In questi giorni che precedono le elezioni in Israele, si stanno manifestando avvenimenti contraddittori tra loro ma che potrebbero convergere in uno scenario finale del tutto simile.
Da un lato c’è il clamore per il docufilm “Naza”, che denuncia e documenta i crimini delle forze armate israeliane contro i palestinesi, e che ha vinto il premio della critica al Festival del Cinema di Venezia.
Gli autori israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor sono stati indubbiamente coraggiosi, così come lo erano stati quando insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal avevano realizzato il docufilm “No Other Land”.
Le autorità israeliane e tutti gli ultrasionisti hanno giurato di volersi vendicare dei due autori israeliani di “Naza” ritenendoli dei traditori. Insomma i due autori se la stanno rischiando seriamente.
Al fianco di Yuval Abraham e Rachel Szor si sono schierati centinaia di registi, autori e operatori del cinema israeliani, battendo un colpo a sostegno dei loro colleghi nel mirino. Un colpo che però o non avevamo sentito oppure non c’era stato in questi tre anni in cui si consumava un genocidio contro i palestinesi a Gaza e la pulizia etnica contro quelli in Cisgiordania.
Il coraggioso giornale israeliano Haaretz e i suoi giornalisti hanno reso pubblici i risultati della loro inchiesta secondo cui Netanyahu era stato avvisato che l’operazione militare palestinese del 7 ottobre era nell’aria, ma che non avrebbe adottato alcuna contromisura per poi poter usare il fatto come casus belli per scatenare la mattanza contro i palestinesi a Gaza.
Proviamo a unire alcuni puntini: un importante docufilm di denuncia dei crimini di guerra israeliani assume un rilievo internazionale; l’intellettualità israeliana si risveglia dopo tre anni di silenzio e torpore mentre a Gaza i palestinesi morivano a migliaia; i sospetti che Netanyahu abbia “lasciato fare” il 7 ottobre per trarne vantaggio sono diventati una denuncia pubblica e circostanziata che ormai pesa e peserà come un macigno sulle prossime elezioni israeliane.
Mettiamo in controluce questi avvenimenti e proviamo a intuirne le conseguenze.
Alcuni commentatori palestinesi – Abo Nasr e Yhaya Barakhat – hanno offerto una lettura del successo di “Naza” spiazzante.
Hanno indicato come un docufilm di denuncia e l’onda lunga che ha prodotto contro il governo israeliano, possa in qualche modo produrre l’effetto di “rigenerare” l’immagine di Israele dopo tre anni in cui il mondo ha conosciuto, compreso e condannato le sue responsabilità nel genocidio di un popolo da cancellare e da espellere dalla propria terra.
L’enfasi su “Naza” o sull’inchiesta di Haaretz circa le responsabilità di Netanyahu hanno indubbiamente rivitalizzato, soprattutto in Europa e negli Stati Uniti, i sostenitori di Israele come unica democrazia del Medio Oriente, restituendo l’idea di robusti anticorpi democratici dentro uno Stato e una società che invece hanno offerto, almeno negli ultimi tre anni, una immagine brutale di se stessi.
A questa scenario manca però il colpo finale: l’uscita di scena di Netanyahu.
Se le prossime elezioni vedranno la caduta del leader politico più longevo e sanguinario della storia di Israele, siamo sicuri che tutto l’apparato ideologico di sostegno a Israele si rimetterà in moto a pieno ritmo per restituire una immagine ripulita della stessa, e con essa un colpo di spugna definitivo su quanto accaduto. E questo nonostante le forze di opposizione a Netanyahu non facciano mistero di voler perseguire i medesimi obiettivi.
Si spegneranno le telecamere, incluse quelle mai accese su quanto avveniva a Gaza, si attenueranno i toni e le denunce, qualcuno staccherà la bandiera palestinese dal balcone, si sottoporranno a revisione documenti, delibere e deliberazioni sul boicottaggio verso i partner israeliani e gli apparati di complicità verso Israele si rimetteranno in moto, come se a Gaza non fosse mai accaduto niente di così grave o rilevante: i processi in corso alla Corte Penale e alla Corte Internazionale di Giustizia vedranno rallentare i propri iter. I palestinesi – se saranno fortunati – torneranno ad essere una questione meramente “umanitaria” e non una questione politica nell’agenda internazionale.
Senza più Netanyahu al governo lo Stato di Israele tornerà ad essere considerato “normale” nei consessi internazionali. Quanto accaduto a Gaza o in Cisgiordania diventerà nuovamente “normale amministrazione”.
Questo scenario potrebbe essere diverso solo se le contraddizioni “interne” alla società israeliana si riveleranno più acute di oggi e se le contrapposizioni scivoleranno verso uno scontro interno tra opzioni che si ritengono incompatibili tra loro. Ma questo difficilmente avverrebbe sul rapporto e la situazione dei palestinesi.
Cresce la sensazione che dovremo prepararci a fare i conti con una nuova fase – e completamente diversa – nell'informazione, mobilitazione e denuncia sulla causa palestinese. Spetta a chi riesce ad andare oltre le apparenze il compito di tenere la barra dritta e continuare a dire come le stanno le cose, nella realtà e non nella loro mera percezione.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
17/09/2026
Il maquillage di Israele. Senza Netanyahu tornerà la “normale amministrazione”?
12/09/2026
La nuova legge elettorale è liberticida. Potere al Popolo chiama alla mobilitazione
Ci vogliono cancellare con la norma anti Potere al Popolo. Non ci riusciranno!
Un emendamento di Fratelli d’Italia alla legge elettorale del Governo Meloni porta fino a 750mila (SETTECENTOCINQUANTAMILA!) le firme necessarie per presentarsi alle elezioni sia alla Camera che al Senato (5 volte di più di quelle che fino ad oggi erano richieste).
Una norma mostruosa che non tocca i piccoli partiti che vivacchiano in Parlamento e nelle TV, ma che nessuno incontra mai nel Paese.
Una norma scandalosa che non colpisce chi sta dentro le coalizioni che da decenni si alternano al governo del Paese per fare la stessa politica.
E non colpisce neppure il finto partito anti-sistema di Vannacci, che usufruisce di un trattamento di favore specifico.
Questa norma colpisce solo chi, come Potere al Popolo, vuol dare rappresentanza politica a chi porta avanti ogni giorno il Paese ed oggi è escluso dalle istituzioni.
La nuova legge elettorale non è solo una legge truffa, che assegna una maggioranza enorme di parlamentari a chi non riesce ad averla con il voto degli elettori.
Ma è anche una legge liberticida e antidemocratica che vuole cancellare chi, come Potere al Popolo, si è mobilitato in questi anni per la Palestina e contro il genocidio israeliano, contro la guerra il riarmo e la NATO, contro le politiche di austerity europee, i salari da fame, il taglio ai servizi pubblici e sociali, per una società giusta e in pace.
La norma anti Potere al Popolo della nuova legge elettorale fa parte di un vasto progetto autoritario contro il dissenso e le lotte, come le sanzioni degli USA contro le organizzazioni antifasciste, la legge italiana sull’“antisemitismo”, i decreti sicurezza del Governo Meloni.
Vogliono cancellare Potere al Popolo per colpire chiunque si oppone a questo potere iniquo e guerrafondaio.
MA NON CI RIUSCIRANNO!
Potere al Popolo fa appello a tutta la società civile, ai militanti e ai sostenitori, a ogni organizzazione e persona sinceramente democratica, perché si reagisca a questo sopruso contro la democrazia e la Costituzione.
Il 17 Settembre saremo davanti al Parlamento per far sentire la nostra voce contro la legge truffa liberticida.
Ma non ci fermiamo qui: diamo appuntamento a Roma il 17 ottobre per una manifestazione nazionale contro il governo Meloni, contro le sue politiche a difesa di banche e grandi imprese dell’energia e contro lavoratori e lavoratrici, contro le sue leggi autoritarie.
Vogliono impedirci di partecipare alle elezioni.
Vogliono le elezioni più false truccate e antidemocratiche della storia della Repubblica.
Non ci faremo intimidire, adesso è il momento di mobilitarci e di difendere il diritto alla partecipazione di tutte e tutti e non solo di privilegiati incollati alla poltrona!
Fonte
08/09/2026
La guerra in Ucraina ha distrutto la Sassonia-Anhalt
di Alessandro Volpi
Sull’esito delle elezioni in Sassonia-Anhalt si stanno facendo molte analisi e molte verranno fatte nei prossimi giorni. Io mi limito ad una lettura molto “strutturalista”. È un mio limite...
L’impatto del conflitto russo-ucraino sull’economia della Sassonia-Anhalt ha assunto i connotati di una vera e propria frattura strutturale, agendo con una forza d’urto superiore rispetto ad altre aree della Germania a causa dei profondi legami storici, industriali ed energetici che legavano questo Land all’Europa orientale.
Il cuore del problema risiede nella configurazione stessa del sistema produttivo regionale, imperniato sul cosiddetto Triangolo della Chimica, dove poli industriali come Leuna e Bitterfeld-Wolfen hanno prosperato per decenni grazie a forniture stabili e a basso costo di gas e petrolio provenienti dalla Russia.
La chiusura dei rubinetti energetici e l’imposizione delle sanzioni hanno trasformato quello che era un vantaggio competitivo in una vulnerabilità critica, costringendo giganti della raffinazione a stravolgere i propri flussi logistici per sostituire il greggio che un tempo scorreva ininterrotto attraverso l’oleodotto Druzhba.
Parallelamente, il settore della produzione di fertilizzanti e prodotti chimici di base, rappresentato da realtà come la SKW Piesteritz, si è trovato sull’orlo del collasso quando il prezzo del gas naturale è schizzato a livelli tali da rendere la produzione economicamente insostenibile, innescando fermi macchina che hanno minacciato non solo l’occupazione locale ma anche le catene di approvvigionamento di settori chiave come l’agricoltura e l’autotrasporto.
Ma la crisi non si è limitata ai grandi complessi industriali, colpendo duramente anche il fitto tessuto di piccole e medie imprese metalmeccaniche e ingegneristiche della zona di Magdeburgo e Halle, che vedevano nella Russia un mercato di sbocco privilegiato e consolidato e che, dall’oggi al domani, hanno visto svanire commesse miliardarie a causa del regime sanzionatorio e dell’instabilità geopolitica.
Questa perdita di mercati esteri è stata aggravata da un’inflazione interna galoppante che ha eroso il potere d’acquisto dei cittadini in modo più marcato rispetto ai Land occidentali, poiché in Sassonia-Anhalt i salari medi restano storicamente più bassi e la quota di reddito destinata a coprire i costi di riscaldamento ed elettricità è proporzionalmente più alta.
Di conseguenza, la contrazione dei consumi privati ha colpito il commercio al dettaglio e i servizi, creando un effetto domino che ha rallentato l’intera crescita regionale.
Mentre il governo locale cerca di accelerare la transizione verso l’idrogeno verde e le energie rinnovabili per garantire una nuova indipendenza energetica, il costo sociale di questa trasformazione forzata resta elevatissimo, alimentando un diffuso scetticismo verso le scelte di politica estera di Berlino e mettendo in discussione la tenuta del modello economico regionale in un mondo ormai privo dell’energia russa a basso costo.
In questo scenario, la resilienza del mercato del lavoro, che pur tiene grazie alla cronica carenza di manodopera qualificata, non basta a nascondere il senso di incertezza per un futuro industriale che deve essere interamente riscritto sotto la pressione di costi operativi permanentemente più elevati e di una riconversione tecnologica che richiede tempi e capitali che non tutte le aziende locali sembrano in grado di sostenere.
Non c’è dubbio che la guerra produce effetti politici sempre più evidenti e che il blocco sociale del lavoro rifiuta il modello militarizzato e pedagogizzante della Germania europea.
La sinistra in Europa deve tornare a parlare e ad ascoltare quel blocco.
Fonte
L’estrema destra si batte cambiando il sistema economico
Nessuno potrà dire che non li aveva visti arrivare. Perché AfD in Germania è ormai da anni che cresce. E negli ultimi questa crescita si è tradotta in alcuni casi in veri e propri balzi elettorali.
Come successo nella Sassonia-Anhalt. Un’alta partecipazione elettorale, il 77,8%, circa venti punti superiore alla precedente e un 43,8% di preferenze per il partito guidato a livello nazionale da Alice Weidel. Significa che un elettore su due tra i 2,1 milioni di abitanti del Land tedesco (tra i più piccoli della Germania federale), ha scelto AfD.
Se ciò è accaduto e sta accadendo è innanzitutto perché ha trovato davanti a sé un tappeto rosso, gentilmente stesole dalle “grandi coalizioni” tra destra (CDU-CSU) e “sinistra” (SPD e Verdi).
Perché il problema non è tanto alzare un muro contro una specifica organizzazione politica, ma farlo contro le idee che incarna. Se invece quelle idee vengono addirittura incorporate nel proprio bagaglio, non ci si può poi stupire se sul mercato elettorale vinca l’originale e non la copia.
Perché comprare la merce ideologica dell’ultradestra i voti li dà non a chi la compra (CDU ma anche SPD), bensì a chi la vende (AfD per l’appunto).
Per questo, il primo insegnamento da trarre dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt è che ciò di cui abbiamo bisogno non è una politica “accomodante” verso le idee dell’ultradestra, ma una che dia battaglia, senza cedere di un centimetro; una politica che pianifichi una radicale trasformazione economica, capace di redistribuire l’enorme ricchezza che ha accumulato chi campa di profitti e di rendita (immobiliare o finanziaria) a favore della maggioranza.
In Germania, al contrario, sono decenni che CDU-CSU ed SPD e Verdi applicano ricette che si sono tradotte sistematicamente in un impoverimento e in un indebolimento della classe lavoratrice e, per contro, in un arricchimento e in un rafforzamento della minoranza di privilegiati. Non si è trattato di un errore del sistema, ma dell’esito desiderato dalle classi dominanti.
Non può stupire, così, che la scelta di chi ha votato in Sassonia-Anhalt è stata in primo luogo sulla base dell’esigenza di una risposta al bisogno di maggiore “sicurezza sociale”.
Per essere concreti: dal 1990 a oggi la Germania ha dismesso gran parte del patrimonio di case popolari e oggi accade che il decile più povero della popolazione sia costretto a spendere più del 60% dei propri redditi nelle spese per affitto e abitazione; per contro, la più grande impresa immobiliare, Vonovia, nel 2025 ha festeggiato il ritorno agli utili in grande stile, registrando un utile netto di più di 4 miliardi.
Merz ha deciso di affrontare la difficile situazione del Paese sposando la linea dettata dalle imprese. Così ha abbassato l’aliquota dell’imposta sui redditi delle società dal 15% al 10%. Spinge per una riforma delle pensioni che alzi l’età pensionabile. E ha fatto propria la posizione di chi, come il manager della Mercedes Martin Burdermüller, sostiene che si debba allungare la giornata lavorativa. Il tutto nello stesso momento in cui sta rendendo più difficile per le classi popolari accedere alla prestazioni sociali.
In questo contesto, la Sassonia-Anhalt è tra i territori che hanno maggiormente sofferto le difficoltà. Da almeno dieci anni (ma bisogna risalire già al processo di unificazione) va avanti un processo di de-industrializzazione, tutt’altro che compensato dalla crescita del terziario povero. E gli stipendi nel turismo, nella ristorazione, nella logistica sono più bassi di quelli corrisposti agli operai dell’industria: il risultato è il salario medio più basso di tutte le Regioni dell’ex Germania dell’Est.
La conseguenza è anche la fuga dei più giovani e l’invecchiamento della popolazione: la Sassonia-Anhalt ha perso il 5,6% della sua popolazione (125mila persone) in dieci anni e oggi un abitante su due ha più di 50 anni.
Ma c’è di più: il PIL è praticamente fermo da dieci anni (-1% nell’ultimo decennio). Come suggerisce Romaric Godin sul francese Mediapart, se la torta non cresce diventa ancor più pressante il tema della sua distribuzione.
Come affrontano il tema i diversi attori politici?
Dentro questa cornice AfD costruisce il nemico nel migrante, rappresentato come causa di ogni male dei lavoratori tedeschi. Eppure in Sassonia-Anhalt le persone migranti sono il 9%, ben al di sotto della media tedesca, e per lo più giovani: contribuiscono per di più alla stabilizzazione della sanità pubblica, settore in cui c’è strutturale carenza di personale.
Gli altri partiti politici inseguono e anche dopo la sconfitta continueranno a “copiare” la destra più estrema. Non solo: perché come mostra l’esperienza di Scholze prima e di Merz poi, in realtà sono disponibili a rompere anche quelli che fino a poco fa erano veri e propri dogmi, ma non nella direzione che servirebbe alla maggioranza. La Germania infatti prevede oggi lo sforamento dei vincoli di bilancio, ma per finanziare il riarmo e non, invece, i bisogni sociali della popolazione.
Così tutti gli attori politici fanno sparire dalla scena il ruolo giocato in questi anni da profitti e rendite. Cresciuti a dismisura, non per caso, ma grazie a una politica che ha lavorato incessantemente affinché ciò accadesse.
È questo il terreno su cui dovremmo lavorare, anche in Italia, non solo per impedire l’ulteriore crescita di una destra ancora più “ultra” di quella attuale, ma soprattutto per fornire risposte concrete all’urgenza di “sicurezza sociale” che è sempre più la richiesta prevalente tra le classi popolari. Contro cui si staglia un intero sistema di potere politico.
Fonte
07/09/2026
Sassonia: un abbozzo di analisi di classe
di Vincenzo Morvillo
Leggo tante chiacchiere in giro sul voto in Sassonia e la vittoria dell’Afd. Chi si meraviglia. Chi se la prende giustamente con i demo-liberali guerrafondai. Chi con la sinistra istituzionale e radicale. Chi mostra disillusione e se lo aspettava, come il sottoscritto.
Ma nessuno ha provato a fare un’analisi di “classe” del voto tedesco per settori sociali. Ci ho provato con l’ausilio della IA e con alcuni dati tratti da Die Welt, Reuters, Bild. Ovviamente non è nulla di scientifico. Ma vediamo...
Il dato fondamentale delle elezioni di ieri in Sassonia è che non è più corretto purtroppo descrivere l’elettorato di Afd semplicemente come “piccola borghesia arrabbiata” o “operai dell’Est”. È diventato molto più trasversale, anche se esistono differenze sociali molto nette.
Le prime analisi disponibili indicano soprattutto cinque caratteristiche del profilo sociale del voto all'Afd. Ovvero operai e lavoratori manuali sono tra i gruppi più favorevoli all’Afd. Già prima del voto gli analisti di Infratest dimap segnalavano una particolare propensione degli operai verso l’Afd.
Uomini più delle donne: il divario di genere rimane significativo. L’Afd è più forte tra gli uomini ma ormai è comunque il primo partito anche tra le donne.
Persone senza Abitur, con istruzione medio-bassa. L’Afd è sovra rappresentata tra chi non possiede un diploma superiore. Anche qui, tuttavia, non è più una formazione confinata ai meno istruiti.
Età lavorativa, soprattutto 35–60 anni. Questo è forse il dato più impressionante del voto di ieri. Nella fascia 35–60 anni l’Afd avrebbe superato il 50%, quindi una vera maggioranza assoluta.
Piccole città e aree rurali. L’Afd tende a essere più forte fuori dai grandi centri urbani. Quindi, socialmente, la base più forte è qualcosa del tipo: uomo, in età lavorativa, operaio o lavoratore dipendente, con istruzione non universitaria, residente in una piccola città o area rurale dell’Est.
Questa descrizione tuttavia da sola non è sufficiente. La cosa veramente seria è che l’Afd è diventata un partito interclassista.
Con un risultato vicino al 45% infatti, necessariamente entra in quasi tutti i gruppi sociali. Già prima del voto gli esperti sottolineavano che la differenza tra gruppi era ormai soprattutto quantitativa, non qualitativa. L’Afd infatti ha ormai sostenitori in praticamente tutte le fasce sociali.
Questo spiegherebbe perché è sbagliato dire semplicemente che Afd è il partito degli operai. Sarebbe invece più corretto dire che l’Afd è diventata il partito dominante del ceto popolare dell’Est e contemporaneamente ha conquistato una parte consistente del ceto medio.
E gli altri partiti? Qui emerge una divisione sociale molto interessante. La Cdu è più forte tra anziani, pensionati e ceto medio tradizionale. È stata massacrata infatti soprattutto tra le generazioni giovani e adulte.
Nella fascia oltre i 70 anni, invece, Cdu e Afd sarebbero praticamente alla pari, entrambe intorno al 31%. E gli over-70 costituiscono la principale fascia elettorale dell’ex partito della Merkel. Il che significa che la Cdu sta diventando sempre più un partito anziano, relativamente benestante, legato alla continuità dello Stato e delle istituzioni.
Ed è impressionante il contrasto generazionale. Tra i 18–24 anni la Cdu sarebbe appena al 5%, mentre tra gli over 70 arriva a circa il 31%.
Analizziando la Die Linke e il voto popolare dell’Est che è passato all’Afd possiamo notare invece che tradizionalmente Die Linke aveva una fortissima componente di operai, pensionati, disoccupati e cittadini dell’ex Germania Est. Ma una parte enorme di quel vecchio elettorato sarebbe ormai migrata verso l’Afd.
Infatti, nell’analisi preliminare della migrazione elettorale, l’Afd avrebbe preso circa 157.000 voti da precedenti non-votanti. Circa metà di quelli provenienti da altri partiti sarebbe arrivata dalla Cdu. Circa 11.000 dalla Linke. 7.000 dalla Spd. 19.000 dalla Fdo.
Quindi c’è un fenomeno fondamentale: l’Afd non starebbe semplicemente sostituendo la Cdu, starebbe assorbendo anche una parte dell’antico elettorato popolare della sinistra orientale.
La Spd invece è ormai molto più debole. E questo è forse il dato politicamente più significativo. Era il partito degli operai e dei lavoratori dipendenti. Ma in Sachsen-Anhalt l’Afd è riuscita a diventare molto più forte proprio in quel segmento.
Il fatto che dall’Spd siano arrivati direttamente all’Afd “solo” circa 7.000 elettori suggerisce però qualcosa di molto inquietante. La trasformazione non è soltanto una migrazione dall’Spd all’Afd. È soprattutto un passaggio dal non voto all’Afd.
I Verdi invece sono l’opposto sociologico dell’Afd. Qui la contrapposizione è quasi speculare. I Verdi tedeschi tendono ad essere molto più forti tra laureati, professionisti, ceto medio urbano, grandi città, persone con redditi relativamente elevati, giovani con elevato livello d’istruzione.
L’Afd invece, come dicevamo, sarebbe particolarmente forte tra lavoratori manuali, persone senza Abitur, uomini, fasce d’età lavorative e aree rurali/piccole città.
Perciò, se dovessimo costruire una mappa sociologica molto semplificata, avremmo: Operai (Afd). Lavoratori senza Abitur (Afd). Uomini (Afd). 35–60 anni (Afd). Piccole città/ campagna (Afd). Over 70 (Cdu/Afd). Pensionati tradizionali (Cdu). Laureati/professionisti urbani (Verdi). Ceto medio urbano progressista (Verdi). Elettorato della sinistra tradizionale dell’Est (Afd/Linke),
Ma c’è un punto ancora più determinante. A mio avviso il dato più importante delle elezioni di ieri non è semplicemente quello che ci dice che l’Afd ha preso il 44%. Ma è da dove sono arrivati quei voti. L’Afd avrebbe infatti combinato tre elettorati che storicamente appartenevano a mondi diversi:
- Ex elettorato Cdu/conservatore: soprattutto per immigrazione, sicurezza, ordine e protesta contro il governo;
- Vecchio elettorato operaio/popolare della Spd e della Linke: salari, costo della vita, deindustrializzazione, sensazione di abbandono delle regioni orientali;
- Giovani e nuovi elettori/non-votanti soprattutto attraverso le questioni riguardanti l’immigrazione, social media, protesta contro le élite e identificazione con una destra radicale percepita come “anti-sistema”.
La terza componente è particolarmente significativa. L'Afd non sarebbe semplicemente il partito dei vecchi nostalgici della Ddr. Starebbe diventando un partito anche dei giovani.
In altre elezioni regionali recenti, per esempio, l’Afd è già arrivata prima tra gli under-25, e gli studiosi hanno evidenziato proprio la sua capacità di penetrare tra giovani con basso livello d’istruzione.
Chi ha votato invece il partito di Sahra Wagenknecht? Il profilo del Bsw è abbastanza particolare. È un elettorato popolare, prevalentemente dell’Est, ma politicamente trasversale.
In generale il Bsw (Bündnis Sahra Wagenknecht) avrebbe trovato terreno soprattutto tra lavoratori e ceto popolare, persone con redditi medio-bassi e una percezione negativa della propria situazione economica, elettori più anziani, molto più che tra i giovani, persone dell’ex Germania Est, dove il partito combina temi sociali con posizioni molto critiche verso immigrazione, Nato e sostegno all’Ucraina, ex elettori della Linke, ma anche una quota significativa di ex elettori Spd e Cdu.
La cosa interessante è che il Bsw occuperebbe quindi una posizione che potenzialmente potrebbe competere contemporaneamente con Afd e Linke.
Socialmente è vicino alla sinistra popolare, ma su immigrazione, guerra e identità nazionale si avvicina molto di più all’elettorato Afd. Le analisi del voto in Germania orientale hanno infatti mostrato una forte sovrapposizione tra i bacini elettorali Bsw e Afd.
E questo rende il risultato del Bsw particolarmente importante. Un Bsw forte può togliere voti all’Afd, ma anche alla Linke e alla Spd.
Per chiudere, in poche parole. La trasformazione sociale dell’elettorato tedesco orientale potrebbe essere riassunta così:
- la Cdu conserva soprattutto gli anziani e il conservatorismo istituzionale;
- la Linke conserva una parte della sinistra popolare;
- i Verdi rappresentano soprattutto il ceto urbano istruito;
- l’Afd starebbe unificando una grande parte del vecchio elettorato operaio dell’Est con il conservatorismo piccolo-borghese e una nuova generazione di giovani anti-establishment.
Fatte queste valutazioni la domanda è una sola. Cosa pensa di fare la sinistra di classe anticapitalista, antimperialista e rivoluzionaria? Continuiamo con i proclami social e le rivoluzioni nei cessi di casa nostra?
Continuiamo con il disfattismo e lo sconfittismo elettoralistico? Con le analisi colte e i moniti tanto inutili quanto irritanti ad ogni avanzata dell’orda nera?
O pensiamo finalmente a riconnetterci con il nostro blocco sociale di riferimento e di passare al contrattacco? Perché una cosa è chiara.
Questi tra poco la clandestinità ce la imporranno di forza. Altrimenti la galera. E ci andrebbe pure bene...
Fonte
Nazisti al governo in Sassonia. È merito dei liberali
La schiacciante vittoria di AFD, estrema destra razzista e reazionaria, nelle elezioni regionali della Sassonia in Germania, è il prodotto di decenni di politiche neoliberali di austerità e ora anche di riarmo e guerra.
I primi colpevoli del ritorno del fascismo e persino del nazismo in Europa sono loro, i liberaldemocratici, quelli dei supremi valori occidentali, che diventavano valori in borsa per i ricchi e tagli dei salari e dei diritti sociali per tutti gli altri. Sono i governi e i campi più o meno larghi che, invece di rafforzare, hanno smontato lo stato sociale, che era il vero baluardo democratico in Europa.
Sono i liberali e i socialdemocratici che assieme alle destre hanno votato al Parlamento Europeo che il comunismo è come il nazismo. E il nazismo è risorto dalle ceneri dove l’aveva sepolto prima di tutto l’Armata Rossa sovietica.
Sono loro, i cosiddetti europeisti, i governanti “volonterosi” di armi e guerra, che hanno smontato pezzo dopo pezzo l’economia di pace per fare armi e per riportare l’Europa al fronte contro la Russia. E tra costoro spicca proprio Merz, il più impopolare capo di governo della Germania dal 1945, che ha appena varato un programma di miliardi di riarmo finanziato anche con il taglio delle pensioni.
Stiano tranquilli i guerrafondai, se AFD dovesse andare al governo continuerà la guerra, come fa Meloni. Trump ha mostrato che l’estrema destra non vuole la pace, ma il dominio feroce sulla società. E poi c’è sempre il sostegno ad Israele che unisce liberali e fascisti,
Cosi i padroni di Cernobbio si sono messi avanti con il lavoro, offrendo un bel palco a Vannacci.
Guai a legittimare o sottovalutare i fascisti, state sicuri che un modo per far capire chi siano lo trovano sempre. Ma la colpa del loro ritorno è di Draghi, che ha voluto farci scegliere tra condizionatori e cannoni, nell’epoca della crisi climatica. La colpa è di Ursula von der Leyen, che vuole 800 miliardi di armi, e che fa proclami di guerra. È colpa loro, di chi sta con loro e di chi si allea con chi sta con loro.
Non mi venite a parlare di antifascismo se prima non siete disposti a spazzar via chi il fascismo l’ha fatto rinascere.
Fonte
05/09/2026
Dal drone di Lipsia ai droni di Zelensky, il sapore amaro della disperazione
di Fulvio Scaglione
Ma davvero lo sento solo io il puzzo acre di disperazione che si leva dalle ultime finto-bellicose iniziative europee nel confronto con la Russia? Finto-bellicose perché, se davvero credi che un Paese straniero mandi droni esplosivi in uno dei tuoi principali aeroporti, vuol dire che stai subendo un’aggressione armata, un tentativo di strage. E se per di più sei membro di un’alleanza militare chiamata NATO, e il bersaglio dell’aggressione armata era un aereo carico di rifornimenti militari destinati da quell’alleanza all’Ucraina, anche la NATO (dov’è finito il famoso articolo 5?) dovrebbe intervenire, reagire. E tu reagisci chiudendo un consolato e la Casa Russia? È pur vero che sei la Germania, ovvero il Paese che si è fatto saltare sotto il sedere il gasdotto Nord Stream che ti aveva reso ricca e quasi dicevi grazie agli attentatori, ma le conclusioni possibili sono solo due.
La prima: sei una pippa. La seconda: è tutto inventato. Inventato perché i russi non avrebbero il pelo o le capacità di commettere un gesto simile? Dipende. Il pelo certamente. Le capacità… parliamone, perché in molti casi non è che si siano rivelati abilissimi. Pensiamo al “caso Litvinenko”, l’ex agente del KGB avvelenato con il polonio a Londra nel 2006, con i responsabili (Andrej Lugovoj e Dmitrij Kovtun) prontamente individuati. O al “caso Skripal”, altro ex agente del KGB colpito con il gas nervino Novichok ma sopravvissuto, e i due colpevoli (Anatolij Chepiga e Aleksandr Mishkin, agenti del servizio segreto militare) identificati. Per di più, in entrambe i casi le inchieste hanno tirato in ballo una responsabilità diretta del Cremlino, non un gran risultato per i russi.
Però quello di Lipsia sembra un pasticcio troppo grande anche per quei pasticcioni dei russi: il drone esplosivo che non esplode, il tizio che lo prende a calci, il piano molto raffinato però affidato a due pirla qualunque, i passaporti, il transito per l’Italia che invece no, e così via. Compresa la grottesca conferenza stampa dei ministri tedeschi Alexander Dobrindt (Interni) e Johann Wadephul (Esteri), i quali non dicono perché sono così sicuri che si tratti di un attentato di Mosca ma parlano cinque minuti e poi se ne vanno, senza accettare domande. È piena la Rete di Osint, di considerazioni più o meno fondate, di dubbi ragionevoli, noi qui non ci dilunghiamo. Giornali e Tv, ovviamente, hanno reagito come un sol uomo (e forse non è un modo di dire): Russia colpevole, lo dice la Germania. A mettere qualche mano avanti sulla versione dominante sono rimasti solo quelli che se ne intendono: per esempio Stephen Bryen, già fondatore dell’agenzia anti-spionaggio tecnologico del Pentagono, sentito dal nostro Roberto Vivaldelli.
Il fatto è che che tutto questo serve poco e conviene ancor meno a Vladimir Putin, che con l’invasione dell’Ucraina nel 2022 si è messo in una grana da cui può uscire solo andando avanti e sperando nella vittoria (Quale? quando? A che prezzo?), mentre conviene molto a una serie di disperati che stanno dalle nostre parti. Prendiamo il Governo tedesco. La popolarità del cancelliere Friedrich Merz ormai si conta sulle dita (tra il 13 e il 22% a seconda dei sondaggi, comunque al minimo storico: al suo confronto il povero Olaf Scholz era un gigante) mentre il 6 settembre si vota in Sassonia-Anhalt con il rischio di vedere la destra di Alternative für Deutschland (AfD) andare al governo da sola nel land celebre per la sua industria chimica. Afd, a parte le altre caratteristiche, si distingue per aver sempre criticato lo scontro europeo con la Russia: non pare anche a voi che il caso del drone di Lipsia caschi fin troppo a fagiolo per il disperato Merz? E la disperazione dalle sue parti dev’essere enorme se il ministro della Difesa Boris Pistorius si è spinto a chiedere di aprire la procedura per mettere al bando l’AfD. Quanto dev’essere disperato, un Governo, per tentare una mossa come quella ai danni del secondo partito di Germania? Cioè per preferire il suicidio politico a un’onorevole (e poi perniciosa, ma questo è un altro discorso) sconfitta sul campo? D’altra parte, parlando sempre di disperazione. Pistorius è quello che ha inviato lettere a 298.200 diciottenni nell’ambito del nuovo programma di servizio militare volontario per il 2026 e ha raccolto 530 arruolamenti (tasso di adesione: 0,18%) e da fine politico che conosce il Paese ha subito proposto la leva obbligatoria.
Il drone di Lipsia, poi, ha rivitalizzato gli zombie del radicalismo europeo, prima fra tutti Kaja Kallas, responsabile per la politica estera Ue, e si vede. La Kallas è subito partita all’attacco con i suoi cavalli di battaglia. Per esempio: bloccare l’ingresso nella Ue ai cittadini russi che, dice lei, sono “ospiti” dei nostri Paesi ma ne approfittano per fare le loro porcherie da spie. Per carità, fate pure. Tenete però presente che i viaggiatori russi in Europa nel 2025 sono stati più di 500 mila, dei quali 161.121 in Italia, 156.547 in Francia (ma Macron non se li mangiava a colazione, i russi?) e 123,359 in Spagna (dati Die Welt). A parte alcune decine di spie acquattate nell’ombra, gli altri sono turisti paganti, non “ospiti”, e quasi sempre paganti pure bene. Glielo dice la Kallas agli operatori turistici e agli agenti di viaggio? La Kallas non lo sa ma siamo messi così bene che abbiamo la benzina a 2,039 euro al litro (se ti fai il pieno da solo fuori dalle autostrade, altrimenti vai a 2,124 se la fai in autostrada) e il diesel a 2,146, pur godendo del taglio delle accise. Sono gli stessi prezzi del 2022: quattro anni e mezzo di guerra per ritrovarci allo stesso punto.
Sempre la Kallas (mai un momento libero, la signora...) riporta in vita l’idea di prendere i 210 miliardi di asset russi “immobilizzati” (non “congelati”, tra poco vedremo perché) in Europa e passarli all’Ucraina. Anche qui il tempismo è tutto. Il 24 agosto, trentacinquesimo anniversario dell’indipendenza del Paese, Volodymyr Zelensky ha detto che all’Ucraina “servono molti più soldi” per difendersi dalla Russia. Salta fuori il drone di Lipsia e la Kallas propone di passargli 210 miliardi. Un’altra mossa della disperazione: nulla di quanto intrapreso finora dall’Europa ha raggiunto lo scopo prefissato (non dimentichiamo che era: sconfiggere la Russia sul campo) e quindi adesso proviamo con i soldi.
Intanto l’idea di riversare una tale montagna di denaro in un’Ucraina che, sia più o meno simpatico dirlo, è crivellata dagli scandali di corruzione fino a lambire la porta della Presidenza, e proprio nei settori in cui quei denari dovrebbero essere impiegati, lascia almeno perplessi. Ma poi la Kallas forse ignora quanto ha detto proprio nei giorni scorsi il Primo Ministro belga Bart De Wever: “I fondi della Banca Centrale Russa sono immobilizzati, non congelati. La maggior parte di essi si trova in Belgio, presso il depositario Euroclear. Sono immobilizzati per un periodo indeterminato. Questa è stata una decisione molto importante, perché non si possono semplicemente prelevare i soldi di qualcun altro. Non siamo in guerra con la Russia. L’Europa non è in guerra con la Russia. Non si possono semplicemente confiscare i soldi di qualcuno, sarebbe un atto di guerra. Non bisogna sottovalutare queste cose. Nella storia, non ci sono precedenti simili. Anche durante la Seconda Guerra Mondiale, i fondi immobilizzati non sono stati confiscati. Se si facesse questo ora, sarebbe qualcosa di inaudito e comporterebbe gravi conseguenze”. A quanto pare, dunque, la Kallas vuole entrare in guerra con la Russia. Geniale.
Nel grande catino della disperazione, poi, entra anche l’unico che abbia diritto a provarne, ovvero il presidente ucraino Zelensky, che da quattro anni e mezzo fa di tutto per difendere il proprio Paese. Negli ultimi tempi ha provato ogni cosa: colpire le navi russe, e i russi hanno cominciato a colpire le sue e i suoi porti. Colpire le raffinerie russe, e i russi hanno colpito le sue centrali elettriche. Colpire i magazzini e le aziende, e i russi si sono messi a fare altrettanto. Alla fine è sbottato e ieri ha dichiarato quanto segue: “Oggi vogliamo avvertire ogni compagnia aerea che utilizza lo spazio aereo russo, ogni assicuratore e tutti coloro che utilizzano ancora i principali aeroporti russi: lo spazio aereo russo sta diventando completamente insicuro... I giorni sicuri nei cieli della Russia sono finiti”. Ha detto comunque che non colpirà aerei civili, ma «la presenza dei droni nei cieli della Russia sarà su una scala che deve essere considerata».
Molti si sono subiti sperticati a dire che Zelensky non ha minacciato di abbattere voli civili nei cieli della Russia. Ma alla fin fine quel che Zelensky ha detto in sostanza è: Noi lanciamo i nostri droni, se ci va di mezzo un vostro aereo sono cazzi vostri. O giù di lì. Disperazione pura. Su Mosca e altre città della Russia volano compagnie turche, qatariote, cinesi, emirati, bielorusse, indiane... Glielo dice lui a Modi o a Xi Jinping che gli ha abbattuto un aereo e sono cazzi suoi?
E alla via così, spacciando per strategia rattoppi sempre più colorati ed evidenti. Il nostro ministro Crosetto prende come consulente l’ex enfant prodige della politica ucraina, Mychaylo Fedorov, appena prima che salti fuori che da ministro della Difesa questi ha aperto una voragine da 27 miliardi nel budget del ministero della Difesa. Uscito da lì, il patriota Fedorov si è fatto fare un’esenzione dal servizio militare da una Ong finanziata dagli americani, dai quali si è subito recato per mettersi in affari. Gli americani dicono che l’ex generale Vannacci è un agente della Russia e subito il vice-premier Tajani si lancia a paventare influenze russe sulle elezioni del 2027, come se non fosse dal 2016, prima elezione di Trump, che andiamo avanti con queste pagliacciate. E come se non fosse chiaro che i voti a Vannacci serviranno soprattutto a impedire la formazione di un governo politico per farci tornare a un Mario Draghi o Mario Monti d’antan.
E Trump? Gli era andata bene con il Venezuela e non ha resistito a farla fuori dal vaso. Si è cacciato in un colossale pantano con la guerra contro l’Iran e ora, non sapendo più quale panzana sparare, ricicla ai giornalisti la storia che “tre mesi fa, secondo i dati disponibili, in Iran sono stati uccisi 52.000 manifestanti. Ora sento che il numero dei morti è aumentato di altri 20-25.000. Pertanto, il numero totale dei manifestanti uccisi è di circa 65.000”. Dimostrando tra l’altro di conoscere male non solo l’Iran ma anche l’aritmetica.
Va così, facendo finta di essere sani. A proposito: tante polemiche per la presenza del ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, al G20 negli Usa. Avrebbero dovuto ascoltarlo, invece. Soprattutto quando diceva: “Negli ultimi quattro anni, le spese per interessi sostenute dai Paesi del mondo per il servizio del debito pubblico sono aumentate del 50%, e i Paesi sviluppati stanno già destinando fino all’80% dei nuovi prestiti al rifinanziamento del debito esistente”. Lui ci spiega che siamo nei debiti fino alle ascelle e loro lo escludono dalla foto finale del G20, come se fossero in quinta elementare. E poi dicono il Titanic...
03/09/2026
Germania - La paura di perdere le elezioni scatena l’escalation contro la Russia
La “crisi dei droni” all’aeroporto di Lipsia, capitale del Land della Germania orientale in cui si vota domenica, è venuta crescendo di giorno in giorno, con il chiaro obiettivo di indicare nella “guerra ibrida” della Russia il convitato di pietra di un risultato elettorale che nei sondaggi vede in testa la formazione di destra AfD e il crollo dei partiti della coalizione di governo (Cdu e Spd).
Del resto, come scrive Guido Olimpio sul Corriere della Sera, “la guerra ibrida è una coperta, molto lunga, estendibile a seconda dei momenti e senza confini”. Talmente estendibile che può essere giocata anche in una campagna elettorale in salita per le attuali classi dirigenti e utilizzata contro i propri avversari politici.
Oggi tutto il fronte europeo guerrafondaio saluta l’ulteriore escalation di ostilità scatenata dal cancelliere Merz contro la Russia, augurandosi che questa metta in difficoltà sia la destra in ascesa nei lander tedeschi ma anche chi si oppone allo scatenamento della guerra in Europa che proprio i servizi di intelligence tedeschi – e la Nato – prevedono entro il 2030.
L’alleanza di guerra ha dichiarato di essere solidale con la Germania “dopo l’attacco ibrido della Russia”, ha scritto il Segretario Generale NATO Mark Rutte.
La Russia dal canto suo ha negato il coinvolgimento nell’incidente di Lipsia e vede una provocazione che “serve esclusivamente gli obiettivi di Kiev e dell’ala militarista della classe politica europea”.
“Mosca mostra una “aperta ostilità” verso la Germania e nessuna volontà di compromessi”, ha dichiarato ieri a Berlino il ministro degli Esteri tedesco Wadephul. “Al contrario, con l’attacco con droni a Lipsia, la leadership russa aveva deciso consapevolmente di danneggiare ulteriormente il rapporto”.
“Sono spariti i mormorii sulle potenze straniere” – scrive il quotidiano economico Handesblatt – ora la colpa ufficiale del fallito attacco all’aeroporto di Lipsia è ufficialmente la Russia. “In Germania, i partiti AfD e BSW stanno già facendo un favore al governante del Cremlino chiedendo la cessazione degli aiuti all’Ucraina. Vengono applauditi sui social network dai troll di Putin” chiosa il giornale portavoce del crescente complesso militare-industriale tedesco.
L’utilizzo sul fronte interno del pretesto della guerra ibrida è diventato ormai spudorato. La logica del nemico all’interno manovrato dagli agenti esteri è un format classico di tutte le guerre e delle misure repressive che di conseguenza vengono adottate all’interno dei paesi coinvolti. Secondo questo schema, come scrive Olimpio sul Corriere della Sera, “sono gli agenti di influenza stranieri quelli che commissionano compiti sul campo come campagne di disinformazione, gesti per suscitare polemiche interne ai Paesi considerati ostili”.
In pratica ogni critica ai governi in carica, alle loro alleanze internazionali, alle loro leggi, non è più esercizio della lotta politica ma diventa “intelligenza con il nemico”.
Questa visione – e le misure repressive che ne conseguono – del resto erano state illustrate fin troppo esplicitamente anche nel dossier sulle guerre ibride che il ministro Crosetto ha consegnato nel novembre scorso fa al Consiglio Supremo della Difesa al Quirinale.
Come nei bui anni Trenta del secolo scorso, anche oggi in Europa è quanto accade in Germania a dare il ritmo.
Ci siamo detti spesso che la storia non si ripete se non come farsa, ma qui abbiamo davanti agli occhi delle classi dirigenti in Europa che non hanno né il senso della storia né quello della farsa. Al contrario siamo in presenza di quell’avventurismo delle classi dirigenti che ha sempre trascinato i popoli dentro il baratro. Fermiamoli!
Fonte
02/09/2026
Il masochismo programmatico del “campo largo”
C’è un’idea interessante, quasi estetica, nel fallimento della “sinistra” italiana. Qualcosa che ha la grazia di un suicidio assistito, ma fatto con il sorriso a trentadue denti e la cravatta sottile da rottamatore.
Prendete la matita e appuntatevi due numeri. Anno 2014, Elezioni Europee: il Partito Democratico prende il 40,81%. Undici milioni e duecentomila voti. Un’estasi. Il popolo si inchina al “giglio magico”, all’uomo delle riforme bold e della modernità a chilometro zero. Ottanta euro in tasca e il mondo ai nostri piedi.
Poi succede la magia.
Arrivano le politiche del 2022. Quello stesso PD stacca un misero 19,07%. Cinque milioni e trecentomila voti. Tradotto in italiano corretto: 5.847.051 italiani hanno preso la porta e sono scappati. Più di cinque milioni e ottocentomila persone che avevano creduto alla narrazione del “nuovo corso” e che, dopo aver assaggiato il Jobs Act, le privatizzazioni felici, lo smantellamento delle tutele e il neoliberismo con la spilla d’ordinanza sulla giacca, si sono svegliate dal sogno con una solenne e sonora arrabbiatura.
Un’intera regione d’Italia che dice: “Sapete cosa c’è? Andate a quel paese”. L’intero schieramento di centrosinistra ha bruciato strada facendo oltre 5,2 milioni di voti, crollando dal 45,78% a un malinconico 26,13%.
E mentre “a sinistra” si celebrava la liturgia del disastro, il centrodestra cosa faceva? Stava alla finestra a raccogliere i premi. Da quegli 8,6 milioni di voti del 2014 (32,32%), si è ritrovato a quota 12,3 milioni nel 2022 (43,79%). Più 3,65 milioni di voti guadagnati. Più undici punti e mezzo di percentuale presi di rimbalzo, senza manco doversi sforzare troppo. È bastato stare fermi e guardare la “sinistra” che si cannibalizzava in nome del mercato.
Ora, una persona comune, dotata del minimo sindacale di intelletto, di fronte a un simile disastro direbbe: “Forse abbiamo sbagliato analisi. Forse aver fatto la destra meglio della destra non è stata un’idea geniale”.
E invece no. Loro cosa fanno? Si mettono a progettare il Campo Largo. E verso chi spalancano le braccia? Ma certo! Verso il padre nobile di questa disfatta. Il pifferaio magico che ha polverizzato sei milioni di consensi: Matteo Renzi. Se oggi non è ancora ufficialmente seduto al tavolo è solo perché c’è Conte che si oppone e fa muro, ma l’intenzione di aprirgli la porta è chiarissima.
E in tutto questo teatrino, dove sono i duri e puri della sinistra ecologista e radicale? Dove sta Alleanza Verdi e Sinistra? Stan lì. Con la testa ricurva, il cappello in mano e lo sguardo basso. Pronti ad aprire a Renzi pur di non scontentare il Nazareno, svolgendo con devozione francescana la loro storica e naturale funzione biologica: fare i portatori d’acqua al PD. Protestano un po’ a favore di camera, fanno la smorfia, e poi si allineano. Obbedienti.
Ma allora la domanda sorge spontanea, quasi filosofica: Ma sono stupidi? O lo fanno apposta?
Perché vedete, l’incapacità pura ha un limite. La stupidità prima o poi inciampa per sbaglio in una scelta giusta. Qui siamo oltre. Qui c’è una vocazione. L’ipotesi è che non siano affatto stupidi. Hanno un compito preciso, una missione quasi liturgica: la neutralizzazione preventiva dell’alternativa.
Il loro ruolo sociale non è vincere, né tantomeno cambiare le cose. Il loro compito è recintare il dissenso. Occupare lo spazio a sinistra per impedire che nasca qualcosa di autenticamente rottamante e pericoloso per i salotti che contano. Servono a rassicurare i mercati, a dire: “Tranquilli, l’opposizione siamo noi, non faremo niente di male”. Fanno finta di essere l’alternativa per garantire che nulla cambi mai davvero.
È la “sinistra da passerella”: severa nei principi, elegantissima nelle sconfitte, e rigorosamente servile nei fatti. Un capolavoro di masochismo programmatico.
Fonte
20/08/2026
Kushner smantella l’accordo «storico». Ben Gvir inaugura il braccio della morte
Trump aveva definito la roadmap accettata da Hamas «un accordo storico» e «un passo monumentale» verso la pace, assicurando che anche Israele ne fosse soddisfatto.
Ora, secondo diversi funzionari dello stesso Bop, l’incontro tra Jared Kushner e il premier Benyamin Netanyahu avrebbe rovesciato priorità e programma. Il genero del tycoon ha fatto proprie le richieste di Tel Aviv e minacciato Hamas con la ripresa su larga scala degli attacchi israeliani: un linguaggio ben lontano dalla diplomazia e dal ruolo che dovrebbe avere nel Bop.
In un’intervista al Times of Israel, Kushner ha affermato che qualsiasi accordo verrà fuori, Israele ne uscirà comunque vincitore: il gruppo palestinese disarmerà alle sue condizioni, oppure Tel Aviv avrà il sostegno da Stati Uniti e altri Paesi per «finire il lavoro».
Kushner ha dichiarato che l’esercito non dovrà ritirarsi da Gaza e che la ricostruzione resterà ferma fino al completo disarmo di Hamas. Israele, ha aggiunto, sarà libero di colpire, anche se nel colloquio sarebbero state definite con Netanyahu le «minacce imminenti» a cui potrà «rispondere».
I militari hanno subito mostrato quanto siano stringenti questi limiti: ieri un drone israeliano ha fatto strage in un caffè sul lungomare di Gaza.
Il premier è in pieno delirio da campagna elettorale e mentre bombarda Gaza, Libano e Siria – anche a costo di una condanna di rito da parte di Washington – trova il tempo di inaugurare «Netanyahu road», la nuova strada intitolata a suo padre e costruita all’interno dell’enorme insediamento illegale di Ariel, nella Cisgiordania palestinese occupata.
Al momento, i piani elettorali di Netanyahu procedono senza grandi scosse. Un sondaggio di Channel 12 indica Yashar di Gadi Eisenkot come primo partito, ma il blocco delle opposizioni resterebbe a un seggio dalla maggioranza. Intanto le primarie del Likud premiano soprattutto i vertici del governo uscente e i sostenitori della riforma giudiziaria.
Il primo degli eletti nella lista dei candidati al parlamento è il ministro dell’energia Eli Cohen, seguito dal presidente della Knesset Amir Ohana e dal ministro della giustizia Yariv Levin. Ma c’è spazio anche per l’estrema destra: Almog Cohen, appena arrivato da Potere ebraico, entra ai vertici, mentre l’estremista Tally Gotliv conquista il dodicesimo posto nonostante l’opposizione di Netanyahu.
Il premier, che potrà nominare a sua completa discrezione nove persone nei primi trenta, di cui tre nella decina di testa – si prevede che il partito occuperà circa 22-24 seggi – si è detto «molto soddisfatto» e il Likud ha già annunciato una «grande vittoria» alle elezioni del 27 ottobre.
Di segno opposto il giudizio di Eisenkot: «È, di fatto, la lista del 7 ottobre», ha detto accusando gli stessi dirigenti di aver diviso il Paese, condotto Israele verso «il peggior disastro dalla fondazione dello Stato» e di essere rimasti al loro posto senza assumersene la responsabilità.
La campagna elettorale procede spedita anche per gli altri protagonisti del governo Netanyahu. Ben Gvir, in particolare, sembra non conoscere limiti nella sua quotidiana discesa nell’orrore. Ieri il ministro suprematista ha presentato il nuovo braccio della morte israeliano, in costruzione in seguito all’approvazione della legge sulla pena capitale prevista solo per i palestinesi.
Al centro della struttura il patibolo, circondato dalle cabine dalle quali sarà possibile assistere alle esecuzioni. «Stiamo facendo la storia – ha esultato Ben Gvir – Ho promesso di peggiorare le condizioni dei terroristi nelle carceri. Lo abbiamo fatto».
Al ministro dovrebbe essere a breve affidata la gestione dei coloni violenti nella Cisgiordania occupata. Dove intanto, a Qabatiya, nel nord, i soldati israeliani hanno marchiato i palestinesi fermati durante il raid di lunedì, scrivendo con un pennarello numeri sulla fronte, sul volto e sul corpo.
È una pratica già documentata nei mesi scorsi: ad aprile decine di donne palestinesi erano state numerate sulle mani prima di entrare nel campo profughi di Jenin. Allora l’esercito aveva parlato di «errore di valutazione» ma ora ammette nuovamente l’accaduto.
Il deputato palestinese, membro della Knesset, Ta’al Ahmad Tibi si è detto «scioccato e nauseato» dal comportamento dei soldati, paragonando i marchi ai numeri tatuati dai nazisti sulle braccia dei prigionieri nei campi di sterminio.
Fonte
15/08/2026
Russia verso le elezioni: vittoria scontata ma Putin si sta sta perdendo un pezzo di società
di Fulvio Scaglione
Su Polymarket, il più grande sito di scommesse predittive oggi attivo sul pianeta, la sconfitta di Russia Unita, il partito putiniano, alle elezioni parlamentari del 20 settembre è data all’1,6%. Invece il ritorno di Gesù Cristo sulla terra nel 2027 è dato al 2%. In poche parole, è considerato più probabile. Non servirebbero molte altre considerazioni per capire quale sia il clima in cui i russi si apprestano a votare per rinnovare il mandato quinquennale ai 450 deputati della Duma in quella che Volodymyr Zelensky ha giustamente definito “un’elezione farsa”. Comunque sia, i più recenti sondaggi danno l’attuale maggioranza di Governo (in sostanza Russia Unita e Partito liberal-democratico, più un certo numero di candidati indipendenti) intorno a un comodo 65%, senza contare gli appoggi esterni (per esempio quello di Novye Ljudi, dato intorno all’11%) e nonostante la flessione di Russia Unita, ampiamente compensata, però, dalla crescita dei nazionalisti liberal-democratici.
Non sarà inutile, però, ricordare brevemente come si è giunti a questo appuntamento. Il rumore di fondo, ovviamente, è quello della guerra con l’Ucraina, arrivata a quattro anni e mezzo di durata. Sarebbe però un errore pensare che sia solo la guerra a influenzare il sentiment dei russi, soprattutto in questa fase. E illusorio credere che proprio l’eventuale insoddisfazione della popolazione per i risultati al fronte possa aprire crepe decisive nel sistema di potere del Cremlino. Certo è che in questa prima metà abbondante del 2026 abbiamo assistito a un progressivo calo della fiducia (o aumento della sfiducia, dipende dai punti di vista e dalle speranze di chi osserva) nei confronti delle autorità. Putin, che all’inizio dell’anno ancora godeva di un tasso di approvazione intorno all’81%, in aprile era sceso sotto il 67%. E con lui il governo di Mikhail Mishustin, giudicato positivamente solo da poco più del 40% dei cittadini.
Un crollo rapido, iniziato però prima che l’Ucraina cominciasse a colpire a ripetizione le infrastrutture russe, anche molto in profondità nel territorio, causando apprensione e disagi come il razionamento della benzina e del diesel, che hanno impattato non solo sulle abitudini quotidiane ma anche sulle attività economiche. Questo perché il 2026 era comunque cominciato all’insegna di una difficoltà generale, all’insegna di prezzi più alti e tasse più numerose e pesanti (ne abbiamo parlato nello specifico qui su InsideOver), che i russi non avevano fino ad allora sperimentato, nonostante la guerra. In parallelo, i russi hanno cominciato a rifiutare il sempre più stringente controllo di Stato sulla loro libertà di comunicare. Anche di questo abbiamo parlato qui, sia molto di recente (si legga qui) sia in tempi meno sospetti di questi.
L’apice simbolico di questa campagna, che ha radici che risalgono a ben prima dell’invasione dell’Ucraina, può essere considerato il mandato d’arresto internazionale spiccato nei confronti di Pavel Durov, il creatore di Telegram, accusato di complicità col terrorismo per il fatto che la sua piattaforma protegge i dati di tutti gli utenti, buoni o cattivi che siano. Come si diceva, un apice perché dal 2019 il Cremlino persegue senza deflettere il progetto di creare un Internet russo (chiamato appunto RuNet) che all’occorrenza possa essere staccato dal World Wide Web e funzionare in maniera autonoma, ovviamente sotto il diretto controllo delle autorità. Nel frattempo i social occidentali sono stati bloccati (e vedremmo tra poco perché) e per tutta una serie di funzioni i russi sono ora costretti a servirsi di Max, l’app di Stato che trasferisce tutti i dati e le comunicazioni degli utenti ai servizi segreti.
Ma ora Putin recuperaPuò sembrare un paradosso ma le vicende tormentate della guerra, con gli ovvi risvolti patriottici e nazionalisti e con le notizie “positive” perennemente gonfiate, servono semmai a rinsaldare il rating delle autorità. E infatti: da quando il Cremlino è riuscito a rimediare alla carenza di carburanti portata dalle incursioni ucraine contro depositi e raffinerie (i giornali occidentali ne parlavano un mese fa come della crisi decisiva, ora non ne parlano più) e ha cominciato a replicare zerkalno (in russo “specularmente”, è una delle espressioni favorite di Putin) colpendo i porti ucraini e le navi che vi si dirigono sul Mar Nero, anche l’opinione pubblica ha in parte cambiato orientamento. L’ultima (inizio agosto) ricerca del Levada Center, l’unico centro affidabile rimasto per l’osservazione della società russa, attesta che Putin sta recuperando nella fiducia dei cittadini (siamo al 74%: non è l’81% di inizio anno ma nemmeno il 67% di poche settimane fa) e che il 54% dei russi pensa che il Paese stia andando nella giusta direzione (il 29% pensa il contrario).
Quello che è più interessante notare, e che rivela molto dei movimenti interni alla società russa, è la spaccatura sotterranea che questi dati rivelano. Sia per Putin personalmente sia per il giudizio complessivo sulla situazione del Paese, vale la stessa considerazione: ad approvare sono soprattutto i meno giovani (over 55), gli abitanti delle grandi città e i benestanti; a criticare sono i giovani (tra i 18 e i 40 anni la percentuale degli insoddisfatti totali sfiora il 35%), gli abitanti delle province (dove le vittime della guerra sono più numerose) e i meno garantiti. Insomma: patriottismo e nazionalismo possono garantire un’apparenza di compattezza ma i problemi della vita quotidiana di fatto stanno dividendo la società russa in due porzioni che hanno esigenze diverse che potrebbero, se la tendenza non viene in qualche modo corretta, diventare anche contrapposte. Anche se per ora la questione demografica, che ha portato l’età media dei russi a 40,7 anni, sembra lavorare per Putin.
Il Levada Center, infine, aggiunge un dato significativo. Il tasso di approvazione è particolarmente alto (82%) tra i russi che hanno la televisione come principale o esclusivo strumento d’informazione, mentre è particolarmente alto (50%) il tasso di disapprovazione tra coloro che usano i social per informarsi. Il che spiega più che a sufficienza le dinamiche che abbiamo qui sopra provato a descrivere.
Riferimenti
Per i sondaggi.
Per il controllo sui social.
Per la rilevazione del Levada Center.
13/08/2026
Lezioni dall’America: “al centro si perde”
Quindi va seguita e analizzata, perché fornisce anche involontariamente indicazioni di massima sul nostro prossimo futuro. Una premessa è però indispensabile: bisogna lasciare la tentazione della tifoseria – antica piaga del cosiddetto “dibattito politico” italiano – fuori dalla porta.
Sappiamo che negli Usa la svolta reazionaria ormai ha una storia pluridecennale. Trump ha vinto una prima volta nel 2016, il mondo “Maga” ha lentamente condensato varianti inguardabili che vanno dal neonazismo al Ku Klux Klan, seminando in America e nel mondo idee deliranti che sono dichiarazioni di guerra (tipo la “remigrazione”, lì fisicamente istituzionalizzata nell’ICE, una forza paramilitare dipendente solo dal presidente).
Questa svolta ha praticamente eliminato la sponda repubblicana del cosiddetto establishment – quell’insieme di istituzioni, abitudini, istituti di ricerca, parlamentari, funzionari, militari, idee, ricette economiche e di governo del mondo, ecc. – che aveva garantito per la sua parte un’alternanza senza scosse al vertice politico statunitense.
Dagli anni ‘80 in poi, esaurita la fase hard della restaurazione conservatrice – Thatcher in Gran Bretagna e Reagan negli Usa – il neoliberismo era diventato pensiero unico, determinando sia gli indirizzi economici che la gestione amministrativa degli Stati, demolendo e cancellando ogni traccia di “stato sociale”.
Sul versante politico-partitico ciò si è velocemente tradotto in “taglio delle ali estreme” – sia di destra che “di sinistra” – e nella presunta legge non scritta della politica elettorale occidentale: si vince al centro.
Il principale corollario “democratico” è ben noto: si partecipa alle elezioni per “battere la destra”, e questo significa per prima cosa rinunciare a qualsiasi pretesa di “cambiamento”. L’ultimo esempio fuori tempo è di questi giorni, con la deputata Elisabetta Piccolotti in Fratoianni (Avs), pronta a spiegare che “la priorità è battere la destra, del disarmo ci occuperemo dopo” (cioè: mai).
Poi, improvvisamente, dall’America sono partite le onde d'urto di un big bang totalmente inaspettato. Un musulmano che si definisce apertamente “socialista” e pro-palestinese diventa sindaco di New York, mobilitando attivisti sociali con un programma fatto di asili nido, trasporti pubblici gratuiti o quasi, supermercati a prezzi popolari, ecc.
A seguire arriva la “collega” Katie Wilson a Seattle (sede, insieme alla Silicon Valley del settore big-tech), e poi una valanga di candidati alle elezioni di midterm (primo martedì di novembre) che stracciano alle primarie le vecchie cariatidi che occupavano da più mandati le poltrone “dem” al Congresso.
Ci sono Chris Rabb, nel 3° Distretto della Pennsylvania che vuole la sanità per tutti e l’abolizione dell’ICE. Melat Kiros, nel 1° Distretto del Colorado, che ha sconfitto la deputata in carica da 29 anni, Diana DeGette, aggiungendovi la fine degli aiuti militari a Israele.
Cori Bush, nel 1° Distretto del Missouri. Claire Valdez, nel 7° Distretto dello Stato di New York, sostenuta da Zohran Mamdani. Darializa Avila Chevalier, nel 13° Distretto di New York. Donavan McKinney, nel 13° Distretto del Michigan (capitale Detroit, “città dell’auto” e della residua classe operaia statunitense). Oliver Larkin, nel 25° Distretto della Florida.
Spiccano su tutti Abdul El-Sayed – anche lui in un distretto del Michigan, medico di chiare origini arabe e apertamente a favore dei palestinesi – e Peggy Flanagan, nella foto d’apertura, della White Earth Nation (Ojibwe) nel Wisconsin, che potrebbe diventare la prima donna “pellirossa” ad entrare nel Congresso.
È andata male di pochissimo (4.000 voti di scarto) a Francesca Hong, origini sudcoreane, malvista anche da alcuni “socialisti” per diverse prese di posizione ritenute “eccessive”.
Si tratta – ricordiamo sempre – di “socialisti con caratteristiche americane”, che sulla politica estera magari dicono sconcezze inascoltabili. Ma segnano comunque un “cambio di direzione” del senso comune e del discorso pubblico statunitense, recuperando una certa percentuale di quel “riformismo socialdemocratico” che agli occhi dell’elettorato sembra “comunismo trinariciuto”. E che così viene combattuto da Trump e dai “Maga”.
Se non si cede alla stupidaggine da tifosi ci si può accorgere che tutti costoro hanno vinto potendo contare su pochi soldi, al contrario dei loro avversari nelle primarie e ancor più alle prossime elezioni (l’Aipac, il fondo israeliano, ha finanziato 361 dei 535 deputati o senatori attuali), ma grazie ad una folla di attivisti che hanno battuto casa per casa, porta a porta, social per social.
Significa che non serve mettersi a questionare sulla percentuale di “spirito rivoluzionario” o riformista presente nelle loro dichiarazioni e/o idee. Tutti costoro non sono e non hanno la “soluzione” per i problemi delle classi povere americane, ma sono il sintomo della gravità della situazione.
Il sintomo, cioè, dell’impossibilità di migliorare la loro condizione seguendo le ricette sia dell’establishment neoliberista (la residua fazione che controlla ancora il “partito democratico”), sia quelle del neofascismo Maga.
Non per caso molti di questi candidati e prossimi parlamentari è di origini unamerican, ossia non bianchi, non anglosassoni e non protestanti. Evidentemente la “faglia del colore” o della cultura da cui si discende rende più semplice spostare i veli ideologici che nascondono le discriminazioni di classe, etniche, “religiose”.
La lezione da trarre, insomma, non consiste nel “copiare” quel che dicono o fanno, ma nel capire che “al centro si perde”. Perché l’adesione al neoliberismo – in versione hard (tipo Pd, insomma) o “moderata” (tipo Avs) – è la ragione che ha portato le “sinistre” a perdere la capacità di rappresentare i ceti popolari.
Una verifica immediata di questa nuova “legge della politica occidentale” viene dalla Francia, dove ci si prepara al dopo-Macron (un banchiere) con un’alternativa radicale alle presidenziali: i fascisti di Le Pen contro la sinistra radicale di Jean-Luc Mélénchon.
In mezzo – “al centro” ci sono solo frattaglie sparse di formazioni che al neoliberismo hanno sacrificato la loro ragion d’essere. Tipo i “gollisti”, i “socialisti” alla Glucksmann, e altri detriti senza più credibilità sociale, incapaci sia di “federarsi” che di esprimere un qualsiasi progetto differente dal semplice “non disturbare le imprese” e “sostenere l’Ucraina”.
Ma se “al centro si perde” – è questo a rendere ridicoli i maneggioni alla Renzi e Calenda, qui da noi – allora è necessario produrre una visione credibile del cambiamento necessario. Perché il malessere popolare che si aggrava nella crisi e nell’avvicinarsi delle guerre non può essere catalizzato con discorsi vaghi, nel solco della “continuità”, con facce da traditori seriali.
Con la crisi del neoliberismo si inverte insomma anche la tendenza principale della politica. Non si tratta più di “ridurre le differenze” ma di esaltarle nella loro radicalità di classe. La destra fascista lavora come sempre per i committenti (“i padroni” di qualsiasi livello, quanto a ricchezza). Sarà bene offrire qualcosa di realmente e completamente opposto.
Lo chiedono persino in America...
Fonte
12/08/2026
Germania - AfD in crescita in Sassonia, il partito di Sara Wagenknecht nega sostegno ai moderati
Secondo un nuovo sondaggio elettorale condotto dall’istituto Insa per conto del Bild, l’AfD può puntare ad ottenere il 42 percento dei voti nelle prossime elezioni statali nel land della Sassonia-Anhalt.
Secondo il sondaggio, il partito di Sara Wagenknet (BSW) supererebbe per la prima volta la soglia del 5% ed entrerebbe nel parlamento statale di Magdeburgo.
Il candidato principale del BSW, Thomas Schulze, ritiene il suo partito come il fattore decisivo nella questione su chi assumerà la carica di primo ministro in Sassonia-Anhalt in futuro: “Solo se il BSW entrerà nel parlamento dello stato potrà essere impedito il prossimo mandato del primo ministro della CDU. Da solo l’AfD non ce la farà”, ha detto il politico del BSW.
Una dichiarazione che molti hanno interpretato come una “apertura” ad AfD ma che, per ora, dichiara solo che il BSW non sarà disponibile a sostenere un eventuale maggioranza dei partiti conservatori e liberali.
Il candidato della BSW Schulze sostiene un modello di cambiamento delle maggioranze e un “primo ministro non partigiano” nel parlamento statale “per ridurre la polarizzazione”. Una proposta che il candidato dell’AfD Siegmund rifiuta chiaramente: “Non ci penso molto, perché abbiamo bisogno di un governo stabile in questo paese”, ha detto Siegmund all’agenzia Dpa.
La fondatrice del BSW, Sahra Wagenknecht, aveva già fatto sapere che la principale candidata della CDU, Sven Schulze, non poteva contare sui voti del suo partito nel caso in cui BSW entrasse nel parlamento statale di Magdeburgo. Un risultato delle elezioni corrispondente a quello del sondaggio Insa, potrebbe aprire la strada al candidato principale dell’AfD, Ulrich Siegmund, nel diventare primo ministro della Sassonia.
Secondo lo stesso sondaggio la CDU raggiungerebbe solo il 22 percento e quindi perderebbe ulteriormente terreno a favore dell’AfD. La terza forza politica sarebbe la Linke, il Partito della Sinistra, con il 13 percento. Secondo i dati, i Verdi e il FDP non raggiungerebbero il quorum del 5% e quindi non entrerebbero nel parlamento statale.
Un vero e proprio capitombolo attende invece i socialdemocratici del SPD che scendono al 6%.
CDU, Linke e SPD avrebbero il 41%, quindi meno voti rispetto all’AfD, la quale potrebbe eleggere da sola il primo ministro della Sassonia al terzo turno qualora la BSW si astenesse.
Fonte
08/08/2026
Cos’è l’antifascismo oggi?
di Giorgio Cremaschi
Se hanno ragione i principali esponenti di AVS, che ora affermano che la priorità sia “battere la destra”, allora l’alleanza che propongono con Renzi è anche troppo piccola. Infatti se la destra di governo dovesse ragionare come loro, si alleerebbe sicuramente con Vannacci, così come in fondo spera il centrosinistra. E allora anche Calenda e simili dovrebbero stare con il campo largo e naturalmente Rifondazione, la cui maggioranza è già disponibile, e chiunque altro.
Due schieramenti che si contendono il governo senza alcuna vera discriminante al proprio interno, se non quella di battere l’avversario. Il tutto nel quadro di una legge truffa che regalerebbe fino al 17% di deputati in più alla prima coalizione che raggiungesse il 42%.
Due campi opposti dove ci sarebbe tutto e il suo contrario in ogni schieramento. Due campi con Meloni da un lato, Schlein o Conte (o Salis) dall’altro, ad occupare tutta la scena, ognuno spiegando che “le differenze nel proprio schieramento sono fisiologiche” e che comunque “decide il capo”. Due campi che si contenderebbero la vittoria in un mare di astensionismo senza precedenti.
È questo che vogliono i “realisti” della “sinistra del campo largo”, mentre gli altri – gli euroatlantici puri e duri – hanno già fissato i loro punti insormontabili, dal riarmo europeo, alle armi all’Ucraina, al sostegno alla NATO e anche a Israele?
Se il rischio in Italia è quello di una dittatura fascista, in continuità con quella di Mussolini, AVS, il PD e quelli come loro nel M5S avrebbero ragione e anzi potrebbero essere accusati di non dire la verità con sufficiente chiarezza.
Ma se invece le spinte autoritarie fasciste e razziste del governo e in una parte della società hanno una origine nelle politiche economiche liberiste e in quelle di guerra, allora i fautori del campo larghissimo hanno torto marcio.
Il piano UE di 800 miliardi in armi serve a preparare la guerra totale alla Russia; entro il 2030 ha dichiarato ufficialmente il governo della Germania.
I paesi europei sono sottoposti alle ristrettezze delle politiche di austerità, dalle quali “si può uscire solo con le spese militari”. Le sanzioni alla Russia e la guerra commerciale alla Cina hanno sottomesso ancora di più l’economia europea a quella USA, alla faccia delle dichiarazioni di circostanza contro Trump. Tutto questo produce una crisi economica che alimenta rabbia, insicurezza e perciò domanda di “ordine”.
Poi ci sono i migranti, a cui tutta la UE risponde con una gara a chi è più efficace nei respingimenti e nelle deportazioni: “ne ho rimpatriati più io, no io!”
Infine c’è Israele, che continua il genocidio senza subire neanche una sanzione, neppure di quelle che non costano nulla.
Ecco se tutto questo non è decisivo, allora ci si può alleare con chi tutto questo lo sostiene, spesso a spada tratta. Si può fare il “campo larghissimo” anche se le posizioni di coloro con cui ci si allea sono le stesse che prevalgono nel campo avverso.
Se invece la guerra, il riarmo, l’economia di guerra, il sostegno a Israele, sono le prime discriminanti oggi, allora l’alleanza tra chi ha votato “no” alle armi e chi ne vuole “di più” è un danno alla stessa lotta per la democrazia.
La spinta reazionaria nelle società occidentali viene dalle ingiustizie sociali, dalle politiche di guerra, dai muri contro i migranti, dal modello israeliano sempre più importato. Se non si parte da qui, si opera di fatto per rafforzare la destra.
Negli USA la sinistra vince le primarie contro l’establishment democratico perché ha imparato lo lezione: non si combatte Trump sul suo terreno, ma su quello del rifiuto del riarmo, della guerra e del razzismo di Stato, a favore dei diritti sociali per tutte e tutti. Negli USA c’è una sinistra che si dichiara esplicitamente “socialista”, in Italia invece la sinistra ufficiale spera di vincere contro la destra contendendole il consenso dell’establishment guerrafondaio.
Se si tiene davvero alla democrazia, oggi più che mai bisogna rifiutare le unioni costruite solo “per vincere”, anziché per rappresentare.
Per la ripresa della democrazia sarebbe necessario che le coalizioni si scomponessero, che nessuna aggregazione raggiungesse la soglia che fa scattare il super-premio di maggioranza, cosicché il Parlamento fosse eletto in modo proporzionale, seppure con la falsificazione dello sbarramento al 3%.
Se non scattasse la legge truffa per nessuno, finalmente andrebbe in crisi quel sistema maggioritario che ha progressivamente svuotato la Costituzione antifascista. E finalmente il no alla guerra diventerebbe una grande discriminante politica e non solo una ipocrisia elettoralistica.
L’antifascismo oggi è prima di tutto ripudio della guerra e disarmo e se il campo largo non ci sta, è necessario che ci sia un campo indipendente che faccia propria questa discriminante. Serve alla pace e alla democrazia.
Fonte
02/08/2026
Il ministro della difesa Israel Katz, un fiero criminale di guerra
Il Ministro della Difesa Israel Katz ama vantarsi dei suoi Crimini di Guerra. Non ce n’è praticamente nessuno di cui non vada fiero, quasi nessun Crimine Contro l’Umanità che non abbia minacciato di commettere.
Come un piccolo criminale, Katz si vanta in egual misura dei crimini di cui è responsabile e ancor di più di quelli con cui non ha avuto nulla a che fare. Katz, un piccolo e astuto uomo d’affari che si atteggia a Ministro della Difesa, privo di reale influenza, blatera incessantemente dei suoi crimini.
Così, ogni volta che ordina all’esercito di occupare e radere al suolo un altro campo profughi in Cisgiordania, Katz annuncia con grande enfasi: “Guardate i semi di distruzione che ho piantato”.
La tempistica è ovviamente trasparente: sono le primarie del Likud. Ma il fatto che i Crimini di Guerra siano la chiave per la popolarità della sua base elettorale ci mostra quanto in basso sia sceso il dibattito pubblico in termini morali.
Ci sono stati Criminali di Guerra ben peggiori di Katz nello Stato di Israele, ma nessuno si è mai vantato dei propri crimini con tanta fierezza. Anzi, Katz ha dato il via a una nuova tendenza: “Ehi, guardatemi, un Criminale di Guerra”, si vanta. “Votate per i responsabili del trasferimento forzato e del Genocidio. Non vergognatevi”.
Questa settimana, Katz ha nuovamente rilasciato una dichiarazione in cui proclamava la sua direttiva di occupare un altro campo profughi in Cisgiordania ed espellerne i residenti. Ecco come vanno le cose quando i crimini vengono normalizzati e legittimati.
Quasi nessuno è stato ritenuto responsabile quando Israele ha espulso circa 20.000 residenti del campo di Jenin e lo ha distrutto nel gennaio 2025 e, poco dopo, ha fatto lo stesso con due campi profughi a Tulkarm. Le vite di decine di migliaia di persone, la stragrande maggioranza delle quali povere, indigenti e innocenti, sono state distrutte.
Dobbiamo forse ricordare che si tratta di rifugiati di terza e quarta generazione, che Israele ha espulso dai loro villaggi nel 1948 senza mai permettere loro di tornare? Dobbiamo forse spiegare che Israele è responsabile del loro destino? E ora, non viene loro permesso di tornare alle proprie case nei campi, alcuni dei quali sono stati rasi al suolo. Comunità vivaci e densamente popolate si sono trasformate in città fantasma.
Conoscevo bene il campo di Jenin. Non ce n’era un altro simile in Cisgiordania, con quel mix di determinazione, coraggio e orgoglio, uniti a calore e generosità. Sì, il campo di Jenin, che è stato definito “un nido di calabroni”. Sì, lì c’erano più uomini armati che in altri campi, così come laboratori per la fabbricazione di bombe. Li ho visti. Ma il campo non si è arreso nella sua lotta per la libertà. La soluzione di Israele è stata quella di distruggerlo.
Lo stesso è accaduto a Nur al-Shams e Tulkarm: non esistono più, i loro abitanti sono sparsi per la Cisgiordania, rannicchiati nelle case dei parenti da quasi due anni.
Katz vuole proseguire con questo programma pilota. Balata e i vecchi e nuovi campi di Askar sono nel suo mirino. Da lì, si sposterà sui campi del centro e del Sud della Cisgiordania, finché non ne rimarrà più uno in piedi da Dheisheh ad Al-Fawar. E perché solo i campi? Poi toccherà ai villaggi e alle città, anch’essi sede della Resistenza all’Occupazione. Nakba 2.0 è stata eseguita tra gli applausi degli elettori delle primarie del Likud.
Qualche mese fa, Katz è stato invitato alla conferenza di Canale 14, dove ha proclamato che in “24 villaggi libanesi, con centinaia di abitanti, abbiamo distrutto ogni struttura, non casa per casa, ma interi villaggi”. E c’era di più a Gaza: “Luoghi che ricordate, come Shujaiyeh e Jabalya, oggi non esistono più. Sono stati distrutti. Non vedo case, solo la spiaggia”. La poetica di un Ministro dello Sterminio.
Se lo Stato di Israele avesse un vero sistema giudiziario, Katz sarebbe stato arrestato all’uscita dall’auditorium. Se la comunità internazionale avesse un sistema giudiziario efficace, Katz sarebbe stato inserito nella lista dei più ricercati al mondo.
Katz è lì per deridere la ridicola propaganda israeliana, che dice al mondo che Israele rispetta il Diritto Internazionale e non danneggia intenzionalmente i civili. Fornisce la prova più schiacciante di tutte: non c’è bisogno che organizzazioni per i diritti umani o un tribunale indaghino. Israele sta distruggendo intere regioni, una distruzione fine a se stessa, per soddisfare la sete di vendetta e di sangue degli elettori delle primarie del Likud.
Fonte
11/06/2026
30/05/2026
La prossima tappa del fronte antirusso passa per le elezioni in Armenia
Il timore è quello che, anche in Armenia, possa ripetersi una presunta “correzione di rotta autoritaria, repressiva e antidemocratica” simile a quella intrapresa dalla Georgia di Irakli Kobakhidze, che ha vinto le elezioni.
Le “forze democratiche mondiali” sono dunque in apprensione e fanno il possibile perché a Erevan venga scongiurata la minaccia di una dittatura: cioè di una svolta “filo putiniana”. Perché, si sa, secondo i vangeli di Bruxelles, la “democrazia”, senza alcuna specificazione storica e di classe, è quella categoria che coincide coi sacri “valori europeisti”.
Quando un paese pare sul punto di volgere alcune scelte verso Moskva, ecco che compare con ciò stesso il presunto rischio della “dittatura” e di un ingresso nella cerchia delle forze del cosiddetto “asse del male”.
Per la verità, il rischio non è poi così alto: secondo un sondaggio Gallup, al momento il partito Contratto Civile di Pašinjan può contare sul 27% dei consensi, mentre il principale rivale, il partito Armenia Forte di Samvel Karapetjan, si ferma al 14%.
Per rincuorare Bruxelles, tuttavia, si può rilevare che il politologo Semën Uralov, ad esempio, lega alcune restrizioni imposte da Moskva sull’importazione di frutta e ortaggi armeni, ai timori russi di una decisa “svolta occidentale” di Erevan, anche se pare presto per trarre conclusioni sui risultati elettorali.
Il “Titanic” armeno, dice Uralov, sta manovrando tra un ipotetico scenario ucraino e uno georgiano, col secondo che «ha dimostrato che è possibile spodestare un protetto di una potenza occidentale e unirsi, se non agli alleati della Russia, almeno a un paese neutrale».
Semmai, il pericolo più serio è quello rappresentato da un eventuale scenario «ucraino o moldavo, in cui la parte sconfitta impiega mezzi di lotta non politici e trasforma la repubblica in un campo di battaglia civile».
Anche perché, afferma Uralov, il carattere nazionale di Nikol Pašinjan lo rende un abile improvvisatore, il che lo accomuna all’usurpatore ucraino Vladimir Zelenskij: come ogni «improvvisatore, potrebbe precipitare molto rapidamente nella guerra. E questo, a mio avviso, è il pericolo principale. Se perde il potere, potrebbe decidere di scatenare una guerra civile».
Ma le scelte politiche di Pašinjan minacciano l’Armenia anche di guerra esterna; una guerra legata al “TRIPP”, il corridoio di Trump, che dovrebbe estendersi dal Medio Oriente, attraverso Turchia e Armenia, fino all’Azerbajdžan, con l’obiettivo di accerchiare l’Iran e interrompere il corridoio Nord-Sud della Russia, nel quadro più generale di guerre e conflitti locali alle periferie russe.
I timori di Moskva non sono d’altronde infondati. La russofobia in Armenia ha raggiunto livelli tali che nessun bonus o concessione da parte russa potrà porvi rimedio, afferma l’orientalista Nikolaj Sevostjanov a radio Komsomol’skaja Pravda: «non possiamo più considerare l’Armenia uno stato amico. Pašinjan ha fatto abbastanza per garantire che l’Armenia cessi di esserlo. E i soggetti che alimentano la narrativa occidentale in Armenia continuano a promuovere l’idea che la Russia sia praticamente per l’Armenia un nemico storico».
Se Moskva crede di poter rendere di nuovo l’Armenia uno stato amico, dice Sevostjanov, con restrizioni sull’import o, al contrario, con «bonus e agevolazioni, non funzionerà. Troppe risorse sono state investite» per presentare la Russia, agli occhi degli armeni, come “il diavolo”».
Inoltre, afferma il politologo Ajk Ajvazjan, coordinatore del Fronte anti-nazista armeno, se il regime di Pašinjan manterrà il potere in Armenia, la popolazione locale, come già accaduto in Ucraina, verrà preparata a un conflitto militare con la Russia.
Si può spiegare in quest’ottica anche il precipitoso viaggio del Segretario di Stato americano Marco Rubio che, in un’ora, senza nemmeno uscire dall’aeroporto di Erevan, ha firmato documenti sulla “cooperazione strategica”, che orientano il paese verso Occidente.
Una visita così rapida, dice Ajvazjan, è legata alla preoccupazione USA per la possibilità che Pašinjan perda le elezioni e il prossimo governo possa rifiutarsi di rispettare gli impegni presi dall’attuale primo ministro. Rubio, dunque, ha firmato un accordo di partenariato strategico con Erevan, garantendo così la sicurezza di Washington: tutti gli accordi precedenti saranno attuati. Se Pašinjan dovesse perdere, gli USA userebbero questa visita per complicare la situazione al prossimo governo, che si vedrebbe costretto a rispettare gli obblighi imposti al paese dall’attuale primo ministro.
Per fugare i timori euro-atlantisti, si è così iniziato a fare pressioni sugli oppositori di Pašinjan. Per timore della sconfitta del partito di governo e della prospettiva del fallimento dei piani contro la Russia nel Caucaso meridionale, dice Ajvazjan, USA e loro alleati hanno dato a Pašinjan il via libera per vincere con ogni mezzo necessario, comprese falsificazioni e accuse penali inventate.
L’intera campagna elettorale di Contratto Civile è stata basata sul proclamare la Russia nemico principale e le forze che si oppongono all’élite al potere vengono etichettate come “agenti del Cremlino”, con relativi procedimenti penali a loro carico.
L’Occidente vuole combattere la Russia per interposta persona e deve pertanto «intensificare la propaganda anti-russa nei paesi post-sovietici per motivare gradualmente la popolazione a confrontarsi con la Russia... non è un caso che gli eserciti di Georgia, Azerbajdžan e Armenia vengano convertiti agli standard NATO».
Così, anche Ajk Babukhanjan, leader del partito Unione del Diritto Costituzionale, a proposito dell’accordo di partenariato strategico USA-Armenia e dell’avvio del “TRIPP”, dice che se l’Occidente, con l’aiuto di Pašinjan, riuscisse a estromettere la Russia dall’Armenia, ciò cambierebbe la struttura geopolitica sia della Transcaucasia, che dell’intero Grande Medio Oriente e dell’Asia centrale, in contrasto con gli interessi di Mosca e Teheran.
Si è più volte detto, soprattutto alla luce dell’aggressione yankee-sionista all’Iran, che l’utilizzo della “rotta Trump” da parte degli americani diventa sempre più pericoloso per l’Armenia, dato che l’infrastruttura si trova proprio a ridosso del confine iraniano e potrebbe essere utilizzata contro Teheran.
Inoltre, nessuno ha ancora «spiegato perché l’Armenia ne abbia bisogno. Perché ne abbiano bisogno Turchia, Azerbajdžan e Stati Uniti è chiaro, ma perché ne ha bisogno l’Armenia?»
I media di Pašinjan alimentano l’isteria riguardo alle presunte “azioni ostili” della Russia volte a interferire negli affari interni dell’Armenia e a minare la stabilità politica e, racconta Babukhanjan, in questo senso è dal 2018 che è in corso una riformulazione della politica estera armena, cioè dai primi giorni della «presa del potere da parte di questa junta. Da allora, è in atto un processo di abbandono dell’amicizia e dell’alleanza con la Russia, a favore dell’Occidente e dell’Azerbajdžan. È dunque naturale che tutte le azioni dell’attuale leadership siano di natura anti-russa, volte a estromettere la Russia dall’Armenia e dall’intera Transcaucasia, aprendo la strada a Turchia, UE e USA».
Ecco dunque che Erevan ha sospeso l’adesione al ODKB, è in discussione la partecipazione alla Unione Economica Euroasiatica e sono stati firmati impegni per la transizione agli standard energetici UE e USA. Manca per ora la richiesta di chiusura della base militare russa di Gyumri e di ritiro delle guardie di frontiera.
È chiaro dunque, dice Babukhanjan, che il voto del 7 giugno riveste un’importanza colossale sia per l’Armenia, sia anche, in un certo senso, per l’intera regione, per la Russia e avranno un impatto anche sull’Iran.
In effetti, ecco che dalla RAND Corporation (la “CIA ombra”) Michael Cecire afferma che l‘Armenia rientra nella sfera degli interessi USA e sottolinea come il Cremlino cerchi di ostacolare la realizzazione del “TRIPP”, che minaccia Russia e Iran. L’Armenia, dice Cecire, rappresenta l’anello mancante in un sistema di corridoi di trasporto interconnessi noto come Corridoio Medio: una via terrestre alternativa tra la regione indo-pacifica e l’Europa.
In sostanza, afferma Pëtr Akopov su RIA, Moskva chiede all’Armenia di decidere se aderire alla UE o rimanere nell’Unione Economica Euroasiatica. Poche settimane fa, Vladimir Putin ha ricordato pubblicamente a Nikol Pašinjan che sarebbe impossibile conciliare la partecipazione alle due unioni economiche. Sebbene ciò sia ormai evidente a tutti, la leadership armena sta temporeggiando nel dare una risposta, soprattutto in vista delle elezioni parlamentari.
Pašinjan etichetta la richiesta russa come una pressione sugli elettori, per convincerli a votare contro l’attuale governo. Ed è più o meno la stessa cosa con la questione della Repubblica d’Artsakh, della cui perdita a vantaggio di Baku l’Armenia incolpa Moskva, anche se la Russia, dice Akopov, è responsabile solo di non aver spinto l’Armenia a negoziare con l’Azerbajdžan con sufficiente forza prima di arrivare alla guerra, poi vinta dagli azeri.
Tra i vicini dell’Armenia ci sono anche Georgia e Iran, ma Erevan non fa affidamento su di loro e sceglie Europa e Stati Uniti. L’Occidente è ora molto interessato all’Armenia, perché occupa una posizione strategica fondamentale: collega la logistica e i flussi di petrolio e gas dal mar Caspio al mar Nero e offre anche un comodo punto di controllo sull’Iran.
Ecco quanto è “fortunata” l’Armenia, ironizza Akopov: raggiungerà un accordo anche con i turchi e l’Occidente la sosterrà. Non avrà dunque più bisogno della Russia; che importa se la sua economia dipende quasi interamente dalla Russia?
La Russia comunque «non se ne andrà; è interessata a mantenere la presenza, anche militare e quindi continuerà a comprare cognac e vendere gas». E l’Armenia si arricchirà grazie ai suoi legami con tutti contemporaneamente: Europa, Stati Uniti, Turchia e persino con Iran e Russia. Ma non è un segreto che l’interesse occidentale per l’Armenia sia in gran parte anti-russo.
E poi viene la domanda base, dice Akopov: la UE accetterà l’Armenia al suo interno? Non accadrà mai; gli USA la proteggeranno dall’Azerbajdžan o dalla Turchia? Ancora più assurdo. Allontanandosi dalla Russia, l’Armenia rischia di diventare una provincia di un nuovo impero turco.
Dunque, “democratici” e “anti-dittatoriali” d’Europa e d’America, fate fronte comune per scongiurare la minaccia di una svolta autoritaria e filo-Cremlino in Armenia: ne va del disegno euroatlantico di un “argine potente contro l’aggressione russa”. Presunta...
Fonte
02/05/2026
Non è “campo largo”, è riciclo politico
In realtà è qualcosa di molto più semplice e molto più problematico: è il ritorno alla logica della coalizione con il centrosinistra, cioè con quelle stesse forze che negli anni hanno costruito le condizioni materiali, sociali e politiche su cui la destra è cresciuta.
Questo è il punto che va capito fino in fondo, perché è qui che si gioca tutta la partita. Il testo evita accuratamente la parola “campo largo”. Ma poi propone esattamente quello: una coalizione elettorale ampia, una convergenza con il PD e le altre opposizioni, una sommatoria di voti per battere la destra.
Cambia il nome, non cambia la sostanza. E questa non è una finezza linguistica: è un modo per far passare una scelta politica senza dichiararla apertamente. Ma il problema non è nemmeno questo. Il problema è cosa significa, politicamente, fare quella scelta. Lo stesso documento riconosce che per anni Rifondazione è stata fuori dal centrosinistra perché non ne condivideva le politiche neoliberiste, antipopolari, di precarizzazione del lavoro e di gestione dell’austerità.
Non era una questione di orgoglio identitario. Era un giudizio politico preciso: quel blocco non rappresentava un’alternativa, ma una parte del problema. E allora la domanda è inevitabile: cosa è cambiato? Non viene detto. Non viene dimostrato. Non viene spiegato. Non è cambiato il rapporto con l’Unione Europea, non è cambiata la collocazione nella NATO, non è cambiato il modello economico. È cambiato il linguaggio, forse l’immagine. Ma non la sostanza.
E qui sta il nodo politico decisivo: se ti allei con chi ha fatto politiche che hanno impoverito, precarizzato e disilluso le classi popolari, non stai costruendo un’alternativa alla destra. Stai riproducendo le condizioni che la fanno crescere. È questo il meccanismo che il documento rimuove.
La destra non cresce perché è semplicemente più forte o più cattiva. Cresce perché milioni di persone non trovano più rappresentanza, perché hanno visto peggiorare le proprie condizioni materiali, perché hanno perso fiducia in chi avrebbe dovuto difenderle. E questo processo è stato alimentato anche dalle politiche del centrosinistra.
Allora la verità è molto più semplice di come viene raccontata: allearsi con il PD per battere la destra significa, nella sostanza, fare il gioco della destra. Perché significa riproporre politiche che non risolvono i problemi sociali, deludere di nuovo chi cerca un’alternativa reale e lasciare spazio alla destra per presentarsi, ancora una volta, come unica opposizione credibile. È un ciclo già visto.
E ogni volta finisce nello stesso modo. Il documento prova a nascondere questo problema dietro la “sommatoria”: uniamo tutti e vinciamo. Ma la politica non funziona così. Quando metti insieme forze incompatibili, il risultato non è la sintesi più avanzata. È il compromesso più basso. E in quel compromesso spariscono proprio le politiche che servirebbero a invertire la rotta. E infatti il punto più rivelatore è un altro: si dice che senza questa apertura il partito rischia la marginalità.
Qui cade ogni ambiguità. La linea non viene più definita in base a ciò che serve alle classi popolari, ma in base a ciò che permette di stare dentro una coalizione. Non è più politica. È adattamento.
Ma è sul piano internazionale che la contraddizione diventa ancora più evidente. Il documento denuncia la guerra, la NATO, il riarmo europeo, il genocidio a Gaza. E poi propone di convergere con un blocco politico che su questi temi non rompe davvero.
Sul riarmo, il PD non ha assunto una posizione di rottura, ma di gestione. Non mette in discussione il quadro europeo e atlantico, lo amministra. Sulla Palestina, alza i toni solo quando il disastro è già evidente, senza mettere in discussione seriamente il sistema politico che ha reso possibile il sostegno a Israele. Su Cuba, resta dentro una cultura politica europea che continua a trattare l’isola come un problema da normalizzare, non come un paese sotto attacco. E allora la domanda è inevitabile: come si può costruire una linea antimperialista dentro una coalizione che non rompe con l’imperialismo? La risposta è semplice: non si può.
E infatti il risultato è quello che si vede nel documento: analisi radicale, soluzione moderata. Si denuncia il sistema, ma si propone di allearsi con chi lo gestisce. Ed è qui che il documento mostra fino in fondo il suo limite più grave: non vede – o finge di non vedere – cosa sta succedendo realmente nel paese. Perché il problema non è solo che la destra cresce.
Il problema è che milioni di persone non si riconoscono più in nessuno dei due poli. Il voto referendario, che il documento prova a leggere come spinta verso una convergenza elettorale contro la destra, in realtà dice un’altra cosa: dice che esiste un malessere sociale profondo, una stanchezza diffusa, una rottura di fiducia che riguarda tanto la destra quanto il centrosinistra. Non è un mandato al “fronte largo”.
È un segnale di sfiducia generale. È il prodotto di anni in cui la destra ha peggiorato le condizioni materiali e il centrosinistra non ha saputo rappresentare un’alternativa. E allora il punto diventa ancora più chiaro. Se rispondi a questa crisi proponendo di tornare dentro lo stesso schema politico che ha prodotto quella disillusione, non stai ricostruendo un rapporto con il popolo. Lo stai abbandonando di nuovo. Perché chi oggi non vota, chi si astiene, chi non si riconosce più, non chiede una coalizione più larga. Chiede una rottura vera.
E quella rottura non può nascere dentro una sommatoria elettorale con chi ha già governato senza rappresentarlo. Per questo il documento di Acerbo non è solo sbagliato. È pericoloso. Perché ripropone una strada che porta sempre allo stesso risultato: prima si delude, poi si perde, e alla fine si consegna di nuovo il paese alla destra. E questa volta con un’aggravante: si fa mentre si sa già come va a finire. Non è un fronte contro la destra. È la sua migliore assicurazione per il futuro.
Fonte
