La società di consulenza McKinsey ha presentato un’ipotesi di amputazione radicale alla Volkswagen, per aggiustare i suoi conti. Il Bild, famoso tabloid tedesco, ha pubblicato alcune indiscrezioni che hanno scosso l’industria automobilistica tedesca, perché la consulenza della famosa società statunitense certifica una crisi strutturale di uno dei più importanti attori dell’auto europea.
Il colosso di Wolfsburg, secondo McKinsey, dovrebbe mantenere attivi soltanto due siti produttivi su dieci in Germania: la sede storica, a Wolfsburg appunto, e il quartier generale dell’Audi a Ingolstadt. Tutti gli altri dovrebbero finirebbero sotto la scure.
Particolarmente simbolica e controversa è la proposta di chiusura per lo stabilimento di Zwickau, nell’est della Germania, un tempo cuore pulsante dell’industria della DDR. Ma a tremare è anche il lusso: persino il sito Porsche di Zuffenhausen a Stoccarda è finito nel mirino, dopo un anno che ha visto gli utili del marchio crollare drasticamente.
L’obiettivo della società di consulenza è puramente matematico: risollevare un margine di profitto sceso sotto il 3% e dimezzato rispetto agli anni precedenti, schiacciato dai costi elevati e dall’aggressiva concorrenza dei produttori cinesi. Ma queste chiusure hanno un impatto politico evidente sul modello industriale non solo tedesco, ma anche europeo.
Nelle regioni dell’est, dove il partito di estrema destra AfD continua a guadagnare consensi, lo smantellamento dell’industria potrebbe alimentare ulteriormente questa crescita. Ma basta pensare all’integrazione delle filiere con altri paesi per capire come una soluzione del genere avrebbe effetti a cascata su tutto il Vecchio Continente.
Se si parla solo dell’Italia, nel nostro paese l’indotto dell’automotive vale circa 5 miliardi di euro di fatturato annuo verso la Germania, di cui quasi 2 miliardi legati direttamente al gruppo Volkswagen. Un crollo come quello proposto da McKinsey significherebbe una vera e propria desertificazione industriale forzata, con gravi ripercussioni sull’occupazione.
Un processo che, in verità, va avanti da tempo per una serie di scelte strategiche fallimentari (a partire dal tema dell’elettrico, su cui la Cina è molto più avanti). Alcune ipotesi prevedono che gli stabilimenti dismessi possano finire nelle mani della Rheinmetall o della franco-tedesca KNDS per produrre mezzi blindati. Del resto, è proprio questo un elemento centrale del riarmo europeo: tamponare la crisi industriale galoppante con la transizione a un’economia di guerra.
Al momento, Volkswagen ha preso le distanze dal piano estremo di McKinsey. Ma la strategia dei vertici di Wolfsburg non è meno drastica: al vaglio c’è un taglio di 50 mila posti di lavoro entro il 2030 e la chiusura di due stabilimenti. Che ci sia un problema strutturale e che la classe dirigente europea non sappia come uscirne è evidente a chiunque non decida di chiudere gli occhi, per partito preso.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta McKinsey. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta McKinsey. Mostra tutti i post
27/06/2023
La finanza euroatlantica prepara l’affare della ricostruzione dell’Ucraina
Il 21 e 22 giugno si è svolta a Londra la sesta edizione della Ukraine Recovery Conference, rinominata così dallo scorso anno. Le precedenti edizioni, che avevano il nome di Ukraine Reform Conference, hanno preso avvio dal 2017 e sono un’ulteriore prova della funzione strategica che era affidata alla progressiva integrazione del paese nel Blocco Euroatlantico.
L’evento è stato aperto dal primo ministro britannico Rishi Sunak, che ha annunciato un altro pacchetto di aiuti all’Ucraina che includerà 3 miliardi di dollari di garanzie per sbloccare i prestiti della Banca Mondiale e 305 milioni di dollari di assistenza bilaterale.
Anche il segretario di Stato USA Antony Blinken ha annunciato che Washington invierà 1,3 miliardi di dollari per modernizzare la rete infrastrutturale ed energetica.
Sono però infinitamente maggiori le risorse che serviranno alla ricostruzione del paese che, secondo le stime di marzo della Banca Mondiale, superano già i 400 miliardi e aumentano col proseguire della guerra.
I governi occidentali vogliono dunque “stimolare” i privati a mobilitare i propri capitali, e i privati non vedono l’ora di trovare nuove opportunità di profitto.
Oltre 400 multinazionali hanno infatti partecipato all’evento e si sono dette pronte a partecipare allo sforzo, a partire dai sette principi cardine individuati già nell’edizione di luglio 2022: partenariato, focus sulle riforme, trasparenza e stato di diritto, partecipazione democratica, coinvolgimento multilaterale, inclusione e uguaglianza di genere, sostenibilità. E il percorso concreto della ricostruzione è cominciato poco dopo.
Difatti, a novembre Kiev ha assunto i servizi di consulenza del più grande fondo di investimento mondiale, BlackRock, per capire come attirare investimenti privati.
A febbraio in questa cooperazione si è aggiunta la più grande banca al mondo, JPMorgan, e a inizio maggio è stato annunciato l’Ukraine Development Fund (UDF), con l’aiuto anche di consulenti della multinazionale McKinsey.
Il fondo, che ad ogni modo non diventerà operativo fino alla fine delle ostilità, si presenta come una vera e propria banca di investimento, di cui il consiglio di amministrazione dovrebbe essere composto da rappresentanti governativi e di istituzioni finanziarie e internazionali.
BlackRock e JPMorgan, che stanno prestando la propria consulenza gratuitamente, avranno però un’idea molto chiara dei progetti più redditizi.
Questo strumento è ascrivibile a quelli di finanza mista, che puntano a raccogliere capitali da stati, donatori e istituti multilaterali in maniera agevolata, per attrarre risorse private. Il compito sarà dunque quello di effettuare i primi investimenti e assorbire le prime perdite, creando le condizioni ottimali per interessare il coinvolgimento delle multinazionali, ovvero il profitto a rischi d’impresa ridotti.
Il primo a rispondere a questa possibilità è stato il miliardario australiano Andrew Forrest, promettendo 500 milioni. E secondo il ministro per la Ricostruzione di Kiev, Oleksandr Kubrakov, tale iniziativa post-bellica dovrebbe essere finanziata anche tramite l’esproprio dei beni russi congelati in territorio euroatlantico (depositi bancari, partecipazioni azionarie, immobili, ecc.).
Ma, sebbene nella UE se ne stia parlando, per avere una parvenza di legalità (si tratta pur sempre di “proprietà private”) nel caso di quelli demaniali occorrerebbe ci fosse stata una dichiarazione di guerra ufficiale. Alquanto problematica, insomma...
Ad ogni modo, sul sito del ministero dell’Economia ucraino si legge che “l’UDF si concentrerà su cinque settori chiave dell’economia ucraina (energia, infrastrutture, agricoltura, produzione e IT)” e che “sosterrà il ruolo dell’Ucraina nella decarbonizzazione e nella transizione verde e come porta d’accesso alla sicurezza energetica europea”.
Come detto all’inizio, la funzione strategica che l’Ucraina già da tempo aveva assunto nella catena imperialistica occidentale ora dovrebbe prendere una nuova dimensione.
Con la presentazione londinese è stata resa pubblica una prima idea di come, sulla ricostruzione ucraina, si incontreranno gli interessi immediati della speculazione finanziaria e della messa a valore di capitali che non avrebbero altro sbocco (lo sanno bene in Italia e all’estero), e le esigenze della competizione strategica su diversi campi con l’emergente mondo multipolare, da parte del Blocco Euroatlantico.
Fonte
L’evento è stato aperto dal primo ministro britannico Rishi Sunak, che ha annunciato un altro pacchetto di aiuti all’Ucraina che includerà 3 miliardi di dollari di garanzie per sbloccare i prestiti della Banca Mondiale e 305 milioni di dollari di assistenza bilaterale.
Anche il segretario di Stato USA Antony Blinken ha annunciato che Washington invierà 1,3 miliardi di dollari per modernizzare la rete infrastrutturale ed energetica.
Sono però infinitamente maggiori le risorse che serviranno alla ricostruzione del paese che, secondo le stime di marzo della Banca Mondiale, superano già i 400 miliardi e aumentano col proseguire della guerra.
I governi occidentali vogliono dunque “stimolare” i privati a mobilitare i propri capitali, e i privati non vedono l’ora di trovare nuove opportunità di profitto.
Oltre 400 multinazionali hanno infatti partecipato all’evento e si sono dette pronte a partecipare allo sforzo, a partire dai sette principi cardine individuati già nell’edizione di luglio 2022: partenariato, focus sulle riforme, trasparenza e stato di diritto, partecipazione democratica, coinvolgimento multilaterale, inclusione e uguaglianza di genere, sostenibilità. E il percorso concreto della ricostruzione è cominciato poco dopo.
Difatti, a novembre Kiev ha assunto i servizi di consulenza del più grande fondo di investimento mondiale, BlackRock, per capire come attirare investimenti privati.
A febbraio in questa cooperazione si è aggiunta la più grande banca al mondo, JPMorgan, e a inizio maggio è stato annunciato l’Ukraine Development Fund (UDF), con l’aiuto anche di consulenti della multinazionale McKinsey.
Il fondo, che ad ogni modo non diventerà operativo fino alla fine delle ostilità, si presenta come una vera e propria banca di investimento, di cui il consiglio di amministrazione dovrebbe essere composto da rappresentanti governativi e di istituzioni finanziarie e internazionali.
BlackRock e JPMorgan, che stanno prestando la propria consulenza gratuitamente, avranno però un’idea molto chiara dei progetti più redditizi.
Questo strumento è ascrivibile a quelli di finanza mista, che puntano a raccogliere capitali da stati, donatori e istituti multilaterali in maniera agevolata, per attrarre risorse private. Il compito sarà dunque quello di effettuare i primi investimenti e assorbire le prime perdite, creando le condizioni ottimali per interessare il coinvolgimento delle multinazionali, ovvero il profitto a rischi d’impresa ridotti.
Il primo a rispondere a questa possibilità è stato il miliardario australiano Andrew Forrest, promettendo 500 milioni. E secondo il ministro per la Ricostruzione di Kiev, Oleksandr Kubrakov, tale iniziativa post-bellica dovrebbe essere finanziata anche tramite l’esproprio dei beni russi congelati in territorio euroatlantico (depositi bancari, partecipazioni azionarie, immobili, ecc.).
Ma, sebbene nella UE se ne stia parlando, per avere una parvenza di legalità (si tratta pur sempre di “proprietà private”) nel caso di quelli demaniali occorrerebbe ci fosse stata una dichiarazione di guerra ufficiale. Alquanto problematica, insomma...
Ad ogni modo, sul sito del ministero dell’Economia ucraino si legge che “l’UDF si concentrerà su cinque settori chiave dell’economia ucraina (energia, infrastrutture, agricoltura, produzione e IT)” e che “sosterrà il ruolo dell’Ucraina nella decarbonizzazione e nella transizione verde e come porta d’accesso alla sicurezza energetica europea”.
Come detto all’inizio, la funzione strategica che l’Ucraina già da tempo aveva assunto nella catena imperialistica occidentale ora dovrebbe prendere una nuova dimensione.
Con la presentazione londinese è stata resa pubblica una prima idea di come, sulla ricostruzione ucraina, si incontreranno gli interessi immediati della speculazione finanziaria e della messa a valore di capitali che non avrebbero altro sbocco (lo sanno bene in Italia e all’estero), e le esigenze della competizione strategica su diversi campi con l’emergente mondo multipolare, da parte del Blocco Euroatlantico.
Fonte
29/11/2022
Il potere sulla politica
Diversi episodi tra cronaca e politica, in queste settimane, hanno reso urgente rispondere a una domanda: come viene selezionata la classe politica nel neoliberismo Occidentale di questo terzo millennio?
L’importanza è evidente: qualsiasi ipotesi di governo sociale – conservatrice, “riformista” o rivoluzionaria – non può prescindere dall’analisi dei meccanismi attraverso cui problemi e interessi sociali vengono “tradotti” oppure rifiutati in programmi, leadership, rappresentatività.
Tra i molti episodi ne abbiamo scelti due, che non a caso hanno ricevuto una copertura mediatica mainstream assai diversa. Il primo riguarda il presidente francese Emanuel Macron – ampiamente “minimizzato” per non sollevare troppe inquietudini – e l’altro, quasi ovviamente, Aboubakar Soumahoro, su cui invece si sono buttati tutti gli avvoltoi possibili.
Partiamo dal caso di “alto livello”. Al di là delle dietrologie e dei sempreverdi complottismi, l’inchiesta aperta dalla magistratura francese sui rapporti tra Emanuel Macron e la società americana McKinsey illumina meccanismi altrimenti sempre avvolti nella nebbia dell’ignoranza, tra onde di sospetto mai comprovabile.
Stavolta invece abbiamo a che fare con fatti concreti – un po’ come ai tempi di Tangentopoli in Italia – perché la Procura nazionale finanziaria (Pnf) francese da circa un mese sta lavorando su due inchieste. La prima sulle “condizioni di intervento delle società di consulenza nelle campagne elettorali del 2017 e del 2022”, la seconda sui presunti “favoritismi” di cui avrebbero beneficiato tali società successivamente alle due elezioni successive dello stesso Macron.
In pratica, queste società avrebbe finanziato e organizzato entrambe le campagne elettorali dell’attuale inquilino dell’Eliseo, ricevendo come compenso una serie di contratti di consulenza pagati dallo Stato. Pare senza gara di assegnazione e comunque per importi alquanto rilevanti: oltre 1 miliardo di euro.
Per la legislazione francese, comunque, Macron non rischia nulla fin quando resta presidente. Dunque sgomberiamo il campo dalle illusioni che queste inchieste aprano chissà quale nuova fase politica Oltralpe.
Però il “meccanismo” è molto interessante, perché appare comune a tutte le autodefinite “democrazie” occidentali.
Vediamo i dettagli.
McKinsey è una multinazionale statunitense specializzata in “consulenza manageriale all’alta direzione, che serve le maggiori aziende a livello mondiale”. In pratica una king maker che crea, istruisce e “piazza” amministratori delegati, presidenti, dirigenti di alto livello, in campo finanziario, industriale... e politico.
Organizzare una campagna elettorale per le presidenziali francesi è certamente costoso – da alcune decine a qualche centinaio di milioni di euro – ma altrettanto certamente remunerativo, se “il tuo candidato” raggiunge il risultato. Un gioco che vale assolutamente la candela...
Anche perché i contratti di consulenza spuntati successivamente sono solo una parte dei benefici che se ne possono trarre. Anzi, sono addirittura la parte meno importante. Basti pensare agli effetti delle scelte legislative in materia finanziaria, fiscale, ecc., che un presidente della Republique può mettere in moto.
Bisogna dire che la figura stessa di Emmanuel Macron sembra disegnata per corrispondere all’icona del “servo dei padroni”. Un giovane laureato all’Ena (la scuola di formazione degli “amministratori pubblici” in Francia, da cui passano quasi tutti i politici d’Oltralpe), poi funzionario della banca Rotschild, che viene chiamato da Francois Hollande a ricoprire prima la carica di vicesegretario dell’Eliseo e quindi quella di ministro dell’economia.
Una carriera fulminea che usa per demolire il Partito Socialista (cui era formalmente iscritto) e fondare la sua Republique en marche replicando – con maggior successo – lo schema di Matteo Renzi con il Pd.
Nel breve volgere di pochi mesi si guadagna la fama di presidente dei ricchi. E non è un’accusa campata in aria, ma comprovata dalla pubblicazione delle retribuzioni dei patron dei grandi gruppi francesi, che nel 2021 hanno registrato un record.
Con quei “consulenti” alle spalle, del resto, sarebbe stato difficile fare qualcosa di diverso...
Questo binomio tra gruppi multinazionali e politici di alto livello distrugge e bypassa il “corpo intermedio” che aveva fatto da pilastro per la politica nel Novecento: il partito politico (di qualsiasi tendenza), radicato nel territorio e nei principali settori sociali di riferimento.
Ma se questo binomio annienta la macchina che in precedenza costruiva il consenso verso determinate idee e programmi, allora necessita – per conquistare le menti e i cuori del cittadini-elettori, sia pur provvisoriamente – di un solido presidio nei principali media del paese, a loro volta sotto il pieno controllo proprietario di altri gruppi industriali o finanziari.
Che possono perciò o contrattare iniziative legislative in cambio del proprio appoggio, oppure aprire una “guerra” per favorire l’emersione di altri “personaggi politici” (inventati o meno) in grado di “competere” per le cariche più alte.
Niente di nuovo sotto il sole, potremmo dire.
Certo, ma che sia questa la situazione in cui avviene qualsiasi campagna elettorale, a qualsiasi livello, dovrebbe aiutare le forze della “sinistra radicale” a comprendere (e superare) la follia depressiva in cui sono cadute nell’ultimo ventennio.
Quello in cui hanno costantemente cercato, ad ogni scadenza, di individuare un “personaggio da cui ripartire”, una sorta di “salvatore della sinistra” in grado di produrre – con la sua sola presenza – risultati elettorali migliori di quanto la propria, scarsa, presenza sociale possa garantire. Per poi scoprire che non funziona, anzi...
E qui arriviamo al “caso Soumahoro”, al lato opposto della scala del potere, che illumina invece il miserrimo escamotage tipico nella “vecchia sinistra” e il consapevole distacco tra queste formazioni e “il popolo” (comprese le sue componenti di “recente immigrazione”).
Abou è stato candidato solo quando si era completata la sua trasformazione da sindacalista vero e semplice in “icona” mediatica simboleggiante il mondo dei braccianti, tramite il lungo e sapiente lavorio del duo Damilano-Zoro (ovvero del gruppo L’Espresso – ora passato in mano alla famiglia Agnelli-Elkann – del gruppo Cairo-Corriere della Sera).
Candidato insomma in quanto “personaggio noto”, “nome spendibile”, etichetta di richiamo su un prodotto vecchio e ammuffito (Sinistra Italiana più Angelo Bonelli & co.). In altre parole: candidato non perché era un sindacalista, ma perché aveva smesso di esserlo.
Cerchiamo di esser chiari. C’è un bisogno disperato, per le classi popolari, di una rappresentanza politica vera, in grado di far valere gli interessi degli sfruttati in qualsiasi sede, anche istituzionale, per moltiplicare le occasioni di generalizzazione del conflitto e la costruzione di un progetto di trasformazione radicale.
In questa chiave è ovvio che le “avanguardie delle lotte” costituiscono il meglio che si possa mettere in gioco anche in un processo elettorale. Con la ragionevole certezza – nulla di assoluto, ma con qualche probabilità in più – che “non tradiscano la fiducia degli elettori” alla prima occasione. Il loro legame con i rispettivi settori sociali è quello che li rende “rappresentativi” non di se stessi, individualmente, ma di figure sociali più o meno estese.
I “personaggi noti per la loro fama”, invece, galleggiano tra le onde di un sistema mediatico controllato da altri (come abbiamo visto nel caso Macron), che solleva o annega in un attimo chi torna utile e chi smette di esserlo.
A che pro tutto questo “ragionare”?
Ad eliminare, il prima possibile, quelle assurde illusioni che da venti anni, ormai, trascinano “la sinistra radicale” a ripetere sempre lo stesso schema suicida: un cartello elettorale abborracciato all’ultimo momento, slegato da qualsiasi conflittualità sociale reale, e appeso alle paturnie volatili del “personaggio famoso” (o almeno “conosciuto”) di turno.
C’è un “sistema” industriale, finanziario e mediatico che controlla i processi elettorali e ne determina largamente i risultati. Chi vuole cambiare davvero qualcosa, in questo mondo, deve costruire la forza sociale che permette di rompere questa gabbia. E non si fa con il solo marketing furbesco...
Fonte
L’importanza è evidente: qualsiasi ipotesi di governo sociale – conservatrice, “riformista” o rivoluzionaria – non può prescindere dall’analisi dei meccanismi attraverso cui problemi e interessi sociali vengono “tradotti” oppure rifiutati in programmi, leadership, rappresentatività.
Tra i molti episodi ne abbiamo scelti due, che non a caso hanno ricevuto una copertura mediatica mainstream assai diversa. Il primo riguarda il presidente francese Emanuel Macron – ampiamente “minimizzato” per non sollevare troppe inquietudini – e l’altro, quasi ovviamente, Aboubakar Soumahoro, su cui invece si sono buttati tutti gli avvoltoi possibili.
Partiamo dal caso di “alto livello”. Al di là delle dietrologie e dei sempreverdi complottismi, l’inchiesta aperta dalla magistratura francese sui rapporti tra Emanuel Macron e la società americana McKinsey illumina meccanismi altrimenti sempre avvolti nella nebbia dell’ignoranza, tra onde di sospetto mai comprovabile.
Stavolta invece abbiamo a che fare con fatti concreti – un po’ come ai tempi di Tangentopoli in Italia – perché la Procura nazionale finanziaria (Pnf) francese da circa un mese sta lavorando su due inchieste. La prima sulle “condizioni di intervento delle società di consulenza nelle campagne elettorali del 2017 e del 2022”, la seconda sui presunti “favoritismi” di cui avrebbero beneficiato tali società successivamente alle due elezioni successive dello stesso Macron.
In pratica, queste società avrebbe finanziato e organizzato entrambe le campagne elettorali dell’attuale inquilino dell’Eliseo, ricevendo come compenso una serie di contratti di consulenza pagati dallo Stato. Pare senza gara di assegnazione e comunque per importi alquanto rilevanti: oltre 1 miliardo di euro.
Per la legislazione francese, comunque, Macron non rischia nulla fin quando resta presidente. Dunque sgomberiamo il campo dalle illusioni che queste inchieste aprano chissà quale nuova fase politica Oltralpe.
Però il “meccanismo” è molto interessante, perché appare comune a tutte le autodefinite “democrazie” occidentali.
Vediamo i dettagli.
McKinsey è una multinazionale statunitense specializzata in “consulenza manageriale all’alta direzione, che serve le maggiori aziende a livello mondiale”. In pratica una king maker che crea, istruisce e “piazza” amministratori delegati, presidenti, dirigenti di alto livello, in campo finanziario, industriale... e politico.
Organizzare una campagna elettorale per le presidenziali francesi è certamente costoso – da alcune decine a qualche centinaio di milioni di euro – ma altrettanto certamente remunerativo, se “il tuo candidato” raggiunge il risultato. Un gioco che vale assolutamente la candela...
Anche perché i contratti di consulenza spuntati successivamente sono solo una parte dei benefici che se ne possono trarre. Anzi, sono addirittura la parte meno importante. Basti pensare agli effetti delle scelte legislative in materia finanziaria, fiscale, ecc., che un presidente della Republique può mettere in moto.
Bisogna dire che la figura stessa di Emmanuel Macron sembra disegnata per corrispondere all’icona del “servo dei padroni”. Un giovane laureato all’Ena (la scuola di formazione degli “amministratori pubblici” in Francia, da cui passano quasi tutti i politici d’Oltralpe), poi funzionario della banca Rotschild, che viene chiamato da Francois Hollande a ricoprire prima la carica di vicesegretario dell’Eliseo e quindi quella di ministro dell’economia.
Una carriera fulminea che usa per demolire il Partito Socialista (cui era formalmente iscritto) e fondare la sua Republique en marche replicando – con maggior successo – lo schema di Matteo Renzi con il Pd.
Nel breve volgere di pochi mesi si guadagna la fama di presidente dei ricchi. E non è un’accusa campata in aria, ma comprovata dalla pubblicazione delle retribuzioni dei patron dei grandi gruppi francesi, che nel 2021 hanno registrato un record.
Con quei “consulenti” alle spalle, del resto, sarebbe stato difficile fare qualcosa di diverso...
Questo binomio tra gruppi multinazionali e politici di alto livello distrugge e bypassa il “corpo intermedio” che aveva fatto da pilastro per la politica nel Novecento: il partito politico (di qualsiasi tendenza), radicato nel territorio e nei principali settori sociali di riferimento.
Ma se questo binomio annienta la macchina che in precedenza costruiva il consenso verso determinate idee e programmi, allora necessita – per conquistare le menti e i cuori del cittadini-elettori, sia pur provvisoriamente – di un solido presidio nei principali media del paese, a loro volta sotto il pieno controllo proprietario di altri gruppi industriali o finanziari.
Che possono perciò o contrattare iniziative legislative in cambio del proprio appoggio, oppure aprire una “guerra” per favorire l’emersione di altri “personaggi politici” (inventati o meno) in grado di “competere” per le cariche più alte.
Niente di nuovo sotto il sole, potremmo dire.
Certo, ma che sia questa la situazione in cui avviene qualsiasi campagna elettorale, a qualsiasi livello, dovrebbe aiutare le forze della “sinistra radicale” a comprendere (e superare) la follia depressiva in cui sono cadute nell’ultimo ventennio.
Quello in cui hanno costantemente cercato, ad ogni scadenza, di individuare un “personaggio da cui ripartire”, una sorta di “salvatore della sinistra” in grado di produrre – con la sua sola presenza – risultati elettorali migliori di quanto la propria, scarsa, presenza sociale possa garantire. Per poi scoprire che non funziona, anzi...
E qui arriviamo al “caso Soumahoro”, al lato opposto della scala del potere, che illumina invece il miserrimo escamotage tipico nella “vecchia sinistra” e il consapevole distacco tra queste formazioni e “il popolo” (comprese le sue componenti di “recente immigrazione”).
Abou è stato candidato solo quando si era completata la sua trasformazione da sindacalista vero e semplice in “icona” mediatica simboleggiante il mondo dei braccianti, tramite il lungo e sapiente lavorio del duo Damilano-Zoro (ovvero del gruppo L’Espresso – ora passato in mano alla famiglia Agnelli-Elkann – del gruppo Cairo-Corriere della Sera).
Candidato insomma in quanto “personaggio noto”, “nome spendibile”, etichetta di richiamo su un prodotto vecchio e ammuffito (Sinistra Italiana più Angelo Bonelli & co.). In altre parole: candidato non perché era un sindacalista, ma perché aveva smesso di esserlo.
Cerchiamo di esser chiari. C’è un bisogno disperato, per le classi popolari, di una rappresentanza politica vera, in grado di far valere gli interessi degli sfruttati in qualsiasi sede, anche istituzionale, per moltiplicare le occasioni di generalizzazione del conflitto e la costruzione di un progetto di trasformazione radicale.
In questa chiave è ovvio che le “avanguardie delle lotte” costituiscono il meglio che si possa mettere in gioco anche in un processo elettorale. Con la ragionevole certezza – nulla di assoluto, ma con qualche probabilità in più – che “non tradiscano la fiducia degli elettori” alla prima occasione. Il loro legame con i rispettivi settori sociali è quello che li rende “rappresentativi” non di se stessi, individualmente, ma di figure sociali più o meno estese.
I “personaggi noti per la loro fama”, invece, galleggiano tra le onde di un sistema mediatico controllato da altri (come abbiamo visto nel caso Macron), che solleva o annega in un attimo chi torna utile e chi smette di esserlo.
A che pro tutto questo “ragionare”?
Ad eliminare, il prima possibile, quelle assurde illusioni che da venti anni, ormai, trascinano “la sinistra radicale” a ripetere sempre lo stesso schema suicida: un cartello elettorale abborracciato all’ultimo momento, slegato da qualsiasi conflittualità sociale reale, e appeso alle paturnie volatili del “personaggio famoso” (o almeno “conosciuto”) di turno.
C’è un “sistema” industriale, finanziario e mediatico che controlla i processi elettorali e ne determina largamente i risultati. Chi vuole cambiare davvero qualcosa, in questo mondo, deve costruire la forza sociale che permette di rompere questa gabbia. E non si fa con il solo marketing furbesco...
Fonte
22/11/2021
Il futuro del lavoro di McKinsey e il governo italiano
L’agenzia di consulenza McKinsey ha una consolidata tradizione di collaborazione con il governo italiano. Basti ricordare che, durante gli anni ’10, McKinsey ha “accompagnato”, come società di consulenza, diversi progetti di riforma di differenti governi italiani tra cui quello, poi arenatosi, della portualità. Stiamo parlando di una notissima agenzia di consulenza, che sostanzialmente vende strategie per il futuro, il cui operato in Italia non è mai stato messo in discussione. Eppure proprio nel mondo angloamericano da cui proviene, quello dell’intreccio tra borse di Londra e di New York, McKinsey è conosciuta, a partire da un libro di due giornalisti dell’Economist, anche per i suoi fallimenti storici. Come, uno tra tutti, il giudizio, dei primi anni ’90, dell’industria della telefonia cellulare come nicchia di mercato non adatta per i grandi numeri del business globale.
All’inizio di quest’anno è emerso come McKinsey, con il governo Draghi, avesse un contratto di consulenza legato alla stesura del Recovery Plan italiano, legato alla richiesta di fondi dell’Italia per il PNRR dedicato alla ricostruzione post-covid. Naturalmente, quando si tratta di Draghi, i media italiani prendono semplicemente atto delle sue decisioni senza fare analisi o inchiesta. In caso contrario avrebbero scoperto che, nello stesso periodo, erano riemersi una serie di scandali legati all’agenzia di consulenza tra i quali il fallimento delle aziende consigliate e la corruzione. In questo scenario, fatto di chiaroscuri nel migliore dei casi, McKinsey propone da tempo la sua visione del mondo del lavoro postcovid ed è su questa che dobbiamo concentrarci chiedendoci se, quando il governo Draghi si confronta con le parti sociali, questo scenario strategico sta nella testa dell’esecutivo. Non dimentichiamo poi che un famoso consulente McKinsey è ministro del governo Draghi: si tratta del ministro dell’innovazione tecnologica Vittorio Colao che, abitando a Londra, è fisicamente più vicino al mondo in cui si elaborano queste strategie che al paese che è chiamato a governare.
Va considerato che McKinsey suggerisce ai propri partner, tra i quali il governo italiano, che a partire dall’accelerazione tecnologica dovuta all’emergenza Covid, almeno un quarto dei lavoratori in più, rispetto a quelli stimati precedentemente, saranno costretti alla mobilità lavorativa. Già, ma di quale tipo di lavoratori stiamo parlando? Ecco la mappa di McKinsey dedicata ai lavori con alto impiego di manodopera sul luogo di lavoro.
Come si vede i settori medici e dell’assistenza alla persona sono in testa a questo genere di valutazione. Per tutti questi settori, a partire dai prossimi anni, sono previste, per McKinsey, una mobilità e una ristrutturazione tecnologica, portato della rivoluzione industriale 4.0, che porteranno a una forte mobilità del lavoro intesa, non c’è da dubitarne, come anticamera della riduzione complessiva della platea dei lavoratori (come da trend storico dei paesi economicamente maturi tra l’altro).
Qualche domanda viene spontanea. L’esecutivo, il governo Draghi, che esprime un ministro McKinsey, condivide questa visione di ineluttabile ristrutturazione del lavoro, mobilità e riduzione complessiva degli organici? La fa sua quando tratta con i sindacati?
In caso positivo siamo al governo di un banchiere che si muove secondo la direzione strategica di una agenzia di consulting. In caso negativo siamo nella situazione di un governo che non sa cosa sta facendo e con chi. È chiaro che una risposta a questa situazione, comunque alla vigilia di nuovi cambiamenti del lavoro, non deve arrivare dall’esecutivo ma dalle forze sociali e sindacali.
Fonte
All’inizio di quest’anno è emerso come McKinsey, con il governo Draghi, avesse un contratto di consulenza legato alla stesura del Recovery Plan italiano, legato alla richiesta di fondi dell’Italia per il PNRR dedicato alla ricostruzione post-covid. Naturalmente, quando si tratta di Draghi, i media italiani prendono semplicemente atto delle sue decisioni senza fare analisi o inchiesta. In caso contrario avrebbero scoperto che, nello stesso periodo, erano riemersi una serie di scandali legati all’agenzia di consulenza tra i quali il fallimento delle aziende consigliate e la corruzione. In questo scenario, fatto di chiaroscuri nel migliore dei casi, McKinsey propone da tempo la sua visione del mondo del lavoro postcovid ed è su questa che dobbiamo concentrarci chiedendoci se, quando il governo Draghi si confronta con le parti sociali, questo scenario strategico sta nella testa dell’esecutivo. Non dimentichiamo poi che un famoso consulente McKinsey è ministro del governo Draghi: si tratta del ministro dell’innovazione tecnologica Vittorio Colao che, abitando a Londra, è fisicamente più vicino al mondo in cui si elaborano queste strategie che al paese che è chiamato a governare.
Va considerato che McKinsey suggerisce ai propri partner, tra i quali il governo italiano, che a partire dall’accelerazione tecnologica dovuta all’emergenza Covid, almeno un quarto dei lavoratori in più, rispetto a quelli stimati precedentemente, saranno costretti alla mobilità lavorativa. Già, ma di quale tipo di lavoratori stiamo parlando? Ecco la mappa di McKinsey dedicata ai lavori con alto impiego di manodopera sul luogo di lavoro.
Come si vede i settori medici e dell’assistenza alla persona sono in testa a questo genere di valutazione. Per tutti questi settori, a partire dai prossimi anni, sono previste, per McKinsey, una mobilità e una ristrutturazione tecnologica, portato della rivoluzione industriale 4.0, che porteranno a una forte mobilità del lavoro intesa, non c’è da dubitarne, come anticamera della riduzione complessiva della platea dei lavoratori (come da trend storico dei paesi economicamente maturi tra l’altro).
Qualche domanda viene spontanea. L’esecutivo, il governo Draghi, che esprime un ministro McKinsey, condivide questa visione di ineluttabile ristrutturazione del lavoro, mobilità e riduzione complessiva degli organici? La fa sua quando tratta con i sindacati?
In caso positivo siamo al governo di un banchiere che si muove secondo la direzione strategica di una agenzia di consulting. In caso negativo siamo nella situazione di un governo che non sa cosa sta facendo e con chi. È chiaro che una risposta a questa situazione, comunque alla vigilia di nuovi cambiamenti del lavoro, non deve arrivare dall’esecutivo ma dalle forze sociali e sindacali.
Fonte
07/03/2021
Un governo schifosamente “tecnico”, ossia servo
di Marta Fana da Facebook
Quanto schifo può fare un governo che esternalizza la scrittura delle linee programmatiche e di spesa del più grande intervento di spesa che abbiamo mai visto? Assai.
Non è demandare la politica ai tecnici, è sputare in faccia alla società, alle sue istituzioni, lì dove la battaglia politica nasce e deve essere combattuta. Zero. Significa avere disprezzo per noi.
Possono farlo, Draghi può farlo per due motivi: per la sottomissione indegna dei partiti a questo governo e perché noi non facciamo niente per metterli in difficoltà. Una situazione agghiacciante di cui ne pagheremo le conseguenze non soltanto oggi, perché la questione sociale peggiorerà, ma perché senza dialettica e conflitto vivremo un arretramento culturale di cui sinceramente non riesco più a vedere la fine, nonostante la situazione sia già piuttosto allarmante.
Formalmente ci sono altre questioni che dovremmo considerare.
Questa esternalizzazione è affidata a una società di consulenza come McKinsey, fedele all’ortodossia di mercato e che si nutre del sostegno a una precisa linea politica: quella della macelleria sociale e, allo stesso tempo, quella che accetta di pagare 600 milioni di dollari per porre fine alle indagini che la vedono accusata di aver spinto la somministrazione di farmaci alla base della crisi degli oppiacei: causa di morte di oltre 450mila persone negli USA negli ultimi due decenni, giusto per fermarci all’ultimo scandalo.
A parte che a gente così non affidereste il gatto quando partite per il fine settimana, io vi vorrei fare una domanda: l’avete mai letto un rapporto di McKinsey?
Io sì, diversi. Sono prodotti di scarsa qualità: dove il livello di approfondimento non supererebbe una tesina triennale e manco una discussione mediamente seria, dove la metodologia è spesso imbarazzante, dove ciò che emerge e si afferma sono le infografiche.
Il governo dei migliori. Il governo dei migliori. Il governo dei migliori è quello a cui non gliene può fregare un cazzo di niente delle questioni che attanagliano la nostra quotidianità: il lavoro, la scuola, la sanità, i mezzi pubblici, la casa, il welfare, l’industria.
Questa scelta grida vendetta, una vendetta attiva, partecipata e organizzata. Ora.
Quanto schifo può fare un governo che esternalizza la scrittura delle linee programmatiche e di spesa del più grande intervento di spesa che abbiamo mai visto? Assai.
Non è demandare la politica ai tecnici, è sputare in faccia alla società, alle sue istituzioni, lì dove la battaglia politica nasce e deve essere combattuta. Zero. Significa avere disprezzo per noi.
Possono farlo, Draghi può farlo per due motivi: per la sottomissione indegna dei partiti a questo governo e perché noi non facciamo niente per metterli in difficoltà. Una situazione agghiacciante di cui ne pagheremo le conseguenze non soltanto oggi, perché la questione sociale peggiorerà, ma perché senza dialettica e conflitto vivremo un arretramento culturale di cui sinceramente non riesco più a vedere la fine, nonostante la situazione sia già piuttosto allarmante.
Formalmente ci sono altre questioni che dovremmo considerare.
Questa esternalizzazione è affidata a una società di consulenza come McKinsey, fedele all’ortodossia di mercato e che si nutre del sostegno a una precisa linea politica: quella della macelleria sociale e, allo stesso tempo, quella che accetta di pagare 600 milioni di dollari per porre fine alle indagini che la vedono accusata di aver spinto la somministrazione di farmaci alla base della crisi degli oppiacei: causa di morte di oltre 450mila persone negli USA negli ultimi due decenni, giusto per fermarci all’ultimo scandalo.
A parte che a gente così non affidereste il gatto quando partite per il fine settimana, io vi vorrei fare una domanda: l’avete mai letto un rapporto di McKinsey?
Io sì, diversi. Sono prodotti di scarsa qualità: dove il livello di approfondimento non supererebbe una tesina triennale e manco una discussione mediamente seria, dove la metodologia è spesso imbarazzante, dove ciò che emerge e si afferma sono le infografiche.
Il governo dei migliori. Il governo dei migliori. Il governo dei migliori è quello a cui non gliene può fregare un cazzo di niente delle questioni che attanagliano la nostra quotidianità: il lavoro, la scuola, la sanità, i mezzi pubblici, la casa, il welfare, l’industria.
Questa scelta grida vendetta, una vendetta attiva, partecipata e organizzata. Ora.
*****
Post scriptum redazionale
La “linea politica” di McKinsey, univoca e lineare da quando questa società esiste, è ben descritta in queste auto presentazioni di 30 anni fa (vengono da lontano, non vanno da nessun altra parte). Non c’è bisogno di traduzione, ci sembra, per sapere quale pietanza stia preparando il governo Draghi.
Fonte
06/03/2021
Draghi non perde il vizio - Il Recovery Fund in mano alla McKinsey
La notizia, filtrata su alcuni giornali, rivela che il ministero dell’Economia e Finanza avrebbe firmato nei giorni scorsi, con “estrema riservatezza”, un contratto con la società di consulenza internazionale McKinsey per definire i capitoli del Recovery Plan.
Secondo quanto trapelato, sarebbe stato il ministro dell’Economia Daniele Franco – fedelissimo di Draghi – a contattare McKinsey per accelerare la stesura del piano, che deve essere consegnato alla Commissione europea entro fine aprile. Anche in questo caso, come nel contratto tra Commissione Europea e le società del Big Pharma, i termini del contratto non sono ancora noti ma, secondo la Repubblica, la società McKinsey dovrebbe ricevere “soltanto una sorta di rimborso spese”, la cui quantificazione non è dato sapere.
Al momento non si registrano reazioni significative sul piano politico. Le decisioni del governo Draghi, a quanto pare, usufruiscono di una “franchigia” che lo tiene al riparo delle critiche ma anche degli starnazzamenti di Salvini e compagnia.
È decisamente grave, ma non proprio sorprendente, che un governo nato sulle “competenze” affidi ad una società privata – indottrinata sulla logica del business, non certo della coesione sociale – la stesura di un piano economico/strategico decisivo per il futuro del paese; ovvero per investire i 209 miliardi previsti dall’Unione Europea nel Recovery Fund.
Molti partiti, nei mesi scorsi (Renzi in primis, ma anche Salvini), avevano starnazzato come oche contro l’ipotesi del governo Conte di affidare il Recovery Plan ad un pool di esperti esterni alla politica.
Ma adesso Draghi ha seguito esattamente la medesima strada, mettendo la stesura del piano economico in mano a gente con il pelo sul cuore, indottrinata a far quadrare i conti delle società multinazionali e non certo a misurarsi con le complesse priorità e necessità di un paese
Dai curricula emerge che alcuni ministeri-manager del governo, come Colao, hanno lavorato proprio per McKinsey. Ma chi l’avrebbe mai sospettato...
Alcuni giorni fa, su La Repubblica era possibile leggere che Draghi “ha fretta” e quindi ha deciso di scrivere “personalmente” il nuovo Recovery Plan, insieme al ministro Franco e a “un gruppo ristrettissimo di consiglieri“, tra i quali il bocconiano ultraliberista Francesco Giavazzi e Marco D’Alberti, docente di diritto amministrativo comparato all’università La Sapienza di Roma.
Per molti aspetti sembra un inquietante ritorno al passato, che però si manifesta come eterno presente. Non è superfluo ricordare che proprio la grande ondata di privatizzazioni e di smantellamento del sistema pubblico in Italia, dal 1992 in poi, venne realizzato con la consulenza di una società esterna – la Goldman Sachs (che lo rivendica anche sul suo sito) – e che l’input decisivo venne da Mario Draghi, il quale dieci anni dopo l’inizio “grande massacro sociale” del 1992, transitò con nonchalance dal Ministero del Tesoro proprio alla Goldman Sachs, dove rimase fino a quando venne nominato governatore della Bce.
La società di consulenza McKinsey appartiene alla stessa genìa maledetta. “McKinsey è diventata un governo ombra, non soltanto negli Stati Uniti, che consiglia alle grandi aziende come interagire con i governi, ai governi quali servizi esternalizzare alle aziende, agli investitori in quali aziende investire, con tutti gli inevitabili conflitti di interesse che ne derivano”, sottolinea la sempre ben informata pagina web Startmag.it.
Il New York Times rivelò a suo tempo, che l’amministrazione Trump si era affidata a McKinsey per gestire una questione che di solito è considerata materia di sicurezza nazionale, non appaltabile a società private: le politiche migratorie.
Per un compenso stimato intorno ai 20 milioni di dollari, McKinsey ha spiegato all’Immigration and Customs Enforcement come aumentare i rimpatri di migranti irregolari. E quali sono stati i “consigli” della McKinsey in materia? Ha suggerito di liberare risorse per accelerare le procedure, con un drastico taglio dei costi. Che nel caso di migranti irregolari detenuti sono cibo, assistenza medica e servizi vari.
Ed è lo stesso Sole24Ore a far sapere che “Il colosso della consulenza McKinsey ha accettato di pagare 573 milioni di dollari per accordarsi con le richieste di 49 stati americani secondo cui la società ha contribuito ad alimentare l’epidemia di dipendenze a base di oppioidi fornendo consulenza di marketing a produttori di farmaci tra cui Purdue Pharma e Johnson & Johnson.
McKinsey, con sede a New York, pagherà immediatamente circa l’80% della somma per rinforzare i programmi di trattamento e sostenere i bilanci della polizia messi a dura prova dall’abuso esteso degli antidolorifici che creano dipendenza. Il resto verrebbe pagato in quattro anni”.
Insomma con la decisione del governo Draghi di affidare la definizione delle linee guida del Recovery Plan ad un gruppo di avvoltoi come la McKinsey, si chiariscono molte delle cose che abbiamo denunciato con sistematicità in questi mesi, sia sulla natura e gli obiettivi del Recovery Plan conformato alle direttrici dell’Unione Europea, sia sulla natura del governo Draghi.
Questo governo è in perfetta continuità con quelli che hanno smantellato ogni ambito pubblico e privatizzato il privatizzabile nel nostro paese. Figuriamoci se si lasciavano sfuggire un bottino come 209 miliardi da gestire nei prossimi anni.
Fonte
Secondo quanto trapelato, sarebbe stato il ministro dell’Economia Daniele Franco – fedelissimo di Draghi – a contattare McKinsey per accelerare la stesura del piano, che deve essere consegnato alla Commissione europea entro fine aprile. Anche in questo caso, come nel contratto tra Commissione Europea e le società del Big Pharma, i termini del contratto non sono ancora noti ma, secondo la Repubblica, la società McKinsey dovrebbe ricevere “soltanto una sorta di rimborso spese”, la cui quantificazione non è dato sapere.
Al momento non si registrano reazioni significative sul piano politico. Le decisioni del governo Draghi, a quanto pare, usufruiscono di una “franchigia” che lo tiene al riparo delle critiche ma anche degli starnazzamenti di Salvini e compagnia.
È decisamente grave, ma non proprio sorprendente, che un governo nato sulle “competenze” affidi ad una società privata – indottrinata sulla logica del business, non certo della coesione sociale – la stesura di un piano economico/strategico decisivo per il futuro del paese; ovvero per investire i 209 miliardi previsti dall’Unione Europea nel Recovery Fund.
Molti partiti, nei mesi scorsi (Renzi in primis, ma anche Salvini), avevano starnazzato come oche contro l’ipotesi del governo Conte di affidare il Recovery Plan ad un pool di esperti esterni alla politica.
Ma adesso Draghi ha seguito esattamente la medesima strada, mettendo la stesura del piano economico in mano a gente con il pelo sul cuore, indottrinata a far quadrare i conti delle società multinazionali e non certo a misurarsi con le complesse priorità e necessità di un paese
Dai curricula emerge che alcuni ministeri-manager del governo, come Colao, hanno lavorato proprio per McKinsey. Ma chi l’avrebbe mai sospettato...
Alcuni giorni fa, su La Repubblica era possibile leggere che Draghi “ha fretta” e quindi ha deciso di scrivere “personalmente” il nuovo Recovery Plan, insieme al ministro Franco e a “un gruppo ristrettissimo di consiglieri“, tra i quali il bocconiano ultraliberista Francesco Giavazzi e Marco D’Alberti, docente di diritto amministrativo comparato all’università La Sapienza di Roma.
Per molti aspetti sembra un inquietante ritorno al passato, che però si manifesta come eterno presente. Non è superfluo ricordare che proprio la grande ondata di privatizzazioni e di smantellamento del sistema pubblico in Italia, dal 1992 in poi, venne realizzato con la consulenza di una società esterna – la Goldman Sachs (che lo rivendica anche sul suo sito) – e che l’input decisivo venne da Mario Draghi, il quale dieci anni dopo l’inizio “grande massacro sociale” del 1992, transitò con nonchalance dal Ministero del Tesoro proprio alla Goldman Sachs, dove rimase fino a quando venne nominato governatore della Bce.
La società di consulenza McKinsey appartiene alla stessa genìa maledetta. “McKinsey è diventata un governo ombra, non soltanto negli Stati Uniti, che consiglia alle grandi aziende come interagire con i governi, ai governi quali servizi esternalizzare alle aziende, agli investitori in quali aziende investire, con tutti gli inevitabili conflitti di interesse che ne derivano”, sottolinea la sempre ben informata pagina web Startmag.it.
Il New York Times rivelò a suo tempo, che l’amministrazione Trump si era affidata a McKinsey per gestire una questione che di solito è considerata materia di sicurezza nazionale, non appaltabile a società private: le politiche migratorie.
Per un compenso stimato intorno ai 20 milioni di dollari, McKinsey ha spiegato all’Immigration and Customs Enforcement come aumentare i rimpatri di migranti irregolari. E quali sono stati i “consigli” della McKinsey in materia? Ha suggerito di liberare risorse per accelerare le procedure, con un drastico taglio dei costi. Che nel caso di migranti irregolari detenuti sono cibo, assistenza medica e servizi vari.
Ed è lo stesso Sole24Ore a far sapere che “Il colosso della consulenza McKinsey ha accettato di pagare 573 milioni di dollari per accordarsi con le richieste di 49 stati americani secondo cui la società ha contribuito ad alimentare l’epidemia di dipendenze a base di oppioidi fornendo consulenza di marketing a produttori di farmaci tra cui Purdue Pharma e Johnson & Johnson.
McKinsey, con sede a New York, pagherà immediatamente circa l’80% della somma per rinforzare i programmi di trattamento e sostenere i bilanci della polizia messi a dura prova dall’abuso esteso degli antidolorifici che creano dipendenza. Il resto verrebbe pagato in quattro anni”.
Insomma con la decisione del governo Draghi di affidare la definizione delle linee guida del Recovery Plan ad un gruppo di avvoltoi come la McKinsey, si chiariscono molte delle cose che abbiamo denunciato con sistematicità in questi mesi, sia sulla natura e gli obiettivi del Recovery Plan conformato alle direttrici dell’Unione Europea, sia sulla natura del governo Draghi.
Questo governo è in perfetta continuità con quelli che hanno smantellato ogni ambito pubblico e privatizzato il privatizzabile nel nostro paese. Figuriamoci se si lasciavano sfuggire un bottino come 209 miliardi da gestire nei prossimi anni.
Fonte
11/01/2018
La disoccupazione tecnologica curata con la propaganda
Il tema comincia ad essere piuttosto trattato: cosa accadrà, a brevissimo termine, a causa della velocità con cui nel sistema produttivo i robot sostituiscono gli esseri umani?
Calcolando che l’automazione si applica sia alle mansioni quasi soltanto manuali, quanto (e a volte più facilmente) a quelle “di concetto”, la previsione è facile: centinaia di milioni di esseri umani resteranno senza un lavoro. Quindi con seri problemi di sopravvivenza, visto che i “mezzi di produzione” sono quasi tutti di proprietà privata e che, dunque, essere disponibili a vendere la propria forza lavoro non sarà affatto sufficiente a trovarlo, un lavoro.
Nasce da questa diffusa consapevolezza il moltiplicarsi di proposte più o meno realistiche su “reddito di cittadinanza”, “reddito minimo garantito”, “basic income” e via fantasticando. Non perché si tratti di soluzioni teoriche mal congegnate, a volte, ma per il banale fatto che l’erogatore di questo reddito dovrebbe essere lo Stato, o comunque istituzioni appartenenti alla sfera pubblica; che possono operare solo disponendo di risorse finanziarie derivanti dalla tassazione diretta (su redditi, ricavi, patrimoni, ecc) e indiretta (sui consumi, sotto forma di Iva o simili).
Ma il pensiero economico prevalente – anglosassone-neoliberista o germanico-ordoliberista – prescrive come indispensabile la riduzione al minimo delle prerogative di uno Stato: polizia, esercito, magistratura, servizi non remunerativi per i privati. E, di conseguenza, la riduzione al minimo del prelievo fiscale.
Ne deriva che uno Stato sempre più “povero” non ha alcuna possibilità di erogare reddito a un numero di cittadini sempre crescente che non riescono a trovare autonomamente un lavoro retribuito quanto basta a sopravvivere.
Ma fermare l’introduzione dell’automazione nei processi produttivi non si può. Anche se non vivessimo in regime capitalistico – appropriazione privata di quote crescenti della ricchezza prodotta – il lato “positivo” dell’automazione è solare: riduzione della fatica umana, sia dal lato fisico che da quello delle funzioni intellettuali noiose e ripetitive.
La soluzione “socialista” sarebbe la più logica (lavorare meno, lavorare tutti), ma è quella più difficile a farsi per pure ragioni di rapporti di forza: presuppone una rivoluzione globale, o perlomeno in un gran numero di paesi tecnologicamente avanzati.
Dunque, per tranquillizzare almeno un po’ le crescenti masse di disoccupati o sottoccupati – precari, part time, intermittenti, ecc, comunque con un salario al di sotto del livello minimo della sopravvivenza – diversi centri di analisi, media, opinionisti, ecc, si preoccupano di diffondere informazioni notevolmente addomesticate su come andranno le cose.
Appartiene a questo genere oppiaceo il rapporto elaborato dalla McKinsey e proposto in pillole da IlSole24Ore. Da un lato viene posto il dato agghiacciante – da qui al 2030, in tutto il mondo, spariranno 800 milioni di posti di lavoro – dall’altro un sedativo travestito da “consigli degli esperti”, con il titolo Ecco cosa devono imparare i nostri figli per battere i robot.
Ve lo riproponiamo così com’è, intervallato con le nostre obiezioni (in corsivo) proprio per evidenziare l’aspetto-sonnifero. Il crudele fato ha voluto che questo articoletto uscisse nello stesso giorno in cui l’Istat rende noti i dati sull’occupazione nella sola Italia, e che lo stesso giornale riassume – correttamente – nel titolo Cresce il lavoro ma non la qualità: boom di occupazione «bassa» e contratti precari, smontando in un colpo solo sia la narrazione proposta con insistenza dai camerieri di Renzi (“abbiamo creato un milione di posti di lavoro”), sia il clima di “fiducia nel futuro” che questo articolo vorrebbe spargere.
Enrico Marro
Un corposo report di McKinsey rivela: entro dodici anni le macchine avranno sostituito 800 milioni di lavoratori. Nelle economie avanzate un terzo di loro dovranno “reinventarsi”. E i bambini di oggi? Ecco come potrebbero riuscire a battere l’automazione.
Il contrasto tra notizia negativa (12 anni sono un battito di ciglia, in una tendenza di queste dimensioni) e “consulenza positiva” è immediato, violento, attenuato solo dall’essere scritto, anziché detto. Un terzo dei lavoratori attualmente “sicuri” uscirà dal processo produttivo e quindi resterà privo di un salario, decente o meno che sia. “Dovrà reinventarsi”, consola il terribile Marro. E insieme a loro i bambini che stanno frequentando scuole o corsi di formazione chiaramente inadeguati a contrastare lo tsunami. Come? In modi praticamente impossibili, anche se presentati come quasi facili.
1. Tenere conto della domanda lavoro STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica)
La prima cosa da tenere presente è la crescente domanda di professionisti che sviluppino nuove tecnologie, o siano in grado di analizzare e interpretare i “big data” prodotti da queste tecnologie. La domanda di professioni STEM (legate a scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) è in continua crescita ovunque, anche in Europa dove – come conferma uno studio del Parlamento Europeo – la richiesta di figure di questo tipo è destinata ad aumentare dell’8% entro il 2025, contro il 3% medio degli altri lavori. Fondamentale è quindi insegnare nelle scuole le basi della statistica, per aiutare gli studenti a comprendere un mondo sempre più guidato dai “big data”, ma anche le basi della programmazione, che per la verità sono già presenti fin dalla prima elementare nei curriculum scolastici britannico e estone.
Partiamo dal dato più sicuro: le mansioni in campo informatico sono le uniche (o comunque tecnico-scientifico) ad avere una qualche possibilità di espansione quantitativa nell’immediato futuro. Ma quanti posti di lavoro in più è logico attendersi da questo comparto? L’8%.
Anche chi non ha dimestichezza con gli inganni della statistica può capire che l’8% in più (grazie allo sviluppo dell’automazione) è assai meno del 33% in meno (maledetto sviluppo dell’automazione). Se poi facciamo caso al fatto che l’aumento di posti nei settori tecnico-scientifici è proporzionale a un numero oggi abbastanza ridotto (la stragrande maggioranza degli attuali occupati è impegnato altrove), mentre la diminuzione riguarda appunto tutti gli altri comparti, c’è da preoccuparsi.
Facciamo due conti. Nella sola Unione Europea a 28 – inclusa ancora la Gran Bretagna – nel 2016 gli occupati nel settore Ict (information communication technology) erano il 3,5% del totale, 1 su 30 rispetto al totale. In pratica, meno di 8 milioni. Anche ammettendo che “la domanda lavoro STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica)” sia parecchio più vasta, ci sembra realistico ipotizzare una cifra da due a quattro volte superiore, al massimo. Ossia 16-32 milioni di persone, in un continente particolarmente sviluppato, su circa 250 milioni di occupati.
Traducendo in numeri assoluti le percentuali del rapporto McKinsey abbiamo che, nella sola Ue a 28, da qui al 2030 spariranno oltre 80 milioni di posti di lavoro, a fronte della creazione di una cifra oscillante tra gli 1,5 e i 3 milioni. Vi sentite rassicurati? Meglio che sappiate allora che l’Italia è uno dei paesi posizionati peggio, in questa classifica Ict, con appena 558mila occupati (il 2,5% del totale). Dunque – ipotizzando ottimisticamente che la classifica non peggiori – avremo tra poco più di dieci anni circa 45-90.000 lavoratori tecnologici in più, mentre andranno perduti oltre 7 milioni di posti attuali (gli occupati, secondo l’Istat, sono 23 milioni). Non parliamo poi, per non spaventare troppo, di cosa potrà accadere in economie meno sviluppate, dove – cioè – le mansioni sono in genere ancora più ripetitive, seriali, meccanizzabili, automatizzabili.
Per quanto riguarda i “consigli” di Marro, non abbiamo nulla da eccepire a che nelle scuole si impari un po’ più statistica e informatica, magari fin dalle elementari. Ma deve esser chiaro che queste conoscenze garantiranno un lavoro decente a una percentuale davvero minima dei bambini che oggi stanno studiando (l’offerta di lavoro non dipende dalle conoscenza disponibili, ma dalle necessità dell’impresa; perlomeno in ambito capitalistico)
Quanto agli adulti che dovrebbero “reinventarsi” in questo campo, beh… lasciamo perdere. Provate da soli ad immaginare quanti metalmeccanici, impiegati pubblici, autisti, camerieri o pizzettari potranno “reinventarsi” semi-scienziati nel giro di pochi anni.
2. Sviluppare creatività, empatia e flessibilità
Secondo l’analisi di McKinsey, nel futuro mondo delle macchine gli esseri umani domineranno ancora incontrastati tutte le professioni che implicano la guida, la gestione e l’interazione con altri esseri umani. Questo richiede doti di intelligenza emotiva, sensibilità, creatività e capacità di “problem solving” collaborativo: tutte abilità che spesso non fanno parte dei tradizionali curriculum scolastici. Automazione e globalizzazione richiederanno sempre più elasticità mentale, flessibilità, capacita di adattamento, ma soprattutto tenacia e voglia di imparare. Cose che non sempre si riescono a imparare sui banchi di scuola.
Dice bene, il Marro. Queste cose non si imparano in nessuna scuola del mondo. Sono infatti il prodotto di un mix molto particolare (esperienze di vita, talento individuale, studi in diverse discipline ad alto grado di astrazione) e senza quasi possibilità di essere tradotto in “programmi di scuola”. Diciamo che dei laureati in filosofia, matematica, fisica, hanno discrete possibilità di riuscire a sintetizzare alcune di queste capacità “creative”. Magari anche qualche altra laurea potrà fare da backgraound indispensabile. Ma non è pane masticabile da qualsiasi dentiera. Dunque questo “consiglio” non serve a molto. Tantomeno a molti.
3. Avere le idee chiare su ambizioni personali e mercato del lavoro
La tumultuosa evoluzione del mondo del lavoro mette a dura prova i programmi scolastici, spesso incapaci di formare figure al passo con la domanda. Il “gap” tra istruzione e lavoro rischia quindi di allargarsi, spiega il report, ricordando come sia i datori di lavoro che i giovani siano ben consapevoli dei limiti di quanto si è appreso a scuola. Un’altra ricerca McKinsey del 2012 conferma come il 39% dei datori consideri la mancanza di competenze il maggior limite alle assunzioni. E’ quindi fondamentale un corretto orientamento professionale, in sintonia con le attitudini e le ambizioni personali ma anche con le esigenze del mondo del lavoro.
Andando aventi si scende di livello, nella qualità dei “consigli”. Le scuole – sia pubbliche che private – sono istituzioni che si pongono l’obiettivo di trasmettere conoscenza. Il tempo di apprendimento di conoscenze di alto livello è necessariamente lungo, negli esseri umani. E il tempo di obsolescenza delle mitiche “competenze” viaggia quasi alla pari con quello degli smartphone Apple (appena indagata, in Francia, per averli programmati per una vita breve, stile Blade Runner). Tradotto: ti serve molto tempo per imparare cose complesse, quel che hai imparato serve per poco tempo, viene superato da “competenze” nuove. Gli imprenditori possono lamentarsi quanto vogliono per l’allargarsi del gap tra livelli formativi e conoscenze necessarie alla produzione. Ma quel gap è il risultato della scuola che loro hanno preteso di disegnare ovunque nel mondo, abolendo la conoscenza (flessibilità intellettuale, adattamento a condizioni diverse, ecc) a favore di “competenze” irrigidite in schemi di pronta applicazione pratica (sapere procedurale, inevitabilmente inadatto a qualsiasi upgrade che comporti salti cognitivi rilevanti). Lo stesso Marro, insomma, quando comincerà a vedersi sostituito da un programma di scrittura giornalistica (per ora, per esempio all’Associated Press, li si applica alle notizie di borsa e ai risultati sportivi, senza più intervento umano), potrebbe trovare abbastanza complicato “reinventarsi” in un altro mestiere...
4. Sfruttare le nuove possibilità di apprendimento online
L’era digitale sta portando con sé anche grandi possibilità di imparare in modo nuovo, attraverso piattaforme online molto più flessibili dell’insegnamento tradizionale. E’ il caso dei MOOC, i “massive open online course”, le piattaforme digitali per apprendere come Cousera o Udacity: secondo i dati di Class Central, oltre 800 università mondiali – comprese alcune italiane – hanno lanciato circa 8mila corsi online, con oltre 60 milioni di studenti che ne hanno frequentato almeno uno. E il trend continua a essere in crescita, anche se l’efficacia dei corsi online rispetto a una buona università “fisica” è ancora tutta da dimostrare.
Qui il manoscritto si interrompe brutalmente. Lo stesso “consigliere” si vede costretto a prendere le distanze da quel che ha appena scritto con una “chiusa” critica (l’efficacia dei corsi online rispetto a una buona università “fisica” è ancora tutta da dimostrare). Forse memore della gioia intellettuale provata apprendendo concetti, grazie a una buona guida e a testi che sfidano l’eternità.
Fonte
Calcolando che l’automazione si applica sia alle mansioni quasi soltanto manuali, quanto (e a volte più facilmente) a quelle “di concetto”, la previsione è facile: centinaia di milioni di esseri umani resteranno senza un lavoro. Quindi con seri problemi di sopravvivenza, visto che i “mezzi di produzione” sono quasi tutti di proprietà privata e che, dunque, essere disponibili a vendere la propria forza lavoro non sarà affatto sufficiente a trovarlo, un lavoro.
Nasce da questa diffusa consapevolezza il moltiplicarsi di proposte più o meno realistiche su “reddito di cittadinanza”, “reddito minimo garantito”, “basic income” e via fantasticando. Non perché si tratti di soluzioni teoriche mal congegnate, a volte, ma per il banale fatto che l’erogatore di questo reddito dovrebbe essere lo Stato, o comunque istituzioni appartenenti alla sfera pubblica; che possono operare solo disponendo di risorse finanziarie derivanti dalla tassazione diretta (su redditi, ricavi, patrimoni, ecc) e indiretta (sui consumi, sotto forma di Iva o simili).
Ma il pensiero economico prevalente – anglosassone-neoliberista o germanico-ordoliberista – prescrive come indispensabile la riduzione al minimo delle prerogative di uno Stato: polizia, esercito, magistratura, servizi non remunerativi per i privati. E, di conseguenza, la riduzione al minimo del prelievo fiscale.
Ne deriva che uno Stato sempre più “povero” non ha alcuna possibilità di erogare reddito a un numero di cittadini sempre crescente che non riescono a trovare autonomamente un lavoro retribuito quanto basta a sopravvivere.
Ma fermare l’introduzione dell’automazione nei processi produttivi non si può. Anche se non vivessimo in regime capitalistico – appropriazione privata di quote crescenti della ricchezza prodotta – il lato “positivo” dell’automazione è solare: riduzione della fatica umana, sia dal lato fisico che da quello delle funzioni intellettuali noiose e ripetitive.
La soluzione “socialista” sarebbe la più logica (lavorare meno, lavorare tutti), ma è quella più difficile a farsi per pure ragioni di rapporti di forza: presuppone una rivoluzione globale, o perlomeno in un gran numero di paesi tecnologicamente avanzati.
Dunque, per tranquillizzare almeno un po’ le crescenti masse di disoccupati o sottoccupati – precari, part time, intermittenti, ecc, comunque con un salario al di sotto del livello minimo della sopravvivenza – diversi centri di analisi, media, opinionisti, ecc, si preoccupano di diffondere informazioni notevolmente addomesticate su come andranno le cose.
Appartiene a questo genere oppiaceo il rapporto elaborato dalla McKinsey e proposto in pillole da IlSole24Ore. Da un lato viene posto il dato agghiacciante – da qui al 2030, in tutto il mondo, spariranno 800 milioni di posti di lavoro – dall’altro un sedativo travestito da “consigli degli esperti”, con il titolo Ecco cosa devono imparare i nostri figli per battere i robot.
Ve lo riproponiamo così com’è, intervallato con le nostre obiezioni (in corsivo) proprio per evidenziare l’aspetto-sonnifero. Il crudele fato ha voluto che questo articoletto uscisse nello stesso giorno in cui l’Istat rende noti i dati sull’occupazione nella sola Italia, e che lo stesso giornale riassume – correttamente – nel titolo Cresce il lavoro ma non la qualità: boom di occupazione «bassa» e contratti precari, smontando in un colpo solo sia la narrazione proposta con insistenza dai camerieri di Renzi (“abbiamo creato un milione di posti di lavoro”), sia il clima di “fiducia nel futuro” che questo articolo vorrebbe spargere.
*****
Ecco cosa devono imparare i nostri figli per battere i robot
Enrico Marro
Un corposo report di McKinsey rivela: entro dodici anni le macchine avranno sostituito 800 milioni di lavoratori. Nelle economie avanzate un terzo di loro dovranno “reinventarsi”. E i bambini di oggi? Ecco come potrebbero riuscire a battere l’automazione.
Il contrasto tra notizia negativa (12 anni sono un battito di ciglia, in una tendenza di queste dimensioni) e “consulenza positiva” è immediato, violento, attenuato solo dall’essere scritto, anziché detto. Un terzo dei lavoratori attualmente “sicuri” uscirà dal processo produttivo e quindi resterà privo di un salario, decente o meno che sia. “Dovrà reinventarsi”, consola il terribile Marro. E insieme a loro i bambini che stanno frequentando scuole o corsi di formazione chiaramente inadeguati a contrastare lo tsunami. Come? In modi praticamente impossibili, anche se presentati come quasi facili.
1. Tenere conto della domanda lavoro STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica)
La prima cosa da tenere presente è la crescente domanda di professionisti che sviluppino nuove tecnologie, o siano in grado di analizzare e interpretare i “big data” prodotti da queste tecnologie. La domanda di professioni STEM (legate a scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) è in continua crescita ovunque, anche in Europa dove – come conferma uno studio del Parlamento Europeo – la richiesta di figure di questo tipo è destinata ad aumentare dell’8% entro il 2025, contro il 3% medio degli altri lavori. Fondamentale è quindi insegnare nelle scuole le basi della statistica, per aiutare gli studenti a comprendere un mondo sempre più guidato dai “big data”, ma anche le basi della programmazione, che per la verità sono già presenti fin dalla prima elementare nei curriculum scolastici britannico e estone.
Partiamo dal dato più sicuro: le mansioni in campo informatico sono le uniche (o comunque tecnico-scientifico) ad avere una qualche possibilità di espansione quantitativa nell’immediato futuro. Ma quanti posti di lavoro in più è logico attendersi da questo comparto? L’8%.
Anche chi non ha dimestichezza con gli inganni della statistica può capire che l’8% in più (grazie allo sviluppo dell’automazione) è assai meno del 33% in meno (maledetto sviluppo dell’automazione). Se poi facciamo caso al fatto che l’aumento di posti nei settori tecnico-scientifici è proporzionale a un numero oggi abbastanza ridotto (la stragrande maggioranza degli attuali occupati è impegnato altrove), mentre la diminuzione riguarda appunto tutti gli altri comparti, c’è da preoccuparsi.
Facciamo due conti. Nella sola Unione Europea a 28 – inclusa ancora la Gran Bretagna – nel 2016 gli occupati nel settore Ict (information communication technology) erano il 3,5% del totale, 1 su 30 rispetto al totale. In pratica, meno di 8 milioni. Anche ammettendo che “la domanda lavoro STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica)” sia parecchio più vasta, ci sembra realistico ipotizzare una cifra da due a quattro volte superiore, al massimo. Ossia 16-32 milioni di persone, in un continente particolarmente sviluppato, su circa 250 milioni di occupati.
Traducendo in numeri assoluti le percentuali del rapporto McKinsey abbiamo che, nella sola Ue a 28, da qui al 2030 spariranno oltre 80 milioni di posti di lavoro, a fronte della creazione di una cifra oscillante tra gli 1,5 e i 3 milioni. Vi sentite rassicurati? Meglio che sappiate allora che l’Italia è uno dei paesi posizionati peggio, in questa classifica Ict, con appena 558mila occupati (il 2,5% del totale). Dunque – ipotizzando ottimisticamente che la classifica non peggiori – avremo tra poco più di dieci anni circa 45-90.000 lavoratori tecnologici in più, mentre andranno perduti oltre 7 milioni di posti attuali (gli occupati, secondo l’Istat, sono 23 milioni). Non parliamo poi, per non spaventare troppo, di cosa potrà accadere in economie meno sviluppate, dove – cioè – le mansioni sono in genere ancora più ripetitive, seriali, meccanizzabili, automatizzabili.
Per quanto riguarda i “consigli” di Marro, non abbiamo nulla da eccepire a che nelle scuole si impari un po’ più statistica e informatica, magari fin dalle elementari. Ma deve esser chiaro che queste conoscenze garantiranno un lavoro decente a una percentuale davvero minima dei bambini che oggi stanno studiando (l’offerta di lavoro non dipende dalle conoscenza disponibili, ma dalle necessità dell’impresa; perlomeno in ambito capitalistico)
Quanto agli adulti che dovrebbero “reinventarsi” in questo campo, beh… lasciamo perdere. Provate da soli ad immaginare quanti metalmeccanici, impiegati pubblici, autisti, camerieri o pizzettari potranno “reinventarsi” semi-scienziati nel giro di pochi anni.
2. Sviluppare creatività, empatia e flessibilità
Secondo l’analisi di McKinsey, nel futuro mondo delle macchine gli esseri umani domineranno ancora incontrastati tutte le professioni che implicano la guida, la gestione e l’interazione con altri esseri umani. Questo richiede doti di intelligenza emotiva, sensibilità, creatività e capacità di “problem solving” collaborativo: tutte abilità che spesso non fanno parte dei tradizionali curriculum scolastici. Automazione e globalizzazione richiederanno sempre più elasticità mentale, flessibilità, capacita di adattamento, ma soprattutto tenacia e voglia di imparare. Cose che non sempre si riescono a imparare sui banchi di scuola.
Dice bene, il Marro. Queste cose non si imparano in nessuna scuola del mondo. Sono infatti il prodotto di un mix molto particolare (esperienze di vita, talento individuale, studi in diverse discipline ad alto grado di astrazione) e senza quasi possibilità di essere tradotto in “programmi di scuola”. Diciamo che dei laureati in filosofia, matematica, fisica, hanno discrete possibilità di riuscire a sintetizzare alcune di queste capacità “creative”. Magari anche qualche altra laurea potrà fare da backgraound indispensabile. Ma non è pane masticabile da qualsiasi dentiera. Dunque questo “consiglio” non serve a molto. Tantomeno a molti.
3. Avere le idee chiare su ambizioni personali e mercato del lavoro
La tumultuosa evoluzione del mondo del lavoro mette a dura prova i programmi scolastici, spesso incapaci di formare figure al passo con la domanda. Il “gap” tra istruzione e lavoro rischia quindi di allargarsi, spiega il report, ricordando come sia i datori di lavoro che i giovani siano ben consapevoli dei limiti di quanto si è appreso a scuola. Un’altra ricerca McKinsey del 2012 conferma come il 39% dei datori consideri la mancanza di competenze il maggior limite alle assunzioni. E’ quindi fondamentale un corretto orientamento professionale, in sintonia con le attitudini e le ambizioni personali ma anche con le esigenze del mondo del lavoro.
Andando aventi si scende di livello, nella qualità dei “consigli”. Le scuole – sia pubbliche che private – sono istituzioni che si pongono l’obiettivo di trasmettere conoscenza. Il tempo di apprendimento di conoscenze di alto livello è necessariamente lungo, negli esseri umani. E il tempo di obsolescenza delle mitiche “competenze” viaggia quasi alla pari con quello degli smartphone Apple (appena indagata, in Francia, per averli programmati per una vita breve, stile Blade Runner). Tradotto: ti serve molto tempo per imparare cose complesse, quel che hai imparato serve per poco tempo, viene superato da “competenze” nuove. Gli imprenditori possono lamentarsi quanto vogliono per l’allargarsi del gap tra livelli formativi e conoscenze necessarie alla produzione. Ma quel gap è il risultato della scuola che loro hanno preteso di disegnare ovunque nel mondo, abolendo la conoscenza (flessibilità intellettuale, adattamento a condizioni diverse, ecc) a favore di “competenze” irrigidite in schemi di pronta applicazione pratica (sapere procedurale, inevitabilmente inadatto a qualsiasi upgrade che comporti salti cognitivi rilevanti). Lo stesso Marro, insomma, quando comincerà a vedersi sostituito da un programma di scrittura giornalistica (per ora, per esempio all’Associated Press, li si applica alle notizie di borsa e ai risultati sportivi, senza più intervento umano), potrebbe trovare abbastanza complicato “reinventarsi” in un altro mestiere...
4. Sfruttare le nuove possibilità di apprendimento online
L’era digitale sta portando con sé anche grandi possibilità di imparare in modo nuovo, attraverso piattaforme online molto più flessibili dell’insegnamento tradizionale. E’ il caso dei MOOC, i “massive open online course”, le piattaforme digitali per apprendere come Cousera o Udacity: secondo i dati di Class Central, oltre 800 università mondiali – comprese alcune italiane – hanno lanciato circa 8mila corsi online, con oltre 60 milioni di studenti che ne hanno frequentato almeno uno. E il trend continua a essere in crescita, anche se l’efficacia dei corsi online rispetto a una buona università “fisica” è ancora tutta da dimostrare.
Qui il manoscritto si interrompe brutalmente. Lo stesso “consigliere” si vede costretto a prendere le distanze da quel che ha appena scritto con una “chiusa” critica (l’efficacia dei corsi online rispetto a una buona università “fisica” è ancora tutta da dimostrare). Forse memore della gioia intellettuale provata apprendendo concetti, grazie a una buona guida e a testi che sfidano l’eternità.
Fonte
21/07/2015
Il debito è diventato il motore del mondo
Mentre tutti parlano della crescita prossima ventura, che immancabilmente dovrà arrivare come conseguenza della “sistemazione dei conti pubblici”, almeno qui in Europa. Mentre si sbrana la Grecia privandola platealmente della possibilità di darsi un governo liberamente scelto (o meglio: della possibilità che qualsiasi governo possa attuare una politica economica liberamente scelta)... Il rapporto McKinsey sull'andamento del debito globale ci descrive una realtà completamente diversa.
Precisiamo che non si tratta di un'organizzazione sovversiva, ma di una multinazionale della consulenza finanziaria, con più di 9.000 consulenti, presente in più di 60 paesi, circa 2.000 ricercatori e professionisti dell'informazione. E che ha sfornato in febbraio, dopo cinque anni, un secondo rapporto sull'andamento del debito globale.
Un'altra precisazione iniziale è fondamentale: il debito esistente non è soltanto pubblico, ovvero degli Stati spendaccioni e frivoli. Anzi, esistono ben quattro categorie ufficiali di debito: familiare, societario, statale e finanziario. Prima scoperta: quello degli Stati era la parte più piccola nel 2007, al momento della crisi finanziaria globale accesa dall'esplosione dei mutui subprime statunitensi. In quel momento, infatti, il debito pubblico globale assommava a 33.000 miliardi di dollari, tanti quanti il debito delle famiglie e meno del debito societario (38.000 miliardi) e finanziario (37.000).
Con la necessità di “salvare le banche”, esposte in modo folle verso tutti i “prodotti finanziari derivati” – creature dal contenuto misterioso e liberamente scambiati su mercati “non regolamentati” (over the counter) – il debito degli Stati è salito molto più rapidamente della altre tre categorie. Per la precisione, del 9,3% l'anno nel periodo 2007-2014. Il grafico di McKinsey lo illustra con chiarezza:
Ci sembrano da sottolineare due cose: nel periodo precedente l'inizio della crisi (2000-07) la situazione era esattamente rovesciata. Il debito finanziario cresceva annualmente del 9,4%, mentre quello pubblico del 5,8; dopo di che quello finanziario è crollato a un ritmo di crescita del 2,8%. Nonostante ovunque, nei sistemi capitalistici occidentali, Giappone compreso, si sia corso a tagliare la spesa pubblica “improduttiva” (stipendi pubblici, pensioni, sanità, assistenza, istruzione, ecc), il debito pubblico è cresciuto rapidamente per compensare le voragini aperte dal moral hazard finanziario.
Se ne potrebbe già qui dedurre che non si taglia affatto la spesa per ridurre il debito pubblico perché così l'economia funziona meglio, ma solo per sostenere il più possibile le esigenze dei mercati finanziari.
Ma è solo uno dei punti rilevanti.
Nello stesso periodo post-crisi tutte le voci del debito globale sono comunque aumentate, fino a passare dal 246 al 286% del prodotto interno lordo del pianeta. Quasi il triplo della ricchezza che viene prodotta, quindi. In termini assoluti, il debito è cresciuto di 57.000 miliardi di dollari, quasi quanto il Pil mondiale annuale. La conseguenza sembra evidente: il pianeta, pur tra grandi differenze di competitività e redditività degli investimenti, nel corso di questi anni ha attraversato la recessione e poi recuperato un filo di crescita economica solo perché tutti i soggetti rilevanti hanno continuato ad indebitarsi. Anzi, hanno accelerato questa dinamica.
Gli editorialisti della stampa mainstream non mancano di tranquillizzarci: “una volta partita la ripresa in modo solido, si potrà ridurre il debito complessivo”. Ovvero ridurre la leva finanziaria abnorme che sostiene questa precaria instabilità. Il deleveraging, insomma, dopo gli eccessi degli anni scorsi.
Peccato – davvero peccato – che fin dall'inizio il rapporto McKinsey avverta: “Nel nostro primo rapporto, pubblicato nel gennaio 2010, abbiamo esaminato la crescita del debito nelle dieci economie più grandi del mondo, e abbiamo identificato 45 episodi storici di deleveraging a partire dal 1930. Abbiamo scoperto che gli episodi di deleveraging durano 5-7 anni, e sono accompagnati da bassa o negativa crescita economica, una scoperta che è stata ora resa dolorosamente evidente”.
Ogni tentativo di riduzione del debito complessivo (imprese, famiglie, Stati, finanza) si traduce sempre in indebolimento della crescita economica. Si può dire in altro modo, forse più chiaro: la crescita esiste se aumenta il debito complessivo, altrimenti non si regge sulle gambe.
Anche la distribuzione del debito tra i vari paesi risulta abbastanza sorprendente. Tra i paesi che presentano il maggiore indebitamento complessivo troviamo non solo la povera Grecia, ma soprattutto paesi Piigs considerati ”virtuosissimi”, perché i loro governi hanno obbedito in tutto ai diktat della Troika: Irlanda, Portogallo, Spagna. Ma anche Singapore e Cina, che certo non consideriamo tra quelli “cicale”; oppure Olanda, Francia, Finlandia, Belgio, che sono stati in prima fila nel waterboarding mentale nei confronti del governo greco.
In particolare Irlanda e Spagna risultano in testa alla lista degli stati che hanno dovuto far volare il debito pubblico per coprire i buchi delle banche: e se non sorprende che nella lista ci siano gli Stati Uniti e l'Australia, certo fa scalpore trovarci Germania e Austria, campioni del rigorismo in casa altrui.
Basta guarda i paesi che presentano il segno “meno” nell'ultima colonna, che riporta il mutamento percentuale del peso del debito finanziario.
Una molla potente per l'esplosione del debito complessivo è venuta dai numerosi quantitative easing delle principali banche centrali (Usa, Gran Bretagna, Giappone, Bce). Pensati per garantire liquidità a un sistema che andava bloccandosi sotto il peso di crediti (debiti, visti dal lato opposto) diventati inesigibili, sono andati talmente avanti da produrre un fenomeno speculativo particolare: il costo del denaro è stato azzerato e quindi tutti i vari soggetti economici (stati, famiglie, finanza, imprese) si sono indebitati più facilmente – chi per alimentare i consumi, chi per concretizzare investimenti, chi per fare un po' di speculazione supplementare.
Si dice: in questo modo si è impedito all'economia globale di collassare quando, nel 2008, il fallimento della Lehmann Brothers – e quello evitato per un soffio a forza di soldi pubblici di numerose altre – aveva azzerato l'emissione di prestiti e quindi congelato grossa parte delle attività economiche “reali”.
Vero. Ma al prezzo di ingigantire la massa di debito non restituibile. Le operazioni di salvataggio, fu scritto allora, hanno semplicemente scaricato sugli Stati le “sofferenze” in carico al sistema finanziario e le emissioni di liquidità hanno reso possibile la ripresa di tutte le dinamiche speculative peggiori, senza fare nessuna pulizia nel sistema. Non è del resto più possibile, perché gli Stati hanno ormai un'influenza marginale sui mercati finanziari globali (anche quelli più forti, come Stati Uniti e Cina). Soprattutto su quelli over the counter, fuori da ogni regolazione, dove gli scambi raggiungevano – prima dell'inizio della crisi – la folle cifra di 650.000 miliardi di dollari, ossia 10 volte il Pil mondiale. Mercati che stampano autonomamente denaro mediante la creazione di “prodotti finanziari derivati” – letteralmente: pezzi di carta – che hanno come pseudo-garanzia... il debito altrui.
Il capitalismo contemporaneo ha reso il debito un prodotto scambiabile, qualcosa che ha un prezzo e ovviamente un rischio. Esiste da decenni addirittura un settore di mercato dedicato alle “assicurazioni” contro il fallimento degli Stati (i credit default swap). Un mercato che esiste solo fin quando uno Stato non fallisce davvero, perché nessuno è in grado di ripagare i creditori di uno Stato di dimensioni medio-grandi.
Il meccanismo è ormai completamente istituzionalizzato. Dunque vanno esorcizzati i fallimenti per tenere in piedi la baracca – e il business – del debito. Lo si vede con la povera Grecia. Non si può tagliare (ossia annullare) buona parte dei suoi debiti, al massimo si possono congelarli e contemporaneamente aumentarli con nuovi prestiti (semplice liquidità “garantita” da altri soggetti). Perché altrimenti si aprirebbero buchi consistenti nei bilanci dei creditori. Buchi reali, da riempire in qualche modo, in tempi stretti.
Si spazza il debito non ripagabile sotto il tappeto. Ma il cumulo aumenta di giorno in giorno. E alla fine, per un motivo qualsiasi, per un evento che giungerà come sempre “inatteso”, esploderà una delle tante “bolle” sistemiche che metterà in pericolo una economia globale che cresce già ora – e da molti anni – solo grazie all'aumento del debito.
Con una sottolineatura finale decisiva: una crescita (quando c'è) sempre più lenta a fronte di un debito sempre più veloce. Dite voi quanto può durare...
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)

