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07/08/2026

Ballo a due su Hormuz, quasi senza gli Usa

“E il modo ancor m’offende...”

Iran e Oman hanno raggiunto, sembra, lo sperato accordo sulla gestione dello Stretto di Hormuz che dovrebbe portare alla riapertura della via d’acqua al momento più importante al mondo.

I dettagli sono per il momento ancora vaghi, ma ricalcano quanto già indicato nei giorni scorsi: a Teheran la competenza (e gli introiti futuri) sul canale di ingresso e a Muscat quella sul canale di uscita (con le informazioni condivise con l’Iran). Nessun “diritto di passaggio” da esigere per i prossimi 60 giorni, necessari a “svuotare” l'accumulo di navi bloccate nel Golfo, e poi si vedrà il come, il quanto e con quale giustificazione.

La notizia chiave è però l’esclusione degli Stati Uniti da questa trattativa, che sarebbe stata perciò limitata ai due Stati che fisicamente “contengono” lo Stretto, come sarebbe peraltro logico e coerente con il diritto internazionale (la vittima principale delle guerre recenti).

Naturalmente non è del tutto vero, anche se da Teheran si batte molto su questo tasto, dato che proprio l’Iran aveva lamentato nei giorni scorsi “rallentamenti e complicazioni” nella discussione con i dirimpettai a causa delle ingerenze statunitensi. Ma lo spostamento del baricentro – dalla volontà statunitense agli interessi dei paesi rivieraschi – resta evidente.

Le dichiarazioni pubbliche del viceministro degli Esteri, Kazem Gharibabadi sono esplicite: “L’affermazione degli Stati Uniti secondo cui sono in corso negoziati con l’Iran è falsa. Non ci sono stati negoziati”.

I canali di comunicazione con Washington non sono stati però mai chiusi del tutto, visto che l’Iran – secondo il vice di Araghci – ha ricevuto messaggi dagli Usa sulla disponibilità a tornare agli impegni precedenti.

Lo stesso Donald Trump ha parlato più volte nelle ultime ore di “ottimi colloqui” in corso con Teheran, anche se sembra più una vanteria a beneficio di telecamera per rivendicare un ruolo di primo piano, almeno sui media.

La situazione resta infatti complicata soprattutto dal lato Usa, visto che il Washington Post (un quotidiano storicamente “dem” riallineato però sul fronte trumpiano dopo l’acquisto da parte di Jeff Bezos, patron di Amazon) ha riferito di una sfuriata del tycoon in quel di Camp David contro il somaro da lui stesso messo a guidare il “ministero della guerra”, quel Pete Hegseth ora individuato come responsabile della carenza di missili – sia d’attacco che intercettori, come i Patriot – che ha costretto l’America a rinunciare a nuove offensive contro Teheran.

La CNN, da parte sua, ha dettagliato meglio questa carenza quantificando che le riserve di missili sarebbero scese dell’80%, il che lascia scoperti gli stessi Stati Uniti e quindi li costringe a non rifornire più gli alleati principali (Ucraina, Israele, stati arabi del Golfo).

Lo stile di lavoro dei funzionari a Washington, con l’avvento di Trump, sembra completamente degenerato nell’italianissimo scaricabarile. Hegseth si sarebbe infatti difeso attribuendone la responsabilità al suo vice, Stephen Feinberg.

Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, è stata a quel punto interpellata da diversi media e costretta a definire la storia una “fake news al 100%. Il presidente Trump ha la massima fiducia nel segretario Hegseth”.

Il licenziamento del buzzurro diventa perciò una ipotesi da non scartare...

Sta di fatto, comunque, che le opzioni a disposizione della Casa Bianca si sono ridotte drasticamente. O avalla l’accordo Iran/Oman facendolo proprio con le consuete operazioni di “abbellimento propagandistico”, oppure lo ostacola mantenendo il blocco dello Stretto dall’unica parte che controlla a distanza.

Ma senza più la possibilità di minacciare “attacchi davvero distruttivi” la pressione possibile cala quasi a zero. A meno di non prendere in considerazione l’uso dell’atomica (con tutte le conseguenze inimmaginabili sul piano globale).

Se le prossime settimane confermeranno questa “impressione”, la fine della guerra con l’Iran segnerebbe una sconfitta strategica ben più seria della disordinata fuga dall’Afghanistan il 15 agosto 2021.

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