Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Elias Jabbour. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Elias Jabbour. Mostra tutti i post

28/04/2025

Appunti sui libri II e III del Capitale di Marx / 2 parte

di Carlo Formenti

Avvertenza: le parentesi quadre contengono chiarimenti o aggiunte del sottoscritto. Viceversa i termini in corsivo sono degli autori citati, salvo eccezioni esplicitamente segnalate.

2. Sui rapporti fra il modo di produzione capitalistico e le altre forme sociali

Secondo Marx, la forma di merce che i prodotti del lavoro umano tendono ad assumere a mano a mano che le forze produttive si sviluppano, tanto da generare una eccedenza rispetto alle esigenze del consumo immediato, e le relazioni sociali (scambio mercantile) che ne derivano, non vanno classificati solo fra i presupposti della nascita del modo di produzione capitalista, ma rappresentano anche e soprattutto gli agenti che consentono a quest’ultimo di assimilare-integrare tutte le forme sociali con cui esso viene a contatto. Entrambe queste funzioni sono ampiamente discusse sia nel Libro II che nel Libro III del Capitale.

Nel capitolo XX del III Libro leggiamo: “Qualunque sia il modo di produzione sulla cui base si producono i prodotti che entrano come merci nella circolazione – la comunità primigenia o la produzione schiavistica, la produzione a opera di piccoli contadini e piccoli artigiani o la produzione capitalistica – ciò nulla cambia al loro carattere di merci; e come merci essi devono attraversare il processo di scambio e i mutamenti di forma [cioè M-D e D-M] che lo accompagnano” (pp. 411-412).

Il medesimo concetto è spiegato in modo più ampio e dettagliato nel capitolo IV del II Libro: “il ciclo del capitale industriale, vuoi in quanto capitale denaro, vuoi in quanto capitale merce, si incrocia con la circolazione di merci dei più svariati modi di produzione sociale, nei limiti in cui questa è nello stesso tempo produzione di merci. Siano le merci il prodotto di un modo di produzione basato sulla schiavitù, o di contadini (cinesi, ryots indiani), o di comunità (Indie orientali olandesi ), o di una produzione statale (come, sulla base della servitù della gleba, si presenta in epoche passate della storia russa), o di popoli cacciatori semiselvaggi, ecc., come merci e denaro esse stanno di fronte al denaro e alle merci in cui è rappresentato il capitale industriale, ed entrano sia nel ciclo di quest’ultimo, sia nel ciclo del plusvalore di cui è depositario il capitale merce, in quanto sia speso come reddito; dunque, entrano in entrambi i rami di circolazione del capitale merce. Il carattere del processo di produzione da cui provengono è del tutto indifferente; come merci esse funzionano sul mercato, come merci entrano sia nel ciclo del capitale industriale, sia della circolazione del plusvalore in esso contenuto” (p. 141).

Notiamo per inciso che il cenno alla produzione statale, qui riferito a “epoche passate della storia russa”, oggi potrebbe riferirsi alle merci prodotte dalle imprese di stato cinesi o di altri Paesi socialisti il che, più avanti, ci costringerà a ragionare sulle implicazioni politiche della loro integrazione nel mercato mondiale. Ciò detto, l’immediata conseguenza del passaggio appena citato è che, come leggiamo alla pagina successiva, se è vero che il modo di produzione capitalistico è condizionato da modi di produzione esistenti fuori del suo livello di sviluppo, è altrettanto vero che “la sua tendenza è, per quanto possibile, di convertire ogni produzione in produzione di merci; il suo mezzo principale a questo scopo è appunto quello di attirarle nel proprio processo di circolazione”.

Molte delle riflessioni critiche che svolgerò in questo percorso faranno leva sullo spiraglio metodologico che quel per quanto possibile apre sul determinismo che sembra qui ispirare l’argomentazione di Marx (spiraglio che, come ho argomentato altrove (1), è stato usato da autori come Costanzo Preve (2) e Gyorgy Lukács (3) per contestare le interpretazioni teleologiche della concezione marxiana della storia). Qui dobbiamo tuttavia limitarci a prendere atto che Marx ci dice che la merce funge da minimo comun denominatore, svolge il ruolo di un “linguaggio universale” in grado di mettere in relazione i modi di produzione fra loro più diversi.

A prima vista, questa comune appartenenza dei modi di produzione alla sfera dello scambio mercantile non dovrebbe necessariamente comportare il prevalere di uno di essi su tutti gli altri. Ma per Marx le cose non stanno così: non appena la merce diviene capitale-merce essa si trasforma in un acido corrosivo che tutto dissolve: “Via via che questa [la produzione capitalistica di merci] si sviluppa, esercita effetti disgreganti e dissolventi su ogni forma di produzione anteriore, che, avendo soprattutto di mira i bisogni personali immediati, non trasforma in merce che l’eccedenza del prodotto” (Libro II, cap. I, p. 59). In poche parole, a determinare la differenza – nonché il dominio del modo di produzione capitalistico su tutte le altre forme sociali – è, da un lato, il carattere limitato della produzione semplice di merci (propria delle società in cui solo il prodotto che eccede il bisogno personale immediato diventa merce), dall’altro, il carattere illimitato della produzione capitalistica di merce, cioè di un sistema sociale in cui il capitale-merce dev’essere integralmente trasformato in profitto pena la sopravvivenza del sistema.

Attenzione: non è la forma merce in quanto tale a svolgere la funzione dissolvente appena descritta (affermarlo equivarrebbe ad attribuirle un potere metafisico), bensì è la merce capitale, vale a dire la merce trasfigurata dal processo storico di sviluppo del capitalismo. Alle origini di tale processo si colloca il capitale mercantile: “meno sviluppata è la produzione, più il patrimonio monetario si concentra nelle mani dei mercanti o appare come forma specifica del patrimonio commerciale” (Libro III, cap. XX, p 413). E poco sotto: “la sua [del capitale commerciale] esistenza e il suo sviluppo fino ad un certo livello sono anzi premessa storica dello sviluppo del modo di produzione capitalistico, 1) come presupposto della concentrazione di patrimoni monetari, 2) perché il modo di produzione capitalistico postula produzione per il commercio, vendita all’ingrosso e non ai singoli clienti” (Ivi). Ma questo non è di per sé sufficiente a garantire il passaggio da un modo di produzione all’altro. È pur vero che “il capitale deve formarsi nel processo di circolazione prima di apprendere a dominare i suoi estremi, le diverse sfere di produzione fra le quali la circolazione serve da mediatrice” (Libro III, cap. XX p.415), ma perché le sfere di produzione (capitalistica) in questione possano esistere, occorre che, a mano a mano che ogni prodotto cade nelle mani degli agenti della circolazione, questa forza centripeta del capitale mercantile produca i suoi effetti, che consistono, come anticipato sopra, nella tendenza a convertire ogni produzione in produzione di merci, il che implica la trasformazione di tutti i produttori immediati in operai salariati.

Nel capitolo XXIV del Libro I, nel quale analizza l’accumulazione primitiva, Marx descrive la spietatezza con cui il capitalismo procede alla separazione dei produttori immediati dai loro mezzi di produzione e alla loro trasformazione in operai salariati. Ma nei Libri II e III si dà per scontato che tale processo sia già compiuto, si presuppone cioè, “che le leggi del modo di produzione capitalistico si svolgano allo stato puro”, anche se Marx ammette che, nella realtà, “esiste sempre soltanto approssimazione; approssimazione però tanto maggiore, quanto più si è sviluppato il modo di produzione capitalistico e quanto più ne è limitata l'adulterazione e commistione con sopravvivenze di stati economici precedenti” (Libro III, cap. X, p. 227).

Esaurita la fase dell’accumulazione primitiva, il modo di produzione si fonda dunque sempre meno sull’appropriazione selvaggia del plusprodotto sociale per assumere la sua forma “pura”, compiuta: “il capitale industriale è il solo modo di esistere del capitale in cui la funzione di quest’ultimo non consista unicamente nell’appropriazione di plusvalore , rispettivamente plusprodotto, ma, nello stesso tempo, nella sua creazione. Esso perciò determina il carattere capitalistico della produzione; la sua esistenza implica quella dell’antitesi di classe fra capitalisti e salariati. Nella misura in cui esso si impadronisce della produzione sociale, la tecnica e l’organizzazione sociale del processo lavorativo e, con esse, il tipo storico-economico della società vengono rivoluzionati. Le altre specie di capitale non gli vengono soltanto subordinate e in conformità modificate nel meccanismo delle loro funzioni, ma non si muovono più che sulle sue basi, insieme alle quali vivono e muovono, stanno e cadono. Capitale denaro e capitale merce (…) non sono ormai più che modi di esistere – resi autonomi e sviluppati unilateralmente come esponenti di rami di affari propri – delle diverse forme di funzionamento che il capitale industriale ora riveste ed ora depone nella sfera della circolazione” (Libro II, Cap. I, p. 79). Al processo appena descritto appartiene la progressiva liquidazione dei piccoli capitalisti, che si presenta come una “separazione alla seconda potenza” delle condizioni di lavoro dai produttori, nella misura in cui, per questi soggetti, “il lavoro personale recita ancora una parte” (Libro III, cap. XV, p. 315).

Il modello teorico che emerge dalle citazioni che abbiamo estratto dai Libri II e III del Capitale, parrebbe giustificare la tesi secondo cui Marx avrebbe concepito una visione profetica dello sviluppo futuro del modo di produzione capitalistico, considerandolo destinato a culminare nella propria mondializzazione senza residui, caratterizzata dalla dissoluzione integrale di tutti gli altri modi di produzione e dal tramonto dei loro sistemi di relazione sociale, progressivamente rimpiazzarti dal rapporto egemone, se non esclusivo, fra capitale e lavoro salariato. Questo punto di vista trova legittimazione in quei passaggi del Manifesto del 1848 che esaltano la funzione “civilizzatrice” del modo di produzione capitalistico, nella misura in cui la sua energia “rivoluzionaria” sovverte ogni relazione economica, politica e sociale, oltre che ogni valore civile, religioso e culturale delle forme sociali tradizionali (definite barbare o semi barbare), sottraendole al loro “torpore” secolare e allargando a dismisura la schiera dei lavoratori salariati, futuri becchini di ogni forma di dominio, oppressione e sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Se dovessimo attenerci a questa interpretazione (come peraltro ha fatto buona parte della tradizione marxista occidentale) (4), ne ricaveremmo l’immagine di un Marx eurocentrico, condizionato dai paradigmi dell’evoluzionismo e dell'illuminismo progressista borghesi, o di quello che potremmo definire, con Costanzo Preve, un Marx intrappolato nei regimi narrativi “deterministico-naturalistico” e “grande narrativo” (5). Ora non si può negare che Marx, in sintonia con la sua nota metafora secondo cui sarebbe la natura umana a offrire la chiave interpretativa della natura della scimmia, abbia detto che il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire, tuttavia Baran e Sweezy, laddove citano tale affermazione (6), notano giustamente che essa andrebbe intesa nel senso che gli altri paesi europei avrebbero seguito la via tracciata dall’Inghilterra, più che come profezia sul futuro mondiale. Ma soprattutto non va dimenticato che in queste pagine Marx descrive un processo tendenziale e non un destino e, come avremo modo di vedere più avanti, è sempre attento ad analizzare le controtendenze che possono deviare il corso della storia in direzioni inedite.

In effetti, fatta eccezione per l’analisi del ruolo svolto dal saccheggio dei popoli colonizzati da parte delle metropoli capitalistiche nell’accumulazione primitiva, contenuta nelle parti finali del Libro I, Marx non ha ampliato, se non per cenni episodici, il proprio modello teorico fino a comprendere tanto i segmenti sviluppati quanto quelli sottosviluppati del mondo capitalistico, il che, commentano Baran e Sweezy, “ha avuto lo spiacevole effetto di concentrare l’attenzione in maniera esclusiva sui paesi capitalistici sviluppati” (7). Non a caso tutti i contributi innovativi alla teoria marxista, dall’analisi di Lenin sul capitale monopolistico (8) a quello degli appena citati Baran e Sweezy, alle analisi della “banda dei quattro” – appellativo con cui Alessandro Visalli definisce i massimi teorici del sottosviluppo e del rapporto centro-periferia nel sistema mondo: Immanuel Wallerstein, Giovanni Arrighi, Samir Amin e Gunder Frank (9) – si impegnano nello sforzo di porre rimedio a questo “buco” nell’opera di Marx. Mentre a David Harvey va riconosciuto il merito di avere messo in luce come la cosiddetta accumulazione primitiva non sia una fase storica limitata ai primordi dello sviluppo capitalistico, bensì un dispositivo sistemico permanente, che questo autore definisce accumulazione per espropriazione (10).

Dopodiché va sottolineato come sia stato lo stesso Marx a smentire in varie occasioni - soprattutto nei testi “tardi” della seconda metà degli anni Settanta dell’800 – le letture deterministiche (teleologiche) del suo lavoro. Così ha invertito il proprio giudizio nei confronti del rapporti fra imperialismo inglese e colonia irlandese: laddove, in precedenza, aveva sostenuto – in ossequio alla presunta missione progressista/emancipatoria del modo di produzione capitalista metropolitano nei confronti dei modi di produzione precapitalistici delle colonie (proletarizzazione dei piccoli contadini) – che gli irlandesi si sarebbero potuti emancipare solo in seguito a una vittoriosa rivoluzione degli operai inglesi ma, una volta preso atto del fatto che il supersfruttamento della forza lavoro irlandese immigrata consentiva al capitalismo inglese di concedere privilegi ai lavoratori autoctoni, ha riconosciuto che, al contrario, nessuna rivoluzione proletaria sarebbe potuta avvenire in Inghilterra finché l’Irlanda non avesse conquistato la propria indipendenza (anticipando così le tesi di Lenin sul rapporto fra rivoluzione proletaria e lotte di liberazione nazionale).

Di più: in una lettera del 1877 alla redazione di una rivista russa che aveva ospitato una recensione dell’edizione russa del Capitale scriveva, a proposito della tesi del recensore, il quale utilizzava il capitolo sull'accumulazione primitiva per sostenere che nessuna rivoluzione sociale sarebbe potuta avvenire in Russia se non dopo la completa espropriazione (e la riduzione allo status di lavoratori salariati) dei contadini, “[il mio critico] sente il bisogno di metamorfosare il mio schizzo della genesi del capitalismo nell’Europa occidentale in una teoria storico-filosofica della marcia generale imposta a tutti i popoli, in qualunque situazione storica si trovino (sottolineatura mia), per giungere infine alla forma economica che, con la maggior somma di potere produttivo del lavoro sociale, assicura il più integrale sviluppo dell’uomo. Ma io gli chiedo scusa: è farmi insieme troppo onore e troppo torto [sottinteso: troppo onore nell’attribuirmi la capacità di descrivere le leggi generali di sviluppo dell’umanità, troppo torto nell’attribuirmi intenzioni e meriti che non ho mai nutrito né rivendicato]”(11).

Il passaggio è particolarmente significativo, sia in quanto conferma la tesi di Lukács, laddove costui nega l’intenzione di Marx di formulare delle “leggi generali” della storia in grado di prevederne gli sviluppi (12), sia perché, in quegli stessi anni, Marx stilava la celebre lettera a Vera Zasulič, nella quale, intervenendo sul dibattito fra socialdemocratici e populisti russi, non escludeva, in linea di principio e fatte salve determinate condizioni (13), che la comune contadina (obscina) potesse svolgere il ruolo di agente di una trasformazione in senso socialista della Russia, senza passare sotto le forche caudine della fase capitalistica. È qui che possiamo valutare l’importanza dell’inciso evidenziato in precedenza nella frase “la sua [del modo di produzione capitalistico] tendenza è, per quanto possibile, di convertire ogni produzione in produzione di merci”. Il per quanto possibile implica che le forme sociali precapitaliste possano non solo resistere al ma, date certe condizioni storiche, prevalere sul tentativo di colonizzazione da parte del modo di produzione capitalistico.

Del resto nel III Libro (Cap. XX p. 420) Marx precisa che la capacità del capitalismo mercantile di provocare la disgregazione dei vecchi modi di produzione “dipende, in primo luogo, dalla loro stabilità e articolazione interna”. E a pagina 422 aggiunge che, “in Cina, dove non viene loro in aiuto la forza politica diretta. La grande economia e il forte risparmio di tempo derivanti dalla combinazione immediata di agricoltura e manifattura, offrono qui la resistenza più accanita ai prodotti della grande industria”. Su queste aperture dell’ultimo Marx alcuni marxisti latinoamericani – fra i quali Mariategui (14) Dussel (15) e Linera (16) – hanno fondato le loro analisi sul potenziale anticapitalista delle comunità originarie del subcontinente. Quanto all’attualità del riferimento marxiano alla capacità di resilienza della società e della civiltà cinese a fronte dell’aggressione imperialista occidentale, me ne occuperò nell’ultima parte di questo articolo a partire da due lavori, nell’ordine del duo Alberto Gabriele-Elias Jabbour (17) e di Giovanni Arrighi (18).

*****

Ad Alberto Gabriele ed Elias Jabbour dobbiamo un importante contributo teorico sulla questione della transizione al socialismo. Si tratta di un testo sul quale dovrò soffermarmi in modo più approfondito allorché affronterò le parti dei Libri II e III dedicate al processo di socializzazione del capitale e alle sue implicazioni nei confronti della transizione al socialismo. Qui mi limiterò a descrivere la loro visione eterodossa della categoria marxiana di modo di produzione e alla tesi della compresenza di più modi di produzione sia a livello mondiale che nell’ambito di una singola realtà nazionale.

Poco sopra abbiamo visto come il modello marxiano non conceda chance di sopravvivenza agli altri modi di produzione che vengono a contatto con il modo di produzione capitalistico attraverso la circolazione mercantile. Tutte le forme sociali che si aprono alle merci capitalistiche sono inevitabilmente destinate a venire integrate, sia pure in misura e forme diverse, al modo di produzione che le produce. Marx ha ovviamente in testa il rapporto fra modo di produzione capitalistico e modi di produzione precapitalistici ma, a un secolo di distanza dalla nascita del primo paese socialista, cui hanno fatto seguito altre rivoluzioni, è inevitabile prendere in considerazione anche il rapporto fra modo di produzione capitalistico e paesi socialisti. Sappiamo che per molti teorici marxisti questo rapporto è mortale per i secondi: nella misura in cui questi ultimi vengono integrati (attraverso scambi commerciali, investimenti diretti e indiretti, ecc.) nel sistema economico mondiale dominato dal modo di produzione capitalistico, il loro destino è segnato: prima o poi finiranno per tornare a essere paesi capitalisti (non a caso un autore come Samir Amin teorizza il delinking (19) invitando i paesi del Sud del mondo che intendono imboccare la via del socialismo a sganciarsi dal mercato mondiale).

Gabriele e Jabbour ribaltano questa prospettiva a partire dalla messa in questione del concetto stesso di modo di produzione. Non si tratta di abbandonarlo, argomentano, bensì di relativizzarlo, tenendo conto della sua natura di modello astratto. Nel mondo reale non esistono modi di produzione, bensì formazioni socioeconomiche che si avvicinano solo approssimativamente al modello astratto. La relazione fra modo di produzione come figura universale, strutturale e costante e le sue particolari e specifiche manifestazioni storico-geografiche, scrivono (20), “è lungi dall’essere semplice”. Il primato di un determinato modo di produzione in uno specifico contesto storico, aggiungono (21), può essere assoluto o relativo. Se, per esempio, gli Stati Uniti costituiscono un caso di supremazia assoluta del modo di produzione capitalistico, in altre formazioni socioeconomiche possono esistere due o più modi di produzione che stanno fra loro in rapporti di rivalità e/o di simbiosi.

Quest’ultima affermazione è compatibile con quanto afferma lo stesso Marx in merito al rapporto di simbiosi fra modo di produzione capitalistico e modo di produzione schiavistico nelle colonie dei paesi capitalisti, o alla sussunzione di varie forme produttive arcaiche all’interno del ciclo del capitale, ecc.. La differenza sta nel fatto che, mentre Marx ipotizza che queste forme ibride siano, almeno tendenzialmente, residui destinati ad evolvere verso la forma capitalista “pura”, Gabriele e Jabbour disegnano uno scenario più complesso e contraddittorio. Posto che a livello mondiale si può affermare che la previsione di Marx si è realizzata, nel senso che ovunque vige la legge del valore che caratterizza ogni forma di produzione mercantile fondata su relazioni monetarie di produzione e scambio (il che vale tanto per i paesi capitalisti quanto per i paesi socialisti e i paesi con consistenti residui di forme produttive precapitalistiche) (22), secondo Gabriele e Jabbour ciò non implica:
1) che la mera esistenza del plusvalore sia di per sé indice di sfruttamento di classe;
2) né che, pur restando il modo di produzione capitalistico dominante a livello mondiale, in alcuni paesi non possano convivere due o più modi di produzione, e che a prevalere, sulla lunga distanza, non sia necessariamente quello capitalistico.

Questa condizione ibrida di convivenza fra più modi di produzione sarebbe propria di quei paesi che Gabriele e Jabbour definiscono sistemi socialistici, fra i quali collocano la Cina, caratterizzati dal ruolo prevalente giocato dallo stato in economia, e dal perseguimento di obiettivi quali riduzione della disuguaglianza, soddisfazione universale dei bisogni di base, sostenibilità ambientale, ecc. si tratta di sistemi misti dove:
a) il meccanismo dei prezzi di mercato e la legge del valore sono la forma prevalente di regolazione nel breve medio termine;
b) il ruolo diretto e indiretto dello stato e il suo controllo sull’economia sono qualitativamente e quantitativamente superiori rispetto ai paesi capitalisti;
c) il governo rivendica ufficialmente come obiettivo a lungo termine la realizzazione del socialismo in un contesto di rapido sviluppo socioeconomico, progresso tecnologico ed evoluzione degli strumenti di governance economica.
Il progresso verso il socialismo, in un simile quadro, può essere descritto come uno scenario in cui le interazioni di mercato e la legge del valore mantengano il loro ruolo e restano valide anche se la loro tradizionale egemonia subisce un progressivo indebolimento (23).

*****

Anche nel caso di Arrighi mi limiterò ad alcuni cenni relativi al tema di questo primo articolo dedicato ai Libri II e III del Capitale, riservandomi di riprendere le tesi di questo autore quando affronterò il processo di socializzazione del capitale e le sue implicazioni nei confronti della transizione al socialismo.

Nelle prime pagine del suo capolavoro – Adam Smith a Pechino (24) – Giovanni Arrighi esorta a “prendere più sul serio la sociologia economica dell’economia”, ponendosi sulla scia di autori come Fernand Braudel e Karl Polanyi, i quali hanno spostato l’asse dell’analisi della forma sociale capitalistica dal piano dell’economia “pura” al piano della sociologia e dell’antropologia culturale. Arrighi imbocca la stessa direzione rovesciando l’interpretazione “canonica” delle teorie di Adam Smith: costui, argomenta, è erroneamente liquidato come l’apologeta del mercato autoregolantesi, che basta lasciare operare liberamente perché generi spontaneamente la ricchezza delle nazioni, mentre in realtà era ben consapevole che solo l’esistenza di uno Stato forte poteva garantire le condizioni di esistenza del mercato stesso, al punto da avanzare la tesi che i mercati non devono essere abbandonati al loro sviluppo spontaneo, bensì “usati” come strumenti di controllo e di governo. Una tesi, argomenta Arrighi, che ci consente di capire la logica delle “economie di mercato non capitalistiche” delle quali la Cina rappresenta il massimo esempio contemporaneo.

Adam Smith, secondo Arrighi, lo aveva intuito già nel 1776, laddove scriveva che la Cina era allora più ricca di qualsiasi Paese europeo grazie al carattere “stazionario” della sua economia (nel senso che ignorava la spinta di tipo europeo all’accumulazione illimitata), cioè grazie al fatto che aveva raggiunto la pienezza di ricchezze consentita dalla natura del suolo, dal clima e dalla posizione geografica. Sempre Smith definiva come “naturale” questo tipo di sviluppo, basato sull’agricoltura e sul commercio interno, mettendolo in contrapposizione con lo sviluppo “innaturale” delle economie europee, basato sul commercio estero.

Arrighi sfrutta questa distinzione per sviluppare una critica nei confronti della tesi marxiana che vede nel modo di produzione capitalistico una fase che il mondo intero dovrà attraversare, prima di riuscire liberarsi dalle ferree “leggi” dell’economia (anche se, come abbiamo visto sopra, l’ultimo Marx non ne era più tanto convinto). Secondo il Marx del Capitale, lo sviluppo che Smith definisce “naturale” non ha alcun futuro possibile in un mondo in cui sia già diffuso lo sviluppo “innaturale” del modo di produzione capitalistico; quest’ultimo, grazie alla sua irresistibile spinta a travolgere ogni ostacolo, condanna ogni altra formazione sociale a disgregarsi non appena entra in contatto con le sue merci.

La potenza della “via innaturale”, argomenta Arrighi (qui in perfetta sintonia con Marx), era il frutto dell’intensa competizione fra nazioni europee che aveva generato un mix unico di capitalismo, industrialismo e militarismo, unitamente a una superiorità tecnologica che le consentì di stroncare la resistenza delle nazioni extraeuropee. Resta però il fatto, sostiene ancora Arrighi, che l’appiattimento “globalista” previsto da Marx non si è realizzato: culture, tradizioni, modelli di relazioni sociali, forme di vita non solo hanno resistito ma, approfittando della crisi generata dal “troppo successo” del modello neoliberale, hanno contrattaccato, generando modelli di sviluppo alternativi a quello dominante, modelli fondati sul mercato ma non capitalistici, dei quali la Cina rappresenta l’esempio più significativo. Per ora mi fermo qui, limitandomi a concludere con una osservazione metodologica: nella misura in cui assumiamo questo punto di vista, rifiutando la visione immanentista-teleologica della storia come processo unidirezionale verso il “progresso”, dovremmo sostituire la definizione di formazioni sociali pre-capitalistiche con quella di formazioni sociali non-capitalistiche.

Note

(1) cfr. C. Formenti, Ombre rosse. Saggi sull'ultimo Lukács e altre eresie, Meltemi, Milano 2022; vedi anche Guerra e rivoluzione, vol. I cap. I, Meltemi, Milano 2023; vedi infine, con Onofrio Romano, Tagliare i rami secchi, DeriveApprodi, Roma 2019.

(2) Cfr., in particolare, La filosofia imperfetta, Franco Angeli, Milano 1984.

(3) Cfr- G. Lukács, Ontologia dell’essere sociale, 4 voll. , Meltemi, Milano 2023.

(4) Per un’analisi critica del marxismo occidentale cfr. D. Losurdo, Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì, come può rinascere, Laterza, Roma-Bari 2017.

(5) Cfr. C. Preve, op. cit. Preve usa le seguenti definizioni per connotare i due regimi narrativi che attribuisce a Marx: 1) l’idea che la storia umana sia governata da “leggi” paragonabili alle leggi di natura (regime deterministico-naturalistico); 2) una “metafisica immanentistica governata da un Soggetto che marcia verso l’utopia di una società integralmente trasparente” (regine grande narrativo). A questi regimi Preve contrappone un terzo regime a suo avviso presente nell’opera marxiana, che egli definisce, seguendo la lezione di Lukács (cfr. nota 3), ontologico-sociale.

(6) Cfr. P. Baran, P, Sweezy, Il capitale monopolistico, Einaudi, Torino 1968.

(7) Ivi, p. 8

(8) Cfr. V. I. Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo,in Opere scelte, Vol. I, Edizioni in Lingue Estere, Mosca 1947.

(9) Cfr. A Visalli, Dipendenza, Meltemi, Milano 2020.

(10) Cfr. D. Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Feltrinelli, Milano 2011.

(11) La lettera si trova in K. Marx, F. Engels, India Cina Russia, il Saggiatore, Milano 1960.

(12) La critica lukacsiana alle interpretazioni teleologiche della visione marxiana della storia è ricorrente nella sua Ontologia sociale, cit.

(13) Anche le varie versioni della lettera a Vera Zasulič si trovano in India Cina Russia, cit.

(14) Cfr. J. C. Mariategui, Sette saggi sulla realtà peruviana e altri scritti politici, Einaudi, Torino 1972.

(15) Cfr. E. Dussel, L'ultimo Marx, Manifestolibri, Roma 2009.

(16) Cfr. A. G. Linera, Forma valor y forma comunidad, Traficantes de Sueños, Quito 2015.

(17) A. Gabriele, E. Jabbour, Socialist Economic Development in the 21 Century, Routledge, London 2022.

(18) G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2007.

(19) Cfr. Samir Amin, La déconnextion, la Découvert, Paris 1986.

(20) Socialist Economic... cit., p. 51.

(21) Ivi, P. p. 52

(22) Ivi p. 79. Secondo i due autori la convivenza fra differenti modi di produzione a livello mondiale può essere definita come un “meta modo di produzione” caratterizzato da produzione di merci e rapporti monetari di produzione e scambio, vigenza della legge del valore e dei mercati, estrazione di plusvalore, coesistenza di un macrosettore produttivo e un macrosettore improduttivo (p.96)

(23) Ivi, p. 37.

(24) Vedi nota 18.

Fonte

11/07/2023

Il socialismo nel XXI secolo

Recensione di SOCIALIST ECONOMIC DEVELOPMENT IN THE 21ST CENTURY. A Century after the Bolshevik Revolution di Alberto Gabriele e Elias Jabbour

Cos’è il socialismo oggi?

A più di 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre (1917) e più di 150 dalla Comune di Parigi (1871), cosa rimane del socialismo? L’onda lunga della Rivoluzione d’Ottobre è senz’altro finita, eppure… Eppure Cuba, Cina, Vietnam, Laos e (a suo modo) Corea del Nord continuano a dichiararsi socialisti (e questi Paesi contano una popolazione di oltre 1,5 miliardi di persone). In Sud America l’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America) raccoglie una decina di Paesi in un’alleanza di stampo socialista (Cuba, Venezuela, Nicaragua, Bolivia, Antigua e Barbuda, Dominica, Grenada, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, più altri Stati ospiti e osservatori anche non sud-americani). Infine, nel resto del mondo partiti socialisti o comunisti partecipano alle elezioni, spesso esprimendo maggioranze di governo.

Alberto Gabriele ed Elias Jabbour provano ad analizzare cosa sia il socialismo nel mondo contemporaneo, esaminando affinità e divergenze con le esperienze di socialismo del secolo passato e riprendendo il discorso iniziato da Gabriele (2020)[1]. Infatti, con il crollo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) il modello socialista novecentesco è fondamentalmente venuto a cadere, rimanendo in vigore solamente nell’isola di Cuba. L’economia di questo Paese caraibico è però abbastanza debole, in gran parte a causa del “bloqueo”, un pesantissimo embargo imposto dagli USA e dai suoi alleati.

Il libro è diviso in 3 parti:
1) Capitalism and socialism as modes of production;
2) China’s journey from the early agricultural reforms to the New Projectment Economics;
3) The other two members of the new class of SEF: Vietnam and Laos.

Nella prima parte si discute di cosa distingua il socialismo dal capitalismo e soprattutto di come operare questa distinzione da un punto di vista attuale e utile al mondo di oggi e non prettamente filosofico. Nella seconda i due autori analizzano l’economia cinese, mentre nella terza approfondiscono il sistema economico-sociale di Vietnam e Laos.

Perno centrale del libro è proprio la definizione (attuale) del concetto di “socialismo”. Nessun governo comunemente inteso come socialista ha mai affermato di aver realizzato compiutamente e completamente il “socialismo”, men che meno il “comunismo”[2]. Ognuna di queste esperienze politico-sociali ha invece tentato di costruire, a suo modo, una strada verso il socialismo. Riprendendo la distinzione di Lenin (1917), il comunismo è la fase finale della società socialista, in cui lo Stato si estingue e la democrazia è realmente completa. D’altra parte nel Capitale Marx afferma che in una società capitalista il modo di produzione capitalista è quello dominante, non l’unico. Tutt’altro. Per Marx (1894) infatti nella società capitalista esistono residui del modo di produzione feudale, nonché i primi segni del modo di produzione socialista in via di affermazione.

Tenendo conto di queste assunzioni si può iniziare a ragionare in maniera non dicotomica – socialismo / capitalismo– ma più complessa, cercando di definire il grado di socialismo di un sistema economico-sociale. Un’economia insomma in parte socialista, ma con ancora dei residui rilevanti di capitalismo o, per usare le parole più precise di Gabriele e Jabbour, un’economia orientata al socialismo[3], prendendo il socialismo come un orizzonte da raggiungere, non qualcosa di già ottenuto e consolidato.

A questo proposito Gabriele e Jabbour individuano nella Cina, nel Vietnam (e forse nel Laos) degli esempi di Paesi in via di sviluppo con economie di mercato pianificato orientate al socialismo, definendo quest’ultimo termine nel modo seguente:
“Un’economia di mercato a orientamento socialista è un sistema socio-economico nazionale misto in cui:
a) i meccanismi di mercato basati sui prezzi e la legge del valore costituiscono la forma prevalente di regolazione del sistema nel breve e medio termine;
b) il ruolo relativo della pianificazione e il controllo diretto (tramite le società di proprietà dello Stato) e indiretto (tramite la finanza di proprietà pubblica e altri strumenti) dello Stato sull’economia sono qualitativamente e quantitativamente superiori a quelli dei Paesi capitalisti;
c) il governo identifica ufficialmente il socialismo a pieno titolo come il suo obiettivo primario a lungo termine, da raggiungere progressivamente in un contesto di sviluppo socioeconomico, il progresso tecnico e la continua evoluzione degli strumenti di governance.
Tenendo conto delle loro caratteristiche distintive, oggettive e soggettive, i pianificatori delle economie di mercato pianificate a orientamento socialista dispongono di una gamma di strumenti più ampia e potente rispetto alle loro controparti nei Paesi capitalisti. In particolare, possono stabilire la quota del surplus a livello macroeconomico e catturare una parte importante di quest’ultimo non solo attraverso le ordinarie politiche fiscali, ma anche in virtù dei diritti di proprietà dello Stato sul capitale industriale e finanziario.”[4].
L’interpretazione di Gabriele e Jabbour del socialismo appare molto interessante, aprendo la strada a una definizione più ampia e aperta rispetto a quello che è stato il sentire comune della sinistra occidentale per molti anni. In Europa e nei Paesi comunemente definiti “occidentali” l’idea del socialismo sembra essere estinta, mentre molti teorici e pensatori della sinistra fanno a gara a denigrare e sottolineare gli errori e le carenze di ogni forma o tentativo di socialismo dei Paesi in via di sviluppo, senza approfondire, studiare e diffondere i punti di forza, i successi e gli aspetti positivi.

Invece, l’approccio dei due autori potrebbe rappresentare un utile contributo, in Occidente, all’elaborazione di strategie e programmi politici basati su pianificazione e programmazione economica e rilanciare così l’idea di socialismo nel XXI secolo. Con la fine dell’onda lunga della Rivoluzione d’Ottobre parole come “rivoluzione”, “comunismo”, “socialismo” non sembrano più attecchire nell’immaginario collettivo occidentale. Eppure, il termine socialismo non ha una connotazione negativa nel sentire comune (Brancaccio, Giammetti e Lucarelli (2022) riportano alcune indagini in merito). Rendere l’idea di socialismo più fluida e realizzabile anche in Occidente non può che rappresentare un passo importante nel rilancio della prospettiva progressista.

L’idea di differenti gradi e forme di socialismo, infatti, si avvicina di più anche a strategie non immediatamente rivoluzionarie, che partono da condizioni politico-sociali differenti rispetto al sistema cinese. In Europa infatti v’è una tradizione affermata (sebbene oggi sempre più a rischio) di democrazia e diritti, ma lo Stato ha un peso decisamente minore nell’economia. Da queste basi potrebbe partire un programma economico volto al socialismo, individuando degli obiettivi chiave da raggiungere per improntare il sistema produttivo al socialismo.

Si potrebbe obiettare che questa visione del socialismo si discosta molto da quel che avevano in mente Marx, Engels o Lenin quando parlavano di rivoluzione e comunismo; parafrasando Foscolo, questo di tanta speme oggi ci resta? L’idea del comunismo “classico” su cui la sinistra ha basato la propria retorica per decenni rimane un sogno irraggiungibile almeno per altre centinaia di anni?

Non c’è ovviamente una risposta univoca a questa domanda, che dipende dalle inclinazioni politiche di ognuno. Senz’altro l’analisi materialistica della società attuale è il primo passo di qualsiasi programma di modifica dello stato di cose esistente. Ma questo, così come i rapporti di forza, non è immutabile, cangia anzi continuamente. Quello che oggi sembra un sogno potrebbe apparire domani come una realtà: i filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo.

Bibliografia

Brancaccio E., Giammetti R. e Lucarelli S. (2022), LA GUERRA CAPITALISTA Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista, Milano: Mimesis.

Gabriele A. (2020), ENTERPRISES, INDUSTRY AND INNOVATION IN THE PEOPLE’S REPUBLIC OF CHINA Questioning Socialism from Deng to the Trade and Tech War, Singapore: Springer.

Gabriele A. e Jabbour E. (2022), SOCIALIST ECONOMIC DEVELOPMENT IN THE 21ST CENTURY A Century after the Bolshevik Revolution, New York: Routledge.

Hobsbawm E. J. (1994), Il secolo breve 1914-1991, Milano: Rizzoli.

Lenin (1917), Stato e rivoluzione, Roma: Editori Riuniti [1970].

Marx (1894), Il Capitale, Newton and Compton Editori srl [1996] (la data indicata, 1894, è riferita alla prima edizione del III libro del capitale).

Zolea R. e Temperini J. (2021), “Socialismo, mercato o altro?”, Economia e Politica, a. 13, n. 21, sem. 1, aprile.

Note

[1] Il primo libro di Alberto Gabriele sulla Cina, recensito su Economia e Politica da Zolea e Temperini (2021).

[2] Hobsbawm (1994), pp. 650-651.

[3] I due autori prediligono questo termine perché: “i non è direttamente ed esclusivamente correlato a nessuna delle varie teorie del socialismo di mercato; ii non implica l’estensione di un brevetto di “vera” (o non vera) natura socialista; iii mira piuttosto a essere fattuale e neutrale.” (Gabriele e Jabbour (2022), p. 12, traduzione propria).

[4] Gabriele e Jabbour (2022), p. 12, traduzione propria.

Fonte

05/11/2021

Tre grandi transizioni nell’economia cinese

Interessante segno dei tempi. Chiunque legga per un momento la sezione di economia di un quotidiano occidentale avrà l’impressione che l’economia cinese sia sull’orlo del collasso.

Questa volta i segnali arrivano dalle previsioni di crescita del Pil cinese per il 2021, che secondo Goldman Sachs sono scese dalla proiezione iniziale dell’8,2 per cento al 7,8 per cento. Vale la pena ricordare che nessuna economia capitalista nel mondo sviluppato crescerà oltre il 5,7%.

Gli analisti occidentali non hanno imparato dai propri errori. Per quasi trent’anni, hanno ripetutamente previsto il “crollo” del modello cinese in un modo o nell’altro. Quanto a loro stessi, democrazia liberale e sviluppo economico sono due facce della stessa medaglia. È come una religione, o una versione peggiore di quella che Karl Marx chiamava “economia volgare”.

Nel caso cinese, le ragioni di questo nuovo “crollo imminente” sono legate o ai recenti problemi energetici che il Paese ha dovuto affrontare o alla “mancanza di fiducia” nell’attuazione del programma di “prosperità comune” avanzato dal presidente cinese Xi. Jinping.

È probabile che gli Stati Uniti abbiano lanciato una campagna internazionale per il “diritto alla disuguaglianza” di fronte alla reale minaccia al capitalismo che la Cina pone se gli obiettivi della “prosperità comune” vengono raggiunti.

Nella lotta politica non ci sono coincidenze. Quello che stiamo affrontando è una “tempesta semiotica” abbracciata da intellettuali organici dell’imperialismo USA sparsi in tutto il mondo. Il loro scopo non è solo diffamare l’esperienza cinese, come hanno fatto in passato con l’Unione Sovietica, ma criminalizzare gli intellettuali che mostrano simpatia per le recenti conquiste della rivoluzione cinese, chiudendo spazi a quegli intellettuali per scambiare liberamente le loro opinioni sia all’interno delle università che sulla stampa, compreso lo stesso individuo che sta scrivendo questo articolo.

Come spiegare la chiara invisibilità imposta al grande successo cinese di sradicare la povertà estrema, che, a mio parere, è uno dei più grandi successi della storia umana? Quindi, cosa potrebbe realmente succedere all’economia cinese?

Quello che ho sottolineato è che le contraddizioni che la Cina ha dovuto affrontare nella sua recente traiettoria di sviluppo sono legate a quelle che chiamo le “tre grandi transizioni” che il Paese sta affrontando in questo momento.

Questa nozione di “tre grandi transizioni” ha presupposti teorici e storici molto chiari, che sono legati al fatto che il processo di sviluppo è caratterizzato da salti da un punto di non ritorno all’altro.

Data questa caratteristica intrinseca, naturale ad ogni processo storico, i processi di sviluppo di lungo periodo sono segnati da ciclici lanci di innovazioni istituzionali, capaci a loro volta di mediare e superare le contraddizioni generate dal processo di sviluppo stesso, mettendo in moto un nuovo ciclo di sviluppo.

Inoltre, il processo di sviluppo è anche caratterizzato da una sequenza di transizioni storicamente condizionate. Nel caso cinese, il suo riuscito processo di sviluppo dal 1978 risiede proprio nella capacità dello Stato di fornire soluzioni immediate alle contraddizioni emerse durante il processo.

Ma ciò che differenzia il momento attuale dai precedenti è che la Cina sta attraversando un momento in cui nel Paese si stanno verificando tre transizioni contemporaneamente. Ciò ha richiesto la massima concentrazione delle energie di governo cinese in un ambiente esterno di pressione imperialista e grandi questioni interne.

L’obiettivo della “prosperità comune” è in realtà la sintesi delle grandi soluzioni proposte dal Partito Comunista Cinese per affrontare le sfide poste dalle “tre grandi transizioni”.

Da un punto di vista più storico e strategico, siamo di fronte a quelle che Friedrich Engels chiamava “le doglie del parto della nascita di una nuova società”. Il socialismo è una realtà qualitativa in continua evoluzione in Cina, ed è ancora nella sua infanzia.

La prima transizione è legata alla sfida della riduzione delle emissioni di carbonio in un’economia fortemente dipendente da questa forma di generazione di energia, che richiede un migliore e necessario coordinamento tra gli obiettivi delineati dal governo cinese con le esigenze dell’economia reale.

Anche la seconda transizione è molto impegnativa, in quanto connessa a un ciclo di innovazioni istituzionali, caratterizzato da profondi cambiamenti negli assetti proprietari del Paese. Permettetemi di esplorare questo un po’ più a fondo.

In alcuni dei miei recenti articoli pubblicati in Brasile e all’estero, ho affermato che le riforme economiche avviate nel 1978 hanno fatto spazio all’emergere in Cina di una nuova classe di formazione economico-sociale, ovvero l’emergere del “socialismo di mercato”.

Una delle caratteristiche fondamentali di questa “nuova formazione economica e sociale” è la coesistenza di diverse forme di proprietà, di cui quella pubblica è quella dominante.

Negli ultimi quarant’anni, la continuità del processo di sviluppo cinese è stata garantita da ondate di innovazioni istituzionali che hanno successivamente riorganizzato il ruolo dello Stato e di altre forme di proprietà.

Nei miei sforzi di ricerca ho notato che, da un lato, il ruolo dello Stato è stato amplificato da un punto di vista qualitativo, cioè ha aumentato la sua capacità di intervento nella realtà. D’altro canto, il settore privato ha accresciuto il suo ruolo da un punto di vista quantitativo.

In altre parole, negli ultimi decenni è emerso un potente settore pubblico nell’economia cinese accanto a un gigantesco settore privato.

Nell’attuale fase di sviluppo raggiunta dalla Cina, quelle ondate di innovazioni istituzionali non possono più produrre gli stessi effetti positivi dei momenti precedenti.

Lo stesso governo cinese se ne è accorto e ha fatto ricorso a un ciclo di innovazioni istituzionali di nuovo tipo, puntando a un salto di qualità dei regimi immobiliari del Paese. E questo non è un processo regolare.

In altre parole, la sostituzione della proprietà privata in alcuni settori (istruzione, sanità e immobiliare) con proprietà e/o regolamentazione pubblica non è un processo facile data la novità che questo tipo di transizione comporta. È ben diverso socializzare i mezzi di produzione in un ambiente di rovina economica (ad esempio, Russia nel 1917 e Cina nel 1949) rispetto a un’economia in cui ci sono grandi attori privati ​​alla scala di Evergrande, un enorme patrimonio immobiliare gruppo.

La terza grande transizione è quella che ho chiamato la “sfida della produttività”.

Il Paese è in transizione verso nuove e più elevate forme di accumulazione e pianificazione economica, con i chiari obiettivi di conseguire sia un aumento della produttività del lavoro che della sovranità tecnologica. Questa sfida ha una componente politica non banale: la ferma e violenta opposizione imposta dall’imperialismo statunitense alla Cina e la sua possibilità di avere accesso a tecnologie attorno ai cosiddetti microchip.

È dalla prospettiva di queste Tre Grandi Transizioni che credo si debba interpretare il comportamento recente dell’economia cinese.

di Elias Jabbour, economista brasiliano e docente alla Facoltà di economia dell’Università statale di Rio de Janeiro. Insieme ad Alberto Gabriele ha pubblicato in questi giorni in Brasile “China. O socialismo do Secolo XXI”che nei prossimi mesi vedrà una edizione in italiano.

Fonte