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16/08/2026

Da Qusra a Beit Sahour, assedio e spari sui palestinesi

Beit Sahour è un paese di circa 15mila abitanti attaccato a Betlemme, una delle principali città palestinesi a maggioranza cristiana della Cisgiordania occupata, punto di riferimento per la solidarietà internazionale in Palestina.

Nonostante si trovi all’interno dell’Area A, ossia sotto la gestione dell’Autorità nazionale palestinese, ieri gli attivisti si sono ritrovati sotto il fuoco dei coloni israeliani. I militari occuparono Ush al-Ghrab, la collina che domina Beit Sahour, dopo il 1967.

Quando, nel 2006, l’esercito abbandonò la base, la città palestinese provò a riprendersi quelle terre realizzando un parco e alcune strutture pubbliche e progettando un ospedale pediatrico. C’erano persino i permessi delle autorità di Tel Aviv, ma i coloni risposero con una campagna durata quasi vent’anni: incursioni, raduni, caravan e pressioni perché ogni progetto palestinese venisse fermato.

Alla fine del 2025 l’avamposto è diventato realtà. Sulla collina sono state installate case prefabbricate e, nel giro di poche settimane, in tempi record il governo ha «riconosciuto» la nuova colonia di Yatziv, che resta illegale secondo il diritto internazionale.

Tel Aviv ridisegna confini amministrativi, confisca terre e dichiara nuove zone militari chiuse: così abitazioni costruite con i risparmi di una vita si ritrovano da un giorno all’altro fuori dall’area in cui erano fino a poche ore prima, svuotate e sospese tra ordini di demolizione e ricorsi.

I proprietari possono solo guardarle da lontano, mentre tra loro e l’esercito avanzano i coloni, pronti a rubarle. È in queste aree, minacciate da nuovi espropri, che ieri hanno marciato i proprietari palestinesi insieme agli attivisti locali e israeliani.

«Oggi siamo andati in una casa occupata dai coloni terroristi – ha raccontato al manifesto Avner Wishnitzer, di Combattenti per la pace – Eravamo circa ottanta attivisti israeliani e palestinesi, volevamo riprendere la casa, pulirla e piantare alcuni alberi intorno. Mentre ci avvicinavamo, sono arrivati diversi coloni armati di fucili e almeno uno di loro ha sparato direttamente contro di noi. Abbiamo i video».

Il filmato girato dai pacifisti mostra il colono urlare: «Vi state mettendo contro le persone sbagliate. Qui ci saranno le nostre case, te lo dico io... già l’anno prossimo».

Venticinque minuti dopo è arrivato l’esercito: «Come accade di solito – ha continuato Wishnitzer – i militari hanno allontanato noi, non loro. I coloni hanno ripreso possesso della casa e ora la controllano».

La stessa scena si ripete quotidianamente nel villaggio di Qusra, nei pressi di Nablus, dove da quasi una settimana i coloni assediano diverse case palestinesi. Ieri i soldati hanno bloccato una marcia di attivisti internazionali che tentava di raggiungere le famiglie per portare loro acqua e cibo.

L’annunciata «operazione militare» di Tel Aviv per il momento si è limitata a smontare qualche tenda, puntualmente rimontata. Finora lo sdegno internazionale e le pressioni statunitensi non sono serviti a spezzare l’assedio. La Francia chiede l’arresto e il perseguimento penale dei coloni; gli Stati Uniti, riferiscono diverse testate israeliane, pretendono dal premier israeliano Netanyahu una condanna pubblica delle violenze a Qusra.

Ma la risposta del governo va nella direzione nettamente opposta. Ieri il ministro della difesa, Israel Katz, ha ordinato all’esercito di preparare un piano per cedere alla polizia israeliana l’intera gestione dell’ordine pubblico e dell’applicazione della legge nei confronti degli insediamenti e dei coloni.

Si tratta di una misura senza precedenti. Dopo aver consegnato al ministro delle finanze Bezalel Smotrich – lui stesso un colono – la gestione della pianificazione urbana dell’occupazione della Palestina, Israele sottrarrebbe un’altra competenza all’amministrazione militare per affidarla a un’istituzione civile.

Un ulteriore tassello dell’annessione di fatto, che tratta sempre più la Cisgiordania come territorio sottoposto alla giurisdizione interna di Israele e i coloni che occupano la Palestina come fossero cittadini risiedenti nei confini dello stato di Israele.

L’elemento forse ancora più allarmante è che a occuparsi dei coloni sarebbe la polizia posta sotto la responsabilità politica del suprematista ebraico Itamar Ben Gvir. Lo stesso ministro sostiene che «la violenza dei coloni non esiste»; si è vantato di aver posto fine alle «molestie» della polizia contro gli estremisti degli avamposti; ha preteso l’impunità per i coloni e ammesso di promuovere gli ufficiali disposti ad applicare la sua linea, fondata anche su una maggiore «comprensione» verso chi occupa la Cisgiordania.

Ben Gvir rivendica le torture e la fame imposte ai prigionieri politici palestinesi e dichiara pubblicamente che tutta la Palestina spetta a Israele per diritto divino.

Trasferire alla polizia – e soprattutto alla polizia di frontiera, nota per la sua brutalità – il controllo sui coloni significherebbe affidarne la sorveglianza a un corpo posto sotto la responsabilità politica dell’uomo che più di ogni altro li protegge, assolve e legittima.

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