Dall’art.5 della Nato all’art.42 della Ue. Tra gli automatismi dei trattati internazionali che l’Italia ha sottoscritto comincia a farsi strada il secondo, anche perché il primo dà segni di non essere più funzionale.
La materia è rognosa perché si tratta degli articoli che obbligano i paesi sottoscrittori dei trattati ad intervenire militarmente qualora uno dei membri fosse attaccato o dichiari di esserlo.
L’art. 5 della Nato nasce con questa funzione, ma è stato invocato solo in un paio di occasioni. Dopo l’11 settembre 2001 e gli attacchi alle Torri Gemelli venne invocato dagli Stati Uniti e portò all’intervento militare comune USA/NATO in Afghanistan. Una occupazione durata venti anni e, come noto, finita piuttosto male.
Ancora meno fortunata fu l’invocazione – stoppata sul nascere – dell’art.5 della NATO da parte della Georgia nel 2008 contro la Russia. Il contesto era quello dell’attacco georgiano alle repubbliche separatiste di Abkhazia e Ossezia e il contrattacco militare della Russia.
La Georgia non era membro effettivo della Nato ma “partner”. Invocò l’art.5 e gli Usa di Bush jr. gli andarono dietro, ma tutti gli alleati europei della NATO risposero picche alla richiesta per “evitare di scatenare una guerra contro la Russia” a difesa di un tirannello caucasico.
Diciotto anni dopo lo scenario appare completamente diverso. I membri europei della NATO, ormai da anni, conducono una guerra per procura in Ucraina contro la Russia, ma proprio adesso l’Alleanza Atlantica è alle prese con una severissima crisi interna a causa dei dissapori e delle tensioni dei governi europei con l’amministrazione Trump, fino a ieri il primus inter pares dell’alleanza.
Non pochi intravedono il rischio che una invocazione dell’art.5 sulla guerra in Ucraina potrebbe vedere ripetersi lo “scenario georgiano” del 2008, ma a parti invertite.
È per questo motivo che i governi e i circoli più guerrafondai dell’Unione Europea stanno pensando di rimettere mano all’art.42 dell’Unione, ovvero a quella clausola che prevede la difesa reciproca nel caso in cui un membro della Ue venisse o “si sentisse” attaccato.
La clausola di difesa reciproca (articolo 42.7) venne introdotta con il Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009, ma con la guerra in Ucraina e il possibile “sganciamento” degli Stati Uniti dalla “difesa dell’Europa”, la questione è entrata ufficialmente nell’agenda istituzionale dell’Unione, anche se, finora, solo con una discussione a porte chiuse del Comitato politico e di sicurezza, composto dagli ambasciatori dei paesi Ue e dal responsabile delle politica di sicurezza e difesa della Commissione europea, il sempre bellicoso Kubilius.
Lo stesso Kubilius, incontrando ad aprile i giuristi europei, ha evocato anche l’ipotesi di un nuovo Trattato intergovernativo sull’Unione Europea della Difesa da allargare anche alla Gran Bretagna.
L’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea stabilisce che, in caso di attacco armato contro uno Stato membro, gli altri Paesi dell’Unione sono tenuti a fornire aiuto militare e assistenza con tutti i mezzi a loro disposizione.
L’articolo, in particolare, si applica quando uno Stato membro dell’Unione europea subisce un’aggressione armata sul proprio territorio. Questa aggressione deve provenire dall’esterno, ma può includere attacchi sia da parte di attori statali sia “non statali”. Il che lascia uno spazio infinito alle interpretazioni e/o alle operazioni false flag.
Nella Ue, finora l’articolo 42 è stato infatti attivato una volta sola: dalla Francia dopo gli attentati terroristici dei gruppi jihadisti del 2015 a Parigi. In quell’occasione, gli Stati membri risposero all’unanimità fornendo supporto logistico e condivisione di intelligence.
Come l’art.5 della NATO, anche questa clausola della Ue è rimasta fino ad oggi poco definita nei dettagli operativi. Le attuali discussioni vertono su chi interviene per primo, con quali risorse e secondo quali procedure.
Ma sul piatto non c’è solo la guerra in Ucraina. A riaccendere il dibattito infatti ci sono state le recenti dichiarazioni di Trump sulla possibile acquisizione della Groenlandia, senza escludere l’uso della forza, che hanno sollevato allarmi sia nella Nato che nell’Ue. E poi c’è stato l’attacco con un drone ad una base britannica a Cipro.
Parallelamente, il Servizio europeo per l’azione esterna (in pratica i servizi di intelligence della Ue) sta lavorando a un rapporto tecnico per definire i meccanismi di attivazione della clausola. Secondo la responsabile della politica estera, l’altra bellicosa Kaja Kallas, l’obiettivo è chiarire come sostenere concretamente gli Stati membri in caso di crisi, senza sovrapporsi agli impegni della Nato.
Le ipotesi e le discussioni vertono su tre scenari principali: un attacco ad un Paese della Ue ma non membro della Nato, come sono Cipro, Austria, Irlanda o Malta; un attacco a uno Stato che appartiene sia all’Ue che alla Nato, per verificare la compatibilità tra i due sistemi di difesa; infine una minaccia “ibrida”, sotto la soglia di un attacco militare tradizionale, come cyberattacchi o sabotaggi.
Uno dei problemi principali riguarda ovviamente il coordinamento con la Nato. L’articolo 5 dell’Alleanza stabilisce che un attacco contro un membro è un attacco contro tutti, ma non tutti i Paesi Ue fanno parte della Nato. La Kallas ha chiarito che le due clausole non sono in conflitto, ma sono complementari. L’obiettivo dichiarato è “rafforzare il pilastro europeo all’interno della Nato”, soprattutto in un momento in cui molti Stati stanno aumentando considerevolmente le spese militari.
In un contesto internazionale sempre più instabile, l’Ue punta a rendere la clausola di mutua assistenza uno strumento operativo reale, capace di rispondere rapidamente alle crisi.
In tal senso il nodo da sciogliere rimane l’Ucraina che alcuni vorrebbero rapidamente dentro la Ue ed altri con più calma (adducendo motivazioni economiche, viste le condizioni comatose di quel Paese). Nel primo caso, anche se fuori dalla Nato, Kiev potrebbe usufruire dell’art.42 della Ue come clausola automatica di intervento militare da parte degli altri paesi dell’Unione. Quelle che fino ad oggi sono state operazioni “coperte”, o di supporto militare, verrebbero legittimate ed allargate indefinitamente.
Si può affermare, senza paura di esagerare, che l’Unione Europea sta continuando in modo un po’ suicida ad alzare l’asticella della tensione militare con la Russia.
Il “disimpegno” di Washington dall’Ucraina e forse dalla Nato, mette ormai la UE di fronte all’evidenza di una divaricazione di interessi e di aperta competizione con gli USA, oltre che di contestuale contrapposizione alla Russia. Invece di ragionare sul come sottrarsi a questo scomodissima “tenaglia” la leadership della Ue continua a far rotolare la pallina del riarmo, della postura muscolare e dello scontro sul piano inclinato.
Definire le attuali classi dirigenti europee come avventuriste è davvero insufficiente, sono piuttosto degli apprendisti stregoni che però agiscono in un’area del mondo in cui ci è toccato di vivere. E di affidare a costoro le sorti dei popoli europei è una scelta inaccettabile, alle soglie della sopravvivenza.
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