La società di consulenza McKinsey ha presentato un’ipotesi di amputazione radicale alla Volkswagen, per aggiustare i suoi conti. Il Bild, famoso tabloid tedesco, ha pubblicato alcune indiscrezioni che hanno scosso l’industria automobilistica tedesca, perché la consulenza della famosa società statunitense certifica una crisi strutturale di uno dei più importanti attori dell’auto europea.
Il colosso di Wolfsburg, secondo McKinsey, dovrebbe mantenere attivi soltanto due siti produttivi su dieci in Germania: la sede storica, a Wolfsburg appunto, e il quartier generale dell’Audi a Ingolstadt. Tutti gli altri dovrebbero finirebbero sotto la scure.
Particolarmente simbolica e controversa è la proposta di chiusura per lo stabilimento di Zwickau, nell’est della Germania, un tempo cuore pulsante dell’industria della DDR. Ma a tremare è anche il lusso: persino il sito Porsche di Zuffenhausen a Stoccarda è finito nel mirino, dopo un anno che ha visto gli utili del marchio crollare drasticamente.
L’obiettivo della società di consulenza è puramente matematico: risollevare un margine di profitto sceso sotto il 3% e dimezzato rispetto agli anni precedenti, schiacciato dai costi elevati e dall’aggressiva concorrenza dei produttori cinesi. Ma queste chiusure hanno un impatto politico evidente sul modello industriale non solo tedesco, ma anche europeo.
Nelle regioni dell’est, dove il partito di estrema destra AfD continua a guadagnare consensi, lo smantellamento dell’industria potrebbe alimentare ulteriormente questa crescita. Ma basta pensare all’integrazione delle filiere con altri paesi per capire come una soluzione del genere avrebbe effetti a cascata su tutto il Vecchio Continente.
Se si parla solo dell’Italia, nel nostro paese l’indotto dell’automotive vale circa 5 miliardi di euro di fatturato annuo verso la Germania, di cui quasi 2 miliardi legati direttamente al gruppo Volkswagen. Un crollo come quello proposto da McKinsey significherebbe una vera e propria desertificazione industriale forzata, con gravi ripercussioni sull’occupazione.
Un processo che, in verità, va avanti da tempo per una serie di scelte strategiche fallimentari (a partire dal tema dell’elettrico, su cui la Cina è molto più avanti). Alcune ipotesi prevedono che gli stabilimenti dismessi possano finire nelle mani della Rheinmetall o della franco-tedesca KNDS per produrre mezzi blindati. Del resto, è proprio questo un elemento centrale del riarmo europeo: tamponare la crisi industriale galoppante con la transizione a un’economia di guerra.
Al momento, Volkswagen ha preso le distanze dal piano estremo di McKinsey. Ma la strategia dei vertici di Wolfsburg non è meno drastica: al vaglio c’è un taglio di 50 mila posti di lavoro entro il 2030 e la chiusura di due stabilimenti. Che ci sia un problema strutturale e che la classe dirigente europea non sappia come uscirne è evidente a chiunque non decida di chiudere gli occhi, per partito preso.
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