Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/05/2026

Non è “campo largo”, è riciclo politico

Tra antifascismo di facciata, sommatorie elettorali e amnesie selettive, il documento del Segretario del PRC, Maurizio Acerbo, segna il ritorno alla subalternità politica nazionale e internazionale, abbandonando ancora una volta il terreno reale del conflitto sociale. “Per un fronte costituzionale, democratico e antifascista” viene presentato come una risposta necessaria alla destra.

In realtà è qualcosa di molto più semplice e molto più problematico: è il ritorno alla logica della coalizione con il centrosinistra, cioè con quelle stesse forze che negli anni hanno costruito le condizioni materiali, sociali e politiche su cui la destra è cresciuta.

Questo è il punto che va capito fino in fondo, perché è qui che si gioca tutta la partita. Il testo evita accuratamente la parola “campo largo”. Ma poi propone esattamente quello: una coalizione elettorale ampia, una convergenza con il PD e le altre opposizioni, una sommatoria di voti per battere la destra.

Cambia il nome, non cambia la sostanza. E questa non è una finezza linguistica: è un modo per far passare una scelta politica senza dichiararla apertamente. Ma il problema non è nemmeno questo. Il problema è cosa significa, politicamente, fare quella scelta. Lo stesso documento riconosce che per anni Rifondazione è stata fuori dal centrosinistra perché non ne condivideva le politiche neoliberiste, antipopolari, di precarizzazione del lavoro e di gestione dell’austerità.

Non era una questione di orgoglio identitario. Era un giudizio politico preciso: quel blocco non rappresentava un’alternativa, ma una parte del problema. E allora la domanda è inevitabile: cosa è cambiato? Non viene detto. Non viene dimostrato. Non viene spiegato. Non è cambiato il rapporto con l’Unione Europea, non è cambiata la collocazione nella NATO, non è cambiato il modello economico. È cambiato il linguaggio, forse l’immagine. Ma non la sostanza.

E qui sta il nodo politico decisivo: se ti allei con chi ha fatto politiche che hanno impoverito, precarizzato e disilluso le classi popolari, non stai costruendo un’alternativa alla destra. Stai riproducendo le condizioni che la fanno crescere. È questo il meccanismo che il documento rimuove.

La destra non cresce perché è semplicemente più forte o più cattiva. Cresce perché milioni di persone non trovano più rappresentanza, perché hanno visto peggiorare le proprie condizioni materiali, perché hanno perso fiducia in chi avrebbe dovuto difenderle. E questo processo è stato alimentato anche dalle politiche del centrosinistra.

Allora la verità è molto più semplice di come viene raccontata: allearsi con il PD per battere la destra significa, nella sostanza, fare il gioco della destra. Perché significa riproporre politiche che non risolvono i problemi sociali, deludere di nuovo chi cerca un’alternativa reale e lasciare spazio alla destra per presentarsi, ancora una volta, come unica opposizione credibile. È un ciclo già visto.

E ogni volta finisce nello stesso modo. Il documento prova a nascondere questo problema dietro la “sommatoria”: uniamo tutti e vinciamo. Ma la politica non funziona così. Quando metti insieme forze incompatibili, il risultato non è la sintesi più avanzata. È il compromesso più basso. E in quel compromesso spariscono proprio le politiche che servirebbero a invertire la rotta. E infatti il punto più rivelatore è un altro: si dice che senza questa apertura il partito rischia la marginalità.

Qui cade ogni ambiguità. La linea non viene più definita in base a ciò che serve alle classi popolari, ma in base a ciò che permette di stare dentro una coalizione. Non è più politica. È adattamento.

Ma è sul piano internazionale che la contraddizione diventa ancora più evidente. Il documento denuncia la guerra, la NATO, il riarmo europeo, il genocidio a Gaza. E poi propone di convergere con un blocco politico che su questi temi non rompe davvero.

Sul riarmo, il PD non ha assunto una posizione di rottura, ma di gestione. Non mette in discussione il quadro europeo e atlantico, lo amministra. Sulla Palestina, alza i toni solo quando il disastro è già evidente, senza mettere in discussione seriamente il sistema politico che ha reso possibile il sostegno a Israele. Su Cuba, resta dentro una cultura politica europea che continua a trattare l’isola come un problema da normalizzare, non come un paese sotto attacco. E allora la domanda è inevitabile: come si può costruire una linea antimperialista dentro una coalizione che non rompe con l’imperialismo? La risposta è semplice: non si può.

E infatti il risultato è quello che si vede nel documento: analisi radicale, soluzione moderata. Si denuncia il sistema, ma si propone di allearsi con chi lo gestisce. Ed è qui che il documento mostra fino in fondo il suo limite più grave: non vede – o finge di non vedere – cosa sta succedendo realmente nel paese. Perché il problema non è solo che la destra cresce.

Il problema è che milioni di persone non si riconoscono più in nessuno dei due poli. Il voto referendario, che il documento prova a leggere come spinta verso una convergenza elettorale contro la destra, in realtà dice un’altra cosa: dice che esiste un malessere sociale profondo, una stanchezza diffusa, una rottura di fiducia che riguarda tanto la destra quanto il centrosinistra. Non è un mandato al “fronte largo”.

È un segnale di sfiducia generale. È il prodotto di anni in cui la destra ha peggiorato le condizioni materiali e il centrosinistra non ha saputo rappresentare un’alternativa. E allora il punto diventa ancora più chiaro. Se rispondi a questa crisi proponendo di tornare dentro lo stesso schema politico che ha prodotto quella disillusione, non stai ricostruendo un rapporto con il popolo. Lo stai abbandonando di nuovo. Perché chi oggi non vota, chi si astiene, chi non si riconosce più, non chiede una coalizione più larga. Chiede una rottura vera.

E quella rottura non può nascere dentro una sommatoria elettorale con chi ha già governato senza rappresentarlo. Per questo il documento di Acerbo non è solo sbagliato. È pericoloso. Perché ripropone una strada che porta sempre allo stesso risultato: prima si delude, poi si perde, e alla fine si consegna di nuovo il paese alla destra. E questa volta con un’aggravante: si fa mentre si sa già come va a finire. Non è un fronte contro la destra. È la sua migliore assicurazione per il futuro.

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20/06/2025

Quando i movimenti contro la guerra e la “politica” si dividono

Pillole di storia recente. Tratto da “La Storia anomala” (terzo volume) di imminente uscita.

“A luglio 2006 la missione italiana in Afghanistan deve essere rinnovata con il voto del Parlamento. Una pattuglia di senatori e deputati del Prc e del PdCI, più collegati con i movimenti contro la guerra che si erano attivati nel paese dal 2003 in poi, annunciano la disponibilità a votare contro il rinnovo della missione militare in Afghanistan, una scelta che indubbiamente avrebbe messo in minoranza il governo Prodi intenzionato invece a mantenere gli impegni militari con la Nato e gli Usa.

La pressione contro questa pattuglia di parlamentari diventa fortissima. I compagni della RdC, non da soli ovviamente, capiscono che intorno a questi senatori e deputati occorre costruire un forte cordone di protezione e consenso politico che ne sostenga la scelta antiguerra.

In pieno luglio viene organizzata una grande e partecipatissima assemblea al centro congresso Frentani a Roma. Sala gremita, attestati di solidarietà giungono da personalità di ambiti assai diversi (da Gino Strada a Beppe Grillo). Vengono create tutte le condizioni affinché chi in Parlamento si schiererà contro il proseguimento dell’impegno militare italiano sarà tutt’altro che isolato.

Ma al momento delle scelte prevale però l’opportunismo e con mille giravolte tutti i membri dei gruppi parlamentari del Prc e del PdCI alla fine voteranno a favore del rinnovo della missione militare in Afghanistan. Si consuma così una prima rottura tra movimenti e partiti di sinistra presenti in Parlamento. Nelle piazze volano parole grosse e nelle relazioni si incrinano amicizie e attestati di stima costruiti negli anni.

A marzo del 2007 le cose anche in Parlamento diventano più chiare. In una mozione sulla politica estera del governo Prodi, un deputato del Prc (Franco Turigliatto) e un senatore del PdCI (Ferdinando Rossi) rompono le righe e votano contro le indicazioni dei loro gruppi parlamentari, mandando sotto il governo e provocando un terremoto politico. Entrambi verranno espulsi dai rispettivi partiti. Altri deputati e senatori dei due partiti, sollecitati a fare altrettanto, invece tradiranno le aspettative di tante compagne e compagni e si allineeranno alle indicazioni dei gruppi parlamentari di Prc e PdCI a supporto del governo Prodi.

Si consuma così una seconda e forse più profonda rottura politica tra gli esponenti dei partiti della sinistra in Parlamento e il loro popolo.

Gli esiti di questa rottura diventeranno clamorosi l’anno successivo (il 2008) con il fallimento elettorale della Lista Arcobaleno (costituita da Prc, PdCI e Verdi) e l’esclusione di questi partiti dalla presenza parlamentare, una assenza che perdura tuttora.

Eppure la manifestazione più clamorosa di questa rottura si rivelerà il 9 giugno 2007 in occasione della visita del presidente Usa Bush in Italia.

I movimenti sociali e antiguerra insieme ai sindacati di base convocano una manifestazione nazionale a Roma da Piazza della Repubblica a Piazza Navona contro la visita di Bush. I partiti della sinistra parlamentare (Prc e PdCI), per non entrare in contraddizione con il loro sostegno al governo Prodi, non partecipano alla manifestazione ma convocano a Piazza del Popolo una piazza alternativa al corteo.

Prima del 9 giugno, come è consuetudine, parte un appello dei soliti “pontieri” per ricongiungere le due manifestazioni. La Rete dei Comunisti in un comunicato risponde così a questi appelli: “Vogliamo dire che non possiamo condividere il loro appello perché è ormai dal luglio del 2006 che con molti dei firmatari le strade si sono divise e che il movimento No War (o parte di esso) è stato costretto da solo in tutti questi mesi a dare continuità agli obiettivi e alle battaglie condivise fino... al luglio 2006.

Lo ha fatto a luglio mentre in Parlamento si votava a favore del mantenimento della missione militare in Afghanistan e poi mentre Israele bombardava il Libano, lo ha fatto a settembre segnalando perplessità e contrarietà sulla nuova missione militare italiana in Libano, lo ha fatto a Novembre sulla Palestina (anche lì dividendosi sui contenuti in due piazze diverse e distinte), lo ha fatto a febbraio a Vicenza, lo ha fatto a marzo con la manifestazione del 19 e con i presidi sotto il Senato mentre nelle aule parlamentari si votava nuovamente a favore della missione militare in Afghanistan. Lo farà anche a giugno perché gli elicotteri Mangusta, i carri armati e nuovi soldati vengono inviati in Afghanistan nonostante ad aprile molti avessero dichiarato che non avrebbero mai accettato l’invio dei Mangusta, di altri soldati e armamenti nel mattatoio afgano.

Il 9 giugno a Roma ci saranno due manifestazioni perché questa realtà è il risultato dei fatti concreti sopraelencati. Ci sarà un corteo che attraverserà la capitale numeroso, partecipato, pacifico e animato da quelli che in questi dieci mesi non hanno rinunciato a contenuti e iniziative contro la guerra e ci sarà una piazza tematica animata dai partiti e dalle associazioni che tuttora sostengono e collaborano con il governo Prodi e le sue scelte concrete (….) Oggi non si può chiedere ai movimenti No War né a nessun altro di “non disturbare il manovratore”, è tempo che si abbia finalmente rispetto dell’autonomia dei movimenti dalle contingenze della “politica”.

La rottura è totale e produce una onda lunga che si riverbererà nel tempo. Il 9 giugno un enorme corteo contro la visita di Bush, la guerra e il governo Prodi, sfila per le strade di Roma cogliendo il sentimento diffuso nella sinistra e nei movimenti sociali del paese. I partiti della sinistra parlamentare si ritrovano isolati in una Piazza del Popolo semi deserta ma soprattutto disertata. Contropiano esce con un titolo significativo: “Una sinistra senza popolo”.

Da “La Storia anomala” (terzo volume) di prossima uscita

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05/04/2025

Migliaia di persone in piazza con il M5S contro il riarmo

Il colpo d’occhio restituisce l’immagine di una manifestazione pienamente riuscita. Almeno 70mila persone (80 mila secondo fonti vicine al M5S) hanno sfilato nel corteo promosso dal M5S da Piazza Vittorio a via dei Fori Imperiali riempiendola da Piazza Madonna di Loreto, dove era stato allestito il palco, fino a largo Corrado Ricci. Si tratta indubbiamente di una delle manifestazioni più grandi degli ultimi anni, che ha surclassato nei numeri quella eurosuprematista di Piazza del Popolo di venti giorni fa.

Gli striscioni di apertura recitano “No al riarmo”; “Basta soldi per le armi, fermiamoli”. È una manifestazione decisamente popolare, con una fortissima presenza di persone venute dal Meridione, a conferma che gran parte dell’insediamento sociale del M5S rimane nel Sud. Ma anche sul piano anagrafico e sociale è ben diversa da quella “europeista” di Serra e La Repubblica. Ci sono molti adulti ma sicuramente meno anziani e benestanti di quelli visti in Piazza del Popolo. Possiamo dire che c’era popolo, anzi “un popolo”, quello pentastellato che ha dato una prova di forza.

La riuscita della manifestazione è indubbiamente un segnale che va messo al positivo, a conferma che nel paese l’opposizione alla guerra e al riarmo ha una sua base di massa che deve trovare una espressione politica, e al momento questa viene individuata nel M5S.

In una netta predominanza di bandiere M5S, tante anche quelle arcobaleno per la pace, nel corteo hanno sfilato i vari spezzoni del movimento. Uno di questi canta Bella Ciao e grida slogan come “fuori i fascisti dallo Stato”.

Più indietro un camioncino diffonde le note di “Give peace a chance” di John Lennon. Colpisce l’articolazione di striscioni e spezzoni su gruppi territoriali di città grandi e piccole, segno che il M5S si è lasciato alle spalle i meetup per strutturarsi sul territorio in modo più stabile. Come dicevamo c’è molto Meridione ma anche lo spezzone M5S della Lombardia era bello nutrito, mentre a chiudere il corteo c’era quello del Friuli.

Sfilano anche le realtà esterne al M5S che hanno scelto di essere in piazza. Il Fronte del Dissenso con uno striscione che invoca “Pace con la Russia, viva la resistenza palestinese”. E poi lo spezzone di Rifondazione Comunista con una grande bandiera della pace e lo striscione “Fuori la guerra dalla storia”. Il PRC questa volta ha fatto uno sforzo con uno spezzone dignitoso, assai più striminzito quello dei Giovani Comunisti.

Sfila poi un bandierone della Palestina a compensare la scarsità di bandiere palestinesi nel corteo, sopperita però da molti slogan come Free Palestine in molti spezzoni anche del M5S. Pochissime – e per fortuna – le bandiere europee anche se una ha continuato a sventolare fastidiosamente davanti all’ex presidente della Camera Roberto Fico mentre interveniva dal palco.

Dal palco del M5S è intervenuto Favio Lotti, organizzatore della marcia per la Pace Perugia-Assisi ma che era presente (non sul palco) anche nella manifestazione eurosuprematista di Piazza del Popolo dello scorso 15 marzo.

Striminzito il gruppo di Avs, poche bandiere e poca gente, praticamente una delegazione più che una partecipazione convinta alla manifestazione. Così come il Pd, senza bandiere ovviamente, che ha inviato una delegazione di parlamentari guidata dal capogruppo Boccia.

“Sono contento che le forze di centrosinistra siamo tutte qui. Stiamo piantando un pilastro solido e fermo per costruire una alternativa di governo” ha dichiarato il presidente del M5S, Giuseppe Conte.

Sfila lo spezzone di una ottantina di persone dell’area di Multipopolare/Ottolina Tv che ha investito molto su questa manifestazione. “Tutti a casa” è il refrain, ma si sente più chiaro e forte il sempreverde – e sempre attuale – “Fuori l’Italia dalla Nato, fuori la Nato dall’Italia”. E poi ancora gruppi territoriali del M5S. Colpisce un cartello “Alziamo la testa in Calabria”.

Più indietro ancora c’è lo striscione bilingue “Il popolo russo non è mio nemico”.

Dopo è tutto un continuum di gruppi territoriali del M5S fino a quello friulano che chiudeva il lungo corteo.

Sul piano politico una domanda ci ha ronzato nella testa mentre ci sfilava davanti un grande corteo: ma questa forza non era il caso di gettarla nello scontro politico anche quando il governo ha abolito il reddito di cittadinanza? Era una misura-simbolo del M5S ed era una misura sociale universale contro la povertà dilagante. La prova di forza dimostrata oggi forse ha mancato ad un appuntamento significativo sul piano sociale, quello che in un certo senso veniva indicato come prioritario – insieme al no al riarmo – dalla assemblea operaia dell’Usb nella vicinissima Piazza SS Apostoli (su questo vedi l’articolo in altra parte del giornale).

In secondo luogo la presenza della delegazione del PD alla manifestazione e l’apertura di Conte sulla futura coalizione di governo dichiarata ai giornalisti alla partenza del corteo, ripresentano per il futuro lo stesso incubo della gabbia del bipolarismo degli anni di Prodi e dei governi di centro-sinistra, una gabbia che ha stritolato e annichilito ogni alternativa in nome delle compatibilità, risucchiandone e disgregandone le forze politiche che intendevano rappresentarla. I danni e i costi li stiamo ancora pagando tutti.

La fretta e la superficialità con cui varie forze della sinistra di classe e alternativa si sono gettate nella manifestazione del M5S di oggi, non è un buon segnale sul futuro ma un indicatore di subalternità. Certo la lotta contro la guerra è una priorità e le convergenze per ingaggiarla con successo sono necessarie. Ma è necessario anche darsi delle coordinate ben definite per gestire i vari passaggi e le interlocuzioni delle mobilitazioni. Le manifestazioni, anche quelle riuscite, passano, ma senza prospettiva e indipendenza politica poi non si va da nessuna parte. C’è del tempo per ridefinire le coordinate e aprire la discussione, ma occorre cominciare a farlo. Un primo appuntamento è per domenica 13 aprile a Roma.

Fonte e foto

01/04/2025

Sabato la manifestazione del M5S contro il riarmo europeo

Il presidente del M5S Conte ha dichiarato sui propri canali social che chiunque sia contrario al riarmo degli Stati europei sarà ben accetto nella piazza convocata dal suo movimento per il 5 aprile a Roma come opposizione alla “deriva bellicista” dell’Ue. La manifestazione partirà alle 13:00 da Piazza Vittorio per concludersi ai Fori Imperiali.

“Offriamo la piazza a tutte le forze politiche e cittadini che vorranno dire che c’erano quando si è deciso di investire 800 miliardi in armi e abbandonare la transizione ecologica”. Giuseppe Conte chiama così a partecipare alla piazza del M5S le forze politiche del centrosinistra e le realtà che si oppongono al piano di riarmo europeo.

Alleanza Verdi Sinistra ha dichiarato che scenderà in piazza il prossimo 5 aprile per dire “no” al piano di Ursula von der Leyen, una posizione del resto già espressa durante il voto di due settimane fa al Parlamento europeo. Resta invece ancora l’incognita dell’adesione o meno del Partito Democratico.

Al momento non si è ancora espressa la segretaria del partito Ely Schlein, mentre all’interno del partito è forte la contrarietà all’adesione. Per il Pd il riferimento rimane la manifestazione eurobellicista di Piazza del popolo del 15 marzo in Piazza del Popolo. L‘ex ministro e deputata Paola De Micheli commenta: “Non ho idea di cosa farà la Schlein, ma mi sembra una piazza abbastanza in contrapposizione con noi. Il Pd sulla difesa europea c’è, mentre la posizione di Conte non è questa”.

“È una manifestazione dei 5 Stelle sulla loro piattaforma politica”, afferma il deputato del Pd Andrea De Maria che ribadisce: “Sui temi del sostegno all’Ucraina e delle politiche europee è una piattaforma legittimamente diversa dalla posizione del PD che è sceso in piazza con tanti cittadini per l’Europa e per la pace nella recente manifestazione in Piazza del Popolo”.

A fare da ponte con “quelli di piazza del Popolo” ci prova un appello lanciato da Luciana Castellina, Luigi Ferrajoli, Giangiacomo Migone il cui incipit scrive: “Troviamoci, tutte e tutti, a Roma, sabato 5 aprile, all’appuntamento già indetto dal M5S, a manifestare per un’Europa unita per la pace, fondata sulla giustizia sociale e la democrazia, come l’hanno intesa Spinelli, Colorni e Rossi, dal carcere di Ventotene” per poi affermare nella conclusione: “Cara Schlein, caro Conte, Fratoianni, Bonelli e Acerbo, fate la vostra parte, mettetevi d’accordo e poi troviamoci insieme”.

Tra le forze extraparlamentari risultano confermate la partecipazione di Rifondazione Comunista e dell’area di Ottolina Tv. Al momento non risultano invece adesioni da parte delle principali reti nazionali del mondo pacifista.

Fonte

08/03/2025

Il 15 marzo ci sarà una piazza alternativa a quella dei guerrafondai

Sta crescendo un po’ ovunque l’esigenza di dare vita ad una manifestazione di piazza alternativa il prossimo 15 marzo.

L’adunata degli europeisti guerrafondai chiamata dall’appello affidato da La Repubblica a Michele Serra a sostegno di una “Europa forte” che vede nel riarmo e nelle spese militari il proprio punto di sintesi e prospettiva, è apparso decisamente inaccettabile. Soprattutto ai molti che in questi anni si sono opposti alle spinte belliciste della Ue e della Nato, all’invio di armamenti nella guerra in Ucraina ma anche al doppio standard che ha permesso a Israele di fare tutto quello che voleva contro il popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania senza subirne alcuna conseguenza.

Da qui l’esigenza di contrapporre nettamente una piazza contro il riarmo e la guerra a quella che invece la vede come una necessità costituente per una Europa forte militarmente per essere competitiva politicamente.

Potere al Popolo aveva già convocato per il 15 marzo la propria assemblea nazionale a Roma ed ha deciso quasi naturalmente di trasformarne la conclusione con un appuntamento in piazza contro la guerra. “Potere al Popolo invita tutte le realtà politiche e sociali solidali a unirsi e scendere in piazza Sabato 15 Marzo per opporsi al piano del riarmo europeo e alle politiche guerrafondaie dell’Unione Europea”. – riporta in un proprio comunicato – “Ci vediamo in piazza il pomeriggio di sabato 15 marzo a Roma, subito dopo la nostra Assemblea Nazionale che si terrà dalle ore 10:00 al Teatro Quirino”.

Il segretario del PRC Maurizio Acerbo in una nota diffusa in questi giorni scrive che “la diserzione silenziosa non basta. Non lasciamo che il 15 marzo sia solo dell’europeismo con l’elmetto. Proponiamo a chi è contro la guerra e il riarmo di ritrovarsi in una piazza pacifista”.

Anche l’Arci di Roma afferma in un post che il 15 marzo “Ci vuole un’altra piazza” ricordando come “Questa UE è la stessa che ha strozzato la Grecia con la trappola del debito. Ed è quella che costruisce muri e lascia annegare migliaia di migranti in fuga da guerra e miseria. Che senso ha, inoltre, manifestare in difesa di una UE che ha costruito la gabbia delle privatizzazioni e dell’austerità per partecipare a una guerra mondiale a pezzi? Vogliamo un’altra Europa che innanzitutto valorizzi e investa in quello stato sociale che è il fondamento delle nostre carte costituzionali”.

Nella piazza alternativa a quella di piazza del Popolo che si va delineando per sabato 15 marzo ci sarà anche l’Usb secondo cui “La manifestazione del 15 marzo pretende di portare tra i lavoratori il veleno della guerra, giustificarne i costi, la perdita di vite umane, le distruzioni, mettendo sul piatto la riconversione militare delle aziende e il rilancio dell’economia attraverso il rafforzamento “politico” dell’UE”.

Anche organizzazioni giovanili e studentesche come Cambiare Rotta hanno annunciato di convergere sulla piazza alternativa per il 15 marzo: “Ursula von der Leyen ha presentato in questi giorni un nuovo passo avanti verso il baratro della terza guerra mondiale. Gli 800 miliardi del programma “Riarm Europe” sono uno schiaffo in faccia alla richiesta di una soluzione diplomatica per la pace e a tutte le istanze sociali di chi da anni paga le scelte scellerate di una classe dirigente votata alla guerra”.

Una sorta di tam tam che chiede di disertare la piazza dei guerrafondai e invoca una piazza alternativa per il 15 marzo si va diffondendo sui social e nelle reti pacifiste che hanno tenuto duro in questi anni di deliri guerrafondai e demonizzazione di chi si è opposto alla guerra.

Nelle prossime ore la piazza alternativa dovrebbe concretizzarsi con indicazioni più dettagliate. Nel frattempo è bene che chi si intrupperà a Piazza del Popolo in una sorta di riedizione dei “crediti di guerra” di infausta memoria, senta crescere il peso di una opposizione e di una ostilità crescente.

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08/12/2024

Noi e i BRICS+: pericolo di campismo o residui di eurocentrismo?

Nel nostro dibattito congressuale [del Partito della Rifondazione Comunista, ndr] viene, spesso, trascurata la dimensione internazionale quasi come se essa fosse del tutto staccata dalle questioni nazionali e, invece, in un mondo sempre più interconnesso, sappiamo che non è così.

Pertanto, alla luce di quanto sopra, penso che una parte delle nostre contraddizioni abbia origine anche in una diversa analisi della situazione internazionale; ad esempio, è emblematica la discordante valutazione sui BRICS contenuta nei due documenti.

Vorrei subito chiarire che non appartengo a quella categoria di compagni, diffusasi negli ultimi anni, che, nei fatti, sostituisce l’internazionalismo con la geopolitica, quindi, la definizione contenuta nel doc. 2 relativa al “multipolarismo cooperativo”, da me condivisa, non è soltanto di valore analitico-descrittivo ma è soprattutto di orientamento politico di fase.

La citata definizione significa che siamo per un altro multipolarismo e non a caso si critica quello attuale di matrice liberoscambista. Quindi, alcune banalità di origine mainstream che, a volte, emergono nel nostro confronto – come il fatto che esistano contraddizioni tra India e Cina, che l’Iran è un regime teocratico, eccetera – sono fuori luogo perché scontate e sono il riflesso di quello che è stato definito “multipolarismo imperfetto” [1] o, più efficacemente, “multipolarismo spurio”[2].

Nel doc. 1, pur dandosi una valutazione positiva su alcuni aspetti della politica BRICS, se ne svuotano le potenzialità prospettando il pericolo di qualche nuova versione di “campismo” e, alla fine, si conclude con l’importanza di un rilancio degli organismi multilaterali a partire dall’ONU.

Penso che questo tipo di posizione non comprenda, nei fatti, l’importanza del ruolo dei BRICS che non possono costituire il citato pericolo campista in quanto, a differenza, ad esempio, di NATO e UE, non sono un’organizzazione sovranazionale ma un’aggregazione transnazionale dove mancano due requisiti essenziali per delineare un “blocco”: l’assenza di un vero e proprio Stato-guida e la continuità territoriale (il Brasile non confina con l’India...).

Inoltre anche sul piano monetario la Cina non ha mai avuto la tendenza a sostituire il dollaro con lo yuan.

In realtà, la posizione dei compagni del doc. 1 è quella di un “multilateralismo di sinistra” dovuta a residui di eurocentrismo che, nei fatti, indebolisce la battaglia per un nuovo ordine mondiale di estremo interesse anche per noi comunisti.

È appena il caso di notare che, seppure in maniera diversa, anche Macron e Mattarella in più di un’occasione hanno parlato di rilancio del multilateralismo, ma restando all’interno del blocco occidentale.

In altri termini, il multilateralismo da solo finisce per esprimersi all’interno dei blocchi, il multipolarismo, pur usando gli strumenti anche del multilateralismo, è innanzitutto il risultato di un diverso equilibrio e di una riconfigurazione dei rapporti di forza (non intesi solo in senso militare) a livello internazionale.

D’altro canto, ciò non significa che alcuni membri BRICS non abbiano una tendenza a costituirsi in un blocco contrapposto a quello occidentale soprattutto per quei Paesi che stanno sviluppando anche uno stretto coordinamento sul piano militare ma, allo stato, non è questa la tendenza prevalente (si veda, in proposito, il corposo documento conclusivo del vertice di Kazan);

Del resto anche questo intreccio tra spinta multipolare e alcuni comportamenti bipolari è un riflesso di quel multipolarismo spurio accennato in precedenza e che alcuni studiosi hanno definito con una sorta di contraddizione in termini con l’espressione “bipolarismo multicentrico”[3].

Note

[1]Cfr. Vincenzo Comito: “Il multipolarismo imperfetto prossimo venturo” – Centro Riforma dello Stato 14 dicembre 2023.

[2]Cfr. la videointervista di novembre 2024 a Giovanni Russo Spena su: “L’imperialismo della Nato, gli USA, l’UE, la Russia, la Cina, i BRICS” rintracciabile sul canale youtube de “La Città Futura” all’interno dell’inchiesta sull’imperialismo svolta da questi compagni con varie ed interessanti videointerviste.

[3]Cfr. Valery Garbuzov, direttore dell’Istituto di studi statunitensi e canadesi e membro del RIAC (Consiglio russo per gli affari internazionali) in “Speranze e illusioni del bipolarismo multicentrico”.

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23/06/2023

Sabato 24 giugno in piazza contro il governo Meloni, i suoi complici, i suoi mandanti

Siamo andati alla conferenza stampa, a Montecitorio, chiamata da un vasto arco di forze politiche e sociali, per dare notizia della manifestazione nazionale contro il governo Meloni che si terrà sabato pomeriggio a Roma. La nostra testata era in pratica l’unica presente.

E dire che ai “cronisti parlamentari” – una mini-casta nella casta – bastava fare forse venti metri per uscire dal bunker (Montecitorio e Palazzo Chigi) in cui sono abitualmente asserragliati per cogliere ogni vagito di una classe politica che da tempo non ha più nulla da dire.

E questo nonostante l’iniziativa avesse raccolto nelle ultime ore l’adesione della senatrice M5S Mariolina Castellone, vicepresidente del Senato. La senatrice non ha dato soltanto la propria adesione alla manifestazione nazionale indetta sabato 24 giugno a Roma contro le politiche antipopolari del governo Meloni, ma ha annunciato anche che sarà in piazza della Repubblica alle ore 14 dietro lo striscione contro l’“autonomia differenziata”. Per segnalare un consenso, insomma, qualcosa di più rispetto a una semplice firma.

Lo stato dell’informazione italiana è decisamente disperante. La militarizzazione del “giornalista” ha passato il segno da tempo e l’attuale doppia pressione – una guerra in cui bisogna parlare solo che bene dei nazisti con svastica “nostri alleati” e un governo che giorno dopo giorno rispolvera le nostalgie clerico-fasciste – non fa che appiattire all’estremo un “profilo”in cui non si nota più alcuna differenza. È una ben strana forma di pluralismo, in fondo...

Sotto il solleone di questi giorni, comunque, i rappresentanti dei vari soggetti collettivi organizzatori della manifestazione di sabato, hanno ricordato le ragioni sociali e politiche per cui si scende in piazza per una manifestazione politica che si annuncia – anche solo nei lanci di agenzia che profetizzano come sempre i “problemi alla circolazione nelle Capitale” – persino più partecipata di quella “grillina” di sabato scorso.

Guido Lutrario per USB ha sottolineato le ragioni della mobilitazione: “Meloni e i suoi ministri ci stanno rubando il futuro, portandoci sempre più dentro una guerra che il Paese non vuole. Mentre peggiorano le condizioni di vita degli italiani e i salari perdono il loro già scarso potere d’acquisto, dal governo non arriva alcun provvedimento. Per questo i movimenti, i comitati e le organizzazioni di tutta Italia si sono dati appuntamento sabato 24, per affrontare le politiche antipopolari di un governo guerrafondaio che va contro i lavoratori e i loro diritti”.

Un giovanissimo rappresentante degli studenti di Opposizione studentesca di Alternativa (Osa), ha spiegato che “La manifestazione del 24 giugno vedrà in piazza pezzi importanti della società. In questa manifestazione composita ci saremo anche noi studenti di Osa, portando al centro sicuramente la questione della guerra, ma anche quella dell'”alternanza scuola-lavoro”.
“Una questione centrale per gli studenti ma, come si è già visto in molti appuntamenti, che può essere di unione tra studenti, lavoratori, operai. Per una prospettiva di scuola diversa, un mondo diverso, un mondo del lavoro contro la precarietà e lo sfruttamento”
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Maurizio Acerbo, segretario del PRC, ha invece sottolineato che “Anche noi di Rifondazione Comunista saremo in piazza per dire no a questa destra a-sociale, che ha vinto le elezioni con lo slogan ‘prima gli italiani’ ma la cui reale traduzione sarebbe ‘prima gli italiani ricchi’ e ‘prima le multinazionali’.
Questo è un governo contro i lavoratori e le lavoratrici, che sta aumentando la precarietà, attacca i poveri cancellando il reddito di cittadinanza. E non fa nulla per fermare la strage dei morti sul lavoro. Taglia la sanità e si prepara a votare anche per il MES. Dicevano di essere ‘sovranisti’, ma ci hanno trasformato in una portaerei degli Stati Uniti. Saremo in piazza per la pace, la giustizia sociale, la giustizia ambientale”
.

Franco Russo, per i Comitati contro ogni autonomia differenziata, ha segnalato che “Noi parteciperemo convintamente a questa manifestazione indetta da USB e movimenti territoriali, con la partecipazione di giovani, studenti, associazioni. Contro l’autonomia differenziata che sembra un tema lontano dai problemi sociali, ma in realtà siccome questa ‘autonomia’ prevede i ‘livelli essenziali di prestazione’ è un attacco frontale ai diritti sociali e si lega direttamente al conflitto sociale nel nostro paese.
Rivendicheremo il blocco di questo dissennato disegno che frammenta non lo Stato, ma la Repubblica italiana. Cioè i diriti di cui ogni cittadino residente, nativo o non nativo, deve poter godere. Speriamo in una grande manifestazione perché vorremmo diffondere la consapevolezza della gravità di questo disegno di legge Calderoli”
.

Elisabetta Canitano, medico e storica esponente del movimento femminista, parlando in rappresentanza di Potere al Popolo e Unione Popolare, ha ribadito che “Noi siamo in piazza sabato pomeriggio, aderiamo alla manifestazione Usb a favore dei lavoratori, contro le spese di guerra e per le spese sociali. Perché il precariato finisca, perché tutte le politiche che finora hanno aggravato il precariato, distrutto i diritti dei lavoratori, la sanità pubblica, coinvolto la sanità privata nella gestione dei contratti di lavoro – come hanno fatto Cgil, Cisl e Uil.
Noi saremo in piazza perché deve esserci una svolta sui diritti delle persone alla casa, alla salute, al lavoro. No alla guerra e sì all’uso dei fondi per il nostro benessere”
.

“Dulcis in fundo – ha infine segnalato Guido Lutrario – stamattina c’è stata una importante occupazione sulla Tiburtina, qui a Roma, da parte di decine di famiglie. Il movimento per la casa non è qui in questo momento proprio perché tutto impegnato in questa iniziativa di lotta, ma sabato sarà in piazza anch’esso, insieme alle famiglie che partecipano a questa occupazione”.

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06/12/2022

Unione Popolare avvia il percorso costituente

Unione Popolare ha tenuto ieri a Roma una assemblea nazionale con l’obiettivo di consolidare il percorso convergente avviato a luglio da Potere al Popolo, Rifondazione Comunista, Dema e ManifestA insieme a Luigi De Magistris. Per sentire e vedere gli interventi clicca QUI.

La costruzione di un soggetto unitario, messo subito alla prova da un test elettorale non lusinghiero ma prevedibile, corrisponde sicuramente ad una esigenza molto diffusa di rappresentanza politica delle istanze popolari e di sinistra nel paese, ma si trova inevitabilmente ancora a fare i conti con la propria dispersione ed anche residui di subalternità.

Rispondere a questa esigenza e provare a costruire un soggetto politico ed un percorso, alternativo nei contenuti e nelle forme al quadro politico esistente, è la sfida che Unione Popolare si è trovata davanti in questi mesi. L’assemblea di ieri ha provato a definire meglio sia i primi che le seconde. Tra le parole “simbolo” segnalate da diversi interventi c’era la conquista della credibilità e la scelta del coraggio, quest’ultimo richiamato tra l’altro da un compagno palestinese.

Dopo la relazione introduttiva di Luigi De Magistris, si sono riuniti quattro gruppi di lavoro (lavoro, ambiente, guerra e pace, democrazia e diritti) che hanno poi resocontato in assemblea plenaria la sintesi della discussione e le proposte emerse.

“Dobbiamo essere la più radicata e forte opposizione sociale al governo di destra e alle politiche neoliberiste. Unire il popolo italiano, contro oppressori e sfruttatori, per costruire politiche di pace contro le guerre, per la giustizia sociale, economica e ambientale, contro autonomia differenziata ed attacco alle classi deboli e agli oppressi del sistema“ ha affermato de Magistris nella sua introduzione.
“È venuto il momento di lottare per unire movimenti, associazioni, reti civiche, collettività ed individualità per avanzare verso la rottura del sistema e la costruzione dell’alternativa” – ha sottolineato l’ex sindaco di Napoli – “Inizia così, con oggi, con forza e passione, la fase costituente di Unione Popolare che si concluderà nei prossimi mesi con la previsione di un congresso”.

Se già nei gruppi di lavoro tematici si sono registrati decine e decine di interventi e contributi, anche nell’assemblea plenaria ci sono stati numerosi interventi che hanno manifestato le diverse sensibilità sull’agenda politica e le caratteristiche alle quali dovrebbe aderire la costruzione di Unione Popolare.

“Un soggetto politico indipendente e alternativo” per Giuliano Granato di Potere al Popolo che ha anche sottolineato la manifestazione popolare e sindacale del giorno prima come terreno naturale di interlocuzione di Unione Popolare, “uscire dal recinto come alcuni ci invitano non significa andare a parlare con altri microgruppi per fare l’unità della sinistra, noi dobbiamo andarci a riprendere la nostra gente che questi recinti non sa neanche che cosa sono”.

A insistere sul nesso tra lavoratori e politica come esigenza forte di rappresentanza fino ad oggi disattesa si è soffermato Guido Lutrario di USB evidenziando come "se i lavoratori non riconquistano una loro organizzazione indipendente non c’è riscatto neanche su quel piano culturale che viene spesso evocato”.

Maurizio Acerbo del PRC ha sottolineato come proprio “a causa della debolezza del conflitto abbiamo bisogno di recuperare visibilità sul piano politico”.

Simona Suriano ha tirato le conclusioni ricordando come “l’impianto liberale e atlantista non è mai stato messo in discussione anche dai governi precedenti”.

La ex deputata di ManifestA ha sottolineato come “sulla guerra è difficile dimenticare chi ha votato l’invio delle armi in Ucraina” con un esplicito riferimento al pacifismo tardivo del M5S di Conte. “Dobbiamo provarci a costruire questa forza alternativa che non sia solo di opposizione ma che abbia la sua proposta di governo del paese”.

Per avviare e gestire il percorso costituente Unione Popolare si è dotata di un coordinamento di 60 persone che dovranno cominciare a “istruire il processo” sia sulla definizione dei contenuti prioritari che delle forme organizzative per cominciare ad agire concretamente nell’agenda politica del paese.

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09/09/2022

Mélenchon - “Sono qui per sostenere Unione Popolare”

Un bagno di folla ha accolto Jean Luc Melenchon ieri pomeriggio a Roma, nel popolare quartiere di Quadraro-Cinecittà. A poche centinaia di metri dalla piazza dove si è svolta la manifestazione di Unione Popolare, c’è la base militare del Comitato Operativo Interforze, incistata i mezzo ai palazzoni popolari e del quale si chiede l’allontanamento dai quartieri.

Poco prima di arrivare in piazza Melenchon ha avuto un incontro nella vicina sede dell’Usb e poi a piedi si è diretto a piazza dei Consoli dove lo attendevano centinaia di persone.

Prima di Melenchòn hanno preso brevemente la parola Marta Collot, Giuliano Granato di Pap e Luigi De Magistris ribadendo in ogni aspetto il senso della campagna politica dell’Unione Popolare sull’obiettivo della ricostruzione di una rappresentanza politica dei settori popolari di questo paese.

Melenchon è partito subito bello scoppiettante, ha ricordato di aver conosciuto la sinistra italiana quando era “splendente” e dunque di non poterla lasciare sola in un momento di regressione come questo. “Se voi non ci foste, ora non ci sarebbe più niente per resistere. Voi state costruendo il vero futuro dell’Italia” ha detto Melenchon alla gente presente in piazza.

Ha attaccato duramente l’illusione che in Italia come in Francia la destra possa essere quella che pensa al piatto in tavola per le famiglie. Il leader de La France Insoumise ha declinato poi l’anticapitalismo del XXI Secolo a partire dalle battaglie per l’acqua e i beni comuni.

Esplicito il sostegno di Melenchon all’Unione Popolare e a Luigi De Magistris che ha posto così fine alle strumentalizzazioni e alle manipolazioni mediatiche. Si è rivendicato Robespierre e le rivoluzioni popolari in America Latina e Nord Africa come modello di cambiamento alle quali ispirarsi.

Dopo Melenchon hanno preso la parola il sindacalista dell’Usb Guido Lutrario, uno studente, Paolo Ferrero e Maurizio Acerbo del PRC, lo storico Angelo D’Orsi, Yana Ehm parlamentare di ManifestA.

In serata Melenchon è stato ospitato nel Tg de La7 curato da Mentana. Il quale si è confermato un furbetto da poco. Invitando Melenchon in studio eviterà di invitare in tv Unione Popolare e De Magistris. Una escamotage piccola piccola come il giornalista che l’ha elaborata. Assai più ricca, completa e meno strumentale la lunga intervista rilasciata al TG2.

Questa mattina Melenchon ha tenuto una conferenza stampa con Luigi De Magistris di Unione Popolare. Clicca QUI per vedere la conferenza stampa.

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01/10/2019

Elezioni in Umbria. Sparisce Rifondazione

Alla fine di una lunga stagione di arretramenti, Rifondazione Comunista affronta una vera e propria esplosione dell’organizzazione davanti alle elezioni regionali in Umbria.

Il segretario della Federazione di Terni, Lorenzo Carletti, si è dimesso dopo che il segretario regionale ha deciso di portare parte di ciò che resta di questo partito nella lista “Sinistra Civica Verde”, all’interno della coalizione costruita da Cinque Stelle e Pd.

In una lunga lettera Carletti spiega le ragioni di questo gesto, ricostruendo a suo modo la contraddizione storica che ha lacerato e distrutto il Prc: quella tra tensione a “rifondare” le ragioni e la cultura dei comunisti di questo paese (di cui non sé è avuta però traccia concreta, se non per una piccola serie di “pensate” bertinottiane di discutibilissima natura, fondamentalmente di impostazione liberal) e l’ansia di “governare a tutti i costi”, pur in estrema minoranza e senza alcuna possibilità di incidere sulle scelte sostanziali dei governi nazionale, regionale, locale.

Ricordiamo i “mal di pancia” del Prc di fronte alla scelta di Potere al Popolo! di non sciogliersi dopo la non brillante prova elettorale del 4 mazo 2018. E la decisione del gruppo dirigente di rompere con un tentativo di costruzione di una soggettività alternativa ed indipendente rispetto all’”offerta standard” del panorama politico italiano. Lo stesso Carletti, a Terni, aveva ampiamente rappresentato questa tendenza...

In quella circostanza molti dei “mal di pancia” vennero giustifica con argomenti “identitari” (l’assenza del simbolo, la necessità di marcare di più la propria specificità, ecc).

In molti casi, però, la ragione vera era nell’incapacità di uscire dalla “trappola governista”, ormai ridotta a poche situazioni locali, per cui si esiste come soggetto politico solo se “si elegge” qualcuno dei propri, non importa come e, quasi, con chi.

Anche questa tensione, volendo, trovava giustificazioni diverse. Quella più nobile era non paradossalmente di tipo economico. Senza parlamentari nazionali o regionali, senza consiglieri comunali, un partito non ha alcuna fonte di finanziamento all’altezza dei costi che deve affrontare (quelle delle lobby, ovviamente, in genere si tengono lontane dalle stanze dei comunisti). Le quote dei militanti, basse in virtù dello scarso reddito del “blocco sociale” di riferimento, non sono mai sufficienti neanche per l’ordinaria amministrazione (affitto di sedi, materiale di propaganda, bollette del telefono o della luce, spostamenti, ecc).

Le ragioni meno nobili, come sempre, riguardano invece le ambizioni dei singoli, e non sempre i consiglieri eletti o gli assessori sono stati immuni dalle tentazioni del micro-potere.

Il brusco ritorno al “bipolarismo obbligato” – con la crisi contemporanea di Cinque Stelle e Pd, la nascita del governo giallo-blu, ecc. – ha colto di sorpresa ciò che resta dei gruppi dirigenti nazionali e locali, del Prc. Riaprendo la solita diaspora tra difesa dell’identità da rifondare e “governismo” a tutti i costi.

In Umbria – dove le elezioni anticipate regionali sono state causate da inchieste giudiziarie sulla sanità, che hanno costretto la vecchia giunta Pd alle dimissioni – questo bipolarismo si è proposto in modo particolarmente rapido e brutale. Al punto che ciò che si suole chiamare impropriamente “la sinistra” è rappattumata con il “blocco civico”, mentre l’alternativa è rappresentata dalla lista di Potere al Popolo!, su cui converge anche quella del Pci. C’è poi anche il Pc (senza “i”) di Rizzo, abituato ad agitare la bandiera e basta.

Rifondazione è invece semplicemente sparita come soggetto.

L’Umbria è solo la prima regione in cui il nuovo scenario politico viene testato. Ma non ci sembra esistano dubbi sul fatto che questo scenario, tendenzialmente, costringa tutti a ragionare in termini di alternativa radicale oppure a seguire – in silenzio o strillando – il “sentiero poco luminoso” che ha portato gente come Gennaro Migliore dalla “pantera” a Matteo Renzi.

Su questa via pare già avviato il segretario perugino Oscar Monaco, disposto a scrivere che non trova nulla di scandaloso nella mozione del Parlamento Europeo che equipara comunismo e nazismo...

Se non fosse una cosa seria, verrebbe in mente l’immenso Totò che veniva picchiato da uno che lo chiamava “Pasquale”. Ma lui ci rideva sopra dicendosi “E mica so’ Pasquale, io!”. Come se gli schiaffi li prendesse un altro...

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La lettera di Carletti

#Dimissioni

Alle Compagne ed ai Compagni, a tutti coloro che hanno sostenuto la nostra lotta in questi anni.

Con questa lettera intendo comunicare le mie dimissioni da segretario politico della federazione di Terni del PRC. Tale dolorosa scelta si rende necessaria nel contesto che attraversa il nostro partito.

Non possiamo non registrare l’impossibilità nel praticare l’azione politica in totale assenza di una prospettiva chiara e di una visione in grado di restituire al PRC il ruolo che ha progressivamente perso negli anni. Vedo la nostra organizzazione schiacciata da una tendenza iper tatticista che ha consumato la nostra capacità di radicamento sociale, generando una sostanziale rinuncia all’autonomia progettuale ed organizzativa, in luogo di un atteggiamento che non produce alcun valore aggiunto e che nei fatti ha azzerato la nostra percezione.

Questa tendenza ha sostanzialmente rimosso la possibilità di rimettere al centro l’unica discussione necessaria: la ricostruzione di una forza politica comunista utile alle classi popolari ed alla ripresa di un movimento antagonista al pensiero ed al modello dominante.

La federazione ternana ha in questi anni lavorato duramente in questa direzione, mettendo al centro della propria analisi la ricostruzione di un profilo e di uno spazio della Rifondazione Comunista come laboratorio per l’alternativa, rompendo ogni elemento di compromesso con il governismo ad ogni costo, incoraggiando invece un profondo rinnovamento del nostro approccio alla militanza come argine alla progressiva ed irreversibile crisi progettuale e politica.

In questo quadro la discussione sviluppata in Umbria alla vigilia delle elezioni regionali ha fatto emergere ed esplodere tutte le contraddizioni sopra citate. L’apertura di una fase inedita, con l’accordo nazionale tra Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle, l’imposizione del “patto romano”, di un metodo estraneo alla discussione ed alle prerogative del tessuto sociale e politico della nostra regione, la legittimazione di coloro i quali hanno portato la città di Terni, la regione Umbria ed il paese alla devastazione economica, politica e sociale rendono per me impossibile collocare la nostra storia e la nostra azione al servizio di una equazione politicista che ha come unico obbiettivo la contendibilità elettorale della regione alla destra e non la rimozione di quelle politiche scellerate che hanno generato gli attuali rapporti di forza.

La sinistra umbra non può in nessun modo essere strumento subalterno per l’affermazione di un nuovo bipolarismo dopo che per anni ne abbiamo teorizzato il suo abbattimento, praticando la proposta di uno spazio autonomo ed alternativo.

Non sono disponibile ad operare la tragicomica rilegittimazione di coloro che hanno distrutto questa regione e che adesso, con largo beneplacito, si apprestano a rappresentare con insopportabile trasformismo questa nuova fase.

In questo difficile contesto la discussione politica nel partito regionale ha fatto emergere tendenze inconciliabili. La federazione di Terni aveva supportato il tentativo di costruire una “coalizione civica, verde e sociale” per le regionali dell’Umbria, ma a condizione che essa avesse mantenuto la sua autonomia dai poli esistenti.

Se dal meridione dell’Umbria forte è stato in questi anni il segnale di rottura col centro-sinistra e le sue consorterie, altri settori del PRC non hanno mai cessato di praticare accordi elettorali che hanno reso meno credibile e piuù fragile tutta l’organizzazione.

Per questo non posso che ringraziare il segretario regionale che ha in questi anni svolto un ruolo di paziente mediazione e di garanzia, oltre che di efficace direzione politica, configurandosi come punto di riferimento irrinunciabile. Ma tale inconciliabilità ha effettivamente origine nell’inadeguatezza del gruppo dirigente nazionale, nell’incapacità di produrre una necessaria chiarezza sul nostro ruolo di fase, sulla nostra collocazione, su quale idea di organizzazione occorre concentrare la ricerca, la teoria e l’azione.

Continuo a pensare che il ruolo dei comunisti in questa fase sia quello di dar corpo ad un grande movimento di opposizione, che faccia leva sulla legittima rabbia popolare e che sia in grado di avanzare una visione concretamente orientata al socialismo. Il nostro obbiettivo deve continuare ad essere quello di dare teoria e forma al blocco sociale del lavoro e del precariato. Un proposito preminente ad ogni soluzione tattico elettorale.

Lorenzo Carletti

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10/06/2019

La Sinistra in assemblea si chiede se sia ancora utile

La parola utilità è forse quella che più si è sentita nelle cinque ore di discussione dell’assemblea nazionale che La Sinistra ha tenuto a Roma sabato scorso. Declinata in positivo e in negativo (siamo utili! Siamo utili?).

Circa 250 persone hanno riempito il Teatro dei Servi (capienza 241 posti) per fare il punto sulla batosta elettorale (1,7%) subita alle elezioni europee e capire se e come proseguire l’ennesima esperienza “congiunturale” nata alla vigilia di una scadenza elettorale. Moltissimi gli interventi e non sempre coincidenti.

La lista La Sinistra ha raccolto circa 465mila voti. Ne servivano più del doppio per superare il quorum del 4%. Eppure dentro vi erano organizzazioni nazionali come il Prc e Sinistra Italiana. Cinque anni fa la lista si chiamava Altra Europa per Tsipras e superò per un soffio lo sbarramento. Ma era il 2014 e il “tradimento” di Tsipras del referendum sull’Oxi in Grecia sarebbe arrivato solo l’anno successivo. E non poteva non lasciare conseguenze, in Italia sicuramente, ma anche in Europa come abbiamo visto.

Oggi il Gruppo della Sinistra Europea è sceso all’ottavo posto come gruppo parlamentare a Strasburgo. Questi cinque anni si sono rivelati una eternità politica e i settori popolari in sofferenza a causa dell’austerity imposta dall’Unione Europea hanno guardato altrove, fuori dalla sinistra, per dare rappresentanza alla loro rabbia. O si sono riconsegnati mani e piedi alle forze europeiste liberali o a quelle europeiste reazionarie e di destra.

“Lo spazio politico politico tra liberisti e sovranisti non c’è, va costruito” ha affermato dal palco Alfonso Gianni sottolineando come questa fase diventi più un fase di “resilienza che di resistenza”. Roberta Fantozzi (Prc) ha insistito su questo punto ribadendo che il discrimine contro il liberismo e contro il ritorno al sovranismo nazionale debbano rimanere punti fermi, indipendentemente dal consenso ottenuto o da quanto sia stato chiaro il programma in undici punti de La Sinistra (e che anche questa volta la Fantozzi ha contribuito a scrivere, ndr).

Ma su questo, molti interventi dopo, è stato lapidario l’economista Andrea Del Monaco che, in un clima in sala piuttosto gelido, ha accusato la Sinistra di primitivismo politico e denunciato come “la gente se vede che l’unica risposta all’austerity viene da destra alla fine vota a destra. La Sinistra non si è differenziata da +Europa di Emma Bonino”.

Anche Maurizio Acerbo, segretario del Prc, ha gelato la sala inaugurando il suo intervento affermando di “non capire perché ci si siamo sorpresi di questo risultato elettorale”, ma chiudendo augurandosi di non perdersi di vista: “Non abbandoniamo questo percorso come abbiamo fatto altre volte o non ce lo perdoneranno”.

Più calorosa è stata l’accoglienza della sala ad Eleonora Forenza, unica parlamentare europea uscente, che ha riportato un buon risultato personale in termini di preferenze. Un applauso ancora prima dell’intervento, dà un po’ la cifra di dove guardino i sentiment del sempre più attempato mondo della sinistra.

La Forenza non ha fatto troppi sconti chiedendo di “interrompere una lunga stagione di coazioni a ripetere” ed ancora “assemblee come queste non parlano alle persone”; “non possiamo andare in giro a chiedere se c’è bisogno di sinistra, semmai è la sinistra che ha bisogno di un elettorato”. Ha chiuso il suo intervento con un appello ad una maggiore determinazione verso la “femminilizzazione della forma partito”; difficile non intuirne una ipoteca sulla futura segreteria del Prc.

Corradino Mineo, che ha cogestito la presidenza, ha affermato che vale la pena solo se la sinistra è utile alle persone ma, come anche ha riaffermato Marina Boscaino, ci ha tenuto a sottolineare le ragioni della distanza politica della sinistra dal Pd. Una maggiore o minore distanza che invece per Raffaella Bolini, non può più essere il parametro dell’identità politica della sinistra.

Fioccano le citazioni del Mitterrand che rimise insieme le famiglie sparse dei socialisti francesi nel 1971 (Vincenzo Vita e Alfonso Gianni), prima dell’intervento di Fratoianni, segretario dimissionario di Sinistra Italiana affermando che questo è “il tempo del realismo”, che il risultato elettorale “non è un incidente di percorso” e si è chiesto se esiste ancora “un popolo della sinistra senza rappresentanza”. Fratoianni immagina un futuro per la sinistra solo se risponde alla domanda “cosa fate per essere un argine alla destra, sennò la politica va da un’altra parte”. Messa così, appare piuttosto chiaro dove guardi l’ex segretario di Sinistra Italiana.

Paolo Ferrero, del Prc, è intervenuto verso la fine lanciando soprattutto un messaggio di “non perdiamoci di vista” ed a tenere insieme quello che si è messo insieme. “Indietro non si torna”, ha detto Ferrero, ma con la consapevolezza che questo non è sufficiente, sia perché La Sinistra non ha convinto neanche tutta la “compagneria” (sintesi nostra, non di Ferrero), sia perché occorre guardare a come intercettare pezzi di società in cui la “scarsità” tende più fruibili i contenuti della destra che della sinistra.

Cinque ore e passa di discussione e interventi davanti ad una platea di quel sempre più ridotto, ingrigito ed estenuato mondo di una “sinistra senza più popolo” da troppo tempo. Ovviamente molte le domande e l’auspicio a non disperdere quello che è rimasto. Ma si capisce anche ad occhio che questo è un percorso che non pare in grado di far scatti di reni, né di rimettere in discussione seriamente la coazione a ripetere che in dieci anni ha ridotto in questo stato “la sinistra”.

E’ evidente come occorra ormai una rottura culturale e politica senza sconti con “questa sinistra” se si vuole rimettere mano ad una ipotesi di rappresentanza politica e sociale antagonista in questo paese, e forse anche in altri paesi europei in cui la sinistra troppo si è adagiata su un generico antiliberismo senza il coraggio richiesto da questi tempi di ferro e di fuoco. È tempo di rotture, dolorose magari ma salutari.

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27/05/2019

Si chiude una fase, se ne apre un’altra. Non rinnoviamo la nostra tessera nel PRC

di Domenico Moro e Fabio Nobile

Il periodo attuale è uno dei peggiori di sempre, sia per il movimento comunista sia per la classi subalterne, in Europa e soprattutto in Italia. Le trasformazioni dell’economia mondiale hanno indebolito la classe lavoratrice europea occidentale, esponendola all’aggressione del mercato autoregolato, che ha ridotto occupazione e salari reali, nel mentre si annullava, attraverso l’integrazione europea, la sovranità democratica, sancita dalla Costituzione, ossia la capacità delle classi subalterne di incidere sulle decisioni di politica economica e sociale.

Le profonde trasformazioni economiche hanno avuto come necessario corrispettivo modifiche politiche altrettanto profonde. Il crollo dell’Urss e dei Paesi socialisti ha contribuito pesantemente al peggioramento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro, e in Italia ha contribuito a trasformare il Pci, separandolo in due tronconi. Uno, il più grande, si è trasformato in partito liberaldemocratico, che da subito si è collocato a destra, facendosi alfiere dell’integrazione economica e valutaria europea e rappresentante del grande capitale internazionalizzato. Soprattutto, questo troncone è stato fautore del maggioritario, che ha spostato al centro, cioè sugli interessi dello strato superiore del capitale, l’asse della politica. Ciò si è tradotto nella trasformazione profonda del nostro Paese, attraverso massicce privatizzazioni e pesanti controriforme del mercato del lavoro, delle pensioni, e del welfare.

Il Partito della rifondazione comunista (Prc) ha raccolto il più piccolo dei due tronconi in cui si era diviso il Pci, aggregando anche una serie di altre organizzazioni e di individualità, che non accettavano di identificare la fine dell’Urss con la fine della prospettiva socialista. Il nome stesso del partito è significativo del senso originario del progetto: non la riproposizione sic e simpliciter del Pci ma, correttamente, la rifondazione di una teoria e di una pratica comuniste adatte a un’epoca nuova. In realtà, negli ultimi anni la “Rifondazione” è stata intesa in modo diverso da parte della maggioranza del Partito, cioè come presa di distanza da quella parte del movimento comunista legata alla storia dell’Urss e identificata in quanto tale come “stalinista”. Il Prc, allo stesso tempo, ha continuato, riducendosi sempre più sul piano quantitativo, a essere quello che era all’inizio: una somma, e non una sintesi, di culture e punti di vista diversi (spesso molto diversi) su temi a volte decisivi.

Per realizzare una sintesi si sarebbero dovute fare, dal nostro punto di vista, in primo luogo due cose. La prima era fare i conti con il passato. Sia quello del Pci, la cui fine e trasformazione in Pds-Ds-Pd non sono certo cadute dal cielo, ma affondano le radici anche negli errori commessi negli anni ’70 e ‘80. Sia quello dell’Urss, a proposito della quale è prevalsa una critica staccata da una vera analisi scientifica del contesto storico ed economico e spesso concentrata sul piano morale, confondendosi così, almeno in parte, con la critica di parte borghese. La seconda era una ripresa delle categorie di Marx e di Lenin per una lettura della formazione economico-sociale dei Paesi avanzati e dell’imperialismo, e dell’Italia in particolare, allo scopo di ridefinire una strategia, un via alla gramsciana “Rivoluzione in Occidente”. Nulla di tutto questo è stato fatto. Se risposte e analisi sono state fatte, queste sono rimaste all’interno delle correnti o delle frazioni in cui il partito era diviso.

I gruppi dirigenti del Prc (e dopo la scissione del ’98 anche del Pdci) sono sempre stati ideologicamente eterogenei e attraversati, in parte non piccola, anche da una sfiducia nella attualità del comunismo, che si sarebbe manifestata esplicitamente solo in seguito. Infatti, quello che finiva per tenere insieme il gruppo dirigente e i militanti non era tanto una visione e un progetto di trasformazione della realtà condivisi, ma la politica, che in mancanza di una strategia, doveva necessariamente scivolare nel tatticismo e nell’elettoralismo. Per alcuni, evidentemente, si trattava soprattutto, mantenendo il simbolo, di attingere elettoralmente all’enorme lascito del Pci. Lo sbocco di questi limiti, accentuati dalle leggi elettorali maggioritarie, è stato l’individuazione del centro-sinistra come unico orizzonte possibile. La partecipazione ai due governi Prodi, specie il Prodi II, ha rappresentato il punto di non ritorno per il Prc e per il resto della sinistra radicale. Infatti, la crisi economica e politica ha duramente colpito la base sociale su cui si fondava il centro-sinistra e in particolare la sua parte più radicale. Un pezzo importante di quella base sociale, composta soprattutto di lavoro salariato e disoccupati, si è spostato verso l’astensionismo e verso la forza emergente del M5s. Si è dimostrato così, nella realtà dei fatti, che il semplice sfruttamento del lascito del Pci, in mancanza della definizione di una linea e di un posizionamento adeguato alla realtà, non bastava e che quel lascito era destinato a disperdersi rapidamente. Finita l’esperienza di Prodi, si è dato luogo alla prima delle molte e successive aggregazioni elettoralistiche, l’Arcobaleno, che nacque sulla base della convinzione di Bertinotti che ormai il comunismo potesse sopravvivere solo come corrente culturale. Con la grave sconfitta elettorale dell’Arcobaleno e la fine, per volontà del Pd, dell’opzione elettorale del centro-sinistra, le differenze di fondo e i contrasti non risolti tra i comunisti sono venuti finalmente alla superficie. Il Prc (e altre forze della sinistra radicale) sono implose, dando vita a una serie di scissioni e a una situazione di atomizzazione del movimento comunista. Ad oggi, in Italia non esiste nessun gruppo dirigente o organizzazione che possa essere da solo il punto di aggregazione per la ricostruzione di una forza comunista e persino dell’area della sinistra radicale.

La sconfitta spartiacque dell’Arcobaleno avrebbe dovuto far capire – oltre al fatto che il centro-sinistra tradizionale era ormai sorpassato dalla storia – che una unità puramente elettorale e senza contenuti chiari e condivisi non era in grado di rispondere alle domande pressanti che le classi subalterne ci rivolgevano. I gruppi dirigenti non l’hanno capito e hanno continuato a darsi come obiettivo prioritario, se non unico, il rientro in Parlamento. La maggior parte della sinistra radicale e il Prc hanno continuato a concentrarsi sulle formule elettorali, seguendo il feticcio della costruzione dell’unità a sinistra come valore assoluto. Nei fatti, la ricerca dell’unità basata non sui contenuti e sul programma ha prodotto numerose e sempre nuove formule elettorali ma nessun risultato positivo, sicuramente non a livello di ricostruzione delle basi sociali e neanche a livello di rappresentanza elettorale, contribuendo invece a indebolirci a livello elettorale ed organizzativo.

La recente vicenda di Potere al popolo (PaP) rappresenta un esempio emblematico di questa situazione. Il percorso precedente dell’“Assemblea del Brancaccio” si è interrotto bruscamente per la decisione di Sinistra italiana (SI) di fare un’alleanza con personaggi screditati fuoriusciti dal Pd, lasciando così in mezzo al guado un Prc che pure aveva puntato tutto su quella opzione politica. È a questo punto che ha preso in mano la situazione un gruppo di compagni di Napoli, cui va il merito di avere colto l’occasione per portare avanti un nuovo progetto, che rompesse chiaramente non solo con il Pd ma anche con quelle forze residue che continuano ad avere in mente rapporti con esso o con un certo tipo di politica. Dopo il risultato delle elezioni – che certo non è stato esaltante ma che era nelle cose, visto che PaP si era formato appena tre mesi prima delle elezioni – invece di ripartire da ciò che si era costruito per andare avanti, si è riusciti a fare esattamente quello che si era sempre fatto in precedenza. Si è buttata a mare l’ennesima esperienza come fosse una sigla elettorale usa e getta. Non ci interessa qui stare a soppesare le colpe e le responsabilità di questo e di quello con il bilancino, rimane il fatto che c’è stata una nuova ennesima rottura. Anche il tentativo di arrivare a un lista per le elezioni europee ha sacrificato la discussione sui contenuti alla frenesia di cercare il più “adatto” prodotto elettorale per eleggere.

È stata riproposta l’ennesima nuova sigla elettorale, “La sinistra”, che si presenta con le stesse caratteristiche delle altre liste del passato. Quella che è stata costituita è una aggregazione con pochi e generici contenuti, cedendo sul programma elettorale anche sulla questione dell’uscita dalla Nato e paradossalmente basandosi sull’idea irrealistica che la Ue e l’euro si possano riformare. Proprio sulla necessità di porre un Piano B, che preveda, su base negoziale, anche l’uscita dalla Ue e dall’euro si situa uno dei maggiori dissensi tra chi scrive e la linea, ormai consolidata, del Prc. In aggiunta, la lista vede come componente importante un partito, SI, che alle regionali svoltesi qualche mese fa si è presentato con il Pd e che continua a guardare in quella direzione, sperando nella segreteria Zingaretti e nella riedizione di un nuovo centro-sinistra alle prossime elezioni politiche. Si tratta, quindi, di una lista che, subito dopo il voto, finirà nello sgabuzzino dove sono finite tutte le altre che l’hanno preceduta. Insomma, ancora una volta ha prevalso una visione a breve, anziché la volontà di costruire e accumulare energie sul lungo periodo.

È ormai da diverso tempo che una fase storica si è chiusa, quella fase in cui si pensava di poter sopravvivere all’interno del quadro politico e sociale esistente avendo una posizione nelle istituzioni e inventandosi qualche formula elettorale efficace. Siamo in una fase diversa, perché la globalizzazione, l’integrazione europea e la crisi strutturale del capitale hanno sconvolto il panorama politico-sociale interno e internazionale. Siamo, inoltre, in una fase in cui non esiste un nucleo dirigente o una organizzazione che possa rappresentare da sola un punto di aggregazione privilegiato per la ricostruzione in Italia del partito comunista o della sinistra. In questa fase bisogna fare quello che si sarebbe dovuto fare dal 2008, dopo la sconfitta dell’Arcobaleno, e prima ancora già dal 1991: un lavoro, sicuramente lungo e lento, di analisi della realtà e delle condizioni della Rivoluzione in Occidente, e di ricostruzione di un punto di vista collettivo sulle cose e di un indirizzo strategico, adeguato alle domande cruciali che ci pone una della fasi più complicate della storia dei comunisti e della classe lavoratrice nel nostro Paese e in Europa occidentale.

È per tutte queste ragioni che non rinnoveremo la tessera del Prc. Abbiamo preso questa decisione tutt’altro che a cuor leggero, perché abbiamo stima dei compagni di Rifondazione, con i quali abbiamo condiviso momenti importanti di discussione e di militanza, perché Rifondazione ha rappresentato una speranza alla quale abbiamo creduto come comunisti, e perché si tratta di un frangente delicato. Tuttavia, riteniamo, coerentemente con quanto siamo andati sempre sostenendo, che è proprio nei momenti decisivi che bisogna assumere un atteggiamento di chiarezza, definendo le proprie posizioni e assumendosene tutte le responsabilità.

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18/04/2019

Il triciclo di Zingaretti

Guardate questi tre simboli. Il primo è quello della lista che si autodefinisce di sinistra e ambientalista e che sostiene Chiamparino alle elezioni regionali del Piemonte, la più importante consultazione che in Italia il 26 maggio accompagna il voto per le europee. Il secondo è quello di Sinistra Italiana e Rifondazione che si presentano fieramente in alternativa al PD alle elezioni europee. Il terzo è quello della lista dei Verdi e di Possibile, anch’essi in lista per le europee a sinistra del PD.

Cosa hanno in comune le seconda e la terza lista? La prima.

Sinistra Italiana alle Europee, dove ci si conta e basta e non sono in gioco scelte di governo, fa l’estrema sinistra con la sempre disponibile Rifondazione. Dove però è in gioco un potere immediato come in Piemonte, allora il partito di Fratoianni grida viva il PD. E quale PD. Chiamparino è alfiere del TAV e alleato di Salvini in questa impresa, come nel passato è stato il politico più fedele ed utile a Sergio Marchionne. Chiamparino è stato renziano prima di Renzi e persino Macron potrebbe sembrare di sinistra al suo confronto.

Con la lista Liberi Eguali e Verdi, con così poca fantasia si chiama la sinistra pro Chiamparino in Piemonte, sta dunque Sinistra Italiana assieme ai Verdi e a Possibile, che a loro volta hanno una propria lista alle europee.

Quando ci si chiede perché in Italia i verdi non abbiano il successo che raccolgono in tanti paesi europei, basta guardare le elezioni piemontesi per spiegarlo. Essi sono un partitino satellite del PD.

In Piemonte si voterà la stesso giorno delle Europee. Quindi Sinistra Italiana, Verdi e Possibile potranno anche dichiararsi fieramente NOTAV, ma dove conta saranno di fatto SITAV, nella stessa campagna elettorale. Sinistra Italiana potrà anche rivendicare giustizia per il lavoro, ma lo farà mentre in Piemonte porta voti ad un fanatico del Jobs act.

Potranno anche i nostri verdi e sinistri dichiararsi contro la devastante autonomia differenziata, ma in Piemonte vorranno che sia rieletto chi la condivide pienamente e anzi compete a destra con la Lega su come farne di più. E la povera Rifondazione come sempre al carro di tutto questo. Che ha una sola parola per essere definito: TRASFORMISMO.

Potere al Popolo come sappiamo purtroppo non sarà presente alle elezioni europee. Abbiamo provato a fare una lista unitaria con le forze che oggi si proclamano di sinistra, però ci siamo misurati con un’altra parola decisiva: COERENZA. Abbiamo chiesto ai nostri interlocutori un rifiuto netto dei trattati della UE, assieme alla necessità di essere alternativi al PD non solo nelle elezioni europee, ma anche in quelle italiane... e la lista è saltata.

Noi non abbiamo oggi la forza per raccogliere le 180.000 firme necessarie a candidarci da soli alle europee, sbarramento insuperabile per forze ben più grandi della nostra, sbarramento voluto da PD Forza Italia e Lega proprio per escludere nuove formazioni politiche dal voto. E come forza appena nata non abbiamo ancora sufficienti relazioni internazionali per usufruire di simboli europei riconosciuti. Anche perché alcuni nostri interlocutori si presentano anch’essi per la prima volta, ma senza leggi truffa.

Pur non potendo presentarci da soli, però non abbiamo neanche provato ad aggregarci ad una delle liste di sinistra e ambientaliste (si fa per dire) nelle quali si dice e soprattutto si fa tutto ed il suo contrario.

Perché per noi non si può scendere in piazza contro la devastazione della natura e poi approvare di fatto la Torino Lione. Non si può avversare l’austerità europea e sostenere l’ultraliberismo in Piemonte. Non si può contrastare Macron in Europa e stare con i suoi fan in Italia.

No, Potere al Popolo è una organizzazione nuova e forse anche un poco ingenua, ma una cosa ha ben chiara: non vuole assimilare l’assenza di coerenza ed il trasformismo che hanno distrutto la sinistra in Italia. I tre simboli di Liberi Eguali-Verdi, la Sinistra, Verdi, assieme compongono un triciclo. Un triciclo che nei fatti, e lo vedremo ancor di più dopo le europee, sarà guidato da Zingaretti.

Ecco, noi di Potere al Popolo avremo tanti limiti e difetti, ma una cosa di noi deve essere chiara: di quei tricicli o simili non saremo mai parte.

Saremo presenti alle elezioni in diversi comuni, sia da soli, sia in alleanze coerentemente alternative alla destra e al centrosinistra. Dove questo non è stato possibile, non ci siamo presentati. E non per settarismo, ma per coerenza con il nostro anticapitalismo ed ambientalismo, con il nostro rifiuto del potere patriarcale e di ogni oppressione, che non cambiano a seconda dell’interesse elettorale del momento.

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17/03/2019

Caserta: un grande corteo sporcato dalla presenza del PD

Come era prevedibile è pienamente riuscita la manifestazione di Caserta in difesa dell’Ex Canapificio messo sotto sequestro, nei giorni scorsi, da un intervento della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere.

La manifestazione ha coinvolto quanti – da tutta la Campania ma anche attraverso delegazioni provenienti da altre regioni – hanno inteso esprimere il loro sdegno alla campagna nazionale di criminalizzazione degli spazi sociali, orchestrata da Matteo Salvini, e – soprattutto – la vicinanza politica e materiale alle decine di migliaia di immigrati che popolano il territorio di Terra di Lavoro.

Una generale condizione di supersfruttamento nel comparto agricolo, nel ciclo dell’edilizia e nelle variegate pieghe dei circuiti della criminalità organizzata la quale è la storica caratteristica con cui si declinano i dispositivi di comando e controllo sugli immigrati in quest’area. Una risposta, quindi, non solo ad una politica securitaria ed autoritaria che ha ispirato l’operazione giudiziaria della Procura della Repubblica ma anche al clima razzista e xenofobo che sta appestando il nostro paese.

Dobbiamo però rilevare che, particolarmente, sul versante dell’“antirazzismo” stiamo assistendo ad un maldestro, quanto scoperto, tentativo del “nuovo PD” (quello di Zingaretti and company) di rifarsi una verginità politica e di capitalizzare un sacrosanto sentimento di solidarietà che, a vario titolo, si sta esprimendo in alcune mobilitazioni.

La manifestazione di Caserta è stata sporcata dalla presenza delle bandiere del PD le quali sono state accolte e difese dagli organizzatori del corteo con argomentazioni – politicamente errate nel metodo e nella sostanza – che alludono alla necessità “del fronte antifascista e della necessità di fare muro contro il barbaro Salvini”.

Questa sciagurata posizione politica – per quanto declinata ai fini di una “trattativa con la Regione Campania” – non è solo errata sul piano politico generale ma mina, al momento ed anche in prospettiva, le potenzialità e le ragioni sociali di un positivo sbocco della Vertenza con Palazzo Santa Lucia.

Chi ha fatto lotte, vertenze e tavoli di trattativa su tutto l’arco dei temi e delle questioni sociali, sa bene che l’autonomia e l’indipendenza politica e programmatica, unitamente alla forza della mobilitazione, sono l’unico viatico per portare a casa risultati positivi utili per tutti.

Questo fondamentale criterio è ancor più valido in un tornante politico generale, come questo che stiamo vivendo, dove i tradizionali spazi di “mediazione politica e di governance delle contraddizioni” si vanno consumando sotto i colpi dell’offensiva repressiva.

A conferma di questa deriva politica, dopo la manifestazione, è stato diramato un comunicato da parte del segretario regionale del PRC il quale, nel resocontare la manifestazione, cita esplicitamente (e positivamente) il PD tra i partecipanti al corteo.

Bene, quindi, hanno fatto quei compagni che hanno inteso esprimere il loro disappunto sulla presenza degli scagnozzi del PD nella piazza di Caserta. Del resto è passato solo qualche mese (ma sembra un secolo) da quando sul molo di Catania gli attivisti di Potere al Popolo e gli antirazzisti etnei hanno cacciato i militanti del PD che – come è successo ieri a Caserta – si erano mischiati alla manifestazione antirazzista sulla vicenda della nave Diciotti (https://video.repubblica.it/edizione/palermo/catania-manifestanti-di-potere-al-popolo-contestano-militanti-pd-davanti-alla-diciotti-via-dal-corteo/313056/313683)

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05/03/2019

Elezioni europee, De Magistris rinuncia

Si sapeva da sabato sera, dopo la conclusione dell’assemblea di DemA, ma soltanto stamattina è arrivata la conferma ufficile: “Per quanto mi riguarda non ci sono gli spazi per essere presente alle europee e nemmeno con una lista che faccia riferimento al movimento DemA”.

Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, a margine della presentazione di un’iniziativa a Palazzo San Giacomo, ha spiegato che “tutti volevano una mia presenza totalizzante per le europee, ma chi ha esperienza politica e come me ha il dovere di amministrare deve avere la maturità, la saggezza e l’attenzione a valutare bene ogni cosa”.

Il progetto politico, ha affermato il sindaco, comunque “va avanti e vede in demA uno dei punti di riferimento insieme ad altri”.

Si chiude così la possibilità di mettere insieme una coalizione alternativa al Pd e alla destra leghista, oltre che ai Cinque Stelle, su cui tutta l’area cosiddetta “di sinistra” si era come sempre attivata soltanto in vista delle elezioni.

Anche Potere al Popolo, com’è noto, ha partecipato alle fasi di discussione tra le varie “anime” di questo mondo tanto composito quanto socialmente ormai poco radicato, dopo un voto in piattaforma. Bisogna dire che PaP è stata anche l’unica formazione a portare alla discussione dei contenuti chiari, “sconvolgendo” molti dei presenti, abituati a “badare alla ciccia” (le candidature in collegi potenzialmente interessanti) piuttosto che alle proposte da portare all’attenzione degli elettori. Un’attitudine, questa, che spiega già da sola perché “la sinistra” sia ormai estranea alle dinamiche sociali effettive.

Ma il tempo speso in questo tentativo, inutile girarci intorno, appare oggi come tempo perso.

Il sindaco e il suo entourage hanno provato in tutti modi a trovare la quadra tra orientamenti ideali opposti (gli “europeisti senza se e senza ma” di Diem, Possibile, Sinistra Italiana, sia pure con accenti critici diversi, ostili financo alla presenza di PaP al tavolo), interessi pratici urgenti (molti “partiti” rischiano di sparire se non riescono ad eleggere almeno un parlamentare), veti reciproci e quant’altro si può immaginare.

Alla fine ha dovuto dire basta: troppo grande il rischio di andare alle europee con una lista più ristretta di quella considerata indispensabile per superare la soglia di sbarramento (4%), senza poter raccogliere le firme necessarie (180.000, con almeno 3.000 per ogni regione, per quanto piccola), con una coalizione litigiosa su quasi tutto.

Per chi legittimamente punta, il prossimo anno, a lanciare la sfida per la Regione Campania, le elezioni europee potevano essere un trampolino di lancio. Ma guai a trasformarlo in un flop.

Di certo hanno giocato un ruolo negativo altri “tavoli” allestiti in parallelo, che coinvolgevano parte delle forze che nel frattempo discutevano con De Magistris; e che oggi appaiono come semplici ostacoli posti per far fallire quel tentativo e portare – secondo logica – qualche vecchio “cespuglio” nell’alveo ammuffito del “centrosinistra”. Ovviamente quello riverniciato con le icone di Zingaretti e Landini, ma con l’identico programma di Renzi e Confindustria (a partire dalla Tav).

I micromondi che avevano pensato ancora una volta di poter ottenere un risultato mediante semplice affastellamento di soggettività restano dunque in mezzo al guado. Rifondazione ha comunque – sembra – la possibilità di presentarsi grazie al simbolo della “Sinistra europea”, che nella scorsa legislatura continentale aveva raccolto tre parlamentari italiani (Eleonora Forenza, Curzio Maltese e Barbara Spinelli) e ha “preso l’iniziativa di proporre la presentazione di una lista unitaria della sinistra antiliberista mettendo a disposizione i simboli della Sinistra Europea e del nostro gruppo parlamentare ‘Sinistra unitaria europea-Sinistra verde nordica’ GUE/NGL”, allo scopo di “favorire un’ampia confluenza di formazioni politiche e settori di movimento a pochi mesi dalle elezioni europee del 26 maggio 2019”.

In mancanza di candidature mediaticamente forti come quella del sindaco di Napoli, però, le potenzialità di una lista così sono inevitabilmente ridotte.

Resta perciò totalmente inevasa la domanda di una rappresentanza politica in grado di essere anche rappresentanza elettorale per orientare il “blocco sociale” popolare in direzione opposta a quella piddin-leghista-grillina.

E, da quel che abbiamo visto anche in questa occasione, questa rappresentanza politica va costruita con pazienza, determinazione, serietà, prendendo in considerazione la partecipazione a momenti elettorali in funzione di questo obbiettivo, e non “ad ogni costo”.

Ossia fuori dai miti consolatori, dalla coazione a ripetere sempre lo stesso errore, dalle logiche perverse della “sinistra” che scopre “il bisogno di unità” quando c’è da fare una lista elettorale e si divide il giorno dopo le elezioni. E qualche volta anche prima...

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20/02/2019

I quattro tavoli e mezzo della “sinistra”per le elezioni europee...

Si avvicina la scadenza per la presentazione delle liste alle elezioni europee e sono in grande agitazione tutte le forze che appartengono a ciò che nel linguaggio comune viene chiamata “sinistra”, anche quando – tra significato reale e sua “rappresentazione” – sono in molti coloro che cominciano a mettere in dubbio questa categoria.

La “crisi della sinistra” in Italia è rappresentata da un paradosso: per la prima volta nella storia delle elezioni, a tre mesi dal voto, nessuna formazione che si richiami ad essa sa ancora quale sarà il simbolo e la lista di cui farà parte. Ed è persino possibile che nessuno dei gruppi parlamentari di sinistra nel parlamento partecipi come tale alle elezioni europee.

A portare a questo stato confusionale sono sia le condizioni politiche, sia le regole elettorali. Che per le europee impongono la raccolta di almeno 180.000 firme ad ogni forza che non possa usufruire di qualche simbolo che abbia già partecipato alle elezioni eleggendo dei parlamentari.

E’ una regola truffa, perché praticamente nessuna forza politica italiana oggi sarebbe in grado di raccogliere quelle firme in meno di due mesi. Quindi la presentazione delle liste, in forme che si propongono di ostentare un qualsiasi rinnovamento rispetto al passato, deve fare i conti con la dura realtà: trovare simboli che permettano di saltare le firme e partecipare al voto.

Quindi visione politica ed esigenze pratiche si intrecciano, specie per le forze più piccole, nelle scelte.

Che però ancora non sono definite: allo stato attuale i tavoli “a sinistra”, una volta si chiamavano “cantieri”, sono almeno quattro e mezzo.

Il primo tavolo è quello di Calenda, che con la sinistra non c’entra nulla ma ne occupa in parte il campo. Calenda ha proposto un appello per una lista alla Macron, cioè europeista e liberista. Questa lista dovrebbe comprendere il PD (simbolo) ma andare oltre, cioè da Monti a Bonino. Tutti i candidati a segretario del PD hanno firmato l’appello di Calenda, ma Zingaretti ha un piano B.

Il secondo tavolo è proprio quello di Zingaretti, un pochino “più a sinistra” di quello precedente. Qui si potrebbe costruire un’alleanza che, oltre al PD, raccogliesse Bonino, i Verdi, la parte ex PD di LEU e qualche componente di Sinistra Italiana. Anche le forze più piccole di questa possibile alleanza hanno un piano B.

Il terzo tavolo è proprio quello dei Verdi, che hanno un simbolo riconosciuto che evita la raccolta delle firme. I verdi sono alleati con il movimento del sindaco di Parma, Pizzarotti, e con essi potrebbero andare anche settori di LEU e Bonino se fallisse il tavolo Zingaretti. Diem25, l’organizzazione italiana di Varoufakis – che è un po’ come l’araba fenice – potrebbe anch’essa far parte della lista, dopo che ha abbandonato il quarto tavolo, quello della lista De Magistris.

Il quarto tavolo, quello della coalizione promossa dal sindaco di Napoli, è ad oggi quello più variabile. Nato su iniziativa di DemA (il partito-movimento di De Magistris), Rifondazione, Sinistra Italiana, Possibile, Diem 25 e altre formazioni minori, questo tavolo è stato sconvolto dall’irruzione in esso di Potere al Popolo, esplicitamente invitato dal sindaco di Napoli. PaP infatti ha posto dei punti programmatici fermi, che hanno sconvolto una lista che stava nascendo sotto il segno del tutto e contrario di tutto.

Di fronte alla disponibilità di De Magistris di accogliere parzialmente i punti di PaP – cosa che ha aperto una discussione interna ad esso – Diem25 ha abbandonato il tavolo, Sinistra Italiana e Possibile quasi, e Rifondazione si è schierata con loro, attaccando il “settarismo” di Potere al Popolo. Va detto però che Rifondazione è titolare del simbolo Sinistra Europea, grazie al quale anche qui si eviterebbe la raccolta delle firme. Nasce così il “mezzo tavolo” che si va ad aggiungere agli altri.

Il “mezzo tavolo” è quello che si riunisce oggi 20 febbraio e che comprende Rifondazione, Sinistra Italiana e Possibile e, nel caso di crisi della lista De Magistris o di indisponibilità del suo promotore, produrrà una propria lista, sempre con il simbolo di Sinistra Europea.

C’è da aggiungere che ci sono forze, come Sinistra Italiana e Possibile, che sono presenti o interessate a più tavoli e questo può produrre sorprese finali in un gioco di composizione delle liste che somiglia sempre più ai quattro cantoni.

In questo contesto il sofferto discutere di Potere al Popolo intorno a punti programmatici – sulla UE, NATO e Venezuela, alternatività al PD, una vera differenza di genere nelle liste – pare davvero appartenere ad un’altra dimensione. Quella della politica fondata su scelte vere e coerenti, lontana da una sinistra che si sta estinguendo in giochi politicisti, sempre più confusi ed inutili.

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08/12/2018

“Una coalizione a perdere per “la patria europea”? No grazie, abbiamo già dato”

Recentemente il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, si è fatto promotore di un percorso che dovrebbe portare a una lista per le elezioni europee. Questo percorso sembra aver raccolto l’interesse anche di alcuni partiti, tra cui il Partito della Rifondazione comunista e Sinistra italiana.

Si tratta di una proposta all’altezza delle difficoltà di questa fase storica? La risposta va definita sulla base dell’esperienza degli ultimi dieci anni. In questo periodo sono stati messi in campo molti progetti politici con esiti fallimentari. Non solo perché non hanno portato a eleggere, con l’eccezione dell’Altra Europa (tre deputati eletti al Parlamento europeo) ma soprattutto perché queste coalizioni hanno mostrato la corda o sono state superate all’indomani delle elezioni. L’Arcobaleno, la Federazione della sinistra, Rivoluzione civile, l’Altra Europa, Potere al Popolo sono solo alcune delle sigle succedutesi l’una all’altra. In mancanza di continuità non si sono accumulate forze, anzi quelle raccolte sono state disperse, riducendo progressivamente i consensi e il radicamento sociale.

Certamente il difficile contesto economico e politico ha giocato un ruolo importante nell’indebolimento progressivo. In primo luogo il quadro generale della crisi capitalistica ha determinato nuove condizioni oggettive sul piano dell’articolazione di potere delle classi dominanti, nonché sul terreno della composizione di classe dei settori sociali subalterni. Tuttavia, come sempre, i risultati dipendono anche da come reagiamo soggettivamente alle condizioni oggettive.

Inoltre, lamentarsi della coazione a ripetere non è sufficiente, bisogna capirne le ragioni. Queste stanno nel fatto che si trattava di coalizioni puramente elettorali senza un progetto condiviso e di lunga durata. Erano coalizioni che riducevano la tattica al tatticismo elettorale, senza rapporto alcuno con una strategia politica e di radicamento sociale. A prevalere era la necessità di mettere insieme la massa critica sufficiente ad eleggere, garantendo la sopravvivenza delle formazioni che ne facevano parte. Formazioni spesso con posizioni diverse sia sul piano delle alleanze (e del rapporto con il Pd) sia sul piano delle tematiche dirimenti.

Ritornando a De Magistris, la sua è una proposta in discontinuità con il passato? Così sembrerebbe in apparenza, a giudicare dall’enfasi sul richiamo alle realtà della società civile e all’invito alle forze politiche – cioè ai partiti – a mettersi in secondo piano. Un atteggiamento che, a ben guardare, è un vecchio leitmotiv, praticato ad esempio da Rivoluzione civile, con i risultati che sappiamo e che sarebbe ingiusto attribuire unicamente alla personalità di Ingroia.

Curioso è che sia oggi sia nel 2013 il deus ex machina sia un ex magistrato, che ci si illude possa ricompattare la sinistra e farle spiccare il volo in termini di consensi, in virtù della sua esposizione mediatica. Si tratta di una valutazione ingenua.

Da una parte, testimonia la crisi di legittimità e di vitalità dei partiti. Dall’altra parte, l’affidarsi a un personaggio carismatico (che lo sia effettivamente o no nulla cambia) non può compensare la mancanza di un posizionamento politico adeguato. Ciò risulta particolarmente evidente con De Magistris, in particolare da quanto appare da una intervista rilasciata ad Argiris Panagopoulos.

Qui la coalizione in progetto viene definita come parte di “un fronte popolare paneuropeo contro la destra”. Infatti, oggi la contraddizione principale, per De Magistris, sarebbe quella tra il nazionalismo e il sovranismo, da una parte, e l’Europa, dall’altra. La sua collocazione è, senza dubbi di sorta, nel campo europeo: “Oggi la nostra patria è l’Europa, il mondo intero”.

Si tratta di un approccio vecchio, come dimostrato dalla storia recente. Dopo dieci anni di crisi, sedici di euro e oltre venti di convergenza sui vincoli europei dovrebbero essere ormai chiari due fatti. Il primo è che l’Europa di oggi non è la patria di nessuno ma uno strumento di ribaltamento dei rapporti di forza a favore delle élite, o, per un usare un termine più preciso, del grande capitale e con il procedere della crisi economica mondiale ha accentuato questi aspetti.

Non esiste alcuna Europa, esistono la Commissione europea, la Bce e l’euro. Sul piano economico l’euro è lo strumento della deflazione salariale, impedisce la realizzazione di politiche economiche e industriali, e forza alla disciplina di bilancio e alla distruzione del welfare state. Sul piano politico l’euro rappresenta una regressione di portata storica, perché comporta l’eliminazione della sovranità democratica, mediante la neutralizzazione delle istituzioni della democrazia rappresentativa, a partire dai parlamenti.

Il secondo dato di fatto è che l’integrazione europea aumenta le divergenze e i divari tra Paesi e, all’interno di essi, la polarizzazione sociale e la povertà. Abbiamo chiaro che non tutto dipende dall’Europa, nel senso che il tema è il modo di produzione capitalistico ed il suo superamento, ma la domanda è se rimuovendo gli ostacoli che impone l’Europa ci siano condizioni più favorevoli per una battaglia di cambiamento. Su questo crediamo che la risposta sia affermativa.

Se assistiamo ad una recrudescenza del nazionalismo e delle rivalità tra stati-nazione e ad uno sviluppo, senza precedenti nel secondo dopoguerra, della xenofobia e del razzismo, lo dobbiamo in gran parte proprio all’Europa. Del resto sappiamo bene che la fortuna politica di Salvini è un effetto diretto dell’integrazione economica e valutaria europea.

Pensare di articolare una strategia contro la destra di Salvini, di Orban, e di Le Pen senza avere chiaro questo contesto, vuol dire continuare a permettere a questi soggetti di accumulare consensi, proprio perché strategicamente ci si subordina al Pd e soprattutto ci si mette alla coda del grande capitale multinazionale europeo che ha ideato e strutturato questa Europa.

Il fallimento del Pd e del centro-sinistra europeo è legato proprio alla loro adesione ai vincoli europei e all’integrazione europea, anzi all’esserne stati agenti promotori come e forse più del centro-destra, utilizzando la copertura dell’ideologia europeista. La mancanza di chiarezza su questo aspetto lascia molti spazi a convergenze politiche che nel passato si sono rivelate devastanti per la sinistra e per i lavoratori. Insomma, ci sono tutte le condizioni per l’ennesima coalizione a perdere, difficilmente in grado di eleggere e comunque non in grado di andare oltre l’effimero appuntamento elettorale.

Tutto ciò ci lascia ancora più perplessi se consideriamo le vicende degli ultimi mesi di Potere al Popolo. Si poteva lavorare per far crescere quella esperienza e, se lo si riteneva, per superarne i limiti. Invece PaP è stata indebolita da serie di diatribe di carattere organizzativistico formale (in particolare sullo statuto), che hanno portato alla scissione del Prc e che di recente sembrerebbe si stiano addirittura trasferendo sul terreno legale dell’uso del nome e del simbolo.

Se, invece, la discussione si fosse incentrata sui contenuti e sulla prospettiva strategica forse non si sarebbe arrivati alla scissione. E, anche se ci si fosse arrivati, il dibattito sarebbe stato più utile e ci avrebbe fatto crescere tutti di più, definendo meglio le rispettive posizioni anziché demoralizzare molte persone.

Ad ogni modo, la liquidazione da parte del Prc dell’esperienza di PaP è stata un errore, visibile anche per il fatto che i compagni rimasti in PaP, proprio sulla base del lavoro pregresso, sono riusciti a progredire sul piano programmatico proprio in vista delle elezioni europee. È, infatti, sull’Europa, che la posizione di PaP risulta, a nostro avviso, più avanzata e molto più adeguata alla fase storica di quella che emerge dalla visione di De Magistris.

Il programma delle europee di PaP – i cinque punti – prevede un “piano B”, cioè la possibilità di una alternativa politica allo stare in una Europa irriformabile. Si tratta di una posizione che si aggancia ai livello più avanzato del dibattito politico europeo, rappresentato dai partiti del Patto di Lisbona, e che costituisce una base molto più realistica su cui costruire un movimento antagonista al capitale su base continentale. In definitiva, è un orientamento internazionalista invece che di mera riproposizione di un approccio astratto e cosmopolita da “patria europea”.

Inoltre, PaP si sforza di inquadrare la questione europea in un percorso, per quanto abbozzato, di trasformazione sociale complessiva, che implica una chiara rottura con le tradizionali e compromesse forze della pseudo sinistra. A questo scopo PaP pone l’obiettivo di misurarsi sulla lunga durata e sull’accumulo delle forze, una discontinuità positiva per una coalizione nata in occasione di una competizione elettorale.

Sarebbe stato saggio, una volta tanto, darsi la possibilità di mettere alla prova e confrontarsi su una prospettiva strategica e contenuti più definiti, piuttosto che liquidare definitivamente una esperienza, gettando a mare il lavoro già fatto. Sarebbe opportuno, riaprire un confronto di merito prima di tutto tra PaP e Prc al fine di costruire anche sul piano elettorale un’opzione coerente ad un progetto di lungo periodo. In special modo, se l’alternativa è un percorso le cui basi e le cui prospettive appaiono particolarmente deboli e contrassegnate dagli stessi errori del passato.

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