Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/03/2026
L’impatto della guerra all'Iran sui prezzi dell’energia
Le prospettive rappresentano una minaccia economica globale e una vulnerabilità politica per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in vista delle elezioni di medio termine, con gli elettori sensibili alle bollette energetiche e sfavorevoli agli impicci all’estero.
I prezzi globali del petrolio sono aumentati di oltre il 25 percento dall’inizio della guerra, facendo salire i prezzi dei carburanti per i consumatori di tutto il mondo.
Il prezzo medio nazionale della benzina ha raggiunto i 3,41 dollari al gallone (0,9 dollari al litro) sabato, secondo l’American Automobile Association (AAA), con un aumento di 0,43 dollari nell’ultima settimana. Goldman Sachs ha avvertito che i prezzi del petrolio potrebbero salire sopra i 100 dollari al barile se le interruzioni delle spedizioni dovessero continuare.
Per capire la dimensione dell’impatto di questo prezzo sui consumatori Usa bisogna ricordare che “2 dollari al gallone” è considerato quasi un “diritto costituzionale”, su cui si misura la popolarità o meno di qualsiasi presidente. Specie se la guerra non è stata “imposta dall’esterno” (come per Pearl Harbour o altre situazioni credibilmente “montate” come “attacchi nemici” ad alleati strategici), ma è stata una decisione unilaterale del presidente.
Il greggio statunitense ha chiuso venerdì appena sotto i 91 dollari al barile – il suo più grande guadagno settimanale mai registrato nei dati dal 1983 ad oggi, indicando che i prezzi potrebbero continuare a salire.
“Il mercato sta passando dalla valutazione del puro rischio geopolitico alla gestione di tangibili interruzioni operative, poiché le chiusure delle raffinerie e i vincoli alle esportazioni iniziano a compromettere la lavorazione del greggio e i flussi di approvvigionamento regionali”, hanno affermato gli analisti di JP Morgan all’inizio di questa settimana.
A determinare l’aumento, insomma, è solo in parte “la paura” per le forniture future; sono soprattutto gli incagli concreti che già oggi – dopo una sola settimana – la “catena di lavorazione degli idrocarburi” sta incontrando.
Il conflitto ha già portato alla sospensione di circa un quinto dell’offerta globale di greggio e gas naturale, poiché Teheran prende di mira le navi nel vitale Stretto di Hormuz tra le sue coste e l’Oman, e attacca le infrastrutture energetiche in tutta la regione.
Una chiusura quasi completa dello stretto significa che i principali produttori di petrolio della regione – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq e Kuwait – hanno dovuto sospendere le spedizioni di ben 140 milioni di barili di petrolio – pari a circa 1,4 giorni della domanda globale – verso le raffinerie di tutto il mondo.
Più dell’80 percento del commercio globale si muove via mare, secondo la Banca Mondiale, il che significa che le interruzioni nella via d’acqua potrebbero aumentare i costi di trasporto e ritardare le consegne delle merci. Si tratta di un ciclo continuo di estrazione/trasporto/lavorazione/distribuzione che non prevede “fermi in magazzino” troppo consistenti.
Gli impianti di stoccaggio in tutte le “stazioni di passaggio” sono dimensionati su pochi giorni di accumulo per ragioni assolutamente fisiche (dove si mettono decine di milioni di barili?). È una merce non comprimibile con volumi colossali e in costante aumento, vista anche la contemporanea rinuncia dell’Occidente a continuare sulla strada della decarbonizzazione a causa della resistenza delle imprese.
Come risultato di questi sviluppi, lo stoccaggio di petrolio e gas negli impianti del Golfo sta rapidamente raggiungendo i limiti fisici, costringendo i giacimenti petroliferi in Iraq e Kuwait a ridurre o fermare la produzione di petrolio. Gli Emirati Arabi Uniti, che oltretutto hanno partecipato per la prima volta ad attacchi aerei contro l’Iran, probabilmente taglieranno a breve, hanno detto a Reuters analisti, trader e fonti.
“Ad un certo punto, presto, tutti fermeranno la produzione se le navi non arriveranno”, ha preannunciato una compagnia petrolifera statale della regione che ha chiesto di non essere nominata.
Ma una volta fermata la produzione non è immediato ricominciare ad estrarre. La metafora della “pompa di benzina”, col rubinetto che si apre e si chiude a comando, vale appunto solo per gli impianti di distribuzione al consumo.
I pozzi di petrolio prevedono procedure e tempi assai meno istantanei. E i giacimenti petroliferi in tutto il Medio Oriente, se costretti a fermare la produzione a causa delle interruzioni delle spedizioni, potrebbero impiegare del tempo per tornare alla normalità.
“Il conflitto potrebbe finire anche domani, ma potrebbero volerci giorni, settimane o mesi, a seconda del tipo di giacimenti, dell’età del giacimento, del tipo di fermata che hanno dovuto effettuare, prima di poter riportare la produzione ai livelli precedenti”, ha detto il responsabile in loco di una multinazionale del settore.
Le forze iraniane, nel frattempo, per ovvia reazione agli attacchi ai propri depositi (vedi quelli di Tehran, ieri), stanno prendendo di mira le infrastrutture energetiche regionali, comprese raffinerie e terminali, costringendole anch’esse alla chiusura. Si tratta di impianti più o meno danneggiati, che avranno bisogno di riparazioni di diversa entità, ma comunque importanti.
Il Qatar, principale esportatore di gas, ha dichiarato ieri l’arresto della produzione per cause di forza maggiore dopo gli attacchi dei droni iraniani. Potrebbe essere necessario almeno un mese per tornare ai normali livelli di produzione, hanno detto alcune fonti a Reuters. Il Qatar fornisce il 20 percento del gas naturale liquefatto (GNL) globale.
Nel frattempo, l’enorme raffineria e terminale di esportazione di greggio Ras Tanura di Saudi Aramco è stata anch’essa chiusa a causa degli attacchi, senza dettagli sui danni. Il che non è un buon segno...
Gli economisti, che com’è noto prevedono solo il passato, concludono che la situazione potrebbe creare “una combinazione di prezzi più alti e crescita più lenta”. Nessuno l’avrebbe mai pensato, vero?
Interessante vedere, come nel grafico qui di fianco, l’enorme differenza tra “riserve accertate” e “introiti da estrazione” tra i diversi produttori di petrolio. Per ragioni decisamente politiche alcuni grandi possessori di riserve hanno fin qui avuto un ruolo marginale sul mercato globale (clamoroso il caso del Venezuela, praticamente primo e ultimo nelle due diverse classifiche), mentre altri paesi – a cominciare guarda caso dagli Stati Uniti – stanno ormai fisicamente “raschiando il fondo” dei loro giacimenti ricorrendo alla costosissima – in termini sia ambientali che economici – tecnica del fracking per estrarre comunque greggio anche dalle sabbie bituminose e dalle rocce di scisto.
L’aggressività militare statunitense ha insomma ragioni “fisiche” decisamente chiare. Che l’imperialismo yankee in versione “dem” mascherava in vario modo (esportazione della democrazia, “diritti umani”, “libertà delle donne”, ecc.). Mentre quello “maleducato” e arraffone dei cowboys “Maga” rinuncia a qualsiasi pretesto, presentandosi col classico grido di guerra colonialista: “Fermi tutti! questa è una rapina!”
Ultim’ora. Sulle piazze asiatiche, alla riapertura dei mercati, il prezzo del petrolio è arrivato a sfiorare i 120 dollari al barile. Di fatto il doppio di dieci giorni fa, prima che iniziasse l’aggressione sionista e statunitense.
Fonte
22/01/2026
La dialettica dell’economia cinese nell’elaborazione storica di Cheng Enfu
Sicuramente, leggendolo, si può rispondere alla domanda “perché la Cina non è diventata una democrazia liberale di tipo occidentale” (oppure non è stata frazionata in tanti Stati su base etnica), come prevedevano, appunto, gli occidentali?
Si tratta, infatti, di una raccolta di testi che datano dai primi anni ’90 alla fine degli anni ’10 del Terzo Millennio, che riflettono l’ampio e sconosciuto dibattito presente in Cina sugli indirizzi economici del paese. Da tali testi si evince come il Partito Comunista Cinese, in maniera non scontata, abbia tenuto la barra diritta su determinati principi anche grazie all’azione di intellettuali come Cheng Enfu.
Per leggerlo, occorre assumere la visione del marxismo adottata in Cina, da loro definita “olistica”, simile a quella definita in Occidente negli anni ’70 come “sviluppo organico” fra i vari riferimenti politico-ideologici. Ovvero ogni riferimento politico-ideologico contribuisce a sviluppare la teoria marxista, anche superando alcuni nodi e concezioni precedenti.
Ad esempio, se ci si ferma alla “Critica del Programma di Gotha” – [un testo polemico sulle degenerazione del partito socialdemocratico tedesco, necessariamente “ristretto” ndr] – non sarebbero concepibili rapporti mercantili in una società socialista. Tuttavia, altre esperienze e riflessioni del movimento comunista hanno articolato più concretamente i concetti in questo campo.
Lenin delineò la compresenza di cinque forme economico-sociali nella NEP. Stalin provò ad indicare l’ambito di validità della legge del valore nell’URSS della sua epoca, fino a giungere alle innovazioni portate dai riferimenti cinesi (Mao, Deng, ecc.), Ecco che il risultato è l’impianto teorico del “socialismo di mercato”.
Non vi è dunque, la contrapposizione pressoché assoluta, prevalente nelle concezioni occidentali attuali, fra i teorici del marxismo e coloro che hanno provato a realizzarlo.
Entrando nel merito del libro, vi sono parti che trattano della questione economica in maniera specifica e parti più teoriche, che tendono, appunto, a dare una sistematizzazione dell’economia cinese dall’epoca di Riforme e Apertura (1978) in poi, adottando categorie marxiste.
La citazione a mio avviso più importante è la seguente: “la contraddizione di base dell’economia capitalista contemporanea si manifesta nella contraddizione tra, da un lato, la costante socializzazione e globalizzazione dell’economia con i suoi fattori di produzione sotto la proprietà privata, collettiva o statale, e, dall’altro, il disordine o l’anarchia della produzione all’interno delle economie nazionali e nell’economia mondiale”.
Pertanto, da questo punto di osservazione, l’attuale stato dell’economia capitalista non sarebbe caratterizzato da una contraddizione insanabile fra rapporti di produzione e sviluppo delle forze produttive, bensì dalla contraddizione dell’anarchia produttiva (il liberalismo economico spinto, per cui si produce solo in vista del profitto immediato) e le varie forme di proprietà esistenti, privata, statale e collettiva.
La Cina, grazie alla sua economia pianificata, si caratterizza per la capacità di governare i vari fattori dell’economia globalizzata e le varie forme di proprietà, evitando di farli entrare in contraddizione insanabile fra di loro.
La Cina, secondo questa impostazione, si trova in uno stadio di sviluppo più avanzato delle economie capitalistiche, ovvero lo stadio primario del socialismo, in cui predomina la proprietà pubblica (statale e collettiva), mentre quella privata ne è subordinata; nella sfera della distribuzione, il mercato ha ancora un ruolo importante, seppur non dominante e si parla di “distribuzione secondo il lavoro basata sul mercato”.
Le fasi successive del socialismo vedranno un graduale prevalere della pianificazione e della proprietà pubblica, fino alla scomparsa di mercato e proprietà privata. Vi sono capitoli corredati di schemi sulle varie fasi sviluppo, in rapporto al ruolo del marcato, non solo per quanto riguarda il socialismo, ma anche per quanto riguarda le economie pre/capitaliste e capitaliste.
Attualmente, il mercato è ritenuto ancora più efficiente, specialmente per quanto riguarda i settori produttivi caratterizzati dal ciclo produttivo breve (beni di consumo corrente) e, soprattutto, nei settori innovativi, verso i quali l’iniziativa privata si dimostra più vivace e reattiva.
La pianificazione è ritenuta gravata da problemi attualmente insuperabili, come tendenze corporative fra enti pianificatori, mancanza d’incentivo verso settori innovativi, coazioni a ripetere dannose.
Queste teorizzazioni, seppure si espongono all’obiezione di essere utili a rinviare ad libitum l’instaurazione di rapporti di produzione integralmente socialisti, denotano un’esatta percezione della situazione reale attuale, una delle prerogative che mancò all’URSS. Mentre, infatti, negli anni ’70 ed ’80 si effettuavano riforme economiche che ampliavano i margini del marcato, il PCUS teorizzava che il paese si trovasse in una fase sviluppata del socialismo e si stesse avviando verso il comunismo.
La contraddizione fra lo stato reale della situazione e la percezione delle dirigenze era tale da configurare una perdita della funzione di direzione del partito nella società. Non a caso, quando si ebbe la prima apertura ampia a meccanismi di mercato, con la perestrojka, i burocrati delle aziende di stato che si erano ritagliati dei micropoteri capitalisti – infinitamente inferiori a quelli esistenti in Cina dopo “Riforme e Apertura” – travolsero totalmente il partito e lo Stato, accaparrandosi tutte le attività produttive e portando all’instaurazione completa di un capitalismo selvaggio.
Cheng Enfu emerse proprio all’inizio degli anni ’90 con la sua attività accademica e sembra costantemente segnato dalla lezione sovietica, anche nel polemizzare con determinate tendenze che andavano emergendo all’interno del Partito Comunista Cinese dopo le aperture.
Ciò sembra riflettersi anche nelle sue valutazioni sul periodo iniziale della Rivoluzione Cinese, in cui l’economia era improntata ad un livello di socializzazione molto accentuato, pressoché totale.
Quella fase, infatti, secondo l’autore, ha garantito lo sviluppo dell’industria e dell’agricoltura di base ed è, quindi, ritenuta una fase necessaria, senza la quale il successivo periodo di Riforme e Apertura non ci sarebbe potuto essere.
In sostanza, le riforme non sono venute a correggere delle storture precedenti: il Grande Balzo in Avanti e la Rivoluzione Culturale vengono da lui derubricati ad errori di entità minore, nel contesto di una politica economica che ha comunque conseguito risultati importanti.
Su questa questione, a mio avviso vi è uno scostamento rispetto alla versione ufficiale storica del Partito sul periodo maoista, ovvero 70% positivo, 30% negativo (Risoluzione su alcune questioni della storia del nostro Partito dalla fondazione della Repubblica Popolare, 1981); quest’ultima, infatti, pone maggiore enfasi sugli aspetti negativi del Grande Balzo in Avanti e della Rivoluzione Culturali e sugli elementi di discontinuità portati dalle riforme. Le valutazioni di Cheng Enfu la mette in discussione in tempi peraltro non sospetti.
Vi sono poi i testi relativi alla fase di sviluppo estensivo, quella che va dalla metà degli Ottanta, quando – dopo il gradualismo iniziale – le riforme assumono un’entità generalizzata, fino ai primi anni ’10 del 2000, segnata da periodi di crescita annuale, in termini di PIL, a due cifre.
La Cina accetta consapevolmente di diventare la “fabbrica del mondo”. Ai capitalisti stranieri e cinesi venivano garantiti grandi margini di profitto in cambio di joint venture al 51% cinese, la condivisione del know how e un graduale aumento dei salari, modesto in percentuale rispetto ai profitti, ma comunque rilevante se confrontato ai livelli precedenti. Con tutto il portato di disuguaglianze, problemi ambientali e dipendenza dalle esportazioni.
Ed è proprio in questo clima, che era di euforia, se si guardava agli indicatori economici, che intervenivano gli scritti di Cheng Enfu volti a mettere tutti in guardia rispetto all’aumento delle disuguaglianze e alla necessità di incamerare tecnologie per essere in grado di creare una base produttiva nazionale indipendente.
In tal senso sono notevoli gli interventi contro chi proponeva di “aprire tanto per aprire” i settori economici in cui si poteva sviluppare un’industria nazionale e gli avvertimenti contro la possibilità di cadere nella cosiddetta trappola del reddito medio: ovvero un paese in via di sviluppo (quale era la Cina), qualora faccia eccessivo affidamento sugli investimenti stranieri per sfruttare il vantaggio dato dai costi di produzione più bassi, ottiene un graduale aumento dei salari fino a giungere ad un punto tale in cui il vantaggio viene perso (vi sono altri paesi in cui conviene reindirizzare le esternalizzazioni); a quel punto, si trova a non disporre di una base industriale indipendente per continuare a crescere.
Rimane, così, intrappolato sul livello di reddito raggiunto e succube degli stranieri, della loro volontà di mantenere gli investimenti precedenti e del mantenimento del livello delle esportazioni.
Tutte queste considerazioni, effettuate a tempo debito ed in relativo isolamento, hanno fatto sì che Cheng Enfu diventasse uno dei principali teorici della cosiddetta “Nuova Era” che parte, grossomodo, dall’ascesa di Xi Jinping a Segretario Generale del PCC. È una fase segnata dal passaggio da un modello di sviluppo estensivo ad uno intensivo, basato sulle alte tecnologie, sulla sostenibilità ambientale e sui servizi finalizzati all’aumento delle condizioni di vita interne. Si fanno anche i conti con le degenerazioni provocate dai problemi segnalati in precedenza da Cheng Enfu attraverso una compagna anti corruzione senza precedenti.
Cambiando il modello di sviluppo, deve modificarsi anche il rapporto con il capitalismo straniero, specialmente nei settori ad alta tecnologia in cui, a partire dalla prima amministrazione Trump, interviene la guerra tecnologica statunitense.
In tali settori, infatti, secondo Cheng Enfu, le joint venture non sono più adatte, non solo a causa delle guerre tecnologiche che ne impediscono la creazione, ma anche perché, laddove pure vengano create, non garantiscono un livello di controllo tale da poter stimolare lo sviluppo autonomo in maniera adeguata. Ad esempio, l’influenza straniera nella governance spesso disincentiva gli investimenti in ricerca e sviluppo.
Quella che si propone, alla fin fine, è un’alleanza fra Stato e capitalisti nazionali nel segno dei dettami della pianificazione centrale, in cui, appunto, i profitti privati vengono garantiti a patto che si collabori al raggiungimento degli obiettivi comuni di sviluppo tecnologico autonomo e benessere sociale.
Negli anni successivi alla pubblicazione del libro, quando la guerra commerciale si è inasprita e si è data la necessità di disaccoppiare le catene di fornitura, tali principi sono stati applicati in maniera massiccia.
Ne è un esempio lo sforzo comune profuso nei settori dei semiconduttori, dell’hardware e del software, per sostituire il materiale di produzione straniera utilizzato dalla pubblica amministrazione con materiale prodotto su catene cinesi, da aziende cinesi di qualità analoga, se non superiore (vedi qui); nell’ambito di questi sforzi, sono escluse le aziende con partecipazioni straniere troppo grandi. Inoltre, le aziende internazionalizzatesi eccessivamente sui mercati finanziari e divenute molto influenti sono state duramente colpite (vedi Alibaba).
Tornando ai classici, a mio avviso possiamo parlare di una riedizione in chiave moderna dell’alleanza fra proletariato e borghesia nazionale che Mao ha sostenuto fino alla metà degli anni ’50, quando ci sono state le accelerazioni in termini di socializzazione economica.
In definitiva, il libro dà la percezione del dibattito multiforme e tormentato che c’è stato in Cina durante il lungo percorso che ha consentito di raggiungere i livelli attuali. L’autore ha prima contribuito affinché non si affermassero idee stagnanti, secondo cui bastava proseguire il percorso di Riforme e apertura così com’era per far proseguire spontaneamente lo sviluppo cinese; poi si è proposto come uno dei principali artefici dell’impianto ideologico della “Nuova Era”. Il tutto con lo scopo ben preciso di preservare il “socialismo dalle caratteristiche cinesi” ed il ruolo di direzione del Partito Comunista Cinese in tutto il processo.
In ultimo, è necessario effettuare delle considerazioni riguardanti la politica estera della Cina, che rappresentano quasi sempre il non detto quando si parla di economia cinese e che assolvono parzialmente l’URSS.
È chiaro che l’apertura ai capitali occidentali e, in generale, la politica di Riforme e apertura si sono potute sviluppare pacificamente grazie alla collaborazione con gli USA, in chiave oggettivamente antisovietica, a partire, grossomodo, dal famoso incontro Mao – Nixon del 1972.
L’URSS non avrebbe potuto sviluppare un indirizzo simile, anche se avesse avuto una dirigenza maggiormente sintonizzata con la realtà, perché era in atto uno scontro frontale con gli USA; del resto, questo riguarda anche Cuba o altre esperienze che vedono un testa a testa contro l’imperialismo.
Ebbene, con la “Nuova Era” si vede chiaramente che anche la conciliazione relativa con gli USA volge al termine. Nonostante ciò, alla luce delle guerre, dei genocidi quali quello di Gaza, e del rinnovato vigore imperialista nel portare avanti dei “regime change” unilaterali (vedi quello portato a termine in Siria a fine 2024 e quello il cui tentativo è attualmente in corso in Venezuela), il ruolo della Cina sembra ancora poco decisivo sul piano più appariscente.
Ciò sembra in contraddizione sia con il ruolo di guida dei paesi del cosiddetto sud globale cui la Cina aspira, sia con i rischi che una rinnovata aggressività di un imperialismo in crisi può portare agli sforzi cinesi per la costruzione della “comunità umana dal futuro condiviso”. O, a più breve termine, per l’architettura di sicurezza su cui la Cina basa la propria ascesa internazionale, i cui pilastri sono gli scambi commerciali internazionali liberi e la Belt and Road Initiative.
Se il benessere condiviso non passa attraverso la logica dei blocchi e delle sfere d’influenza, come sostiene la Cina, s’imporrebbe un passaggio ad una nuova era anche in politica estera. Magari segnato da un maggior interventismo per evitare le guerre ed i genocidi messi in atto dall’imperialismo, disposto a tutto per difendere il proprio predominio e distruggere la coesistenza pacifica.
Fonte
05/08/2025
L’IA può sostituire i mercati?
In particolare, si concentra sul ruolo dei mercati nella scoperta della conoscenza e nella correzione degli errori, sollevando dubbi sulla capacità dell’IA di eguagliarli in queste aree cruciali.
Ciò che colpisce della sua analisi è quanto si avvicini a una prospettiva socialista di mercato, che vede i mercati non come sacri, ma come strumenti istituzionali contingenti, che possono essere integrati, simulati o parzialmente sostituiti se e quando emergono meccanismi migliori.
Molte delle sfide che Carlo solleva, così come le soluzioni ibride che immagina, si inseriscono bene nel quadro proposto da Oskar Lange e altri che cercavano una sintesi tra pianificazione e feedback decentralizzato.
Separare la normatività dal meccanismo
Uno dei punti chiave del ragionamento di Carlo è che qualsiasi criterio normativo di allocazione ottimale deve essere indipendente dai mercati stessi. Che adottiamo l’efficienza paretiana, una funzione di benessere sociale utilitaristica, il principio rawlsiano del maximin o un approccio basato sulle capacità, questi standard sono definiti in termini di risultati, non di forme istituzionali. I mercati possono approssimare bene tali risultati in certe condizioni, ma non sono privilegiati normativamente di per sé.
Questo è proprio il punto di partenza del contributo di Lange. Egli riconosceva il valore informativo dei mercati, ma non li considerava assiomatici. Proponeva invece di usare segnali di prezzo simulati in un sistema di pianificazione centrale, guidato da feedback su surplus e carenze, per imitare la funzione di coordinamento dei mercati decentralizzati (Lange, 1936).
L’argomento risuona con tradizioni più ampie dell’economia istituzionale e della teoria delle decisioni: dalla razionalità limitata di Herbert Simon (1957), che richiede di accontentarsi di soluzioni soddisfacenti in ambienti complessi e poveri di informazioni, alla pianificazione partecipativa di Albert & Hahnel (1991), che cerca processi economici decentralizzati ma coordinati basati su feedback iterativi e obiettivi condivisi anziché sulla competizione.
Linee simili di pensiero compaiono nella coordinazione negoziata di Pat Devine (1988), dove la partecipazione democratica nel processo produttivo gioca un ruolo centrale nell’allocazione delle risorse senza affidarsi esclusivamente ai mercati.
Il collaboratore di Lange, Włodzimierz Brus, approfondì questo quadro sottolineando i prerequisiti istituzionali e politici per una coordinazione economica significativa, sostenendo che i sistemi di pianificazione devono incorporare decentramento, reattività e controllo democratico per funzionare efficacemente (Brus & Laski, 1989). Il suo lavoro successivo criticò i fallimenti del “socialismo reale”, proponendo una gestione economica più pluralista e democratica.
Importante, queste proposte non erano mere aggiustature tecnocratiche al capitalismo. Provenivano da una tradizione marxista interessata a superare l’anarchia della produzione, abolire lo sfruttamento e controllare democraticamente il surplus. Lange, Brus e altri cercarono di risolvere una tensione nell’eredità di Marx: come preservare la proprietà collettiva senza cadere in un centralismo burocratico inefficiente.
Esperimenti storici come Cybersyn nel Cile degli anni ’70 (un tentativo di usare la cibernetica per coordinare l’economia in tempo reale, Medina, 2011) e il sistema jugoslavo di imprese autogestite in un quadro socialista di mercato (Horvat, 1982) mostrano che gli sforzi per combinare pianificazione, partecipazione e mercato non sono nuovi. Ciò che mancava allora – capacità computazionale, dati in tempo reale, previsioni avanzate – oggi l’IA potrebbe fornirlo.
L’IA come pianificazione potenziata?
Carlo ha ragione a enfatizzare i due motori del coordinamento di mercato:
- scoperta della conoscenza, con agenti che rivelano informazioni disperse attraverso transazioni;
- correzione degli errori, dove gli errori sono puniti con perdite, spingendo a revisioni o uscite.
Dubita che l’IA possa eguagliare i mercati nella seconda funzione, ma riconosce che è sempre più efficace nella prima: classificare dati, prevedere domanda, condurre micro-esperimenti su larga scala.
Arriviamo così al cuore del discorso: non serve abolire i mercati per riconoscere che l’IA può ridisegnare i confini del loro utilizzo. Come anticipò Lange, se cambiano le condizioni informative, cambia anche la necessità di affidarsi ai mercati.
E queste condizioni stanno cambiando. La pianificazione basata sull’IA non è più teorica:
- i sistemi di raccomandazione allocano attenzione e beni nei media digitali;
- le multinazionali usano algoritmi per ottimizzare produzione, gestione delle scorte e logistica (Phillips & Rozworski, 2019);
- le smart grid energetiche regolano produzione e consumo in tempo reale.
Questi non sono esperimenti mentali: sono sistemi di pianificazione parziali, integrati in economie di mercato.
Da una prospettiva marxista, si apre una nuova frontiera nella critica dell’economia politica. Se l’IA può alleviare i vincoli informativi che una volta rendevano necessari i mercati, e se possiamo progettare istituzioni che disciplinino l’attività economica attorno ai bisogni sociali anziché al profitto, allora la socializzazione del coordinamento economico diventa una questione pratica, non un sogno utopico.
Verso un futuro a mosaico?
Carlo ipotizza un futuro istituzionale ibrido:
- in alcuni settori (es. beni digitali a costo marginale quasi zero), la scarsità sta scomparendo, e con essa il ruolo informativo dei prezzi. Qui, l’IA potrebbe coordinare l’allocazione meglio dei mercati, usando algoritmi, code o protocolli ad accesso aperto;
- in altri, la scarsità persiste, e con essa la necessità di feedback basati sui prezzi. Ma anche qui, l’IA può affiancare i mercati, migliorando scoperta, previsione ed efficienza.
Un campo rilevante è il mechanism design algoritmico, dove agenti IA allocano risorse attraverso protocolli incentivanti. Nella versione distribuita, gli agenti interagiscono direttamente per raggiungere equilibri senza controllo centralizzato, suggerendo che coordinamento e correzione degli errori possano emergere da feedback tra pari, anziché da mercati tradizionali.
Conclusione: un riquadro Langeano?
Forse la domanda giusta non è se l’IA possa sostituire i mercati, ma in quali condizioni possa integrarli o parzialmente rimpiazzarli. Lo scetticismo di Carlo sulla capacità dell’IA di replicare la correzione degli errori è condivisibile, ma il suo quadro apre – piuttosto che chiudere – la possibilità di una sintesi socialista di mercato: preservare il ruolo disciplinare dei mercati dove serve, esplorando strumenti algoritmici per espandere le forme di coordinamento possibili e desiderabili.
Non è un rifiuto dei mercati, ma un invito a reimmaginarli: come strumenti da affinare, non templi da difendere. E, da un punto di vista marxista, non è un ritorno alla pianificazione burocratica, ma una visione proiettata in avanti: una produzione democraticamente diretta, tecnologicamente potenziata ed ecologicamente sostenibile – un socialismo riadattato all’era digitale.
Bibliografia
Albert, M., & Hahnel, R. (1991). The Political Economy of Participatory Economics. Princeton University Press.
Brus, W., & Laski, K. (1989). From Marx to the Market: Socialism in Search of an Economic System. Oxford University Press.
Devine, P. (1988). Democracy and Economic Planning: The Political Economy of a Self-Governing Society. Polity Press.
Horvat, B. (1982). The Political Economy of Socialism: A Marxist Social Theory. M.E. Sharpe.
Lange, O. (1936). On the Economic Theory of Socialism. Review of Economic Studies, 4(1), 53–71.
Medina, E. (2011). Cybernetic Revolutionaries: Technology and Politics in Allende’s Chile. MIT Press.
Phillips, L., & Rozworski, M. (2019). The people’s republic of Walmart: How the world’s biggest corporations are laying the foundation for socialism. Verso Books.
Simon, H. A. (1957). Models of Man: Social and Rational. Wiley.
Fonte
28/04/2025
Appunti sui libri II e III del Capitale di Marx / 2 parte
Avvertenza: le parentesi quadre contengono chiarimenti o aggiunte del sottoscritto. Viceversa i termini in corsivo sono degli autori citati, salvo eccezioni esplicitamente segnalate.
2. Sui rapporti fra il modo di produzione capitalistico e le altre forme sociali
Secondo Marx, la forma di merce che i prodotti del lavoro umano tendono ad assumere a mano a mano che le forze produttive si sviluppano, tanto da generare una eccedenza rispetto alle esigenze del consumo immediato, e le relazioni sociali (scambio mercantile) che ne derivano, non vanno classificati solo fra i presupposti della nascita del modo di produzione capitalista, ma rappresentano anche e soprattutto gli agenti che consentono a quest’ultimo di assimilare-integrare tutte le forme sociali con cui esso viene a contatto. Entrambe queste funzioni sono ampiamente discusse sia nel Libro II che nel Libro III del Capitale.
Nel capitolo XX del III Libro leggiamo: “Qualunque sia il modo di produzione sulla cui base si producono i prodotti che entrano come merci nella circolazione – la comunità primigenia o la produzione schiavistica, la produzione a opera di piccoli contadini e piccoli artigiani o la produzione capitalistica – ciò nulla cambia al loro carattere di merci; e come merci essi devono attraversare il processo di scambio e i mutamenti di forma [cioè M-D e D-M] che lo accompagnano” (pp. 411-412).
Il medesimo concetto è spiegato in modo più ampio e dettagliato nel capitolo IV del II Libro: “il ciclo del capitale industriale, vuoi in quanto capitale denaro, vuoi in quanto capitale merce, si incrocia con la circolazione di merci dei più svariati modi di produzione sociale, nei limiti in cui questa è nello stesso tempo produzione di merci. Siano le merci il prodotto di un modo di produzione basato sulla schiavitù, o di contadini (cinesi, ryots indiani), o di comunità (Indie orientali olandesi ), o di una produzione statale (come, sulla base della servitù della gleba, si presenta in epoche passate della storia russa), o di popoli cacciatori semiselvaggi, ecc., come merci e denaro esse stanno di fronte al denaro e alle merci in cui è rappresentato il capitale industriale, ed entrano sia nel ciclo di quest’ultimo, sia nel ciclo del plusvalore di cui è depositario il capitale merce, in quanto sia speso come reddito; dunque, entrano in entrambi i rami di circolazione del capitale merce. Il carattere del processo di produzione da cui provengono è del tutto indifferente; come merci esse funzionano sul mercato, come merci entrano sia nel ciclo del capitale industriale, sia della circolazione del plusvalore in esso contenuto” (p. 141).
Notiamo per inciso che il cenno alla produzione statale, qui riferito a “epoche passate della storia russa”, oggi potrebbe riferirsi alle merci prodotte dalle imprese di stato cinesi o di altri Paesi socialisti il che, più avanti, ci costringerà a ragionare sulle implicazioni politiche della loro integrazione nel mercato mondiale. Ciò detto, l’immediata conseguenza del passaggio appena citato è che, come leggiamo alla pagina successiva, se è vero che il modo di produzione capitalistico è condizionato da modi di produzione esistenti fuori del suo livello di sviluppo, è altrettanto vero che “la sua tendenza è, per quanto possibile, di convertire ogni produzione in produzione di merci; il suo mezzo principale a questo scopo è appunto quello di attirarle nel proprio processo di circolazione”.
Molte delle riflessioni critiche che svolgerò in questo percorso faranno leva sullo spiraglio metodologico che quel per quanto possibile apre sul determinismo che sembra qui ispirare l’argomentazione di Marx (spiraglio che, come ho argomentato altrove (1), è stato usato da autori come Costanzo Preve (2) e Gyorgy Lukács (3) per contestare le interpretazioni teleologiche della concezione marxiana della storia). Qui dobbiamo tuttavia limitarci a prendere atto che Marx ci dice che la merce funge da minimo comun denominatore, svolge il ruolo di un “linguaggio universale” in grado di mettere in relazione i modi di produzione fra loro più diversi.
A prima vista, questa comune appartenenza dei modi di produzione alla sfera dello scambio mercantile non dovrebbe necessariamente comportare il prevalere di uno di essi su tutti gli altri. Ma per Marx le cose non stanno così: non appena la merce diviene capitale-merce essa si trasforma in un acido corrosivo che tutto dissolve: “Via via che questa [la produzione capitalistica di merci] si sviluppa, esercita effetti disgreganti e dissolventi su ogni forma di produzione anteriore, che, avendo soprattutto di mira i bisogni personali immediati, non trasforma in merce che l’eccedenza del prodotto” (Libro II, cap. I, p. 59). In poche parole, a determinare la differenza – nonché il dominio del modo di produzione capitalistico su tutte le altre forme sociali – è, da un lato, il carattere limitato della produzione semplice di merci (propria delle società in cui solo il prodotto che eccede il bisogno personale immediato diventa merce), dall’altro, il carattere illimitato della produzione capitalistica di merce, cioè di un sistema sociale in cui il capitale-merce dev’essere integralmente trasformato in profitto pena la sopravvivenza del sistema.
Attenzione: non è la forma merce in quanto tale a svolgere la funzione dissolvente appena descritta (affermarlo equivarrebbe ad attribuirle un potere metafisico), bensì è la merce capitale, vale a dire la merce trasfigurata dal processo storico di sviluppo del capitalismo. Alle origini di tale processo si colloca il capitale mercantile: “meno sviluppata è la produzione, più il patrimonio monetario si concentra nelle mani dei mercanti o appare come forma specifica del patrimonio commerciale” (Libro III, cap. XX, p 413). E poco sotto: “la sua [del capitale commerciale] esistenza e il suo sviluppo fino ad un certo livello sono anzi premessa storica dello sviluppo del modo di produzione capitalistico, 1) come presupposto della concentrazione di patrimoni monetari, 2) perché il modo di produzione capitalistico postula produzione per il commercio, vendita all’ingrosso e non ai singoli clienti” (Ivi). Ma questo non è di per sé sufficiente a garantire il passaggio da un modo di produzione all’altro. È pur vero che “il capitale deve formarsi nel processo di circolazione prima di apprendere a dominare i suoi estremi, le diverse sfere di produzione fra le quali la circolazione serve da mediatrice” (Libro III, cap. XX p.415), ma perché le sfere di produzione (capitalistica) in questione possano esistere, occorre che, a mano a mano che ogni prodotto cade nelle mani degli agenti della circolazione, questa forza centripeta del capitale mercantile produca i suoi effetti, che consistono, come anticipato sopra, nella tendenza a convertire ogni produzione in produzione di merci, il che implica la trasformazione di tutti i produttori immediati in operai salariati.
Nel capitolo XXIV del Libro I, nel quale analizza l’accumulazione primitiva, Marx descrive la spietatezza con cui il capitalismo procede alla separazione dei produttori immediati dai loro mezzi di produzione e alla loro trasformazione in operai salariati. Ma nei Libri II e III si dà per scontato che tale processo sia già compiuto, si presuppone cioè, “che le leggi del modo di produzione capitalistico si svolgano allo stato puro”, anche se Marx ammette che, nella realtà, “esiste sempre soltanto approssimazione; approssimazione però tanto maggiore, quanto più si è sviluppato il modo di produzione capitalistico e quanto più ne è limitata l'adulterazione e commistione con sopravvivenze di stati economici precedenti” (Libro III, cap. X, p. 227).
Esaurita la fase dell’accumulazione primitiva, il modo di produzione si fonda dunque sempre meno sull’appropriazione selvaggia del plusprodotto sociale per assumere la sua forma “pura”, compiuta: “il capitale industriale è il solo modo di esistere del capitale in cui la funzione di quest’ultimo non consista unicamente nell’appropriazione di plusvalore , rispettivamente plusprodotto, ma, nello stesso tempo, nella sua creazione. Esso perciò determina il carattere capitalistico della produzione; la sua esistenza implica quella dell’antitesi di classe fra capitalisti e salariati. Nella misura in cui esso si impadronisce della produzione sociale, la tecnica e l’organizzazione sociale del processo lavorativo e, con esse, il tipo storico-economico della società vengono rivoluzionati. Le altre specie di capitale non gli vengono soltanto subordinate e in conformità modificate nel meccanismo delle loro funzioni, ma non si muovono più che sulle sue basi, insieme alle quali vivono e muovono, stanno e cadono. Capitale denaro e capitale merce (…) non sono ormai più che modi di esistere – resi autonomi e sviluppati unilateralmente come esponenti di rami di affari propri – delle diverse forme di funzionamento che il capitale industriale ora riveste ed ora depone nella sfera della circolazione” (Libro II, Cap. I, p. 79). Al processo appena descritto appartiene la progressiva liquidazione dei piccoli capitalisti, che si presenta come una “separazione alla seconda potenza” delle condizioni di lavoro dai produttori, nella misura in cui, per questi soggetti, “il lavoro personale recita ancora una parte” (Libro III, cap. XV, p. 315).
Il modello teorico che emerge dalle citazioni che abbiamo estratto dai Libri II e III del Capitale, parrebbe giustificare la tesi secondo cui Marx avrebbe concepito una visione profetica dello sviluppo futuro del modo di produzione capitalistico, considerandolo destinato a culminare nella propria mondializzazione senza residui, caratterizzata dalla dissoluzione integrale di tutti gli altri modi di produzione e dal tramonto dei loro sistemi di relazione sociale, progressivamente rimpiazzarti dal rapporto egemone, se non esclusivo, fra capitale e lavoro salariato. Questo punto di vista trova legittimazione in quei passaggi del Manifesto del 1848 che esaltano la funzione “civilizzatrice” del modo di produzione capitalistico, nella misura in cui la sua energia “rivoluzionaria” sovverte ogni relazione economica, politica e sociale, oltre che ogni valore civile, religioso e culturale delle forme sociali tradizionali (definite barbare o semi barbare), sottraendole al loro “torpore” secolare e allargando a dismisura la schiera dei lavoratori salariati, futuri becchini di ogni forma di dominio, oppressione e sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Se dovessimo attenerci a questa interpretazione (come peraltro ha fatto buona parte della tradizione marxista occidentale) (4), ne ricaveremmo l’immagine di un Marx eurocentrico, condizionato dai paradigmi dell’evoluzionismo e dell'illuminismo progressista borghesi, o di quello che potremmo definire, con Costanzo Preve, un Marx intrappolato nei regimi narrativi “deterministico-naturalistico” e “grande narrativo” (5). Ora non si può negare che Marx, in sintonia con la sua nota metafora secondo cui sarebbe la natura umana a offrire la chiave interpretativa della natura della scimmia, abbia detto che il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire, tuttavia Baran e Sweezy, laddove citano tale affermazione (6), notano giustamente che essa andrebbe intesa nel senso che gli altri paesi europei avrebbero seguito la via tracciata dall’Inghilterra, più che come profezia sul futuro mondiale. Ma soprattutto non va dimenticato che in queste pagine Marx descrive un processo tendenziale e non un destino e, come avremo modo di vedere più avanti, è sempre attento ad analizzare le controtendenze che possono deviare il corso della storia in direzioni inedite.
In effetti, fatta eccezione per l’analisi del ruolo svolto dal saccheggio dei popoli colonizzati da parte delle metropoli capitalistiche nell’accumulazione primitiva, contenuta nelle parti finali del Libro I, Marx non ha ampliato, se non per cenni episodici, il proprio modello teorico fino a comprendere tanto i segmenti sviluppati quanto quelli sottosviluppati del mondo capitalistico, il che, commentano Baran e Sweezy, “ha avuto lo spiacevole effetto di concentrare l’attenzione in maniera esclusiva sui paesi capitalistici sviluppati” (7). Non a caso tutti i contributi innovativi alla teoria marxista, dall’analisi di Lenin sul capitale monopolistico (8) a quello degli appena citati Baran e Sweezy, alle analisi della “banda dei quattro” – appellativo con cui Alessandro Visalli definisce i massimi teorici del sottosviluppo e del rapporto centro-periferia nel sistema mondo: Immanuel Wallerstein, Giovanni Arrighi, Samir Amin e Gunder Frank (9) – si impegnano nello sforzo di porre rimedio a questo “buco” nell’opera di Marx. Mentre a David Harvey va riconosciuto il merito di avere messo in luce come la cosiddetta accumulazione primitiva non sia una fase storica limitata ai primordi dello sviluppo capitalistico, bensì un dispositivo sistemico permanente, che questo autore definisce accumulazione per espropriazione (10).
Dopodiché va sottolineato come sia stato lo stesso Marx a smentire in varie occasioni - soprattutto nei testi “tardi” della seconda metà degli anni Settanta dell’800 – le letture deterministiche (teleologiche) del suo lavoro. Così ha invertito il proprio giudizio nei confronti del rapporti fra imperialismo inglese e colonia irlandese: laddove, in precedenza, aveva sostenuto – in ossequio alla presunta missione progressista/emancipatoria del modo di produzione capitalista metropolitano nei confronti dei modi di produzione precapitalistici delle colonie (proletarizzazione dei piccoli contadini) – che gli irlandesi si sarebbero potuti emancipare solo in seguito a una vittoriosa rivoluzione degli operai inglesi ma, una volta preso atto del fatto che il supersfruttamento della forza lavoro irlandese immigrata consentiva al capitalismo inglese di concedere privilegi ai lavoratori autoctoni, ha riconosciuto che, al contrario, nessuna rivoluzione proletaria sarebbe potuta avvenire in Inghilterra finché l’Irlanda non avesse conquistato la propria indipendenza (anticipando così le tesi di Lenin sul rapporto fra rivoluzione proletaria e lotte di liberazione nazionale).
Di più: in una lettera del 1877 alla redazione di una rivista russa che aveva ospitato una recensione dell’edizione russa del Capitale scriveva, a proposito della tesi del recensore, il quale utilizzava il capitolo sull'accumulazione primitiva per sostenere che nessuna rivoluzione sociale sarebbe potuta avvenire in Russia se non dopo la completa espropriazione (e la riduzione allo status di lavoratori salariati) dei contadini, “[il mio critico] sente il bisogno di metamorfosare il mio schizzo della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale in una teoria storico-filosofica della marcia generale imposta a tutti i popoli, in qualunque situazione storica si trovino (sottolineatura mia), per giungere infine alla forma economica che, con la maggior somma di potere produttivo del lavoro sociale, assicura il più integrale sviluppo dell’uomo. Ma io gli chiedo scusa: è farmi insieme troppo onore e troppo torto [sottinteso: troppo onore nell’attribuirmi la capacità di descrivere le leggi generali di sviluppo dell’umanità, troppo torto nell’attribuirmi intenzioni e meriti che non ho mai nutrito né rivendicato]”(11).
Il passaggio è particolarmente significativo, sia in quanto conferma la tesi di Lukács, laddove costui nega l’intenzione di Marx di formulare delle “leggi generali” della storia in grado di prevederne gli sviluppi (12), sia perché, in quegli stessi anni, Marx stilava la celebre lettera a Vera Zasulič, nella quale, intervenendo sul dibattito fra socialdemocratici e populisti russi, non escludeva, in linea di principio e fatte salve determinate condizioni (13), che la comune contadina (obscina) potesse svolgere il ruolo di agente di una trasformazione in senso socialista della Russia, senza passare sotto le forche caudine della fase capitalistica. È qui che possiamo valutare l’importanza dell’inciso evidenziato in precedenza nella frase “la sua [del modo di produzione capitalistico] tendenza è, per quanto possibile, di convertire ogni produzione in produzione di merci”. Il per quanto possibile implica che le forme sociali precapitaliste possano non solo resistere al ma, date certe condizioni storiche, prevalere sul tentativo di colonizzazione da parte del modo di produzione capitalistico.
Del resto nel III Libro (Cap. XX p. 420) Marx precisa che la capacità del capitalismo mercantile di provocare la disgregazione dei vecchi modi di produzione “dipende, in primo luogo, dalla loro stabilità e articolazione interna”. E a pagina 422 aggiunge che, “in Cina, dove non viene loro in aiuto la forza politica diretta. La grande economia e il forte risparmio di tempo derivanti dalla combinazione immediata di agricoltura e manifattura, offrono qui la resistenza più accanita ai prodotti della grande industria”. Su queste aperture dell’ultimo Marx alcuni marxisti latinoamericani – fra i quali Mariategui (14) Dussel (15) e Linera (16) – hanno fondato le loro analisi sul potenziale anticapitalista delle comunità originarie del subcontinente. Quanto all’attualità del riferimento marxiano alla capacità di resilienza della società e della civiltà cinese a fronte dell’aggressione imperialista occidentale, me ne occuperò nell’ultima parte di questo articolo a partire da due lavori, nell’ordine del duo Alberto Gabriele-Elias Jabbour (17) e di Giovanni Arrighi (18).
Ad Alberto Gabriele ed Elias Jabbour dobbiamo un importante contributo teorico sulla questione della transizione al socialismo. Si tratta di un testo sul quale dovrò soffermarmi in modo più approfondito allorché affronterò le parti dei Libri II e III dedicate al processo di socializzazione del capitale e alle sue implicazioni nei confronti della transizione al socialismo. Qui mi limiterò a descrivere la loro visione eterodossa della categoria marxiana di modo di produzione e alla tesi della compresenza di più modi di produzione sia a livello mondiale che nell’ambito di una singola realtà nazionale.
Poco sopra abbiamo visto come il modello marxiano non conceda chance di sopravvivenza agli altri modi di produzione che vengono a contatto con il modo di produzione capitalistico attraverso la circolazione mercantile. Tutte le forme sociali che si aprono alle merci capitalistiche sono inevitabilmente destinate a venire integrate, sia pure in misura e forme diverse, al modo di produzione che le produce. Marx ha ovviamente in testa il rapporto fra modo di produzione capitalistico e modi di produzione precapitalistici ma, a un secolo di distanza dalla nascita del primo paese socialista, cui hanno fatto seguito altre rivoluzioni, è inevitabile prendere in considerazione anche il rapporto fra modo di produzione capitalistico e paesi socialisti. Sappiamo che per molti teorici marxisti questo rapporto è mortale per i secondi: nella misura in cui questi ultimi vengono integrati (attraverso scambi commerciali, investimenti diretti e indiretti, ecc.) nel sistema economico mondiale dominato dal modo di produzione capitalistico, il loro destino è segnato: prima o poi finiranno per tornare a essere paesi capitalisti (non a caso un autore come Samir Amin teorizza il delinking (19) invitando i paesi del Sud del mondo che intendono imboccare la via del socialismo a sganciarsi dal mercato mondiale).
Gabriele e Jabbour ribaltano questa prospettiva a partire dalla messa in questione del concetto stesso di modo di produzione. Non si tratta di abbandonarlo, argomentano, bensì di relativizzarlo, tenendo conto della sua natura di modello astratto. Nel mondo reale non esistono modi di produzione, bensì formazioni socioeconomiche che si avvicinano solo approssimativamente al modello astratto. La relazione fra modo di produzione come figura universale, strutturale e costante e le sue particolari e specifiche manifestazioni storico-geografiche, scrivono (20), “è lungi dall’essere semplice”. Il primato di un determinato modo di produzione in uno specifico contesto storico, aggiungono (21), può essere assoluto o relativo. Se, per esempio, gli Stati Uniti costituiscono un caso di supremazia assoluta del modo di produzione capitalistico, in altre formazioni socioeconomiche possono esistere due o più modi di produzione che stanno fra loro in rapporti di rivalità e/o di simbiosi.
Quest’ultima affermazione è compatibile con quanto afferma lo stesso Marx in merito al rapporto di simbiosi fra modo di produzione capitalistico e modo di produzione schiavistico nelle colonie dei paesi capitalisti, o alla sussunzione di varie forme produttive arcaiche all’interno del ciclo del capitale, ecc.. La differenza sta nel fatto che, mentre Marx ipotizza che queste forme ibride siano, almeno tendenzialmente, residui destinati ad evolvere verso la forma capitalista “pura”, Gabriele e Jabbour disegnano uno scenario più complesso e contraddittorio. Posto che a livello mondiale si può affermare che la previsione di Marx si è realizzata, nel senso che ovunque vige la legge del valore che caratterizza ogni forma di produzione mercantile fondata su relazioni monetarie di produzione e scambio (il che vale tanto per i paesi capitalisti quanto per i paesi socialisti e i paesi con consistenti residui di forme produttive precapitalistiche) (22), secondo Gabriele e Jabbour ciò non implica:
1) che la mera esistenza del plusvalore sia di per sé indice di sfruttamento di classe;
2) né che, pur restando il modo di produzione capitalistico dominante a livello mondiale, in alcuni paesi non possano convivere due o più modi di produzione, e che a prevalere, sulla lunga distanza, non sia necessariamente quello capitalistico.
Questa condizione ibrida di convivenza fra più modi di produzione sarebbe propria di quei paesi che Gabriele e Jabbour definiscono sistemi socialistici, fra i quali collocano la Cina, caratterizzati dal ruolo prevalente giocato dallo stato in economia, e dal perseguimento di obiettivi quali riduzione della disuguaglianza, soddisfazione universale dei bisogni di base, sostenibilità ambientale, ecc. si tratta di sistemi misti dove:
a) il meccanismo dei prezzi di mercato e la legge del valore sono la forma prevalente di regolazione nel breve medio termine;
b) il ruolo diretto e indiretto dello stato e il suo controllo sull’economia sono qualitativamente e quantitativamente superiori rispetto ai paesi capitalisti;
c) il governo rivendica ufficialmente come obiettivo a lungo termine la realizzazione del socialismo in un contesto di rapido sviluppo socioeconomico, progresso tecnologico ed evoluzione degli strumenti di governance economica.
Il progresso verso il socialismo, in un simile quadro, può essere descritto come uno scenario in cui le interazioni di mercato e la legge del valore mantengano il loro ruolo e restano valide anche se la loro tradizionale egemonia subisce un progressivo indebolimento (23).
Anche nel caso di Arrighi mi limiterò ad alcuni cenni relativi al tema di questo primo articolo dedicato ai Libri II e III del Capitale, riservandomi di riprendere le tesi di questo autore quando affronterò il processo di socializzazione del capitale e le sue implicazioni nei confronti della transizione al socialismo.
Nelle prime pagine del suo capolavoro – Adam Smith a Pechino (24) – Giovanni Arrighi esorta a “prendere più sul serio la sociologia economica dell’economia”, ponendosi sulla scia di autori come Fernand Braudel e Karl Polanyi, i quali hanno spostato l’asse dell’analisi della forma sociale capitalistica dal piano dell’economia “pura” al piano della sociologia e dell’antropologia culturale. Arrighi imbocca la stessa direzione rovesciando l’interpretazione “canonica” delle teorie di Adam Smith: costui, argomenta, è erroneamente liquidato come l’apologeta del mercato autoregolantesi, che basta lasciare operare liberamente perché generi spontaneamente la ricchezza delle nazioni, mentre in realtà era ben consapevole che solo l’esistenza di uno Stato forte poteva garantire le condizioni di esistenza del mercato stesso, al punto da avanzare la tesi che i mercati non devono essere abbandonati al loro sviluppo spontaneo, bensì “usati” come strumenti di controllo e di governo. Una tesi, argomenta Arrighi, che ci consente di capire la logica delle “economie di mercato non capitalistiche” delle quali la Cina rappresenta il massimo esempio contemporaneo.
Adam Smith, secondo Arrighi, lo aveva intuito già nel 1776, laddove scriveva che la Cina era allora più ricca di qualsiasi Paese europeo grazie al carattere “stazionario” della sua economia (nel senso che ignorava la spinta di tipo europeo all’accumulazione illimitata), cioè grazie al fatto che aveva raggiunto la pienezza di ricchezze consentita dalla natura del suolo, dal clima e dalla posizione geografica. Sempre Smith definiva come “naturale” questo tipo di sviluppo, basato sull’agricoltura e sul commercio interno, mettendolo in contrapposizione con lo sviluppo “innaturale” delle economie europee, basato sul commercio estero.
Arrighi sfrutta questa distinzione per sviluppare una critica nei confronti della tesi marxiana che vede nel modo di produzione capitalistico una fase che il mondo intero dovrà attraversare, prima di riuscire liberarsi dalle ferree “leggi” dell’economia (anche se, come abbiamo visto sopra, l’ultimo Marx non ne era più tanto convinto). Secondo il Marx del Capitale, lo sviluppo che Smith definisce “naturale” non ha alcun futuro possibile in un mondo in cui sia già diffuso lo sviluppo “innaturale” del modo di produzione capitalistico; quest’ultimo, grazie alla sua irresistibile spinta a travolgere ogni ostacolo, condanna ogni altra formazione sociale a disgregarsi non appena entra in contatto con le sue merci.
La potenza della “via innaturale”, argomenta Arrighi (qui in perfetta sintonia con Marx), era il frutto dell’intensa competizione fra nazioni europee che aveva generato un mix unico di capitalismo, industrialismo e militarismo, unitamente a una superiorità tecnologica che le consentì di stroncare la resistenza delle nazioni extraeuropee. Resta però il fatto, sostiene ancora Arrighi, che l’appiattimento “globalista” previsto da Marx non si è realizzato: culture, tradizioni, modelli di relazioni sociali, forme di vita non solo hanno resistito ma, approfittando della crisi generata dal “troppo successo” del modello neoliberale, hanno contrattaccato, generando modelli di sviluppo alternativi a quello dominante, modelli fondati sul mercato ma non capitalistici, dei quali la Cina rappresenta l’esempio più significativo. Per ora mi fermo qui, limitandomi a concludere con una osservazione metodologica: nella misura in cui assumiamo questo punto di vista, rifiutando la visione immanentista-teleologica della storia come processo unidirezionale verso il “progresso”, dovremmo sostituire la definizione di formazioni sociali pre-capitalistiche con quella di formazioni sociali non-capitalistiche.
Note
(1) cfr. C. Formenti, Ombre rosse. Saggi sull'ultimo Lukács e altre eresie, Meltemi, Milano 2022; vedi anche Guerra e rivoluzione, vol. I cap. I, Meltemi, Milano 2023; vedi infine, con Onofrio Romano, Tagliare i rami secchi, DeriveApprodi, Roma 2019.
(2) Cfr., in particolare, La filosofia imperfetta, Franco Angeli, Milano 1984.
(3) Cfr- G. Lukács, Ontologia dell’essere sociale, 4 voll. , Meltemi, Milano 2023.
(4) Per un’analisi critica del marxismo occidentale cfr. D. Losurdo, Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, Laterza, Roma-Bari 2017.
(5) Cfr. C. Preve, op. cit. Preve usa le seguenti definizioni per connotare i due regimi narrativi che attribuisce a Marx: 1) l’idea che la storia umana sia governata da “leggi” paragonabili alle leggi di natura (regime deterministico-naturalistico); 2) una “metafisica immanentistica governata da un Soggetto che marcia verso l’utopia di una società integralmente trasparente” (regine grande narrativo). A questi regimi Preve contrappone un terzo regime a suo avviso presente nell’opera marxiana, che egli definisce, seguendo la lezione di Lukács (cfr. nota 3), ontologico-sociale.
(6) Cfr. P. Baran, P, Sweezy, Il capitale monopolistico, Einaudi, Torino 1968.
(7) Ivi, p. 8
(8) Cfr. V. I. Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo,in Opere scelte, Vol. I, Edizioni in Lingue Estere, Mosca 1947.
(9) Cfr. A Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020.
(10) Cfr. D. Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Feltrinelli, Milano 2011.
(11) La lettera si trova in K. Marx, F. Engels, India Cina Russia, il Saggiatore, Milano 1960.
(12) La critica lukacsiana alle interpretazioni teleologiche della visione marxiana della storia è ricorrente nella sua Ontologia sociale, cit.
(13) Anche le varie versioni della lettera a Vera Zasulič si trovano in India Cina Russia, cit.
(14) Cfr. J. C. Mariategui, Sette saggi sulla realtà peruviana e altri scritti politici, Einaudi, Torino 1972.
(15) Cfr. E. Dussel, L'ultimo Marx, Manifestolibri, Roma 2009.
(16) Cfr. A. G. Linera, Forma valor y forma comunidad, Traficantes de Sueños, Quito 2015.
(17) A. Gabriele, E. Jabbour, Socialist Economic Development in the 21 Century, Routledge, London 2022.
(18) G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2007.
(19) Cfr. Samir Amin, La déconnextion, la Découvert, Paris 1986.
(20) Socialist Economic... cit., p. 51.
(21) Ivi, P. p. 52
(22) Ivi p. 79. Secondo i due autori la convivenza fra differenti modi di produzione a livello mondiale può essere definita come un “meta modo di produzione” caratterizzato da produzione di merci e rapporti monetari di produzione e scambio, vigenza della legge del valore e dei mercati, estrazione di plusvalore, coesistenza di un macrosettore produttivo e un macrosettore improduttivo (p.96)
(23) Ivi, p. 37.
(24) Vedi nota 18.
Fonte
27/11/2024
Dialettica dell’economia cinese. Per Cheng Enfu i cinesi ricostruiscono il loro percorso
Il Volume, non sempre di facilissima lettura e fruizione, mira a dare una sistematizzazione teorica, basata sul marxismo, all’economia “socialista di mercato” inaugurata dal Partito Comunista Cinese con la politica di “Riforme e Apertura” del 1978, e proseguita successivamente con la “Nuova Era”, a partire dal 2012.
Quando si parla di marxismo, nel caso dei teorici cinesi, bisogna entrare nell’ottica di quella che loro chiamano “concezione olistica del marxismo”, ovvero una visione del corpus teorico marxista in termini di “sviluppo organico”, come si diceva da noi in Occidente, da Marx in poi. In pratica, fra Marx, Engels, Lenin e chi li ha seguiti, compresi i leader cinesi, non vi è distinzione fra coloro che hanno teorizzato il marxismo e coloro che lo hanno applicato, come siamo abituati a pensare in Occidente negli ultimi 40 anni: fa parte tutto di un corpus unico in continuo sviluppo.
Così, ad esempio, s’invita a non considerare dogmaticamente le affermazioni di Marx secondo cui nuovi e più avanzati rapporti di produzione non emergono mai finché le condizioni non saranno maturate all’interno della vecchia società, altrimenti non si può concepire l’emergere e l’affermarsi della rivoluzione in Cina, avvenuta in un paese arretrato e che vede tutt’oggi la compresenza di forme di produzione e distribuzione diverse.
Inoltre, in luogo della classica definizione della contraddizione fra la natura privata della proprietà dei mezzi di produzione e la natura sociale delle forze produttive che attanaglia i paesi a capitalismo maturo, viene data la seguente nuova definizione: “la criticità di base dell’economia capitalista contemporanea si manifesta nella contraddizione tra, da un lato, la costante socializzazione e globalizzazione dell’economia con i suoi fattori di produzione sotto la proprietà privata, collettiva o statale, e, dall’altro, il disordine o l’anarchia della produzione all’interno delle economie nazionali e nell’economia mondiale”.
Ciò che differenzia la Cina dai paesi capitalistici, dunque, è la sua capacità di tenere sotto controllo politico i fattori di produzione e le varie forme di proprietà esistenti, non la costruzione di rapporti di proprietà alternativi.
In generale, nell’opera di teorizzazione, l’autore si pone come portavoce delle esigenze politico-economiche della “Nuova Era”, ovvero l’era in cui la Cina decide di cessare gradualmente la funzione di “fabbrica del mondo” di prodotti a basso valore aggiunto, per proporsi come polo più centrale nelle catene del valore.
Il corollario è il sorgere di esigenze nuove che mettano in secondo piano la crescita quantitativa in termini di PIL, a favore di un modello di sviluppo che metta al centro il benessere delle persone, la tutela ambientale e le alte tecnologie. Un cambiamento epocale in tutti gli aspetti politici, pratici e di mentalità, che ha dato luogo a pesanti svolte nel partito, nell’accademia e nella società.
Per quanto riguarda il periodo il 1949–1978, precedente alle “Riforme e Apertura”, la visione del modello di sviluppo adottato in quel trentennio è sorprendentemente positiva, se la si confronta alla versione ufficiale del partito che, se da un lato lo definisce “al 70% positivo, al 30% negativo”, dall’altro mette fortemente in evidenza gli “errori” del Grande Balzo in Avanti e i “disastri” della Rivoluzione Culturale.
Ebbene, nei vari testi, Cheng Enfu reputa il modello di pianificazione in uso in quegli anni quasi come una fase necessaria, che ha avuto la funzione di garantire grandi tassi di crescita medi e la formazione di un’industria di base in vari settori; senza tale fase, non sarebbe state possibile quella successiva di Riforme e Apertura. Le critiche al Grande Balzo in Avanti e alla Rivoluzione Culturale non sono quasi presenti e derubricati a piccole deviazioni.
La fase attuale di sviluppo del socialismo in Cina viene definita fase primaria del socialismo, in cui i rapporti di proprietà hanno come elemento centrale la proprietà pubblica, mentre la proprietà privata e le altre forme di proprietà hanno una funzione ausiliaria; sul versante dell’allocazione delle risorse, invece, il mercato ha ancora un ruolo di primo piano, affiancato alla pianificazione statale, da cui la definizione di “socialismo di mercato”.
La proprietà pubblica è da considerarsi centrale in quanto influisce in maniera decisiva sul mercato, cercando di influenzare domanda e offerta, fornisce le entrate fiscali decisive allo Stato ed ha la funzione di mantenere uno sviluppo equilibrato fra i vari settori.
Man mano che si svilupperà il socialismo, la proprietà pubblica avrà sempre maggiore prevalenza rispetto alle altre forme di proprietà e anche la pianificazione s’imporrà sul mercato, che rimarrà ausiliario, giungendo a quello che viene definito “stato intermedio del socialismo”; mentre nella fase avanzata il mercato esaurirà la sua funzione.
Attualmente, il mercato e l’iniziativa privata vengono giudicati ancora più efficienti della pianificazione, specialmente nei settori in cui si ottiene profitto a breve termine e nell’allocazione a breve termine delle risorse, oltre che nel comparto decisivo dello sviluppo dei settori innovativi, su cui ci si sofferma più volte.
La pianificazione soffre di problemi al momento ritenuti insuperabili, come il coordinamento non perfetto fra gli enti pianificatori, mancanza d’incentivo, tendenze corporative interne, scarsa reattività rispetto ai nuovi settori emergenti. Esso, però, insieme alla proprietà pubblica prevale o ha l’esclusiva nei settori strategici dell’economia, e, in generale, quelli che richiedono grandi investimenti fissi e sono profittevoli a lungo termine (energia, trasporti, difesa, telecomunicazioni, alcuni mezzi di produzione).
Rispetto all’innovazione, come detto, grossa enfasi viene posta, in particolare sulla necessità che lo Stato incentivi i brevetti; in tale comparto è necessario creare un ambiente favorevole e rispettoso anche per chi si arricchisce, con un occhio particolare per coloro i quali sono andati a studiare all’estero e sono poi tornati (quindi potrebbero aver “assorbito” valori, abitudini e modi di lavorare differenti).
In ambito accademico, si caldeggia la necessità di favorire la crescita di un ambiente aperto al dibattito e all’ingresso di nuove idee, una sorta di “politica dei cento fiori” in chiave moderna, senza giungere, però, a far penetrare idee occidentali quali la separazione dei poteri, la democrazia liberale, ecc.
Inoltre, si esplicita che il metodo delle joint venture nei settori più innovativi sia da ritenersi superato perché non permette un grado di controllo sufficiente per la pianificazione statale e spesso porta a non sviluppare adeguatamente, se non a smantellare i reparti ricerca e sviluppo delle aziende quando i capitali stranieri subentrano in un secondo tempo.
In definitiva, nei settori delle alte tecnologie devono svilupparsi le maggiori sinergie possibili fra stato e privato (cinese), trovando una sintesi superiore nell’interessi di tutti. Un po’ come si sta facendo nel comparto digitale.
Un altro aspetto notevole del libro è che l’autore si è assunto il ruolo di tenere la barra dritta, in presenza di molteplici tentennamenti ed idee sbagliate, durante l’epoca di riforme e apertura, rispetto alle molteplici storture che si stavano creando all’interno della società e del tessuto produttivo: una parte rilevante dei testi, infatti, risale proprio agli anni in cui il PIL cinese cresceva a due cifre, trainato dagli investimenti stranieri in produzione a scarso valore aggiunto.
Si trattava, quindi, di un periodo in cui i salari dei lavoratori crescevano a ritmi sottodimensionati rispetto al PIL e ai profitti, come tipico del “sgocciolamento” liberista, consegnando un ambiente favorevole alle esternalizzazioni in Cina per le multinazionali straniere, grazie ai bassi costi di produzione; vi era, pertanto, un grande sfruttamento del lavoro e il livello d’inquinamento delle metropoli era insostenibile.
Ebbene, viene effettuata un’analisi meticolosa di quel modello di sviluppo, paragonandolo anche a quello che il capitalismo occidentale impone anche agli altri paesi “in via di sviluppo” (categoria entro cui la Cina è inserita costantemente) e analizzandolo non solo da un punto di vista marxista, ma anche attraverso le categorie delle varie scuole economiche affermatesi in occidente nel dopoguerra, ovvero quelle riconducibili alla “mano invisibile” smithiana e al keynesismo.
Ne vengono, così, elencate tutte le caratteristiche negative, come lo scarso livello di reddito da salario (a fronte di altri tipi di reddito, quali quello da proprietà immobiliare o di prodotti finanziari, che nelle città si andavano affermando), lo scarso livello di consumi interni, lo squilibrio che si andava approfondendo fra le città e le campagne, le quali restavano sostanzialmente a livelli di grande povertà e le estreme disuguaglianze sociali.
Tutti dati, questi ultimi, non propri di un paese che ha l’obiettivo della costruzione del socialismo, ma tipici dei paesi in via di sviluppo destinati a cadere nella cosiddetta “trappola del reddito medio”, ovvero a giungere ad un certo livello di sviluppo medio-basso per poi, una volta finito il margine competitivo sul livello dei salari, ristagnare per mancanza di una propria base industriale e tecnologica indipendente.
Pertanto, l’autore combatte alcune idee ben presenti in quegli anni nel dibattito accademico (e nel partito), quali “aprire tanto per aprire” (agli investimenti stranieri) e sviluppare le tecnologia più avanzate semplicemente importandole dall’Occidente, per perorare, come già detto, una stretta sul livello di controllo della pianificazione su tali settori, il rafforzamento della proprietà pubblica di essi, nonché la formazione di un capitalismo nazionale più incline a rimanere nell’ambito delle direttive centrali del partito.
Sono questi, insieme all’implementazione della “Belt and Road Initiative”, rivolta prevalentemente ai paesi in via di sviluppo, i tratti della cosiddetta “nuova normalità” economica in Cina, segnata da una maggiore indipendenza dai capitali occidentali e da un modello sviluppo che predilige la qualità rispetto alla quantità, ovvero più alte tecnologie “autoctone”, e una riduzione dei mega investimenti infrastrutturali (per i quali, del resto, c’è fisiologicamente poco spazio) e investimenti stranieri.
I testi si fermano, cronologicamente, agli albori della guerra commerciale inaugurata da Trump e prima della demolizione di alcune bolle finanziarie interne, come quella immobiliare e quella dei giganti di vendite e pagamenti online, Alibaba e Ant Group. Non comprendono, pertanto, l’ultima fase in cui il problema di “aprire tanto per aprire” decisamente non esiste più, bensì, all’opposto, è la Cina che deve farsi garante della globalizzazione, a fronte delle barriere erette dall’Occidente.
Cominciano a porsi in maniera molto stringente problemi nuovi in parte anticipati dal testo con qualche anno di anticipo, quali la creazione di una base tecnologica completamente autonoma dagli USA per gestire il disaccoppiamento tecnologico in settori strategici come i chip e il digitale, oltre alla necessità di contenere alcuni “giganti nazionali”, nati e sviluppatisi sotto tutela governativa, che poi, internazionalizzandosi sui mercati finanziari, hanno trasbordato, come il gruppo Alibaba e qualche gigante dell’immobiliare. Ovviamente, sarebbe interessante seguire il dibattito che si sta sviluppando anche su questi temi.
In definitiva, si tratta di un libro che consente di entrare nel merito del dibattito sviluppatosi in Cina lungo diversi decenni e anche di capire come il Partito Comunista Cinese sia giunto a tenere duro su determinati principi socialisti in maniera tutt’altro che lineare e scontata: diversi decenni di riforme e apertura concepiti in quel modo avevano portato all’affermazione di idee, se non liquidazioniste, almeno ideologicamente stagnanti e poco lungimiranti, che si è stati in grado di superare anche grazie all’opera di intellettuali come Cheng Enfu.
Fonte
14/11/2024
[Contributo al dibattito] - Le condizioni politiche di un nuovo ordine mondiale
Con gli articoli di Maurizio Lazzarato «Perché la guerra?» e di Andrea Pannone «La Borsa, il "comitato d'affari della borghesia" e la guerra» Machina ha impostato un dibattito volto a riflettere su guerra e crisi, oggi.
La nostra attuale impotenza politica è la conseguenza diretta dell’esclusione delle guerre e delle guerre civili dalla teoria critica, essa stessa risultato di un’altra esclusione: quella delle lotte di classe, cioè della questione della rivoluzione. Porre il problema della guerra significa, oggi, porre il problema del mercato mondiale.
Quando la guerra, la guerra civile, il genocidio e il fascismo ritornano clamorosamente nelle nostre cronache (e con essi, paradossalmente, la «possibilità impossibile» della rivoluzione) ci scopriamo impotenti perché, se è vero che questi processi sono l'evidente risultato della produzione capitalistica, è impossibile spiegarli con le sole categorie della critica dell’economia politica.
Che rapporto hanno le guerre con il capitalismo e la sua produzione? Costituiscono incidenti del suo sviluppo o elementi strutturali? E ancora: che rapporto esiste tra lo Stato – che ha il potere di dichiarare e gestire la guerra – e il Capitale? È ancora valido un concetto di produzione che marginalizza lo Stato e la sua sovranità? Si può continuare a considerare lo Stato come elemento puramente funzionale e subordinato alle esigenze dell’accumulazione di capitale?
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Maestro : Rifletti bambino, da dove vengono questi doni. Tu non puoi avere niente da te stesso.
Bambino : Ho tutto dal papà.
Maestro : E da dove li prende lui ?
Bambino : Dal nonno.
Maestro : Ma no. E da chi li ha avuti il nonno ?
Il Bambino : Li ha presi.
Il Capitale, capitolo XXIV
Nell’articolo precedente (riferimento) abbiamo visto come l’affermazione della sovranità degli Usa è andata, di pari passo, con quel processo che, sbrigativamente, abbiamo definito come subordinazione dello Stato alla finanza. In realtà, il potere sovrano, che trova nella guerra la sua massima espressione, non si dà senza la potenza della finanza. Inoltre, il monopolio economico di quest’ultima non può sussistere senza il monopolio politico-militare della forza che favorisce e impone la dollarizzazione, condizione indispensabile per l’esistenza sia dello Stato che della finanza americani. Economia e potere politico sono in presupposizione reciproca, ma nelle fasi come quella che stiamo attraversando, il politico primeggia, anche se nella decisione sovrana per la guerra la questione dell’egemonia economica è decisiva. Nelle nostre società azione economica e azione politico-militare sono strettamente connesse in quanto costituiscono una sola macchina Stato-Capitale, in cui il primo non ha una funzione semplicemente strumentale e subordinata al secondo. Stato e Capitale perseguono fini distinti ma convergenti; l’aumento della potenza del primo e l’aumento del profitto del secondo si alimentano a vicenda. Non è vero che la politica è scomparsa, che lo Stato si è ritirato; lo Stato e la politica sono parte integrante della macchina in cui accumulazione del profitto e accumulazione di potere funzionano insieme.
La teoria critica, dagli anni ’60 ad oggi, ha posto al centro della sua ricerca i concetti e le realtà del potere e dello Stato. Gli obiettivi perseguiti sono stati la critica del concetto di sovranità e la volontà di superare l’interpretazione marxista secondo cui il potere si identifica con la produzione e lo Stato è ridotto a semplice funzione dei processi di accumulazione del valore. Alla fine degli anni ʼ70 il concetto di governamentalità di Foucault (l’insieme delle tecniche disciplinari, biopolitiche, di controllo) sembra aver raggiunto lo scopo: non solo esautora e marginalizza il potere sovrano, ma pretende di contenere le relazioni che spiegano il funzionamento dei meccanismi di potere nelle società contemporanee, irriducibili all’azione sia della produzione che dello Stato. Agamben, qualche anno dopo, corregge questa pacificazione teorica e politica che elimina la sovranità, coniugando governamentalità e potere sovrano, biopotere e Stato, ma facendo di queste categorie delle realtà trans-storiche, delle invarianti che attraversano i secoli sempre uguali a se stesse. Sia l’uno che l’altro escludono il capitalismo, la sua dinamica, le sue contraddizioni, a meno che non si assuma la «teologia economica» dei padri della chiesa cattolica come una efficace alternativa alla critica dell’economia politica (cosa francamente abbastanza ridicola) o si identifichi il funzionamento del capitalismo con i primi capitoli del Capitale di Marx – che Foucault utilizza per un breve periodo per spiegare l’azione disciplinare.
In sintesi, la mia tesi è semplice: lo Stato e la sua sovranità, il monopolio della forza che si manifesta pienamente nella guerra, ma anche il suo potere amministrativo, dovrebbero essere integrati ai concetti marxiani di capitale e di produzione. Cerchiamo di spiegare meglio questo rapporto che sfugge a Foucault come ad Agamben e che, al contrario, è alla base della congiuntura attuale.
Possiamo approssimare il problema ponendoci la domanda: come definire la situazione apertasi con la crisi finanziaria del 2007/8? La sua condizione negativa è data dalla fine del neoliberalismo e dal tramonto della sua governamentalità, il che comporta la subordinazione delle tecniche disciplinari, biopolitiche, alle necessità del regime di guerra che ha la facoltà di utilizzarle, sospenderle o semplicemente cancellarle.
Che l’economia possa essere regolata dal mercato e dalla concorrenza – anche se giuridicamente definiti e attivati da uno Stato che interviene con la stessa intensità e frequenza dello Stato keynesiano – come sostengono gli ordoliberali tedeschi, è stata l’ideologia degli ultimi quarant’anni. Buona parte del pensiero critico ha dato credito a tale ideologia, riconoscendo la teoria secondo cui mercato e concorrenza corrispondano a qualcosa di reale.
Fernand Braudel – che non era un pensatore marxista – ci ha insegnato che il capitalismo «è sempre stato monopolista», che la concorrenza serve a eliminare gli avversari e che il mercato nel capitalismo non esiste: c’è un «contro-mercato» controllato da pochi soggetti il quale, proprio grazie alla concorrenza, sfocia sempre e comunque nel monopolio.
Scriveva Braudel che i capitalisti «hanno mille modi per distorcere il gioco a loro favore, attraverso il credito», la moneta, il potere politico, ecc., «che abbiano a disposizione i monopoli o semplicemente la potenza necessaria per cancellare, nove volte su dieci, la concorrenza, chi ne dubiterebbe?». Sicuramente gli ordoliberali, i neoliberali, Foucault, Dardot e Leval, tutti gli allievi o gli ammiratori del filosofo francese, i media, i politici, ecc.
Come spiegare che la fine della governance neoliberale attraverso il mercato ci abbia regalato la più grossa concentrazione monopolistica della storia del capitalismo e della storia dell’umanità? (vedi articolo precedente) Con il semplice fatto che la centralizzazione economica (come quella politica) non si è mai fermata. Anzi, nel neoliberalismo ha conosciuto un’accelerazione folgorante, velata dall’ideologia del mercato e della concorrenza. Mercato e capitalismo non sono la stessa cosa, ci dice Braudel, e confonderli ha creato e continua a creare un’enorme confusione. Si compie un errore simile identificando capitalismo e neo liberalismo.
La condizione positiva per cogliere la situazione contemporanea è data invece dall’accavallarsi degli eventi: crisi finanziaria, populismi, nuovi fascismi, guerre civili, guerra, genocidio. Giovanni Arrighi la definirebbe come una «fase di transizione egemonica» o di «caos sistemico». Per cercare di essere meno generici, potremmo avventurarci a dire che la fase politica aperta dalla crisi finanziaria del 2007/2008, decretando la fine dei «cicli egemonici» (à la Braudel, Wallerstein, Arrighi), presenta i caratteri dell’«accumulazione originaria» di Karl Marx e dello «stato di eccezione» di Carl Schmitt. Per cui abbiamo un «Karl und Carl» differente da quello di Mario Tronti, un po’ più operativo.
Due osservazioni a proposito: per avere un’immagine del capitale e del suo rapporto con la sovranità, che assume un ruolo decisivo proprio in questo periodo, partiremo non dall’inizio, ma dalla fine del primo libro del Capitale, cioè dall’accumulazione originaria. Marx la descriveva come l’epoca di formazione delle classi e dello Stato (assoluto) dentro e attraverso l’esercizio della grande violenza delle guerre civili, delle guerre di conquista e dei genocidi. Il rivoluzionario tedesco pensava, a torto, che una volta affermatasi la produzione capitalista, questa avrebbe sempre riprodotto le sue proprie condizioni. Il che è vero in modo limitato (riproduce le sue condizioni di esistenza dentro un modo specifico di accumulazione fino a quando questo non entra in crisi) o falso, perché il passaggio da un modo di accumulazione a un altro, ad esempio dal fordismo al neoliberalismo, non è sorto in maniera spontanea e immanente dalla produzione e dal consumo fordisti e dallo Stato keynesiano. La macchina Stato-Capitale è dovuta passare per l’organizzazione di una rottura, di una discontinuità rappresentate dal decennio ʼ69-ʼ79 che ha implicato l’intervento del potere sovrano e della forza armata dove era necessario. È il politico non solo statale, cioè la guerra, i colpi di Stato, le rivoluzioni, la lotta di classe e i loro esiti, che decidono la nuova configurazione dei rapporti di capitale, dei rapporti di potere e della forma Stato. La prima divisione del lavoro è sempre politica e non economica perché deve produrre i dominanti e i dominati, perché deve dividere tra proprietari e non proprietari.[1] La proprietà privata è un presupposto del capitale, ma a crearla e garantirla è lo Stato. L’organizzazione della produzione e la divisione del lavoro propriamente detta, quelle che troviamo nel Capitale, arrivano in seguito per normalizzare rapporti di forza definiti dallo scontro politico tra le classi.
La seconda osservazione riguarda il concetto di stato di eccezione in virtù del quale si possono sospendere le norme giuridiche, produttive, democratiche per cui lo Stato, l’uso della forza e la guerra regnano e decidono. Lo stato di eccezione deve però essere distinto – a differenza di ciò che pensa Agamben – dall’emergenza. Il «Patriot Act» di Bush o le misure imposte dallo Stato durante il Covid-19 sono casi di emergenza. Riserviamo il concetto di stato di eccezione a epoche di rotture radicali che segnano il passaggio da un ordine economico-politico del mondo a un altro: la Rivoluzione francese che segna la fine dall’ancien régime (feudale); le due guerre mondiali che sono state un’ unica e lunga guerra civile e, dentro queste guerre, la Rivoluzione sovietica (o cinese) che insieme hanno definito un nuovo ordine mondiale – la guerra fredda; gli anni ʼ70 che determinano il passaggio dal fordismo al mal definito neoliberalismo; o, ancora, la situazione attuale che annuncia la fine di quest’ultimo e pre-annuncia il «nuovo» che uscirà proprio dallo scontro in corso.
Sarebbe forse più corretto utilizzare un altro concetto di Schmitt come complementare all’accumulazione originaria: il «Nomos della terra», evento storico dove la conquista, la guerra, l’appropriazione – come nell’accumulazione originaria marxiana – generano e istituiscono un nuovo ordine e un nuovo potere; il suo realizzarsi non ha bisogno di norme, queste saranno istituite successivamente. Il Nomos è evento, luogo e momento di discontinuità dove si decide, tramite l’esercizio della forza, la forma dello Stato, delle classi sociali, dei rapporti di forza. Senza l’accumulazione originaria, cioè senza il Capitale, il «Nomos della terra» sarebbe un qualcosa solo di storico-politico; invece, soprattutto a partire dalla fine del XIX secolo, ma già dalla Rivoluzione francese, è diventato in maniera indissolubile economico-politico – cosa di cui Schmitt è perfettamente consapevole: egli infatti vede nella lotta di classe ormai irriducibile a partire dalla rottura operata tra il 1830 e il 1848, la ragione principale della fine dello Stato come lo desiderava, autonomo e indipendente dalla «società».
Il diritto non nasce nella zona di indifferenza tra «interno e esterno» determinata dalla sospensione del sistema giuridico (Agamben), ma da conflitti tra forze che vedono vincitori e vinti. Quindi in nessun caso il campo di concentramento può essere definito il «Nomos del moderno», la sua «matrice nascosta» perché, così come l’emergenza, è «solo» uno degli elementi di strategie che distruggono un ordine e ne fanno nascere un altro. Ciò che diventa regola, gestione quotidiana del potere, è l’emergenza e non il Nomos della terra che resta un’eccezione. La pandemia non definisce un nuovo ordine del mondo, la guerra che è scoppiata subito dopo sì. Agamben si è agitato molto durante la pandemia ed è praticamente sparito con la guerra, proprio perché riduce il Nomos della terra al problema del diritto, confrontato al dato di fatto della violenza armata, dello scontro di classe. Quello che ci interessa capire è, nel «vuoto giuridico» dello stato di eccezione, quali forze combattono tra loro per una nuova egemonia economico-politica o anche, se possibile, per la rivoluzione impossibile.
A fondamento sia dell’accumulazione originaria che dello Stato di eccezione/Nomos della terra, troviamo una conquista, una presa di possesso che è sia di potenza per lo Stato che di profitto per il Capitale. È tramite l’appropriazione, il possedere che Stato e Capitale comunicano. Qui sia Karl che Carl ci dicono che prima di produrre bisogna prendere, appropriarsi, espropriare (terra, esseri umani, risorse, mezzi di produzione, ricchezza, ecc.) e dividere ciò che si è preso tra proprietari e non proprietari. La produzione non crea le classi, né l’istituto della proprietà, né è capace di organizzare l’espropriazione dei mezzi di produzione stessi e delle risorse necessarie al suo svolgersi. Al contrario presuppone il prendere, l’espropriare, e il dividere tra proprietario e non proprietari, tra dominanti e dominati. Per esercitare la grande violenza necessaria al prendere e al dividere, ciò che diventa dirimente è l’uso della forza, la guerra e la guerra civile. Ma anche prima di produrre il diritto bisogna prendere e dividere. Mentre per Marx la violenza è «essa stessa una potenza economica», in Schmitt, che diventi una potenza giuridica, è ambiguamente affermato – dico ambiguamente perché il vero stato di eccezione non può essere un momento disciplinato dal diritto, un momento in cui quest’ultimo, per salvare se stesso e lo Stato, ammette le violenza, annettendola all’ordinamento; la definizione in corso di un nuovo Nomos della terra passa ancora attraverso la forza che diventa sia nuova potenza economica che giuridica.
Nell’accumulazione originaria descritta da Marx troviamo, come del resto nei suoi scritti storico-politici, molti paralleli, mutatis mutandis, con la nostra situazione: molteplicità di soggetti (rapitori e mercanti di schiavi, avventurieri, pirati, rentiers, finanzieri, capitalisti, contadini, militari, mercanti, ecc.); molteplicità di modi di produzione e di sfruttamento (la schiavitù, il lavoro servile, il lavoro salariato, lo sfruttamento finanziario e creditizio, ecc.); molteplicità di forme di violenza (genocidio degli indigeni, l’espropriazione delle terre comuni in Europa e «libere» nel nuovo mondo, la guerra di conquista, d’assoggettamento, la guerra civile, le guerre tra imperialismi, ecc.). In questa fase di violenza dispiegata, il ruolo centrale è giocato dallo Stato – «la borghesia nascente non può fare a meno del suo intervento costante» per cui «tutti i metodi di accumulazione originaria sfruttano, senza eccezioni, il potere dello Stato» – non solo dal punto di vista militare come detentore del monopolio della forza – «brutale» dice Marx –, ma anche da quello economico in quanto gestore del credito e del debito pubblico e politico/legislativo, capace di sfornare leggi speciali – «legislazione sanguinaria» contro i contadini ridotti a mendicanti dalle espropriazioni.
Dal testo emerge un’affermazione marxiana molto importante che va però prolungata fin dentro la nostra attualità: è lo Stato che precipita violentemente il passaggio da un ordine a un altro (qui dal feudalesimo al capitalismo) e abbrevia, tramite l’uso della forza, la fase di transizione.[2]
Lo svilupparsi del capitalismo introduce un cambiamento radicale nel rapporto Stato/Capitale. Se è vero che sono sempre stati in un rapporto di dipendenza reciproca, a partire dalle fine del XIX secolo e in modo particolare dall’inizio del XX, la relativa autonomia dello Stato dall’economia (Poulantzas) e di quest’ultima dallo Stato viene assottigliandosi e le due realtà si integrano in una sola macchina a due teste.
Come è nato e come è morto il neoliberalismo
La definizione che abbiamo dato della situazione attuale (accumulazione originaria e stato di eccezione) ci permette di fugare tutte le ambiguità e le confusioni che il concetto di neoliberalismo ha suscitato. Dall’esperienza della sua nascita e del suo rapido declinare possiamo forse trarre qualche insegnamento per la situazione che stiamo vivendo.
Grazie alla mia veneranda età ho potuto vivere e vedere con i miei occhi l’alternarsi di fasi di governamentalità e di momenti in cui si scatena la violenza dell’accumulazione originaria e lo stato di eccezione. Le due guerre mondiali avevano affermato un nuovo Nomos della terra, con l’egemonia americana in Occidente, sovietica in Oriente. Rapporti di potere inediti sono stati successivamente stabilizzati e normalizzati nel nord del mondo da una governamentalità keynesiana, a volte socialdemocratica. La nuova accumulazione del capitale a guida statunitense è entrata in crisi già alla fine degli anni ʼ60. La macchina Stato-Capitale degli Usa ha immediatamente lanciato una nuova accumulazione originaria e il suo Stato di eccezione ha imperversato sul pianeta dal 1969 al 1979, determinando il passaggio dal fordismo al post-fordismo. La vittoria riportata dalla macchina Stato-Capitale in quel decennio ha aperto la strada a una nuova forma di governamentalità, il neoliberalismo, che ha accompagnato l’accumulazione centrata sul credito e la finanza, fino a quando anche quest’ultima è crollata (2008). Il susseguirsi della crisi finanziaria, il populismo, la guerra e il genocidio hanno decretato la sua fine. Ci troviamo ora dentro la grande violenza propria dei momenti in cui si stabilisce un nuovo ordine (se le grandi potenze ci riescono, perché la cosa non è scontata!).
Cerchiamo di vedere più da vicino quello che è successo nel decennio ʼ69-ʼ79, così da avere un’idea più precisa della forma e della funzione dell’accumulazione originaria e del Nomos della terra all’origine della nuova globalizzazione cominciata negli anni '80, che ora si sta sgretolando sotto i nostri occhi. Il ciclo di lotte mondiale che sfocia nel ʼ68 impone un cambiamento di strategia politica della macchina Stato-Capitale americana, che cerca – all’inizio a tentoni, poi sempre più sicura del suo progetto – di definire una nuova forma d’accumulazione, prima sconfiggendo e successivamente modificando la composizione di classe, costruendo uno Stato che sia una critica in atto dello Stato keynesiano, poiché le masse erano riuscite, grazie alle rivoluzioni del XX secolo, a ritagliarsi spazi di contro-potere al suo interno. L’opera di distruzione non può che cominciare dal luogo in cui il soggetto politico era più forte: il Sud del mondo. Gli Usa, guidati da Kissinger, organizzano una serie esemplare di colpi di Stato in Sud America tramite i militari fascisti. Lo Stato e il suo potere di dichiarare la guerra civile, di imporre lo stato di eccezione e di utilizzare i fascisti, si manifesta anche dentro il capitalismo maturo, come diritto sulla vita e sulla morte di migliaia di comunisti e socialisti. Nel Nord l’integrazione relativa della classe operaia nel sistema, operata grazie al salario e al consumo, ha richiesto più semplicemente una sconfitta politica – vedi gli esempi dei governi Thatcher o Reagan. Vengono sospese le norme giuridiche, produttive, sociali e le tecniche che avevano governato dal dopoguerra al ʼ68. Senza che si tocchi la costituzione formale, né il diritto, è sconvolta e profondamente modificata la costituzione materiale. I rapporti di forza, radicalmente modificati a favore del Capitale, creano le condizioni per modificare di fatto le norme giuridiche, le norme produttive e le tecniche di potere che non emergono in maniera immanente dalla produzione fordista e dallo Stato keynesiano, ma devono essere costruite con l’uso della forza armata del fascismo e la forza politica dello Stato. L’oggetto principale della violenza sono i processi di soggettivazione rivoluzionaria. Le nuove norme non possono agire in una situazione di «caos» determinata da una lotta di classe dispiegata come in America Latina. Per imporle bisogna prima stabilire l’ordine nelle soggettività; solo dei soggetti vinti saranno disponibili ad assumere nuovi comportamenti, nuovi modi di lavorare, nuove modalità della loro riproduzione.
Come nel passaggio di Marx sull’accumulazione originaria, anche negli anni ʼ70 è lo Stato che precipita violentemente il passaggio da un ordine politico-economico a un altro e abbrevia, tramite l’uso della forza, la fase di transizione[3] . Non sono i capitalisti che, negli anni ʼ70 hanno bombardato la residenza presidenziale di Allende e imprigionato e torturato miglia di militanti socialisti e comunisti – o che hanno assassinato quadri dei Black Panthers, che hanno organizzato la strategia della tensione in Italia, ecc. –, ma una volta acquisita la vittoria sulla rivoluzione, nei governi sudamericani gli economisti neoliberali siedono insieme ai militari fascisti. Solo dopo aver normalizzato completamente la «situazione» creata dai colpi di stato («sovrano», dice Schmitt, «è colui che decide in modo definitivo se questo stato di normalità regna davvero»), i neoliberali potranno governare da soli imponendo nuove norme e comportamenti. Dopo il ristabilimento del comando della macchina Stato-Capitale, la situazione sarà normalizzata costruendo un nuovo consenso dei vincitori che passa per l’economia del debito e per il consumo a credito e non più per il salario e il welfare.
Il risultato politico più importante della nuova accumulazione originaria e dello stato di eccezione sarà, come sempre nel capitalismo, una nuova configurazione della proprietà privata non più fondata sul capitalismo industriale ma sulla finanza: il nuovo principio della distribuzione della ricchezza non vede più al suo centro i produttori, ma i proprietari di azioni, obbligazioni e asset finanziari.
Solo dopo che la macchina Stato-Capitale ha seminato la morte politica comincia il neoliberalismo come governamentalità dei nuovi rapporti di forza tra le classi. Soltanto ora il biopotere (discipline, biopolitica, potere pastorale) si dà come compito la «gestione della vita» delle soggettività vinte e governa le loro esistenze sottomesse e assoggettate. Il modello di potere descritto da Foucault (biopotere) non ha più come fondamento la violenza dello Stato, la sovranità, ma l’economia. Anche qui è poi vero che capitalismo ed economia coincidono? Il capitalismo contemporaneo perfettamente incarnato dalla predazione finanziaria, dalla grande violenza dell’appropriazione dell’accumulazione originaria e dalla guerra di classe tra proprietari e non proprietari non ha molto da spartire con l’economia dove degli uomini antropologicamente equipaggiati per lo scambio, per evitare di battersi l’un l’altro armati, preferiscono competere nella produzione e nel commercio, secondo le leggi asettiche della political economy scozzese. Il biopotere fa sua propria questa immagine pacificata della concorrenza e del mercato: non mira a reprimere ma favorisce, incita, sollecita l’attività dei governati; non lavora per la guerra, ma per la pace. Il suo modello è dato dal potere pastorale che non conosce né violenza, né nemici: «Il potere pastorale non ha per funzione principale di fare del male ai nemici, ma di far il bene a quelli su cui veglia. Fare del bene nel senso materiale del termine, cioè: nutrire, offrire sussistenza».
Questa vera e propria ideologia che oppone la governamentalità biopolitica al potere sovrano, cancellando i contendenti della lotta di classe (sia il potere della macchina Stato-Capitale che il potere della rivoluzione) è penetrata fino dentro il pensiero critico, per esempio, della cosiddetta Italian Theory, debitrice sia della governamentalità che del biopotere. Agamben, Negri, Esposito adottano, in modo diverso, questi concetti, ma sembrano ignorare che il loro presupposto, in Foucault, è l’abbandono della guerra di classe come modello delle relazioni sociali. Il rapporto di potere non è più né giuridico, né guerriero, ma di governo. Non si deve cercare né nel contratto, né nella violenza e la lotta. Il rapporto amico-nemico imposto della rivoluzione mondiale scatenata dalla rottura sovietica e riprodottosi fino agli anni '60/'70, è diventato una innocua, pacifica, consensuale, relazione tra governanti e governati: il massimo che si può pretendere è di «non essere più governati» in questo o quel modo. È questa la ragione che sta al fondamento del fallimento di tutte queste teorie incapaci di anticipare la guerra, la guerra civile e il genocidio, cioè di comprendere la natura del capitalismo.
Queste narrazioni pacificatrici sono state spazzate dalla crisi proprio dell’economia, fondamento del biopotere. In maniera rapidissima ricompare in tutta la sua orribile forza ciò che non si era mai ritirato: il potere sovrano sulla vita e sulla morte, segno che una nuova accumulazione originaria si appresta a creare le condizioni politiche di un nuovo ordine mondiale. Il liberalismo classico è stato annientato dalla Prima guerra mondiale, ma il capitalismo ha continuato a riprodursi alleandosi con il fascismo e il nazismo. Il neoliberalismo è morto, ma il capitalismo continua con la guerra, la guerra civile e rinnovando le alleanze con nuovi fascismi, facendosi carico oggi della grande violenza del genocidio.
Un nuovo concetto di produzione?
Da quanto abbiamo detto si deduce che l’accumulazione originaria e la sua grande violenza – come anche lo stato di eccezione o Nomos della terra e soprattutto la lotta di classe – devono far parte integrante del concetto di produzione, costituiscono i suoi presupposti che ogni volta decidono sulla sua forma. In questo modo si esce definitivamente dalle ambiguità e dai limiti, anche marxiani, del concetto di produzione che spesso rischiano di far cadere in un imbarazzante economicismo i suoi epigoni. La violenza, la guerra, la guerra civile e il genocidio non sono un incidente dell’accumulazione del capitale, ma suoi elementi strutturali, fondativi.
Negli anni Sessanta e Settanta sono stati fatti diversi tentativi per arricchire e ampliare il concetto di produzione, cercando di superare i limiti economicisti del marxismo dell’epoca: l'economia libidica (Lyotard), l'economia degli affetti (Klossowski), il discorso del capitalista (Lacan), la produzione desiderante (Deleuze e Guattari), la biopolitica (Foucault), l'ontologia spinozista dell’Essere come produzione di Negri. Tutte queste teorie sembrano fare un passo avanti dal punto di vista teorico (poiché il capitalismo funziona anche attraverso i desideri e gli affetti), ma dal punto di vista politico fanno due o più passi indietro, poiché hanno contribuito a pacificare il capitalismo separando la produzione dalle guerre e dalle lotte di classe.
Il capitalismo nasce da una grande violenza, da massacri, genocidi, espropriazioni, guerre, assoggettamenti. La macchina Stato-Capitale si rinnova, si riproduce e si impone tramite una barbarie che non fa che crescere lungo i secoli, proporzionalmente allo sviluppo delle forze produttive del lavoro e della tecnica che, se non sono indirizzate all’emancipazione dalle rivoluzioni, convergono nella distruzione non solo del capitale variabile o fisso, come recita il marxismo della crisi, ma della specie umana e del suo mondo.
La furia sanguinaria da cui sono presi i nostri governanti non è né un tratto psicologico, né una malattia mentale, né niente di nuovo. Si ripete con regolarità sconcertante e averla esclusa dalla definizione del capitalismo e del capitale è semplicemente idiota e suicida. Aver ridotto il capitalismo a mercato e il potere a disciplina, governo e biopolitica, credendo che l’uno e gli altri avessero finalmente decapitato il moderno Leviatano – che regge con una mano il simbolo del potere politico e con l’altra il simbolo del potere economico piuttosto che religioso – quando invece continua, imperterrito, a decidere della vita e della morte, è uno degli esiti più disastrosi della teoria critica del post sessantotto. La verità del suo mortifero esercizio è oggi facilmente verificabile, ma il confronto con il reale della guerra di classe sembra impossibile da assumere in un Occidente ormai al suo definitivo tramonto. Il profitto capitalista e la potenza dello stato si alimentano a vicenda, ma nei periodi in cui l’accumulazione originaria continuata agisce in sintonia con lo Stato di eccezione, il potere sovrano di dare la morte, di prendere e di vedere primeggia necessariamente. Un potere non più identificabile unicamente con lo Stato, ma che rinvia piuttosto alla forza politica della macchina Stato-Capitale che decide e guida la strategia. Il rovescio di questa situazione è ciò che, dal punto di vista degli oppressi, si può definire il momento leninista, ovvero il momento nel quale l’impossibile può realizzarsi (sempre se si danno le condizioni soggettive per farlo).
Che cos’è la democrazia?
La democrazia è esistita solo per un brevissimo periodo, in Occidente, grazie alla lotta di classe e alle rivoluzioni del XX secolo. Sparite queste ultime, è ritornata ad essere quella che è sempre stata per i liberali: democrazia per i proprietari – Marx ricordava che la costituzione materiale in Occidente è la proprietà –, democrazia per la guerra e il genocidio, democrazia per i fascismi.
C’è un elemento che manca nell’accumulazione originaria marxiana ed è il fascismo, che, effettivamente, emerge solo con l’imperialismo: il capitalismo monopolistico, a differenza del capitalismo concorrenziale, «non sviluppa più una tendenza al socialismo, ma caso mai, alla barbarie fascista», suggeriva Hans Junger Krahl.
Una delle caratteristiche più peculiari del fascismo storico è che, a differenza dei comunisti e dei rivoluzionari, non deve prendere il potere perché gli è offerto su un piatto d’argento dalle classi dominanti terrorizzate dalle proprie crisi, che rendono ogni volta attuale l’abolizione della proprietà privata – unico vero valore dell’Occidente. Il fascismo e il nazismo sono degli elementi indispensabili per l’esistenza e la riproduzione della macchina Stato-Capitale quando mobilitano accumulazione originaria e stato di eccezione.
La cosa si sta producendo, mutatis mutandis, oggi. La «Repubblica delle banane» francese è un caso esemplare a questo proposito. Il presidente Macron, quando era stato eletto la seconda volta, non aveva più la maggioranza e governava tramite decreti esautorando completamente il parlamento. Dopo aver perso anche le elezioni europee, il suo progetto era di traghettare i fascisti al potere come avevano fatto i suoi avi nel XX secolo perché sono la soluzione ideale all’epoca delle catastrofi capitaliste: applicano le politiche del capitale come i liberali, ma con una governance «illiberale».
Prendiamo in considerazione le cosiddette posizioni antisistema dei fascisti italiani che al governo ci sono già. Una volta al potere hanno abbandonato immediatamente il sovranismo, diventando ligi esecutori degli ordini dell’Europa e servi dell’atlantismo; nel mentre si sono impegnati a svendere la «patria» ai fondi americani. Il governo ha promesso a Bruxelles 20 miliardi di privatizzazioni entro il 2027. Meloni ha venduto la rete telefonica nazionale agli americani di KKR; quote dei depositi di Sace; il 3% di Leonardo al maxi-fondo USA Black Rock che ha già raggiunto il 9% di Eni e costituisce già l’azionista più importante della Borsa di Milano; Vanguard è entrata nel Monte dei Paschi. La privatizzazione delle Poste non è che è un regalo a questi fondi di investimento, a cui è riservata una quota del 70% delle azioni vendute! E si prepara a fare lo stesso con le Ferrovie. La finanza americana considera l’Italia l’anello debole per entrare in Europa e depredarla – l’80% dei soldi investiti nei titoli dei fondi finiscono negli USA per comprare titoli americani e sorreggere la loro economia iper-indebitata. L’Italia è utilizzata anche per continuare a smantellare l’industria tedesca, sempre sospettata di rapporti con la Cina – ad esempio, l’operazione di Unicredit contro CommerzBank, è finanziata dagli americani. L’8 marzo del 2023, durante la visita di Netanyahu a Roma, i fascisti hanno firmato un accordo per appaltare una parte consistente della nostra cybersecurity agli israeliani in cambio di commesse militari. In poche parole Israele ci osserva e ci scruta come e quando vuole. I fascisti, grandissimi patrioti, spalancano i confini alla finanza «straniera» per impoverire la «madre patria», mentre li chiudono a qualche migliaio di migranti o li deportano in Albania. Per ligio servizio reso ai padroni americani, Giorgia Meloni è stata premiata dall’Atlantic Council – il cui nome è tutto un programma.
Il governo ha anche tolto risorse a sanità e scuola pubblica allo scopo di favorire la privatizzazione di tutti i servizi pubblici che è proprio la politica dei fondi americani; ha impoverito il paese, soprattutto i pensionati, fatto votare leggi liberticide contro scioperi e manifestazioni, inventato anche il reato di resistenza passiva. Non ha tassato gli enormi profitti di banche, assicurazioni, multinazionali dell'energia e della farmaceutica e delle Gafam. Ha incrementato l’evasione fiscale legalizzata, anche chiamata ottimizzazione fiscale, altra condizione indispensabile al capitalismo finanziario. Questo enorme trasferimento di ricchezza verso le tasche dei padroni ha svuotato i conti pubblici e ora i fascisti chiedono «sacrifici». Per i prossimi 7 anni, dopo essersi schierata contro l’austerità quando era all’opposizione, Meloni impone tagli per 12 miliardi l’anno alla spesa pubblica per rientrare nei parametri stabiliti dal nuovo patto di stabilità europeo (anche questo aspramente criticato prima di salire al potere).
I fascisti sono più liberali dei liberali in politica economica e fiscale. Il solo terreno su cui tengono le promesse fasciste è la repressione di ogni dissenso e di ogni differenza. I colleghi francesi non riescono ancora ad accedere al potere per via elettorale? Ci pensa Macron, convinto che scogliere il parlamento e convocare nuove elezioni politiche fosse il modo migliore per spianare la strada a questi alleati più che sicuri – ma che possono sempre partire per la loro strada, come hanno fatto i nazisti. Che sfiga! Hanno perso sia i fascisti che Macron e la prima forza politica è risultata essere stata la sinistra. Da subito il presidente non riconosce i risultati delle elezioni. In una situazione d’accumulazione originaria e Nomos della terra, dove conta solo la forza, è possibile fare solo ciò che conviene alla macchina Stato-Capitale. Le norme democratiche sono di fatto sospese e dipendono dal volere del «sovrano» democratico Macron, che nomina un governo dove è rappresentata tutta la destra, dalla repubblicana ai fascisti, cioè le forze che sono uscite sconfitte dalle elezioni. Il governo esiste solo grazie all’astensione dei fascisti che lo tengono in pugno e che, mostrandolo pubblicamente, se ne vantano. Aperta la strada politica al potere fascista, mancava quella economica. Eccola: il nuovo governo deve coprire i buchi di bilancio del precedente governo dei banchieri che ha dispensato miliardi pubblici alle imprese e ai ricchi con enorme generosità. Ora bisogna tagliare 60 miliardi di spese dello Stato e si potrà fare soltanto al prezzo di una austerità dello stesso valore (2% del Pil) di quella imposta alla Grecia dalla magnanima Europa.
Il nazismo non è cresciuto tra le due guerre a causa dell’inflazione, come racconta lo storytelling democratico dei tedeschi, ma a causa dell’austerità imposta dalla crisi del 1929. Tutte le condizioni sono riunite perché i fascisti, bocciati dal «popolo» nelle elezioni, salgano prossimamente al potere. Voilà la democrazia!
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Maurizio Lazzarato vive e lavora a Parigi. Tra le sue pubblicazioni con DeriveApprodi: La fabbrica dell’uomo indebitato(2012), Il governo dell’uomo indebitato(2013), Il capitalismo odia tutti(2019), Guerra o rivoluzione (2022), Guerra e moneta (2023). Il suo ultimo lavoro è: Guerra civile mondiale? (2024).
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