Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/08/2019

Il fallimento del M5S e il ritorno del centro-sinistra

di Domenico Moro e Fabio Nobile

Nello spiegare la fine del governo giallo-verde ci si concentra più sugli aspetti tattici, ossia sulle scelte di opportunità dei singoli partiti, invece che sugli aspetti strategici, di contesto, che a nostro parere risultano più importanti.

È vero che l’esito delle elezioni europee e i sondaggi che l’hanno data come primo partito italiano hanno portato la Lega a vagheggiare le elezioni, conducendo viceversa il M5s a vederle come la peste. Però, la situazione attuale è determinata soprattutto dal contesto: l’inserimento dell’Italia nella Nato e l’alleanza con gli Usa, l’inserimento nella Ue e nell’euro e infine last but not least l’emergere della crisi a livello mondiale, certificata da un Pil che rimane a crescita 0.

Qualsiasi governo si troverebbe in difficoltà a far fronte alla crisi in un contesto di austerity europea. Ciò è tanto più vero per il governo giallo-verde che, come si è verificato in più di un anno, si è trovato nell’impossibilità di tenere insieme i punti programmatici di M5s e Lega. Sulla scelta di Salvini di staccare la spina al governo ha pesato la consapevolezza di essere costretto, entro i vincoli europei, a una manovra finanziaria pesante. Ciò avrebbe significato rinunciare a punti importanti del suo programma come la flat tax. Senza contare l’impossibilità di realizzare, per l’opposizione del M5s, l’autonomia regionale richiesta dai suoi governatori in Lombardia e Veneto, cioè dalla sua base elettorale e sociale principale.

Soprattutto, non bisogna dimenticare che il governo giallo-verde è sempre stato sotto la tutela del Presidente Mattarella, che ha svolto, sin dall’inizio, un ruolo di garante dei legami internazionali dell’Italia, soprattutto nei confronti dell’Ue e della Nato. Tale ruolo si è manifestato nel rifiuto di Savona come ministro dell’economia fino alla crisi di governo attuale. Infatti, Mattarella è stato determinate nella decisione di non andare a nuove elezioni, che avrebbero visto l’affermazione di due partiti (Lega e Fratelli d’Italia) critici nei confronti della Ue, e di proseguire la legislatura con l’affidamento del mandato pieno a Conte.

In particolare Mattarella, insieme alla presa di posizione di Renzi a favore di un’alleanza con il M5s, ha pesato molto sul passo indietro di Zingaretti, che in precedenza aveva dato per certo il ritorno alle urne. Dichiarazioni, quelle di Zingaretti, che indubbiamente avevano inciso sulla scelta di Salvini, che, successivamente, resosi conto della disponibilità del Pd a un governo con il M5s, ha provato a effettuare un dietrofront ormai tardivo.

C’è da dire, però, che il mutamento di posizionamento politico del M5s rappresentato dalla convergenza con il Pd si era già verificato proprio sull’Europa. Mentre la Lega aveva votato contro la nuova presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il M5s, effettuando una virata di 180° rispetto alle sue storiche posizioni euroscettiche, aveva votato insieme al Pd per la candidata tedesca. Non è un caso che qualche tempo fa, nei momenti iniziali della crisi di governo, proprio Prodi, europeista convinto e già artefice di due coalizioni di centro-sinistra, fosse stato il primo a parlare di una coalizione “Ursula”, cioè di un governo M5s-Pd.

L’eventuale governo Conte bis si presenta quindi pro-Ue e filo-atlantico, come dimostrano gli endorsement che si sono sprecati all’ultimo vertice del G7 a Biarritz da parte di Trump, Macron e Merkel. Ancora più notevole è che nei fatti si presenti come una riedizione del centro-sinistra in una ottica nuovamente bipolare, che il M5s aveva invece contribuito a eliminare, introducendo nella politica italiana un terzo polo. Infine, lascia perplessi vedere Grillo invocare un governo di competenti, formato da ministri tecnici e senza politici, dimenticando persino le sue aspre critiche a quello che è stato il governo tecnico per eccellenza, quello di Mario Monti.

Per le ragioni suddette il governo Conte bis dimostra il fallimento del M5s rispetto al suo obiettivo principale: modificare il quadro politico italiano e mandare a casa la classe politica del passato. Di fatto, il M5s si trova a governare con coloro che aveva attaccato aspramente fino a ieri e che hanno rappresentato e rappresentano le esigenze di quelle élite di cui il populismo M5s si è sempre dichiarato avversario. Un fallimento di cui eravamo stati facili profeti, proprio perché consci dei limiti del Movimento, che risiedono soprattutto nella sua ambiguità politica e ideologica. Le debolezze intrinseche del M5s rimangono tutte e c’è da prevedere che il Movimento, dopo avere subito l’iniziativa di Salvini, non possa che subire quella del Pd, con la concreta possibilità che anche questo governo non abbia vita molto lunga.

Di fronte alla probabile ulteriore perdita di consensi del M5s, già manifestatasi alle europee, si aprirebbe la possibilità per la sinistra di classe e per i comunisti di recuperare posizioni. Ciò però non è possibile se non si sfugge al richiamo della foresta di nuovo centro-sinistra, magari riveduto e corretto con la motivazione di fare argine nei confronti del nuovo fascismo in salsa leghista. Senza voler minimizzare la natura xenofoba e di destra di Salvini e della Lega, come abbiamo detto più volte, oggi il problema non è la riedizione del fascismo tout court. La democrazia rappresentativa è stata ed è aggirata dalla alienazione di alcune importanti funzioni statuali alla Ue, mediante i trattati europei e l’architettura dell’euro, che rappresenta un impedimento a effettuare politiche economiche e sociali effettivamente espansive e di sinistra. È, invece, proprio la riedizione di un centro-sinistra e l’alleanza del M5s con il Pd che rafforzerà alla lunga la Lega. L’unico modo di contrastare Salvini e la Lega è costruire una posizione chiara sui contenuti più importanti, a partire dal nodo dell’Europa, senza il cui scioglimento non è credibile alcuna soluzione né economica né politica.

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27/05/2019

Si chiude una fase, se ne apre un’altra. Non rinnoviamo la nostra tessera nel PRC

di Domenico Moro e Fabio Nobile

Il periodo attuale è uno dei peggiori di sempre, sia per il movimento comunista sia per la classi subalterne, in Europa e soprattutto in Italia. Le trasformazioni dell’economia mondiale hanno indebolito la classe lavoratrice europea occidentale, esponendola all’aggressione del mercato autoregolato, che ha ridotto occupazione e salari reali, nel mentre si annullava, attraverso l’integrazione europea, la sovranità democratica, sancita dalla Costituzione, ossia la capacità delle classi subalterne di incidere sulle decisioni di politica economica e sociale.

Le profonde trasformazioni economiche hanno avuto come necessario corrispettivo modifiche politiche altrettanto profonde. Il crollo dell’Urss e dei Paesi socialisti ha contribuito pesantemente al peggioramento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro, e in Italia ha contribuito a trasformare il Pci, separandolo in due tronconi. Uno, il più grande, si è trasformato in partito liberaldemocratico, che da subito si è collocato a destra, facendosi alfiere dell’integrazione economica e valutaria europea e rappresentante del grande capitale internazionalizzato. Soprattutto, questo troncone è stato fautore del maggioritario, che ha spostato al centro, cioè sugli interessi dello strato superiore del capitale, l’asse della politica. Ciò si è tradotto nella trasformazione profonda del nostro Paese, attraverso massicce privatizzazioni e pesanti controriforme del mercato del lavoro, delle pensioni, e del welfare.

Il Partito della rifondazione comunista (Prc) ha raccolto il più piccolo dei due tronconi in cui si era diviso il Pci, aggregando anche una serie di altre organizzazioni e di individualità, che non accettavano di identificare la fine dell’Urss con la fine della prospettiva socialista. Il nome stesso del partito è significativo del senso originario del progetto: non la riproposizione sic e simpliciter del Pci ma, correttamente, la rifondazione di una teoria e di una pratica comuniste adatte a un’epoca nuova. In realtà, negli ultimi anni la “Rifondazione” è stata intesa in modo diverso da parte della maggioranza del Partito, cioè come presa di distanza da quella parte del movimento comunista legata alla storia dell’Urss e identificata in quanto tale come “stalinista”. Il Prc, allo stesso tempo, ha continuato, riducendosi sempre più sul piano quantitativo, a essere quello che era all’inizio: una somma, e non una sintesi, di culture e punti di vista diversi (spesso molto diversi) su temi a volte decisivi.

Per realizzare una sintesi si sarebbero dovute fare, dal nostro punto di vista, in primo luogo due cose. La prima era fare i conti con il passato. Sia quello del Pci, la cui fine e trasformazione in Pds-Ds-Pd non sono certo cadute dal cielo, ma affondano le radici anche negli errori commessi negli anni ’70 e ‘80. Sia quello dell’Urss, a proposito della quale è prevalsa una critica staccata da una vera analisi scientifica del contesto storico ed economico e spesso concentrata sul piano morale, confondendosi così, almeno in parte, con la critica di parte borghese. La seconda era una ripresa delle categorie di Marx e di Lenin per una lettura della formazione economico-sociale dei Paesi avanzati e dell’imperialismo, e dell’Italia in particolare, allo scopo di ridefinire una strategia, un via alla gramsciana “Rivoluzione in Occidente”. Nulla di tutto questo è stato fatto. Se risposte e analisi sono state fatte, queste sono rimaste all’interno delle correnti o delle frazioni in cui il partito era diviso.

I gruppi dirigenti del Prc (e dopo la scissione del ’98 anche del Pdci) sono sempre stati ideologicamente eterogenei e attraversati, in parte non piccola, anche da una sfiducia nella attualità del comunismo, che si sarebbe manifestata esplicitamente solo in seguito. Infatti, quello che finiva per tenere insieme il gruppo dirigente e i militanti non era tanto una visione e un progetto di trasformazione della realtà condivisi, ma la politica, che in mancanza di una strategia, doveva necessariamente scivolare nel tatticismo e nell’elettoralismo. Per alcuni, evidentemente, si trattava soprattutto, mantenendo il simbolo, di attingere elettoralmente all’enorme lascito del Pci. Lo sbocco di questi limiti, accentuati dalle leggi elettorali maggioritarie, è stato l’individuazione del centro-sinistra come unico orizzonte possibile. La partecipazione ai due governi Prodi, specie il Prodi II, ha rappresentato il punto di non ritorno per il Prc e per il resto della sinistra radicale. Infatti, la crisi economica e politica ha duramente colpito la base sociale su cui si fondava il centro-sinistra e in particolare la sua parte più radicale. Un pezzo importante di quella base sociale, composta soprattutto di lavoro salariato e disoccupati, si è spostato verso l’astensionismo e verso la forza emergente del M5s. Si è dimostrato così, nella realtà dei fatti, che il semplice sfruttamento del lascito del Pci, in mancanza della definizione di una linea e di un posizionamento adeguato alla realtà, non bastava e che quel lascito era destinato a disperdersi rapidamente. Finita l’esperienza di Prodi, si è dato luogo alla prima delle molte e successive aggregazioni elettoralistiche, l’Arcobaleno, che nacque sulla base della convinzione di Bertinotti che ormai il comunismo potesse sopravvivere solo come corrente culturale. Con la grave sconfitta elettorale dell’Arcobaleno e la fine, per volontà del Pd, dell’opzione elettorale del centro-sinistra, le differenze di fondo e i contrasti non risolti tra i comunisti sono venuti finalmente alla superficie. Il Prc (e altre forze della sinistra radicale) sono implose, dando vita a una serie di scissioni e a una situazione di atomizzazione del movimento comunista. Ad oggi, in Italia non esiste nessun gruppo dirigente o organizzazione che possa essere da solo il punto di aggregazione per la ricostruzione di una forza comunista e persino dell’area della sinistra radicale.

La sconfitta spartiacque dell’Arcobaleno avrebbe dovuto far capire – oltre al fatto che il centro-sinistra tradizionale era ormai sorpassato dalla storia – che una unità puramente elettorale e senza contenuti chiari e condivisi non era in grado di rispondere alle domande pressanti che le classi subalterne ci rivolgevano. I gruppi dirigenti non l’hanno capito e hanno continuato a darsi come obiettivo prioritario, se non unico, il rientro in Parlamento. La maggior parte della sinistra radicale e il Prc hanno continuato a concentrarsi sulle formule elettorali, seguendo il feticcio della costruzione dell’unità a sinistra come valore assoluto. Nei fatti, la ricerca dell’unità basata non sui contenuti e sul programma ha prodotto numerose e sempre nuove formule elettorali ma nessun risultato positivo, sicuramente non a livello di ricostruzione delle basi sociali e neanche a livello di rappresentanza elettorale, contribuendo invece a indebolirci a livello elettorale ed organizzativo.

La recente vicenda di Potere al popolo (PaP) rappresenta un esempio emblematico di questa situazione. Il percorso precedente dell’“Assemblea del Brancaccio” si è interrotto bruscamente per la decisione di Sinistra italiana (SI) di fare un’alleanza con personaggi screditati fuoriusciti dal Pd, lasciando così in mezzo al guado un Prc che pure aveva puntato tutto su quella opzione politica. È a questo punto che ha preso in mano la situazione un gruppo di compagni di Napoli, cui va il merito di avere colto l’occasione per portare avanti un nuovo progetto, che rompesse chiaramente non solo con il Pd ma anche con quelle forze residue che continuano ad avere in mente rapporti con esso o con un certo tipo di politica. Dopo il risultato delle elezioni – che certo non è stato esaltante ma che era nelle cose, visto che PaP si era formato appena tre mesi prima delle elezioni – invece di ripartire da ciò che si era costruito per andare avanti, si è riusciti a fare esattamente quello che si era sempre fatto in precedenza. Si è buttata a mare l’ennesima esperienza come fosse una sigla elettorale usa e getta. Non ci interessa qui stare a soppesare le colpe e le responsabilità di questo e di quello con il bilancino, rimane il fatto che c’è stata una nuova ennesima rottura. Anche il tentativo di arrivare a un lista per le elezioni europee ha sacrificato la discussione sui contenuti alla frenesia di cercare il più “adatto” prodotto elettorale per eleggere.

È stata riproposta l’ennesima nuova sigla elettorale, “La sinistra”, che si presenta con le stesse caratteristiche delle altre liste del passato. Quella che è stata costituita è una aggregazione con pochi e generici contenuti, cedendo sul programma elettorale anche sulla questione dell’uscita dalla Nato e paradossalmente basandosi sull’idea irrealistica che la Ue e l’euro si possano riformare. Proprio sulla necessità di porre un Piano B, che preveda, su base negoziale, anche l’uscita dalla Ue e dall’euro si situa uno dei maggiori dissensi tra chi scrive e la linea, ormai consolidata, del Prc. In aggiunta, la lista vede come componente importante un partito, SI, che alle regionali svoltesi qualche mese fa si è presentato con il Pd e che continua a guardare in quella direzione, sperando nella segreteria Zingaretti e nella riedizione di un nuovo centro-sinistra alle prossime elezioni politiche. Si tratta, quindi, di una lista che, subito dopo il voto, finirà nello sgabuzzino dove sono finite tutte le altre che l’hanno preceduta. Insomma, ancora una volta ha prevalso una visione a breve, anziché la volontà di costruire e accumulare energie sul lungo periodo.

È ormai da diverso tempo che una fase storica si è chiusa, quella fase in cui si pensava di poter sopravvivere all’interno del quadro politico e sociale esistente avendo una posizione nelle istituzioni e inventandosi qualche formula elettorale efficace. Siamo in una fase diversa, perché la globalizzazione, l’integrazione europea e la crisi strutturale del capitale hanno sconvolto il panorama politico-sociale interno e internazionale. Siamo, inoltre, in una fase in cui non esiste un nucleo dirigente o una organizzazione che possa rappresentare da sola un punto di aggregazione privilegiato per la ricostruzione in Italia del partito comunista o della sinistra. In questa fase bisogna fare quello che si sarebbe dovuto fare dal 2008, dopo la sconfitta dell’Arcobaleno, e prima ancora già dal 1991: un lavoro, sicuramente lungo e lento, di analisi della realtà e delle condizioni della Rivoluzione in Occidente, e di ricostruzione di un punto di vista collettivo sulle cose e di un indirizzo strategico, adeguato alle domande cruciali che ci pone una della fasi più complicate della storia dei comunisti e della classe lavoratrice nel nostro Paese e in Europa occidentale.

È per tutte queste ragioni che non rinnoveremo la tessera del Prc. Abbiamo preso questa decisione tutt’altro che a cuor leggero, perché abbiamo stima dei compagni di Rifondazione, con i quali abbiamo condiviso momenti importanti di discussione e di militanza, perché Rifondazione ha rappresentato una speranza alla quale abbiamo creduto come comunisti, e perché si tratta di un frangente delicato. Tuttavia, riteniamo, coerentemente con quanto siamo andati sempre sostenendo, che è proprio nei momenti decisivi che bisogna assumere un atteggiamento di chiarezza, definendo le proprie posizioni e assumendosene tutte le responsabilità.

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