di Michele Giorgio
Dieci anni dopo il precedente congresso e mentre la causa palestinese attraversa una delle sue stagioni più drammatiche, Fatah ha chiuso ieri sera a Ramallah il suo ottavo congresso senza la svolta radicale che la base attendeva con l’auspicio che i palestinesi possano ritrovare l’unità nazionale. I risultati delle elezioni interne hanno confermato la forza di figure simboliche della storia del movimento, ma anche la capacità della vecchia guardia moderata di mantenere saldamente il controllo dell’apparato politico e istituzionale del partito che rappresenta il pilastro della tanto criticata l’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen.
Un dato significativo è arrivato dall’elezione di Marwan Barghouti, il più popolare dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, risultato il candidato più votato per il Comitato centrale di Fatah. Un esito dal forte valore simbolico e politico. Barghouti, condannato all’ergastolo da Israele durante la seconda Intifada, continua a rappresentare per molti l’immagine di una leadership nazionale combattiva, capace di parlare tanto ai sostenitori di Fatah quanto ai palestinesi che negli ultimi anni si sono spostati in massa verso il movimento islamico Hamas.
Subito dietro di lui però si è piazzato un uomo di apparato e di dialogo con Usa e Israele, Majid Faraj, capo dei servizi segreti dell’Anp. Il suo risultato consolida ulteriormente il peso delle agenzie di sicurezza all’interno di Fatah e conferma il ruolo centrale assunto negli ultimi anni dagli uomini più vicini ad Abu Mazen. Al terzo posto è arrivato un dirigente storico, Jibril Rajoub, seguito da Hussein Sheikh, il più stretto collaboratore di Abu Mazen e considerato il suo successore designato.
Tra le sorprese figura il quinto posto ottenuto da Laila Ghannam, governatrice di Ramallah e Al-Bireh, entrata per la prima volta nel Comitato centrale con 1.472 voti. Poco dietro Mahmoud al-Aloul, figura storica del movimento, e Tawfiq al-Tirawi, anch’egli esponente della vecchia guardia e uomo di lungo corso dell’apparato di sicurezza palestinese.
Le elezioni hanno assegnato 18 seggi nel Comitato centrale e 80 nel Consiglio rivoluzionario, il parlamento interno del movimento. Nonostante alcuni volti nuovi, il risultato finale riflette soprattutto la continuità con la linea passiva di fronte alle politiche di Israele tenuta negli ultimi 15 anni dai vertici del partito. La vecchia leadership ha mantenuto le posizioni decisive e il quasi novantenne Abu Mazen è stato rieletto per acclamazione presidente del movimento già nel primo giorno del congresso. Un passaggio che ha evidenziato ancora una volta la difficoltà di Fatah ad aprire un vero confronto sul futuro politico palestinese.
L’ingresso nel Comitato centrale di Yasser Abbas, figlio di Abu Mazen, ha inoltre alimentato le critiche di quanti denunciano da anni la crescente concentrazione del potere attorno a un ristretto gruppo dirigente. Parallelamente, la forte affermazione di Faraj e la centralità di Hussein al-Sheikh confermano le opinioni di chi afferma che la successione ad Abu Mazen venga gestita all’interno di un circuito politico e securitario molto ristretto, distante dalle richieste di rinnovamento provenienti dalla base.
Tra gli elementi che deviano dalla continuità c’è l’elezione di due ex detenuti liberati da Israele nello scambio dello scorso anno tra ostaggi israeliani e prigionieri politici palestinesi. Zakaria Zubaidi, popolare ex comandante delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa a Jenin durante la seconda Intifada e Taysir Bardini di Gaza. La loro presenza è stata letta da molti delegati come un tentativo di recuperare almeno simbolicamente il legame storico tra il movimento e la militanza popolare. Anche Gaza ha ottenuto una rappresentanza significativa nel Comitato centrale con quattro seggi.
I piccoli segnali di novità non attenuano il dato di fondo: Fatah non ha prodotto una nuova piattaforma politica capace di rilanciare il movimento e più di tutto ridefinire la strategia nazionale palestinese assieme alle altre forze politiche islamiste o di sinistra. Nel suo intervento inaugurale Abu Mazen ha parlato soprattutto delle riforme nell’Anp che gli hanno intimato Usa e Ue, ribadendo l’intenzione di tenere future elezioni presidenziali e legislative senza però indicare alcuna data concreta. Ha denunciato Israele perché ha di fatto confiscato circa cinque miliardi di dollari di fondi palestinesi e ha lasciato intendere che l’Anp sarebbe pronta ad assumere il controllo amministrativo di ciò che resta della Striscia di Gaza, senza però ipotizzare un accordo o un’intesa con Hamas. Il dibattito perciò è rimasto limitato quasi esclusivamente alla gestione dell’Anp e agli appelli rituali alla soluzione dei due Stati, una prospettiva in cui ormai pochi sembrano credere alla luce delle politiche di annessione della Cisgiordania praticate da Israele.
Le voci critiche non sono mancate, anche se marginalizzate. Diversi quadri intermedi hanno boicottato il congresso. Ahmed Ghneim, vicino a Barghouti, ha accusato la leadership di avere “emarginato le figure storiche e i quadri più legati alla tradizione militante del movimento”. Secondo Ghneim, soltanto un maggiore protagonismo degli ex prigionieri e delle giovani generazioni potrà impedire “il definitivo svuotamento politico di Fatah”. Ancora più duro il giudizio dello scrittore e poeta Mutawakkil Taha, che ha definito l’ottavo congresso “un’occasione mancata” per ridefinire programmi, leadership e strategie alla luce della nuova realtà palestinese.
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22/08/2015
Palestina - Abu Mazen sempre più despota ma sogna la pensione
di Michele Giorgio – Il Manifesto
Tra tentazioni autoritarie e un presunto desiderio di farsi da parte, l’80enne presidente Abu Mazen intenderebbe confermare dopo l’estate due appuntamenti che fino a qualche anno fa rappresentavano scadenze fondamentali per la politica interna palestinese: a settembre il Consiglio Nazionale Palestinese (Cnp) – il parlamento dei palestinesi, nei Territori occupati e in esilio – e a novembre il settimo Congresso del suo partito, Fatah. L’idea sarebbe quella di far scorrere sangue fresco nelle arterie indurite dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), del suo Comitato esecutivo e anche in quelle di Fatah, per avviare nuove politiche dopo quelle fallimentari degli ultimi 20 anni segnate da negoziati inutili e intermittenti con Israele. Ma anche per contrastare meglio la crescita del movimento islamico Hamas che già controlla Gaza e che, secondo un’opinione diffusa, sarebbe il partito di maggioranza anche in Cisgiordania diversamente da ciò che indicano i sondaggi.
Abu Mazen negli ultimi anni, di pari passo all’impossibilità di trovare qualche tipo di intesa con il premier israeliano Netanyahu, ha irrigidito la sua politica interna, finendo per assumere un atteggiamento autoritario verso avversari e dissidenti. Dopo il conflitto con l’ex uomo forte di Fatah a Gaza, Mohammed Dahlan, espulso da Fatah ma mai definitivamente sconfitto (resta influente in Cisgiordania e a Gaza), Abu Mazen è andato allo scontro aperto con l’ex premier e un tempo suo alleato Salam Fayyad – accusato di progettare un “golpe” – e più di recente ha rotto le relazioni con Yasser Abed Rabbo, portavoce dell’Olp durante la prima Intifada e uno degli esponenti palestinesi più noti negli anni successivi alla firma degli Accordi di Oslo del 1993.
Abed Rabbo, accusato di essersi avvicinato a Mohammed Dahlan, prima si è scoperto “dimissionato” dall’incarico di Segretario del Comitato esecutivo dell’Olp e poi si è visto sequestrare i fondi della sua ong, Palestinian Peace Coalition, fondata nel 2003 con l’appoggio dell’allora presidente Yasser Arafat. Due mesi fa invece furono confiscati i fondi (10 milioni di dollari) di ‘Future of Palestine’, un’altra ong guidata da Salam Fayyad.
Da un lato l’atteggiamento di Abu Mazen gode dell’appoggio della maggioranza di Fatah e di un numero significativo di palestinesi, che non hanno mai avuto particolare stima e simpatia per Abed Rabbo, Dahlan, Fayyad. Dall’altro serve a mascherare la crisi della linea di Abu Mazen che per anni ha creduto di realizzare i diritti dei palestinesi dando fiducia alla mediazione degli Stati Uniti che non sono e mai saranno arbitri neutrali nel questione israelo-palestinese. Ed è utile anche per rimuovere i riflettori puntati sulla cooperazione di sicurezza tra l’intelligence palestinese e quella israeliana, largamente contestata nei Territori occupati. Senza dimenticare il fallimento di Abu Mazen nella vicenda di Gaza. La riconciliazione con Hamas non è mai avvenuta, anche per le gravi responsabilità dello stesso presidente palestinese. La Striscia resta sotto il pieno controllo del movimento islamico che da parte sua, deciso a tenersi stretta la muniscola Gaza, cerca ora di trovare un accordo separato con il “nemico israeliano”, a svantaggio dell’unità territoriale palestinese.
Stando a quanto riferiva un paio di giorni fa Hani al Masri sul quotidiano palestinese al Ayyam, Abu Mazen starebbe pensando di dimettersi nei prossimi mesi e potrebbe annunciare una decisione definitiva durante la riunione allargata di 300 rappresentanti politici che si terrà dopo la sessione del Consiglio Nazionale Palestinese. «È diritto del presidente pensare di passare il suo mandato – ha scritto Masri – perché conservarlo significa sostenere la farsa del cosiddetto processo di pace e la situazione attuale che sta ulteriormente emarginando la causa palestinese e approfondendo l’occupazione e gli insediamenti colonici. Il suo ritiro dalla carica dopo aver rinnovato la legittimità palestinese, attraverso il Cnp e il Congresso di Fatah, può essere la soluzione più appropriata».
Tuttavia è legittimo domandarsi, come fa un altro politologo palestinese molto noto, Talal Akwal, che senso ha parlare di rinnovamento delle istituzioni e di un nuovo presidente, quando forze politiche di massa come Hamas sono fuori dall’Olp e non è prevista una iniziativa democratica in cui i diritti di tutte le parti siano riconosciuti. Manca un “contratto sociale” fondato sui principi che mettono insieme tutti i palestinesi. Il timore di tanti è che la convocazione frettolosa del Cnp serva in realtà solo ad aprire la strada al successore di Abu Mazen, gradito a Usa e Europa ma non riconosciuto da tutti i palestinesi, laici e islamisti. Come Majed Faraj, il capo dell’intelligence dell’Anp indicato da più parti come colui che prenderà il posto di Abu Mazen.
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Tra tentazioni autoritarie e un presunto desiderio di farsi da parte, l’80enne presidente Abu Mazen intenderebbe confermare dopo l’estate due appuntamenti che fino a qualche anno fa rappresentavano scadenze fondamentali per la politica interna palestinese: a settembre il Consiglio Nazionale Palestinese (Cnp) – il parlamento dei palestinesi, nei Territori occupati e in esilio – e a novembre il settimo Congresso del suo partito, Fatah. L’idea sarebbe quella di far scorrere sangue fresco nelle arterie indurite dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), del suo Comitato esecutivo e anche in quelle di Fatah, per avviare nuove politiche dopo quelle fallimentari degli ultimi 20 anni segnate da negoziati inutili e intermittenti con Israele. Ma anche per contrastare meglio la crescita del movimento islamico Hamas che già controlla Gaza e che, secondo un’opinione diffusa, sarebbe il partito di maggioranza anche in Cisgiordania diversamente da ciò che indicano i sondaggi.
Abu Mazen negli ultimi anni, di pari passo all’impossibilità di trovare qualche tipo di intesa con il premier israeliano Netanyahu, ha irrigidito la sua politica interna, finendo per assumere un atteggiamento autoritario verso avversari e dissidenti. Dopo il conflitto con l’ex uomo forte di Fatah a Gaza, Mohammed Dahlan, espulso da Fatah ma mai definitivamente sconfitto (resta influente in Cisgiordania e a Gaza), Abu Mazen è andato allo scontro aperto con l’ex premier e un tempo suo alleato Salam Fayyad – accusato di progettare un “golpe” – e più di recente ha rotto le relazioni con Yasser Abed Rabbo, portavoce dell’Olp durante la prima Intifada e uno degli esponenti palestinesi più noti negli anni successivi alla firma degli Accordi di Oslo del 1993.
Abed Rabbo, accusato di essersi avvicinato a Mohammed Dahlan, prima si è scoperto “dimissionato” dall’incarico di Segretario del Comitato esecutivo dell’Olp e poi si è visto sequestrare i fondi della sua ong, Palestinian Peace Coalition, fondata nel 2003 con l’appoggio dell’allora presidente Yasser Arafat. Due mesi fa invece furono confiscati i fondi (10 milioni di dollari) di ‘Future of Palestine’, un’altra ong guidata da Salam Fayyad.
Da un lato l’atteggiamento di Abu Mazen gode dell’appoggio della maggioranza di Fatah e di un numero significativo di palestinesi, che non hanno mai avuto particolare stima e simpatia per Abed Rabbo, Dahlan, Fayyad. Dall’altro serve a mascherare la crisi della linea di Abu Mazen che per anni ha creduto di realizzare i diritti dei palestinesi dando fiducia alla mediazione degli Stati Uniti che non sono e mai saranno arbitri neutrali nel questione israelo-palestinese. Ed è utile anche per rimuovere i riflettori puntati sulla cooperazione di sicurezza tra l’intelligence palestinese e quella israeliana, largamente contestata nei Territori occupati. Senza dimenticare il fallimento di Abu Mazen nella vicenda di Gaza. La riconciliazione con Hamas non è mai avvenuta, anche per le gravi responsabilità dello stesso presidente palestinese. La Striscia resta sotto il pieno controllo del movimento islamico che da parte sua, deciso a tenersi stretta la muniscola Gaza, cerca ora di trovare un accordo separato con il “nemico israeliano”, a svantaggio dell’unità territoriale palestinese.
Stando a quanto riferiva un paio di giorni fa Hani al Masri sul quotidiano palestinese al Ayyam, Abu Mazen starebbe pensando di dimettersi nei prossimi mesi e potrebbe annunciare una decisione definitiva durante la riunione allargata di 300 rappresentanti politici che si terrà dopo la sessione del Consiglio Nazionale Palestinese. «È diritto del presidente pensare di passare il suo mandato – ha scritto Masri – perché conservarlo significa sostenere la farsa del cosiddetto processo di pace e la situazione attuale che sta ulteriormente emarginando la causa palestinese e approfondendo l’occupazione e gli insediamenti colonici. Il suo ritiro dalla carica dopo aver rinnovato la legittimità palestinese, attraverso il Cnp e il Congresso di Fatah, può essere la soluzione più appropriata».
Tuttavia è legittimo domandarsi, come fa un altro politologo palestinese molto noto, Talal Akwal, che senso ha parlare di rinnovamento delle istituzioni e di un nuovo presidente, quando forze politiche di massa come Hamas sono fuori dall’Olp e non è prevista una iniziativa democratica in cui i diritti di tutte le parti siano riconosciuti. Manca un “contratto sociale” fondato sui principi che mettono insieme tutti i palestinesi. Il timore di tanti è che la convocazione frettolosa del Cnp serva in realtà solo ad aprire la strada al successore di Abu Mazen, gradito a Usa e Europa ma non riconosciuto da tutti i palestinesi, laici e islamisti. Come Majed Faraj, il capo dell’intelligence dell’Anp indicato da più parti come colui che prenderà il posto di Abu Mazen.
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15/01/2015
Lo Stato Islamico penetra in Libano
| Majid Faraj, capo dell’intelligence dell’Anp |
Majid Faraj. Leggendo questo nome avete il diritto di parafrasare la lapidaria battuta di Don Abbondio su Carneade. Già perché Majid Faraj lo conoscono davvero pochi fuori dai Territori occupati. Ed è sconosciuto persino a un buon numero di palestinesi. Eppure questo nome che non dice molto appartiene all’uomo che più di ogni altro, in questo giorno in cui Abu Mazen celebra (almeno lui) 10 anni di presidenza dell’Autorità nazionale palestinese, metà dei quali oltre il suo mandato ufficiale, appare il più serio candidato a sedersi sulla poltrona palestinese che più conta (si fa per dire) e più scotta. Abu Mazen il prossimo 26 marzo avrà 80 anni e lui stesso ripete di non avere intenzione di ricandidarsi. Ammesso che si tengano nuove elezioni presidenziali in Cisgiordania e Gaza di fronte al riesplodere della tensione tra Fatah, il partito del presidente, e il movimento islamico Hamas.
Perché proprio questo Carneade della scena politica palestinese sarà, con ogni probabilità, il futuro capo dell’Anp? Ci sono altri esponenti di Fatah più noti e carismatici. Primo fra tutti Marwan Barghuti, il “Nelson Mandela” della Palestina. Certo, Barghouti è in carcere in Israele dove sconta cinque ergastoli, ma tanti palestinesi lo amano, lo vedono come il presidente ideale, anche Hamas lo rispetta e con adeguata pressione internazionale su Tel Aviv potrebbe tornare in libertà. Barghouti però ha un “carenza” non insignificante. Non piace agli Stati Uniti e Israele non vuole vederlo alla guida dei palestinesi. Al contrario Majid Faraj ha il curriculum giusto. È il capo del mukhabarat, il servizio di intelligence dell’Anp che coopera con la sicurezza israeliana (Shin Bet) in Cisgiordania. Vanta inoltre una provata collaborazione con la Cia nello scacchiere mediorientale – ne hanno riferito media americani e arabi – e nel quartiere generale di Langley è stato ricevuto con tutti gli onori per aver contribuito alla cattura del leader jihadista, supericercato dagli Usa, Abu Anas al-Libi.
Da allora la Cia e l’Amministrazione Usa guardano a Majid Faraj come al futuro capo dell’Anp. Lo stesso Abu Mazen lo promuovere come suo delfino, anche in funzione anti Mohammed Dahlan, il suo nemico espulso da Fatah. Faraj di recente ha svolto un ruolo decisivo per il collegamento tra l’Egitto e Hamas (ai ferri corti) quando la scorsa estate, durante l’offensiva militare israeliana contro Gaza, la delegazione palestinese ha raggiunto il Cairo per discutere le condizioni del cessate il fuoco. E quando Mohammed Shtayyeh, perenne negoziatore dell’Anp, decise qualche mese fa di uscire dalla mini delegazione dell’Anp (con Saeb Eraket), formata per i nuovi contatti con Israele, Abu Mazen lo rimpiazzò subito con Faraj, pare su insistenza John Kerry. Un “ufficiale e gentiluomo,” i requisiti ideali per un “partner di pace” avrebbe detto Kerry del capo dell’intelligence palestinese.
Eppure il background del Mr. Sicurezza dell’Anp è simile a quello di tanti palestinesi. Cresciuto in un campo profughi, Dheisheh, – a due passi da Betlemme, visitato l’anno scorso da papa Francesco –, Faraj fa parte di Fatah sin dall’adolescenza. Attivista di Shabiba, il movimento giovanile del partito, ha trascorso diversi anni nelle prigioni israeliane per la sua partecipazione alla prima Intifada ed era noto come un accanito “resistente” all’occupazione militare israeliana. La svolta è avvenuta con la nascita dell’Anp nel 1994, quando Faraj decise che il suo posto era nel neonato servizio segreto palestinese. Per anni ha eseguito fedelmente, facendo un rapida carriera, gli ordini del suo potente comandante in Cisgiordania, Jibril Rajoub, travolto della seconda Intifada e costretto a lasciare l’incarico (oggi Rajoub dirige la Federazione Calcio Palestinese ma resta un influente membro di Fatah). Nel 2009 Faraj è stato nominato capo dell’intelligence.
Abu Mazen, stando alle voci che abbiamo raccolto tra i dirigenti di Fatah, intende promuovere l’ascesa di Faraj al prossimo congresso del suo partito, oltre a “dimissionare” i fedelissimi di Dahlan dal Consiglio Rivoluzionario e dal Comitato Centrale. Quando avrà inizio il congresso però non è chiaro. Doveva tenersi a fine mese, ora si parla di aprile. Faraj ha pazienza, sa aspettare. Lo preoccupa solo una cosa: le incessanti manovre dietro le quinte dei suoi compagni di Fatah. Piace a Usa e Israele ma non tutto il partito vuole vederlo presidente.
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