Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/05/2026

Palestina - Fatah ha perduto un’altra occasione

di Michele Giorgio

Dieci anni dopo il precedente congresso e mentre la causa palestinese attraversa una delle sue stagioni più drammatiche, Fatah ha chiuso ieri sera a Ramallah il suo ottavo congresso senza la svolta radicale che la base attendeva con l’auspicio che i palestinesi possano ritrovare l’unità nazionale. I risultati delle elezioni interne hanno confermato la forza di figure simboliche della storia del movimento, ma anche la capacità della vecchia guardia moderata di mantenere saldamente il controllo dell’apparato politico e istituzionale del partito che rappresenta il pilastro della tanto criticata l’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen.

Un dato significativo è arrivato dall’elezione di Marwan Barghouti, il più popolare dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, risultato il candidato più votato per il Comitato centrale di Fatah. Un esito dal forte valore simbolico e politico. Barghouti, condannato all’ergastolo da Israele durante la seconda Intifada, continua a rappresentare per molti l’immagine di una leadership nazionale combattiva, capace di parlare tanto ai sostenitori di Fatah quanto ai palestinesi che negli ultimi anni si sono spostati in massa verso il movimento islamico Hamas.

Subito dietro di lui però si è piazzato un uomo di apparato e di dialogo con Usa e Israele, Majid Faraj, capo dei servizi segreti dell’Anp. Il suo risultato consolida ulteriormente il peso delle agenzie di sicurezza all’interno di Fatah e conferma il ruolo centrale assunto negli ultimi anni dagli uomini più vicini ad Abu Mazen. Al terzo posto è arrivato un dirigente storico, Jibril Rajoub, seguito da Hussein Sheikh, il più stretto collaboratore di Abu Mazen e considerato il suo successore designato.

Tra le sorprese figura il quinto posto ottenuto da Laila Ghannam, governatrice di Ramallah e Al-Bireh, entrata per la prima volta nel Comitato centrale con 1.472 voti. Poco dietro Mahmoud al-Aloul, figura storica del movimento, e Tawfiq al-Tirawi, anch’egli esponente della vecchia guardia e uomo di lungo corso dell’apparato di sicurezza palestinese.

Le elezioni hanno assegnato 18 seggi nel Comitato centrale e 80 nel Consiglio rivoluzionario, il parlamento interno del movimento. Nonostante alcuni volti nuovi, il risultato finale riflette soprattutto la continuità con la linea passiva di fronte alle politiche di Israele tenuta negli ultimi 15 anni dai vertici del partito. La vecchia leadership ha mantenuto le posizioni decisive e il quasi novantenne Abu Mazen è stato rieletto per acclamazione presidente del movimento già nel primo giorno del congresso. Un passaggio che ha evidenziato ancora una volta la difficoltà di Fatah ad aprire un vero confronto sul futuro politico palestinese.

L’ingresso nel Comitato centrale di Yasser Abbas, figlio di Abu Mazen, ha inoltre alimentato le critiche di quanti denunciano da anni la crescente concentrazione del potere attorno a un ristretto gruppo dirigente. Parallelamente, la forte affermazione di Faraj e la centralità di Hussein al-Sheikh confermano le opinioni di chi afferma che la successione ad Abu Mazen venga gestita all’interno di un circuito politico e securitario molto ristretto, distante dalle richieste di rinnovamento provenienti dalla base.

Tra gli elementi che deviano dalla continuità c’è l’elezione di due ex detenuti liberati da Israele nello scambio dello scorso anno tra ostaggi israeliani e prigionieri politici palestinesi. Zakaria Zubaidi, popolare ex comandante delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa a Jenin durante la seconda Intifada e Taysir Bardini di Gaza. La loro presenza è stata letta da molti delegati come un tentativo di recuperare almeno simbolicamente il legame storico tra il movimento e la militanza popolare. Anche Gaza ha ottenuto una rappresentanza significativa nel Comitato centrale con quattro seggi.

I piccoli segnali di novità non attenuano il dato di fondo: Fatah non ha prodotto una nuova piattaforma politica capace di rilanciare il movimento e più di tutto ridefinire la strategia nazionale palestinese assieme alle altre forze politiche islamiste o di sinistra. Nel suo intervento inaugurale Abu Mazen ha parlato soprattutto delle riforme nell’Anp che gli hanno intimato Usa e Ue, ribadendo l’intenzione di tenere future elezioni presidenziali e legislative senza però indicare alcuna data concreta. Ha denunciato Israele perché ha di fatto confiscato circa cinque miliardi di dollari di fondi palestinesi e ha lasciato intendere che l’Anp sarebbe pronta ad assumere il controllo amministrativo di ciò che resta della Striscia di Gaza, senza però ipotizzare un accordo o un’intesa con Hamas. Il dibattito perciò è rimasto limitato quasi esclusivamente alla gestione dell’Anp e agli appelli rituali alla soluzione dei due Stati, una prospettiva in cui ormai pochi sembrano credere alla luce delle politiche di annessione della Cisgiordania praticate da Israele.

Le voci critiche non sono mancate, anche se marginalizzate. Diversi quadri intermedi hanno boicottato il congresso. Ahmed Ghneim, vicino a Barghouti, ha accusato la leadership di avere “emarginato le figure storiche e i quadri più legati alla tradizione militante del movimento”. Secondo Ghneim, soltanto un maggiore protagonismo degli ex prigionieri e delle giovani generazioni potrà impedire “il definitivo svuotamento politico di Fatah”. Ancora più duro il giudizio dello scrittore e poeta Mutawakkil Taha, che ha definito l’ottavo congresso “un’occasione mancata” per ridefinire programmi, leadership e strategie alla luce della nuova realtà palestinese.

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22/08/2015

Palestina - Abu Mazen sempre più despota ma sogna la pensione

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Tra ten­ta­zioni auto­ri­ta­rie e un pre­sunto desi­de­rio di farsi da parte, l’80enne pre­si­dente Abu Mazen inten­de­rebbe con­fer­mare dopo l’estate due appun­ta­menti che fino a qual­che anno fa rap­pre­sen­ta­vano sca­denze fon­da­men­tali per la poli­tica interna pale­sti­nese: a set­tem­bre il Con­si­glio Nazio­nale Pale­sti­nese (Cnp) – il par­la­mento dei pale­sti­nesi, nei Ter­ri­tori occu­pati e in esi­lio – e a novem­bre il set­timo Con­gresso del suo par­tito, Fatah. L’idea sarebbe quella di far scor­rere san­gue fre­sco nelle arte­rie indu­rite dell’Organizzazione per la Libe­ra­zione della Pale­stina (Olp), del suo Comi­tato ese­cu­tivo e anche in quelle di Fatah, per avviare nuove poli­ti­che dopo quelle fal­li­men­tari degli ultimi 20 anni segnate da nego­ziati inu­tili e inter­mit­tenti con Israele. Ma anche per con­tra­stare meglio la cre­scita del movi­mento isla­mico Hamas che già con­trolla Gaza e che, secondo un’opinione dif­fusa, sarebbe il par­tito di mag­gio­ranza anche in Cisgior­da­nia diver­sa­mente da ciò che indi­cano i sondaggi.

Abu Mazen negli ultimi anni, di pari passo all’impossibilità di tro­vare qual­che tipo di intesa con il pre­mier israe­liano Neta­nyahu, ha irri­gi­dito la sua poli­tica interna, finendo per assu­mere un atteg­gia­mento auto­ri­ta­rio verso avver­sari e  dis­si­denti. Dopo il con­flitto con l’ex uomo forte di Fatah a Gaza, Moham­med Dahlan, espulso da Fatah ma mai defi­ni­ti­va­mente scon­fitto (resta influente in Cisgior­da­nia e a Gaza), Abu Mazen è andato allo scon­tro aperto con l’ex pre­mier e un tempo suo alleato Salam Fayyad – accu­sato di pro­get­tare un “golpe” – e più di recente ha rotto le rela­zioni con Yas­ser Abed Rabbo, por­ta­voce dell’Olp durante la prima Inti­fada e uno degli espo­nenti pale­sti­nesi più noti negli anni suc­ces­sivi alla firma degli Accordi di Oslo del 1993.

Abed Rabbo, accu­sato di essersi avvi­ci­nato a Moham­med Dahlan, prima si è sco­perto “dimis­sio­nato” dall’incarico di Segre­ta­rio del Comi­tato ese­cu­tivo dell’Olp e poi si è visto seque­strare i fondi della sua ong, Pale­sti­nian Peace Coa­li­tion, fon­data nel 2003 con l’appoggio dell’allora pre­si­dente Yas­ser Ara­fat. Due mesi fa invece furono con­fi­scati i fondi (10 milioni di dol­lari) di ‘Future of Pale­stine’, un’altra ong gui­data da Salam Fayyad.

Da un lato l’atteggiamento di Abu Mazen gode dell’appoggio della mag­gio­ranza di Fatah e di un numero signi­fi­ca­tivo di pale­sti­nesi, che non hanno mai avuto par­ti­co­lare stima e sim­pa­tia per Abed Rabbo, Dahlan, Fayyad. Dall’altro serve a masche­rare la crisi della linea di Abu Mazen che per anni ha cre­duto di rea­liz­zare i diritti dei pale­sti­nesi dando fidu­cia alla media­zione degli Stati Uniti che non sono e mai saranno arbi­tri neu­trali nel que­stione israelo-palestinese. Ed è utile anche per rimuo­vere i riflet­tori pun­tati sulla coo­pe­ra­zione di sicu­rezza tra l’intelligence pale­sti­nese e quella israe­liana, lar­ga­mente con­te­stata nei Ter­ri­tori occu­pati. Senza dimen­ti­care il fal­li­mento di Abu Mazen nella vicenda di Gaza. La ricon­ci­lia­zione con Hamas non è mai avve­nuta, anche per le gravi respon­sa­bi­lità dello stesso pre­si­dente pale­sti­nese. La Stri­scia resta sotto il pieno con­trollo del movi­mento isla­mico che da parte sua, deciso a tenersi stretta la muni­scola Gaza, cerca ora di tro­vare un accordo sepa­rato con il “nemico israe­liano”, a svan­tag­gio dell’unità ter­ri­to­riale palestinese.

Stando a quanto rife­riva un paio di giorni fa Hani al Masri sul quo­ti­diano pale­sti­nese al Ayyam, Abu Mazen sta­rebbe pen­sando di dimet­tersi nei pros­simi mesi e potrebbe annun­ciare una deci­sione defi­ni­tiva durante la riu­nione allar­gata di 300 rap­pre­sen­tanti poli­tici che si terrà dopo la ses­sione del Con­si­glio Nazio­nale Pale­sti­nese. «È diritto del pre­si­dente pen­sare di pas­sare il suo man­dato – ha scritto Masri – per­ché con­ser­varlo signi­fica soste­nere la farsa del cosid­detto pro­cesso di pace e la situa­zione attuale che sta ulte­rior­mente emar­gi­nando la causa pale­sti­nese e appro­fon­dendo l’occupazione e gli inse­dia­menti colo­nici. Il suo ritiro dalla carica dopo aver rin­no­vato la legit­ti­mità pale­sti­nese, attra­verso il Cnp e il Con­gresso di Fatah, può essere la solu­zione più appropriata».

Tut­ta­via è legit­timo doman­darsi, come fa un altro poli­to­logo pale­sti­nese molto noto, Talal Akwal, che senso ha par­lare di rin­no­va­mento delle isti­tu­zioni e di un nuovo pre­si­dente, quando forze poli­ti­che di massa come Hamas sono fuori dall’Olp e non è pre­vi­sta una ini­zia­tiva demo­cra­tica in cui i diritti di tutte le parti siano rico­no­sciuti. Manca un “con­tratto sociale” fon­dato sui prin­cipi che met­tono insieme tutti i pale­sti­nesi. Il timore di tanti è che la con­vo­ca­zione fret­to­losa del Cnp serva in realtà solo ad aprire la strada al suc­ces­sore di Abu Mazen, gra­dito a Usa e Europa ma non rico­no­sciuto da tutti i pale­sti­nesi, laici e isla­mi­sti. Come Majed Faraj, il capo dell’intelligence dell’Anp indi­cato da più parti come colui che pren­derà il posto di Abu Mazen.

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15/01/2015

Lo Stato Islamico penetra in Libano

Majid Faraj, capo dell’intelligence dell’Anp
di Michele Giorgio – IL MANIFESTO

Majid Faraj. Leggendo questo nome avete il diritto di parafrasare la lapidaria battuta di Don Abbondio su Carneade. Già perché Majid Faraj lo conoscono davvero pochi fuori dai Territori occupati. Ed è sconosciuto persino a un buon numero di palestinesi. Eppure questo nome che non dice molto appartiene all’uomo che più di ogni altro, in questo giorno in cui Abu Mazen celebra (almeno lui) 10 anni di presidenza dell’Autorità nazionale palestinese, metà dei quali oltre il suo mandato ufficiale, appare il più serio candidato a sedersi sulla poltrona palestinese che più conta (si fa per dire) e più scotta. Abu Mazen il prossimo 26 marzo avrà 80 anni e lui stesso ripete di non avere intenzione di ricandidarsi. Ammesso che si tengano nuove elezioni presidenziali in Cisgiordania e Gaza di fronte al riesplodere della tensione tra Fatah, il partito del presidente, e il movimento islamico Hamas.

Perché proprio questo Carneade della scena politica palestinese sarà, con ogni probabilità, il futuro capo dell’Anp? Ci sono altri esponenti di Fatah più noti e carismatici. Primo fra tutti Marwan Barghuti, il “Nelson Mandela” della Palestina. Certo, Barghouti è in carcere in Israele dove sconta cinque ergastoli, ma tanti palestinesi lo amano, lo vedono come il presidente ideale, anche Hamas lo rispetta e con adeguata pressione internazionale su Tel Aviv potrebbe tornare in libertà. Barghouti però ha un “carenza” non insignificante. Non piace agli Stati Uniti e Israele non vuole vederlo alla guida dei palestinesi. Al contrario Majid Faraj ha il curriculum giusto. È il capo del mukhabarat, il servizio di intelligence dell’Anp che coopera con la sicurezza israeliana (Shin Bet) in Cisgiordania. Vanta inoltre una provata collaborazione con la Cia nello scacchiere mediorientale – ne hanno riferito media americani e arabi – e nel quartiere generale di Langley è stato ricevuto con tutti gli onori per aver contribuito alla cattura del leader jihadista, supericercato dagli Usa, Abu Anas al-Libi.

Da allora la Cia e l’Amministrazione Usa guardano a Majid Faraj come al futuro capo dell’Anp. Lo stesso Abu Mazen lo promuovere come suo delfino, anche in funzione anti Mohammed Dahlan, il suo nemico espulso da Fatah. Faraj di recente ha svolto un ruolo decisivo per il collegamento tra l’Egitto e Hamas (ai ferri corti) quando la scorsa estate, durante l’offensiva militare israeliana contro Gaza, la delegazione palestinese ha raggiunto il Cairo per discutere le condizioni del cessate il fuoco. E quando Mohammed Shtayyeh, perenne negoziatore dell’Anp, decise qualche mese fa di uscire dalla mini delegazione dell’Anp (con Saeb Eraket), formata per i nuovi contatti con Israele, Abu Mazen lo rimpiazzò subito con Faraj, pare su insistenza John Kerry. Un “ufficiale e gentiluomo,” i requisiti ideali per un “partner di pace” avrebbe detto Kerry del capo dell’intelligence palestinese.

Eppure il background del Mr. Sicurezza dell’Anp è simile a quello di tanti palestinesi. Cresciuto in un campo profughi, Dheisheh, – a due passi da Betlemme, visitato l’anno scorso da papa Francesco –, Faraj fa parte di Fatah sin dall’adolescenza. Attivista di Shabiba, il movimento giovanile del partito, ha trascorso diversi anni nelle prigioni israeliane per la sua partecipazione alla prima Intifada ed era noto come un accanito “resistente” all’occupazione militare israeliana. La svolta è avvenuta con la nascita dell’Anp nel 1994, quando Faraj decise che il suo posto era nel neonato servizio segreto palestinese. Per anni ha eseguito fedelmente, facendo un rapida carriera, gli ordini del suo potente comandante in Cisgiordania, Jibril Rajoub, travolto della seconda Intifada e costretto a lasciare l’incarico (oggi Rajoub dirige la Federazione Calcio Palestinese ma resta un influente membro di Fatah). Nel 2009 Faraj è stato nominato capo dell’intelligence.

Abu Mazen, stando alle voci che abbiamo raccolto tra i dirigenti di Fatah, intende promuovere l’ascesa di Faraj al prossimo congresso del suo partito, oltre a “dimissionare” i fedelissimi di Dahlan dal Consiglio Rivoluzionario e dal Comitato Centrale. Quando avrà inizio il congresso però non è chiaro. Doveva tenersi a fine mese, ora si parla di aprile. Faraj ha pazienza, sa aspettare. Lo preoccupa solo una cosa: le incessanti manovre dietro le quinte dei suoi compagni di Fatah. Piace a Usa e Israele ma non tutto il partito vuole vederlo presidente.

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