Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
16/08/2026
09/08/2026
L’America sacrifica le colonie europee
di Alessandro Volpi
Le strategie monetarie nei prossimi mesi, di fronte ad un rischio di inflazione e di stagnazione sempre più evidente, saranno decisive. Saranno determinanti, in particolare, le azioni della Federal Reserve e della Bce. È utile allora soffermarsi, anche solo rapidamente, per cercare di capire cosa stia succedendo in tali istituzioni.
Alla Federal Reserve il neo presidente Kevin Warsh, nominato da Trump, ha deciso di costituire un “gruppo di lavoro” per definire la linea della banca centrale americana.
In tale gruppo sono presenti:
- l’ex governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King, membro del Group of Thirty (G30), un’organizzazione privata ed esclusiva che riunisce i vertici delle banche centrali e i CEO delle più grandi banche private (come Goldman Sachs e JPMorgan);
- Marc Andreessen, co-fondatore di Andressen Horovitz , un venture capital da oltre 40 miliardi di dollari di masse in gestione, molto attivo sulle criptovalute;
- l’economista (Fmi) ed ex governatore della Banca centrale indiana, Raghuram Rajan, ora consulente senior per BDT & MSD Partners (una banca d’affari che gestisce i capitali di alcune delle famiglie più ricche del mondo, tra cui i Dell) e, come King, membro del Group of Thirty;
- – il premio Nobel 2011 Thomas Sargent, molto attivo nel mondo dei Quantitative Hedge Funds;
- – l’ex governatore della Banca centrale del Brasile, Arminio Fraga che, prima di guidare la banca centrale, è stato il braccio destro di George Soros, nelle vesti di managing director del Quantum Fund, e fondatore di Gávea Investimentos, una delle principali società di gestione patrimoniale e private equity in America Latina, in passato controllata da JP. Morgan Asset Management.
In sintesi, la strategia monetaria della più grande banca centrale del mondo, che definirà le sorti del dollaro, sarà concepita con il contributo fondamentale di una ristrettissima élite di grandi consulenti della finanza privata.
La vicenda della Bce è molto probabile invece che sia caratterizzata dalle dimissioni anticipate di Christine Lagarde per dare modo a Macron, prima della fine del suo mandato, di contribuire alla scelta della prossima guida dell’istituto di Francoforte che potrebbe essere uno tra Klaas Knot, presidente della banca centrale dei Paesi Bassi oltre che membro del Consiglio direttivo Bce, Isabel Schnabel, componente del comitato esecutivo, e Joachim Nagel, presidente Bundesbank.
In Europa dunque la strategia monetaria potrebbe essere quella definita da un falco dell’austerità.
Se proviamo a unire i puntini mettendo insieme queste due situazioni emerge un quadro dove la Fed asseconderà le operazioni dei colossi della finanza USA senza far mancare la liquidità alla bolla ipertrofica in corso, mentre il rigorismo della Bce faciliterà la colonizzazione ad opera degli stessi colossi della finanza Usa del risparmio del Vecchio Continente.
P.S. Ho utilizzato il termine “strategia” perché questa non è “politica” monetaria. Si tratta della strategia del capitalismo finanziario che per salvare il cuore dell’impero deve sacrificare le colonie, responsabili del resto di avere accettato questa subalternità e di averle affidato i destini economici delle proprie popolazioni.
Fonte
31/07/2026
La favola tragica del riarmo a costo zero
di Emiliano Brancaccio
Come in un tetro copione shakespeariano, la corsa al riarmo dell’Italia prosegue inarrestabile. Per bocca del ministro Tajani, il governo abbandona le vecchie ritrosie e dichiara l’adesione al fondo “Safe” con una richiesta di prestito di 14,9 miliardi destinati al riarmo.
È l’ultimo anello di una ferrea catena di eventi passata per l’impegno assunto dalla premier ad Ankara, con Trump e gli alleati Nato: elevare la spesa militare al 5 percento del Pil. L’obiettivo implicherà un enorme carico per il bilancio pubblico. Se dunque i prestiti europei possono alleviare lo sforzo, sarà bene smettere di indugiare e chiederli subito.
Così, dopo Polonia, Cipro, Lituania, Croazia e Grecia, l’Italia si inserisce nel gruppo di testa dei paesi che hanno scelto di indebitarsi con l’Europa per armarsi.
I guerrafondai nostrani festeggiano e ci rassicurano. A loro avviso, il ricorso al prestito “Safe” è estremamente vantaggioso e dimostra pure che non c’è nessuna scelta politica da compiere tra burro e cannoni: per finanziare il riarmo non serviranno nuovi tagli alla sanità, alla scuola o allo stato sociale.
Nel campionario di falsità dei cocchieri della guerra, questa rientra senza dubbio tra le più ardite. La realtà del “Safe”, infatti, è ben più infida di quanto venga in queste ore narrato.
Innanzitutto, esaminiamo i presunti vantaggi del prestito europeo. Il tasso d’interesse che l’Italia pagherà dovrebbe risultare di 40 punti base inferiore alla media degli oneri solitamente pagati sui titoli nazionali, con un risparmio conseguente di circa 60 milioni annui.
Ma questo minuscolo sconto cambia solo di una virgola l’aggravio sui conti pubblici. Infatti, per rimborsare il “Safe”, l’Italia dovrà tirar fuori mezzo miliardo all’anno già a partire dal prossimo anno e un miliardo all’anno in futuro, quando bisognerà rimborsare anche il capitale. Tutto si può dire eccetto che le armi saranno gratis.
Quanto alla presunta capacità del finanziamento europeo di evitare che la spesa bellica sia coperta sacrificando altre voci di bilancio, anche qui i conti della vulgata guerrafondaia non tornano. Il prestito “Safe” rappresenta appena il 15 percento dell’impegno preso da Meloni ad accrescere di oltre 100 miliardi la spesa militare entro il 2035.
Sommando gli oneri del rimborso, mancano all’appello almeno 90 miliardi all’anno. Dove potranno mai esser trovati, se non da compressioni ulteriori del welfare? Si capisce che l’avvento di un’austerity bellica è tutt’altro che scongiurato.
L’adesione al “Safe” europeo richiederà l’approvazione del parlamento. Lo snodo potrebbe aiutare a capire se l’impulso alla guerra sia in grado di scompaginare le attuali alleanze. In effetti, nella maggioranza, qualcuno già scalpita contro il prestito. Se nel blocco meloniano dovessero contarsi defezioni, è facile prevedere un appello del governo a una «opposizione responsabile». Del resto, tra gli avversari di Meloni, c’è chi non vede l’ora di votare il “Safe”. Non è implausibile che spunti una rinnovata maggioranza pro-riarmo.
All’appuntamento sarà bene giungere con idee chiare. A partire da una constatazione decisiva, finora trascurata nel dibattito prevalente. Il boom della spesa bellica imposto in sede Nato ha ben poco a che fare con gli sbandierati obiettivi di difesa contro potenziali aggressioni esterne.
In larga misura, infatti, risulta associato a impegni militari situati oltre i confini dei paesi membri: dal dominio delle vie commerciali e dei transiti marittimi, all’impossessamento delle fonti di energia del nemico, al controllo finanziario di paesi terzi. Si tratta, in sintesi, di riarmo classicamente “imperiale”.
A questa funesta impostazione il fondo “Safe” europeo aderisce in pieno. Una ragione cristallina per cui va respinto.
Fonte
21/07/2026
Il problema e la soluzione infame
L’inflazione sta tornando a salire rapidamente con conseguenze pesanti, soprattutto perché non è chiaro fino a che punto potrebbe arrivare il rialzo.
Le condizioni internazionali sono pesantissime: blocco perdurante di Hormuz, guerra sine die in Ucraina, difficoltà nei transiti strategici come Gibuti e Suez, eccessiva dipendenza dal costoso GNL degli Stati Uniti, colli di bottiglia nella raffinazione, speculazione finanziaria rialzista.
Questa situazione ha immediate conseguenze sul caso italiano.
La bozza di Legge di bilancio del 2026 è costruita con una previsione dell’inflazione al 2,1% e ora stiamo già viaggiando al di sopra del 3%.
Ma le previsioni, alla luce di quanto ricordato, fanno immaginare un’inflazione assai probabilmente superiore al 4%, quasi 4 volte la crescita del paese e soprattutto quasi due volte gli aumenti salariali generati dai rinnovi contrattuali.
Questo significa che per finanziare la stessa Legge di bilancio 2027 servono al governo quasi 15 miliardi in più. In altre parole, per sostenere una spesa pubblica già largamente insufficiente servirebbe in pratica quasi un’altra finanziaria.
Per evitare ciò bisognerebbe non rispettare il vincolo europeo del 3% di rapporto tra deficit e Pil, abbinato ad drastica riduzione della spesa per il riarmo e ad un abbattimento del costo degli interessi, che invece sembrano destinati a salire per volontà della stessa Bce.
L’alternativa, che sembra quella perseguita dalla maggioranza di destra, è costituita dalle privatizzazioni, dai tagli ulteriori alle spese sanitaria, previdenziale e dell’istruzione.
In realtà la vera alternativa, oltre ovviamente al radicale cambiamento delle regole dell’austerità europea, sarebbero una vera riforma fiscale per avere un gettito adeguato e una politica energetica che non contribuisca ad accrescere l’inflazione, come sta avvenendo.
Solo per citare un esempio in tal senso basta ricordare che l’Italia pur avendo un’ottima capacità di raffinazione importa il 30/35% del gasolio e continua a produrre elettricità dal gas perché i grandi colossi energetici, di fatto nelle mani della finanza internazionale, fanno queste scelte, costosissime per gli italiani.
Peraltro, le rilevazioni persino della Bce, fanno notare che circa il 45% dell’inflazione nell’Eurozona dipende dai profitti delle imprese che hanno scaricato i costi, a cominciare dall’energia, sui consumatori.
Siamo davvero in una fase cruciale per cui servirebbero politiche pubbliche radicalmente diverse contro l’impoverimento generalizzato.
La Destra sembra aver capito che questo è il tema destinato a scatenare il conflitto sociale e prepara la cultura e gli strumenti della repressione.
Fonte
20/07/2026
Il pilota automatico nelle prossime elezioni presidenziali francesi
In un intervento pubblicato su Le Monde quattro importanti economisti francesi mettono il dito nella piaga dei conti pubblici d’Oltralpe, affermando che stabilizzare in maniera durevole il debito presupporrebbe “un aggiustamento di 125 miliardi alla fine del prossimo quinquennio”, ossia l’equivalente del doppio del budget dell’educazione nazionale, per avere un termine di paragone.
Il quinquennato è del resto l’arco temporale della presidenza della Repubblica, le cui le elezioni si terranno il prossimo anno (primo turno il 18 aprile e ballottaggio il 2 maggio), segnando la fine dei due mandati di Macron.
L’elezione diretta del Presidente è un architrave della V Repubblica, avviata da de Gaulle nel 1958 con un colpo di mano costituzionale in piena Guerra d’Algeria; dal 2002 si svolge ogni 5 anni, invece di sette.
Di fatto, in particolare sotto Macron, il Presidente è contemporaneamente Capo dello Stato e un premier “informale”, che attua il suo programma attraverso dei capi dell’esecutivo di sua scelta, usati come “fusibili” di fronte all’opinione pubblica nei momenti di crollo del consenso, sia davanti a poderosi movimenti sociali che di fronte alla sfiducia del Parlamento.
Questi poteri gli sono stati conferiti più per la consuetudine politica che si è instaurata – con il beneplacito della UE – ma non farebbero parte delle sue prerogative costituzionali, mentre il “rischio di ingovernabilità” è sempre dietro l’angolo se un esecutivo, come in questo caso, non gode di una solida maggioranza parlamentare.
Come afferma Armel Le Divellec, professore di diritto pubblico, in un dibatto su cosa bisognerà attendersi dalle presidenziali, ospitato da Le Monde: “Certo, può nominare un governo, ma questo resta politicamente responsabile di fronte ai deputati, che possono rovesciarlo, come hanno sperimentato, Michel Barnier e François Bayrou, a qualche mese di distanza”, (rispettivamente nel dicembre 2024 e nel settembre 2025).
Teoricamente, l’attuale composizione parlamentare – se il prossimo presidente della Repubblica non indirà elezioni – potrebbe durare fino all’estate del 2029, ma è un’ipotesi piuttosto improbabile.
Il nuovo presidente o la prima presidente donna sarà praticamente costretto/a ad indire nuove elezioni politiche con tutti i rischi del caso, così come fece Mitterand nel 1981 e nel 1988.
Come ha sperimentato sulla sua pelle Macron dal 2022 – ma i francesi molto più di lui – non è affatto detto che una maggioranza parlamentare coerente possa emergere dalle elezioni politiche, né che il governo abbia uno straccio di maggioranza parlamentare su cui appoggiarsi, dovendo perciò applicare di volta in volta ogni tattica per stare a galla, magari cooptando pezzi importanti di personale politico dei partiti “a vocazione governativa” con generose offerte di poltrone, come avvenuti con i gollisti.
Data la situazione – instabilità istituzionale permanente, accresciuta polarizzazione politica, estrema frammentazione del quadro della rappresentanza – è chiaro che l’attuale blocco di potere e le oligarchie dell’Unione Europea, al di là di chi sceglieranno come candidato, hanno bisogno di sfruttare la “solidità” del regime presidenziale, preparando sin da subito il terreno per l’accettazione di una sorta di “pilota automatico”.
La loro necessità è infatti blindare a livello pluriennale le scelte strategiche della Francia con una sorta di “commissariamento preventivo”, auspicando che – prima alle presidenziali e poi alle politiche – i francesi e le francesi non esprimano un voto davvero di rottura con questo tipo di corso politico, in perfetta continuità con la Macronie.
La Francia è una dei Paesi più inguaiati dell’Unione Europea, con un deficit pubblico superiore al 5% del PIL, con una crescita economica piuttosto modesta divenuta ormai cronica ed una accelerata propensione alla conversione bellica.
I quattro economisti intervenuti su Le Monde – N.Valla, X. Ragot, X. Jaravel e J.L. Tavernier – quando affrontano la questione delle spese pubbliche, allertano sul previsto incremento di quelle sanitarie dovute all’invecchiamento della popolazione e all’innovazione medica – con un preoccupante panorama di desertificazione sanitaria – così come quelle pensionistiche, oltre a quelle militari che seguono “una traiettoria ormai risoluta, decisa per la legge di programmazione”.
Escludono che si possa usare la “leva fiscale”, anche se è bene ricordare che il ripristino della patrimoniale – eliminata dal “presidente dei ricchi” nel suo primo mandato – è stata una delle richieste della sinistra e dei movimenti politico-sociali che hanno caratterizzato l’Esagono, e che una imposizione fiscale progressiva sia uno dei principi basilari per una ridistribuzione più equa degli oneri fiscali e una maggiore capacità di spesa pubblica.
Prospettano quindi la risoluzione di una difficile equazione politico-economica che metta mano all’efficienza dei conti pubblici, “senza rimettere in causa gli obiettivi di solidarietà che fondano il nostro modello sociale”. Una menzogna pura e semplice.
Un modello sociale che Macron ha ridotto a “carta straccia” nonostante l’opposizione di una serie di poderosi movimenti sociali, soprattutto durante il suo primo mandato, partito dalla lotta alle privatizzazioni ferroviarie fino a quella contro l’innalzamento dell’età pensionistica, passando per i Gilets Jaunes.
Rinviare la soluzione del problema non sembra essere una decisione auspicabile: “posticipare gli aggiustamenti non li renderà meno dolorosi, ma semplicemente più brutali”.
Insomma il quartetto – composto tra l’altro dai direttori di due delle maggiori istituzioni francesi di analisi e strategia economica, nonché da un ex direttore dell’INSSE – è chiaro: una vera e propria mannaia dovrà abbattersi sui conti pubblici ed i francesi devono abituarsi alla catastrofe.
Ma non si tratta di una collaborazione occasionale per scrivere una propria opinione su un quotidiano. Questo quartetto era già stato selezionato dagli attuali ministri Lescure e Amiel – rispettivamente all’economia e alla spesa pubblica – per un rapporto indipendente lanciato a fine maggio per “chiarire le traiettorie di revisione delle finanze pubbliche”.
La loro previsione, particolarmente pessimista sui conti pubblici da qui al 2030, è quindi finalizzata ad indirizzare le scelte già di questo governo nell’affrontare il budget per il prossimo anno.
Insomma la “cura da cavallo” dovrebbe iniziare già quest’anno e guardare agli anni prossimi, per così dire blindando le scelte dei prossimi governi e, di fatto, dare un indirizzo ferreo al dibattito su questioni strategiche per la campagna elettorale, delegittimando qualsiasi altro orientamento che metta in discussione lo smantellamento di ciò che rimane dello Stato sociale, propugni una tassazione progressiva o auspichi uno sbocco politico diverso da una sostanziale riconversione bellica dell’apparato produttivo.
Stando ad un più limitato lasso di tempo, l’attuale governo Lecornu – che non gode di una maggioranza all’Assemblea nazionale – si riserva di adottare qualsiasi leva istituzionale per fare passare quella che sarà la prossima legge di bilancio, anche ricorrendo al famigerato articolo 49.3 che consente l’approvazione di una legge senza voto, ma con il rischio concreto di vedersi poi sfiduciati e costretti alle dimissioni.
L’attivazione del 49.3, infatti, rende più agevole la possibilità di richiedere una “mozione di sfiducia”.
L’intervento dei quattro economisti segue peraltro quello di Olivier Blanchard, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, sempre su Le Monde.
Blanchard definisce “fallimentare” il processo budgetario, che accrescerebbe così il rischio di una crisi del debito.
Auspica una “riforma in profondità” che dovrebbe essere al centro delle proposte dei candidati alle elezioni presidenziali.
In maniera complementare ai suoi colleghi, Blanchard, propone sei principi ispiratori:
- un budget pluriennale che “blindi” la politica economica dell’esecutivo, che si doti di uno strumento per valutare i rischi prefigurando gli scenari e le ricadute immediate e future delle manovre effettuate;
- e ne consenta eventuali rettifiche, ma non di nomina governativa;
- un organismo “indipendente” che ne valuti l’efficacia, un sorta di conseil budgétaire, autonomo dall’esecutivo;
- la stabilizzazione pluriennale del debito al fine di ridurlo. Si noti che la cifra di questo aggiustamento pluriennale (120 miliardi), è praticamente identica a quella indicata dagli altri economisti.
- una certa duttilità nell’applicazione dei principi in periodi straordinari, presupponendo scelte che in parte mettono in discussione alcuni orientamenti già decisi. Si vede qui che il costante ritorno del “Cigno Nero”, al di là delle previsioni effettuate, avrà lasciato qualche segno anche nell’approccio degli analisti economici liberisti;
- una rimodulazione del rapporto tra investimenti pubblici e debito, separando chiaramente gli investimenti dalle altre spese (una riedizione del “debito buono” contro quello “cattivo”, di Mario Draghi).
Afferma il professore parigino, peraltro e membro del Peterson Institute for International Economics di Washington, che “la Francia non solo deve ridurre il proprio deficit, ma anche investire massicciamente, dalla difesa alla lotta contro il cambiamento climatico”.
Per l’ex capo-economista del FMI (dal 2008 al 2015), non c’è bisogno di stravolgimenti costituzionali ma della revisione della legge organica relativa alle leggi finanziarie. Un’ipotesi che l’attuale esecutivo ha scartato per quest’anno, ma che è chiaramente al centro del dibattito sugli strumenti di gestione economica della spesa pubblica, che forse – aggiungiamo noi, con un pizzico di malizia – giace probabilmente come bozza in un cassetto di qualche esperto, o gruppo di esperti, propensi a “salvare il Paese dal tracollo economico”.
Insomma l’esecutivo dovrebbe limitate capacità di manovre ogni anno, rispetto a scelte di fondo che andranno pianificate e monitorate da organismi non di espressione governativa “tecnici”, insomma. Cioè obbedienti ad altre volontà, estranee a quella “popolare”.
Torneremo, con altri contributi, sull’attuale “offerta politica” riguardo alle presidenziali, specie per ciò che concerne la sinistra radicale.
Per ora il quadro dei possibili candidati/e è piuttosto affollato, ma sono solo due quelli che hanno annunciato la candidatura ed hanno la concreta possibilità di andare al ballottaggio. Si tratta dello storico leader de La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, che a 74 anni ha lanciato per la quarta volta la sua candidatura all’Eliseo, fin dal 3 maggio di quest’anno, e Marine Le Pen che – nonostante le sue note vicende giudiziarie (ormai affidate alla Cassazione) ha annunciato la sua candidatura il 7 di luglio.
Difficile, ma non impossibile, pensare che nel quadro convulso delle altre formazioni politiche e di generale delegittimazione delle due “storiche” polarità francesi – “socialisti” e gollisti – la sfida tra la sinistra radicale e l’estrema destra non sia l’unico campo di gioco delle elezioni presidenziali (e probabilmente poi politiche) sullo sfondo di un crisi organica nel cuore della UE.
Fonte
12/07/2026
L’agenda atlantica si può strappare
di Emiliano Brancaccio
Per un’istituzione che pochi anni fa Trump considerava «obsolescente» e Macron reputava affetta da «morte cerebrale», la Nato sta dando prova di inattesa resilienza. Ad Ankara i membri dell’alleanza atlantica hanno tutti ribadito l’obiettivo cruciale: la cosiddetta spesa per la difesa deve salire al 5 percento del Pil entro il 2035, un incremento complessivo di oltre 1200 miliardi di dollari.
Nel caso dell’Italia, Meloni e Giorgetti avevano già assunto l’impegno di portare la spesa militare al 2,5 percento del Pil nel 2028, un aumento di ben 40 miliardi rispetto al 2020. Ma non basta. Al vertice Nato, Meloni ha dovuto ribadire il target del 5 percento, che porterà il finanziamento della difesa su un picco da 150 miliardi.
Per avere un ordine di grandezza, si tratterebbe del più vertiginoso incremento mai registrato da una specifica voce di spesa pubblica dal dopoguerra ad oggi, un multiplo del tanto lamentato aumento dell’onere pensionistico.
La spesa complessiva per la difesa supererebbe anche il tetto del 4 percento raggiunto nel 1952, in piena guerra fredda. Utilizzando le stime dell’Ageing Report della Commissione Ue, il bilancio della difesa diventerebbe tre volte più grande della spesa per l’assistenza, una volta e mezzo più grande della spesa per l’istruzione, quasi uguale alla spesa sanitaria.
Come sostenere un tale boom di spesa militare? Insufflata da Crosetto, Meloni timidamente puntualizza agli alleati Nato che l’obiettivo del 5 percento è cosa splendida e giusta, ma dovrebbe favorire più Leonardo che Lockheed, cioè più la produzione militare nostrana che l’importazione di armi americane. Anche per questo Trump le ruggisce contro.
Ammesso che riesca a trovare una quadra col capo della Casa bianca, il problema di Meloni sta nella flebile logica del ragionamento. Le speranze della premier sono riposte in una sorta di “riarmo keynesiano”, che aumenti la produzione nazionale, i redditi interni e quindi anche le entrate fiscali, abbastanza da finanziarsi da solo senza gravare troppo sulle altre voci di bilancio.
Vano auspicio, verrebbe da dire. Persino il Fmi, che impudicamente ha sposato la causa bellica, ammette che in larga misura la maggior spesa militare europea dei prossimi anni si tradurrà in importazioni dall’apparato militare-industriale Usa.
L’implicazione macroeconomica è inquietante. Con le regole attuali, rispettare gli impegni Nato ad aumentare la spesa per la difesa significherà determinare un abbattimento di portata storica delle altre voci di bilancio: nuovi tagli su assistenza, previdenza, istruzione, ricerca e sanità, che dovranno dare fino a 100 miliardi in una legislatura e poco più.
Se l’austerity aveva messo in ginocchio il welfare, la nuova economia del riarmo potrebbe cancellare ogni traccia della sua precedente esistenza.
Certo, si può obiettare che i più immani sacrifici sono benvenuti se servono a difenderci da aggressioni nemiche. Con l’invasore militare russo in perenne assetto di guerra e l’invasore economico cinese che si spande fino al Mediterraneo, rinunciare al burro per dotarci di cannoni pare a molti razionale, per non dire scontato.
Questa argomentazione, tuttavia, non tiene conto di un fatto. Il boom militare sancito dai vertici Nato si proietta in larghissima misura ben oltre i confini dei paesi membri. Dall’Ucraina, all’Iran, ai canali di transito marittimi, alle acque internazionali, l’attuale ottica del riarmo non pare affatto difensiva ma classicamente imperialista.
Ovviamente, chi nega che pure russi e cinesi abbiano vocazioni espansioniste non capisce niente delle attuali tendenze mondiali alla guerra capitalista. Ma bisogna ammettere che i capitali dei “nemici” stanno facendosi largo con brutalità ancora relativamente modesta, a confronto con la violenza codificata nel sangue dei milioni di morti che l’imperialismo occidentale ha causato nel mondo.
E qui viene la questione chiave, finora sottaciuta. Più si consolida la corsa Nato agli armamenti, più sembrano infiacchirsi i tentativi, che pure erano stati accennati, di intavolare trattative sulle profonde radici capitalistiche dei conflitti odierni e sull’urgenza di ristabilire “condizioni economiche per la pace” a livello globale.
In altre parole, abbracciare l’agenda Nato del riarmo sta implicando che la guerra, e solo la guerra, venga intesa quale unico mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Con le madri e i padri costituenti che sempre più si rivoltano nella tomba.
In un tale, orrido scenario, dovrebbe esser considerato lecito sollevare una domanda politica.
La politica del riarmo Nato, alla quale il governo Meloni si è sottomesso, costituisce un destino inesorabile? Si tratta cioè di una traiettoria governata da un “pilota automatico”? O è possibile immaginare un’uscita da questo sentiero di militarizzazione forzata?
È evidente che il problema consiste nella praticabilità o meno di uno sganciamento dall’unanimismo Nato in materia. I gradi del distacco, a tale riguardo, possono esser diversi. Un esempio morigerato è il tentativo del premier spagnolo Sánchez di appellarsi a un suo discusso scambio epistolare col capo della Nato su come parzialmente derogare all’obiettivo del 5 percento. Non sta trovando sponde ma almeno ha smosso la palude del “consensus”.
Un’ipotesi più forte sarebbe l’applicazione di veti alle prossime decisioni dell’alleanza atlantica, una strategia che negli ultimi tempi sta facendo la fortuna della Turchia. Più radicale ancora sarebbe una versione riveduta dello storico distacco dal comando militare integrato, sul modello della Francia del generale De Gaulle. All’estremo delle possibilità, infine, ci sarebbe la scandalosa uscita dalla Nato, in una posizione simile a Irlanda e Austria.
Il menu politico è vario, va dal prudente al sovvertente. Si tratta di capire quale ricetta consenta di dire “no” agli irresponsabili impegni di spesa militare, prima che mandino i bilanci pubblici allo scasso. Ne vogliamo discutere?
Fonte
08/07/2026
Il MES torna a parlare, per indorare la pillola del riarmo
Il primo rapporto di questa nuova serie di studi si intitola “Resilienza sotto pressione”, e guarda essenzialmente alle sfide che l’Eurozona si trova ad affrontare in questa congiuntura storica, a partire – e come ci si può sbagliare – dalla tenuta dei conti pubblici e dalla crescita economica.
Rolf Strauch, capo economista del MES, ha affermato che “la resilienza non si sostiene da sola. In un mondo più incerto dipenderà dalla credibilità, dalla disciplina e dalle scelte politiche che vengono fatte oggi”. Tradotto: il percorso dei trattati europei va seguito alla lettera, pena una tempesta finanziaria, e in prospettiva le uniche spese concesse sono quelle militari.
Gli esperti del MES hanno evidenziato che lo spazio per manovre fiscali va ancor di più riducendosi, e dunque ogni “misura anticrisi deve essere temporanea e mirata”. Insomma, il modello di sviluppo, per quanto fallimentare, non si cambia, e a pagarne le conseguenze saranno le classi popolari. Ogni centesimo libero sarà speso per la deriva bellicista del Vecchio Continente.
Il fatto che sempre più fondi saranno assorbiti dalla difesa e della sicurezza è visto come processo da dare per scontato, necessario e inevitabile. Viene poi calcolato che, per raggiungere i target richiesti dalla NATO (il 3,5% di spese militari in senso stretto), l’eurozona dovrà investire circa 45 miliardi di euro in più ogni anno, fino al 2035.
Il MES chiarisce anche gli indirizzi preferibili per questa spesa. Se i fondi finiranno a fornitori europei e in progetti ad alta intensità di ricerca e capitale, fino a 53 centesimi di ogni euro investito torneranno indietro sotto forma di crescita e gettito fiscale a lungo termine. E qui c’è il primo evidente nodo di una scelta politica, pensata in funzione di una UE capace di essere attore globale per mezzo delle armi, e a discapito di lavoratori, pensionati e, soprattutto, i più giovani.
Un moltiplicatore fiscale, cioè il rapporto tra l’effetto sul PIL e l’incremento della spesa pubblica, che nel migliore dei casi permette un ritorno della metà di quanto speso è tutto fuorché un viatico alla crisi. L’anno scorso, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio calcolava dati simili, mentre la Banca d’Italia segnalava che investimenti in capitale pubblico hanno un moltiplicatore fiscale tra l’1,2 e l’1,8 sul medio periodo.
Detto in parole povere, il riarmo europeo sarà uno straordinario spostamento di ricchezza sociale, raccolta con i vari strumenti di cui dispone lo stato, verso le multinazionali della difesa, con effetti economici risibili rispetto a quelli che si potrebbero ottenere rilanciando lo sviluppo infrastrutturale e della proprietà pubblica, intesa in senso lato.
Quella del riarmo, insomma, è una scelta totalmente “anti-economica”, se volessimo ragionare secondo la patina “tecnica” che le classi dirigenti nostrane affibbiano alle proprie scelte politiche. Riarmo e difesa europei, invece, rappresentano la strada strategica imboccata dalla UE, ovvero quella di affidare alla guerra la definizione degli equilibri futuri a livello mondiale, e dunque anche il futuro dei popoli su cui governa.
Ciò è confermato da altri due fattori che, sempre secondo gli esperti del MES, rendono complessa la condizione dell’eurozona in questa fase storica. Da una parte, c’è il conflitto contro l’Iran e le interruzioni delle forniture energetiche che ha prodotto: l’aumento ulteriore dei prezzi di gas e petrolio minerebbe in profondità quel che rimane della competitività europea.
Dall’altra, c’è una sostanziale esposizione degli investitori europei a potenziali correzioni dei mercati statunitensi, in cui i titoli continuano a essere gonfiati rispetto al loro valore reale, soprattutto in virtù della bolla finanziaria sull’IA. Ecco quel che succede quando uno strumento dall’enorme potenziale per migliorare le condizioni di lavoro viene interpretato come terreno di speculazione.
Entrambi questi fattori sono parte integrante del modello economico e dell’allineamento strategico ribadito ogni giorno da Bruxelles: finanziarizzazione come risposta alla crisi, interconnesione con Washington, sostanziale complicità quando si tratta di sostenere aggressioni imperialiste, attraverso e in virtù degli accordi stretti in ambito NATO.
In pratica, la UE si è cacciata con le proprie mani in un vicolo cieco che porta inevitabilmente alla guerra, e lo spaccia come soluzione al proprio fallimento. Il MES è intervenuto per affermare ai quattro venti, di nuovo, che “there is no alternative”... ma nei fatti, ha messo in chiaro che alternative ce ne sono, eccome.
Fonte
06/06/2026
Con Il PNRR aumenta il vincolo esterno. Una “garrota” della Ue da cui liberarsi
Quando si parla, spesso a casaccio, dei fondi del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) si parla di una cifra intorno ai 200 miliardi che l’Italia avrebbe ricevuto dell’Unione Europea per “far ripartire il paese” dopo lo shock della pandemia di Covid-19 tra il 2020 e il 2021.
I circa 200 miliardi (194,4 per l’esattezza) sono la somma del programma Next Generation EU destinato al nostro Paese. Ma quei fondi non sono tutti uguali. I finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ammontano a 194,4 miliardi di euro, di cui però 122,6 miliardi sono prestiti da restituire e 71,8 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto. Quindi il 63% è nuovo debito pubblico che dovrà essere restituito, e con gli interessi.
A certificare l’inettitudine della classe dirigente nel nostro paese, l’Italia e la Polonia sono gli unici due Stati membri della Ue per i quali la quota di prestiti (e quindi dei futuri debiti) supera quella delle sovvenzioni a fondo perduto. Al contrario, la Spagna ha incassato quasi 80 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto contro i nostri 72, scegliendo però di non accollarsi la componente a debito.
La prima rata dei prestiti ricevuti con il PNRR – circa 11 miliardi – dovrà cominciare ad essere restituita a partire dal maggio 2033 e così sarà fino al maggio 2052. Venti anni di “cambiali” da non mandare in protesto.
I fondi europei del Next Generation Eu, dunque, non sono stati un regalo ma un prestito da restituire, e in Italia lo saranno ancora di più per la stoltezza strategica della classe dirigente.
Di Draghi e Meloni in particolare (al povero Conte non hanno fatto neanche toccare palla), anche se il primo ha molte più responsabilità della seconda nella definizione dei progetti e delle forme del finanziamento che ha ulteriormente stretto la tagliola intorno alla gola del Paese con un nuovo e più pesante vincolo esterno.
L’Italia, inoltre, è da sempre un contributore netto per l’Unione Europea. In sostanza versa a Bruxelles più di quanto riceve.
Sulle risorse ordinarie del bilancio europeo – senza contare il PNRR – l’Italia è da sempre un contributore netto. Nel 2022, ultimo anno di riferimento consolidato, ha versato circa 16,7 miliardi di euro e ne ha ricevuti 14,3, con un saldo negativo di quasi 2,4 miliardi. Ancora alla fine del 2025 il nostro Paese figurava al terzo posto fra i contributori netti dell’Unione Europea, più dell’Italia fanno solo Germania e Francia. Dunque versiamo più di quanto incassiamo.
L’unico anno in cui questa rapporto si è ribaltato è stato il 2021, in piena pandemia Covid-19, quando – per la prima volta nella storia – l’Italia è diventata beneficiaria netta con un saldo positivo di circa 8,6 miliardi nei confronti dell’Unione Europea.
Questo ribaltamento è dipeso interamente dal PNRR. Senza il Next Generation EU, anche nel 2021 l’Italia avrebbe versato a Bruxelles più di quanto riceveva.
È dunque completamente sballata la narrazione retorica secondo cui “il nostro paese riceve più di chiunque altro”. Nella storia dei rapporti tra l’Italia e la Ue questo è avvenuto una sola volta e sulla base di un provvedimento straordinario, temporaneo, in scadenza nel 2026, e composto nella sua maggioranza da un debito da restituire. Cioè un vincolo esterno ancora più forte.
Il PNRR infatti non è un “pasto gratis”: è un dispositivo di governo. I fondi vengono erogati a rate e ogni rata è subordinata al conseguimento di traguardi e obiettivi negoziati con Bruxelles.
Il piano italiano è oggi articolato in 575 fra traguardi e obiettivi. Ad oggi la Commissione europea ha versato circa 153 miliardi avendo verificato 366 obiettivi, poco più del 64%. Ogni rata arriva contro la prova di una riforma completata, di un decreto approvato, dei tempi di un cantiere raggiunti entro la scadenza prevista. Finanche del cantiere per quasi 1,5 milioni di euro per ristrutturare una scuoletta in una frazione del reatino in cui non da anni non ci sono più alunni perché è spopolata.
E qui sorgono due domande:
1) i soldi del PNRR che dovremo restituire sono stati spesi bene?
2) Questo vincolo esterno è veramente positivo o è uno strumento di controllo, strangolamento ed infine una pesante limitazione della democrazia di un paese?
L’esperienza raccontata da Yanis Varoufakis, che è stato ministro delle Finanze della Grecia massacrata dalla Troika europea nel 2015, afferma che i prestiti europei non sono mai soltanto prestiti, ma strumenti di disciplina che subordinano la sovranità di bilancio di un paese a una governance esterna: quella di Bruxelles.
Nel caso di un paese come l’Italia che cresce poco (le stime sono dello 0,5 anche per il 2026) e ha un enorme debito pubblico, la cosa si rivela ancora più pesante.
Nel 2025 il PIL dell’Italia è aumentato dello 0,5%, meno del deludente 0,7% del 2024, mentre il rapporto debito/PIL è risalito al 137,1% dal 134,7% dell’anno precedente.
È sempre bene rammentare che, quando nel 1992 sono iniziate le misure “lacrime e sangue” per abbattere il debito pubblico, il debito era allora “solo” al 105% del PIL. Oggi dopo ventiquattro anni di tagli ai servizi, privatizzazioni, blocco dei salari, aumento di imposte e tasse, è salito al 137%. È evidente che si è trattato di una strategia fallimentare che però ha devastato e ridotto la domanda interna (salari, investimenti, consumi) come leva per lo sviluppo economico.
Non solo. Negli ultimi anni la stretta monetaria della BCE ha alzato il costo del denaro per le imprese e le famiglie proprio mentre la domanda interna continuava ad indebolirsi. Ci sono poi le regole che impediscono gli aiuti di Stato che hanno limitato la capacità del governo di sostenere i settori industriali in difficoltà, ed infine i vincoli di bilancio (rafforzati nel 2012 con la modifica dell’art.81 della Costituzione, che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio, ndr) che hanno ristretto lo spazio per gli investimenti pubblici.
Lo Stato, nella dottrina competitiva interna prevista dai Trattati europei, viene ritenuto un “distorsore” del mercato e dell’iniziativa privata da tenere alla larga dall’economia, mentre si tratta del principale motore della stessa. Una politica industriale degna di questo nome richiede capacità di spesa e di indirizzo che le regole europee tendono invece a comprimere o a negare. Unica eccezione in questo schema suicida è la recente deroga sulle spese militari.
L’Unione europea imbriglia il nostro paese dentro una gabbia di vincoli che era sbagliata quando è stata pensata e del tutto inadeguata per un mondo che ormai non esiste più.
Persino un premio Nobel come Joseph Stiglitz ha scritto un intero saggio per sostenere che l’euro, così com’è stato concepito – moneta unica ma senza unione fiscale e politica – abbia danneggiato più che aiutato le economie più deboli dell’eurozona, togliendo loro gli strumenti di aggiustamento economico senza fornirne di alternativi.
Infine, a complicare le cose, oltre quelle già complicate dalla sottomissione ai vincoli imposti dall’Unione europea, sono arrivati i “cigni neri” ossia gli eventi imprevisti.
Il primo era stata la pandemia di Covid-19 nel 2020/2021 alla quale, come abbiamo visto, è stato risposto iniettando finanziamenti ai paesi europei.
I secondi sono state i doppi shock energetici dovuti alla guerra in Ucraina nel 2022 e poi a quella contro l’Iran nel 2026.
Nel rapporto sulla competitività dell’Unione presentato nel settembre 2024, Mario Draghi ha affermato che i prezzi dell’elettricità per l’industria europea sono oggi superiori da due a tre volte rispetto a quelli di Stati Uniti e Cina, e che storicamente i prezzi al dettaglio dell’elettricità nell’UE sono stati fino all’80% più alti di quelli statunitensi. Inevitabile che la produzione industriale nell’Unione Europea si sia contratta, su base tendenziale, per diciotto mesi consecutivi tra il 2023 e il 2024.
L’Italia usufruiva per quasi il 40% del gas che arrivava dalla Russia, si trattava di circa 29 miliardi di metri cubi l’anno, e il metano pesava per oltre il 40% tanto sul nostro mix energetico quanto sulla produzione di elettricità. Nessuna grande economia europea, con l’eccezione della Germania, era altrettanto esposta. E il gas russo era anche il più conveniente arrivando attraverso i gasdotti, con contratti di lungo periodo.
A causa della sanzioni adottate contro la Russia, nel 2024 il gas russo in ingresso era crollato dell’80%, a 5,5 miliardi di metri cubi, meno del 9% dei consumi. E dal 1° gennaio 2025, con la scadenza del contratto di transito attraverso l’Ucraina, anche quella residua fornitura è stata interrotta.
Il gas russo perduto è stato rimpiazzato con GNL – gas liquefatto in larga parte statunitense – e con forniture dall’Algeria e dall’Azerbaijan più costose del metano russo. Conseguenze? Nel 2024 il prezzo medio dell’elettricità alla Borsa italiana ha toccato i 108 €/MWh, contro i 78 della Germania, i 63 della Spagna, i 58 della Francia; a gennaio 2025 il prezzo unico nazionale viaggiava intorno ai 139 €/MWh, a fronte dei circa 61 registrati negli Stati Uniti.
Per riempire il vuoto dovuto allo stop del gas russo a causa delle sanzioni, l’Italia si è dissanguata per tappare una falla aperta da una crisi geopolitica e amplificata da una scelta energetica sbagliata.
Soldi pubblici evaporati per pagare la bolletta di una guerra in cui non volevamo e non dovevamo essere coinvolti. Ma nella quale l’Unione europea intende trascinarci, stringendo ancora più una garrota alla gola del paese che oltre all’austerity può portarci anche alla guerra.
Fonte
02/06/2026
La troika si mobilita, di nuovo
Io non so perché il conduttore della trasmissione televisiva “Che tempo che fa” abbia posto a Christine Lagarde, Presidente della Banca centrale europea, le domande che le ha posto. Lo avrà fatto per tanti motivi ma, comunque, non è importante rifletterci perché erano domande fuori luogo, nate da chi sa quale contorto processo mentale.
Il tema rilevante è un altro: Christine Lagarde non doveva essere lì a rispondere a quelle domande. Sembra incredibile che la Presidente della Banca centrale europea sia andata in una trasmissione televisiva italiana ad esprimere le proprie opinioni su un tema che non rientra nella sua sfera decisionale, bensì in quello della Commissione europea. Che abbia dichiarato la sua contrarietà a concedere all’Italia la possibilità di accedere alla ‘clausola di salvaguardia’ per derogare ai vincoli sul bilancio pubblico fissati dal “Patto di stabilità e crescita”.
Dov’è finita la mitica discrezione dei banchieri centrali?
Dov’è finita la mitica divisione dei poteri delle democrazie liberali europee?
I bilanci pubblici di gran parte dei Paesi membri dell’Unione europea sono sotto stress – e lo saranno per molti anni ancora – a causa del piano pluriennale di riarmo che è stato deciso di attuare. Lo sono persino i bilanci pubblici della Germania, della Francia e dell’Italia, le tre più grandi economie dell’Unione.
Per facilitare il riarmo riducendo lo stress (politico) che il consistente aumento della spesa militare comporta, la Commissione europea ha deciso di permettere ai Paesi di chiedere la deroga ai vincoli del “Patto di stabilità e crescita”. 18 Paesi l’hanno chiesta e ottenuta, tra i quali Germania e Francia. L’ha chiesta anche l’Italia. E Christine Lagarde si precipita in Italia a dire in televisione che la Commissione europea non dovrebbe accettare la richiesta.
Pur trovandosi nella ‘procedura di infrazione’ per deficit pubblico eccessivo, l’Italia può chiedere di utilizzare la clausola di salvaguardia, e spetterà poi alla Commissione europea decidere se concederla o meno. Un deficit eccessivo di un niente, comunque: attualmente il suo disavanzo pubblico è stimato al 3,1%, lo 0,1% oltre il limite massimo. Ma la Presidente della Banca centrale europea ammonisce che le regole devono essere rispettate. In questo caso, tuttavia, non c’è nessuna regola da rispettare, piuttosto una valutazione complessiva che spetta alla Commissione europea.
L’Italia ha fatto richiesta di accedere alla clausola di salvaguardia e derogare ai vincoli del “Patto di stabilità e crescita” – con la consueta confusione e vittimismo, certo, facendo finta di non sapere quanto sia grande, se solo lo volesse esercitare, il peso politico che avrebbe nel Consiglio europeo, considerata la sua dimensione demografica ed economica. Comunque, ora sta negoziando con la Commissione europea. La Presidente della Banca centrale europea non doveva permettersi nessun commento pubblico. Aveva canali istituzionali per esprimere direttamente alla Commissione europea la sua contrarietà alla concessione della deroga.
Ma di quali regole parla Christine Lagarde? L’Italia ha accumulato nel tempo un debito pubblico ben oltre il doppio di quello che secondo le regole del “Patto di stabilità e crescita” dovrebbe avere in proporzione al prodotto lordo. Dovrebbe essere il 60%, ma ha raggiunto il 143%. Però, la si tiene nella procedura di infrazione perché il suo disavanzo pubblico è dello 0,1% oltre il limite.
Ma, chi si è preoccupato delle regole quando, con l’approvazione del PNRR, si è permesso all’Italia di fare circa 120 miliardi di debito? Un’anomalia tanto clamorosa, ma passata inosservata nel dibattito pubblico: la Francia, la Germania e la Spagna (e molti altri Paesi membri) hanno formulato PNRR che non prevedevano neanche un euro di prestito dall’Unione europea.
In Italia la ‘crisi fiscale’ che si trascina da decenni è arrivata al punto di rottura con il Governo Draghi, e il Governo Meloni non ha capito che cosa aveva ereditato. Lo sta capendo in queste settimane, mentre inizia la fase finale della legislatura e si sta entrando in campagna elettorale. Il cerchio si stringe, e Meloni non sa che fare. A sottolineare il fallimento del Governo Meloni entra in gioco in modo irrituale la Banca centrale europea. Interviene anche il Fondo Monetario Internazionale che, preoccupato per bassa crescita e debito pubblico, suggerisce ‘decisive’ misure di politica economica. E, infine, la Commissione europea. La ‘troika’ si mobilita – di nuovo.
Puntualmente, con la ‘troika’ si mobilita anche la tecnostruttura giornalistico-accademica italiana. Leggo oggi su “La Stampa” uno dei suoi più autorevoli membri affermare, tempestivamente, che fare ora più debito peggiorerebbe la situazione delle “donne e dei giovani”. Quello fatto recentemente, invece? Nesso causale misterioso: verità sciamaniche. È iniziato il dibattito pre-elettorale, e la ‘troika’ ha già dettato i temi da svolgere.
L’Italia non è in grado di attuare il piano di riarmo che ha sottoscritto. Non ha le risorse per farlo. (Anche Paesi come Francia e Germania non le hanno e devono indebitarsi – e ridurre la spesa sociale). Inoltre, la crisi energetica ha peggiorato la situazione. In questi anni l’Italia si è indebitata per effettuare gli investimenti previsti dal PNRR ma non ha effettuato, se non in minima parte, quelli previsti dai Fondi strutturali.
La ‘troika’ fa notare che sono lì le risorse finanziare utilizzabili per attuare il piano di armamenti e per superare la crisi energetica. Ma, per realizzare quegli investimenti, l’Italia – come d’obbligo – deve cofinanziarli e le risorse non le ha.
L’Italia avrebbe ora bisogno di un dibattito pubblico – di un giornalismo – capace di declinare la drammaticità della situazione.
Fonte
23/05/2026
Che cosa implica seguire la folle “dottrina” comunitaria del rigore
Il lettone Valdis Dombrovskis, commissario europeo per l’Economia (con deleghe anche a Produttività, attuazione e semplificazione) nella “squadra” von der Leyen, ha dichiarato, a margine delle pessime previsioni sull’andamento dell’economia europea nel 2026 e nel 2027, che l’unica strada è quella dell’austerità: poca spesa pubblica, poco debito e “cautela”.
Per capire la follia di queste posizioni è utile fare riferimento proprio ai numeri forniti dalle “stime di primavera” della Commissione. La “crescita” nel 2026 sarà secondo lo scenario migliore dell’1,1% e in quello peggiore dello 0,5%, mentre nel 2027 dovrebbe “salire” all’1,4 nell’ipotesi migliore e allo 0,7 in quello peggiore. Dunque, l’economia dell’Ue, stando alle valutazioni della stessa Commissione, è inchiodata allo 0%, peraltro con il rischio reale di peggioramenti severi qualora la crisi di Hormuz non si esaurisse rapidamente.
Ancora secondo i dati della Commissione, questo ridottissimo incremento del Pil è dipeso quasi interamente dall’effetto dell’intervento pubblico del PNRR, che garantisce una spinta almeno dello 0,4%: quindi senza l’intervento pubblico – e sottolineo pubblico – l’affanno sarebbe asfissia totale.
Ma la sequenza di dati eloquenti non finisce qui. Nel 2026 saranno molto probabilmente 11 gli Stati europei in cui il rapporto deficit/Pil risulterà superiore al 3% e che finiranno in procedura di infrazione: tra questi figurano la Francia, l’Italia, la Polonia, la Romania e persino la Germania. È significativo notare che tra i Paesi “virtuosi”, cioè sotto il 3%, compaiono il paradiso fiscale dell’Irlanda e i grandi beneficiari netti di finanziamenti europei come Lettonia, Lituania, Estonia e Croazia.
Alla luce di questi dati la domanda che sorge spontanea è semplice: che cosa significa per i Paesi che non rispettano il vincolo del 3% seguire la “dottrina” Dombrovskis-von der Leyen del rigore? Significa correggere i propri conti pubblici dello 0,5% del Pil l’anno. Per l’Italia, ad esempio, vuol dire un taglio di 10-11 miliardi di euro, da reperire sottraendoli, in primis, alla spesa per il welfare e per gli investimenti pubblici. Estesa a tutti gli 11 Paesi che stanno violando la regola europea, questa prospettiva si traduce in decine di miliardi tolti ad ogni possibilità di miglioramento delle condizioni economiche solo per rispettare un vincolo del tutto privo di senso.
Peraltro proprio l’esperienza del PNRR dimostra che solo gli investimenti pubblici tengono in piedi il Paese. Ma perché la regola europea è priva di senso? La risposta è chiara. L’impianto dei vincoli europei dovrebbe servire ad evitare la crescita dell’inflazione e un maggior costo dei debiti pubblici: due condizioni che, attualmente, hanno ben poco a che vedere con il rispetto del Patto di stabilità. L’inflazione dipende infatti dall’aumento dei prezzi dell’energia e dei beni importati in Europa e non certo da un aumento dei consumi interni; quindi se per ridurre l’inflazione si punta ad azzerare, con l’austerità, i consumi si determina lo strangolamento della popolazione e del sistema produttivo europei. La seconda condizione riguarda l’aumento degli interessi sul debito pubblico. Questo aumento dipende, in questa fase, dalla forte lievitazione dei rendimenti del colossale debito degli Stati Uniti che fa concorrenza ai debiti del resto del mondo; ma si tratta di una concorrenza disperata perché il debito statunitense è fortemente in crisi proprio per la sua dimensione monstre.
In questo senso se gli Stati europei facessero più debito, garantito dalla Bce, avrebbero le risorse per finanziare nuovi Piani di intervento pubblico, in grado come il PNRR di spingere la domanda, senza che questo possa riverberarsi troppo sui tassi di interesse e soprattutto li renderebbe sostenibili attraverso l’incremento del Pil. Risulta così evidente che l’Europa di questa Commissione è devastante; anche perché il sospetto vero è che l’austerità punti alla distruzione degli Stati sociali per costringere la popolazione europea a destinare tutti i propri risparmi alla finanziarizzazione della Borsa americana dove stanno arrivando le tre operazioni del secolo. La quotazione di SpaceX, Anthropic e OpenAI, per cui serviranno 5.000 miliardi di dollari.
Fonte
07/05/2026
Romania - Sfiduciato il governo filo-Ue
Bolojan è membro del Partito Nazionale Liberale insediatosi al governo nel giugno 2025 con una coalizione composta dal suo partito, dai conservatori di destra dell’Unione Salvate la Romania, dal partito di destra della minoranza ungherese Unione Democratica Magiara di Romania e, appunto, dal Partito Socialdemocratico.
Ex presidente della Repubblica prima dell’europeista Dan, Ilie Bolojan era stato nominato primo ministro a giugno del 2025 con l’obiettivo di imporre le misure di austerity per ridurre il pesante deficit dello Stato (il 7,9%) e sbloccare così i fondi europei. Bucarest infatti è in procedura di infrazione a Bruxelles dal 2020 per eccesso di deficit.
A tale scopo il governo romeno aveva avviato misure molto impopolari, tra cui l’introduzione di nuove tasse, un tetto ai salari dei dipendenti pubblici e alle pensioni, l’aumento di IVA e accise, interventi sul sistema sanitario e amministrativo con l’obiettivo di tagliarne i costi.
In Parlamento, prima del voto, il primo ministro Bolojan aveva difeso le sue misure di austerity, definendo la mozione “ingannevole, cinica e pretestuosa. Ho scelto di fare ciò che era urgente e necessario per il nostro Paese”, aveva dichiarato.
Il Psd aveva lasciato il governo il mese scorso a causa delle tensioni dovute proprio alle impopolari misure di austerità. E in parlamento si è alleato con l’Aur, il principale partito nazionalista e antieuropeista (che attualmente risulta il primo con largo margine nei sondaggi – accreditato del 35% contro il 21% dei socialdemocratici) ed insieme hanno sfiduciato il governo di Bolojan.
Il leader del Psd, Sorin Grindeanu, ha dichiarato che dopo il voto in Parlamento Bolojan dovrebbe ora dimettersi, mentre è “dovere dei partiti responsabili trovare una soluzione”.
Il presidente della Romania, il filo-europeista Nicusor Dan, adesso dovrà incaricare un nuovo primo ministro e dovrà invitare i partiti a negoziare e tentare di ricostruire una coalizione sotto la guida di un altro membro del partito di Bolojan, oppure nominando un governo tecnico.
Il presidente Dan ha assicurato che la Romania manterrà il suo orientamento filo-occidentale, escludendo la possibilità di un governo nazionalista. “Le discussioni politiche saranno difficili, ma è mia responsabilità come presidente – e quella dei partiti politici – guidare la Romania nella giusta direzione”, ha detto ai giornalisti.
Da Bruxelles già si sono fatte sentire le ingerenze sullo scenario politico della Romania. Il Partito socialista europeo (PES), ha dichiarato di sostenere “la rapida formazione di un governo europeista con una leadership rinnovata”.
È bene ricordare che la Romania ha già attraversato una fase politica piuttosto turbolenta a cavallo tra il 2024 e il 2025, quando erano state annullate dalla Corte Costituzionale le elezioni presidenziali vinte dal nazionalista filo-russo Călin Georgescu per le “interferenze di Mosca nel voto”.
Il “secondo turno” aveva poi visto vincere il fronte europeista guidato dal sindaco di Bucarest Nicușor Dan ma, in questo caso, con le “interferenze dell’Unione Europea sul voto”. Ovviamente la Corte Costituzionale era riuscita a vedere – anche se non a dimostrare – solo le prime.
Dopo la Bulgaria ora anche la Romania sembra rompere l’idillio comunitario nell’Europa dell’Est. Appena il tempo di festeggiare la sconfitta di Orbàn in Ungheria che i problemi si sono ripresentati tutti, soprattutto quando l’opzione europeista coincide troppo spesso con le misure lacrime e sangue e i piani di austerity.
Fonte
23/04/2026
Contro l’austerità di guerra europea
Accettando il nuovo patto di stabilità e non opponendosi al restauro del vincolo del 3%, il Governo Meloni voleva ottenere il pieno riconoscimento di un ruolo guida a livello europeo, invece si è messo nei guai, assieme al paese che vorrebbe governare.
Il tetto al deficit è nato con il Trattato di Maastricht, che nel 1992 istituì l’Unione Europea. Quel vincolo faceva parte di tutte le restrizioni imposte dalla Banca centrale tedesca ai paesi “spendaccioni”, per avere l’onore di unirsi alla potenza economica tedesca.
Il Trattato di Maastricht prescriveva che il debito pubblico non dovesse mai superare il 60% del prodotto interno di un paese, e che il deficit tra entrate e uscite del bilancio pubblico annuale non potesse essere superiore al 3%, pena misure punitive economiche e sociali.
Erano vincoli stupidi, come li definì proprio l’europeista Romano Prodi, che poi li ha sempre rispettati. Ma quei vincoli hanno avuto una funzione di politica economica fondamentale: imporre, con l’austerità di bilancio, il liberismo, le privatizzazioni e lo smantellamento dello stato sociale. Tutti i paesi europei, con maggiore o minore pesantezza, hanno subìto questa politica, destra e sinistra si sono alternate nei governi, ma hanno sempre attuato le stesse scelte di fondo.
“Lo vuole l’Europa” è stato il mantra che ha accompagnato le controriforme; ed è proprio dalla devastazione delle conquiste sociali europee che le radici essiccate del fascismo hanno ricevuto nuova linfa.
Con la pandemia i vincoli di Maastricht erano stati sospesi, perché era impossibile che l’economia sopravvisse al combinato disposto tra arresto delle attività e austerità di bilancio. Lo stato doveva spendere per impedire il collasso economico.
Poi però tutta quell’esperienza è stata rimossa, e le élite politico finanziarie che comandano nella UE hanno imposto il ritorno ai vincoli di Maastricht.
In realtà questo ritorno è stato a metà, perché tutti gli Stati, compresi i “ virtuosi” del Nord e la Germania, hanno un debito pubblico ben superiore al 60% del PIL. Restava solo il famigerato “tre per cento” come principio guida, che veniva aggiornato con una aggravante. Infatti la UE, che ha deciso il folle aumento delle spese militari in obbedienza alla NATO e a Trump, ha anche permesso ai paesi che applicano il rigore di bilancio, di tener fuori dal deficit quello che si spende per le armi.
È chiaro l’orrore? Per la sanità, la scuola, i servizi sociali vale il vincolo del 3%, per cannoni, missili e droni no. È l’austerità di guerra europea, quella annunciata e propagandata da Draghi, che a suo tempo la sintetizzò con la battuta: per armarsi contro la Russia si può anche rinunciare ai condizionatori. A ben più dei condizionatori dovrà rinunciare la grande maggioranza della popolazione italiana.
Lo sforamento del patto di stabilità fa sì che l’Italia non possa mettere le spese militari fuori dal deficit di bilancio. Cosi il riarmo ci costerà due volte: perché ogni euro in più per le armi dovrà essere direttamente sottratto alla spesa sociale, E il Governo Meloni ha accettato che la spesa per armi arrivi fino al 5%del PIL. Ci rendiamo conto di che catastrofe per il nostro paese significhi il doppio vincolo dell’austerità di bilancio e del riarmo?
È bene ricordare che già oggi il bilancio dello Stato è in “attivo primario”. Cioè lo Stato prende dai cittadini in tasse e contribuiti PIÙ di quello che restituisce in servizi e stipendi. Il deficit è dovuto unicamente al fatto che tutto l’attivo del bilancio, più altro debito, serve a pagare gli interessi del debito pubblico.
Insomma il 3% di tetto al deficit di bilancio ed il 5% di obiettivo per la spesa militare sono insostenibili separatamente, distruttivi assieme.
Oggi più che mai la politica estera è anche politica interna e il vincolo euroatlantico, accettato da Meloni e non denunciato dal campo largo, ci porterà ad una mostruosa recessione economica.
Il solo modo per difendere davvero i salari e le condizioni di vita della popolazione è rompere con i vincoli UE e NATO e rifiutare l’austerità di guerra europea. Ogni altra politica ci porta verso il collasso sociale e la guerra.
Fonte
Romania in crisi. Il lato orientale dell’Unione Europea è in piena turbolenza
Il governo “europeista” della Romania è andato in crisi perché il Partito Socialdemocratico (PSD) – il maggiore partito della coalizione al governo a Bucarest – ha fatto venire meno il suo sostegno al primo ministro “europeista” Ilie Bolojan, aprendo così una crisi di governo.
Bolojan, che fa parte del Partito Nazionale Liberale (PNL) di centrodestra, è in carica come primo ministro dal maggio del 2025.
Il governo in carica ha imposto misure economiche ispirate al rigore di bilancio vincolate dagli 11 miliardi di euro di fondi Ue che dovrebbero arrivare solo se Bucarest rispetterà i dettami europei. La Romania è da tempo in grave difficoltà economica e dal 2020 il paese è sotto procedura per deficit eccessivo da parte della Commissione Europea.
Alle ultime elezioni presidenziali il candidato “europeista” – l’ex sindaco di Bucarest Nicușor Dan – aveva sconfitto al ballottaggio George Simion, il leader di Alleanza per l’Unione dei Romeni (AUR), che era in testa nei sondaggi e che adesso lo è diventato di nuovo.
Le elezioni in Romania furono caratterizzate da pesantissime ingerenze dell’Unione Europea sul risultato e sull’azione della magistratura che portarono all’esclusione dei candidati eurocscettici che erano in testa nelle intenzioni di voto.
I Socialdemocratici romeni si sono dichiarati delusi dalle politiche economiche del premier Bolojan e in particolare dall’aumento delle tasse, a cui attribuiscono il proprio calo nelle intenzioni di voto a vantaggio dell’Alleanza per l’Unione dei Romeni.
AUR ha dichiarato che a maggio presenterà una mozione di sfiducia, e i Socialdemocratici potrebbero fare lo stesso. Insieme avrebbero i numeri per fare approvare la sfiducia, facendo così cadere il governo gradito a Bruxelles.
Se le cose andassero in questo modo, Nicușor Dan, da un anno nuovo presidente della Romania dovrà rifare le consultazioni per formarne un nuovo governo, espressione probabilmente della medesima coalizione, di cui oltre a PNL e Socialdemocratici fanno parte i liberali dell’Unione Salva Romania (USR) e il partito della minoranza ungherese.
Dan ha dichiarato sin dal suo insediamento una sorta di conventio ad excludendum contro lo schieramento nazionalista e antieuropeista.
Fonte
15/04/2026
“Alle imprese più vincoli su salari, salute e ambiente: sul caro-bollette interventi del governo regressivi”
“Prebende. Sussidi fossili che rallentano la transizione ecologica, aiuti di stato: si sfonda la soglia del 150mld all’anno. Questa ideologia delle “regalie” pubbliche ha aggravato l’arretratezza del nostro sistema produttivo”.
Dopo la sconfitta referendaria, Giorgia Meloni e il suo governo si presentano in Parlamento in affanno. Le opposizioni intravedono l’occasione di una svolta, ma quale può essere il programma, quali i concreti obiettivi di una possibile alternativa al governo delle destre? Ne discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di economia politica alla Federico II, autore del volume Libercomunismo, uscito con Feltrinelli, e di un editoriale sul Manifesto che sta facendo discutere.
Professor Brancaccio, come giudica l’informativa della premier in Parlamento?
Ricordo che fino a poco tempo fa Meloni sponsorizzava Trump per il Nobel per la pace e il vicepremier Salvini si dichiarava orgoglioso di stringere la mano a Netanyahu durante il massacro di Gaza. Se oggi gli Stati Uniti e Israele insistono con le loro azioni devastatrici, è anche a causa di queste forme di subalternità da parte dell’Italia e di altri paesi compiacenti.
Al di là della questione giustizia, il referendum ha lanciato un messaggio contro questa disastrosa politica estera, che sta avendo pesanti ricadute anche sulla politica economica. Un’autocritica da parte di Meloni sarebbe stata opportuna. Non è arrivata.
In effetti, il nodo della politica economica si annuncia il più difficile di tutti. Meloni dice che ha fatto tutto il possibile contro il caro-bollette.
Gli interventi del governo sono regressivi, aiutano ricchi e poveri allo stesso modo e quindi in proporzione favoriscono i ricchi. Così non va bene.
Meloni però dice che le opposizioni non hanno un programma alternativo. In effetti già litigano sulla patrimoniale, Giuseppe Conte non la vuole.
Le opposizioni dovrebbero partire dalla realtà dei fatti. L’80 percento del gettito Irpef è a carico di lavoratori dipendenti e pensionati, solo il 10 percento è a carico dei redditi da capitale. Sono squilibri da paradiso fiscale. Una patrimoniale dovrebbe esser considerata un correttivo minimo di partenza, che dia inizio a una riforma più generale che sgravi salari e pensioni e aumenti il gettito fiscale da profitti e rendite.
Tra l’altro, il ministero dell’economia segnala che le risorse pubbliche scarseggiano. C’è il rischio che una possibile alternativa di sinistra sia subito soffocata da un ritorno dell’austerity?
Siamo al cospetto di un tipo di austerità anche più insidioso del passato. Ricordo che il ministro Giorgetti diede il consenso al nuovo Patto di stabilità europeo e subito dopo ammise che avevano approvato “il caos totale”. Una confessione imbarazzante, ma a ben vedere si sta rivelando anche peggio di un “caos”. È un quadro da “austerity di guerra”, che prosciuga le risorse statali per ecologia, sanità, istruzione, e invece lascia a briglie sciolte la spesa per il riarmo. Dovremmo iniziare a chiamarlo per quello che è: un “patto di instabilità bellica”.
È possibile cambiare le regole europee?
Persino Mario Draghi dichiara che l’Unione europea sopravvive a questi tempi di ferro e di fuoco solo se cambia radicalmente. Lui però non pone la questione chiave: il bilancio Ue cresce solo se cresce la legittimazione democratica. Se non si parte da una lotta per dare potere effettivo al parlamento Ue, è inutile iniziare qualsiasi discussione.
Intanto, che facciamo?
Se le regole Ue non vengono sospese di nuovo, ci tocca operare tra le loro crepe. In Commissione bilancio ho spiegato che il nuovo Patto di stabilità europeo apre a una trattativa sul concetto controverso di “Pil potenziale”. Questione tecnica da cui tuttavia possono uscire 10 miliardi di margine all’anno. Giorgetti non ha fatto nulla in tema.
Non c’è il rischio che questo margine venga comunque assorbito dalle spese per il riarmo?
No, perché il Consiglio Ue ha addirittura escluso le spese militari dai vincoli di bilancio europei. È un’interpretazione guerresca dell’articolo 26 del nuovo Patto, che in realtà parla genericamente di “circostanze eccezionali”. Perché mai la spesa per soddisfare intenti bellici sarebbe una circostanza “eccezionale” e invece non lo sarebbero, per esempio, i disastri idrogeologici o gli effetti dell’IA sulla disoccupazione tecnologica? La decisione del Consiglio Ue si può impugnare.
Quanti sono i miliardi per il riarmo dell’Italia?
Per il 2028, il governo vorrebbe salire a 50 miliardi, per arrivare a un boom nominale di oltre il 60 percento in sei anni. Un tale incremento non si giustifica con meri obiettivi di “difesa”. La verità è che si tratta di un programma di “espansione” militare, sostenuto dal ministro Crosetto e da tutto l’esecutivo. È un tentativo di intrupparsi nei progetti di quegli spezzoni rilevanti del capitalismo europeo che nella crisi del vecchio “ordine” americano sperano di crearsi un proprio spazio egemonico, aprendo varchi per i loro capitali all’estero anche con l’uso di truppe e cannoni. Se si vuole intercettare il No referendario alla guerra, bisogna opporsi a questi cenni di nuovo imperialismo europeo. Si possono spostare almeno 15 miliardi verso il welfare e altre voci di bilancio sofferenti.
Così però andiamo contro l’aumento delle spese militari chiesto dagli Stati Uniti e dalla NATO...
Quella richiesta va respinta. Piuttosto, bisognerebbe lavorare per l’apertura di una trattativa con la Cina e con tutti gli altri paesi, che affronti il nodo chiave di questo tempo: far capire agli americani che sarà meglio accettare la realtà del declino economico dell’impero USA indebitato, e coordinarsi a livello internazionale per governare la tendenza, prima che porti allo scoppio di una guerra su vasta scala. La partita dei prossimi anni è questa.
Lei rievoca l’appello su “le condizioni economiche per la pace”, che avete pubblicato sul Financial Times e Le Monde. È ancora attuale?
Più che mai. L’Italia ha un ruolo non trascurabile nello scacchiere mondiale. Dovrebbe prender posizione su questo crocevia decisivo tra guerra e pace.
Tornando alla questione del bilancio pubblico, lei insiste anche sulla necessità di tagliare le “regalie” alle imprese inefficienti. Cosa intende?
Da decenni l’ideologia prevalente alimenta una lotta senza quartiere contro i famigerati “sprechi” della spesa pubblica. Siamo stati persuasi a tagliare di tutto, dalle spese per la tutela del territorio al reddito di cittadinanza. Il non detto è che nello stesso periodo i sussidi, le prebende e i regali pubblici al capitale privato sono aumentati a dismisura. Sarebbe ora di rimediare a questa ipocrisia.
A quanto ammontano i sussidi al capitale privato?
Se sommiamo i dati ufficiali su prebende alle imprese, aiuti per crisi, sussidi fossili che rallentano la transizione ecologica, aiuti di stato ai privati senza contropartita, eccetera, arriviamo a sfondare la soglia dei 150 miliardi all’anno. Tutto questo senza contare altre forme subdole di “sussidi”, come la storica tolleranza sull’evasione d’impresa. Sommando tutte queste “regalie” pubbliche al capitale privato, l’Italia si trova prima assoluta in Europa: viaggiamo complessivamente sull’8 percento del Pil, ben al di sopra di Germania, Francia, Regno Unito, Spagna e altri. Il margine per cambiare musica è enorme.
Però, quelli che lei chiama “sussidi”, di solito vengono definiti “incentivi”, per innovare e altro.
La verità è che spesso i cosiddetti incentivi non incentivano nulla di virtuoso. Al contrario, si rivelano regali pubblici a fondo perduto che garantiscono una tranquilla sopravvivenza a grosse sacche di capitalismo parassitario. Sarebbe ora di sostituire questa controproducente politica di “incentivi” al capitale con una nuova politica di “comando” sul capitale: le imprese dovrebbero competere tra loro sotto il vincolo di leggi semplici e stringenti, a tutela dei salari, del lavoro, dell’ambiente, della salute, del bilancio pubblico, senza più lassismo. È questa la porta verso il futuro.
Lei dice che così finalmente “costringiamo l’imbolsito capitalismo italiano a innovare”. Ma non rischiamo piuttosto di farlo morire?
Questa è la solita litania dei più retrivi imprenditori italiani. Ci dicono che riescono a stare sul mercato solo se siamo disposti a tollerare il più pesante schiacciamento dei salari a livello europeo, se chiudiamo gli occhi sulle violazioni dei vincoli ambientali, sanitari e di sicurezza del lavoro, se ammicchiamo agli evasori e se continuiamo a regalare quantità spropositate di denari pubblici al capitale privato. Ma il vero risultato di questa politica quale è stato? Imprenditori senza progetto che aprono attività, prendono i soldi pubblici e poi comunque svaniscono nel nulla tra fughe e fallimenti, una produttività del lavoro che continua a stagnare, investimenti privati nell’innovazione del tutto insoddisfacenti, nessuna concorrenza virtuosa tra capitali e un livello drammatico di frammentazione e disorganizzazione del capitalismo nazionale. Abbiamo assecondato il pianto greco dei proprietari italiani e così li abbiamo resi sempre più parassiti, sempre meno capaci di innovare per competere. Diciamolo chiaramente: questa ideologia delle “regalie” pubbliche al capitale privato ha aggravato l’arretratezza del nostro sistema produttivo.
Professore, messo così, il suo “libercomunismo” sembra anche più drastico del vecchio liberismo...
Il mio “libercomunismo” non fa altro che aggiornare la gloriosa tradizione di quei comunisti che sapevano analizzare il capitalismo nazionale in modo più onesto dei padroni. L’opposto dei liberisti nostrani, che sono stati feroci coi lavoratori e compiacenti coi proprietari del capitale più antiquato dell’Europa occidentale. Se si vuole modernizzare il paese, bisogna invertire la tendenza. Si possono spostare almeno 45 miliardi, dalle prebende alle imprese inefficienti verso un piano di investimenti pubblici per la diffusione gratuita delle nuove scoperte scientifiche e tecnologiche. Si può liberare un enorme potenziale di sviluppo, a beneficio della collettività e non più dei soliti noti.
Fonte
10/04/2026
Razionamenti e limiti ai condizionatori. Ma l’austerità non si tocca
Si tratta molto spesso di misure che aiutano più la domanda e gli speculatori che i consumatori comuni (così è nel caso italiano), ma per Bruxelles il nodo centrale è ribadire l’intoccabilità dell’austerità europea, che viene “piegata” (non cancellata) solo per il riarmo. Il cappio dell’architettura europea, per quanto si sia dimostrata inadeguata alla nuova fase storica, continua a essere difeso.
Dopo l’inevitabile sospensione del Patto di Stabilità con la pandemia da Covid-19, ora la UE vuole evitare il bis del 2022, quando la crisi energetica dovuta all’esplosione del conflitto in Ucraina produsse un estremo rialzo dell’inflazione, una risposta da manuale neoliberista, ovvero con l’aumento dei tassi di interesse, e l’esplosione del costo del servizio del debito insieme a politiche di deficit considerate eccessive.
Il rapporto debito/PIL dell’Unione è salito dal 77,8% di fine 2019 all’82,1% registrato alla fine dello scorso anno. L’aumento degli investimenti militari dal 2022 ha ulteriormente messo sotto pressione i bilanci. Anche Christine Lagarde, presidente della BCE, ha ribadito la necessità di politiche temporanee, mirate e calibrate su fragilità specifiche del mercato.
Il commissario UE all’Economia, Valdis Dombrovkis, ha appena affermato che, per la Commissione, la crescita quest’anno sarà inferiore dello 0,2-0,4%, ma potrebbe crollare anche dello 0,6%, con una perturbazione economica più lunga di quella che ora viene prevista.
Appare chiaro che sono tutte crisi che il capitale su base continentale si è “autoprodotto”: le sanzioni, il dirottamento dei margini di spesa verso la difesa, la compressione della domanda interna mentre il modello export-oriented deve confrontarsi con una geopolitica di guerra, la distruzione degli apparati pubblici e l’abbandono di una reale transizione energetica, il reiterare politiche economiche fallimentari nel pieno di una crisi strutturale.
Questo insieme di vincoli che la UE si è posta impongono una e una sola alternativa: scaricare sulla vita quotidiana di milioni di cittadini i costi di una scelta strategica guerrafondaia e di un modello di sviluppo costruito sullo smantellamento dei diritti dei lavoratori e dei servizi pubblici. Tradotto: imporre razionamenti e limitazioni ai consumi.
Sia chiaro che la crisi innescata dall’aggressione imperialista all’Iran non avrà confini, e non finisce con l’appena concordato cessate il fuoco. La distruzione di infrastrutture fondamentali nel Vicino Oriente, data l’interconnessione dei mercati, avrà effetti di lungo periodo sulle forniture e sui prezzi per tutti. Ma è anche chiaro che il conflitto ha in qualche misura imposto a tappe forzate una ridefinizione importante della geopolitica dei combustibili fossili, e nel pieno della tempesta la soluzione è ridurne l’utilizzo.
Dal 28 febbraio, inizio delle ostilità, la fattura energetica dell’UE è lievitata di 14 miliardi di euro. Per questo sempre il Commissario all’Energia, scrive El País, ha presentato ai ministri dei Ventisette una serie di iniziative a breve termine ispirate alle raccomandazioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia.
Tra queste misure vi si trova la riduzione dei limiti di velocità di almeno 10 km/h sulle autostrade, incentivi massicci allo smart working per ridurre gli spostamenti (e anche alla didattica a distanza dove possibile), controllo rigoroso delle temperature negli edifici pubblici, promozione di treni ad alta velocità e notturni per sostituire i voli interni. Sul medio periodo, restano sul tavolo il tetto al prezzo del gas e gli acquisti congiunti a livello europeo.
Se la storia si ripete come farsa, appare chiaro che questo è il ritorno della massima draghiana sulla “pace o i condizionatori”. Quando ci si avvia sulla strada della guerra invece che della cooperazione e della soluzione comune delle tensioni, non si torna indietro. L’imperialismo ha innescato l’esplosione di una serie di contraddizioni che investiranno pesantemente tutto il nostro modello di vita, che sia stato previsto o meno, che venga venduto dalla propaganda come lo scotto per una supposta superiorità morale o meno.
E il prezzo da pagare potrebbe essere ancora più alto di quello che si immagina. Il blocco delle rotte commerciali ha colpito duramente la produzione di fertilizzanti, un settore chiave che potrebbe trascinare con sé l’agricoltura di vari paesi, innescando una crisi alimentare globale. Anche la catena di approvvigionamento dei medicinali è sotto osservazione.
Se non si isolano e rompono immediatamente le cause di questa catena di destabilizzazione (che sono evidentemente il suprematismo sionista e l’imperialismo statunitense ed europeo), la strada è tracciata. Verso il baratro.
Fonte
07/04/2026
Le contraddizioni materiali alla base della crisi di consenso del Governo Meloni
Riprendiamo la storia lì dove le avevamo
lasciata: il Governo Meloni affannosamente impegnato a redigere la legge
finanziaria per il 2026 in forma tale da compiacere non uno, non due, ma ben tre padroni:
1) gli Stati Uniti, che impongono a tutti i Paesi NATO un aumento delle
spese militari per finanziare i loro rigurgiti imperiali;
2) l’Unione Europea, che pretende una rigida disciplina del bilancio pubblico da
parte di tutti gli Stati membri, per forzarne la transizione verso lo
stato minimo;
3) e infine la borghesia industriale italiana, che cerca
rifugio dalla sfrenata concorrenza internazionale elemosinando bonus
statali, crediti fiscali e altre agevolazioni a tutela dei propri
profitti.
Davanti a questo trilemma, il Governo Meloni ha disperatamente provato a non scontentare nessuno dei suoi padroni, e dunque ha scelto di non scegliere.
Si è impegnato con gli Stati Uniti ad aumentare le spese militari fino al 5% del PIL entro il 2035, ma con quali soldi?
Il problema lo pone il secondo padrone, l’Unione europea, perché il nuovo Patto di stabilità e crescita consente di scorporare le spese militari dall’applicazione dei vincoli di bilancio – dunque in sostanza di spendere liberamente per armi e munizioni fuori da qualsiasi disciplina di bilancio – solamente a quei Paesi che abbiano il deficit pubblico all’interno della soglia del 3% del PIL prevista dai Trattati. E l’Italia è sottoposta ad una procedura d’infrazione delle regole europee proprio perché fino ad oggi si trova al di sopra di quella soglia.
Per questa ragione, il Governo ha deciso di accelerare il percorso di rientro dalla procedura d’infrazione, provando ad abbattere il deficit sotto al 3% già per il 2025, imponendo sacrifici ai lavoratori e alle lavoratrici italiane nella speranza di centrare l’obiettivo di finanza pubblica e liberare così risorse a partire dal 2026, per sostenere le guerre USA in giro per il mondo.
Una scommessa che gli è costata una finanziaria di mancette agli imprenditori, in attesa di guadagnare qualche margine di bilancio per l’anno 2026, un anno cruciale in vista delle elezioni politiche previste per il 2027.
Tuttavia, e siamo all’oggi, l’equazione elaborata dal Governo Meloni per risolvere il trilemma inizia a scricchiolare. Comprendere la natura di questi scricchiolii ci sembra fondamentale non solo per mettere in luce le debolezze del governo in carica, ma anche per gettare uno sguardo alle debolezze strutturali che avrebbe qualsiasi governo, in Italia, che scelga di servire i tre padroni del Governo Meloni, schierandosi con gli Stati Uniti e la NATO, scegliendo la piena compatibilità con la disciplina fiscale europea e indirizzando la politica economica al mero sostegno dei profitti.
Il primo scricchiolio si è sentito il 2 marzo scorso, quando l’ISTAT ha pubblicato l’aggiornamento del dato sul deficit pubblico del 2025, stimato al di sopra delle aspettative del Governo, al 3,1% del PIL. Tale dato si dovrà consolidare nei prossimi giorni ma, ove fosse confermato, sancirebbe la permanenza dell’Italia sotto procedura d’infrazione per deficit eccessivo, e dunque determinerebbe il fallimento del rocambolesco piano immaginato dal Governo. Con il deficit sopra il 3% niente scorporo delle spese militari: ogni euro speso per obbedire agli ordini di Trump dovrebbe essere sottratto immediatamente a servizi pubblici, infrastrutture, sanità, scuola, pensioni, proprio nell’anno della campagna elettorale per le politiche del 2027.
Il secondo scricchiolio, sinistro, si è avvertito il successivo 26 marzo, quando il Segretario generale della NATO, Rutte, ha presentato i primi dati di monitoraggio dell’impegno assunto da tutti i Paesi dell’Alleanza Atlantica verso l’incremento della spesa militare. Secondo i dati ufficiali NATO, nel 2025 l’Italia avrebbe una spesa militare appena sufficiente per rispettare l’obiettivo del 2% stabilito nel documento di finanza pubblica e coerente con l’obiettivo di raggiungere il 5% del PIL entro il 2035. In realtà, la spesa militare in senso stretto era di poco superiore all’1,5% e pari a circa 35 miliardi di euro. Solo dopo essere uscito dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo con l’UE, il Governo si prodigherebbe alacremente per rimpolparla. Il risultato del 2% è stato, infatti, raggiunto in modo truffaldino, tramite la riclassificazione in “militari” di una serie di spese già presenti nel bilancio dello Stato. Si tratta di spese per infrastrutture, etichettate come “mobilità militare”, spese per la digitalizzazione della pubblica amministrazione, ammantate come “cybersicurezza”, ma anche – disperatamente – gettando nel mucchio le spese INPS ascrivibili alle pensioni del personale militare, un contributo davvero decisivo per le guerre in corso! Un esercizio di stile dai tratti tragicomici, che è stato tollerato dai vertici NATO solo a fronte dell’impegno assunto dal Governo Meloni nel medio e lungo periodo, che non solo punta ad aumentare la spesa militare al 5%, ma specifica anche che, di quella soglia, il 3,5% dovrà essere composto da vera spesa militare per armamenti, non autostrade, siti internet e pensioni.
La guerra, insomma, è una cosa seria e il tempo del gioco, per il Governo italiano è finito. Rutte stesso, a conclusione della presentazione del suo Rapporto sulle spese militari, è stato chiaro: «Mi aspetto che gli Alleati, al prossimo vertice Nato di Ankara, dimostrino di essere su un percorso chiaro e credibile verso l’obiettivo del 5%».
Il terzo scricchiolio, forse quello che ha avuto l’eco più forte nelle stanze governative perché la sua fonte è più vicina, ha risuonato poche ore dopo, sabato 28 marzo. È il giorno successivo di un Consiglio dei ministri che ha approvato un decreto-legge in materia fiscale che, tra le altre misure, annuncia un taglio delle risorse destinate ai cosiddetti “esodati” della misura Transizione 5.0, un credito d’imposta rivolto alle imprese che effettuano investimenti legati alla sostenibilità ambientale e la digitalizzazione. Contro questo taglio si è levato il grido di dolore dei padroncini italiani, che da sabato hanno iniziato a lagnarsi – a partire dal Presidente di Confindustria Orsini.
Il Governo aveva destinato 2,6 miliardi di euro del PNRR per finanziare questo ennesimo regalo alle imprese, Transizione 5.0. Il regalo era talmente ghiotto che le imprese si sono fiondate in massa su questa agevolazione, le risorse stanziate sono state esaurite e sono rimaste inevase richieste per oltre 1,6 miliardi di euro. Per far fronte a questa coda di richieste, il Governo aveva stanziato in legge di bilancio ulteriori 1,3 miliardi di euro, sperando che fossero sufficienti a soddisfare le domande tecnicamente ammissibili rispetto al monte di quelle comunicate.
Tuttavia, questo è il dettaglio centrale per capire la vicenda: secondo le regole contabili europee, i crediti fiscali non sempre pesano sui conti pubblici nell’anno in cui vengono materialmente erogati (in questo caso il 2026), ma possono essere imputati all’anno in cui gli investimenti sono stati effettuati (ovvero nel 2025, anno degli investimenti comunicati dalle imprese). In questa chiave, gli ulteriori 1,3 miliardi di euro previsti dal Governo in legge di bilancio potrebbero finire – almeno in parte – per incidere sul deficit del 2025, proprio quello che l’esecutivo cerca disperatamente di mantenere sotto controllo per compiacere, insieme, Stati Uniti e Unione Europea.
Quando l’ISTAT ha annunciato che siamo ancora sopra al 3%, il Governo è dovuto correre ai ripari, e in fretta. Da qui, evidentemente, la scelta – dolorosa per chi è abituato a obbedire a tutti gli ordini di Confindustria – di tornare sui propri passi e sottrarre qualche risorsa ai suoi padroncini più prossimi, quella borghesia industriale italiana che rappresenta il blocco sociale di riferimento dell’attuale maggioranza parlamentare e finanziare una temporanea e insufficiente riduzione del costo della benzina. Un’operazione marginale e demagogica, che tuttavia rivela le tensioni crescenti nel blocco sociale che sostiene l’esecutivo.
Servire tre padroni si sta rivelando impossibile. E i più attenti avranno notato che, nella ricostruzione delle crepe che si aprono ogni giorno nel Governo non abbiamo avuto bisogno di menzionare il risultato del referendum costituzionale in materia di giustizia, che pure – evidentemente – ha una posizione di rilievo.
Non ne abbiamo avuto bisogno perché gli esiti di quel referendum sembrano riconducibili più agli effetti che alle cause delle debolezze strutturali del Governo che abbiamo provato a mettere in luce. La vittoria del NO si configura come una crisi di consenso di un Governo che si è legato, mani e piedi, al progetto bellicista degli Stati Uniti, al disegno di macelleria sociale dell’Unione Europea e al tentativo di porre un argine in difesa del capitalismo italiano a fronte degli sconvolgimenti che stanno rivoluzionando i mercati internazionali, dall’energia ai traffici commerciali. Questa scelta politica sta producendo un progressivo impoverimento dell’Italia.
Il Governo Meloni si è insediato con un PIL che sfiorava il 5% nel 2022 (eravamo in piena ripresa post-Covid, l’UE aveva sospeso l’applicazione delle regole di bilancio per consentire di contrastare gli effetti della pandemia), e la sua politica economica – fatta di guerra, austerità e profitti – ha prodotto un inesorabile declino: 0,9% nel 2023, 0,7% nel 2024 e 0,5% nel 2025. Gli scricchiolii del Governo Meloni sono musica per le nostre orecchie, ma questa analisi vuole sottolineare un dato politico che va ben oltre l’attuale esecutivo.
Infatti, l’opposizione parlamentare è composta oggi da forze politiche che hanno sempre dimostrato, con i fatti quando erano al Governo prima ancora che con le dichiarazioni, di servire esattamente gli stessi padroni che stanno determinando la crisi di consenso della maggioranza odierna. Se l’attuale Governo sarà soppiantato dall’ennesimo esecutivo di centro-sinistra, siamo certi che non vi sarà alcun reale progresso per i lavoratori italiani e nessun futuro di pace per i giovani, che continueranno ad essere condannati all’orizzonte di guerra e precarietà che ci impongono Confindustria, Unione Europea e Stati Uniti.
Lavoro, salari dignitosi e un futuro di pace saranno possibili solo se l’opposizione sociale al Governo saprà tradurre la crisi di consenso dell’attuale maggioranza nel rifiuto radicale del terreno di compatibilità con l’Unione Europea, la NATO e Confindustria, un terreno condiviso da tutte le forze attualmente sedute in parlamento, dalla destra al centrosinistra.
09/03/2026
Guerra in ucraina quattro anni dopo
Il 24 febbraio ricorre il quarto anniversario dell'inizio della guerra tra Ucraina e Russia. Dopo quattro anni, l'invasione russa dell'Ucraina ha causato danni incalcolabili alla popolazione e all'economia ucraina. Le stime sul numero di morti e feriti nella guerra, così come sulle vittime civili, variano notevolmente. Da parte ucraina e occidentale, si sostiene che siano morti oltre un milione di russi, ma meno di 100.000 ucraini. I russi sostengono il rapporto opposto, con circa 300.000 ucraini uccisi o feriti solo nel 2025. L'ultima stima di Mediazona, un'agenzia con sede in Ucraina, si colloca a metà strada: 160.000 morti in Russia e un numero leggermente superiore in Ucraina.
Qualunque sia la verità, la guerra ha causato una crisi umanitaria in Ucraina, soprattutto durante questo inverno, con i sistemi energetici e di riscaldamento delle principali città in gran parte distrutti dai missili russi. In quattro anni di guerra, milioni di persone sono fuggite all'estero e molti altri milioni sono stati sfollati dalle loro case all'interno dell'Ucraina. La popolazione ucraina è diminuita del 37% dal crollo dell'Unione Sovietica e del 20% dall'inizio della guerra. Il PIL reale è diminuito del 37% dal 1991 e del 21% dall'inizio della guerra.
I danni fisici e mentali subiti da coloro che sono rimasti in Ucraina sono stati immensi. Particolarmente preoccupante è il calo del rendimento scolastico dei bambini ucraini. Gli studi dimostrano che una guerra durante i primi cinque anni di vita di una persona è associata a un calo di circa il 10% dei punteggi relativi alla salute mentale quando questa raggiunge i 60-70 anni. Quindi il problema non sono solo le vittime della guerra e l'economia, ma anche i danni a lungo termine subiti dagli ucraini che sono rimasti nel Paese.
Nonostante la guerra, negli ultimi due anni si è registrata una certa ripresa economica in Ucraina, almeno in termini di PIL. I porti ucraini sul Mar Nero sono ancora funzionanti e il commercio scorre verso ovest lungo il Danubio, ma in misura minore per ferrovia. Nel frattempo, l'agricoltura ha registrato una modesta ripresa. Ciononostante, la produzione di ferro e acciaio rimane ancora a una frazione del livello prebellico, passando da 1,5 milioni di tonnellate al mese prima della guerra a soli 0,6 milioni al mese. Alla fine del 2025, la produzione industriale in Ucraina è diminuita del 3,5% su base annua.
L'Ucraina ha sempre meno persone abili al lavoro o alla guerra. Analisi indipendenti mostrano un tasso di disoccupazione instabile ma costantemente alto, che ha raggiunto il picco del 22,8% alla fine del 2025. Oltre l'80% dei disoccupati sono donne, dato che gli uomini sono stati per lo più arruolati nelle forze armate. E la metà dei giovani (sotto i 35 anni) non ancora arruolati non lavora. C'è una grave carenza di personale qualificato, che ha per lo più lasciato il Paese. Il governo è così disperato nel reclutare uomini per l'esercito che ha fatto ricorso a “bande di reclutatori” che vagano per le strade giorno e notte per catturare persone e costringerle ad andare al fronte.
L'Ucraina dipende ancora totalmente dal sostegno dell'Occidente. Ha bisogno di almeno 40 miliardi di dollari all'anno per sostenere i servizi governativi, aiutare la popolazione e mantenere la produzione. Inoltre, ha bisogno di altri 40 miliardi di dollari all'anno per sostenere le forze armate. Dall'inizio dell'invasione su larga scala da parte della Russia, oltre la metà del bilancio statale, pari al 26% del PIL, è stata spesa per la difesa. L'Ucraina ha fatto affidamento sull'UE per i finanziamenti civili, mentre si è affidata agli Stati Uniti per tutti i finanziamenti militari: una vera e propria “divisione dei compiti”. Ma da quando l'amministrazione Trump è entrata in carica nel 2025, gli Stati Uniti hanno drasticamente ridotto i loro aiuti militari diretti e hanno invece esortato gli europei a prendere il testimone, sia per i finanziamenti civili che militari.
Nel 2025 gli aiuti europei sono aumentati in modo significativo, con un incremento del 67% degli aiuti militari e del 59% degli aiuti finanziari e umanitari. La quota degli aiuti civili totali dell'UE è salita dal 50% circa all'inizio della guerra, al 90%. Tuttavia, a causa del ritiro degli Stati Uniti, nel 2025 gli aiuti militari sono diminuiti complessivamente del 13% e i finanziamenti civili sono diminuiti del 5% in termini reali.
Gli aiuti militari dell'Europa dipendono solo da alcuni paesi dell'Europa occidentale, principalmente Germania e Regno Unito, che hanno rappresentato circa i due terzi degli aiuti militari dell'Europa occidentale tra il 2022 e il 2025. L'UE è ora bloccata nel tentativo di trovare fondi per l'Ucraina. Il suo piano di utilizzare le attività valutarie russe congelate è fallito perché i detentori di tali attività, Euroclear in Belgio, temevano pesanti perdite nei tribunali internazionali. Un nuovo piano dell'UE per fornire circa 100 miliardi di dollari attraverso l'emissione di titoli di Stato è ancora in sospeso.
Il FMI e la Banca Mondiale hanno offerto assistenza monetaria, ma in questo caso l'Ucraina deve dimostrare di avere “sostenibilità”, ovvero di essere in grado, prima o poi, di rimborsare eventuali prestiti. Quindi, se i prestiti bilaterali da parte degli Stati Uniti e dei paesi dell'UE (e si tratta principalmente di prestiti, non di aiuti a fondo perduto) non si concretizzeranno, l'FMI non potrà estendere il suo programma di prestiti. Una nuova rata di prestito di circa 8 miliardi di dollari sta per essere annunciata dall'FMI per il 2026.
Tutto ciò ci riporta alla questione di cosa accadrà all'economia ucraina, se e quando la guerra con la Russia giungerà al termine. Secondo le ultime stime della Banca Mondiale, ipotizzando che la guerra finisca quest'anno, i costi per il recupero e la ricostruzione dell'Ucraina ammonteranno a 588 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Si tratta di una cifra pari a tre volte il suo attuale PIL. Tuttavia, anche questa stima potrebbe essere sottostimata. La stessa Ucraina stima che saranno necessari 1.000 miliardi di dollari, di cui quasi 400 miliardi per la ricostruzione del settore energetico, 300 miliardi per gli alloggi e le infrastrutture urbane, 200 miliardi per i corridoi di trasporto e la logistica e 100 miliardi per i servizi sociali e le istituzioni pubbliche. Questo totale equivale a sei anni del precedente PIL annuale dell'Ucraina. Si tratta di circa il 2,0% del PIL annuo dell'UE, o dell'1,5%, per cinque anni, del PIL del G7. Anche se la ricostruzione procedesse bene e supponendo che tutte le risorse dell'Ucraina prebellica fossero ripristinate (l'industria e i minerali dell'Ucraina orientale sono ora nelle mani della Russia), l'economia (PIL) sarebbe comunque inferiore del 15% rispetto al livello prebellico. In caso contrario, la ripresa sarà ancora più lunga.
La Commissione Europea ha annunciato un European Flagship Fund (fondo equity europeo per la ricostruzione), presumibilmente un “veicolo di capitale” congiunto sostenuto dall'UE, dall'Italia, dalla Germania, dalla Francia, dalla Polonia e dalla Banca Europea per gli Investimenti, con lo scopo di mobilitare investimenti pubblici e privati su larga scala per la ricostruzione postbellica dell'Ucraina. In effetti, ciò significherebbe l'acquisizione dell'economia e delle risorse dell'Ucraina da parte degli investitori occidentali. Allo stato attuale, gran parte delle risorse ucraine rimaste (quelle non annesse dalla Russia) sono già state vendute ad aziende occidentali. Complessivamente, il 28% dei terreni coltivabili dell'Ucraina è ora di proprietà di un mix di oligarchi ucraini, società europee e nordamericane, nonché del fondo sovrano dell'Arabia Saudita. Nestlé ha investito 46 milioni di dollari in un nuovo stabilimento nella regione occidentale di Volyn, mentre Bayer, il gigante tedesco dei farmaci e dei pesticidi, prevede di investire 60 milioni di euro nella produzione di semi di mais nella regione centrale di Zhytomyr. MHP, la più grande azienda avicola ucraina, è di proprietà di un ex consigliere del presidente ucraino Poroshenko. Negli ultimi anni, MHP ha ricevuto più di un quinto di tutti i prestiti concessi dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS). MHP impiega 28.000 persone e controlla circa 360.000 ettari di terreno in Ucraina, un'area più grande del Lussemburgo, membro dell'UE.
Il governo ucraino è impegnato in una soluzione di “libero mercato” per l'economia del dopoguerra che includerebbe ulteriori fasi di deregolamentazione del mercato del lavoro, al di sotto persino degli standard minimi dell'UE, ovvero condizioni di sfruttamento dei lavoratori, tagli drastici alle imposte sulle società e sul reddito, insieme alla completa privatizzazione dei beni statali rimanenti. Tuttavia, le pressioni di un'economia di guerra hanno, per ora, costretto il governo a mettere queste politiche in secondo piano, dando priorità alle esigenze militari.
L'obiettivo del governo ucraino, dell'Unione Europea, del governo degli Stati Uniti, delle agenzie multilaterali e delle istituzioni finanziarie americane ora incaricate di raccogliere fondi e destinarli alla ricostruzione, è quello di ripristinare l'economia ucraina come una specie di zona economica speciale, con denaro pubblico a copertura di eventuali perdite del capitale privato. L'Ucraina sarà priva di sindacati, di qualsiasi regime fiscale e normativa severa per le imprese e di qualsiasi altro ostacolo importante agli investimenti di capitale occidentale in alleanza con gli ex oligarchi ucraini.
Russia: l'economia di guerra
E la Russia? Per un certo periodo, all'inizio del 2022, l'invasione russa dell'Ucraina per conquistare le quattro province di lingua russa nel Donbass, ha paradossalmente dato una spinta all'economia. La Russia è riuscita a superare le sanzioni occidentali, investendo quasi un terzo del suo bilancio nella spesa per la difesa. Nonostante fosse stata tagliata fuori dai mercati energetici europei, è riuscita a diversificare i propri approvvigionamenti verso la Cina e l'India, utilizzando, in parte, una flotta “ombra” di petroliere (cioè non assicurate dall'Occidente) per aggirare il tetto dei prezzi che i paesi occidentali speravano avrebbe ridotto le risorse belliche del paese. La Cina ora assorbe il 45% di tutte le esportazioni petrolifere russe e la Russia è diventata il principale fornitore di petrolio della Cina.
Le importazioni cinesi in Russia sono aumentate di oltre il 60% dall'inizio della guerra, e sono cresciute del 26% nel 2025, poiché la Cina ha fornito alla Russia un flusso costante di merci, tra cui automobili e dispositivi elettronici, colmando il vuoto lasciato dalle importazioni occidentali.
Tuttavia, la guerra ha intensificato una grave carenza di manodopera all'interno della Russia. Come l'Ucraina, anche la Russia è ora alla disperata ricerca di personale, sebbene per ragioni diverse. Anche prima della guerra, la forza lavoro russa era in calo a causa di naturali fattori demografici. Poi, all'inizio della guerra nel 2022, circa 450.000 lavoratori russi e stranieri, appartenenti alla classe media nei settori delle Tecnologie informatiche, della finanza e della gestione, hanno lasciato il Paese. Nel frattempo, l'esercito russo deve reclutare tra i 10.000 e i 30.000 soldati ogni mese, sottraendo manodopera alla produzione interna. Per potenziare le forze armate, la Russia ha reclutato detenuti e altre persone con contratti a tempo determinato. La spinta iniziale all'economia e ai salari, derivante dall'enorme spesa per la difesa, ha cominciato a diminuire. Inoltre, i prezzi globali del petrolio sono scesi ben al di sotto del livello di pareggio per le entrate petrolifere russe.
Le entrate della Russia derivanti dal petrolio e dal gas, che rappresentano fino al 50% delle entrate statali, sono diminuite del 27% su base annua. L'inflazione è intorno all'8%, in calo rispetto ai picchi a doppia cifra, ma la banca centrale russa mantiene ancora i tassi di interesse al 16%, rendendo impossibile a famiglie e imprese di contrarre prestiti per investire o acquistare beni di grande valore. Ora la spesa bellica supera il 7% del PIL annuale. Nonostante l'aumento della tassazione, il forte aumento del deficit di bilancio per finanziare la guerra sta prosciugando il fondo sovrano russo, costringendo le autorità monetarie a prendere in considerazione la monetizzazione dei deficit.
Tuttavia, la Russia dispone ancora di ingenti riserve valutarie e di un basso rapporto tra debito pubblico e PIL. Anche se le entrate da esportazione dovessero crollare, il sistema bancario, in gran parte di proprietà statale, dispone di ingenti riserve di liquidità che potrebbero essere utilizzate, e le banche potrebbero anche essere indirizzate ad acquistare titoli di Stato, come è avvenuto alla fine del 2024. Se tutto il resto fallisse, la banca centrale potrebbe acquistare titoli di Stato, monetizzando così il debito, anche se ciò comporterebbe un forte deprezzamento del rublo e quindi un aumento dell'inflazione.
L'economia russa è entrata più debole nel 2026 rispetto all'anno precedente, con una crescita in calo e prezzi del petrolio ben al di sotto delle previsioni di bilancio.
Gli indici relativi ai servizi e alle attività manifatturiere (PMI - Piccole e Medie Imprese) hanno registrato un forte calo e sono ora in recessione. Le stime relative alla crescita reale del PIL per l'intero anno sono state riviste al ribasso, portandole a meno dell'1% per il 2025. L'Istituto di previsioni economiche dell'Accademia russa delle scienze prevede una crescita dello 0,7% nel 2025 e dell'1,4% nel 2026, con una crescita fino a circa il 2% nel 2027. Il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita dello 0,6% nel 2025 e dell'1% nel 2026.
In effetti, l'economia russa, come molte altre nell'OCSE, è in una fase di “stagflazione” (in cui l'inflazione dei prezzi rimane alta, ma la produzione ristagna). Il “keynesismo militare” della Russia non sta più dando i risultati sperati, come in passato. Di conseguenza, qualsiasi opposizione alla guerra viene repressa senza pietà. Il dissidente antimilitarista più famoso è il marxista Boris Kagarlitsky, arrestato nel luglio 2023 e condannato a cinque anni in una colonia penale. Ma ce ne sono altri. Nel novembre 2025, i membri di un piccolo circolo di studio marxista della città di Ufa sono stati condannati a 24 anni, accusati di “terrorismo” e “cospirazione per rovesciare il governo” per aver letto le opere di Marx.
Tuttavia, nonostante queste pressioni sull'economia russa e la crescente austerità per il popolo russo, non ci sarà alcun collasso finanziario come sostengono molti commentatori occidentali. Questo pio desiderio è stato all'ordine del giorno di molti “esperti” occidentali durante tutti e quattro gli anni di guerra. Ma l'economia russa è sopravvissuta ed ha tutte le prospettive di essere sufficientemente forte per continuare la guerra fino al 2026 e oltre. A differenza dell'Ucraina, la Russia può aumentare il debito perché ha un stock del debito [debito commerciale residuo] relativamente basso e le tasse possono ancora aumentare. La banca centrale può stampare moneta e il governo può continuare a nazionalizzare le imprese per rafforzare l'economia di guerra.
Sarà diverso se e quando la guerra finirà. La produzione bellica è fondamentalmente improduttiva per l'accumulazione di capitale nel lungo periodo. L'economia russa tornerà all'accumulazione di capitale civile quando la guerra finirà. A quel punto i settori produttivi della Russia saranno esposti. È molto probabile che si verifichi una recessione postbellica. L'economia russa rimane fondamentalmente legata alle risorse naturali. Si basa sull'estrazione piuttosto che sulla produzione manifatturiera. La Russia rimane tecnologicamente arretrata e dipendente dalle importazioni di alta tecnologia. La Russia non è un attore di rilievo in nessuna delle tecnologie all'avanguardia: dall'intelligenza artificiale alla biotecnologia. Al di là delle armi e dell'energia nucleare, deve ancora produrre tecnologie adatte a un mercato di esportazione competitivo, con le prime già soggette a sanzioni e le seconde sul punto di esserlo.
Il calo demografico, il declino della qualità dell'istruzione universitaria, la rottura dei legami con le scuole internazionali e la fuga dei cervelli aggravano questi problemi. Il divario tecnologico è destinato ad aumentare, con la Russia che dipenderà sempre più dalle importazioni cinesi e dal reverse engineering (copying). La crescita potenziale del PIL reale della Russia non supererà probabilmente l'1,5% all'anno, poiché la crescita è limitata dall'invecchiamento, dal calo della popolazione e dai bassi tassi di investimento e produttività. Il messaggio di fondo è che la Russia rimarrà economicamente debole per il resto di questo decennio.
E la pace?
A mio avviso, ci sono poche prospettive di un accordo di pace nel prossimo futuro. Quando è entrato in carica lo scorso anno, il presidente Trump ha dichiarato che avrebbe risolto la guerra in Ucraina entro una settimana. Ora, nel 2026, continuano negoziati interminabili senza alcun segno di accordo. L'attuale leadership ucraina si oppone a qualsiasi accordo che comporti la perdita di territori (compresa la Crimea) e qualsiasi veto sulla futura adesione alla NATO. I leader europei hanno dichiarato che sosterranno l'Ucraina, continueranno a finanziare la guerra e a fornire sostegno militare. I russi rifiutano di fare concessioni sulle loro posizioni raggiunte – secondo cui il Donbass e la Crimea fanno ora parte della Russia – sostengono che i russofoni all'interno dell'Ucraina devono essere protetti dalla repressione e dalla discriminazione, che l'Ucraina deve rinunciare ad aderire alla NATO e che le sue forze armate devono essere ridotte a livelli puramente difensivi. A loro volta, gli europei minacciano di inviare truppe in Ucraina per sostenere un presunto “cessate il fuoco”.
Si tratta di una situazione di stallo simile alla guerra di Corea degli anni '50 (che ufficialmente non è ancora finita!). La guerra sembra destinata a risolversi sul fronte, piuttosto che con la diplomazia. Quindi continuerà con altre migliaia di soldati vittime, privazioni per gli ucraini e un peggioramento del tenore di vita per la maggior parte dei russi.
La guerra non solo ha distrutto l'Ucraina, ma ha anche indebolito gravemente l'economia europea, poiché i costi di produzione sono saliti alle stelle con la perdita delle importazioni di energia a basso costo dalla Russia. Ad esempio, il Regno Unito ha ora i costi dell'elettricità e dell'energia più alti al mondo (con la Germania non molto indietro)! Da un recente sondaggio della Confederazione britannica delle imprese (CBI) è emerso che il Regno Unito ha prezzi industriali superiori di quasi due terzi della media dei paesi dell'Agenzia internazionale per l'energia (AIE), e i più alti tra i membri del G7. I prezzi dell'elettricità nel Regno Unito sono circa il doppio della media dell'UE. Le imprese britanniche devono attualmente sostenere costi dell'elettricità superiori di circa il 70% rispetto a quelli pre-crisi, mentre i costi del gas sono superiori di oltre il 60%. Inoltre, di conseguenza, quattro aziende su dieci hanno sostenuto che intendono ridurre gli investimenti.
Ma sembra che i leader europei vogliano continuare la guerra anche se Trump alla fine si dovesse ritirare. Essi sostengono che se l'Ucraina venisse sostenuta ancora per un po', le perdite russe sarebbero più ingenti, l'economia russa crollerebbe e Putin sarebbe costretto a chiedere la pace, per poi essere, forse, destituito. I russi la pensano diversamente: ritengono che l'Ucraina sia in ginocchio e non possa resistere ancora a lungo.
Gli europei ritengono che la Russia sia debole e vicina alla sconfitta, ma allo stesso tempo pensano che invaderà l'Europa una volta sconfitta l'Ucraina: un'analisi davvero contraddittoria. Ma questa argomentazione giustifica un massiccio raddoppio della spesa per la difesa: fino al 5% del PIL delle principali economie europee nei prossimi dieci anni, in modo da potersi “difendere” dall'imminente invasione russa. Ciò è ridicolmente giustificato dal fatto che la spesa per la ‘difesa’ «è il più grande beneficio pubblico di tutti», secondo Bronwen Maddox (che promuove il punto di vista dei Servizi di Sicurezza britannici). La sua conclusione è stata che: «il Regno Unito potrebbe dover contrarre ulteriori prestiti per pagare la spesa per la difesa di cui ha così urgentemente bisogno. Nel prossimo anno e oltre, i politici dovranno prepararsi a recuperare denaro attraverso tagli alle indennità di malattia, alle pensioni e all'assistenza sanitaria... Infine, i politici dovranno persuadere gli elettori a rinunciare ad alcuni dei loro benefici per pagare la difesa».
Ciò comporterà un enorme dirottamento degli investimenti dai servizi pubblici e dalle prestazioni sociali (di cui c'è grande bisogno) e dagli investimenti tecnologici, verso un'improduttiva e distruttiva produzione di armi. Ciò getta un'enorme incertezza sul futuro dell'Europa come entità economica di primo piano per il resto di questo decennio e oltre.
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