Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/07/2026

Guerra algoritmica, sovranità digitale e costruzione di immaginario

di Gioacchino Toni

Arturo Di Corinto, Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, Prefazione di Roberto Baldoini, Luiss University Press, Roma, 2026, pp. 220, € 22,00

Risulta ormai evidente come l’importanza assunta dalle tecnologie digitali nell’esercizio del potere contemporaneo abbia di fatto esteso all’ambito tecnologico la competizione internazionale tradizionalmente riservata ai piani commerciale e militare.

Essendo estremamente difficile pensare che un’entità nazionale possa raggiungere la piena autosufficienza tecnologica – che presupporrebbe la totale autonomia progettuale, la forza per imporre standard globali di funzionamento, il completo controllo delle infrastrutture e dei mercati necessari alla distribuzione e all’utilizzo delle tecnologie, oltre che la disponibilità dei materiali necessari – ecco dunque presentarsi in tutta la sua rilevanza il problema della sovranità digitale affrontato da Arturo Di Corinto nel volume Guerra profonda (Luiss, 2026).

Ogni Paese che ambisca al mantenimento di un ordinamento democratico si trova oggi a fare i conti sia con un livello crescente di dipendenza tecnologica da sistemi progettati e governati secondo logiche disinteressate ai principi democratici sia con una concentrazione di potere tecnologico nelle mani di poche corporation globali private. A fronte di tale contesto, il volume di Arturo Di Corinto mette in luce come cybersicurezza, informazione digitale e nuove tecnologie stiano ridefinendo profondamente le dinamiche contemporanee del conflitto e della competizione internazionale.

La guerra contemporanea è combattuta con algoritmi, satelliti e troll farm, il che ha esteso il campo di battaglia a device digitali, social e banche dati. Una guerra che ricorre a «software e algoritmi, intelligenza artificiale, dispositivi informatici e piattaforme digitali per sviluppare strategie politiche ed economiche, ma anche interventi militari, operazioni cibernetiche e di influenza informativa» (p. 22). Una guerra algoritmica, la definisce Di Corinto, in quanto basata sulla «capacità di macchine “intelligenti” di raccogliere e analizzare enormi quantità di dati, prendere decisioni, e agire in modi che sopravanzano le capacità umane in termini di velocità e complessità, estraendo informazioni generate da personal media e social network e arruolando le Big Tech nei conflitti moderni che usano gli utenti di Internet come terminali di senso e soldati passivi nella guerra dell’informazione» (p. 22).

Una volta delineata l’importanza assunta dalla sovranità digitale nel contesto contemporaneo e spiegato come ogni guerra possa dirsi ibrida, in quanto disposta a ricorrere ad ogni mezzo necessario per avere la meglio sul nemico, dalle armi da fuoco alla manipolazione dell’informazione, Di Corinto approfondisce i concetti di guerra cibernetica, guerra algoritmica, guerra cognitiva, spiega le differenze tra infowar, netwar e cyberwar, evidenzia il coinvolgimento dei civili nei conflitti cibernetici, tratteggia l’evoluzione dell’hacktivism come fenomeno sociale per poi illustrare il ruolo di hacker e hacktivisti nei conflitti russo-ucraino e mediorientale, a riprova di come il mondo cyber sconfini nel mondo fisico.

Quando si parla di cyberwar si fa riferimento agli attacchi informatici finalizzati a danneggiare le risorse della nazione nemica: si tratta,  dunque, sottolinea Di Corinto, di una guerra ibrida che oltrepassa l’ambito cyber coinvolgendo i domini di terra, mare, cielo e spazio impattando sull’economia, sulla politica e sull’informazione, e che arruola i civili, singoli od organizzati, rendendoli attivamente protagonisti trasformandoli in «terminali di una rete di produzione di senso e di intervento attivo nei conflitti» (p. 50). Ogni conflitto cyber impatta sullo spazio cognitivo del nemico, dunque l’informazione, sia giornalistica sia delle reti sociali, assume un ruolo centrale nella sua conduzione.

Per quanto la disinformazione nasca ben prima dell’era digitale, è innegabile che il fenomeno si sia ampliato a dismisura con l’avvento dell’informazione digitalizzata, del web e dell’intelligenza artificiale impattando in maniera inedita sull’opinione pubblica e sulla stabilità sociale. In un contesto in cui proliferano fake news e realtà alternative, l’opinione pubblica tende a essere modellata più dagli impulsi emotivi, dalle credenze personali e dalle relazioni sociali (soprattutto digitali). Questo alimenta un meccanismo psicologico di conferma delle informazioni acquisite prescindendo dall’oggettività e dalla verificabilità dei fatti. Inoltre, il ricorso preferenziale alle sintesi prodotte dai sistemi di intelligenza artificiale per l’informazione e la formazione personale risente dell’autoreferenzialità di un sistema IA che spesso elabora le sue risposte a partire da informazioni prodotte da altri sistemi di IA, contribuendo a plasmare un immaginario collettivo incurante dell’attendibilità delle fonti e dell’oggettività e verificabilità dei dati su cui si struttura.

La guerra algoritmica, come detto, è una guerra ibrida combattuta anche a livello cognitivo che, alla luce del ruolo di primo piano giocato dalle grandi corporation tecnologiche private, mette gli Stati di fronte al problema della sovranità digitale. In particolare, quando si parla di guerra cognitiva, scrive Di Corinto, si fa riferimento allo «sfruttamento dell’opinione pubblica, da parte di un soggetto esterno, allo scopo di influenzare le politiche pubbliche e governative e destabilizzare le istituzioni pubbliche» (p. 87). Tale tipo di guerra ha lo scopo di intervenire sui processi cognitivi, sulla percezione pubblica e individuale degli eventi generando paura, malcontento, frustrazione e rabbia causando proteste, rivolte, instabilità sociale e politica.

Esempi di guerra cognitiva, almeno a parere di chi scrive, si possono individuare nelle cosiddette rivoluzioni colorate supportate, quando non orchestrate direttamente, da forze occidentali, soprattutto statunitensi, in alcuni Paesi post-sovietici ma anche, a livello interno – si potrebbe parlare in questo caso di guerra civile cognitiva – nella costruzione da parte dell’alt-right statunitense dell’immaginario da cui è derivato l’assalto a Capitol Hill del 2021.

Si parla di propaganda computazionale quando l’attività di propaganda e disinformazione viene attutata attraverso i mezzi digitali – piattaforme, social, Llm... – per diffondere narrative interamente o parzialmente false, sfruttando «i limiti attenzionali e le euristiche di scelta collegate alla selezione dell’informazione attraverso la diffusione personalizzata di messaggi emotivamente allarmanti, minacce reali o immaginarie e teorie del complotto che catturano l’attenzione più di altri contenuti» (p. 101).

Per quanto la propaganda computazionale nasca e si dispieghi nell’ambiente digitale, sottolinea Di Corinto, i suoi effetti sono spesso amplificati dai media tradizionali che, più o meno volontariamente, contribuiscono a collocarla all’interno dell’agenda mediatica ufficiale fornendole autorevolezza. Paradossalmente, la ripresa da parte dei media tradizionali della propaganda veicolata da media che, spesso, si presentano come alternativi ad essi, crea un cortocircuito utile alla diffusione di quei contenuti anche in ambienti originariamente restii ad accettarli.

Di Corinto si sofferma anche sulle differenze tra infowar, netwar e cyberwar. Con infowar si fa riferimento a un concetto di ambito militare fatto proprio, negli anni Novanta, dagli attivisti politici per indicare la diffusione di comunicazione alternativa attraverso il web, mentre con netwar si indica il ricorso alla rete da parte degli attivisti per praticare azioni di disobbedienza e di interferenza sociale. Se infowar e netwar, spiega l’autore, hanno a che fare con pratiche di conflitto tipiche dell’hacktivism, ben diverso è il caso della cyberwar. Quest’ultimo termine si riferisce alla guerra cibernetica,

cioè una guerra che si tiene nel cyberspace e che usa l’informatica, la cibernetica e le reti di comunicazione al pari di armi convenzionali, per definizione appannaggio degli Stati e degli eserciti. La cyberwar punta a smantellare i sistemi di comando, controllo e comunicazione del nemico in una maniera intenzionale e pianificata impiegando ingenti risorse computazionali centralizzate e facendo uso di cyber-armi come backdoor, botnet, malware, software exploit e virus trojan (p. 117).

A differenza della netwar che, per il suo carattere discontinuo e asimmetrico, rappresenta una forma di guerriglia portata sul web, la cyberwar si caratterizza per gli attacchi informatici contro uno Stato-nazione capaci di produrre danni significativi sia in termini di messa fuori uso di sistemi informatici vitali per il Paese, che in termini di vite umane, soprattutto civili.

L’autore sottolinea come nel parlare di hacktivism si faccia riferimento a una pratica decisamente mutata nel corso del tempo: si è infatti passati dalle azioni di gruppi decentralizzati, destrutturati e dalla composizione variegata che, per quanto spesso focalizzati su una causa specifica, mirano in qualche modo al cambiamento sociale, a gruppi strutturati e organizzati, dotati di tecnologie sofisticate, supportati, sebbene raramente in maniera esplicita, direttamente dai governi. Si tratta, insomma, di veri e propri gruppi mercenari al soldo di chi può permetterseli.

Alla luce del ruolo assunto da questo nuovo tipo di hacker e hacktivisti nei conflitti ibridi russo-ucraino e mediorientale, ricostruito dall’autore, emerge con forza il problema centrale su cui insiste il volume: quello della sovranità digitale dei singoli Paesi. L’hacktivism contemporaneo entra prepotentemente nelle guerre guerreggiate in un contesto in cui si afferma la guerra cognitiva.

Ogni società ricorre infatti a delle narrazioni per fare progredire i gruppi sociali che la compongono verso mete utili alla collettività. […] La creazione di consenso attorno a queste narrazioni si basa su storie condivise e la loro forza dipende dall’innesco di meccanismi psicologici. Questi principi sono manipolati costantemente da specifici attori. La propaganda è una forma di narrazione e condivisione di storie collettive, mentre la disinformazione si basa su distorsioni narrative, bias psicologici e tecnologie persuasive. Con l’avvento del digitale e dei social network è più facile propagandare narrazioni vere, false o inventate. […] È l’apoteosi dei servizi di intelligence che operano secondo la logica delle Misure attive, l’insieme di strumenti volti a manipolare la percezione di un target, per portare il loro attacco, l’attacco alla mente (p. 172).

Lungi dall’essere appannaggio di regimi totalitari reali o immaginati dalle fiction del passato, oggi la disinformazione di massa ha assunto una dimensione industrializzata, apparentemente democratizzata dall’intelligenza artificiale, accessibile a chi voglia hackerare non tanto un sistema informatico, ma la percezione della realtà, l’immaginario.

Guerra profonda offre una riflessione sul rapporto tra tecnologia, informazione e potere, evidenziando come le pratiche di hackeraggio, disinformazione e i sistemi automatizzati abbiano assunto centralità nei conflitti del nuovo millennio. Di Corinto, anche alla luce del suo ruolo di consigliere dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, pone in evidenza il problema della sovranità digitale, per chi invece voglia affrontare il complesso contesto delineato dall’autore in un’ottica votata al cambiamento sociale si tratta di vedere come farlo.

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27/05/2026

Palestina - Fatah ha perduto un’altra occasione

di Michele Giorgio

Dieci anni dopo il precedente congresso e mentre la causa palestinese attraversa una delle sue stagioni più drammatiche, Fatah ha chiuso ieri sera a Ramallah il suo ottavo congresso senza la svolta radicale che la base attendeva con l’auspicio che i palestinesi possano ritrovare l’unità nazionale. I risultati delle elezioni interne hanno confermato la forza di figure simboliche della storia del movimento, ma anche la capacità della vecchia guardia moderata di mantenere saldamente il controllo dell’apparato politico e istituzionale del partito che rappresenta il pilastro della tanto criticata l’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen.

Un dato significativo è arrivato dall’elezione di Marwan Barghouti, il più popolare dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, risultato il candidato più votato per il Comitato centrale di Fatah. Un esito dal forte valore simbolico e politico. Barghouti, condannato all’ergastolo da Israele durante la seconda Intifada, continua a rappresentare per molti l’immagine di una leadership nazionale combattiva, capace di parlare tanto ai sostenitori di Fatah quanto ai palestinesi che negli ultimi anni si sono spostati in massa verso il movimento islamico Hamas.

Subito dietro di lui però si è piazzato un uomo di apparato e di dialogo con Usa e Israele, Majid Faraj, capo dei servizi segreti dell’Anp. Il suo risultato consolida ulteriormente il peso delle agenzie di sicurezza all’interno di Fatah e conferma il ruolo centrale assunto negli ultimi anni dagli uomini più vicini ad Abu Mazen. Al terzo posto è arrivato un dirigente storico, Jibril Rajoub, seguito da Hussein Sheikh, il più stretto collaboratore di Abu Mazen e considerato il suo successore designato.

Tra le sorprese figura il quinto posto ottenuto da Laila Ghannam, governatrice di Ramallah e Al-Bireh, entrata per la prima volta nel Comitato centrale con 1.472 voti. Poco dietro Mahmoud al-Aloul, figura storica del movimento, e Tawfiq al-Tirawi, anch’egli esponente della vecchia guardia e uomo di lungo corso dell’apparato di sicurezza palestinese.

Le elezioni hanno assegnato 18 seggi nel Comitato centrale e 80 nel Consiglio rivoluzionario, il parlamento interno del movimento. Nonostante alcuni volti nuovi, il risultato finale riflette soprattutto la continuità con la linea passiva di fronte alle politiche di Israele tenuta negli ultimi 15 anni dai vertici del partito. La vecchia leadership ha mantenuto le posizioni decisive e il quasi novantenne Abu Mazen è stato rieletto per acclamazione presidente del movimento già nel primo giorno del congresso. Un passaggio che ha evidenziato ancora una volta la difficoltà di Fatah ad aprire un vero confronto sul futuro politico palestinese.

L’ingresso nel Comitato centrale di Yasser Abbas, figlio di Abu Mazen, ha inoltre alimentato le critiche di quanti denunciano da anni la crescente concentrazione del potere attorno a un ristretto gruppo dirigente. Parallelamente, la forte affermazione di Faraj e la centralità di Hussein al-Sheikh confermano le opinioni di chi afferma che la successione ad Abu Mazen venga gestita all’interno di un circuito politico e securitario molto ristretto, distante dalle richieste di rinnovamento provenienti dalla base.

Tra gli elementi che deviano dalla continuità c’è l’elezione di due ex detenuti liberati da Israele nello scambio dello scorso anno tra ostaggi israeliani e prigionieri politici palestinesi. Zakaria Zubaidi, popolare ex comandante delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa a Jenin durante la seconda Intifada e Taysir Bardini di Gaza. La loro presenza è stata letta da molti delegati come un tentativo di recuperare almeno simbolicamente il legame storico tra il movimento e la militanza popolare. Anche Gaza ha ottenuto una rappresentanza significativa nel Comitato centrale con quattro seggi.

I piccoli segnali di novità non attenuano il dato di fondo: Fatah non ha prodotto una nuova piattaforma politica capace di rilanciare il movimento e più di tutto ridefinire la strategia nazionale palestinese assieme alle altre forze politiche islamiste o di sinistra. Nel suo intervento inaugurale Abu Mazen ha parlato soprattutto delle riforme nell’Anp che gli hanno intimato Usa e Ue, ribadendo l’intenzione di tenere future elezioni presidenziali e legislative senza però indicare alcuna data concreta. Ha denunciato Israele perché ha di fatto confiscato circa cinque miliardi di dollari di fondi palestinesi e ha lasciato intendere che l’Anp sarebbe pronta ad assumere il controllo amministrativo di ciò che resta della Striscia di Gaza, senza però ipotizzare un accordo o un’intesa con Hamas. Il dibattito perciò è rimasto limitato quasi esclusivamente alla gestione dell’Anp e agli appelli rituali alla soluzione dei due Stati, una prospettiva in cui ormai pochi sembrano credere alla luce delle politiche di annessione della Cisgiordania praticate da Israele.

Le voci critiche non sono mancate, anche se marginalizzate. Diversi quadri intermedi hanno boicottato il congresso. Ahmed Ghneim, vicino a Barghouti, ha accusato la leadership di avere “emarginato le figure storiche e i quadri più legati alla tradizione militante del movimento”. Secondo Ghneim, soltanto un maggiore protagonismo degli ex prigionieri e delle giovani generazioni potrà impedire “il definitivo svuotamento politico di Fatah”. Ancora più duro il giudizio dello scrittore e poeta Mutawakkil Taha, che ha definito l’ottavo congresso “un’occasione mancata” per ridefinire programmi, leadership e strategie alla luce della nuova realtà palestinese.

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07/04/2026

La follia e il potere prima del rozzo King Trump

Che il mondo abbia un grosso problema con l’attuale presidente degli Stati Uniti e con le sue trovate roboanti, sconclusionate, pericolose e anche perdenti, è ormai un dato acquisito. Malattia o caratteraccio che sia, l’America e il mondo si trovano adesso nel grosso guaio iraniano, la cui portata finale non riesci neppure ad immaginare, tremando. E allora, Pasqua di speranza per i credenti, le follie storiche del potere da cui l’umanità è comunque sopravvissuta. Mentre la Casa Bianca cerca di smentire le voci – circolate sui social – secondo cui il presidente Trump sarebbe stato ricoverato al Walter Reed National Military Medical Center di Bethesda.

L’imperatore Eliogabalo

Che Caligola fosse arrivato a nominare senatore il proprio cavallo, è un episodio molto noto, ma meno si ricorda invece la figura di Marco Aurelio Antonino Augusto, meglio conosciuto come Eliogabalo, imperatore di Roma dal 218 al 222 d.C. Di origine orientale e precisamente siriana, Eliogabalo era salito al trono sottraendolo a Macrino grazie ad una sollevazione militare suscitata da due false voci: la prima sosteneva che si trattasse di un figlio illegittimo dell’imperatore Caracalla, mentre la seconda, confidando nelle immense ricchezze della famiglia, assicurava premi generosi a chi lo avesse aiutato nell’impresa. Sempre per questioni familiari inoltre il giovane, prima di salire sul trono, aveva ricoperto il ruolo di sommo sacerdote di un culto solare che si celebrava a Emesa (oggi Homs, in Siria), tentando in seguito di portarlo a Roma per sostituire quello dell’antico Giove Capitolino.

L’operazione non riuscì, ma Eliogabalo fece di tutto: ad esempio collocò un proprio ritratto in Senato nelle vesti di sacerdote sopra la raffigurazione di una divinità romana in modo che, onorando la seconda, fosse venerato anche lui e soprattutto – cosa inaudita per i Romani – pretese che la madre assistesse con lui alle sedute del Senato. Un altro aspetto più scabroso riguardò i suoi costumi sessuali: sebbene i Romani ai tempi dell’impero praticassero meno assiduamente la ‘virtus’ repubblicana, riuscì a scandalizzare l’intera città raccogliendo a palazzo intorno a se meretrici di ogni sorta e chiamandole ‘amiche e sorelle’ e senza fare misteri della sua relazione con un auriga.

Non stupisce che l’irritazione della guardia pretoria arrivasse al culmine giungendo a manifestare apertamente a favore del cugino Alessandro: nonostante le minacce indirizzate ai rivoltosi, Eliogabalo alla fine fu assassinato assieme alla madre ed entrambi i corpi furono sfigurati e smembrati, mentre il Senato ribadì alle donne il divieto assoluto di entrarvi.

La ‘quasi’ follia di re Giorgio

Giorgio III, a dispetto della follia che gli fu poi attribuita, in realtà regnò dal 1760 al 1820, periodo piuttosto lungo, ma tutt’altro che facile per un monarca inglese visti gli avvenimenti che lo caratterizzarono. Per prima cosa la Guerra dei Sette anni (1756-1763) con la Francia, poi il distacco e la perdita delle prosperose colonie americane nel 1785 dopo una guerra durata dodici anni e infine le guerre della Rivoluzione Francese e quelle napoleoniche che si conclusero solo a Waterloo nel 1815. 

Dopo una prima crisi passeggera intorno al 1765, a partire dal 1789 si parlò apertamente di problemi mentali: in pratica il sovrano parlava ininterrottamente per ore procurandosi seri problemi alla voce e dormiva pochissimo. La medicina del tempo rispondeva alla situazione suggerendo dei salassi per eliminare gli umori nocivi, ma ovviamente senza risolvere nulla. Nel frattempo, di fronte alle difficoltà del governo, si era acceso uno scontro tra il figlio – che rivendicava la reggenza – e il primo ministro che non voleva concederla, tanto più che non mancarono momenti di apparente normalità in cui il sovrano godette dell’appoggio popolare contro i suoi stessi ministri.

Sulla malattia si è discusso a lungo e oggi sembra che la spiegazione sia da ricercare in uno scompenso proteico che provocava gravi alterazioni nel comportamento, in estrema sintesi una malattia genetica. Studi molto recenti hanno infine confermato nei resti esaminati tracce di arsenico, probabile residuo di un farmaco rudimentale somministrato nei momenti di crisi. L’immagine popolare odierna più benevola nei confronti del re sottolinea invece la sua grande passione quasi maniacale per gli strumenti scientifici e in particolare astronomici: del resto senza la misura esatta del tempo e dei moti degli astri la marina di sua maestà britannica non avrebbe ‘misurato’ il globo e fondato l’impero.

Ludovico II di Baviera, tra stravaganze e romanticismo

Il regno di Baviera si trovava in un quadro geopolitico particolare: nel sud della Germania, a maggioranza cattolico e legato all’impero d’Austria, subiva però anche l’influenza del nord protestante e soprattutto della Prussia sempre più determinata a completare l’unificazione tedesca ridimensionando il ruolo austriaco. A metà del XIX secolo la guida della Prussia divenne comunque una realtà, ma rimasero con l’Austria legami politici, culturali e soprattutto familiari: l’imperatrice Elisabetta, principessa bavarese meno stravagante, ma altrettanto ‘originale’, aveva sposato ad esempio Francesco Giuseppe d’Asburgo ed era cugina di re Ludovico e la stessa madre dell’imperatore austriaco era un’altra principessa bavarese.

Sul piano internazionale il re cercò sempre di evitare le guerre, o meglio gli scontri diretti con stati tedeschi godendo per questo di una certa popolarità tra i suoi sudditi. Il vero problema del sovrano furono le spese folli e il mecenatismo. Costruì sontuose residenze ispirandosi alla reggia di Versailles, e al Re Sole che divenne un suo modello personale, ed esaudì tutti i desideri – o quasi – del compositore Richard Wagner che da un punto di vista finanziario si rivelò un pozzo senza fondo. Ad un certo punto, anche di fronte ad altre bizzarrie del sovrano come la passione per Lohengrin – il cavaliere del cigno dell’opera wagneriana – una commissione governativa lo prese ‘sotto tutela’ rinchiudendolo in un castello dal quale però scomparve la sera del 13 giugno 1886.

La sera il re fu trovato morto e le circostanze del ritrovamento diedero origine a diverse ipotesi: il corpo del re, presumibilmente annegato, fu ritrovato a poca distanza da quello dello psichiatra-carceriere von Gudden. Omicidio-suicidio? Il mistero resta, ma ancora oggi in Baviera si festeggia l’anniversario della nascita del re il 25 agosto.

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16/02/2026

Epstein: oltre lo scandalo, entrare nella logistica del sistema

Premessa. La censura su Meta sta diventando piuttosto pesante, ce ne siamo accorti tutti/e, tra sciami di bot, post spostati, post segnalati, fino a condizionare ciò che scriviamo o mostriamo. Come molti mi sto guardando intorno. Substack sembra essere una buona piattaforma. Al momento i miei articoli più lunghi proverò a metterli anche lì. Poi vedremo.

Quindi questo articolo lo trovate anche lì.

Cosa ho capito dell’archivio

Dopo più di dieci giorni passati a immergermi nel mare magnum delle mail e dei documenti che compongono l’archivio Epstein, ho capito che un solo individuo, salvo rari casi di coinvolgimenti palesi e documentati senza censure, non è in grado di comprendere la totalità del mosaico.

Ci troviamo di fronte a un sistema così stratificato e iper-connesso che lo sguardo umano, solitamente abituato a cercare una narrazione lineare di colpa e castigo, naufraga inevitabilmente nel gorgo del sensazionalismo. La reazione istintiva è la ricerca della cosa più “schifosa”, dello shock pornografico o del dettaglio che possa scuotere un’opinione pubblica ormai assuefatta a ogni forma di aberrazione.

I giornalisti, salvo pochissimi, non stanno facendo il loro lavoro, dovrebbe essere infatti una priorità mondiale, ma siamo fortunati se troviamo dei trafiletti sotto a notizie insignificanti.

Dobbiamo anche denunciare che l’operazione di rilascio di questi tre milioni di file, funestata da pesanti omissis che troppo spesso sembrano proteggere i nomi chiave degli abusatori piuttosto che la dignità delle vittime, non è un caos casuale, ma un atto deliberato. La mancanza di un filo logico e la frammentarietà cronologica dei dati sono strategie tese a livellare ogni informazione, mettendo tutto sullo stesso piano affinché il disegno d’insieme scompaia nel rumore di fondo.

Questa compulsione alla visione del mostruoso non è che l’ennesima trappola di un potere che si protegge attraverso l’eccesso di visibilità, una “febbre d’archivio” che, mentre promette trasparenza, seppellisce la verità strutturale sotto una massa informe di dati privi di contesto. 

L’arkheion digitale

Per decifrare l’archivio Epstein, occorre innanzitutto comprendere cosa sia, filosoficamente, un archivio. Jacques Derrida, nel suo saggio “Mal d’Archive”, ci ricorda che l’etimologia del termine risale al greco arkheion, la residenza dei magistrati superiori, gli arconti. L’arconte non era solo il custode dei documenti, ma colui che deteneva il potere di “cominciamento” e di “comando“. Egli aveva il diritto di fare e rappresentare la legge, custodendo i documenti ufficiali nella propria dimora privata, che diventava così, paradossalmente, il luogo di nascita dello spazio pubblico.

L’archivio Epstein rappresenta un’inversione traumatica di questo processo. Ciò che per decenni è stato custodito nella dimora privata del potere, intesa sia come spazio fisico (le ville, le isole) sia come spazio digitale (server criptati, sistemi Jmail), viene improvvisamente gettato nella sfera pubblica. Ma questa pubblicità non garantisce la comprensione.

Derrida parla di una “pulsione archiviolitica”, una forza intrinseca all’archivio che spinge verso la distruzione e l’oblio proprio nel momento in cui si cerca di preservare tutto. La “febbre d’archivio” che colpisce l’osservatore oggi è una forma di dipendenza dal dato che, invece di illuminare, acceca.

L’analisi forense dei file rivela che l’élite non si limitava a comunicare, ma utilizzava l’archivio come uno strumento di “house arrest” della verità. L’uso di cartelle di bozze condivise per scambiarsi messaggi senza mai “inviarli” è una metafora perfetta della comunicazione del potere: un dialogo interno, invisibile dall’esterno, che non lascia metadati tradizionali di invio e ricezione. Questo è il vero “mal d’archivio”: una memoria che è già strutturata per essere inaccessibile, anche quando diventa pubblica. 

Eterotopie del privilegio, l’isola e altri luoghi di sospensione del diritto

Michel Foucault ha introdotto il concetto di “eterotopia”, che, detta in estrema sintesi, significa un “contro-spazio”, un luogo reale che si trova al di fuori di tutti i luoghi, pur essendo localizzabile. A differenza delle utopie (che sono spazi ideali e inesistenti), le eterotopie sono “effettivamente realizzate” e servono per descrivere spazi che hanno la funzione di contestare, invertire o sospendere gli altri spazi della società.

Little Saint James e lo Zorro Ranch, lette in questa accezione non erano semplici proprietà immobiliari, ma erano (sono?) eterotopie di deviazione e di compensazione, mondi paralleli dove le norme morali e legali della società civile venivano annullate per far posto alla volontà sovrana dell’arconte.

Foucault spiega questo concetto attraverso la metafora del miracolo dello specchio: nello specchio io mi vedo là dove non sono, in uno spazio irreale che si apre dietro la superficie, ma lo specchio esiste realmente e rimanda una “contro-azione” sulla posizione che occupo.

L’universo Epstein è lo specchio deformante dell’élite: un reticolo di 55 luoghi chiave che funzionano come un sistema di vasi comunicanti, progettato per sospendere le norme del contratto sociale e instaurare quella che Giorgio Agamben definisce la Giurisdizione dell’Eccezione. 

L’isola come stato di eccezione permanente

Little Saint James non era la classica residenza di lusso un po’ appartata, era la materializzazione di quello che Schmitt definiva lo Stato di Eccezione. In questo spazio, il diritto non è assente, ma sospeso per lasciare spazio alla pura forza del sovrano (l’élite). L’infrastruttura dell’isola, che già nel 1997 comprendeva un sistema di desalinizzazione privato, un eliporto e un molo, andava ben al di là dell’estetica del lusso, obbediva a una logica di autonomia giurisdizionale.

Creando una propria rete di approvvigionamento idrico e logistico, l’élite recideva ogni legame con la “terraferma” dello Stato e del contratto sociale. L’indipendenza infrastrutturale garantisce che:

• Non servano controlli. La desalinizzazione e la produzione di energia proprie rendono il feudo invisibile ai registri delle utenze pubbliche.

• L’isolamento sia la prigione. Come notato da Deleuze, l’isola deserta attira per la sua capacità di essere un “cominciamento assoluto”. Allontanarsi da Little Saint James o dallo Zorro Ranch significa perdersi nell’oceano o nel deserto; lo spazio stesso diventa lo strumento di controllo, rendendo superflue le serrature.

I sei principi eterotopici nel sistema epstein

L’universo Epstein opera attraverso meccanismi che riflettono i sei principi di Foucault, trasformando il privilegio in una zona di anomia (assenza di legge):

1. Eterotopia di deviazione. Luoghi come lo Zorro Ranch diventano spazi dove l’anormalità (la predazione, l’eugenetica) è la norma interna per l’élite.

2. Mutamento di funzione. La Villa di Palm Beach o l’appartamento di Manhattan fungono da “macchine di normalizzazione” esterna (la facciata dell’alta borghesia) mentre internamente operano come spazi di disciplinamento e cattività.

3. “Juxtaposision” di incompatibili. La presenza di una sedia da dentista o di un “tempio” decorativo in contesti di abuso crea un microcosmo dove il rito e la violenza convivono, destabilizzando la vittima.

4. Eterocronia (rottura del tempo). Nelle isole, il tempo della legge è sospeso. Vige un’eternità artificiale garantita dalla logistica privata (jet, elicotteri) che recide i legami con le reti di soccorso.

5. Sistema di apertura e chiusura. L’accesso è regolato da riti di ingresso (inviti, voli privati) e guardiani legali (NDA), che creano una barriera impenetrabile tra la giurisdizione del privilegio e quella del cittadino comune.

6. Funzione di illusione e compensazione. La Townhouse di New York è un’eterotopia di illusione che nasconde l’orrore dietro la rispettabilità; lo Zorro Ranch è l’eterotopia di compensazione definitiva, un feudo di 10.000 acri dove l’ordine del privilegio è superiore alla democrazia.

Il ricco non abita lo spazio, ma lo secerne, creando un sistema di impunità dove le regole collettive evaporano di fronte alla potenza del capitale.
 
La banalità del male nell’era tecno-finanziaria

Hannah Arendt, nel suo resoconto sul processo Eichmann, ha decostruito la figura del criminale totalitario come un funzionario spaventosamente ordinario e non come il classico “mostro”.

Nel sistema Epstein, questa diagnosi trova una nuova, agghiacciante, conferma nell’esercito di professionisti di cui aveva bisogno una simile ed estesa rete come quella di Epstein. Pensate a quante persone orbitavano nell’ingranaggio “Epstein”: banchieri, avvocati, piloti e contabili, che hanno garantito la stabilità dell’infrastruttura e che si ritrovano anche nelle mail dell’archivio.

Arendt scriveva: «Eichmann non era uno Iago né un Macbeth, e nulla sarebbe stato più lontano dalla sua mentalità che “fare il cattivo” – come Riccardo Terzo – per fredda determinazione». Allo stesso modo, i dirigenti di JPMorgan Chase che hanno gestito 1,3 miliardi di dollari in transazioni sospette legate a Epstein non si consideravano complici di un predatore, ma protettori di un asset finanziario. Essi incarnano quella disumanizzazione per cui il sistema «tende a trasformare gli uomini in funzionari e in semplici rotelle dell’apparato amministrativo, e cioè tende a disumanizzarli».

Il sistema Epstein ha operato attraverso una codificazione linguistica che Arendt avrebbe riconosciuto immediatamente. Come Eichmann dichiarava che «il linguaggio burocratico (“Amtsprache”) è la mia unica lingua», così la macchina Epstein ha utilizzato eufemismi tecnici per neutralizzare la violenza:

• Le vittime erano mappate come «Studentesse», «Trainees» o, in termini puramente logistici, «Assets».

• I pagamenti per il silenzio delle sopravvissute venivano registrati come «Administrative Matters» (questioni amministrative).

• Il trasferimento di enormi capitali per finanziare la logistica del traffico veniva etichettato come «Project Management».

Arendt osserva che il criminale burocratico «non capì mai che cosa stava facendo» proprio a causa di questa «spaventosa mancanza di pensiero». Questa assenza di pensiero non è stupidità, ma l’incapacità di uscire dal proprio mansionario. È il «governo di nessuno che è in realtà la forma politica nota col nome di burocrazia», dove ogni individuo può dichiararsi neutro rispetto alla macchina complessiva.

Il memorandum del Senato degli Stati Uniti (2025) ha rivelato che dirigenti di alto livello, come Mary Erdoes, erano in costante contatto con Epstein, e che l’ex CEO del Private Banking, John Duffy, consigliava attivamente Epstein su come eseguire prelievi massicci di contante per evitare i controlli antiriciclaggio. Questa è la “banalità del male” in versione 2.0: non più l’ufficiale delle SS che organizza treni, ma il banchiere che costruisce una “parete di contanti” per proteggere un cliente d’élite, normalizzando l’orrore attraverso la routine professionale. 

Il peso dell’osservare e il crollo del “senso”

Al termine di questo viaggio nel cuore di tenebra dell’archivio Epstein, ciò che resta trascende il disgusto, configurandosi come un profondo senso di eclissi dell’io. Dopo dieci giorni di immersione, la domanda si è spostata dall’identificazione del colpevole all’interrogazione su cosa io sia diventata mentre guardavo.

Veniamo sopraffatti perché l’archivio è progettato come un’arma di saturazione. La strategia del potere consiste nell’annegare il segreto in una “trasparenza tossica” dove 3,5 milioni di pagine agiscono come una tempesta di sabbia.

Perché veniamo sopraffatti?

Siamo sopraffatti a causa della ricerca di categorie che il potere ha già neutralizzato. L’indagine del “mostro”, volta a esorcizzare la nostra normalità, conduce esclusivamente a una rete di “buoni padri di famiglia” che firmano contabili bancarie e piani di volo.

Siamo sopraffatti poiché l’archivio opera una violenza epistemica: la concessione dei nomi delle vittime avviene in parallelo alla negazione di quelli degli abusatori attraverso omissis selettivi, configurandosi come atti di comando arcontico. Questo “Panopticon rovesciato” obbliga a guardare la vittima, lasciando l’abusatore nell’ombra del potere sovrano.

Quali categorie usare?

È necessario smettere di guardare l’archivio come una “zona voyeristica” dello scandalo, leggendolo invece come una cartografia dell’infrastruttura. L’Etica dello Sguardo individua la regolarità del sistema piuttosto che l’evento eccezionale. Le categorie da usare appartengono alla logistica e alla biopolitica:

• L’efficienza dei contratti NDA che agiscono come barriere giurisdizionali prevale sulla perversione del singolo.

• L’analisi delle transazioni offshore e della complicità bancaria (la “Parete di Cash”) sostituisce il voyeurismo sul corpo violato.

• La decrittazione dei codici linguistici (“Administrative Matters”, “Project Management”) che servono a de-eticizzare l’orrore assume priorità rispetto alla ricerca del dettaglio scabroso. 

Il senso dell’Etica dello Sguardo

Guardare l’archivio Epstein oggi costituisce un atto politico estremo che mette a nudo l’inutilità del rituale democratico in un mondo governato da questa élite transumanista e oligarchica. Il voto, in questo contesto, rappresenta un’illusione di sovranità concessa a spettatori di un dramma la cui sceneggiatura è scritta in eterotopie inaccessibili.

La nostra unica resistenza risiede nel rifiuto del voyeurismo che trasforma l’osservatore in manovalanza gratuita per l’algoritmo del sensazionalismo. Occorre il coraggio della noia, la forza di indietreggiare dal pettegolezzo virale per fissare fermamente l’occhio sull’architettura del potere.

L’Etica dello Sguardo è la pretesa di un piano d’insieme opposto alla frammentazione deliberata. Rappresenta la scelta di ergersi a testimoni di una giustizia strutturale che, rifiutando il singolo capro espiatorio, pretende la demolizione delle macchine di normalizzazione responsabili dell’orrore.

In definitiva, l’archivio Epstein rivela che il mostro è lo spazio che abitiamo se accettiamo di guardarlo senza vederne i cardini. La sfida consiste nel restare umani sotto il peso di questa memoria cibernetica, ricordando che l’archivio è una responsabilità per il domani. Uno sguardo capace di de-spettacolarizzare il male permette di sperare, un giorno, nella restituzione della dignità a chi in quell’archivio è stato ridotto a semplice “asset” del potere sovrano. 

Bibliografia minima

• Agamben, Giorgio, Stato di eccezione. Homo sacer, II, 1, Bollati Boringhieri, Torino 2003.

• Arendt, Hannah, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, trad. it. di P. Bernardini, Nuova ediz., Feltrinelli, Milano 2023.

• Brown, Julie K., Perversion of Justice: The Jeffrey Epstein Story and the Betrayal of the Victims, HarperCollins, New York 2021.

• Crouch, Colin, Postdemocrazia, trad. it. di C. Paternò, Laterza, Roma-Bari 2003.

• Derrida, Jacques, Mal d’archivio. Un’impressione freudiana, trad. it. di G. Pozzi, Filema, Napoli 1996.

• FiscalNote, Epstein Unboxed: AI-Enhanced Database for Investigation Records, 2026.

• Foucault, Michel, Utopie. Eterotopie, a cura di A. Moscati, Cronopio, Napoli 2006.

• Hilberg, Raul, La distruzione degli Ebrei d’Europa, a cura di F. Sessi, trad. it. di G. Guastalla, Einaudi, Torino 2017.

• Mair, Peter, Ruling the Void: The Hollowing of Western Democracy, Verso, London 2013.

• PDF Association, A Case Study in PDF Forensics: The Epstein PDFs, Case Study 2025-2026.

• U.S. Department of Justice, Epstein Library: Investigative Files and Correspondence, rilasciati ai sensi dell’Epstein Files Transparency Act, 2025-2026.

• U.S. Senate Committee on Finance, Staff Memorandum: Analysis of JPMorgan Chase’s Relationship with Jeffrey Epstein, 20 novembre 2025.

Fonte

12/02/2026

Jeffrey Epstein, potere neotribale

L’esercizio del potere nelle strutture sociali gerarchiche, arcaiche o neotribali, non si limita alla gestione delle risorse materiali o della forza militare. Quindi il caso Epstein, visto dall’antropologia politica, non rappresenta una deviazione comportamentale ma ci riporta ad un fenomeno conosciuto riemerso oggi negli aggregati neotribali della finanza e del potere globale: il possesso e lo sfruttamento di vergini, giovani donne e bambini da parte dei membri di una aggregato collettivo come pilastri fondamentali per la gestione, la stabilizzazione e la circolazione dell’autorità. Storicamente, le élite hanno utilizzato il controllo sulle capacità riproduttive e sessuali di soggetti vulnerabili per rispondere a necessità sistemiche: dalla gestione dell’entropia demografica delle prime città-stato alla creazione di legami di fedeltà assoluta attraverso la condivisione del tabù. Oggi questo controllo serve invece per dimostrare chi è veramente al vertice dei flussi di denaro e potere globali.

Nel caso Epstein il corpo delle vittime non viene solo sfruttato ma anche trasformato in capitale politico. È una trasformazione che emerge nelle dinastie dello Yemen medievale come nelle strutture di potere degli inca e dei norreni, facendo delineare le categorie concettuali di creazione, concentrazione e circolazione del potere. Si tratta di categorie che ritroviamo nella trasformazione del corpo in capitale politico emerso nel caso di Jeffrey Epstein, come una manifestazione contemporanea di logiche tribali ataviche, neotribale appunto, dove lo sfruttamento minorile diventa il fulcro di un’infrastruttura di potere costruita sulla morte sociale delle vittime e sulla fratellanza di colpa dei carnefici. In questo quadro, lo sfruttamento sessuale non è un fine, ma un mezzo: il possesso del corpo altrui è la manifestazione tangibile del diritto di vita e di morte che definisce la sovranità. La pratiche del concubinato e della poliginia nelle élite norrene illustrano come il controllo sulle donne servisse a costruire reti di obbligazione. Per i nobili scandinavi, possedere più partner non era solo un indicatore di ricchezza, ma uno strumento politico per integrare individui di status inferiore nel proprio sistema domestico, creando una gerarchia di dipendenza che preveniva la formazione di fazioni rivali. In Epstein le reti di obbligazione, create attraverso l’offerta di consumo di abusi sessuali, non riguardano il controllo sociale ma le relazioni di potere all’interno di reti elitarie che non hanno neanche più bisogno di un rapporto con la società.

Un elemento cruciale della dominazione tribale è il valore attribuito alla verginità, spesso percepita come un “serbatoio di energia” trasferibile o consumabile dal sovrano. Nelle società indoeuropee patriarcali, la verginità non era solo un requisito per la certezza dell’eredità, ma un attributo che conferiva autonomia o sacralità a chi la possedeva, rendendo la sua violazione un atto di appropriazione di potere metafisico. Qui, sebbene la storicità universale del jus primae noctis sia sempre oggetto di dibattito, il suo valore simbolico come “esposizione del potere maschile” è innegabile. La deflorazione rituale da parte di capi, sacerdoti o stranieri riflette la psicologia della dominanza sociale coercitiva. In molte culture, l’iniziazione sessuale di una giovane era affidata a individui di alto status sociale per “consacrare” la capacità riproduttiva della donna, trasferendo la benedizione del signore o degli dei sulla futura prole. In termini evoluzionistici, questo comportamento imita quello dei maschi dominanti nei primati, che rivendicano la priorità di accesso alle femmine fertili per riaffermare la gerarchia del gruppo.

Per analizzare il fenomeno dello sfruttamento sessuale d’élite, è necessario definire tre categorie operative che spiegano come il corpo umano diventi un ingranaggio della macchina politica.
La prima è la creazione del potere attraverso la morte sociale. Il potere viene creato attraverso l’atto dello sradicamento. La schiavitù è il dispositivo politico della “morte sociale”, un processo in cui l’individuo viene privato di ogni identità, relazione e vitalità sociale. Nello sfruttamento tribale, il nobile crea potere “uccidendo socialmente” la vittima: separandola dalla famiglia e dai supporti comunitari (alienazione natale), che diventa così una tabula rasa su cui il padrone può incidere la propria volontà. Questa condizione rende la vittima totalmente dipendente, trasformandola in un’estensione della personalità del nobile.
La seconda è la concentrazione del potere attraverso l’architettura del segreto. Una volta creato, il potere deve essere concentrato in spazi che sfuggono al controllo della collettività. L’harem, il tempio o il recinto privato servono a isolare le risorse preziose (donne e bambini) e a segnalare l’esclusività dell’accesso d’élite. L’architettura stessa di questi luoghi – come dimostrato dall’analisi dello spazio sintattico nei templi arcaici – crea gerarchia limitando il movimento e la visibilità. Chi controlla l’accesso a questi spazi “sacri” o “proibiti” controlla la distribuzione della grazia o del piacere, consolidando la propria posizione al vertice della tribù.
La terza è la circolazione del potere attraverso l’ospitalità sessuale e la fratellanza di colpa. Il potere non può restare statico; deve circolare per creare alleanze. L’antropologia illustra come il corpo di una donna possa essere offerto a un ospite di alto rango per stabilire un legame di debito e reciprocità. Tuttavia, nelle forme più oscure di dominanza d’élite, la circolazione avviene attraverso la “trasgressione condivisa”. Partecipare insieme a un atto criminale o tabù (come lo sfruttamento di minori) crea un “patto di silenzio” e una “fratellanza di colpa” che è molto più vincolante di qualsiasi alleanza formale. Questo legame libidico e criminale assicura che i membri dell’élite proteggano il sistema per proteggere se stessi.

Il caso di Jeffrey Epstein non deve essere interpretato come un’anomalia della modernità, ma come una riattivazione di modelli tribali di gestione del potere basati sullo sfruttamento dei corpi vulnerabili. Epstein ha operato in modo neotribale, unendo schemi atavici di sottomissione in una società tecnologica, costruendo un’infrastruttura di potere che riflette creazione, concentrazione e circolazione del potere basate sullo sfruttamento estremo dei corpi ma non più in società arcaiche o premoderne ma nelle reti di potere delle élite globali. La creazione del potere, per Epstein e la sua cerchia avveniva attraverso un sistema di reclutamento che ricalca l’alienazione natale della schiavitù tradizionale. Utilizzando intermediari (come Ghislaine Maxwell) per adescare ragazze giovani e minorenni con promesse di istruzione o carriera, Epstein mirava a isolare le vittime dai loro supporti familiari. La “morte sociale” di queste ragazze era garantita dalla loro vulnerabilità economica e dal trauma, che le rendeva incapaci di ribellarsi o di cercare aiuto all’esterno. In questo modo, Epstein “creava” un pool di risorse umane su cui esercitare un dominio assoluto.

L’isola di Little St. James rappresenta l’apice della concentrazione del potere spaziale. Come i recinti sacri degli inca o dei re levantini, l’isola era un territorio “fuori dal mondo” dove le leggi della società ordinaria non avevano valore. Le testimonianze dei dipendenti descrivono l’arrivo costante di aerei privati (il “Lolita Express”) carichi di giovani donne, spesso vestite con felpe universitarie per mimetizzare la loro età. L’architettura dell’isola, con il suo ormai celebre “tempio” con cupola dorata e le statue eccentriche, serviva a creare una cosmologia privata che riflettesse il narcisismo sovrano di Epstein. Analizzando lo spazio secondo la logica del recinto cultuale, l’isola funzionava come un locus di potere dove Epstein agiva da sacerdote/padrone, decidendo chi poteva entrare e chi doveva servire. La vera “importanza” di Epstein per l’élite globale risiedeva nella sua capacità di far circolare il potere attraverso l’offerta di accesso alle vittime. Portando personalità influenti – politici, reali, scienziati – sulla propria isola e mettendoli in contatto sessuale con minori, Epstein non stava solo offrendo “piacere”, ma stava cementando alleanze attraverso la trasgressione condivisa.

In questa prospettiva, la vittima minorenne non è solo un oggetto di desiderio, ma una “valuta simbolica”. Chi consuma l’atto proibito con la “vergine” fornita dal padrone entra in una rete di mutuo ricatto e dipendenza. Questo meccanismo di fraternità criminale garantisce la coesione del gruppo d’élite: il segreto condiviso è il collante più forte di qualsiasi contratto poiché la sua rivelazione comporterebbe la rovina di tutti i partecipanti. Il neotribale finanziario di cui Epstein era componente non ha come valore assoluto il contratto, che si può mettere in discussione, ma il segreto che non si può né mettere in discussione né rivelare.

Nello sfruttamento tribale, il valore della vittima è inversamente proporzionale alla sua autonomia e la giovinezza e la verginità sono preziose perché rappresentano lo stato di natura non ancora “domato” dalla cultura ordinaria; violarle significa dimostrare una forza che può infrangere i tabù fondamentali della tribù. Nel caso Epstein, l’uso di minori e giovani donne serviva a segnalare ai partecipanti uno status di “semidei”. In una società che protegge formalmente l’infanzia, l’atto di abusare di un bambino in un ambiente di lusso e in sicurezza è la prova suprema di appartenenza a una casta che è al di sopra della legge comune. La vittima diventa un “segno” dell’invulnerabilità del carnefice. Le testimonianze riportano l’uso di maschere e ambienti decorati in modo grottesco, suggerendo una dimensione teatrale e rituale dell’abuso che serve a distanziare l’atto dalla realtà morale quotidiana. Il violentatore, all’interno di questa cerchia, acquisisce uno status di “iniziato”. Partecipare ai riti dell’isola significa essere stati scelti per vedere e fare ciò che alla “gente comune” è proibito. Questo crea un senso di superiorità e una separazione ontologica tra l’élite e il resto della popolazione. La capacità di Epstein di mantenere questa rete per decenni, nonostante le denunce e una condanna precedente, è la dimostrazione della forza di questa “resilienza del lignaggio” costruita sulla complicità criminale. Epstein rivela come le strutture di potere più avanzate possano regredire – o forse abbiano sempre mantenuto – logiche tribali di dominio. La concentrazione di ricchezza senza precedenti permette infatti la creazione di “isole di sovranità” dove il corpo umano torna a essere una merce di scambio primordiale. La violenza estrema del neotribale è servita in ambienti costruiti come se fossero resort per vacanze.

L’importanza per i membri nobili della tribù del possesso di vergini, giovani donne e bambini risiede nella loro funzione di “catalizzatori di sovranità”. Attraverso la creazione di soggetti socialmente morti, la concentrazione di queste risorse in spazi extra-territoriali e la loro circolazione in reti di complicità trasgressiva, le élite stabilizzano il proprio potere in modi che la politica formale non può replicare. Il caso Epstein rappresenta la versione iper-capitalistica, socialmente neotribale di questa dinamica atavica. La creazione di potere è avvenuta attraverso una rete di traffico che ha operato uno sradicamento sistematico delle persone reclutate; la sua concentrazione si è manifestata nell’architettura sacrale di Little St. James; e la sua circolazione ha cementato un’alleanza globale tra figure di immenso potere, unite non da ideologie, ma dal legame primordiale della colpa condivisa e del possesso del corpo altrui. Il valore simbolico delle vittime risiede nella loro capacità di agire come prova dell’impunità sovrana, trasformando ogni atto di abuso in un mattone dell’architettura del dominio d’élite. La comprensione di queste dinamiche è una necessità per decodificare le forme più oscure e persistenti di gestione del potere nella storia umana che si sono ben adattate alle evoluzioni del capitalismo.

Fonte

08/02/2026

Il mondo degli Epstein

di Andrea Zhok

In precedenza abbiamo visto:

1) come le grandi concentrazioni di capitale nella modernità, e specialmente nel mondo contemporaneo, operino come mezzi di esercizio di Potere (e solo marginalmente di consumo); 

2) come non vi sia connessione tra qualità personali e gestione di grandi capitalizzazioni; 

3) come questa disconnessione tra esercizio di un potere non legalmente limitato (assoluto) e qualità personali produca corruzione morale, sia nella società sia in chi quel potere lo esercita.

Una volta esaminato l’aspetto strutturale, è importante completare il quadro determinandone l’aspetto psicologico-morale.

L’impressione di una connessione fondamentale tra detentori di immensi capitali e comportamenti che oscillano tra la “stravaganza edonistica” e la “perversione conclamata” è stata sempre diffusa. Non abbiamo avuto bisogno degli Epstein Files per riconoscerla, anche se di solito la cinematografia mainstream cerca di spostare l’obiettivo spostando gli abusi nel passato (ponendoli come tratti decadenti di epoche remote da cui siamo usciti) o verso luoghi e paesi remoti, di cui l’occidentale medio non sa nulla.

Nella discussione su ciò che avveniva sull’isola di Epstein è comparso a più riprese il riferimento al film di Pasolini Salò o le 120 giornate di Sodoma, ma naturalmente il modello originale è rappresentato dall’autore del libro da cui Pasolini prende spunto: Le 120 giornate di Sodoma, ovvero La scuola di libertinaggio, il cui autore è il marchese Donatien-Alphonse-François de Sade, erede di una famiglia di antica nobiltà e antico patrimonio, vissuto a cavallo della Rivoluzione Francese.

Gli scritti di De Sade, non meno delle sue vicende biografiche (nella misura limitata in cui ci sono note dagli atti giudiziari) sono un’esaltazione costante e compiaciuta di comportamenti che vanno dallo stupro alla pedofilia, dall’incesto alla tortura all’assassinio, il tutto nelle forme più fantasiose.

Sul piano teorico il marchese de Sade è un libertino estremista, fervente sostenitore dell’ateismo, dell’edonismo, dell’immoralismo (rigetto di ogni norma morale, di qualunque genere).

Biograficamente de Sade è un rampollo viziato che, come lui stesso ricorda in una pagina di tenore autobiografico: «Nato fra il lusso e l’abbondanza credetti che la natura e la sorte si fossero data la mano per colmarmi dei loro doni (...) Credevo che mi bastasse concepirli [i miei capricci] per vederli realizzati»

De Sade ha tuttavia sempre un’altissima opinione di sé e, come si vede nell’epitaffio da lui stesso redatto, si percepisce costantemente come vittima di tempi retrivi. Invero de Sade riuscì ad essere messo sotto accusa sia dall’Ancien Règime, sia dai rivoluzionari che abbatterono l’Ancien Règime, sia dal Direttorio che subentrò ai rivoluzionari (ogni confronto con l’odierna inerzia della magistratura americana è lasciato alla valutazione del lettore).

De Sade non è un semplice squilibrato. È uno squilibrato per così dire “filosofico”. Egli è un grande estimatore del testo L’Homme machine di Lamettrie, dove si abbraccia una visione di materialismo meccanicista, in cui l’essere umano come ogni altro vivente è semplicemente una macchina.

Ma cos’è in fondo una macchina? Una macchina è uno strumento, un ente che esiste per poter essere usato per alcuni fini. E cosa rimane dell’essere umano e dei suoi fini? Soltanto la capacità di percepire piacere e dolori (questa è anche la base dell’utilitarismo benthamiano che viene alla luce negli stessi anni). Gli umani sono dunque macchine che possono servire per produrre piacere o dolore a chi le manovra.

Una simile concezione del mondo si attaglia perfettamente ad un soggetto dotato di grande potere materiale (ricchezza), ma al contempo fondamentalmente inetto, privo di qualunque forma di empatia (dopo tutto gli altri sono macchine) e privo di ogni prospettiva ideale, trascendente, spirituale o storica.

Quel mondo che nella seconda metà del ‘700 albeggiava in Europa è divenuto nel corso del ‘900 la forma di vita dominante nel mondo occidentale. Essa è stata battezzata in molti modi: “anarcoindividualismo”, “libertarianismo”, “nichilismo”.

Nel ‘900 non di rado la figura di De Sade è stata romanticizzata come un liberatore dei costumi, un esistenzialista ante litteram. E questo fatto non è per niente strano, visto che de Sade appare per molti versi un’incarnazione spietatamente coerente della visione del mondo dominante.

Di contro, l’autore che forse è stato più durevolmente colpito dalla figura di de Sade e che ha cercato insieme di rappresentarla dialetticamente nei suoi romanzi e di refutarla è Dostojevsky, che ne abbozza i tratti di fondo in figure come l’“uomo del sottosuolo” e poi in Svidrigajlov (Delitto e castigo), Stavrogin (I demoni) e in altri protagonisti delle sue opere.

Il potere privo di responsabilità, indipendente da qualità, esercitato in un mondo meccanico su altri esseri che sono semplicemente mezzi tra i mezzi, al fine di suscitare l’unica cosa che fa una qualche differenza, ovvero piacere e dolore, questo è il mondo inaugurato da Sade e realizzato da personaggi come Epstein (nessuno deve credere neppure per un momento che Epstein sia un caso isolato: è solo un caso organizzato su scala più grande perché utilizzabile come arma di ricatto).

E il piacere isolato dal senso del piacere ha una tendenza tipica (si parla a questo proposito di “paradosso dell’edonista”): perseguire il piacere per il piacere, e non come espressione di senso, come appagamento progettuale, come aspetto della vita, ecc. produce un noto effetto di saturazione, assuefazione.

Il piacere per il piacere rapidamente tedia, annoia, tende a spegnersi. Essendo semplicemente una risposta organica posta, in questa cornice, come priva di significato, il piacere si ottunde e atrofizza.

E a questo punto, per chi persegue il piacere privo di significato per sé stesso, e che ha i mezzi per perseguirlo facilmente, subentra necessariamente ciò che prende il nome di “perversione”.

Perversione è l’ampliamento progressivo dell’area del piacere in forme e modi che ne mantengano artificialmente una qualche capacità di suscitare un sussulto, una residua emozione. E ciò che continua a suscitare qualche sussulto è dapprima ciò che è proibito, poi ciò che è esecrato, infine ciò che è così rivoltante da essere inconcepibile.

In un suo testo che ha venduto milioni di copie (e qui, lo ammetto, parla la mia invidia) Yuval Harari – uno dei più coerenti sostenitori della visione del mondo alla Lamettrie, nelle sue forme odierne – si esprime con ammirevole chiarezza. Ciò che lui chiama “il patto della modernità”, ovvero la trasformazione che caratterizza la modernità occidentale, è riassumibile in una semplice frase: “gli esseri umani accettano di rinunciare al significato in cambio del potere”

Curiosamente Harari non si chiede mai chi avrebbe stipulato questo patto, chi vi avrebbe acconsentito. Io non ricordo di averlo sottoscritto. Dire che se nasci in quest’epoca lo hai sottoscritto automaticamente è un po’ comodo: suona tanto come il thatcheriano “non c’è alcuna alternativa” (TINA).

Forse è un patto che dev’essere accettato come condizione per far parte di quelli che detengono quel potere. E invero sembra un patto che è tanto più probabile venga accettato da chi detiene e gestisce il potere piuttosto che da chi lo subisce (e da chi detiene il potere assoluto di cui sopra in maniera preferenziale).

Ma Harari, intellettuale israeliano, guest star dei vertici di Davos, è probabilmente abituato a frequentare solo i primi.

Fonte

07/09/2025

Il potere dietro il Trono

di Giorgio Bona

William Le Queux, Il ministro del male – La storia segreta di Rasputin, trad. di Sara Musarra Pizzo, pp. 237, € 18, Lorenzo de Medici Press, Firenze 2025.

Che cosa sappiamo veramente di Rasputin? Vi sono molte incertezze su gran parte della sua vita. Grigorij Efimovič Rasputin, ladro di cavalli prima e poi consigliere privato dei Romanov, quinto di nove figli di cui soltanto due raggiungeranno l’età matura, nacque nel 1869 in un villaggio della Siberia occidentale.

Dopo il matrimonio (1887, con Praskov’ja Fëdorovna Dubrovina, da cui ebbe sette figli) abbandonò la famiglia e il lavoro nei campi per dirigersi verso un monastero a Verchotur’e e vestirsi dei panni del pellegrino (1892). Ben presto affermò di aver avuto una visione della Madonna di Kazan’ e dopo quel fatto decise di dedicarsi completamente alla vita mistica.

Spostandosi da monasteri e conventi e vivendo di elemosina, giunse a San Pietroburgo dove approdò alla corte dello zar Nicola II e della moglie Aleksandra (1905).

La biografia romanzata di William Le Queux (interessante figura di giornalista, attivissimo e versatile scrittore nonché diplomatico anglo-francese, 1864-1927) raccoglie l’insieme delle rivelazioni scritte, quasi in forma di resoconto storico, del giovane Feodor Rajevski, segretario e servitore di Rasputin. Intere pagine che riportano segreti, tradimenti, sotterfugi e sconvolgimenti intorno alla figura più inquietante della Russia moderna.

Feodor Rajevski era un giovane universitario che, grazie alle amicizie del padre trovò lavoro come impiegato negli uffici della polizia politica dell’impero, per ricoprire poi un ruolo importante grazie al generale Aleksej Nikolaevič Kuropatkin, amico intimo dell’imperatrice, che gli conferì il ruolo di sottosegretario di gabinetto al Ministero della guerra.

Fu il generale Kuropatkin a nominare Rasputin segretario dello Stareč (termine russo che indica i mistici cristiani ortodossi che hanno molto carisma e seguito), allora riconosciuto come il monaco mandato da Dio per essere la guida spirituale e il protettore della Russia.
Rajevskij fu successivamente trasferito al servizio di Rasputin con la mansione di segretario personale con il compito di rispondere alle centinaia di lettere che il monaco riceveva dai suoi adulatori, oltre a organizzare incontri e feste private con le sorelle-discepole che rappresentavano le donne più colte e ricche della capitale.

Alle dodici del giorno stabilito lasciammo Pietrogrado insieme. Il  monaco indossava, con pretesa umiltà, il vestito più vecchio e logoro, anche se sotto di esso, sia detto, i suoi abiti di seta erano i migliori della capitale, mentre al collo aveva una croce a buon mercato sospesa da una sottile catena di ottone. Era trasandato, sporco, con il viso giallognolo e marcato, eppure quegli occhi brillanti guardavano con straordinaria intensità espressiva. Le mani erano sporche e le unghie lunghe e affusolate non venivano tagliate da settimane. Affascinata dal suo sguardo questo era l’uomo che Alexandra Feodorovna aveva chiamato al suo fianco.
All’arrivo alla stazione di Tsarskoe-Selo trovammo una delle carrozze imperiale ad attenderci, con fante e cocchiere in livree di un blu scintillante, con le sentinelle.
Due tirapiedi, anch’essi in blu, avanzarono e, mettendo le mani sotto le braccia del santo, lo sollevarono nella carrozza, un onore sempre dovuto agli ospiti di Sua Maestà lo Zar. Io, invece, salii dopo, sorridendo allo spettacolo dello sporco monaco che veniva tirato su come se fosse invalido. Con noi c’era un ufficiale in uniforme e un civile, un agente dell’Ochrana.
Nel momento in cui ci sedemmo, i servi imperiali si tolsero il tricorno e lo misero inclinato da un lato come segno che all’interno della carrozza vi era un ospite di Sua Maestà e per segnalare ai passanti, mentre guidavamo, di togliersi il cappello e salutare.

Il romanzo è ambientato tra il crepuscolo dell’impero zarista e la Rivoluzione, dentro un crescendo di mistero e di tensione. Il Ministro del Male intende approfondire la figura di Rasputin dentro una narrazione ampiamente documentata. William Le Queux, da maestro della narrativa di genere, riesce a dare del personaggio un profilo ipnotico e agghiacciante nel cuore della corte imperiale russa fino a uno dei momenti più drammatici della storia: dalla prima guerra mondiale alla rivoluzione. Un uomo che esercita attraverso fascino e carisma propri un potere straordinario che non è soltanto spirituale, ma anche psicologico e politico.

Il ritratto che l’autore fa di Rasputin appare contraddittorio, misterioso, con tratti di genialità, attraverso un’introspezione psicologica di tutto interesse. Tradimenti, sotterfugi, colpi di scena si succedono con un ritmo incalzante. C’è in questo susseguirsi di notizie documentate e di voci d’epoca un intreccio di oscure passioni, un’ambizione che trascende il limite dell’umanità e l’incalzare di un’imminente tragedia.

Feodor Rajevski parla delle sue missioni diplomatiche all’estero al servizio dello zar, e già da subito entra nello specifico dell’azione di Rasputin dal momento che aveva libero accesso alla Corte Imperiale ed era al corrente delle informazioni più delicate.

Secondo molti, Rasputin sarebbe stato in grado di prevedere il futuro e guarire i malati, e dopo essere entrato nelle grazie della zarina Alexandra esercitò grande influenza sulla famiglia imperiale intervenendo e condizionando molte decisioni dello zar.

Tutti sapevano che il potere di Rasputin era, già nel 1912, più grande di quello dello stesso Zar Nicola. Il più forte della terra si inchinava davanti al furfante, mentre chiunque osasse sminuirlo o provasse a contrastare i suoi malvagi piani, veniva subito eliminato dall’ufficio. Grazie a Madame Vyrubova che riceveva la parte del bottino e influenzava l’imperatrice, Rasputin regnò in quanto lo Zar non fece altro che firmare i documenti che gli misero davanti.
Così la Russia era costretta a vedere una processione regolare di ufficiali nominati dall’uomo di Dio, secondo il danaro ricevuto. Persino Goremykin fu costretto a inchinarsi davanti al mistico imbroglione. Per cinque anni Rasputin nominò e licenziò tutti i vescovi, e guai a chi cercava di interferire con  il suo potere.
L’Arcivescovo Theophanus, pieno di rimorsi per aver aiutato l’imbroglione, cercò di spodestarlo denunciandone pubblicamente gli atti malvagi, mentre il vescovo Hermogenes che conosceva il passato del monaco, cercò di rivelarlo. La vendetta di Rasputin cadde subito su di loro, Theophanus fu mandato a Tradiz e Hermogenes venne isolato in un monastero. Helidor fu cacciato dalla polizia e cercò asilo all’estero; mentre un uomo chiamato Grinevitch, che aveva conosciuto Rasputin a Pokrovsky molto tempo prima, una sera fu invitato dal monaco a cena e la mattina fu ritrovato morto nel proprio letto; mentre un altro venne arrestato dalla polizia con la stessa accusa di complotto e fu mandato in prigione per dieci anni, sebbene perfettamente innocente.
L’arrogante insolenza di Rasputin non conosceva limiti. Ora che era il potere dietro il Trono, costringeva tutti a inchinarsi a lui, istruiti e contadini. Entrando nelle case, sia in quelle di un principe che in quella di un contadino, baciava sempre la donna giovane e carina mentre girava le spalle e addirittura si rifiutava di parlare con quelle più anziane.

Tale era l’uomo soprannominato l’immortale. In realtà era soltanto sorretto da una straordinaria forza fisica e se ne avvidero i congiurati che nella notte tra il 29 e il 30 dicembre del 1916 misero fine alla sua incredibile esistenza.

Era comunque tardi per evitare il crollo dell’impero russo. Come sostiene l’autore, Rasputin fu ucciso allo scopo di ripulire la Russia dalle forze oscure. Eppure la sua malvagia influenza recò frutti in favore della Germania anche dopo la Rivoluzione e la caduta dei Romanov.

Il risultato è il ritratto di una figura sinistra e sorprendente, terribile, che ancor oggi crea interesse e attenzione. La lettura del romanzo di Le Queux offre d’altra parte una visione a trecentosessanta gradi della società dell’epoca e di come abbia saputo riconoscere fin troppo facilmente potere al monaco siberiano, spalancando le porte a una delle menti più contorte e perverse del suo tempo.

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13/08/2025

Cosa rende un paese sovrano?

Dall’annuncio delle tariffe trumpiante contro il Brasile, non c’è parola più ripetuta di “sovranità”. Il presidente Lula insiste sul fatto che Trump “non può” farlo perché il Brasile è “sovrano” e, quindi, decide sulle proprie questioni interne (come il caso giudiziario di Bolsonaro) autonomamente, senza dover rendere conto ad alcun altro paese.

L’apparato di propaganda del governo produce materiali grafici che enfatizzano la “sovranità brasiliana” (i cui simboli, a quanto pare, sarebbero la Banca Itaú, il Bolsa-Família e i capibara), mentre i bolsonaristi vengono criticati come “traditori” per aver cercato di sottomettere il Brasile agli Stati Uniti, negando questa “sovranità”.

Quello che è chiaro è che il termine “sovranità” viene dato per scontato, come una qualità che il Brasile possiederebbe di per sé, indipendentemente da qualsiasi circostanza. La sovranità sarebbe una caratteristica invariabile del Brasile in quanto nazione tra le nazioni.

Due modi di pensare la sovranità

Esistono due modi di riflettere sulla sovranità.

1) Sovranità interna: una prerogativa speciale di cui è dotata una figura o un’istituzione all’interno del sistema politico-giuridico di una politeia.

2) Sovranità internazionale: una qualità di “uguaglianza” degli Stati-nazione rispetto ad altri Stati-nazione nel sistema internazionale.

La prima non ci interessa qui, perché riguarda “chi ha l’ultima parola” all’interno di una politeia – e non è di questo che si parla quando si afferma che “il Brasile è un paese sovrano”.

La contraddizione della sovranità internazionale

La sovranità internazionale è vista come un “dato”, una qualità essenziale e innata delle nazioni in un sistema internazionale giusto ed egualitario, dove ogni Stato-nazione equivale a un “individuo libero”. Ma cosa succede quando uno Stato-nazione interferisce concretamente nella “libertà” di un altro Stato-nazione e nulla può impedirlo?

Dov’è, allora, la sovranità?

Il primo problema è considerare la sovranità come un “essere” e non un “dover essere” – come una qualità permanente e gratuita, anziché un obiettivo da perseguire, sempre in discussione e soggetto a tensioni.

Questo errore è tipico delle dottrine contemporanee delle Relazioni Internazionali. Persino la scuola realista cade nell’equivoco di concepire lo Stato-nazione come l’equivalente geopolitico dell’“individuo” hobbesiano.

Ma quando uno Stato interferisce su un altro, la “sovranità” diventa un concetto vuoto se non si ha una risposta soddisfacente. E l’unica risposta valida è quella che riconosce la sovranità come qualcosa di instabile, un fattore storico che può essere rafforzato o indebolito, conquistato o perso.

Sovranità come potere

Se intendiamo la sovranità come la capacità di garantire un sufficiente grado di autonomia nella sfera internazionale, allora essa diventa sinonimo di forza o potere. La sovranità è il grado di potere necessario affinché un paese sia concretamente autonomo rispetto agli altri nel sistema internazionale.

La conseguenza di questa prospettiva è che, in effetti, alcuni paesi sono sovrani e altri no. Forse solo una minoranza di nazioni può essere considerata veramente sovrana, mentre la maggior parte soffre di un’insufficienza di potere che la rende dipendente dai pochi paesi sovrani.

La soglia di potere di Marcelo Gullo

Sotto questa luce, ritengo ancora attuale il concetto di “soglia di potere” (umbral de poder) del geopolitologo argentino Marcelo Gullo.

Secondo Gullo, la “soglia di potere” è il livello di potere necessario affinché un paese possa essere considerato sovrano. Ma questa soglia è un concetto storico, in continua evoluzione. Quando alcuni paesi superano una soglia, prima o poi uno di essi alza ulteriormente il livello necessario, lasciando indietro gli altri. Esisterebbe quindi una “gerarchia di sovranità”, che altro non è che una “gerarchia di potere”.

Gullo analizza la Modernità per classificare le diverse soglie di potere e la “corsa” alla sovranità:

1) Prima soglia: centralizzazione burocratica (XIV-XV secolo). Superare il feudalesimo con Stati capaci di mobilitare risorse in modo centralizzato. Le città-stato italiane, incapaci di unificarsi, cadono sotto l’egemonia di Spagna e Francia.

2) Seconda soglia: industrializzazione (XIX secolo). L’Inghilterra supera Portogallo e Spagna. Francia, Germania e Giappone seguono.

3) Terza soglia: stato-continente (XX secolo). Gli USA, completando la “Marcia verso l’Ovest”, diventano uno Stato-continente industriale, superando le potenze europee. L’URSS, con lo sviluppo siberiano, li raggiunge.

4) Quarta soglia: armi nucleari (seconda metà del XX secolo). La sovranità ora richiede capacità nucleari, come dimostra il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dominato dalle potenze atomiche.

Oggi, nuove soglie potrebbero essere: intelligenza artificiale, biotecnologia, conquista spaziale, ecc.

Alcuni paesi raggiungono determinate soglie senza averne superate altre. Ad esempio, Israele e Corea del Nord hanno armi nucleari ma non sono Stati-continentali, quindi sono parzialmente dipendenti in altri settori.

Il Brasile e la sovranità

La tesi di Gullo conferma l’imperativo continentale: l’era dello Stato-nazione è finita, e i paesi che vogliono essere sovrani devono espandersi (per conquista o integrazione) fino a raggiungere una scala sufficiente per garantire autosufficienza.

Inoltre, dimostra che qualsiasi discorso sulla “sovranità” senza potenziamento militare (in alcuni casi, anche nucleare) è solo retorica vuota.

Il Brasile deve integrare concretamente il Sud America e rafforzare le sue capacità militari se vuole parlare seriamente di sovranità. E questo sarà solo il primo passo, perché Cina e USA (in primis) e Russia (in secondo piano) stanno già avanzando verso nuovi salti di potere.

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16/12/2024

Black Hornet 4: un’ombra che danza sulla linea del conflitto, militare e sociale

Immaginiamo un mondo in cui ogni cittadino è costantemente sorvegliato da un minuscolo, discreto, silenzioso occhio volante in grado di adattarsi alla complessità dei nostri spostamenti. Questo scenario, un tempo relegato alla narrazione distopica, sta diventando sempre più realistico grazie a nano droni come Black Hornet 4, un prodotto di guerra facilmente adattabile alla sorveglianza di massa e personalizzata.

Black Hornet 4 non rappresenta solo un nuovo strumento della guerra ibrida, e del controllo sociale, ma anche una nuova ottica del potere. Da Foucault sappiamo quanto la ristrutturazione dell’ottica del potere, di cui il panottico è stato il paradigma della società industriale, rappresenti una serie complessa e caotica di mutazioni del radicamento e della circolazione del potere medesimo nelle nostre società. Black Hornet 4, di cui in foto vediamo una versione precedente mentre il video di presentazione di quella attuale lo troviamo qui, per quanto sia un’applicazione militare rappresenta un tipo di microfisica del controllo e dello sorveglianza destinato ad estendersi dalla guerra alla società.

Black Hornet 4 è quindi un nano-drone rivoluzionario che ha ridefinito le regole dell’ingaggio militare e della sorveglianza. Con le sue dimensioni compatte, la sua flessibilità di impiego e la sua capacità di operare in ambienti ostili, questo dispositivo ha aperto nuove frontiere nella conduzione delle operazioni militari. Ma, prima di tutto, è nella sinergia con l’intelligenza artificiale e nel contesto della guerra ibrida che Black Hornet 4 rivela tutto il suo potenziale, e le sue pericolose implicazioni.

Dalla guerra convenzionale alla guerra ibrida

Mentre la guerra convenzionale si caratterizza per scontri diretti tra forze armate regolari, la guerra ibrida si presenta come un conflitto più complesso e sfumato, che coinvolge una moltitudine di attori,di strumenti e di scenari. Black Hornet 4, con la sua discrezione e la sua capacità di raccogliere informazioni in tempo reale, è uno strumento ideale per questo tipo di conflitto. Operando in zone urbane, in aree rurali o persino all’interno di edifici, questo drone fornisce un flusso continuo di dati che possono essere utilizzati per destabilizzare avversari e persino influenzare l’opinione pubblica e manipolare l’informazione.

Un nano-drone al servizio dell’intelligence

Un nano-drone, andando nel dettaglio, è un velivolo a pilotaggio remoto di dimensioni estremamente ridotte, progettato per svolgere missioni di ricognizione e sorveglianza. Black Hornet 4, in particolare, è un elicottero volante in grado di trasmettere video in tempo reale e di resistere a condizioni ambientali difficili. Grazie alle sue dimensioni compatte e alla sua silenziosità, questo drone può operare in modo discreto, senza destare sospetti.

La sinergia con l’intelligenza artificiale

L’integrazione di Black Hornet 4 con sistemi di intelligenza artificiale ha ulteriormente amplificato le sue capacità. Gli algoritmi di machine learning possono analizzare in tempo reale i flussi video, identificando volti, oggetti e comportamenti sospetti. Questa sinergia permette sia alla IA che ad operatori umani e a catene di comando di:
- automatizzare la sorveglianza riducendo il carico di lavoro degli operatori e aumentando l’efficienza delle operazioni;
- aumentare la precisione identificando minacce potenziali con maggiore rapidità e accuratezza;
- sviluppare nuove tattiche utilizzando i dati raccolti per prevedere le azioni avversarie e pianificare di conseguenza le risposte.

Scenari d’uso e diffusione

Black Hornet 4 è stato ampiamente utilizzato in diverse situazioni:
- conflitti armati, per ricognizione, sorveglianza e targeting. Di fabbricazione norvegese, il Black Hornet 4 è stato donato alle truppe ucraine, per evidenti scopi sperimentali, e usato anche da Israele a Gaza;
- operazioni anti-terrorismo, per identificare nascondigli e tracciare sospetti;
- missioni di peacekeeping, per monitorare e proteggere il territorio;
- sorveglianza civile, per il controllo del traffico, la gestione delle emergenze e la protezione di infrastrutture critiche.

La diffusione di Black Hornet 4 è in costante crescita, grazie al suo costo relativamente contenuto e alla facilità d’uso. Molti paesi, tra cui gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia, hanno adottato questo drone per le loro forze armate. Inoltre, la miniaturizzazione della tecnologia e la riduzione dei costi stanno rendendo i droni sempre più accessibili anche a piccoli gruppi e individui.

Criticità e dibattito

L’uso diffuso di Black Hornet 4 ha sollevato numerose critiche e dibattiti. Tra le principali preoccupazioni troviamo:
- la militarizzazione della polizia, l’uso di droni da parte delle forze dell’ordine solleva preoccupazioni sulla militarizzazione delle polizie e sull’erosione delle libertà civili;
- la privacy, la sorveglianza di massa rappresenta una grave minaccia per la privacy individuale.
- le discriminazioni: gli algoritmi di intelligenza artificiale, che guidano nano-droni, possono perpetuare e amplificare le disuguaglianze sociali;
- il rischio di escalation dei conflitti, l’uso di droni può abbassare la soglia per l’uso della forza e aumentare il rischio di escalation dei conflitti.

In sintesi

La diffusione di Black Hornet 4 solleva interrogativi inquietanti sulla natura del potere nel XXI secolo. Se il panottico di Bentham rappresentava una metafora della società disciplinare, Black Hornet 4 incarna una nuova forma di controllo, ad alta precisione, più pervasiva e invisibile. In questo modo, il veloce, istantaneo passaggio delle tecnologie di guerra alla possibilità di sorvegliare ogni individuo in ogni momento dello spazio e del tempo mina alla radice il concetto stesso di cittadinanza, di privacy e pone seri interrogativi sulla capacità di fare evolvere società libere e democratiche.

Black Hornet 4 rappresenta una tecnologia potente e versatile, nel quale non solo gli strumenti militari ma anche la microfisica del potere sulla società attraversano una nuova dimensione sovrapponendo le funzioni di guerra a quella del controllo profondo delle dinamiche sociali. Alle potenzialità di impiego militari e di controllo sociale, naturalmente si sovrappongono quelle ad uso civile (agricoltura, protezione dell’ambiente, controllo del traffico) ma questo nuovo livello della microfisica del potere, di cui Black Hornet 4 fa parte, è il problema politico e teorico, di oggi e dei prossimi anni.

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14/11/2024

[Contributo al dibattito] - Le condizioni politiche di un nuovo ordine mondiale

Con gli articoli di Maurizio Lazzarato «Perché la guerra?» e di Andrea Pannone «La Borsa, il "comitato d'affari della borghesia" e la guerra» Machina ha impostato un dibattito volto a riflettere su guerra e crisi, oggi. 

La nostra attuale impotenza politica è la conseguenza diretta dell’esclusione delle guerre e delle guerre civili dalla teoria critica, essa stessa risultato di un’altra esclusione: quella delle lotte di classe, cioè della questione della rivoluzione. Porre il problema della guerra significa, oggi, porre il problema del mercato mondiale.

Quando la guerra, la guerra civile, il genocidio e il fascismo ritornano clamorosamente nelle nostre cronache (e con essi, paradossalmente, la «possibilità impossibile» della rivoluzione) ci scopriamo impotenti perché, se è vero che questi processi sono l'evidente risultato della produzione capitalistica, è impossibile spiegarli con le sole categorie della critica dell’economia politica.

Che rapporto hanno le guerre con il capitalismo e la sua produzione? Costituiscono incidenti del suo sviluppo o elementi strutturali? E ancora: che rapporto esiste tra lo Stato – che ha il potere di dichiarare e gestire la guerra – e il Capitale? È ancora valido un concetto di produzione che marginalizza lo Stato e la sua sovranità? Si può continuare a considerare lo Stato come elemento puramente funzionale e subordinato alle esigenze dell’accumulazione di capitale?

*****

Maestro : Rifletti bambino, da dove vengono questi doni. Tu non puoi avere niente da te stesso.

Bambino : Ho tutto dal papà.

Maestro : E da dove li prende lui ?

Bambino : Dal nonno.

Maestro : Ma no. E da chi li ha avuti il nonno ?

Il Bambino : Li ha presi.

Il Capitale, capitolo XXIV

Nell’articolo precedente (riferimento) abbiamo visto come l’affermazione della sovranità degli Usa è andata, di pari passo, con quel processo che, sbrigativamente, abbiamo definito come subordinazione dello Stato alla finanza. In realtà, il potere sovrano, che trova nella guerra la sua massima espressione, non si dà senza la potenza della finanza. Inoltre, il monopolio economico di quest’ultima non può sussistere senza il monopolio politico-militare della forza che favorisce e impone la dollarizzazione, condizione indispensabile per l’esistenza sia dello Stato che della finanza americani. Economia e potere politico sono in presupposizione reciproca, ma nelle fasi come quella che stiamo attraversando, il politico primeggia, anche se nella decisione sovrana per la guerra la questione dell’egemonia economica è decisiva. Nelle nostre società azione economica e azione politico-militare sono strettamente connesse in quanto costituiscono una sola macchina Stato-Capitale, in cui il primo non ha una funzione semplicemente strumentale e subordinata al secondo. Stato e Capitale perseguono fini distinti ma convergenti; l’aumento della potenza del primo e l’aumento del profitto del secondo si alimentano a vicenda. Non è vero che la politica è scomparsa, che lo Stato si è ritirato; lo Stato e la politica sono parte integrante della macchina in cui accumulazione del profitto e accumulazione di potere funzionano insieme.

La teoria critica, dagli anni ’60 ad oggi, ha posto al centro della sua ricerca i concetti e le realtà del potere e dello Stato. Gli obiettivi perseguiti sono stati la critica del concetto di sovranità e la volontà di superare l’interpretazione marxista secondo cui il potere si identifica con la produzione e lo Stato è ridotto a semplice funzione dei processi di accumulazione del valore. Alla fine degli anni ʼ70 il concetto di governamentalità di Foucault (l’insieme delle tecniche disciplinari, biopolitiche, di controllo) sembra aver raggiunto lo scopo: non solo esautora e marginalizza il potere sovrano, ma pretende di contenere le relazioni che spiegano il funzionamento dei meccanismi di potere nelle società contemporanee, irriducibili all’azione sia della produzione che dello Stato. Agamben, qualche anno dopo, corregge questa pacificazione teorica e politica che elimina la sovranità, coniugando governamentalità e potere sovrano, biopotere e Stato, ma facendo di queste categorie delle realtà trans-storiche, delle invarianti che attraversano i secoli sempre uguali a se stesse. Sia l’uno che l’altro escludono il capitalismo, la sua dinamica, le sue contraddizioni, a meno che non si assuma la «teologia economica» dei padri della chiesa cattolica come una efficace alternativa alla critica dell’economia politica (cosa francamente abbastanza ridicola) o si identifichi il funzionamento del capitalismo con i primi capitoli del Capitale di Marx – che Foucault utilizza per un breve periodo per spiegare l’azione disciplinare.

In sintesi, la mia tesi è semplice: lo Stato e la sua sovranità, il monopolio della forza che si manifesta pienamente nella guerra, ma anche il suo potere amministrativo, dovrebbero essere integrati ai concetti marxiani di capitale e di produzione. Cerchiamo di spiegare meglio questo rapporto che sfugge a Foucault come ad Agamben e che, al contrario, è alla base della congiuntura attuale.

Possiamo approssimare il problema ponendoci la domanda: come definire la situazione apertasi con la crisi finanziaria del 2007/8? La sua condizione negativa è data dalla fine del neoliberalismo e dal tramonto della sua governamentalità, il che comporta la subordinazione delle tecniche disciplinari, biopolitiche, alle necessità del regime di guerra che ha la facoltà di utilizzarle, sospenderle o semplicemente cancellarle.

Che l’economia possa essere regolata dal mercato e dalla concorrenza – anche se giuridicamente definiti e attivati da uno Stato che interviene con la stessa intensità e frequenza dello Stato keynesiano – come sostengono gli ordoliberali tedeschi, è stata l’ideologia degli ultimi quarant’anni. Buona parte del pensiero critico ha dato credito a tale ideologia, riconoscendo la teoria secondo cui mercato e concorrenza corrispondano a qualcosa di reale.

Fernand Braudel – che non era un pensatore marxista – ci ha insegnato che il capitalismo «è sempre stato monopolista», che la concorrenza serve a eliminare gli avversari e che il mercato nel capitalismo non esiste: c’è un «contro-mercato» controllato da pochi soggetti il quale, proprio grazie alla concorrenza, sfocia sempre e comunque nel monopolio.

Scriveva Braudel che i capitalisti «hanno mille modi per distorcere il gioco a loro favore, attraverso il credito», la moneta, il potere politico, ecc., «che abbiano a disposizione i monopoli o semplicemente la potenza necessaria per cancellare, nove volte su dieci, la concorrenza, chi ne dubiterebbe?». Sicuramente gli ordoliberali, i neoliberali, Foucault, Dardot e Leval, tutti gli allievi o gli ammiratori del filosofo francese, i media, i politici, ecc.

Come spiegare che la fine della governance neoliberale attraverso il mercato ci abbia regalato la più grossa concentrazione monopolistica della storia del capitalismo e della storia dell’umanità? (vedi articolo precedente) Con il semplice fatto che la centralizzazione economica (come quella politica) non si è mai fermata. Anzi, nel neoliberalismo ha conosciuto un’accelerazione folgorante, velata dall’ideologia del mercato e della concorrenza. Mercato e capitalismo non sono la stessa cosa, ci dice Braudel, e confonderli ha creato e continua a creare un’enorme confusione. Si compie un errore simile identificando capitalismo e neo liberalismo.

La condizione positiva per cogliere la situazione contemporanea è data invece dall’accavallarsi degli eventi: crisi finanziaria, populismi, nuovi fascismi, guerre civili, guerra, genocidio. Giovanni Arrighi la definirebbe come una «fase di transizione egemonica» o di «caos sistemico». Per cercare di essere meno generici, potremmo avventurarci a dire che la fase politica aperta dalla crisi finanziaria del 2007/2008, decretando la fine dei «cicli egemonici» (à la Braudel, Wallerstein, Arrighi), presenta i caratteri dell’«accumulazione originaria» di Karl Marx e dello «stato di eccezione» di Carl Schmitt. Per cui abbiamo un «Karl und Carl» differente da quello di Mario Tronti, un po’ più operativo.

Due osservazioni a proposito: per avere un’immagine del capitale e del suo rapporto con la sovranità, che assume un ruolo decisivo proprio in questo periodo, partiremo non dall’inizio, ma dalla fine del primo libro del Capitale, cioè dall’accumulazione originaria. Marx la descriveva come l’epoca di formazione delle classi e dello Stato (assoluto) dentro e attraverso l’esercizio della grande violenza delle guerre civili, delle guerre di conquista e dei genocidi. Il rivoluzionario tedesco pensava, a torto, che una volta affermatasi la produzione capitalista, questa avrebbe sempre riprodotto le sue proprie condizioni. Il che è vero in modo limitato (riproduce le sue condizioni di esistenza dentro un modo specifico di accumulazione fino a quando questo non entra in crisi) o falso, perché il passaggio da un modo di accumulazione a un altro, ad esempio dal fordismo al neoliberalismo, non è sorto in maniera spontanea e immanente dalla produzione e dal consumo fordisti e dallo Stato keynesiano. La macchina Stato-Capitale è dovuta passare per l’organizzazione di una rottura, di una discontinuità rappresentate dal decennio ʼ69-ʼ79 che ha implicato l’intervento del potere sovrano e della forza armata dove era necessario. È il politico non solo statale, cioè la guerra, i colpi di Stato, le rivoluzioni, la lotta di classe e i loro esiti, che decidono la nuova configurazione dei rapporti di capitale, dei rapporti di potere e della forma Stato. La prima divisione del lavoro è sempre politica e non economica perché deve produrre i dominanti e i dominati, perché deve dividere tra proprietari e non proprietari.[1] La proprietà privata è un presupposto del capitale, ma a crearla e garantirla è lo Stato. L’organizzazione della produzione e la divisione del lavoro propriamente detta, quelle che troviamo nel Capitale, arrivano in seguito per normalizzare rapporti di forza definiti dallo scontro politico tra le classi.

La seconda osservazione riguarda il concetto di stato di eccezione in virtù del quale si possono sospendere le norme giuridiche, produttive, democratiche per cui lo Stato, l’uso della forza e la guerra regnano e decidono. Lo stato di eccezione deve però essere distinto – a differenza di ciò che pensa Agamben – dall’emergenza. Il «Patriot Act» di Bush o le misure imposte dallo Stato durante il Covid-19 sono casi di emergenza. Riserviamo il concetto di stato di eccezione a epoche di rotture radicali che segnano il passaggio da un ordine economico-politico del mondo a un altro: la Rivoluzione francese che segna la fine dall’ancien régime (feudale); le due guerre mondiali che sono state un’ unica e lunga guerra civile e, dentro queste guerre, la Rivoluzione sovietica (o cinese) che insieme hanno definito un nuovo ordine mondiale – la guerra fredda; gli anni ʼ70 che determinano il passaggio dal fordismo al mal definito neoliberalismo; o, ancora, la situazione attuale che annuncia la fine di quest’ultimo e pre-annuncia il «nuovo» che uscirà proprio dallo scontro in corso.

Sarebbe forse più corretto utilizzare un altro concetto di Schmitt come complementare all’accumulazione originaria: il «Nomos della terra», evento storico dove la conquista, la guerra, l’appropriazione – come nell’accumulazione originaria marxiana – generano e istituiscono un nuovo ordine e un nuovo potere; il suo realizzarsi non ha bisogno di norme, queste saranno istituite successivamente. Il Nomos è evento, luogo e momento di discontinuità dove si decide, tramite l’esercizio della forza, la forma dello Stato, delle classi sociali, dei rapporti di forza. Senza l’accumulazione originaria, cioè senza il Capitale, il «Nomos della terra» sarebbe un qualcosa solo di storico-politico; invece, soprattutto a partire dalla fine del XIX secolo, ma già dalla Rivoluzione francese, è diventato in maniera indissolubile economico-politico – cosa di cui Schmitt è perfettamente consapevole: egli infatti vede nella lotta di classe ormai irriducibile a partire dalla rottura operata tra il 1830 e il 1848, la ragione principale della fine dello Stato come lo desiderava, autonomo e indipendente dalla «società».

Il diritto non nasce nella zona di indifferenza tra «interno e esterno» determinata dalla sospensione del sistema giuridico (Agamben), ma da conflitti tra forze che vedono vincitori e vinti. Quindi in nessun caso il campo di concentramento può essere definito il «Nomos del moderno», la sua «matrice nascosta» perché, così come l’emergenza, è «solo» uno degli elementi di strategie che distruggono un ordine e ne fanno nascere un altro. Ciò che diventa regola, gestione quotidiana del potere, è l’emergenza e non il Nomos della terra che resta un’eccezione. La pandemia non definisce un nuovo ordine del mondo, la guerra che è scoppiata subito dopo sì. Agamben si è agitato molto durante la pandemia ed è praticamente sparito con la guerra, proprio perché riduce il Nomos della terra al problema del diritto, confrontato al dato di fatto della violenza armata, dello scontro di classe. Quello che ci interessa capire è, nel «vuoto giuridico» dello stato di eccezione, quali forze combattono tra loro per una nuova egemonia economico-politica o anche, se possibile, per la rivoluzione impossibile.

A fondamento sia dell’accumulazione originaria che dello Stato di eccezione/Nomos della terra, troviamo una conquista, una presa di possesso che è sia di potenza per lo Stato che di profitto per il Capitale. È tramite l’appropriazione, il possedere che Stato e Capitale comunicano. Qui sia Karl che Carl ci dicono che prima di produrre bisogna prendere, appropriarsi, espropriare (terra, esseri umani, risorse, mezzi di produzione, ricchezza, ecc.) e dividere ciò che si è preso tra proprietari e non proprietari. La produzione non crea le classi, né l’istituto della proprietà, né è capace di organizzare l’espropriazione dei mezzi di produzione stessi e delle risorse necessarie al suo svolgersi. Al contrario presuppone il prendere, l’espropriare, e il dividere tra proprietario e non proprietari, tra dominanti e dominati. Per esercitare la grande violenza necessaria al prendere e al dividere, ciò che diventa dirimente è l’uso della forza, la guerra e la guerra civile. Ma anche prima di produrre il diritto bisogna prendere e dividere. Mentre per Marx la violenza è «essa stessa una potenza economica», in Schmitt, che diventi una potenza giuridica, è ambiguamente affermato – dico ambiguamente perché il vero stato di eccezione non può essere un momento disciplinato dal diritto, un momento in cui quest’ultimo, per salvare se stesso e lo Stato, ammette le violenza, annettendola all’ordinamento; la definizione in corso di un nuovo Nomos della terra passa ancora attraverso la forza che diventa sia nuova potenza economica che giuridica.

Nell’accumulazione originaria descritta da Marx troviamo, come del resto nei suoi scritti storico-politici, molti paralleli, mutatis mutandis, con la nostra situazione: molteplicità di soggetti (rapitori e mercanti di schiavi, avventurieri, pirati, rentiers, finanzieri, capitalisti, contadini, militari, mercanti, ecc.); molteplicità di modi di produzione e di sfruttamento (la schiavitù, il lavoro servile, il lavoro salariato, lo sfruttamento finanziario e creditizio, ecc.); molteplicità di forme di violenza (genocidio degli indigeni, l’espropriazione delle terre comuni in Europa e «libere» nel nuovo mondo, la guerra di conquista, d’assoggettamento, la guerra civile, le guerre tra imperialismi, ecc.). In questa fase di violenza dispiegata, il ruolo centrale è giocato dallo Stato – «la borghesia nascente non può fare a meno del suo intervento costante» per cui «tutti i metodi di accumulazione originaria sfruttano, senza eccezioni, il potere dello Stato» – non solo dal punto di vista militare come detentore del monopolio della forza – «brutale» dice Marx –, ma anche da quello economico in quanto gestore del credito e del debito pubblico e politico/legislativo, capace di sfornare leggi speciali – «legislazione sanguinaria» contro i contadini ridotti a mendicanti dalle espropriazioni.

Dal testo emerge un’affermazione marxiana molto importante che va però prolungata fin dentro la nostra attualità: è lo Stato che precipita violentemente il passaggio da un ordine a un altro (qui dal feudalesimo al capitalismo) e abbrevia, tramite l’uso della forza, la fase di transizione.[2] 

Lo svilupparsi del capitalismo introduce un cambiamento radicale nel rapporto Stato/Capitale. Se è vero che sono sempre stati in un rapporto di dipendenza reciproca, a partire dalle fine del XIX secolo e in modo particolare dall’inizio del XX, la relativa autonomia dello Stato dall’economia (Poulantzas) e di quest’ultima dallo Stato viene assottigliandosi e le due realtà si integrano in una sola macchina a due teste.

Come è nato e come è morto il neoliberalismo

La definizione che abbiamo dato della situazione attuale (accumulazione originaria e stato di eccezione) ci permette di fugare tutte le ambiguità e le confusioni che il concetto di neoliberalismo ha suscitato. Dall’esperienza della sua nascita e del suo rapido declinare possiamo forse trarre qualche insegnamento per la situazione che stiamo vivendo.

Grazie alla mia veneranda età ho potuto vivere e vedere con i miei occhi l’alternarsi di fasi di governamentalità e di momenti in cui si scatena la violenza dell’accumulazione originaria e lo stato di eccezione. Le due guerre mondiali avevano affermato un nuovo Nomos della terra, con l’egemonia americana in Occidente, sovietica in Oriente. Rapporti di potere inediti sono stati successivamente stabilizzati e normalizzati nel nord del mondo da una governamentalità keynesiana, a volte socialdemocratica. La nuova accumulazione del capitale a guida statunitense è entrata in crisi già alla fine degli anni ʼ60. La macchina Stato-Capitale degli Usa ha immediatamente lanciato una nuova accumulazione originaria e il suo Stato di eccezione ha imperversato sul pianeta dal 1969 al 1979, determinando il passaggio dal fordismo al post-fordismo. La vittoria riportata dalla macchina Stato-Capitale in quel decennio ha aperto la strada a una nuova forma di governamentalità, il neoliberalismo, che ha accompagnato l’accumulazione centrata sul credito e la finanza, fino a quando anche quest’ultima è crollata (2008). Il susseguirsi della crisi finanziaria, il populismo, la guerra e il genocidio hanno decretato la sua fine. Ci troviamo ora dentro la grande violenza propria dei momenti in cui si stabilisce un nuovo ordine (se le grandi potenze ci riescono, perché la cosa non è scontata!).

Cerchiamo di vedere più da vicino quello che è successo nel decennio ʼ69-ʼ79, così da avere un’idea più precisa della forma e della funzione dell’accumulazione originaria e del Nomos della terra all’origine della nuova globalizzazione cominciata negli anni '80, che ora si sta sgretolando sotto i nostri occhi. Il ciclo di lotte mondiale che sfocia nel ʼ68 impone un cambiamento di strategia politica della macchina Stato-Capitale americana, che cerca – all’inizio a tentoni, poi sempre più sicura del suo progetto – di definire una nuova forma d’accumulazione, prima sconfiggendo e successivamente modificando la composizione di classe, costruendo uno Stato che sia una critica in atto dello Stato keynesiano, poiché le masse erano riuscite, grazie alle rivoluzioni del XX secolo, a ritagliarsi spazi di contro-potere al suo interno. L’opera di distruzione non può che cominciare dal luogo in cui il soggetto politico era più forte: il Sud del mondo. Gli Usa, guidati da Kissinger, organizzano una serie esemplare di colpi di Stato in Sud America tramite i militari fascisti. Lo Stato e il suo potere di dichiarare la guerra civile, di imporre lo stato di eccezione e di utilizzare i fascisti, si manifesta anche dentro il capitalismo maturo, come diritto sulla vita e sulla morte di migliaia di comunisti e socialisti. Nel Nord l’integrazione relativa della classe operaia nel sistema, operata grazie al salario e al consumo, ha richiesto più semplicemente una sconfitta politica – vedi gli esempi dei governi Thatcher o Reagan. Vengono sospese le norme giuridiche, produttive, sociali e le tecniche che avevano governato dal dopoguerra al ʼ68. Senza che si tocchi la costituzione formale, né il diritto, è sconvolta e profondamente modificata la costituzione materiale. I rapporti di forza, radicalmente modificati a favore del Capitale, creano le condizioni per modificare di fatto le norme giuridiche, le norme produttive e le tecniche di potere che non emergono in maniera immanente dalla produzione fordista e dallo Stato keynesiano, ma devono essere costruite con l’uso della forza armata del fascismo e la forza politica dello Stato. L’oggetto principale della violenza sono i processi di soggettivazione rivoluzionaria. Le nuove norme non possono agire in una situazione di «caos» determinata da una lotta di classe dispiegata come in America Latina. Per imporle bisogna prima stabilire l’ordine nelle soggettività; solo dei soggetti vinti saranno disponibili ad assumere nuovi comportamenti, nuovi modi di lavorare, nuove modalità della loro riproduzione.

Come nel passaggio di Marx sull’accumulazione originaria, anche negli anni ʼ70 è lo Stato che precipita violentemente il passaggio da un ordine politico-economico a un altro e abbrevia, tramite l’uso della forza, la fase di transizione[3] . Non sono i capitalisti che, negli anni ʼ70 hanno bombardato la residenza presidenziale di Allende e imprigionato e torturato miglia di militanti socialisti e comunisti – o che hanno assassinato quadri dei Black Panthers, che hanno organizzato la strategia della tensione in Italia, ecc. –, ma una volta acquisita la vittoria sulla rivoluzione, nei governi sudamericani gli economisti neoliberali siedono insieme ai militari fascisti. Solo dopo aver normalizzato completamente la «situazione» creata dai colpi di stato («sovrano», dice Schmitt, «è colui che decide in modo definitivo se questo stato di normalità regna davvero»), i neoliberali potranno governare da soli imponendo nuove norme e comportamenti. Dopo il ristabilimento del comando della macchina Stato-Capitale, la situazione sarà normalizzata costruendo un nuovo consenso dei vincitori che passa per l’economia del debito e per il consumo a credito e non più per il salario e il welfare.

Il risultato politico più importante della nuova accumulazione originaria e dello stato di eccezione sarà, come sempre nel capitalismo, una nuova configurazione della proprietà privata non più fondata sul capitalismo industriale ma sulla finanza: il nuovo principio della distribuzione della ricchezza non vede più al suo centro i produttori, ma i proprietari di azioni, obbligazioni e asset finanziari.

Solo dopo che la macchina Stato-Capitale ha seminato la morte politica comincia il neoliberalismo come governamentalità dei nuovi rapporti di forza tra le classi. Soltanto ora il biopotere (discipline, biopolitica, potere pastorale) si dà come compito la «gestione della vita» delle soggettività vinte e governa le loro esistenze sottomesse e assoggettate. Il modello di potere descritto da Foucault (biopotere) non ha più come fondamento la violenza dello Stato, la sovranità, ma l’economia. Anche qui è poi vero che capitalismo ed economia coincidono? Il capitalismo contemporaneo perfettamente incarnato dalla predazione finanziaria, dalla grande violenza dell’appropriazione dell’accumulazione originaria e dalla guerra di classe tra proprietari e non proprietari non ha molto da spartire con l’economia dove degli uomini antropologicamente equipaggiati per lo scambio, per evitare di battersi l’un l’altro armati, preferiscono competere nella produzione e nel commercio, secondo le leggi asettiche della political economy scozzese. Il biopotere fa sua propria questa immagine pacificata della concorrenza e del mercato: non mira a reprimere ma favorisce, incita, sollecita l’attività dei governati; non lavora per la guerra, ma per la pace. Il suo modello è dato dal potere pastorale che non conosce né violenza, né nemici: «Il potere pastorale non ha per funzione principale di fare del male ai nemici, ma di far il bene a quelli su cui veglia. Fare del bene nel senso materiale del termine, cioè: nutrire, offrire sussistenza».

Questa vera e propria ideologia che oppone la governamentalità biopolitica al potere sovrano, cancellando i contendenti della lotta di classe (sia il potere della macchina Stato-Capitale che il potere della rivoluzione) è penetrata fino dentro il pensiero critico, per esempio, della cosiddetta Italian Theory, debitrice sia della governamentalità che del biopotere. Agamben, Negri, Esposito adottano, in modo diverso, questi concetti, ma sembrano ignorare che il loro presupposto, in Foucault, è l’abbandono della guerra di classe come modello delle relazioni sociali. Il rapporto di potere non è più né giuridico, né guerriero, ma di governo. Non si deve cercare né nel contratto, né nella violenza e la lotta. Il rapporto amico-nemico imposto della rivoluzione mondiale scatenata dalla rottura sovietica e riprodottosi fino agli anni '60/'70, è diventato una innocua, pacifica, consensuale, relazione tra governanti e governati: il massimo che si può pretendere è di «non essere più governati» in questo o quel modo. È questa la ragione che sta al fondamento del fallimento di tutte queste teorie incapaci di anticipare la guerra, la guerra civile e il genocidio, cioè di comprendere la natura del capitalismo. 

Queste narrazioni pacificatrici sono state spazzate dalla crisi proprio dell’economia, fondamento del biopotere. In maniera rapidissima ricompare in tutta la sua orribile forza ciò che non si era mai ritirato: il potere sovrano sulla vita e sulla morte, segno che una nuova accumulazione originaria si appresta a creare le condizioni politiche di un nuovo ordine mondiale. Il liberalismo classico è stato annientato dalla Prima guerra mondiale, ma il capitalismo ha continuato a riprodursi alleandosi con il fascismo e il nazismo. Il neoliberalismo è morto, ma il capitalismo continua con la guerra, la guerra civile e rinnovando le alleanze con nuovi fascismi, facendosi carico oggi della grande violenza del genocidio.

Un nuovo concetto di produzione?

Da quanto abbiamo detto si deduce che l’accumulazione originaria e la sua grande violenza – come anche lo stato di eccezione o Nomos della terra e soprattutto la lotta di classe – devono far parte integrante del concetto di produzione, costituiscono i suoi presupposti che ogni volta decidono sulla sua forma. In questo modo si esce definitivamente dalle ambiguità e dai limiti, anche marxiani, del concetto di produzione che spesso rischiano di far cadere in un imbarazzante economicismo i suoi epigoni. La violenza, la guerra, la guerra civile e il genocidio non sono un incidente dell’accumulazione del capitale, ma suoi elementi strutturali, fondativi.

Negli anni Sessanta e Settanta sono stati fatti diversi tentativi per arricchire e ampliare il concetto di produzione, cercando di superare i limiti economicisti del marxismo dell’epoca: l'economia libidica (Lyotard), l'economia degli affetti (Klossowski), il discorso del capitalista (Lacan), la produzione desiderante (Deleuze e Guattari), la biopolitica (Foucault), l'ontologia spinozista dell’Essere come produzione di Negri. Tutte queste teorie sembrano fare un passo avanti dal punto di vista teorico (poiché il capitalismo funziona anche attraverso i desideri e gli affetti), ma dal punto di vista politico fanno due o più passi indietro, poiché hanno contribuito a pacificare il capitalismo separando la produzione dalle guerre e dalle lotte di classe.

Il capitalismo nasce da una grande violenza, da massacri, genocidi, espropriazioni, guerre, assoggettamenti. La macchina Stato-Capitale si rinnova, si riproduce e si impone tramite una barbarie che non fa che crescere lungo i secoli, proporzionalmente allo sviluppo delle forze produttive del lavoro e della tecnica che, se non sono indirizzate all’emancipazione dalle rivoluzioni, convergono nella distruzione non solo del capitale variabile o fisso, come recita il marxismo della crisi, ma della specie umana e del suo mondo.

La furia sanguinaria da cui sono presi i nostri governanti non è né un tratto psicologico, né una malattia mentale, né niente di nuovo. Si ripete con regolarità sconcertante e averla esclusa dalla definizione del capitalismo e del capitale è semplicemente idiota e suicida. Aver ridotto il capitalismo a mercato e il potere a disciplina, governo e biopolitica, credendo che l’uno e gli altri avessero finalmente decapitato il moderno Leviatano – che regge con una mano il simbolo del potere politico e con l’altra il simbolo del potere economico piuttosto che religioso – quando invece continua, imperterrito, a decidere della vita e della morte, è uno degli esiti più disastrosi della teoria critica del post sessantotto. La verità del suo mortifero esercizio è oggi facilmente verificabile, ma il confronto con il reale della guerra di classe sembra impossibile da assumere in un Occidente ormai al suo definitivo tramonto. Il profitto capitalista e la potenza dello stato si alimentano a vicenda, ma nei periodi in cui l’accumulazione originaria continuata agisce in sintonia con lo Stato di eccezione, il potere sovrano di dare la morte, di prendere e di vedere primeggia necessariamente. Un potere non più identificabile unicamente con lo Stato, ma che rinvia piuttosto alla forza politica della macchina Stato-Capitale che decide e guida la strategia. Il rovescio di questa situazione è ciò che, dal punto di vista degli oppressi, si può definire il momento leninista, ovvero il momento nel quale l’impossibile può realizzarsi (sempre se si danno le condizioni soggettive per farlo).

Che cos’è la democrazia?

La democrazia è esistita solo per un brevissimo periodo, in Occidente, grazie alla lotta di classe e alle rivoluzioni del XX secolo. Sparite queste ultime, è ritornata ad essere quella che è sempre stata per i liberali: democrazia per i proprietari – Marx ricordava che la costituzione materiale in Occidente è la proprietà –, democrazia per la guerra e il genocidio, democrazia per i fascismi.

C’è un elemento che manca nell’accumulazione originaria marxiana ed è il fascismo, che, effettivamente, emerge solo con l’imperialismo: il capitalismo monopolistico, a differenza del capitalismo concorrenziale, «non sviluppa più una tendenza al socialismo, ma caso mai, alla barbarie fascista», suggeriva Hans Junger Krahl.

Una delle caratteristiche più peculiari del fascismo storico è che, a differenza dei comunisti e dei rivoluzionari, non deve prendere il potere perché gli è offerto su un piatto d’argento dalle classi dominanti terrorizzate dalle proprie crisi, che rendono ogni volta attuale l’abolizione della proprietà privata – unico vero valore dell’Occidente. Il fascismo e il nazismo sono degli elementi indispensabili per l’esistenza e la riproduzione della macchina Stato-Capitale quando mobilitano accumulazione originaria e stato di eccezione.

La cosa si sta producendo, mutatis mutandis, oggi. La «Repubblica delle banane» francese è un caso esemplare a questo proposito. Il presidente Macron, quando era stato eletto la seconda volta, non aveva più la maggioranza e governava tramite decreti esautorando completamente il parlamento. Dopo aver perso anche le elezioni europee, il suo progetto era di traghettare i fascisti al potere come avevano fatto i suoi avi nel XX secolo perché sono la soluzione ideale all’epoca delle catastrofi capitaliste: applicano le politiche del capitale come i liberali, ma con una governance «illiberale».

Prendiamo in considerazione le cosiddette posizioni antisistema dei fascisti italiani che al governo ci sono già. Una volta al potere hanno abbandonato immediatamente il sovranismo, diventando ligi esecutori degli ordini dell’Europa e servi dell’atlantismo; nel mentre si sono impegnati a svendere la «patria» ai fondi americani. Il governo ha promesso a Bruxelles 20 miliardi di privatizzazioni entro il 2027. Meloni ha venduto la rete telefonica nazionale agli americani di KKR; quote dei depositi di Sace; il 3% di Leonardo al maxi-fondo USA Black Rock che ha già raggiunto il 9% di Eni e costituisce già l’azionista più importante della Borsa di Milano; Vanguard è entrata nel Monte dei Paschi. La privatizzazione delle Poste non è che è un regalo a questi fondi di investimento, a cui è riservata una quota del 70% delle azioni vendute! E si prepara a fare lo stesso con le Ferrovie. La finanza americana considera l’Italia l’anello debole per entrare in Europa e depredarla – l’80% dei soldi investiti nei titoli dei fondi finiscono negli USA per comprare titoli americani e sorreggere la loro economia iper-indebitata. L’Italia è utilizzata anche per continuare a smantellare l’industria tedesca, sempre sospettata di rapporti con la Cina – ad esempio, l’operazione di Unicredit contro CommerzBank, è finanziata dagli americani. L’8 marzo del 2023, durante la visita di Netanyahu a Roma, i fascisti hanno firmato un accordo per appaltare una parte consistente della nostra cybersecurity agli israeliani in cambio di commesse militari. In poche parole Israele ci osserva e ci scruta come e quando vuole. I fascisti, grandissimi patrioti, spalancano i confini alla finanza «straniera» per impoverire la «madre patria», mentre li chiudono a qualche migliaio di migranti o li deportano in Albania. Per ligio servizio reso ai padroni americani, Giorgia Meloni è stata premiata dall’Atlantic Council – il cui nome è tutto un programma.

Il governo ha anche tolto risorse a sanità e scuola pubblica allo scopo di favorire la privatizzazione di tutti i servizi pubblici che è proprio la politica dei fondi americani; ha impoverito il paese, soprattutto i pensionati, fatto votare leggi liberticide contro scioperi e manifestazioni, inventato anche il reato di resistenza passiva. Non ha tassato gli enormi profitti di banche, assicurazioni, multinazionali dell'energia e della farmaceutica e delle Gafam. Ha incrementato l’evasione fiscale legalizzata, anche chiamata ottimizzazione fiscale, altra condizione indispensabile al capitalismo finanziario. Questo enorme trasferimento di ricchezza verso le tasche dei padroni ha svuotato i conti pubblici e ora i fascisti chiedono «sacrifici». Per i prossimi 7 anni, dopo essersi schierata contro l’austerità quando era all’opposizione, Meloni impone tagli per 12 miliardi l’anno alla spesa pubblica per rientrare nei parametri stabiliti dal nuovo patto di stabilità europeo (anche questo aspramente criticato prima di salire al potere).

I fascisti sono più liberali dei liberali in politica economica e fiscale. Il solo terreno su cui tengono le promesse fasciste è la repressione di ogni dissenso e di ogni differenza. I colleghi francesi non riescono ancora ad accedere al potere per via elettorale? Ci pensa Macron, convinto che scogliere il parlamento e convocare nuove elezioni politiche fosse il modo migliore per spianare la strada a questi alleati più che sicuri – ma che possono sempre partire per la loro strada, come hanno fatto i nazisti. Che sfiga! Hanno perso sia i fascisti che Macron e la prima forza politica è risultata essere stata la sinistra. Da subito il presidente non riconosce i risultati delle elezioni. In una situazione d’accumulazione originaria e Nomos della terra, dove conta solo la forza, è possibile fare solo ciò che conviene alla macchina Stato-Capitale. Le norme democratiche sono di fatto sospese e dipendono dal volere del «sovrano» democratico Macron, che nomina un governo dove è rappresentata tutta la destra, dalla repubblicana ai fascisti, cioè le forze che sono uscite sconfitte dalle elezioni. Il governo esiste solo grazie all’astensione dei fascisti che lo tengono in pugno e che, mostrandolo pubblicamente, se ne vantano. Aperta la strada politica al potere fascista, mancava quella economica. Eccola: il nuovo governo deve coprire i buchi di bilancio del precedente governo dei banchieri che ha dispensato miliardi pubblici alle imprese e ai ricchi con enorme generosità. Ora bisogna tagliare 60 miliardi di spese dello Stato e si potrà fare soltanto al prezzo di una austerità dello stesso valore (2% del Pil) di quella imposta alla Grecia dalla magnanima Europa.

Il nazismo non è cresciuto tra le due guerre a causa dell’inflazione, come racconta lo storytelling democratico dei tedeschi, ma a causa dell’austerità imposta dalla crisi del 1929. Tutte le condizioni sono riunite perché i fascisti, bocciati dal «popolo» nelle elezioni, salgano prossimamente al potere. Voilà la democrazia!

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Maurizio Lazzarato vive e lavora a Parigi. Tra le sue pubblicazioni con DeriveApprodi: La fabbrica dell’uomo indebitato(2012), Il governo dell’uomo indebitato(2013), Il capitalismo odia tutti(2019), Guerra o rivoluzione (2022), Guerra e moneta (2023). Il suo ultimo lavoro è: Guerra civile mondiale? (2024).

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