Il ddl 1660 è stato criticato in ogni sua virgola per il forte inasprimento delle misure repressive verso la conflittualità sociale e per il rendere la vita impossibile ai migranti. Con la fisionomia del sistema italiano che ormai è completamente ascrivibile a quello di una democratura, in cui la dialettica politica diventa di per sé un crimine.
Che questa nuova legge serva a blindare un modello in crisi e prevenire qualsiasi sviluppo di un’alternativa è chiaro, così come è chiaro che in questa prospettiva si è pronti a usare qualsiasi strumento. La possibilità concessa ai servizi segreti di arrivare addirittura a dirigere organizzazioni terroristiche ed eversive esprime proprio questa deriva.
Sia chiaro: l’intelligence nazionale è sempre stata per lo meno informata e molto spesso coinvolta in questo tipo di attività, e non per colpa di “mele marce”. Basta ricordare che negli elenchi della P2 ritrovati – non li abbiamo tutti – erano presenti tutti i vertici dei servizi segreti, prima e dopo la riforma che affrontarono nel 1977.
Ma per lo meno era considerato illegale, e non parte delle proprie prerogative. E non ci si può di certo aspettare che chi sulla propria pelle ha vissuto gli effetti nefasti del terrorismo di stato possa rimanere in silenzio di fronte a una riforma del genere.
Infatti, le associazioni dei familiari delle vittime di mafia e terrorismo hanno palesato la loro “forte preoccupazione, e anche indignazione, per quanto proposto all’articolo 31 del ddl Sicurezza”, cioè appunto la possibilità di porsi alla guida di organizzazioni stragiste ed eversive.
“La storia, anche quella giudiziaria”, fanno presente, “ci segnala la presenza di uomini degli apparati di polizia o di sicurezza in pressoché tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia (o nei depistaggi che ne sono stati il seguito), a partire da Portella della Ginestra e a seguire tutte le altre”.
Proprio dalla più terribile delle stragi della ‘Strategia della tensione’, quella della stazione di Bologna, nacque la legge per la tutela delle vittime di azioni terroristiche. L’estate appena passata, con l’ergastolo comminato a Paolo Bellini, ha confermato la mano fascista della strage, ma anche i legami con la classe dirigente e politica dell’epoca, di fedeltà atlantica, attraverso la P2.
Gli apparati di sicurezza furono protagonisti di una linea d’intervento che aveva come obiettivo quello di impedire “l’accesso alla politica delle masse”. Anche per questo, dicono le associazioni delle vittime, “il solo pensiero di fornire ancora più poteri a tale personale, ivi compreso il potere di delinquere, pare non solo una offesa alla Costituzione repubblicana ma anche eversivo”.
A loro avviso, servirebbero invece “misure di contenimento dei poteri e potenziamento di controlli sull’operato dei servizi. È fin troppo evidente per tutti, ma non per il governo”, che sta evidentemente preparando il terreno dell’inasprimento della guerra interna, mentre i venti di quella esterna si fanno sempre più forti.
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15/01/2025
28/11/2024
DdL 1660: i servizi potranno guidare gruppi terroristici “per il bene dello Stato”
In Parlamento è scontro aperto sulle novità normative in merito ai poteri attribuiti ai Servizi segreti italiani dal controverso “Pacchetto Sicurezza”, che ha ottenuto l’ok della Camera dei Deputati e ora è al vaglio del Senato. Le opposizioni puntano il dito contro l’art.31 del disegno di legge, attraverso cui vengono ampliati in maniera significativa i poteri dei membri dell’intelligence, esprimendo preoccupazioni sulla tenuta democratica del Paese.
Il nuovo dettato, in vista della tutela della sicurezza e degli interessi della Repubblica, autorizza infatti gli operatori di AISE e AISI non solo a infiltrarsi in organizzazioni criminali e terroristiche, ma addirittura a dirigerle, legittimando gravissimi reati quali associazione sovversiva, terrorismo interno e banda armata.
La norma obbliga inoltre enti pubblici, università, aziende statali e concessionarie di servizi pubblici a un ruolo di collaborazione e assistenza verso i Servizi. Se il provvedimento diventasse legge, esse potranno essere chiamate a fornire informazioni in deroga alle normative sulla privacy.
L’art. 31 del nuovo DDL Sicurezza introduce nuove disposizioni inerenti all’attività dei Servizi, prevedendo non solo che gli operatori di AISI e AISE possano partecipare con un ruolo defilato a organizzazioni illegali, ma perfino arrivare a guidarle. Come chiarisce il Dossier del Servizio Studi del Senato, infatti, vengono contemplate «ulteriori condotte di reato per finalità informative, scriminabili, concernenti la direzione o l’organizzazione di associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico e la detenzione di materiale con finalità di terrorismo (reato quest’ultimo introdotto dall’articolo 1 del provvedimento), la fabbricazione o detenzione di materie esplodenti».
Il provvedimento legittima infatti reati di natura terroristica, tra cui anche l’addestramento e le attività con finalità di terrorismo interno, il finanziamento di condotte con finalità di terrorismo interno, l’istigazione a commettere alcuni di questi delitti, la banda armata, l’apologia di attentato allo Stato.
Il DDL rende permanenti le disposizioni introdotte in via transitoria dal decreto-legge 7/2015 per il potenziamento dell’attività dei Servizi, come l’«estensione delle condotte di reato scriminabili, che possono compiere gli operatori dei servizi di informazione per finalità istituzionali su autorizzazione del Presidente del Consiglio dei ministri, a ulteriori fattispecie concernenti reati associativi per finalità di terrorismo», nonché la «tutela processuale» per gli 007 «attraverso l’utilizzo di identità di copertura negli atti dei procedimenti penali e nelle deposizioni».
A difendere la norma è il sottosegretario Alfredo Mantovano, delegato ai Servizi, che in una nota ha scritto: «Alcune informazioni di rilevanza operativa e destinate a una ristretta cerchia di persone sono acquisibili solo da chi, in qualità di partecipe al sodalizio, riesce a guadagnare la fiducia dei sodali e dei promotori progredendo nel ruolo, sino a rivestire incarichi di tipo direttivo e organizzativo all’interno della consorteria eversivo-terroristica oggetto dell’attività».
Le opposizioni, e in particolare il M5S, sono però sulle barricate, anche perché l’ampliamento dei poteri di intelligence non viene accompagnato da un rafforzamento dei poteri di controllo del COPASIR, organismo parlamentare che vigila sulle attività dei Servizi. «Riteniamo che questo tipo di approccio sia completamente sbagliato: segnaliamo a tutto il Parlamento che si tratta di una deriva potenzialmente pericolosa – aveva detto a settembre in Aula il deputato Marco Pellegrini del M5S, membro del COPASIR –. In maniera netta e decisa proponiamo l’abrogazione dell’intero articolo 31 e sottoporremo la questione, per la sua importanza e delicatezza, al presidente della Repubblica».
Sentito da L’Indipendente, Pellegrini ha aggiunto: «Mediaticamente, modifiche normative così clamorose passano quasi in sordina, mentre si sparano titoloni per giorni e giorni su aspetti molto meno importanti e invasivi».
Lo scenario è ancora più inquietante se si guarda a quanto appurato da inchieste e sentenze in merito alle stragi avvenute nel nostro Paese dalla fine degli anni Sessanta all’inizio degli anni Ottanta – riconducibili alla «Strategia della tensione» – e gli attentati mafiosi del 1992 e 1993, in cui è stato messo il timbro sulla partecipazione morale e materiale di apparati deviati dello Stato sulla pianificazione di quegli eccidi e sui depistaggi andati in scena in seguito alla loro consumazione. Attività che, in passato, non erano scriminate. Sul punto, le novità introdotte dal DDL sembrano invece delineare uno scenario futuro – almeno in astratto – oltremodo nebuloso.
Ma c’è di più. La norma prevede infatti che le pubbliche amministrazioni e soggetti equiparati «siano tenuti a prestare agli organismi del sistema di informazione per la sicurezza la collaborazione e l’assistenza richieste necessarie per la tutela della sicurezza nazionale e l’estensione di tale potere nei confronti di società partecipate e a controllo pubblico».
DIS, l’AISE e AISI potranno stipulare convenzioni con tali soggetti, università ed enti di ricerca, per la definizione delle modalità della collaborazione e dell’assistenza, che potranno prevedere la comunicazione di informazioni «anche in deroga alle normative di settore in materia di riservatezza».
Vibranti sul punto le proteste delle opposizioni, che evidenziando il concreto pericolo che, consentendo l’accesso a banche date sensibili senza prevedere adeguati controlli, la norma possa aprire alla possibilità che le Procure della Repubblica e altri organi statali vengano abusivamente “spiati”.
«L’articolo 31 trasforma la pubblica amministrazione in una sorta di gigantesca Ovra – si legge in un comunicato degli esponenti del M5S –. È in gioco la sicurezza democratica del nostro Paese e serve cautela fino al completamento delle indagini in corso».
Fonte
Il nuovo dettato, in vista della tutela della sicurezza e degli interessi della Repubblica, autorizza infatti gli operatori di AISE e AISI non solo a infiltrarsi in organizzazioni criminali e terroristiche, ma addirittura a dirigerle, legittimando gravissimi reati quali associazione sovversiva, terrorismo interno e banda armata.
La norma obbliga inoltre enti pubblici, università, aziende statali e concessionarie di servizi pubblici a un ruolo di collaborazione e assistenza verso i Servizi. Se il provvedimento diventasse legge, esse potranno essere chiamate a fornire informazioni in deroga alle normative sulla privacy.
L’art. 31 del nuovo DDL Sicurezza introduce nuove disposizioni inerenti all’attività dei Servizi, prevedendo non solo che gli operatori di AISI e AISE possano partecipare con un ruolo defilato a organizzazioni illegali, ma perfino arrivare a guidarle. Come chiarisce il Dossier del Servizio Studi del Senato, infatti, vengono contemplate «ulteriori condotte di reato per finalità informative, scriminabili, concernenti la direzione o l’organizzazione di associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico e la detenzione di materiale con finalità di terrorismo (reato quest’ultimo introdotto dall’articolo 1 del provvedimento), la fabbricazione o detenzione di materie esplodenti».
Il provvedimento legittima infatti reati di natura terroristica, tra cui anche l’addestramento e le attività con finalità di terrorismo interno, il finanziamento di condotte con finalità di terrorismo interno, l’istigazione a commettere alcuni di questi delitti, la banda armata, l’apologia di attentato allo Stato.
Il DDL rende permanenti le disposizioni introdotte in via transitoria dal decreto-legge 7/2015 per il potenziamento dell’attività dei Servizi, come l’«estensione delle condotte di reato scriminabili, che possono compiere gli operatori dei servizi di informazione per finalità istituzionali su autorizzazione del Presidente del Consiglio dei ministri, a ulteriori fattispecie concernenti reati associativi per finalità di terrorismo», nonché la «tutela processuale» per gli 007 «attraverso l’utilizzo di identità di copertura negli atti dei procedimenti penali e nelle deposizioni».
A difendere la norma è il sottosegretario Alfredo Mantovano, delegato ai Servizi, che in una nota ha scritto: «Alcune informazioni di rilevanza operativa e destinate a una ristretta cerchia di persone sono acquisibili solo da chi, in qualità di partecipe al sodalizio, riesce a guadagnare la fiducia dei sodali e dei promotori progredendo nel ruolo, sino a rivestire incarichi di tipo direttivo e organizzativo all’interno della consorteria eversivo-terroristica oggetto dell’attività».
Le opposizioni, e in particolare il M5S, sono però sulle barricate, anche perché l’ampliamento dei poteri di intelligence non viene accompagnato da un rafforzamento dei poteri di controllo del COPASIR, organismo parlamentare che vigila sulle attività dei Servizi. «Riteniamo che questo tipo di approccio sia completamente sbagliato: segnaliamo a tutto il Parlamento che si tratta di una deriva potenzialmente pericolosa – aveva detto a settembre in Aula il deputato Marco Pellegrini del M5S, membro del COPASIR –. In maniera netta e decisa proponiamo l’abrogazione dell’intero articolo 31 e sottoporremo la questione, per la sua importanza e delicatezza, al presidente della Repubblica».
Sentito da L’Indipendente, Pellegrini ha aggiunto: «Mediaticamente, modifiche normative così clamorose passano quasi in sordina, mentre si sparano titoloni per giorni e giorni su aspetti molto meno importanti e invasivi».
Lo scenario è ancora più inquietante se si guarda a quanto appurato da inchieste e sentenze in merito alle stragi avvenute nel nostro Paese dalla fine degli anni Sessanta all’inizio degli anni Ottanta – riconducibili alla «Strategia della tensione» – e gli attentati mafiosi del 1992 e 1993, in cui è stato messo il timbro sulla partecipazione morale e materiale di apparati deviati dello Stato sulla pianificazione di quegli eccidi e sui depistaggi andati in scena in seguito alla loro consumazione. Attività che, in passato, non erano scriminate. Sul punto, le novità introdotte dal DDL sembrano invece delineare uno scenario futuro – almeno in astratto – oltremodo nebuloso.
Ma c’è di più. La norma prevede infatti che le pubbliche amministrazioni e soggetti equiparati «siano tenuti a prestare agli organismi del sistema di informazione per la sicurezza la collaborazione e l’assistenza richieste necessarie per la tutela della sicurezza nazionale e l’estensione di tale potere nei confronti di società partecipate e a controllo pubblico».
DIS, l’AISE e AISI potranno stipulare convenzioni con tali soggetti, università ed enti di ricerca, per la definizione delle modalità della collaborazione e dell’assistenza, che potranno prevedere la comunicazione di informazioni «anche in deroga alle normative di settore in materia di riservatezza».
Vibranti sul punto le proteste delle opposizioni, che evidenziando il concreto pericolo che, consentendo l’accesso a banche date sensibili senza prevedere adeguati controlli, la norma possa aprire alla possibilità che le Procure della Repubblica e altri organi statali vengano abusivamente “spiati”.
«L’articolo 31 trasforma la pubblica amministrazione in una sorta di gigantesca Ovra – si legge in un comunicato degli esponenti del M5S –. È in gioco la sicurezza democratica del nostro Paese e serve cautela fino al completamento delle indagini in corso».
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29/04/2024
Israele dichiara guerra vera ai movimenti pacifisti nei nostri paesi
Naturalmente c’è da sperare che questo progetto abnorme fallisca subito. Ma il solo fatto che sia stato “pensato” getta una luce livida sul gruppo dirigente di Israele che, anche agli occhi di compassati osservatori ultra-atlantisti, appare ormai posseduto dal demone di una “visione millenaristica, simile a quella dell’Isis musulmano”.
Stiamo parlando del programma di “formazione di gruppi civili armati affiliati alle comunità ebraiche all’estero, per contrastare il movimento di lotta contro l’occupazione israeliana, negli Stati Uniti d’America e in Europa”, che ha il suo massimo progettista nel ministro della sicurezza di Tel Aviv, Itamar Ben Gvir.
Ossia qualcuno che in questo momento ha il potere di fare ciò che ha in testa, non un pirla qualsiasi che balla sui tavoli di una birreria sparando scemenze che diventerebbero tragedie, se messe in pratica.
Ha il potere, dunque, di creare in diversi paesi del mondo – pescando nell’ala sionista estrema delle comunità ebraiche, non certo tra i membri di associazioni come la Jewish Voice of Peace – “squadre di allerta”, ossia gruppi armati composti da civili che rientrano nel “comando del fronte interno dell’esercito”. Insomma, agli ordini del governo di Tel Aviv.
Per la formazione di queste “truppe irregolari” all’estero il governo Netanyahu si impegna a fornire “supporto professionale, compresa la formazione e il rafforzamento della risposta tecnologica di sicurezza”.
Per tranquillizzare almeno in parte i governi che si ritroveranno queste bombe in casa, per di più alla vigilia di ricevere un mandato di cattura internazionale, Ben Gvir ha assicurato “piena collaborazione con la polizia locale e le autorità competenti”.
La gravità di questo progetto è tale da sconvolgere quel che resta – non molto, in verità – della cornice costituzionale delle “democrazie liberali”.
Vediamo perché.
La difesa delle comunità ebraiche nel mondo
È completamente falsa la premessa-obiettivo. Nella storia dell’umanità non c’è mai stato, probabilmente, un periodo così tranquillo per le numerose comunità ebraiche sparse in moltissimi paesi, sia dell’Occidente che non.
Gli attentati di diversi gruppi palestinesi all’estero sono ormai un ricordo lontano di una fase della Resistenza che si era chiusa con gli “accordi di Oslo” e l’inizio della costruzione di uno Stato palestinese. Processo che la destra israeliana ha interrotto assassinando Yitzhak Rabin, il primo ministro che li aveva firmati, e intensificando l’espansione delle colonie in Cisgiordania.
Da allora, comunque, la lotta dei palestinesi è rimasta all’interno degli incerti confini di Israele e dei territori occupati, come dimostra la storia delle varie Intifada.
All’estero i pochi episodi di antisemitismo violento sono stati in genere gesti isolati oppure di lieve entità (tipo, in Italia, gli sfregi alle “pietre di inciampo”), con protagonisti i nazifascisti “classici”, o “nostalgici”, che oggi appaiono compattamente al fianco del governo Netanyahu e dello stato militarista israeliano.
C’è da ricordare, infine, che anche i gruppi più sanguinari del “terrorismo islamico” – tipo l’Isis – non hanno mai preso a bersaglio né Israele né le comunità ebraiche. Il che ha naturalmente sollevato non poche domande sulle triangolazioni teoricamente possibili...
Dunque il “nemico” individuato da Ben Gvir e Netanyahu, come esplicitamente dichiarato, sono i movimenti pacifisti che in tutto il mondo stanno premendo per isolare il governo genocida cui appartengono.
Il monopolio statale della forza
In ogni caso, e in tutti i paesi del mondo, la “difesa delle comunità ebraiche” – come di qualsiasi altro cittadino o comunità – è compito dello Stato che le ospita, tramite le sue forze armate e di polizia, non di “milizie statali straniere”.
Sappiamo che da decenni, all’interno delle comunità ebraiche, esistono nuclei di “autodifesa”, armati e con regolare porto d’ami italiano, posti a protezione delle sinagoghe e di altri luoghi simbolicamente importanti (il Ghetto di Roma, per esempio). Ma il loro ruolo è stato fin qui decisamente “difensivo”, anche se spesso in modo molto aggressivo (lo sa bene chiunque abbia provato a passare nei dintorni del Portico D’Ottavia indossando qualcosa che assomigliava ad una kefiah...).
Il programma di Ben Gvir punta però a cambiare radicalmente la funzione di questi “nuclei armati”.
La premessa, falsa, serve a nascondere il carattere eversivo del progetto israeliano: creare un corpo militare irregolare – “civili armati e sottoposti al proprio comando” – operanti in paesi sovrani, sia “alleati” che non.
Ricordiamo che ogni Stato al mondo si caratterizza per il monopolio della forza, ossia per il potere esclusivo di organizzare e sviluppare un esercito, forze di polizia, servizi di sicurezza, ecc.
Gli unici “stranieri” abilitati a portare ed eventualmente utilizzare armi sono i militari di paesi alleati con cui sono stati sottoscritti accordi di mutua assistenza (esempio classico italiano: gli statunitensi nelle basi Nato), oppure gli agenti di scorta a ministri o presidenti, temporaneamente in visita nel paese.
Una milizia composta da civili obbedienti ad un altro Stato è una bomba posta sotto l’autorità e la “sovranità” del paese che la “ospita”. A maggior ragione se – come nel caso di civili che dispongono di una “doppia nazionalità” – non esiste un obbligo di dichiarare una “priorità”.
Facciamo esempi semplici, così da facilitare la comprensione anche ai non esperti di regole istituzionali.
Un qualsiasi calciatore, se dispone di una doppia nazionalità, deve prima o poi scegliere una volta per tutte per quale paese intende giocare se convocato in nazionale. Non può insomma scegliere di volta in volta, mettendo così sempre in dubbio la sua reale appartenenza e “onestà sportiva”.
A maggior ragione, un/a potenziale soldato/essa deve scegliere per quale paese è disposto a combattere, perché non è affatto detto che le due “nazioni” che gli riconoscono la cittadinanza saranno sempre in pace tra loro.
Si sa che in questo momento circa 1.400 cittadini italiani sono stati o sono impegnati come riservisti o militari al fronte, tra Gaza e il confine con il Libano. Oggi Italia e Israele sono parecchio “complici”, ma un auspicabile cambiamento politico in uno dei due paesi potrebbe un giorno metterli in contraddizione.
Per chi combatterebbero quei miliziani sionisti? Stanti le caratteristiche note del progetto israeliano, quei miliziani sarebbero una sorta di “quinta colonna” dell’esercito di Tel Aviv in Italia. Armati e formati per combattere, ma agli ordini di un governo “straniero”. Magari considerato “nemico”. Eventualmente, insomma, anche contro un governo meno sdraiato sugli interessi di Israele.
Quasi un casus belli, secondo le regole internazionali.
Una milizia nazionalista per condizionare il quadro internazionale
Peggio ancora. La creazione di questa milizia non ha confini, riguarda potenzialmente ogni paese del mondo in cui esiste una comunità ebraica (o meglio: dove esiste un’ala “sionista combattente”).
Avremo insomma una rete militare/informativa con dimensioni quasi mondiali ma obbediente agli interessi strategici di un solo paese, oltretutto perennemente in guerra con i suoi vicini e i loro alleati. Una rete, detto altrimenti, che dissemina la logica e la pratica della guerra nazionalista praticamente dappertutto. Ad insindacabile giudizio di un governo – come detto – posseduto da una “visione millenaristica, simile a quella dell’Isis musulmano”...
A ben guardare, si tratta del rovesciamento finale della grandiosa storia cui tanto avevano contribuito rivoluzionari di origine ebraica. Dall’internazionalismo liberatorio al nazionalismo predatorio sul mondo, dall’uguaglianza tra tutti gli esseri umani alla pretesa di supremazia “divina” di un unico gruppo etnico-religioso.
Interferenza deliberata nella dialettica politica di altri paesi
Non è ancora finita. Queste squadre armate sioniste, già nella definizione degli “scopi”, assumono come “nemico” quella parte della popolazione e del panorama politico che non condivide affatto il genocidio in corso a Gaza e, appena meno esplicito, in Cisgiordania.
In altri termini, la finalità di queste squadre è condizionare militarmente la dialettica politica di ogni paese i cui saranno presenti. Una modalità che si aggiunge, eventualmente, a quelle ordinarie nel capitalismo attuale (basti citare l’informazione, per esempio).
Pratiche omicide
Il carattere specificamente militare di quelle “squadre”, enfatizzato peraltro dagli stessi ministri israeliani, mette esplicitamente nel mirino – in senso letterale – chiunque critichi la politica di Tel Aviv, a partire dal noto mantra secondo cui ogni obiezione a Israele sarebbe una manifestazione di “antisemitismo” (sul punto consigliamo sempre la lettura di un altro nostro articolo).
Israele si fa storicamente un vanto delle proprie pratiche di “guerra sporca”, con in testa le esecuzioni mirate. Finché questa capacità – diversi decenni fa – si limitava al rintracciare ed eliminare i criminali nazisti, nessuno trovava molto da obiettare. Anzi...
Quando ha cominciato a rivolgersi contro i dirigenti palestinesi costretti all’esilio, già era diventata una pratica intollerabile (pur se molto tollerata dai governi imperialisti). Solo a Roma tra il 1972 e il 1982 sono stati uccisi quattro dirigenti palestinesi.
Ma se “il nemico” sono i movimenti che in Occidente e altrove – sempre pacificamente e a mani nude – stanno animando le piazze a favore del “cessate il fuoco”, lo slittamento verso uno stragismo reazionario e nazionalista diventa un pericolo immediato. Secondo il linguaggio ordinario, insomma, sarebbe (o sarà) terrorismo sionista.
Conoscendo le “pratiche” israeliane non si fa fatica a immaginare un lavoro di intelligence (condotto “in collaborazione con la autorità locali”, se queste sono spianate sulle posizioni sioniste) per schedare e selezionare i “target” per poi condurre azioni “offensive”, magari graduando tra “pestaggi mirati”, “stupri punitivi” (come minacciato in piazza il 25 aprile), fino agli omicidi.
È chiaro anche che queste azioni, essendo opera di “milizie irregolari”, non sarebbero ufficialmente rivendicate (se non magari dopo anni), rimanendo avvolte nelle nebbie dei “si dice”, alimentando magari la “dietrologia” che specie in Italia ha una tradizione fognaria solidissima.
Ma è anche il caso di ricordare che questa torsione omicida dell’identità sionista, che si propone di assorbire totalmente l’identità ebraica, mette a rischio proprio le comunità che dice di voler “difendere”, esponendole a qualsiasi follia o ritorsione.
Al contrario che in Israele, infatti, gli ebrei nel mondo non vivono in una sorta di fortino fondato sull’apartheid, ma – giustamente – come tutti gli altri cittadini locali. Ovvero come individui e famiglie libere, che si riuniscono solo nelle scadenze rituali.
Militarmente indifendibili, insomma, a dimostrazione che la “premessa” alla base di questo programma è non solo totalmente falsa, ma anche terribilmente pericolosa per le comunità ebraiche.
In altri termini, come già osservato da molti ebrei non sionisti, “il più potente incentivo all’antisemitismo è proprio il governo Netanyahu”.
Riassumendo
Violazione della “sovranità” degli Stati, interferenza militare nella dinamica politica di altri paesi, violenza organizzata contro una parte delle popolazioni e specificamente i movimenti solidali...
Ce n’è abbastanza per pretendere che nessun governo europeo si presti a “collaborare” con questo programma.
Ma, chissà com’è, ci sembra che l’aria sia decisamente opposta...
Fonte
Stiamo parlando del programma di “formazione di gruppi civili armati affiliati alle comunità ebraiche all’estero, per contrastare il movimento di lotta contro l’occupazione israeliana, negli Stati Uniti d’America e in Europa”, che ha il suo massimo progettista nel ministro della sicurezza di Tel Aviv, Itamar Ben Gvir.
Ossia qualcuno che in questo momento ha il potere di fare ciò che ha in testa, non un pirla qualsiasi che balla sui tavoli di una birreria sparando scemenze che diventerebbero tragedie, se messe in pratica.
Ha il potere, dunque, di creare in diversi paesi del mondo – pescando nell’ala sionista estrema delle comunità ebraiche, non certo tra i membri di associazioni come la Jewish Voice of Peace – “squadre di allerta”, ossia gruppi armati composti da civili che rientrano nel “comando del fronte interno dell’esercito”. Insomma, agli ordini del governo di Tel Aviv.
Per la formazione di queste “truppe irregolari” all’estero il governo Netanyahu si impegna a fornire “supporto professionale, compresa la formazione e il rafforzamento della risposta tecnologica di sicurezza”.
Per tranquillizzare almeno in parte i governi che si ritroveranno queste bombe in casa, per di più alla vigilia di ricevere un mandato di cattura internazionale, Ben Gvir ha assicurato “piena collaborazione con la polizia locale e le autorità competenti”.
La gravità di questo progetto è tale da sconvolgere quel che resta – non molto, in verità – della cornice costituzionale delle “democrazie liberali”.
Vediamo perché.
La difesa delle comunità ebraiche nel mondo
È completamente falsa la premessa-obiettivo. Nella storia dell’umanità non c’è mai stato, probabilmente, un periodo così tranquillo per le numerose comunità ebraiche sparse in moltissimi paesi, sia dell’Occidente che non.
Gli attentati di diversi gruppi palestinesi all’estero sono ormai un ricordo lontano di una fase della Resistenza che si era chiusa con gli “accordi di Oslo” e l’inizio della costruzione di uno Stato palestinese. Processo che la destra israeliana ha interrotto assassinando Yitzhak Rabin, il primo ministro che li aveva firmati, e intensificando l’espansione delle colonie in Cisgiordania.
Da allora, comunque, la lotta dei palestinesi è rimasta all’interno degli incerti confini di Israele e dei territori occupati, come dimostra la storia delle varie Intifada.
All’estero i pochi episodi di antisemitismo violento sono stati in genere gesti isolati oppure di lieve entità (tipo, in Italia, gli sfregi alle “pietre di inciampo”), con protagonisti i nazifascisti “classici”, o “nostalgici”, che oggi appaiono compattamente al fianco del governo Netanyahu e dello stato militarista israeliano.
C’è da ricordare, infine, che anche i gruppi più sanguinari del “terrorismo islamico” – tipo l’Isis – non hanno mai preso a bersaglio né Israele né le comunità ebraiche. Il che ha naturalmente sollevato non poche domande sulle triangolazioni teoricamente possibili...
Dunque il “nemico” individuato da Ben Gvir e Netanyahu, come esplicitamente dichiarato, sono i movimenti pacifisti che in tutto il mondo stanno premendo per isolare il governo genocida cui appartengono.
Il monopolio statale della forza
In ogni caso, e in tutti i paesi del mondo, la “difesa delle comunità ebraiche” – come di qualsiasi altro cittadino o comunità – è compito dello Stato che le ospita, tramite le sue forze armate e di polizia, non di “milizie statali straniere”.
Sappiamo che da decenni, all’interno delle comunità ebraiche, esistono nuclei di “autodifesa”, armati e con regolare porto d’ami italiano, posti a protezione delle sinagoghe e di altri luoghi simbolicamente importanti (il Ghetto di Roma, per esempio). Ma il loro ruolo è stato fin qui decisamente “difensivo”, anche se spesso in modo molto aggressivo (lo sa bene chiunque abbia provato a passare nei dintorni del Portico D’Ottavia indossando qualcosa che assomigliava ad una kefiah...).
Il programma di Ben Gvir punta però a cambiare radicalmente la funzione di questi “nuclei armati”.
La premessa, falsa, serve a nascondere il carattere eversivo del progetto israeliano: creare un corpo militare irregolare – “civili armati e sottoposti al proprio comando” – operanti in paesi sovrani, sia “alleati” che non.
Ricordiamo che ogni Stato al mondo si caratterizza per il monopolio della forza, ossia per il potere esclusivo di organizzare e sviluppare un esercito, forze di polizia, servizi di sicurezza, ecc.
Gli unici “stranieri” abilitati a portare ed eventualmente utilizzare armi sono i militari di paesi alleati con cui sono stati sottoscritti accordi di mutua assistenza (esempio classico italiano: gli statunitensi nelle basi Nato), oppure gli agenti di scorta a ministri o presidenti, temporaneamente in visita nel paese.
Una milizia composta da civili obbedienti ad un altro Stato è una bomba posta sotto l’autorità e la “sovranità” del paese che la “ospita”. A maggior ragione se – come nel caso di civili che dispongono di una “doppia nazionalità” – non esiste un obbligo di dichiarare una “priorità”.
Facciamo esempi semplici, così da facilitare la comprensione anche ai non esperti di regole istituzionali.
Un qualsiasi calciatore, se dispone di una doppia nazionalità, deve prima o poi scegliere una volta per tutte per quale paese intende giocare se convocato in nazionale. Non può insomma scegliere di volta in volta, mettendo così sempre in dubbio la sua reale appartenenza e “onestà sportiva”.
A maggior ragione, un/a potenziale soldato/essa deve scegliere per quale paese è disposto a combattere, perché non è affatto detto che le due “nazioni” che gli riconoscono la cittadinanza saranno sempre in pace tra loro.
Si sa che in questo momento circa 1.400 cittadini italiani sono stati o sono impegnati come riservisti o militari al fronte, tra Gaza e il confine con il Libano. Oggi Italia e Israele sono parecchio “complici”, ma un auspicabile cambiamento politico in uno dei due paesi potrebbe un giorno metterli in contraddizione.
Per chi combatterebbero quei miliziani sionisti? Stanti le caratteristiche note del progetto israeliano, quei miliziani sarebbero una sorta di “quinta colonna” dell’esercito di Tel Aviv in Italia. Armati e formati per combattere, ma agli ordini di un governo “straniero”. Magari considerato “nemico”. Eventualmente, insomma, anche contro un governo meno sdraiato sugli interessi di Israele.
Quasi un casus belli, secondo le regole internazionali.
Una milizia nazionalista per condizionare il quadro internazionale
Peggio ancora. La creazione di questa milizia non ha confini, riguarda potenzialmente ogni paese del mondo in cui esiste una comunità ebraica (o meglio: dove esiste un’ala “sionista combattente”).
Avremo insomma una rete militare/informativa con dimensioni quasi mondiali ma obbediente agli interessi strategici di un solo paese, oltretutto perennemente in guerra con i suoi vicini e i loro alleati. Una rete, detto altrimenti, che dissemina la logica e la pratica della guerra nazionalista praticamente dappertutto. Ad insindacabile giudizio di un governo – come detto – posseduto da una “visione millenaristica, simile a quella dell’Isis musulmano”...
A ben guardare, si tratta del rovesciamento finale della grandiosa storia cui tanto avevano contribuito rivoluzionari di origine ebraica. Dall’internazionalismo liberatorio al nazionalismo predatorio sul mondo, dall’uguaglianza tra tutti gli esseri umani alla pretesa di supremazia “divina” di un unico gruppo etnico-religioso.
Interferenza deliberata nella dialettica politica di altri paesi
Non è ancora finita. Queste squadre armate sioniste, già nella definizione degli “scopi”, assumono come “nemico” quella parte della popolazione e del panorama politico che non condivide affatto il genocidio in corso a Gaza e, appena meno esplicito, in Cisgiordania.
In altri termini, la finalità di queste squadre è condizionare militarmente la dialettica politica di ogni paese i cui saranno presenti. Una modalità che si aggiunge, eventualmente, a quelle ordinarie nel capitalismo attuale (basti citare l’informazione, per esempio).
Pratiche omicide
Il carattere specificamente militare di quelle “squadre”, enfatizzato peraltro dagli stessi ministri israeliani, mette esplicitamente nel mirino – in senso letterale – chiunque critichi la politica di Tel Aviv, a partire dal noto mantra secondo cui ogni obiezione a Israele sarebbe una manifestazione di “antisemitismo” (sul punto consigliamo sempre la lettura di un altro nostro articolo).
Israele si fa storicamente un vanto delle proprie pratiche di “guerra sporca”, con in testa le esecuzioni mirate. Finché questa capacità – diversi decenni fa – si limitava al rintracciare ed eliminare i criminali nazisti, nessuno trovava molto da obiettare. Anzi...
Quando ha cominciato a rivolgersi contro i dirigenti palestinesi costretti all’esilio, già era diventata una pratica intollerabile (pur se molto tollerata dai governi imperialisti). Solo a Roma tra il 1972 e il 1982 sono stati uccisi quattro dirigenti palestinesi.
Ma se “il nemico” sono i movimenti che in Occidente e altrove – sempre pacificamente e a mani nude – stanno animando le piazze a favore del “cessate il fuoco”, lo slittamento verso uno stragismo reazionario e nazionalista diventa un pericolo immediato. Secondo il linguaggio ordinario, insomma, sarebbe (o sarà) terrorismo sionista.
Conoscendo le “pratiche” israeliane non si fa fatica a immaginare un lavoro di intelligence (condotto “in collaborazione con la autorità locali”, se queste sono spianate sulle posizioni sioniste) per schedare e selezionare i “target” per poi condurre azioni “offensive”, magari graduando tra “pestaggi mirati”, “stupri punitivi” (come minacciato in piazza il 25 aprile), fino agli omicidi.
È chiaro anche che queste azioni, essendo opera di “milizie irregolari”, non sarebbero ufficialmente rivendicate (se non magari dopo anni), rimanendo avvolte nelle nebbie dei “si dice”, alimentando magari la “dietrologia” che specie in Italia ha una tradizione fognaria solidissima.
Ma è anche il caso di ricordare che questa torsione omicida dell’identità sionista, che si propone di assorbire totalmente l’identità ebraica, mette a rischio proprio le comunità che dice di voler “difendere”, esponendole a qualsiasi follia o ritorsione.
Al contrario che in Israele, infatti, gli ebrei nel mondo non vivono in una sorta di fortino fondato sull’apartheid, ma – giustamente – come tutti gli altri cittadini locali. Ovvero come individui e famiglie libere, che si riuniscono solo nelle scadenze rituali.
Militarmente indifendibili, insomma, a dimostrazione che la “premessa” alla base di questo programma è non solo totalmente falsa, ma anche terribilmente pericolosa per le comunità ebraiche.
In altri termini, come già osservato da molti ebrei non sionisti, “il più potente incentivo all’antisemitismo è proprio il governo Netanyahu”.
Riassumendo
Violazione della “sovranità” degli Stati, interferenza militare nella dinamica politica di altri paesi, violenza organizzata contro una parte delle popolazioni e specificamente i movimenti solidali...
Ce n’è abbastanza per pretendere che nessun governo europeo si presti a “collaborare” con questo programma.
Ma, chissà com’è, ci sembra che l’aria sia decisamente opposta...
Fonte
26/08/2023
Trump arrestato per finta, USA nel caos davvero
La crisi verticale di una superpotenza è dimostrata anche da questo.
Nella notte italiana Donald Trump è stato formalmente arrestato nel carcere di Atlanta per 13 capi di imputazione, tra cui cospirazione e violazione della legge anti racket, nel procedimento che lo vede imputato per aver tentato di sovvertire il voto in Georgia nel 2020. Si tratta per lui del quarto arresto.
Stavolta, diversamente dalle altre tre, gli è stata scattata anche la foto segnaletica. Che lui stesso ha fatto postare su Twitter – cui era stato riammesso da Elon Musk – facendola diventare l’icona indispensabile per correre alle prossime presidenziali (novembre 2024) nel ruolo della “vittima del sistema”.
Anche la foto segnaletica, infatti – manifestamente studiata e preparata con cura, come per un manifesto pubblicitario – segna una delle tante “prime volte” di questa vicenda che scuote il sistema politico e istituzionale statunitense, mostrandone la fragilità anche formale.
Per la prima volta un presidente uscente non ha riconosciuto la sconfitta elettorale. Per la prima volta un presidente formalmente ancora in carica ha icitato la folla ad assaltare il Congresso. Per la prima volta un presidente ha fatto pressione su un governatore (quello della Georgia) perché modificasse i risultati elettorali attribuendo a lui i voti mancanti per la vittoria. Ecc.
Di fronte a tutto questo, per il momento, Donald Trump ha dovuto solo versare una cauzione per poi tornarsene a casa col suo aereo privato, cominciando a pianificare la campagna elettorale che potrebbe riportarlo alla Casa Bianca.
Con quali intenzioni e obiettivi, non è difficile da immaginare.
E la domanda, per i cultori della “legalità borghese”, quella di cui gli Stati Uniti rappresenterebbero il momento più alto, è: com’è possibile che un eversore dichiarato possa continuare a “concorrere” per la carica politica più potente del mondo?
Com’è possibile che un “fuorilegge” orgoglioso di esserlo possa ridiventare “il legislatore supremo”?
Anche nel momento dell’arresto, anzi cogliendo l’occasione per approfondire la delegittimazione totale di ogni altra istituzione, ha infatti attaccato la procuratrice rappresentante dell’accusa, Fani Willis, dipinta come “spregevole e della sinistra radicale”.
Di più. “Perché – ha scritto su Truth – ci sono così tanti omicidi ad Atlanta? Perché c’è così tanta criminalità violenta? La gente ha paura di uscire per comprare una pagnotta!
Uno dei motivi principali è che la fallimentare procuratrice distrettuale, Fani Willis, che sta facendo campagna e raccogliendo fondi per incastrare Trump (proprio come gli altri!), non ha il tempo, i soldi o l’interesse per perseguire i veri criminali, anche quelli quelli veramente violenti, che stanno distruggendo Atlanta, e la sua cultura e il suo stile di vita, un tempo meravigliosi. Questo è ancora un altro giorno triste in America”.
Una ‘narrazione’ apocalittica che sembra aver ormai conquistato non solo il vecchio Partito Repubblicano – anche gli altri candidati alla nomination per le presidenziali parlano ormai in termini simili – ma soprattutto l’“America profonda”, impasto di farmer del Midwest, convinti che a Washington comandino “i comunisti” perché devono pagare le tasse, ma anche operai di industrie che hanno delocalizzato o vanno chiudendo, ecc.
La cosa più seria e grave, per la superpotenza in crisi di egemonia, è che non importa più cosa è vero e cosa è falso in questa narrazione. La divaricazione tra establishment e “popolo” si va va allargando, trasformandosi in sfiducia totale per qualsiasi istituzione che non corrisponda alla “visione alternativa” trumpiana.
È questo il segno più chiaro di evoluzione verso la “guerra civile” interna.
E una superpotenza in queste condizioni è un problema per tutto il mondo. Perché i suoi comportamenti internazionali vanno progressivamente perdendo le caratteristiche di una strategia razionale – ovviamente imperialista, ma “razionale” – per assumere quelle di imprevedibilità isterica. Con azioni motivate da esigenze di breve momento della leadership temporaneamente al comando.
E gli esempi certo non mancano... Ogni evento che riguarda i rapporti tra Trump e “la legge” contribuisce a scardinare la nozione stessa di “legge”, perché dimostra concretamente che non esiste una norma “uguale per tutti”.
Ogni reazione scandalizzata di “democratici” – più o meno forcaioli legalitari o “liberal” dell’upper class – dimostra l’impotenza delle “regole formali” davanti a modificazioni dei rapporti tra le classi, e di queste con lo Stato, che richiederanno comunque “altre regole”, con altre giustificazioni ideologiche.
Trump è certamente l’eversore reazionario dell’ordine esistente, ma da nessun suo “discorso” emerge un’idea razionale di superamento della crisi Usa. Solo un “ritorno alla grandezza perduta”.
Come se fosse una questione di “personale politico” inadeguato, anziché di fine di un’epoca...
Sono tempi sempre più pericolosi, questo è certo.
Fonte
Nella notte italiana Donald Trump è stato formalmente arrestato nel carcere di Atlanta per 13 capi di imputazione, tra cui cospirazione e violazione della legge anti racket, nel procedimento che lo vede imputato per aver tentato di sovvertire il voto in Georgia nel 2020. Si tratta per lui del quarto arresto.
Stavolta, diversamente dalle altre tre, gli è stata scattata anche la foto segnaletica. Che lui stesso ha fatto postare su Twitter – cui era stato riammesso da Elon Musk – facendola diventare l’icona indispensabile per correre alle prossime presidenziali (novembre 2024) nel ruolo della “vittima del sistema”.
Anche la foto segnaletica, infatti – manifestamente studiata e preparata con cura, come per un manifesto pubblicitario – segna una delle tante “prime volte” di questa vicenda che scuote il sistema politico e istituzionale statunitense, mostrandone la fragilità anche formale.
Per la prima volta un presidente uscente non ha riconosciuto la sconfitta elettorale. Per la prima volta un presidente formalmente ancora in carica ha icitato la folla ad assaltare il Congresso. Per la prima volta un presidente ha fatto pressione su un governatore (quello della Georgia) perché modificasse i risultati elettorali attribuendo a lui i voti mancanti per la vittoria. Ecc.
Di fronte a tutto questo, per il momento, Donald Trump ha dovuto solo versare una cauzione per poi tornarsene a casa col suo aereo privato, cominciando a pianificare la campagna elettorale che potrebbe riportarlo alla Casa Bianca.
Con quali intenzioni e obiettivi, non è difficile da immaginare.
E la domanda, per i cultori della “legalità borghese”, quella di cui gli Stati Uniti rappresenterebbero il momento più alto, è: com’è possibile che un eversore dichiarato possa continuare a “concorrere” per la carica politica più potente del mondo?
Com’è possibile che un “fuorilegge” orgoglioso di esserlo possa ridiventare “il legislatore supremo”?
Anche nel momento dell’arresto, anzi cogliendo l’occasione per approfondire la delegittimazione totale di ogni altra istituzione, ha infatti attaccato la procuratrice rappresentante dell’accusa, Fani Willis, dipinta come “spregevole e della sinistra radicale”.
Di più. “Perché – ha scritto su Truth – ci sono così tanti omicidi ad Atlanta? Perché c’è così tanta criminalità violenta? La gente ha paura di uscire per comprare una pagnotta!
Uno dei motivi principali è che la fallimentare procuratrice distrettuale, Fani Willis, che sta facendo campagna e raccogliendo fondi per incastrare Trump (proprio come gli altri!), non ha il tempo, i soldi o l’interesse per perseguire i veri criminali, anche quelli quelli veramente violenti, che stanno distruggendo Atlanta, e la sua cultura e il suo stile di vita, un tempo meravigliosi. Questo è ancora un altro giorno triste in America”.
Una ‘narrazione’ apocalittica che sembra aver ormai conquistato non solo il vecchio Partito Repubblicano – anche gli altri candidati alla nomination per le presidenziali parlano ormai in termini simili – ma soprattutto l’“America profonda”, impasto di farmer del Midwest, convinti che a Washington comandino “i comunisti” perché devono pagare le tasse, ma anche operai di industrie che hanno delocalizzato o vanno chiudendo, ecc.
La cosa più seria e grave, per la superpotenza in crisi di egemonia, è che non importa più cosa è vero e cosa è falso in questa narrazione. La divaricazione tra establishment e “popolo” si va va allargando, trasformandosi in sfiducia totale per qualsiasi istituzione che non corrisponda alla “visione alternativa” trumpiana.
È questo il segno più chiaro di evoluzione verso la “guerra civile” interna.
E una superpotenza in queste condizioni è un problema per tutto il mondo. Perché i suoi comportamenti internazionali vanno progressivamente perdendo le caratteristiche di una strategia razionale – ovviamente imperialista, ma “razionale” – per assumere quelle di imprevedibilità isterica. Con azioni motivate da esigenze di breve momento della leadership temporaneamente al comando.
E gli esempi certo non mancano... Ogni evento che riguarda i rapporti tra Trump e “la legge” contribuisce a scardinare la nozione stessa di “legge”, perché dimostra concretamente che non esiste una norma “uguale per tutti”.
Ogni reazione scandalizzata di “democratici” – più o meno forcaioli legalitari o “liberal” dell’upper class – dimostra l’impotenza delle “regole formali” davanti a modificazioni dei rapporti tra le classi, e di queste con lo Stato, che richiederanno comunque “altre regole”, con altre giustificazioni ideologiche.
Trump è certamente l’eversore reazionario dell’ordine esistente, ma da nessun suo “discorso” emerge un’idea razionale di superamento della crisi Usa. Solo un “ritorno alla grandezza perduta”.
Come se fosse una questione di “personale politico” inadeguato, anziché di fine di un’epoca...
Sono tempi sempre più pericolosi, questo è certo.
Fonte
05/04/2023
USA - Trump formalmente incriminato
Occuparsi del caso Donald Trump ha senso soltanto se lo si guarda come una delle manifestazioni più evidenti della crisi statunitense.
Sarebbe inutile e anche noioso ripetere tutti i dettagli di cui sono pieni i media mainstream, anche italiani. Specialmente per chi è vissuto da adulto in questo paese negli ultimi 30 anni è impossibile non vedere le somiglianze tra il “caso Trump” e il “caso Berlusconi”. Il deja vu non lascia scampo…
E non stiamo parlando degli aspetti boccacceschi o degli interventi chiaramente incostituzionali (dal rifiuto di riconoscere l’autorità della legge, e quindi della magistratura, all’uso del potere politico per scopi anche personali, ecc.), ma proprio dell’irruzione nella “dialettica politica parlamentare” di una variabile imprevista, estranea alla sua logica ed eversiva del sistema di potere stesso.
Ricordiamo che “eversivo” è il termine che qualifica l’azione distruttrice svolta da chi è dentro il sistema di potere, mentre quando l’azione arriva da interessi posti fuori del sistema la giusta definizione è “sovversivo”. O rivoluzionario, insomma.
Non a caso sia nel caso di Trump che in quello di Berlusconi si è parlato molto di “pericolo fascista”, anche perché entrambi hanno sdoganato sia pratiche politiche, sia l’ideologia più reazionaria dei rispettivi paesi, che però hanno referenti sociali e storie istituzionali diverse.
Ma non c’è dubbio che gli Stati Uniti siano decisamente più centrali nell’”ordine mondiale”. E quindi le convulsioni degli States assumono una rilevanza assoluta che è impossibile ignorare.
Com’è noto ieri Trump è apparso davanti al Tribunale di Manhattan, a New York, dove ha ascoltato l’elenco dei 34 capi di imputazione a suo carico (tutti di categoria “felony”, con pena massima a 4 anni di carcere), consegnato le proprie impronte digitali e poi è tornato in Florida dove ha tenuto il suo inevitabile comizio travestito da conferenza stampa senza domande.
Ha ovviamente denunciato i suoi accusatori: il procuratore distrettuale di Manhattan Alvin Bragg (“un magistrato sostenuto da Soros”), il giudice Juan Merchan che ha presieduto all’udienza di incriminazione (un “odiatore professionale di Trump”), lo Special Counsel Jack Smith (che guida l’inchiesta sui documenti top secret portati dalla Casa Bianca nella sua residenza privata di Mar-a-Lago), Letitia James (l’attorney general democratica e afro-americana dello Stato di New York che ha guidato l’inchiesta sui beni della Trump Organization che sarebbero stati sovrastimati per ottenere prestiti bancari). E via maledicendo...
Tutto già visto anche in Italia, certo, ma pesa anche la differenza tra i sistemi giudiziari. Negli Usa “l’accusa” (il Procuratore, ai vari livelli) non è rappresentata da un magistrato, ma da un “civile” che viene nominato alla carica dopo una campagna elettorale uguale a quella per le cariche politiche.
Quella di procuratore, del resto, è quasi sempre il primo gradino della carriera politica per gli aspiranti a cariche più importanti.
È quindi facilmente dimostrabile – o comunque molto convincente – che nel caso di personaggi politici, e massimamente in quello di presidenti o ex degli States, i procuratori si muovano sulla base di finalità politiche, utilizzando il codice come un’arma.
Era accaduto anche per Bill Clinton, addirittura mentre era ancora in carica, sottoporsi agli imbarazzanti interrogatori sui suoi “rapporti inappropriati” con una stagista...
E qui si arriva rapidamente alla battaglia già aperta per le prossime elezioni presidenziali (il 5 novembre del prossimo anno), con Trump che prova a rappresentare ancora una volta la parte “invisibile” del paese contro i rappresentanti dell’establishment, sbrigativamente classificati tutti come “democratici”.
Il passaggio preliminare è però eliminare i concorrenti all’interno del partito repubblicano. E in effetti ha costretto il governatore della Florida, De Santis, nonché i “moderati” storici come Mitt Romney a schierarsi seppur tiepidamente dalla sua parte. Poi ci sarà eventualmente lo scontro bis con Joe Biden, già accusato di volere la terza guerra mondiale (in un certo senso è perfino vero...).
A questo scopo il processo per aver comprato il silenzio di una pornostar – che dovrebbe svolgersi praticamente in contemporanea con la campagna elettorale per le presidenziali – può essere per Trump sia una possibilità che un problema.
Lo ha capito bene il procuratore di Manhattan che, contrariamente alle consuetudini, non gli ha fatto scattare le foto segnaletiche, privandolo di un’immagine forte da “perseguitato” da utilizzare sui manifesti e negli spot.
Ma il problema, ripetiamo, non è se Trump può di nuovo correre per la Casa Bianca e magari vincere nuovamente. Il problema è che la “democrazia statunitense”, quella narrata al mondo come l’esempio migliore di un sistema politico che maschera il potere di pochi sotto forme “liberali”, è da tempo scossa dalle fondamenta.
Perché un pagliaccio furbastro come “The Donald” non avrebbe alcuna possibilità di far politica o sfuggire al carcere se non ci fosse una metà del paese che lo vede – da ciechi, certo – come una possibilità di riscatto o tutela contro poteri oscuri, ma certamente fortissimi.
È questa capacità di rappresentare strumentalmente interessi sociali calpestati a costituire la forza dei reazionari come Trump nella loro resistibile ascesa alla testa di un paese.
È un sistema di potere fondato sul massimo arricchimento di pochi che infoltisce le schiere degli impoveriti, e al tempo stesso reprime o ostacola con ogni mezzo (dalla polizia all’esclusione dai media) ogni loro possibile rappresentanza autentica (dal sindacato ai partiti politici), a produrre la fine della “dialettica politica” restringendola ad un’alternanza tra uguali.
Inevitabile che da questa tenaglia possa uscir fuori solo qualche “joker” ben inserito nella classe dominante ma pronto a sfruttare ogni opportunità per scopi non proprio “sistemici”. Un “eversore”. Insomma, un reazionario...
Ma che la finta “democrazia parlamentare” non sa bene come contenere, incartandosi tra richiami alle regole o a princìpi morali mai peraltro rispettati. Che Trump vinca o perda, insomma, il gioco politico è ormai cambiato. E la tentazione di preservare la “stabilità” con l’accentramento del potere in poche mani, intoccabili, non può che peggiorare la crisi (anche di rappresentanza).
Avviene lo stesso in Finlandia, in Italia, in Francia, in Spagna ecc..
Che avvenga negli Stati Uniti, però, è tutt’altro che un dettaglio...
Fonte
Sarebbe inutile e anche noioso ripetere tutti i dettagli di cui sono pieni i media mainstream, anche italiani. Specialmente per chi è vissuto da adulto in questo paese negli ultimi 30 anni è impossibile non vedere le somiglianze tra il “caso Trump” e il “caso Berlusconi”. Il deja vu non lascia scampo…
E non stiamo parlando degli aspetti boccacceschi o degli interventi chiaramente incostituzionali (dal rifiuto di riconoscere l’autorità della legge, e quindi della magistratura, all’uso del potere politico per scopi anche personali, ecc.), ma proprio dell’irruzione nella “dialettica politica parlamentare” di una variabile imprevista, estranea alla sua logica ed eversiva del sistema di potere stesso.
Ricordiamo che “eversivo” è il termine che qualifica l’azione distruttrice svolta da chi è dentro il sistema di potere, mentre quando l’azione arriva da interessi posti fuori del sistema la giusta definizione è “sovversivo”. O rivoluzionario, insomma.
Non a caso sia nel caso di Trump che in quello di Berlusconi si è parlato molto di “pericolo fascista”, anche perché entrambi hanno sdoganato sia pratiche politiche, sia l’ideologia più reazionaria dei rispettivi paesi, che però hanno referenti sociali e storie istituzionali diverse.
Ma non c’è dubbio che gli Stati Uniti siano decisamente più centrali nell’”ordine mondiale”. E quindi le convulsioni degli States assumono una rilevanza assoluta che è impossibile ignorare.
Com’è noto ieri Trump è apparso davanti al Tribunale di Manhattan, a New York, dove ha ascoltato l’elenco dei 34 capi di imputazione a suo carico (tutti di categoria “felony”, con pena massima a 4 anni di carcere), consegnato le proprie impronte digitali e poi è tornato in Florida dove ha tenuto il suo inevitabile comizio travestito da conferenza stampa senza domande.
Ha ovviamente denunciato i suoi accusatori: il procuratore distrettuale di Manhattan Alvin Bragg (“un magistrato sostenuto da Soros”), il giudice Juan Merchan che ha presieduto all’udienza di incriminazione (un “odiatore professionale di Trump”), lo Special Counsel Jack Smith (che guida l’inchiesta sui documenti top secret portati dalla Casa Bianca nella sua residenza privata di Mar-a-Lago), Letitia James (l’attorney general democratica e afro-americana dello Stato di New York che ha guidato l’inchiesta sui beni della Trump Organization che sarebbero stati sovrastimati per ottenere prestiti bancari). E via maledicendo...
Tutto già visto anche in Italia, certo, ma pesa anche la differenza tra i sistemi giudiziari. Negli Usa “l’accusa” (il Procuratore, ai vari livelli) non è rappresentata da un magistrato, ma da un “civile” che viene nominato alla carica dopo una campagna elettorale uguale a quella per le cariche politiche.
Quella di procuratore, del resto, è quasi sempre il primo gradino della carriera politica per gli aspiranti a cariche più importanti.
È quindi facilmente dimostrabile – o comunque molto convincente – che nel caso di personaggi politici, e massimamente in quello di presidenti o ex degli States, i procuratori si muovano sulla base di finalità politiche, utilizzando il codice come un’arma.
Era accaduto anche per Bill Clinton, addirittura mentre era ancora in carica, sottoporsi agli imbarazzanti interrogatori sui suoi “rapporti inappropriati” con una stagista...
E qui si arriva rapidamente alla battaglia già aperta per le prossime elezioni presidenziali (il 5 novembre del prossimo anno), con Trump che prova a rappresentare ancora una volta la parte “invisibile” del paese contro i rappresentanti dell’establishment, sbrigativamente classificati tutti come “democratici”.
Il passaggio preliminare è però eliminare i concorrenti all’interno del partito repubblicano. E in effetti ha costretto il governatore della Florida, De Santis, nonché i “moderati” storici come Mitt Romney a schierarsi seppur tiepidamente dalla sua parte. Poi ci sarà eventualmente lo scontro bis con Joe Biden, già accusato di volere la terza guerra mondiale (in un certo senso è perfino vero...).
A questo scopo il processo per aver comprato il silenzio di una pornostar – che dovrebbe svolgersi praticamente in contemporanea con la campagna elettorale per le presidenziali – può essere per Trump sia una possibilità che un problema.
Lo ha capito bene il procuratore di Manhattan che, contrariamente alle consuetudini, non gli ha fatto scattare le foto segnaletiche, privandolo di un’immagine forte da “perseguitato” da utilizzare sui manifesti e negli spot.
Ma il problema, ripetiamo, non è se Trump può di nuovo correre per la Casa Bianca e magari vincere nuovamente. Il problema è che la “democrazia statunitense”, quella narrata al mondo come l’esempio migliore di un sistema politico che maschera il potere di pochi sotto forme “liberali”, è da tempo scossa dalle fondamenta.
Perché un pagliaccio furbastro come “The Donald” non avrebbe alcuna possibilità di far politica o sfuggire al carcere se non ci fosse una metà del paese che lo vede – da ciechi, certo – come una possibilità di riscatto o tutela contro poteri oscuri, ma certamente fortissimi.
È questa capacità di rappresentare strumentalmente interessi sociali calpestati a costituire la forza dei reazionari come Trump nella loro resistibile ascesa alla testa di un paese.
È un sistema di potere fondato sul massimo arricchimento di pochi che infoltisce le schiere degli impoveriti, e al tempo stesso reprime o ostacola con ogni mezzo (dalla polizia all’esclusione dai media) ogni loro possibile rappresentanza autentica (dal sindacato ai partiti politici), a produrre la fine della “dialettica politica” restringendola ad un’alternanza tra uguali.
Inevitabile che da questa tenaglia possa uscir fuori solo qualche “joker” ben inserito nella classe dominante ma pronto a sfruttare ogni opportunità per scopi non proprio “sistemici”. Un “eversore”. Insomma, un reazionario...
Ma che la finta “democrazia parlamentare” non sa bene come contenere, incartandosi tra richiami alle regole o a princìpi morali mai peraltro rispettati. Che Trump vinca o perda, insomma, il gioco politico è ormai cambiato. E la tentazione di preservare la “stabilità” con l’accentramento del potere in poche mani, intoccabili, non può che peggiorare la crisi (anche di rappresentanza).
Avviene lo stesso in Finlandia, in Italia, in Francia, in Spagna ecc..
Che avvenga negli Stati Uniti, però, è tutt’altro che un dettaglio...
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28/10/2018
Draghi evoca la “dominanza monetaria”, una sovversione costituzionale
Mentre tutti si stracciano le vesti per le accuse di Di Maio a Draghi: “Avvelena i pozzi” generando panico nessuno si interroga sulle gravissime parole del Professore Draghi espresse ieri a Francoforte. Secondo il Presidente della BCE, osannato da tutte le testate di giornale e da tutte le tv, vivremmo in un regime di “dominanza monetaria”.
A me risulterebbe altro: la Banca Centrale Europea (così come all’epoca la Banca d’Italia) agisce in indipendenza e autonomia. Ma un “regime di monetary dominance” è un’altra cosa: è la subordinazione delle politiche fiscali poste in essere dalle Istituzioni democraticamente elette alle autorità monetarie e dunque ai tecnocrati delle banche centrali. Inutile sottolineare che per qualunque scelta politica del governo democraticamente eletto sono necessarie le risorse poste a disposizione dalla leva fiscale per diventare realtà pratica e concreta. Dire dunque che siamo in un regime di monetary dominance significa dire chiaro e tondo che viviamo sotto la dittatura dei banchieri centrali. Dittatura ormai peraltro pubblicamente e platealmente rivendicata.
Inutile sottolineare che siamo di fronte ad una rivendicazione di qualcosa che già è stato platealmente e pubblicamente rivendicato dalla BCE nel 2011: le lettere con filma in calce del Presidente Trichet per quanto riguarda la Spagna e a doppia firma del Presidente Trichet e di quello entrante Draghi per quanto riguarda l’Italia. Missive dove si elencavano i provvedimenti che i Governi dovevano porre in essere se volevano evitare la crisi fiscale grazie all’intervento della BCE. Per inciso, intervento peraltro che sarebbe stato dovuto e non condizionato visto che stanno lì a fare quello: evitare le crisi di liquidità dei sistemi bancari dei paesi aderenti all’eurosistema.
Ma il punto non è nemmeno quello: il punto è che in Italia (in Spagna non mi pronuncio non avendo la più pallida idea) la Costituzione non da alcun predominio (alcuna monetary dominance) alla banca centrale sulle istituzioni democraticamente elette. Anzi, per il vero, le mie umili resipiscenze della Costituzione Italiana mi suggeriscono che la Banca Centrale non è nemmeno nominata.
Qui invece siamo alla plateale rivendicazione della Sovversione dell’Ordine Democratico e Costituzionale. Non mi risulta nemmeno che i trattati europei ai quali l’Italia ha aderito diano una “monetary dominance” alla BCE.
Insomma siamo di fronte ad una cosa che se fossero stati vivi Togliatti, Pertini, Saragat e Lussu a Draghi sarebbe costata la vita: del resto di dittatore ne avevano appeso già uno per i piedi dunque appendere il secondo non gli avrebbe fatto né caldo né freddo. Ma non mi viene neanche difficile ipotizzare che questo principio della “monetary dominance” avrebbe spinto anche Aldo Moro – persona notoriamente pacifica – a prendere il mitra in mano.
Mario Draghi è un pericolo reale e concreto per la democrazia e va fermato (democraticamente). Chi non lo capisce è complice.
PS: Attendere una parola sul principio di monetary dominance da parte di chi dovrebbe essere il Garante della Costituzione sarebbe troppo, del resto l’Uomo del Quirinale da Garante della Costituzione si è già pubblicamente degradato a Garante dello Spread e dunque a Portavoce del Dittatore della Banca Centrale di Francoforte.
Fonte
A me risulterebbe altro: la Banca Centrale Europea (così come all’epoca la Banca d’Italia) agisce in indipendenza e autonomia. Ma un “regime di monetary dominance” è un’altra cosa: è la subordinazione delle politiche fiscali poste in essere dalle Istituzioni democraticamente elette alle autorità monetarie e dunque ai tecnocrati delle banche centrali. Inutile sottolineare che per qualunque scelta politica del governo democraticamente eletto sono necessarie le risorse poste a disposizione dalla leva fiscale per diventare realtà pratica e concreta. Dire dunque che siamo in un regime di monetary dominance significa dire chiaro e tondo che viviamo sotto la dittatura dei banchieri centrali. Dittatura ormai peraltro pubblicamente e platealmente rivendicata.
Inutile sottolineare che siamo di fronte ad una rivendicazione di qualcosa che già è stato platealmente e pubblicamente rivendicato dalla BCE nel 2011: le lettere con filma in calce del Presidente Trichet per quanto riguarda la Spagna e a doppia firma del Presidente Trichet e di quello entrante Draghi per quanto riguarda l’Italia. Missive dove si elencavano i provvedimenti che i Governi dovevano porre in essere se volevano evitare la crisi fiscale grazie all’intervento della BCE. Per inciso, intervento peraltro che sarebbe stato dovuto e non condizionato visto che stanno lì a fare quello: evitare le crisi di liquidità dei sistemi bancari dei paesi aderenti all’eurosistema.
Ma il punto non è nemmeno quello: il punto è che in Italia (in Spagna non mi pronuncio non avendo la più pallida idea) la Costituzione non da alcun predominio (alcuna monetary dominance) alla banca centrale sulle istituzioni democraticamente elette. Anzi, per il vero, le mie umili resipiscenze della Costituzione Italiana mi suggeriscono che la Banca Centrale non è nemmeno nominata.
Qui invece siamo alla plateale rivendicazione della Sovversione dell’Ordine Democratico e Costituzionale. Non mi risulta nemmeno che i trattati europei ai quali l’Italia ha aderito diano una “monetary dominance” alla BCE.
Insomma siamo di fronte ad una cosa che se fossero stati vivi Togliatti, Pertini, Saragat e Lussu a Draghi sarebbe costata la vita: del resto di dittatore ne avevano appeso già uno per i piedi dunque appendere il secondo non gli avrebbe fatto né caldo né freddo. Ma non mi viene neanche difficile ipotizzare che questo principio della “monetary dominance” avrebbe spinto anche Aldo Moro – persona notoriamente pacifica – a prendere il mitra in mano.
Mario Draghi è un pericolo reale e concreto per la democrazia e va fermato (democraticamente). Chi non lo capisce è complice.
PS: Attendere una parola sul principio di monetary dominance da parte di chi dovrebbe essere il Garante della Costituzione sarebbe troppo, del resto l’Uomo del Quirinale da Garante della Costituzione si è già pubblicamente degradato a Garante dello Spread e dunque a Portavoce del Dittatore della Banca Centrale di Francoforte.
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08/09/2018
Uno sketch lungo 25 anni, ora recitato da Salvini
Siamo sempre allo stesso punto. Da 25 anni.
La sceneggiata messa su dal fascioleghista ministro dell’interno – apertura in video di una busta recapitatagli da un carabiniere, dal contenuto già abbondantemente a lui noto – occupa le prime pagine dei giornali. Per una volta a ragione, ma con argomentazioni e analisi completamente sballate. Inchiodate a uno schema stupido (la “contrapposizione tra politica e magistratura”) che non spiega nulla. Anzi, nasconde tutto.
Andiamo con ordine.
Nella busta gialla c’era una comunicazione formale dovuta, da parte dei magistrati palermitani, visto che hanno modificato le contestazioni ipotizzate inizialmente dalla Procura di Agrigento nei suoi confronti: ora gli viene contestato il reato di sequestro di persona aggravato.
Sul piano politico non cambia molto – il sequestro è relativo al “trattamento” riservato a profughi ed equipaggio a bordo della nave Diciotti della Guardia Costiera italiana – ma Salvini ha deciso di farne l’occasione per uno spot politico-elettorale decisamente golpista.
L’argomento-chiave è appunto vecchio di 25 anni: “Qui c’è la certificazione che un organo dello Stato indaga un altro organo dello Stato, con la piccolissima differenza che questo organo dello Stato, pieno di difetti e di limiti, per carità, è stato eletto, altri non sono eletti da nessuno“.
Anche uno studente al primo anno di giurisprudenza sa che la democrazia liberale si basa sulla tripartizione dei poteri dello Stato – esecutivo o governo, legislativo (Parlamento) e giudiziario – e sul principio dell’eguaglianza generale davanti alla legge. Insomma, che l’esser stati eletti non assicura alcuna superiorità rispetto alle leggi esistenti. E la storia italiana del dopoguerra è abbastanza ricca di ministri, parlamentari, addirittura ex presidenti del consiglio indagati, processati e – com’è ovvio che sia – alcune volte condannati, altre assolti. Craxi, Andreotti, Pietro Longo (Psdi) e una pletora di figure minori inciampate in reati di tutti i tipi. Così come in altri paesi è avvenuto con Nixon (destituito da presidente della prima superpotenza globale!), ha rischiato Clinton, ha subito Chirac e tanti altri.
E’ la regola della democrazia liberale: qualcuno viene eletto per fare il parlamentare ed eventualmente governare, i magistrati devono controllare se quel che fa è consentito oppure no dalle leggi esistenti (che possono comunque essere modificate dal Parlamento, ma fin quando esistono valgono per tutti). I magistrati, nelle democrazie liberali, sono quasi sempre assunti per concorso, non per elezione (solo negli Stati Uniti e in qualche altro Stato di tradizione anglosassone c’è quest’altro tipo di selezione), perché si presume che l’approfondita conoscenza delle leggi e delle loro interconnessioni richieda competenze che un “eletto” può benissimo non avere.
Ma queste sono appunto banalità da primo anno di corso di laurea...
Possibile che un ministro dell’interno e parlamentare da molte legislature (tra Montecitorio e Strasburgo) non sia mai stato informato di questi “dettagli”?
Di tutto possiamo accusare Salvini, tranne di essere un fesso che apre bocca senza sapere cosa dice. E’ un “comunicatore”, come Berlusconi e Renzi; uno che fiuta l’aria, cerca l’appoggio dei “poteri forti” e imbastisce recite pubbliche per incantare i grulli. Non un fine intellettuale, certamente, ma neanche quel cinghialone tutto istinto ed empatia che si sforza di interpretare a beneficio del pubblico di bocca buona...
Quindi dobbiamo pensare che sappia esattamente quali conseguenze discendono dalla diffusione di un “luogo comune” secondo cui chi è stato eletto (sia pure con il 17% appena) è perciò stesso al di sopra della legge e dei magistrati.
E qui ritorniamo sempre al punto di partenza della “seconda repubblica”, nata dal collasso dell’antica classe politica (l’inchiesta passata alla storia come “Tangentopoli”), che ha spalancato i portoni a tutte le possibili scorrerie e ad una piccola schiera di lanzichenecchi pescati nella “società civile”.
Sono insomma 25 anni che questa “politica” pretende l’immunità totale e dunque la subordinazione effettiva del potere giudiziario a quello esecutivo. Sono 25 anni che chi arriva ad afferrare per un attimo il potere esecutivo prova a modificare radicalmente la Costituzione.
Ha perseguito apertamente questo obiettivo Berlusconi. Ci ha riprovato Renzi, seguendo l’identico schema e la stessa traccia piduista. Prosegue nel tentativo anche Salvini.
Se si vuol capire qualcosa bisogna mandare sullo sfondo queste facce e concentrarsi sulle ragioni – e gli interessi – alla base di questo continuo attacco. Il fallimento dei primi due tentativi, infatti, è stato dovuto all’incapacità di quei due “leader” di raccogliere intorno a sé un consenso sufficiente, più che a “radicate convinzioni costituzionali” di chi, di volta in volta, si è loro opposto. Se ci fate caso, Renzi e i piddini – in queste ore – criticano Salvini ricordando che la Lega è stata, incongruamente, parte del fronte del “No” al referendum del 4 dicembre 2016. Insomma: di che ti lamenti, avevamo avuto la stessa idea...
E’ la pochezza della cosiddetta “classe politica” italiana a riproporre sempre lo stesso conflitto invertendo semplicemente i ruoli. Il segmento che va al governo non riesce a costituzionalizzare un nuovo ordinamento altamente autoritario su cui anche gli altri segmenti sono in fondo d’accordo, ma che contrastano strumentalmente perché temono di consegnare a un altro le chiavi della prigione che intendono costruire.
A noi sembra abbastanza evidente che “la politica” nazionale ha ormai ben poco margine per determinare le linee fondamentali di governo del paese. Molte delle leve più importanti – a partire dalla politica economica e di bilancio, per non dire di quella estera e delle alleanze internazionali – sono state cedute a istituzioni sovranazionali (Unione Europea e Nato). Impossibile dunque, più che “difficile”, decidere politiche tali da garantire un consenso duraturo intorno a una maggioranza politica chiara. Anzi, impossibile perfino determinare una chiara discriminante tra le diverse liste elettorali... In cosa si distingue oggi il Pd da Forza Italia o dalla Lega? Dalla maggiore o minore rozzezza del linguaggio?
Ma se tutta la sfera della “politica” perde senso e utilità pubblica; se il legame tra figure sociali e sistema istituzionale non ha più quel tessuto di relazioni un tempo interpretato dai “corpi intermedi” (partiti con programmi e riferimenti ideali “forti”, sindacati con pratiche di intermediazione differenti, associazionismo orientato da valori differenti, ecc); se tutta l’attività di governo si riduce a trovare un tema di “distrazione di massa” su cui far concentrare l’attenzione dei media, mentre nel retrobottega del potere si smantella e si svende quel che resta del sistema-paese... Ecco che chi sta per un breve periodo al centro della scena politica diventa velocemente il vettore di un bisogno di ridisegnare l’architettura costituzionale, per garantire che la governance non trovi più nessun ostacolo. Sia questo rappresentato dall’opposizione popolare oppure dal controllo di legalità anche sugli atti di governo.
I “politici” di questa fase sono attori che sanno di poter restare in prima fila per poco tempo, senza alcuna grandezza che non sia l’ambizione individuale a restarci il più possibile. Arrivati a cavalcare l’onda della popolarità con qualche trucco di marketing, sono obbligati a diventare ossessivi, tristemente ripetitivi nella ricerca quotidiana della “pensata mediatica”...
Alla fin fine stancano, anche abbastanza rapidamente, e “il pubblico” comincia a cercare un altro attore da portare in primo piano, con cui identificarsi. Il quale, immancabilmente, indica nella Costituzione e nella legge il limite che gli impedisce di tener fede alle promesse.
Sono passati 45 anni da quel testo della “Commissione Trilaterale” intitolato Crisi della democrazia, in cui si auspicava che il potere politico venisse finalmente e di nuovo sottratto all’influenza delle classi popolari, lasciandolo alla regolazione delle istituzioni sovranazionali e “dei mercati”. Tutto il travaglio che stiamo vivendo, come spettatori o protagonisti del conflitto sociale, è parte essenziale di questo processo...
Fonte
La sceneggiata messa su dal fascioleghista ministro dell’interno – apertura in video di una busta recapitatagli da un carabiniere, dal contenuto già abbondantemente a lui noto – occupa le prime pagine dei giornali. Per una volta a ragione, ma con argomentazioni e analisi completamente sballate. Inchiodate a uno schema stupido (la “contrapposizione tra politica e magistratura”) che non spiega nulla. Anzi, nasconde tutto.
Andiamo con ordine.
Nella busta gialla c’era una comunicazione formale dovuta, da parte dei magistrati palermitani, visto che hanno modificato le contestazioni ipotizzate inizialmente dalla Procura di Agrigento nei suoi confronti: ora gli viene contestato il reato di sequestro di persona aggravato.
Sul piano politico non cambia molto – il sequestro è relativo al “trattamento” riservato a profughi ed equipaggio a bordo della nave Diciotti della Guardia Costiera italiana – ma Salvini ha deciso di farne l’occasione per uno spot politico-elettorale decisamente golpista.
L’argomento-chiave è appunto vecchio di 25 anni: “Qui c’è la certificazione che un organo dello Stato indaga un altro organo dello Stato, con la piccolissima differenza che questo organo dello Stato, pieno di difetti e di limiti, per carità, è stato eletto, altri non sono eletti da nessuno“.
Anche uno studente al primo anno di giurisprudenza sa che la democrazia liberale si basa sulla tripartizione dei poteri dello Stato – esecutivo o governo, legislativo (Parlamento) e giudiziario – e sul principio dell’eguaglianza generale davanti alla legge. Insomma, che l’esser stati eletti non assicura alcuna superiorità rispetto alle leggi esistenti. E la storia italiana del dopoguerra è abbastanza ricca di ministri, parlamentari, addirittura ex presidenti del consiglio indagati, processati e – com’è ovvio che sia – alcune volte condannati, altre assolti. Craxi, Andreotti, Pietro Longo (Psdi) e una pletora di figure minori inciampate in reati di tutti i tipi. Così come in altri paesi è avvenuto con Nixon (destituito da presidente della prima superpotenza globale!), ha rischiato Clinton, ha subito Chirac e tanti altri.
E’ la regola della democrazia liberale: qualcuno viene eletto per fare il parlamentare ed eventualmente governare, i magistrati devono controllare se quel che fa è consentito oppure no dalle leggi esistenti (che possono comunque essere modificate dal Parlamento, ma fin quando esistono valgono per tutti). I magistrati, nelle democrazie liberali, sono quasi sempre assunti per concorso, non per elezione (solo negli Stati Uniti e in qualche altro Stato di tradizione anglosassone c’è quest’altro tipo di selezione), perché si presume che l’approfondita conoscenza delle leggi e delle loro interconnessioni richieda competenze che un “eletto” può benissimo non avere.
Ma queste sono appunto banalità da primo anno di corso di laurea...
Possibile che un ministro dell’interno e parlamentare da molte legislature (tra Montecitorio e Strasburgo) non sia mai stato informato di questi “dettagli”?
Di tutto possiamo accusare Salvini, tranne di essere un fesso che apre bocca senza sapere cosa dice. E’ un “comunicatore”, come Berlusconi e Renzi; uno che fiuta l’aria, cerca l’appoggio dei “poteri forti” e imbastisce recite pubbliche per incantare i grulli. Non un fine intellettuale, certamente, ma neanche quel cinghialone tutto istinto ed empatia che si sforza di interpretare a beneficio del pubblico di bocca buona...
Quindi dobbiamo pensare che sappia esattamente quali conseguenze discendono dalla diffusione di un “luogo comune” secondo cui chi è stato eletto (sia pure con il 17% appena) è perciò stesso al di sopra della legge e dei magistrati.
E qui ritorniamo sempre al punto di partenza della “seconda repubblica”, nata dal collasso dell’antica classe politica (l’inchiesta passata alla storia come “Tangentopoli”), che ha spalancato i portoni a tutte le possibili scorrerie e ad una piccola schiera di lanzichenecchi pescati nella “società civile”.
Sono insomma 25 anni che questa “politica” pretende l’immunità totale e dunque la subordinazione effettiva del potere giudiziario a quello esecutivo. Sono 25 anni che chi arriva ad afferrare per un attimo il potere esecutivo prova a modificare radicalmente la Costituzione.
Ha perseguito apertamente questo obiettivo Berlusconi. Ci ha riprovato Renzi, seguendo l’identico schema e la stessa traccia piduista. Prosegue nel tentativo anche Salvini.
Se si vuol capire qualcosa bisogna mandare sullo sfondo queste facce e concentrarsi sulle ragioni – e gli interessi – alla base di questo continuo attacco. Il fallimento dei primi due tentativi, infatti, è stato dovuto all’incapacità di quei due “leader” di raccogliere intorno a sé un consenso sufficiente, più che a “radicate convinzioni costituzionali” di chi, di volta in volta, si è loro opposto. Se ci fate caso, Renzi e i piddini – in queste ore – criticano Salvini ricordando che la Lega è stata, incongruamente, parte del fronte del “No” al referendum del 4 dicembre 2016. Insomma: di che ti lamenti, avevamo avuto la stessa idea...
E’ la pochezza della cosiddetta “classe politica” italiana a riproporre sempre lo stesso conflitto invertendo semplicemente i ruoli. Il segmento che va al governo non riesce a costituzionalizzare un nuovo ordinamento altamente autoritario su cui anche gli altri segmenti sono in fondo d’accordo, ma che contrastano strumentalmente perché temono di consegnare a un altro le chiavi della prigione che intendono costruire.
A noi sembra abbastanza evidente che “la politica” nazionale ha ormai ben poco margine per determinare le linee fondamentali di governo del paese. Molte delle leve più importanti – a partire dalla politica economica e di bilancio, per non dire di quella estera e delle alleanze internazionali – sono state cedute a istituzioni sovranazionali (Unione Europea e Nato). Impossibile dunque, più che “difficile”, decidere politiche tali da garantire un consenso duraturo intorno a una maggioranza politica chiara. Anzi, impossibile perfino determinare una chiara discriminante tra le diverse liste elettorali... In cosa si distingue oggi il Pd da Forza Italia o dalla Lega? Dalla maggiore o minore rozzezza del linguaggio?
Ma se tutta la sfera della “politica” perde senso e utilità pubblica; se il legame tra figure sociali e sistema istituzionale non ha più quel tessuto di relazioni un tempo interpretato dai “corpi intermedi” (partiti con programmi e riferimenti ideali “forti”, sindacati con pratiche di intermediazione differenti, associazionismo orientato da valori differenti, ecc); se tutta l’attività di governo si riduce a trovare un tema di “distrazione di massa” su cui far concentrare l’attenzione dei media, mentre nel retrobottega del potere si smantella e si svende quel che resta del sistema-paese... Ecco che chi sta per un breve periodo al centro della scena politica diventa velocemente il vettore di un bisogno di ridisegnare l’architettura costituzionale, per garantire che la governance non trovi più nessun ostacolo. Sia questo rappresentato dall’opposizione popolare oppure dal controllo di legalità anche sugli atti di governo.
I “politici” di questa fase sono attori che sanno di poter restare in prima fila per poco tempo, senza alcuna grandezza che non sia l’ambizione individuale a restarci il più possibile. Arrivati a cavalcare l’onda della popolarità con qualche trucco di marketing, sono obbligati a diventare ossessivi, tristemente ripetitivi nella ricerca quotidiana della “pensata mediatica”...
Alla fin fine stancano, anche abbastanza rapidamente, e “il pubblico” comincia a cercare un altro attore da portare in primo piano, con cui identificarsi. Il quale, immancabilmente, indica nella Costituzione e nella legge il limite che gli impedisce di tener fede alle promesse.
Sono passati 45 anni da quel testo della “Commissione Trilaterale” intitolato Crisi della democrazia, in cui si auspicava che il potere politico venisse finalmente e di nuovo sottratto all’influenza delle classi popolari, lasciandolo alla regolazione delle istituzioni sovranazionali e “dei mercati”. Tutto il travaglio che stiamo vivendo, come spettatori o protagonisti del conflitto sociale, è parte essenziale di questo processo...
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27/08/2018
Matteo Secondo nel vicolo cieco di Renzi
Si era infilato in una via senza uscita, e non ne è uscito. Salvini si è arreso alla stupidità della sua politica, provando però a capitalizzare anche la sconfitta. Ma è la prima serissima botta che rischia di incrinare la corazza di “consenso” che l’ha fin qui immeritatamente protetto.
Ieri pomeriggio ha ricevuto l’avviso di garanzia per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio, che non è proprio il massimo della gloria per un ministro dell’interno (che teoricamente dovrebbe far rispettare la legge, che evidentemente non conosce...).
Nelle stesse ore migliaia di siciliani indignati protestava nel porto di Catania, subendo cariche di polizia, ma arrivando persino a mettere gente in mare per cercare di raggiungere la nave. Una realtà che contrasta ad alzo zero con la narrazione tossica di un ministro che confonde per abitudine il 17% dei voti presi con il 30% che gli attribuiscono per ora i sondaggi e quindi con i “60 milioni di italiani”.
Poche ore dopo, intorno alle 21, ha disposto lo sbarco dei naufraghi da dieci giorni a bordo della Diciotti, nave della guardia costiera – ossia militare – che ha subito l’onta di non poter attraccare nel paese che è istituzionalmente incaricata di difendere.
Un tempismo più che sospetto, ma anche il segno dei molti limiti che sono stati superati in questa vicenda e che lasciano uno sbrego profondissimo nell’equilibrio dei poteri dello Stato.
Poche note veloci. Salvini ha dovuto cedere alla realtà delle cose. L’Unione Europea è un mostro senza testa di interessi economici in conflitto tra loro, uniti nello spolpare popolazioni e diritti del lavoro, ma incapaci di delineare una qualsiasi linea di gestione di problemi non affrontabili a colpi di “prescrizioni” favorite dai “mercati”. Il vertice convocato d’urgenza, ma limitato al livello degli “sherpa” (ossia non un vertice politico, ma tra “esperti”), non poteva produrre e non ha prodotto alcun risultato.
Solo Albania (paese extra-Ue) e Irlanda hanno accettato di prendersi 20 persone a testa. Il resto resterà in Italia.
Su questo punto decisivo governo e media di regime stanno in queste ore lavorando nascondere la realtà. La Cei (Conferenza episcopale italiana) non è infatti un paese straniero, ma l’organizzazione dei vescovi. Il che significa una sola cosa: quei 130 profughi (tra minori, sbarcati prima perché gravemente malati, e infine tutti i restanti) saranno dispersi nelle parrocchie italiane e utilizzati/accuditi dalle strutture locali della Chiesa. Ma dentro questo paese, contrariamente a quanto affermato per dieci giorni dallo scombiccherato leghista approdato al Viminale. Un punto per noi, uno in meno per lui.
Figura di merda a parte, restano i problemi. La magistratura svillaneggiata e minacciata (“se toccate il Capitano vi veniamo a prendere sotto casa... occhio!!!“, il deputato abruzzese Giuseppe Bellachioma); il presidente della Repubblica indicato preventivamente come responsabile dell’eventuale sbarco dei profughi; Polizia e Marina Militare sempre più in imbarazzo, perché usate come strumenti della propaganda personale di un ministro in cui avevano persino “sperato”; grillini sempre più spaccati tra il democristianissimo opportunismo di Di Maio e quel tanto di valori generici rappresentato dall’immaginario Cinque Stelle.
Quello che secondo il felpoleghista sbraitante doveva essere un trampolino di lancio per un’ulteriore crescita dei consensi personali si è trasformato in uno scontro all’interno dello Stato, tra istituzioni che – pur agendo autonomamente e separatamente – dovrebbero in teoria convergere “nell’interesse del paese”.
Il Matteo Secondo è così arrivato in pochi passi (meno di tre mesi) allo stesso punto in cui era finito impiombato – dal voto referendario – il Matteo Primo, detto Renzi: il limite della Costituzione.
Sia il primo che il secondo, davanti al non riuscire a imporre la propria volontà su tutta una serie di questioni, si sono messi a re-interpretare la democrazia come “potere della maggioranza”, senza contrappesi istituzionali (i governi passano, lo Stato resta...), cancellando il ruolo dell’opposizione parlamentare (che pure non c’è, a parte qualche dichiarazione pro forma sui media) e soprattutto la complessità di una società frammentata e in conflitto, continuamente illusa con promesse e delusa dagli atti concreti di governo.
Sia il primo che il secondo, dunque, si sono trasformati in eversori dell’ordine costituito, puntando dritti a una prassi di governo anti-costituzionale. Per lucido calcolo il primo, per manifesta assenza di soluzioni credibili il secondo. Nulla di quello che Salvini aveva presentato come “il suo programma”, infatti, è realizzabile senza mettere in discussione totale i trattati internazionali che hanno tolto ai governi nazionali la titolarità della politica monetaria, economica, industriale, fiscale (in qualche misura).
Dunque, nessuna flat tax per i ricchi è possibile; nessuna revisione radicale della “legge Fornero” è seriamente presentabile in sede di legge di stabilità a fine anno; nessun mega-piano di assunzioni nella pubblica amministrazione è realizzabile. Così come non lo è – in questo quadro – il “reddito di cittadinanza” promesso dai temporanei alleati di governo. Se ne è avuta la prova con il “decreto dignità”, letteralmente una scatola vuota, dal punto di vista dei lavoratori in genere.
Le uniche cose che possono fare questi dilettanti allo sbaraglio, avevamo scritto subito, sono misure a costo zero. Dunque qualche sgombero di occupazioni storiche, e soprattutto ma “mano dura” con gli ultimi: migranti, rom, mendicanti, ecc, che non hanno protettori né lobby.
Qui era difficile fare peggio del predecessore, il “dem” Marco Minniti. Dunque a Salvini non è rimasta che la scartina: fare di ogni nave impegnata nei salvataggi un “caso da prima pagina”, per dimostrare che lui fa sul serio mentre “l’Europa” e gli altri “buonisti” non fanno nulla, o se la fanno sotto.
Strada lì per lì “popolare”, ma con controindicazioni serissime, come si è visto: la violazione della legislazione esistente (che non è quella che ha in testa lui), la conseguente esposizione all’intervento della magistratura, i rapporti tra i diversi poteri dello Stato, e finanche tra le diverse “catene di comando” di diverse istituzioni.
Al contrario di Matteo Primo, il Secondo non ha alcuna possibilità di proporre a breve una revisione golpista della Costituzione. Perciò punta apertamente a massimizzare la propria “popolarità” prima di aprire la crisi di governo ed andare ad elezioni anticipate (“Ci metto un attimo a portare tutti ad elezioni e diventare presidente del Consiglio“). Lì ricucirebbe – se mai si sono lacerati – i rapporti col resto del centrodestra, e da posizioni di estrema forza, per assicurarsi una maggioranza finalmente blindata e senza contrattazioni quotidiane.
Anche questa strada, comunque, appare in salita. Molti interessi e molti poteri si metteranno sicuramente di traverso. Per primi (ma sono i più fragili) i Cinque Stelle, che rischiano a breve conflitti interni facilmente devastanti, nonostante o a causa dell’iper-opportunismo di Gigino da Pomigliano
Più seriamente, il “terzo governo” presente in questo esecutivo – l’Unione Europea e i suoi "garanti": Moavero Milanesi, Tria, lo stesso Mattarella) – non lascerà via libera tanto facilmente a un disegno personale tanto ambizioso quanto insensato. Se il “lavorìo ai fianchi” sarà lungo e ben strutturato, anche l’indice dei sondaggi potrebbe ben presto invertire il trend.
In fondo, mica si può governare per cinque anni inseguendo qualche nave con pochi disperati a bordo e basta...
Fonte
Ieri pomeriggio ha ricevuto l’avviso di garanzia per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio, che non è proprio il massimo della gloria per un ministro dell’interno (che teoricamente dovrebbe far rispettare la legge, che evidentemente non conosce...).
Nelle stesse ore migliaia di siciliani indignati protestava nel porto di Catania, subendo cariche di polizia, ma arrivando persino a mettere gente in mare per cercare di raggiungere la nave. Una realtà che contrasta ad alzo zero con la narrazione tossica di un ministro che confonde per abitudine il 17% dei voti presi con il 30% che gli attribuiscono per ora i sondaggi e quindi con i “60 milioni di italiani”.
Poche ore dopo, intorno alle 21, ha disposto lo sbarco dei naufraghi da dieci giorni a bordo della Diciotti, nave della guardia costiera – ossia militare – che ha subito l’onta di non poter attraccare nel paese che è istituzionalmente incaricata di difendere.
Un tempismo più che sospetto, ma anche il segno dei molti limiti che sono stati superati in questa vicenda e che lasciano uno sbrego profondissimo nell’equilibrio dei poteri dello Stato.
Poche note veloci. Salvini ha dovuto cedere alla realtà delle cose. L’Unione Europea è un mostro senza testa di interessi economici in conflitto tra loro, uniti nello spolpare popolazioni e diritti del lavoro, ma incapaci di delineare una qualsiasi linea di gestione di problemi non affrontabili a colpi di “prescrizioni” favorite dai “mercati”. Il vertice convocato d’urgenza, ma limitato al livello degli “sherpa” (ossia non un vertice politico, ma tra “esperti”), non poteva produrre e non ha prodotto alcun risultato.
Solo Albania (paese extra-Ue) e Irlanda hanno accettato di prendersi 20 persone a testa. Il resto resterà in Italia.
Su questo punto decisivo governo e media di regime stanno in queste ore lavorando nascondere la realtà. La Cei (Conferenza episcopale italiana) non è infatti un paese straniero, ma l’organizzazione dei vescovi. Il che significa una sola cosa: quei 130 profughi (tra minori, sbarcati prima perché gravemente malati, e infine tutti i restanti) saranno dispersi nelle parrocchie italiane e utilizzati/accuditi dalle strutture locali della Chiesa. Ma dentro questo paese, contrariamente a quanto affermato per dieci giorni dallo scombiccherato leghista approdato al Viminale. Un punto per noi, uno in meno per lui.
Figura di merda a parte, restano i problemi. La magistratura svillaneggiata e minacciata (“se toccate il Capitano vi veniamo a prendere sotto casa... occhio!!!“, il deputato abruzzese Giuseppe Bellachioma); il presidente della Repubblica indicato preventivamente come responsabile dell’eventuale sbarco dei profughi; Polizia e Marina Militare sempre più in imbarazzo, perché usate come strumenti della propaganda personale di un ministro in cui avevano persino “sperato”; grillini sempre più spaccati tra il democristianissimo opportunismo di Di Maio e quel tanto di valori generici rappresentato dall’immaginario Cinque Stelle.
Quello che secondo il felpoleghista sbraitante doveva essere un trampolino di lancio per un’ulteriore crescita dei consensi personali si è trasformato in uno scontro all’interno dello Stato, tra istituzioni che – pur agendo autonomamente e separatamente – dovrebbero in teoria convergere “nell’interesse del paese”.
Il Matteo Secondo è così arrivato in pochi passi (meno di tre mesi) allo stesso punto in cui era finito impiombato – dal voto referendario – il Matteo Primo, detto Renzi: il limite della Costituzione.
Sia il primo che il secondo, davanti al non riuscire a imporre la propria volontà su tutta una serie di questioni, si sono messi a re-interpretare la democrazia come “potere della maggioranza”, senza contrappesi istituzionali (i governi passano, lo Stato resta...), cancellando il ruolo dell’opposizione parlamentare (che pure non c’è, a parte qualche dichiarazione pro forma sui media) e soprattutto la complessità di una società frammentata e in conflitto, continuamente illusa con promesse e delusa dagli atti concreti di governo.
Sia il primo che il secondo, dunque, si sono trasformati in eversori dell’ordine costituito, puntando dritti a una prassi di governo anti-costituzionale. Per lucido calcolo il primo, per manifesta assenza di soluzioni credibili il secondo. Nulla di quello che Salvini aveva presentato come “il suo programma”, infatti, è realizzabile senza mettere in discussione totale i trattati internazionali che hanno tolto ai governi nazionali la titolarità della politica monetaria, economica, industriale, fiscale (in qualche misura).
Dunque, nessuna flat tax per i ricchi è possibile; nessuna revisione radicale della “legge Fornero” è seriamente presentabile in sede di legge di stabilità a fine anno; nessun mega-piano di assunzioni nella pubblica amministrazione è realizzabile. Così come non lo è – in questo quadro – il “reddito di cittadinanza” promesso dai temporanei alleati di governo. Se ne è avuta la prova con il “decreto dignità”, letteralmente una scatola vuota, dal punto di vista dei lavoratori in genere.
Le uniche cose che possono fare questi dilettanti allo sbaraglio, avevamo scritto subito, sono misure a costo zero. Dunque qualche sgombero di occupazioni storiche, e soprattutto ma “mano dura” con gli ultimi: migranti, rom, mendicanti, ecc, che non hanno protettori né lobby.
Qui era difficile fare peggio del predecessore, il “dem” Marco Minniti. Dunque a Salvini non è rimasta che la scartina: fare di ogni nave impegnata nei salvataggi un “caso da prima pagina”, per dimostrare che lui fa sul serio mentre “l’Europa” e gli altri “buonisti” non fanno nulla, o se la fanno sotto.
Strada lì per lì “popolare”, ma con controindicazioni serissime, come si è visto: la violazione della legislazione esistente (che non è quella che ha in testa lui), la conseguente esposizione all’intervento della magistratura, i rapporti tra i diversi poteri dello Stato, e finanche tra le diverse “catene di comando” di diverse istituzioni.
Al contrario di Matteo Primo, il Secondo non ha alcuna possibilità di proporre a breve una revisione golpista della Costituzione. Perciò punta apertamente a massimizzare la propria “popolarità” prima di aprire la crisi di governo ed andare ad elezioni anticipate (“Ci metto un attimo a portare tutti ad elezioni e diventare presidente del Consiglio“). Lì ricucirebbe – se mai si sono lacerati – i rapporti col resto del centrodestra, e da posizioni di estrema forza, per assicurarsi una maggioranza finalmente blindata e senza contrattazioni quotidiane.
Anche questa strada, comunque, appare in salita. Molti interessi e molti poteri si metteranno sicuramente di traverso. Per primi (ma sono i più fragili) i Cinque Stelle, che rischiano a breve conflitti interni facilmente devastanti, nonostante o a causa dell’iper-opportunismo di Gigino da Pomigliano
Più seriamente, il “terzo governo” presente in questo esecutivo – l’Unione Europea e i suoi "garanti": Moavero Milanesi, Tria, lo stesso Mattarella) – non lascerà via libera tanto facilmente a un disegno personale tanto ambizioso quanto insensato. Se il “lavorìo ai fianchi” sarà lungo e ben strutturato, anche l’indice dei sondaggi potrebbe ben presto invertire il trend.
In fondo, mica si può governare per cinque anni inseguendo qualche nave con pochi disperati a bordo e basta...
Fonte
06/08/2018
Maduro non finirà come con Allende. Il fascismo Usa non passerà
Un attentato realizzato con droni usati come bombardieri è fallito contro il presidente Maduro.
Un gruppo di fascisti pare rivendichi l’azione, ma dietro di essi ci sono le forze interne ed internazionali che vogliono rovesciare il governo bolivariano e socialista del Venezuela. È un salto di qualità eversivo della cosiddetta opposizione, che dopo aver perso sia le battaglie di strada sia quelle elettorali ora tenta la via del terrorismo.
Via che prepara la guerra d’invasione, quella a cui sta lavorando l’amministrazione Trump usando la Colombia. Con il vergognoso appoggio della UE e dei suoi principali governi, che come sempre coprono con l’ipocrisia dei diritti democratici le più sporche operazioni contro la libertà e l’indipendenza dei popoli.
È chiaro che i fascisti venezuelani, le multinazionali del petrolio, i governi reazionari dell’America Latina, il governo USA, non accettano che il Venezuela voglia proseguire sulla via dell’indipendenza nazionale e del socialismo. Dopo il blocco economico, che continua ma che non ha sconfitto la rivoluzione bolivariana, dopo le guarimbas eversive, ora si passa alle bombe coi droni.
È una escalation che abbiamo già visto 45 anni fa, per opera delle stesse forze, contro il Cile socialista di Allende. Ovunque in America Latina le stesse forze reazionarie nazionali ed internazionali tentano la via golpista per fermare il progresso e la giustizia dei popoli, e il carcere senza reato per Lula in Brasile è il simbolo di questa violenta sovversione dei ricchi e delle multinazionali.
Ma il mondo è cambiato rispetto a quando Pinochet agli ordini di Nixon assassinò Allende e la democrazia. Il Venezuela, con la Bolivia, con il Nicaragua e naturalmente con Cuba, resiste e resisterà all’assalto imperialista che, nonostante la ferocia eversiva, non ha più la stessa forza degli anni '70 del secolo scorso. Anche dove i golpisti paiono aver vinto, come in Brasile, il loro successo appare sempre più precario.
No, non riusciranno a rovesciare il Venezuela socialista e a colpire Maduro come colpirono Allende. Non ce la faranno, non passeranno. Solidarietà a Maduro e alla rivoluzione bolivariana, stare con loro oggi è un valore ed un discrimine politico di fondo.
Fonte
Un gruppo di fascisti pare rivendichi l’azione, ma dietro di essi ci sono le forze interne ed internazionali che vogliono rovesciare il governo bolivariano e socialista del Venezuela. È un salto di qualità eversivo della cosiddetta opposizione, che dopo aver perso sia le battaglie di strada sia quelle elettorali ora tenta la via del terrorismo.
Via che prepara la guerra d’invasione, quella a cui sta lavorando l’amministrazione Trump usando la Colombia. Con il vergognoso appoggio della UE e dei suoi principali governi, che come sempre coprono con l’ipocrisia dei diritti democratici le più sporche operazioni contro la libertà e l’indipendenza dei popoli.
È chiaro che i fascisti venezuelani, le multinazionali del petrolio, i governi reazionari dell’America Latina, il governo USA, non accettano che il Venezuela voglia proseguire sulla via dell’indipendenza nazionale e del socialismo. Dopo il blocco economico, che continua ma che non ha sconfitto la rivoluzione bolivariana, dopo le guarimbas eversive, ora si passa alle bombe coi droni.
È una escalation che abbiamo già visto 45 anni fa, per opera delle stesse forze, contro il Cile socialista di Allende. Ovunque in America Latina le stesse forze reazionarie nazionali ed internazionali tentano la via golpista per fermare il progresso e la giustizia dei popoli, e il carcere senza reato per Lula in Brasile è il simbolo di questa violenta sovversione dei ricchi e delle multinazionali.
Ma il mondo è cambiato rispetto a quando Pinochet agli ordini di Nixon assassinò Allende e la democrazia. Il Venezuela, con la Bolivia, con il Nicaragua e naturalmente con Cuba, resiste e resisterà all’assalto imperialista che, nonostante la ferocia eversiva, non ha più la stessa forza degli anni '70 del secolo scorso. Anche dove i golpisti paiono aver vinto, come in Brasile, il loro successo appare sempre più precario.
No, non riusciranno a rovesciare il Venezuela socialista e a colpire Maduro come colpirono Allende. Non ce la faranno, non passeranno. Solidarietà a Maduro e alla rivoluzione bolivariana, stare con loro oggi è un valore ed un discrimine politico di fondo.
Fonte
05/10/2017
Non vi sembra strano il silenzio di tomba calato sul Venezuela?
Questo articolo compare in contemporanea su Contropiano e L’Antidiplomatico
Dove sono finiti adesso tutti gli operatori dell’informazione che strepitavano a reti unificate? Dove sono finiti i dirigenti politici pronti ad avallare ogni azione golpista compiuta dall’irresponsabile opposizione venezuelana?
La spirale di violenza generata dalla destra golpista venezuelana ha provocato nei mesi scorsi il ferimento di ben 1455 persone. Di questi, il 71,27% è composto da funzionari di polizia e militari. Secondo quanto reso noto dal ministro degli Interni, Giustizia e Pace, Nestor Reverol.
In occasione di una sua audizione davanti all’Assemblea Nazionale Costituente, Reverol ha spiegato che le azioni violente si sono susseguite per quattro mesi, e avevano come obiettivo il perpetrare un colpo di Stato. Con questo obiettivo la destra ha dato vita a oltre 9 mila manifestazioni, delle quali il 62,2% sono state di carattere violento.
L’esponente del governo bolivariano ha inoltre reso noto che i gruppi violenti sostenuti dai dirigenti dell’opposizione hanno compiuto ben 1313 attacchi e assalti a sedi istituzionali, sia pubbliche che private, incluse alcune basi militari. Emblematico fu l’assalto armato compiuto con tecniche paramilitari ai danni della televisione pubblica venezuelana. Un’azione resa ancora più assurda dal fatto che all’interno dell’edificio è ospitato un asilo dedicato ai figli dei dipendenti.
Venezuela. La sede della Vtv (televisione statale) assediata dai terroristi della destra ospitava anche una scuola infantile. I bambini sono stati evacuati per l’azione dei “pacifici” fascisti
Alla luce di questi dati viene confermata in toto la nostra denuncia avanzata sin dall’inizio della cosiddetta crisi venezuelana: tutto quello che ci hanno raccontato sul paese sudamericano è falso. Dove sono finiti adesso tutti gli operatori dell’informazione che strepitavano a reti unificate? Dove sono finiti i dirigenti politici pronti ad avallare ogni azione golpista compiuta dall’irresponsabile opposizione venezuelana, pronta a tutto pur di rovesciare il legittimo governo guidato da Nicolas Maduro?
Il presidente venezuelano ha vinto una sfida difficile e nient’affatto scontata: con le elezioni per l’Assemblea Nazionale Costituente, a cui presero parte oltre 8 milioni di venezuelani in un clima infuocato, è riuscito a chiudere la strada alla violenza e consolidare la pace nel paese.
Raggiunto questo obiettivo, la presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente, Delcy Rodriguez, ha annunciato un ulteriore passo in avanti. L’approvazione di una ‘Legge contro l’Odio, l’Intolleranza e per la Convivenza Pacifica’ che sarà approvata la prossima settimana.
«Questa legge – ha spiegato Delcy Rodriguez – è stata profondamente dibattuta con il popolo venezuelano. Rappresenta un omaggio a Robert Serra e tutte le vittime dei crimini d’odio e le espressioni del fascismo».
Fonte
Dove sono finiti adesso tutti gli operatori dell’informazione che strepitavano a reti unificate? Dove sono finiti i dirigenti politici pronti ad avallare ogni azione golpista compiuta dall’irresponsabile opposizione venezuelana?
La spirale di violenza generata dalla destra golpista venezuelana ha provocato nei mesi scorsi il ferimento di ben 1455 persone. Di questi, il 71,27% è composto da funzionari di polizia e militari. Secondo quanto reso noto dal ministro degli Interni, Giustizia e Pace, Nestor Reverol.
In occasione di una sua audizione davanti all’Assemblea Nazionale Costituente, Reverol ha spiegato che le azioni violente si sono susseguite per quattro mesi, e avevano come obiettivo il perpetrare un colpo di Stato. Con questo obiettivo la destra ha dato vita a oltre 9 mila manifestazioni, delle quali il 62,2% sono state di carattere violento.
L’esponente del governo bolivariano ha inoltre reso noto che i gruppi violenti sostenuti dai dirigenti dell’opposizione hanno compiuto ben 1313 attacchi e assalti a sedi istituzionali, sia pubbliche che private, incluse alcune basi militari. Emblematico fu l’assalto armato compiuto con tecniche paramilitari ai danni della televisione pubblica venezuelana. Un’azione resa ancora più assurda dal fatto che all’interno dell’edificio è ospitato un asilo dedicato ai figli dei dipendenti.
Venezuela. La sede della Vtv (televisione statale) assediata dai terroristi della destra ospitava anche una scuola infantile. I bambini sono stati evacuati per l’azione dei “pacifici” fascisti
Alla luce di questi dati viene confermata in toto la nostra denuncia avanzata sin dall’inizio della cosiddetta crisi venezuelana: tutto quello che ci hanno raccontato sul paese sudamericano è falso. Dove sono finiti adesso tutti gli operatori dell’informazione che strepitavano a reti unificate? Dove sono finiti i dirigenti politici pronti ad avallare ogni azione golpista compiuta dall’irresponsabile opposizione venezuelana, pronta a tutto pur di rovesciare il legittimo governo guidato da Nicolas Maduro?
Il presidente venezuelano ha vinto una sfida difficile e nient’affatto scontata: con le elezioni per l’Assemblea Nazionale Costituente, a cui presero parte oltre 8 milioni di venezuelani in un clima infuocato, è riuscito a chiudere la strada alla violenza e consolidare la pace nel paese.
Raggiunto questo obiettivo, la presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente, Delcy Rodriguez, ha annunciato un ulteriore passo in avanti. L’approvazione di una ‘Legge contro l’Odio, l’Intolleranza e per la Convivenza Pacifica’ che sarà approvata la prossima settimana.
«Questa legge – ha spiegato Delcy Rodriguez – è stata profondamente dibattuta con il popolo venezuelano. Rappresenta un omaggio a Robert Serra e tutte le vittime dei crimini d’odio e le espressioni del fascismo».
Fonte
07/08/2017
Venezuela, le Forze Armate bloccano attacco terroristico presso base a Valencia
Secondo quanto riferito dal costituente Diosdado Cabello, la situazione è sotto controllo e i responsabili sono assicurati alla giustizia dai funzionari della Forza Armata Nazionale Bolivariana (FANB).
Questo articolo compare in contemporanea su Contropiano e L’Antidplomatico.
Si è verificato in Venezuela un attacco terroristico a Fort Paramacay, nella città di Valencia, che ha causato un dispiegamento di truppe militari in tutto il paese.
Secondo quanto riferito dal costituente Diosdado Cabello, la situazione è sotto controllo e i responsabili sono assicurati alla giustizia dai funzionari della Forza Armata Nazionale Bolivariana (FANB).
Dalle prime ore del mattino è stato diffuso un video attraverso le reti sociali dove una persona che si identificava come il «capitano Juan Cagauripano, comadante dell’operazione David Carabobo», insieme a un manipolo di giovani vestiti da soldato, si dichiarava in «legittima ribellione» contro il governo di Nicolas Maduro.
Non si tratta del primo episodio dove Cagauripano è coinvolto in azioni cospirative contro il governo socialista guidato da Maduro.
Un tribunale militare aveva già ordinato la detenzione del capitano nel 2014 per la sua partecipazione a un piano volto al rovesciamento cruento di Nicolas Maduro, secondo quanto riporta il quotidiano Ultimas Noticias. Diede inoltre sostegno, da Miami, al piano golpista ‘La Salida’ che sempre nel 2014 provocò il decesso di 43 venezuelani innocenti e per le cui responsabilità Leopoldo LOpex è stato condannato a 13 anni di reclusione.
Cagauripano era fuggito negli Stati Uniti dove viveva da latitante. Mentre l’attacco di questa mattina è stato compiuto insieme a un gruppo di civili vestiti da militare del gruppo denominato ‘Resistenza’.
Al momento la situazione risulta essere sotto controllo e in nessun altro luogo del paese vi sono stati simili attacchi. Il bilancio dell’azione è di 10 arrestati, 2 feriti e 2 morti.
Fonte
05/08/2017
Quel lato “eversivo” della didattica per competenze
Da
alcuni anni la scuola italiana, conformandosi ad alcuni orientamenti
europei, ha avviato un processo di rivisitazione dell’impianto
complessivo dell’azione didattica. Il processo è stato naturalmente
accelerato nella formazione primaria, per poi andare a coinvolgere i
successivi gradi di istruzione. Oggi la didattica per competenze ha
sostanzialmente completato il suo percorso di affermazione formale
nell’intero ciclo scolastico, ma non ancora quello di penetrazione
reale. Spesso, infatti, la certificazione delle competenze è una mera
compilazione aggregata alla pagella tradizionale, che non si accompagna
alla trasformazione didattica attesa.
Per
i non addetti ai lavori, occorre semplificare il concetto, che è assai
complesso e tutt’altro che condiviso. L’obiettivo di lungo periodo è
quello di superare la didattica per discipline, e approdare alla sola
valutazione di competenze. Troppo lungo e articolato sarebbe ricostruire
il quando e il perché di questa dinamica. Molti fattori vi hanno preso
parte, tra i quali le aspettative del mondo del lavoro (soprattutto
quello destinato ad accogliere i diplomati) – auspicante uno scarico
sulla collettività di costi e tempi per la formazione del personale –,
alcuni impulsi emulativi di tecnici e pedagogisti ministeriali nei
confronti di modelli stranieri, ma pure una giusta e motivata istanza di
rinnovamento di alcune stanche reiterazioni di metodi didattici poco
efficaci. Non molti sanno, però, che in alcuni paesi europei ci stanno
già ripensando, abbandonando l’idea delle competenze trasversali per
un’effettiva rivalutazione delle competenze strettamente disciplinari
(probabilmente in Italia ce ne accorgeremo tra un decennio).
Non è vero che la didattica per competenze riprenda e formalizzi cose “che abbiamo sempre fatto”,
così come non si tratta di un mero riaggiustamento burocratico del
lavoro dei docenti. Come Mario Castoldi mette in evidenza in apertura
del suo ultimo libro (Valutare e certificare le competenze, Carocci 2016), occorre cogliere la “potenzialità eversiva” (p. 17) di quel costrutto, poiché esso implica un cambiamento “profondo e globale, che modifica i paradigmi e gli assunti di valore dell’esperienza scolastica” (id.).
Naturalmente nessun ministro sarebbe in grado di intervenire sul metodo
didattico dei docenti con atteggiamento perentorio, autoritario e
immediato; ciononostante, le nostre istituzioni educative mirano a porre
la classe docente di fronte a una trasformazione graduale, alla quale
però è impossibile sottrarsi. Occorre leggere in questo senso
l’insistenza sulle prove Invalsi, sul curricolo verticale e
sull’alternanza scuola-lavoro. Passo dopo passo, si intende rimuovere la
scuola di ieri, e trasferire nelle aule un impianto didattico
completamente differente. Per questa ragione, è obbligo di ciascun
operatore scolastico studiare questo fenomeno e formarsi un’opinione a
riguardo.
Non
è la didattica per competenze in sé a essere rivoluzionaria. Né in
senso positivo, né negativo. Tutte le prassi didattiche, anche tra loro
divergenti, se dominate e gestite con serietà e buon senso, hanno un
impatto positivo sui discenti. Ma ciò che assume effettivamente un
carattere “eversivo” è proprio il tentativo dei governi, o meglio, di un
team di tecnici ministeriali, di imporre – di fatto, e senza diritto – un metodo di lavoro.
Insieme
a Castoldi, proviamo a fare ordine nel ragionamento, e cominciamo a
chiarire il significato di “competenza”. Il dibattito su questo semplice
costrutto è talmente confuso da mettere in condizione chiunque si
avvicini al tema, di dover “scegliere” una delle possibili accezioni.
Castoldi riprende quella fornita da Pellerey nel 2004: una competenza è
una capacità di far fronte a un compito, o a
un insieme di compiti, riuscendo a mettere in moto e a orchestrare le
proprie risorse interne, cognitive, affettive e volitive, e a utilizzare
quelle esterne disponibili in modo coerente e fecondo.
Scomponendo questa articolata concezione, possiamo intendere che la
competenza si riferisce a un certo grado di padronanza nell’affrontare
problemi (quindi un sistema di conoscenze grazie al quale orientarsi,
unito a una serie di abilità cognitive per elaborare le informazioni a
disposizione), l’impiego di risorse interne, anche affettive (ad esempio
il controllo dell’ansia) e volitive (capacità di concentrazione e
perseveranza), nonché delle risorse esterne (riferito, ad esempio, a
compagni con cui cooperare).
La
prima questione che potrebbe urtare la suscettibilità del lettore, può
consistere nella valutazione delle risorse affettive e volitive.
Infatti, aggiunge Castoldi, “l’analisi della competenza richiede di
andare oltre i comportamenti osservabili e di prestare attenzione alle
disposizioni interne del soggetto e alle modalità con cui esso si
avvicina allo svolgimento di un compito operativo” (p. 26). Non
dovrebbe impressionare questo passaggio, perché in fondo qualunque
insegnante con un po’ di mestiere tiene costantemente in considerazione
tali variabili. Naturalmente non è del tutto chiaro come questo elemento
estremamente soggettivo possa esser ponderato adeguatamente nelle tanto
sostenute prove standardizzate.
Castoldi
si rende perfettamente conto di questo salto logico, e precisa che in
realtà lo scopo dell’Invalsi è diverso, ed è finalizzato all’armonizzazione della produttività del sistema di istruzione. Se la didattica per competenze ha come fine interno una personalizzazione dell’atto valutativo “in quanto giudizio riferito alla complessità della persona” (p. 37), evidentemente le prove standardizzate mirano ad “alcuni traguardi astratti, socialmente riconosciuti come irrinunciabili” (id.). Come si esce da quella che pare una non trascurabile contraddizione?
Secondo
l’autore, le verifiche omologanti non valutano il singolo studente ma
le istituzioni scolastiche. Se tutti comprendono il valore formativo
della valutazione di un allievo, non è del tutto evidente, invece, il
fine della cosiddetta “armonizzazione” del sistema scolastico. A cosa
serve? Quale risultato ci si attende?
Le
prove standardizzate vengono formulate in modo da produrre un
fallimento in quelle classi o in quelle scuole dove il metodo
d’insegnamento tende a resistere a una politica di cambiamento e non
accoglie in tutto e per tutto il nuovo sistema. Non importa se questi
test siano costruiti bene o male – non si vuole fare una polemica nel
merito, perché ad esempio le prove Invalsi di matematica sono per certi
versi molto interessanti – ma è lo spirito quello che conta. Si tratta
di una questione eminentemente politica, perché è in gioco l’impianto
liberale delle politiche educative, garantito dalla nostra Costituzione.
Riflettendo
sullo scopo dei test Invalsi, Castoldi esplicita con molta chiarezza il
loro fine intrinseco: essi mirano a rispondere a “una istanza formativa
nei confronti delle scuole e degli operatori scolastici” (p. 40).
Provano dunque, gradualmente, a piegare la didattica in una direzione
prestabilita. Si dirà: ma questo è ciò che lo Stato si è sempre
riservato di fare con gli esami di fine ciclo. Non è esattamente così.
Nella prova d’esame, infatti, viene sempre fornita dal Ministero la
possibilità di scegliere la traccia e la tipologia di prova. Le
verifiche scritte nelle varie discipline sono generalmente congegnate in
modo tale da poter essere affrontate a prescindere dal metodo didattico
scelto dal docente. Con le prove standardizzate, invece, la tipologia
dei quesiti è molto stringente, e induce alla ristrutturazione del
metodo d’insegnamento. È inevitabile.
La
proposta didattica potrebbe anche essere buona, ma è accettabile che lo
Stato eserciti pressioni tanto forti nelle scelte didattiche dei
singoli docenti?
Torniamo però al costrutto di “competenza”. Quali sono le conseguenze di questa proposta eversiva? Scrive Castoldi: “ciò comporta uno spostamento di attenzione dalla cultura scolastica, tendenzialmente formale e decontestualizzata, alle situazioni reali di vita, come contesti nei quali verificare il possesso delle competenze indagate” per approdare a “un concetto di educazione comprensivo anche delle esperienze extrascolastiche” (p 42). E questo spiega bene la deriva didattica degli ultimi anni, dal moltiplicarsi dei progetti fino all’alternanza scuola-lavoro. Naturalmente questo discorso avrebbe forse qualche significato se si riservasse lo spazio adeguato alla formazione intellettuale e si aggiungessero sporadici momenti esperienziali. Al contrario, purtroppo, si tratta per lo più di una sostituzione, in cui il “vivere” precede sempre il “pensare”. E questo non sempre è un bene.
Torniamo però al costrutto di “competenza”. Quali sono le conseguenze di questa proposta eversiva? Scrive Castoldi: “ciò comporta uno spostamento di attenzione dalla cultura scolastica, tendenzialmente formale e decontestualizzata, alle situazioni reali di vita, come contesti nei quali verificare il possesso delle competenze indagate” per approdare a “un concetto di educazione comprensivo anche delle esperienze extrascolastiche” (p 42). E questo spiega bene la deriva didattica degli ultimi anni, dal moltiplicarsi dei progetti fino all’alternanza scuola-lavoro. Naturalmente questo discorso avrebbe forse qualche significato se si riservasse lo spazio adeguato alla formazione intellettuale e si aggiungessero sporadici momenti esperienziali. Al contrario, purtroppo, si tratta per lo più di una sostituzione, in cui il “vivere” precede sempre il “pensare”. E questo non sempre è un bene.
L’autore
difende l’istanza di una certificazione delle competenze socialmente
condivisa e riconoscibile, come risposta all’indebolimento del prestigio
sociale della valutazione scolastica, le cui indicazioni sono
tendenzialmente ignorate in molte prove d’ingresso delle università e
nel mondo del lavoro, mentre assai più riconosciuti sono i punteggi
ottenuti nell’ambito delle certificazioni linguistiche o informatiche,
offerte da soggetti privati. Ciò tuttavia non dipende dalla mancanza di
serietà del sistema scolastico, ma da una trasformazione culturale
globale della società, che tende alla semplificazione, e che ritiene di
poter capire da un’arida certificazione ciò che una persona è in grado o
meno di fare. Ma è un’illusione in cui la scuola non dovrebbe
inciampare. Gli enti che rilasciano certificazioni linguistiche sono
legittimamente indifferenti alla formazione della persona e del
cittadino. In modo secondo me poco interessante, quegli enti attestano
il grado di competenza nella comunicazione in una lingua straniera.
Punto. La scuola, invece, struttura un lavoro assai più profondo, che
concerne la trasmissione di un patrimonio scientifico e culturale, un
senso del vivere sociale e la capacità di creare e immaginare nuovi
mondi e possibilità future. Obiettivi difficilmente osservabili
attraverso la lente delle prove standardizzate, e poco descrivibili in
una rubrica per la certificazione.
D’altro
canto, lasciando da parte il discorso sui test Invalsi, nella scuola
italiana è ormai un obbligo la compilazione di certificazioni di
competenze, utilizzando le apposite rubriche. Tuttavia, affinché si
possa parlare di certificazione, occorrerebbe un soggetto terzo,
neutrale, che non abbia mai avuto relazioni didattiche con lo studente, e
dovrebbe riferirsi a degli standard universali. Quando si impone ai
docenti di certificare le competenze, di fatto si chiede una sorta di
duplicazione della valutazione sommativa, scritta però con formule
lessicali alternative. Ecco perché nessuno la tiene in seria
considerazione. Castoldi questo lo spiega molto bene: “occorre
sottolineare con chiarezza che la certificazione affidata agli
insegnanti dei diversi ordini di scuole non possiede nessuno dei due
requisiti: non è affidata a un soggetto di parte terza, in quanto
l’insegnante è implicato nella relazione formativa e non può sdoppiarsi
nella gestione separata di una funzione educativa e di una valutativa;
non si basa su standard assoluti” (p. 48). E allora a cosa serve?
Secondo Castoldi si tratta di una “valutazione a valenza certificativa”,
che detto in altri termini, è un ridondante duplicato della pagella,
semmai utile a ricordare al docente che prima o poi dovrà decidersi a
modificare la propria didattica.
Spiace
constatare che quando entra più strettamente nel merito del discorso
docimologico, purtroppo l’autore si smarrisce in una serie di luoghi
comuni sulla scuola e sul corpo insegnante. Il suo proposito è
annunciato come rivoluzionario: “per costruire un modo diverso di valutare bisogna smontare quello attualmente egemone, senza sconti e senza mezze misure!”
(p. 53). Egli immagina ancora il docente come il frustrato bacchettone
che si limita miseramente a fare un’arida media matematica al momento
della valutazione sommativa, perso nel mito dell’imparzialità. Beh,
questa è una caricatura dell’insegnante francamente inaccettabile. Egli
ne attribuisce la responsabilità al metodo didattico, che andrebbe
provvidenzialmente ristrutturato: “l’orientamento verso compiti di realtà spinge verso prove valutative più complesse e articolate”
(p. 56). Ma rimangono del tutto oscure le ragioni per le quali un
compito di realtà dovrebbe essere più complesso e articolato di un compito
puramente logico o compositivo, e soprattutto occorrerebbe avere la
precisione metodologica di definire cosa sia la realtà,
perché non è un concetto semanticamente univoco. Castoldi insiste nel
definire “inerte” il sapere che non si connette a situazioni di vita, ma
la natura di questa inerzia resta completamente indefinita: perché mai
lo studio approfondito di un argomento storico costituirebbe un’attività
meno “significativa” di un’azione di cooperative learning legata all’organizzazione di un itinerario turistico (tanto per citare uno degli esempi relativi ai “compiti di realtà” proposti dall’autore)?
Intendiamoci,
è vero che lo sforzo cognitivo può trarre giovamento da un
potenziamento esperienziale, ed è vero che una didattica realmente
inclusiva debba saper utilizzare strumenti differenziati, in modo da
consentire alle diverse intelligenze di interagire con il patrimonio
scientifico e culturale per appropriarsene, partecipando
all’accrescimento del nostro bagaglio conoscitivo. Castoldi ha
perfettamente ragione quando sottolinea come le parole chiave del
processo educativo non debbano essere termini come “riconoscere”,
“riprodurre”, o “rispondere”, ma “inventare”, “ricercare” e
“rielaborare”. Ma su questo la didattica delle competenze aggiunge
qualcosa solo in senso obliquo. Dalla notte dei tempi la scuola non si
limita al mero dettato. Scrivere temi e riassumere, come si faceva una
volta (e che ora si tende a rimpiangere), sono modalità attive e
creative. I cosiddetti “compiti di realtà”, aggiungono elementi
forse più accattivanti e maggiormente inclusivi, ma non sostituiscono
certo una didattica passiva con una attiva. Sarebbe intellettualmente
scorretto sostenerlo.
Tuttavia, non esiste – e non è lecito pretendere che esista – un’unica metodologia didattica di qualità.
Tuttavia, non esiste – e non è lecito pretendere che esista – un’unica metodologia didattica di qualità.
Castoldi
è apprezzabile e sicuramente in buona fede quando insiste nella difesa
del valore soggettivo della valutazione e della sua funzione formativa,
se capace di una vera personalizzazione. Ma lo sforzo ministeriale per
la standardizzazione della metodologia, perseguita attraverso l’Invalsi o
altri vettori della didattica per competenze, e che Castoldi prova
comunque a rendere compatibili con la propria prospettiva, sembrano
stridere in più punti. Il suo è un invito a conciliare una logica di
controllo, necessaria per rispondere a criteri di credibilità sociale,
con una logica di sviluppo, più centrata sulla formazione dell’allievo. “Per l’insegnante – egli conclude – si tratta di conciliare le due logiche e modularle nella propria azione professionale”
(p. 267). Su questo ha ragione, però sarebbe bene lasciare ai docenti e
ai singoli istituti, nella loro autonomia, la responsabilità di cercare
un equilibrio, mentre la pressione delle prove standardizzate parrebbe
inserire in modo troppo invadente un soggetto estraneo al processo
educativo, nella dialettica allievo-insegnante.
28/06/2017
Venezuela. I golpisti alzano il tiro
Mentre nelle piazze le guarimbas di estrema destra continuano gli attacchi contro le sedi istituzionali e i sostenitori della rivoluzione bolivariana, ieri un nuovo episodio ha messo in evidenza la drammatizzazione dello scontro in Venezuela.
La sensazione è che l’oligarchia, sostenuta dalla destra locale e sudamericana, oltre che dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, voglia provocare uno scontro tra istituzioni anche utilizzando apparati dello stato ‘deviati’ che rispondono agli input dei golpisti.
Ieri un elicottero della Polizia scientifica venezuelana ha sorvolato il centro di Caracas e dal velivolo sono state lanciate quattro granate sulla sede del Tribunale supremo di giustizia e su quella del Ministero degli Interni, secondo quanto ha denunciato il presidente Nicolas Maduro che ha parlato di «attacco terroristico». Secondo i media venezuelani sarebbero stati sparati anche proiettili d'arma da fuoco. L’elicottero sarebbe stato sottratto da un agente della Brigata di azione speciale (Bae) della Polizia scientifica, Oscar Rodriguez, che avrebbe operato in combutta con Miguel Rodriguez Torres, generale in pensione ed ex ministro degli Interni e della Giustizia di Hugo Chavez, accusato da Maduro di essere «in contatto con la Cia». Il velivolo rubato e usato per l’attacco – che per fortuna non ha causato vittime – esibiva su uno dei lati la bandiera con lo slogan “Libertà 350”, in riferimento all’articolo della Costituzione Venezuelana che autorizza la rivolta contro autorità antidemocratiche. Il ministro della Comunicazione Ernesto Villegas ha definito l’attacco un «atto terrorista» che fa parte di una «offensiva insurrezionale della destra estremista».
Intanto il presidente Maduro ha mobilitato le forze militari allo scopo di proteggere la democrazia e lo stato di diritto: diversi carri armati e mezzi blindati sono stati schierati nelle strade principali di Caracas.
Contemporaneamente i media locali hanno pubblicato un video, postato su Instagram dall’agente Oscar Rodriguez, in cui l’uomo in uniforme chiede le dimissioni del presidente Nicolas Maduro e chiama il popolo venezuelano a unirsi con le forze armate contro il governo.
L’agente, a volto scoperto ma affiancato da quattro uomini armati e incappucciati, afferma nel video la necessità della lotta “contro la tirannia”. “Vi chiediamo di accompagnarci in questa lotta e uscire in strada (...) La nostra missione è di far vivere libera e bene la popolazione venezuelana” ha aggiunto l’uomo affermando di parlare per conto di “un’alleanza di funzionari militari, poliziotti e civili, alla ricerca di un equilibrio e contro questo governo transitorio e criminale”.
Intanto il Tribunale supremo di giustizia del Venezuela ha trasferito le funzioni della procuratrice generale Luisa Ortega Diaz all’ombudsman nazionale Tarek William Saab, un fedele chavista, dopo aver respinto l’ennesimo ricorso presentato da Ortega Diaz contro l’Assemblea costituente convocata dal presidente Nicolas Maduro. In due sentenze pubblicate questa notte, l’alta corte ha prima respinto il ricorso della procuratrice contro la regolamentazione con la quale è stata convocata la Costituente e poi stabilito che tutte le facoltà e i poteri della Procura sono anche attribuibili all’Ombudsman.
Nei giorni scorsi molti degli italiani residenti in Venezuela che avevano sottoscritto un appello contro le violenze e la destabilizzazione operata dagli ambienti dell’estrema destra e sostenuta da Ue e Usa hanno chiesto di rimuovere i loro nomi in calce al documento dopo aver ricevuto gravi minacce da parte dei golpisti e dei fascisti.
Nello stato di Lara, due giovani chavisti sono stati dati alle fiamme da appartenenti all’estrema destra dopo aver orgogliosamente rivendicato la propria appartenenza politica. Questo dopo che nei giorni scorsi un altro giovane chavista, Orlando Figueroa, era morto a causa delle ustioni riportate quando alcuni fascisti lo avevano bruciato vivo.
L’opposizione golpista di destra aumenta il tasso di violenza man mano che si avvicina la scadenza elettorale della fine di luglio, perché teme, insieme ai suoi sponsor internazionali, che l’Assemblea Costituente imponga al paese un nuovo salto in avanti della rivoluzione, con un aumento del controllo popolare sull’economia, con la costituzione di organismi di potere popolare simili ai CDR cubani.
Fonte
20/06/2017
Ichino, il dittatore che odia gli scioperi
Uno che distrugge le istituzioni o la Costituzione dall’interno, conoscendone i meccanismi e gli equilibri, si chiama tecnicamente eversore. Ossia il contrario del sovversivo, del rivoluzionario che rovescia – o prova a farlo – l’ordine esistente per instaurarne uno diverso e più giusto. Dunque gli eversori sono intimamente reazionari, qualsiasi frasario adottino per meglio mascherare le proprie intenzioni. Manifestano insomma una mentalità golpista, in senso tecnico, perché vivono le istituzioni (di cui fanno parte integrante) come un impaccio per il dispiegamento della volontà propria. O, più di frequente, dei propri committenti. L’esempio classico è quello del golpe militare, con i generali e i colonnelli (parte integrante delle istituzioni, in funzione della loro difesa) che sostituiscono violentemente l’ordine costituzionale – sempre – per liberare le imprese dagli impacci del conflitto politico e sindacale, decurtando il profitto. Può avvenire su input interno o esterno (gli yankees sono storicamente maestri nell’ordinare golpe in casa d’altri), ma la radice classista è sempre la stessa: viva il libero mercato, abbasso la dittatura dei sindacati e della sinistra!
Con un linguaggio solo di pochissimo differente, Pietro Ichino si dedica da oltre 30 anni allo smantellamento sistematico delle tutele dei lavoratori, conquistate a prezzi durissimi in oltre venti anni di conflitto spesso anche sanguinoso (le varie polizie entrano in gioco, sparando, prima dei militari veri e propri). Lo fa con competenza tecnica notevole (è stato un giuslavorista della Cgil), accanimento eccezionale, falsificazionismo grossolano.
La sua ultima sortita, con un’intervista al Corriere della Sera, organo per eccellenza di quel che resta de “salotto buono” della grande imprenditoria nazionale, preannuncia un golpe contro il diritto di sciopero. A cominciare dai servizi pubblici. Sarebbe da stupidi credere all’argomentazione esibita (tutelare gli utenti dei servizi stessi), e quindi accettare una menomazione in un settore che salvaguardi tutti gli altri. Queste operazioni di revisione costituzionale – anche quando non presentate come tali – hanno effetto erga omnes, verso tutti i comparti del lavoro dipendente.
Chiaro anche l’obiettivo: impedire che gli scioperi siano addirittura proclamati, restringendo la titolarità ad indirlo alle sole organizzazioni “maggioritarie”. O, in seconda battuta, vincolandone la proclamazione ad un referendum preventivo tra tutti i lavoratori.
Questa seconda misura può sembrare tutto sommato “democratica”, ma solo se si accetta la finzione per cui siamo tutti formalmente uguali davanti a un voto. Nella realtà del lavoro quotidiano, anche e forse soprattutto nei servizi pubblici, le differenti mansioni e le corrispondenti differenze salariali creano livelli di conflittualità ovviamente disomogenee. Nella scuola, per esempio, può accadere che il personale tecnico-amministrativo abbia problemi differenti da quelli dei docenti e a maggior ragione dei presidi. Uno sciopero di questo personale può insomma avere motivazioni concretissime cui gli altri lavoratori della scuola sono tutto sommato estranei. Imporre che venga raggiunta una maggioranza tra tutti i lavoratori della scuola su uno sciopero riguardante soltanto gli Ata sarebbe di fatto un impedire la proclamazione dell’agitazione. Idem per il trasporto pubblico locale, dove autisti, operai della manutenzione e impiegati possono essere più o meno coinvolti a seconda del problema specifico.
Pericolosamente “di regime” la prima intenzione, quella di limitare il potere di indizioni ai soli sindacati “maggioritari” – in pratica a CgilCislUil – perché è evidente che una simile esclusiva tende a trasformare queste sigle in “sindacati di regime” riconosciuti come tali, proprio come il sindacato fascista dopo il “patto di Palazzo Vidoni” del 1925 («La Confederazione generale dell’industria riconosce nella Confederazione delle corporazioni fasciste e nelle Organizzazioni sue dipendenti la rappresentanza esclusiva delle maestranze lavoratrici”).
Una somiglianza che chiarisce di per sé il contenuto reazionario dell’operazione.
Tanto più che su tutto domina l’ostacolo posto dalla Costituzione repubblicana. La quale attribuisce al singolo lavoratore – e a nessuna organizzazione sindacale – l’esercizio del diritto di sciopero. La ragione di questa attribuzione è ovvia per chiunque abbia lavorato “sotto padrone”: ti devi poter difendere da pretese ingiuste dell’azienda anche se lì non è presente alcune sindacato (e ovviamente dovresti disporre, come prima che arrivasse Renzi, di una norma che impedisca al datore di lavoro di licenziarti perché scioperi; insomma, l’art. 18)...
Naturalmente, è sempre stato molto difficile per un singolo lavoratore decidere un’agitazione sindacale. Per questo sono nati i sindacati e, quando quelli storici si sono fatti “strumenti di concertazione”, ne sono nati altri, “di base”. Ma il diritto di sciopero resta in capo al singolo. Dunque, chi vuole “limitarlo” punta a una revisione costituzionale di fatto, magari senza toccare la Carta. Tanto, a impedire che sia un singolo a ribellarsi, bastano i banali rapporti di forza in azienda e la cancellazione dell’art. 18, no?
Tutto già noto e ampiamente scritto. Ma l’aspetto più infimo della retorica di Ichino sta nell’uso spudorato di parole ad effetto, tipo “contro la dittatura delle minoranze”. In effetti siamo tutti sottoposti da decenni a una dittatura delle minoranze. Alla dittatura di aziende guidate da pochissimi manager, di burocrazie europee e ministeriali politicamente non responsabili delle proprie azioni, di partiti politici che chiedono insistentemente di restringere l’area del consenso ai soli “pochi che sanno”. Li abbiamo sconfitti il 4 dicembre, ma stanno ancora lì. E ci proveranno finché campano...
SCIOPERO NEI TRASPORTI: UNA NORMA CONTRO LA DITTATURA DELLE MINORANZE
In un settore nel quale anche l’astensione di una piccola frazione dei lavoratori può bloccare un’intera azienda o categoria, ostacolando anche il lavoro di tutte le altre, ha senso introdurre una regola di democrazia sindacale che vincoli la proclamazione a un requisito maggioritario.
Intervista a cura di Andrea Ducci, pubblicata sul Corriere della Sera del 18 giugno 2017 – In argomento v. anche il disegno di legge 14 luglio 2017 n. 2006 mio e di altri 25 senatori Pd e del Gruppo delle Autonomie; inoltre Contro gli scioperi che mortificano la capitale agli occhi del mondo, proposta avanzata dai sostenitori di Giachetti nel corso della campagna elettorale per il Comune di Roma, 1° giugno 2016, e il mio editoriale telegrafico Per la difesa del diritto di sciopero, contro lo sciopero del 7,5 per cento, del 10 agosto 2015
Senatore da più parti viene evidenziata l’urgenza di regolamentare il diritto di sciopero. Serve davvero un giro di vite?
Non si tratta di un “giro di vite”, ma di introdurre un principio di democrazia sindacale, come proposto anche dalla Commissione di Garanzia.
Democrazia sindacale in che senso?
Il mio disegno di legge – n. 2006/2015 – limita l’intervento al settore dei trasporti, perché in questo settore, assai più che in altri, l’astensione dal lavoro di una frazione relativamente piccola di lavoratori può bloccare l’intera azienda o l’intera categoria, e ostacola anche il lavoro di tutti i terzi: logica vuole dunque che la decisione grave dello sciopero sia presa a maggioranza, o quanto meno con il consenso di una minoranza qualificata.
Il referendum preventivo tra i lavoratori non è una soluzione troppo macchinosa?
È previsto dalle leggi tedesca, britannica, spagnola, e persino da quella greca: non sarebbe dunque certo una anomalia nel panorama europeo. La mia proposta, però, è che il referendum debba essere attivato solo quando a proclamare lo sciopero sia una coalizione sindacale che non possa considerarsi maggioritaria nell’azienda, o nel settore, secondo i criteri fissati nell’accordo interconfederale del 2014.
Oltre a questa, quali altre misure prevedono il suo disegno di legge e gli altri in discussione in Senato?
Il mio propone anche una disciplina dell’assemblea sindacale per tutto il settore dei servizi pubblici: il principio deve essere lo stesso che si applica per le ferie, cioè quello del contemperamento dell’interesse dei lavoratori o del sindacato con quello alla regolarità del servizio, che di regola non deve essere interrotto dall’assemblea. Il disegno di legge Sacconi prevede anche che nei servizi pubblici il lavoratore sia tenuto a dichiarare la propria adesione o no allo sciopero con almeno cinque giorni di anticipo.
Questa proposta di Sacconi in concreto è praticabile?
Certo che sì. Anzi, in un libro del 2005 sostenni che questo obbligo potesse già dedursi dalla regola vigente dal 1990, che impone l’informazione preventiva degli utenti. Se a questo obbligo sono vincolati il sindacato e l’impresa, perché mai non dovrebbero esservi assoggettati anche i singoli lavoratori? D’altra parte non c’è alcuna questione di segreto o di privacy, perché comunque la loro adesione o no allo sciopero alla fine è conoscibile da chiunque.
La riforma avviata nel 2015 è poi finita su un binario morto per ragioni politiche. Chi ha maggiore responsabilità all’interno della maggioranza?
In realtà, in questa legislatura qualche cosa si è fatto: mi riferisco all’assoggettamento del settore dei beni culturali alla disciplina generale dello sciopero nei servizi pubblici, a seguito di un episodio di chiusura improvvisa e indebita del Colosseo. Però, è vero, si sarebbe dovuto e potuto provvedere a un intervento più organico di completamento della disciplina della materia, soprattutto nel settore dei trasporti; invece ci si è limitati a proclamare la necessità di farlo in occasione delle emergenze più gravi. Su questo piano, tutta la nostra politica è responsabile della tendenza a muoversi, o a dire di volerlo fare, solo sotto la pressione delle emergenze.
Realisticamente quanto tempo occorre per ottenere una nuova regolamentazione degli scioperi?
Se il Governo e la maggioranza fanno propria le dichiarazioni dei giorni scorsi del segretario del Pd e del ministro dei trasporti Del Rio, le Commissioni Affari Costituzionali e Lavoro del Senato possono sfornare il testo per l’Aula in quindici giorni. Un testo semplice, di quattro o cinque articoli in tutto, che potrebbe essere approvato in Aula anche prima della pausa estiva, poi dalla Camera prima della sessione di bilancio.
Fonte
Con un linguaggio solo di pochissimo differente, Pietro Ichino si dedica da oltre 30 anni allo smantellamento sistematico delle tutele dei lavoratori, conquistate a prezzi durissimi in oltre venti anni di conflitto spesso anche sanguinoso (le varie polizie entrano in gioco, sparando, prima dei militari veri e propri). Lo fa con competenza tecnica notevole (è stato un giuslavorista della Cgil), accanimento eccezionale, falsificazionismo grossolano.
La sua ultima sortita, con un’intervista al Corriere della Sera, organo per eccellenza di quel che resta de “salotto buono” della grande imprenditoria nazionale, preannuncia un golpe contro il diritto di sciopero. A cominciare dai servizi pubblici. Sarebbe da stupidi credere all’argomentazione esibita (tutelare gli utenti dei servizi stessi), e quindi accettare una menomazione in un settore che salvaguardi tutti gli altri. Queste operazioni di revisione costituzionale – anche quando non presentate come tali – hanno effetto erga omnes, verso tutti i comparti del lavoro dipendente.
Chiaro anche l’obiettivo: impedire che gli scioperi siano addirittura proclamati, restringendo la titolarità ad indirlo alle sole organizzazioni “maggioritarie”. O, in seconda battuta, vincolandone la proclamazione ad un referendum preventivo tra tutti i lavoratori.
Questa seconda misura può sembrare tutto sommato “democratica”, ma solo se si accetta la finzione per cui siamo tutti formalmente uguali davanti a un voto. Nella realtà del lavoro quotidiano, anche e forse soprattutto nei servizi pubblici, le differenti mansioni e le corrispondenti differenze salariali creano livelli di conflittualità ovviamente disomogenee. Nella scuola, per esempio, può accadere che il personale tecnico-amministrativo abbia problemi differenti da quelli dei docenti e a maggior ragione dei presidi. Uno sciopero di questo personale può insomma avere motivazioni concretissime cui gli altri lavoratori della scuola sono tutto sommato estranei. Imporre che venga raggiunta una maggioranza tra tutti i lavoratori della scuola su uno sciopero riguardante soltanto gli Ata sarebbe di fatto un impedire la proclamazione dell’agitazione. Idem per il trasporto pubblico locale, dove autisti, operai della manutenzione e impiegati possono essere più o meno coinvolti a seconda del problema specifico.
Pericolosamente “di regime” la prima intenzione, quella di limitare il potere di indizioni ai soli sindacati “maggioritari” – in pratica a CgilCislUil – perché è evidente che una simile esclusiva tende a trasformare queste sigle in “sindacati di regime” riconosciuti come tali, proprio come il sindacato fascista dopo il “patto di Palazzo Vidoni” del 1925 («La Confederazione generale dell’industria riconosce nella Confederazione delle corporazioni fasciste e nelle Organizzazioni sue dipendenti la rappresentanza esclusiva delle maestranze lavoratrici”).
Una somiglianza che chiarisce di per sé il contenuto reazionario dell’operazione.
Tanto più che su tutto domina l’ostacolo posto dalla Costituzione repubblicana. La quale attribuisce al singolo lavoratore – e a nessuna organizzazione sindacale – l’esercizio del diritto di sciopero. La ragione di questa attribuzione è ovvia per chiunque abbia lavorato “sotto padrone”: ti devi poter difendere da pretese ingiuste dell’azienda anche se lì non è presente alcune sindacato (e ovviamente dovresti disporre, come prima che arrivasse Renzi, di una norma che impedisca al datore di lavoro di licenziarti perché scioperi; insomma, l’art. 18)...
Naturalmente, è sempre stato molto difficile per un singolo lavoratore decidere un’agitazione sindacale. Per questo sono nati i sindacati e, quando quelli storici si sono fatti “strumenti di concertazione”, ne sono nati altri, “di base”. Ma il diritto di sciopero resta in capo al singolo. Dunque, chi vuole “limitarlo” punta a una revisione costituzionale di fatto, magari senza toccare la Carta. Tanto, a impedire che sia un singolo a ribellarsi, bastano i banali rapporti di forza in azienda e la cancellazione dell’art. 18, no?
Tutto già noto e ampiamente scritto. Ma l’aspetto più infimo della retorica di Ichino sta nell’uso spudorato di parole ad effetto, tipo “contro la dittatura delle minoranze”. In effetti siamo tutti sottoposti da decenni a una dittatura delle minoranze. Alla dittatura di aziende guidate da pochissimi manager, di burocrazie europee e ministeriali politicamente non responsabili delle proprie azioni, di partiti politici che chiedono insistentemente di restringere l’area del consenso ai soli “pochi che sanno”. Li abbiamo sconfitti il 4 dicembre, ma stanno ancora lì. E ci proveranno finché campano...
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SCIOPERO NEI TRASPORTI: UNA NORMA CONTRO LA DITTATURA DELLE MINORANZE
In un settore nel quale anche l’astensione di una piccola frazione dei lavoratori può bloccare un’intera azienda o categoria, ostacolando anche il lavoro di tutte le altre, ha senso introdurre una regola di democrazia sindacale che vincoli la proclamazione a un requisito maggioritario.
Intervista a cura di Andrea Ducci, pubblicata sul Corriere della Sera del 18 giugno 2017 – In argomento v. anche il disegno di legge 14 luglio 2017 n. 2006 mio e di altri 25 senatori Pd e del Gruppo delle Autonomie; inoltre Contro gli scioperi che mortificano la capitale agli occhi del mondo, proposta avanzata dai sostenitori di Giachetti nel corso della campagna elettorale per il Comune di Roma, 1° giugno 2016, e il mio editoriale telegrafico Per la difesa del diritto di sciopero, contro lo sciopero del 7,5 per cento, del 10 agosto 2015
Senatore da più parti viene evidenziata l’urgenza di regolamentare il diritto di sciopero. Serve davvero un giro di vite?
Non si tratta di un “giro di vite”, ma di introdurre un principio di democrazia sindacale, come proposto anche dalla Commissione di Garanzia.
Democrazia sindacale in che senso?
Il mio disegno di legge – n. 2006/2015 – limita l’intervento al settore dei trasporti, perché in questo settore, assai più che in altri, l’astensione dal lavoro di una frazione relativamente piccola di lavoratori può bloccare l’intera azienda o l’intera categoria, e ostacola anche il lavoro di tutti i terzi: logica vuole dunque che la decisione grave dello sciopero sia presa a maggioranza, o quanto meno con il consenso di una minoranza qualificata.
Il referendum preventivo tra i lavoratori non è una soluzione troppo macchinosa?
È previsto dalle leggi tedesca, britannica, spagnola, e persino da quella greca: non sarebbe dunque certo una anomalia nel panorama europeo. La mia proposta, però, è che il referendum debba essere attivato solo quando a proclamare lo sciopero sia una coalizione sindacale che non possa considerarsi maggioritaria nell’azienda, o nel settore, secondo i criteri fissati nell’accordo interconfederale del 2014.
Oltre a questa, quali altre misure prevedono il suo disegno di legge e gli altri in discussione in Senato?
Il mio propone anche una disciplina dell’assemblea sindacale per tutto il settore dei servizi pubblici: il principio deve essere lo stesso che si applica per le ferie, cioè quello del contemperamento dell’interesse dei lavoratori o del sindacato con quello alla regolarità del servizio, che di regola non deve essere interrotto dall’assemblea. Il disegno di legge Sacconi prevede anche che nei servizi pubblici il lavoratore sia tenuto a dichiarare la propria adesione o no allo sciopero con almeno cinque giorni di anticipo.
Questa proposta di Sacconi in concreto è praticabile?
Certo che sì. Anzi, in un libro del 2005 sostenni che questo obbligo potesse già dedursi dalla regola vigente dal 1990, che impone l’informazione preventiva degli utenti. Se a questo obbligo sono vincolati il sindacato e l’impresa, perché mai non dovrebbero esservi assoggettati anche i singoli lavoratori? D’altra parte non c’è alcuna questione di segreto o di privacy, perché comunque la loro adesione o no allo sciopero alla fine è conoscibile da chiunque.
La riforma avviata nel 2015 è poi finita su un binario morto per ragioni politiche. Chi ha maggiore responsabilità all’interno della maggioranza?
In realtà, in questa legislatura qualche cosa si è fatto: mi riferisco all’assoggettamento del settore dei beni culturali alla disciplina generale dello sciopero nei servizi pubblici, a seguito di un episodio di chiusura improvvisa e indebita del Colosseo. Però, è vero, si sarebbe dovuto e potuto provvedere a un intervento più organico di completamento della disciplina della materia, soprattutto nel settore dei trasporti; invece ci si è limitati a proclamare la necessità di farlo in occasione delle emergenze più gravi. Su questo piano, tutta la nostra politica è responsabile della tendenza a muoversi, o a dire di volerlo fare, solo sotto la pressione delle emergenze.
Realisticamente quanto tempo occorre per ottenere una nuova regolamentazione degli scioperi?
Se il Governo e la maggioranza fanno propria le dichiarazioni dei giorni scorsi del segretario del Pd e del ministro dei trasporti Del Rio, le Commissioni Affari Costituzionali e Lavoro del Senato possono sfornare il testo per l’Aula in quindici giorni. Un testo semplice, di quattro o cinque articoli in tutto, che potrebbe essere approvato in Aula anche prima della pausa estiva, poi dalla Camera prima della sessione di bilancio.
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