le logiche algoritmiche.
Questo spostamento dell’asse dei processi di comunicazione ha
trasformato il campo di battaglia della legittimità politica
internazionale. Se Israele vince sui telegiornali della sera grazie a
relazioni consolidate con le élite mediatiche, perde sistematicamente
nei feed di TikTok, dove risiede l’attenzione della nuova opinione
pubblica globale. Gli algoritmi non sono intrinsecamente schierati per
una parte politica, ma sono programmati per massimizzare e monetizzare
il tempo di visualizzazione e l’interazione; di conseguenza, premiano i
contenuti che generano forti reazioni emotive come l’indignazione
morale, la protesta radicale e l’empatia verso le vittime civili.
3.
La radicalizzazione algoritmica non deve essere intesa come un processo
di conversione ideologica lineare, ma come una condizione di
“intensificazione affettiva”. Le piattaforme monitorano il comportamento
dell’utente a livello micro – replay, like, commenti e tempo di
permanenza su un frame – per inferire interessi e regolare le
raccomandazioni di visualizzazione. Durante il conflitto a Gaza, questo
design ha permesso la creazione di un pubblico che si mobilita attorno a
narrazioni emotivamente cariche.
La logica della piattaforma privilegia quello che può essere definito
“arousal emotivo”. I contenuti pro-palestinesi, spesso caratterizzati da
immagini di sofferenza umana, resistenza grassroots e simbolismo visivo
potente, performano meglio secondo le metriche di engagement rispetto
alle dichiarazioni istituzionali o ai video di operazioni militari
tecniche. Questa dinamica crea una circolarità: l’utente che
interagisce con un contenuto di protesta riceve dosi sempre più massicce
di contenuti simili, rinforzando una specifica visione del conflitto e
marginalizzando i punti di vista israeliani, di fatto privi di appetibilità algoritmica.
La ricerca di Laura Edelson della Northeastern University evidenzia una disparità quantitativa e qualitativa senza precedenti nella distribuzione dei contenuti su TikTok: l’analisi di questi dati rivela un’intuizione profonda: mentre il post pro-Israele mediano riceve leggermente più visualizzazioni (indicando una base di supporto stabile ma limitata), quella che possiamo chiamare lotteria della viralità è dominata in modo schiacciante dalla causa palestinese. Avendo 17 volte più “biglietti della lotteria” (post), la probabilità che un contenuto pro-palestinese diventi virale e raggiunga milioni di utenti è esponenzialmente molto più alta. Inoltre, i tassi di engagement (like e condivisioni) sono significativamente superiori per la narrazione palestinese, suggerendo che quest’ultima risuoni in modo più efficace con le strutture psicologiche incentivate dall’algoritmo.
4.
Il processo di piattaformizzazione dei media ha reso le multinazionali
tecnologiche (Meta, ByteDance, Google) i nuovi regolatori della
sovranità informativa. Questo ha portato a ciò che alcuni analisti
chiamano colonialismo dei dati, dove le attività giornalistiche e di
attivismo diventano prigioniere di economie estrattive che ottimizzano
la visibilità basandosi su logiche commerciali e non su valori
democratici o di verità. In questo scenario, la Hasbara israeliana ha
cercato di adattarsi attraverso investimenti massicci in pubblicità
mirata e intelligenza artificiale, ma tali sforzi sono spesso percepiti
come tentativi di manipolazione del mercato dell’attenzione piuttosto
che come espressioni credibili.
Lo stato di Israele ha storicamente fondato la propria legittimità su
una narrazione di vittimismo storico unita a un’eccezionalità morale e
tecnologica. Con lo scoppio della guerra nel 2023, questa strategia è
entrata in collisione con un ambiente informativo che premia la velocità
e la trasparenza radicale. Le autorità israeliane hanno iniziato a
definire la situazione come una guerra di conoscenza, cercando di
superare il concetto ormai logoro di Hasbara. Tuttavia, il passaggio a
una gestione centralizzata della propaganda governativa ha mostrato
limiti evidenti di fronte alla fluidità delle reti decentralizzate.
Per contrastare la perdita di egemonia, il governo israeliano ha
lanciato iniziative sofisticate come il Progetto Esther. Questo progetto
non deve essere confuso con l’omonima iniziativa della Heritage
Foundation negli Stati Uniti, sebbene condividano obiettivi simili di
contrasto al movimento pro-palestinese. Il Progetto Esther guidato da
Israele è una campagna di propaganda digitale segreta che utilizza
influencer pagati e tecnologie IA per influenzare l’opinione pubblica
americana.
Nonostante la sofisticazione tecnica, queste campagne non risultano
credibili: il tentativo di presentare un volto moderno e democratico di
Israele attraverso influencer sponsorizzati si scontra violentemente con
le immagini di distruzione documentate in tempo reale da cittadini e
attivisti a Gaza. Mentre gli influencer del Progetto Esther producono
contenuti patinati ed embedded con l’esercito, il feed globale viene
inondato da video grezzi e non filtrati che l’algoritmo identifica come
più autentici e quindi meritevoli di maggiore visibilità.
Immediatamente dopo il 7 ottobre 2023, migliaia di cittadini israeliani e
professionisti dell’hi-tech si sono mobilitati spontaneamente per
creare war room digitali. Sono state mappate inoltre circa 120 sale
operative e 40 organizzazioni dedicate allo sviluppo di strumenti
tecnologici per rendere la Hasbara più efficace. Tuttavia, queste
iniziative sono declinate rapidamente. Molti volontari hanno percepito i
propri sforzi come una goccia nell’oceano rispetto allo tsunami della
narrazione pro-palestinese mondiale. Inoltre, molta di questa attività
ha finito per risuonare quasi esclusivamente all’interno della società
israeliana, creando una camera dell’eco domestica che non è riuscita a
scalfire le percezioni internazionali.
5.
La lezione fondamentale emersa dal conflitto è che i sostenitori della
causa palestinese hanno mostrato una maggiore fluidità nell’uso del
linguaggio algoritmico. Mentre Israele ha combattuto una guerra di
comunicazione del XX secolo – basata sul controllo dei messaggi e sulla
narrazione istituzionale – la controparte ha utilizzato un fiume di
formati nativi del XXI secolo: meme, template virali e audio trending
che si adattano perfettamente ai criteri di selezione degli algoritmi.
L’uso di TikTok da parte dei palestinesi e dei loro sostenitori
rappresenta un caso studio di “attivismo ludico”. Questa pratica non si
limita alla protesta seria, ma utilizza la cultura dell’imitazione e
della competizione tipica della piattaforma (sfide, duetti, lip-syncing)
per veicolare messaggi politici profondi. Analizzando i video sotto
l’hashtag #gazaunderattack, diversi analisti hanno identificato tre
template memetici principali che alimentano flussi affettivi di
contenuti audiovisivi tra cui il Lip-syncing: Utilizzo di audio virali
per narrare l’esperienza dell’occupazione o della guerra, rendendo il
messaggio politico facilmente digeribile e imitabile; i duetti (Duets),
funzione che permette agli utenti di reagire visivamente ai video
provenienti da Gaza, creando un senso di comunità e testimonianza
condivisa; il Point-of-View (POV), formato che mette lo spettatore nei
panni di chi vive il conflitto, massimizzando l’empatia e l’impatto
emotivo.
Queste pratiche trasformano gli utenti ordinari in nodi di distribuzione
attivi, amplificando narrazioni emotivamente risonanti in cerca di
validazione sociale. In contrasto, i tentativi istituzionali di Israele
di utilizzare influencer spesso falliscono perché percepiti come cringe o
palesemente orchestrati, mancando di quella spontaneità che l’algoritmo
premia con la portata organica.
Un esempio brillante di fluidità algoritmica è l’adozione dell’emoji
dell’anguria come simbolo di solidarietà palestinese. Questo fenomeno,
noto come algospeak, nasce dalla necessità di bypassare la censura
automatizzata e lo shadowbanning su piattaforme come Meta, che tendono a
limitare la visibilità di post contenenti termini come “Gaza” o
“Palestine”.
L’anguria, avendo gli stessi colori della bandiera palestinese (rosso,
verde, bianco e nero), è diventata un simbolo di resistenza che
trascende le lingue e le culture. Questo codice segreto permette di
mantenere la visibilità del messaggio politico ingannando gli algoritmi
di moderazione che non possono facilmente penalizzare l’emoji di un
frutto senza apparire arbitrari. È un caso esemplare di come la
radicalizzazione politica sappia confrontarsi consapevolmente con la
radicalizzazione algoritmica, volgendone a proprio favore i meccanismi
di funzionamento.
Possiamo avanzare una similitudine tra questo fenomeno e il boom del
mercato musicale e dell’editoria a cavallo del 1968. In quegli anni, la
controcultura trovò un alleato potente nell’espansione dei prodotti
culturali (dischi, libri, giornali) che, pur essendo merci
capitalistiche, permettevano la diffusione di idee radicali su scala di
massa. Allo stesso modo, oggi gli algoritmi dei social media fungono da
veicolo per la radicalizzazione politica contemporanea.
Come sappiamo, esiste un pregiudizio culturale profondo che vede le
culture di sinistra spesso diffidenti nei confronti degli algoritmi,
considerati inautentici in quanto macchinici e artificiali, a differenza
dei libri o dei dischi, che non solo altro che tecnologie, percepiti
come oggetti autentici. Questa visione, un po' troppo influenzata dalla
vecchia teoria critica, impedisce di comprendere che la radicalizzazione
politica ha un futuro solo se saprà confrontarsi con la
radicalizzazione algoritmica. I sostenitori della Palestina lo hanno
fatto trasformando la sofferenza e la resistenza in un prodotto
culturale virale che si adatta perfettamente alle logiche di consumo
rapido di TikTok. Mentre la Hasbara israeliana cerca ancora di
“spiegare” (Hasbara significa letteralmente spiegazione), la causa
palestinese ha scelto di influenzare attraverso il sentimento,
comprendendo che nell’economia dell’attenzione contemporanea, l’emozione
precede sempre la ragione.
6.
Israele si trova in un paradosso geopolitico: possiede un’enorme
superiorità tecnologica e militare e controlla fisicamente il territorio
(comprese le infrastrutture di comunicazione di Gaza), ma non controlla
più il flusso delle storie. Questa asimmetria è amplificata dalle nuove
tecnologie di monitoraggio open-source (OSINT). Le azioni militari che
un tempo potevano essere giustificate o oscurate attraverso la nebbia
della guerra sono ora monitorate dallo spazio in tempo reale.
Ricercatori come Lina Eklund dell’Università di Lund utilizzano immagini
satellitari radar (Sentinel-1) per analizzare settimana dopo settimana
la distruzione degli edifici a Gaza.
Questa trasparenza forzata, amplificata dai social della
radicalizzazione algoritmica, è un nemico mortale per la diplomazia
tradizionale basata sulla gestione accurata dell’informazione. Israele
può impedire ai giornalisti internazionali di entrare a Gaza, ma non può
spegnere i satelliti né impedire che i dati grezzi vengano trasformati
in mappe virali e contenuti di denuncia sui social media. La
radicalizzazione moderna non avviene in uno spazio puramente digitale
separato dalla realtà fisica. Si svolge in quello che il filosofo
Luciano Floridi definisce spazio “onlife”, dove l’online e l’offline si
integrano senza soluzione di continuità.
La canzone ‘Leve Palestina’ (Lunga vita alla Palestina) della band
Kofia, composta nel 1976, è diventata infatti un fenomeno internazionale
nel 2023 proprio grazie a questa dinamica ibrida. Questo esempio
dimostra come la radicalizzazione algoritmica non sia finta o virtuale,
ma sia un motore di mobilitazione reale che si nutre della velocità e
della capacità di superare i confini nazionali tipica delle piattaforme.
Israele, cercando di combattere questa ondata con il Progetto Esther o
con la censura diretta, non fa altro che confermare la propria natura di
superato gatekeeper del XX secolo agli occhi di una popolazione globale
che percepisce la libertà di espressione digitale come un diritto
fondamentale.
7.
In ultima analisi, bisogna ribadire che l’algoritmo non è
intrinsecamente “pro-Palestina” o “pro-Israele”. La sua unica lealtà è
verso la viralità, l’engagement e la monetizzazione. Tuttavia, nel
contesto specifico del conflitto mediorientale, le caratteristiche
strutturali della narrazione palestinese (grassroots, emotiva, visuale,
resistente) si allineano meglio con i criteri algoritmici rispetto alla
narrazione israeliana (istituzionale, giustificativa, tecnologica,
statale).
Israele ha perso il controllo del flusso delle immagini perché ha
continuato a investire in un’egemonia comunicativa basata sull’influenza
delle élite, mentre il potere si è spostato orizzontalmente verso il
“feed”. La radicalizzazione algoritmica è l’ariete che ha abbattuto le
mura della Hasbara non perché l’algoritmo abbia scelto una parte, ma
perché una parte ha saputo abitare lo spazio digitale con maggiore
fluidità, trasformando la propria lotta in un contenuto nativo del XXI
secolo.
Per i movimenti politici del futuro, la sfida non è resistere
all’algoritmo in nome di una purezza autodefinitasi autentica, ma capire
che la battaglia per la legittimità politica si vince o si perde nella
capacità di tradurre le proprie istanze nel linguaggio della
radicalizzazione algoritmica. Il caso Palestina insegna che il controllo
del territorio militare è una vittoria parziale, e forse effimera, se
non si possiede la fluidità necessaria per navigare le correnti
affettive che oggi governano l’opinione pubblica globale.
Il futuro della politica globale sarà sempre più determinato da questa
capacità di sincronizzare la radicalizzazione politica con le
architetture di engagement delle piattaforme. Chi rimane ancorato ai
modelli comunicativi del secolo scorso, pur avendo il vantaggio delle
armi, e persino della IA come principale arma militare, rischia di
trovarsi isolato in un mondo che non si informa più attraverso i
telegiornali, ma attraverso lo scorrere infinito di uno schermo che
premia l’indignazione e la mobilitazione veloce.
Silvano Cacciari, autore di Guerra. Per una nuova antropologia politica (McGraw-Hill 2025)
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