Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
20/08/2026
Kushner smantella l’accordo «storico». Ben Gvir inaugura il braccio della morte
Trump aveva definito la roadmap accettata da Hamas «un accordo storico» e «un passo monumentale» verso la pace, assicurando che anche Israele ne fosse soddisfatto.
Ora, secondo diversi funzionari dello stesso Bop, l’incontro tra Jared Kushner e il premier Benyamin Netanyahu avrebbe rovesciato priorità e programma. Il genero del tycoon ha fatto proprie le richieste di Tel Aviv e minacciato Hamas con la ripresa su larga scala degli attacchi israeliani: un linguaggio ben lontano dalla diplomazia e dal ruolo che dovrebbe avere nel Bop.
In un’intervista al Times of Israel, Kushner ha affermato che qualsiasi accordo verrà fuori, Israele ne uscirà comunque vincitore: il gruppo palestinese disarmerà alle sue condizioni, oppure Tel Aviv avrà il sostegno da Stati Uniti e altri Paesi per «finire il lavoro».
Kushner ha dichiarato che l’esercito non dovrà ritirarsi da Gaza e che la ricostruzione resterà ferma fino al completo disarmo di Hamas. Israele, ha aggiunto, sarà libero di colpire, anche se nel colloquio sarebbero state definite con Netanyahu le «minacce imminenti» a cui potrà «rispondere».
I militari hanno subito mostrato quanto siano stringenti questi limiti: ieri un drone israeliano ha fatto strage in un caffè sul lungomare di Gaza.
Il premier è in pieno delirio da campagna elettorale e mentre bombarda Gaza, Libano e Siria – anche a costo di una condanna di rito da parte di Washington – trova il tempo di inaugurare «Netanyahu road», la nuova strada intitolata a suo padre e costruita all’interno dell’enorme insediamento illegale di Ariel, nella Cisgiordania palestinese occupata.
Al momento, i piani elettorali di Netanyahu procedono senza grandi scosse. Un sondaggio di Channel 12 indica Yashar di Gadi Eisenkot come primo partito, ma il blocco delle opposizioni resterebbe a un seggio dalla maggioranza. Intanto le primarie del Likud premiano soprattutto i vertici del governo uscente e i sostenitori della riforma giudiziaria.
Il primo degli eletti nella lista dei candidati al parlamento è il ministro dell’energia Eli Cohen, seguito dal presidente della Knesset Amir Ohana e dal ministro della giustizia Yariv Levin. Ma c’è spazio anche per l’estrema destra: Almog Cohen, appena arrivato da Potere ebraico, entra ai vertici, mentre l’estremista Tally Gotliv conquista il dodicesimo posto nonostante l’opposizione di Netanyahu.
Il premier, che potrà nominare a sua completa discrezione nove persone nei primi trenta, di cui tre nella decina di testa – si prevede che il partito occuperà circa 22-24 seggi – si è detto «molto soddisfatto» e il Likud ha già annunciato una «grande vittoria» alle elezioni del 27 ottobre.
Di segno opposto il giudizio di Eisenkot: «È, di fatto, la lista del 7 ottobre», ha detto accusando gli stessi dirigenti di aver diviso il Paese, condotto Israele verso «il peggior disastro dalla fondazione dello Stato» e di essere rimasti al loro posto senza assumersene la responsabilità.
La campagna elettorale procede spedita anche per gli altri protagonisti del governo Netanyahu. Ben Gvir, in particolare, sembra non conoscere limiti nella sua quotidiana discesa nell’orrore. Ieri il ministro suprematista ha presentato il nuovo braccio della morte israeliano, in costruzione in seguito all’approvazione della legge sulla pena capitale prevista solo per i palestinesi.
Al centro della struttura il patibolo, circondato dalle cabine dalle quali sarà possibile assistere alle esecuzioni. «Stiamo facendo la storia – ha esultato Ben Gvir – Ho promesso di peggiorare le condizioni dei terroristi nelle carceri. Lo abbiamo fatto».
Al ministro dovrebbe essere a breve affidata la gestione dei coloni violenti nella Cisgiordania occupata. Dove intanto, a Qabatiya, nel nord, i soldati israeliani hanno marchiato i palestinesi fermati durante il raid di lunedì, scrivendo con un pennarello numeri sulla fronte, sul volto e sul corpo.
È una pratica già documentata nei mesi scorsi: ad aprile decine di donne palestinesi erano state numerate sulle mani prima di entrare nel campo profughi di Jenin. Allora l’esercito aveva parlato di «errore di valutazione» ma ora ammette nuovamente l’accaduto.
Il deputato palestinese, membro della Knesset, Ta’al Ahmad Tibi si è detto «scioccato e nauseato» dal comportamento dei soldati, paragonando i marchi ai numeri tatuati dai nazisti sulle braccia dei prigionieri nei campi di sterminio.
Fonte
15/08/2026
Russia verso le elezioni: vittoria scontata ma Putin si sta sta perdendo un pezzo di società
di Fulvio Scaglione
Su Polymarket, il più grande sito di scommesse predittive oggi attivo sul pianeta, la sconfitta di Russia Unita, il partito putiniano, alle elezioni parlamentari del 20 settembre è data all’1,6%. Invece il ritorno di Gesù Cristo sulla terra nel 2027 è dato al 2%. In poche parole, è considerato più probabile. Non servirebbero molte altre considerazioni per capire quale sia il clima in cui i russi si apprestano a votare per rinnovare il mandato quinquennale ai 450 deputati della Duma in quella che Volodymyr Zelensky ha giustamente definito “un’elezione farsa”. Comunque sia, i più recenti sondaggi danno l’attuale maggioranza di Governo (in sostanza Russia Unita e Partito liberal-democratico, più un certo numero di candidati indipendenti) intorno a un comodo 65%, senza contare gli appoggi esterni (per esempio quello di Novye Ljudi, dato intorno all’11%) e nonostante la flessione di Russia Unita, ampiamente compensata, però, dalla crescita dei nazionalisti liberal-democratici.
Non sarà inutile, però, ricordare brevemente come si è giunti a questo appuntamento. Il rumore di fondo, ovviamente, è quello della guerra con l’Ucraina, arrivata a quattro anni e mezzo di durata. Sarebbe però un errore pensare che sia solo la guerra a influenzare il sentiment dei russi, soprattutto in questa fase. E illusorio credere che proprio l’eventuale insoddisfazione della popolazione per i risultati al fronte possa aprire crepe decisive nel sistema di potere del Cremlino. Certo è che in questa prima metà abbondante del 2026 abbiamo assistito a un progressivo calo della fiducia (o aumento della sfiducia, dipende dai punti di vista e dalle speranze di chi osserva) nei confronti delle autorità. Putin, che all’inizio dell’anno ancora godeva di un tasso di approvazione intorno all’81%, in aprile era sceso sotto il 67%. E con lui il governo di Mikhail Mishustin, giudicato positivamente solo da poco più del 40% dei cittadini.
Un crollo rapido, iniziato però prima che l’Ucraina cominciasse a colpire a ripetizione le infrastrutture russe, anche molto in profondità nel territorio, causando apprensione e disagi come il razionamento della benzina e del diesel, che hanno impattato non solo sulle abitudini quotidiane ma anche sulle attività economiche. Questo perché il 2026 era comunque cominciato all’insegna di una difficoltà generale, all’insegna di prezzi più alti e tasse più numerose e pesanti (ne abbiamo parlato nello specifico qui su InsideOver), che i russi non avevano fino ad allora sperimentato, nonostante la guerra. In parallelo, i russi hanno cominciato a rifiutare il sempre più stringente controllo di Stato sulla loro libertà di comunicare. Anche di questo abbiamo parlato qui, sia molto di recente (si legga qui) sia in tempi meno sospetti di questi.
L’apice simbolico di questa campagna, che ha radici che risalgono a ben prima dell’invasione dell’Ucraina, può essere considerato il mandato d’arresto internazionale spiccato nei confronti di Pavel Durov, il creatore di Telegram, accusato di complicità col terrorismo per il fatto che la sua piattaforma protegge i dati di tutti gli utenti, buoni o cattivi che siano. Come si diceva, un apice perché dal 2019 il Cremlino persegue senza deflettere il progetto di creare un Internet russo (chiamato appunto RuNet) che all’occorrenza possa essere staccato dal World Wide Web e funzionare in maniera autonoma, ovviamente sotto il diretto controllo delle autorità. Nel frattempo i social occidentali sono stati bloccati (e vedremmo tra poco perché) e per tutta una serie di funzioni i russi sono ora costretti a servirsi di Max, l’app di Stato che trasferisce tutti i dati e le comunicazioni degli utenti ai servizi segreti.
Ma ora Putin recuperaPuò sembrare un paradosso ma le vicende tormentate della guerra, con gli ovvi risvolti patriottici e nazionalisti e con le notizie “positive” perennemente gonfiate, servono semmai a rinsaldare il rating delle autorità. E infatti: da quando il Cremlino è riuscito a rimediare alla carenza di carburanti portata dalle incursioni ucraine contro depositi e raffinerie (i giornali occidentali ne parlavano un mese fa come della crisi decisiva, ora non ne parlano più) e ha cominciato a replicare zerkalno (in russo “specularmente”, è una delle espressioni favorite di Putin) colpendo i porti ucraini e le navi che vi si dirigono sul Mar Nero, anche l’opinione pubblica ha in parte cambiato orientamento. L’ultima (inizio agosto) ricerca del Levada Center, l’unico centro affidabile rimasto per l’osservazione della società russa, attesta che Putin sta recuperando nella fiducia dei cittadini (siamo al 74%: non è l’81% di inizio anno ma nemmeno il 67% di poche settimane fa) e che il 54% dei russi pensa che il Paese stia andando nella giusta direzione (il 29% pensa il contrario).
Quello che è più interessante notare, e che rivela molto dei movimenti interni alla società russa, è la spaccatura sotterranea che questi dati rivelano. Sia per Putin personalmente sia per il giudizio complessivo sulla situazione del Paese, vale la stessa considerazione: ad approvare sono soprattutto i meno giovani (over 55), gli abitanti delle grandi città e i benestanti; a criticare sono i giovani (tra i 18 e i 40 anni la percentuale degli insoddisfatti totali sfiora il 35%), gli abitanti delle province (dove le vittime della guerra sono più numerose) e i meno garantiti. Insomma: patriottismo e nazionalismo possono garantire un’apparenza di compattezza ma i problemi della vita quotidiana di fatto stanno dividendo la società russa in due porzioni che hanno esigenze diverse che potrebbero, se la tendenza non viene in qualche modo corretta, diventare anche contrapposte. Anche se per ora la questione demografica, che ha portato l’età media dei russi a 40,7 anni, sembra lavorare per Putin.
Il Levada Center, infine, aggiunge un dato significativo. Il tasso di approvazione è particolarmente alto (82%) tra i russi che hanno la televisione come principale o esclusivo strumento d’informazione, mentre è particolarmente alto (50%) il tasso di disapprovazione tra coloro che usano i social per informarsi. Il che spiega più che a sufficienza le dinamiche che abbiamo qui sopra provato a descrivere.
Riferimenti
Per i sondaggi.
Per il controllo sui social.
Per la rilevazione del Levada Center.
13/08/2026
Lezioni dall’America: “al centro si perde”
Quindi va seguita e analizzata, perché fornisce anche involontariamente indicazioni di massima sul nostro prossimo futuro. Una premessa è però indispensabile: bisogna lasciare la tentazione della tifoseria – antica piaga del cosiddetto “dibattito politico” italiano – fuori dalla porta.
Sappiamo che negli Usa la svolta reazionaria ormai ha una storia pluridecennale. Trump ha vinto una prima volta nel 2016, il mondo “Maga” ha lentamente condensato varianti inguardabili che vanno dal neonazismo al Ku Klux Klan, seminando in America e nel mondo idee deliranti che sono dichiarazioni di guerra (tipo la “remigrazione”, lì fisicamente istituzionalizzata nell’ICE, una forza paramilitare dipendente solo dal presidente).
Questa svolta ha praticamente eliminato la sponda repubblicana del cosiddetto establishment – quell’insieme di istituzioni, abitudini, istituti di ricerca, parlamentari, funzionari, militari, idee, ricette economiche e di governo del mondo, ecc. – che aveva garantito per la sua parte un’alternanza senza scosse al vertice politico statunitense.
Dagli anni ‘80 in poi, esaurita la fase hard della restaurazione conservatrice – Thatcher in Gran Bretagna e Reagan negli Usa – il neoliberismo era diventato pensiero unico, determinando sia gli indirizzi economici che la gestione amministrativa degli Stati, demolendo e cancellando ogni traccia di “stato sociale”.
Sul versante politico-partitico ciò si è velocemente tradotto in “taglio delle ali estreme” – sia di destra che “di sinistra” – e nella presunta legge non scritta della politica elettorale occidentale: si vince al centro.
Il principale corollario “democratico” è ben noto: si partecipa alle elezioni per “battere la destra”, e questo significa per prima cosa rinunciare a qualsiasi pretesa di “cambiamento”. L’ultimo esempio fuori tempo è di questi giorni, con la deputata Elisabetta Piccolotti in Fratoianni (Avs), pronta a spiegare che “la priorità è battere la destra, del disarmo ci occuperemo dopo” (cioè: mai).
Poi, improvvisamente, dall’America sono partite le onde d'urto di un big bang totalmente inaspettato. Un musulmano che si definisce apertamente “socialista” e pro-palestinese diventa sindaco di New York, mobilitando attivisti sociali con un programma fatto di asili nido, trasporti pubblici gratuiti o quasi, supermercati a prezzi popolari, ecc.
A seguire arriva la “collega” Katie Wilson a Seattle (sede, insieme alla Silicon Valley del settore big-tech), e poi una valanga di candidati alle elezioni di midterm (primo martedì di novembre) che stracciano alle primarie le vecchie cariatidi che occupavano da più mandati le poltrone “dem” al Congresso.
Ci sono Chris Rabb, nel 3° Distretto della Pennsylvania che vuole la sanità per tutti e l’abolizione dell’ICE. Melat Kiros, nel 1° Distretto del Colorado, che ha sconfitto la deputata in carica da 29 anni, Diana DeGette, aggiungendovi la fine degli aiuti militari a Israele.
Cori Bush, nel 1° Distretto del Missouri. Claire Valdez, nel 7° Distretto dello Stato di New York, sostenuta da Zohran Mamdani. Darializa Avila Chevalier, nel 13° Distretto di New York. Donavan McKinney, nel 13° Distretto del Michigan (capitale Detroit, “città dell’auto” e della residua classe operaia statunitense). Oliver Larkin, nel 25° Distretto della Florida.
Spiccano su tutti Abdul El-Sayed – anche lui in un distretto del Michigan, medico di chiare origini arabe e apertamente a favore dei palestinesi – e Peggy Flanagan, nella foto d’apertura, della White Earth Nation (Ojibwe) nel Wisconsin, che potrebbe diventare la prima donna “pellirossa” ad entrare nel Congresso.
È andata male di pochissimo (4.000 voti di scarto) a Francesca Hong, origini sudcoreane, malvista anche da alcuni “socialisti” per diverse prese di posizione ritenute “eccessive”.
Si tratta – ricordiamo sempre – di “socialisti con caratteristiche americane”, che sulla politica estera magari dicono sconcezze inascoltabili. Ma segnano comunque un “cambio di direzione” del senso comune e del discorso pubblico statunitense, recuperando una certa percentuale di quel “riformismo socialdemocratico” che agli occhi dell’elettorato sembra “comunismo trinariciuto”. E che così viene combattuto da Trump e dai “Maga”.
Se non si cede alla stupidaggine da tifosi ci si può accorgere che tutti costoro hanno vinto potendo contare su pochi soldi, al contrario dei loro avversari nelle primarie e ancor più alle prossime elezioni (l’Aipac, il fondo israeliano, ha finanziato 361 dei 535 deputati o senatori attuali), ma grazie ad una folla di attivisti che hanno battuto casa per casa, porta a porta, social per social.
Significa che non serve mettersi a questionare sulla percentuale di “spirito rivoluzionario” o riformista presente nelle loro dichiarazioni e/o idee. Tutti costoro non sono e non hanno la “soluzione” per i problemi delle classi povere americane, ma sono il sintomo della gravità della situazione.
Il sintomo, cioè, dell’impossibilità di migliorare la loro condizione seguendo le ricette sia dell’establishment neoliberista (la residua fazione che controlla ancora il “partito democratico”), sia quelle del neofascismo Maga.
Non per caso molti di questi candidati e prossimi parlamentari è di origini unamerican, ossia non bianchi, non anglosassoni e non protestanti. Evidentemente la “faglia del colore” o della cultura da cui si discende rende più semplice spostare i veli ideologici che nascondono le discriminazioni di classe, etniche, “religiose”.
La lezione da trarre, insomma, non consiste nel “copiare” quel che dicono o fanno, ma nel capire che “al centro si perde”. Perché l’adesione al neoliberismo – in versione hard (tipo Pd, insomma) o “moderata” (tipo Avs) – è la ragione che ha portato le “sinistre” a perdere la capacità di rappresentare i ceti popolari.
Una verifica immediata di questa nuova “legge della politica occidentale” viene dalla Francia, dove ci si prepara al dopo-Macron (un banchiere) con un’alternativa radicale alle presidenziali: i fascisti di Le Pen contro la sinistra radicale di Jean-Luc Mélénchon.
In mezzo – “al centro” ci sono solo frattaglie sparse di formazioni che al neoliberismo hanno sacrificato la loro ragion d’essere. Tipo i “gollisti”, i “socialisti” alla Glucksmann, e altri detriti senza più credibilità sociale, incapaci sia di “federarsi” che di esprimere un qualsiasi progetto differente dal semplice “non disturbare le imprese” e “sostenere l’Ucraina”.
Ma se “al centro si perde” – è questo a rendere ridicoli i maneggioni alla Renzi e Calenda, qui da noi – allora è necessario produrre una visione credibile del cambiamento necessario. Perché il malessere popolare che si aggrava nella crisi e nell’avvicinarsi delle guerre non può essere catalizzato con discorsi vaghi, nel solco della “continuità”, con facce da traditori seriali.
Con la crisi del neoliberismo si inverte insomma anche la tendenza principale della politica. Non si tratta più di “ridurre le differenze” ma di esaltarle nella loro radicalità di classe. La destra fascista lavora come sempre per i committenti (“i padroni” di qualsiasi livello, quanto a ricchezza). Sarà bene offrire qualcosa di realmente e completamente opposto.
Lo chiedono persino in America...
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12/08/2026
Germania - AfD in crescita in Sassonia, il partito di Sara Wagenknecht nega sostegno ai moderati
Secondo un nuovo sondaggio elettorale condotto dall’istituto Insa per conto del Bild, l’AfD può puntare ad ottenere il 42 percento dei voti nelle prossime elezioni statali nel land della Sassonia-Anhalt.
Secondo il sondaggio, il partito di Sara Wagenknet (BSW) supererebbe per la prima volta la soglia del 5% ed entrerebbe nel parlamento statale di Magdeburgo.
Il candidato principale del BSW, Thomas Schulze, ritiene il suo partito come il fattore decisivo nella questione su chi assumerà la carica di primo ministro in Sassonia-Anhalt in futuro: “Solo se il BSW entrerà nel parlamento dello stato potrà essere impedito il prossimo mandato del primo ministro della CDU. Da solo l’AfD non ce la farà”, ha detto il politico del BSW.
Una dichiarazione che molti hanno interpretato come una “apertura” ad AfD ma che, per ora, dichiara solo che il BSW non sarà disponibile a sostenere un eventuale maggioranza dei partiti conservatori e liberali.
Il candidato della BSW Schulze sostiene un modello di cambiamento delle maggioranze e un “primo ministro non partigiano” nel parlamento statale “per ridurre la polarizzazione”. Una proposta che il candidato dell’AfD Siegmund rifiuta chiaramente: “Non ci penso molto, perché abbiamo bisogno di un governo stabile in questo paese”, ha detto Siegmund all’agenzia Dpa.
La fondatrice del BSW, Sahra Wagenknecht, aveva già fatto sapere che la principale candidata della CDU, Sven Schulze, non poteva contare sui voti del suo partito nel caso in cui BSW entrasse nel parlamento statale di Magdeburgo. Un risultato delle elezioni corrispondente a quello del sondaggio Insa, potrebbe aprire la strada al candidato principale dell’AfD, Ulrich Siegmund, nel diventare primo ministro della Sassonia.
Secondo lo stesso sondaggio la CDU raggiungerebbe solo il 22 percento e quindi perderebbe ulteriormente terreno a favore dell’AfD. La terza forza politica sarebbe la Linke, il Partito della Sinistra, con il 13 percento. Secondo i dati, i Verdi e il FDP non raggiungerebbero il quorum del 5% e quindi non entrerebbero nel parlamento statale.
Un vero e proprio capitombolo attende invece i socialdemocratici del SPD che scendono al 6%.
CDU, Linke e SPD avrebbero il 41%, quindi meno voti rispetto all’AfD, la quale potrebbe eleggere da sola il primo ministro della Sassonia al terzo turno qualora la BSW si astenesse.
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08/08/2026
Cos’è l’antifascismo oggi?
di Giorgio Cremaschi
Se hanno ragione i principali esponenti di AVS, che ora affermano che la priorità sia “battere la destra”, allora l’alleanza che propongono con Renzi è anche troppo piccola. Infatti se la destra di governo dovesse ragionare come loro, si alleerebbe sicuramente con Vannacci, così come in fondo spera il centrosinistra. E allora anche Calenda e simili dovrebbero stare con il campo largo e naturalmente Rifondazione, la cui maggioranza è già disponibile, e chiunque altro.
Due schieramenti che si contendono il governo senza alcuna vera discriminante al proprio interno, se non quella di battere l’avversario. Il tutto nel quadro di una legge truffa che regalerebbe fino al 17% di deputati in più alla prima coalizione che raggiungesse il 42%.
Due campi opposti dove ci sarebbe tutto e il suo contrario in ogni schieramento. Due campi con Meloni da un lato, Schlein o Conte (o Salis) dall’altro, ad occupare tutta la scena, ognuno spiegando che “le differenze nel proprio schieramento sono fisiologiche” e che comunque “decide il capo”. Due campi che si contenderebbero la vittoria in un mare di astensionismo senza precedenti.
È questo che vogliono i “realisti” della “sinistra del campo largo”, mentre gli altri – gli euroatlantici puri e duri – hanno già fissato i loro punti insormontabili, dal riarmo europeo, alle armi all’Ucraina, al sostegno alla NATO e anche a Israele?
Se il rischio in Italia è quello di una dittatura fascista, in continuità con quella di Mussolini, AVS, il PD e quelli come loro nel M5S avrebbero ragione e anzi potrebbero essere accusati di non dire la verità con sufficiente chiarezza.
Ma se invece le spinte autoritarie fasciste e razziste del governo e in una parte della società hanno una origine nelle politiche economiche liberiste e in quelle di guerra, allora i fautori del campo larghissimo hanno torto marcio.
Il piano UE di 800 miliardi in armi serve a preparare la guerra totale alla Russia; entro il 2030 ha dichiarato ufficialmente il governo della Germania.
I paesi europei sono sottoposti alle ristrettezze delle politiche di austerità, dalle quali “si può uscire solo con le spese militari”. Le sanzioni alla Russia e la guerra commerciale alla Cina hanno sottomesso ancora di più l’economia europea a quella USA, alla faccia delle dichiarazioni di circostanza contro Trump. Tutto questo produce una crisi economica che alimenta rabbia, insicurezza e perciò domanda di “ordine”.
Poi ci sono i migranti, a cui tutta la UE risponde con una gara a chi è più efficace nei respingimenti e nelle deportazioni: “ne ho rimpatriati più io, no io!”
Infine c’è Israele, che continua il genocidio senza subire neanche una sanzione, neppure di quelle che non costano nulla.
Ecco se tutto questo non è decisivo, allora ci si può alleare con chi tutto questo lo sostiene, spesso a spada tratta. Si può fare il “campo larghissimo” anche se le posizioni di coloro con cui ci si allea sono le stesse che prevalgono nel campo avverso.
Se invece la guerra, il riarmo, l’economia di guerra, il sostegno a Israele, sono le prime discriminanti oggi, allora l’alleanza tra chi ha votato “no” alle armi e chi ne vuole “di più” è un danno alla stessa lotta per la democrazia.
La spinta reazionaria nelle società occidentali viene dalle ingiustizie sociali, dalle politiche di guerra, dai muri contro i migranti, dal modello israeliano sempre più importato. Se non si parte da qui, si opera di fatto per rafforzare la destra.
Negli USA la sinistra vince le primarie contro l’establishment democratico perché ha imparato lo lezione: non si combatte Trump sul suo terreno, ma su quello del rifiuto del riarmo, della guerra e del razzismo di Stato, a favore dei diritti sociali per tutte e tutti. Negli USA c’è una sinistra che si dichiara esplicitamente “socialista”, in Italia invece la sinistra ufficiale spera di vincere contro la destra contendendole il consenso dell’establishment guerrafondaio.
Se si tiene davvero alla democrazia, oggi più che mai bisogna rifiutare le unioni costruite solo “per vincere”, anziché per rappresentare.
Per la ripresa della democrazia sarebbe necessario che le coalizioni si scomponessero, che nessuna aggregazione raggiungesse la soglia che fa scattare il super-premio di maggioranza, cosicché il Parlamento fosse eletto in modo proporzionale, seppure con la falsificazione dello sbarramento al 3%.
Se non scattasse la legge truffa per nessuno, finalmente andrebbe in crisi quel sistema maggioritario che ha progressivamente svuotato la Costituzione antifascista. E finalmente il no alla guerra diventerebbe una grande discriminante politica e non solo una ipocrisia elettoralistica.
L’antifascismo oggi è prima di tutto ripudio della guerra e disarmo e se il campo largo non ci sta, è necessario che ci sia un campo indipendente che faccia propria questa discriminante. Serve alla pace e alla democrazia.
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02/08/2026
Il ministro della difesa Israel Katz, un fiero criminale di guerra
Il Ministro della Difesa Israel Katz ama vantarsi dei suoi Crimini di Guerra. Non ce n’è praticamente nessuno di cui non vada fiero, quasi nessun Crimine Contro l’Umanità che non abbia minacciato di commettere.
Come un piccolo criminale, Katz si vanta in egual misura dei crimini di cui è responsabile e ancor di più di quelli con cui non ha avuto nulla a che fare. Katz, un piccolo e astuto uomo d’affari che si atteggia a Ministro della Difesa, privo di reale influenza, blatera incessantemente dei suoi crimini.
Così, ogni volta che ordina all’esercito di occupare e radere al suolo un altro campo profughi in Cisgiordania, Katz annuncia con grande enfasi: “Guardate i semi di distruzione che ho piantato”.
La tempistica è ovviamente trasparente: sono le primarie del Likud. Ma il fatto che i Crimini di Guerra siano la chiave per la popolarità della sua base elettorale ci mostra quanto in basso sia sceso il dibattito pubblico in termini morali.
Ci sono stati Criminali di Guerra ben peggiori di Katz nello Stato di Israele, ma nessuno si è mai vantato dei propri crimini con tanta fierezza. Anzi, Katz ha dato il via a una nuova tendenza: “Ehi, guardatemi, un Criminale di Guerra”, si vanta. “Votate per i responsabili del trasferimento forzato e del Genocidio. Non vergognatevi”.
Questa settimana, Katz ha nuovamente rilasciato una dichiarazione in cui proclamava la sua direttiva di occupare un altro campo profughi in Cisgiordania ed espellerne i residenti. Ecco come vanno le cose quando i crimini vengono normalizzati e legittimati.
Quasi nessuno è stato ritenuto responsabile quando Israele ha espulso circa 20.000 residenti del campo di Jenin e lo ha distrutto nel gennaio 2025 e, poco dopo, ha fatto lo stesso con due campi profughi a Tulkarm. Le vite di decine di migliaia di persone, la stragrande maggioranza delle quali povere, indigenti e innocenti, sono state distrutte.
Dobbiamo forse ricordare che si tratta di rifugiati di terza e quarta generazione, che Israele ha espulso dai loro villaggi nel 1948 senza mai permettere loro di tornare? Dobbiamo forse spiegare che Israele è responsabile del loro destino? E ora, non viene loro permesso di tornare alle proprie case nei campi, alcuni dei quali sono stati rasi al suolo. Comunità vivaci e densamente popolate si sono trasformate in città fantasma.
Conoscevo bene il campo di Jenin. Non ce n’era un altro simile in Cisgiordania, con quel mix di determinazione, coraggio e orgoglio, uniti a calore e generosità. Sì, il campo di Jenin, che è stato definito “un nido di calabroni”. Sì, lì c’erano più uomini armati che in altri campi, così come laboratori per la fabbricazione di bombe. Li ho visti. Ma il campo non si è arreso nella sua lotta per la libertà. La soluzione di Israele è stata quella di distruggerlo.
Lo stesso è accaduto a Nur al-Shams e Tulkarm: non esistono più, i loro abitanti sono sparsi per la Cisgiordania, rannicchiati nelle case dei parenti da quasi due anni.
Katz vuole proseguire con questo programma pilota. Balata e i vecchi e nuovi campi di Askar sono nel suo mirino. Da lì, si sposterà sui campi del centro e del Sud della Cisgiordania, finché non ne rimarrà più uno in piedi da Dheisheh ad Al-Fawar. E perché solo i campi? Poi toccherà ai villaggi e alle città, anch’essi sede della Resistenza all’Occupazione. Nakba 2.0 è stata eseguita tra gli applausi degli elettori delle primarie del Likud.
Qualche mese fa, Katz è stato invitato alla conferenza di Canale 14, dove ha proclamato che in “24 villaggi libanesi, con centinaia di abitanti, abbiamo distrutto ogni struttura, non casa per casa, ma interi villaggi”. E c’era di più a Gaza: “Luoghi che ricordate, come Shujaiyeh e Jabalya, oggi non esistono più. Sono stati distrutti. Non vedo case, solo la spiaggia”. La poetica di un Ministro dello Sterminio.
Se lo Stato di Israele avesse un vero sistema giudiziario, Katz sarebbe stato arrestato all’uscita dall’auditorium. Se la comunità internazionale avesse un sistema giudiziario efficace, Katz sarebbe stato inserito nella lista dei più ricercati al mondo.
Katz è lì per deridere la ridicola propaganda israeliana, che dice al mondo che Israele rispetta il Diritto Internazionale e non danneggia intenzionalmente i civili. Fornisce la prova più schiacciante di tutte: non c’è bisogno che organizzazioni per i diritti umani o un tribunale indaghino. Israele sta distruggendo intere regioni, una distruzione fine a se stessa, per soddisfare la sete di vendetta e di sangue degli elettori delle primarie del Likud.
Fonte
11/06/2026
30/05/2026
La prossima tappa del fronte antirusso passa per le elezioni in Armenia
Il timore è quello che, anche in Armenia, possa ripetersi una presunta “correzione di rotta autoritaria, repressiva e antidemocratica” simile a quella intrapresa dalla Georgia di Irakli Kobakhidze, che ha vinto le elezioni.
Le “forze democratiche mondiali” sono dunque in apprensione e fanno il possibile perché a Erevan venga scongiurata la minaccia di una dittatura: cioè di una svolta “filo putiniana”. Perché, si sa, secondo i vangeli di Bruxelles, la “democrazia”, senza alcuna specificazione storica e di classe, è quella categoria che coincide coi sacri “valori europeisti”.
Quando un paese pare sul punto di volgere alcune scelte verso Moskva, ecco che compare con ciò stesso il presunto rischio della “dittatura” e di un ingresso nella cerchia delle forze del cosiddetto “asse del male”.
Per la verità, il rischio non è poi così alto: secondo un sondaggio Gallup, al momento il partito Contratto Civile di Pašinjan può contare sul 27% dei consensi, mentre il principale rivale, il partito Armenia Forte di Samvel Karapetjan, si ferma al 14%.
Per rincuorare Bruxelles, tuttavia, si può rilevare che il politologo Semën Uralov, ad esempio, lega alcune restrizioni imposte da Moskva sull’importazione di frutta e ortaggi armeni, ai timori russi di una decisa “svolta occidentale” di Erevan, anche se pare presto per trarre conclusioni sui risultati elettorali.
Il “Titanic” armeno, dice Uralov, sta manovrando tra un ipotetico scenario ucraino e uno georgiano, col secondo che «ha dimostrato che è possibile spodestare un protetto di una potenza occidentale e unirsi, se non agli alleati della Russia, almeno a un paese neutrale».
Semmai, il pericolo più serio è quello rappresentato da un eventuale scenario «ucraino o moldavo, in cui la parte sconfitta impiega mezzi di lotta non politici e trasforma la repubblica in un campo di battaglia civile».
Anche perché, afferma Uralov, il carattere nazionale di Nikol Pašinjan lo rende un abile improvvisatore, il che lo accomuna all’usurpatore ucraino Vladimir Zelenskij: come ogni «improvvisatore, potrebbe precipitare molto rapidamente nella guerra. E questo, a mio avviso, è il pericolo principale. Se perde il potere, potrebbe decidere di scatenare una guerra civile».
Ma le scelte politiche di Pašinjan minacciano l’Armenia anche di guerra esterna; una guerra legata al “TRIPP”, il corridoio di Trump, che dovrebbe estendersi dal Medio Oriente, attraverso Turchia e Armenia, fino all’Azerbajdžan, con l’obiettivo di accerchiare l’Iran e interrompere il corridoio Nord-Sud della Russia, nel quadro più generale di guerre e conflitti locali alle periferie russe.
I timori di Moskva non sono d’altronde infondati. La russofobia in Armenia ha raggiunto livelli tali che nessun bonus o concessione da parte russa potrà porvi rimedio, afferma l’orientalista Nikolaj Sevostjanov a radio Komsomol’skaja Pravda: «non possiamo più considerare l’Armenia uno stato amico. Pašinjan ha fatto abbastanza per garantire che l’Armenia cessi di esserlo. E i soggetti che alimentano la narrativa occidentale in Armenia continuano a promuovere l’idea che la Russia sia praticamente per l’Armenia un nemico storico».
Se Moskva crede di poter rendere di nuovo l’Armenia uno stato amico, dice Sevostjanov, con restrizioni sull’import o, al contrario, con «bonus e agevolazioni, non funzionerà. Troppe risorse sono state investite» per presentare la Russia, agli occhi degli armeni, come “il diavolo”».
Inoltre, afferma il politologo Ajk Ajvazjan, coordinatore del Fronte anti-nazista armeno, se il regime di Pašinjan manterrà il potere in Armenia, la popolazione locale, come già accaduto in Ucraina, verrà preparata a un conflitto militare con la Russia.
Si può spiegare in quest’ottica anche il precipitoso viaggio del Segretario di Stato americano Marco Rubio che, in un’ora, senza nemmeno uscire dall’aeroporto di Erevan, ha firmato documenti sulla “cooperazione strategica”, che orientano il paese verso Occidente.
Una visita così rapida, dice Ajvazjan, è legata alla preoccupazione USA per la possibilità che Pašinjan perda le elezioni e il prossimo governo possa rifiutarsi di rispettare gli impegni presi dall’attuale primo ministro. Rubio, dunque, ha firmato un accordo di partenariato strategico con Erevan, garantendo così la sicurezza di Washington: tutti gli accordi precedenti saranno attuati. Se Pašinjan dovesse perdere, gli USA userebbero questa visita per complicare la situazione al prossimo governo, che si vedrebbe costretto a rispettare gli obblighi imposti al paese dall’attuale primo ministro.
Per fugare i timori euro-atlantisti, si è così iniziato a fare pressioni sugli oppositori di Pašinjan. Per timore della sconfitta del partito di governo e della prospettiva del fallimento dei piani contro la Russia nel Caucaso meridionale, dice Ajvazjan, USA e loro alleati hanno dato a Pašinjan il via libera per vincere con ogni mezzo necessario, comprese falsificazioni e accuse penali inventate.
L’intera campagna elettorale di Contratto Civile è stata basata sul proclamare la Russia nemico principale e le forze che si oppongono all’élite al potere vengono etichettate come “agenti del Cremlino”, con relativi procedimenti penali a loro carico.
L’Occidente vuole combattere la Russia per interposta persona e deve pertanto «intensificare la propaganda anti-russa nei paesi post-sovietici per motivare gradualmente la popolazione a confrontarsi con la Russia... non è un caso che gli eserciti di Georgia, Azerbajdžan e Armenia vengano convertiti agli standard NATO».
Così, anche Ajk Babukhanjan, leader del partito Unione del Diritto Costituzionale, a proposito dell’accordo di partenariato strategico USA-Armenia e dell’avvio del “TRIPP”, dice che se l’Occidente, con l’aiuto di Pašinjan, riuscisse a estromettere la Russia dall’Armenia, ciò cambierebbe la struttura geopolitica sia della Transcaucasia, che dell’intero Grande Medio Oriente e dell’Asia centrale, in contrasto con gli interessi di Mosca e Teheran.
Si è più volte detto, soprattutto alla luce dell’aggressione yankee-sionista all’Iran, che l’utilizzo della “rotta Trump” da parte degli americani diventa sempre più pericoloso per l’Armenia, dato che l’infrastruttura si trova proprio a ridosso del confine iraniano e potrebbe essere utilizzata contro Teheran.
Inoltre, nessuno ha ancora «spiegato perché l’Armenia ne abbia bisogno. Perché ne abbiano bisogno Turchia, Azerbajdžan e Stati Uniti è chiaro, ma perché ne ha bisogno l’Armenia?»
I media di Pašinjan alimentano l’isteria riguardo alle presunte “azioni ostili” della Russia volte a interferire negli affari interni dell’Armenia e a minare la stabilità politica e, racconta Babukhanjan, in questo senso è dal 2018 che è in corso una riformulazione della politica estera armena, cioè dai primi giorni della «presa del potere da parte di questa junta. Da allora, è in atto un processo di abbandono dell’amicizia e dell’alleanza con la Russia, a favore dell’Occidente e dell’Azerbajdžan. È dunque naturale che tutte le azioni dell’attuale leadership siano di natura anti-russa, volte a estromettere la Russia dall’Armenia e dall’intera Transcaucasia, aprendo la strada a Turchia, UE e USA».
Ecco dunque che Erevan ha sospeso l’adesione al ODKB, è in discussione la partecipazione alla Unione Economica Euroasiatica e sono stati firmati impegni per la transizione agli standard energetici UE e USA. Manca per ora la richiesta di chiusura della base militare russa di Gyumri e di ritiro delle guardie di frontiera.
È chiaro dunque, dice Babukhanjan, che il voto del 7 giugno riveste un’importanza colossale sia per l’Armenia, sia anche, in un certo senso, per l’intera regione, per la Russia e avranno un impatto anche sull’Iran.
In effetti, ecco che dalla RAND Corporation (la “CIA ombra”) Michael Cecire afferma che l‘Armenia rientra nella sfera degli interessi USA e sottolinea come il Cremlino cerchi di ostacolare la realizzazione del “TRIPP”, che minaccia Russia e Iran. L’Armenia, dice Cecire, rappresenta l’anello mancante in un sistema di corridoi di trasporto interconnessi noto come Corridoio Medio: una via terrestre alternativa tra la regione indo-pacifica e l’Europa.
In sostanza, afferma Pëtr Akopov su RIA, Moskva chiede all’Armenia di decidere se aderire alla UE o rimanere nell’Unione Economica Euroasiatica. Poche settimane fa, Vladimir Putin ha ricordato pubblicamente a Nikol Pašinjan che sarebbe impossibile conciliare la partecipazione alle due unioni economiche. Sebbene ciò sia ormai evidente a tutti, la leadership armena sta temporeggiando nel dare una risposta, soprattutto in vista delle elezioni parlamentari.
Pašinjan etichetta la richiesta russa come una pressione sugli elettori, per convincerli a votare contro l’attuale governo. Ed è più o meno la stessa cosa con la questione della Repubblica d’Artsakh, della cui perdita a vantaggio di Baku l’Armenia incolpa Moskva, anche se la Russia, dice Akopov, è responsabile solo di non aver spinto l’Armenia a negoziare con l’Azerbajdžan con sufficiente forza prima di arrivare alla guerra, poi vinta dagli azeri.
Tra i vicini dell’Armenia ci sono anche Georgia e Iran, ma Erevan non fa affidamento su di loro e sceglie Europa e Stati Uniti. L’Occidente è ora molto interessato all’Armenia, perché occupa una posizione strategica fondamentale: collega la logistica e i flussi di petrolio e gas dal mar Caspio al mar Nero e offre anche un comodo punto di controllo sull’Iran.
Ecco quanto è “fortunata” l’Armenia, ironizza Akopov: raggiungerà un accordo anche con i turchi e l’Occidente la sosterrà. Non avrà dunque più bisogno della Russia; che importa se la sua economia dipende quasi interamente dalla Russia?
La Russia comunque «non se ne andrà; è interessata a mantenere la presenza, anche militare e quindi continuerà a comprare cognac e vendere gas». E l’Armenia si arricchirà grazie ai suoi legami con tutti contemporaneamente: Europa, Stati Uniti, Turchia e persino con Iran e Russia. Ma non è un segreto che l’interesse occidentale per l’Armenia sia in gran parte anti-russo.
E poi viene la domanda base, dice Akopov: la UE accetterà l’Armenia al suo interno? Non accadrà mai; gli USA la proteggeranno dall’Azerbajdžan o dalla Turchia? Ancora più assurdo. Allontanandosi dalla Russia, l’Armenia rischia di diventare una provincia di un nuovo impero turco.
Dunque, “democratici” e “anti-dittatoriali” d’Europa e d’America, fate fronte comune per scongiurare la minaccia di una svolta autoritaria e filo-Cremlino in Armenia: ne va del disegno euroatlantico di un “argine potente contro l’aggressione russa”. Presunta...
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02/05/2026
Non è “campo largo”, è riciclo politico
In realtà è qualcosa di molto più semplice e molto più problematico: è il ritorno alla logica della coalizione con il centrosinistra, cioè con quelle stesse forze che negli anni hanno costruito le condizioni materiali, sociali e politiche su cui la destra è cresciuta.
Questo è il punto che va capito fino in fondo, perché è qui che si gioca tutta la partita. Il testo evita accuratamente la parola “campo largo”. Ma poi propone esattamente quello: una coalizione elettorale ampia, una convergenza con il PD e le altre opposizioni, una sommatoria di voti per battere la destra.
Cambia il nome, non cambia la sostanza. E questa non è una finezza linguistica: è un modo per far passare una scelta politica senza dichiararla apertamente. Ma il problema non è nemmeno questo. Il problema è cosa significa, politicamente, fare quella scelta. Lo stesso documento riconosce che per anni Rifondazione è stata fuori dal centrosinistra perché non ne condivideva le politiche neoliberiste, antipopolari, di precarizzazione del lavoro e di gestione dell’austerità.
Non era una questione di orgoglio identitario. Era un giudizio politico preciso: quel blocco non rappresentava un’alternativa, ma una parte del problema. E allora la domanda è inevitabile: cosa è cambiato? Non viene detto. Non viene dimostrato. Non viene spiegato. Non è cambiato il rapporto con l’Unione Europea, non è cambiata la collocazione nella NATO, non è cambiato il modello economico. È cambiato il linguaggio, forse l’immagine. Ma non la sostanza.
E qui sta il nodo politico decisivo: se ti allei con chi ha fatto politiche che hanno impoverito, precarizzato e disilluso le classi popolari, non stai costruendo un’alternativa alla destra. Stai riproducendo le condizioni che la fanno crescere. È questo il meccanismo che il documento rimuove.
La destra non cresce perché è semplicemente più forte o più cattiva. Cresce perché milioni di persone non trovano più rappresentanza, perché hanno visto peggiorare le proprie condizioni materiali, perché hanno perso fiducia in chi avrebbe dovuto difenderle. E questo processo è stato alimentato anche dalle politiche del centrosinistra.
Allora la verità è molto più semplice di come viene raccontata: allearsi con il PD per battere la destra significa, nella sostanza, fare il gioco della destra. Perché significa riproporre politiche che non risolvono i problemi sociali, deludere di nuovo chi cerca un’alternativa reale e lasciare spazio alla destra per presentarsi, ancora una volta, come unica opposizione credibile. È un ciclo già visto.
E ogni volta finisce nello stesso modo. Il documento prova a nascondere questo problema dietro la “sommatoria”: uniamo tutti e vinciamo. Ma la politica non funziona così. Quando metti insieme forze incompatibili, il risultato non è la sintesi più avanzata. È il compromesso più basso. E in quel compromesso spariscono proprio le politiche che servirebbero a invertire la rotta. E infatti il punto più rivelatore è un altro: si dice che senza questa apertura il partito rischia la marginalità.
Qui cade ogni ambiguità. La linea non viene più definita in base a ciò che serve alle classi popolari, ma in base a ciò che permette di stare dentro una coalizione. Non è più politica. È adattamento.
Ma è sul piano internazionale che la contraddizione diventa ancora più evidente. Il documento denuncia la guerra, la NATO, il riarmo europeo, il genocidio a Gaza. E poi propone di convergere con un blocco politico che su questi temi non rompe davvero.
Sul riarmo, il PD non ha assunto una posizione di rottura, ma di gestione. Non mette in discussione il quadro europeo e atlantico, lo amministra. Sulla Palestina, alza i toni solo quando il disastro è già evidente, senza mettere in discussione seriamente il sistema politico che ha reso possibile il sostegno a Israele. Su Cuba, resta dentro una cultura politica europea che continua a trattare l’isola come un problema da normalizzare, non come un paese sotto attacco. E allora la domanda è inevitabile: come si può costruire una linea antimperialista dentro una coalizione che non rompe con l’imperialismo? La risposta è semplice: non si può.
E infatti il risultato è quello che si vede nel documento: analisi radicale, soluzione moderata. Si denuncia il sistema, ma si propone di allearsi con chi lo gestisce. Ed è qui che il documento mostra fino in fondo il suo limite più grave: non vede – o finge di non vedere – cosa sta succedendo realmente nel paese. Perché il problema non è solo che la destra cresce.
Il problema è che milioni di persone non si riconoscono più in nessuno dei due poli. Il voto referendario, che il documento prova a leggere come spinta verso una convergenza elettorale contro la destra, in realtà dice un’altra cosa: dice che esiste un malessere sociale profondo, una stanchezza diffusa, una rottura di fiducia che riguarda tanto la destra quanto il centrosinistra. Non è un mandato al “fronte largo”.
È un segnale di sfiducia generale. È il prodotto di anni in cui la destra ha peggiorato le condizioni materiali e il centrosinistra non ha saputo rappresentare un’alternativa. E allora il punto diventa ancora più chiaro. Se rispondi a questa crisi proponendo di tornare dentro lo stesso schema politico che ha prodotto quella disillusione, non stai ricostruendo un rapporto con il popolo. Lo stai abbandonando di nuovo. Perché chi oggi non vota, chi si astiene, chi non si riconosce più, non chiede una coalizione più larga. Chiede una rottura vera.
E quella rottura non può nascere dentro una sommatoria elettorale con chi ha già governato senza rappresentarlo. Per questo il documento di Acerbo non è solo sbagliato. È pericoloso. Perché ripropone una strada che porta sempre allo stesso risultato: prima si delude, poi si perde, e alla fine si consegna di nuovo il paese alla destra. E questa volta con un’aggravante: si fa mentre si sa già come va a finire. Non è un fronte contro la destra. È la sua migliore assicurazione per il futuro.
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29/04/2026
Scenario “ungherese” per Israele
Nel caso israeliano la declinazione di destra coincide con quella di sionismo. Dunque potrebbe saltare la leadership di Netanyahu, ma solo per essere sostituita da un’altra leadership sionista, meno nota come sostenitrice del genocidio. Per i palestinesi non cambierebbe nulla, e anche per il resto del mondo.
Paradossalmente, a mettere in discussione questo scenario sono soltanto gli ebrei Haredim che hanno manifestato in migliaia a Gerusalemme per protestare contro l’arruolamento nelle forze armate e contestare “l’esercito sionista”, riaffermando una visione di Israele religiosa ma non sionista. Si sono viste bandiere israeliane bruciate e qualche bandiera palestinese sventolata.
Un segnale delle contraddizioni interne, ma con caratteristiche del tutto diverse da quelle auspicate dai liberali e democratici europei costretti dai fatti a stigmatizzare Netanyahu, ma solo per assicurare la continuità del progetto sionista (“tutto cambi, perché nulla cambi”).
Lista anti-Netanyahu, stesso programma: «Noi, la vera destra»
di Eliana Riva - il manifesto
Sarà un governo sionista, su questo non c’è dubbio, quello che potrebbe nascere dall’unione tra l’ex premier israeliano di destra, Naftali Bennett, e quello di centro-destra, Yair Lapid. Sono riusciti a superare le divergenze e hanno annunciato il nuovo movimento partorito dalla fusione dei rispettivi schieramenti e denominato Beyahad, «Insieme».
Un colpo di scena nella campagna elettorale non ancora ufficialmente lanciata ma alla quale il primo ministro Benyamin Netanyahu sta già lavorando ormai da mesi. La notizia non lo avrà reso certo felice, perché potrebbe raffigurare un serio pericolo per la sua rielezione e per tutta la sua carriera.
I due leader dell’opposizione hanno dichiarato che una volta al governo istituiranno immediatamente una commissione d’inchiesta statale sulle responsabilità politiche dell’attacco di Hamas a Israele il 7 ottobre 2023. Quella commissione a cui Netanyahu si è opposto con tutte le sue forze e che potrebbe per sempre legare la sua figura a quella di un terribile fallimento piuttosto che alla bramata gloria.
Bennet e Lapid hanno già sconfitto Netanyahu, nelle elezioni del 2021, per poi guidare un esecutivo di breve durata – con il sostegno esterno del partito arabo Raam – alternandosi nella carica di primo ministro secondo un patto di rotazione.
Questa volta il partito sarà guidato da Bennett e potrebbe vedere la partecipazione di quello che rappresentava fino a poco fa uno degli sfidanti più insidiosi dell’attuale premier. Gadi Eisenkot, leader del nuovo partito di opposizione Yashar ed ex capo dell’esercito israeliano, è stato invitato da Lapid e Bennett a partecipare all’impresa e non è detto che rifiuti.
L’obiettivo dichiarato da Bennett è istituire un percorso «di destra liberal-sionista». In un post su X l’ex premier ha affermato: «La coalizione Netanyahu-Dery-Smotrich non è di destra. Io sono di destra». Bennett ha guidato per 15 anni un Consiglio di coordinamento delle colonie illegali nella Cisgiordania occupata e di recente ha ricordato i suoi propositi: «non cedere la terra e impedire l’istituzione di uno stato palestinese», precisando anche che un accordo con il Libano potrebbe essere firmato solo dopo aver «neutralizzato» Hezbollah.
Nessuna sorpresa, invece, sul fronte delle elezioni amministrative in Cisgiordania, che hanno decretato di nuovo la vittoria di Fatah e dei seguaci di Abu Mazen, presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). Secondo i dati della Commissione elettorale centrale, il 56% degli aventi diritto ha espresso la propria preferenza nella prima votazione dal 2022 (le elezioni legislative non si tengono dal 2006).
In diverse città, anche importanti come Ramallah e Nablus, il seggio è stato attribuito d’ufficio per la presenza di un unico candidato. Gruppi palestinesi come Fronte popolare e Jihad islamico non hanno preso parte alla votazione, boicottandola a causa di un nuovo emendamento alla legge elettorale locale, voluto proprio dall’Anp.
Oltre al riconoscimento dello Stato d’Israele, al supporto della soluzione a due stati, la revisione obbliga tutti i partecipanti alla competizione elettorale a rispettare gli accordi sottoscritti dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Tali accordi includono gli impegni di cooperazione con Israele – anche nell’arresto e la consegna dei palestinesi – nodo centrale del dissenso verso l’Anp.
L’Autorità di Abu Mazen, infatti, nell’ansia di mostrarsi partner «affidabile» agli occhi dell’Occidente, continua a ottemperare alle richieste di Tel Aviv, anche se quest’ultima non abbia mai smesso, negli anni, di allargare l’occupazione, togliere terra e libertà ai palestinesi, agendo in violazione dei medesimi accordi.
Nonostante il boicottaggio in Cisgiordania, Hamas ha partecipato – sotto copertura – alla prima elezione in venti anni a Gaza. Il turno amministrativo si è tenuto solo a Deir al-Balah, tra enormi difficoltà di gestione: le votazioni sono state chiuse in anticipo a causa della mancanza di elettricità e Israele non ha permesso l’ingresso di urne, schede elettorali, inchiostro.
L’affluenza è stata bassa, il 23% su più di 70mila iscritti alle urne ma non c’è stato modo di aggiornare le liste degli aventi diritto, espungere i morti, cancellare chi è sfollato altrove. In ogni caso, la lista indipendente denominata «Deir al-Balah ci unisce», all’interno della quale erano presenti elementi riconducibili ad Hamas, è riuscita a raccogliere solo due dei 15 seggi a disposizione. La lista «Rinascita di Deir al-Balah» sostenuta da Fatah e dall’Anp si è aggiudicata sei seggi e altri sette sono stati assegnati a due liste indipendenti.
Abu Mazen e il suo vice, Hussein Sheikh, speravano in un esito che riconoscesse, in qualche modo, la presenza di Fatah e dell’Anp a Gaza, per potersi mostrare come legittimi rappresentanti dell’intera Palestina occupata, e guidare l’amministrazione della Striscia attraverso le istituzioni promesse dal piano del presidente Usa Trump.
Pur non impegnandosi nella campagna elettorale, Hamas sperava, invece, di ottenere la conferma del mantenimento di un consenso e comunque intendeva dimostrarsi aperta a libere votazioni.
Anche durante il turno elettorale Israele ha continuato i suoi attacchi mortali quotidiani, uccidendo sette palestinesi in meno di 24 ore, compreso un ragazzo di 15 anni. Mentre scriviamo, a nord di Gerusalemme è in corso da oltre quindici ore una violenta operazione militare tra il campo profughi di Qalandiya e le località di Al-Ram e Kafr Aqab, che al momento ha portato all’arresto, senza accuse, di oltre 35 palestinesi.
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26/04/2026
Gaza tra urne e macerie, la sfida di Deir al-Balah
Tutti gli occhi sono puntati su Deir al-Balah, dove votano 70.449 elettori: è l’unica circoscrizione della Striscia di Gaza inclusa nel voto, la prima chiamata alle urne municipali dal 2005. La decisione di limitare qui la consultazione riflette una realtà drammatica. Come ha spiegato Jamil Al-Khalidi, responsabile della Commissione elettorale a Gaza, Deir al-Balah è stata scelta perché relativamente meno devastata dai bombardamenti israeliani. Relativamente, appunto. I raid non si sono fermati neppure con la tregua: anche nelle ultime ore si registrano attacchi, come quello che ha ucciso tre palestinesi a Sheikh Radwan, nel nord di Gaza City.
Durante l’offensiva israeliana seguita al 7 ottobre 2023, Deir al-Balah si è trasformata in un rifugio per decine di migliaia di sfollati. La pressione è enorme su servizi già fragili, temi al centro della competizione elettorale. L’acqua potabile arriva nelle case, quando va bene, una volta ogni quattro o cinque giorni. Le infrastrutture sono danneggiate, la raccolta dei rifiuti quasi impossibile, le fognature sono fuori uso. Non sorprende allora che la campagna elettorale, breve e concentrata soprattutto sui social media, abbia assunto toni tecnici più che ideologici. Le liste in corsa – “Pace e Costruzione”, “Deir al-Balah ci unisce”, “Futuro di Deir al-Balah”, “Rinascita di Deir al-Balah” – evocano programmi amministrativi, promettono interventi concreti: acqua, strade, macerie da rimuovere.
Eppure, dietro questa apparente neutralità, la politica resta centrale. Hamas, che ufficialmente boicotta le elezioni per via della legge elettorale dell’Autorità nazionale palestinese che implica il riconoscimento di Israele, ha scelto una strada indiretta: sostenere una lista “indipendente”, “Deir al-Balah ci unisce”, guidata da Adnan Al Fleit. Tecnico con esperienza nel settore bancario, Al Fleit incarna un profilo pragmatico, ma la sua candidatura rappresenta anche un test politico per il movimento islamista.
La leadership di Hamas osserva questo voto con attenzione. Da un lato, vuole misurare il proprio consenso dopo la devastazione della guerra e le sofferenze inflitte alla popolazione. Dall’altro, si prepara a un possibile riassetto del potere nella Striscia, rendendosi disponibile a cedere formalmente il governo a un comitato tecnico palestinese, mantenendo però un’influenza politica attraverso formazioni affiliate. Se la lista sostenuta da Hamas dovesse ottenere un risultato ampio, il movimento potrebbe rivendicare una resilienza politica oltre che militare significativa.
Sul piano regionale e internazionale, il voto si intreccia con negoziati ancora incerti. Al Cairo proseguono i colloqui tra esponenti di Hamas, rappresentanti del cosiddetto Board of Peace promosso dall’amministrazione del presidente Donald Trump e mediatori internazionali. Ma le posizioni restano distanti: Washington condivide la linea israeliana, subordinando la ricostruzione di Gaza al disarmo di Hamas.
Anche Fatah guarda a Deir al-Balah. Il partito pilastro dell’Autorità nazionale palestinese spera che il peso dell’offensiva israeliana sulla popolazione civile si traduca in una perdita di consenso per Hamas. Un risultato modesto del partito rivale rafforzerebbe le ambizioni dell’Anp di tornare a governare Gaza, aggirando le resistenze israeliane e presentandosi come interlocutore agli occhi degli Stati Uniti.
Se a Gaza il voto ha un valore politico e simbolico, in Cisgiordania il quadro è molto diverso. Qui le elezioni si svolgono in 90 consigli comunali con 321 liste e 3.773 candidati, in gran parte indipendenti. Tuttavia, l’assenza di Hamas, del Fronte popolare, della Jihad islamica e in parte dell’Iniziativa nazionale svuota la competizione. In molte città, come Nablus e Ramallah, le liste legate a Fatah assumono il controllo dei consigli per acclamazione, senza avversari.
Il dato complessivo restituisce l’immagine di un sistema politico diviso, dove il voto locale diventa al tempo stesso esercizio amministrativo e terreno di scontro strategico. Tra urne e macerie, i palestinesi cercano risposte immediate ai bisogni quotidiani, ma sanno che dietro la gestione dell’acqua o delle strade si giocano equilibri ben più ampi: il futuro di Gaza, la leadership nazionale, il rapporto con l’occupante israeliano e con una comunità internazionale che è tornata a ignorare la causa palestinese.
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23/04/2026
Dopo il voto in Bulgaria tra Ue, Nato e dialogo con Mosca
Alle 15 del 20 aprile la commissione elettorale della Bulgaria ha comunicato di avere ultimato lo spoglio del 100% dei voti delle elezioni parlamentari tenutesi il 19, confermando la vittoria schiacciante e mai in discussione del neonato partito dell’ex-Presidente della Repubblica Rumen Radev, dimessosi dalla carica a poche settimane dalla fine del suo secondo mandato proprio per potersi presentare alle elezioni. La sua formazione, “Progresivna Balgarija” (Bulgaria Progressista) ha ottenuto il 44,59% dei voti, staccando senza possibilità di appello sia la coalizione di centrodestra GERB-SDS guidata da Boyko Borisov, politico di lunghissimo corso e per anni dominatore pressoché indiscusso della politica bulgara che in queste elezioni ha raccolto solo il 13,38%, sia i liberali “europeisti” del PP-DB (Prodalžavame Promjanata – Demokratična Balgarija, “Continuiamo il cambiamento – Bulgaria Democratica”) con il 12,61% dei voti. Ancora più staccato il DPS del discusso Deljan Peevski con il 7,12% e, appena sopra la soglia di sbarramento, il partito nazionalista Vazraždane (“Risorgimento”) col 4,25%. Altri partiti nazionalisti come Veličie o Meč sono rimasti fuori, così come il Partito Socialista che gli exit poll davano invece tra il 5 e il 7%.
Non è stato questo l’unico dato non corretto dei primi sondaggi: se la vittoria di Progresivna Balgarija non era in discussione, e mai lo era stata nemmeno per i sondaggi in campagna elettorale, la formazione di Radev era accreditata del 34-38%, dato ampiamente superato, e PP-DB era considerato il secondo partito anche se la forbice che lo separava da GERB era molto piccola. Anche il numero di votanti era stato sovrastimato al 60% mentre in realtà si è attestato al 50,2%, un dato comunque straordinario se pensiamo che alle elezioni dell’ottobre 2024 aveva toccato appena il 38,81%.
La vittoria di Radev è stata dunque schiacciante e soprattutto trasversale. Chi pensava che le generazioni più giovani avrebbero votato a maggioranza per i partiti liberali si è dovuto ricredere anche se, come era prevedibile, i maggiori consensi Radev li ha ottenuti nelle fasce di età più alte. Il dato più importante, ad ogni modo, è che Progresivna Balgarija otterrà 130 o 131 seggi parlamentari su 240 e potrà quindi governare da sola senza dover mettere in piedi una coalizione con forze diverse. Proprio questo era stato il motivo principale dell’estrema instabilità politica della Bulgaria, che negli ultimi cinque anni è andata alle urne otto volte: nessun partito e nessuna coalizione aveva mai ottenuto una maggioranza indiscussa ed era sempre stato costretto ad alleanze estemporanee e transitorie con altre forze politiche, a volte anche di orientamento diametralmente opposto, con le conseguenze ovvie di non riuscire mai a portare a termine una legislatura. L’ultimo caso aveva portato alle dimissioni del governo l’11 dicembre 2025 senza che si fosse riusciti ad approvare la finanziaria per l’anno successivo. Si immaginava che anche Radev, nonostante il sostegno che si evinceva dai sondaggi, non si sarebbe potuto sottrarre a questo destino, tanto che ci si chiedeva quale partito avrebbe potuto entrare in coalizione con Progresivna Balgarija dato che lui stesso aveva escluso ogni possibilità di dialogo con i liberali e Borisov, fino alla sera del 19, si era dichiarato contrario a sostenerla facendo beffardamente gli auguri a Radev dopo i primi exit poll e dichiarando che una cosa è vincere le elezioni e tutt’altra è formare un governo. Almeno questo problema sembrerebbe superato, considerando anche l’ostilità reciproca che separa le altre formazioni politiche, ed è proprio la promessa di stabilità ad avere portato la grande maggioranza degli elettori a votare per l’ex-Presidente.
Rumen Radev è un personaggio non facilmente inquadrabile, soprattutto nella dicotomia pro-o anti-Russia che sembra, per i commentatori occidentali, essere l’unico discrimine per valutare la posizione di un candidato. La stampa occidentale pare essersi accorta di lui solo in questo senso, e solo dopo la sconfitta elettorale di Orbán, quando alcune testate (Politico, Daily Telegraph, Reuters, Atlantic Council)[1] hanno cominciato a chiedersi se, ricondotta l’Ungheria nei ranghi europeisti, non ci si dovesse aspettare la defezione della Bulgaria. Ex generale dell’aviazione, pilota di caccia, eletto Presidente con l’appoggio del partito Socialista che allora, nel 2017, aveva un peso politico ben maggiore di quello odierno, Radev ha sempre proiettato l’immagine di un uomo forte e determinato ma al contempo calmo e riflessivo, molto lontano dalle spacconate e dagli scandali che hanno spesso caratterizzato la scena politica bulgara negli anni della democrazia. La sua seconda presidenza lo ha visto molto più attivo, in una direzione che è stata spesso classificata come “filorussa”. Si è opposto alle sanzioni alla Russia, ha rimarcato quanto il paese fosse dipendente dal petrolio e dal gas russi, si è opposto all’invio di armamenti all’Ucraina (ma non all’invio di materiale umanitario) e ha detto più volte, in campagna elettorale e anche nel discorso successivo alla sua vittoria, che con la Russia bisognerà riprendere il dialogo. Viene accusato anche di atteggiamenti “antieuropeisti” per aver proposto un referendum sull’introduzione dell’Euro (che in precedenza era osteggiata solo dai partiti della destra populista che l’avevano monopolizzata) e per i suoi numerosi screzi con i partiti “europeisti” durante i suoi mandati presidenziali.
In realtà la sua posizione è molto più sfumata di quanto si possa credere, al di là della sua difesa, che potrebbe parere semplice retorica, di non essere né filorusso né antieuropeista ma semplicemente filobulgaro. La sua ricerca di un dialogo con la Russia parte da una costatazione piuttosto evidente, ovvero che la Bulgaria dipende in larga misura dalla Russia per le sue necessità energetiche: non solo riguardo al petrolio e al gas, ma anche alle sue centrali nucleari che sono state costruite durante il periodo socialista e successivamente rimodernate dalla Rosatom. Perdere la Russia come partner energetico sarebbe per la Bulgaria un problema economico di non piccolo conto e trovare alternative, come nel caso dell’Ungheria, non è una cosa semplice, senza considerare i problemi ulteriori che la crisi iraniana ha creato e creerà nel futuro. Il progressivo disaccoppiamento dalle fonti energetiche russe, che i governi precedenti hanno incominciato, ha portato aumenti in bolletta stimati intorno al 20%. Le difficoltà si ripercuotono anche sui comparti produttivi e il rilancio dell’economia bulgara è tra le priorità del programma del suo partito, rilancio che non potrà ripartire senza un approvvigionamento energetico costante, garantito e, se possibile, economico. Questo, a suo dire, non vale solo per la Bulgaria ma per l’Europa tutta: come ha affermato nel suo discorso la sera del 19 aprile, “se vogliamo che l’Europa abbia autonomia strategica, deve ripristinare la sua competitività e arrestare il processo di deindustrializzazione. L’Europa deve riflettere seriamente su come garantire le proprie risorse, perché senza risorse energetiche non si può parlare di competitività”[2]. Va inoltre tenuto presente che tra le attività produttive della Bulgaria c’è l’industria militare che produce, quasi unica al mondo, proiettili d’artiglieria ancora di calibro non-NATO, buona parte dei quali sono stati inviati, direttamente o indirettamente, in Ucraina, e che la Rheinmetall ha stabilito una joint venture con la fabbrica VMZ per impiantare a Sopot una grande fabbrica di munizioni di calibro NATO e di polvere da sparo, di cui in Occidente c’è grande scarsità.[3] Rinunciare a questi asset economici è assolutamente impossibile. Solo la fabbrica Rheinmetall-VMZ darà lavoro, a pieno regime, a più di mille persone, senza considerare le altre imprese che lavorano su commesse della NATO e senza contare che tra i vari punti del piano di sviluppo economico proposti da Radev vi è anche la modernizzazione delle forze armate bulgare e l’incremento della loro interoperabilità con le altre forze NATO.
I suoi detrattori, naturalmente, considerano queste solo scuse e hanno cercato più volte di presentarlo, sia all’opinione pubblica bulgara che a quella europea, come un amico di Putin. Il momento di maggiore scontro è stato senza dubbio il 30 marzo, quando una delegazione governativa di altissimo livello, comprendente il Primo Ministro ad interim Andrey Gyurov e i ministri, sempre ad interim, degli Esteri, Difesa, Trasporti e Telecomunicazioni, Istruzione ed Energia si è recata a Kiev. La delegazione ha firmato con l’Ucraina un accordo di sicurezza decennale e un protocollo di intesa sulla produzione congiunta di droni, in linea con quanto fatto in quei giorni da Germania, Gran Bretagna e Italia. La delegazione ha inoltre accettato di discutere il trasferimento dei reattori della centrale nucleare di Belene, che l’Ucraina ha più volte richiesto per poter sostituire alcuni reattori delle sue centrali senza dovere richiedere l’assistenza della Rosatom.[4] Come era facile prevedere le decisioni del governo ad interim, senza discussione parlamentare e a poco più di due settimane dal voto, hanno provocato una gran quantità di polemiche sia per ciò che riguarda la dimensione militare che, soprattutto, quella energetica, tanto che tre giorni dopo il viceministro degli Esteri ad interim, Marin Raykov, si è affrettato a dichiarare in televisione che l’accordo era più che altro una dichiarazione politica di sostegno all’Ucraina che non impegnava davvero il paese in alcuna direzione concreta.[5] L’impressione di una tentata imboscata ai danni di Radev, i cui consensi aumentavano sempre più nei sondaggi, è stata molto forte e probabilmente si è rivelata negativa per le formazioni “europeiste”.
La questione ucraina, ad ogni modo, non ha pesato più di tanto nelle intenzioni di voto, se non in quelle di chi comunque non avrebbe votato per Radev. Ben più importante per l’elettorato è stata una serie di questioni sottovalutate sia dai commentatori occidentali che, apparentemente, dalle stesse forze “europeiste” bulgare e invece di importanza fondamentale: la lotta alla corruzione, che almeno a parole ogni partito intende portare avanti, la fine delle precedenti “oligarchie politiche”, con chiaro riferimento a Borisov e Peevski, e soprattutto la preoccupazione e il disorientamento nei riguardi della situazione economica del paese, che il passaggio all’Euro ha reso ancora più grande. Il 3 aprile il Ministero delle Finanze ha confermato che i timori sono più che concreti, pubblicando i dati relativi al primo trimestre del 2026. Sono dati certamente allarmanti: un deficit di bilancio di 1,5 miliardi di € a fronte di un bilancio in attivo da molto tempo, un aumento apparentemente incontrollabile di tutte le voci di spesa pubblica e un aumento dell’inflazione che, stimato attorno al 4%, viaggia invece almeno sull’8%. Il Ministro ad interim Georgi Klisurski ne ha approfittato per mettere ancor più pressione su Radev, ormai chiaramente considerato il vincitore delle elezioni che si sarebbero tenute dopo poco, dichiarando che il prossimo governo avrebbe dovuto affrontare “decisioni difficili” e prendere in considerazione tagli alla spesa pubblica.[6] Il 14 aprile, infine, il Fondo Monetario Internazionale si è espresso negativamente sulle prospettive di crescita della Bulgaria, rivedendole al ribasso.[7] In queste condizioni pensare a Radev come al “nuovo Orbán” sembra francamente risibile. La Bulgaria, che è percettore netto di fondi dell’Unione Europea e uno dei paesi cardine dello schieramento NATO in Europa meridionale, oltre che come abbiamo visto uno dei suoi fornitori di armi, non può certamente permettersi di allontanarsi né da Bruxelles né dall’Alleanza Atlantica. Radev cercherà certamente di bilanciare la posizione del paese tra i due schieramenti per minimizzare le perdite e massimizzare i vantaggi restituendo alla Bulgaria il suo ruolo di ponte culturale tra le due metà dell’Europa ed evitando escalation che potrebbero coinvolgerla direttamente, cosa molto diversa dalle immaginarie posizioni “filorusse” che i suoi avversari politici gli attribuiscono.
Note
[1] https://www.politico.eu/article/hungary-viktor-orban-out-who-eu-next-disruptor-in-chief/; https://www.politico.eu/article/bulgaria-election-fighter-pilot-rumen-radev-political-deadlock-coalition-struggle/; https://www.telegraph.co.uk/news/2026/04/14/putin-loses-best-friend-orban/; https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/04/18/pro-putin-pilot-take-orbans-role-eu-nightmare-bulgaria/; https://www.reuters.com/world/europe/bulgaria-votes-pro-russian-former-president-leads-polls-2026-04-19/; https://www.atlanticcouncil.org/blogs/ukrainealert/could-bulgaria-replace-hungary-as-putins-proxy-inside-the-eu/
[2] https://glasove.com/novini/radev-pobedihme-apatiyata-no-nedoverieto-v-balgarskata-politika-vse-oshte-e-golyamo
[3] https://www.rheinmetall.com/en/media/news-watch/news/2025/10/2025-10-28-rheinmetall-and-vmz-establish-joint-venture-cooperation-with-bulgaria
[4] https://bntnews.bg/news/gyurov-i-zelenski-podpisaha-v-kiev-10-godishno-sporazumenie-za-sigurnost-mezhdu-balgariya-i-ukraina-1386111news.html
[5] https://bntnews.bg/news/marin-raikov-sporazumenieto-s-ukraina-e-po-skoro-politicheska-deklaraciya-ne-sadarzha-nikakvi-konkretni-angazhimenti-1386715news.html
[6] https://www.mediapool.bg/finansoviyat-ministar-byudzhetat-e-na-avtopilot-news381982.html
[7] https://www.bta.bg/en/news/economy/1105323-imf-lowers-economic-growth-forecast-for-bulgaria
Fonte
20/04/2026
Bulgaria - In testa il candidato meno gradito da Bruxelles
Il Gerb era parte della maggioranza di governo guidata da Rossen Zhelyazkov, esponente del Gerb, che governava in coalizione con i socialisti (Bsp) e con il partito populista ‘C’è un popolo come questo’ (Itn). Ma la coalizione non disponeva di una maggioranza in parlamento e ha dovuto spesso fare affidamento sul sostegno esterno di uno dei due partiti della minoranza turca, il partito ‘Movimento per diritti e libertà – Nuovo inizio’ (Dps-Nn).
Il Gerb aveva tra i suoi obiettivi dichiarati quello dell’entrata della Bulgaria nell’euro per il 1 gennaio di quest’anno, obiettivo raggiunto ma che ha avuto un impatto pesante sui prezzi e il carovita, anche se l’inflazione formalmente non ha subito impennate.
Questa tornata elettorale, quindi, potrebbe consegnare la vittoria all’ex presidente Radev, considerato vicino a Mosca.
Radev, ex pilota militare ed euroscettico, si oppone al sostegno militare all’Ucraina contro Mosca, è anche un critico dell’adesione della Bulgaria all’euro, sostenendo che la nuova valuta ha alimentato l’inflazione. Si è dimesso dalla presidenza a gennaio per candidarsi alle elezioni.
L’Associated Press sottolinea come durante la sua campagna, Radev ha parlato di migliorare i rapporti con Mosca e riprendere il libero flusso di petrolio e gas russi verso l’Europa. “Non è chiaro quanto ciò influenzerà la politica estera della Bulgaria, membro della NATO e dell’Unione Europea che è entrato nell’area euro a gennaio, una mossa criticata da Radev”.
Per la Bulgaria si tratta delle ottave elezioni in soli 5 anni: dal 2021 il Paese ha avuto ben 7 primi ministri ma nessuno è riuscito a portare a termine un mandato completo. Il paese a febbraio e a dicembre dello scorso anno era stato investito da manifestazioni e scontri di piazza contro la corruzione e i governi che si succedevano senza assicurare alcuna stabilità.
Il leader del Gerb, Boyko Borissov, aveva governato il Paese nel passato per quasi dieci anni. La terza forza nel Parlamento bulgaro sarebbe il partito liberale “Continuiamo il cambiamento” (Pp) con il 13,6% dei voti. Poi ci sarebbero il “Dps-Nuovo inizio”, partito della minoranza turca con 7,5%. Mentre al quinto posto si collocherebbe il partito nazionalista Vazrazhdane (Rinascita) con il 5,1% dei voti.
L’altra novità sono i socialisti: il partito Bsp, nonostante le previsioni, sarebbe riuscito a superare lo sbarramento al 4% per entrare in Parlamento raccogliendo il 4,1% dei voti. Anche il Bsp faceva parte della coalizione di governo insieme al Gerb.
L’edizione europea del giornale Politico ritiene che la grande domanda è se Radev cercherà di formare una maggioranza con i riformisti liberali pro-UE (circa il 14 percento), oppure se si alleerà con il Partito Socialista (circa il 4 percento) e i nazionalisti (circa il 5 percento).
In un intervento subito dopo il voto, Radev ha lasciato intendere di poter trovare un terreno comune con il campo filo-Bruxelles riguardo al problema della corruzione della magistratura, ma si rifiuta di entrare in coalizione con i due politici più importanti della Bulgaria – l’ex primo ministro Boyko Borissov del partito GERB e Delyan Peevski, leader del partito DPS-Nuovo Inizio – accusandoli di essere al vertice della “piramide oligarchica” che governa lo stato mafioso.
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14/04/2026
Ungheria - Orban defenestrato dal voto. Vince la destra “europeista”
Al terzo posto è arrivato un altro partito di destra Mi Házank, con dunque ben tre sfumature di destra che occupano totalmente il Parlamento di Budapest. Infatti la situazione sarà la seguente: 138 seggi vanno alla destra del nuovo governo, 54 alla destra di Orbán, 10 all’estrema destra. Insomma c’è poco da stare allegri.
L’affluenza elevata alle urne – sopra il 70% – è stata trainata soprattutto dagli elettori dei grandi centri urbani e da Budapest, dove i settori insofferenti dell’autoritarismo di Orban sono più consistenti.
La sostituzione di Orban con un altro governo di destra ma più “filoeuropeo” dovrebbe facilitare lo sblocco dei fondi da destinare all’Ucraina, non a caso Ursula Von der Leyen canta vittoria. Più cauta invece la responsabile esteri della Commissione Kaja Kallas secondo cui “ora sarà fondamentale verificare nei fatti il rispetto dello stato di diritto e la cooperazione con l’Unione Europea” da parte del nuovo governo ungherese. Traspare tra le righe il malanimo tuttora esistente tra i “baltici” e la Polonia nei confronti degli ungheresi.
Trump, spedendo a Budapest il suo vice Vance alla vigilia delle elezioni, aveva apertamente sostenuto Orban durante la campagna elettorale, definendolo un alleato strategico.
La vittoria di Magyar, almeno sulla carta, rappresenta un indebolimento del fronte trumpiano in Europa.
Sul piano geopolitico il nuovo governo di Budapest potrebbe modificare anche la propria posizione sulla Russia, avvicinandosi maggiormente alla linea oltranzista e guerrafondaia degli altri paesi europei.
Magyar in campagna elettorale ha promesso di sbloccare i fondi Ue, di rilanciare l’economia, di lottare contro la corruzione e ridurre la dipendenza energetica dalla Russia... ma senza strappi.
In fondo Magyar viene dallo stesso partito di Orban e fino a due anni fa ne era un membro attivo. Sui diritti civili che tanto entusiasmano gli europeisti finora è stato piuttosto vago, ed anche sull’immigrazione non è poi così distante dalle posizioni di Orbán.
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12/04/2026
Ungheria contesa tra due destre. La risibilità del “meno peggio”
Alla vigilia del voto il premier ungherese Orban resta in bilico nei sondaggi con un netto sorpasso da parte del suo avversario Peter Magyar, salito al 51% di preferenze nelle ultime rilevazioni. Orban sarebbe al 41,1%. Su questi numeri peserà il voto del 21% degli indecisi e ai quali occorrerà aggiungere anche quelli dei cittadini ungheresi che vivono all’estero, una platea di quasi 400 mila persone con diritto di voto.
Il partito di centro-destra Fidesz, che è attualmente al governo, nei sondaggi viene sorpassato da quello di opposizione – anche lui di centro destra – Tisza, e questo nonostante la grande mobilitazione dei movimenti vicini a Orban e l’aperto sostegno del movimento Ma.Ga vicino a Trump, con l’intervento diretto di supporto a Orban da parte del vice presidente Vance che ha recentemente – e appositamente – visitato il paese.
Ma piuttosto esplicite sono anche le ingerenze esterne dell’Unione Europea sulle elezioni ungheresi. “L’Unione europea deve restare vigile e mi aspetto che l’esecutivo Ue, in caso di una vittoria di Orban, reagisca velocemente per assicurarsi che lui non abbia influenza sul Consiglio europeo” ha affermato l’eurodeputata olandese Tineke Strik, relatrice al Parlamento europeo per la situazione dello Stato di diritto in Ungheria.
A Orban l’Unione Europea ha sempre perdonato molto, ma da quando si è messo di traverso sugli aiuti economici e militari all’Ucraina ed ha interloquito con Putin non gliene hanno perdonato più nessuna.
Fino al 2022 contro l’Ungheria e la Polonia era aperto un procedimento di infrazione della Ue per violazione dei diritti democratici, ma lo schieramento oltranzista e guerrafondaio di Varsavia sulla guerra in Ucraina, ha visto “scomparire” ogni misura contro la Polonia lasciando vigenti solo quelle contro l’Ungheria. Un palese doppio standard tutto timbrato da Bruxelles. E’ evidente che il rapporto con la guerra in Ucraina condizionerà molto queste elezioni.
L’avversario di Orban, Peter Magyar, è tutt’altro che un uomo di progresso, al contrario, ma essendo meno ruvido con i circoli dominanti nell’Unione Europea, è diventato il loro uomo in Ungheria.
Nato a Budapest nel 1981, Magyar è un avvocato di 46 anni che ha militato in Fidesz – lo stesso partito di Orban – fin dal 2002. Per anni è stato parte integrante del sistema contro il quale oggi si scontra, occupando ruoli di prestigio nei consigli d’amministrazione di aziende di Stato e gestendo i rapporti tra il governo e il Parlamento Europeo.
La rottura è avvenuta nel 2024, in seguito allo scandalo che ha coinvolto la presidente Katalin Novák, accusata di aver concesso la grazia a un uomo condannato per aver coperto abusi sessuali su minori.
Magyar promette di ripristinare alcune libertà civili senza però rinunciare ai valori conservatori. E a Bruxelles va benissimo così.
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11/04/2026
La crisi politica del governo Meloni non è ancora esplosa, ma è già cominciata
Era un intervento molto atteso, perché era il primo a poco più di due settimane dalla sconfitta subita nel referendum e nel pieno della crisi in Medio Oriente che rischia di scatenare una crisi economica globale.
“Andrò avanti fino alla fine della legislatura”, ha giurato in aula Giorgia Meloni, ma per molti osservatori non è affatto vero, anzi sta mettendo in conto elezioni già per questo autunno, per di più dentro un quadro mondiale estremamente turbolento e con l’economia che lancia segnali d’allarme su tutti gli indicatori, inclusi quelli del mancato controllo e della speculazione sui prezzi dei carburanti.
I toni da comizio per i propri supporter non nascondono ma al contrario evidenziano qualcosa di più di un’incertezza ossia il sentore sempre più evidente che il terreno sotto i piedi del governo stia smottando.
La Meloni però ha colto un punto di contraddizione del cosiddetto campo largo quando ha affermato che “mi attaccate ma non invocate le mie dimissioni”. Il che è vero.
“Probabilmente – ha detto testualmente la Meloni – sarebbe convenuto sul piano tattico invocare le elezioni per giocare sull’effetto sorpresa e sulla divisione delle forze d’opposizione, ma questo è lo scenario che l’opposizione teme di più, tanto che attacca il Governo ma non ne invoca le dimissioni. Non temete, ci siamo presi l’impegno di governare per cinque anni ed è esattamente quello che faremo”.
Per spiegare la mancanza di coraggio politico del campo largo nel chiedere le dimissioni del governo Meloni e le preoccupazioni della premier sulle elezioni anticipate, occorre buttare un occhio ai sondaggi e alle contraddizioni interne alla maggioranza di governo su una eventuale nuova legge elettorale che ridisegni ulteriormente i collegi.
Secondo il Barometro politico di aprile nei sondaggi politici di Demopolis emerge un quadro tutt’altro che positivo per il partito della Meloni. FdI cala infatti dell’1,5% in poche settimane, fermandosi al 28,5% ma rimanendo ancora davanti al PD che però non ha fatto il “balzo” sperato dopo il voto referendario.
Il Partito Democratico con il 22,8% rimane la seconda forza del Paese e la prima interna al Campo largo, dentro il quale cresce un po’ il M5S (+ 0,5%) salendo al 12,5%, mentre AVS rimane al 6,6% e Italia Viva al 2,4%.
La Lega di Salvini con il 7,2% galleggia ma perde terreno dopo la sconfitta al Referendum, così come Forza Italia (8,3%) che cala nei sondaggi politici nazionali rispetto al mese precedente.
Infine ci sono i due outsider ossia Futuro Nazionale di Vannacci con il 3,5% e la lista di Carlo Calenda al 2,7%. Il primo sembra essere il fattore che ha eroso consensi proprio a Fratelli d’Italia ritenuti troppo poco “fascisti” per i gusti del generale. Il secondo continua a sproloquiare dentro la propria bolla.
Se Vannacci e Calenda rimanessero fuori dalle coalizioni del centro-destra e del centro-sinistra, lo scenario che emerge sarebbe di parità ma con un lieve vantaggio per il campo largo. I sondaggi politici raccolti dal Barometro Demopolis indicano un 45% complessivo per le forze del centrodestra, e un 46% per il campo largo.
Potere al Popolo ha chiesto le dimissioni del governo la sera stessa del risultato del referendum. Una richiesta velleitaria? Niente affatto.
Dagli scenari indicati ormai da molti sondaggi, la frenesia della Meloni per una nuova legge elettorale nasce dal fatto che vede proprio nella modifica del sistema elettorale la chiave per poter evitare scenari di pareggio e consolidare la propria leadership nei prossimi anni.
Ma la nuova capogruppo di Forza Italia voluta dalla famiglia Berlusconi, Stefania Craxi, ha affermato che la legge elettorale non è una priorità, e non si tratta di un’opinione personale ma indica una linea che collide con quella della Meloni, perché la riforma elettorale, come abbiamo visto, è invece una priorità assoluta per la premier al fine di evitare lo scenario poc'anzi descritto.
C’è dunque lo spazio per una opzione politica indipendente della sinistra di classe, sganciata da entrambe le coalizioni, e che può fare la differenza.
Infine, e non certo per importanza, c’è il tempestoso scenario internazionale che incide profondamente anche sulla situazione interna. E qui occorre ammettere che la Meloni non è stata molto fortunata.
Il suo esecutivo ha coinciso con anni di guerra in Europa (in Ucraina) e in Medio Oriente (Gaza, Iran, Libano) e con le evidenti conseguenze sul piano economico interno e dell’economia di guerra che lo va caratterizzando.
Si sono materializzati scenari che hanno visto crescere la divaricazione di interessi tra Stati Uniti e Unione Europea, con l’Italia presa in mezzo tra il servilismo storico agli USA e la collocazione politica nella Ue. Una posizione che sta diventando insostenibile, e soprattutto concede sempre meno margini di manovra.
“Se la chiusura dello Stretto di Hormuz non si sbloccasse” ha detto in aula la Meloni, “l’Unione europea dovrebbe ragionare sulla possibilità di una sospensione temporanea del Patto di Stabilità”. E di fronte alle “difficoltà” nei rapporti tra Europa e Stati Uniti, Meloni ha ribadito che “Siamo testardamente occidentali”, ma senza rinunciare a “dire quando non si è d’accordo” con gli Usa.
La Meloni, così come aveva fatto Crosetto tre giorni fa, ha riaffermato anche una verità che pesa come un macigno sulla storia di questo Paese ma anche sulle argomentazioni delle opposizioni: “La collocazione internazionale dell’Italia non l’ha inventata questo governo, ma è la stessa da circa 80 anni a questa parte”, ha sottolineato la premier. “Lo dico per rispondere già prima che vada in scena l’ormai scontato ritornello sulla subalternità della sottoscritta al presidente americano Trump o quello ancora più scontato dal titolo ‘la Meloni scelga tra Trump e l’Europa’”.
Si conferma dunque come le aspettative sull’alternanza di governo in caso di crisi della Meloni, sarebbero ampiamente disattese sul piano di una diversa – e necessaria – collocazione internazionale e sulla subalternità dell’Italia. E il campo largo questo cambiamento non è in grado né intende farlo.
Senza uno “sganciamento” dai vincoli dei trattati internazionali sottoscritti e mantenuti da tutti i governi dalla guerra fredda in poi, il paese si troverà sempre in condizione di subalternità, servilismo e rischio di essere coinvolto nelle guerre che stanno caratterizzando questa fase storica.
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29/03/2026
Interferenze israeliane nelle elezioni slovene, la denuncia sarà silenziata in UE?
Il primo, con il suo Movimento per la Libertà (GS), di ispirazione liberale, ha conquistato il 28,6% dei voti, mentre il Partito Democratico Sloveno (SDS), che segue in realtà linee ultraconservatrici, ha ottenuto il 28% dei consensi del circa 70% degli elettori andati a votare. Golob incassa un duro colpo: dai 41 seggi del 2022 scende a 29, rendendo la strada verso la riconferma del governo in salita.
Ma ad aver attirato ancora di più l’attenzione non è tanto le difficili trattative che avverranno intorno alla costruzione di una nuova maggioranza, ma il caso Black Cube. A pochi giorni dal voto, sono circolate registrazioni compromettenti di esponenti della compagine di centrosinistra a sostegno di Golob, intenti a discutere di attività lobbistiche e favori.
Quello che sembrava un sensazionale colpo pre-elettorale, si è trasformato in una sorta di boomerang per Janša. È infatti emerso che dietro le registrazioni era coinvolta anche Black Cube, un’agenzia investigativa israeliana creata da ex membri delle forze armate e dell’intelligence israeliane.
I servizi segreti sloveni avrebbero confermato la presenza di agenti di Black Cube nella sede del partito di Janša. Lui stesso ha confermato di conoscere e aver avuto rapporti con Giora Eiland, ex capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale di Israele e figura collegata a Black Cube, ma ha negato qualsiasi coinvolgimento dell’agenzia nella campagna elettorale.
Golob ha immediatamente denunciato una “chiara minaccia ibrida contro l’Unione Europea”, suggerendo una ritorsione internazionale dovuta ad alcune sue critiche verso la politica di Israele a Gaza. Golob ha portato la denuncia direttamente al Consiglio Europeo, chiedendo indagini della Commissione Europea. Per ora, il primo ministro uscente ha incassato il sostegno di Macron, il quale avrebbe sposato la lettura di Golob, stando a ciò che riporta il New York Times.
Il problema, però, è che mentre siamo bombardati dalla propaganda che denuncia influenze russe sui processi elettorali europei, in questo caso la vicenda è stata coperta da un sostanziale silenzio che sa di attendismo. Nelle scorse settimane, Janša era diventato il “nemico” della UE nelle elezioni slovene, poiché ammiratore di Trump e alleato di ferro di Viktor Orbán, che si oppone alle politiche guerrafondaie sull’Ucraina.
Finché si trattava di considerare l’asse Janša-Orbán come un proxy di Putin e della Casa Bianca, andava tutto bene. Ora che anche Israele è entrato nella partita, il caso è diventato molto più delicato. Del resto, Golob si era detto propenso a partecipare alla causa per genocidio intentata contro Tel Aviv presso la Corte Internazionale di Giustizia, ma ha fatto marcia indietro pochi giorni prima delle elezioni.
Sarebbero stati funzionari della sicurezza a convincerlo, ricordandogli che molti sistemi di difesa informatica del paese sono di origine israeliana. Anche questo evento si delinea come un pesante intervento sionista sulla politica slovena, e potrebbe rafforzare la denuncia di interferenze israeliane sulle elezioni del paese, allargando lo scandalo. Staremo a vedere se, come al solito, il doppio standard europeo considererà tali interferenze pericolose solo se condotte dalla Russia, e non da un’entità genocida.
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