Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
06/10/2026
La politica tedesca soffia sulla guerra contro la Russia, ma la gente scende in piazza per la pace
Il quotidiano tedesco Handesblatt riferisce che secondo il capo dei servizi di intelligence tedeschi “Il confronto che stiamo vivendo con la Russia ha una qualità nuova, più pericolosa”.
Nella stessa audizione il capo dell’altro servizio tedesco di intelligence (BVF) Sinan Selen, riferendosi ai droni all’aeroporto di Lipsia ha dichiarato che “Le tracce portano molto chiaramente alla Russia”.
Infine anche il capo del terzo servizio di intelligence (MAD) Martina Rosemberg ha dichiarato che la situazione sta ulteriormente peggiorando, motivo per cui i servizi segreti tedeschi devono adeguare le proprie capacità a quelle delle altre agenzie partner europee. Con una dichiarazione minacciosa chiaramente rivolta al fronte interno, la Rosemberg ha affermato che “le forze armate tedesche sono minacciate da diversi pericoli provenienti sia dall’esterno che dall’interno”.
Per il capo del BND Jaeger la leadership russa vuole “garantire che in futuro non vengano prese decisioni politiche contro Mosca a Berlino e nelle altre capitali europee”, sottolineando che il Cremlino ha l’obiettivo di interrompere il sostegno europeo all’Ucraina.
È evidente che il riferimento dei capi dei servizi segreti tedeschi sulla minaccia “interna” a questo punto sia esplicito almeno quanto quello sulla minaccia “esterna”. E questo è un grave sintomo sia dell’isteria che delle pulsioni autoritarie contro chi si oppone alla guerra e al militarismo, in Germania come negli altri paesi europei.
La scorsa settimana migliaia di studenti tedeschi erano scesi in piazza contro la leva militare e la reintroduzione della coscrizione.
Sabato invece decine di migliaia di persone hanno partecipato alle manifestazioni contro la guerra e il militarismo che si sono svolte nelle principali città della Germania.
“Antimilitaristi e anticapitalisti giovani e vecchi hanno manifestato insieme il loro ‘no’ alla guerra e al riarmo in strada nel fine settimana” scrive Junge Welt il giornale della sinistra alternativa tedesca. Le proteste hanno visto mobilitazioni a livello nazionale a Berlino e Stoccarda. “Migliaia di persone hanno raccolto l’appello dell’iniziativa “Mai più guerra – Deponete le armi” e di altre organizzazioni”.
I mass media ufficiali e guerrafondai tentano di minimizzare e criminalizzare la crescente ondata antimilitarista in Germania, ma il tono delle dichiarazioni dei capi dei servizi di intelligence tedeschi confermano la crescente preoccupazione del governo e dei sostenitori del “Partito della Guerra”.
E le preoccupazioni della leadership tedesca si spiegano molto chiaramente. Friedrich Merz era arrivato domenica mattina a Kiev con un treno speciale per una visita non annunciata pubblicamente. Nella delegazione erano presenti anche la ministra federale dell’Economia Katherina Reiche e dieci rappresentanti di aziende tedesche degli armamenti e dell’energia.
Il governo tedesco ha annunciato di aver varato un nuovo pacchetto di aiuti per l’Ucraina del valore di oltre 1,3 miliardi di euro. Ma il consenso nei confronti del cancelliere federale Friedrich Merz è sceso a un nuovo minimo nei sondaggi.
Solo il 15 per cento dei tedeschi si dichiara soddisfatto del suo operato, mentre il 79 per cento è insoddisfatto. Per il governo federale il sostegno è ancora più basso, al 14 per cento: anche in questo caso il 79 per cento valuta negativamente il lavoro dell’esecutivo. Più di quattro intervistati su dieci ritengono che il sostegno militare tedesco all’Ucraina sia eccessivo.
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03/10/2026
Bibi files: il lawfare in salsa kosher
Guardando il film Bibi files viene il sospetto che possa essere la componente mediatica di una sporca operazione di lawfare. Un qualcosa che per certi versi non è difforme dai tentativi di “regime change” che abbiamo visto in tanti paesi del mondo, in cui sono state usate inchieste giudiziarie (supportate dai media) per rimuovere dei personaggi politici.
La tesi del film è che Netanyahu abbia trascinato Israele in guerra per poter creare un clima di emergenza e unità nazionale che gli consentisse di non rispondere dei propri crimini economici (delle becere storie di corruzione). Il prossimo 27 ottobre in Israele ci saranno le elezioni e qualcuno vorrebbe togliersi di torno Netanyahu scaricando su di lui tutte le responsabilità del genocidio e assolvere così lo Stato d’Israele.
Dalle ricostruzioni del film appare plausibile che Netanyahu possa essere un corrotto, anche se si parla di regalìe di imprenditori per un totale di 250 mila dollari nell’arco di 10 anni, per lo più casse di champagne, scatole di sigari e qualche gioiello per la moglie. Nulla di così diverso da ciò che fanno tanti altri governanti in ogni parte del mondo.
Il film propone la mostrificazione di Netanyahu per aver preteso qualche dono e non per la mattanza che ha fatto a Gaza o in Libano. Questo è l’aspetto più stridente del film, il più inaccettabile.
Con tutte le critiche che si possono muovere a Netanyahu, non si può accettare una mostrificazione che non sia in primis per i crimini contro l’umanità.
In questa ottica risulta fastidioso anche il titolo che sembrerebbe ammiccare agli Epstein files. Con quella vicenda forse l’unico punto in comune è che non si tratta di normali inchieste giudiziarie, ma di operazioni di intelligence.
Tutto il film Bibi files si fonda su una serie di video degli interrogatori fatti a Netanyahu e alla sua corte. Video che non solo non potevano essere pubblicati, ma che soprattutto non potevano essere realizzati.
Si tratta di video fatti con telecamere nascoste nelle varie sale degli interrogatori e addirittura anche nello studio di Netanyahu – uno dei posti più vigilati al mondo ed in cui nessuno all’infuori dei servizi segreti potrebbe fare delle riprese – filmati in cui il Premier israeliano risponde anche su delicati temi di sicurezza nazionale.
In particolar modo in uno Stato come Israele – in cui operano alcune delle migliori agenzie di intelligence – non si può pensare che quelle riprese illegali non siano state fatte dai servizi segreti e che non siano state fatte uscire ad arte per interferire con le elezioni. Lì va quindi ricercato il senso dell’operazione.
Alla luce di ciò, si deve valutare come porsi rispetto al film, per scongiurare che in nome di una giusta rabbia ci si trasformi in strumento inconsapevole nelle mani del Mossad o parte di esso.
Giova anche segnalare che stando alla proposta di legge sull’antisionismo che è in discussione al Parlamento italiano, forse il film “Bibi files” potrebbe pure essere messo all’indice.
Infatti in un interrogatorio, il figlio di Netanyahu dice ai poliziotti che loro sono come la Gestapo. Risulta buffo dover dare ragione al figlio di Netanyahu, ma il paragone tra i sionisti e i nazisti è proprio una delle fattispecie che l’Italia vorrebbe vietare, etichettandola come antisemita.
Constatiamo che la stessa affermazione se la fa un sionista è legittima, ma se la fa un filo-palestinese no. Questo doppio standard riafferma l’ipocrisia di un provvedimento che non ha nulla a che fare con l’antisemitismo, ma è solo finalizzato a colpire chi critica lo stato di Israele e i suoi crimini.
Il film Bibi files sembrerebbe una operazione d’apparato che cerca di fare di Netanyahu il capro espiatorio dei crimini di Israele: toglierlo di scena per dare un grande colpo di spugna sul genocidio. Compito dei movimenti solidali con la Palestina è di ribadire che le responsabilità del genocidio sono dello Stato d’Israele e non di un singolo politico.
Dare visibilità a questo film può significare farsi usare in una operazione dei servizi segreti israeliani, pertanto sarebbe da non pubblicizzare almeno fino a dopo le elezioni. Cerchiamo di non fungere da strumento nelle mani dell’intelligence sionista.
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06/09/2026
Faida tra i servizi segreti ucraini, clima da fallimento a Kiev
Una sparatoria vera e propria è andata in scena tra i palazzi del quartiere Dniprovskyi di Kiev, lasciando in strada tre feriti dei servizi segreti militari e interrompendo ogni canale di cooperazione tra le agenzie di intelligence ucraine. Sullo sfondo, una spirale di accuse incrociate di connivenza con Mosca e un attentato con drone che ha centrato il quartier generale dello SBU.
Ripercorriamo brevemente i fatti, almeno per quello che è stato reso pubblico. Nella notte tra l’1 e il 2 settembre, lungo via Yuri Shumskoho a Kiev, gli uomini del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (SBU), il controspionaggio interno, stanno scortando un uomo in manette verso il suo appartamento, per eseguire una perquisizione urgente.
Si tratta di Stepan Kaplunov, numero due del Corpo dei Volontari Russi (RDK), la formazione paramilitare di dissidenti russi inquadrata a fianco delle forze armate ucraine, sotto l’ala protettiva del GUR, l’intelligence militare. Kaplunov era scomparso nel nulla lo scorso 23 agosto, vigilia della festa per l’indipendenza ucraina. Il comando del RDK denuncia il rapimento da parte di uomini non identificati.
Ad attenderli, però, ci sono gli uomini del GUR e anche il reparto speciale “Timur”. Dopo un’iniziale trattativa, lo SBU fa intervenire i reparti scelti dell’unità antiterrorismo “Alpha”, e le cose precipitano fino allo scontro a fuoco. Alla fine dell’ingaggio si contano tre operatori del GUR a terra feriti, ma la brigata militare riesce a prelevare Kaplunov e a sottrarlo alla custodia del controspionaggio.
Poche ore dopo la sparatoria, lo SBU rompe il silenzio pubblicando un filmato in cui Kaplunov “confessa”: ammette di essere stato agganciato dai servizi russi per orchestrare una serie di omicidi mirati sul suolo ucraino dietro cospicuo compenso, compreso l’attentato a una figura di spicco dell’opposizione anti-Cremlino giunta a Kiev per le celebrazioni che, secondo alcune fonti, sarebbe l’ex leader ceceno Akhmed Zakayev.
Kaplunov pubblica una contro-dichiarazione in cui ritratta ogni parola, affermando di essere stato sequestrato, tenuto in isolamento e torturato per giorni per estorcergli false ammissioni su inesistenti legami con Mosca. Il video diffuso dallo SBU, dunque, sarebbe stato girato sotto minaccia di morte per giustificare a posteriori il rapimento, e la perquisizione sarebbe servita per mettere prove false nell’abitazione del mercenario russo.
Anche senza la sparatoria, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sarebbe stato costretto a intervenire pubblicamente sull’accaduto, dato le operazioni alla casa di Kaplunov sono durate ore, e molti passanti sono stati messi in stato di fermo per ore, distesi sull’asfalto, e sono così diventati testimoni involontari dello scontro.
“È importante che la verità venga a galla e che situazioni come questa non si ripetano”, ha dichiarato il presidente, annunciando anche l’apertura immediata di un fascicolo da parte dell’Ufficio del Procuratore Generale e del Bureau Statale d’Investigazione (SBI). Sono poi stati immediatamente rimossi dal loro incarico i vicecapi di entrambe le agenzie e il capo del Dipartimento per la protezione dei segreti di Stato dello SBU, Oleh Khramov.
Il clima interno di un paese alla rovina come l’Ucraina è evidentemente irrespirabile, e licenziare i vice sembra più una toppa che la dimostrazione di avere la situazione in mano. Intanto, Kyrylo Budanov, a lungo direttore del GUR prima di approdare all’Ufficio di presidenza di Zelensky, ha chiesto un’inchiesta indipendente e ha criticato il controspionaggio del suo paese, parlando di rapimenti in pieno giorno e atti criminali.
La frizione tra SBU e GUR è storica, e non si tratta solo di un dossier “burocratico”, per cui le competenze delle due agenzie in parte si sovrappongono. Queste strutture hanno assunto la fisionomia di veri e propri “clan” della vita politica dell’Ucraina, e puntano anche a controllare pezzi importanti del paese, invischiandosi spesso anche in attività poco “pulite”.
Non sono pochi coloro che legano l’attentato di giugno condotto a Monaco contro l’oligarca Yermolayev a una serie di affari illeciti in cui sarebbero coinvolti anche settori dell’intelligence. Un ufficiale del GUR è stato arrestato, anche se pure la versione dello SBU lo ha indicato come un “lupo solitario”. Un modo per impedire al caso di esplodere internamente, ma che ha certamente avuto ripercussioni significative sugli apparati di intelligence.
Ma al di là di redditizi flussi illeciti di denaro, il tema è tutto politico (e del resto, Yermolayev non era estraneo ad affari con Mosca). Il capo ad interim dello SBU, Oleksandr Poklad, vuole stringere il proprio controllo anche sul GUR. Ad opporglisi c’è Budanov, che ha vecchi rancori con Pokland: quest’ultimo viene considerato l’esecutore materiale dell’assassinio di Denis Kireev, agente del GUR e tra i delegati delle trattative di Istanbul del 2022. Lo stesso Budanov aveva allora indicato lo SBU come responsabile dell’omicidio.
Insomma, in un’Ucraina che sopravvive solo perché in guerra, il controllo degli apparati di intelligence militarizzati significa il controllo del paese, ed è questo che le due agenzie si stanno contendendo. Dopo appena due giorni, il 4 settembre, un altro evento potrebbe essere lì a segnalare il degrado della vita politica ucraina, e anche il fatto, dunque, che forse non c’è più molto per cui combattere, e ci si sta preparando a spartirsi i resti.
A meno di quarantotto ore dalla sparatoria, un drone avrebbe attraversato il centro storico di Kiev, schiantandosi contro la sede centrale dello SBU, a due passi dalla Cattedrale di Santa Sofia. L’impatto ha provocato devastazioni e feriti, sventrando proprio l’ala che ospita l’ufficio di Pokland. Il raid è stato immediatamente imputato alle forze russe, ma la facilità con cui un solo drone di Mosca sia arrivato nel cuore della capitale ucraina getta ombre sulla ricostruzione dei fatti offerta pubblicamente.
Se la resa dei conti sta arrivando addirittura a tentati omicidi ai vertici, mentre Zelensky viene pressato dall’ex ministro Fedorov per indire le elezioni, bisognerà tenere gli occhi e le orecchie aperte anche ai risvolti degli incontri che in questi giorni gli inviati di Donald Trump, Kushner e Witkoff, avranno con Putin e con Zelensky. È difficile dire se il conflitto stia per volgere al termine, ma è certo che l’Ucraina è sempre più ridotta al lumicino.
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06/08/2026
Servizi segreti. I migliori sarebbero i britannici, quelli italiani al 15° posto ma...
È stata recentemente pubblicata una curiosa graduatoria dal settimanale francese L’Express: quali sono i migliori servizi di intelligence in Europa?
La giuria era composta da sessanta esperti di intelligence provenienti da 25 Paesi, tra questi figurano diciassette capi o ex capi di servizi segreti, oltre a figure provenienti da apparati come CIA e Mossad.
Il metodo scelto per dare il giudizio è semplice: chiedere a chi conosce dall’interno il mestiere di indicare i migliori servizi europei, sulla base dell’esperienza diretta, della reputazione operativa, della capacità di raccogliere informazioni, condurre azioni, proteggere fonti e condividere intelligence con i partner.
Il risultato premia ancora una volta il MI6 britannico e poi la DGSE francese, mentre i servizi segreti italiani finiscono in quindicesima posizione, a pari punteggio con Belgio e Repubblica Ceca.
Il punteggio attribuito al MI6 britannico è il più alto: 251 punti, con un netto distacco rispetto agli inseguitori francesi.
A essere premiata sarebbe la capacità del M16 di reclutare talpe di alto livello negli ambienti decisionali di Paesi ostili o strategici attraverso il rapporto umano, ovvero la fonte interna al nemico, con le informazioni che non arrivano dai satelliti né dai database, ma da chi sta dentro il sistema avversario.
Al secondo posto, con 169 punti, c’è la DGSE, il servizio segreto estero francese. Secondo gli esperti la Francia dispone dell’unico servizio dell’Europa continentale con una portata quasi mondiale.
La DGSE viene valutata positivamente perché combina tre dimensioni: raccolta tecnica, intelligence umana e capacità d’azione. Quest’ultima è particolarmente importante: il servizio Action francese viene considerato una delle poche strutture al mondo in grado di condurre operazioni clandestine ad alta intensità all’estero.
La Francia mantiene inoltre una rete consolidata in Africa, eredità della sua storia coloniale e delle relazioni politiche, militari ed economiche costruite nel tempo
Il terzo posto va, curiosamente, all’Olanda, con 97 punti. I servizi segreti olandesi hanno partecipato a operazioni di rilievo negli ultimi vent’anni. Viene citato il caso Stuxnet, il virus sviluppato da Mossad e CIA che mise fuori uso una parte significativa delle centrifughe nucleari iraniane: secondo la ricostruzione, un agente dell’intelligence olandese avrebbe avuto un ruolo nell’installazione del malware.
Al quarto posto arrivano i servizi segreti dell’Ucraina, con 77 punti. Un piazzamento impensabile prima del 2014 e ancora più prima del 2022. Un direttore di un servizio di intelligence europeo ha usato un’espressione forte: gli ucraini avrebbero dimostrato la capacità di “mossadizzarsi”, cioè di adottare un modello operativo aggressivo, flessibile e disposto a colpire lontano.
Il BND, il servizio segreto tedesco si piazza al quinto posto con 62 punti. Il suo punto di forza, ma anche il suo limite, è l’analisi: metodica, strutturata, documentata. Molti addetti ai lavori ironizzano sulla scarsa propensione operativa del BND. Un ex direttore svizzero lo avrebbe paragonato a un gruppo di “ricercatori di think tank”. Un giudizio decisamente severo. I servizi segreti tedeschi dunque analizzano molto ma agiscono meno.
I servizi di intelligence italiani nella graduatoria stilata, finiscono al 15 posto. Pesano sul giudizio negativo il nepotismo e la corruzione che investono anche gli ambienti dei servizi e, secondo gli esperti, una mancanza della cultura dell’intelligence in Italia. Nello stesso dossier, viene però riconosciuto un punto di forza: quando si parla di Libia e Nord Africa, gli italiani restano interlocutori obbligati.
Senza alcuna volontà o aspirazione ad apparire “nazionalisti”, c’è un dettaglio che gli esperti internazionali di intelligence non sembrano aver preso in considerazione: l’Italia, finora, è stato l’unico paese europeo in cui non sono avvenuti attentati dei gruppi jihadisti come invece è accaduto più volte in Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Olanda.
Sarà un caso, ma forse sul piano della prevenzione del terrorismo internazionale, i servizi di intelligence italiani sanno lavorare meglio dei loro colleghi europei.
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05/08/2026
Ceuta. Lo zampino degli apparati marocchini dietro “l’assalto dei migranti”
Secondo alcuni media spagnoli, tra le decine di migliaia di migranti penetrati nella exclave di Ceuta, la Guardia Civil di Madrid avrebbe identificato alcuni agenti dei servizi segreti del Marocco.
Coloro che erano responsabili del sistema di telecamere, in coordinamento con il comando della Guardia Civil, sono riusciti a riconoscerli fin dalle prime ore di giovedì 30 luglio. “L’individuazione è stata possibile grazie al monitoraggio in tempo reale dei movimenti lungo il perimetro di confine, effettuato tramite la rete di telecamere installate nella zona”.
La connivenza delle forze di sicurezza marocchine con il massiccio afflusso di migranti a Ceuta sarebbe dimostrata anche da diversi video che mostrano un atteggiamento decisamente passivo da parte dei poliziotti marocchini mentre i migranti avanzavano verso il confine.
Anche il New York Times, ha raccolto la testimonianza di uno dei migranti entrati a Ceuta nei giorni scorsi, Youssef Aloui, il quale racconta che gli agenti non avrebbero cercato di fermare i migranti e, anzi, li avrebbero indirizzati. “Continuavano a dirci: ‘Andate di qua, di qua’”.
Fonti dei servizi segreti spagnoli corroborano le osservazioni fatte dalla Guardia Civil e inquadrano ciò che accade in un’operazione di guerra ibrida. A loro avviso, un’azione di tale portata non poteva essere condotta senza l’intervento dei servizi segreti del regime marocchino.
Secondo gli analisti spagnoli operazioni simili si sarebbero verificate anche in altri periodi di forte pressione migratoria ai confini di Ceuta e Melilla, con presunti agenti marocchini integrati nei gruppi di migranti. L’obiettivo dei servizi segreti di Rabat sarebbe quello di raccogliere informazioni sulla capacità di reazione delle forze di sicurezza della Spagna di fronte all’afflusso di persone dal Marocco.
È diventata idea piuttosto diffusa che il Marocco sfrutti periodicamente la leva dei flussi migratori per fare pressione sulla Spagna relativamente alla questione del Sahara Occidentale (territorio conteso e rivendicato da Rabat). Due giorni prima dell’ondata di massa sulla frontiera di Ceuta, il premier spagnolo Sanchez era in Algeria – storica rivale del Marocco sulla questione Sharawi e non solo – per un incontro ufficiale. Una mossa niente affatto gradita dalle autorità marocchine.
Ma l’apertura o chiusura del rubinetto dei flussi migratori di massa è un’arma non certo esclusiva del Marocco. Lo hanno fatto sistematicamente la Turchia e la Libia per estorcere finanziamenti ai paesi europei di frontiera e alla stessa Unione Europea.
Infine, e non certo per importanza, le reazioni di governi di destra come quello statunitense, israeliano, italiano – tutti ostili a Sanchez – su quanto accaduto a Ceuta, indicano una coincidenza “di vedute” e di interessi con la mossa delle autorità marocchine. A pensarla male si fa peccato ma...
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17/07/2026
Trump evoca il “complotto” e accusa l’intelligence di lavorare per la Cina
Washington, abbiamo un problema... molto serio e tutto interno agli Stati Uniti.
Il discorso alla nazione pronunciato ieri sera da Donald Trump è stato di fatto una dichiarazione di guerra interna rivolta genericamente contro il «deep state», ovvero l’insieme di agenzie, strutture amministrative di vario livello, media, militari, servizi segreti, ecc., che avrebbero collaborato con una “potenza straniera” per far perdere a Trump le elezioni presidenziali del 2020, vinte poi da Biden.
La potenza straniera sarebbe la Cina, e già questo può aprire un conflitto diplomatico parecchio complicato, visto che Pechino è pubblicamente impegnata nel sostegno allo sforzo pakistano e qatariota di portare avanti una trattativa che ponga fine alla guerra contro l’Iran.
Ma è il «fronte interno» quello su cui il tycoon spara le bordate più devastanti, tali da compromettere in modo serio la tenuta dei poteri su cui si regge la potenza statunitense. Il filo conduttore del discorso è in definitiva quasi lineare: la Cina avrebbe interferito nelle elezioni del 2020 e le agenzie di intelligence statunitensi hanno insabbiato la vicenda.
Come «prova» ha detto di avere documenti da cui risulta che “nell’arco di diversi anni, a partire dal ciclo elettorale del 2020, Pechino ha portato avanti quello che si ritiene essere la più grande compromissione di dati elettorali della storia, con il risultato che la Cina ha acquisito illegalmente 220 milioni di file di elettori statunitensi”.
Già qui c’è una discrepanza seria con la realtà, visto che nel 2020 c’erano solo 213,8 milioni di elettori registrati, di cui 209,0 milioni attivi (attualmente sono cresciuti fino a 234,5 milioni, di cui 211,1 milioni attivi).
Peggio ancora. Tra i documenti pubblicati giovedì sera sul sito della Casa Bianca c’è un rapporto dei servizi interni di inizio 2020 che affermava la difficoltà di manipolare l’esito di un’elezione.
“Valutiamo che i sistemi che tabulano, trasmettono o visualizzano i risultati elettorali siano vulnerabili a sfruttamenti localizzati, ma sarebbero difficili da manipolare su scala abbastanza ampia da alterare l’esito elettorale”.
Ma a Trump non gliene può fregare di meno. Se la realtà e i documenti non corrispondono alla sua tesi, vuol dire che qualcuno ha provato ad ingannarlo. E questo qualcuno sarebbe addirittura l’FBI.
“L’intelligence grezza ottenuta dall’FBI nel 2020, ma insabbiata da burocrati fuori controllo, affermava che le attività della Cina includevano persino un tentativo di fabbricare schede elettorali illegali per Joe Biden”, ha detto.
“I documenti mostrano che durante questo periodo, decine di rapporti significativi della CIA e della NSA sul targeting elettorale della Cina sono stati esclusi dal briefing presidenziale. Questi erano briefing che ricevevo quasi ogni giorno”.
“È stato escluso tutto ciò che era importante. Un’email tra analisti dell’intelligence ammetteva di aver deliberatamente ‘rimaneggiato’ il briefing quotidiano presidenziale per nascondere informazioni riguardanti le attività cinesi legate alle elezioni”.
“Un altro funzionario all’interno dell’FBI ha scritto che stava gestendo quello che ha definito un ‘governo ombra’ per impedire che le informazioni sull’interferenza cinese nelle elezioni diventassero pubbliche”.
Roba da condanna a morte o all’ergastolo, se solo ci fosse una prova minima...
Ma secondo una valutazione del National Intelligence Council del marzo 2021, le diverse comunità spionistiche statunitensi avevano concluso con “alta fiducia” che Pechino non aveva tentato di influenzare l’esito delle elezioni, perché riteneva che né una vittoria di Trump né una di Biden fosse sufficientemente vantaggiosa da giustificare i rischi di essere scoperti a interferire.
Lo scopo politico immediato di questo megagalattico delirio complottistico è, esplicitamente, far approvare il «SAVE America act» in discussione al Congresso, che implica una revisione completa dei sistemi elettorali e di registrazione degli elettori americani. In base a questa legge, infatti, verrebbe drasticamente mutata la base elettorale escludendo tutta una serie di figure che peraltro coincidono o confinano con quelle perseguite militarmente dall’ICE nelle strade d’America.
“Il Congresso deve approvare il SAVE America Act – quanto è facile farlo, a meno che non vogliate imbrogliare”, ha detto infatti il POTUS. “L’unica ragione per non farlo è che volete imbrogliare perché le vostre politiche sono così pessime e i vostri candidati così patetici che non potete farla franca o essere eletti in altro modo”.
È un obbiettivo simile ma assai più radicale a quello dello «stabilicum» meloniano appena approvato dalla Camera in Italia, perché non riguarda la legge elettorale, ma addirittura chi ha diritto a votare – e quindi determinare in infinitesima misura quale dovrà essere la guida politica degli Usa (decisive sono invece le centinaia di milioni di dollari messi a disposizione dai vari fondi tipo Aipac e simili...) – escludendo le categorie «sospettate» di preferire i «democratici» rispetto ai repubblicani.
Ma anche per il sistema dei media saranno tempi bui. Nella sua intemerata contro chiunque lo ostacoli, Trump ha anticipato che dovrebbero essere revocate le licenze di trasmissione – ossia far chiudere d’autorità, da un giorno all’altro – alle emittenti televisive che non hanno trasmesso in diretta il suo discorso in prima serata. Stiamo parlando di colossi come CNN, ABC e NBC, non di una radio “di movimento”.
Chiaro che dopo questo discorso la credibilità stessa delle procedure democratiche statunitensi è distrutta dall’interno. Così come quella delle agenzie di intelligence che permettono agli Usa di controllare la vita nazionale e la maggior parte delle relazioni internazionali, mantenendo quell’«egemonia» sul mondo che appare non da ora in profonda crisi.
Solo che risulta veramente difficile capire come si possa pretendere di «governare il mondo» mentre si destabilizzano gli strumenti – di intelligence, sia civile che militare – con cui fin qui lo si è fatto. Anche «manipolando le elezioni» altrui, come accaduto nelle scorse settimane in Colombia, dove il risultato è stato determinato da un milioni di voti... provenienti dagli Stati Uniti.
Washington, abbiamo un problema. Potenzialmente esplosivo...
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13/07/2026
Banda della Uno Bianca: i dubbi insoluti sugli omicidi in armeria portano ai Servizi?
Partiamo proprio da Roberto Savi, il “corto”, presunto capo del sodalizio criminale che operò tra Bologna, Romagna e Marche dal 1987 al 1994, compiendo un centinaio di azioni che portarono all’uccisione di almeno 24 persone ed al ferimento di più di un altro centinaio.
Roberto, il cui nome era di nuovo tornato nel cono di luce dei media per la sua intervista a “Belve Crime” andata in onda il 5 maggio, è stato trasferito al carcere di Ferrara dal carcere di Bollate in cui stava scontando l’ergastolo insieme al fratello Fabio, alias “il lungo”, con cui non parlerebbe da anni.
“Il corto”, nell’intervista, aveva esplicitamente fatto riferimento alla copertura da parte dei servizi che li avrebbero ingaggiati nel corso della loro già iniziata attività di rapinatori, con annesse notevoli disponibilità di denaro e basi all’estero.
Si deve ricordare che dopo l’arresto, il comportamento del presunto capo della Banda è stato caratterizzato dall’alternarsi di dichiarazioni e ritrattazioni, per poi tornare al silenzio.
Anche questa volta, Roberto Savi ha scelto di parlare “ad uso di telecamere” per poi tacere di fronte ai magistrati che l’hanno interrogato in carcere, forse incentivato dalla notizia resa pubblica poco dopo la sua intervista – ma relativa ad alcuni mesi prima – del misterioso suicidio di Pietro Gugliotta, altro membro della Banda che aveva da tempo scontato la sua pena, ritrovato morto nel paese in Friuli dove viveva, pochi giorni dopo avere comunicato alla sua legale la propria urgenza di parlarle di persona.
Lo spostamento del “corto” è avvenuto su richiesta della Procura, di cui i PM Lucia Russo e Andrea Feis hanno in mano la nuova inchiesta avviata nel 2024 grazie all’esposto degli avvocati dell’associazione dei familiari vittime della Banda, Alessandro Gamberini e Luca Moser.
Anche Fabio Savi potrebbe essere spostato dal carcere di Bollate, mentre il terzo fratello della Banda sta scontando la pena detentiva a Padova, dove di giorno si reca al lavoro.
“Il lungo”, anche lui intervistato in una trasmissione andata in onda su Rete 4 alcuni giorni dopo, ha smentito seccamente le dichiarazioni del fratello, per poi, l’11 giugno, di fronte ai PM – tra cui il Procuratore Capo Paolo Guido – rispondere per qualche ora ad alcune domande. Sulle risposte date da Fabio Savi non è trapelata finora nessuna indiscrezione.
Le novità più rilevanti vengono però da un altro teste, testimone del duplice omicidio commesso dalla Banda il 2 maggio del 1991, all’armeria di via Volturno a Bologna, in cui perirono la proprietaria Lucia Ansaloni ed il suo assistente, Pietro Capolungo, un ex carabiniere in pensione che faceva da commesso.
Ricostruiamo i fatti e l’incredibile incapacità delle forze dell’ordine di fare 2+2.
Un’azione criminale operata in pieno centro a Bologna, a volto scoperto, con un flusso costante di clienti, che valse come “bottino” il furto di due pistole Beretta 9×21. Un risultato piuttosto risibile, se non ci fossero stati due morti di mezzo, considerando l’arsenale di cui già disponeva la Banda.
La dinamica è resa ancora più strana per due circostanze verificate.
Roberto Savi risulterà essere cliente abituale dell’armeria che lo riforniva di armi e proiettili, quindi ben conosciuto dalle vittime della progettata rapina.
Dei due killer che si sono recati la mattina in armeria attendono il rientro di Capolungo – in commissariato per sbrigare alcune pratiche – uno si piazza al bancone guardando le pistole, l’altro alla porta. Quando Capolungo rientra sembra che gli sparino inserendo il caricatore nella pistola che stavano visionando – ma successive perizie balistiche escludono tale ipotesi – per poi freddare anche la proprietaria.
Le motivazioni additate dai Savi in sede processuale, cioè il furto, stridono sia con l’assoluta inutilità di procurarsi altre due pistole uccidendo due persone, sia per la dinamica.
Paolo Soglia, infatti, nell’11 capitolo di Uno Bianca Reloaded si chiede giustamente: “E se l’obiettivo invece fosse stato quello di togliere di mezzo un testimone scomodo, tipo il Capolungo, che forse aveva intuito qualcosa e poteva parlare? È possibile, ma perché ucciderlo in una situazione così rischiosa?”.
A rendere più inquietante la vicenda per la cecità di chi ha condotto le indagini ci sono altri tre particolari.
Il primo è che il marito e comproprietario dell’armeria, Luciano Verlicchi, sentito per circa un mese tutti i giorni, ad un certo punto riferisce testualmente al Dottor Buono la frase: “Questo somiglia ad uno dei vostri”, vedendo l’identikit fatto raccogliendo le indicazioni di un cliente che era entrato in armeria e di una passante che aveva visto il killer subito dopo gli spari.
Luciano Verlicchi, vedovo della Ansaloni, ne è sicuro perché proprio ad un poliziotto della questura di Bologna, aveva venduto un’arma poco comune, una Smith and Wesson 44 Magnum.
Se si confronta poi l’identikit con la foto di Roberto Savi, si nota che sono praticamente sovrapponibili.
Al dottor Buono probabilmente “non si è accesa una scintilla” come ebbe a dichiarare dopo l’arresto dei Savi a Radio Città del Capo, l’ormai chiusa emittente radiofonica bolognese che si occupò costantemente delle vicende della Banda.
Il secondo particolare, che in qualche misura avvalora la tesi dell’“assassino che torna sempre sul luogo del delitto”, è il fatto che Roberto Savi si ripresenterà in divisa davanti all’armeria assieme ai suoi colleghi e verrà ripreso dalle telecamere della Rai regionale.
Un frammento che si vede, tra l’altro, anche nella puntata della serie Rai Blu Notte dedicata alla Banda da Carlo Lucarelli.
Altro particolare è il fatto che Roberto Savi possiede non uno, ma ben due AR70, lo stesso tipo di fucile che ha sparato in diverse stragi, tra cui quella del Pilastro avvenuta nel gennaio dello stesso anno.
Paradossalmente era stato un altro poliziotto ai vertici della Questura di Bologna ad aver chiesto proprio a Savi di portare quel fucile ai colleghi per fare i confronti, e lui porterà naturalmente quello “pulito”, acquistato dopo avere utilizzato l’altro in suo possesso.
Il terzo particolare è il fatto che mentre l’identikit di uno dei due killer è la copia di Roberto Savi, l’altro fornito dai testimoni è diversissimo da quello di Fabio, che pure si è attribuito l’omicidio come “reo confesso”, ma la cui testimonianza risulta piuttosto strampalata, con una ricostruzione della dinamica che fa acqua da tutte le parti.
In sede giudiziaria i due “super-testi” che videro gli assassini in faccia furono Sergio Tugnoli, cliente dell’armeria, e Maria Cristina Erede. Il primo è tanto sicuro negli interrogatori, quanto confuso e smemorato al processo del ’96, quanto è invece più lineare la seconda, allora studentessa a Bologna, che non riconosce affatto Fabio Savi come il secondo uomo.
Ci sono insomma più che solide ragioni per supporre che il “secondo uomo” non fosse Fabio Savi, e che il movente del delitto non fosse quello del furto di due pistole per un’armeria che, è bene ricordarlo, era l’unica che vendeva a Bologna proiettili calibro 222. I Savi si rifornivano lì, comprandone molte, per rimpiazzare quelli sparati con il fucile AR70 di Roberto e con il SIG di Fabio.
Ci siamo concentrati su questi aspetti, proprio perché i quotidiani sembrano non volerli riprendere, concentrandosi su altre novità, comunque importanti, di cui pure tratteremo. Ma qui dobbiamo riportare un altro fatto che potrebbe collegarsi alle nuove scoperte, bellamente ignorato fino ad oggi dalla stampa.
Il 4 maggio 1991, 2 giorni dopo il duplice omicidio all’armeria, la redazione dell’Ansa di Bologna riceve una telefonata. L’anonimo telefonista dall’accento tedesco dice le seguenti parole: “Questo è il comunicato numero 5. Anche se ne accusiamo la paternità, l’azione messa in atto in via Volturno deve essere intesa in senso che non rientra nella strategia sociale, politica e militare che la nostra organizzazione persegue. Bensì come un fatto che fa unicamente riferimento alla nostra ferma determinazione a evitare che smagliature di alcun genere possano avvenire nei meccanismi della Falange”.
Chi parla dice di far parte della Falange Armata, a cui rimandiamo per la storia e gli intrecci con la Banda della uno bianca al dossier “La uno bianca e altre storie nell’ultima fase della strategia della tensione”.
Quella “smagliatura” è probabilmente qualcosa in grado di rompere la segretezza con cui stava operando, e a cui bisognava rimediare tappando qualche bocca con ogni mezzo.
Le novità riguardano i pedinamenti “non autorizzati” di uno dei testimoni, un militare dell’Arma, ora in pensione, che corrisponderebbe all’identikit dell’uomo dei Servizi che un nuovo “super-teste” – allora poliziotto alla questura di Bologna – avrebbe incontrato in un ufficio di copertura dei Servizi (la Gattel Srl) a Porta Lame, portato lì da Roberto Savi e Pietro Gugliotta nel 1990 per essere reclutato.
«Fu quell’uomo a pedinarmi nel 1991. È lui, ne sono sicuro». Il testimone non ha dubbi e assicura di essere in grado di riconoscere il carabiniere – allora in servizio e oggi in pensione – che lo pedinò, assieme a un altro soggetto mai identificato, pochi giorni dopo il duplice omicidio nell’armeria di via Volturno, riporta La Repubblica del 10 luglio.
Il testimone che si è fatto avanti, secondo il quotidiano, ricorda bene quei giorni, e quel carabiniere «che incrociò prima in modalità ravvicinata» e al quale «chiese spiegazioni del pedinamento» e che incontrò di nuovo, «pochissimi giorni dopo», all’interno della Caserma dei carabinieri di via dei Bersaglieri.
La stessa caserma, peraltro, dove aveva prestato servizio proprio Pietro Capolungo, ucciso nell’armeria. Di recente, il testimone ha riferito che ritiene possibile che un’altra persona residente a Imola e nota in città come ex appartenente all’Arma, fosse la stessa che lo pedinò all’epoca.
I legali dei familiari delle vittime hanno recuperato anche la foto di questa persona: e il testimone «oggi non manifesta alcun dubbio sull’affermare che la foto corrisponde perfettamente al carabiniere che lo pedinò nel 1991, ovviamente con alcune modifiche del volto derivanti dall’invecchiamento».
Peraltro – proseguono nella nuova istanza – all’epoca il testimone sentiva di poter essere oggetto di minacce alla propria vita e quindi ricorda bene quei fatti e quei volti ed è pertanto, per questi motivi, da ritenersi attendibile.
Insomma, il comunicato della Falange potrebbe essere non solo una rivendicazione del duplice omicidio – fornendo le presunte ragioni di sicurezza organizzativa affinché continuasse ad essere impenetrabile – ma una precisa indicazione per impedire che qualcuno fornisse elementi utili.
Era forse anche un messaggio rivolto a chi poi pedinò il testimone e magari in parte a coloro che avrebbero dovuto fare 2+2, grazie alle testimonianze e alla lista di armi e proiettili venduti ai clienti dell’armeria da cui si rifornivano i Savi?
A cercare di comporre il quadro, fornendo eventuali piste interpretative, saranno gli inquirenti ed il Copasir, se svolgeranno fino in fondo il loro lavoro.
Per fare un po’ di luce, da parte nostra, mettiamo a disposizione altri due elementi che andrebbero approfonditi.
Il primo, di cui i giornali sembrano scordarsi, è il ritrovamento a febbraio di quest’anno di una vera e propria Santabarbara – 300 “pezzi” circa – con tanto di materiale bellico in una zona residenziale vicino ai Giardini Margherita, nella casa dell’ottantacinquenne Corrado Pizzoli, ossia colui che acquistò l’armeria ad una cifra irrisoria per l’epoca, dopo il duplice omicidio.
Pizzoli, tra l’altro, conosceva il proprietario della villa a San Lazzaro, dove c’era un poligono abusivo in cui sparavano i fratelli Savi.
Si tratta di Villa Paglia, oggi Villa Scornetta, proprietà ai tempi di Lucio Paglia, che fino al 1982 era proprietario proprio dell’armeria di via Volturno e di cui era stato cliente anche Paolo Bellini, poi condannato in via definitiva per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.
Sulle intricate vicende di quel poligono abusivo rimandiamo all’inchiesta di Gigi Marcucci: “Strage del 2 agosto e omicidi della Uno bianca: il poligono dei destini incrociati”, che riporta, anche in questo caso, la mancata verifica di alcune piste investigative che avrebbero potuto portare all’individuazione dei membri della Banda dell’Uno Bianca, per una sorta di ostruzionismo anche di figure ai vertici dei Servizi (in questo caso il Sismi).
Riportiamo ciò che si legge nell’esposto dei familiari delle vittime, depositato in Procura dall’avvocato Alessandro Gamberini:
“Nella prima circostanza, il Mariani – unitamente al figlio Davide, al socio Paolo Monti, a un amico, tale Paolo Accorsi – aveva avuto accesso a un poligono abusivo attrezzato nella cantina della villa ove, nella circostanza, spararono alcuni colpi con l’arma legalmente detenuta dal Monti. In quell’occasione, Mariani affermò d’aver ricevuto come confidenza da Edoardo Paglia che presso quel poligono si esercitavano al tiro poliziotti della Questura di Bologna, della Criminalpol e dei Servizi Segreti.È forse negli strani incroci ed incontri che avvenivano in quel poligono che bisogna cercare il movente del doppio omicidio in via Volturno?
Prima di lasciare il poligono, il figlio Davide Mariani raccolse dei bossoli, probabilmente di un’arma lunga descritta come un ‘7,62 Nato’, che aveva utilizzato nel corso del servizio militare. Descrisse le dimensioni delle munizioni, ricordandole più grandi di una cal. 9, e con la scritta Winchester (i bossoli ritrovati nel poligono potrebbero essere proprio i 222 utilizzati dall’AR70 o del SIG a disposizione dei Savi.”
Se non era Fabio Savi, uno dei due killer, chi potrebbe essere l’altro membro finora sconosciuto della Banda che sparò in armeria?
*Vedi le altre puntate dell’inchiesta
La scoperta di Gladio e l’inizio dell’attività “stragista” della Banda della uno bianca – Contropiano
La Banda della Uno bianca, in odor di “servizi” – Contropiano
Banda della Uno Bianca: chi ha paura della verità? – Contropiano
Banda della uno Bianca: “fare la guerra anche a Bologna” – Contropiano
La Banda dell’Uno bianca tra finte rivelazioni e nuovi spiragli di verità – Contropiano
Banda della Uno bianca: la verità in piazza – Contropiano
Fonte
06/07/2026
La scoperta di Gladio e l’inizio dell’attività “stragista” della Banda della uno bianca
Come abbiamo riportato, gli ultimi elementi emersi dalla nuova indagine sulla Banda dell’uno bianca, avviata nel 2024, sembrano indicare un legame piuttosto organico tra i membri della banda – quasi tutti poliziotti in servizio attivo – ed i Servizi Segreti (quelli “normali”, visto che non esistono quelli “deviati”).
Su questo, sappiamo che anche il Copasir ha aperto un fascicolo, che si spera contribuisca, insieme alle indagini giudiziarie, a far luce su una banda che terrorizzò dal 1987 al 1994 Bologna, la Romagna e le Marche, mietendo almeno 24 vittime e provocando ben più di cento feriti, in un centinaio di “azioni”.
Una sorta di super-teste, che in precedenza aveva fatto più volte dichiarazioni agli avvocati dell’associazione delle vittime della banda, per poi essere sentito in Procura, aveva rivelato che insieme a Roberto Savi – di cui era collega e con cui si confidava – si era recato a bordo di una volante, per un colloquio di “reclutamento”, presso un’azienda usata come copertura dai Servizi.
Savi aveva accolto la confidenza del collega, che voleva lasciare la routine di poliziotto in servizio alla questura di Bologna per arruolarsi nella Legione Straniera, affermando che “si poteva fare la guerra anche a Bologna”, portandolo per questo nella sede “coperta” dei Servizi.
Dalle successive rivelazioni giornalistiche, abbiamo appreso che su quella volante non erano solo in due, ma in tre.
Il terzo era Gugliotta, altro membro della banda, che da tempo aveva finito di scontare la propria condanna, recentemente “suicidatosi” in circostanze piuttosto misteriose qualche giorno dopo aver chiamato la propria legale per esprimerle il desiderio di parlarle di persona.
Particolare non di poco conto, il suo suicidio, è stato reso noto solo mesi dopo, a pochi giorni di distanza dall’intervista di Roberto Savi a Belve Crime, in cui il “capo” della banda – che ha poi deciso di fare scena muta nell’interrogatorio di fronte ai magistrati nel carcere di Bollate – aveva di fatto dichiarato che il suo gruppo era al soldo dei Servizi, dotata di coperture, soldi e basi all’estero.
Probabilmente, pensiamo noi, il “suicidio” di Gugliotta non dev’essere stato un incentivo a parlare, dopo il suo exploit televisivo.
Altro particolare, si è saputo l’anno in cui è avvenuto questo tentativo di reclutamento: 1990.
E da qui parte il nostro ragionamento.
Nel 1990, presso l’archivio della VII Divisione del Sismi – nata prima della riforma dei Servizi del ’77 come Sezione Addestramento – venne ritrovato il cosiddetto «archivio Gladio», o almeno parte di ciò che restava.
Il suo ritrovamento non è casuale, ma è dovuto alla determinazione di un giudice istruttore, in questo caso Felice Casson, che stava svolgendo indagini supplementari sulla strage di Peteano, ovvero sul massacro di tre Carabinieri con un’autobomba in provincia di Gorizia, il 31 maggio 1972, ed in particolare il depistaggio della prima inchiesta a opera dei vertici dei Carabinieri. Si tratta peraltro dell’unica strage per cui c’è un reo confesso: il fascista Vincenzo Vinciguerra.
Il magistrato veneziano scopre l’esistenza di una rete di depositi occulti di armi in Friuli, i cosiddetti «nasco».
Su questa “strage” dimenticata che ha notevoli punti in comune con le vicende della Banda della uno bianca, rimandiamo al volume di Paolo Morando, L’Ergastolano. La strage di Peteano e l’enigma di Vinciguerra.
È singolare che nonostante alcuni tratti in comune – 3 Carabinieri uccisi in un vero e proprio attentato-trappola, le piste giudiziarie quanto meno ingannevoli, le deposizioni di testi rivelatisi inaffidabili, l’incapacità (scarsa volontà) di avvalersi di alcuni indizi che avrebbero portato presto ai veri responsabili – l’attentato di Peteano non sia mai stato “confrontato” con la strage del Pilastro del 4 gennaio 1994, almeno per ciò che concerne i suoi primi e ultra-fallimentari esiti giudiziari.
Singolare anche perché anche nel caso della uno bianca, fu un Carabiniere, il depistatore seriale Domenico Macauda, che molto probabilmente non agiva “in solitaria”, a depistare le indagini sulle morti di altri uomini dell’Arma.
Altra singolare somiglianza: Macauda era stato – insieme ai suoi colleghi dell’O.A.I.O che in modo esplicito o indiretto avvaloreranno la sua versione nel depistaggio sul caso Stasi-Erriu – protagonista di una elogiata operazione repressiva nel 1986 contro il movimento antagonista a Bologna, finita in una bolla di sapone nel giro di neanche un mese, con sentenza del giudice veneziano Carlo Mastelloni.
A Peteano la prima pista d’indagine era stata “indirizzata” verso gli ambienti di Lotta Continua di Trento, allora uno degli epicentri del lungo ’68 italiano.
Ma restiamo su Gladio e le indagini di Casson.
Casson voleva capire se l’esplosivo usato a Peteano provenisse da uno di quei depositi; un’ipotesi investigativa che potrebbe far luce anche su altri attentati della “strategia della tensione”.
Chiese allora di poter accedere all’archivio del Sismi insieme al collega Carlo Mastelloni – lo stesso che nell’aprile del 1986 prese un grosso granchio arrestando i compagni del KAMO a Bologna – allora impegnato nelle indagini sull’abbattimento dell’aereo dei servizi Argo 16 nel 1973 (un’operazione compiuta dal Mossad, si seppe in seguito) che già nel 1988 aveva intuito l’esistenza della rete Stay Behind, dato che quell’aereo era stato utilizzato, tra l’altro, per i trasferimenti dei “gladiatori” nella base di addestramento di Alghero.
Sulla stampa trapelano le prime indiscrezioni, ed il 27 luglio 1990, dopo diversi dinieghi, l’allora presidente del Consiglio Andreotti autorizza Casson ad accedere agli archivi della VII Divisione del Sismi a Forte Boccea, a Roma.
Di lì a poco, giocando d'anticipo, il Divino Giulio fece una rivelazione clamorosa, cercando l’effetto boomerang su una vicenda che avrebbe potuto travolgerlo.
Coglie l’occasione offerta dall’ordine del giorno presentato da alcuni deputati dell’allora PCI che – facendo esplicito riferimento a quanto emerso nell’inchiesta Rosa dei Venti – impegna il governo a rispondere entro 60 giorni circa l’esistenza di una struttura occulta all’interno dei servizi, ovvero la famosa “organizzazione X” scoperta dal giudice Tamburino, che i giornali ai tempi avevano ribattezzato «Super Sid», o «Sid Parallelo».
Insomma, la madre di tutti i misteri legati ai Servizi del dopoguerra.
Nell’ottobre del 1990, Andreotti riconosce pubblicamente l’esistenza della cosiddetta “Gladio”, un’organizzazione segreta costituita in ambito Nato, polo italiano di una rete stay-behind presente in molti paesi dell’Europa Occidentale.
È la seconda volta, nella vita politica di Andreotti, che il navigato democristiano inscena un clamoroso gesto di trasparenza. Lo aveva già fatto nel 1974 con le rivelazioni su Giannettini e sul golpe Borghese, cercando di realizzare almeno 3 effetti politici per lui più che desiderabili:
- silurare Cossiga, collocandolo tra i padri di “Gladio”, come candidato concorrente al Quirinale, a cui aspirava per coronare la sua carriera e “schermarsi”.
- distogliere l’attenzione dal ritrovamento dell’ex base delle Brigate Rosse di via Montenevoso a Milano, contenente fotocopie dei manoscritti della prigionia di Moro, in parte inediti. Come sappiamo, da quel memoriale non emerse un’immagine edificante della classe dirigente democristiana. In particolare di Andreotti, che era stato il più accanito oppositore della trattativa che avrebbe potuto portare alla liberazione di Moro.
- dare in pasto all’opinione pubblica un’organizzazione ormai ridotta a “residuato bellico” della Guerra Fredda appena conclusa, facendo convergere su di essa tutti i sospetti relativi all’esistenza di strutture paramilitari e d’intelligence occulte emerse nei decenni precedenti.
In particolare per l’inchiesta sulla Rosa dei Venti, allontanando ed ostacolando, con l’ennesimo polverone mediatico, una possibile chiarificazione sulla famigerata “organizzazione X”, ammessa in sede giudiziaria dal capo del Sid Miceli nel 1974, almeno in parte sovrapponibile con i Nuclei di Difesa della Stato, cui erano collegati gli stragisti della galassia ordinovista.
Paradossalmente, la rivelazione di Gladio era il “male minore” a Guerra Fredda ormai vinta, anche se proiettava un’ombra piuttosto lunga sulla “doppia fedeltà” degli apparati dello Stato democratico (agli Usa, oltre che all’Italia).
Dopo l’accesso di Casson, la documentazione è stata oggetto di analisi per svariate procure che indagano su varie stragi, dall’Italicus a Brescia.
Sullo stato volutamente pietoso di quegli archivi dei Servizi, rimandiamo all’ultimo capitolo del volume di Benedetta Tobagi, Segreti e Lacune. Le stragi tra i servizi segreti, magistratura e governo.
Qui ci preme ricordare che entrambi i servizi usciti fuori dalla riforma del ’77 saranno, da lì a poco, al centro di due “scandali” per così dire paralleli: quello dei cosiddetti “fondi neri” del Sisde che lambì il personale politico della Prima Repubblica – in cui si scopre anche un’attività di infiltrazione dei Servizi nell’ambiente antagonista tramite un’attività economica finanziata con i soldi dei contribuenti – e quello del cosiddetto “Super-Sismi” o “Super S”.
È accertato che i vertici dei servizi provvedevano arbitrariamente al reclutamento di uomini in modo che non potessero essere ricondotti all’attività di Servizi, come nel caso del generale Musumeci dell’Ufficio Controllo e Sicurezza, il quale oltre a partecipare alle procedure di selezione, procedeva all’arruolamento diretto di personale in modalità non chiare.
Musumeci «Provvide» secondo la sentenza per l’Italicus 1994 «ad arruolare un numero imprecisato, non inferiore a trenta, di ex paracadutisti, addestrati alla guerriglia ed al sabotaggio», «creando un nucleo clandestino di offesa e di provocazione sottratto ad ogni controllo», di cui non si sapeva (e non si sa) nulla.
Insomma operazioni coperte più o meno efferate destinate a non essere mai conosciute davvero, neanche in parte, con buona pace del “controllo democratico” auspicato dalla Riforma del ‘77.
E questa è la storia recente dei servizi, per i quali il modus operandi qui appena accennato sembra sposarsi con il profilo operativo del periodo della Banda della uno bianca.
Sono gli anni, quelli della prima decade del Novanta, in cui comincia ad emergere la verità su un’altra banda – mostruosamente simile a quella della uno Bianca – che aveva agito in Belgio a metà degli Anni Ottanta, i cui effettivi probabilmente arrivavano dall’intreccio tra apparati, “eserciti segreti” della NATO ed ambienti neo-fascisti.
Ciò che colpisce è l’anno, il 1990. Soprattutto se teniamo conto della contemporaneità con le rivelazioni su Gladio da parte di Andreotti – tese in parte a depistare su ulteriori accertamenti rispetto a tutto il marcio che stavano ancora producendo i servizi (una buona parte provenienti dalle fila dell’Arma), in combutta con la dirigenza politica della Prima Repubblica – e l’inizio della “stagione delle stragi” della Banda, come l’ha giustamente definita Paolo Soglia nel Capitolo 8 di Uno Bianca Reloaded. La storia, l’inchiesta, le nuove verità.
Infatti, il 10, il 22 ed il 23 dicembre la banda compie tre stragi – solo in parte riuscite – “a sfondo razziale” in cui restano ferite 9 persone al campo nomadi di Santa Maria di Quarto, due all’Ipercoop di via De Gasperi, mentre rimangono uccise due persone e due altre ferite al campo di via Gobetti, il 23 dicembre.
Il 4 gennaio del ’91 avviene la strage al Pilastro, cui il vero movente non è ancora stato accertato, e l’anno proseguirà con una trentina di azioni criminali.
È una semplice “coincidenza temporale” il fatto che il 1990 fu l’anno del tentativo di reclutamento e che, a pochi mesi di distanza dalla rivelazione su Gladio, la strategia stragista della Banda compì un vero e proprio salto di qualità? Oppure è una “sincronia significativa”?
Chissà se le indagini giudiziarie e del Copasir avranno il coraggio di far luce anche su questo.
Fonte
30/06/2026
La rete israeliana che controlla i minerali congolesi
Da tempo, su InsideOver, abbiamo raccontato i suoi profondi legami con l’intelligence israeliana, con l’ex premier Ehud Barak e con quell’universo di potere che incrocia servizi segreti, finanza e politica internazionale.
Oggi, un’inchiesta esplosiva di Drop Site News getta nuova luce su un aspetto finora rimasto nell'ombra: il ruolo di Epstein e della sua rete israeliana nel plasmare il commercio di minerali di una delle regioni più insanguinate del mondo, la Repubblica Democratica del Congo, uno dei paesi più ricchi al mondo per risorse minerarie, tra cui Cobalto, Rame, Coltan.
Epstein, Barak e il Congo
Documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia statunitense e una serie di email hackerate dalla casella di posta di Barak, pubblicate dall’organizzazione no-profit Distributed Denial of Secrets, rivelano che l’ex primo ministro israeliano e il finanziere pedofilo hanno collaborato strettamente, dopo le dimissioni di Barak da ministro della Difesa nel 2013, per mettere le mani sulle risorse minerarie, petrolifere e del gas dell’Africa.
Epstein non era solo un facilitatore di incontri tra potenti. Come abbiamo già documentato, era un asset, un freelance al servizio di Tel Aviv. Nella transizione di Barak dal mondo militare istituzionale a quello privato, Epstein giocò un ruolo chiave, confezionando servizi di intelligence privati e vendendoli a Stati di polizia in tutto il mondo.
Insieme, i due uomini commercializzavano prodotti di sorveglianza e sicurezza a governi stranieri impegnati a «stabilizzare» conflitti civili. E quale terreno migliore dell’Africa, dilaniata da guerre e ricca di materie prime, per trasformare il caos in flusso di cassa?
Come scrisse lo stesso Epstein a Barak in un’email del 2014: «Con i disordini civili che esplodono in Ucraina, Siria, Somalia, Libia e la disperazione di chi è al potere, non è questo perfetto per te?». Barak rispose: «Hai ragione in un certo senso. Ma non è semplice trasformarlo in un flusso di cassa». Eppure, quel flusso di cassa arrivò. E arrivò dai conflitti stessi.
“Tier One Strike Force” israeliana
Barak, secondo quanto riporta Drop Site News, attinse alla sua rete di contatti nell’intelligence israeliana per espandere i propri affari in Africa, coinvolgendo un nome di peso: Danny Yatom, ex direttore del Mossad (1996-1998), divenuto in seguito consulente per la sicurezza di Barak e poi parlamentare dello Yisrael Beiteinu fino al 2008.
Dopo la politica, Yatom è diventato un contractor privato, consulente per diverse società di sicurezza, tra cui la Global Strategic Group, una piccola società attiva in Africa centrale e guidata da veterani dei servizi segreti israeliani.
Ed è proprio la Global Strategic Group ad essere al centro della vicenda congolese. Una proposta per una «Night Warfare Special Operations Unit», contenuta nella posta di Barak e marcata come classificata, rivela che l’azienda di Yatom addestrò un’unità di forze speciali d’élite nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, ricche di minerali, nel 2013.
Il programma creò una Tier One Strike Force di 150 uomini, addestrata per incursioni notturne, imboscate, antiterrorismo, salvataggio di ostaggi, operazioni di cecchinaggio e azioni dirette. Un’unità che, secondo Yatom, contribuì a ribaltare le sorti del conflitto contro il ribelli dell'M23 (Movimento 23 Marzo) nel Kivu settentrionale.
La diplomazia parallela delle risorse
Mentre le forze israeliane addestravano i militari congolesi nelle colline del Kivu, un altro canale si apriva. Le email mostrano che Epstein chiese al suo stretto collaboratore emiratino, Sultan Ahmed bin Sulayem, presidente del colosso logistico DP World, di organizzare un incontro con l’allora presidente congolese Joseph Kabila.
L’obiettivo? Investimenti in miniere, petrolio, gas e infrastrutture di trasporto. «Vuole darci investimenti in miniere, petrolio e gas» scrisse Sulayem a Epstein nel maggio 2013.
Epstein, insomma, non si limitava a fare da tramite per Barak. Era un attore a tutto tondo, in grado di muovere fili che andavano dalla sicurezza militare agli affari multimiliardari. Nel 2018, l’anno prima della sua morte, era già coinvolto in una complessa diplomazia parallela sulle sanzioni del Tesoro americano contro un magnate minerario israeliano, Dan Gertler.
Ma come abbiamo già osservato su InsideOver, i legami tra Epstein e l’apparato di sicurezza israeliano – e in particolare con Barak – non si fermano al cuore dell’Africa. Una serie di email, sempre rese pubbliche dal Dipartimento di Giustizia, rivela che il governo israeliano ha installato e gestito un sistema di sicurezza e sorveglianza in un appartamento di Manhattan al 301 East 66th Street, un edificio di proprietà di una società legata al fratello di Epstein, Mark, ma di fatto controllato da Jeffrey. L’appartamento era utilizzato frequentemente dall’ex premier Ehud Barak durante i suoi soggiorni a New York.
L’operazione, partita all’inizio del 2016 e protrattasi per almeno due anni, ha visto funzionari della missione permanente israeliana alle Nazioni Unite coordinarsi direttamente con lo staff di Epstein. Rafi Shlomo, allora responsabile della protezione presso la missione israeliana e capo della sicurezza di Barak, gestiva personalmente l’accesso all’appartamento, effettuando controlli su visitatori, addetti alle pulizie e dipendenti di Epstein.
Le email mostrano scambi dettagliati: la moglie di Barak, Nili Priell, discuteva con l’assistente di Epstein l’installazione di sensori sulle finestre e sistemi di controllo remoto. E lo stesso Epstein autorizzò personalmente i lavori, bucando i muri per installare le apparecchiature. Come scrisse l’assistente di Epstein: «Jeffrey dice che non gli danno fastidio i buchi nei muri, va tutto bene!».
L’inchiesta di Drop Site News sugli affari in Africa di Epstein conferma ciò che su InsideOver abbiamo sempre sostenuto: Jeffrey Epstein non era un semplice finanziere e predatore sessuale con molti soldi. Era un uomo di potere con un rapporto organico con lo Stato di Israele e il suo apparato di sicurezza.
Non necessariamente un agente del Mossad, come alcuni hanno ipotizzato, ma sicuramente un asset, un facilitatore, un uomo di fiducia sempre pronto a mettere la sua rete di contatti e la sua intelligenza finanziaria al servizio di Barak, uno degli uomini più potenti di Tel Aviv.
Fonte
15/06/2026
Banda della uno Bianca: “fare la guerra anche a Bologna”
Smanioso di lasciare la noia della routine quotidiana, un ex-poliziotto – sentito più volte dai PM, ora diventato una sorta di super-teste nella nuova inchiesta sulla banda – avrebbe confessato all’allora collega Savi di volere fare qualcosa in più, come ad esempio la Legione Straniera.
Savi, che allora lavorava come agente in forza alla questura di Bologna – 5 dei 6 membri finora accertati per via processuale della Banda erano poliziotti – gli avrebbe risposto che non c’era bisogno di andare lontano per arruolarsi, perché poteva farlo anche qui a Bologna.
Savi l’avrebbe apostrofato dicendo che ‘se voleva fare la guerra poteva farla anche a Bologna, in mondo diverso’ e gli disse che lo avrebbe accompagnato da una persona che poteva reclutarlo.
Quella di Savi – se riferita alla Banda – è tutto fuorché una metafora perché la guerra la fecero davvero, non solo a Bologna, ma anche in Romagna e nelle Marche. Questa operò – stando alle risultanze processuali – in un lasso di tempo che va dal 1987 al 1994, provocando almeno 24 vittime e più di un centinaio di feriti, compiendo più di cento azioni criminali tra cui numerose stragi, effettive o solo sfiorate, come la tentata rapina all’ufficio postale di via Mazzini, il 15 gennaio del 1990, dove i feriti furono ben 67.
Accettando l’insolita proposta del collega, i due agenti si recarono nella sede della Volante, secondo la testimonianza del super-teste, al secondo piano di un edificio in Porta Lame, nel centro del capoluogo emiliano-romagnolo.
Il colloquio, effettuato con un uomo corpulento di mezza età, sembra non sia andato a buon fine e, dalle indiscrezioni fatte trapelare ai quotidiani, non emergono per ora altri particolari.
Tranne per ciò che riporta Il Resto del Carlino, riproducendo l’identikit dell’uomo dei Servizi, “molto simile” a quello “di uno dei complici non identificati della banda, visto in azione con i Savi nel ’91 a Santarcangelo di Romagna”.
Il riferimento del quotidiano sembra essere alla tentata rapina a un distributore di benzina in quel comune, nella provincia di Rimini, del 5 maggio di quell’anno. Un annus horribilis in cui la Banda compì una trentina di atti criminali, tra cui svariate rapine dal modestissimo bottino a distributori e uffici postali, iniziando il 3 gennaio con la cosiddetta “strage del Pilastro” in cui perirono – in un vero e proprio agguato – 3 membri dell’Arma dei Carabinieri.
Una coincidenza piuttosto straordinaria, quella riferita dal super-teste, pensando alle parole pronunciate da Roberto Savi (sempre da prendere con le pinze perché mischia costantemente realtà e finzione) nel ‘96 che aveva parlato di una sua frequentazione di un ufficio dei servizi in zona via Lame.
Più recentemente, aveva affermato che si sarebbe recato una volta alla settimana a Roma per incontrare i servizi, oltre a riferire sulle ingenti disponibilità economiche di cui avrebbero goduto e delle basi all’estero.
Sono tutte illazioni? Vedremo.
In quella zona, i giornalisti andarono effettivamente a verificare e trovarono sui campanelli i nomi di società di copertura del Sisde, in particolare la Gattel Srl.
La “Gattel” e la “Gus”, furono due società di “copertura” che vennero liquidate dopo lo scoppio dello scandalo dei “fondi neri” del Sisde nei primi Anni Novanta – di cui i quotidiani che hanno riportato la notizia legata alla testimonianza del super-teste sembrano dimenticarsi – che mise in luce le cifre astronomiche utilizzate in maniera arbitraria dai servizi, probabilmente con il beneplacito della classe politica nella fase crepuscolare della Prima Repubblica.
Da ciò che sembra emergere, Roberto Savi, poliziotto di lungo corso alla questura di Bologna, sarebbe stato una specie di “antenna” che studiando i propri colleghi avrebbe fatto da interfaccia con il Sisde, con un rapporto quindi di strutturata fiducia da parte di questa branca dei servizi segreti che gli affidava la funzione di scouting.
Insomma, non proprio un collaboratore occasionale...
La domanda sorge quindi spontanea: quale rapporto ci fu tra la Banda dell’uno bianca ed i servizi, in questo caso il Sisde?
In maniera più esplicita: l’attività terroristica della Banda era parte integrante dell’iniziativa degli apparati in quella che è stata definita “ultima fase della strategia della tensione” di cui Bologna è stata centro, o meglio vittima?
Sono le domande che stiamo ponendo, facendo si che le faccende legate alla Banda e le loro implicazioni diventino di dibattito pubblico ed emergano come fatti dalla valenza nazionale per capire meglio l’azione degli apparati nella tumultuosa fase tra fine Anni Ottanta e prima metà degli Anni Novanta, su cui c’è bisogno di un supplemento di analisi politica oltreché di indagini giudiziarie.
Ora se è ipotizzabile una regia di questo ramo dei servizi per ciò che concerne l’attività della Banda, od almeno in una fase della loro attività criminosa, bisogna ricordare che è certa l’attività del Sismi (la branca “estera” dei servizi) nel tentativo di depistaggio sulla strage alla stazione del 2 agosto del 1980 per conto della Loggia massonica P2, ai cui vertici c’era quel Licio Gelli – ex gerarca fascista – condannato in via definitiva nel cosiddetto “processo ai mandanti”.
Gelli era uno dei relais transcontinentali con la parte più oltranzista dell’atlantismo, finalizzata ad una pura subordinazione dell’Italia ai desiderata di Washington, oltre ad essere espressione della parte più reazionaria del blocco di potere disposta a mantenere a tutti i costi i propri privilegi di classe e piuttosto allergica alla democrazia rappresentativa.
Alcuni esponenti di spicco dei Servizi e dell’Arma, per così dire, svolsero un’opera di alto livello nel depistare le indagini sulla Strage di Bologna, in buona compagnia di alcuni esponenti della stampa e alcuni politici che ancora oggi perseverano con le narrazioni tossiche su fantomatiche “piste internazionali” artefatte dagli stessi servizi sostanzialmente con tre “variazioni sul tema”.
Le condanne definitive in cassazione nel novembre 1995 per depistaggio sono state comminate tra l’altro a Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte del Sismi, oltre che al faccendiere e collaboratore dei servizi Francesco Pazienza; mentre Federigo Mannucci Benincasa, a capo del centro controspionaggio di Firenze dal 1971 al 1991 (un caso più unico che raro), ha goduto della prescrizione per il reato di depistaggio nonostante l’accertata condotta in tal senso nel terzo processo per la strage.
Piergiorgio Segatel, carabiniere del nucleo investigativo di Genova, completa il quadro: è stato anche lui condannato a sei anni in via definitiva per depistaggio il 1 luglio 2025 ed è attualmente ai domiciliari.
Se sommiamo i depistaggi sulla Strage sui cieli di Ustica, di cui si stanno svolgendo ora le udienza per l’opposizione all’archiviazione, il quadro è abbastanza completo.
Insomma, non sembra peregrino che il “grumo di potere” attorno al Sisde fosse altrettanto marcio di quello attorno al Sismi, come dimostrano le certo non limpidissime figure di Grassini e di Malpica, entrambi ai vertici, in periodi diversi, del Sisde.
Torniamo ai Savi.
Roberto Savi, dopo le parole profuse ad uso di telecamere nell’intervista resa a Belve crime, si è recentemente avvalso della facoltà di non rispondere alle domande dei magistrati Lucia Russo e Andrea de Feis, andati al carcere di Bollate insieme al procuratore capo Paolo Guido.
Una specie di “inversione dei ruoli” da parte dei fratelli-coltelli, con Fabio Savi – “il lungo” – che invece ha parlato per circa due ore di fronte ai magistrati, probabilmente per dare un primo segno tangibile di collaborazione, ma in cambio di una riabilitazione propedeutica all’ottenimento dei benefici. Il “lungo”, in un’intervista televisiva, aveva ribadito che di fatto la Banda dell’uno bianca fosse composta solo da efferati criminali che si erano fatti prendere troppo la mano dalla spirale violenta che avevano innescato.
Il comportamento di Roberto Savi è interpretabile all’interno proprio di quella “comunicazione perversa” tipica degli apparati, probabilmente tesa a mandare messaggi con una logica di stop-and-go, come a far intendere: “so, potrei parlare in maniera più circostanziata, ma scelgo il silenzio di fronte ai giudici”.
Occorre ora, andare un po’ a ritroso per capire un po’ meglio il quadro dei Servizi presuntamente “riformati”, almeno di facciata, e come agissero.
La legge n.801 del 24 ottobre 1977 approva una “riforma dei servizi”, ultima e assolutamente non lineare tappa di un processo avviato dagli scandali che avevano travolto il Sifar, istituendo due organismi con il Sisde che diviene dipendente – in via teorica – dal Ministro dell’interno e con compiti di «sicurezza democratica» entro i confini nazionali.
Alla testa del Sismi viene nominato Giulio Grassini, generale dei Carabinieri, che ha svolto svariati ruoli tra cui – tra il ’67 ed il ’71 – la direzione del reparto speciale interforze costituito per il contrasto del terrorismo in Alto Adige, un’attività che avviene con particolare “spregiudicatezza” e che verrà poi per certi versi riutilizzata con la guerra sporca a bassa intensità scatenata contro il nascente movimento rivoluzionario.
Grassini, è bene ricordarlo, si era impegnato con una memoria scritta in un’inchiesta militare interna sui fatti del 1964 in difesa del generale golpista De Lorenzo, alla faccia delle “credenziali democratiche”.
Nel biennio ’76-’77 si occupa a Padova del contrasto all’attività antagonista della città epicentro dell’Autonomia Operaia veneta, che verrà colpita duramente, due anni dopo, dalla operazione repressiva del 7 aprile 1979 basata sul cosiddetto “Teorema Calogero”.
La nomina di Grassini, ai tempi, destò stupore rispetto a altri nomi papabili, come Carlo Alberto della Chiesa (altro iscritto alla P2, il cui fratello Romolo era tra i “congiurati del Piano Solo”) che aveva guidato il nucleo speciale antiterrorismo tra il ’74 ed il ’75, od il questore Emilio Santillo, alla guida dell’Igat (poi SdS) fin dalla sua creazione.
Ai tempi venne fuori anche il cugino del generale, Franco Grassini, un senatore della DC di area moderata, nonché dirigente d’industria, ma il vero sponsor della sua nomina era stato proprio Licio Gelli.
Per la cronaca, come vice di Grassini era stato nominato Silvano Russomanno, regista della macchinazione per la criminalizzazione degli anarchici a cui vengono attribuiti l’ondata di attentati della primavera-estate del 1969, organizzati in realtà dai neo-fascisti Freda e Ventura.
Era stato uomo centrale, anche a livello europeo, della strategia di lotta al movimento rivoluzionario in Europa, tra le sue “credenziali” vi era quella di aver combattuto in giovane età durante la Resistenza direttamente in un battaglione nazista!
La scoperta, risalente alla primavera del 1981, che entrambi i capi di servizio erano affiliati alla P2 proietta una luce sinistra sulla regia “occulta” di alcune scelte che ne portarono alla nomina e segnalano una catena di fedeltà immutata nonostante la volontà, comunque parziale, di riformare i servizi e limitarne lo strapotere discrezionale. Possiamo parlare di una continuità operativa con modalità immutate che arrivò, nonostante i numerosi cambi ai vertici del Sisde, fino agli anni Novanta.
È bene ricordare che la scoperta “parziale” dell’elenco degli affiliati alla P2 generò il capovolgimento dei vertici militari più ampio dopo Caporetto: 179 figurano nella lista di Gelli, poco meno di 1 su 5 della lista dei “fratelli” noti era un militare, tra cui molti posti in posizione apicali nei servizi.
Come emergerà poi, la prima volta, nello scandalo sui “fondi neri”, i servizi potevano disporre di una notevole quantità di risorse di fatto senza che ci fosse alcun controllo: dai 41,5 miliardi del 1979 che saranno circa 3 volte tanto 3 anni dopo, nella previsione di bilancio dello stato.
È in questo “ambiente resiliente” dei servizi, dotato di grandi disponibilità economiche da usare discrezionalmente, rapporti strutturali con il neo-fascismo e le strutture che erano state create durante il picco della guerra fredda nei circoli atlantisti, che maturò l’“Operazione Uno Bianca”.
Fonte
09/05/2026
Servizi segreti e polizie: ancora abusi e corruzione. Impuniti
Come svelato da qualche storico (in particolare vari articoli pubblicati su insorgenze.net da Paolo Persichetti, alcuni scritti di Aldo Giannuli e il recente libro di Giovanna Tosatti) non è affatto la prima volta che in Italia si scoprono pratiche criminali dei servizi segreti sempre governati secondo la logica del libero arbitrio, cioè senza mai alcun effettivo controllo democratico indipendente.
Già per il caso Equalize l’indagine della Procura di Milano ho mostrato che non riguardava solo un sistema criminale, ma il rapporto tra informazione, potere e legalità. In particolare si capisce bene che nelle manovre di ogni sorta da parte di privati a beneficio dei loro affari finanziari ed economici, alla loro domanda di informazioni riservate corrisponde sempre un’offerta pronta a soddisfarla da parte delle agenzie istituzionali capaci di offrirla (vedi infra Mario Turla).
Ma se ciò avviene è sempre perché non c’è mai controllo democratico di queste agenzie come del resto delle polizie in generale. Fra l'altro il registro dei titolari effettivi di queste informazioni resta sempre bloccato.
Come scrive Turla in https://altreconomia.it :
“esiste un sistema strutturato di accesso e utilizzo illecito delle informazioni contenute nei database pubblici. Secondo gli inquirenti siamo di fronte a una vera e propria “industria del dato riservato”, capace di operare su larga scala grazie a una combinazione di relazioni, competenze e soprattutto domanda che proviene da segmenti rilevanti del mondo economico e professionale”.Ma appare alquanto limitato pensare che tutto ciò risalga al nuovo codice di procedura penale del 1989 che introdusse la facoltà della difesa di svolgere indagini aprendo quindi la possibilità per soggetti privati di raccogliere informazioni anche “in via preventiva”.
Ricordiamo che il mercato delle investigazioni private è sempre esistito e si è strutturato e consolidato grazie anche alle nuove tecnologie e al boom delle speculazioni finanziarie, potendo anche contare sulla disponibilità e la corruttibilità di appartenenti o ex appartenenti alle forze dell’ordine.
Fra gli altri casi, si ricordi appunto l’allucinante caso Telecom-Pirelli che portò al rinvio a giudizio di 34 persone, tra cui vari dipendenti e agenti della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza (vedi wikipedia). Gli indagati erano inquisiti per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali, rivelazione del segreto di stato, appropriazione indebita, falso, accesso abusivo a sistemi informatici, favoreggiamento e riciclaggio.
Il processo durò 7 anni e alla fine fra patteggiamenti e riduzioni di accuse quasi nessuno ha scontato pene in carcere e tanto meno mister Tronchetti Provera – ex presidente Pirelli – e Carlo Buora – ex amministratore delegato.
Il caso dello spionaggio e le indagini su ex membri dei Servizi, imprenditori e sul gruppo clandestino “Squadra Fiore” (vedi qui e qui) svela l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e la società dell’imprenditore Saladino. Fra gli indagati l’ex-vicedirettore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza – Dis – Giuseppe Del Deo, e l’hacker Samuele Calamucci, indagati da parte del Ros su delega dei PM romani.
Un’indagine che riguarda anche quella per truffa e peculato a carico di ex appartenenti ai servizi; quindi sia l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e la società dell’imprenditore Saladino a cui tra il 2022 e il 2024 la principale agenzia italiana di controspionaggio avrebbe assegnato commesse dirette per oltre 39 milioni di euro per la fornitura di jammer, software di riconoscimento facciale, impianti di videosorveglianza, sia gli spionaggi illeciti da parte della «Squadra Fiore» che coinvolgerebbe anche l’ex vicedirettore del Dis, Del Deo e Samuele Calamucci, l’hacker legato all’altra società di spionaggio Equalize e altri membri della squadra.
Questo ex-vicedirettore del Dis sarebbe indagato anche per peculato per i 5 milioni di euro per contratti verso una società “amica”, la Sind, che si occupa di sistemi di riconoscimento facciale e biometrici (se ne guardi il sito: al di là della pretesa di connessioni con tutto l’apparato dello stato, mostra un potenziale super pervasivo).
È anche indagato per truffa l’ex capo e fondatore della società Maticmind, Carmine Saladino.
I fatti risalgono al 2022 e riguardano 7 indagati. Fra altri l’indagine riguarda anche Vincenzo De Marzio, ex Ros, nome in codice “Tela”, legato ai Servizi segreti e Mario Cella, uomo di fiducia prima di Leonardo Del Vecchio e oggi del figlio Leonardo Maria.
L’inchiesta è infatti collegata con l’altra indagine della procura di Milano sulla società milanese Equalize: i due gruppi si sarebbero scambiati informazioni top secret nascondendole dietro alla fornitura di banali servizi investigativi.
Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Servizi segreti, Alfredo Mantovano, ha fatto sapere di aver adottato una linea di fermezza e preoccupazioni per la sicurezza nazionale e la tenuta del sistema di sicurezza. Ne avrebbe discusso con il Copasir – presieduto dal PD Lorenzo Guerini che segue sempre l’orientamento di Minniti, diventato grande sodale di Mantovano e della sig.ra Meloni –. Ma ha subito difeso l’integrità dei Servizi che lavorerebbero anche per isolare eventuali talpe interne (siamo alla solita manfrina delle “mele marce”).
Ricordiamo che a proposito del caso Paragon, il sig. Mantovano al Copasir ha riassolto i servizi. L’Aisi e l’Aise hanno ammesso di essere in possesso del software israeliano, ma “di non averlo utilizzato nei confronti degli attivisti e giornalisti coinvolti in questa vicenda”, aggiungendo che “avrebbero seguito le procedure in maniera legittima” – SIC! – (Luca Casarini dell’ong Mediterranea Saving Humans e Francesco Cancellato di Fanpage furono spiati a mezzo di Paragon).
E ricordiamo anche che Mantovano sul caso Almasri, il torturatore libico rimpatriato col volo di stato, ha difeso l’operato dei servizi segreti e del governo, mantenendo il segreto sui dettagli delle audizioni e sostenendo la legittimità delle azioni per la sicurezza nazionale, respingendo le accuse di favoreggiamento.
In altre parole, come in passato grazie all’ex-sinistra (e in particolare ai vari Violante e Minniti), le destre oggi al governo garantiscono l’impunità dei servizi segreti e nessuno evoca la sfacciata assenza del loro controllo politico democratico e indipendente, come del resto vale per tutto l’apparato militare e le forze di polizia (vedi osservatoriorepressione.info).
Fonte
21/04/2026
I servizi segreti “sul mercato”. La privatizzazione dello spionaggio
Questa volta a finire nel mirino della magistratura è Giuseppe Del Deo, ex numero due dell’Aisi (i servizi segreti sul fronte interno, ndr) ed ex dirigente del reparto economico-finanziario dei servizi.
L’accusa è quella di uso “non istituzionale” delle informazioni riservate acquisite attraverso gli apparati. Risulta indagato per accesso abusivo ai sistemi informatici e peculato; in concorso, per questo secondo reato, con l’imprenditore Carmine Saladino, già presidente di una società pagata dal servizio e inquisito a sua volta per una frode legata ad altri presunti guadagni indebiti.
Le accuse formulate dai magistrati sono piuttosto numerose : “associazione per delinquere”, “rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio”, “accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico”, “intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche”, “calunnia”, “rivelazione di segreti di Stato”, “corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio”, “falsità materiale commessa dal privato”, “falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici”, “falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni informatiche o telematiche”, “corruzione per l’esercizio della funzione”, “false dichiarazioni al difensore”, “falsità in documenti informatici” e violazioni del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza con riferimento all’esercizio dell’attività degli apparati investigativi.
L’inchiesta vede implicati anche degli imprenditori che – tramite l’ex dirigente sei servizi segreti – nel 2023, si sarebbero appropriati di fondi dell’Aisi per alcuni milioni di euro destinati a saldare un contratto di fornitura, di fatto mai eseguito, stipulato tra l’Agenzia e una società operante nel settore della produzione di sistemi software e hardware.
Dunque ancora una volta emerge un connubio insano tra gli apparati di sicurezza dello Stato e imprese private.
Nella nuova inchiesta viene messo nel mirino l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e una società dell’imprenditore Carmine Saladino (la Matic Mind) a cui tra il 2022 e il 2024 l’Agenzia avrebbe assegnato commesse dirette per oltre 39 milioni di euro per la fornitura di jammer, software di riconoscimento facciale, impianti di videosorveglianza.
C’è poi un secondo filone di indagine sugli spionaggi illeciti condotti dalla famigerata “Squadra Fiore” di Roma che coinvolge l’ex vicedirettore del Dis (Dipartimento delle informazioni sulla sicurezza) Giuseppe Del Deo ma anche Samuele Calamucci, l’hacker legato ad un’altra nota società di spionaggio – milanese in questo caso – la Equalize, società finita sotto inchiesta della procura di Milano per casi di spionaggio per conto e a danno di privati.
Calamucci venne arrestato nell’inchiesta milanese e le sue dichiarazioni sulla romana “Squadra Fiore” adesso sono analizzate per gli opportuni riscontri dei magistrati della Procura di Roma, che indagano sulla possibile esistenza di una rete parallela a quella già smantellata in Lombardia.
“Dalle inchieste su Equalize alla rete clandestina “Squadra Fiore” riemerge un sistema opaco fatto di dossieraggi, appalti miliardari, spionaggio illecito e collusioni tra apparati dello Stato e interessi privati, mentre il controllo democratico sui servizi segreti continua a restare una finzione” scrive un attento osservatore come Turi Palidda su Osservatorio Repressione. “Le indagini sul caso “Equalize” e ora sul “gruppo clandestino Squadra Fiore” – una volta tanto – stanno scoprendo un po’ di altarini criminali dei servizi segreti e di alcune frange delle polizie in combutta con imprenditori e altri “esperti””.
Ma Del Deo, una sorta di “via libera” a mettersi sul mercato con i privati l’aveva ricevuta dall’alto.
La giornalista investigativa Stefania Limiti segnala che ad agosto del 2024 la premier Meloni aveva nominato Giuseppe Del Deo vicedirettore del DIS ma poi, solo un anno dopo, il dirigente dei servizi segreti era stato “prepensionato” (a 51 anni) con un provvedimento che ha introdotto il cosiddetto ‘comma Del Deo’, un comma che consente agli ex dirigenti sei servizi segreti di lavorare immediatamente con soggetti privati. Per varare questo meccanismo sono state modificate ad esempio le regole di incompatibilità, permettendo così agli ex vertici dei Servizi di poter collaborare con realtà private, italiane o estere, subito dopo le dimissioni.
Del Deo aveva la responsabilità di negoziare con le aziende pagate dall’Agenzia per i servizi forniti, operando sul conto corrente intestato alla presidenza del Consiglio.
Anche in questa indagine sta emergendo un vero e proprio verminaio di spionaggio, dossieraggi, interessi privati e soggetti legati ai servizi segreti. Come noto il mercato delle informazioni riservate oltre che inquietante è assai redditizio.
“Non si tratta più soltanto di verificare responsabilità individuali ma di prendere atto dell’esistenza di un sistema strutturato di accesso e utilizzo illecito delle informazioni contenute nei database pubblici” sottolinea Mario Turla su Altraeconomia.
“Secondo gli inquirenti non siamo di fronte a episodi isolati ma a una vera e propria “industria del dato riservato”, capace di operare su larga scala grazie a una combinazione di relazioni, competenze e soprattutto domanda. Una domanda che proviene da segmenti rilevanti del mondo economico e professionale”.
Fonte
05/03/2026
“Cercasi nemico”. I servizi di intelligence in difficoltà sul futuro del paese
Si legge infatti nella relazione che “Le dinamiche di confronto tra Teheran e Washington hanno infatti assunto, sin dall’avvio del nuovo anno, una rinnovata centralità nell’equazione di sicurezza del quadrante, suscettibile di sfociare in un ampio novero di esiti possibili”. Un linguaggio felpato per spiegare l’escalation in corso in tutto il Medio Oriente.
I servizi di intelligence italiani segnalano inoltre “l’espressa volontà degli Stati Uniti di arrivare a un’ulteriore riduzione delle capacità nucleari, missilistiche e di proiezione regionale dell’Iran” ma sottolineano anche come tale questione, destinata a rimanere alla prioritaria attenzione informativa dell’intelligence, “è emblematica del profondo cambio di paradigma delle crisi internazionali, in un contesto segnato da una continua evoluzione dell’ordine mondiale”.
Il fronte interno
Fatta questa dovuta premessa al quadro internazionale nella annuale relazione dei servizi segreti italiani, andiamo a vedere come questi ultimi percepiscono le minacce sul “fronte interno”, ossia quali ritengono che siano i movimenti dentro la società reale che possono rappresentare un problema per l’ordine costituito e, più realisticamente, per un governo che ha fatto di tutto per trascinarci dentro la recessione, l’economia di guerra e l’avventurismo bellicista che si respira nel mondo.
I servizi di intelligence colgono con chiarezza e preoccupazione due aspetti.
Il primo è relativo “allo scenario contestativo ed eversivo interno”, in cui “resta centrale il tema dell’opposizione alla guerra, agli investimenti bellici e all’“imperialismo”, anche in funzione degli sviluppi delle crisi internazionali”.
Il secondo sono i giovani, anzi i giovanissimi, che si sono affacciati alla politica. I servizi appaiono preoccupati da quella che definiscono “radicalizzazione giovanile, dove si continua a registrare un progressivo abbassamento dell’età di inizio dei processi di radicalizzazione e un’ulteriore compressione delle tempistiche”.
Le mobilitazioni sulla Palestina e contro la guerra
I servizi segreti hanno colto le potenzialità mobilitative innescate dalla vastissima solidarietà popolare con la Palestina. Scrivono infatti che:
“Gli ambienti dell’oltranzismo marxista-leninista hanno anch’essi riservato un’attenzione strumentale agli sviluppi delle crisi internazionali in corso, con l’obiettivo di dare maggiore risonanza a iniziative antimilitariste e anti-atlantiste, nonché di collocare il sostegno alla causa palestinese in una cornice anticapitalista.I giovani nel mirino della repressione preventiva
Analogamente, l’eterogeneo movimento antagonista ha cavalcato l’onda mobilitativa contro il conflitto a Gaza per favorire la convergenza tra tematiche e istanze diverse, nonché per ricompattare il fronte del dissenso facendo leva sull’antisionismo, sulla denuncia della c.d. “economia di guerra” e sulle sue ricadute in ambito socio-economico.
Tale mobilitazione, nel corso del 2025, si è progressivamente sovrapposta al percorso di lotta contro il c.d. “decreto sicurezza”. In questa cornice, la campagna anti-repressiva ha stigmatizzato l’asserita criminalizzazione del dissenso ProPal, anche in seguito ad alcune operazioni di polizia giudiziaria condotte contro militanti coinvolti nelle violenze occorse durante iniziative di piazza.
Per quanto attiene la cosiddetta “radicalizzazione giovanile”, i servizi di intelligence sviluppano un ragionamento un po’ astruso, ascrivendola alla destra accellerazionista e ai messaggi jihadisti facilitati dal massiccio utilizzo di social network e piattaforme da parte dei giovanissimi. Ma questa chiave di lettura, piuttosto parziale, serve a indicare una maggiore impermeabilizzazione dei giovani verso le ideologie.
Scrive la relazione:
“quanto alla radicalizzazione giovanile, è probabile che proseguirà la tendenziale perdita di centralità dell’ideologia come elemento cardine dei processi di radicalizzazione.Insomma una chiave di lettura quasi psicopolitica che esclude ogni nesso con la percezione di una realtà caratterizzata da crisi economica, conseguente crisi di e sulle prospettive dei giovani, e linguaggi di guerra diffusi ampiamente non dai social ma dai capi di stato e leader di governo. Ma in fondo, come direbbe Gian Maria Volontè, gli apparati repressivi ritengono che “ad altri spetta il compito di educare, a noi spetta il compito di reprimere”.
A tal proposito, anche in considerazione dell’impatto che le piattaforme social possono avere sulla psicologia degli utenti più giovani, è plausibile attendersi una maggior rilevanza di quei processi di radicalizzazione in cui la ricerca di un senso di appartenenza, nonché di gratificazione e di riconoscimento da parte del gruppo, giocano un ruolo determinante.
In questo quadro, è plausibile un rafforzamento della prospettiva nichilista, capace di conferire al compimento di atti violenti un’elevata intensità emotiva”.
Idee piuttosto confuse su tecnologie e proteste sugli snodi strategici
I servizi confondono la lotta sulla conoscenza etica con l’anti-tecnologia. C’è infatti un capitolo della relazione dei servizi di intelligence che lascia parecchio perplessi proprio su questo aggettivo. I servizi presentano le proteste universitarie e nell’ambito della ricerca contro le tecnologie di guerra o i sistemi dual use come forma di ostilità alle tecnologie in quanto tale.
Delle due l’una. O gli agenti incaricati di seguire le centinaia di assemblee, webinar, incontri tra ricercatori, studenti, docenti contro l’uso delle tecnologie a fini bellici e il ripudio verso ogni collaborazione delle università con esse, hanno preso male gli appunti da riferire ai loro superiori, oppure non ci hanno capito nulla.
Nella relazione i servizi segreti parlano infatti di postura antitecnologica confondendo completamente le cose:
“Tramite la critica alla tecnologia e alla sua natura “dual-use”, varie componenti del dissenso hanno infatti collegato il conflitto nella Striscia di Gaza alle tradizionali tematiche d’area, quali la critica alla “repressione” e al sistema carcerario, l’antimilitarismo, l’antifascismo, l’anticapitalismo e la lotta contro le nocività. La prospettiva anti-tecnologica è, in effetti, trasversale al composito panorama dell’estremismo endogeno, benché si declini con sfumature diverse tra i sodalizi anarco-insurrezionalisti, gli ambienti marxisti-leninisti e l’eterogeneo fronte antagonista. Un tratto comune è la convinzione che la tecnologia sia innanzitutto uno strumento sviluppato e impiegato dallo Stato in funzione repressiva. In quest’ottica, l’opposizione alla guerra nei diversi teatri internazionali e la denuncia di pratiche come facce della stessa medaglia. L’impiego delle tecnologie in ambito bellico – nei sistemi d’arma, di sorveglianza e di raccolta informativa – è infatti presentato come una fase sperimentale, che preluderebbe all’adozione delle stesse tecnologie anche in ambito interno. Analoga critica si estende anche ai processi di automazione e digitalizzazione, usati sia in ambito industriale che civile, come emerge dalle contestazioni contro le Smart cities”.Preoccupati dal “Blocchiamo tutto”
La arzigogolata analisi dei servizi di intelligence sul rapporto tra tecnologie, etica e guerra, arriva poi alla conclusione pratica che li ha messi più in allarme.
Il movimento reale che abbiamo visto riempire le piazze, bloccare porti, stazioni, aeroporti nei mesi scorsi, non è stato infatti un movimento antitecnologico ma un movimento di lotta che ha ben compreso come oggi la circolazione dei capitali e delle merci abbia assunto maggiore centralità nel sistema capitalista.
Scrive la relazione dei servizi di intelligence:
“Su tale sfondo, gli ambienti estremisti hanno visto nella mobilitazione pro Palestina un’opportunità per veicolare una propaganda che ha assunto toni sempre più radicali, nella quale istanze antisioniste sono state innestate su una lettura della tecnologia come strumento che favorirebbe la progressiva militarizzazione della società. In quest’ottica rileva in particolare la chiamata al blocco e al sabotaggio della c.d. “logistica di guerra””.La relazione dei servizi di intelligence sul “fronte interno” di quest’anno appare comunque più articolata di quella dello scorso anno, nella quale dipingevano un paese quasi pacificato e movimenti sociali quasi in letargia.
Se il monitoraggio dello scorso anno appariva più attento alle minacce “esterne”, la relazione di quest’anno dedica maggiore attenzione a quelle che vengono definite minacce “ibride”. Minacce che in qualche modo cercano di connettere quelle esterne con quelle interne, ricavandone magari materiale per una criminalizzazione del dissenso funzionale alla repressione sul fronte interno, soprattutto in presenza di un fronte esterno caratterizzato da guerre e conflitti in aree strategiche per l’Italia e l’Europa (dall’Ucraina al Medio Oriente).
Il 2025 è stato indubbiamente più movimentato e ricco di conflitti sociali e politici che ha avuto nella solidarietà con il popolo palestinese il suo meccanismo detonante.
Gli agenti degli apparati di sicurezza hanno avuto il loro da fare nel cercare di seguire il tutto per poterne ricavare le informazioni poi elaborate e finite nella relazione. Magari hanno avuto anche il loro da fare, tramite gli “agenti di influenza” per cercare di infiltrarsi nelle strutture dei movimenti giovanili – come abbiamo visto oggetto di particolari attenzioni – cercando non solo di ricavarne informazioni ma anche, dove ci sono situazioni più “porose”, di seminare zizzania, divisioni, conflitti interni, deviazioni di priorità. Appaiono molto preoccupati dalle incognite sul futuro e pertanto hanno bisogno di indicare un nemico interno potenziale anche se non ancora reale.
Il nemico ci osserva con molta attenzione. Impariamo a fare altrettanto per smontare le sue azioni di “depotenziamento” dei movimenti di lotta.
Fonte
