La guerra d’aggressione all’Iran non è finita con il clownesco messaggio di Trump al Congresso – “non si spara dal 7 aprile, quindi quella guerra è conclusa” – ed ogni giorno che passa si precisa qualcosa nell’orgia di dichiarazioni contrastanti su come gli Usa intendono andare avanti contro tutto il mondo.
Ma una volta scremate le chiacchiere e individuati i fatti, quel che resta non è un bel vedere.
Non paradossalmente, un po’ di chiarezza arriva da una singola frase buttata lì da Donald Trump: “Mi piace finire un lavoro prima di iniziarne un altro”, ha affermato mentre parlava dell’Iran. “Non è detto che una portaerei possa però fermarsi a Cuba sulla via del ritorno dal Medio Oriente. Prenderemmo il controllo quasi immediatamente”.
Nessun ghirigoro retorico, nessuna pretesa di rappresentare “valori universali superiori”, nessuna invocazione di un qualsiasi diritto sovranazionale. Il nuovo imperialismo che si ritrova a rappresentare non fa più mistero di essere solo un’organizzazione terroristica e piratesca – l’ha addirittura detto, durante un comizio! – che si muove per conquistare ciò che gli serve o rappresenta un ostacolo. Fosse anche solo ideale come Cuba.
Il resto del mondo l’ha capito, è si è posizionato di conseguenza. Chi viene attaccato si difende come può, chi sa di essere il prossimo obbiettivo si prepara, chi sa che il suo turno arriverà soltanto dopo lavora silenziosamente perché nello sforzo Usa e Israele si logorino, chi pensa di guadagnarci qualcosa si mostra collaborativo, chi non ci capisce più niente – i paesi europei – per un verso blaterano, per l’altro pensano a riarmarsi in autonomia.
Andando con ordine sui fatti, però, c’è da registrare che l’Iran ha consegnato al Pakistan – ufficialmente ancora mediatore tra Teheran e gli Usa – una proposta in 14 punti per costruire una trattativa di pace di lungo periodo. È la risposta alla precedente proposta in 9 punti presentata da Washington, che partiva da un cessate il fuoco di due mesi.
L‘Iran ha sottolineato quali questioni dovrebbero essere risolte entro i primi 30 giorni, concentrando l’attenzione – e l’obbiettivo finale – sulla “fine della guerra” piuttosto che sul semplice prolungamento di un cessate il fuoco che lascerebbe le cose come stanno.
Tra le questioni incluse nella proposta iraniana figurano la garanzia della non aggressione militare, il ritiro delle forze militari statunitensi dalle vicinanze dell’Iran, la revoca del blocco navale, lo sblocco dei beni iraniani congelati, il pagamento di risarcimenti, la revoca delle sanzioni e la fine della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano, un nuovo meccanismo per lo Stretto di Hormuz, ecc..
Prevedibile la risposta del tycoon: “Esaminerò presto il piano che l’Iran ci ha appena inviato, ma non riesco a immaginare che possa essere accettabile, dato che non hanno ancora pagato un prezzo sufficientemente alto per ciò che hanno fatto all’umanità e al mondo negli ultimi 47 anni”. Poteva dire “non me frega niente” di quel che propongono, tanto “potrebbe accadere che riprendiamo gli attacchi”.
Per gli Usa non esistono insomma vere e proprie trattative diplomatiche, ma solo un prendere o lasciare rispetto alla propria volontà di potenza.
I problemi, nella visione di The Donald, sono tutti sul piano interno. La guerra ha fatto salire il prezzo dei carburanti anche negli Stati Uniti ed è diventato il primo motivo di risentimento contro la sua amministrazione.
Il Washington Post, citando un sondaggio, riferisce che il 44% degli americani afferma di aver ridotto l’uso dell’auto privata a causa del continuo aumento dei prezzi del carburante. Il 42% ha quindi ridotto le spese familiari e il 34% ha modificato i propri piani di viaggio (ma non si possono ridurre gli spostamenti per andare al lavoro).
D’altro canto, secondo lo stesso rapporto, la maggior parte degli strumenti a disposizione della Casa Bianca per ridurre i prezzi del carburante sono stati esauriti, le opzioni che restano forse a disposizione sono comunque limitate o economicamente rischiose.
Sta infatti esaurendo il proprio effetto il prelievo straordinario dalle riserve strategiche, e a poco serve la sospensione per altri 90 giorni del Jones Act (una norma del 1920 che obbliga all’uso di navi americane per il trasporto interno), l’allentamento delle restrizioni ambientali e l’interruzione di alcune sanzioni (ad esempio per le navi che avevano già caricato petrolio sanzionato prima dell’inizio della guerra, ormai arrivate a destinazione).
Il tentativo di riscrivere i collegi elettorali per moltiplicare le possibilità di far eleggere candidati repubblicani (gerrymandering) sta provocando uno scontro feroce dentro ogni singolo stato dell’Unione, con l’ovvia risposta “dem”: fare altrettanto là dove hanno una maggioranza.
Si è creata insomma – e si vede – una crepa sempre più larga tra l’atteggiamento pubblico strafottente (solo il “ministro della guerra” Hegseth riesce a far peggio) e la necessità di tamponare le falle.
Anche sul piano strettamente militare, come abbiamo scritto più volte e gli analisti militari confermano, i “successi” dell’offensiva aerea sull’Iran sono stati molto meno rilevanti delle attese. Mentre le 16 basi Usa nell’area del Golfo, nonché molti radar fondamentali per organizzare la difesa antimissile, sono state gravemente danneggiate dai droni e missili di Teheran.
Anche l’Ifd in Libano, secondo il giornale israeliano Hayom, pur dominando i cieli è intrappolato a terra a causa dell’uso intensivo di droni in fibra ottica da parte di Hezbollah, che provocano un numero di morti e feriti “demoralizzante” per truppe convinte di essere imbattibili e “invulnerabili”.
La realtà, insomma, è più ruvida e “appiccicosa” di quanto “l’imperatore” vorrebbe far credere. Così si sfoga sugli “alleati-sudditi” che non sono corsi ad affiancarlo in una guerra suicida. Da domani entrano in vigore ulteriori dazi del 25% sulle automobili europee, ed è stato anche diramato l’ordine esecutivo al Pentagono di programmare il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania. Per Italia e Spagna se ne parlerà a giorni, dopo aver fatto i calcoli più precisi.
Una buona notizia, potremmo dire “egoisticamente”...
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