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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/01/2026

Strategia delle calunnie per mostrare un Venezuela debole e arrendevole

di Geraldina Colotti

Non è stata una “passeggiata”, come dichiarato da Trump, l’attacco al Venezuela che, il 3 gennaio, ha ucciso, con armi ultrasofisticate, militari e civili durante un bombardamento notturno che ha colpito la capitale e alcuni porti del paese. Non si è trattato di una “operazione chirurgica e indolore” a cui non è stata opposta alcuna resistenza. Il Segretario di Guerra USA, Pete Hegseth, ha ammesso che 200 membri delle forze speciali Delta, scesi dagli elicotteri in una pioggia di proiettili, hanno affrontato una resistenza feroce.

Trentadue combattenti cubani, presenti legalmente nel paese, sono caduti difendendo la casa del Presidente Maduro e di Cilia Flores, battendosi “come leoni” in un combattimento aperto contro mercenari e reparti scelti. Le perdite tra gli assalitori, sebbene la Casa Bianca non le confermerà, sono una realtà che trapela dalle ammissioni del capo di gabinetto Stephen Miller e dai rapporti dei sanitari: non è stata una “passeggiata”, ma una battaglia furiosa che ha provocato danni ai velivoli americani, feriti gravi e morti tra gli assalitori.

Un’aggressione che, come le piattaforme dell’opposizione estremista avevano annunciato da mesi, è stata pianificata meticolosamente con l’impiego di tecnologie di spionaggio all’avanguardia. La Cia ha monitorato ogni movimento del presidente Maduro attraverso una flotta di droni furtivi RQ-170 Sentinel, progettati dalla divisione Skunk Works della Lockheed Martin per la “sorveglianza persistente in ambienti ostili”. Partiti presumibilmente dalla base riattivata di Roosevelt Roads a Porto Rico, appoggiati dal governo di Trinidad Tobago e supportati da quello di Guyana (e da quello dell’Ecuador e del Salvador), questi droni hanno fornito i dati necessari per un attacco che ha visto l’impiego di 152 velivoli, una tempesta magnetica e il sabotaggio del sistema elettrico nazionale per paralizzare il Paese. È il “modello” applicato all’Iran, ma con un di più di sequestro presidenziale.

Vale, qui, ricordare, un episodio che risale ai primi di settembre del 2025, e poi rinfocolato nei mesi successivi. Poche settimane dopo la vittoria elettorale di Nicolás Maduro alle presidenziali del 28 luglio e dopo le violenze scatenate dall’opposizione estremista che ha rifiutato i risultati, sei collaboratori stretti di Maria Corina Machado (tra cui Magalli Meda e Pedro Urruchurtu) si erano rifugiati nell’ambasciata d’Argentina a Caracas, allora sotto la protezione diplomatica del Brasile, poiché il Venezuela aveva espulso i diplomatici argentini dopo le dichiarazioni offensive di Milei.

Machado ha cavalcato mediaticamente la situazione dei sei, e ha invocato la “Responsabilità di Proteggere” (R2P), cercando di spingere la comunità internazionale a intervenire militarmente per “salvare” i suoi collaboratori assediati. Il 6 settembre 2025, lo Stato venezuelano ha revocato ufficialmente al Brasile il diritto di gestire la sede. Il motivo? Le prove raccolte dal servizio di sicurezza (il Sebin) dimostravano che dall’interno dell’ambasciata si coordinavano tentativi di assassinio e atti di sabotaggio alla rete elettrica. Per ore, le forze di sicurezza bolivariane hanno circondato l’edificio. Machado ha costruito intorno a questo evento una narrazione di “esodo e fuga”, sostenuta da una formidabile operazione di propaganda internazionale.

Ha urlato al mondo che i suoi collaboratori erano “prigionieri in un bunker sotto assedio medievale”. Ha cercato di far passare l’uscita dei diplomatici argentini (che erano già stati espulsi ufficialmente tempo prima) come una rotta disperata sotto la protezione segreta della Cia. Ha presentato il trasferimento dei diplomatici e la tensione intorno all’ambasciata non come una legittima azione di protezione della sovranità venezuelana contro chi ospitava ricercati dalla giustizia, ma come una “fuga di notizie” e di personale, che dimostrava come il governo Maduro non avesse più il controllo del territorio.

Era un modo per dire: Washington entra ed esce da Caracas come vuole, il governo Maduro non conta nulla. In realtà, i diplomatici argentini se n’erano andati per via dei canali regolari dopo l’espulsione, mentre i sei ricercati erano rimasti dentro l’edificio, protetti dal muro diplomatico che il Venezuela, pur revocando la custodia al Brasile, aveva continuato a rispettare formalmente per non cadere nella provocazione di un assalto violento, che Trump stava aspettando per invadere.

Perché ricordare l’episodio? Intanto, occorre premettere che la Cia non ha bisogno di “permessi” per mantenere le sue postazioni ombra in Venezuela, in America latina, e non solo: a partire dal “lavoro” di certi “operatori umanitari” (regolarmente santificati in patria), e passando per gli edifici faraonici che profumatamente paga, anche se ufficialmente chiusi a livello diplomatico. A Valle Arriba, nel comune di Baruta, a sud-est di Caracas, una delle roccaforti dell’opposizione venezuelana, c’è l’ambasciata nordamericana.

Un imponente complesso situato su una collina che domina strategicamente gran parte della città, e che offre notevoli vantaggi in termini di sorveglianza e monitoraggio delle comunicazioni. Sebbene le operazioni diplomatiche siano state formalmente sospese nel 2019 e tutto il personale evacuato, il complesso rimane di proprietà del Dipartimento di Stato USA. L’edificio è noto per essere stato uno dei più costosi e sicuri costruiti dagli Stati Uniti nella regione. Completata nel 2002 (anno del golpe contro Hugo Chávez), l’ambasciata è costata circa 120 milioni di dollari (dell’epoca).

È stata progettata come una vera e propria fortezza, con vetri antiproiettile, pareti rinforzate e sistemi di difesa avanzati. Rapporti recenti (settembre 2025) indicano che gli Stati Uniti spendono ancora milioni di dollari all’anno solo per la manutenzione e la sicurezza del complesso vuoto e di altre proprietà connesse a Caracas, una spesa che è stata oggetto di critiche persino all’interno del Congresso statunitense.

Dopo l’aggressione del 3 gennaio 2026 e il sequestro del Presidente Maduro e della deputata Cilia Flores, sua moglie, l’area è presidiata e monitorata con estrema attenzione. Ufficialmente, l’edificio ospitava diverse agenzie federali, ma per il governo venezuelano e per molti analisti, la sede di Valle Arriba è sempre stata la principale “stazione” della Cia in Venezuela. Il governo bolivariano ha denunciato ripetutamente che il complesso ospitava sofisticate apparecchiature elettroniche per l’intercettazione delle comunicazioni governative e militari.

Nell’ottobre del 2025, il presidente Maduro aveva affermato di aver sventato un piano di “false flag”, un falso positivo che prevedeva un finto attacco all’ambasciata, orchestrato dal fascismo locale e appoggiato dalla Cia, per giustificare l’intervento militare diretto di Trump. Si ritiene che i dati raccolti dai droni RQ-170 Sentinel siano stati processati in coordinamento con le informazioni d’intelligence gestite storicamente da questa sede, anche se ora le operazioni sono dirette principalmente dalla base di Porto Rico o da basi mobili nel Mar dei Caraibi. L’ambasciata a Valle Arriba, insomma, rimane un monumento all’ingerenza e una potenziale base operativa che Washington ha mantenuto “calda” in attesa di poterla rioccupare pienamente sotto un regime fantoccio.

Machado ha usato allora la parola “fuga” per far credere ai suoi seguaci che il governo bolivariano fosse terrorizzato e che gli Stati Uniti fossero già padroni di casa. È lo stesso meccanismo che usa oggi, nel 2026: prende una situazione di tensione diplomatica, la trasforma in una “vittoria” della Cia o in una “resa” di Delcy o di Diosdado, per coprire il fatto che lei, politicamente, non ha più alcuna forza reale nel paese. Ma la sua versione viene ripresa dai media egemonici a livello internazionale per creare anche ora una realtà parallela, per seminare dubbi e confondere le acque, con il gran supporto offerto dall’intelligenza artificiale.

Proprio come oggi cerca di dipingere la gestione di Delcy Rodríguez come una “svendita”, allora dipingeva la fermezza contro l’ambasciata argentina come un atto di “disperazione” del governo. Trasformare una difesa della sovranità in una narrazione di caos è servito a giustificare l’intervento di Washington.

In questo scenario di guerra ibrida e cibernetica, si inseriscono le calunnie, smentite puntualmente dal governo bolivariano: Delcy sarebbe stata da anni sul libro paga della Cia, Padrino Lopez avrebbe tradito, oppure lo avrebbe fatto il comandante della scorta presidenziale... E poi, la calunnia più velenosa: quella che mira a colpire Diosdado Cabello, Ministro dell’Interno Giustizia e pace e pilastro della rivoluzione amatissimo dal popolo, accusandolo di una presunta trattativa segreta o di una “svendita” del processo bolivariano agli Stati Uniti. Si dimentica che, prima ancora che Nicolas Maduro fosse accusato di essere a capo del fantomatico Cartello dei Soli, a essere colpito da questa calunnia fu proprio il capitano, compagno di Chávez nella ribellione civico-militare del 4 febbraio 1992.

Una vicenda che abbiamo raccontato più volte nei nostri articoli e che potete trovare in due libri: Comunicación liberadora, pubblicato in Venezuela, e Case morte, il romanzo di Miguel Otero Silva appena tradotto da Argo libri, in cui l’episodio viene ricostruito nell’introduzione al volume. Non va dimenticato che, per questo, anche sulla testa di Diosdado pesa la “taglia” imposta da Trump, autodenominatosi sceriffo globale.

Come ha lucidamente analizzato la giornalista argentina Stella Calloni (analista delle ingerenze nordamericane), ora ci troviamo di fronte a una classica operazione di guerra psicologica della Cia, volta a seminare dubbi e dividere il fronte interno proprio nel momento del massimo assedio. La “diplomazia delle cannoniere” di Trump non cerca accordi, ma impone ricatti e si basa su una propaganda gonfiata contraddetta dai fatti. L’accettazione di un dialogo tecnico o la gestione della crisi da parte del governo bolivariano non sono segni di resa, ma strumenti di una difesa strategica necessaria per aprire brecce, evitare un massacro totale e preservare l’integrità della nazione.

Quando un impero tiene sequestrati i leader di un paese (Maduro e Flores) e mantiene una flotta da guerra nei Caraibi, qualsiasi canale di comunicazione che venga aperto non è una “resa”, bensì uno scenario di confronto diplomatico e tecnico sotto assedio. L’inviato della Cia, vicinissimo a Trump, che lo ha imposto nonostante non fosse una spia di carriera, non è stato acclamato dal governo della presidenta incaricata, ma è arrivato nel paese come emissario del sequestratore di Stato globale, suo padrone.

Come avverte Calloni, Trump ha ripreso la forma più brutale della politica estera: quella del “fai quello che voglio o sarà peggio per te”. In questo contesto, qualsiasi approccio della Cia non cerca un accordo equo, ma è una manovra per esibire una presunta vulnerabilità della presidente incaricata Delcy Rodríguez e del suo gabinetto. L’obiettivo è proiettare nel mondo l’idea che “il chavismo stia negoziando la propria resa”, quando in realtà ciò che esiste è una resistenza ferma che utilizza tutti i meccanismi possibili – incluso l’ascolto delle richieste dell’aggressore – per evitare un massacro maggiore e garantire la sopravvivenza dello Stato.

In questo contesto si inserisce la calunnia che tenta di presentare Diosdado Cabello come un “agente del cambiamento” per gli interessi di Washington, anche se si scontra con la realtà storica: Cabello è il dirigente che l’imperialismo ha più demonizzato e perseguitato. La sua permanenza al Ministero dell’Interno, coordinata con la presidente incaricata Delcy Rodríguez e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López, è invece la garanzia della tenuta del “nucleo di ferro” bolivariano, capace di convincere ma limitando al minimo la coercizione.

Pretendere che colui che è stato l’obiettivo principale dei loro attacchi sia ora il loro alleato è un assurdo logico che cerca solo di seminare sfiducia nelle basi chaviste e di mitigare l’ondata di allarme e di indignazione internazionale. In un contesto di scontro globale in cui la prospettiva di un terzo conflitto mondiale non è uno spettro lontano, gli alleati strategici del Venezuela sembrano, infatti, andare oltre i pronunciamenti diplomatici. Come analizza il sinologo tedesco Kurt Grotsch, la Cina ha risposto all’aggressione contro il Venezuela – considerata una dichiarazione di guerra al progetto multipolare e ai BRICS+ – non con vuota retorica, ma con misure pratiche che colpiscono le linee vitali dell’impero.

Dopo una riunione d’emergenza del Partito comunista cinese, durata 120 minuti, Pechino ha attivato una “risposta asimmetrica integrale”: il congelamento degli affari con i giganti della difesa USA come Lockheed Martin e Boeing, la sospensione delle forniture di petrolio alle raffinerie statunitensi (causando un impennata dei prezzi del 23%) e il boicottaggio dei porti americani da parte della flotta COSCO, mettendo in crisi colossi come Amazon e Walmart.

Secondo Grotsch, Pechino ha inoltre mobilitato il Sud globale offrendo condizioni commerciali preferenziali ai paesi che si impegnano a non riconoscere alcun governo imposto dagli USA, consolidando una coalizione che include Brasile, India e Russia. L’attivazione del sistema finanziario cinese alternativo allo SWIFT e il blocco dell’esportazione di terre rare verso i sostenitori del golpe completano un quadro in cui la Cina dimostra di poter asfissiare economicamente gli Stati Uniti senza sparare un colpo. Ogni azione cinese è un colpo diretto al cuore dell’imperialismo per difendere il ponte strategico verso l’America Latina rappresentato dal Venezuela.

Ciò che i “chavisti da salotto” in Europa non comprendono è che governare con i droni Sentinel che sorvolano Miraflores e con la Cia sotto il letto richiede un’intelligenza strategica che non è “svendita”, ma difesa tattica del territorio. La tenuta del Venezuela poggia sulla solidità di un nucleo di potere dove Diosdado Cabello e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino López agiscono in totale coordinamento con Jorge Rodríguez alla guida del Potere Legislativo e Delcy Rodríguez all’Esecutivo. Delcy e Jorge sono figli di un oppositore che ha combattuto con le armi le democrazie camuffate della IV Repubblica, morto sotto tortura, a cui è stato reso onore anche durante la recente assunzione della presidenta incaricata.

Questa articolazione civico-militare è la vera ragione per cui Trump ha dovuto scartare un “cambio di regime” immediato basato sulla figura di María Corina Machado, e riconoscere che, nonostante gli abbia regalato il Nobel per la pace, la golpista non ha i numeri per governare. La persistente capacità di mobilitazione popolare delle basi chaviste ha dimostrato che il sostegno interno resta solido. Sebbene Trump insista nell’affermare di possedere la “chiave” delle decisioni, le sue aspirazioni sono mediate dalla negoziazione – o dall’estorsione – con un governo venezuelano che non ha ceduto il controllo delle risorse.

La calma apparente non è “normalità” o apatia, ma una risposta difensiva in una guerra multidimensionale che dura dal 1998. Dal giorno dell’attacco, tutti i settori sociali marciano in difesa del governo al grido di “Dubitare è tradimento”. In ogni piazza, si svolgono incontri culturali che servono a esorcizzare il trauma, e le paure dei bambini, che vengono invitati a metterle in versi, o in disegni esposti nelle piazze e nelle scuole, che hanno riaperto. Intanto, Washington tenta di imporre una “transizione ordinata” come nuovo meccanismo di estorsione, ma questo margine temporale sta permettendo al processo bolivariano di rafforzare un consenso sociale che continua a relegare ai margini un’opposizione priva di rispetto popolare.

Nelle piazze venezuelane e del mondo, intanto, si raccolgono migliaia di lettere da inviare ai due ostaggi nelle carceri nordamericane in base alla campagna “Bring them back (¡Tráiganlos de vuelta!). Free Nicolás and Cilia”. L’obiettivo è quello di “intasare” la posta del Pentagono, come nel caso dei “Cinque eroi cubani”, per arrivare alla loro liberazione. Intanto, grazie alla solidità della difesa di Maduro e Flores – quella che ha fatto scarcerare il fondatore di Wikileaks, Julian Assange –, i tribunali Usa hanno dovuto eliminare l’accusa di “narcotraffico”, riconoscendo l’inesistenza del Cartello dei Soli.

“Sono un prigioniero di guerra, una persona onesta, sono il presidente del Venezuela”, ha dichiarato Maduro rifiutando di patteggiare col tribunale. Poi, con i polsi in catene, ha disegnato il simbolo della firma di Chávez, dicendo a suo modo al mondo: “Por ahora”.

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08/01/2026

Il tacito patto tra progressisti e imperialisti sul Venezuela: non parlare del processo bolivariano

Vorrei condividere un paio di osservazioni che ritengo importanti in relazione alle notizie che stanno circolando sul recente attacco militare da parte dell’imperialismo statunitense contro il territorio venezuelano e la Rivoluzione Bolivariana con il sequestro del presidente Nicolás Maduro.

Innanzitutto, credo che ci sia già la consapevolezza che uno dei motivi principali per i quali l’imperialismo sceglie di attaccare non solo militarmente il Venezuela, ma anche attraverso sanzioni, attraverso una guerra economica e mediatica, ha a che fare con l’interesse degli Stati Uniti ad accedere direttamente e poter continuare il saccheggio coloniale e imperialista delle risorse naturali del Venezuela, in particolare del petrolio.

Tuttavia, credo sia molto importante tenere presente che questa consapevolezza, ad esempio in certi contesti progressisti, decoloniali, che si definiscono di “sinistra” – sia in America Latina che in Spagna o in diversi contesti europei – non ha nulla a che vedere con il sostegno, che infatti è stato sempre negato, alla Rivoluzione Bolivariana. Sono state spesso proprio le persone che animano questi contesti, che si definiscono anticolonialiste e progressiste, ad essere attive nel tagliare i legami di solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana, nell’impedire che ci fosse un lavoro politico attivo in sua difesa. (...)

L’interesse degli Stati Uniti in questo territorio ha a che fare con la possibilità di continuare a depredare le nostre risorse naturali e per questo hanno bisogno di controllare i media, di controllare il governo, di avere un’élite che sia a loro servizio, hanno bisogno di avere un intero apparato statale che sia funzionale all’imperialismo per continuare il saccheggio coloniale. Se siamo tutti consapevoli di questo però non è perché è stata ascoltata la Rivoluzione Bolivariana, le persone organizzate nelle comunità o le autorità del governo chavista del Venezuela, ma perché Donald Trump ha avuto la sfacciataggine di ripeterlo più volte nelle sue conferenze stampa, così come i vari funzionari del suo governo e persino i funzionari militari. Sia Trump che molti altri hanno detto chiaramente che l’interesse principale nel territorio venezuelano è quello di poter accedere alle sue risorse naturali, in particolare al petrolio.

Ecco quindi il primo punto che mi sembra importante tenere presente: in quale collasso ideologico di visione e impostazione politica si trovano i progressisti, gli anticolonialisti, le femministe che si dicono di sinistra – tanto in Sudamerica che in Europa – che non hanno mostrato solidarietà con la rivoluzione bolivariana, se hanno dovuto aspettare che Donald Trump e lo stesso governo statunitense e le sue autorità confermassero esplicitamente che il loro interesse è quello di accedere alle risorse naturali del Venezuela?

A che livello di razzismo e di arroganza ci troviamo? Credo che sia molto importante tenere presente che la rivoluzione bolivariana è fatta dal popolo venezuelano, dalla classe proletaria, dai contadini venezuelani, dalle persone razializzate, dalle persone che hanno vissuto per 500 anni la sottomissione coloniale. Anche i suoi rappresentanti eletti fanno parte di questa classe, lo stesso presidente Nicolás Maduro è un autista che non appartiene alle élite né alla classe politica creola bianca, lo stesso Hugo Chávez non proviene da un contesto privilegiato ed era un uomo razzializzato.

Credo che ci sia stata una logica profondamente razzista nel non ascoltare questo popolo razzializzato, proletario, contadino che da 20 anni denuncia che l’imperialismo contro il Venezuela ha a che fare principalmente con l’accesso e il saccheggio coloniale delle sue risorse. Invece molti hanno dovuto aspettare che fossero lo stesso Donald Trump, l’imperialismo e le sue autorità, a confermare con assoluta disinvoltura che il proprio interesse principale è l’accesso e il saccheggio delle riserve di petrolio. Quando finalmente i progressisti occidentali riescono a riconoscere che c’è un intervento imperialista e che l’interesse è il petrolio, sostengono però contemporaneamente che questo intervento non abbia nulla a che fare con Maduro, né con la rivoluzione, né con il tipo di governo che c’è in Venezuela.

Gli Stati Uniti vogliono solo il petrolio, certamente, ma c’è qualcosa che impedisce loro di accedere al petrolio, ed è proprio il governo guidato da Nicolás Maduro e la Rivoluzione Bolivariana, che ha avuto come una delle sue priorità, ed è per questo che c’è questo livello di attacco e pressione, difendere la sovranità del territorio venezuelano.

E cosa significa “sovranità” in una visione socialista? Il popolo venezuelano, a partire da una prospettiva non capitalista, non coloniale, da una prospettiva che non avvantaggia le élite, ha deciso autonomamente come gestire lo sfruttamento delle proprie risorse naturali, la loro vendita e i profitti ottenuti da questa. Questo è quello che ha fatto il chavismo nei primi anni della rivoluzione, quando c’erano ottime condizioni materiali per promuovere quel processo rivoluzionario, perché sono riusciti a ridistribuire le ricchezze che venivano dal proprio territorio e dalle proprie risorse naturali, risorse a cui gli Stati Uniti e l’imperialismo non avevano più accesso. (...)

La figura di Maduro, come è stato fatto a suo tempo con Chávez, è stata “mostrificata” perché sia Chávez che Maduro, come il governo del Venezuela e la Rivoluzione Bolivariana, hanno impedito agli Stati Uniti di portare avanti il saccheggio coloniale.

Non si possono capire le ragioni del bombardamento contro il Venezuela senza tener conto dell’interesse degli Stati Uniti di eliminare quel governo, quelle autorità, quel presidente Nicolás Maduro, che garantivano che i paesi imperialisti potessero continuare a saccheggiare le risorse naturali del Venezuela e che garantivano che fosse il popolo venezuelano a decidere, nel bene o nel male, con errori e fallimenti, cosa fare delle proprie risorse in maniera sovrana. A decidere come reinvestire i profitti, come è stato fatto nei primi anni della rivoluzione.

Certo, bisogna riconoscere, che negli anni successivi tutto è stato molto più complesso in virtù delle sanzioni e dei blocchi imposti dai paesi imperialisti che sono stati pensati e applicati per far crollare sistematicamente l’economia e generare, ad esempio, un processo di migrazione forzata di massa, come quello a cui abbiamo assistito, della popolazione venezuelana.

Abbiamo visto anche come nelle ultime settimane gli Stati Uniti abbiano sequestrato e si siano impossessati di due navi che trasportavano petrolio. Quel sequestro ha a che fare con il saccheggio delle risorse, ma anche con la possibilità che il processo rivoluzionario manchi delle condizioni materiali, politiche e sociali per poter essere realizzato, per poter costruire quella sovranità e per poter difendere il diritto del popolo venezuelano di decidere cosa fare con quelle risorse.

C’è qualcosa di molto importante che vorrei sottolineare: ci sono persone, tra quelle che ho definito “progressiste” che, dopo aver letteralmente accusato di dittatura il governo del Venezuela e definito Maduro un dittatore, hanno sistematicamente messo al servizio dell’imperialismo gli strumenti interpretativi e le argomentazioni della sinistra, del discorso decoloniale, femminista, per rompere i legami di solidarietà, e ancora più grave, per impedire la possibilità di fare un lavoro di pedagogia politica che consentisse di comprendere cosa succede nel contesto venezuelano, limitandosi così solo a ripetere la narrazione imperialista che, evidentemente, è stata da loro molto ben assorbita.

Credo sinceramente, e in questo momento non ho più alcuna ritrosia a dirlo, che molte di queste persone hanno tanta visibilità e popolarità nella loro presunta radicalità femminista, nella loro radicalità “antirazzista”, proprio perché l’egemonia imperialista permette loro di accedere a spazi istituzionali. (...)

Molte figure pubbliche considerate decoloniali, antirazziste, radicali hanno potuto ampliare i loro spazi di visibilità utilizzando questo armamentario retorico apparentemente progressista perché hanno mantenuto il patto imperialista di tacere di fronte alle sanzioni e al blocco, che sono metodologie e punizioni collettive razziste che hanno imposto la fame principalmente ai contadini, alle classi proletarie venezuelane, mentre le élite creole se la spassavano a Madrid e a Miami.

Finora hanno taciuto. E adesso che hanno deciso di dire qualcosa, molte di queste persone, per esempio riguardo al bombardamento del Venezuela (a quanto pare dovevano vedere le bombe per capire come funziona l’imperialismo!), hanno utilizzato, per esempio chiamando Maduro dittatore, la stessa retorica dell’imperialismo, ammantandola di parole femministe, anticoloniali, antirazziste e così via.

Così facendo, e questo è l’ultimo punto che volevo condividere, queste persone hanno ostacolato la possibilità di comprendere la profondità e la ricchezza della coscienza antimperialista che questo governo e le autorità – pur tenendo conto degli errori, dei fallimenti o delle contraddizioni del presidente Hugo Chávez e del presidente Nicolás Maduro – sono riuscite a costruire nel contesto venezuelano.

Questo credo davvero che sia qualcosa contro cui l’imperialismo non potrà lottare, non stiamo parlando, ad esempio, di una situazione come quella che si è presentata in Afghanistan, ma di un contesto in cui c’è una coscienza politica molto forte, che forse è più simile al contesto del Vietnam al tempo della sua guerra. Il chavismo ha fatto un vero e proprio lavoro di pedagogia politica antimperialista, ha spiegato come leggere l’imperialismo, quali sono le sue finalità, i suoi interessi, e il popolo venezuelano è assolutamente consapevole che la serie di eventi che sta vivendo da decenni ha principalmente a che fare con il saccheggio delle sue risorse.

Io dico che quel popolo deve essere ascoltato, deve essere visto, deve essere compreso e deve essere rispettato, soprattutto in questi momenti in cui è indispensabile continuare ad articolare e rafforzare la solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana affinché la sovranità e le risorse venezuelane possano essere protette dall’assedio imperialista che questa volta si è manifestato attraverso la sua forma più diretta e visibile: i bombardamenti.

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12/01/2025

Venezuela - Un diá historico: l’insediamento del presidente Maduro

Il fascismo perde, il popolo e la rivoluzione vincono!

È stato un onore per la Rete dei Comunisti, Cambiare Rotta e Osa partecipare oggi alla grande manifestazione popolare “Giuro con Maduro”, svoltasi davanti a Palazzo Miraflores e seguita in tutto il Paese da milioni di venezuelani, tra cui le delegazioni internazionali al completo.

Una forte dimostrazione di sostegno al percorso rivoluzionario bolivariano, che oggi più che mai vince, convince e si consolida, dentro alle trasformazioni storiche che stanno portando dall’unipolarismo al multipolarismo.

Il popolo venezuelano in un momento solenne ha giurato assieme al Presidente per le strade di Caracas, festeggiando la sconfitta del fascismo e i tentativi di destabilizzazione imperialiste e la vittoria rivoluzionaria con canti e balli.

L’orgoglio, la forza, l’allegria che esprime il popolo venezuelano e bolivariano è incredibile. Come ci insegnano i compagni latinoamericani, l’imperialismo occidentale oltre a promuovere il golpismo manu militari, porta avanti scientificamente una guerra mediatica, cognitiva e psicologica, per infondere sconforto, divisione e paura nei popoli che alzano la testa.

L’allegria bolivariana e rivoluzionaria di questo popolo è la risposta migliore ai piani dell’imperialismo e all’odio del fascismo.

Il progetto storico di Bolivar e Chavez continua su solide gambe, noi siamo qui, a sostenerlo e difenderlo come sempre nella nostra storia della nostra organizzazione, come dimostrato dell’attenzione ricevuta da parte delle più alte cariche, incluso lo stesso presidente Maduro dal palco di Miraflores, per la nostra presenza.

L’orgoglio popolare, l’organizzazione, la coscienza, l’internazionalismo… sono tante le lezioni che impariamo da questa esperienza e che porteremo con noi, ci sarà tempo per approfondire il senso di una giornata storica come quella di oggi, ma intanto, ciò che conta è che il Venezuela e tutti i popoli liberi del mondo sono in festa riaffermando la scelta del socialismo del XXI secolo.

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10/09/2024

Edmundo González: dal Venezuela alla “Piccola Caracas” di Madrid

Edmundo González, sconfitto alle elezioni in Venezuela, sbarca in Spagna in un’operazione congiunta tra il governo di Pedro Sánchez (dubito che abbia informato i suoi partner), le autorità venezuelane e, naturalmente, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, che è quello responsabile dell’opposizione venezuelana. La Repubblica Dominicana, come accade in tanti luoghi a due passi dagli Stati Uniti, è stata semplicemente un padrone di casa che pone le domande giuste e consegna un aereo se gli viene chiesto o ne consente l’atterraggio se necessario.

La soluzione è buona per coloro che sono stati coinvolti nella questione. Il Venezuela evita le pressioni internazionali che gli vengono applicate per il terribile crimine di far rispettare la legge (è uno dei pochi paesi al mondo in cui è messo in discussione l’applicazione delle leggi).

Gli Stati Uniti si tolgono un ostacolo dalle spalle per non ripetere la farsa dei tempi di Guaidó, arrabbiati perché Maria Corina Machado e Edmundo González non sono riusciti a vincere le elezioni nonostante tutto l’aiuto ricevuto.

Lo stesso González starà meglio a Madrid che in una cella trasformato in un martire della democrazia venezuelana (sono sicuro che lo sta valutando).

Il governo Sánchez dà una mano per poter continuare a compensare gli errori del passato (e continuare ad aiutare le aziende che vogliono fare affari con il Venezuela) e la destra spagnola rimane, come sempre, a calciare a terra perché non buca né taglia nulla in questa storia.

Edmundo González si unisce così a quella pletora di leader di destra e di estrema destra che trovano una sistemazione accogliente nella Madrid di Isabel Díaz Ayuso e nella Spagna di Mariano Rajoy o Pedro Sánchez. Persone che nei loro paesi sarebbero probabilmente in prigione come ladri o, almeno, perseguite per aver abusato della loro posizione e imbrogliato, vivono una bella vita nella Piccola Caracas di Madrid o nelle vicinanze delle cattedrali messicane del tempo libero.

Leopoldo López, Antonio Ledezma, Peña Nieto, Felipe Calderón, Salinas de Gortari... Ieri anche Pinochet, Videla, Stroessner sono stati ben accolti… La Spagna dovrebbe vendicarsi e mandare Miguel Bosé e Taburete in un tour permanente della regione.

Il Venezuela è un “cigno nero” dopo la “fine della storia” annunciata da Francis Fukuyama a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il paese caraibico è salito sulle prime pagine del mondo perché il suo nuovo presidente, Hugo Chávez, ha deciso di prendere le bandiere del socialismo, della sovranità nazionale, di un prezzo equo del petrolio e di una nuova geopolitica in cui la Cina e la Russia avevano un posto nel continente latinoamericano.

Tutti crimini per gli Stati Uniti.

Da quando Chávez ha vinto le elzioni nel 1998, non hanno smesso di cercare di rovesciare i governi venezuelani. Dopo la morte di Chávez, hanno raddoppiato i loro tentativi, incluse le sanzioni e blocchi. Non ci sono riusciti e Nicolás Maduro ha vinto le elezioni che non avrebbe potuto assolutamente indire a causa del blocco economico. Ma proprio come gli Stati Uniti hanno perso tutte le guerre in cui sono stati coinvolti ultimamente – Afghanistan, Libia, Siria, Yemen – hanno anche perso la battaglia venezuelana.

Il problema è che la politica venezuelana non è la politica estera di Spagna, Brasile, Colombia o Cile. È politica interna e la destra usa il Venezuela come ariete per mettere in discussione qualsiasi politica di sinistra. Dalla Spagna crediamo che il paese stia bruciando, ma la normalità è la linea guida. C’erano più persone in Plaza de Colón per insultare il governo Sánchez usando il Venezuela che nelle chiamate di María Corina Machado a Caracas. Lì è il brodo ricotto.

Poiché l’apparato mediatico globale che ha costruito il “manufatto demonizzato del Venezuela” è brutale, cercare di argomentare che è una battaglia persa. È come voler spiegare qualsiasi cosa all’elettore fedele di Milei che mette in discussione la dittatura brasiliana ma va a comprare cibo lì perché in Argentina non ne ha abbastanza.

Quando la destra discute con il Venezuela, deve essere mandata direttamente dove l’ha mandata Labordeta. Questi esponenti della destra sono difensori delle dittature (anche Felipe González, così attento agli interessi economici dei suoi amici nella regione, diceva che la dittatura venezuelana era peggiore di quella di Pinochet).

A loro non frega un cazzo di quello che succede in qualsiasi altro posto del mondo, come Gaza, perché tutto quello che cercano è di confondere il dibattito, non di trovare soluzioni alle sfide che il mondo deve affrontare. Bakunin disse nel diciannovesimo secolo che se discutevano con Dio, volevano ingannarti. Se oggi discutono con te del Venezuela, è perché vogliono ingannarti.

Ecco perché il comportamento del Regno di Spagna nei confronti dei movimenti indipendentisti catalano e basco, e le sue posizioni nei confronti del Venezuela di Nicolás Maduro, non regge al minimo confronto giuridico.

In Spagna, Aznar criminalizzava il kale borroka (1), che non è mai costato la morte di nessuno – a differenza delle guarimbas organizzate dall’opposizione in Venezuela – punibile come reato di terrorismo. D’altra parte, il sistema giudiziario venezuelano non può perseguire quei criminali che sono, come i mujaheddin prima dell’11 settembre, “guerrieri della libertà”.

In Spagna, i separatisti catalani che hanno organizzato il referendum e hanno dichiarato la “disconnessione” sono stati perseguitati, processati e imprigionati, mentre i politici venezuelani che non riconoscono il risultato elettorale e incitano alla violenza, devono essere lasciati in pace nonostante le loro distruzioni e persino i loro omicidi. (Ricordo ancora Cayetana Álvarez de Toledo che celebrava le bombe incendiarie a Caracas che hanno arso vive delle persone).

In Spagna, Russia Today, Sputnik e qualsiasi organizzazione che voglia interferire nelle nostre elezioni possono essere banditi, e in Venezuela devono tollerare qualsiasi organizzazione o media pagato dagli Stati Uniti che voglia influenzare le elezioni.

In Venezuela stanno crescendo del 10% e hanno appena firmato l’ingresso nei BRICS+. Hanno le più grandi riserve petrolifere registrate al mondo – che è il problema principale del Venezuela – e decine di miliardi dei milioni di persone che hanno dovuto lasciare il paese a causa delle sanzioni e del blocco hanno iniziato a tornare. Il Venezuela non è certo la Svizzera, ma nemmeno la Spagna. Abbiamo avuto il Consiglio Generale della Magistratura al di fuori della Costituzione per cinque anni. Chi siamo noi per dare lezioni? Sono gli Stati Uniti che impediscono l’approvazione del genocidio in Palestina? È la destra spagnola che copre le spalle ai dittatori di tutto il mondo?

Lasciamoli soli a ritrovare la loro normalità. Smettetela di fomentare colpi di stato in Venezuela. Rispettate le vostre istituzioni, con le loro debolezze, così come noi tolleriamo quelle di altri luoghi e lottiamo per quelle migliori in tutto il mondo (o abbiamo dimenticato la Corte Suprema degli Stati Uniti o il García-Castellón di Spagna?).

Edmundo González a Madrid elimina il pericolo di una guerra civile che María Corina Machado cercava come possibilità di assumere la guida dell’opposizione. E questo è il principale risultato delle ultime elezioni in Venezuela: scongiurare il pericolo di una guerra civile. Anche se Cayetana Álvarez de Toledo, José María Aznar, Isabel Díaz Ayuso, Santiago Abascal e Núñez Feijóo hanno perso, ancora una volta, una delle loro principali risorse elettorali.

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30/07/2024

Venezuela - La destra vuole rovesciare il risultato elettorale. Voci su un tentato golpe

Questa mattina il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) ha proclamato lunedì Nicolás Maduro presidente del Venezuela per il periodo 2025-2031 ma l’opposizione di destra ha rifiutato l’esito delle elezioni e ha dato vita a violente proteste con l’obiettivo di rovesciare il risultato delle urne.

Al momento almeno tre persone sono morte e 44 sono risultate ferite nel corso degli scontri verificati nella notte in diversi punti del Venezuela.

Il ministro del Potere Popolare dei Trasporti, Ramón Celestino Velásquez Araguayán, ha respinto gli atti di vandalismo da parte dei fascisti incaricati di María Corina Machado che hanno bruciato un treno nella città di Guacara, nello stato di Carabobo.

Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, ha denunciato oggi gli atti di violenza nell’ambito del tentato colpo di Stato nel paese, da parte dell’estrema destra venezuelana di fronte al mancato riconoscimento dei risultati elettorali.

“Abbiamo assistito a una serie di eventi, più di 100 attacchi terroristici violenti”, ha sottolineato, incolpando l’estrema destra per questi attacchi.

“Questo è il risultato di un piano che avevo denunciato”, ha detto Maduro denunciando anche che il governo degli Stati Uniti è dietro questo piano.

“Dietro questo piano ci sono i gringos. Lo sono sempre stati. Prima, durante e dopo Guaidó.

“Il piano era noto prima, durante e dopo il 28 luglio, perché l’estrema destra ha fatto tutto il possibile per uno scenario violento di sabotaggio avanzato dei servizi pubblici come l’elettricità e per provocare la sospensione delle elezioni”, ha affermato il presidente venezuelano.

Ad una domanda su cosa sarebbero in grado di fare se vincessero le elezioni, Maduro ha detto che l’ultradestra globale ha organizzato un colpo di Stato contro il Venezuela.

Il presidente ha affermato che quasi il 90% delle persone catturate in queste ore sono in un alto stato di tossicodipendenza e hanno armi, mentre ha detto che sono state date istruzioni per andare a cercare e catturare i gruppi armati.

“In larga misura si tratta di gruppi criminali, con ordini precisi su dove attaccare. Stanno cercando di prendere questo punto per iniziare un’escalation di guarimba e noi non lo permetteremo”, ha sottolineato Maduro.

Il leader venezuelano ha avvertito come alcune persone non siano consapevoli di questo e cioè “che queste persone hanno un piano violento, una cosiddetta nuova rivoluzione colorata, una cospirazione e un’escalation di violenza per andare a uccidere le persone: per perseguitare, bruciare vive le persone, picchiare”.

Ha anche detto che conoscono il “modo operativo” con cui agisce la destra, ricordando che è quello che “è stato usato per il colpo di Stato dell’aprile 2002, per la prima guarimba del 2004, per le azioni di Capriles dopo le elezioni e per le guarimbas del 2014”.

Nicolás Maduro ha detto che “è obbligato come capo di Stato e come leader a dire la verità al popolo”.

D’altra parte, ha detto che la destra ha fatto tutto “il possibile per sospendere le elezioni”. Per raggiungere questo obiettivo, ieri “hanno attaccato ferocemente in due punti strategici del sistema elettrico per un blackout alle 12 e alle 8 di notte. Hanno bruciato il materiale elettorale, hanno bruciato i veicoli, hanno bruciato i trasporti pubblici di Transcaracas. Sono venuti con tutto il loro odio”. I nazisti perseguitano i socialisti, ha sottolineato.

A livello internazionale, Maduro ha sottolineato che coloro che ora stanno mettendo in discussione il risultato elettorale sono gli stessi che hanno sostenuto i precedenti tentativi di forzare il cambiamento politico.

“È la stessa estrema destra fascista che è stata cartellizzata oggi, l’intera estrema destra fascista, il gruppo Vox in Spagna; Álvaro Uribe Vélez, Iván Duque della Colombia, il nazista fascista sociopatico di (Javier) Milei; (ex presidente brasiliano Jair) Bolsonaro, la stessa estrema destra e gli stessi gruppi guidati dall’impero nordamericano che stanno provando la stessa operazione”.

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23/07/2024

Venezuela - Elezioni: la speranza è nelle piazze

Le elezioni? La signora elegante con il capello mesciato e il colorito pallido si stringe nelle spalle “Farà giorno, e vedremo”, “Amanecerá y veremos”. Un detto popolare che, in Venezuela, si usa per riferirsi a situazioni in cui esiste un alto grado di incertezza. La donna che l’accompagna (è di carnagione scura, indossa un paio di fuseaux lisi e una t-shirt con su scritto “il Signore è il mio pastore”), abbassa la testa e continua a spingere un carrello stracolmo di prodotti d’importazione. Siamo nell’est di Caracas, in un quartiere di classe medio-alta, tradizionalmente di destra e anche di estrema destra.

Qui, in ripetute occasioni, i gruppi ultraradicali hanno animato le cosiddette “guarimbas”, violenze di strada che hanno provocato vari morti, fra cui alcuni lavoratori ingannati dal buio, sgozzati dai fili di ferro stesi da un lato all’altro della strada, e altri bruciati vivi perché indossavano una maglietta rossa, come il giovane Orlando Figuera nel 2017. Il Venezuela ha ripetutamente chiesto alla Spagna di estradare un cittadino italiano, Enzo Franchini, fotografato sul luogo, accusato dalle autorità di aver guidato il linciaggio e riparato a Madrid.

Nella capitale spagnola, nei quartieri di lusso che assomigliano a quelli di Miami, hanno trovato rifugio molti ricercati dalla giustizia venezuelana, sia per frode economica, sia per attentati alla costituzione. Un gruppo potente e ben inserito che, dagli scranni del Parlamento europeo dove è stato eletto nelle fila del Partito popolare il primo deputato italo-venezuelano, Leopoldo Lopez Gil – influenza le scelte politiche, fornisce le proprie statistiche, e chiede nuove “sanzioni” contro il paese bolivariano. Anche il candidato della Piattaforma Unitaria Democratica (Pud), l’ex diplomatico Edmundo González ha parenti stretti in quel gruppo di ricercati.

Altri, come l’ex presidente di Pdvsa (l’impresa petrolifera venezuelana ri-nazionalizzata da Chávez), Rafael Ramírez, tuonano dall’Italia contro “il madurismo”, e diffondono documenti chilometrici in cui rivolgono ogni genere di epiteti e di accuse contro l’attuale presidente, Nicolas Maduro, eletto dopo la morte del “comandante” nel 2013.  In questi giorni che precedono le presidenziali del 28 di luglio, un gruppo di venezuelani “in esilio” si è incontrato con i media a Madrid per annunciare che, “se vince Edmundo” (González, il candidato-facciata di Machado, che guida l’opposizione radicale a Maduro), torneranno in Venezuela. E sono pronti a scommettere su “una vittoria storica, per la prima volta possibile mediante mezzi democratici”.

Dalla loro, hanno un profluvio di statistiche, commissionate a poderosi think tank, lautamente finanziati da Washington e dai suoi alleati, che hanno forti articolazioni in Venezuela: come, per esempio, Cedice Libertad, un centro studio che diffonde l’economia ultra-liberista, ma in modo accattivante per i giovani, che coinvolge in inchieste e sondaggi (pagati), e che poi fornisce ai grandi media internazionali. E così, ecco un’altalena di pronostici che accompagnano le mobilitazioni di opposizione e che, anche quando non si ottiene l’inquadratura giusta e non è possibile documentare “le moltitudini” in attesa che arrivi il verbo “trumpista” in Venezuela, annunciano che Maduro perderà 80 a 20.

Qualche analista internazionale fa notare che avvenne così anche in Messico quando, a dispetto della realtà evidenziata nelle piazze, che hanno dato la vittoria piena alla candidata progressista, Claudia Sheinbaum, i media di opposizione pronosticavano un risultato capovolto, in termini percentuali, che dava vincente l’opposizione. A sostegno di questa tesi, compare, come nuovo verbo indiscutibile, l’intelligenza artificiale.

Così, tanto per dirne una, mentre i giornali titolano sul baratro di violenza che è diventata Quito, la capitale dell’Ecuador, risulta che, “secondo l’intelligenza artificiale”, la città più pericolosa del mondo, sarebbe Caracas. Dati virtuali, frutto di scambi fra bot e troll, e non espressione di opinioni reali, come avranno modo di constatare anche gli “accompagnatori” internazionali, già arrivati numerosi nel paese: oltre 635, fra il Centro Carter, il Consiglio di Esperti elettorali del latinoamerica (Ceela), l’Unione africana, funzionari di organismi elettorali e vari esperti dell’Onu. Da parte dell’opposizione, arriveranno anche i soliti ex presidenti (di destra) latinoamericani, che stanno sostenendo le posizioni di quanti considerano Milei e consimili “una speranza storica” anche per il Venezuela.

Ma se il protagonismo dell’estrema destra continua a produrre risultati e schieramenti sul piano internazionale – la candidatura della filo-atlantica Maria Corina Machado, inabilitata per attentati alla costituzione, è stata apertamente sostenuta dall’Unione europea – non sembra però essere più altrettanto efficace fra i settori che pretende rappresentare in Venezuela. Non sono pochi, infatti, gli imprenditori desiderosi di riprendere il lucroso commercio petrolifero i cui fili si mantengono grazie alla “flessibilizzazione” degli Stati Uniti in merito ad alcune “sanzioni”, concessa previa domanda.

E crescono anche i mugugni di quanti, nei bastioni della destra, non hanno il portafoglio sufficientemente rigonfio per tirare le fila, e si sono stancati di fornire la manovalanza senza veder concretizzata l’agognata “salida”, l’espulsione di Maduro dal potere. “Noi ci abbiamo rimesso i nostri figli, mentre i loro li mandano a studiare all’estero”, si lascia sfuggire un’anziana che si appresta a recitare il rosario di gruppo.

Sono commenti che si ascoltano o che si leggono sulle reti sociali, sia in questi quartieri-bene di Caracas, come negli altri stati del Venezuela, dove ha vinto l’opposizione – Cojedes, Zulia e Nueva Esparta – e dove il chavismo sta organizzando grandi mobilitazioni, concentrandosi particolarmente nello Stato di Barinas, ex bastione rosso che ha dato i natali a Chávez, poi vinto di misura dalla destra.

A destra, le faccine che spuntano dai fac-simili di scheda elettorale che indicano come si vota con il sistema ultra-automatizzato e a prova di frodi che guida anche questa nuova tornata presidenziale, organizzata in una giornata-simbolo com’è la nascita di Hugo Chávez, mostrano un quadro alquanto frastagliato.

Sui dieci candidati di opposizione, uno dei quali – Luis Martinez, che rappresenta il Copei, Acción democrática e Une – ha deciso di appoggiare Maduro, solo tre formazioni si identificano con la Pud. Gli altri corrono in ordine sparso. C’è anche Enrique Marquez, che, nonostante il suo passato di estrema destra, raccoglie le indicazioni di voto di alcuni militanti che appartenevano al Partito comunista venezuelano.

 Il chavismo, invece, si presenta compatto, unendo intorno a un unico candidato e al Psuv, sia i partiti del Gran Polo Patriottico che varie formazioni di recente creazione, come il Movimento Futuro o il Partito Verde, che raccolgono istanze alternative che non si ritrovano nella militanza del Psuv.

Anche le inchieste più favorevoli all’opposizione pronosticano un’alta partecipazione al voto, e attribuiscono poco peso agli indecisi o ai disillusi.

Dalla sua, Maduro ha gli indicatori economici, che pronosticano una crescita in aumento, una ripresa produttiva che ha ridimensionato la dipendenza dal petrolio in un paese che ne possiede le prime riserve al mondo, ma che, anche per via del bloqueo nordamericano, ha sviluppato contromisure per cui oggi il paese è in grado di produrre gli alimenti necessari al proprio fabbisogno.

Con l’aumento delle entrate (e di una tassazione agli straricchi), il governo ha ripreso a potenziare i piani sociali, a partire dalle Missioni e Grandi missioni, ideate da Chávez per smontare dall’interno la vecchia struttura dello Stato borghese. Le ultime, sono dedicate agli anziani e alle donne, che hanno accolto di recente il candidato femminista con una grande convencion pre-elettorale. Ce la farà anche questa volta il “laboratorio bolivariano”, nonostante stanchezze e limiti di un processo che dura da 25 anni?

“Amanecerá y veremos”, risponde l’oppositrice, mentre dall’altra parte della strada, dove iniziano i quartieri popolari, si sente gridare lo slogan chavista: “la speranza è nelle piazze”.

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11/03/2021

Geraldina Colotti: l’8 marzo del capitale contro le donne dei settori popolari

Quante donne delle classi popolari, che non abbiano tradito la propria classe, sono state elette al Parlamento Europeo? Al massimo si contano sulle dita di una mano. Nel nuovo parlamento venezuelano, che la UE ha sanzionato perché non corrisponde ai suoi criteri di “democrazia”, la metà delle deputate sono donne, il 40% giovani con meno di 30 anni. La più giovani sono donne, e hanno tra i 20 e i 21 anni. Nel gabinetto esecutivo, oltre il 33% degli incarichi è ricoperto da donne, che dirigono 11 ministeri. Le donne dirigono più dell’80% delle strutture del potere popolare, a partire dall’organizzazione territoriale.

Se si mettono a confronto i dati esposti dalla Ministra della Donna e per l’uguaglianza di genere, Carolys Pérez, all’ultima riunione del Tavolo direttivo della Conferenza regionale sulla donna in America Latina e nei Caraibi, organizzata dalla Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL), ci si può rendere conto degli straordinari progressi compiuti dalle donne in 22 anni di rivoluzione bolivariana.

Se a Cuba oggi le donne sono impiegate anche più degli uomini in campo scientifico, in Venezuela, negli ultimi 15 anni, la partecipazione delle donne nei campi della scienza, della tecnologia e dell’innovazione è pari a quella degli uomini. Il 7 marzo di due anni fa, durante il micidiale sabotaggio elettrico che avrebbe dovuto mettere in ginocchio il paese, l’apporto delle scienziate è stato fondamentale. E le donne sono comunque scese in piazza numerose per festeggiare il loro 8 marzo qualche giorno dopo: combattive, antimperialiste e solidali, nonostante le “sanzioni” di chi vorrebbe imporre la “democrazia” tombale per i settori popolari.

Per quanto riguarda l’accesso al lavoro e le garanzie, mentre i dati dei paesi europei fotografano l’aumento della femminilizzazione della precarietà in tempi di pandemia e l’acuirsi delle differenze salariali, in Venezuela, durante il 2020 si sono rafforzate le garanzie e i sussidi e la tutela della salute delle lavoratrici, regolata da una pianificazione in sicurezza delle attività essenziali. Il 57% dei procedimenti di avviamento al lavoro dei giovani, all’interno della Misión Chamba Juvenil, riguarda le ragazze. La costituzione bolivariana riconosce inoltre il lavoro domestico come creatore di valore aggiunto e le casalinghe dei settori popolari già ora ricevono, attraverso la Misión Madres del Barrio tra il 60 e l’80% del salario minimo. Ed è in discussione la legge per calcolare l’apporto del lavoro domestico rispetto al Pil.

Una delle 34 leggi approvate di recente dal Parlamento venezuelano, riguarda un ampliamento della già avanzatissima legge per il Diritto della donna a una vita libera dalla violenza. Un lavoro prodotto anche nell’ambito dell’Organo Superiore Popolare di Giustizia di Genere, integrato dalle istituzioni nazionali, statali, municipali e locali e dalla società civile, soprattutto dalle difensore comunali. La ministra Pérez ha invitato tutti i paesi dell’area latinoamericana e caraibica a potenziare le politiche pubbliche in prospettiva di genere.

Qualche giorno fa, Carolys Pérez ha illustrato le nuove proposte di legge presentate in parlamento al Consiglio dei ministri e delle ministre al quale ha partecipato il presidente Maduro, specificando il lavoro compiuto sulla violenza di genere in questi anni. “Vogliamo – ha detto – precisare ancora una volta, la differenza tra femicidio e femminicidio. La prima definisce gli omicidi delle donne in quanto donne, la seconda, definisce questi omicidi come una politica di Stato”. La rivoluzione bolivariana, che si definisce socialista e femminista, assume invece le politiche di genere come parte intrinseca del cammino di emancipazione dell’intera società. Anche per questo, per gli Stati Uniti e per l’Unione Europea, il Venezuela costituisce “una minaccia inusuale e straordinaria” per la sicurezza. La minaccia dell’esempio, che va nel senso opposto alla “democrazia” delle banchiere, all’8 marzo del capitale.

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01/01/2021

Venezuela - Intervista a Jorge Arreaza: “Resistere alle ingerenze”

Jorge Arreaza è il ministro degli Esteri della Repubblica Bolivariana del Venezuela. In precedenza ha ricoperto diversi incarichi di responsabilità fondamentale nel suo Paese, tra cui quello di vicepresidente esecutivo. È un esperto di relazioni internazionali, un fronte caldo per il governo bolivariano nel bel mezzo del blocco economico perpetrato dagli Stati Uniti insieme ad altri Paesi dell’Europa e dell’America Latina.

Gli piace definirsi semplicemente “chavista e patriota” e con questo marchio ha guidato la strategia diplomatica venezuelana in anni complessi che segneranno senza dubbio il futuro della rivoluzione bolivariana.

In questo dialogo passa in rassegna i risultati elettorali delle elezioni legislative del 6 dicembre, in cui il governo ha riconquistato la maggioranza nell’Assemblea nazionale dopo cinque anni di egemonia dell’opposizione. Analizza anche la situazione economica, ma non ignora i problemi e le tensioni interne.

Infine, fornisce la sua prospettiva sull’unità latinoamericana, il legame con l’Argentina di Alberto Fernández e il ricordo di un convinto amico del Venezuela, Diego Armando Maradona.

*****

Il Gran Polo Patriótico ha ottenuto una larga vittoria. Tuttavia, si è trattato di un’elezione in cui c’è stato un boicottaggio da parte dell’opposizione di destra e una partecipazione elettorale del 31%, inferiore a quella delle ultime elezioni presidenziali di Maduro. Come valuta questa vittoria in questo particolare contesto?

Per noi è davvero una vittoria eroica, perché il nostro è un Paese sotto assedio permanente, sia esterno che interno. In realtà, è una forza unica che ha espressioni fuori e dentro il Venezuela con un coordinamento incredibile. Ma, nonostante le loro straordinarie capacità, non sono riusciti a sconfiggere un popolo ancora più straordinario.

Immaginate che ottenere più del 67% dei seggi nell’Assemblea Nazionale sia un sollievo per i venezuelani. Perché quel potere, anche se il nostro, come quello argentino, è un sistema presidenzialista, ha un importante ruolo di equilibrio, di controllo politico e il più importante è quello di fare le leggi.

Nel caso di questa Assemblea nazionale emersa con la Costituzione del 2000, è sempre stato il turno dei rivoluzionari a legiferare con e per il popolo.

Ma abbiamo avuto cinque anni con un potere legislativo rapito dalla borghesia che ha cercato di diventare la piattaforma interna del colpo di Stato contro il Venezuela e contro il Presidente Maduro. Hanno esaurito tutti i canali legali e illegali, e non solo, ma hanno anche assunto mercenari per destabilizzare il Paese, per assassinare le sue autorità politiche. Hanno rubato beni, hanno rubato milioni e milioni di dollari.

Il tema della partecipazione alle elezioni è molto diverso. Prima dell’arrivo della Rivoluzione Bolivariana, negli anni '90, ci sono state elezioni regionali in cui la partecipazione non ha superato il 20%. Poi, con la dinamica della rivoluzione, la partecipazione si è rafforzata e abbiamo avuto elezioni presidenziali con più del 70%.

Le elezioni comunali e regionali hanno sempre avuto meno partecipazione, soprattutto quelle parlamentari. Ma a questo aggiungiamo che siamo un Paese sotto attacco; che il carburante in questo momento è di difficile accesso (lo risolveremo nei prossimi mesi); che le elezioni sono state boicottate; e anche che l’avversario non è stato il più forte: si è registrata una nuova opposizione, che sta cercando di emergere, ma non una che suscita passioni e polarizzazioni tali da stimolare un elettore pro-Chávez a prendere il carburante e a muoversi per votare.

Nel 2005, senza l’attacco, senza le sanzioni, senza il blocco, con il carburante, l’opposizione si ritirò e ci fu un’affluenza del 25%. Ma nel 2006 Chávez ha vinto con il 63% in un’elezione con più dell’80% di partecipazione.

Quindi confrontare la partecipazione ad un’elezione in Venezuela è complesso, perché ci sono molti fattori che sono presenti nello stesso momento. Quello che i venezuelani sanno è che il nostro sistema vede il voto come un diritto. È un diritto e lo si esercita volontariamente. Non è un obbligo come in altri paesi.

C’è un’Assemblea Nazionale eletta da coloro che la volevano eleggere. Chi non ha voluto partecipare, chi non ha voluto votare, ha il diritto di farlo. È assolutamente legittimo, legale e un sollievo per il popolo venezuelano.

Come lei ha detto, che c’è un’opposizione che sta emergendo, c’è un’altra opposizione forse più conosciuta al di fuori del Venezuela che ha boicottato le elezioni e mantiene una politica, una decisione di non risolvere le divergenze attraverso le elezioni. Come valuta il governo il legame con questi settori e cosa può accadere da qui a gennaio quando i nuovi parlamentari dovranno entrare in carica?

Siamo in dialogo permanente con tutti i settori, compresi loro. Quest’anno lo stesso Presidente Maduro ha incontrato due volte tutti i portavoce dell’opposizione in tutta la sua gamma: dal più estremo, un rappresentante di Juan Guaidó, a quello che ha partecipato alle elezioni.

C’era l’impegno di partecipare, poi Jorge Rodriguez, che è stato il nostro ministro della comunicazione e capo della delegazione, si è incontrato – non mento – più di 40 volte con diversi gruppi di opposizione e quell’opposizione estremista dove ci sono Voluntad Popular, Acción Democrática, Primero Justicia, Un Nuevo Tiempo.

Una serie di accordi sono stati raggiunti, ma poi la situazione ha cominciato a cambiare perché questa opposizione estremista è molto “interferita”, per così dire, controllata da Washington. Così, con quelli con cui si è potuto, è stato addirittura raggiunto un accordo per la partecipazione in cui l’Alto commissario dell’UE, Josep Borrel, ha in parte facilitato il lavoro e abbiamo concordato una serie di amnistie.

Queste hanno avuto un costo politico significativo nelle nostre basi sociali. Chi ha tentato di uccidere il Presidente, chi ha guidato un colpo di Stato il 30 aprile 2019, chi ha tentato di dare fuoco al Paese con la violenza, non è stato felice di ricevere la grazia assoluta.

Tuttavia, quel compromesso è stato raggiunto, il Presidente Maduro si è conformato e quella parte dell’opposizione tradizionale che stava ancora negoziando, come il partito Primero Justicia di Henrique Capriles e altri, alla fine non ha partecipato a causa delle pressioni.

Dal canto nostro, noi continueremo su questa strada, stiamo già dialogando e continueremo a farlo prima e dopo il 5 gennaio. Cosa può succedere fino ad allora? Qui c’è un piatto natalizio molto popolare chiamato hallaca. Lo abbiamo mangiato, ci siamo riuniti in famiglia nonostante la pandemia, ci siamo divertiti e il 5 gennaio si insedierà la nuova Assemblea Nazionale.

Cosa può fare il settore più estremista? Non lo sappiamo, ma al popolo venezuelano non interessa. Quel settore si è semplicemente cancellato, si è squalificato e non abbiamo nulla da aspettarci da loro.

Lei parla di un’opposizione che ha subito ingerenze e in effetti uno dei fattori dell’astensionismo è stata la minaccia o l’attuazione di sanzioni da parte degli Stati Uniti. Di fronte a questo scenario di un’opposizione che ha il sostegno regionale con l’appoggio della Colombia e del Brasile ma che è fondamentalmente guidata da Washington, quest’ultima si trova in una transizione presidenziale tra Donald Trump e Joe Biden. Questo cambio di governo potrebbe implicare un’alterazione, un miglioramento o meno, delle relazioni tra il Venezuela e gli Stati Uniti?

Siamo al governo da 21 anni ormai e fin dal primo giorno abbiamo subito ingerenze e interventi da Washington e della sua politica estera, la sua Dottrina Monroe. E abbiamo imparato in questi anni che l’Impero è un tutt’uno.

L’imperialismo non è solo la Casa Bianca, il Pentagono e il Dipartimento di Stato o del Tesoro. Questa istituzionalità degli Stati Uniti è l’espressione politica più rilevante dell’imperialismo, ma si esprime anche in altri governi europei, nei governi asiatici e anche nelle élite che dominano diversi Paesi dell’America Latina.

Considerando questo, abbiamo avuto rapporti con Bill Clinton, George Bush, Barack Obama e ora con questo signor Trump. E la verità è che con alcune persone puoi avere un dialogo, prendere un caffè e poi ti attaccano. Con gli altri non puoi dialogare e poi ti attaccano.

Tuttavia, nonostante l’esperienza passata, come figli di Bolivar crediamo di poter migliorare il rapporto con chiunque in questo mondo. Siamo ottimisti e se il governo Biden vuole migliorare il rapporto, rettificarlo, rispettare il diritto internazionale, la Costituzione venezuelana, evitare la sofferenza del popolo con le sanzioni, allora lo accogliamo con favore.

Se lo vogliono loro, lo vogliamo anche noi. Se non vogliono, vinceremo comunque.

A livello interno, lei ha ricordato che ci sono state alcune politiche come il rilascio dei cosiddetti “prigionieri politici” che hanno generato tensioni alla base del Chavismo. Ci sono stati anche dibattiti sulla cosiddetta Ley Antibloqueo; discussioni sui funzionari del PDVSA detenuti con l’accusa di corruzione. Come vede oggi il movimento bolivariano in relazione a questi dibattiti e a queste tensioni?

La nostra rivoluzione si è sempre basata sul dibattito. Per noi le differenze sono benvenute, sono benedette. Ecco come si costruisce: la tesi, l’antitesi e la sintesi dei processi.

A volte siamo nel dibattito, nella discussione, irriverenti. Ma poi, una volta prese le decisioni, siamo coerenti e leali nell’azione. Questa è stata una caratteristica dinamica della Rivoluzione Bolivariana. La critica e l’autocritica sono sempre necessarie.

Il comandante Chávez ha parlato delle “tre R” permanenti: revisione, rettifica e re-impulso. Siamo sempre in questa dinamica.

Il Chavismo è molto consapevole del fatto che ci troviamo in una transizione già molto complicata tra il sistema capitalista da rendita petrolifera (che non è un sistema capitalista qualsiasi) e un sistema socialista.

Questo è già complesso, ma è anche stato oggetto di interventi esterni, attacchi, assedi, dove siamo stati addirittura condotti al libero utilizzo del dollaro nella nostra economia, che non è conforme ai principi ma è una necessità e una valvola di sfogo in questo frangente.

Ma il Chavismo non è confuso. Una cosa è chiara: il rispetto per la leadership del comandante Chávez e per il suo storico progetto, per il presidente Maduro e la sua capacità di resistenza e di progresso permanente.

Qual è stata la politica in termini di diplomazia che è stata attuata nel tentativo di superare il blocco?

Il blocco si sta intensificando. Sono stato Vice Presidente Esecutivo nel 2014 e cominciamo a vedere chiari segnali. Le banche statunitensi che hanno smesso di lavorare come corrispondenti per il Venezuela, hanno chiuso le loro filiali nel paese, le agenzie di finanziamento che hanno interrotto il dialogo, un’immensa difficoltà per le agenzie di finanziamento multilaterali a discutere i progetti di infrastrutture per il paese.

E poi nel 2017 sono stati formalizzati una serie di processi di isolamento e di aggressione senza una base legale. Ma quell’anno con l’ordine esecutivo di Donald Trump, proveniente dalla finestra legale del decreto di Barack Obama del marzo 2015, è iniziata un’aggressione formale. Anche con la minaccia di un’operazione militare.

In ogni fase abbiamo avuto una strategia che si adatta e può mutare alla successiva. Lì i nostri alleati sono stati fondamentali. Cina, Russia, Cuba nostro alleato fondamentale, Paesi caraibici, Africa, Turchia, India. Abbiamo una buona capacità di manovra nel mondo, ma questi Paesi sono anche sottoposti a pressioni e attaccati dal 2019, dopo il tentativo di imporre un governo fantoccio in Venezuela.

Ora danno la caccia alle aziende che osano lavorare con il Paese. Non sanzionano più solo lo Stato venezuelano, ma anche le compagnie petrolifere, di navigazione, alimentari e mediche, ecc. Non è solo un blocco, è una persecuzione implacabile e ci siamo adattati con buoni risultati o meno, perché stiamo imparando.

L’ultima fase comprende questa Ley Antibloqueo, che fornisce strumenti per proteggere gli investimenti, l’identità degli investitori nel processo di negoziazione, i sistemi di pagamento e che rende più flessibili le condizioni in base alle quali gli investimenti internazionali, nazionali o anche comunitari possono interagire con lo Stato. È uno strumento molto prezioso.

È complesso, ci sono cose che non posso dirvi. Ci sono cose che nemmeno io so e non dovrei sapere. Perché, come ha detto José Martí, alle volte bisogna stare in silenzio. Se alcune cose non le facciamo in silenzio non si realizzano, perché ci perseguitano, ci bloccano e ci sanzionano.

Nel quadro dell’intensificarsi del blocco e di una situazione geopolitica ostile, ci sono state di recente vittorie progressive in Messico, in Argentina, la democrazia è stata recuperata in Bolivia. Questi eventi sembrano cambiare lo scenario latinoamericano: come possono questi processi contribuire a ricostruire gli organismi regionali di cui il Venezuela è stato protagonista?

Con molta umiltà ritengo che la resistenza del popolo venezuelano abbia molto a che fare con le vittorie in Bolivia, in Messico, in Argentina. E altre vittorie che devono ancora arrivare.

Per il Nicaragua o il Venezuela è stata la Rivoluzione cubana e la sua resistenza a dimostrare che un’altra via era possibile, nonostante gli attacchi. Credo che in questo stesso senso i popoli di Nuestra América siano stati molto attenti al Venezuela e possano osare di fare passi che forse in altre circostanze non sarebbero possibili.

D’altra parte, credo che i popoli, all’inizio di questo secolo, abbiano trovato la loro strada e il loro punto di equilibrio di partecipazione al processo decisionale, alle politiche pubbliche. È stato con quei governi popolari, con le loro sfumature, le loro intensità, le loro velocità, ma che erano molto chiari sul fatto che si governa con il popolo e per il popolo. Non per le oligarchie e le borghesie.

Quando gli Stati Uniti nel 2008 si stancarono di intervenire in Medio Oriente, non vollero più continuare a contare i morti in quelle guerre, guardarono all’America Latina e ai Caraibi e si resero conto che c’era una chiara leadership dei governi popolari. C’era Hugo Chavez, era nata UNASUR, la Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América (ALBA), c’era anche la CELAC in costruzione.

Così Washington ha deciso di investire tempo, risorse e strategie per invertire questo scenario. Ci sono stati i colpi di Stato contro Mel Zelaya in Honduras, Fernando Lugo in Paraguay, Dilma Rousseff in Brasile.

Allo stesso tempo, sono stati finanziati progetti e candidati di destra pro-imperialisti in Argentina, Messico e in tutti i nostri Paesi. Tutte le campagne elettorali hanno cominciato ad avere questa espressione. Così come i media.

Stavano avanzando e recuperando alcuni spazi. Quel pendolo che andava a destra ora ritorna al suo orientamento naturale, che è quello dei popoli e non quello dei pochi che diventano più ricchi e la maggioranza che diventa più povera.

Si ritorna così a un momento in cui si danno le condizioni, se c’è unità nei processi interni, se c’è una visione strategica, se si ascoltano i popoli di quei Paesi, per recuperare gli spazi politici sovrastrutturali. E poi con il dovere di consegnare questo potere al popolo.

Questo si presta anche a recuperare, come conseguenza dei primi, spazi di integrazione regionale. Per rafforzare la CELAC, che è a malapena sopravvissuta, ma dobbiamo ringraziare il Messico per aver assunto la sua presidenza pro-tempore l’anno scorso perché era sul punto di sparire a causa all’aggressione contro il Venezuela.

E UNASUR, che è stata sottoposta a un attacco implacabile e insensato, perché hanno detto che era un organismo ideologizzato. Ideologizzato come, se è un organismo in cui le decisioni vengono prese per consenso? Hanno anche creato un’altra organizzazione chiamata Prosur, che è un guscio vuoto.

Ci sono le condizioni per recuperare quegli organismi. Abbiamo anche la Comunidad Andina, il SICA, Caricom, la Asociación de Países del Caribe Oriental, il Tratado Amazónico, il Mercosur. Abbiamo tutti questi strumenti che dovrebbero contribuire ad una matrice di convergenza verso la CELAC.

Ho sempre posto il 2030 come orizzonte strategico, ma potrebbe essere che riusciremo anche prima a realizzare il sogno del Libertador. A duecento anni dal tradimento, quando fu praticamente ucciso nel 1830, noi, i popoli, dovremmo arrivare potenziati negli aspetti istituzionali e popolari concreti con un progetto di unione – e non di integrazione – rafforzato.

Stava parlando del movimento del pendolo, che era a destra. In Argentina, il governo Macri è stato decisivo nell’isolare e osteggiare il Venezuela. Ma un anno fa c’è stato un cambio di governo: come vede il legame bilaterale con questo nuovo governo argentino?

Per la mia funzione e il mio rispetto per l’Argentina non dovrei esprimere alcuna opinione sui suoi processi interni. Credo che abbiamo un rapporto che sta migliorando nel tempo e che vorremmo che fosse più veloce, più concreto, ma l’importante è che vada avanti. Mentre le nostre relazioni con il Messico progrediscono.

Bene, per capire. C’è qualcosa che tanti anni di rivoluzione, di attacchi e di cambiamenti politici nell’ambiente ci hanno fatto sviluppare in Venezuela: la pazienza e la comprensione dei processi interni, delle pressioni internazionali che subiscono alcuni Paesi amici e anche la capacità di raggiungere questi ultimi per aiutarli in qualsiasi situazione.

Siamo qui, con le mani tese, comprendiamo, andiamo avanti e facciamo i nostri migliori auguri al presidente Alberto Fernandez e al suo governo.

Diego come “uomo dei popoli”

Fin dal suo primo viaggio a Cuba nel 1987, Diego Maradona ha stabilito un forte legame con Fidel Castro che è arrivato a definire “il più grande”. È stato il leader cubano che lo ha esortato ad avvicinarsi al processo bolivariano guidato da Hugo Chavez. Il suo primo incontro è avvenuto alla “Cumbre de los Pueblos” del 2005 a Mar del Plata e da allora non ha mai abbandonato il Venezuela.

“Per noi è stato molto di più del miglior giocatore di calcio della storia. Lo è stato, ma sarebbe stato insufficiente. Perché allo stesso tempo era il migliore amico che abbiamo mai avuto”, ha detto Arreaza. Diego era un “uomo dei popoli”, perché “non solo rappresenta il popolo argentino, rappresenta il popolo della Nuestra América e molto di più”, afferma Arreaza.

Il ministro degli Esteri ha anche menzionato la diffusa lettera del presidente francese Emmanuel Macron in cui, dopo aver riempito di lodi Maradona, ha messo duramente in discussione i suoi legami con Fidel e Chávez. “Ma quando abbiamo visto il giorno dopo a Parigi, che la gente protestava con un grande striscione con la faccia di Diego Armando Maradona, abbiamo detto: ‘Beh, questa è la risposta del popolo, perché Maradona era questo, uno del popolo”, ha detto.

Dal suo punto di vista, Diego, “essendo com’era, irriverente, preoccupato per i più umili, con quel cuore immenso che era più grande del suo talento calcistico – che è molto da dire – non aveva altra scelta che sostenere le rivoluzioni popolari. E lo ha fatto con determinazione”, ha aggiunto.

Infine, Arreaza ha sottolineato che il Presidente Maduro “è stato rattristato per tre o quattro giorni” perché “ci ha lasciato più di un amico, ci ha lasciato un uomo del popolo di Nuestra América che aveva ancora molto da dare”. Ricordando anche il leader uruguaiano Tabaré Vázquez, morto il 6 dicembre, ha concluso: “Possano questi compagni che ci lasciano essere trasformati in energia per le rivoluzioni e i popoli di Nuestra América”.

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11/10/2020

La verità sul Venezuela in vista delle prossime elezioni

La realtà di quanto sta accadendo in Venezuela si fa sempre più strada nell’opinione e nella coscienza dei popoli del mondo, che stanno moltiplicando la loro solidarietà con la Patria di Simon Bolivar e Hugo Chavez; mentre l’infamia e le menzogne diffuse dalle grandi corporazioni della disinformazione, strumenti del piano imperialista volto a cercare di rovesciare il governo bolivariano guidato dal compagno presidente Nicolas Maduro, continuano ad essere svelate.

Abbiamo continuato a constatarlo in queste ultime settimane, in cui, nell’ambito delle nostre responsabilità nel Comando della Campagna “Darío Vivas”, abbiamo avuto l’opportunità di discutere di questi temi con un gran numero di personalità e rappresentanti delle organizzazioni politiche, sociali e dei lavoratori del mondo.

Il fatto è che anche i settori oppositori della Rivoluzione Bolivariana respingono le infamie contro il Capo dello Stato venezuelano e le altre alte autorità del paese che si riversano sui media, nel desiderio di quest’ultimi di mettere in discussione l’istituzionalità della Repubblica Bolivariana del Venezuela e minare il morale di coloro che militano e/o simpatizzano per il progetto di ampie trasformazioni avviato dal comandante Hugo Chávez nel 1999.

In modo ipocrita, di parte e pieno di interessi, questi media affrontano l’attuale situazione nazionale: le difficoltà che il nostro Popolo deve fronteggiare in termini di approvvigionamento di carburante, le limitazioni imposte allo Stato venezuelano per l’acquisto di cibo e medicine e alcuni fallimenti che potrebbero verificarsi nella fornitura di alcuni servizi pubblici, per non parlare del fatto che tutte queste affettazioni sono legate al criminale blocco economico, finanziario e commerciale che è stato intensificato dal governo suprematista degli Stati Uniti in tempi di pandemia.

Nulla si dice del fatto che il fallimento nella fornitura di benzina che si è verificato nelle ultime settimane avrebbe potuto essere rimediato con la nostra società CITGO, ora nelle mani di una banda criminale che ha organizzato, seguendo il piano progettato a Washington, quella che il compagno presidente Nicolás Maduro ha denunciato come “la più grande operazione di saccheggio mai commessa nella storia recente contro qualsiasi nazione del mondo”.

Tanto meno coloro contrari alla Patria, che si strofinano le mani nel dolore del popolo venezuelano, dicono qualcosa sul saccheggio, a livello internazionale, delle risorse e degli altri beni della nostra principale compagnia nazionale, Petróleos de Venezuela (PDVSA), tra cui diverse raffinerie; l’ammontare totale di questi beni è di oltre 40 miliardi di dollari, un duro colpo per le finanze del Paese.

Tutto questo come parte, dobbiamo continuare a denunciarlo, di un’operazione pianificata dall’imperialismo nordamericano per incidere sulla vita quotidiana del popolo venezuelano, nel suo desiderio di imporre un governo fittizio e minare la Democrazia Bolivariana; un’intenzione che continuerà a scontrarsi a testa alta con la ferrea volontà del nostro Popolo di difendere la propria sovranità e indipendenza e di continuare ad essere fedele all’eredità del leader storico della Rivoluzione Bolivariana.

Non ci sono riusciti e non ci riusciranno. Noi, figlie e figli della Patria del Liberatore Simon Bolivar e del Comandante Hugo Chavez, siamo determinate e determinati ad essere liberi ed indipendenti, non ci sarà al mondo una forza capace di fare del sacro suolo del Venezuela una neo-colonia di qualsiasi impero.

I nemici della Patria sanno che i loro giorni sono contati, che il tempo sta per scadere, che tra poche settimane il Paese avrà una nuova Assemblea nazionale; per questo l’ultra-destra fascista, con l’appoggio di alcuni governi pienamente sottomessi ai disegni del loro padrone del nord, propaganda la tesi del rinvio delle elezioni parlamentari del 6 dicembre.

L’unico scopo di una richiesta così irresponsabile ed interferente è quello di cercare di prolungare la farsa del governo fittizio; anche quando i suoi promotori sanno perfettamente che questo compito viola le disposizioni della Costituzione bolivariana, approvata dalla stragrande maggioranza del popolo venezuelano durante il processo costituente sviluppato durante il primo anno del nostro progetto di liberazione nazionale.

Pertanto, il 5 gennaio 2021, quando il nostro testo costituzionale ordinerà l’inizio del periodo parlamentare, le donne e gli uomini venezuelani si troveranno ad affrontare una nuova realtà politica, che sarà indubbiamente diversa, plurale e democratica, caratterizzata dal salvataggio dell’Assemblea Nazionale nell’interesse del nostro Popolo, inaugurando così una nuova tappa nella vita del Paese, segnata dalla sconfitta dell’ultra-destra fascista e, come è avvenuto finora, dalla piena disposizione del Governo bolivariano guidato dal compagno presidente Nicolás Maduro e, in generale, delle forze patriottiche, alla convivenza pacifica e alla promozione del dialogo e della comprensione tra i diversi settori della Nazione.

Il 6 dicembre il popolo venezuelano punirà la resa delle forze antipatriottiche e il saccheggio da esse servilmente incoraggiato nell’interesse dell’imperialismo statunitense.

Quel giorno, noi, il Popolo del Venezuela, con Bolivar e Chavez in prima linea, vinceremo, in difesa della dignità nazionale.

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03/01/2020

Venezuela, la lunga marcia dei media alternativi. Intervista a Simon Arrechider

di Geraldina Colotti

Simon Arrechider è molto giovane, ma ha al suo attivo già vari incarichi di rilievo nella rivoluzione bolivariana. Attualmente è direttore sia dei Media comunitari e alternativi e sia del canale informativo Radio Nacional de Venezuela (RNV). Lo abbiamo incontrato al Congresso internazionale della comunicazione che si è appena chiuso a Caracas, al termine di una intensa giornata di incontri e dibattiti.

Quale importanza assume questo congresso nella difficile congiuntura che attraversa il paese?

La comunicazione ha un ruolo fondamentale in questa guerra di quarta generazione dove il nemico getta tutto il suo peso per cercare di destabilizzare il popolo, di seminare il caos. Uno dei principali motivi per cui abbiamo conservato la nostra rivoluzione è che il nemico non ha potuto penetrare psicologicamente nel popolo venezuelano. Parte di questo merito è dovuto alla lotta e alla mobilitazione nella difesa delle conquiste della rivoluzione, ma anche alla comunicazione, alla formazione che genera coscienza nel popolo e che da noi è un bastione importante del processo bolivariano.

Nei paesi capitalisti, a ricoprire incarichi direttivi in determinati settori di solito sono persone che hanno il doppio dei tuoi anni. Perché in Venezuela è diverso?

A 22 anni ero già presidente della gioventù di Caracas, ho anche lavorato con Otaiza, sono stato direttore municipale antidroga nel municipio di Caracas, un lavoro molto gratificante basato sulla prevenzione nei licei e nelle scuole. La rivoluzione ha dato ai giovani un ruolo da protagonisti, assolutamente diverso dalla politica dell’usa e getta praticata dalla destra. Questa è una rivoluzione che deve mantenersi nel tempo, per questo noi giovani ci stiamo formando per governare per i prossimi cento anni in questo paese e nel continente. Chi, come me, ha 35 anni, sta già preparando le generazioni successive a rilevare il testimone e superarci.

Durante l’ultimo sabotaggio alla rete elettrica, RNV ha svolto un ruolo importantissimo, come avete vissuto quei giorni e quali lezioni ne avete tratto?

Il primo giorno dell’attacco al sistema elettrico io e Isbemar Jiménez, presidenta della radio stavamo aspettando informazioni ufficiali. Quando ci siamo resi conto dell’entità del sabotaggio abbiamo realizzato che ci aspettava un compito arduo. Siamo rimasti alla radio, a trasmettere a oltranza, dapprima in 4 o 5, poi sono arrivati altri. Ci siamo collegati con tutti i media alternativi e comunitari affinché si connettessero con il segnale dell’emittente per potenziare il segnale. Il popolo comunicatore ha giocato un ruolo importante. Noi abbiamo aperto i microfoni per contrastare le fake news che stavano girando sulle reti sociali e parlavano di saccheggi, devastazioni. Menzogne smentite in diretta dalle persone che chiamavano, raccontavano quel che accadeva davvero. Quel periodo, dopo il primo e poi dopo il secondo attacco al sistema elettrico nazionale, è stato quello in cui ho imparato di più sulla radio in tutto il tempo che ho diretto il canale. Trasmettevamo per 9 ore senza interruzione, passando informazioni con grande senso di responsabilità perché una notizia mal data poteva generare il caos. Avevamo coscienza del ruolo che giocavamo. Con la sua fermezza, Isbemar ci dava lezioni di giornalismo. È stata un’esperienza molto interessante, un’interazione con tutto il popolo, che si è mantenuto in allerta e ha cercato in ogni modo di comunicare. Ci sono state persone che si sono messe in strada con una batteria della macchina, di un telefonino o di una canaimita hanno trasmesso quel che stava succedendo a tutto un quartiere. Per 30 giorni di seguito siamo stati tendenza in twitter. Alcune volte ci hanno attaccato anche sulle reti sociali, a riprova che stavamo facendo un buon lavoro.

La legge sulla comunicazione, in Venezuela, ha intaccato il latifondo mediatico, dando spazio all’informazione alternativa. Quanto cammino c’è ancora da compiere?

L’organizzazione del potere popolare e in questo caso i media alternativi comunitari, sono parte di un processo non lineare ma a spirale in cui si sviluppano diversi livelli di organizzazione che danno voce al popolo. In questo abbiamo fatto passi giganteschi. In tutto il paese esistono circa 650 media comunitari alternativi che si esprimono in diverse forme: radio, televisione, e anche stampa. Nonostante la guerra economica, stiamo continuando a innovare e ad aumentare il livello di organizzazione e la capacità di pianificare gli sforzi per far fruttare al meglio le poche risorse che abbiamo. Ci manca un po’ più di comprensione del momento storico, dobbiamo ancora affinare le forme di organizzazione e il metodo di lavoro per trasformare i media alternativi e comunitari in una grande forza collettiva. Non può esistere un media comunitario alternativo separato dal popolo comunicatore, altrimenti il vantaggio che si ricava è solo sul piano lavorativo per le persone che ne fanno parte, ma non si utilizza appieno il potenziale contenuto. La rivoluzione bolivariana è dinamica, si reinventa costantemente. Vi sono nuove forme di comunicazione che nascono o si stanno sviluppando: nella milizia bolivariana, nei Clap, nei consigli comunali, nelle comunas. Una forza che va convogliata per evitare di disperdere energie e risorse e potenziare al massimo le possibilità che hanno i media alternativi e comunitari.

Quali aspettative ripongono i media comunitari in questo congresso?

Tutti gli spazi deputati qui all’organizzazione e all’incontro sono per così dire il cervello che ci consente di scambiarci conoscenze e saperi: per inglobare e rendere coesa questa grande forza rappresentata dai media comunitari e alternativi con il popolo comunicatore. Sono convinto che da questo spazio, e dalla qualità esistente in RNV ci sarà un salto organico nel paese che consentirà di mettere in campo reti di comunicazione a livello internazionale. Stiamo misurando i nostri progetti e le nostre aspettative, ma anche osservando quelle di altri paesi nei nostri confronti, che abbiamo visto anche negli altri congressi internazionali. Molti di coloro che vengono qui da altri paesi restano impressionati dal nostro livello organizzativo. Questo ci riempie di orgoglio, ma è anche motivo di stimolo a non adagiarci, perché sappiamo che c’è ancora molto da fare.

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13/10/2019

Lezioni venezuelane

«Vi abbiamo messo in guardia contro la retorica umanitaria degli stati capitalisti che si dichiarano pronti a venire in soccorso della Russia sovietica affamata». Così si avviava il primo numero della “Correspondance Internationale” nel lontano 1921, quando gli immediati tentativi messi in atto dalle potenze mondiali, fino a poco prima impegnate in una lotta per l’annientamento reciproco, si concentravano per sopprimere sul nascere il più grandioso tentativo rivoluzionario che la storia abbia conosciuto. Il Venezuela non è di certo la nascente Unione Sovietica – sebbene sia una delle poche esperienze rivoluzionarie che abbia tenuto alta la bandiera della sinistra di classe riuscendo a dare ancora un senso a questo lèmma – ma la fase imperialista, mutatis mutandis, è sempre la stessa.

E le ingerenze delle potenze imperialiste in paesi in cui sorge un’alternativa anticapitalista, contrabbandate a mezzo stampa per interventi umanitari (proprio come quelle a cui abbiamo assistito nel caso venezuelano, con estremi quali i tentativi di sfondamento da parte di convogli provenienti dal confine colombiano) (leggi), sono uno strumento vecchio e stravecchio, come testimonia in modo chiaro il titolo dei rivoluzionari del ’17. Una storia di lungo corso quella di questo genere di interventi “umanitari”, che se venisse ripercorsa mettendola nero su bianco, ci si potrebbe per assurdo riempire le pagine di questo blog. Ovviamente non è questo l’esercizio che a noi interessa sebbene anche la mera cronaca, talvolta, sembri esercitare effetti miracolosi sulla generale assenza di memoria storica che caratterizza il nostro secolo. Quello che ci preme ricordare adesso, invece, sono alcune delle ragioni che hanno precipitato una delle più originali esperienze del socialismo moderno in una fase di stallo e di crisi, di cui fanno parte anche, ma non solo, gli appetiti imperialistici.

Prima di tutto, però, sgomberiamo il campo da alcune ambiguità. Il processo rivoluzionario in Venezuela è un movimento storico carico di limiti e gravido di contraddizioni – come ogni processo rivoluzionario degno di questo nome, d’altronde – ma è un’esperienza, forse l’unica se storicizziamo gli anni che seguono la caduta dell’URSS, che in una certa forma ha contribuito a garantire respiro e continuità a una sinistra di classe che, presa globalmente, versava in una situazione di crisi profonda.

Il discorso sembra acquistare ancora più peso se guardiamo alla sinistra europea di quegli anni, divisa tra chi aveva cessato di cercare criticamente un’alternativa e chi, invece, passava con inedita agilità da inamovibile sostenitore del gradualismo riformista a quello della controrivoluzione liberista.

In questo senso – lo abbiamo scritto più volte, ma questo è un concetto che non fa mai male ricordare quando si tenta l’analisi critica di un processo rivoluzionario – la sinistra di classe in Europa ha solo da imparare da chi ha dato corpo alla rivoluzione in Venezuela e ben poco, se non nulla, da insegnare. Inoltre, Il fatto che fino a poco tempo fa lo scontro di classe in atto in Venezuela fosse costantemente presente su tutte le testate nazionali e internazionali, mentre oggi sembra essere già stato dimenticato, è certamente il segno inequivocabile di un momento di relativa calma. Una boccata di ossigeno, certo, per le forze che sostengono il processo rivoluzionario venezuelano rispetto a quando i toni da guerra civile erano il lessico obbligato ma tuttavia, crediamo che debba essere preso come il passaggio di un’onda, seppure di grosse dimensioni, che prepara, come in ogni tempesta perfetta, l’avvento del flutto più grosso e ben più pericoloso.

Qualsiasi forma di solidarietà episodica, quindi, o di tentativo di analisi che interviene solo e soltanto quando una fase di crisi s’inasprisce e il “momento venezuelano” viene schiaffato su tutti gli organi di stampa con aperta volontà da guerra mediatica, non può che risultare di scarsa efficacia quando non di pericolosa convergenza. E’ francamente insopportabile leggere di chi si ricorda che il Venezuela esiste solamente quando le scintille dello scontro di classe in atto bruciano anche le pagine dei nostri giornali, e chi si dimena – per fare solo un paio di esempi tra i tanti possibili – perché si sta consumando un disastro ecologico nella fascia dell’Orinoco (tradotto: che esiste una contraddizione tra successo del processo rivoluzionario in atto e indipendenza energetica), o grida al caudillismo quando una destra golpista viene contrastata sul piano elettorale con ogni mezzo a disposizione (tradotto: che esiste una contraddizione tra avanzamento del processo rivoluzionario in Venezuela e democrazia borghese).  E’ la solidarietà di classe e internazionalista la migliore critica quando un processo giudicato come autenticamente rivoluzionario è sotto attacco, e non la solidarietà formale ed episodica, ne tantomeno la critica sincronizzata all’offensiva del nemico.

Questo tipo di solidarietà, lo sappiamo bene, è merce rara oltre che materia prima davvero difficile da garantire in una fase di complessivo arretramento. Consci di queste difficoltà e altrettanto sicuri che un’analisi critica non può che partire da questi presupposti, guardiamo allo svolgersi degli eventi nel continente latino americano con la stessa cocciuta smania di afferrare il conflitto di classe in atto, ancora oggi l’alfa e l’omega di un’analisi concreta, di un’ analisi effettivamente attuale.

Ma veniamo a quanto accade nell’unico paese che non si è piegato al cambio di marcia che sembra non trovare ostacoli nel continente. Prima di tutto bisogna constatare che ad essersi aperta la “crisi” è ormai un lasso di tempo piuttosto consistente. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando si sono celebrate le elezioni presidenziali del 2013 tra Nicolas Maduro e il temporaneo leader dell’eterogeneo fronte reazionario Capriles, volto politico di un partito ormai ridotto al lumicino. Un appuntamento elettorale, quello, vinto per un soffio dal fronte bolivariano e che ha certificato, oltre ad una spaccatura apertasi nel paese, una sensibile perdita di consensi dell’alternativa bolivariana ancora fiaccata dalla prematura scomparsa del comandante Chavèz. Il fatto che questa “crisi” sia in atto da almeno sei anni non è un dato secondario e superfluo, almeno se lo si guarda alla luce dei continui annunci dell’imminente guerra civile che dovrebbe investire il paese e delle letture catastrofiste che, frammiste alle analisi che danno per putrescente lo stato venezuelano, imperversano da sempre nel dibattito.

Il movimento bolivariano e la forma che ha assunto in questa fase la rivoluzione in Venezuela, forma di cui fanno parte anche, ma non solo, le istituzioni della Repubblica Bolivariana, resiste sotto i colpi inflessibili ed incrociati di chi vuole invertire la rotta nel continente –  inversione che in altri, molti paesi sud-americani è già avvenuta – e ad ogni annuncio di imminente crollo della rivoluzione questo risponde con una pronta e inappellabile smentita, quella dei fatti. Naturalmente questo non può farci perdere di vista che le difficoltà e gli ostacoli reali cui si trova a dover far fronte il chavismo sono evidenti ed inediti, ma tra il dire che in un dato paese ci si trova di fronte ad un complesso istituzionale sull’orlo del crollo – visione sempre scientemente calibrata sul piano politico-istituzionale e mai su quello sociale – e il constatare, invece, che nello stesso paese un soggetto politico non unitario come il movimento bolivariano si trova sotto attacco e in competizione con un fronte reazionario, ma risponde colpo su colpo e si ridefinisce nella lotta, c’è una bella differenza.

Sei lunghi anni, dunque, che hanno visto accendersi una scia di lotta politica con le elezioni presidenziali del 2013 e proseguire fino a quella che noi conosciamo come la crisi presidenziale del 2019, passando per una serie di turbolenti e complicati eventi tra cui tentati golpe (militari e non); attentati alla figura del presidente della Repubblica; continue, incessanti e pericolose manovre militari straniere ai confini dello Stato venezuelano; ostracismo politico diplomatico quasi generalizzato nel continente; la vittoria elettorale della destra golpista che ha conquistato l’Assemblea nazionale nel 2015; una crescente guerra economica messa in atto dalla più grande potenza mondiale e che oggi ha raggiunto il grado di problema principale oltre che una progressiva caduta degli alleati regionali sotto i colpi dell’offensiva reazionaria continentale. Insomma, di tutto e di più (e sicuramente la lista non è completa): ma quale la lezione, seppur provvisoria, che si può trarre dalle vicende venezuelane?

Gli aspetti che appaiono come cruciali, tra i molti possibili, e di cui la lotta in atto a Caracas può raccontarci qualcosa sembrano essere almeno due. Cominciamo dal primo e più evidente. La dipendenza economica che il Venezuela continua a sopportare nelle sue molteplici forme è un tratto problematico dell’esperienza bolivariana (ma prima ancora strutturale del paese) e si è rivelata essere la più pericolosa delle falle che il sistema venezuelano accoglie, prontamente sfruttata dalle forze reazionarie con in testa gli Stati Uniti.  La difficoltà, se non l’impossibilità nel medio periodo di conquistare un’indipendenza economica – sebbene gli sforzi per arrivare ad un simile obiettivo siano stati ripetuti, o almeno di affrancarsi parzialmente – derivano dalla dimensione quantitativa e da quella qualitativa che questa dipendenza sembra avere.

La Repubblica bolivariana del Venezuela, infatti, come leggiamo in un saggio veramente ricco di dati dell’economista venezuelana Pasqualina Curcio (1), importa complessivamente il 24% del totale dei beni dagli Sati Uniti d’America, i quali sono seguiti dalla Repubblica popolare Cinese con una quota consistente del 15% e dal Brasile, la Colombia (la principale testa di ponte degli Yankee per qualsiasi guerra sporca nel continente), l’Argentina e il Messico. Tra questi, i medicinali necessari al funzionamento del sistema sanitario in Venezuela per il 37% provengono dagli Sati Uniti d’America (gli stessi medicinali che, venendo improvvisamente a mancare, hanno generato l’inedita crisi sanitaria di cui il mondo parla) seguiti da Messico, Germania e Colombia (rispettivamente per il 15,13 e 12%). Proseguendo nella disamina delle importazioni si nota che, dopo i medicinali, nonostante il Venezuela possieda una quasi totale indipendenza agroalimentare (l’88% della produzione è autoctona e una larga parte è fornita dai piccoli produttori), quel restante 12% viene riempito ancora dagli USA e dalla Colombia. Last but not least, soprattutto se si parla d’indipendenza economica nella regione, il Venezuela è costretto, almeno per ora, a importare la vertiginosa cifra del 50% di macchinari, equipaggiamento per la produzione e ricambi – in tre parole i mezzi di produzione – indovinate un po’ da chi? ancora gli Stati Uniti d’America.

Se si scorre rapidamente il quadro delle cifre fino a adesso elencate non sembra possibile interpretare diversamente da una strutturale e immobilizzante dipendenza economica dal capitale americano la morfologia che l’economia venezuelana ha assunto, certamente ereditata da decenni di dipendenza neo-coloniale ma in parte mantenuta viva da altri fattori. Da una parte il dato empirico ci conferma la fonte, l’origine inequivocabile della scarsità di beni di prima necessità, della mancanza di medicinali, della difficoltà d’incremento produttivo e di tutte quelle circostanze che concorrono a definire un quadro di crisi economica e sociale. Dall’altra, gli stessi dati certificano il limite invalicabile che un determinato sviluppo delle forze produttive, inchiodato tra le maglie dell’influenza del capitale statunitense nel continente e l’ostruzionismo di un settore privato che persegue una lucida politica di scarsità programmata generando squilibri nel mercato interno esercita sul paese.

A questo va aggiunta la rigidità di un sistema politico che basa una buona parte dei suoi successi sull’estrazione del petrolio.
Anche su la ben nota dipendenza dell’economia venezuelana dal petrolio e dalla sua gestione, tuttavia, ci sarebbe da dire molto, e si dovrebbe quantomeno tentare di superare un ragionamento bloccato tra la critica fanatica all’impiego delle risorse petrolifere e il sostegno di politiche economiche che seguono specularmente l’agenda politica dell’OPAC.

In realtà, infatti, l’affrancamento dalla dipendenza totale delle risorse petrolifere viene in una certa misura perseguito dalle autorità venezuelane, e anche qui nel suo “La mano visibile del mercato” la Curcio ci mostra come, nonostante il prezzo del greggio al barile abbia seguito un crollo vertiginoso dal 2012 al 2015 (all’incirca dai 103,46 dollari ai 44,65 al barile), una flessione che avrebbe dovuto causare uno shock dell’intero sistema economico, il prodotto interno lordo per quanto riguarda la fetta del settore privato diminuì in maniera sensibile ma non catastrofica, mentre i dati del settore controllato dallo stato segnarono un piccolo aumento del 4%. Un dato parziale, certamente, ma che fornisce qualche elemento in più per ragionare sulla vulgata che ci racconta di un sistema economico paralizzato dall’estrattivismo e dalla rendita.

Il nocciolo della questione si trova nel ruolo che il settore petrolifero nelle mani dello stato bolivariano ricopre, ovvero quello di una sorta di formidabile welfare pronto all’utilizzo, e non nella presupposta ingombrante presenza di questo settore nell’economia. La crisi e la scarsità venezuelana, dunque, derivano prima di tutto dalla presenza di monopoli nel settore privato tanto quanto dalla dipendenza, in alcuni settori pressoché paralizzante, dalle importazioni che sono poi garantite dai nemici giurati della rivoluzione, e non dall’uso spregiudicato – e in senso progressista per altro – delle risorse petrolifere. Certamente la questione è ben più complessa e non si può non tener conto di come questo strumento sia stato impiegato nel quadro della costruzione dello stato bolivariano: se non come panacea per ogni male capitalistico, almeno come ottima carta da spendere quando il gioco per il governo cominciava a farsi duro.

Un meccanismo che non è riuscito a mantenere un’efficacia attraverso la crisi – anche petroliferia – che ha investito il paese.
Alla luce di queste brevi considerazioni sull’aspetto economico, tentiamo invece di abbozzare qualche ragionamento sul piano politico. La serie di eventi che ha scosso l’esperienza bolivariana, anche se giustamente ricondotti a un intervento pianificato della reazione nel continente, non possono non evidenziare una crisi di consensi o quanto meno l’incrinarsi del piano fino ad ora sostenuto dal progetto del socialismo del XXI secolo. Non convince fino in fondo, infatti, l’idea che riconduce la sconfitta elettorale del fronte bolivariano, certamente un episodio nella lunga serie di vittorie elettorali che il chavismo può vantare, come il semplice frutto delle macchinazioni di potenze straniere (che pure ci sono in abbondanza) o della manipolazione mediatica (che pure lavora incessantemente per colpire il governo).

A questi due aspetti, che certamente esistono e giocano un ruolo non secondario, va aggiunto, cercando di coglierlo nel quadro dei rapporti di forza politici, il controllo dei settori strategici dell’economia di cui il ragionamento appena fatto tenta brevemente di parlare, anche se da una singola angolazione.  La sconfitta elettorale del chavismo, infatti, è stata effettiva e oltre ad evidenziare un inasprimento della lotta con l’imperialismo e con i blocchi capitalistici venezuelani, ha messo sotto i riflettori la difficoltà che l’alternativa bolivariana ha incontrato nella ridefinizione e nel capovolgimento delle geometrie politiche che attraversano il paese.

Il fatto che nel paese permanga la possibilità reale che un’offensiva reazionaria trovi un sostegno robusto nei blocchi reazionari che si annidano nel paese esprimendo campagne mediatiche e politiche per disarcionare il governo bolivariano, oltre ad essere garantita dalle risorse pressoché illimitate dell’imperialismo yankee è il prodotto del permanere di condizioni sociali che la tutelano.

All’ipocrita mitizzazione del momento elettorale borghese, esercizio da cui sono veramente rimasti in pochi a sottrarsi, e che non può che portare un punto di vista di classe in un vicolo cieco, è sacrosanto contrapporre il tentativo di costruire, da parte di un governo rivoluzionario delle forme alternative e inedite di consenso e partecipazione popolare, degli strumenti nuovi con cui suffragare il progetto che la rivoluzione mette in atto giorno per giorno e che certamente sfugge alle società di monitoraggio dei processi elettorali o ai canoni di valutazione delle istituzioni internazionali.

Tuttavia, anche qui, occorre spendere due parole in più per cercare di spingere il ragionamento oltre. Come suggeriva Marx solamente qualche anno più tardi del primo esperimento di governo socialista «il diritto, come le forme di espressione politica sancite dalla legge, non può mai essere più elevato della configurazione economica e dello sviluppo culturale, da essa condizionato, della società». Se, infatti, un governo come può essere quello bolivariano combatte con ogni mezzo a sua disposizione per mantenere le posizioni raggiunte dal processo rivoluzionario e difende con le unghie e con i denti le conquiste raggiunte dalle masse sovvertendo anche le forme giuridiche borghesi e stravolgendo i canoni democratici liberali, lo fa in virtù della nuova forma cui la società venezuelana è giunta, prodotto della prassi rivoluzionaria accumulatasi in più di un decennio rivoluzionario. E nel considerare questo una sinistra di classe degna di questo nome, ovvero una sinistra che ha ben presente che conquista del potere significa lotta tra le classi nella sua fase più acuta, dovrebbe ribadire, con forza, che «il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere diseguale» (2).

Una dinamica che segue pedissequamente la divisione in classi, operando però un ribaltamento. Dal momento che in una società capitalistica la divisione tra le classi impone delle disuguaglianze adeguate alla divisione del lavoro, nell’attimo in cui i rapporti di forza si capovolgono, ovvero che si verifica il sovvertimento del potere, lo Stato retto dalle forze rivoluzionarie si dovrà dotare di strumenti adeguati per difendere la propria posizione nel momento in cui mette in atto quel processo di trasformazione della società e di liberazione delle forze produttive che porterà ad un progressivo indebolimento della classe avversa, mano mano che la divisione del lavoro e la forma capitalistica di funzionamento della società perderà la sua spinta propulsiva. Il lato scottante della questione, però, non sta tanto nel disfarsi del simulacro democratico liberale con annessi rituali elettoralistici, ovvero del diritto borghese, l’idolo sotto cui la sinistra nostrana continua a spaccarsi la testa a forza di inchini, bensì nel tentativo di intervenire in maniera incisiva approfondendo il processo rivoluzionario e ribaltando i rapporti di forza sul piano dei rapporti di produzione. E’ su quest’ultimo che si erge il complesso politico e istituzionale e le forme di espressione politica come il diritto, ed è sul mutamento di questo che si può basare uno stravolgimento delle forme di espressione politica e consenso.

Questo breve ragionamento per comprendere in maniera più chiara come, se anche il governo bolivariano porterà a compimento la battaglia vitale che ha ingaggiato con il fronte reazionario antigovernativo fregandosene dai canoni borghesi tanto cari a certa sinistra, dovrà farlo incidendo anche sui rapporti di produzione, in pratica rimediando a quelle caratteristiche di cui l’economia venezuelana in transizione soffre e che perpetuano la sua vulnerabilità sia nei confronti dell’Imperialismo americano che delle insidie delle forze reazionarie venezuelane. Tanto facile nella teoria quanto difficile nella prassi, una prassi che certamente non s’invererà seguendo forme scolastiche ma trovando vie inedite e mai battute. Ma la rivoluzione bolivariana, dopo tutto, è stata fino ad oggi vincente proprio perché fuori dagli schemi, almeno dai nostri.

Note:
(1) Pasqualina Curcio, La mano visibile del mercato, Edizioni Efesto, Roma.
(2) K.Marx, Critica al programma di Gotha, Editori Riuniti, Roma, pg.17.

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