Il messaggio del presidente Maduro (vedi sotto) non può essere letto come una semplice dichiarazione celebrativa per l’8 marzo. Esso si colloca dentro una tradizione storica e culturale che appartiene profondamente all’America Latina: quella che unisce fede popolare, liberazione nazionale e partecipazione democratica dei popoli.
Il riferimento evangelico alla fede che muove le montagne richiama una spiritualità concreta, radicata nella vita dei popoli latinoamericani. Non si tratta di una fede astratta, ma di una fede che diventa impegno sociale, solidarietà comunitaria, costruzione di giustizia.
Allo stesso tempo il richiamo a Simón Bolívar e al Discorso di Angostura indica una direzione politica precisa: l’idea di uno Stato fondato sulla sovranità popolare, sulla giustizia sociale e sulla partecipazione dei cittadini. Nella visione bolivariana contemporanea questa partecipazione si concretizza anche nelle Comunas, strutture territoriali di autogoverno riconosciute dalla Costituzione venezuelana e nate per promuovere la gestione diretta delle comunità locali.
Il riferimento a Cristo, Bolívar e Chávez non è dunque un semplice slogan. È la sintesi di tre dimensioni che nel processo bolivariano si intrecciano: la spiritualità cristiana della liberazione, la tradizione indipendentista latinoamericana e il progetto politico inaugurato da Hugo Chávez.
In questo quadro, il ruolo delle donne – richiamato nel messaggio dell’8 marzo – assume un valore centrale. Nelle comunità popolari, nei movimenti sociali, nelle organizzazioni territoriali, sono spesso proprio le donne a rappresentare il cuore della resistenza sociale e della costruzione della solidarietà.
La questione decisiva: la sovranità dei popoli
Ma il significato più profondo di questa lettera emerge quando la si colloca nel contesto geopolitico attuale. Il Venezuela, come molti altri Paesi dell’America Latina, continua a essere sottoposto a forti pressioni economiche, diplomatiche e militari da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati.
Da anni Washington utilizza strumenti come sanzioni economiche, isolamento politico e minacce militari per tentare di piegare governi che rivendicano una linea indipendente. Lo stesso governo venezuelano ha denunciato più volte queste pressioni e ha chiamato alla mobilitazione popolare contro le minacce provenienti dagli Stati Uniti.
Qui emerge la questione fondamentale: il diritto dei popoli all’autodeterminazione.
Se esiste un principio che dovrebbe essere universalmente riconosciuto nel diritto internazionale è proprio questo: ogni popolo ha il diritto di decidere liberamente il proprio destino politico, economico e sociale.
Eppure assistiamo sempre più spesso a una politica internazionale in cui questo principio viene calpestato senza scrupoli quando entra in conflitto con gli interessi geopolitici delle grandi potenze.
L’arroganza imperiale degli Stati Uniti
La politica estera degli Stati Uniti negli ultimi decenni – dall’Iraq alla Libia, dalla Siria all’America Latina – ha mostrato con chiarezza una logica di dominio che pretende di imporre modelli politici ed economici attraverso sanzioni, destabilizzazioni e, quando necessario, interventi militari. È una politica che parla continuamente di diritti umani ma troppo spesso nega nella pratica il diritto dei popoli alla sovranità.
Nel caso del Venezuela, questa contraddizione è evidente. Mentre si invoca la democrazia, si sostengono sanzioni economiche che colpiscono la popolazione e si tenta di isolare politicamente il Paese. Nel frattempo si costruisce una narrazione mediatica che riduce la complessità di una società a un semplice schema propagandistico.
Di fronte a questa realtà, il messaggio che arriva dal carcere di New York – al di là delle opinioni politiche che ognuno può avere sulle scelte politiche di Maduro – pone una domanda fondamentale al mondo: chi ha il diritto di decidere il destino di un popolo? Se davvero crediamo nei valori della democrazia, della pace e del diritto internazionale, la risposta dovrebbe essere una sola: i popoli stessi.
Ed è proprio questa la sfida che emerge dalle parole della lettera di Maduro: la convinzione che la storia non debba essere scritta dalle potenze imperiali ma dalla partecipazione cosciente dei popoli.
Per questo la fede che muove le montagne non è soltanto un’immagine religiosa. È una metafora politica potente: la fede dei popoli nella propria dignità, nella propria libertà e nel diritto di costruire il proprio futuro senza padroni.
Riportiamo integralmente la lettera diffusa dal presidente venezuelano Nicolás Maduro in occasione dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna.
Oggi, 8 marzo, Giornata della Donna, veniamo davanti a Dio e a Bolívar, insieme alle amate comunas del Venezuela, per chiedere al Signore di accompagnarci in questa giornata di costruzione del Potere Popolare, realizzata dalle mani coraggiose delle nostre donne e degli uomini del popolo.Fonte
Alziamo questa parola d’ordine che ci guida come idea centrale: “La fede che muove le montagne e l’azione che costruisce il nuovo, in Cristo e Bolívar”.
Gesù ci ha insegnato: «Se avete fede e non dubitate, potete dire a questa montagna: spostati e gettati nel mare, e così avverrà», come si legge nel Vangelo di Matteo. Donaci quella fede sincera e popolare per muovere le montagne delle difficoltà che a volte ci frenano e trasformarle in una strada libera per la nostra patria.
E Bolívar, ad Angostura, ci ha indicato il cammino dell’azione: chiedeva un governo popolare, giusto e morale, capace di porre fine all’oppressione e portare la pace. Oggi lo stesso Bolívar ci invita a votare e a costruire, a partire dalle comunas, un governo in cui regnino l’uguaglianza e la libertà.
Che questa giornata, benedetta da Dio, sia segno della nostra fede salda e della nostra lotta quotidiana. Uniti in Cristo, Bolívar e Chávez faremo del Venezuela una casa di amore, giustizia e potere popolare. Amen.
Nicolás Maduro Moros
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