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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/10/2026

La vittoria di Lula letta attraverso l’architettura finanziaria del Brasile. Tra Stati Uniti e Cina

di Alessandro Volpi

Il successo di Lula nelle elezioni brasiliane avrà ripercussioni sulla forte tensione che nell’economia del Paese sudamericano si manifesta già da tempo tra la finanza statunitense e la presenza cinese. Il Brasile si conferma lo snodo strategico ed economico primario dell’America Latina, rappresentando un polo d’attrazione irrinunciabile per i flussi di capitale internazionale.

In un momento di forte ridefinizione degli equilibri geopolitici e commerciali mondiali, la prima economia sudamericana manifesta una duplice anima finanziaria: da un lato, la pervasiva penetrazione del grande risparmio gestito angloamericano nei mercati azionari e bancari; dall’altro, l’espansione strutturale e industriale della finanza statale cinese. Il peso dei colossi del risparmio gestito globale, come BlackRock,Vanguard, State Street e Fidelity, sul mercato finanziario brasiliano è profondo e sistemico, riflettendosi direttamente sulla liquidità della B3, la Borsa di San Paolo, e sul debito sovrano e corporate. Gli investitori esteri detengono storicamente quote rilevanti del capitale flottante delle società quotate brasiliane, arrivando a pesare per quasi la metà del volume complessivo degli scambi azionari. Questo legame si consolida attraverso l’integrazione negli indici globali dei mercati emergenti, veicolando decine di miliardi di dollari tramite fondi ed Etf come le linee Msci Brazil.

Si affianca a questo la compartecipazione nel sistema bancario e finanziario, in quanto i fondi esteri figurano tra i principali azionisti dei colossi creditizi locali come Itaú Unibanco, Banco Bradesco e Banco Btg Pactual. Al contempo, tali fondi rappresentano i maggiori acquirenti di titoli di Stato brasiliani e di obbligazioni emesse da colossi dell’energia, delle miniere e dell’agribusiness.

Al vertice del risparmio gestito spicca proprio BlackRock, la cui presenza nel tessuto societario brasiliano si declina sia in partecipazioni dirette sia in posizioni aggregate tramite la galassia di fondi iShares. La strategia di BlackRock e dei suoi principali concorrenti come Vanguard e Capital Group si concentra sui settori chiave: nelle risorse naturali ed energia figura tra i primi azionisti istituzionali di Vale SA, colosso del minerale di ferro, e di Petrobras, la compagnia petrolifera statale, con quote che oscillano tra il 2% e oltre il 5%, influenzando decisioni su dividendi e transizione energetica. Nel settore bancario i grandi asset manager detengono partecipazioni superiori al 5% nelle quote di Itaúsa (holding di controllo di Itaú Unibanco) e posizioni significative in Bradesco e nella stessa B3 SA. L’esposizione si estende all’industria aeronautica con Embraer, all’alimentare con Brf, fino alla sanità privata con Rede D’Or e Hapvida,conferendo ai fondi angloamericani un peso determinante nella corporate governance e nelle politiche Esg.

Se la finanza anglosassone agisce prevalentemente attraverso i mercati liquidi e il risparmio gestito, la finanza cinese adotta un approccio differente. Il Brasile rappresenta il principale destinatario degli investimenti diretti esteri della Cina in America Latina, realizzati non tramite l’acquisto passivo di azioni ma mediante acquisizioni dirette di asset strategici da parte delle imprese statali cinesi. I settori prioritari sono la generazione e trasmissione elettrica, dove colossi come State grid e China three gorges controllano una fetta rilevante della rete brasiliana, le energie rinnovabili e le infrastrutture logistiche. Questi progetti sono sostenuti dai crediti erogati da istituzioni finanziarie pubbliche quali la China Development Bank e l’Export-Import Bank of China, spesso legati a grandi opere portuali e ferroviarie per l’export di materie prime. La penetrazione nel settore creditizio avviene tramite le filiali di Icbc e Bank of China a San Paolo, operative per facilitare gli scambi bilaterali e il regolamento delle transazioni in valuta locale (real-yuan), riducendo la dipendenza dal dollaro. Nuovi flussi di capitale cinese si indirizzano infine verso la manifattura avanzata e l’automotive, con gruppi come Byd e Gwm che finanziano la riconversione di poli industriali per veicoli elettrici.

L’architettura finanziaria del Brasile riflette così una forte tensione interna: il risparmio gestito di Wall Street garantisce la liquidità dei mercati azionari ed estrae valore da utility, banche e commodity, mentre la finanza di Stato cinese finanzia e realizza le infrastrutture materiali e le reti logistiche necessarie a garantire l’approvvigionamento di risorse verso Pechino.

In sintesi, finanza internazionale versus economia reale. La vittoria di Lula dovrebbe servire a evitare un’ulteriore colonizzazione.

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L’IA è un’industria estrattiva. I data center sono le sue ruspe

È ormai risaputo che l’intelligenza artificiale non è solo software, questa tecnologia ha bisogno di molta energia elettrica per funzionare, di acqua per raffreddare l’hardware e appunto di enormi stabilimenti che occupano uno spazio fisico per nulla trascurabile, i data center.

Basta poco per rendersi conto che dietro l’apparenza non tangibile dell’IA c’è una infrastruttura che poggia le sue basi nel mondo fisico, per niente virtuale e molto concreta.

Tuttavia, ciò non basta a descrivere interamente il fenomeno, come noto questa tecnologia ha spostato la conoscenza dalle regole della programmazione all’analisi dei dati raccolti, producendo una serie di effetti, tra cui l’alienazione e l’estraneazione di chi lavora per produrre questa merce dal prodotto in sé.

Facciamo un parallelo per semplificare: i dati digitali sono in realtà conoscenza accumulata collettivamente e costituiscono una fonte mineraria vera e propria, anche se non ha una massa fisica come le rocce delle miniere. Un giacimento, anche quando contiene enormi quantità di prodotto desiderato (supponiamo l’oro) non mette immediatamente a disposizione quella risorsa ai fini dell’attività umana, un giacimento semplicemente esiste e per estrarre l’oro è necessario lavoro, ovvero persone, macchine e tempo.

Se partiamo da questo punto di osservazione scopriamo che a differenza dell’industria del software tradizionale siamo di fronte ad un fenomeno che ha capovolto completamente i rapporti in campo, per provare ad essere un minimo scientifici nell’analisi, l’indice che consideriamo qui è il Rapporto Organico del Capitale (COC):

COC = quota capitale / quota lavoro;

COC = (capitale fisso + capitale circolante)/( lavoro a bassa qualifica + lavoro ad alta qualifica)


Rispetto alla produzione del software tradizionale in cui era prevalente la quota lavoro (migliaia di ingegneri ed informatici che scrivono codice) su quella delle macchine (processori, GPU, hardware) con l’IA si è invertito il rapporto, prima si parlava di un 15% – 20 % di capitale rispetto al 80% – 85% di lavoro, ora siamo esattamente all’opposto. Di seguito una piccola classifica per renderci conto della portata del fenomeno:

Stiamo parlando quindi di un tipo di industria che – in termini di COC – supera anche quella estrattiva e per la raffinazione degli idrocarburi, da questo punto di vista quindi l’IA è un’industria pesante e non è quindi esagerato dire che è paragonabile all’industria estrattiva.

Tra l’altro, tutto l’indotto dell’IA è ad alto rapporto organico di capitale (energia, semiconduttori, telecomunicazioni). L’unica differenza con il mondo delle materie prime è la velocità con cui la quota capitale (ovvero le macchine) diventa obsoleta, nel mondo dell’IA parliamo di 3-5 anni dopodiché o è superata o consuma troppa energia per il lavoro che fa.

Come in una miniera, più il prodotto desiderato è in profondità e più è necessaria l’introduzione di macchine nel processo di estrazione, soprattutto dal momento in cui non è possibile (o quasi) sfruttare decine di migliaia di persone ridotte in semi-schiavitù per costringerle a scavare con il piccone come invece avviene nelle miniere d’oro. Servono dinamite, ruspe, nastri trasportatori e mezzi cingolati.

Questi strumenti nell’IA sono equivalenti ai data center. Le strutture di calcolo intensivo come i mega data center che il governo Meloni vuole realizzare nell’area Nordovest del paese, tra Piemonte e Lombardia, assolvono proprio a questo scopo e sono posti strategicamente in aree in cui:
  1. i terreni costano poco (vedi Trino Vercellese ed ex aree industriali dismesse come quella della ThyssenKrupp a Torino);
  2. c’è accessibilità energetica, ad esempio in zone come Francoforte e in Irlanda la rete elettrica è ormai satura e le amministrazioni impongono divieti all’allacciamento soprattutto quando si tratta di tanti GigaWatt. Quale posto migliore che aree ex industriali, già servite da reti elettriche in alta e media tensione?
  3. c’è già una infrastruttura di connettività veloce come ad esempio la fibra ottica.
Questi sono gli elementi principali che spingono a costruire i data center in determinate zone invece che in altre.

C’è ora però qualche distinguo da fare, perché l’industria dell’IA oltre ad essere pesante è estremamente distribuita e gerarchizzata a livello globale. Per fornire qualche elemento chiarificatore di seguito una tabella che restituisce la ripartizione dei costi in questo tipo di industria:


È scontato dire che i Clickworker non si trovano nello stesso posto in cui lavorano gli ingegneri ad alta qualifica, l’energia non si produce dove si producono i dati e viceversa, i semiconduttori non si producono dove si installano i data center etc. etc..

La catena del valore dell’IA è distribuita globalmente. Ogni polo produttivo ha un ruolo determinato a cui corrisponde un COC differenziato, questo ruolo può essere superiore o subalterno agli interessi di altri, con le necessarie sfumature nel mezzo. Analizziamo per semplicità Stati Uniti, Europa e Cina.

Come vediamo nella tabella seguente, gli USA presentano il capitale fisso concentrato nelle mani dei privati (le Big Tech), hanno il dominio dei chip di fascia alta (vedi Nvidia) e forti economie di scala proprio in virtù della presenza delle Big Tech, mentre il lavoro è svolto da pochissimi ingegneri ad altissima qualifica con elevate retribuzioni insieme a un’enorme bacino globale di esternalizzazioni di attività a basso livello di know how, soprattutto riguardanti il data labelling (annotazione e catalogazione dei dati).

In Cina la situazione è differente, data le restrizioni sull’import di chip il capitale fisso è concentrato nei data center e nelle infrastrutture senza raggiungere però i livelli degli USA, mentre la quota lavoro è ripartita su un ampio numeri di ingegneri ad alta qualifica con salari medi affiancati ad un’infrastruttura statale di data labelling che ne costituisce la quota di lavoro a bassa qualifica.

Per quanto riguarda l’Europa invece il panorama è ancora diverso, qui non si produce né hardware né software (non in quantità paragonabili agli altri due poli industriali) e il capitale fisso è sostanzialmente dovuto all’affitto di cloud o all’importazione di chip dagli USA.

La quota lavoro è ridotta all’integrazione dell’IA all’interno delle infrastrutture esistenti, o alle applicazioni per consumatori, e si pone oggi a metà tra le elevate retribuzioni salariali degli ingegneri di fascia alta negli USA e i clickworker di fascia bassa.

Questa diversificazione nei ruoli è dovuta all’evoluzione di un processo contraddittorio che tiene insieme i “desiderata” e la subalternità agli interessi altrui, in questo senso a dettare la linea sono però USA e Cina in quanto per il momento non sembra emergere una volontà chiara negli obiettivi che l’Unione Europea si sta dando sul tema.

Qui il dibattito è concentrato su etica e normative, siamo sostanzialmente allo stadio burocratico nella competizione globale: da un lato bisogna usare l’IA per non restare indietro, senza però disporre direttamente di questa tecnologia; e dall’altro bisogna limitare meccanismi di fuga del valore prodotto in UE attraverso l’uso dell’IA. All’UE servono delle leggi per limitare i danni.

Ultimamente però, a livello comunitario si sono resi conto che la loro è una strategia perdente e si sta investendo molto nella costruzione di data center europei per l’addestramento intensivo di modelli IA, parliamo però di investimenti pubblici messi a terra da aziende private e spesso a stelle e strisce.

La proprietà dell’infrastruttura fisica è dei grandi fondi di investimento e di speculatori finanziari, mentre per quanto riguarda la proprietà dei dati siamo appunto alla burocrazia del GDPR sulla privacy che formalmente la assegna agli utenti mentre economicamente ne beneficiano i proprietari dei data center.

A questo punto il discorso sconfina dall’ambito industriale a quello finanziario, notiamo però che per la Cina questo tipo di composizione organica del capitale corrisponde all’esigenza di applicare l’IA all’automatizzazione della manifattura, alla robotica e alle infrastrutture urbane (smart cities).

L’IA costituisce quindi l’indotto di una serie di industrie primarie e di servizi moderni, è tenuta sotto la guida della programmazione statale e risponde a politiche strategiche come quella della Self-Reliance sui semiconduttori.

Per gli Stati Uniti invece al centro c’è l’IA generativa B2C3, in cui la potenza di calcolo (le GPU) vengono usate come garanzia finanziaria per ottenere linee di credito, mentre le Big tech fanno investimenti record, i quali dovrebbero a loro volta poi rientrare sotto forma di spesa per il consumo di cloud ed esportazioni di hardware, tutto ovviamente sotto speculazione finanziaria.

Di fatto, però, in regime di competizione l’IA generativa non ha ancora prodotto i profitti sperati; mentre la bolla si gonfia sperano che la centralizzazione dei capitali e la tendenza al monopolio possa risolvere la situazione, spingendo in alto i prezzi per remunerare gli investimenti fatti.

Nel frattempo, chi ha scommesso sui cavalli zoppi si farà male mentre per gli altri varrebbe il detto “winner takes all”, sempre che la bolla finanziaria non scoppi prima.

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Brasile - Lula vince, Trump e Bolsonaro meditano vendetta

In Brasile le elezioni presidenziali sono state vinte da Luiz Inácio Lula da Silva, ma in America Latina più che altrove si vota, sì, ma la direzione di marcia viene spesso rovesciata da Washington.

Con lo scrutinio completato al 100%, la corte elettorale brasiliana ha dichiarato che Lula ha ottenuto un vantaggio incolmabile. Rispetto ai risultati del primo turno Lula ha compiuto una rimonta straordinaria, sorpassando lo sfidante di estrema destra, Flávio Bolsonaro, con il 51,79% dei voti contro il 48,21%. Circa 4 milioni di voti di differenza.

Ma qui comincia una partita del tutto diversa, dall’esito davvero incerto, che si potrebbe giocare su filo della guerra civile a seconda delle scelte degli Stati Uniti. Molto dipenderà anche dalle elezioni di midterm lassù, martedì prossimo. E non stranamente anche dall’esito delle elezioni israeliane, domani.

Mai come in questa fase, del resto, ogni scontro politico all’interno di un paese è strettamente intrecciato con l’evoluzione della crisi nell’emisfero occidentale a guida statunitense.

Il risultato brasiliano è stato subito contestato dallo sconfitto, figlio dell’ex presidente parafascista Jair, condannato a 27 anni di carcere per aver tentato un colpo di stato al momento della precedente vittoria di Lula, nel 2022, quando lanciò i suoi sostenitori all’assalto del Congresso nazionale, a Planalto, sulla falsariga dell’assalto al Congresso degli Stati Uniti da parte dei trumpisti, nel 2020. Bolsonaro sta comunque scontando ai domiciliari per provvidenziali “problemi di salute”.

Bosonaro jr. chiede l’annullamento del voto perché l’apertura dei seggi è stata prolungata di due ore per consentire agli elettori di molte zone di arrivare fisicamente alle urne, visto il maltempo e il conseguente blocco dei trasporti pubblici.

Non c’è ovviamente alcuna prova che gli elettori ritardatari fossero anche votanti per Lula, anche se le città interessate (San Paolo e Salvador) sono prevalentemente “petiste” (il Pt è il partito dell’ex metalmeccanico); né sembra logico – dal punto di vista della “democrazia” – che il pieno esercizio del diritto di voto del maggior numero di cittadini possibile diventi la ragione per contestare il risultato. Anche Bolsonaro, infatti, aveva chiesto il prolungamento dell'apertura dei seggi visto che le piogge torrenziali avevano colpito il sud del paese, tradizionalmente a lui favorevole.

Sul piano legale non sembrano esserci molti spazi perché la richiesta di annullamento possa essere accolta. Il presidente del tribunale elettorale, Kassio Nunes Marques – peraltro nominato alla Corte Suprema da Bolsonaro padre – ha dichiarato che il prolungamento dell’orario di voto non ha influito sui risultati.

Joao Pedro Padua, docente di giurisprudenza presso l’Università Federale Fluminense, ha spiegato che Bolsonaro può intentare un’azione legale direttamente presso le autorità elettorali del Paese o la Corte Suprema, chiedendo che le elezioni vengano dichiarate nulle. “Tuttavia, non vi è un solido fondamento giuridico per una tale richiesta”.

“Sebbene il prolungamento dell’orario di voto sia una circostanza insolita, affinché ciò possa invalidare le elezioni, il candidato dovrebbe dimostrare che tale misura ha compromesso la capacità degli elettori di esprimere liberamente la propria volontà. Non sembra esserci stato alcun impatto di questo tipo”. Semmai quella capacità sarebbe stata annullata dall’impossibilità di arrivare ai seggi...

Ma così va oggi nel mondo euro-atlantico, dove se non vince “l’uomo di Washington”, le elezioni non sono valide. Anche Trump, del resto, si appresta a stravolgere i risultati delle urne, martedì prossimo, dopo averle già provate tutte (ridisegno dei collegi elettorali per rafforzare preventivamente quelli repubblicani, cancellazione di molti cittadini di origine straniera dalle liste elettorali, cause legali contro i candidati democratici, oltre a valanghe di soldi sui propri candidati, ecc.).

Trump appoggia ora la richiesta di Bolsonaro ed è facile immaginare che ci saranno pesanti conseguenze, ma solo dopo aver sciolto i nodi interni agli Stati Uniti. Che sono peraltro piuttosto ingarbugliati, con il prezzo dei carburanti al centro del malcontento popolare e due guerre senza soluzione visibile.

Il risultato – se non ci saranno sorprese extralegali – è importante perché il Brasile è la maggiore economia dell’America Latina, con un PIL di 2,6 trilioni di dollari l’anno, con oltre 200 milioni di abitanti e grandi risorse naturali. È anche la “B” della sigla Brics, che riunisce India, Cina, Russia, Sudafrica e ora anche altri sei paesi che nell’insieme costituiscono un mercato economico in via di strutturazione piuttosto alternativo a quello del G7.

Proprio per questo Trump aveva tentato di azzoppare lo sviluppo del paese sotto Lula applicando dazi molto consistenti, ma senza riuscirci più di tanto. Benjamin Netanyahu e Javier Milei, dal canto loro, avevano cercato in ogni modo possibile di evitare ciò che ora un popolo in strada fa festeggiando “alla brasiliana”. 

Le prime dichiarazioni del presidente riconfermato sono perciò piuttosto risentite verso l’ingombrante “amico americano”, da sempre dietro colpi di stato e dittature militari in tutto il continente, Brasile compreso.

“Questo Paese non accetta di essere il cortile di nessuno” (il riferimento alla “dottrina Monroe” rinnovata da Trumè è esplicito). “È stata una sconfitta per il negazionismo e le menzogne. Devo confessare che, ogni volta che partecipavo a un dibattito, provavo imbarazzo”, ha affermato davanti ai suoi sostenitori in festa nel suo primo intervento dopo la conferma della rielezione.

Lo scontro verbale con Bolsonaro è stato infatti particolarmente pesante, intessuto appunto di insulti, menzogne assurde e colpi bassissimi.

“Il Brasile che vogliamo costruire è un Paese in cui gli anziani siano accuditi con dignità, le donne siano rispettate e tutti abbiano il diritto di vivere la propria fede in libertà. Nel rispetto delle differenze e con uno Stato che garantisca i diritti a tutti. Perché governare significa prendersi cura di 215 milioni di brasiliani. Senza alcuna distinzione. E il rispetto deve essere il punto di partenza per costruire, insieme, un Brasile sempre più giusto e umano”.

Anche se Trump mastica amaro e medita ritorsioni, il resto dell’America Latina – pur governato ormai quasi ovunque da esponenti di destra imposti da Washington – sembra accogliere il risultato senza troppi problemi. E se era scontato il messaggio di felicitazioni inviato dal presidente cubano Diaz Canel, così come quello della “presidenta” progressista messicana Claudia Scheinbaum, le reazioni di tutti gli altri sono fin qui tranquille.

Non poteva fare diversamente il governo del Venezuela post-rapimento del presidente Maduro, ma anche i presidenti ultra-reazionari di Cile, Perù, Bolvia, Ecuador hanno espresso subito le proprie congratulazioni.

Discorso a parte andrebbe fatto per l’Unione Europea, che ha scelto di accoglie con sollievo la rielezione di Lula per puro spirito di sopravvivenza nei confronti di Donald Trump.

Quasi commovente – se non la conoscessimo purtroppo bene – il messaggio di Ursula von der Leyen, presidente guerrafondaia della Commissione UE: “Congratulazioni al mio amico Lula per la sua vittoria elettorale. Democrazia e multilateralismo hanno trionfato in Brasile. La partnership tra Europa e Brasile è fiorente. Resteremo al tuo fianco negli anni a venire. Insieme continueremo a lavorare a stretto contatto per un commercio libero e aperto, un ordine globale basato sulle regole e ambizioni concrete per il nostro clima”.

Cosa esce da certe bocche, signora mia...

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25/10/2026

Se l’Europa finisce nella lista nera degli Stati uniti

di Emiliano Brancaccio

Immaginiamo che un funesto mattino l’Europa si svegli nella lista nera dell’America. Risultato: Instagram e WhatsApp muti, Google irraggiungibile, ChatGPT spento. I servizi digitali di marca americana, che governano merci, prenotazioni e logistica, inceppati. Le carte Visa e Mastercard che non passano. Molti conti bancari bloccati. E i dollari digitali situati in Europa congelati.

Esagerata distopia? Per ora sì, nella sua versione totale. Ma il problema è già evidente.

Gli Stati Uniti manifestano un bisogno crescente di consolidare le vendite di dollari, di titoli, di armi, energia e tecnologia americane a caro prezzo, da riversare in primo luogo sugli alleati europei. È un modo per scaricare su questi il debito statunitense. E di governare il loro allineamento alla politica estera americana.

Allineamento non più scontato, come è noto. Con gli Stati Uniti al momento vogliosi più dell’Europa di chiudere la guerra con la Russia. E con l’Europa riluttante sulla nuova guerra americana nel Golfo.

E non è finita. Si vedrà presto che le tensioni principali verranno sulla Cina. Un dissidio tra Europa e Stati Uniti sul modo di gestire i rapporti con Pechino sarebbe deflagrante per le relazioni atlantiche.

Ebbene, in quel caso, Washington difficilmente manderebbe droni contro le capitali europee. Ma potrebbe far qualcosa di più sottile. Come obbligare le aziende americane a interrompere i servizi essenziali in Europa. Fino a nuovo ordine. I precedenti non mancano.

Quando gli Usa hanno imposto sanzioni extra-territoriali contro Iran e Cuba senza il consenso dell’Ue, quelle sanzioni hanno colpito anche banche e imprese europee.

Quando l’America era in prima linea nella guerra alla Russia, qualche riottoso paese europeo è stato messo in riga minacciando blocchi finanziari.

Quando gli Stati Uniti hanno congelato le carte di credito dei giudici della Corte penale internazionale, l’Europa dissenziente non ha potuto reagire.

Quando Washington ha bloccato i conti di Francesca Albanese e di Autistici/Inventati, vagheggiando aderenze con organizzazioni sgradite alla politica estera americana, non c’è stato molto da fare.

Non è ancora un blackout totale. Ma è una chiara lezione su chi ha il potere di spegnere l’interruttore a chi.

Insomma, il quadro è nitido: l’autonomia della politica estera richiede oggi anche autonomia delle infrastrutture digitali. Dalle carte di credito fino all’intelligenza artificiale.

Il caso dell’euro digitale è un esempio. La BCE ci lavora per affiancare al contante una rete pubblica di pagamenti europei. Non sarebbe poco, in un continente che ha affidato larga parte delle transazioni ai circuiti statunitensi. E che oggi rischia un’invasione di stablecoin: la moneta digitale americana, anonima e a basso costo, con cui Trump sogna di dollarizzare l’Europa.

La costruzione di un’autonoma infrastruttura digitale, però, non è solo una sfida geopolitica. Solleva anche domande sui rapporti tra le classi sociali. Pensiamo alla questione dell’anonimato. L’euro digitale vuol sostituire gli stablecoin denominati in dollari, bene. Ma a tale scopo vuole anche riprodurre la loro opacità?

I proprietari delle monete digitali americane non sono immediatamente identificabili. Il fisco e la magistratura sono costretti a decifrare codici, prima di risalire ai nomi dei titolari. L’euro digitale dovrebbe imitare il meccanismo? La Bce promette una riservatezza simile al contante. Non è detto che sia un bene: una cosa è la privacy dei comuni cittadini, un’altra l’invisibilità degli interessi capitalistici, talvolta anche criminali.

Si difenda la prima senza più usarla come pretesto per opacizzare i secondi. La sovranità digitale è una necessità strategica europea. Diventerà virtù politica solo se limiterà l’anonimato e gli altri vasti e vezzeggiati diritti del capitale.

Solo così aiuterà a rilanciare i diritti civili, politici e sociali, da tempo soffocati anche grazie ai nascondini digitali dell’odierno capitalismo centralizzato.

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USA - Negli Stati chiave per le elezioni di medio termine gli elettori chiedono stop alle armi per Israele

Secondo un nuovo sondaggio pubblicato mercoledì dall’Institute for Middle East Understanding (IMEU) e condotto dalla società di analisi dati YouGov, la maggioranza dei probabili elettori in ciascuno dei sei stati chiave in bilico (Georgia, Iowa, Maine, Carolina del Nord, Ohio e Texas) si dichiara favorevole alle misure per bloccare il trasferimento di bombe a Israele.

Il sondaggio ha inoltre rilevato che la maggioranza o una netta maggioranza relativa dei 3.200 intervistati nei sei stati è favorevole a “tagliare i 3,3 miliardi di dollari di fondi pubblici destinati agli armamenti di Israele” e ritiene che la guerra in Iran avvantaggi Israele più degli Stati Uniti.

Come in altri sondaggi recenti, la nuova indagine, condotta tra la fine di settembre e la metà di ottobre, ha rilevato che i democratici e gli indipendenti che si identificano come tali erano significativamente più propensi a opporsi a ulteriori trasferimenti militari a Israele rispetto ai repubblicani che si identificano come tali in ogni stato, sebbene almeno un terzo dei repubblicani in tutti gli stati tranne la Carolina del Nord (26%) abbia affermato di essere favorevole al blocco delle forniture di armi a Israele.

La percentuale più alta di repubblicani che hanno assunto questa posizione si è registrata nel Maine, dove il 45% si è dichiarato contrario a ulteriori trasferimenti di questo tipo.

La senatrice uscente Susan Collins, impegnata in una serrata competizione contro un democratico che ha criticato gli aiuti militari e le vendite di armi statunitensi a Israele, ha votato contro una risoluzione per vietare il trasferimento di bombe da 1.000 e 2.000 libbre a Israele il 15 aprile, l’ultima volta che il Senato si è espresso sulla questione.

Quel voto ha segnato la prima volta in cui la maggioranza dei senatori democratici (36 su 46 membri del gruppo) ha votato contro il trasferimento di armi a Israele.

Tutti e sei gli stati oggetto del sondaggio YouGov sono considerati cruciali per le speranze dei Democratici di ottenere il controllo del Senato nelle elezioni di medio termine del 3 novembre. Dei sei seggi al Senato in palio quest’anno, solo uno è attualmente occupato da un Democratico, Jon Ossoff della Georgia.

Il sondaggio suggerisce che il sostegno a Israele e alla guerra contro l’Iran tra i repubblicani potrebbe rivelarsi uno svantaggio nelle elezioni di medio termine del mese prossimo. Come riportato da RS la scorsa settimana, alcuni candidati repubblicani al Senato negli stati chiave hanno cercato di prendere le distanze dalla guerra contro l’Iran, sebbene pochi abbiano votato al Congresso per porvi fine o limitarla.

Sebbene il sondaggio non chiedesse agli intervistati quanto peso avrebbero attribuito al sostegno militare statunitense a Israele e alla guerra in Iran nel decidere come avrebbero votato alle elezioni di quest’anno, esso giunge in un momento in cui una serie di altri sondaggi ha mostrato una disapprovazione popolare senza precedenti per la condotta di Israele nella guerra di Gaza, che dura ormai da tre anni, e una persistente e forte opposizione (55%) al conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran.

Un paio di recenti sondaggi hanno anche indicato che gli elettori sono più preoccupati dalla guerra in Iran che dall’immigrazione o dalla criminalità, due temi su cui i repubblicani tendono a dominare.

In merito all’approvazione o alla disapprovazione delle “misure del Senato per bloccare il trasferimento di bombe a Israele”, il 65% degli intervistati nel Maine si è dichiarato favorevole, mentre solo il 22% contrario. In Georgia, la divisione è stata del 55% favorevole e del 28% contrario; in Iowa, del 56%-24%; in Carolina del Nord, del 51%-30%; in Ohio, del 57%-31%; e in Texas del 54%-30%.

Interrogati sulla “riduzione dei 3,3 miliardi di dollari di fondi pubblici destinati ogni anno agli armamenti di Israele”, il 52% degli intervistati in Georgia si è dichiarato favorevole, mentre il 34% contrario. In Iowa, la ripartizione è stata del 59%-26%; nel Maine, del 57%-30%; nella Carolina del Nord, del 48%-34%; nell’Ohio, del 54%-37%; e in Texas, del 52%-34%.

Alla domanda su quale Paese tragga maggior beneficio dalla guerra contro l’Iran, il 50% degli elettori della Georgia ha indicato Israele, mentre il 28% ha indicato gli Stati Uniti; in Iowa, la ripartizione è stata del 54% per Israele e del 21% per gli Stati Uniti; nel Maine, del 59%-19%; nella Carolina del Nord, del 52%-23%; nell’Ohio, del 49%-27%; e in Texas, del 51%-25%.

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24/10/2026

Siamo sulla strada di un’intifada globale contro l’impero

Questa settimana, uno studente, un ex marine statunitense, mi si è avvicinato alla fine di una lezione per chiedermi: “Ma non pensa che l’Iran, la Russia o la Cina potrebbero invaderci?”

“No”, ho risposto. “È un’altra paura instillata dai mercanti di morte. Sono gli imperi che invadono; tutti gli altri devono resistergli. Se la Cina ci invaderà mai, sarà perché questo Paese ha insistito affinché lo facesse: quelli al vertice, perché guerre e conflitti sono il loro miglior affare e la loro migliore strategia; quelli alla base, per la loro vocazione di schiavi e la loro mancanza di coscienza di classe”.

È una vecchia superstizione, promossa dai media mercenari, che gli imperi cadano perché invasi da un nemico esterno. “Roma cadde a causa delle invasioni barbariche”, ripetono i libri di storia, come se una manciata di tribù germaniche avrebbe potuto sconfiggere la macchina militare che aveva annientato Cartagine e lo stesso Attila nell’odierna Francia.

Gli imperi non cadono perché vengono invasi; vengono invasi perché cadono. Se un giorno la Cina dovesse stabilire una base militare negli Stati Uniti, sarebbe perché questa società ha accettato con passione non solo 800 basi in altri Paesi, ma anche un suicidio collettivo: disuguaglianze oscene; sfruttamento e demonizzazione dei lavoratori (sia propri che altrui); emarginazione degli emarginati; odi razziali, religiosi e di classe; divisioni instillate dai signori feudali. La formula perfetta per un conflitto civile su vasta scala.

Finché dura la prosperità derivante dallo sfruttamento imperialista, il fanatismo patriottico maschera la colonizzazione interna. Poi arrivano i demagoghi che diffondono nostalgia e altro odio, non per ritardare la caduta, ma per accelerarla.

Com’è possibile questa assurdità? Attraverso la concentrazione del potere, accelerata secondo la formula dell’interesse composto: le mafie legali di caste e lobby. La resistenza risiede nella stessa cosa: nell’unità dei popoli.

Intorno al 1830, quando le sue navi dominavano i mari, la Gran Bretagna produceva circa il 5% della ricchezza mondiale. La Cina ne produceva ancora il 30%. Un’isola con un’economia sei volte più piccola impose l’oppio, i “trattati di libero scambio” e una campagna di evangelizzazione che causò 30 milioni di morti alla più grande civiltà del suo tempo.

Non fu il PIL, ossessione degli economisti moderni. Fu la capacità di concentrazione. Londra concentrò capitali, flotte, compagnie commerciali e, soprattutto, un’idea di sé. La Cina era ricca, ma la sua ricchezza era dispersa, il suo Stato logorato, la sua corte divisa. Quando arrivarono i cannoni “civilizzatori”, il gigante era già ferito dall’interno. In seguito, la Ribellione cristiana dei Taiping avrebbe ucciso più cinesi di tutte le Guerre dell’oppio messe insieme.

La ricchezza segue gli imperi, ma gli imperi sorgono attraverso una centralizzazione fanatica. Il primo a frammentarsi crolla. La discussione deve concentrarsi sul tipo di unione: l’unione che Hitler realizzò in Germania, o l’unione che gli Irochesi ottennero attraverso la loro democrazia radicale, sopravvissuta per secoli come la Grande Legge della Pace?

Il potere non è mai risieduto negli individui, per quanto il liberalismo abbia costruito la sua mitologia attorno all’imprenditore e al dogma secondo cui “il mio egoismo è un bene per gli altri”. Il potere è sempre risieduto nelle unioni: lobby, caste, corporazioni, sindacati, chiese. Mille persone organizzate sotto un’unica convinzione possono ottenere più di un milione di individui sparsi.

Salari e argomentazioni da soli non bastano a mobilitare una società. È necessaria la fede. I puritani che si consideravano il popolo eletto, i coloni del Destino Manifesto, i missionari che accompagnavano i mercanti di schiavi con la Bibbia sottobraccio: tutti loro. Per non parlare dei Sionisti.

Non c’è niente di più potente della follia condivisa. Quando il fanatico vince, qualsiasi Genocidio diventa civiltà. Il saccheggio diventa libero mercato. Gli attacchi diventano autodifesa. La Gran Bretagna non ha imposto l’oppio: ha aperto i mercati. Gli Stati Uniti non hanno invaso: hanno liberato. Israele non massacra bambini: si difende.

La narrazione non è semplicemente un abbellimento del potere; è una delle sue armi più efficaci, perché convince persino le sue stesse vittime.

Ma la fede che unisce nei periodi di ascesa divide nei periodi di declino. Quando la promessa di prosperità cessa di realizzarsi, il fanatismo si ripiega su se stesso e le tribù iniziano a considerarsi nemiche. Questo è ciò che stiamo vedendo negli Stati Uniti.

Il dollaro, “privilegio esorbitante” di Washington per 80 anni, sta perdendo terreno nelle riserve delle banche centrali. L’oro, testimone secolare della sfiducia, sta battendo ogni record. Il debito supera i 39 trilioni di dollari (34.715 miliardi di euro) e il pagamento degli interessi assorbe più risorse del bilancio del Pentagono.

Metà del Paese considera l’altra metà una minaccia esistenziale. Milizie, muri, sfiducia nelle elezioni e nei tribunali. Non si tratta di sintomi isolati. È la dissoluzione di quell’unione nata per celare le sue profonde divisioni (statali, razziali, di classe) e che ha funzionato finché la finzione ha prodotto enormi vantaggi, come nel caso della schiavitù.

Washington ha bisogno di un nuovo nemico esterno per continuare a privatizzare le fortune e socializzare i debiti. Ora è il turno della Cina, poi dell’Iran. Ma né l’Iran né la Cina si sognerebbero mai di invadere gli Stati Uniti. Per loro è sufficiente aspettare: se il nemico sta commettendo un errore, non interromperlo.

Nel frattempo, la nuova “Repubblica delle Banane” europea si sta militarizzando per ordine di Washington. Per farlo, deve tagliare i fondi alle sue istituzioni sociali. Come in Argentina, ogni volta che un cassonetto brucia o una vetrina viene infranta per le strade della Francia, i media mercenari scoprono improvvisamente la “violenza”.

Parlano di vandalismo, di radicali, di una minaccia all’ordine democratico. Non “scoprono” mai la violenza quando un governo elimina i diritti dei lavoratori conquistati nel corso di generazioni; quando una riforma, decisa in uffici lontani, costringe milioni di persone a lavorare di più per meno; quando il valore prodotto dai lavoratori viene trasferito ad azionisti di fondi speculativi e creditori; né quando i loro risparmi previdenziali vengono investiti nell’Industria della Morte.

Questa violenza non frantuma vetri. Frantuma vite, ed è questo che chiamano “democrazia liberale”, la grande truffa del capitalismo.

Solo negli ultimi 30 anni, gli imperi occidentali hanno bombardato, invaso e finanziato massacri che hanno causato milioni di morti, dall’Iraq alla Libia, dal Sahel alla Palestina. Quanti dei responsabili sono stati chiamati a rispondere delle proprie azioni in un tribunale? Nessuno. Le stesse persone che chiedono ordine nelle strade di Parigi hanno decretato caos, schiavitù (oggi in Libia e Congo), fame e morte in decine di Paesi. L’impunità non è un difetto del sistema; è la sua ragion d’essere.

A confronto, la violenza delle proteste popolari è minima. È la risposta di coloro che hanno esaurito le possibilità offerte dal voto, dalle richieste di giustizia e dalle marce contro guerre e Genocidi senza fine. La storia lo conferma con inconfutabile regolarità: nessun diritto è stato concesso per generosità dei potenti. Tutti sono stati strappati con la pressione e la violenza di chi sta sotto.

Mentre il centro si frammenta, la periferia impara la lezione che gli imperi dimenticano. I popoli dispersi, umiliati dalla forza organizzata di pochi, cominciano a riconoscersi in una causa comune. Il catalizzatore è stata Gaza. Siamo sulla strada di un’Intifada Globale. Le élite del potere globale stanno investendo fortune in repressione, propaganda ed elezioni per ritardarlo. Potrebbero riuscire a posticiparlo di qualche anno, ma non riusciranno a impedirlo. La polveriera continuerà ad asciugarsi e una scintilla farà il resto.

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21/10/2026

Ucraina ai titoli di coda, l’Unione Europea barcolla

Qualcosa si muove nella direzione di porre fine alla guerra in Ucraina. Non è detto che arrivi al traguardo, ma si muove... 

Il fatto accertato più evidente è la denuncia quotidiana che Zelenskij fa dopo ogni bombardamento: “i nostri alleati non ci hanno avvertito e dato il tempo di lanciare l’allarme”, ossia far scendere nei rifugi la popolazione e soprattutto i vertici di Kiev.

“Gli alleati” in questione sono però uno solo: gli Stati Uniti. Il sistema di assistenza e sorveglianza satellitare è Starlink, che è indispensabile sia per guidare gli attacchi in profondità dei droni ucraini, sia per segnalare quelli russi in arrivo.

Elon Musk ha mandato a quel paese Zelenskij ricordando che la gestione di quella parte della sua rete satellitare è stata ceduta per ovvi motivi al Pentagono (si chiama ora StarShield) e che comunque l’ex attore al comando è ora che si faccia da parte, lasciando il posto a qualcuno disposto a trattare.

Discorso simile fa ogni giorno anche Trump, dunque c’è poco da indovinare. Quando il mandante di un conflitto rivede i suoi progetti, per l’esecutore materiale non ci sono altre scelte che obbedire. Anche perché l’illusione che l’Europa – cioè: Gran Bretagna, Francia e Germania – potessero davvero sostituire Washington sul piano militare ed economico, si è rivelata per quel che era.

Che gli Stati Uniti in versione Obama-Biden siano stati “il mandante” della crisi ucraina fin da prima del Majdan (2014) è accertato da anni. Che abbiano cambiato idea solo con la seconda presidenza Trump, anche. Sottolineiamo “con la seconda”, perché dal 2016 al 2020 nulla era cambiato nella strategia Usa di espansione della Nato ad Est.

Quella strategia era stata più o meno entusiasticamente accettata dai paesi europei, i più scervellati tra i quali già sognavano “una Russia più piccola, più debole, divisa in tanti Stati” (come ripetuto pochi giorni fa da Kaja Kallas, che ormai non si rende più conto della gravità autolesionista di quel che dice). È una federazione, del resto, non il monolite dipinto dalla propaganda “europeista”.

Il cambiamento strategico ha portato gli Usa a muovere guerra unilaterale all’Iran, seguendo i raptus suprematisti israeliani, il che ha però gettato l’intero Pianeta in una crisi energetica senza pari, che andrebbe risolta prima di far collassare intere economie.

Trump ha sicuramente una visione più ristretta degli interessi statunitensi, perché minore è la capacità egemonica sul resto del Mondo. Ma soprattutto ha il problema urgente di far scendere rapidamente il prezzo dei carburanti nel suo paese, conditio sine qua non per portare a termine il suo mandato senza dover contrattare giorno per giorno con l’opposizione.

Non potendo disporre l’apertura di Hormuz e neanche quella di Bab el Mandab (lato Yemen, in mano agli Houthi), non resta che chiudere il conflitto ucraino e ricominciare a far circolare petrolio greggio e soprattutto gasolio già raffinato proveniente dalla Russia.

L’unica cosa sul piano militare che ancora riusciva al regime di Kiev, però, era proprio il bombardamento con droni di raffinerie e depositi russi, ma grazie alla “guida” satellitare statunitense. Sei volte è arrivato da Washington il consiglio-ordine di non farlo più (per far scendere il prezzo del gasolio negli Usa, non per altro), e sei volte l’ex comico ha tirato innanzi, spinto-sostenuto dal gruppo dei volenterosi imbecilli europei.

A quel punto i satelliti si sono quasi spenti, Kiev non controlla più né gli attacchi e meno ancora le difese, così ora si dice disposta a trattare.

Al di là dei ristretti orizzonti locali, però, la questione ucraina è ormai un problema mondiale strettamente connesso – causa petrolio e suoi derivati – con la crisi mediorientale. O si continuano queste guerre, e cade gran parte dell’economia globale, oppure si prova a darci un taglio.

Il campo di gioco riguarda non a caso i tre giocatori principali: Washington, Mosca e Pechino. Con la Casa Bianca così poco interessata tener conto di altri interessi da costringere i russi – i russi! – a ricordare che qualsiasi eventuale accordo deve comprendere gli ucraini, altrimenti è fuffa.

Oslo non ha ancora dato il Nobel a Trump, ma in questi giorni è tornata al centro di un tourbillon di incontri diplomatici. Protagonisti, per forza di cose, gli immobiliaristi di famiglia prestati alla politica estera: Witkoff e Kushner (il genero ultrasionista di Trump, che però segue “da remoto”). Subito dopo si sposterà a Mosca e sottoporrà a Putin un abbozzo di road map per chiudere quattro anni e mezzo di guerra.

Significativamente, però, il ministro degli esteri russo Lavrov è volato a Teheran per sottoporre all’omologo Araghci le idee per gestire il futuro del Golfo Persico e di Hormuz in modo congiunto, con Pechino garante e architetto dell’iniziativa.

La pace arriverebbe in quel caso quasi di certo, ma per gli Usa sarebbe anche la certificazione di una sconfitta strategica di proporzioni colossali. Del resto, se non sei più il padrone del Mondo – e gli altri te lo fanno notare, nonché pesare – devi accettare di perdere qualcosa da qualche parte (puntando, purtroppo, a riprendersi l’intera America Latina, oltre che la Groenlandia con placet europeo).

Quali possano essere i contenuti del “piano” che Witkoff presenterà a Putin è ovviamente impossibile da sapere. Ma razionalmente ci sono alcuni punti che ci devono essere per forza, se si vuole concludere una accordo che stia in piedi, almeno per diversi anni.

Il primo riguarda un’intesa almeno di massima sull’assetto di sicurezza per tutti – Russia compresa – in Europa. Se non una “nuova Yalta” (1944), qualcosa che gli somigli molto. Il che implicherebbe, come minimo, il congelamento sine die dei mega-progetti di riarmo che stanno già ora – quando sono ancora allo stadio larvale – destabilizzando gli equilibri sociali europei.

Il secondo, ma centrale, è il posto e la dimensione della futura Ucraina. I confini stabiliti dalla guerra, al momento in cui le armi cesseranno di sparare, saranno difficilmente negoziabili ma anche difficili da “riconoscere ufficialmente”. La “soluzione coreana” – le due metà del Paese non hanno mai nemmeno firmato un trattato di pace, ma convivono in relativa tranquillità tra perenni tensioni – sembrerebbe ad un certo punto l’unica praticabile.

La ricostruzione del paese, per quanto “ridotto” territorialmente (e sperando che Polonia ed altri confinanti non accampino pretese), richiederà almeno un migliaio di miliardi e venti anni di lavori. Blackrock e altri fondi americani si sono già fatti avanti, ma naturalmente andranno concertati dei limiti ai “comportamenti” Usa, anche sul piano finanziario, evitando così di porre le premesse per nuove crisi.

Le garanzie da offrire alla Russia, su cui il Cremlino insisteva da almeno un decennio prima dello scoppio della guerra aperta, sono praticamente tutte in capo agli Stati Uniti. Stavolta, al contrario di Gorbacev, nessuno a Mosca si accontenterà di promesse verbali... 

Sciolti, almeno parzialmente, questi nodi, il traffico di petrolio, gas e prodotti raffinati potrebbe tornare il ponte reale con gli interessi europei, facendo ovviamente tabula rasa non solo dei “discorsi” guerrafondai e “sanzionatori” che oggi dominano a Bruxelles e dintorni, ma soprattutto di buona parte della classe dirigente dell’Unione Europea, che si è dimostrata totalmente incapace di affrontare la realtà con un po’ di raziocinio.

Ma questo, ovviamente, è un compito che si devono assumere fin da subito i popoli europei. Questi idioti hanno fatto fin troppi danni, e sono disposti – si vedano le mosse di Parigi e Roma, tra coprifuoco e impiego dell’esercito – pure al golpe militare pur di non andarsene...

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Albania in rivolta: c’entra anche l’Italia

Una generazione che non accetta di restare spettatrice

Nell’ottobre 2026 migliaia di persone sono scese in piazza a Tirana, con una partecipazione significativa di giovani e studenti, chiedendo le dimissioni di Edi Rama. Le mobilitazioni sono il punto di arrivo di un malcontento maturato nel tempo: corruzione, costo della vita, difficoltà economiche, prospettive occupazionali incerte e un sistema educativo che non risponde alle aspettative di chi vorrebbe costruirsi un futuro nel proprio Paese.

Come riportato da Reuters il 15 e 16 ottobre, le manifestazioni sono state precedute da mesi di mobilitazioni, inizialmente perlopiù pacifiche, nelle quali gli studenti denunciavano l’indifferenza del governo. Tra le contestazioni figurano il costo dell’istruzione, la percezione di una corruzione diffusa e i progetti di sviluppo turistico di lusso lungo la costa.

La questione è più profonda della richiesta di dimissioni di un primo ministro: quale futuro può immaginare una generazione quando studiare diventa oneroso, trovare un lavoro stabile è difficile e il costo della vita riduce gli spazi di autonomia? E quale fiducia può conservare nelle istituzioni quando le decisioni che riguardano il territorio e le risorse collettive sembrano privilegiare interessi economici concentrati?

Non si tratta di attribuire alle proteste un programma politico omogeneo, ma di riconoscere il significato di una mobilitazione che mette in discussione le priorità del governo e il modo in cui vengono distribuiti potere, risorse e opportunità.
 
Territorio, capitali e potere politico

Per comprendere gli interessi in gioco occorre partire da un dato concreto: l’Albania è diventata un terreno di investimento per progetti immobiliari e turistici di grande dimensione, anche con il coinvolgimento di capitali internazionali. Tra i casi più discussi ci sono i progetti collegati a Jared Kushner, imprenditore statunitense e genero di Donald Trump, relativi all’isola di Sazan e alla costa albanese.

Queste iniziative hanno suscitato preoccupazioni per il loro impatto ambientale, la trasparenza delle operazioni e il futuro di territori di grande valore naturalistico. Reuters ha riferito delle contestazioni legate allo sviluppo turistico e delle controversie sulla proprietà dei terreni; l’agenzia ha precisato di non aver trovato prove di illeciti da parte di Kushner nella disputa sui terreni.

Il punto politico non è sostenere che questi investimenti siano l’unica causa della protesta, né affermare l’esistenza di un accordo segreto tra imprenditori e governi. È interrogarsi sul modello di sviluppo che li rende possibili e sulle scelte politiche che lo accompagnano.

Il turismo di lusso può generare investimenti e ricavi, ma non garantisce automaticamente un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Occorre chiedersi chi controlla i terreni, chi beneficia delle rendite, quali garanzie vengono offerte alle comunità locali e quali costi ambientali e sociali possono ricadere sul territorio.

Se le opportunità economiche si concentrano nelle mani di pochi, mentre i giovani continuano a confrontarsi con precarietà e mancanza di prospettive, la crescita rischia di tradursi in una modernizzazione senza giustizia sociale.

È qui che il tema degli investimenti incontra quello della corruzione denunciata nelle piazze. Non basta che un progetto venga presentato come occasione di sviluppo: servono trasparenza, controllo pubblico e benefici verificabili per la collettività. Quando le decisioni sul futuro del territorio dipendono da rapporti tra potere politico e grandi interessi economici, la questione diventa democratica prima ancora che economica.

Albania, Israele e Gaza: una scelta politica concreta

Accanto agli interessi economici c’è il piano delle alleanze internazionali. L’Albania è un alleato degli Stati Uniti, ha rafforzato le relazioni con Israele e ha scelto di partecipare alla missione internazionale di stabilizzazione prevista per Gaza.

Sono decisioni documentate che permettono di discutere il ruolo assunto dal governo Rama nel quadro geopolitico attuale, senza dover ricorrere all’ipotesi di un unico piano che colleghi tutti gli interessi in gioco.

Il 12 ottobre 2026 il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha ha incontrato a Tirana il ministro israeliano Gideon Sa’ar. Secondo il comunicato ufficiale del ministero albanese, l’incontro ha segnato un ulteriore rafforzamento delle relazioni bilaterali e della cooperazione tra i due Paesi.

Ma il dato più rilevante riguarda Gaza. Il Parlamento albanese ha approvato nel settembre 2026 la partecipazione delle forze armate del Paese alla Forza internazionale di stabilizzazione. La legge, promulgata il 7 ottobre, prevede un contingente fino a 40 militari albanesi.

Secondo l’emittente pubblica RTSH, i compiti previsti comprendono il sostegno alle operazioni di sicurezza e stabilità, la protezione del personale e delle infrastrutture della missione, l’assistenza alle operazioni umanitarie e il monitoraggio della situazione sul terreno.

Il governo albanese ha collegato questa partecipazione al proprio ruolo di alleato degli Stati Uniti e agli impegni assunti nell’ambito del Board of Peace e del piano statunitense per Gaza. La questione non è quindi soltanto diplomatica: Tirana ha scelto di contribuire concretamente a una missione che avrà un ruolo nella definizione degli assetti futuri della Striscia.

È qui che si apre un interrogativo politico fondamentale. Chi deciderà il futuro di Gaza? Quale ruolo avranno i palestinesi nelle decisioni sulla sicurezza, sull’amministrazione e sulla ricostruzione del proprio territorio? Una missione internazionale può essere presentata come uno strumento di stabilizzazione, ma il suo significato deve essere valutato sulla base del mandato, della catena di comando e delle garanzie di autodeterminazione per la popolazione palestinese.

La partecipazione albanese non dimostra, da sola, che Tirana condivida ogni scelta del governo israeliano o che la missione sia necessariamente uno strumento di dominio esterno. È però una scelta politica precisa, che va discussa alla luce del contesto: la devastazione di Gaza, le responsabilità di Israele e il rischio che il futuro palestinese venga deciso soprattutto da potenze e governi esterni.

Il legame con gli interessi economici va affrontato con la stessa attenzione. I progetti turistici legati a capitali statunitensi in Albania, la cooperazione con Israele e la partecipazione alla missione per Gaza non costituiscono, sulla base delle informazioni disponibili, la prova di un piano unitario per spartirsi territori o risorse.

Sono però manifestazioni di relazioni economiche e politiche che rafforzano il ruolo dell’Albania dentro un sistema di alleanze internazionali. La critica deve rendere visibili questi rapporti, domandandosi quali interessi favoriscano e quanto spazio lascino alla volontà delle popolazioni coinvolte.

Il legame con l’Italia: l’accordo sui CPR

Le ragioni delle proteste albanesi non vanno confuse con la vicenda dei centri per migranti realizzati in Albania attraverso l’accordo con il governo italiano. Le mobilitazioni sono nate da un insieme di questioni interne, sociali, economiche e politiche.

Il collegamento con l’Italia riguarda invece una responsabilità precisa: la collaborazione tra il governo Rama e quello guidato da Giorgia Meloni nella gestione delle politiche migratorie.

Il protocollo firmato il 6 novembre 2023 da Meloni e Rama, approvato in Italia con la legge n. 14 del 21 febbraio 2024, ha previsto la realizzazione di strutture in territorio albanese destinate a persone migranti sottoposte a procedure di frontiera e trattenimento.

Il governo italiano lo ha presentato come una svolta nella gestione dei flussi migratori, ma il progetto ha incontrato ostacoli giudiziari, dubbi sulla compatibilità con il diritto europeo e forti contestazioni politiche.

I numeri aiutano a comprendere la portata della questione. Un atto parlamentare del 18 settembre 2026, che richiama dati del Ministero dell’Interno, indicava che al 14 luglio erano state trasferite nel centro di Gjadër 685 persone, mentre 101 erano state effettivamente rimpatriate. Lo stesso atto riportava una spesa di circa 50 milioni di euro per la gestione nel 2025 e una previsione di spesa complessiva pari a 671,6 milioni di euro fino al 2028.

Sono cifre riportate nell’atto parlamentare, non una valutazione indipendente del costo complessivo per ogni rimpatrio. Restano tuttavia sufficienti a sollevare interrogativi sull’efficacia dell’operazione, sull’impiego delle risorse pubbliche e sui risultati conseguiti.

Anche sul piano giuridico il progetto ha incontrato ostacoli. Il 23 aprile 2026 l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea ha pubblicato un parere sul protocollo Italia-Albania, sottolineando la necessità di garantire pienamente i diritti delle persone interessate. Quel parere non costituisce una sentenza definitiva della Corte, ma conferma che le procedure e le garanzie giuridiche non possono essere aggirate attraverso accordi tra governi.

La responsabilità politica è concreta e condivisa dai due esecutivi: l’Italia ha scelto di investire risorse pubbliche in un modello di esternalizzazione del trattenimento dei migranti; l’Albania ha accettato di mettere a disposizione il proprio territorio per renderlo possibile. Non è una responsabilità generica dell’Europa, ma una scelta dei governi Meloni e Rama.

Negli ultimi tempi l’accordo sembra aver perso parte della centralità nella comunicazione politica di Meloni. La minore visibilità, però, non cancella i costi sostenuti, le questioni giuridiche aperte e la necessità di verificare i risultati. Un progetto presentato come soluzione decisiva deve essere giudicato sulla base della sua efficacia e delle sue conseguenze, non della sua presenza nel dibattito pubblico.

Questo è il punto di contatto con la crisi albanese: non una presunta coincidenza tra le ragioni della protesta e la contestazione dei CPR, ma la necessità di interrogare le scelte di un governo che, mentre affronta una crescente opposizione interna, collabora con l’esecutivo italiano su una politica migratoria controversa.

Una solidarietà che diventa responsabilità politica

La rivolta albanese interroga anche la sinistra italiana. Non basta esprimere solidarietà a distanza: occorre ascoltare le domande che arrivano dalle piazze e riconoscere le responsabilità dei governi con cui l’Italia sceglie di collaborare.

In entrambi i Paesi è in gioco la possibilità di costruire un futuro dignitoso attraverso il lavoro, l’istruzione, la casa e servizi pubblici accessibili. Quando queste esigenze vengono subordinate agli interessi economici e alla conservazione del potere, la partecipazione democratica diventa una questione centrale.

I giovani albanesi ci chiedono a gran voce di rompere il silenzio, di non restare spettatori e di riconoscere nella loro rivolta una possibilità concreta di cambiamento. La loro lotta ci interroga direttamente: quale alternativa siamo capaci di costruire, anche in Italia, contro un sistema che sacrifica il futuro delle giovani generazioni agli interessi del potere economico e politico?

Fonti

– Reuters, 15 ottobre 2026, “Albania’s Rama says he will not resign over protests” (https://www.reuters.com/world/europe/albanias-rama-says-he-will-not-resign-over-protests-2026-10-15/).

– Reuters, 16 ottobre 2026, “Thousands march in Albanian capital as anti-government protests spread” (https://www.reuters.com/world/europe/thousands-march-albanian-capital-as-anti-government-protests-spread-2026-10-16/).

– Ministero per l’Europa e gli Affari esteri dell’Albania, 12 ottobre 2026, “Incontro tra Ferit Hoxha e Gideon Sa’ar” (https://punetejashtme.gov.al/en/newsroom/deklarata-e-plote-ministrit-hoxha-per-mediat-me-ministrin-e-jashtem-te-izraelit-gideon-saar/).

– RTSH, 24 settembre 2026, “Approvazione della partecipazione albanese alla missione internazionale per Gaza” (https://rtsh.al/rti/en/gaza-mission-nufi-albania-stands-shoulder-to-shoulder-with-us-in-peace-efforts/).

– RTSH, 7 ottobre 2026, “Promulgazione della legge sulla partecipazione militare albanese alla missione per Gaza” (https://rtsh.al/rti/en/president-begaj-decrees-law-on-albanias-military-participation-in-gaza/).

– Ministero per l’Europa e gli Affari esteri dell’Albania, 24 settembre 2026, “La partecipazione al Board of Peace e il piano per Gaza” (https://punetejashtme.gov.al/en/newsroom/takimi-i-bordit-te-paqes-ne-nju-jork-ministri-hoxha-shqiperia-kontribut-aktiv-ne-perputhje-me-planin-20-pikesh-te-presidentit-trump/).

– Camera dei deputati, atto parlamentare del 18 settembre 2026, “Allegato B della seduta n. 711” (https://documenti.camera.it/leg19/resoconti/assemblea/html/sed0711/allegato_b.htm).

– Corte di giustizia dell’Unione europea, 23 aprile 2026, “Comunicato sul parere relativo al protocollo Italia-Albania” (https://curia.europa.eu/site/upload/docs/application/pdf/2026-04/cp260064en.pdf).

Fonte

Mandato d’arresto statunitense per Raúl Castro. Díaz-Canel: “un circo elettorale”

Meno di una settimana fa, dopo l’incriminazione federale formalizzata lo scorso maggio dal Dipartimento di Giustizia statunitense, è stato infine spiccato un mandato d’arresto per cospirazione finalizzata all’omicidio di primo grado contro il novantacinquenne generale Raúl Castro Ruz, storico comandante della rivoluzione ed ex presidente di Cuba.

La decisione, annunciata dal procuratore generale della Florida James Uthmeier e firmata dalla giudice Ariana Fajardo Orshan di un tribunale di Miami, è evidentemente lo strumento che la Casa Bianca ha pensato di gettare nel dibattito pubblico per giustificare il mantenimento del blocco genocida contro il popolo cubano, in vista della prossima votazione all’ONU.

La misura giudiziaria riguarda fatti risalenti a quasi trent’anni fa: l’abbattimento, avvenuto il 24 febbraio 1996, di due velivoli Cessna appartenenti all’organizzazione di esuli anticastristi Brothers to the Rescue (Hermanos al Rescate). Per anni questo tipo di gruppi sono stati il braccio armato della tentata destabilizzazione del governo rivoluzionario, e anche all’epoca varcarono senza autorizzazione lo spazio aereo cubano.

Nella reazione dei caccia delle Forze Armate Rivoluzionarie (FAR) persero la vita quattro cubani con cittadinanza statunitense. Secondo l’impianto accusatorio sostenuto dalla procura statale della Florida, Raúl Castro sarebbe stato la mente e l’autorità decisionale ultima dell’operazione, in quanto ministro delle forze armate. In sostanza, viene accusato di aver fatto rispettare la sovranità del paese.

La risposta del governo cubano non si è fatta attendere, con la solita dignità che caratterizza la resistenza antimperialista dell’isola. Il presidente di Cuba, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha liquidato l’ordinanza come una manovra allestita all’interno di un “patetico circo miamense con un chiaro sfondo elettorale”, facendo riferimento ai tentativi di Trump di recuperare consensi per le prossime elezioni di midterm.

Díaz-Canel ha ribadito che tale mossa è un pretesto “per giustificare il blocco economico e la punizione collettiva inflitta al nostro popolo”, e alle parole del presidente cubano ha fatto eco il ministro degli Esteri, Bruno Rodríguez Parrilla, che ha bollato l’iniziativa come una delle tante manovre anticubane che da decenni vengono allestite per oliare la macchina della propaganda per fini interni e raccolte di fondi.

Nel merito dei fatti del 1996, le autorità de L’Avana rivendicano la piena legittimità dell’azione, invocando il principio di autodifesa e di sovranità sancito dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Convenzione di Chicago del 1944.

Cuba ricorda che, tra il 1994 e il 1996, l’organizzazione Brothers to the Rescue, guidata da José Basulto, dissidente cubano addestrato dalla CIA, aveva violato ripetutamente lo spazio aereo dell’isola (con almeno 16 incursioni documentate) e che la diplomazia cubana aveva inviato ben 25 notifiche formali di allerta a Washington e all’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO), rimaste prive di riscontro da parte dell’amministrazione Clinton.

L’iniziativa giudiziaria, che ricorda quella mossa contro il presidente venezuelano Maduro prima del suo rapimento, si inserisce in una fase di escalation statunintense contro il popolo cubano. L’isola affronta una delle più severe crisi economiche ed energetiche degli ultimi decenni a causa del bloqueo di Washington.

Il rappresentante permanente di Cuba presso l’ONU, Ernesto Soberón Guzmán, ha denunciato quella che ha definito una riunione clandestina organizzata dalla missione statunitense nei locali dell’organismo internazionale, volta a sollevare accuse contro il governo dell’isola.

L’obiettivo è evidentemente l’Assemblea Generale del prossimo 27 e 28 ottobre, quando le Nazioni Unite saranno chiamate a esprimersi, per la trentaquattresima volta, sulla risoluzione di condanna del blocco contro Cuba. Ricordiamo che, per la prima volta, l’Italia si è astenuta su questo tipo di votazione lo scorso luglio, dopo che il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che accusa il governo cubano di tutti i crimini commessi dal bloqueo.

Il Partito Comunista Cubano ha da poco rilasciato anche maggiori informazioni sull’evidente tentativo destabilizzante e terroristico dello scorso febbraio, quando un altro gruppo di “gusanos” ha tentato lo sbarco sull’isola, armato fino ai denti. Le autorità cubane hanno accusato Maritza Lugo Fernandez, cittadina cubana residente in Florida, di essere tra le teste dietro il complotto, mirato a far esplodere disordini sull’isola per poi legittimare un intervento “stabilizzatore” degli USA.

Ma all’Avana servirà anche tutto il sostegno e la solidarietà internazionalista possibile in vista della votazione del 27 e 28 ottobre.

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20/10/2026

Petromonarchie in crisi: le loro infrastrutture sono devastate

Dall’inizio della guerra, l’Iran e i suoi alleati in Medio Oriente hanno condotto decine di attacchi mirati contro le infrastrutture del Golfo, danneggiando seriamente e bloccando sistematicamente fabbriche, centrali e stabilimenti di vario tipo e causando guasti a cascata e danni economici in tutta la regione, in una campagna ben orchestrata che contribuisce a spiegare come la Repubblica islamica sia riuscita a tenere testa alla superiorità militare degli Stati Uniti.

Ad affermarlo è un’inchiesta dell’agenzia Reuters che elenca gli obiettivi principali di questa campagna militare. L’Iran e le altre forze del cosiddetto “asse della resistenza” hanno preso di mira i sistemi vitali di trasporto del petrolio a Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, il principale porto al di fuori dello Stretto di Hormuz, paralizzando le operazioni per settimane. Hanno colpito l’impianto di gas naturale liquefatto di Ras Laffan in Qatar, danneggiando due delle “celle frigorifere” che ospitano le apparecchiature di raffreddamento per la liquefazione del gas.

Tra gli obiettivi degli attacchi iraniani figurano anche la raffineria di gas liquefatto Pearl del Qatar, il complesso del gas di Habshan negli Emirati Arabi Uniti e la fonderia Al Taweelah di Emirates Global Aluminium.

I lanci di missili e droni hanno colpito aeroporti in Bahrein, Kuwait e soprattutto negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita. L’attacco più letale, attribuito ad Ansar Allah, ha causato sabato la morte di 12 persone all’aeroporto internazionale Re Khalid in Arabia Saudita. L’aeroporto del Kuwait è stato colpito otto volte. Uno degli attacchi è avvenuto due giorni dopo la riapertura di un importante terminal, a seguito dei lavori di riparazione effettuati dopo un precedente bombardamento.

Gli attacchi hanno inoltre incenerito una stazione di pompaggio e ne hanno danneggiate altre due lungo un importante oleodotto saudita, bloccando uno dei più importanti corridoi energetici realizzati per aggirare il blocco iraniano di Hormuz. L’attacco del 10 settembre da parte di alcune milizie sciite irachene all'oleodotto saudita East-West Pipeline ha interrotto il flusso di greggio per settimane, minacciando il 4% delle forniture globali di petrolio. Ancora più devastanti sono stati gli attacchi iraniani contro gli impianti di GNL di Ras Laffan in Qatar, che hanno minacciato quasi il 20% dei flussi mondiali di gas naturale liquefatto. Per ripristinare interamente gli impianti, dicono gli esperti, servirà almeno un anno.

Agli attacchi di questo tipo contro le infrastrutture dei paesi del Golfo che ospitano le basi militari statunitensi o partecipano all’aggressione contro Ansar Allah in Yemen i vari governi non hanno dato particolare pubblicità. Gli Stati Uniti hanno minimizzato spesso la capacità distruttiva dell’Iran. Anche i paesi arabi del Golfo spesso non riconoscono i danni ingenti subiti oppure li attribuiscono alla caduta di detriti derivanti dall’intercettazione di missili o droni iraniani.

Ma l’inchiesta di Reuters rivela la precisione di questi attacchi e i gravi danni arrecati alle infrastrutture colpite, oltre all’ingente danno economico provocato.

L’Iran ha preso di mira infrastrutture in diversi paesi arabi del Golfo: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein. Complessivamente, la Repubblica islamica ha lanciato almeno 135 attacchi con droni e missili contro almeno 84 siti infrastrutturali nel Golfo da quando Stati Uniti e Israele hanno avviato una campagna di bombardamenti contro l’Iran il 28 febbraio.

Prima della guerra, l’Iran possedeva il più grande arsenale di missili balistici del Medio Oriente. Inoltre, l’Iran ha una fiorente industria di droni; prima della guerra era in grado di produrne circa 10.000 al mese, con lo Shahed come velivolo esplosivo di punta.

Gli attacchi hanno seminato il panico in tutto il Golfo e fatto impennare i prezzi del petrolio. Insieme al blocco dello Stretto di Hormuz da parte della Repubblica Islamica, la capacità di lanciare attacchi di precisione rappresenta una minaccia costante per i Paesi sunniti del Golfo e conferisce all’Iran una grande influenza sull’economia globale e un notevole potere contrattuale nei confronti degli Stati Uniti, che da settimane minacciano di colpire Teheran con una nuova ondata di bombardamenti ma finora li hanno sempre rimandati.

D’altronde gli attacchi iraniani hanno seriamente danneggiato anche l’infrastruttura militare degli Stati Uniti in tutta la regione, provocando danni per vari miliardi di dollari. L’ispettore generale del Dipartimento della Difesa statunitense ha riferito al Congresso di Washington che l’Iran ha colpito centinaia di strutture nelle basi statunitensi, oltre a decine di caccia, aerei da trasporto e da rifornimento ed elicotteri.

Il successo dell’attacco sistematico alle infrastrutture da parte dell’Iran è un ulteriore esempio di come la Repubblica Islamica abbia resistito ad anni di dure sanzioni economiche internazionali e recentemente a mesi di attacchi da parte di Stati Uniti e Israele.

Alcune località hanno subito bombardamenti quasi quotidiani che hanno provocato danni per miliardi di dollari, includendo i costi per le riparazioni ma anche le perdite di fatturato. Alcune delle infrastrutture colpite, come una delle più grandi fonderie di alluminio al mondo ad Abu Dhabi, sono state devastate.

L’Iran ha colpito infrastrutture digitali avanzate come i data center di Amazon negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, dove il servizio è rimasto interrotto per sei mesi.

Un altro attacco strategico è stato quello rivolto contro le reti idriche e di energia elettrica del Kuwait. È stato Trump a minacciare pubblicamente per primo l’approvvigionamento idrico dell’Iran a marzo. Ma sono stati gli iraniani a trasformare quella minaccia in realtà per i loro vicini. Secondo Reuters l’Iran ha colpito almeno quattro degli otto impianti di desalinizzazione e di produzione di energia elettrica del Kuwait tra il 2 marzo e il 20 luglio.

I regimi sunniti hanno sistematicamente nascosto anche i dati reali sul bilancio delle vittime delle rappresaglie iraniane, imponendo una rigida censura alla diffusione di informazioni in merito. Negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein, Qatar, Kuwait e Arabia Saudita è illegale scattare o distribuire determinate foto o video che documentino le conseguenze degli attacchi. Questi paesi citano inoltre regolarmente le leggi contro la diffusione di voci e disinformazione per limitare la copertura giornalistica degli attacchi.

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17/10/2026

Brasile - Il ballottaggio sarà tra Lula e la Casa Bianca

Dopo un’elezione combattuta segnata da geopolitica e alto astensionismo, ci sarà un secondo turno in Brasile. Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente di estrema destra imprigionato a Brasilia per un fallito colpo di stato nel gennaio 2023, ha ottenuto il 47,06% dei voti contro il 45,13% di Luiz Inacio Lula da Silva, attuale presidente e storico leader del Partito dei Lavoratori (PT).

La decisione su chi occuperà il palazzo Planalto dal 5 gennaio 2027 è stata posticipata al 25 ottobre. In linea con l’ondata in corso nella regione, i risultati sono stati una dimostrazione di forza della destra in tutto il paese, quindi seguiranno tre settimane mozzafiato, in cui Lula, con i suoi 80 anni di vita, dovrà remare controcorrente. Un’impresa difficile, ma non impossibile.

Nei prossimi giorni i due candidati dovranno sedurre milioni di persone che non sono andate alle urne, non hanno annullato il loro voto o hanno votato a vuoto domenica scorsa.

Per Bolsonaro, candidato del Partito Liberale (PL), hanno votato 56.104.503 persone; dal canto suo, Lula ha ottenuto 53.879.538 voti. Ma su un registro di oltre 158 milioni di persone, secondo i dati della Corte Elettorale Superiore (TSE), 33.469.244 elettori si sono astenuti dal partecipare (più del 20%), una cifra storica che non si vedeva dal 1998. Ci sono stati anche 2.299.989 voti a vuoto (1,84% del totale) e 3.671.970 voti nulli (corrispondenti al 2,93% della cifra complessiva).

Il giorno dopo le elezioni, lunedì 5 ottobre, Lula ha detto che si dovrebbe lavorare per “recuperare l’interesse” delle persone che non hanno votato. “Trenta milioni di persone non si sono presentate al voto. Forse c’è una ragione per questo: la mancanza di interesse”, ha detto. Quindi, sa che deve andare verso chi non è andato a votare. Ha lanciato anche un avvertimento al suo avversario politico: “Sono molto bravo negli scontri diretti. Bolsonaristi, preparatevi, perché vi sconfiggeremo”. E ha aggiunto: “Sono convinto che non ci sia motivo per cui non posso essere eletto presidente al secondo turno. Non c’è alcuna ragione economica, sociale o politica”.

Nella stessa notte delle elezioni, Valter Pomar, un altro leader storico del PT, ha detto che, sebbene le condizioni per invertire il voto al secondo turno saranno molto difficili, mantiene la sua “certezza” che Lula possa essere rieletto con una piccola differenza. Ma per questo, di fronte alla riluttanza e all’incompetenza da parte della leadership del partito e della campagna, il PT e la sua militanza devono ovviamente compiere una correzione immediata e profonda. Secondo Pomar, non sono stati commessi solo “errori”, ma anche “idiozie”, ad esempio, la decisione adottata nella disputa tra i governi di Rio Grande do Sul e Rio de Janeiro, dove la mancanza di una candidatura del PT al governo ha contribuito alla vittoria della destra al primo turno.

Pomar ha dichiaratp: “Immediatamente possiamo dire che vinceremo, purché lo facciamo, come disse un inglese vissuto 400 anni fa: “Credi in Dio e tieni la polvere asciutta”. Oppure, nella versione atea della stessa idea, vinceremo se siamo un po’ fortunati e se facciamo molto duro lavoro, ma davvero tanto! Questo significa campagne militanti 24 ore su 24, 7 giorni su 7, fino alle 17:00 del 25 ottobre”. E nel suo messaggio alle basi, esortava: “Polarizzazione incessante per sconfiggere il crimine, milizie, Faria Lima (nome dell’arteria principale dove si trova il centro finanziario di San Paolo), i mercanti del tempio, i femminicidi, i razzisti, i fondamentalisti, i negazionisti e – soprattutto – gli imperialisti, i golpisti e i traditori della patria. Lavorare per garantire che il coordinamento della campagna e la leadership del Partito siano all’altezza del compito. Ciò include la preparazione a un raddoppio di interferenze esterne e operazioni di colpo di stato”.

Brasile, teatro di una battaglia geopolitica globale

Una prima conclusione sulle elezioni è che il bolsonarismo non è un fenomeno residuale; non è scomparso dopo la sconfitta di Jair Bolsonaro nel 2022 né può essere espresso esclusivamente dalla figura dell’ex presidente. Suo figlio Flavio e i suoi alleati prevalsero come prima forza nel Senato e nella Camera dei Deputati, vincendo in 15 stati contando il distretto federale di Brasilia mentre Lula ha vinto in 12. Come in tante altre occasioni, il nord-est si è tinto di rosso lulista e il centro e il sud del paese di blu, il colore del Partito Liberale che ospita il clan Bolsonaro. Una parte del voto per Bolsonaro risponde a un’adesione ideologica consolidata; un altro esprime rifiuto del governo, preoccupazione per la sicurezza, disordini economici o semplicemente desiderio di cambiamento.

Il teologo Frei Betto comprende che il paese non è diventato più di destra né aspira esattamente al bolsonarismo. A suo avviso, il sentimento anti-PT – stimolato da manovre iniziate dopo la demonizzazione del Partito dei Lavoratori e l’imprigionamento di Lula – vede Flavio come l’unico tra i contendenti in grado di sconfiggerlo, e scommette su di lui.

Per Gustavo Veiga, il trambusto che si è visto nello stato di San Paolo dopo le elezioni, dove l’attuale governatore Tarcisio de Freitas – ex ufficiale militare e soldato disciplinato della causa bolsonarista – ha vinto con una facilità insolita, con cifre simili all’ondata bolsonarista delle elezioni del 2018, è la radiografia di maggior successo della vittoria di un progetto nazionale. Il primo, che nel caso in cui Flavio prevalga al secondo turno, lascerà il Brasile nelle mani delle transnazionali statunitensi, cercherà di voltare le spalle alla Cina (il primo partner commerciale del paese) e con il ritorno del bolsonarismo al Planalto, verrà costituito una sorta di gabinetto ombra per consultazioni con il Dipartimento di Stato; che era già stato annunciato dallo stesso candidato Bolsonaro.

Media egemonici conservatori come O Estado e Folha de São Paulo, che sostengono la sua candidatura, sottolineano che Flavio Bolsonaro è una figura minore, senza alcuna statura morale, intellettuale o tecnica a governare il Brasile. È un politico di carriera con diverse accuse di corruzione ed erede di un marchio di famiglia; rappresenta più una continuazione della reazione conservatrice dell’ultimo decennio che una rottura. E, come ha sottolineato il politologo ed economista brasiliano José Luis Fiori, intervistato dal portale argentino El Destape, in realtà era candidato per nomina di suo padre, Jair, capitano espulso dall’esercito brasiliano, accusato di aver tentato (o pianificato) di far saltare in aria una caserma delle Forze Armate brasiliane negli anni ’80.

Quando aveva poco più di 20 anni, Flavio fu eletto consigliere comunale grazie a suo padre. Dopo di che non ha fatto altro nella vita. Secondo Fiori, che ha esaminato le chiavi di un processo elettorale di profondo impatto geostrategico, Bolsonaro Jr. non ha mai ricoperto una carica esecutiva; soffre di una nota insufficienza intellettuale e molti lo accusano di avere stretti rapporti con le “milizie” che controllano il mondo del crimine a Rio de Janeiro.

“Senza dubbio, nessun partito di destra brasiliano lo avrebbe mai scelto come candidato se non fosse stato per l’imposizione di suo padre”, ha detto Fiori. E ha aggiunto: “Rispetto a lui, il presidente Lula è un gigante. Ha già governato il Brasile per 12 anni, vinto cinque elezioni presidenziali e combatte per le sue idee dal 1968. Prima come leader sindacale e poi come fondatore e militante del PT”, la più grande e unica organizzazione politica brasiliana che risponde al concetto classico dei partiti del ventesimo secolo. L’accademico ha messo a confronto la politica estera multipolare, sovrana e integrazionista promossa da Lula con l'“allineamento servile” con Stati Uniti e Israele, incarnato dalla candidatura dell’estrema destra, con Flavio Bolsonaro. Ha inoltre avvertito delle gravi ripercussioni che una vittoria di quest’ultimo al secondo turno avrebbe sulle dinamiche di integrazione in America Latina e sulla consolidazione del blocco BRICS.

A questo punto, diversi analisti hanno ricordato che il Brasile è troppo importante perché le sue elezioni vengano analizzate esclusivamente all’interno dei suoi confini.

È il quinto paese più grande della Terra; la sua economia è tra le 10 più grandi al mondo e il suo PIL rappresenta il 50 percento del PIL totale del Sud America. È un attore internazionale ed è il paese più industrializzato del subcontinente, uno dei fondatori dei BRICS e una delle poche nazioni del Sud Globale con una dimensione economica, territoriale, demografica e diplomatica sufficiente per intervenire nella configurazione del sistema internazionale, attualmente attraversato da una crisi acuta.

Al contrario, Flavio Bolsonaro ha fatto della sua vicinanza politica a Donald Trump e della ricostruzione di un rapporto privilegiato con Washington uno degli elementi della sua candidatura.

È in questo senso che le elezioni presidenziali brasiliane non rappresentano una semplice competizione interna, ma l’epicentro di uno scontro strategico di portata planetaria in cui la sovranità della regione è definita di fronte al potere asimmetrico e imperiale degli Stati Uniti – ora sotto il corollario Trump della Dottrina Monroe – incarnato nella Strategia di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, che ha a suo favore settori delle élite civili e militari brasiliane caratterizzati da una mentalità binaria e servile, precedentemente come borghesia dipendente e associata, e ora come nuova borghesia finanziaria internazionalizzata.

Questa dimensione assume un’importanza aggiuntiva a causa delle accuse di possibile interferenza trumpista durante il processo elettorale.

A settembre, un rapporto dell’Agenzia di Intelligence brasiliana (Abin) ha allertato la Presidenza e la Corte Superiore Elettorale riguardo a presunte azioni interventiste degli Stati Uniti. L’agenzia ha portato la possibilità di influenza e interferenza statunitense a un livello “critico” e ha parlato di “crescente pressione da parte di Washington su Brasilia”. A loro volta, un gruppo di 31 deputati statunitensi ha chiesto al governo di Donald Trump di non interferire nell’esito delle elezioni brasiliane.

Quindi non si tratta di sostituire la decisione di milioni di brasiliani con una spiegazione basata su un semplice intervento straniero. Farlo significherebbe negare le contraddizioni interne di un paese come il Brasile e la profondità sociale del risultato elettorale.

Ma sarebbe anche irragionevole ignorare che durante il suo secondo mandato Trump è intervenuto sempre più apertamente nei processi politici elettorali della regione attraverso strumenti economici, diplomatici, tecnologici e comunicativi.

Il caso del mercenario argentino Fernando Cerimedo, fondatore del quotidiano La Derecha Diario e operatore dell’ultradestra regionale, è troppo recente come espressione dell’ultima generazione di frodi elettorali – digitalmente tramite bot farm, fake news e guerra cognitiva – per ignorare questa variabile; i casi di Daniel Noboa in Ecuador, Nasry Asfura in Honduras, Rodrigo Paz in Bolivia, Alberto De la Espriella in Colombia e Keiko Fujimori in Perù ne testimoniano, in una saga che, secondo diverse indagini, sarebbe nata a Miami, Florida, roccaforte di Trump, del suo subordinato Marco Rubio e dei gusanos cubano-americano che per molti anni hanno vissuto dell’industria della controrivoluzione.

In questo senso, va notato che, a differenza del presidente argentino Javier Milei e del presidente colombiano Abelardo de la Espriella, figure marginali, senza passato politico, emersi dal nulla e improvvisamente con un linguaggio aggressivo e vuoto che si collegava al sentimento generalizzato di insoddisfazione sociale e politica nei loro paesi, Flavio Bolsonaro non è un estraneo.

Come detto prima, lui e la sua famiglia sono stati attivi nel “basso clero” della politica brasiliana per molti anni e sono una parte inseparabile del “sistema”; del peggio di quel sistema corrotto – che affermano di attaccare – per risalire politicamente, sotto la protezione dell’amministrazione Trump.

Lula è stato uno dei pochi leader mondiali che ha osato sfidare pubblicamente l’autoritarismo predatore, corrotto e plutocratico di Trump. Ma oltre alla denuncia contro Flavio e suo fratello, il deputato fuggitivo Eduardo Bolsonaro, come veri ispiratori dell’imposizione di dazi e sanzioni commerciali da parte di Trump al Brasile, e per la loro probabile influenza nella designazione del Primo Comando della Capitale e del Comando Rosso come Organizzazioni Terroristiche Straniere per favorire l’eventuale interferenza militare degli Stati Uniti nel territorio brasiliano, oggi le principali preoccupazioni di Lula riportano un nuovo elemento altamente sensibile nella già intensa convivenza stabilita con il presidente degli Stati Uniti e il suo ambizioso Segretario di Stato, Marco Rubio, che aspira a diventare il candidato repubblicano alla presidenza per succedere all’attuale occupante della Casa Bianca.

JD Vance e Peter Thiel hanno finanziato la campagna di Bolsonaro?

Secondo un dispaccio di Daniel Kersffeld su Página 12, una rinnovata espressione di interferenza politica si verificherebbe nel paese sudamericano attraverso Rockbridge Network, una rete esclusiva di donatori creata nel 2019 da Christopher Buskirk, direttore del sito nazionalista conservatore American Greatness, e JD Vance, attuale vicepresidente degli Stati Uniti, sotto l’ispirazione diretta del tecno-oligarca Peter Thiel. Considerata una società di venture capital con un focus politico – con iniziative che spaziavano dal lobbying per le aziende, finanziamenti per candidati, influenza diretta nei media e/o mobilitazione elettorale – Rockbridge ha avuto come uno dei suoi primi successi l’elezione di Vance come senatore nel 2022 e poi è riuscita a imporlo come compagno di corsa del magnate immobiliare per un secondo mandato e ha anche in Donald Trump Jr., figlio dell’attuale presidente, uno dei suoi membri più noti e influenti.

Oltre il suo raggio focalizzato sugli Stati Uniti, la fondazione di Thiel e Vance (che competeranno con Rubio per il seggio presidenziale nello Studio Ovale) ha avviato una politica di espansione internazionale, e l’interesse per l’economia leader del Sud America è evidente, soprattutto nel mezzo della intensa corsa globale per infrastrutture di intelligenza artificiale tra Stati Uniti e Cina. Secondo Kersffeld, i rappresentanti del gruppo Rockbridge hanno già avuto contatti diretti con uomini d’affari e politici brasiliani e, soprattutto, con il candidato di estrema destra Flavio Bolsonaro per garantirne l’inserimento nella scena economica brasiliana.

Allo stesso modo, i sospetti puntano sul finanziamento della sua campagna politica. Il caso assume una particolare gravità perché i contributi economici esteri nelle campagne elettorali, direttamente o indirettamente, sono vietati in Brasile, quindi c’è già una richiesta di indagine alla Corte Suprema Federale.

Secondo l’articolo della Página 12, il legame tra Rockbridge e Flavio Bolsonaro sembra essere piuttosto consolidato. Un memorandum strategico intitolato “Alleanza per la Prosperità” e redatto da André Marinho, candidato governatoriale di Rio de Janeiro per il Novo Party, vicino al candidato di estrema destra, spiega come funzionerebbe un’alleanza USA-Brasile per l’esplorazione di minerali critici e terre rare.

Il documento afferma che un governo Bolsonaro si allontanerebbe dalla Cina e posizionerebbe il Brasile come uno dei tre principali fornitori mondiali di minerali critici, posizionandolo come principale centro di lavorazione dell’emisfero occidentale e come anello chiave nelle catene di approvvigionamento allineate con gli Stati Uniti. Soprattutto nei settori della difesa, dell’energia e dell’intelligenza artificiale.

Il Brasile ha 21 milioni di tonnellate di giacimenti di terre rare, ma nel 2025 aveva la capacità di estrarne solo circa 2.000 tonnellate, il che rivelerebbe un ampio divario tra le riserve e la produzione di queste risorse strategiche. Il 20 aprile, la società USA Rare Earth – in cui il governo degli Stati Uniti possiede il 10 percento delle sue azioni tramite il Pentagono – ha acquisito il gruppo brasiliano Serra Verde, proprietario dell’unica miniera che sfrutta terre rare in Brasile.

Con questa acquisizione per 2,8 miliardi di dollari, il nuovo proprietario aspira a sfruttare 6.400 tonnellate all’anno e diventare un leader mondiale nella produzione di magneti, utilizzati soprattutto nei sistemi di guida missilistica e in altre armi specializzate. Il governo di Lula cercò di bloccare quell’operazione commerciale e il 2 settembre il Congresso brasiliano approvò una legge per preservare le riserve di minerali critici e terre rare. Se l’attuale presidente verrà rieletto, è possibile che la vendita di Serra Verde venga rivista.

La sfida per Lula, il PT e il progressismo brasiliano è enorme, ancor di più, sotto il rischio che il governo Trump ignori i risultati se, al secondo turno, il favorito sarà l’attuale presidente. Lula dovrà contare su nuove alleanze eterogenee e su un solido sostegno sociale ed economico a livello nazionale, ma anche internazionale, per affrontare la tempesta estremista e regressiva che, proveniente dal nord e da un paio d’anni ormai, si sta preparando contro uno dei pochi baluardi del centro-sinistra a livello globale.

Nel dicembre 1971, il presidente Richard Nixon pronunciò la frase “dove va il Brasile, andrà l’America Latina”. All’epoca, il subcontinente era infettato da dittature civico-militari. Cinquantacinque anni dopo, la regione ha governi di destra di un nuovo tipo. Il Brasile è scomparso. L’aritmetica gioca a favore di Flavio Bolsonaro, quindi se trionfa al secondo turno, ciò che fino ad allora era una tendenza diventerà l’ordine del prossimo decennio.

Con Cuba sotto un assedio genocida del petrolio da parte del Pentagono, il Messico di Claudia Sheinbaum rimarrebbe un’eccezione isolata, e la questione cesserebbe di essere dove andrà la regione ma diventerà quanto durerà. Tuttavia, il Brasile non ha ancora finito di scegliere verso quale direzione inclinarsi.

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16/10/2026

«Le sanzioni sono frutto del declino degli Stati Uniti»

Prima le sanzioni finanziarie contro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, e contro alcuni giudici della Corte penale internazionale. Poi, il 26 agosto, il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito nella sua lista nera anche Autistici/Inventati, il collettivo italiano che dal 2001 offre servizi digitali ad attivisti e associazioni. Una decisione che ha costretto Banca Etica a sospendere e poi chiudere il conto dell’associazione, per non incorrere a sua volta nelle sanzioni. La sottomissione europea ai diktat del comparto politico-finanziario americano sembra evidente.

Come siamo arrivati a questo punto? E come uscirne? Lo chiediamo a Emiliano Brancaccio, professore di economia politica all’Università Federico II di Napoli e autore del recente saggio Libercomunismo (Feltrinelli), che sta suscitando ampio dibattito sui media e nelle istituzioni. 

Professor Brancaccio, nel suo ultimo libro lei sostiene che nulla possiamo capire di quest’epoca se non la colleghiamo alla «crisi del debito statunitense che porta al declino del vecchio ordine mondiale a guida americana». Eppure la lunga mano degli Stati Uniti si avverte ancora. L’Ofac, l’ufficio del dipartimento del Tesoro che gestisce le sanzioni, colpisce con misure sempre più dure personalità, banche, associazioni e istituzioni fuori dai confini americani. Come si spiega?

Più il vincolo del debito americano morde, più il declino del vecchio ordine mondiale si accentua, più la reazione degli Stati Uniti diventa aggressiva. E accentua la militarizzazione dei rapporti commerciali e finanziari con gli altri Paesi. Le cosiddette sanzioni finanziarie imposte dall’Ofac sono un caso emblematico. All’inizio del secolo erano appena novecento, oggi sono più di novemila, in larghissima misura extra-territoriali. Il più delle volte sono spacciate come “sanzioni” contro cosiddetti “terroristi” e simili. Ma la verità è che si tratta di meccanismi di pressione che rientrano nella grande svolta della politica economica americana: dal vecchio globalismo dei tempi gloriosi a un nuovo protezionismo commerciale e finanziario, unilaterale e sempre più minaccioso.

Lei sta dicendo che la lotta al “terrorismo” e simili è una scusa?

L’Ofac ha bloccato l’alluminio russo, il petrolio venezuelano, i semiconduttori cinesi, con giustificazioni che andavano dalla lotta agli oligarchi che facevano malign activities, al contrasto al traffico di droga, alla difesa degli uiguri. E così via. Queste sanzioni, guarda caso, sono cresciute man mano che il debito americano verso l’estero aumentava. E diventava sempre più difficile controllarlo in condizioni di libero mercato. La verità è che l’Amministrazione americana utilizza questi “nobili” pretesti per nascondere i suoi veri obiettivi: governare il declino del capitalismo americano e cercare di preservare un perimetro egemonico almeno su un pezzo di mondo. Con tutti i mezzi.

Vale anche per il caso di Banca Etica?

Il boom delle sanzioni di Ofac funziona un po’ come una pesca a strascico. Hanno una precisa rotta politica ma poi tirano nella rete anche un mucchio di gente che c’entra ben poco. Il caso di Banca Etica fa parte del mucchio. La banca ha dovuto chiudere il conto di Autistici/Inventati accusati dagli Stati Uniti di fornire infrastrutture digitali al Partito comunista curdo e ad altre organizzazioni dell’estrema sinistra definita “violenta”.

Una esagerazione alquanto grottesca. Che però, se ci pensiamo bene, rientra in un progetto che fa proprio dell’indistinta rozzezza la sua cifra politica. Insomma, per l’amministrazione americana non è più tempo di indugiare nei distinguo. C’è da stringere le maglie intorno a tutti i vari tipi di cellule ribelli, che in un modo o nell’altro disturbino il ridisegno dei perimetri dell’egemonia, dall’Europa al Medio Oriente.

È un altro effetto del cosiddetto friend shoring. Ossia, della netta separazione che ormai gli americani fanno tra “amici” e “nemici”. È una politica che non ammette più sfumature, che non contempla più tolleranze. Persino i più piccoli dissidenti delle più remote periferie vanno schiacciati. Anche bloccando gli accessi ai conti bancari, se serve. È successo nella Germania nazista come nell’apartheid in Sud Africa. Ora accade nell’Occidente filo-americano, che ancora si ostina a definirsi “liberale”.

C’è chi sostiene che Banca Etica avrebbe dovuto tirare dritto, senza bloccare il conto di Autistici/Inventati. Che ne pensa?

Ipotesi donchisciottesca. In casi non dissimili, l’Ofac ha applicato sanzioni secondarie tali da impedire qualsiasi intermediazione con il sistema finanziario americano. Con effetti dirompenti sulle più banali operatività delle banche colpite. Un decoupling finanziario dall’America può avvenire, ma solo su basi politiche. Servono prese di posizione, leggi, regolamenti, infrastrutture digitali.

Ma come si costruisce un decoupling politico europeo? L’euro digitale è sicuramente una prima risposta, ma forse non basta. È vero che la Bce punta a infrastrutture digitali europee. Ma possono essere sufficienti in un mondo in cui la dipendenza anche tecnologica dagli Stati Uniti è fortissima?

Non è un problema di ordine tecnologico. È un problema di coordinamento politico. Per citare un esempio, l’Europa non ha ancora una sua carta di credito perché la frammentazione tra i singoli Stati ha impedito la formazione di un gigante oligopolista all’altezza dei fornitori americani. Ma soprattutto, l’Europa non ha una politica estera comune che consenta di scegliere dinanzi al bivio imposto dagli americani. Ossia, o i Paesi europei subiscono passivamente la svolta protezionista degli Stati Uniti, accettando tutte le cosiddette sanzioni e le altre conseguenze. Oppure reagiscono a quella svolta con una risposta coordinata, apertamente antagonistica al friend shoring americano.

In che direzione si stanno muovendo i Paesi europei?

Per adesso gli europei stanno subendo. Per il futuro, la crisi dell’ordine si accentuerà. Gli Stati Uniti cercheranno di scaricare ancor più i loro problemi sugli alleati europei. Le tensioni atlantiche aumenteranno. Gli esiti non sono ancora scritti.

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