Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/06/2019

Il caso Puglisi, il suicidio di Paola Ferla e l’ingiusta giustizia italiana

Domenica scorsa a Roma, poco prima dell’assemblea nazionale di Potere al Popolo!, a quattro passi dalla Stazione Termini, ho finalmente conosciuto Francesco Puglisi di cui ebbi a scrivere anni fa per segnalarne il caso a dir poco feroce. Francesco ha alle spalle una storia allucinante: 14 anni di carcere per aver rotto un bancomat. Devastazione e saccheggio, come prevede il Codice Rocco. Fatti risibili al confronto con quanto fecero in quei giorni alcuni esponenti della «pubblica sicurezza», ma questa è l’Italia vera e ricordare può fare bene.

Scappò in Francia, ma la fidanzata mise mano al computer e furono costretti a fuggire ancora, stavolta però senza aver più scampo. Lo presero a Barcellona e tempo dopo la ragazza si suicidò, distrutta dal senso di colpa.

Per il bancomat rotto Francesco di anni ne ha scontati sette, ma non è finita. Ora a Rebibbia ci torna lo sera; di giorno è «libero», ma ha un gran bisogno di un segnale di solidarietà che lo aiuti a non sentirsi troppo solo e di quattro soldi guadagnati lavorando. Che posso fare per lui? Riporto quanto scrissi l’1 novembre del 2015, ma lo so bene: di parole non si campa. Spero che, leggendo, qualche compagno romano trovi modo di dargli una mano.

*****

Il 25 ottobre del 2015 Paola Ferla, 33 anni è volata giù da un poggiolo e s’è schiantata sul selciato della salita Lercari, che a Genova incrocia via Caffaro. Suicidio, dice la Mobile, e tutto si chiude lì.

Francesco Puglisi, il suo ragazzo, in carcere da due anni, ne avrà per altri dodici: a Genova 2001 mise fuori uso un bancomat. Per il Codice del fascista Rocco, che la repubblica antifascista utilizza senza problemi di coscienza, il reato comporta una pena che spezza una vita e può capitare che ne stronchi altre, com’è accaduto per Paola Ferla.

Da tempo la ragazza era costretta a due fatiche così atroci, da farle odiare la vita: la pena per il suo compagno sepolto vivo e il rimorso per una irrimediabile leggerezza. Puglisi, infatti, senza volerlo, l’aveva “tradito” proprio lei, lasciando ‘tracce’ telematiche, bancarie e del cellulare e consentendo alla Digos di ritrovarli, mentre erano latitanti a Parigi.

All’inizio la ragazza aveva reagito bene e in un appello del 2013 aveva chiesto aiuto come poteva:
«Ciao, sono Paola la ragazza di Gimmy, Francesco Puglisi... Sta in condizioni difficilissime, vive malissimo la situazione perché è stato inserito in una sezione antiterrorismo in isolamento totale... Mi comunica che sta malissimo ed è depresso che fa fatica a mangiare, in poche parole sta molto male. Mi ha detto che la mia presenza è l’unica cosa che lo faccia stare meglio o comunque sono l’unico appiglio positivo in tutta questa situazione. Sabato 22 giugno posso andare a trovarlo, me lo farebbero vedere, ma il problema qui è economico poiché gli unici treni che fanno la tratta... sono treni di lusso, molto cari... Io non posso permettermi questa spesa. Chiedo disperatamente aiuto a tutti per farmi avere questi soldi sia perché voglio vederlo ma non tanto per me ma quanto per la situazione precaria e delicata fisica e psichica che vive Gimmy, dove per aiutarlo veramente bisogna che vada a fare questo colloquio per sollevarlo di morale per quanto possa aiutarlo la mia visita che sicuramente per lui è fondamentale e vitale».
Povera ragazza. Non aiuterà più nessuno e il suo Francesco pagherà più caro il suo reato. Paola non l’ho mai vista, ma un po’ la conoscevo. Amici comuni me ne parlavano e dopotutto che importa? Fa male comunque: è stata stritolata da una legalità senza giustizia, più immorale di una franca ingiustizia. Chi l’ha conosciuta mi dice che era «terribile» e questo spiega meglio il suo volo tremendo: più «terribile» sei, più una violenza subita ti spezza se ti senti impotente. E’ morta per disperazione e vengono in mente i «suicidati» del Mediterraneo e i morti accatastati senza pietà ovunque esportiamo «democrazia». Morti che fanno pensare all’omicidio.

Lo so, ci sono parole semplici, buone per tutti gli usi: «non ha avuto fortuna... dimmi con chi stai e ti dirò chi sei... lex, dura lex... e comunque la giustizia ha da fare il suo corso». La verità è che il codice Rocco disonora la “repubblica democratica” – (qui il corsivo è d’obbligo) più di un regime apertamente oppressivo come il fascismo. Paola muore di morte riflessa, per una condanna che sta uccidendo un giovane con la galera, solitamente feroce e stavolta spropositata, in un paese che non punisce la tortura e affida la «pubblica tranquillità» agli assassini di Cucchi. Morte per lo sportello di un bancomat. E’ cosa da non credere, ma è così.

Gli autori delle denunce che hanno aperto il caso senza istruttoria di Paola Ferla hanno vissuto in divisa una delle pagine peggiori scritte da una polizia finita anch’essa davanti ai giudici, in un tribunale in cui la «legalità» ha il volto beffardo d’un principio tradito: «La legge è uguale per tutti».

Alla polizia non si sono imputati reati contro cose. Si è trattato di lesioni, torture e sangue versato. L’unico al quale si sono concesse attenuanti è un funzionario, che dopo il pestaggio si dissociò: «non lavorerò più con questi macellai qui». La violenza esercitata è risultata «ripugnante» per la Cassazione, ma il capo della polizia, De Gennaro, se l’è cavata con una «promozione» a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Per quanto riguarda gli altri, la Cassazione ha chiarito che le responsabilità sono riconosciute non in virtù di una presunzione teorica – «comandavano e non potevano non sapere» – ma sulla base di prove inconfutabili. Erano presenti alla «macelleria cilena», sapevano che c’era stato uno «sproporzionato uso della forza», sapevano della «messinscena» di un finto accoltellamento di un agente, delle botte, delle torture, dei feriti e delle menzogne.

Il rifiuto di collaborare ha rallentato i processi e la prescrizione ha evitato il carcere. De Gennaro ora è a Finmeccanica, Gilberto Caldarozzi gli fa compagnia, come responsabile della sicurezza, Salvatore Gava è andato all’Unicredit, Filippo Ferri, fratello di un ex ministro, è responsabile della sicurezza del Milan. I più giovani, trascorsi i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, torneranno in divisa. Le lesioni gravi sono state prescritte e invano la Corte Europea per i diritti umani ha condannato l’Italia per le torture di Genova.

Mentre i torturatori, colpevoli di reati sulla persona, hanno fatto carriera, Puglisi è stato fatto a pezzi per un bancomat.

Una sentenza umana, lontana dagli intenti repressivi del codice Rocco, una sentenza non politica, quindi, non avrebbe sepolto in carcere Puglisi e quasi certamente non avrebbe condotto al suicidio Paola Ferla.

Paragonata a quella dei poliziotti condannati per i fatti di Genova, la sorte di Puglisi e della sua compagna dimostra ciò che storicamente è chiaro dai tempi di Mazzini: la giustizia in Italia non è uguale per tutti.

Fonte

16/04/2018

Genova 2001. Giuliano Giuliani risponde al capo della polizia

Lettera non pubblicata dal manifesto...

“Domenica scorsa Il Manifesto ha pubblicato una lettera del capo della polizia riferita al G8 di Genova 2001, intitolata “ Una storia da raccontare per intero”. Ho provato a rispondere ma il giornale non ha pubblicato la mia lettera che, per chi ha pazienza, ripropongo qui.

Ho letto con interesse la lettera del capo della polizia: sì, Genova 2001 è proprio una storia da raccontare per intero, cominciando dal fatto più grave, l’omicidio di Carlo Giuliani. E allora non si può non cominciare dalla vergognosa archiviazione, fondata sull’imbroglio dei quattro inaffidabili periti del pm Silvio Franz (sparo per aria e deviazione del proiettile verso il basso), imbroglio smentito non dalle chiacchiere ma dal filmato che riprende la scena. Neanche una parola sull’insensata manovra di quel reparto di carabinieri, sulla responsabilità di chi li comandava, sulla imboscata costruita con una fuga che faceva seguito a una inutile quanto infida manovra contro un gruppetto di manifestanti inoffensivi. Neppure una minima valutazione sul mancato intervento di un intero reparto a favore della jeep (bloccata solo dall’imperizia, se non dalla scelta, di chi la guidava), nonostante il rapporto di forze fosse di cento carabinieri contro trenta manifestanti, che avevano inseguito il reparto.

Sì, raccontiamola per intero la storia di Genova 2001. Valutiamo la cadenza dei tempi della giustizia e le differenze di valutazione da parte di chi è stato chiamato ad amministrarla. L’omicidio di Carlo viene archiviato, senza lo svolgimento di un processo quindi, nel maggio 2003. Si avviano invece i processi contro venticinque manifestanti, incredibilmente considerati i principali responsabili di quanto accaduto a Genova (presidiata da sedicimila appartenenti alle varie forze dell’ordine!), e anche quelli sulla Diaz e Bolzaneto.

Le sentenze di primo grado colpiscono pesantemente i 25 manifestanti, mentre per arrivare a sentenze che affermino la responsabilità di alti dirigenti della polizia occorrerà attendere nel 2012 i responsi della Cassazione (a quanti consideravano l’operazione Diaz una “perquisizione legittima” la sentenza risponderà di atti che “hanno prodotto il degrado dell’onore dell’Italia nel mondo”).

Ma in quel processo uno dei pm era Enrico Zucca, al quale rinnovo ancora una volta tutta la mia solidarietà. Viene accusato perché ha parlato di “torturatori”. Perché, solo per fare uno dei tanti esempi, non è considerabile una tortura manganellare ripetutamente in dodici un innocuo manifestante che scappando è inciampato ed è caduto per terra, come avviene in piazza Manin? Dico di più: è un atto da autentici delinquenti, intollerabile per chi, come me, ha partecipato alla fine degli anni settanta, insieme a tanti giovani poliziotti, alle lotte per ottenere che i poliziotti fossero considerati dei lavoratori, avessero diritto al sindacato, una autentica democratizzazione che liberasse la polizia dalla degradazione della “celere” scelbiana. Un atto che offende la “mia” polizia, per dirla come il compagno e coetaneo Arnaldo Cestaro, il primo a essere massacrato di botte alla Diaz, dove stava cercando di riposare. “Abusi”, per dirla con le parole del capo della polizia, che vanno sanzionati pesantemente.

Condivido il rifiuto di Franco Gabrielli di “continuare a rappresentare il G8 di Genova come una vicenda esclusivamente limitata alla Polizia”. Certo, c’erano anche i carabinieri, o meglio alcuni reparti dell’Arma responsabili delle violenze e dei misfatti compiuti nella giornata di venerdì 20 luglio. Lo ha detto esplicitamente la parte obiettiva della magistratura genovese che si è occupata dei tragici fatti, quando ha parlato di “cariche violente, indiscriminate e ingiustificate”, di atteggiamenti inqualificabili che hanno provocato scontri durissimi protrattisi per ore.

Comportamenti per altro ben presenti ad alti ufficiali presenti a Genova. In una telefonata arrivano a dire che “ci sono problemi a concedere queste forze” (stanno parlando dei paracadutisti), “perché se escono quelli non si sa che c... succede”! Resta amara la considerazioni che questi giudizi non hanno prodotto non dico una condanna ma neppure un’ammonizione: i carabinieri sono impunibili a prescindere, anche quando uccidono, come nel caso di Carlo, e questo è sicuramente uno dei problemi della nostra debole democrazia.

Grazie agli importanti ruoli ministeriali che gli furono affidati da Giuliano Amato e anche da Mario Monti, De Gennaro esercitò l’uso della promozione “a delinquere” degli alti gradi della polizia (Gratteri, Luperi, Calderozzi, Ciccimarra), che ebbero poi la condanna definitiva per i fatti Diaz (ricordo che l’atto più malvagio fu l’ordine dato a sottoposti di introdurre nella scuola due bombe molotov, che sarebbero servite a incriminare gli ospiti della scuola del reato di terrorismo).

Ma a Gabrielli vorrei ricordare che anche recentemente una promozione mi ha lasciato perplesso. Adriano Lauro è il funzionario che accompagna il reparto dei cc in piazza Alimonda, dove è protagonista di due episodi allarmanti: prima si cimenta nel lancio di sassi contro i manifestanti, poi attribuisce la uccisione di Carlo a un manifestante, “con il tuo sasso... tu lo hai ucciso, pezzo di m...”, completando così l’indegna azione di un carabiniere che con una pietra ha spaccato la fronte di Carlo agonizzante. Lauro è oggi questore di Pesaro”.

Segnalazione di Roberto Silvestri su Facebook

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24/07/2017

Genova 2001 - C’è ancora chi vede solo l’estintore


La gestione dell’ordine pubblico durante il G8 a Genova nel 2001.



Questo documentario ricostruisce in maniera accurata come è stato gestito l’ordine pubblico durante il G8 tenutosi a Genova nel 2001, mostrando come ciò che ci è stato raccontato è decisamente diverso da quello che è successo.

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20/07/2017

Il faticoso processo per i fatti di Genova. Intervista all’avv. Sabattini


Nell’anniversario di Genova 2001, proprio mentre Repubblica e l’attuale capo della polizia provano a imbastire una “memoria condivisa” su uno dei tanti eventi – certo, uno dei più sanguinosi di questo inizio di millennio, perlomeno in Italia – è importante ripercorre il filo di questi anni, gli innumerevoli ostacoli incontrati dalle inchieste giudiziarie, le “ritrosie” (non sempre sapienti, per fortuna) messe in opera da funzionari di polizia e ministri, la compiacenza dei media e la determinazione delle vittime.

Radio Città Aperta ha intervistato l’avv. Simone Sabattini, che ha fatto parte del team di legali impegnati nel lungo e tortuoso processo per individuare i responsabili di pestaggi, torture e falsificazioni nei verbali.

Buongiorno avvocato...

Buongiorno.

16 anni dall’inizio del G8, ma la notizia più attuale è che all’inizio del mese di luglio sono scaduti i cinque anni di interdizione comminati come pena accessoria ad alcuni dei dirigenti e dei capireparto della celere condannati per i pestaggi e per i falsi verbali relativi all’irruzione nella scuola Diaz. Questo significa che queste persone potrebbero, potranno, rientrare in servizio e tornare a svolgere il servizio nelle forze dell’ordine, presso la polizia di stato. E’ qualcosa che fa male a 16 anni di distanza da quelle giornate...

Diciamo che per chi ha fatto quei processi, e quindi conosce molto nel dettaglio quali erano le accuse, quali sono stati i tipi di condanna... evidentemente non è una notizia che può essere presa con leggerezza. Dall’altra parte, naturalmente, per chi sa come funzionano i meccanismi giudiziari, in realtà la loro pena accessoria è scaduta, il tempo di interdizione è scaduto, quindi è “normale” che loro abbiano questo interesse. Devo dire che non è vero che ci sia la responsabilità principalmente della giustizia penale, perché in realtà c’è un grosso problema legato ai meccanismi interni della polizia disciplinare; se loro rientreranno a soli 5 anni da questo fatto, magari con ruoli di responsabilità, o addirittura con ruoli di coordinamento rispetto all’ordine pubblico in situazioni in cui ci sono dei cittadini che stanno manifestando, vuol dire che il meccanismo interno della polizia è disastroso. Nel senso che è evidente che loro stessi, al loro interno, sarebbero quelli deputati a poter valutare quali sono i passaggi successivi rispetto alle pene che vengono comminate. Questo in realtà succede in tutti i casi in cui ci sono gravi reati commessi da funzionari di polizia ed è previsto che ci sia un intervento. D’altra parte, oggi la notizia in questo senso è sicuramente l’intervista del capo della polizia a Repubblica, che in qualche modo fa ben sperare in merito a quello che andranno a fare questi reintegrati.

Per i nostri ascoltatori, brevemente, citiamo l’intervista a cui fa riferimento lei. Un’intervista in cui il capo attuale della polizia, Gabrielli, fondamentalmente definisce “disastrosa” la gestione dell’ordine pubblico di Genova e garantisce che “non accadranno più fatti simili”; dicendo però anche che è arrivato il momento di mettere un punto rispetto a quanto accaduto. Ma non crede, proprio per questo, che in quanto capo della polizia forse poteva dire qualcosa rispetto al probabile ritorno in servizio di questi agenti?

Io penso questo: è eccessivo pensare che il capo della polizia entrasse nel merito dei singoli casi. Secondo me, se le cose hanno un senso – e, devo dire la verità, non sempre le cose lo hanno – questa intervista è chiaramente un segnale di quello che il capo della polizia intenderà fare una volta che ci saranno stati i reintegri. Perché non hanno senso parole così violente nei confronti della gestione di quell’ordine pubblico, che in realtà è anche peggio di come lui lo ha descritto, e dall’altra parte, invece, quando i poliziotti rientreranno, ricollocarli in posizione nelle quali potrebbero ricommettere gli errori gravissimi che hanno fatto. Questo, secondo me, è un segnale di speranza che ci siano procedimenti interni... In realtà è un segnale di speranza che ha subito già una grossa delusione rispetto a quando sono stati fatti i procedimenti disciplinari interni alla polizia, perché io ho notizia, giornalistica, che quei procedimenti disciplinari furono fatti ricostruendo le ipotesi di accusa mosse dalla procura genovese in maniera molto edulcorata; e questo ha permesso delle sanzioni disciplinari non troppo gravose per questi soggetti. Però erano notizie giornalistiche. Se così è, e credo che sia tuttavia vero, diciamo si attende un segnale di forte discontinuità rispetto a quel è stato fino ad oggi il comportamento della polizia al suo interno. Segnale di discontinuità che, da quello che si legge, potrebbe essere imputato al cambio del capo della polizia. Cioè, da De Gennaro in poi, in mezzo ci sono stati gli inframmezzi di altri due funzionari... Ma Gabrielli, direi in maniera molto evidente, cerca di segnare un cambio di rotta...

Lei faceva riferimento a De Gennaro. Una delle vicende di tutta questa storia che, personalmente, mi colpiscono di più, riguarda proprio Gianni De Gennaro, capo della polizia all’epoca dei fatti. Magari non possiamo stabilire sue eventuali responsabilità dirette in tutte le cose che sicuramente “non hanno funzionato” in quei giorni... Eppure la carriera di Gianni De Gennaro poi è proseguita brillantemente e oggi è a capo di Leonardo Finmeccanica. Anche questo, forse, è un po’ discutibile...

La figura di De Gennaro è una figura complicatissima, nel senso che lui era il capo della polizia, ed è evidente che lui non ha dato nessun tipo di ascolto quando intervenne la commissione di inchiesta, ecc. ecc. E’ evidentissimo che lui non ha mai ritenuto che la gestione dell’ordine pubblico sia stata sbagliata. Non l’ha mai detto, né nelle sedi istituzionali e neanche al processo... Poi, però, bisogna ricordare che si dimise proprio perché era stato indagato per “induzione alla falsa testimonianza” di uno dei soggetti implicati dall’allora questore di Genova, per cui lui subì un procedimento penale dal quale tra l’altro è uscito perfettamente assolto. Per cui bisogna guardare non solo De Gennaro, ma anche la realtà che gli si è creata intorno, cioè un soggetto che ha difeso i suoi funzionari a Genova, che è stato inquisito perché aveva lavorato per fare in modo che le posizioni dei suoi funzionari [fossero alleggerite, ndr]... Però è stato assolto. Assolto e oggi fa un lavoro nell’ambito privatistico... Io sono contrario alla mitizzazione di questo soggetto. E’ uno che adesso ricopre un ruolo importantissimo, però in un ambito non dello Stato.

Si occupa di altro, diciamo...

Si occupa di altro, non direttamente nello Stato... E’ evidente che lui è stato malamente sconfitto nel punto fondamentale. Cioè, lui politicamente e giudiziariamente, in ogni luogo, difese l’operato della polizia di quella vicenda, non solo di alcuni personaggi legati a lui... Non dimentichiamoci che lui non è stato attivo al processo principale e quindi non aveva una posizione di imputato nel processo principale; lo ha avuto rispetto a quella situazione della falsa testimonianza... E’ fondamentale ricordarsi, con le parole di Gabrielli ora – ma era già intervenuto un capo della polizia, anche se non in termini così netti, ma in maniera molto chiara, con la sentenza della Cassazione, con la sentenza della Corte Europea... – che quello che sosteneva De Gennaro non è vero, E’ uscita sconfitta la sua idea che quella fosse stata una gestione quantomeno “limitativa dei danni”. E’ stata invece una gestione drammatica, e questo è venuto fuori da tutte le parti, e quello che aveva detto lui è risultato non vero. Dopo di che, lui non ha responsabilità penali; questo è un punto di verità su di lui. E’ vero che lui non ha fatto il buon capo della polizia non perché, tra virgolette, si è dimesso da prefetto, ecc. Ma si dimise quando arrivò l’avviso di garanzia...

Chiaro. Ultima cosa. Lei ha fatto riferimento ad alcune sentenze della Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha in più occasioni condannato l’Italia per i fatti della scuola Diaz e anche perché il nostro paese non si è dotato per anni di una legge che punisse il reato di tortura. Probabilmente parleremo di un altro processo se avessimo avuto una legge del genere? La seconda è: ha un’opinione rispetto al testo che è stato varato recentemente e che è giudicato molto debole da più parti?

E’ sicuro che per la vicenda di Bolzaneto – se ci fosse stata la legge sulla tortura – ci sarebbero state delle pene molto molto più gravi... Ma la cosa che mi interesserebbe sapere è: se ci fosse stato il reato di tortura, quelli li, l’avrebbero commesse lo stesso? Perché poi il punto vero non è solo punire le persone, ma è il fatto che c’è una certa forza deterrente di una norma. Se io so che potrei essere punito fino a 10 anni, forse prima di fare quelle cose mostruose che hanno fatto dentro quella caserma ci penso due volte. Quindi è sicuro che, se ci fosse stato il reato, non solo i colpevoli sarebbero stati puniti più gravemente, ma forse non l’avrebbero proprio fatto o almeno non tutti l’avrebbero fatto. E questo è un primo passaggio. La norma nuova, sì, è deludente, su questo non c’è dubbio. E’ deludente dal mio punto di vista, ma incrocia una questione molto chiara: nel senso che è del tutto evidente che la polemica sul fatto che si potesse solo apparentemente pensare che quella norme erano state pensate per punire quello che era stato fatto – sulla base di quello che era stato fatto a Bolzaneto, per punire qualche poliziotto nel futuro – questa cosa, anche solo dal punto di vista politico, è risultata inammissibile e inimmaginabile. Perché la forza d’urto delle forze dell’ordine, quando hanno un provvedimento legislativo che li può in qualche modo “danneggiare”, è una forza d’urto molto importante. Quindi la norma è deludente, sì. Sono però anche uno che pensa che la norma comunque c’è e quindi si dovrà fare i conti col fatto che esiste.

Quindi prendiamola perlomeno come un piccolo passo in avanti...

Prendiamola come un inizio...

...sperando che poi troverà un seguito all’altezza...

...e magari non dopo che 200 persone sono state torturate...

Certo, l’idea è scongiurare altri episodi del genere. Grazie avvocato per il suo intervento.

Prego, arrivederci.

Fonte

09/04/2015

Tutti a difendere Di Gennaro, e di tortura non si parla già più

Un classico della "distrazione di massa". La Corte di Giustizia di Strasburgo condanna l'Italia per aver torturato quanti dormivano nella scuola Diaz, nel luglio 2001, e per non aver mai varato una legge che riconosca la tortura come reato, nonostante sia passato un quarto di secolo da quando ha firmato l'adesione all'apposita convenzione europea.

Logica - e un briciolo di vergogna - vorrebbe che si parlasse solo di come portare all'approvazione un testo decente (quello nascosto in qualche cassetto di commissione è l'esatto opposto), di risarcimenti adeguati alle vittime (sapendo che anche su quanto avvenuto nella caserma di Bolzaneto arriverà prima o poi una condanna analoga e forse ancora più grave), di estromissione dal corpo dei poliziotti condannati a pene ridicole (maltrattamenti, falsa testimonianza e bagattelle varie; non tortura).

Ma quando mai... Basta un tweet di Orfini che trova "vergognosa" la presidenza di Finmeccanica regalata - da Enrico Letta, confermata da Renzi - a Gianni De Gennaro, allora capo della polizia, per scatenare una ridda di chiacchiere che hanno una sola motivazione: far sparire le parole tortura e condanna dalle prime pagine. Di fatto, a nessuno dei protagonisti del "dibattito" interessa affatto di vivere e avere responsabilità di primo piano in uno Stato che ha torturato e tortura, ammazza innocenti con devastante regolarità; nessuno prova ribrezzo per quanti lo hanno preceduto in quel ruolo e quindi anche per se stesso.

No. Tutti a parlare di quanto è bravo De Gennaro, dei suoi meriti come capo della polizia (sette anni) e dei servizi segreti (quattro anni) e in tutti gli altri ruoli assegnatigli nel tempo. Tutti a dire che "in fondo è stato assolto" dall'accusa di aver indotto a modificare la propria testimonianza in tribunale un suo sottoposto - l’ex questore di Genova Francesco Colucci - in modo da allontanare da sé il sospetto di aver dato ordini precisi perché venisse realizzata la "macelleria messicana". Reato per cui era stato condannato con sentenza della Corte d'appello, ma che la Cassazione, provvidenzialmente, aveva poi provveduto ad annullare nei giorni in cui - era il 2012 - Mario Monti lo nominava sottosegretario con delega ai servizi segreti.

Guai a toccare certi nomi. Guai a credere che basti nominare un magistrato "commissario contro la corruzione" per evitare che questo paese continui a  scivolare verso una condizione complessiva "messicana".

La maschera dell'"uomo tutto d'un pezzo" è improvvisamente caduta dal volto di Raffaele Cantone, ormai invocato per risolvere qualsiasi problema all'interno della pubblica amministrazione. Il magistrato, ora presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, in una intervista ad Agorà (Raitre), ha difeso a spada tratta, con gli argomenti tipici del "garantismo dei potenti", l'ex capo della polizia e attuale presidente di Finmeccanica. "Gianni De Gennaro è stato indagato e assolto. L'assoluzione conta pure qualcosa, quindi non può pagare le responsabilità complessive di una macchina intera". Non pago, ha aggiunto: "Non mi piace l'idea che si possa utilizzare questa vicenda bruttissima, drammatica, una delle peggiori immagini dell'Italia all'estero, per 'tirare' sulla polizia, che spesso è la parte più popolare del Paese". Ma su chi bisognerebbe "tirare", di grazia, se è stata la polizia (e i Cc, e la Guardia di finanza e la Polizia penitenziaria...) a fare la "macelleria"?

Della sortita di Cantone meritano attenzione altri due concetti, che forse involontariamente rivelano una cultura ben poco costituzionale.

E' curiosa l'interpretazione del ruolo di "capo", in primo luogo. Se uno non porta la responsabilità funzionale (sorvolando addirittura sulla condanna in appello) della parte di macchina che dirige, di cosa è mai "capo"? A noi sembra difficile immaginare che l'organizzazione della macchina poliziesca messa in piedi per una riunione dei "grandi della Terra" (il G8), comprensiva di un caserma dedicata specificamente alla tortura dei "prigionieri" fermati durante gli scontri, possa esser stata responsabilità "locale". Ovvero della questura genovese e basta. Eppure è proprio questa la tesi difensiva ancora adottata da De Gennaro e conseguentemente fatta propria da Cantone.

In secondo luogo. La pretesa "popolarità della polizia" estingue forse le nefandezze di cui (per "ordini superiori" o per iniziativa personale di singoli agenti) si rende protagonista? Esiste insomma qualcuno al di sopra delle legge per "meriti di popolarità"? Allora aveva ragione Berlusconi a pretendersi tale quando il vento tirava dalla sua parte...

Del resto, De Gennaro non ha mai sconfessato l'operato dei suoi sottoposti "locali" o "nazionali". Neppure quando i suoi principali collaboratori (Arnaldo La Barbera, Franco Gratteri, Gilberto Caldarozzi, Giovanni Luperi) sono stati processati senza peraltro fornire la minima indicazione utile a identificare gli autori delle violenze, neppure di quelle più gravi. Tutti loro hanno continuato a fare carriera nella polizia comandata da Gianni De Gennaro.

Il quale - parlando delle torture inflitte dai suoi uomini - al massimo ha ammesso "eccessi" nell'uso della forza, aggiungendo sempre però che "verosimilmente" furono determinati "dalle condizioni di guerriglia create da criminali violenti e facinorosi". Insomma, quasi un eccesso di legittima difesa, mica tortura...

La scheda di Marco Preve, su Repubblica, ricostruisce le carriere dei poliziotti condannati per Genova 2001. Diciamo che se non c'è un dio che li protegge, poco ci manca...

*****

Promossi dal Viminale o riciclati come manager, le carriere miracolose dei poliziotti di Genova

Caldarozzi a Finmeccanica con De Gennaro, Ferri alla sicurezza del Milan, Gava a Unicredit: così si sono salvati i funzionari condannati

di MARCO PREVE

GENOVA. Banche, squadre di calcio, aziende di Stato. In attesa di indossare di nuovo la divisa. Ricche consulenze per i big rimasti (temporaneamente) fuori dal corpo, e neppure un giorno di sospensione per i capisquadra che guidarono gli agenti torturatori. Con i protagonisti di una delle pagine più nere della democrazia italiana, in fondo, la sorte non è stata così maligna.

Ed è anche questo aspetto, quello di un'impunità quasi totale, che ha influito non poco nel giudizio con cui la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato l'Italia per le torture avvenute all'interno della scuola Diaz al G8 genovese del 2001.

La Corte di Strasburgo ha sottolineato che di fronte al semplice sospetto di gravi abusi commessi da appartenenti alle forze dell'ordine la Convenzione dei Diritti dell'uomo prevede l'allontanamento degli stessi dalle posizioni che occupano già nella fase d'indagine.

Invece per la Diaz è accaduto l'esatto contrario, molti di loro sono stati promossi questori, capi di dipartimento, prefetti, e da indagati e condannati hanno raggiunto livelli apicali. Quelli che hanno dovuto lasciare la divisa sono quasi tutti "caduti in piedi" e gli altri rappresentano ancora lo Stato nelle strade e nelle piazze d'Italia.

Quando nel luglio 2012 la Cassazione conferma le pesanti condanne di appello per falso (le uniche che si sono salvate dalla prescrizione a differenza delle lesioni gravi) Franco Gratteri è il capo della Direzione centrale anticrimine, Gilberto Caldarozzi, capo dello Servizio centrale operativo, Giovanni Luperi, capo del dipartimento analisi dell'Aisi, l'ex Sisde, Filippo Ferri, il più giovane, figlio dell'ex ministro e fratello del sottosegretario alla giustizia, guida la squadra mobile di Firenze. L'interdizione dai pubblici uffici obbliga il ministero ad espellerli.

Non restano a spasso per molto. Ferri diventa responsabile della sicurezza del Milan e per alcuni mesi è l'angelo custode di Mario Balotelli.

Gilberto Caldarozzi lavora prima per le banche e poi viene chiamato come consulente della sicurezza a Finmeccanica dal suo vecchio capo, Gianni De Gennaro. Indiscrezioni raccontano che anche Franco Gratteri abbia avuto rapporti con il colosso di Stato ma dall'ufficio stampa dicono che non risulta. A Gratteri, nel 2013 il ministero pagava ancora un appartamento di servizio nel centro di Roma, ufficialmente per motivi di sicurezza.

Tra gli altri funzionari di vertice che si sono riciclati come consulenti c'è anche Salvatore Gava ex dirigente di squadra mobile che oggi lavora per Unicredit.

Attività manageriale starebbe svolgendo anche un altro condannato per la Diaz, quel Fabio Ciccimarra che è stato condannato in appello (prescritto in Cassazione) per sequestro di persona per i fatti del G7 di Napoli alla Caserma Raniero, sempre nel 2001. Ciccimarra da indagato in due processi e già con condanne in primo grado era un funzionario in carriera fino al 2012, quando il definitivo per la Diaz lo colse capo della squadra mobile all'Aquila.

Vincenzo Canterini, il capo del reparto mobile di Roma dopo il 2001 ha avuto prestigiosi incarichi nelle ambasciate europee e una volta in pensione si è dedicato anche a rievocare, a modo suo, la vicenda Diaz in un libro.

Il suo vice Michelangelo Fournier, il funzionario che interruppe i pestaggi al grido di "basta basta", che al processo parlò di "macelleria messicana", ma che non fu mai in grado di individuare neppure un responsabile delle brutalità tra i suoi uomini, oggi è sempre in servizio e ricopre anche un ruolo sindacale.

Se, per questioni anagrafiche, i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici mettono fuori gioco Gratteri e Luperi (anche se non sono vietate consulenze con i servizi segreti), per i più giovani non è escluso, ed è anzi previsto, un ritorno in divisa una volta scontato il periodo. Nessun esponente di governo ha infatti mai specificato che non saranno riammessi.

Potrebbero indossarla ancor prima due funzionari responsabili di condotte minori nella vicenda Diaz. Uno di loro è quel Pietro Troiani che diede ordine al suo autista di trasferire dal blindato al cortile della scuola Diaz il sacchetto con le molotov poi addebitate ingiustamente ai manifestanti. L'aver beneficato dell'affidamento ai servizi sociali per i pochi mesi da scontare non coperti dall'indulto consente infatti di ottenere la cancellazione dell'interdizione.
Grazie alla prescrizione per le lesioni gravi non hanno invece subito nessuna interdizione i capisquadra condannati: Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti, Pietro Stranieri. Hanno continuato a fare il loro lavoro.

Addirittura il governo italiano, come si legge nella sentenza della Corte europea, non ha mai voluto informare i giudici di Strasburgo circa le sanzioni disciplinari adottate. E lo stesso sta facendo il ministro Angelino Alfano da due anni esatti. Nel maggio del 2013 i parlamentari di Sel presentarono un'interrogazione al Viminale per sapere quali misure disciplinari fossero state prese nei confronti dei condannati per la Diaz. La risposta deve ancora arrivare.

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31/01/2015

La "macelleria messicana" di Genova aiuta a far carriera. Caldarozzi a Finmeccanica


La notizia è di quelle che chiariscono senza se e senza ma come funziona il legame tra apparati repressivi e industria militare. Non solo in Italia, naturalmente. Quel che in ogni altro mestiere diventa una limitazione invalidante - una condanna definitiva per aver firmato, quindi "coperto" e avallato, verbali falsi che dovevano giustificare l'irruzione nella scuola Diaz di Genova, nel 2001 - nel caso di Finmeccanica diventa un punto di merito.

Finmeccanica è un'azienda statale, quotata in borsa ma con una golden share saldamente nelle mani del Tesoro, perché controlla tutta la produzione industriale dedicata alla guerra (dalle navi ai sistemi di puntamento). L'accusa di aver falsificato atti pubblici, per di più di polizia, evidentemente è un dato rassicurante sulle capacità manageriali  degli individui che vengono chiamati a ricoprire funzioni importanti.

Non è difficile immaginare che l'attuale presidente di Finmeccanica, ed ex capo della polizia a Genova 2001, abbia avuto una certa influenza nell'"assunzione" di Gilberto Caldarozzi. E che l'attuale amministratore delegato - Mauro Moretti, ex a.d. delle Ferrovie al tempo della strage di Viareggio, nonché ex segretario della Filt Cgil - non abbia avuto nulla da eccepire.

L'articolo di Fiorenza Sarzanini sul Corriere della sera di oggi:

Ha finito di scontare la pena nel giugno scorso. E in attesa del reintegro in polizia, ha ottenuto un contratto di consulenza con Finmeccanica per occuparsi del settore della sicurezza. Gilberto Caldarozzi, l’ex capo del Servizio centrale operativo, condannato a tre anni e otto mesi di reclusione nel processo per l’irruzione alla scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001, lavora per la holding specializzata in sistemi di difesa guidata da Mauro Moretti da un paio di settimane. Ha raggiunto l’attuale presidente dell’Ente, Gianni De Gennaro, all’epoca capo della polizia, del quale Caldarozzi era certamente uno dei collaboratori più stretti.

Diventato famoso per aver catturato tra gli altri il boss mafioso Bernardo Provenzano, l’alto funzionario è stato riconosciuto colpevole di falso per aver firmato i verbali che attestavano il sequestro delle bottiglie molotov all’interno della Diaz durante il blitz nella notte tra il 20 e il 21 luglio di quattordici anni fa. E per questo, oltre alla condanna, interdetto per cinque anni dai pubblici uffici. Dopo la sentenza definitiva pronunciata dalla Cassazione, i giudici del tribunale del Riesame di Genova gli avevano negato l’affidamento in prova ai servizi sociali. Decisione poi ribadita dalla Suprema Corte.

Gli otto mesi di pena (il resto era coperto dall’indulto) li ha scontati agli arresti domiciliari con il permesso di lavorare presso l’ufficio sicurezza di un istituto di credito e svolgere attività di volontariato in un’associazione antiracket. Nessun commento viene dai diretti interessati, l’unica indiscrezione filtrata da Finmeccanica è che si tratta di una consulenza con contratto a tempo determinato. Una limitazione che probabilmente non basterà per evitare le polemiche.

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