Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/07/2026

Guerra algoritmica, sovranità digitale e costruzione di immaginario

di Gioacchino Toni

Arturo Di Corinto, Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, Prefazione di Roberto Baldoini, Luiss University Press, Roma, 2026, pp. 220, € 22,00

Risulta ormai evidente come l’importanza assunta dalle tecnologie digitali nell’esercizio del potere contemporaneo abbia di fatto esteso all’ambito tecnologico la competizione internazionale tradizionalmente riservata ai piani commerciale e militare.

Essendo estremamente difficile pensare che un’entità nazionale possa raggiungere la piena autosufficienza tecnologica – che presupporrebbe la totale autonomia progettuale, la forza per imporre standard globali di funzionamento, il completo controllo delle infrastrutture e dei mercati necessari alla distribuzione e all’utilizzo delle tecnologie, oltre che la disponibilità dei materiali necessari – ecco dunque presentarsi in tutta la sua rilevanza il problema della sovranità digitale affrontato da Arturo Di Corinto nel volume Guerra profonda (Luiss, 2026).

Ogni Paese che ambisca al mantenimento di un ordinamento democratico si trova oggi a fare i conti sia con un livello crescente di dipendenza tecnologica da sistemi progettati e governati secondo logiche disinteressate ai principi democratici sia con una concentrazione di potere tecnologico nelle mani di poche corporation globali private. A fronte di tale contesto, il volume di Arturo Di Corinto mette in luce come cybersicurezza, informazione digitale e nuove tecnologie stiano ridefinendo profondamente le dinamiche contemporanee del conflitto e della competizione internazionale.

La guerra contemporanea è combattuta con algoritmi, satelliti e troll farm, il che ha esteso il campo di battaglia a device digitali, social e banche dati. Una guerra che ricorre a «software e algoritmi, intelligenza artificiale, dispositivi informatici e piattaforme digitali per sviluppare strategie politiche ed economiche, ma anche interventi militari, operazioni cibernetiche e di influenza informativa» (p. 22). Una guerra algoritmica, la definisce Di Corinto, in quanto basata sulla «capacità di macchine “intelligenti” di raccogliere e analizzare enormi quantità di dati, prendere decisioni, e agire in modi che sopravanzano le capacità umane in termini di velocità e complessità, estraendo informazioni generate da personal media e social network e arruolando le Big Tech nei conflitti moderni che usano gli utenti di Internet come terminali di senso e soldati passivi nella guerra dell’informazione» (p. 22).

Una volta delineata l’importanza assunta dalla sovranità digitale nel contesto contemporaneo e spiegato come ogni guerra possa dirsi ibrida, in quanto disposta a ricorrere ad ogni mezzo necessario per avere la meglio sul nemico, dalle armi da fuoco alla manipolazione dell’informazione, Di Corinto approfondisce i concetti di guerra cibernetica, guerra algoritmica, guerra cognitiva, spiega le differenze tra infowar, netwar e cyberwar, evidenzia il coinvolgimento dei civili nei conflitti cibernetici, tratteggia l’evoluzione dell’hacktivism come fenomeno sociale per poi illustrare il ruolo di hacker e hacktivisti nei conflitti russo-ucraino e mediorientale, a riprova di come il mondo cyber sconfini nel mondo fisico.

Quando si parla di cyberwar si fa riferimento agli attacchi informatici finalizzati a danneggiare le risorse della nazione nemica: si tratta,  dunque, sottolinea Di Corinto, di una guerra ibrida che oltrepassa l’ambito cyber coinvolgendo i domini di terra, mare, cielo e spazio impattando sull’economia, sulla politica e sull’informazione, e che arruola i civili, singoli od organizzati, rendendoli attivamente protagonisti trasformandoli in «terminali di una rete di produzione di senso e di intervento attivo nei conflitti» (p. 50). Ogni conflitto cyber impatta sullo spazio cognitivo del nemico, dunque l’informazione, sia giornalistica sia delle reti sociali, assume un ruolo centrale nella sua conduzione.

Per quanto la disinformazione nasca ben prima dell’era digitale, è innegabile che il fenomeno si sia ampliato a dismisura con l’avvento dell’informazione digitalizzata, del web e dell’intelligenza artificiale impattando in maniera inedita sull’opinione pubblica e sulla stabilità sociale. In un contesto in cui proliferano fake news e realtà alternative, l’opinione pubblica tende a essere modellata più dagli impulsi emotivi, dalle credenze personali e dalle relazioni sociali (soprattutto digitali). Questo alimenta un meccanismo psicologico di conferma delle informazioni acquisite prescindendo dall’oggettività e dalla verificabilità dei fatti. Inoltre, il ricorso preferenziale alle sintesi prodotte dai sistemi di intelligenza artificiale per l’informazione e la formazione personale risente dell’autoreferenzialità di un sistema IA che spesso elabora le sue risposte a partire da informazioni prodotte da altri sistemi di IA, contribuendo a plasmare un immaginario collettivo incurante dell’attendibilità delle fonti e dell’oggettività e verificabilità dei dati su cui si struttura.

La guerra algoritmica, come detto, è una guerra ibrida combattuta anche a livello cognitivo che, alla luce del ruolo di primo piano giocato dalle grandi corporation tecnologiche private, mette gli Stati di fronte al problema della sovranità digitale. In particolare, quando si parla di guerra cognitiva, scrive Di Corinto, si fa riferimento allo «sfruttamento dell’opinione pubblica, da parte di un soggetto esterno, allo scopo di influenzare le politiche pubbliche e governative e destabilizzare le istituzioni pubbliche» (p. 87). Tale tipo di guerra ha lo scopo di intervenire sui processi cognitivi, sulla percezione pubblica e individuale degli eventi generando paura, malcontento, frustrazione e rabbia causando proteste, rivolte, instabilità sociale e politica.

Esempi di guerra cognitiva, almeno a parere di chi scrive, si possono individuare nelle cosiddette rivoluzioni colorate supportate, quando non orchestrate direttamente, da forze occidentali, soprattutto statunitensi, in alcuni Paesi post-sovietici ma anche, a livello interno – si potrebbe parlare in questo caso di guerra civile cognitiva – nella costruzione da parte dell’alt-right statunitense dell’immaginario da cui è derivato l’assalto a Capitol Hill del 2021.

Si parla di propaganda computazionale quando l’attività di propaganda e disinformazione viene attutata attraverso i mezzi digitali – piattaforme, social, Llm... – per diffondere narrative interamente o parzialmente false, sfruttando «i limiti attenzionali e le euristiche di scelta collegate alla selezione dell’informazione attraverso la diffusione personalizzata di messaggi emotivamente allarmanti, minacce reali o immaginarie e teorie del complotto che catturano l’attenzione più di altri contenuti» (p. 101).

Per quanto la propaganda computazionale nasca e si dispieghi nell’ambiente digitale, sottolinea Di Corinto, i suoi effetti sono spesso amplificati dai media tradizionali che, più o meno volontariamente, contribuiscono a collocarla all’interno dell’agenda mediatica ufficiale fornendole autorevolezza. Paradossalmente, la ripresa da parte dei media tradizionali della propaganda veicolata da media che, spesso, si presentano come alternativi ad essi, crea un cortocircuito utile alla diffusione di quei contenuti anche in ambienti originariamente restii ad accettarli.

Di Corinto si sofferma anche sulle differenze tra infowar, netwar e cyberwar. Con infowar si fa riferimento a un concetto di ambito militare fatto proprio, negli anni Novanta, dagli attivisti politici per indicare la diffusione di comunicazione alternativa attraverso il web, mentre con netwar si indica il ricorso alla rete da parte degli attivisti per praticare azioni di disobbedienza e di interferenza sociale. Se infowar e netwar, spiega l’autore, hanno a che fare con pratiche di conflitto tipiche dell’hacktivism, ben diverso è il caso della cyberwar. Quest’ultimo termine si riferisce alla guerra cibernetica,

cioè una guerra che si tiene nel cyberspace e che usa l’informatica, la cibernetica e le reti di comunicazione al pari di armi convenzionali, per definizione appannaggio degli Stati e degli eserciti. La cyberwar punta a smantellare i sistemi di comando, controllo e comunicazione del nemico in una maniera intenzionale e pianificata impiegando ingenti risorse computazionali centralizzate e facendo uso di cyber-armi come backdoor, botnet, malware, software exploit e virus trojan (p. 117).

A differenza della netwar che, per il suo carattere discontinuo e asimmetrico, rappresenta una forma di guerriglia portata sul web, la cyberwar si caratterizza per gli attacchi informatici contro uno Stato-nazione capaci di produrre danni significativi sia in termini di messa fuori uso di sistemi informatici vitali per il Paese, che in termini di vite umane, soprattutto civili.

L’autore sottolinea come nel parlare di hacktivism si faccia riferimento a una pratica decisamente mutata nel corso del tempo: si è infatti passati dalle azioni di gruppi decentralizzati, destrutturati e dalla composizione variegata che, per quanto spesso focalizzati su una causa specifica, mirano in qualche modo al cambiamento sociale, a gruppi strutturati e organizzati, dotati di tecnologie sofisticate, supportati, sebbene raramente in maniera esplicita, direttamente dai governi. Si tratta, insomma, di veri e propri gruppi mercenari al soldo di chi può permetterseli.

Alla luce del ruolo assunto da questo nuovo tipo di hacker e hacktivisti nei conflitti ibridi russo-ucraino e mediorientale, ricostruito dall’autore, emerge con forza il problema centrale su cui insiste il volume: quello della sovranità digitale dei singoli Paesi. L’hacktivism contemporaneo entra prepotentemente nelle guerre guerreggiate in un contesto in cui si afferma la guerra cognitiva.

Ogni società ricorre infatti a delle narrazioni per fare progredire i gruppi sociali che la compongono verso mete utili alla collettività. […] La creazione di consenso attorno a queste narrazioni si basa su storie condivise e la loro forza dipende dall’innesco di meccanismi psicologici. Questi principi sono manipolati costantemente da specifici attori. La propaganda è una forma di narrazione e condivisione di storie collettive, mentre la disinformazione si basa su distorsioni narrative, bias psicologici e tecnologie persuasive. Con l’avvento del digitale e dei social network è più facile propagandare narrazioni vere, false o inventate. […] È l’apoteosi dei servizi di intelligence che operano secondo la logica delle Misure attive, l’insieme di strumenti volti a manipolare la percezione di un target, per portare il loro attacco, l’attacco alla mente (p. 172).

Lungi dall’essere appannaggio di regimi totalitari reali o immaginati dalle fiction del passato, oggi la disinformazione di massa ha assunto una dimensione industrializzata, apparentemente democratizzata dall’intelligenza artificiale, accessibile a chi voglia hackerare non tanto un sistema informatico, ma la percezione della realtà, l’immaginario.

Guerra profonda offre una riflessione sul rapporto tra tecnologia, informazione e potere, evidenziando come le pratiche di hackeraggio, disinformazione e i sistemi automatizzati abbiano assunto centralità nei conflitti del nuovo millennio. Di Corinto, anche alla luce del suo ruolo di consigliere dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, pone in evidenza il problema della sovranità digitale, per chi invece voglia affrontare il complesso contesto delineato dall’autore in un’ottica votata al cambiamento sociale si tratta di vedere come farlo.

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16/06/2026

L’IA non è roba loro, il Governo convochi le parti sociali

L’accelerazione prodotta dal Governo sull’utilizzo della IA, attraverso l’emanazione di due decreti legislativi, mette in chiaro la portata dei cambiamenti che porta in sé questa nuova tecnologia, nonché i rischi ad essa connessi, e la necessità urgente di un tavolo di confronto con le parti sociali che non sia un mero adempimento burocratico.

Lavoro, istruzione, alta formazione e ricerca, sicurezza, sanità, giustizia, sono solo alcuni dei campi sui quali, legittimamente, il Governo intende regolamentare l’utilizzo della IA, ma non sfuggirà a nessuno che rappresentano settori strategici delle politiche pubbliche nei quali si svolgono funzioni essenziali dello Stato e della collettività. Conseguentemente la strada della decretazione senza confronto non è minimamente sostenibile.

I rischi di un’ulteriore implementazione delle politiche repressive e securitarie, a danno dei soggetti protagonisti dei conflitti sociali o delle categorie più esposte come ad esempio i migranti, è molto concreto e va assolutamente scongiurato. E non è pensabile che ad avere funzioni di garanzia siano comitati o agenzie quali l’AGINT e l’ACN entrambe alle dirette dipendenze del Governo.

Sul tema lavoro in particolare è indispensabile aprire un confronto serio sui livelli occupazionali, sull’aumento del lavoro nell’intensità e nel tempo e sul plus valore che si produrrà con questo salto tecnologico, nel quale le conoscenze, le competenze di lavoratrici e lavoratori saranno un elemento fondamentale per l’addestramento degli strumenti di IA. In tal senso, affinché il prodotto di questa “rivoluzione tecnologica” non si traduca in uno strumento finalizzato all’aumento di profitto per il capitale, ma restituisca un’idea di progresso in termini complessivi di società, riteniamo indispensabile che nell’agenda politica del Parlamento trovi posto come priorità una proposta di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario.

Alcuni contratti di lavoro, come quello recentemente siglato per le Funzioni Centrali del pubblico impiego, introducono alcuni strumenti di regolamentazione, totalmente o quasi demandati ai contratti di secondo livello. Ma senza una cornice generale che fissi alcuni principi e raccolga le istanze che vengono dal mondo del lavoro, l’IA rimarrà strumento agito nell’interessi di pochi super ricchi che già dominano la scena internazionale.

Da questo punto di vista, il peso che ha ormai assunto il settore militare nelle priorità di politica economica e nella diplomazia, lo pone centrale anche per quanto concerne l’impiego dell’IA in funzione di un potenziamento degli strumenti offensivi e distruttivi. La nostra opposizione all’impiego di risorse lavorative ed economiche per questi scopi, per di più con partner oltremodo inaccettabili, come lo stato terrorista di Israele, è ferma e senza possibilità di compromessi.

C’è poi il tema della sostenibilità ambientale di una tecnologia che rischia di avere un impatto enorme a causa della quantità di acqua che richiede ai fini del raffreddamento dei server, nonché quello del consumo energetico e delle fonti con cui approvvigionare i data center, oppure scegliere gli strumenti a basso consumo che stanno emergendo fuori dal panorama statunitense.

Sullo sfondo di tutto questo e degli altri infiniti aspetti dell’applicazione della IA nei singoli specifici settori, c’è il tema della riservatezza dei dati e del controllo sull’utilizzo che ne verrà fatto dai proprietari degli agenti e dagli sviluppatori degli algoritmi. In questo senso il partenariato stretto con Israele sulla cybersicurezza potrebbe dare accesso ad uno Stato che abbiamo visto essere capace di genocidi, nonché di azioni terroristiche, ad una infrastruttura strategica. A nostro avviso tutto questo, oltre a rafforzare la richiesta di interruzione delle relazioni con Tel Aviv, apre ad ulteriori considerazioni sui pericoli e sulle criticità che le innovazioni tecnologiche a carattere strategico come l’IA hanno per le scelte che il Paese compie in un contesto geopolitico in continuo mutamento e dove la NATO e l’UE assumono un profilo sempre più bellicista e reazionario.

C’è troppo in gioco perché vengano escluse le rappresentanze sociali dai livelli decisionali. Per questo USB chiede al Governo l’apertura immediata di un tavolo generale di confronto a Palazzo Chigi e tavoli tematici nei singoli ministeri.

Unione Sindacale di Base

23/05/2026

Tanti no all’imperialismo sanitario USA in Africa. Il piano di Trump vacilla

Dopo i tagli a USAID (strumento di soft Power di Washington) e l’addio all’OMS, la strategia sulla sanità internazionale della Casa Bianca è stata rimodulata nell’America First Global Health Strategy. Fondata su rapporti bilaterali, invece che su una cornice multilaterale, è un’altra forma di “predazione” a cui molti paesi africani stanno dicendo no.

Con l’inizio del suo secondo mandato, The Donald ha promosso un approccio che, propagandisticamente, viene detto favorire una maggiore trasparenza e maggiore centralità ai governi locali. Nella realtà, è un modo per vincolare aiuti necessari a intese commerciali e minerarie che fanno gli interessi statunitensi.

Dopo una prima ondata di oltre trenta intese preliminari (di cui almeno 18 formalizzate, in genere quinquennali e di cui i testi sono per lo più segreti) il meccanismo ha però iniziato a incepparsi con vari paesi. Il segnale di rottura più forte è arrivato dal Ghana.

Nei primi mesi del 2026, l’intesa tra Accra e Washington sembrava ormai cosa fatta: un piano da 109 milioni di dollari erogati dagli USA per specifici interventi sanitari sul territorio. Tuttavia, dallo scorso febbraio, il governo del presidente John Dramani Mahama ha iniziato a frenare, sollevando forti perplessità sul testo dell’accordo.

Di fronte ai tentennamenti ghanesi, la Casa Bianca ha tentato la linea dura fissando un ultimatum per la firma definitiva. La risposta è arrivata il 24 aprile, giorno della scadenza: nessun via libera. Alla base del rifiuto c’è una formula di “estrattivismo” che è segno dei tempi: quello dei dati, in questo caso sanitari.

Il timore che sul piatto finisse l’accesso alle cartelle cliniche e ai dati sensibili dei pazienti ghanesi, creando un immenso database sanitario sotto il controllo statunitense, alla fine ha portato Accra a dire di no. Altri accordi prevedevano la condivisione delle cartelle cliniche, dei test diagnostici e di campioni di agenti patogeni a maggior rischio di contagio.

Su una sorta di sfruttamento dei paesi in via di sviluppo come serbatoi di patogeni per le grandi compagnie farmaceutiche occidentali c’è un dibattito che va avanti da almeno vent’anni. Ma mettere le mani sui dati sanitari significa anche garantirsi un vantaggio competitivo enorme rispetto ai concorrenti europei e asiatici sulle nuove frontiere delle discipline biotecnologiche.

Come evidenziato da Oladoyin Odubanjo, segretario dell’Accademia nigeriana delle scienze, “l’ingrediente fondamentale per sviluppare l’intelligenza artificiale che avrà un impatto sulla ricerca e sullo sviluppo di vaccini, trattamenti e persino armi biologiche e antidoti, sono i dati”. Ovviamente, ai paesi africani non viene offerta alcuna garanzia di accesso ai farmaci derivati da queste ricerche.

Il Ghana non è un caso isolato, ma la punta di un iceberg. La trattazione bilaterale svantaggia gli stati africani di fronte al gigante americano. E alla fine le preoccupazioni sulla sovranità digitale e sulla privacy dei cittadini stanno spingendo diversi paesi del continente a rompere con Washington.

È il Kenya che ha sollevato per primo l’allarme. L’intesa siglata con gli States prevedeva 1,6 miliardi di dollari in 5 anni in cambio dell’accesso illimitato ai dati sanitari dei cittadini. Nonostante la firma di Nairobi lo scorso anno, il ricorso di diverse associazioni di consumatori locali ha spinto la Corte Suprema keniana a sospendere temporaneamente l’efficacia dell’accordo.

A seguire il Kenya c’è stato lo Zimbabwe, che ha rispedito al mittente la proposta di collaborazione sanitaria di Washington, giudicando le condizioni inaccettabili. In particolare, è stato proprio l’uso dei dati medici come leva ad essere stato indicato come una linea rossa invalicabile.

Per ora, i funzionari della Casa Bianca gettano acqua sul fuoco e minimizzano la portata della fronda africana. Da Washington ricordano che i memoranda sottoscritti esprimono un volume complessivo di investimenti già concordati che sfiora i 12 miliardi di dollari. Ma le crepe in questo nuova forma di neocolonialismo ci sono, e con le politiche guerrafondaie degli USA potrebbero ampliarsi.

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06/05/2026

Le tecnologie cloud svolgono un ruolo determinante nell’organizzazione del lavoro

Per anni il cloud è stato raccontato come qualcosa di etereo, quasi neutro: una “nuvola” dove finiscono dati e applicazioni per far funzionare meglio aziende, servizi e pubbliche amministrazioni. Oggi quella nuvola ha un peso molto concreto. Decide dove si investe, chi lavora, con quali competenze e a quali condizioni. E soprattutto decide chi comanda.

In Europa, oltre il 60% del cloud è controllato da tre giganti statunitensi. Anche quando i server sono fisicamente sul territorio europeo, le piattaforme, il software e le scelte strategiche restano legate a interessi e leggi extra UE. È questo squilibrio che ha spinto Bruxelles a parlare sempre più esplicitamente di “sovranità digitale”.

Ma dietro la parola “sovranità” non c’è solo il tema dei dati: c’è il futuro del lavoro in settori chiave come le telecomunicazioni.

Nel mondo TLC il cloud non è un’opzione tecnica fra tante. È diventato la base stessa delle reti, dei sistemi informativi, dei centri di controllo, della sicurezza informatica, dei servizi digitali e del customer care. Chi controlla il cloud controlla i processi e, sempre più spesso, anche l’organizzazione del lavoro: carichi, ritmi, priorità, strumenti di monitoraggio. Le decisioni non passano più solo dalle direzioni aziendali locali, ma da piattaforme globali che fissano standard uguali per tutti.

Il risultato è sotto gli occhi di chi lavora nel settore. Le aziende di telecomunicazioni hanno accelerato la migrazione verso i cloud delle Big Tech, riducendo competenze interne e aumentando esternalizzazioni e subappalti. Il lavoro IT viene spezzettato in progetti, appaltato a catena, misurato attraverso KPI e algoritmi decisi altrove. La promessa di efficienza si traduce spesso in precarietà, reperibilità continua e perdita di controllo sui tempi di lavoro.

È in questo contesto che nasce e va letto il progetto Gaia‑X, forse l’iniziativa più ambiziosa – e più fraintesa – dell’Unione Europea sul cloud. Gaia‑X non è un “AWS europeo” e non vuole esserlo. Non costruisce data center, non vende servizi. Il suo obiettivo è più politico che tecnologico: scrivere delle regole comuni per il funzionamento del cloud e dello scambio dati in Europa.

In pratica, Gaia‑X tenta di definire una sorta di “costituzione del cloud”: criteri di interoperabilità, portabilità, trasparenza, controllo giuridico e sicurezza che i fornitori devono rispettare se vogliono operare in settori sensibili. L’idea è semplice, almeno sulla carta: evitare che chi entra in una piattaforma ne resti prigioniero, rendere verificabile chi controlla davvero i dati e garantire che le infrastrutture critiche rispondano alle regole europee.

Negli ultimi due anni, Gaia‑X ha fatto un passo avanti importante, anche se poco visibile fuori dagli addetti ai lavori. Con l’introduzione del cosiddetto Trust Framework e delle Digital Clearing Houses, il progetto è entrato in una fase più concreta. Non si tratta di autocertificazioni, ma di meccanismi pensati per verificare se un servizio cloud rispetta determinati requisiti di sovranità, trasparenza e reversibilità. È qui che la sovranità smette di essere uno slogan e prova a diventare un criterio misurabile.

Il percorso di Gaia‑X è complesso, rallentato da burocrazia e dalla presenza dei principali hyperscaler statunitensi, che l’Europa cerca di bilanciare. Questo evidenzia il loro impatto sul mercato. Recentemente, si sottolinea che la dipendenza da provider non UE per infrastrutture critiche e sovranità rimane irrisolta.

Intanto la Commissione europea ha iniziato a usare l’unico strumento che davvero incide sul mercato: gli appalti. Le recenti gare sul cloud “sovrano”, con criteri vincolanti su controllo dei dati, giurisdizione legale e catena di fornitura, hanno un valore che va oltre le cifre in gioco. Segnalano che Bruxelles intende orientare investimenti e filiere, spingendo anche i grandi provider globali a separare offerte, personale e architetture per rispondere alle regole europee.

Per il lavoro nelle telecomunicazioni, tutto questo non è un dettaglio. Standard aperti e interoperabili possono significare competenze meno dipendenti da singole piattaforme proprietarie. Filiere più tracciabili possono ridurre esternalizzazioni opache e dumping contrattuale. Data center e servizi radicati sul territorio europeo possono tradursi in occupazione più stabile e qualificata.

Ma il risultato non è scontato. Se il cloud europeo resta solo un’etichetta applicata agli stessi modelli industriali di prima, nulla cambierà davvero. I carichi resteranno gli stessi, le decisioni continueranno a essere prese altrove, il lavoro resterà frammentato.

La sovranità, in questo caso, sarebbe solo di facciata.

Il punto, allora, non è tecnologico. È politico e sociale. Il cloud non è più invisibile: attraversa ogni settore strategico e decide una parte crescente delle condizioni di lavoro.

La vera domanda che l’Europa si trova davanti è semplice e scomoda allo stesso tempo: questa infrastruttura verrà governata nell’interesse collettivo o continuerà a rafforzare un potere concentrato fuori dal controllo di chi lavora e dei territori?

Nel settore IT e TLC la risposta a questa domanda non riguarda solo i dati. Riguarda il futuro del lavoro digitale europeo.

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01/05/2026

L’Europa alla conquista dell’orbita. Politica spaziale e autonomia strategica

Nel 2026 la politica spaziale europea non può più essere considerata un semplice settore della ricerca scientifica o dell’innovazione tecnologica. Lo spazio è diventato uno dei terreni centrali della competizione globale tra potenze, un’infrastruttura strategica decisiva per il controllo economico, militare e politico del Pianeta. Satelliti, telecomunicazioni, sistemi di navigazione, osservazione terrestre, cybersicurezza, dati climatici, internet orbitale, tecnologie dual use e programmi lunari costituiscono ormai una parte essenziale dell’architettura del potere contemporaneo.

Per comprendere la traiettoria della politica spaziale europea occorre allora inserirla dentro la trasformazione storica in corso: la crisi della globalizzazione liberista e il ritorno della competizione tra blocchi imperiali.

Per circa trent’anni l’Unione Europea ha rappresentato soprattutto un gigantesco spazio economico integrato all’interno dell’ordine occidentale guidato dagli Stati Uniti. La sua funzione principale era quella di polo commerciale e finanziario del capitalismo globale, fondato sulla liberalizzazione dei mercati, sulle catene internazionali del valore, sulla dipendenza energetica esterna e sulla subordinazione strategica alla NATO. In quella fase lo spazio appariva soprattutto come terreno di cooperazione scientifica e sviluppo industriale.

La situazione cambia radicalmente con l’accelerazione delle contraddizioni geopolitiche mondiali: guerra commerciale USA-Cina, crisi energetica, pandemia, guerra in Ucraina, militarizzazione tecnologica, frammentazione delle filiere globali, competizione sui semiconduttori e sulle infrastrutture digitali. Dentro questa transizione, l’Unione Europea scopre improvvisamente la propria vulnerabilità strategica.

La guerra in Ucraina ha avuto un ruolo decisivo in questa presa di coscienza. Il conflitto ha mostrato che le infrastrutture spaziali sono ormai parte integrante della guerra contemporanea. Starlink, la rete satellitare di SpaceX, è diventata uno strumento fondamentale per le comunicazioni militari ucraine, per il coordinamento tattico, per i droni e per la trasmissione dati. Per la prima volta una corporation privata americana ha esercitato un’influenza diretta sugli equilibri operativi di una guerra interstatale.

Per le classi dirigenti europee questo episodio ha rappresentato uno shock geopolitico enorme. È emersa con chiarezza la dipendenza europea dagli Stati Uniti nelle infrastrutture spaziali, digitali e satellitari. Da quel momento la questione dello spazio è diventata una questione di sovranità.

La svolta politica si formalizza col Regolamento (UE) 2021/696, che istituisce il Programma Spaziale dell’Unione Europea per il periodo 2021-2027. Per la prima volta Bruxelles integra dentro un’unica cornice Galileo, EGNOS, Copernicus, GOVSATCOM e Space Situational Awareness (SSA), con un budget superiore ai 14 miliardi di euro. Ma il dato decisivo non è soltanto finanziario.

È il linguaggio politico del regolamento: autonomia strategica, resilienza, sicurezza, protezione delle infrastrutture critiche, competitività. Lo spazio viene ufficialmente inserito dentro la costruzione della potenza europea.

Galileo rappresenta uno dei casi più significativi di questa trasformazione. Presentato ufficialmente come sistema civile di navigazione satellitare, Galileo nasce in realtà da un’esigenza geopolitica precisa: ridurre la dipendenza europea dal GPS americano, controllato dal Pentagono. In caso di crisi internazionale, Washington può degradare il segnale, limitarne l’uso o militarizzarne l’accesso. Per una potenza che aspira a una propria autonomia strategica questa dipendenza è strutturalmente inaccettabile.

Nel 2026 Galileo è ormai una delle infrastrutture fondamentali dell’economia europea. La sua funzione non riguarda soltanto la navigazione. Il sistema è essenziale per la logistica, i trasporti, le telecomunicazioni, la sincronizzazione bancaria, le reti energetiche, l’agricoltura di precisione e le applicazioni industriali. Come quasi tutte le tecnologie spaziali contemporanee, Galileo è contemporaneamente civile, commerciale e militare. È proprio questa convergenza tra funzioni economiche e strategiche a caratterizzare il capitalismo contemporaneo.

Ancora più rilevante è Copernicus, il programma europeo di osservazione terrestre. Attraverso la costellazione Sentinel, l’Unione Europea produce una quantità gigantesca di dati su atmosfera, oceani, territorio, infrastrutture, attività agricole e movimenti marittimi. Formalmente Copernicus viene presentato come strumento di monitoraggio climatico e sostenibilità ambientale. Ma il controllo dei dati territoriali rappresenta oggi una delle forme fondamentali del potere geopolitico.

Chi controlla i dati satellitari controlla:
- rotte commerciali,
- sicurezza energetica,
- gestione delle crisi,
- controllo migratorio,
- osservazione militare,
- pianificazione industriale,
- intelligence geografica.

Non è casuale che Copernicus venga sempre più integrato nelle politiche europee di sicurezza e sorveglianza mediterranea. Le immagini satellitari non sono neutrali: sono strumenti di controllo del territorio globale.

La vera svolta geopolitica arriva però con il Regolamento (UE) 2023/588, che istituisce il programma europeo di connettività sicura IRIS². Qui l’Unione Europea dichiara apertamente la necessità di costruire una propria infrastruttura orbitale sovrana. IRIS² nasce come risposta diretta a Starlink e al monopolio americano delle telecomunicazioni satellitari.

La Commissione Europea parla apertamente di “secure connectivity”, “governmental services” e “resilience”. Dietro il linguaggio tecnico il significato politico è chiarissimo: l’UE vuole una rete orbitale indipendente dagli Stati Uniti. IRIS² prevede una costellazione multi-orbitale di circa 290 satelliti destinati a fornire telecomunicazioni sicure a governi, infrastrutture critiche, apparati strategici e servizi dual use. Il programma coinvolge colossi come Airbus, Thales Alenia Space, SES, Eutelsat, Leonardo e OHB. Si sta cioè costruendo un vero complesso industriale spaziale europeo.

Parallelamente Bruxelles tenta di centralizzare il settore attraverso la proposta di EU Space Act presentata nel 2025. L’obiettivo ufficiale è armonizzare le normative europee sulla sicurezza, la sostenibilità e la resilienza spaziale. Ma il significato storico della proposta è molto più ampio. L’Unione Europea cerca di costruire un vero mercato unico spaziale, centralizzando regole, standard e capacità industriali. Ogni polo imperialista, storicamente, costruisce:
- un mercato integrato,
- un sistema normativo centralizzato,
- una politica industriale strategica,
- un’infrastruttura autonoma.

La politica spaziale europea segue esattamente questa traiettoria.

Attraverso Horizon Europe, il programma CASSINI, InvestEU e il Fondo Europeo della Difesa, Bruxelles finanzia inoltre la formazione di un ecosistema capitalistico spaziale continentale. Nel gennaio 2026 la Commissione Europea ha selezionato 27 progetti spaziali per circa 138 milioni di euro nel quadro Horizon Europe. CASSINI punta a mobilitare fino a un miliardo di euro per startup e imprese New Space europee. L’obiettivo è evidente: costruire una borghesia tecnologica continentale capace di competere con SpaceX, Blue Origin e il settore privato statunitense.

Ma la politica spaziale europea non può essere separata dalla militarizzazione dell’orbita.

Attraverso GOVSATCOM, SSA, IRIS² e il Fondo Europeo della Difesa, l’UE integra progressivamente telecomunicazioni, cybersicurezza, sorveglianza satellitare e infrastrutture strategiche dentro una futura architettura di difesa continentale. La Francia guida apertamente questo processo. Dal 2019 Parigi considera lo spazio una dimensione militare autonoma attraverso il Commandement de l’Espace. Dopo la Brexit, la Francia è rimasta l’unica potenza nucleare dell’UE e vede nella costruzione di un polo strategico europeo il modo per mantenere il proprio rango globale.

Qui emerge la contraddizione fondamentale dell’Unione Europea. Da una parte Bruxelles tenta chiaramente di costruire:
- autonomia tecnologica,
- capacità militare,
- sovranità digitale,
- indipendenza industriale,
- infrastrutture strategiche autonome.

Dall’altra l’Europa resta:
- militarmente subordinata alla NATO,
- dipendente da tecnologie americane,
- politicamente frammentata,
- priva di uno Stato federale reale.

La partecipazione europea al programma Artemis rivela perfettamente questa ambiguità. L’ESA fornisce il European Service Module della capsula Orion – propulsione, energia, supporto vitale – e in cambio ottiene accesso al Lunar Gateway e missioni per astronauti europei. Ma la governance del programma resta saldamente americana.

Gli Artemis Accords rappresentano infatti il tentativo statunitense di costruire un ordine giuridico occidentale nello spazio, definendo regole sulle risorse lunari, sulle infrastrutture extraterrestri e sulla futura economia cislunare. L’Europa aderisce pienamente a questa architettura. Artemis mostra quindi il carattere incompiuto dell’autonomia strategica europea: l’UE tenta di emanciparsi dagli Stati Uniti, ma continua a muoversi dentro l’ordine geopolitico costruito da Washington.

Il confronto con Stati Uniti, Cina e Russia chiarisce ulteriormente la natura della trasformazione europea.

Gli Stati Uniti dominano il settore attraverso la fusione tra:
- Pentagono,
- NASA,
- Big Tech,
- finanza,
- complesso militare-industriale.

SpaceX rappresenta probabilmente la forma più avanzata del capitalismo imperialista contemporaneo: un soggetto privato finanziato e integrato strategicamente dentro la potenza statunitense.

La Cina segue invece una logica differente. Il programma spaziale cinese è direttamente subordinato alla pianificazione statale e agli obiettivi geopolitici. Tiangong, Chang’e e il programma lunare cinese fanno parte di una strategia nazionale di lungo periodo che integra industria, tecnologia, prestigio e potenza militare.

La Russia, pur indebolita economicamente, mantiene ancora capacità fondamentali:
- tecnologia missilistica,
- esperienza astronautica,
- capacità antisatellite,
- infrastrutture orbitali.

L’Europa invece si trova in una posizione intermedia: possiede capacità tecnologiche avanzate ma manca ancora di una piena centralizzazione politica e strategica. Ed è proprio qui che la politica spaziale europea rivela il suo significato storico più profondo.

Lo spazio è il laboratorio in cui il capitalismo europeo tenta di trasformarsi da semplice spazio economico integrato in polo imperialista autonomo. La questione centrale non riguarda soltanto razzi, satelliti o missioni lunari. Riguarda la costruzione materiale della sovranità europea nella nuova fase della competizione globale.

Da una prospettiva marxista, l’attuale corsa allo spazio non rappresenta il trionfo neutrale della scienza, ma una nuova fase dello sviluppo delle forze produttive dentro le contraddizioni del capitalismo globale. Marx aveva individuato nella tendenza all’espansione continua del capitale una dinamica strutturale del modo di produzione capitalistico. Il capitale è costretto ad allargare incessantemente:
- mercati,
- infrastrutture,
- processi di accumulazione,
- controllo tecnologico,
- spazi di valorizzazione.

Nel XXI secolo questa espansione investe ormai direttamente l’orbita terrestre e lo spazio circumterrestre. L’infrastruttura spaziale costituisce oggi una gigantesca “condizione generale della produzione”, cioè una delle basi materiali necessarie al funzionamento del capitalismo contemporaneo. Satelliti, telecomunicazioni, dati, osservazione terrestre e navigazione orbitale sono parte integrante della circolazione del capitale globale. Senza infrastrutture spaziali non esisterebbero:
- finanza algoritmica,
- logistica globale just-in-time,
- piattaforme digitali,
- controllo energetico,
- reti militari contemporanee,
- economia dei dati.

Lo spazio diventa quindi una nuova frontiera dell’accumulazione capitalistica. Ma nella fase della crisi strutturale del capitalismo globale questa espansione assume inevitabilmente caratteri sempre più militarizzati e predatori. L’orbita terrestre non viene occupata in nome di una generica “umanità”, ma attraverso la competizione tra grandi concentrazioni di capitale e apparati statali. Le mega-costellazioni satellitari, le missioni lunari, il controllo dei dati e le future risorse extraterrestri si inseriscono dentro la lotta tra poli imperialisti per il controllo delle infrastrutture globali.

La politica spaziale europea va dunque interpretata come parte della crisi storica dell’ordine unipolare americano e del tentativo europeo di costruire una propria capacità autonoma di accumulazione e proiezione strategica. Ma questa trasformazione resta profondamente contraddittoria.

L’Unione Europea tenta di costruire un’infrastruttura imperialista comune senza possedere ancora una piena unificazione politica, militare e statale. Per questo lo spazio europeo appare contemporaneamente:
- avanzato tecnologicamente,
- incompleto politicamente,
- subordinato strategicamente,
- aggressivo economicamente.

La corsa europea allo spazio mostra così una delle contraddizioni fondamentali del capitalismo continentale contemporaneo:  la necessità storica della centralizzazione della potenza e l’impossibilità, almeno per ora, di completarla pienamente dentro le strutture attuali dell’Unione Europea. Proprio in questa contraddizione si riflette il carattere instabile della nuova fase imperialista mondiale.

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17/01/2026

Il “PayPal pubblico” brasiliano non piace a Trump

Ci vuole poco, ormai, per far incazzare “l’Amerika”. È questo, senza dubbio, uno dei segnali più chiari della crisi fenomenale che sta attraversando. La vicenda di Pix – spiegata nell’articolo che segue – è paradigmatica. Un sistema di pagamento pubblico in un paese con oltre 200 milioni di abitanti toglie una fetta di business in fondo piccola alle carte di credito e alle piattaforme statunitensi (come Paypal e altre). Ma fa da apripista èer un più generale svincolo dei pagamenti elettronici dal signoraggio Usa. 

Peggio ancora: limita la possibilità di esercitare “sanzioni arbitrarie” bloccando gli account che effettuano versamenti “politicamente sgraditi” (l’esempio esplicito è quello di Paypal che blocca ogni trasferimento che abbia come motivazione o destinazione “Francesca Albanese” ed altri consimili).

Un banale sistema pubblico diventa così un nemico politico degli Stati Uniti, perché trattiene piccole ma infinite quote di valore che andrebbero al capitale finanziario “basato negli Usa”, ma soprattutto ne limita in proporzione il “potere politico” imperiale.

E questo nonostante che il potere di rapina dei sistemi di pagamento privati sia ormai tale da costringere lo stesso Trump ad ipotizzare, appena una settimana fa, “l’introduzione di un tetto del 10% ai tassi di interesse sulle carte di credito per un anno”. Segno che guadagnano molto di più e senza fare assolutamente nulla, al di là di sorvegliare il traffico…

Ma quando sei così debole da infuriarti per queste “cosette” diventa complicato fare la voce grossa in qualsiasi angolo del mondo. Certi esempi sono contagiosi anche perché economicamente vantaggiosi e politicamente “liberatori”. Non serve neanche contrapporsi militarmente allo zio Sam per scavargli il terreno sotto i piedi. E la vecchia talpa è sempre al lavoro... 

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Le relazioni tra il presidente statunitense Donald Trump e il suo omologo brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva sono tese da tempo. Nell’estate del 2025 il governo di Washington ha imposto un dazio superiore al 50% sulle merci importate dal Brasile, una cifra superiore alla media mondiale. La ragione non era commerciale, come nel caso delle tasse alla frontiera sui beni europei, ma politica. Trump voleva in questo modo costringere il governo brasiliano a scarcerare l’ex presidente Jair Bolsonaro, alleato di Trump e condannato per un tentato golpe ai danni dello stesso Lula. L’esecutivo latinoamericano ha rifiutato di cedere alle pressioni e ha parlato di ingerenze sulla sovranità nazionale.

Negli stessi mesi, lo scontro tra i due leader si è allargato fino al piano strettamente finanziario. L’oggetto del contendere è Pix, un sistema di pagamento che per il Brasile è un punto di orgoglio e, per gli Stati Uniti, un affronto inaccettabile. Si tratta di un braccio di ferro ancora in corso e che, in futuro, potrebbe allargarsi fino al nostro continente, se l’Unione europea porterà avanti i suoi progetti relativi all’euro digitale. 

Cos’è e come funziona Pix

«Paga con contante o con Pix?» è una domanda che è facile sentirsi rivolgere nei negozi brasiliani. Pix è un sistema di pagamento digitale. Permette di trasferire denaro in modo istantaneo, online e quasi sempre gratuito sia tra privati cittadini sia tra aziende.

Da un paio di anni, tramite Pix è anche possibile prelevare denaro contante. Per usarlo è necessario avere un conto corrente brasiliano, e funziona tramite le app delle banche locali. Le attività commerciali espongono quasi sempre un QR code alla cassa: inquadrandolo è possibile pagare con Pix. Le persone, invece, possono passarsi soldi le une con le altre tramite un alias – tipicamente, il numero di telefono.

La meccanica del servizio non è unica. In Spagna e ad Andorra è molto diffuso Bizum, un sistema quasi identico creato dall’unione delle banche dei due Paesi. Piattaforme statunitensi e diffuse in tutto il mondo come PayPal o Stripe offrono funzionalità simili, anche se passando da un’app a parte. In Italia sta incontrando una grande diffusione Satispay, creata da tre giovani a Cuneo nel 2013 e con oggi più di un milione di utenti attivi.

Ma la particolarità di Pix sta nella proprietà. A gestirlo non sono infatti gli istituti di credito brasiliani né società private come nei casi sopra elencati, ma la banca centrale. Si tratta quindi di un servizio pubblico. L’idea di svilupparlo nacque nel 2016, sotto la presidenza di Dilma Roussef, progressista e delfina di Lula. È proseguita anche durante i governi di centro di Michel Temer e di ultradestra di Bolsonaro. Lanciato ufficialmente nel 2020, è stato subito un successo. Nel giro di un anno gli utenti attivi era già 110 milioni, e al 2025 l’80% della popolazione ne fa uso. 

L‘amministrazione Trump prova a boicottare Pix

Il caso di Pix è considerato un successo, ma pochi mesi fa ha iniziato a scontrarsi con l’amministrazione Trump. A luglio del 2025 il governo statunitense ha annunciato un’indagine relativa «agli attacchi del Brasile alle società americane di social media e altre pratiche commerciali sleali».

Il contesto è quello che descrivevamo: uno scontro frontale tra i due Paesi. Meno di un anno prima il Brasile aveva ordinato l’oscuramento di X (ex Twitter), la piattaforma social di proprietà di Elon Musk. Nel mentre, Washington annunciava i suoi dazi monstre.

Le pratiche sleali a cui si riferisce il governo statunitense consistono proprio in Pix. Secondo Trump e i suoi, il sistema di pagamento brasiliano danneggia i concorrenti nordamericani. Un fatto che Lula ha in qualche modo rivendicato. «Non possiamo essere penalizzati per aver creato un meccanismo rapido, gratuito e sicuro che facilita le transazioni e stimola l’economia», ha scritto sul New York Times. «Trump è infastidito da Pix perché mette a rischio le carte di credito [statunitensi]» ha aggiunto parlando con la stampa nazionale. 

Brasilia rivendica la propria sovranità, irritando Washington

In risposta all’indagine, il governo di Brasilia ha lanciato la campagna O Pix é do Brasil (Pix è del Brasile). Pix, argomenta Lula, è una piattaforma pubblica e nazionale che incoraggia l’uso della moneta brasiliana e del sistema bancario brasiliano. È questa sovranità, sostiene, a irritare gli statunitensi.

Dell’influenza che il controllo sul sistema finanziario globale garantisce a Washington si è scritto molto. Di recente, si è tornato a parlarne anche in Italia per il caso di Francesca Albanese. In virtù delle sanzioni del governo Trump alla relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, nemmeno le banche europee possono aprirle un conto corrente.

Il solo inviare denaro tramite PayPal indicando «Albanese» come causale può portare alla sospensione dell’account. Pix non elimina ovviamente l’egemonia di Washington, ma contribuisce a limitarla per i brasiliani. Fin troppo, secondo Trump. 

o si sposterà in Europa?

In Italia non esiste un corrispettivo di Pix. Satispay, come spiegavamo, pur essendo italiano è un servizio privato. Bancomat ha annunciato nel 2024 un accordo col circuito spagnolo Bizum e il portoghese Multibanco per lanciare un sistema simile nei tre Paesi. Ma ancora non è disponibile e, nuovamente, è un’iniziativa non-statale. Quanto di più simile alle nostre latitudini all’idea brasiliana è il progetto, ancora in fase di sviluppo, dell’euro digitale.

La Banca centrale europea (Bce) ci lavora ormai da alcuni anni e il lancio potrebbe avvenire tra 2028 e 2029. L’idea è quella di offrire ai cittadini dell’area euro un conto virtuale, collegabile a un conto bancario classico, in cui possedere e trasferire denaro digitalmente e senza costi (ovviamente, in valuta europea). Sistemi simili esistono già in medie nazioni come Giamaica, Bahamas e Nigeria, ma il modello è lo yuan digitale cinese. Pechino ne ha promosso la sperimentazione in diverse regioni, coinvolgendo decine di milioni di persone e aprendo il servizio anche a chi non è cliente di nessuna banca.

Proprio il rapporto con le banche è il punto che rallenta i lavori a Francoforte. L’euro digitale dovrebbe avere una quantità massima di denaro depositabile sul conto, in modo da promuoverne l’uso come sistema di pagamento e non di risparmio. Gli istituti di credito tradizionali vogliono che questo limite sia il più basso possibile, così da evitare che una parte della popolazione possa usare direttamente e solamente il servizio offerto dalla Bce.

Se e quando entrerà in vigore, però, l’euro digitale potrebbe trovare l’ostilità anche degli Stati Uniti. Come Pix, rappresenterebbe un’alternativa alle piattaforme statunitensi, rafforzerebbe l’uso dell’euro e la sovranità finanziaria europea. Potenziale fumo negli occhi per Washington.

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02/08/2025

L’Europa abbandona Big Tech?

Per conformarsi a un ordine esecutivo del presidente americano Donald Trump, nei mesi scorsi Microsoft ha sospeso l’account email di Karim Khan, procuratore della Corte penale internazionale che stava investigando su Israele per crimini di guerra. Per anni, scrive il New York Times, Microsoft ha fornito servizi email al tribunale con sede a L’Aja, riconosciuto da 125 paesi tra cui l’Italia (ma non da Stati Uniti, Israele, Cina, Russia e altri).

All’improvviso, il colosso di Redmond ha staccato la spina al magistrato per via dell’ordine esecutivo firmato da Trump che impedisce alle aziende americane di fornirgli servizi: secondo il successore di Biden, le azioni della Corte contro Netanyahu “costituiscono una inusuale e straordinaria minaccia alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti”. Così, di punto in bianco, il procuratore non ha più potuto comunicare con i colleghi.

C’è stata una mediazione, ricostruisce il New York Times: dopo una riunione tra Redmond e i vertici della Corte si è deciso che la Cpi avrebbe potuto continuare a utilizzare i servizi di Microsoft. Anche perché l’azienda, secondo la ricostruzione del quotidiano, sarebbe stata fondamentale per la cybersecurity dell’organizzazione, finita nel mirino degli hacker russi dopo l’inchiesta per i crimini di guerra in Ucraina.

Il discorso, però, non vale per Khan, il cui account resta bloccato: cittadini e aziende statunitensi rischiano conseguenze serie – multe e persino l’arresto – se forniscono “supporto finanziario, materiale e tecnologico” a chi viene identificato come pericoloso per la sicurezza nazionale (spesso sulla base di ragionamenti dal sapore politico). Insomma, in una paradossale inversione di ruoli, il procuratore è diventato un criminale, trattato alla stregua di un nemico pubblico.

Le conseguenze non si sono fatte attendere. Tre dipendenti con contezza della situazione hanno rivelato al quotidiano newyorchese che alcuni membri dello staff della Corte si sarebbero rivolti all’azienda svizzera Protonmail per poter continuare a lavorare in sicurezza. Il giornale non chiarisce il perché della decisione, né se tra essi vi sia lo stesso Khan. Una conferma al riguardo arriva dall’agenzia Associated Press. Protonmail, contattata da Guerre di Rete, non ha commentato, spiegando di non rivelare informazioni personali sui clienti per questioni di privacy e di sicurezza.
 
Uno choc per le cancellerie

Quello che conta è che la situazione ha scioccato le cancellerie europee: quasi tutte – e il quasi è un mero ossequio al dubbio giornalistico – impiegano software, servizi e infrastrutture statunitensi per le proprie normali attività. Ma nel clima pesante di questi mesi sono saltate le classiche e paludate convenzioni della diplomazia: Trump negozia nelle cancellerie come farebbe con i colleghi palazzinari, senza andare troppo per il sottile. Non è possibile, non lo è per nessuno, prevedere la prossima mossa. Il punto è che correre ai ripari non è semplice: sia perché uscire dalla “gabbia” creata dalle aziende, il cosiddetto “vendor lock in”, richiede tempo, formazione, strategia; sia perché esistono contratti in essere e la questione può diventare spinosa dal punto di vista giuridico. Ma anche perché – ed è una questione centrale – al momento le alternative, quando esistono, sono poco visibili.

La situazione è seria. Per dare un’idea, l’Irish Council for Civil Liberties ha rivelato che il parlamento europeo ha un contratto di fornitura di servizi cloud con Amazon. L’accordo imporrebbe di utilizzare solo modelli linguistici di grandi dimensioni “ospitati” su Amazon Web Services. Somo, ong olandese che si occupa da cinquant’anni di monitorare l’attività delle multinazionali, ha rivelato in un recente rapporto gli accordi capestro che le società di intelligenza artificiale hanno dovuto sottoscrivere con Big Tech per sostenere i costi di sviluppo dell’IA (comprese società europee come Mistral e Aleph Alpha). E tutte le aziende di riferimento, da Microsoft ad Amazon a Oracle a Google a Intel, sono statunitensi e possono quindi potenzialmente ricadere tra i destinatari degli ordini esecutivi di Trump.
 
La difesa di Microsoft

Per riguadagnare fiducia e mercato – i clienti governativi spostano cifre importanti anche per una Big Tech – nei mesi scorsi Microsoft ha cercato di rassicurare i propri utenti europei.

Il presidente Brad Smith a fine aprile ha schierato l’azienda a fianco di Bruxelles: “Oggi ci impegniamo solennemente”, ha detto in una conferenza del think tank Atlantic Council. “Se in futuro un qualsiasi governo, in qualsiasi parte del mondo, dovesse emettere un ordine che intenda obbligare Microsoft a sospendere o cessare le operazioni e l’assistenza per l’Europa, faremo ricorso al tribunale. Percorreremo ogni via legale per opporci a un simile ordine”. Non solo: se le cause fossero, alla fine, perse, “i nostri partner europei avrebbero accesso al nostro codice sorgente di cui conserviamo una copia in un repository sicuro in Svizzera”, paese neutrale per antonomasia.

Chi sta già lasciando le Big Tech

Ma c’è qualcuno che, nonostante tutto, sta già lasciando le Big Tech?

Due città danesi (Copenhagen e Aarhus) starebbero abbandonando Microsoft per il timore di finire tra le braccia di un monopolista. Il parlamento olandese, dal canto proprio, nelle scorse settimane ha approvato alcune mozioni per spingere il governo a non fare più affidamento sulla tecnologia cloud statunitense. Il timore è il cosiddetto vendor lock in, cioè la politica commerciale alla base della creazione degli ecosistemi in stile Apple: tutto griffato, tutto dello stesso brand, o dentro o fuori. Chi usa un certo elaboratore di testi avrà, così, la strada spianata se sceglierà di impiegare anche il foglio di calcolo e l’applicazione di videoconferenze della stessa società; andrà, invece, incontro a parecchie (e strategicamente posizionate) difficoltà nel caso dovesse decidere di avvalersi dei servizi di un’azienda concorrente. Ricordate i tempi in cui cambiare operatore di cellulare richiedeva di accollarsi il rischio di restare settimane senza telefono? Funziona esattamente allo stesso modo: uscire non è facile, perché l’obiettivo è proprio complicare la vita a chi decide di farlo.

Ma in questo caso la posta in gioco è molto più alta, perché non parliamo di singoli, per quanto importanti come i giudici di una corte internazionale, ma di intere amministrazioni. Lo US CLOUD Act firmato da Trump nel corso del primo mandato consente alle forze dell’ordine di imporre alle società tech di fornire accesso ai dati custoditi nella “nuvola” per investigare crimini particolarmente gravi: difficile mettersi al riparo.

Dall’altra parte, a un esame anche basilare di cybersecurity molti politici sarebbero bocciati: un’indagine della Corte dei conti olandese ha scoperto che molti ministri del governo hanno usato cloud di Google, Microsoft, Amazon senza essere consapevoli dei rischi potenziali. E non c’è ragione per pensare che altrove vada meglio. Italia compresa.

Qualcosa sta cambiando?

Guerre di Rete ha chiesto ad alcuni soggetti direttamente coinvolti se la copertura mediatica degli ultimi anni abbia alzato il livello di consapevolezza del pubblico e delle aziende sul tema.

“Negli ultimi dieci anni aziende e consumatori hanno cominciato a cambiare”, afferma al telefono Alexander Sander, policy consultant della Free software foundation. “Il problema è sbarazzarsi del vendor lock in, che significa essere ostaggio dell’ecosistema del fornitore: oggi è difficile passare da un prodotto all’altro, tutto funziona bene e facilmente solo se si utilizzano servizi di una sola azienda. Lo si è visto chiaramente nel periodo pandemico, quando la gente cercava disperatamente servizi di videoconferenza e tendeva a scegliere quelli dell’azienda con cui già lavorava: oggi vale anche per l’intelligenza artificiale, che devi pagare anche se non ti interessa, non ne hai bisogno o semplicemente preferisci usare quella di un’altra società”. Questo, prosegue l’esperto, “significa che alla fine costruisci una relazione con un solo marchio: migrare è complicato e costoso. Non solo: molti dei servizi commercializzati in Europa, lo vediamo, non rispettano le norme continentali dal punto di vista della privacy e della cybersecurity: il Patriot Act non rispecchia le nostre normative, e quindi – nel caso di un’azienda Usa che vende servizi in Europa – i servizi segreti possono avere accesso ai file”.

Sander suggerisce di usare software open source, “il cui codice sorgente è pubblico e in cui si possono anche cercare eventuali backdoor: se le individui puoi sistemarle tu stesso, o incaricare qualcun altro di fare le modifiche del caso. Con il software delle grandi multinazionali del tech, invece, devi scrivere all’azienda, che a propria volta ti risponderà se può o meno mettere mano al codice”. E, come visto, oltre alle decisioni di business conta anche il clima politico.

C’è un altro tema, rimarca Sander: “Un conto è negoziare con un paese come l’Italia o la Spagna, un conto è quando al tavolo si siede una piccola azienda”. In questo caso le tutele sono rasenti lo zero. C’è un’azienda che fa peggio delle altre, chiediamo, in termini di rispetto dei diritti digitali? “In realtà, credo sia più un problema di modello di business. Dobbiamo crearci delle alternative. E penso che Stati e governi dovrebbero avere un ruolo nello stimolare i mercati in questo senso. L’Europa si è mossa bene con il Digital markets act: qui non ci mancano tanto le idee, quanto l’implementazione. E poi bisogna educare cittadini e consumatori a comprendere come funzionano certi modelli di business”.

Qualche passo in avanti si comincia a vedere: in Francia c’è il progetto La Suite numerique, che offre una serie completa di servizi digitali sotto la bandiera del governo di Parigi. In Germania c’è Open Desk di ZenDis, il Centro per la sovranità digitale di Berlino fondato nel 2022 come società a responsabilità limitata di proprietà del governo federale. Anche qui, c’è tutto il necessario per una pubblica amministrazione. La strada, però, è ancora lunga.
 
La versione di Protonmail

E poi ci sono i privati. Protonmail (lo abbiamo già incontrato poco sopra) è un servizio email sicuro nato nel 2014 da scienziati che si sono incontrati al Cern di Ginevra. “Lo abbiamo creato per fornire una risposta alla crescente domanda di sicurezza e privacy nella posta elettronica, e anche perché ci siamo resi conto che internet non stava più lavorando nell’interesse degli utenti”, dice a Guerre di Rete Anant Vijay Singh, head of product della società elvetica. “L’email non rappresenta solo uno strumento di comunicazione importante, ma anche la nostra identità online. Noi assicuriamo all’utente di avere il pieno controllo sui propri dati: li criptiamo, per cui nemmeno noi possiamo analizzare, monetizzare o accedere a informazioni personali. È così che siamo diventati attraenti per chi è stanco di società che sfruttano i dati personali per farci soldi, spesso senza il consenso degli utenti”. Singh afferma che l’azienda si basa solo sugli abbonamenti: il servizio di base è gratuito, gli upgrade a pagamento. “Il maggiore azionista è la Proton Foundation, che è una non profit, il che significa che quando pensiamo a un prodotto mettiamo davanti le persone, e non i soldi. E questo in definitiva porta a un’esperienza utente migliore”.

Il manager conferma che qualcosa si muove. “Negli anni scorsi abbiamo visto che la gente ha cominciato a rifiutare il capitalismo della sorveglianza e a cercare alternative più sicure e rispettose della privacy: nel 2023 abbiamo superato i 100 milioni di account, e questa tendenza ha accelerato negli ultimi mesi su entrambe le sponde dell’Atlantico”.

Proton, assicura Singh, opera sotto la legge svizzera, “che sulla privacy è tra le più stringenti al mondo. Ma le normative cambiano, e se non bastassero c’è sempre la matematica [cioè la crittografia, ndr] a difendere gli utenti”. “Inoltre tutti i nostri prodotti sono open source e sottoposti a regolari verifiche sulla sicurezza da terze parti indipendenti”. I dati sono conservati in Svizzera, ma alcune porzioni, prosegue, anche in Germania e Norvegia. Singh non nasconde che la Rete ha tradito le aspettative dei creatori. “Per anni i giganti del web l’hanno plasmata sulla base dei propri interessi e la natura centralizzata di molti servizi ha esacerbato i problemi: grandi società controllano enormi quantità di dati. Anche la sorveglianza governativa ha giocato un ruolo nell’erodere la fiducia: le rivelazioni sui programmi di sorveglianza di massa hanno mostrato quanto sia grande il potere degli esecutivi nel monitorare le attività online”. Ma la gente “è sempre più consapevole che alternative esistono, e vuole acquistare ‘europeo’, perché conscia della eccessiva dipendenza da servizi americani”.

L’alternativa elvetica a WeTransfer

C’è un altro servizio, sempre basato in Svizzera, che sta spopolando da qualche tempo e tra i clienti vanta molti grossi nomi corporate. Si chiama Swiss Transfer ed è l’alternativa al notissimo WeTransfer, nato olandese e recentemente comprato dall’italiana Bending Spoons. Infomaniak è la società madre. “Abbiamo creato Swiss Transfer innanzitutto per testare su larga scala la nostra infrastruttura basata su OpenStack Swift”, dice a Guerre di Rete Thomas Jacobsen, a capo della comunicazione e del marketing. “Offrire un servizio free e utile al pubblico è un modo per dimostrare l’affidabilità e la robustezza delle nostre soluzioni. Ma, al di là dell’aspetto tecnico, è anche un modo per aumentare la consapevolezza di cosa sia Infomaniak senza fare affidamento ai tradizionali canali promozionali, come Facebook, Instagram, Google e Linkedin, che richiedono grossi budget per acquisire visibilità. Abbiamo preferito creare un tool che parla da sé, rispetta la privacy, non traccia e offre un valore quotidiano all’utente. E funziona. Milioni di persone usano Swiss Transfer, spesso senza sapere che dietro ci siamo noi. Direi, anzi, che è ironico: in alcuni paesi il brand è più conosciuto della società che ci sta dietro. Ma lo consideriamo un successo”.

Le informazioni, spiega Jacobsen, sono custodite in data center proprietari in Svizzera, protetti dalla legge elvetica. “E dal momento che lavoriamo con l’Europa, ci conformiamo al GDPR”.

Il modello di business è particolare. “Infomaniak è una società svizzera indipendente, posseduta dai propri stessi dipendenti: oggi gli azionisti sono circa trenta. Questa autonomia assicura indipendenza, e il rispetto dei nostri valori: protezione della privacy, sostenibilità ambientale e supporto per l’economia locale. Tutto è prodotto e sviluppato in Svizzera: i nostri team sono qui, sia quello di sviluppo che il customer care, il che ci dà il controllo totale su tutta la catena del valore, senza intermediari. Significa trasparenza, massima reattività e alta confidenzialità dei dati del cliente, che non verranno mai usati per altri fini se non quello di fornire i servizi richiesti”.

Chiediamo: ma siete davvero sicuri di essere in grado di sostituire i prodotti delle grandi multinazionali? “Sì. È sbagliato pensare che solo le Big Tech possano soddisfare le esigenze di grandi organizzazioni: lavoriamo già con oltre tremila media company tra cui radio e televisioni, ma anche banche centrali, università, governi locali e anche infrastrutture critiche”.

Jacobsen sa che uno dei colli di bottiglia è la paura delle difficoltà nella migrazione, e parla di supporto personalizzato 24/7. “La nostra filosofia è semplice: ci guadagniamo da vivere solo con i nostri clienti, non con i loro dati. Non li vendiamo e i servizi gratuiti sono interamente finanziati da quelli a pagamento: può sembrare strano, ma paghiamo tutti i nostri stipendi in Svizzera, e nonostante ciò spesso riusciamo a offrire prezzi più competitivi. E funziona da trent’anni”. I dipendenti sono trecento, in crescita: “Ma siamo per la biodiversità digitale: il mondo ha bisogno di alternative locali dovunque”. Jacobsen va oltre: “I dati sono le materie prime dell’intelligenza artificiale e un asset strategico, ma l’Europa continua a spendere milioni di euro di soldi pubblici in soluzioni proprietarie come quelle di Microsoft, Amazon o Google senza reali benefici locali [sul tema lavora anche la campagna Public money, public code, ndr]. Queste piattaforme portano i profitti in America, creano posti di lavoro lì e aumentano la nostra dipendenza. Ma c’è di più: Big Tech investe un sacco di soldi per portare via i nostri migliori ingegneri e ricercatori, spesso formati con denaro pubblico. Per esempio, Meta ha recentemente assunto tre ricercatori dell’ufficio di Zurigo di OpenAI con offerte che a quanto pare hanno raggiunto i cento milioni di dollari. Nel frattempo, quando si presenta una necessità tecnologica negli Stati Uniti, il governo federale non esita ad aprire linee di credito eccezionali per supportare i player locali con contratti da miliardi di dollari, come nel caso di Palantir, OpenAI o cloud provider come Oracle. E l’Europa? Che sta facendo? Firma contratti con società straniere, anche se esistono alternative forti vicino a casa: noi in Svizzera, ma anche Scaleway e OvhCloud in Francia, Aruba in Italia o Hetzner in Germania”.

Se davvero conquisteremo la biodiversità digitale, lo scopriremo nei prossimi anni. Certo, per cambiare rotta, ci vuole coraggio. E, come dice ancora Sanders, tempo. “C’è un movimento verso il software libero più o meno in tutti i paesi. Dieci anni fa era molto più difficile. Oggi governi e amministrazioni stanno cercando di cambiare passo dopo passo per uscire da questo vendor lock in, e non solo per i pc desktop: si stanno rendendo conto che si tratta anche delle infrastrutture, come i server. Il processo non è immediato, un’amministrazione non dice all’improvviso: voglio passare al software libero. Ma piuttosto, quando si pone la necessità di acquistare un servizio, comincia a considerare le alternative”. Del resto, se ci sono voluti trent’anni per arrivare fin qui, è difficile immaginare che si possa invertire la rotta dall’oggi al domani.

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30/06/2020

La Scuola si cala le braghe davanti a Microsoft

Ieri mattina presto tutte le scuole d’Italia hanno ricevuto l’avviso che le loro caselle mail istituzionali sono state migrate a Office365. Si tratta delle caselle che noi cittadini usiamo per comunicare con la scuola dei nostri figli, e che le scuole usano per comunicare tra loro e con il resto del mondo.

Da quel che si può capire sino ad oggi, la migrazione ha riguardato le sole caselle istituzionali, ovvero le caselle dei Dirigenti Scolastici, Dei Direttori amministrativi e le caselle legate al codice meccanografico della scuola.

Il ministero precisa che «I DS e i DSGA e le scuole accedono usando l’user-name completo e il suffisso @istruzione.gov.it (per esempio mario.rossi@istruzione.gov.it.). Per quanto riguarda il personale dell’amministrazione (MI e MIM) l’accesso è garantito dalle credenziali composte da user-name completo e dal suffisso @istruzione.it (per esempio mi12345@istruzione.it)».

Il motivo del cambiamento non è ancora chiaro, e non si capisce se esso si inquadri nel più generale impegno del Ministero dell’Istruzione verso la Didattica a Distanza (DaD).

Nel Piano Scuola 2020/2021, nel capitolo che riguarda la Didattica digitale integrata, si dice che «Il Ministero dell’Istruzione ha avviato uno studio approfondito per la progettazione (sic!) di una piattaforma finalizzata all’erogazione di contenuti didattici a distanza, sulla quale saranno fornite successivamente le opportune informazioni di dettaglio».

Office365, con i suoi annessi e connessi (Teams, OneDrive, Microsoft SharePoint, Microsoft Bookings, Word, Excel, PowerPoint, etc), è anche – e visti i tempi, soprattutto – una piattaforma di Didattica digitale integrata.

Non c’è nulla da dire contro questa piattaforma. Se noi, in Italia, non siamo capaci di mettere in piedi due server con uno strumento di E-Learning, oppure se ne siamo capaci, ma a costi esorbitanti, allora è giusto che si esternalizzi questo servizio e lo si affidi a Microsoft.

Se invece queste competenze in Italia ci sono, se abbiamo i mezzi e le opportunità, è bene che questo servizio ce lo costruiamo da soli. Anche se queste competenze dovessero essere più scadenti di quelle dei concorrenti esteri – ripeto – è bene, anche in questo caso, che il servizio venga realizzato in Italia, con forza lavoro e intelligenza nostrana.

Sarà un’occasione per mettersi alla prova e crescere, per dare lavoro a impiegati e programmatori italiani, eccetera. Sarà un’opportunità per il nostro Stato di crescere e di far crescere competenze diffuse. La gran parte delle industrie che in Italia si occupano di IT sono legate in qualche modo alla vecchia SIP, l’azienda PUBBLICA dei telefoni.

In più, Office365 non è gratis. In ogni caso, non è gratis. Non c’è niente di gratis sul mercato. Bisogna pagare un prezzo, e anche salato – si parla di 5 euro (minimo) ad account, al mese, che moltiplicati per i milioni di alunni e professori delle scuole fanno un bel malloppo.

Pensiamoci bene prima di fare una scelta del genere.

Infine, c’è una questione più grossa, che riguarda la nostra dimensione giurisdizionale.

Il sistema mail della scuola non è un sistema tra gli altri. È un cosiddetto Big Data. Per iscrivere il figlio a scuola il genitore deve obbligatoriamente registrarsi sul portale del Ministero e ottenere le credenziali («Le iscrizioni on line sono obbligatorie per le scuole statali» – istruzione.it). Senza queste credenziali non si può iscrivere il figlio a scuola.

Ergo, tutti i genitori d’Italia hanno un account del Ministero, e se non hanno un account, debbono munirsi di un account Spid – e qui (con lo Spid) le cose si complicano, invece di semplificarsi (come viene promesso). Perché a gestire lo Spid sono ancora una pluralità di soggetti privati, dei quali non si conoscono bene le ramificazioni. In particolare, non si conosce la gestione e allocazione delle macchine fisiche, dei computer, dell’hardware.

Dove si trovano le nostre informazioni, dove sono locate?

Dopo anni di ubriacatura sui benefici della de-territorializzazione e del modello rizomatico (alla Deleuze) oggi torna di attualità la domanda sul territorio, sul perimetro giurisdizionale.

Non si tratta di questioni di lana caprina o di filosofia. Se domani, per un motivo qualsiasi, si dovesse interrompere la comunicazione tra l’Italia e questo luogo di conservazione (che non è una nuvola – cloud – non sta nell’iperuranio), come ci si connette con la scuola? Come ci si connette con la pubblica amministrazione?

Si tratta di una questione maledettamente vecchia e barbosa, che ha a che fare con il territorio, con le frontiere, con le dorsali di comunicazione. Va bene che siamo in un mondo globalizzato, va bene che ormai per ogni più minuta sciocchezza dipendiamo da questo e quest’altro sub-fornitore, e che anche la Germania se vuole mettere in strada le sue macchine deve aspettare che dall’Italia gli arrivino i bulloni e i cerchioni.

Va tutto bene, non vogliamo tornare indietro, non siamo nostalgici della campagna, di montagne verdi e conigli dal muso nero. Abbiamo il senso del tempo.

Tuttavia, abbiamo sperimentato la frustrazione di non saper fare una cosa stupida come le mascherine. Non bisogna arrivare al punto di mordersi le mani quando, in questo mondo multi-polare, un piccolo staterello satellite della Germania si appropria della nostra commessa di mascherine provenienti dalla Cina.

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16/03/2020

Degooglizziamoci! Sì, ma come?

Approfittando della chiusura delle scuole, causa coronavirus, Google sta promuovendo i suoi prodotti per la formazione e le lezioni a distanza. Non è la sola azienda a farlo. Questa pagina ufficiale del governo italiano elenca una lunghissima serie di imprese che offrono “solidarietà” in un momento difficile.

Sono numerose le multinazionali come Amazon che si limitano a ritoccare leggermente la durata di promozioni già in essere, in pratica i “periodi di prova”. È un caso di privatizzazione soft, come ben spiegato in questo articolo. Lo stesso testo pone il problema ormai noto della privacy: la multinazionale di Mountain View ricava i suoi profitti esclusivamente dalla rivendita di dati.

Dobbiamo evitare la cessione gratuita delle nostre informazioni personali. A maggior ragione in un settore delicato come la scuola. E dovremmo abbandonare Google a favore di software alternativi.

Viene in mente una prima considerazione. La sospensione delle lezioni ha messo in evidenza la necessità, per gli istituti, di una piattaforma per svolgere didattica a distanza. Numerosi fornitori privati, da piccole aziende a grandi multinazionali, si sono fatti avanti. Tra questi, l’offerta di Google è la più accattivante: gratuita, dotata di un’interfaccia familiare, semplice da usare.

Una infrastruttura digitale è oggi importante quanto quella fisica. Per questo è grave la mancanza di piattaforme pubbliche.

Il problema, però, sta molto più a monte. Se lo Stato, anziché costruire edifici destinati alle scuole, lasciasse che ogni istituto affittasse un immobile, senza un criterio, tutti diremmo che si tratta di una scelta folle. Oggi un’infrastruttura digitale è altrettanto importante di quella fisica. Non avere ancora una piattaforma digitale pubblica è una mancanza in cui per forza di cose multinazionali ben strutturate si inseriscono.

L’articolo già citato pone, tra tantissimi aspetti condivisibili, quattro punti cruciali. Dobbiamo favorire il codice aperto; continuare a produrre codice gratuitamente e farlo circolare senza barriere; temere azioni repressive dalla nostra cessione di dati a piattaforme private come Google; infine abbandonare i software proprietari a favore delle alternative “libere”.

Questi punti meritano un approfondimento.

1) La consueta contrapposizione tra codice aperto e chiuso

Per anni Microsoft è stato il bersaglio preferito del movimento per il software libero. Il motivo è semplice: la scelta di “nascondere” il codice dei suoi programmi. Google, invece, ha sempre favorito la scelta opposta: codice aperto.

Evidentemente non è bastato, così come non è stata sufficiente l’enorme diffusione di Linux. Oggi la maggior parte dei server è equipaggiato con sistemi operativi “open source”, ma questo non le rende migliori.

2) Il lavoro gratuito

Linux così come infiniti altri progetti open source sono stati realizzati e migliorati col lavoro collettivo – e gratuito – di un’enorme comunità di volontari sorretti dall’entusiasmo e dalla speranza di contribuire a un mondo migliore.

Non è andata così. Le multinazionali hanno “catturato” il loro lavoro. Continuano a farlo e ne estraggono valore che non distribuiscono. Microsoft ha acquisito GitHub, la più grande comunità al mondo di sviluppatori che per anni hanno ceduto gratuitamente il proprio lavoro e oggi si trovano sotto il cappello di un’altra multinazionale.

Linux è oggi usato sulla maggior parte dei server delle aziende. Ma questo non le rende migliori.

Gli attivisti hanno sostenuto la necessità di produrre gratis il codice, farlo circolare senza barriere e cancellare il copyright. Non solo per i software, ma per qualunque prodotto culturale. La domanda rimane: “ma come sopravviverà chi lavora in questo modo?” La risposta è solitamente: “vendendo servizi collaterali”. Il presupposto è squisitamente liberista. Avrebbe senso se fossimo tutti uguali. Ma lo sviluppatore a partita Iva può permettersi di sostenersi con “servizi collaterali”? Può cedere il suo lavoro sapendo che lo utilizzerà anche e soprattutto la multinazionale che ha i mezzi per moltiplicarne il valore?

È tempo di chiedersi: perché continuare a favorire il lavoro gratuito?

3) La dittatura

Infine, si dice che non dobbiamo cedere i nostri dati a Google in nome di un pericolo potenziale. Potrebbero essere usati a fini repressivi. È possibile. Ma l’idea che il “capitalismo della sorveglianza” ci porterà a situazioni di tipo “cinese” o favorirà poteri dittatoriali non è scontata.

Google nasce nella cultura anarco-capitalista di San Francisco e, per il momento, ottiene extraprofitti mai visti. Oggi a Mountain View va benissimo un mondo “libero” che permette di fare soldi come mai prima.

Non è quindi detto che i dati saranno usati per arrestarci in piena notte (cosa che comunque possono fare già oggi). Meglio usarli per convincerci a comprare qualunque cosa. Il marketing diventa psicometria ed è già controllo sociale. Insomma, più Marx che Foucault.

Il problema di Google non è quello che potenzialmente potrebbe fare, ma quello che fa già.

Tuttavia, le generazioni che si sono formate leggendo “1984” e che hanno vissuto il nazi-fascismo, hanno giustamente paura del ritorno di un regime che limita la libertà, censura le opinioni scomode, istituisce nuove proibizioni.

È esattamente il contrario di quello che stanno facendo i “Tech Giants” californiani. Se tornerà il fascismo, non sarà a causa loro. Facebook preferisce la diffusione di notizie false su scala mondiale all’istituzione di un filtro efficace. Google ha bisogno di informazioni e quindi di cittadini – consumatori che si spostano e agiscono senza limitazioni. Le barriere sono un ostacolo ai loro profitti.

Il problema è dunque nel modello economico. Queste aziende assumono pochissimi lavoratori, delocalizzano dove conviene, non pagano tasse e distruggono economie locali. Sono desertificatori. Basta e avanza per desiderarne la fine.

4) La via d’uscita

La soluzione indicata, in generale, è quella di passare ai software alternativi. È un po’ come pensare di sconfiggere i supermercati convincendo tutti a fondare un Gruppo di acquisto solidale. Non funziona. Ci proviamo da anni ma i numeri sono sempre troppo bassi. È un tentativo che può essere complementare, ma non può sostituire la politica. Altrimenti si rimane dentro un paradigma individualista (si cambia il mondo con i nostri piccoli gesti etc. etc).

Oggi Google e Facebook possono ricavare i nostri dati anche se non usiamo i loro servizi.

A questo si aggiunge l’enorme fiducia che i giganti del web sono riusciti a conquistare. La prova è arrivata qualche mese fa, in occasione della protesta contro quella che è stata definita password di Stato. In realtà era soltanto la proposta di usare Spid, un sistema di autenticazione crittografato e sicuro usato in alcuni servizi pubblici, anche per qualche sito privato.

La protesta di massa ha causato rapidamente il ritiro dell’idea. Gli utenti non hanno nulla in contrario a usare il “Facebook login”, che scambia la comodità di una password memorizzata con la cessione all’estero e la probabile rivendita dei nostri dati personali. Invece non si fidano assolutamente di un sistema statale e sicuro, che presumibilmente non cederà dati a terzi.

Come riconosciuto nell’articolo citato all’inizio, a Google (o anche a Facebook) non importa nulla se decidiamo di usare sistemi alternativi. Perché possono ottenere i nostri dati dai nostri amici. Perché possono costruire un profilo analogo al nostro attingendo dall’infinità di segmenti che hanno acquisito.

Allora meglio soluzioni “old style” come ad esempio:

- smembrare Google in nome dell’antitrust (proposta di alcuni politici Usa);
- nazionalizzare i dati;
- chiedere trasparenza e accesso ai loro server;
- imporre il pagamento delle tasse locali;
- infine, sviluppare codice pubblico in maniera strutturale e organizzata.

A questo proposito, in Italia esiste solo Agid, un’agenzia che per anni è andata avanti con rinnovi di contratti precari!

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