Beit Sahour è un paese di circa 15mila abitanti attaccato a Betlemme, una delle principali città palestinesi a maggioranza cristiana della Cisgiordania occupata, punto di riferimento per la solidarietà internazionale in Palestina.
Nonostante si trovi all’interno dell’Area A, ossia sotto la gestione dell’Autorità nazionale palestinese, ieri gli attivisti si sono ritrovati sotto il fuoco dei coloni israeliani. I militari occuparono Ush al-Ghrab, la collina che domina Beit Sahour, dopo il 1967.
Quando, nel 2006, l’esercito abbandonò la base, la città palestinese provò a riprendersi quelle terre realizzando un parco e alcune strutture pubbliche e progettando un ospedale pediatrico. C’erano persino i permessi delle autorità di Tel Aviv, ma i coloni risposero con una campagna durata quasi vent’anni: incursioni, raduni, caravan e pressioni perché ogni progetto palestinese venisse fermato.
Alla fine del 2025 l’avamposto è diventato realtà. Sulla collina sono state installate case prefabbricate e, nel giro di poche settimane, in tempi record il governo ha «riconosciuto» la nuova colonia di Yatziv, che resta illegale secondo il diritto internazionale.
Tel Aviv ridisegna confini amministrativi, confisca terre e dichiara nuove zone militari chiuse: così abitazioni costruite con i risparmi di una vita si ritrovano da un giorno all’altro fuori dall’area in cui erano fino a poche ore prima, svuotate e sospese tra ordini di demolizione e ricorsi.
I proprietari possono solo guardarle da lontano, mentre tra loro e l’esercito avanzano i coloni, pronti a rubarle. È in queste aree, minacciate da nuovi espropri, che ieri hanno marciato i proprietari palestinesi insieme agli attivisti locali e israeliani.
«Oggi siamo andati in una casa occupata dai coloni terroristi – ha raccontato al manifesto Avner Wishnitzer, di Combattenti per la pace – Eravamo circa ottanta attivisti israeliani e palestinesi, volevamo riprendere la casa, pulirla e piantare alcuni alberi intorno. Mentre ci avvicinavamo, sono arrivati diversi coloni armati di fucili e almeno uno di loro ha sparato direttamente contro di noi. Abbiamo i video».
Il filmato girato dai pacifisti mostra il colono urlare: «Vi state mettendo contro le persone sbagliate. Qui ci saranno le nostre case, te lo dico io... già l’anno prossimo».
Venticinque minuti dopo è arrivato l’esercito: «Come accade di solito – ha continuato Wishnitzer – i militari hanno allontanato noi, non loro. I coloni hanno ripreso possesso della casa e ora la controllano».
La stessa scena si ripete quotidianamente nel villaggio di Qusra, nei pressi di Nablus, dove da quasi una settimana i coloni assediano diverse case palestinesi. Ieri i soldati hanno bloccato una marcia di attivisti internazionali che tentava di raggiungere le famiglie per portare loro acqua e cibo.
L’annunciata «operazione militare» di Tel Aviv per il momento si è limitata a smontare qualche tenda, puntualmente rimontata. Finora lo sdegno internazionale e le pressioni statunitensi non sono serviti a spezzare l’assedio. La Francia chiede l’arresto e il perseguimento penale dei coloni; gli Stati Uniti, riferiscono diverse testate israeliane, pretendono dal premier israeliano Netanyahu una condanna pubblica delle violenze a Qusra.
Ma la risposta del governo va nella direzione nettamente opposta. Ieri il ministro della difesa, Israel Katz, ha ordinato all’esercito di preparare un piano per cedere alla polizia israeliana l’intera gestione dell’ordine pubblico e dell’applicazione della legge nei confronti degli insediamenti e dei coloni.
Si tratta di una misura senza precedenti. Dopo aver consegnato al ministro delle finanze Bezalel Smotrich – lui stesso un colono – la gestione della pianificazione urbana dell’occupazione della Palestina, Israele sottrarrebbe un’altra competenza all’amministrazione militare per affidarla a un’istituzione civile.
Un ulteriore tassello dell’annessione di fatto, che tratta sempre più la Cisgiordania come territorio sottoposto alla giurisdizione interna di Israele e i coloni che occupano la Palestina come fossero cittadini risiedenti nei confini dello stato di Israele.
L’elemento forse ancora più allarmante è che a occuparsi dei coloni sarebbe la polizia posta sotto la responsabilità politica del suprematista ebraico Itamar Ben Gvir. Lo stesso ministro sostiene che «la violenza dei coloni non esiste»; si è vantato di aver posto fine alle «molestie» della polizia contro gli estremisti degli avamposti; ha preteso l’impunità per i coloni e ammesso di promuovere gli ufficiali disposti ad applicare la sua linea, fondata anche su una maggiore «comprensione» verso chi occupa la Cisgiordania.
Ben Gvir rivendica le torture e la fame imposte ai prigionieri politici palestinesi e dichiara pubblicamente che tutta la Palestina spetta a Israele per diritto divino.
Trasferire alla polizia – e soprattutto alla polizia di frontiera, nota per la sua brutalità – il controllo sui coloni significherebbe affidarne la sorveglianza a un corpo posto sotto la responsabilità politica dell’uomo che più di ogni altro li protegge, assolve e legittima.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
16/08/2026
Da Qusra a Beit Sahour, assedio e spari sui palestinesi
17/06/2026
UE: nessuna sanzione a Ben Gvir. Una mano lava l’altra, entrambe lavano il genocidio
Il Consiglio Affari Esteri della UE, riunitosi in Lussemburgo lunedì 15 giugno, ha espresso plasticamente il teatrino dei complici del genocidio e del suprematismo sionista. Delle violenze continue e glorificate di Israele, Bruxelles se ne lava le mani, nascondendosi dietro l’unanimità mancata e trovando così anche un capro espiatorio. In questo modo l'UE può continuare a far finta di tutelare i diritti umani, mentre aiuta a violarli sistematicamente.
Non c’è dubbio che ci siano, ad ogni modo, divisioni interne alla UE in materia di politica estera. Nonostante il pressing di un’ampia parte degli stati membri, sono sfumate le sanzioni contro il ministro israeliano per la Sicurezza nazionale, l’esponente di estrema destra Itamar Ben Gvir.
Le richieste di inserire il ministro israeliano in una lista nera europea si erano intensificate il mese scorso. La reazione era scattata dopo la diffusione di un video in cui Ben Gvir derideva e vessava gli attivisti filopalestinesi della Global Sumud Flotilla, fermati con un atto di pirateria in acque internazionali.
Persino lo sperso ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, si era ritrovato a dover criticare l’operato israeliano, ovviamente dando tutte le responsabilità al solo Ben Gvir. Il titolare della Farnesina aveva persino chiesto delle scuse ufficiali, con il piccolo problema che, poi, queste scuse devono arrivare, altrimenti si fa una figura barbina di fronte all’opinione pubblica.
Cosa successa a Tajani, in un’intervista televisiva al Tg2. Forse è proprio per questo che, per correre ai ripari, l’Italia è stata tra i primi promotori dell’iniziativa europea, con uno stratagemma molto chiaro: affibbiare la colpa dell’inazione alla mancata unanimità comunitaria per apparire fermi difensori del buon nome italiano senza rischiare di prendere davvero misure contro Israele. E offrire così anche alla UE una scusante per continuare nella sua complicità con la pulizia etnica dei palestinesi.
A bloccare l’iniziativa, nel concreto, è stato il veto della Repubblica Ceca. Le discussioni informali hanno palesato che qualsiasi voto in merito sarebbe naufragato, e perciò si è accantonato di nuovo il dossier. Le discussioni sulle sanzioni a Ben Gvir e Smotrich si trascinano ormai da settembre 2025 senza alcun passo avanti.
Riguardo al caso italiano, va poi sottolineato che la politica estera non si risolve nella UE (che ha mostrato di essere pesantemente manchevole su questo versante). La Francia ha vietato l’ingresso a Ben Gvir e ha sanzionato il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, mentre il governo Meloni continua con un atteggiamento remissivo ed evidentemente servile verso Tel Aviv.
Sembra ci sia una qualche apertura sul fronte economico, con l’avvio di un percorso verso possibili restrizioni commerciali sui prodotti che provengono dalle colonie in Cisgiordania. Una maggioranza di capitali (14 su 27), guidata dalla Francia e in cui è presente anche l’Italia, ha obbligato l’Alta rappresentante europea, Kaja Kallas, a presentare al prossimo vertice dei ministri degli Esteri, in programma per luglio, “un elenco di opzioni per possibili misure commerciali”.
Ma anche in questo caso il nostro Tajani dovrebbe spiegare l’evidente cortocircuito con altre dichiarazioni lasciate in tv. Secondo lui, il problema sono i coloni “violenti”. Il colonialismo “non-violento” va invece bene, a suo avviso, e ci verrebbe da dire che, secondo questo ragionamento contrario a qualsiasi dichiarazione ONU in merito dal 1960 a oggi, dovrebbe essere Roma a porre il veto sulla rottura degli accordi commerciali con le colonie.
Si tratta, poi, di una goccia nell’oceano di come servirebbe rispondere alle violazioni israeliane. Una goccia che è molto probabile che alla fine si risolverà in un nulla di fatto. E infatti, è stato proprio Tajani che ha espresso forti riserve sul rischio di intaccare troppo le relazioni commerciali con Israele, insieme a Berlino, che rimane fermamente a difesa di Tel Aviv.
E di nuovo, la UE non è semplicemente lo spazio in cui questi scontri nazionali prendono forma. Secondo vari osservatori, la Commissione Europea, riluttante al riguardo, potrebbe fare sponda sulla necessità di deliberare all’unanimità anche per i rapporti commerciali. Il Consiglio ha però ribadito di preferire il meccanismo del voto a maggioranza qualificata. Un braccio di ferro istituzionale che potrebbe arrivare alla Corte europea di giustizia.
Insomma, ci troviamo di fronte all’esplicita macchinazione di una serie di impedimenti burocratici e procedurali dietro cui celare l’inazione e la complicità nel genocidio. È da oltre due anni e mezzo che vediamo crimini di guerra e contro l’umanità condotti in maniera sistematica, e la UE continua a nascondere la testa sotto la sabbia.
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22/05/2026
Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perché è malvagio, ma perché è “onesto”
L’account Twitter di Ben-Gvir ha condiviso un video in cui il ministro prende in giro gli attivisti sequestrati dalle forze israeliane in acque internazionali all’inizio di questa settimana, con la didascalia “È così che accogliamo i sostenitori del terrorismo” in ebraico e “Benvenuti in Israele” in inglese.
Il video mostra attivisti della flottiglia provenienti da Europa, Nordamerica, Australia e Nuova Zelanda mentre vengono spintonati, tenuti a terra in posizioni di stress e presi in giro da Ben-Gvir mentre sono immobilizzati. Tutto ciò impallidisce, ovviamente, di fronte agli abusi subiti quotidianamente dai prigionieri palestinesi, ma è diventato oggetto di proteste internazionali perché le vittime sono occidentali.
Funzionari occidentali di Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Italia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda hanno rilasciato dichiarazioni indignate e stizzite per condannare Ben-Gvir e chiedere il rilascio degli attivisti, mentre i funzionari israeliani cercano di prendere le distanze dalle azioni del loro stesso ministro della Sicurezza nazionale.
“Il modo in cui il ministro Ben-Gvir ha gestito la flottiglia di attivisti non è in linea con i valori e le norme di Israele”, ha twittato il primo ministro Benjamin Netanyahu in risposta alla controversia.
“Hai consapevolmente danneggiato il nostro Stato con questo spettacolo vergognoso — e non per la prima volta”, ha rimproverato Ben-Gvir su Twitter il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, aggiungendo: “No, tu non sei il volto di Israele”.
“L’imprudente esibizionismo di Itamar Ben-Gvir non rappresenta la politica del governo”, ha twittato Yechiel Leiter, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, aggiungendo: “Le bravate di Ben-Gvir prendono a martellate i nostri sforzi diplomatici mentre i nemici di Israele si avventano con gioia su ogni sciocchezza sfortunata per screditarci e demonizzarci”.
Tutta questa messinscena sul fatto che le azioni di Ben-Gvir non rappresentino Israele o i suoi valori avrebbe probabilmente avuto più peso se non fosse avvenuta subito dopo uno scandalo internazionale riguardante un rapporto del New York Times sulla propensione di Israele a usare torture sessuali sui suoi prigionieri — incluso l’uso di cani addestrati per stuprare.
Gli analisti hanno notato che il ministro della Sicurezza nazionale israeliano sembra condividere questi materiali per raccogliere consensi dalla sua base di estrema destra in un anno elettorale, il che dice tutto ciò che c’è da sapere sull’ambiente politico di quel paese oggi.
Degno di nota è anche il fatto che Ben-Gvir abbia già pubblicato video di questo tipo prima — l’unica differenza è che le sue vittime in quei video erano palestinesi. Oggi assistiamo alle proteste del mondo occidentale solo perché l’Occidente percepisce le vite occidentali come infinitamente più preziose di quelle degli arabi.
Perciò è alquanto ipocrita che la classe politica e mediatica occidentale faccia tanto scalpore per questo video in particolare, dopo aver sostenuto con entusiasmo la violenza e gli abusi continui di Israele per tutto questo tempo, ed è piuttosto ridicolo che i funzionari israeliani affermino che le azioni del loro ministro della Sicurezza nazionale non rappresentano i valori del loro paese.
Ben-Gvir è la perfetta incarnazione dell’omicida razzista che caratterizza sia Israele che l’impero occidentale. Lui rappresenta tutto ciò in cui questa civiltà distorta si è trasformata.
Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perché è malvagio. Sono arrabbiati con lui perché è “onesto”.
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20/05/2026
Israele è uno stato canaglia. Rompere ogni relazione
Si sente anche Ben Gvir esortare le guardie della struttura a “non farsi disturbare dalle loro urla”, mentre si sente una donna gridare in sottofondo.
L’ennesima canagliata di un ministro israeliano – lo aveva già fatto con gli attivisti catturati a settembre dello scorso anno – sta creando qualche imbarazzo anche al governo di Tel Aviv e ai governi europei ancora inerti verso Israele. “Israele ha tutto il diritto di impedire che flottiglie provocatorie di sostenitori terroristici di Hamas entrino nelle nostre acque territoriali e raggiungano Gaza – ha dichiarato Netanyahu – Tuttavia, il modo in cui il ministro Ben Gvir ha trattato gli attivisti della flottiglia non è in linea con i valori e le norme di Israele. Ho ordinato alle autorità competenti di deportare i provocatori il prima possibile”, ha aggiunto il premier israeliano.
Anche il Ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha pubblicato un commento critico contro Ben Gvir dal suo account personale X in inglese, condiviso anche dal feed ufficiale del Ministero.
Mentre Ben Gvir realizzava un’altra delle sue canagliate, l’altro ministro – Smotrich – denunciava di aver saputo che la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di cattura anche per lui. Si va ad aggiungere ai mandati di cattura internazionali già emessi contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Gallant. Non si conoscono i nomi di altri alti funzionari statali israeliani contro cui sono stati emessi mandati.
La stessa Meloni ha dovuto definire il video con Ben Gvir “inaccettabile”, criticando il trattamento riservato agli attivisti che ha violato la loro dignità umana. Il ministero degli esteri italiano ha dichiarato che tra i detenuti si trovavano anche un membro del parlamento e un giornalista, aggiungendo che l’ambasciatore israeliano a Roma sarà convocato per proteste.
La Farnesina ha fatto sapere in una nota che il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva avuto nella notte diversi contatti con il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar. A quanto pare o non era stato convincente o non è stato neanche preso in considerazione.
Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha fatto sapere che anche lui aveva convocato l’ambasciatore israeliano a Parigi per i maltrattamenti subiti dai cittadini francesi a bordo della flottiglia.
Se il video sul trattamento degli attivisti della Flotilla sta suscitando – giustamente – reazioni, è tempo di gridare con forza che nessuna complicità è accettabile sul trattamento che l’occupazione coloniale e sionista israeliana riserva ai palestinesi, siano essi prigionieri nelle carceri o rinchiusi nei bantustan in Cisgiordania o nella prigione a cielo aperto di Gaza.
Montecitorio si sta riempiendo di persone che stanno convergendo sulla piazza chiamati già da questa notte a “inondarla”. A Firenze, la città di due degli attivisti sequestrati, Antonella Bundu e Dario Salvetti, l’appuntamento è questa sera alle 20:30 in piazza Dalmazia. Manifestazioni anche ad Ancona e Pisa.
In mattinata tutte le organizzazioni che hanno sostenuto la Global Sumud Flotilla in queste settimane con manifestazioni e lo sciopero generale di lunedì hanno tenuto una conferenza stampa davanti Montecitorio.
“Dopo lo sciopero del 18 maggio la mobilitazione continua” ha dichiarato Guido Lutrario di Usb invitando a costruire ovunque iniziative, presidi, boicottaggi: “per la liberazione degli attivisti della flottiglia, per la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi, per fermare il genocidio in Palestina, per la rottura di ogni collaborazione militare, economica e diplomatica con Israele”. Lutrario ha poi annunciato che i portuali riuniti in una conferenza internazionale a Istanbul hanno deciso una nuova giornata di sciopero coordinato nei vari porti contro la guerra e i rapporti con Israele.
La Global Sumud Flotilla riferisce che l’associazione degli avvocati in Israele Adalah ha dichiarato che, dopo l’intercettazione illegale della Flotilla in acque internazionali e il rapimento di oltre 400 attiviste provenienti da tutto il mondo, “Israele sta applicando una politica criminale di abuso e umiliazione contro chi cerca di opporsi ai crimini in corso contro il popolo palestinese”. L’organizzazione ha ricordato che episodi simili erano già stati documentati in missioni precedenti, senza che Israele subisse alcuna conseguenza internazionale.
La richiesta unanime che sale da ogni ambito e sociale è quella della rottura delle relazioni in ogni campo con Israele, quello che ormai viene considerato uno “Stato-canaglia” agli occhi di tutto il mondo. È tempo di scelte e il governo italiano le sue responsabilità deve prendersele fino in fondo.
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16/08/2025
Barghouti, prigioniero da 23 anni, aggredito in cella da BenGvir
L’incidente ha scatenato numerosi reazioni: il capo della Commissione per gli Affari dei Prigionieri e degli Ex Prigionieri ha dichiarato “Ciò che Ben-Gvir ha detto costituisce una minaccia pubblica e supera ogni limite. Invito il popolo palestinese a essere solidale con Barghouti e la comunità internazionale ad agire con urgenza per garantirgli protezione”. L’Ufficio informazioni per i prigionieri palestinesi ha descritto l’attacco “una scena che rivela una mentalità di vendetta”.
Barghouti, 66 anni, importante politico e leader di Fatah, ha partecipato alla Prima Intifada nel 1987 ed è emerso come figura di spicco nella Seconda Intifada nel 2000. Israele lo ha arrestato nel 2002 e lo ha condannato a cinque ergastoli, accusandolo di essere responsabile degli attacchi compiuti da gruppi armati affiliati a Fatah che hanno causato la morte e il ferimento di israeliani.
Nel filmato con Ben Gvir, Barghouti appare fragile e in cattive condizioni di salute.
La famiglia del prigioniero palestinese ha espresso il timore che possa essere “giustiziato” in prigione in seguito alle minacce ricevute in carcere.
Da quando Ben-Gvir ha assunto l’incarico di Ministro della Sicurezza Nazionale alla fine del 2022, è stato osservato un calo significativo del peso dei prigionieri. Il 17 luglio scorso Ben-Gvir si è vantato di aver fatto morire di fame i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane davanti alla Corte Suprema.
Come denuncia un articolo del giornale israeliano Haaretz, da ottobre 2023 le condizioni nei carceri di Israele sono ulteriormente peggiorate: i prigionieri sono più isolati in quanto Israele ha impedito alla Croce Rossa e alle famiglie di far loro visita. E spesso anche agli avvocati viene impedito di entrare in carcere per periodi che vanno da settimane a mesi.
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04/08/2025
Itamar Ben Gvir guida l’assalto della Spianata delle moschee
La scena che si è svolta domenica mattina ha il sapore della sfida. Non solo verso i palestinesi e il mondo arabo-musulmano, ma anche verso l’intera comunità internazionale. Secondo gli accordi in vigore da decenni, frutto di un delicato equilibrio diplomatico, la Spianata è amministrata dalla fondazione religiosa giordana (Waqf), e solo ai musulmani è concesso pregare al suo interno. Gli ebrei possono visitarla, ma non compiere riti religiosi. Una regola che vacilla sotto l’azione continua e sistematica dei coloni e dei loro sponsor politici.
I numeri parlano chiaro. Il Dipartimento delle dotazioni islamiche ha denunciato l’ingresso di 3.023 coloni nella sola giornata di oggi, attraverso la Porta Mughrabi, che collega direttamente il Muro Occidentale con la Spianata. Tra canti, prostrazioni, “benedizioni sacerdotali” e preghiere talmudiche, l’intera area sacra è stata trasformata in un palcoscenico per le rivendicazioni messianiche del movimento del “Monte del Tempio”. Gli estremisti hanno invaso tanto i cortili orientali quanto quelli occidentali della moschea, mentre la polizia israeliana imponeva restrizioni all’ingresso dei fedeli palestinesi, chiudeva accessi, presidiava la Città Vecchia con decine di agenti e blindati.
È la seconda volta nel 2025 che l’estrema destra religiosa batte ogni record di presenze a Al-Aqsa. Dopo le massicce irruzioni durante Pesach, Purim e Shavuot, il mese di aprile aveva già visto un picco senza precedenti. Ora, con la ricorrenza del Tisha B’Av, le “Organizzazioni del Tempio” puntano a una nuova svolta. Non si tratta solo di un raduno religioso, ma di un progetto dichiarato di “vittoria completa” sul Monte del Tempio – così i religiosi ebrei considerano la Spianata in nome di un futuro “terzo Tempio” da costruire al posto delle moschee di Al Aqsa e della Roccia.
Un volantino diffuso nei giorni scorsi mostrava un disegno del presunto Tempio eretto dove oggi sorge Al-Aqsa, circondato da soldati e accompagnato dalla scritta: “La vittoria completa non è ancora stata ottenuta”.
Itamar Ben-Gvir non si è limitato a partecipare. Ne è stato regista e protagonista. Prima dell’alba aveva già guidato una marcia provocatoria di coloni attraverso la Città Vecchia, fino alle porte del complesso sacro. Poi, durante l’incursione di oggi, ha dichiarato: «Non ci accontentiamo del lutto. Pensiamo alla costruzione del Tempio, alla sovranità, all’imposizione del potere. Lo abbiamo fatto in molti luoghi e lo faremo anche a Gaza». Parole che rivelano il disegno ideologico che anima l’ultradestra israeliana: trasformare una commemorazione religiosa in una prova di forza politica, espandere il dominio israeliano su ogni centimetro dei territori occupati, distruggere ogni traccia della presenza palestinese e musulmana.
Nel corso dell’incursione, i video pubblicati dall’organizzazione ebraica “Amministrazione del Monte del Tempio” mostrano Ben-Gvir mentre guida un gruppo di uomini nel complesso e, in altri filmati diffusi online, mentre prega. Di certo, la violazione del “divieto di preghiera” nel sito è ormai diventata routine, coperta e protetta dalla polizia israeliana.
A fare da cornice all’irruzione di domenica, le gravi restrizioni imposte ai fedeli palestinesi. Le forze israeliane hanno impedito a molti di loro di accedere alla moschea, bloccando gli ingressi principali, pattugliando la Città Vecchia e imponendo un clima di militarizzazione.
Nel mondo musulmano, questo ennesimo affronto rischia di accendere una nuova ondata di tensioni. Le incursioni a Al-Aqsa sono state in passato la miccia per gravi escalation. Le insinuazioni, o peggio le azioni concrete, volte a modificare le regole del complesso hanno già provocato rivolte popolari, scontri a fuoco e campagne di protesta internazionali. Ma a Gerusalemme Est, chi governa oggi sembra considerare la crisi permanente una risorsa politica.
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28/05/2024
La “strategia della tensione” sionista in Italia
Il suo obiettivo era assicurarsi la continuazione del sostegno al genocidio dei palestinesi, e a giudicare dal successivo atteggiamento italiano, ad esempio all’ONU, sicuramente ha raggiunto i suoi scopi. Un po’ meno il governo italiano, che deve notare come la contrarietà allora espressa all’attacco a Rafah non ha fermato Tel Aviv, che ormai non risponde più a nessuno.
Ma è importante sottolineare i toni con cui Katz si è avvicinato a questi incontri, soprattutto per i risvolti delle settimane successive. Minacce sul futuro terrorismo che avrebbe vissuto il paese, a suo avviso di matrice islamica, quando in realtà le uniche violenze che si sono registrate sono quelle sioniste.
Poco prima della partenza, Katz ha scritto su X: “il messaggio che trasmetto nelle conversazioni e negli incontri con i ministri degli Esteri dei paesi occidentali è: se non ci sostenete adesso, domani troverete nelle vostre strade e nelle vostre case il terrorismo islamico estremista guidato dall’Iran. La nostra guerra è anche la vostra guerra“.
In pratica, parafrasando le parole molto nette dette del ministro degli Esteri di Tel Aviv, se l’Italia non avesse sostenuto senza se e senza ma la politica di Israele, la guerra dal Medio Oriente sarebbe arrivata direttamente da noi. In sostanza, ci saremmo trovati la “guerra in casa“.
Del resto, sappiamo bene che la guerra imperialista, nelle varie forme che assume, alla fine si ripresenta anche in una guerra interna, per sostenere la mobilitazione produttiva e ‘di legittimazione’ richiesta dal conflitto. Il risultato è un peggioramento delle condizioni di vita dei settori popolari e un’involuzione autoritaria dei pur limitati spazi di dissenso della democrazia liberale.
Per questo personaggi come David Gilbert invitavano a che fossero soggettività rivoluzionarie ad assumersi il compito di portarla avanti, questa “guerra in casa“, ma in senso antimperialista. Ovvero trasformassero l’opposizione alla guerra e al suprematismo bianco in una lotta contro il dominio del capitale e dei suoi rappresentanti politici.
Tornando all’attualità, il discorso di Katz, pur additando nell’Iran il pericolo, aveva proprio il senso di mettere in guardia sul fatto che ‘l’internazionale sionista‘ non avrebbe permesso a nessuno di ostacolare il massacro a Gaza. E chi l’avesse fatto, avrebbe dovuto fare i conti col terrorismo.
Israele ha in realtà minacciato i movimenti contro la guerra sviluppatesi nei paesi alleati, e anche in Italia. Il messaggio era che la guerra che Tel Aviv combatte è la guerra che l’Occidente deve portare avanti, fuori e dentro i propri confini, pena il terrorismo... ma quello sionista, non iraniano.
Come succede già per chi, da israeliano, si oppone al genocidio, anche in Italia le parole si sono trasformate presto in fatti. Dopo poco più di due settimane, ci sono stati i barattoli e i petardi lanciati sulle teste dei manifestanti a Porta San Paolo, a Roma (con una giornalista zittita in diretta TV quando ha provato a raccontare la carica sionista).
Poi è arrivata la notizia che il ministro della Sicurezza Nazionale Ben Gvir vuole organizzare delle ‘squadre di allerta‘, ovvero squadracce armate, vere e proprie forze paramilitari nei paesi alleati, agli ordini di Tel Aviv. Si sono poi susseguiti una serie di atti intimidatori, di cui abbiamo reso conto anche sul nostro giornale.
Gli studenti, in prima fila nella solidarietà internazionalista con la resistenza palestinese, sono stati tra i primi a essere presi di mira. Un gruppo di sionisti a volto coperto, in pieno pomeriggio, ha vandalizzato la targa che era stata apposta all’entrata della facoltà di Fisica in ricordo di Sufiah Tayeh, fisico e rettore dell’università di Gaza.
Il culmine – per ora – si è raggiunto con l’assalto a Chef Rubio, un indubbio salto di qualità della violenza sionista. Fatto con un martello e un mattone e mirando alla testa del cuoco, crediamo che gli estremi per parlare di tentato omicidio ci siano, a un personaggio già identificato da esponenti di spicco della Comunità ebraica romana, come un nemico di Israele.
Insomma, assistiamo appunto alla guerra che, dalla Palestina, arriva fino a noi, in una vera e propria catena di responsabilità (politiche, morali e materiali) che va dal governo Netanyahu, ai maggiori esponenti del sionismo nostrano, fino alla manovalanza che si occupa di azioni concrete. Azioni dirette contro civili, vero e proprio terrorismo appunto.
Il titolo di questo articolo, dunque, è di certo potente, e forza un paragone storico con un’epoca in cui la conflittualità sociale era molto più alta e durante la quale da più parti si cercava di insabbiare il coinvolgimento dei fascisti negli eventi delittuosi che compivano. Ma il terrorismo, passando dall’eversione nera ai sionisti, produce anche oggi un clima di guerra interna ai movimenti solidali con la Palestina e promotori della giustizia sociale.
Poco e nulla è stato detto dalle istituzioni contro l’ondata di violenza appena ricordata, mentre ministro dell’Interno e ministro dell’Università si sono riuniti per lanciare l’allarme sugli ‘infiltrati‘ tra gli studenti. Il quadro che si delinea è preoccupante, e non è il frutto di sfortunate coincidenza: è stato annunciato con precisione sin dalle parole di Katz di inizio aprile, e costruito concretamente nelle settimane successive.
O ci si mette in testa che la fase storica è cambiata, e sta cambiando, con forti eruzioni sociali e conflittualità politica prodotta direttamente su grandi nodi degli assetti internazionali, o si rimane indietro. E si rischia pure di finire sotto gli attacchi sionisti.
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23/05/2024
Riprende la Resistenza Palestinese nel nord di Gaza: scontri nel gabinetto di guerra
Nei giorni scorsi, il Ministro della Difesa Yoav Gallant, del Likud, stesso partito di Netanyahu e come lui “candidato” ad un mandato di cattura internazionale, ha protestato nei confronti del suo primo ministro per non essersi mai espresso sul futuro di Gaza: “Da ottobre ho sollevato più volte la questione nel gabinetto di guerra, e non ho ricevuto risposta. Chiedo al primo ministro Benjamin Netanyahu di prendere una decisione e dichiarare che Israele non stabilirà un controllo civile sulla Striscia di Gaza e che Israele non stabilirà un controllo militare sulla Striscia di Gaza”.
Per Gallant, quindi, è necessario preparare un’alternativa di governo formalmente “in mano palestinese” e, eventualmente, ad una coalizione internazionale, altrimenti “rimarrebbero solo due opzioni negative: o il governo di Hamas, o il governo militare di Israele”. Ciò significa, per inciso, ammettere che uno degli obiettivi dichiarati – ovvero la distruzione di Hamas – è di fatto impossibile da raggiungere.
Concorda, in parte, con lui Benny Gantz, della coalizione “Blu e Bianco”, definita “centrista”, entrato nel gabinetto di guerra all’indomani dell’inizio del genocidio e strafavorito, secondo i sondaggi, in caso di voto anticipato.
Secondo Gantz, lo stato sionista può mantenere anche nel dopoguerra un certo grado di controllo militare sulla Striscia di Gaza, ma deve assolutamente progettare il subentro di un’autorità civile composta da una non precisata “entità palestinese”, accompagnata da “attori internazionali”.
Gantz ha posto addirittura un ultimatum: se non verrà presentato e discusso un piano del genere entro l’8 giugno, il suo partito non appoggerà più l’esecutivo: “Se scegli di seguire la strada dei fanatici e gettare tutta la nazione nell’abisso, saremo costretti a lasciare il governo”, ha detto rivolgendosi al primo ministro.
Entrambi questi ministri sono ex capi di stato maggiore dell’esercito ed hanno espresso tali perplessità proprio nei giorni in cui sono stati gli stessi vertici militari a farle trapelare per mezzo stampa. Sperano inoltre, in tal modo, di accreditarsi come alleati più affidabili dell’amministrazione USA, offrendo una sponda al tentativo, in corso da mesi, di reclutare diversi paesi arabi alleati, unitamente all’attuale governo dell’ANP, costruito sul calco degli interessi di Washington, per preparare il futuro governo della Striscia.
Sulla sponda opposta, ovviamente è schierato Ben Gvir, esponente del partito “Potere Ebraico”, ideologicamente appartenente al sionismo religioso estremista, che negli anni ’90 era considerato “terrorista” dalle stesse autorità sioniste.
Il controllo della Striscia di Gaza dovrebbe per lui rimanere “solo alla stato d’Israele, e a nessun altro”, ha ribadito, “dovrebbe esserci la piena occupazione di Gaza e colonie ebraiche. Ma non è abbastanza. C’è un altro passo essenziale, che consiste nell’incoraggiare la migrazione volontaria (dei Palestinesi)”.
Tali colonie dovrebbero estendersi ben oltre quelle smantellate nel 2005 dall’allora governo Sharon: “Se davvero assistessimo all’emigrazione, con centinaia di migliaia di persone in partenza, potremmo portare sempre più persone. Io stesso sarò molto felice di vivere a Gaza”.
Gli intenti genocidiari non vengono insomma nascosti, neanche sul tema del passaggio degli aiuti: “Mi vergogno di essere l’unico nel governo ad aver votato contro il trasferimento delle spedizioni (di aiuti) a Gaza attraverso Kerem Shalom. Volete umanitarismo? Restituite gli ostaggi”.
A spalleggiare i deliri di Ben Gvir vi è lo stesso Netanyahu, il quale, pur non parlando esplicitamente di ri-colonizzazione di Gaza, sostiene che il controllo civile e militare dovrà rimanere in mano sionista perché “ad un hamastan non deve succedere un fatahstan”, escludendo quindi nella pratica qualsiasi autorità palestinese, anche solo di facciata.
Rispetto al tema degli ostaggi, se l’ipotesi Gallant-Gantz apre alla ricerca di un accordo per uno scambio di prigionieri con la Resistenza Palestinese, l’ipotesi estremista sembra non curarsene più di tanto. Anzi, gli estremisti sionisti sembrano puntare a prolungare la guerra finché tutti gli ostaggi non verranno uccisi sotto le stesse bombe che teoricamente vengono sganciate per “liberarli”, per poi poter procedere con ancora più vigoria verso la pulizia etnica, o “emigrazione volontaria”, secondo la terminologia ultra-sionista.
In ogni caso, il fatto che l’ondivago Netanyahu si sia schierato con loro segnala come la posizione schiettamente genocidaria dell’estrema destra religiosa gli appaia, nella sua irrazionalità, “più realistica” rispetto alle formulazioni ancora vaghe di Gallant e Gantz.
La Resistenza Palestinese, infatti, ha chiarito più volte che non lascerà mai il campo a paesi o entità terze che vorranno governare la Striscia di Gaza entrandovi, in pratica, a bordo dei carri armati dell’occupante. “Hamas esisteva per restare”, ha ribadito il Capo dell’Ufficio Politico dell’organizzazione sunnita Haniyeh. “Il movimento deciderà, insieme a tutte le fazioni nazionali, l’amministrazione della Striscia di Gaza dopo la guerra”.
Dal canto loro, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, finora, hanno più volte declinato l’invito degli USA a partecipare ad una forza multinazionale che contribuisca al controllo della Striscia nel dopoguerra. Al momento, infatti, i rischi di insabbiarsi per via dell’ostilità della Resistenza Palestinese sono troppo alti. In più, lo stato sionista, attualmente, non si presenta affatto affidabile, vista l’egemonia estremista al suo interno.
Tuttavia, tale diniego non è da considerarsi definitivo. Secondo Middle East Eye, il Bahrein, che spesso si comporta come l’appendice più filo-americana dell’Arabia Saudita, avrebbe dato la propria disponibilità agli USA.
Fonte
29/04/2024
Israele dichiara guerra vera ai movimenti pacifisti nei nostri paesi
Stiamo parlando del programma di “formazione di gruppi civili armati affiliati alle comunità ebraiche all’estero, per contrastare il movimento di lotta contro l’occupazione israeliana, negli Stati Uniti d’America e in Europa”, che ha il suo massimo progettista nel ministro della sicurezza di Tel Aviv, Itamar Ben Gvir.
Ossia qualcuno che in questo momento ha il potere di fare ciò che ha in testa, non un pirla qualsiasi che balla sui tavoli di una birreria sparando scemenze che diventerebbero tragedie, se messe in pratica.
Ha il potere, dunque, di creare in diversi paesi del mondo – pescando nell’ala sionista estrema delle comunità ebraiche, non certo tra i membri di associazioni come la Jewish Voice of Peace – “squadre di allerta”, ossia gruppi armati composti da civili che rientrano nel “comando del fronte interno dell’esercito”. Insomma, agli ordini del governo di Tel Aviv.
Per la formazione di queste “truppe irregolari” all’estero il governo Netanyahu si impegna a fornire “supporto professionale, compresa la formazione e il rafforzamento della risposta tecnologica di sicurezza”.
Per tranquillizzare almeno in parte i governi che si ritroveranno queste bombe in casa, per di più alla vigilia di ricevere un mandato di cattura internazionale, Ben Gvir ha assicurato “piena collaborazione con la polizia locale e le autorità competenti”.
La gravità di questo progetto è tale da sconvolgere quel che resta – non molto, in verità – della cornice costituzionale delle “democrazie liberali”.
Vediamo perché.
La difesa delle comunità ebraiche nel mondo
È completamente falsa la premessa-obiettivo. Nella storia dell’umanità non c’è mai stato, probabilmente, un periodo così tranquillo per le numerose comunità ebraiche sparse in moltissimi paesi, sia dell’Occidente che non.
Gli attentati di diversi gruppi palestinesi all’estero sono ormai un ricordo lontano di una fase della Resistenza che si era chiusa con gli “accordi di Oslo” e l’inizio della costruzione di uno Stato palestinese. Processo che la destra israeliana ha interrotto assassinando Yitzhak Rabin, il primo ministro che li aveva firmati, e intensificando l’espansione delle colonie in Cisgiordania.
Da allora, comunque, la lotta dei palestinesi è rimasta all’interno degli incerti confini di Israele e dei territori occupati, come dimostra la storia delle varie Intifada.
All’estero i pochi episodi di antisemitismo violento sono stati in genere gesti isolati oppure di lieve entità (tipo, in Italia, gli sfregi alle “pietre di inciampo”), con protagonisti i nazifascisti “classici”, o “nostalgici”, che oggi appaiono compattamente al fianco del governo Netanyahu e dello stato militarista israeliano.
C’è da ricordare, infine, che anche i gruppi più sanguinari del “terrorismo islamico” – tipo l’Isis – non hanno mai preso a bersaglio né Israele né le comunità ebraiche. Il che ha naturalmente sollevato non poche domande sulle triangolazioni teoricamente possibili...
Dunque il “nemico” individuato da Ben Gvir e Netanyahu, come esplicitamente dichiarato, sono i movimenti pacifisti che in tutto il mondo stanno premendo per isolare il governo genocida cui appartengono.
Il monopolio statale della forza
In ogni caso, e in tutti i paesi del mondo, la “difesa delle comunità ebraiche” – come di qualsiasi altro cittadino o comunità – è compito dello Stato che le ospita, tramite le sue forze armate e di polizia, non di “milizie statali straniere”.
Sappiamo che da decenni, all’interno delle comunità ebraiche, esistono nuclei di “autodifesa”, armati e con regolare porto d’ami italiano, posti a protezione delle sinagoghe e di altri luoghi simbolicamente importanti (il Ghetto di Roma, per esempio). Ma il loro ruolo è stato fin qui decisamente “difensivo”, anche se spesso in modo molto aggressivo (lo sa bene chiunque abbia provato a passare nei dintorni del Portico D’Ottavia indossando qualcosa che assomigliava ad una kefiah...).
Il programma di Ben Gvir punta però a cambiare radicalmente la funzione di questi “nuclei armati”.
La premessa, falsa, serve a nascondere il carattere eversivo del progetto israeliano: creare un corpo militare irregolare – “civili armati e sottoposti al proprio comando” – operanti in paesi sovrani, sia “alleati” che non.
Ricordiamo che ogni Stato al mondo si caratterizza per il monopolio della forza, ossia per il potere esclusivo di organizzare e sviluppare un esercito, forze di polizia, servizi di sicurezza, ecc.
Gli unici “stranieri” abilitati a portare ed eventualmente utilizzare armi sono i militari di paesi alleati con cui sono stati sottoscritti accordi di mutua assistenza (esempio classico italiano: gli statunitensi nelle basi Nato), oppure gli agenti di scorta a ministri o presidenti, temporaneamente in visita nel paese.
Una milizia composta da civili obbedienti ad un altro Stato è una bomba posta sotto l’autorità e la “sovranità” del paese che la “ospita”. A maggior ragione se – come nel caso di civili che dispongono di una “doppia nazionalità” – non esiste un obbligo di dichiarare una “priorità”.
Facciamo esempi semplici, così da facilitare la comprensione anche ai non esperti di regole istituzionali.
Un qualsiasi calciatore, se dispone di una doppia nazionalità, deve prima o poi scegliere una volta per tutte per quale paese intende giocare se convocato in nazionale. Non può insomma scegliere di volta in volta, mettendo così sempre in dubbio la sua reale appartenenza e “onestà sportiva”.
A maggior ragione, un/a potenziale soldato/essa deve scegliere per quale paese è disposto a combattere, perché non è affatto detto che le due “nazioni” che gli riconoscono la cittadinanza saranno sempre in pace tra loro.
Si sa che in questo momento circa 1.400 cittadini italiani sono stati o sono impegnati come riservisti o militari al fronte, tra Gaza e il confine con il Libano. Oggi Italia e Israele sono parecchio “complici”, ma un auspicabile cambiamento politico in uno dei due paesi potrebbe un giorno metterli in contraddizione.
Per chi combatterebbero quei miliziani sionisti? Stanti le caratteristiche note del progetto israeliano, quei miliziani sarebbero una sorta di “quinta colonna” dell’esercito di Tel Aviv in Italia. Armati e formati per combattere, ma agli ordini di un governo “straniero”. Magari considerato “nemico”. Eventualmente, insomma, anche contro un governo meno sdraiato sugli interessi di Israele.
Quasi un casus belli, secondo le regole internazionali.
Una milizia nazionalista per condizionare il quadro internazionale
Peggio ancora. La creazione di questa milizia non ha confini, riguarda potenzialmente ogni paese del mondo in cui esiste una comunità ebraica (o meglio: dove esiste un’ala “sionista combattente”).
Avremo insomma una rete militare/informativa con dimensioni quasi mondiali ma obbediente agli interessi strategici di un solo paese, oltretutto perennemente in guerra con i suoi vicini e i loro alleati. Una rete, detto altrimenti, che dissemina la logica e la pratica della guerra nazionalista praticamente dappertutto. Ad insindacabile giudizio di un governo – come detto – posseduto da una “visione millenaristica, simile a quella dell’Isis musulmano”...
A ben guardare, si tratta del rovesciamento finale della grandiosa storia cui tanto avevano contribuito rivoluzionari di origine ebraica. Dall’internazionalismo liberatorio al nazionalismo predatorio sul mondo, dall’uguaglianza tra tutti gli esseri umani alla pretesa di supremazia “divina” di un unico gruppo etnico-religioso.
Interferenza deliberata nella dialettica politica di altri paesi
Non è ancora finita. Queste squadre armate sioniste, già nella definizione degli “scopi”, assumono come “nemico” quella parte della popolazione e del panorama politico che non condivide affatto il genocidio in corso a Gaza e, appena meno esplicito, in Cisgiordania.
In altri termini, la finalità di queste squadre è condizionare militarmente la dialettica politica di ogni paese i cui saranno presenti. Una modalità che si aggiunge, eventualmente, a quelle ordinarie nel capitalismo attuale (basti citare l’informazione, per esempio).
Pratiche omicide
Il carattere specificamente militare di quelle “squadre”, enfatizzato peraltro dagli stessi ministri israeliani, mette esplicitamente nel mirino – in senso letterale – chiunque critichi la politica di Tel Aviv, a partire dal noto mantra secondo cui ogni obiezione a Israele sarebbe una manifestazione di “antisemitismo” (sul punto consigliamo sempre la lettura di un altro nostro articolo).
Israele si fa storicamente un vanto delle proprie pratiche di “guerra sporca”, con in testa le esecuzioni mirate. Finché questa capacità – diversi decenni fa – si limitava al rintracciare ed eliminare i criminali nazisti, nessuno trovava molto da obiettare. Anzi...
Quando ha cominciato a rivolgersi contro i dirigenti palestinesi costretti all’esilio, già era diventata una pratica intollerabile (pur se molto tollerata dai governi imperialisti). Solo a Roma tra il 1972 e il 1982 sono stati uccisi quattro dirigenti palestinesi.
Ma se “il nemico” sono i movimenti che in Occidente e altrove – sempre pacificamente e a mani nude – stanno animando le piazze a favore del “cessate il fuoco”, lo slittamento verso uno stragismo reazionario e nazionalista diventa un pericolo immediato. Secondo il linguaggio ordinario, insomma, sarebbe (o sarà) terrorismo sionista.
Conoscendo le “pratiche” israeliane non si fa fatica a immaginare un lavoro di intelligence (condotto “in collaborazione con la autorità locali”, se queste sono spianate sulle posizioni sioniste) per schedare e selezionare i “target” per poi condurre azioni “offensive”, magari graduando tra “pestaggi mirati”, “stupri punitivi” (come minacciato in piazza il 25 aprile), fino agli omicidi.
È chiaro anche che queste azioni, essendo opera di “milizie irregolari”, non sarebbero ufficialmente rivendicate (se non magari dopo anni), rimanendo avvolte nelle nebbie dei “si dice”, alimentando magari la “dietrologia” che specie in Italia ha una tradizione fognaria solidissima.
Ma è anche il caso di ricordare che questa torsione omicida dell’identità sionista, che si propone di assorbire totalmente l’identità ebraica, mette a rischio proprio le comunità che dice di voler “difendere”, esponendole a qualsiasi follia o ritorsione.
Al contrario che in Israele, infatti, gli ebrei nel mondo non vivono in una sorta di fortino fondato sull’apartheid, ma – giustamente – come tutti gli altri cittadini locali. Ovvero come individui e famiglie libere, che si riuniscono solo nelle scadenze rituali.
Militarmente indifendibili, insomma, a dimostrazione che la “premessa” alla base di questo programma è non solo totalmente falsa, ma anche terribilmente pericolosa per le comunità ebraiche.
In altri termini, come già osservato da molti ebrei non sionisti, “il più potente incentivo all’antisemitismo è proprio il governo Netanyahu”.
Riassumendo
Violazione della “sovranità” degli Stati, interferenza militare nella dinamica politica di altri paesi, violenza organizzata contro una parte delle popolazioni e specificamente i movimenti solidali...
Ce n’è abbastanza per pretendere che nessun governo europeo si presti a “collaborare” con questo programma.
Ma, chissà com’è, ci sembra che l’aria sia decisamente opposta...
Fonte
27/04/2024
Il governo israeliano intende esportare squadre di sicurezza paramilitari all’estero
Il ministro della Sicurezza israeliano, l’estremista messianico Ben Gvir, intende esportare all’estero il modello delle “squadre di allerta” con il pretesto di “rafforzare la sicurezza degli ebrei”.
Ben Gvir cerca di esportare “squadre di allerta” nelle comunità ebraiche all’estero e sta spingendo per sviluppare un programma per addestrare e preparare queste milizie civili ad affrontare il movimento internazionale anti-israeliano sullo sfondo della guerra a Gaza, mentre Netanyahu paragona il movimento studentesco negli Stati Uniti alle “università naziste tedesche”.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, spinge per la formazione di gruppi civili armati affiliati alle comunità ebraiche all’estero, con il pretesto di contrastare il movimento di lotta contro l’occupazione israeliana, negli Stati Uniti d’America e in Europa, nel contesto della guerra devastante che Israele sta conducendo contro la Striscia di Gaza, sotto assedio da più di 200 giorni.
Ciò avviene sulla scia delle proteste nelle capitali e nelle città europee, e del crescente movimento studentesco per i diritti umani nelle università americane, per chiedere la fine dell’occupazione israeliana e la fine della guerra genocida lanciata da Israele contro la Striscia di Gaza assediata dal 7 ottobre scorso, e di spingere per il boicottaggio accademico di Israele.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha considerato “orribile” il movimento studentesco negli Stati Uniti contro i crimini dell’occupazione israeliana, definendolo “antisemita”, e lo ha paragonato in una dichiarazione video alle “università della Germania degli anni ’30”.
In riferimento alla Germania nazista, Netanyahu ha invitato “il mondo” a non “restare a guardare di fronte a questo fenomeno”, sottolineando che gli studenti ebrei stanno partecipando a questo movimento, soprattutto alla Columbia University, dove gli studenti hanno espresso il loro rifiuto di equiparare “l’antisionismo con l’antisemitismo” e il loro rifiuto del comportamento degli organismi ufficiali.
In una breve dichiarazione da lui rilasciata, Ben Gvir ha affermato: “Gli ebrei della diaspora stanno attualmente soffrendo una grave ondata di antisemitismo nelle comunità e nelle università degli Stati Uniti, in Europa e nel mondo”. L’ispettore generale della polizia formulerà un piano per aiutare a creare “squadre di allerta” che “proteggeranno le comunità e le istituzioni ebraiche all’estero”.
Le “squadre di allerta” sono gruppi armati composti da civili che svolgono funzioni di sicurezza in situazioni di emergenza e rientrano nel comando del fronte interno dell’esercito israeliano.
Sulla scia della guerra a Gaza, Ben Gvir ha lavorato per armare e rafforzare le squadre di allerta, soprattutto negli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata.
Ben Gvir ha aggiunto di aver incaricato l’ispettore generale della polizia, Yaakov Shabtai, di esaminare la possibilità di esportare questo modello di milizia civile nelle comunità ebraiche all’estero, fornendo “supporto professionale, compresa la formazione e il rafforzamento della risposta tecnologica di sicurezza“. Tutto, ovviamente, ”in piena collaborazione con la polizia locale e le autorità competenti”.
Ritiene che “è nostro dovere ebraico, nazionale e morale aiutarli!” Le proteste stanno scuotendo da settimane diverse prestigiose università americane, come espressione della rabbia del corpo studentesco per la guerra israeliana a Gaza e la crisi umanitaria a cui sta assistendo la Striscia.
La rabbia è aumentata tra gli studenti dopo che giorni di proteste filo-palestinesi hanno provocato arresti diffusi e portato all’interruzione delle lezioni.
Alla Columbia University di New York, culla delle proteste che si sono estese ad altre università, gli organizzatori delle mobilitazioni chiedono all’università di disinvestire nelle aziende che “raccolgono profitti attraverso l’apartheid israeliano, il genocidio e l’occupazione della Palestina”.
Sulla costa occidentale, la California State University of Applied Sciences ha annunciato che rimarrà chiusa almeno fino a mercoledì dopo che i manifestanti filo-palestinesi hanno occupato un edificio amministrativo.
Manifestazioni si sono svolte anche presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT), l’Università del Michigan, l’Università della California a Berkeley (UC Berkeley) e l’Università di Yale, dove almeno 47 persone sono state arrestate lunedì dopo aver rifiutato le richieste di porre fine al raduno.
Israeli Channel 12 ha riferito che Ben Gvir sta studiando la possibilità di “creare un centro di formazione e supporto per la polizia israeliana per lavorare sulla fornitura di copertura professionale per l’orientamento, la formazione e il miglioramento delle conoscenze professionali per creare squadre di allerta locali nelle comunità ebraiche di tutto il mondo”.
Ha aggiunto che oggi Ben Gvir ha inviato una lettera ufficiale all’ispettore generale della polizia, Shabtai, in cui afferma che “lo Stato e il governo hanno un dovere non solo nei confronti dei propri cittadini. Il nostro dovere nazionale e storico è quello di difendere il diritto alla libertà degli ebrei perseguitati in tutto il mondo”.
Israeli Channel 12 ha spiegato che il piano di Ben Gvir è quello di fornire sostegno israeliano alla formazione di milizie civili armate simili a “squadre di allerta comunitaria” con il pretesto di lavorare per “proteggere le istituzioni ebraiche“.
“La polizia israeliana fornirà un programma di formazione e tutoraggio per migliorare le conoscenze professionali, di sicurezza e tecnologiche (e forse anche fornire strumenti di sicurezza tecnologica – a seconda dei finanziamenti che otterremo), che aiuterà le comunità e le organizzazioni ebraiche a costruire queste squadre e a garantirne il funzionamento“, dice la lettera di Ben Gvir.
Lo stesso Ben Gvir ha invitato l’ispettore generale della polizia israeliana a lavorare per formulare questo piano “il più presto possibile”, e ha giustificato ciò dicendo che “la guerra non finirà presto, e il grafico degli eventi antisemiti nel mondo continua aumentare in modo allarmante”, secondo lui.
Fonte
22/11/2023
I prigionieri palestinesi sottoposti ad un massacro come a Gaza e in Cisgiordania
Ciò che sta accadendo nelle carceri israeliane è molto serio. I prigionieri stanno affrontando la più feroce campagna di repressione e abusi della loro storia, sponsorizzata e supervisionata dal criminale di guerra Itamar Ben-Gvir, nel mezzo di una politica di esecuzioni sul campo contro chiunque affronti questo attacco, che ha portato alla morte di cinque prigionieri dal 7 ottobre, e l’espansione delle politiche di repressione, abuso e imprigionanamento.
La confisca dei materassi e degli indumenti invernali durante il freddo e rigido inverno, e l’impedimento ai prigionieri di ottenere il minimo necessario per il loro fabbisogno alimentare e igienico e il diritto alle cure attraverso la continua chiusura degli ambulatori medici, aumenta la sofferenza dei prigionieri e mette a grave rischio la vita di decine di prigionieri malati.
Ciò in aggiunta all’arresto del movimento dei prigionieri e alla loro detenzione per più di 40 giorni all’interno delle sezioni, all’interruzione del tempo in cortile, al divieto di visite e incontri con gli avvocati, alla ripetuta invasione di strumenti repressivi sionisti nelle carceri e all’assedio dell’esercito all’esterno delle carceri e intensificando l’isolamento e le misure punitive contro la leadership del movimento dei prigionieri.
Ciò che sta accadendo nelle carceri può essere descritto solo come una guerra genocida contro il movimento dei prigionieri, così come accade alla nostra gente nel settore e in Cisgiordania.
L’occupazione sionista procrastina ancora nel liberare il compagno leader Walid Daqqah, uno dei simboli di questo di questa sofferenza costante.
Sebbene abbia finito di scontare la pena dal 24 marzo 2023 e nonostante soffra di una grave malattia cronica, Israele continua a respingere la richiesta di rilascio, nel tentativo sistematico di giustiziarlo nel contesto della politica di negligenza medica e l’assalto al movimento dei prigionieri che ha portato all’elevazione di dozzine di prigionieri morti e alla sofferenza di centinaia di prigionieri malati che affrontano un destino sconosciuto.
Le gravi condizioni di salute di Walid Daqqah, il suo grave pallore e la stanchezza indicano che è stato sottoposto per molti mesi ad una politica sistematica di torture e abusi. Il suo trasferimento dalla clinica della prigione di Ramla alla prigione di Gilboa, nonostante soffrisse di una grave malattia, rappresenta un brutale crimine sionista che ha deliberatamente preso di mira la sua vita.
Il Fronte invita le istituzioni internazionali e dei diritti umani, in particolare la Croce Rossa, ad assumersi la responsabilità e a fermare la politica del silenzio e della complicità, intervenendo urgentemente per inviare comitati internazionali per verificare le condizioni dei prigionieri all’interno delle carceri, e per evidenziare le sistematiche esecuzioni e politiche repressive contro i prigionieri che vengono oscurate dall’occupazione.
Il FPLP chiede di documentare e deferire questi crimini alla Corte penale internazionale e lancia un appello urgente ai popoli liberi del mondo, alle istituzioni internazionali interessate alla questione dei prigionieri e ai comitati di solidarietà in tutto il mondo affinché ricevano la più ampia solidarietà possibile con i prigionieri che sono sottoposti a un totale crimine di guerra con il via libera del governo di occupazione sionista e il criminale fascista e razzista Ben Gvir.
Fonte
29/03/2023
Israele - La piazza ferma la riforma, Ben Gvir ottiene la sua milizia
Appena qualche giorno fa Netanyahu escludeva di poter fermare l’iter avviato in parlamento nonostante le contestazioni dei partiti dell’opposizione e di una buona porzione di popolazione israeliana schierata contro il tentativo di ridimensionare il ruolo della Corte suprema. E aveva cacciato dal governo il ministro della difesa e suo compagno di partito (Likud) Yoav Gallant, colpevole di aver chiesto lo stop della riforma di fronte alle proteste emerse anche nelle Forze armate.
Poi dopo una notte, quella di domenica, di tensioni, blocchi stradali e scontri violenti tra dimostranti e polizia senza precedenti nella storia di Israele e al dissenso emerso nel Likud, Netanyahu ha dovuto fare marcia indietro e congelare la riforma. Ora maggioranza e opposizione sono chiamate a intavolare una trattativa per trovare un compromesso sulla giustizia accettabile dalle due parti. Non ci sono garanzie sul risultato.
Pronunciando in diretta tv alle 19:05 italiane un discorso atteso sin dal mattino, Netanyahu ha preso a prestito la Bibbia per citare le due mamme che rivendicano davanti Re Salomone lo stesso figlio e la scelta di una di loro che non vuole fare a pezzi il bambino. «E io non voglio fare a pezzi il popolo» ha detto per accreditare il suo presunto «senso di responsabilità nazionale».
«Non ci troviamo di fronte a nemici ma a fratelli. Non ci deve essere guerra civile» ha aggiunto non mancando poi di attaccare quella che ha definito «una minoranza di estremisti pronta a lacerare il paese, che usa violenza, appicca il fuoco, fomenta la guerra civile e fa appello alla disobbedienza».
Quindi, confermando che a condizionare la sua decisione più di ogni altra cosa è stata la disobbedienza annunciata da tanti militari, il premier ha proclamato che «Israele non può esistere senza esercito, la disobbedienza – ha sottolineato – è la fine del nostro Stato».
Infine, ha aperto al dialogo. «Ieri ho letto la lettera di (uno leader dell’opposizione) Benny Gantz che si impegna in un dialogo e lo faccio anch’io. C’è la possibilità di prendere tempo. Offro l’occasione per un dialogo, vogliamo fare gli aggiustamenti necessari».
L’ex premier centrista Yair Lapid si è dichiarato pronto a «dialogare» se, ha aggiunto, esso sarà «sincero e non ci saranno sorprese». Soddisfazione da parte del capo dello Stato Isaac Herzog che nelle settimane passate, per porre fine alla crisi e al caos, ha offerto formule di compromesso che la maggioranza ha sempre respinto.
Protestavano e allo stesso tempo festeggiavano ieri pomeriggio a Gerusalemme gli 80mila, giunti anche da Tel Aviv e altre città, che hanno occupato l’area intorno alla Knesset. I media al mattino avevano anticipato che Netanyahu avrebbe annunciato il congelamento della riforma e la contestazione si è trasformata nel raduno della vittoria.
Un successo reso più ampio dalla decisione dei vertici del sindacato Histadrut di proclamare uno sciopero generale che ha bloccato l’intero paese, incluse sanità, scuole e università. Paralizzato in parte l’aeroporto internazionale Ben Gurion dal quale per alcune ore non sono decollati aerei.
Su un palco improvvisato si sono alternati i principali leader dell’opposizione fra cui Lapid, Gantz e anche Avigdor Lieberman, leader dell’estrema destra laica da anni nemico giurato di Netanyahu. Due manifestanti antiriforma sono riusciti ad entrare alla Knesset e hanno urlato «Dimettiti, dimettiti» al ministro dell’istruzione Yoav Kish prima di essere bloccati e allontanati dalla sicurezza.
«Non ci fidiamo di Netanyahu e del suo governo. Siamo pronti a rilanciare le manifestazioni se (il premier) ripresenterà la sua riforma. La Corte suprema non si tocca» ci diceva ieri Ariela, una insegnante armata come gran parte dei manifestanti di una bandiera israeliana.
Per Shiri, una attivista ebrea dei diritti dei palestinesi «Sarebbe un errore grave considerare finita la crisi. Non può esserci democrazia senza la fine dell’occupazione militare e la libertà dei palestinesi» ci ha spiegato ribadendo lo slogan scritto sui cartelli esposti dai suoi compagni, una cinquantina, che sventolavano bandiere palestinesi.
Verso sera i sostenitori dell’estrema destra e del governo Netanyahu hanno preso il posto dei contestatori della riforma. Un fiume umano affluito in gran parte dalle colonie israeliane nella Cisgiordania palestinese occupata a bordo di decine di autobus. Il primo ministro ha atteso il dispiegamento delle sue truppe per pronunciare il discorso atteso per ore da tutto il paese.
Ma i giovani con il tipico look da khaluz (pioniere) dei coloni non erano lì per puntellare Netanyahu. Mai come ieri il premier è apparso così fragile, sconfitto dalla protesta contro la riforma e indebolito dalle imposizioni dell’estrema destra.
Il ministro della sicurezza nazionale, il suprematista Itamar Ben Gvir (Potere ebraico), ha minacciato ripetutamente di mettere fine al governo nato a fine dicembre. Netanyahu, che era riuscito a strappare al mattino il sì alla sospensione della riforma al ministro della giustizia Yariv Levin (del Likud, contrario allo stop), è stato poi impegnato per ore a placare Ben Gvir.
E pur di non veder crollare la maggioranza che dovrà salvarlo dai suoi guai con la giustizia, il primo ministro ha promesso al leader di Potere ebraico che il governo esaminerà al più presto la creazione di una Guardia Nazionale. La guida di questo nuovo corpo di sicurezza sarà affidata allo stesso Ben Gvir che oltre a comandare la polizia avrà sotto il suo controllo quella che deve considerarsi una milizia.
«Ben Gvir ha formato una milizia privata. Siamo alla trasformazione di Israele in una dittatura» ha commentato l’ex capo della polizia Moshe Karadi.
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