Io non so perché il conduttore della trasmissione televisiva “Che tempo che fa” abbia posto a Christine Lagarde, Presidente della Banca centrale europea, le domande che le ha posto. Lo avrà fatto per tanti motivi ma, comunque, non è importante rifletterci perché erano domande fuori luogo, nate da chi sa quale contorto processo mentale.
Il tema rilevante è un altro: Christine Lagarde non doveva essere lì a rispondere a quelle domande. Sembra incredibile che la Presidente della Banca centrale europea sia andata in una trasmissione televisiva italiana ad esprimere le proprie opinioni su un tema che non rientra nella sua sfera decisionale, bensì in quello della Commissione europea. Che abbia dichiarato la sua contrarietà a concedere all’Italia la possibilità di accedere alla ‘clausola di salvaguardia’ per derogare ai vincoli sul bilancio pubblico fissati dal “Patto di stabilità e crescita”.
Dov’è finita la mitica discrezione dei banchieri centrali?
Dov’è finita la mitica divisione dei poteri delle democrazie liberali europee?
I bilanci pubblici di gran parte dei Paesi membri dell’Unione europea sono sotto stress – e lo saranno per molti anni ancora – a causa del piano pluriennale di riarmo che è stato deciso di attuare. Lo sono persino i bilanci pubblici della Germania, della Francia e dell’Italia, le tre più grandi economie dell’Unione.
Per facilitare il riarmo riducendo lo stress (politico) che il consistente aumento della spesa militare comporta, la Commissione europea ha deciso di permettere ai Paesi di chiedere la deroga ai vincoli del “Patto di stabilità e crescita”. 18 Paesi l’hanno chiesta e ottenuta, tra i quali Germania e Francia. L’ha chiesta anche l’Italia. E Christine Lagarde si precipita in Italia a dire in televisione che la Commissione europea non dovrebbe accettare la richiesta.
Pur trovandosi nella ‘procedura di infrazione’ per deficit pubblico eccessivo, l’Italia può chiedere di utilizzare la clausola di salvaguardia, e spetterà poi alla Commissione europea decidere se concederla o meno. Un deficit eccessivo di un niente, comunque: attualmente il suo disavanzo pubblico è stimato al 3,1%, lo 0,1% oltre il limite massimo. Ma la Presidente della Banca centrale europea ammonisce che le regole devono essere rispettate. In questo caso, tuttavia, non c’è nessuna regola da rispettare, piuttosto una valutazione complessiva che spetta alla Commissione europea.
L’Italia ha fatto richiesta di accedere alla clausola di salvaguardia e derogare ai vincoli del “Patto di stabilità e crescita” – con la consueta confusione e vittimismo, certo, facendo finta di non sapere quanto sia grande, se solo lo volesse esercitare, il peso politico che avrebbe nel Consiglio europeo, considerata la sua dimensione demografica ed economica. Comunque, ora sta negoziando con la Commissione europea. La Presidente della Banca centrale europea non doveva permettersi nessun commento pubblico. Aveva canali istituzionali per esprimere direttamente alla Commissione europea la sua contrarietà alla concessione della deroga.
Ma di quali regole parla Christine Lagarde? L’Italia ha accumulato nel tempo un debito pubblico ben oltre il doppio di quello che secondo le regole del “Patto di stabilità e crescita” dovrebbe avere in proporzione al prodotto lordo. Dovrebbe essere il 60%, ma ha raggiunto il 143%. Però, la si tiene nella procedura di infrazione perché il suo disavanzo pubblico è dello 0,1% oltre il limite.
Ma, chi si è preoccupato delle regole quando, con l’approvazione del PNRR, si è permesso all’Italia di fare circa 120 miliardi di debito? Un’anomalia tanto clamorosa, ma passata inosservata nel dibattito pubblico: la Francia, la Germania e la Spagna (e molti altri Paesi membri) hanno formulato PNRR che non prevedevano neanche un euro di prestito dall’Unione europea.
In Italia la ‘crisi fiscale’ che si trascina da decenni è arrivata al punto di rottura con il Governo Draghi, e il Governo Meloni non ha capito che cosa aveva ereditato. Lo sta capendo in queste settimane, mentre inizia la fase finale della legislatura e si sta entrando in campagna elettorale. Il cerchio si stringe, e Meloni non sa che fare. A sottolineare il fallimento del Governo Meloni entra in gioco in modo irrituale la Banca centrale europea. Interviene anche il Fondo Monetario Internazionale che, preoccupato per bassa crescita e debito pubblico, suggerisce ‘decisive’ misure di politica economica. E, infine, la Commissione europea. La ‘troika’ si mobilita – di nuovo.
Puntualmente, con la ‘troika’ si mobilita anche la tecnostruttura giornalistico-accademica italiana. Leggo oggi su “La Stampa” uno dei suoi più autorevoli membri affermare, tempestivamente, che fare ora più debito peggiorerebbe la situazione delle “donne e dei giovani”. Quello fatto recentemente, invece? Nesso causale misterioso: verità sciamaniche. È iniziato il dibattito pre-elettorale, e la ‘troika’ ha già dettato i temi da svolgere.
L’Italia non è in grado di attuare il piano di riarmo che ha sottoscritto. Non ha le risorse per farlo. (Anche Paesi come Francia e Germania non le hanno e devono indebitarsi – e ridurre la spesa sociale). Inoltre, la crisi energetica ha peggiorato la situazione. In questi anni l’Italia si è indebitata per effettuare gli investimenti previsti dal PNRR ma non ha effettuato, se non in minima parte, quelli previsti dai Fondi strutturali.
La ‘troika’ fa notare che sono lì le risorse finanziare utilizzabili per attuare il piano di armamenti e per superare la crisi energetica. Ma, per realizzare quegli investimenti, l’Italia – come d’obbligo – deve cofinanziarli e le risorse non le ha.
L’Italia avrebbe ora bisogno di un dibattito pubblico – di un giornalismo – capace di declinare la drammaticità della situazione.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/06/2026
La troika si mobilita, di nuovo
14/05/2024
Le domande che Fabio Fazio non ha rivolto a Ursula Von der Leyen
di Daniele Luttazzi
Durante la sua intervista a Ursula von der Leyen, Fabiofazio ha evitato alcune domande che invece le andavano fatte, se non altro per mantenere il rispetto di sé, che evidentemente è chiedere troppo, se ti pagano abbastanza. Per di più, invece di contestare le risposte della mamma guerrafondaia, annuiva compito. Insomma è stata un’intervista-marchetta come questa.
Certi di fare cosa gradita alla sua community, ecco allora, gratis, tutte le domande che Fabiofazio non ha rivolto alla von der Leyen.
1) Buonasera e benvenuta. Fra un po’ ci saranno le elezioni europee e lei è candidata. È venuta qui perché immaginava che non le avrei fatto nessuna domanda scomoda e quindi quest’intervista sarebbe stata un ottimo spot elettorale? Perché non ha scelto un programma giornalistico vero?
2) Si è resa conto che la decisione politica di impegnare l’Europa a finanziare e armare l’Ucraina per farle combattere una guerra che non può vincere, per giunta comminando alla Russia delle sanzioni che hanno danneggiato l’economia europea, è stata una decisione non solo cretina, ma anche irresponsabile, visti i rischi di escalation del conflitto, quando con un accordo diplomatico come quello proposto da Scholz la guerra e le sue conseguenze nefaste potevano essere evitate del tutto? Pensa davvero che non sarà mai chiamata a risponderne?
3) È consapevole che l’annessione dell’Ucraina all’Unione Europea, da lei tanto auspicata, potrebbe dare inizio alla Terza guerra mondiale?
4) Ha detto di recente che la Banca Europea avrà un ruolo nel rafforzare la Difesa Ue, e che questo passo “richiederà decisioni coraggiose”. Cosa intendeva di preciso? Nuove tasse e meno spese sociali per una nuova corsa agli armamenti?
5) Perché, invece di definirsi ogni volta “profondamente turbata” dalle immagini del genocidio in corso a Gaza, non denuncia i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità di Netanyahu e del governo di Israele? Perché il doppio standard: gli ucraini difesi e i palestinesi no?
6) Perché non si oppone al controllo che la finanza esercita sull’economia e sugli Stati europei? Perché promuove le politiche della Bce, che ingrassano solo le banche e impoveriscono i cittadini? Perché non contrasta in alcun modo il neoliberismo, che ha distrutto il Welfare e il lavoro, e moltiplicato le disuguaglianze?
7) Lei è sotto inchiesta: la procura europea l’accusa di corruzione, conflitto d’interessi, interferenza nelle funzioni pubbliche e distruzione di documenti nel caso “Pfizergate”. Le email tra lei e il Ceo di Pfizer Albert Bourla sono state distrutte. Cosa c’era di così compromettente nel negoziato sull’acquisto dei vaccini che giustificasse la distruzione di quelle e-mail?
8) Dopo l’alluvione in Romagna, lei andò con la presidente Meloni a fare un sopralluogo nei territori disastrati. Tante promesse, ma ancora nessun aiuto. Anche lei è inaffidabile come Giorgia?
Fonte
Durante la sua intervista a Ursula von der Leyen, Fabiofazio ha evitato alcune domande che invece le andavano fatte, se non altro per mantenere il rispetto di sé, che evidentemente è chiedere troppo, se ti pagano abbastanza. Per di più, invece di contestare le risposte della mamma guerrafondaia, annuiva compito. Insomma è stata un’intervista-marchetta come questa.
Certi di fare cosa gradita alla sua community, ecco allora, gratis, tutte le domande che Fabiofazio non ha rivolto alla von der Leyen.
1) Buonasera e benvenuta. Fra un po’ ci saranno le elezioni europee e lei è candidata. È venuta qui perché immaginava che non le avrei fatto nessuna domanda scomoda e quindi quest’intervista sarebbe stata un ottimo spot elettorale? Perché non ha scelto un programma giornalistico vero?
2) Si è resa conto che la decisione politica di impegnare l’Europa a finanziare e armare l’Ucraina per farle combattere una guerra che non può vincere, per giunta comminando alla Russia delle sanzioni che hanno danneggiato l’economia europea, è stata una decisione non solo cretina, ma anche irresponsabile, visti i rischi di escalation del conflitto, quando con un accordo diplomatico come quello proposto da Scholz la guerra e le sue conseguenze nefaste potevano essere evitate del tutto? Pensa davvero che non sarà mai chiamata a risponderne?
3) È consapevole che l’annessione dell’Ucraina all’Unione Europea, da lei tanto auspicata, potrebbe dare inizio alla Terza guerra mondiale?
4) Ha detto di recente che la Banca Europea avrà un ruolo nel rafforzare la Difesa Ue, e che questo passo “richiederà decisioni coraggiose”. Cosa intendeva di preciso? Nuove tasse e meno spese sociali per una nuova corsa agli armamenti?
5) Perché, invece di definirsi ogni volta “profondamente turbata” dalle immagini del genocidio in corso a Gaza, non denuncia i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità di Netanyahu e del governo di Israele? Perché il doppio standard: gli ucraini difesi e i palestinesi no?
6) Perché non si oppone al controllo che la finanza esercita sull’economia e sugli Stati europei? Perché promuove le politiche della Bce, che ingrassano solo le banche e impoveriscono i cittadini? Perché non contrasta in alcun modo il neoliberismo, che ha distrutto il Welfare e il lavoro, e moltiplicato le disuguaglianze?
7) Lei è sotto inchiesta: la procura europea l’accusa di corruzione, conflitto d’interessi, interferenza nelle funzioni pubbliche e distruzione di documenti nel caso “Pfizergate”. Le email tra lei e il Ceo di Pfizer Albert Bourla sono state distrutte. Cosa c’era di così compromettente nel negoziato sull’acquisto dei vaccini che giustificasse la distruzione di quelle e-mail?
8) Dopo l’alluvione in Romagna, lei andò con la presidente Meloni a fare un sopralluogo nei territori disastrati. Tante promesse, ma ancora nessun aiuto. Anche lei è inaffidabile come Giorgia?
Fonte
05/06/2023
Fuori dalla Rai, non certo da vittime...
Abbiamo di proposito evitato di dare notizia o commentare le fuoriuscite di Fazio, Annunziata ed altre star dalla Rai verso altre emittenti. Non ci convinceva per nulla la narrazione corrente secondo cui fossero “vittime” dell’arrivo dei fascisti sulle poltrone di comando di viale Mazzini.
Certo, è sicuro che la desta-destra non li sopportasse (“Belli, ciao!” di Matteo Salvini chiarisce la cosa), ma l’immagine da anarchici in viaggio verso Lugano bella proprio non si attaglia a conduttori che hanno saputo per oltre 30 anni gestirsi serenamente tra governi di destra, centro, centrodestra, berlusconissimi, piddini, ecc.
Niente a che vede con i fratelli Guzzanti o Daniele Luttazzi, evidentemente con meno santi in paradiso o meno “flessibilità” individuale. E poi, in ogni caso, ci mancavano per ovvi motivi (non siamo “dentro” i palazzi del potere...) troppe informazioni su appartenenze, strutture, camarille, ecc., che sovrintendono a entrate, uscite, emolumenti, palinsesti.
Queste informazioni Michele Santoro le ha. E in questo post su Facebook ne esterna alcune. Che aiutano a inquadrare meglio la vicenda.
Poi, certo, anche Santoro ha navigato in quei mari per decenni, difficile farne un martire. Però, almeno stavolta, è utile.E persino divertente...
Buona lettura.
Certo, è sicuro che la desta-destra non li sopportasse (“Belli, ciao!” di Matteo Salvini chiarisce la cosa), ma l’immagine da anarchici in viaggio verso Lugano bella proprio non si attaglia a conduttori che hanno saputo per oltre 30 anni gestirsi serenamente tra governi di destra, centro, centrodestra, berlusconissimi, piddini, ecc.
Niente a che vede con i fratelli Guzzanti o Daniele Luttazzi, evidentemente con meno santi in paradiso o meno “flessibilità” individuale. E poi, in ogni caso, ci mancavano per ovvi motivi (non siamo “dentro” i palazzi del potere...) troppe informazioni su appartenenze, strutture, camarille, ecc., che sovrintendono a entrate, uscite, emolumenti, palinsesti.
Queste informazioni Michele Santoro le ha. E in questo post su Facebook ne esterna alcune. Che aiutano a inquadrare meglio la vicenda.
Poi, certo, anche Santoro ha navigato in quei mari per decenni, difficile farne un martire. Però, almeno stavolta, è utile.E persino divertente...
Buona lettura.
*****
Michele Santoro risponde all’articolo di Gramellini sul Corriere della Sera “Santoro non li sopporta”.
Aldo Grasso, da quando ha smesso di fare il critico televisivo per dedicarsi alla promozione dei programmi della Sette, ha parecchio tempo libero. Ma non sapevo lo dedicasse all’ambizioso tentativo di trasformare uno scrittore commovente come Massimo Gramellini in un editorialista politico commovente fino alle lacrime.
Il corso di recupero deve essere agli inizi considerato gli strafalcioni che presenta la prima composizione dell’allievo.
Già il titolo “Santoro non li sopporta” contiene un errore perché opera una grave manipolazione dei fatti. Più corretto sarebbe stato “Santoro non ci sopporta” visto che si parlava della banda di cui anche il Gramellini fa parte, che ha come capo Giuseppe Caschetto, meglio conosciuto come Beppe.
L’illustre agente sembra aver organizzato questo remake del famosissimo film “Fuga per la Vittoria”, con Fabio Fazio nella parte che fu di Pelé, Lucia Annunziata al posto di Silvester Stallone e Massimo Gramellini, riserva di quasi lusso, con cachet minore diretto alla “Sette”.
Anche questa volta si scappa dai Nazisti ma non dopo averli battuti in una partita di pallone, semplicemente portandogli via con destrezza il tesoro che forse, quegli stupidi, nemmeno sapevano di avere a portata di mano.
Gli americani di Discovery, specializzati in produzioni di qualità, nel ruolo dei salvatori, proteggeranno la cultura occidentale dai furori di Hitler-Meloni. La quale Giorgia però combatte con Hitler-Putin un derby con la banda costretta a fingere di tifare per lei.
L’articolo è un esercizio con richiami storici troppo approssimativi: fa risalire la mia attività addirittura alla fine dell’ottocento, con la lotta che allora infuriava nel Partito Socialista tra massimalisti e riformisti, che oltre a Filippo Turati sarebbero debitori a Fabio Fazio e Lucia Annunziata. Questo per dimostrare che il mio livore rivoluzionario sarebbe la vera causa della sconfitta della sinistra.
E qui casca l’asino Gramellini. Perché per età potrei aver ereditato le colpe dell’ascesa del fascismo o contribuito direttamente ad ostacolare la trasformazione del Partito Comunista o alla durata ventennale del berlusconismo.
Ma non si capisce come possa aver provocato la sconfitta della sinistra italiana negli ultimi dieci anni restando fuori dalla televisione con qualche sporadico intervento da Floris o Lilli Gruber per lo più avvenuto, come l’altra sera, a urne già chiuse.
Aldo Grasso dovrà lavorare ancora parecchio e con corsi di recupero. Ma mentre esprimo tutta la mia comprensione per il lettore del Corriere della Sera che ogni giorno deve sentirsi ripetere che “Cairo è il migliore tra gli imprenditori italiani”, “la Sette una Televisione magnifica” e ora, da un suo socio in affari, che Fazio ha rifondato il socialismo, sono costretto ad ammettere che l’articolo, maldestro sul piano storico e ridicolo su quello politico, contiene tuttavia un’ammissione di straordinaria importanza, che si può tradurre cosi:
“Il sottoscritto Massimo Gramellini, che con Annunziata e Fazio nei ruoli da protagonista, e con la regia di Beppe Caschetto, è impegnato nella produzione di ‘Fuga per la Vittoria’ si rammarica di aver tanto lavorato per il lieto fine vincente della sinistra che è stato purtroppo impedito dall’arrivo dei Nazisti e dal solito Santoro.
Proprio quando, avendo sviluppato un pensiero unico su Pandemia e Guerra in Ucraina, stavamo per far sorgere il sol dell’avvenire. Devo quindi ammettere che ciò che avevamo fatto prima non è servito a un cazzo”.
Fonte
27/02/2017
Il lavoro secondo Renzi: uno su un milione ce la fa e chissenefrega degli altri
E’ tornato il contafrottole. Di ritorno dall’America, quasi mettendo i piedi sulla scrivania della spalla Fazio, ha ricominciato a promettere il contrario di quel che ha fatto. Soprattutto in materia di lavoro giovanile.
Non ci attaccheremo qui alla contestazione dei numeri (“600mila occupati in più”), buttati lì con la nonchalance di chi sa che tanto nessuno ci fa caso, visto che Inps e Istat spesso danno cifre diverse persino tra loro, che il mestiere ce l’hanno. Non ci metteremo nemmeno a cercare di interpretare frasi senza alcun senso ("contesto la risposta grillina al problema. Garantire uno stipendio a tutti non risponde all'articolo 1 della nostra Costituzione che parla di lavoro non di stipendio. Il lavoro non è solo stipendio, ma anche dignità. Il reddito di cittadinanza nega il primo articolo della nostra Costituzione", invece "serve un lavoro di cittadinanza"). Come hanno notato in molti, infatti, “il lavoro di cittadinanza” è uno slogan inventato da Berlusconi un paio di settimane fa. Poteva risparmiarsi i soldi del viaggio...
Noi qui vogliamo occuparci soltanto dell’immonda sceneggiata fatta sulle politiche di “promozione” del lavoro che, quando e se riconquisterà la poltrona di premier, vorrebbe mettere in campo. Bisogna decodificare un po’, perché la recita è stata persino eccessiva (battute, faccette, falsetti), ma ne viene fuori un’idea chiara di cosa sia il lavoro nella sua testa (più precisamente: in quella di chi l’ha scelto come attore a Palazzo Chigi).
"[Negli Usa ho fatto] Una opportuna chiacchierata con i principali esponenti della rivoluzione digitale. Rivoluzione in corso e che fa paura, perché si perderanno posti di lavoro. Non sono d'accordo con Veltroni: con la macchina a vapore c'era lo stesso atteggiamento. Il vero discrimine nella politica di oggi non è la preoccupazione per l'innovazione, ma come la politica risponde. Il grande messaggio, nel mondo, è trovare un paracadute per chi non ce la fa. Ma non il reddito di cittadinanza, con il papi-Stato che paga per tutti. Io invece dico provaci, ti do una mano, ti faccio fare corsi di formazione. Ma non la rassegnazione, dobbiamo dare stimoli. Poi qualcuno non ce la farà, ma non va bene l'atteggiamento che lo Stato provvederà a tutti".
A parte la retorica “energetica”, ci sono tre cose chiare:
a) no a qualsiasi forma di assistenza sociale (reddito di cittadinanza o assegni di disoccupazione per lunghi periodi, del resta già molto “accorciati”);
b) nessun interventi statale nella produzione, a qualsiasi livello; la creazione di nuovi posti di lavoro – polizie a parte – spetta “al mercato”, ossia alle imprese;
c) politiche attive tese promuovere l’autoimprenditorialità, “chi ha idee”.
Schema molto americano, non c’è dubbio. La domanda che vi chiediamo di fare a voi stessi è una sola: per chi può funzionare questo schema? E subito dopo: per quanti?
In pratica, Renzi risolve la questione del lavoro giovanile così: non state a casa ad aspettare che qualcuno ve lo offra, muovetevi. Anzi, inventatevelo. Facile a dirsi, a quanto pare un po’ difficile a farsi. Aprire una startup innovativa è cosa per pochi. Pochi persino rispetto a quanti riescono a conseguire una laurea in materie scientifiche. Per quei pochi, trovare un finanziamento dell’idea non è certamente facile, in Italia. E un ambiente più favorevole, persino un finanziamento statale, potrebbe tornare utile.
Vabbeh, ma risolti i problemi di raccolta fondi per qualche decina di startup, gli altri milioni di giovani a spasso come li aiutiamo? Con i “corsi di formazione” fatti da aziende private che guadagnano proprio facendo corsi di formazione che non ti insegnano niente? Oppure corsi regionali che ti preparano per mestieri che intanto scompaiono?
Datevi da fare, mettetevi in competizione tra di voi, qualcuno arriverà al traguardo del benessere o addirittura della ricchezza... Le nostre periferie metropolitane sono piene di ragazzi che si danno da fare. I più risoluti spacciano, qualcun altro rubacchia, qualcuno/a si prostituisce. Iniziativa privata, certamente... Difficile dire in tv che è questo il risultato della competizione, vero?
Sia chiaro: qui nessuno pensa che il reddito di cittadinanza sia la soluzione sistemica e strategica per le generazioni a venire. E’ una rivendicazione concreta in questo tempo di transizione, peraltro neanche troppo “destabilizzante” il sistema capitalistico (tanto che è stato proposto anche da diversi “imprenditori innovativi” della Silicon Valley, compreso – in qualche misura – il Bill Gates che propone di “tassare i robot”).
Ma non risolve il problema del futuro globale: la quantità di posti di lavoro “normali”, con l’automazione della produzione e di molti servizi, e persino dell’assistenza domestica, sta già ora drasticamente riducendosi (fenomeno aggravato, ma non “provocato”, dalla stagnazione). Crolla insomma la quantità di lavoro socialmente necessario per riprodurre e far sviluppare l’umanità. In regime capitalistico, dove bisogna per forza garantire la massima profittabilità per le imprese, questo implica che i pochi “fortunati” che trovano un lavoro debbono accettare orari più lunghi e “flessibili”, salari più bassi, diritti inesistenti. Mentre tutti gli altri debbono orientarsi verso l’arte di arrangiarsi e sopravvivere, se ce la fanno.
Se chi crea lavoro sono soltanto le imprese e i singoli, con lo Stato che guarda e garantisce soltanto il “rispetto delle regole”, il destino è segnato.
A meno che...
Fonte
Non ci attaccheremo qui alla contestazione dei numeri (“600mila occupati in più”), buttati lì con la nonchalance di chi sa che tanto nessuno ci fa caso, visto che Inps e Istat spesso danno cifre diverse persino tra loro, che il mestiere ce l’hanno. Non ci metteremo nemmeno a cercare di interpretare frasi senza alcun senso ("contesto la risposta grillina al problema. Garantire uno stipendio a tutti non risponde all'articolo 1 della nostra Costituzione che parla di lavoro non di stipendio. Il lavoro non è solo stipendio, ma anche dignità. Il reddito di cittadinanza nega il primo articolo della nostra Costituzione", invece "serve un lavoro di cittadinanza"). Come hanno notato in molti, infatti, “il lavoro di cittadinanza” è uno slogan inventato da Berlusconi un paio di settimane fa. Poteva risparmiarsi i soldi del viaggio...
Noi qui vogliamo occuparci soltanto dell’immonda sceneggiata fatta sulle politiche di “promozione” del lavoro che, quando e se riconquisterà la poltrona di premier, vorrebbe mettere in campo. Bisogna decodificare un po’, perché la recita è stata persino eccessiva (battute, faccette, falsetti), ma ne viene fuori un’idea chiara di cosa sia il lavoro nella sua testa (più precisamente: in quella di chi l’ha scelto come attore a Palazzo Chigi).
"[Negli Usa ho fatto] Una opportuna chiacchierata con i principali esponenti della rivoluzione digitale. Rivoluzione in corso e che fa paura, perché si perderanno posti di lavoro. Non sono d'accordo con Veltroni: con la macchina a vapore c'era lo stesso atteggiamento. Il vero discrimine nella politica di oggi non è la preoccupazione per l'innovazione, ma come la politica risponde. Il grande messaggio, nel mondo, è trovare un paracadute per chi non ce la fa. Ma non il reddito di cittadinanza, con il papi-Stato che paga per tutti. Io invece dico provaci, ti do una mano, ti faccio fare corsi di formazione. Ma non la rassegnazione, dobbiamo dare stimoli. Poi qualcuno non ce la farà, ma non va bene l'atteggiamento che lo Stato provvederà a tutti".
A parte la retorica “energetica”, ci sono tre cose chiare:
a) no a qualsiasi forma di assistenza sociale (reddito di cittadinanza o assegni di disoccupazione per lunghi periodi, del resta già molto “accorciati”);
b) nessun interventi statale nella produzione, a qualsiasi livello; la creazione di nuovi posti di lavoro – polizie a parte – spetta “al mercato”, ossia alle imprese;
c) politiche attive tese promuovere l’autoimprenditorialità, “chi ha idee”.
Schema molto americano, non c’è dubbio. La domanda che vi chiediamo di fare a voi stessi è una sola: per chi può funzionare questo schema? E subito dopo: per quanti?
In pratica, Renzi risolve la questione del lavoro giovanile così: non state a casa ad aspettare che qualcuno ve lo offra, muovetevi. Anzi, inventatevelo. Facile a dirsi, a quanto pare un po’ difficile a farsi. Aprire una startup innovativa è cosa per pochi. Pochi persino rispetto a quanti riescono a conseguire una laurea in materie scientifiche. Per quei pochi, trovare un finanziamento dell’idea non è certamente facile, in Italia. E un ambiente più favorevole, persino un finanziamento statale, potrebbe tornare utile.
Vabbeh, ma risolti i problemi di raccolta fondi per qualche decina di startup, gli altri milioni di giovani a spasso come li aiutiamo? Con i “corsi di formazione” fatti da aziende private che guadagnano proprio facendo corsi di formazione che non ti insegnano niente? Oppure corsi regionali che ti preparano per mestieri che intanto scompaiono?
Datevi da fare, mettetevi in competizione tra di voi, qualcuno arriverà al traguardo del benessere o addirittura della ricchezza... Le nostre periferie metropolitane sono piene di ragazzi che si danno da fare. I più risoluti spacciano, qualcun altro rubacchia, qualcuno/a si prostituisce. Iniziativa privata, certamente... Difficile dire in tv che è questo il risultato della competizione, vero?
Sia chiaro: qui nessuno pensa che il reddito di cittadinanza sia la soluzione sistemica e strategica per le generazioni a venire. E’ una rivendicazione concreta in questo tempo di transizione, peraltro neanche troppo “destabilizzante” il sistema capitalistico (tanto che è stato proposto anche da diversi “imprenditori innovativi” della Silicon Valley, compreso – in qualche misura – il Bill Gates che propone di “tassare i robot”).
Ma non risolve il problema del futuro globale: la quantità di posti di lavoro “normali”, con l’automazione della produzione e di molti servizi, e persino dell’assistenza domestica, sta già ora drasticamente riducendosi (fenomeno aggravato, ma non “provocato”, dalla stagnazione). Crolla insomma la quantità di lavoro socialmente necessario per riprodurre e far sviluppare l’umanità. In regime capitalistico, dove bisogna per forza garantire la massima profittabilità per le imprese, questo implica che i pochi “fortunati” che trovano un lavoro debbono accettare orari più lunghi e “flessibili”, salari più bassi, diritti inesistenti. Mentre tutti gli altri debbono orientarsi verso l’arte di arrangiarsi e sopravvivere, se ce la fanno.
Se chi crea lavoro sono soltanto le imprese e i singoli, con lo Stato che guarda e garantisce soltanto il “rispetto delle regole”, il destino è segnato.
A meno che...
Fonte
02/05/2016
Emanuele Filiberto, frutto marcio di un errore storico...
Che ci siano in circolazione personaggi discendenti da famiglie che una volta regnavano, si può capire. La Storia spazza via gli assetti istituzionali, non sempre si occupa dei dettagli. A quelli dovrebbero provvedere gli uomini, che sono sicuramente più distratti, e quindi a volte si distraggono, si commuovono, cercano un compromesso che tranquillizzi altri uomini.
Che certi personaggi discendenti da famiglie di macellai possano anche parlare, invece, è cosa che non si dovrebbe neanche ammettere. Specie se hanno mostrato di non aver appreso la lezione della Storia.
Il caso di questi giorni, a cavallo tra date simbolo come il 25 Aprile e il Primo Maggio, è rappresentato dall’erede vanesio dei Savoia, quell’Emanuele Filiberto riammesso in Italia da una classe politica corrotta fin nel midollo e sdoganato televisivamente da tal Fabio Fazio, che lo aveva usato come pupazzo di rappresentanza inviato su campi di tennis e dintorni.
Un suo tweet contro i partigiani («con le loro associazioni costano al contribuente 3 milioni di euro») è stato letto dall’Anpi di Brescia, che ha giustamente denunciato l’episodio. In fondo, che un parassita millenario come un Savoia provi a dare del parassita ai lavoratori che hanno cacciato a suon di mitraglia la sua famiglia, i nazisti e sicari fascisti, è sicuramente intollerabile.
Tanto più se questo esangue rametto dell’ex casa regnante, come un bambino qualsiasi, non si sforza neppure di elaborare un pensiero proprio, ma si limita a ripostare un tweet di “riscatto nazionale”, bufalificio fascista che può essere “sgamato” già dal nome.
Preso in castagna, lo scarsamente dotato rampollo regale si è esibito in un numero classico dell’italietta arruffona, reso ormai celebre dall’ex ministro Scajola (“mi hanno comprato casa a mia insaputa”), degradandolo però a un più banale “Qualcuno è entrato nel mio account e ha mandato articolo su partigiani volendo cavalcare la diatriba sulla mia visita a Noto! Mi dispiace!”.
Come se qualcuno dovesse davvero sforzare la propria intelligenza per hackerare un accont da cui partono solo stronzate aristocratico-fasciste.
Non pago dell’autodifesa fantozziana, “l’erede” si è barricato dietro «il ruolo di mia nonna durante la guerra accanto ai partigiani», infangando così l’unico esponente della sua famiglia che abbia mostrato un soprassalto di umanità.
Ma quel che ha mandato veramente in bestia ogni essere umano pensante è stato il suo invito a “studiare la storia”. Lamentandosi, addirittura, di quanto sia “Incredibile vedere la violenza di certe persone... Il rimanere bloccati su dei preconcetti storici senza voler ascoltare l’altro!”. Preconcetti storici? Si tratta solo di giudizi a posteriori, perché – per l’appunto – la storia della famiglia Savoia è ormai passata in giudicato con sentenza inappellabile. Per non dire della “violenza”, pratica su cui effettivamente gli ex sovrani hanno ben poco da imparare (rileggetevi, per esempio, la storia del lager di Fenestrelle).
Il web ha esondato una marea di insulti irripetibili, ma tutti ampiamente meritati. La risposta migliore è però arrivata dal collettivo Wu Ming, che della Storia ha fatto un oggetto di studio in molti sensi esemplare: foto e documenti in cui i Savoia festeggiano con Hitler o Goering, nonché il loro ruolo nell’approvazione delle leggi razziali.
«Studiare sì – scrivono quelli di Wu Ming – ma studiamo tutto».
Non possiamo che concordare. Del resto, là dove gli uomini hanno fatto seriamente la storia della liberazione umana, le famiglie regnanti non hanno avuto aggio di tornare in circolazione. Se volevate sapere perché, guardate la faccia di Emanuele Filiberto. I popoli che non hanno tagliato la testa ai re, sono rimasti sudditi...
Che certi personaggi discendenti da famiglie di macellai possano anche parlare, invece, è cosa che non si dovrebbe neanche ammettere. Specie se hanno mostrato di non aver appreso la lezione della Storia.
Il caso di questi giorni, a cavallo tra date simbolo come il 25 Aprile e il Primo Maggio, è rappresentato dall’erede vanesio dei Savoia, quell’Emanuele Filiberto riammesso in Italia da una classe politica corrotta fin nel midollo e sdoganato televisivamente da tal Fabio Fazio, che lo aveva usato come pupazzo di rappresentanza inviato su campi di tennis e dintorni.
Un suo tweet contro i partigiani («con le loro associazioni costano al contribuente 3 milioni di euro») è stato letto dall’Anpi di Brescia, che ha giustamente denunciato l’episodio. In fondo, che un parassita millenario come un Savoia provi a dare del parassita ai lavoratori che hanno cacciato a suon di mitraglia la sua famiglia, i nazisti e sicari fascisti, è sicuramente intollerabile.
Tanto più se questo esangue rametto dell’ex casa regnante, come un bambino qualsiasi, non si sforza neppure di elaborare un pensiero proprio, ma si limita a ripostare un tweet di “riscatto nazionale”, bufalificio fascista che può essere “sgamato” già dal nome.
Preso in castagna, lo scarsamente dotato rampollo regale si è esibito in un numero classico dell’italietta arruffona, reso ormai celebre dall’ex ministro Scajola (“mi hanno comprato casa a mia insaputa”), degradandolo però a un più banale “Qualcuno è entrato nel mio account e ha mandato articolo su partigiani volendo cavalcare la diatriba sulla mia visita a Noto! Mi dispiace!”.
Come se qualcuno dovesse davvero sforzare la propria intelligenza per hackerare un accont da cui partono solo stronzate aristocratico-fasciste.
Non pago dell’autodifesa fantozziana, “l’erede” si è barricato dietro «il ruolo di mia nonna durante la guerra accanto ai partigiani», infangando così l’unico esponente della sua famiglia che abbia mostrato un soprassalto di umanità.
Ma quel che ha mandato veramente in bestia ogni essere umano pensante è stato il suo invito a “studiare la storia”. Lamentandosi, addirittura, di quanto sia “Incredibile vedere la violenza di certe persone... Il rimanere bloccati su dei preconcetti storici senza voler ascoltare l’altro!”. Preconcetti storici? Si tratta solo di giudizi a posteriori, perché – per l’appunto – la storia della famiglia Savoia è ormai passata in giudicato con sentenza inappellabile. Per non dire della “violenza”, pratica su cui effettivamente gli ex sovrani hanno ben poco da imparare (rileggetevi, per esempio, la storia del lager di Fenestrelle).
Il web ha esondato una marea di insulti irripetibili, ma tutti ampiamente meritati. La risposta migliore è però arrivata dal collettivo Wu Ming, che della Storia ha fatto un oggetto di studio in molti sensi esemplare: foto e documenti in cui i Savoia festeggiano con Hitler o Goering, nonché il loro ruolo nell’approvazione delle leggi razziali.
«Studiare sì – scrivono quelli di Wu Ming – ma studiamo tutto».
Non possiamo che concordare. Del resto, là dove gli uomini hanno fatto seriamente la storia della liberazione umana, le famiglie regnanti non hanno avuto aggio di tornare in circolazione. Se volevate sapere perché, guardate la faccia di Emanuele Filiberto. I popoli che non hanno tagliato la testa ai re, sono rimasti sudditi...
26/10/2015
La Litizzetto dice la verità, quando
Dell’incredibile esternazione televisiva della Litizzetto, forse a causa dell’ondata di indignazione suscitata, è sfuggita la frase più importante, quella finale in cui afferma: “E’ uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve fare”. Giustissimo: il killeraggio politico è uno sporco lavoro e lei è adattissima a farlo. E’ stato un momento di suprema autoconsapevolezza. Complimenti.
Ma come si fa a passare per satira una cosa del genere? Dove è lo spirito? Immaginate che uno vada in Tv e dicesse “La Tal dei Tali è una troia”… Hahaha, ridete: sto facendo satira!” Vi sembra una cosa accettabile?
Ammetto anche io di scrivere talvolta giudizi molto duri, quasi offensivi, soprattutto quando parlo della Lega, forse dovrei evitarlo, ma non ho la pretesa di spacciarli per satira, nessuno mi paga e lo dico sul mio blog personale, non su una rete Rai pagata con il canone imposto a tutti gli italiani.
Circa trenta anni fa, Grillo fece una battutaccia sui socialisti (che, peraltro, pochi anni dopo si dimostrò non proprio infondata e che, tecnicamente, era costruita con ben maggiore abilità) la pagò con un ostracismo trentennale e, sul momento Pippo Baudo si precipitò al microfono per dire “scusate a volte i comici smarronano”. Questa volta, Fazio era lì che rideva compiaciuto dell’arguzia della Litizzetto.
Direi, quindi, che la signora non la debba passare liscia, per questo ho firmato ed invito a firmare la petizione al comitato di vigilanza Rai di misure disciplinari nei suoi confronti e direi che una sospensione di 5 anni dagli spettacoli Rai sia una misura accettabile (in fondo è un sesto di quel che capitò a Grillo e per una battuta ben più spiritosa). Sperando che in questi cinque anni, la Litizzetto impari la differenza fra la satira e le gratuite sguaiataggini.
Peraltro, anche Fazio un richiamino lo meriterebbe, vi pare?
Ma, in fondo, questo è l’aspetto meno grave della vicenda: cronache ordinarie di guitti prezzolati. Il punto più serio è un altro: ma si può ancora difendere la Tv pubblica? O, per lo meno, è ancora proponibile una Tv sostenuta da un’imposta incostituzionale come il canone? Il problema fu sollevato dai radicali (che per una volta dissero una cosa giusta) negli anni settanta, ma la Corte Costituzionale rispose (se ben ricordo) con una sentenza assai ardita che, sostanzialmente, dimostrava come il possesso di un apparecchio televisivo potesse di per sé giustificare l’imposta. Erano anni di strapotere dei partiti e non sarebbe stato immaginabile un esito diverso. Gran parte della gente poi ha reagito semplicemente non pagando il canone ed, infatti, ora sono ridotti a imporne il pagamento in bolletta elettrica. Ma qui credo che abbiano fatto un errore che riapre tutta la questione dal punto di vista giuridico: infatti, l’utente dovrebbe pagare la bolletta per l’importo indicato in totale, non potendo scorporare la quota del canone. Magari uno può pensare di fare il versamento per la parte relativa alla fornitura elettrica, su un normale bollettino postale, ma difficilmente gli impiegati postali lo accetterebbero e comunque l’Enel non riterrebbero valido il versamento. Per cui o la paga per intero o non la paga affatto. Che possa esserci una sanzione amministrativa per il canone (da 200 a 600 euro) si può anche accettare (sempre che si accetti ancora il principio per cui il possesso di un apparecchio giustifichi il canone), ma qui seguirebbe anche una sanzione aggiuntiva: il distacco per la fornitura elettrica. Ma dove sta scritto che, se io non pago un servizio, debbo subire la sanzione della sospensione di un altro servizio?
Dunque un primo elemento per riaprire la questione c’è. Ma io credo che si possa rimettere in discussione l’assunto base, per il quale il semplice possesso di una televisione dà diritto allo Stato di esigere una imposta. Questo potrebbe essere ragionevole con una sorta di tassa speciale al momento dell’acquisto, ma non ha senso se richiesta ogni anno, a prescindere dal fatto che l’utente magari non veda mai la Rai ed usi la sua televisione solo per vedere altre reti. La cosa andrebbe rivista anche alla luce delle norme sulla concorrenza sopraggiunte negli ultimi anni.
E se la via giudiziaria si dimostrasse impraticabile o infruttuosa? Resterebbe sempre la via referendaria. Certo, le norme tributarie non possono essere oggetto di referendum e, quindi, non si può mettere in discussione il canone per questa via. Però non credo ci sia nulla che impedisca un referendum sull’istituzione dell’ente Rai.
Il punto è proprio questo: la Rai ormai è un bubbone incurabile, incrostato da un reclutamento raccomandatizio e clientelare. La Litizzetto non è una eccezione, ma la fisiologia di un carrozzone di regime ormai irrecuperabile. Se anche il M5s (o altra forza politica anti sistema) dovesse vincere le elezioni, avrebbe le mani legate dall’impossibilità di buttare fuori il personale esistente per sostituirlo con altro che non si capisce dove e come potrebbe essere reclutato. Non che manchino attori, comici, presentatori, registi, programmatori ecc. più capaci di quelli che vediamo, ma trovarli in blocco e di colpo sarebbe impossibile. Ed allora? Allora ridiamo lo scettro al Principe: che decida il pubblico, con il telecomando cosa vuol vedere e che gli incassi di tutti, Rai inclusa, siano proporzionali al numero di ascoltatori.
In definitiva: o si abroga il canone e si tratta la Rai al pari di tutte le altre reti che vivono di pubblicità, oppure abroghiamo la Rai.
Poi bisognerà ragolamentare la pubblicità, che dilaga un po’ troppo, ma questo sarà possibile farlo quando tutti saranno su un piede di parità.
Credo sia arrivato il momento di aprire lo spinoso dossier “caso Rai”.
Fonte
Ma come si fa a passare per satira una cosa del genere? Dove è lo spirito? Immaginate che uno vada in Tv e dicesse “La Tal dei Tali è una troia”… Hahaha, ridete: sto facendo satira!” Vi sembra una cosa accettabile?
Ammetto anche io di scrivere talvolta giudizi molto duri, quasi offensivi, soprattutto quando parlo della Lega, forse dovrei evitarlo, ma non ho la pretesa di spacciarli per satira, nessuno mi paga e lo dico sul mio blog personale, non su una rete Rai pagata con il canone imposto a tutti gli italiani.
Circa trenta anni fa, Grillo fece una battutaccia sui socialisti (che, peraltro, pochi anni dopo si dimostrò non proprio infondata e che, tecnicamente, era costruita con ben maggiore abilità) la pagò con un ostracismo trentennale e, sul momento Pippo Baudo si precipitò al microfono per dire “scusate a volte i comici smarronano”. Questa volta, Fazio era lì che rideva compiaciuto dell’arguzia della Litizzetto.
Direi, quindi, che la signora non la debba passare liscia, per questo ho firmato ed invito a firmare la petizione al comitato di vigilanza Rai di misure disciplinari nei suoi confronti e direi che una sospensione di 5 anni dagli spettacoli Rai sia una misura accettabile (in fondo è un sesto di quel che capitò a Grillo e per una battuta ben più spiritosa). Sperando che in questi cinque anni, la Litizzetto impari la differenza fra la satira e le gratuite sguaiataggini.
Peraltro, anche Fazio un richiamino lo meriterebbe, vi pare?
Ma, in fondo, questo è l’aspetto meno grave della vicenda: cronache ordinarie di guitti prezzolati. Il punto più serio è un altro: ma si può ancora difendere la Tv pubblica? O, per lo meno, è ancora proponibile una Tv sostenuta da un’imposta incostituzionale come il canone? Il problema fu sollevato dai radicali (che per una volta dissero una cosa giusta) negli anni settanta, ma la Corte Costituzionale rispose (se ben ricordo) con una sentenza assai ardita che, sostanzialmente, dimostrava come il possesso di un apparecchio televisivo potesse di per sé giustificare l’imposta. Erano anni di strapotere dei partiti e non sarebbe stato immaginabile un esito diverso. Gran parte della gente poi ha reagito semplicemente non pagando il canone ed, infatti, ora sono ridotti a imporne il pagamento in bolletta elettrica. Ma qui credo che abbiano fatto un errore che riapre tutta la questione dal punto di vista giuridico: infatti, l’utente dovrebbe pagare la bolletta per l’importo indicato in totale, non potendo scorporare la quota del canone. Magari uno può pensare di fare il versamento per la parte relativa alla fornitura elettrica, su un normale bollettino postale, ma difficilmente gli impiegati postali lo accetterebbero e comunque l’Enel non riterrebbero valido il versamento. Per cui o la paga per intero o non la paga affatto. Che possa esserci una sanzione amministrativa per il canone (da 200 a 600 euro) si può anche accettare (sempre che si accetti ancora il principio per cui il possesso di un apparecchio giustifichi il canone), ma qui seguirebbe anche una sanzione aggiuntiva: il distacco per la fornitura elettrica. Ma dove sta scritto che, se io non pago un servizio, debbo subire la sanzione della sospensione di un altro servizio?
Dunque un primo elemento per riaprire la questione c’è. Ma io credo che si possa rimettere in discussione l’assunto base, per il quale il semplice possesso di una televisione dà diritto allo Stato di esigere una imposta. Questo potrebbe essere ragionevole con una sorta di tassa speciale al momento dell’acquisto, ma non ha senso se richiesta ogni anno, a prescindere dal fatto che l’utente magari non veda mai la Rai ed usi la sua televisione solo per vedere altre reti. La cosa andrebbe rivista anche alla luce delle norme sulla concorrenza sopraggiunte negli ultimi anni.
E se la via giudiziaria si dimostrasse impraticabile o infruttuosa? Resterebbe sempre la via referendaria. Certo, le norme tributarie non possono essere oggetto di referendum e, quindi, non si può mettere in discussione il canone per questa via. Però non credo ci sia nulla che impedisca un referendum sull’istituzione dell’ente Rai.
Il punto è proprio questo: la Rai ormai è un bubbone incurabile, incrostato da un reclutamento raccomandatizio e clientelare. La Litizzetto non è una eccezione, ma la fisiologia di un carrozzone di regime ormai irrecuperabile. Se anche il M5s (o altra forza politica anti sistema) dovesse vincere le elezioni, avrebbe le mani legate dall’impossibilità di buttare fuori il personale esistente per sostituirlo con altro che non si capisce dove e come potrebbe essere reclutato. Non che manchino attori, comici, presentatori, registi, programmatori ecc. più capaci di quelli che vediamo, ma trovarli in blocco e di colpo sarebbe impossibile. Ed allora? Allora ridiamo lo scettro al Principe: che decida il pubblico, con il telecomando cosa vuol vedere e che gli incassi di tutti, Rai inclusa, siano proporzionali al numero di ascoltatori.
In definitiva: o si abroga il canone e si tratta la Rai al pari di tutte le altre reti che vivono di pubblicità, oppure abroghiamo la Rai.
Poi bisognerà ragolamentare la pubblicità, che dilaga un po’ troppo, ma questo sarà possibile farlo quando tutti saranno su un piede di parità.
Credo sia arrivato il momento di aprire lo spinoso dossier “caso Rai”.
Fonte
12/04/2015
Se anche Gramellini si spaventa per il programma "dovete morire"
Capita, il sabato sera, che ci si dimentichi di spegnere la televisione alla fine del telegiornale. E capita dunque di ritrovarsi ad un certo punto davanti al cicaleccio semiserio tra Fabio Fazio e Massimo Gramellini. Un duetto il più delle volte insopportabile per chiunque si trovi ad affrontare una vita aspra e complicata, perché è predominante - in quell'ammiccare reciproco tra i due conduttori - l'impressione che ci parlino del mondo come se l'unico punto di vista plausibile, accettabile, ammissibile, sia il loro. Cioè quello di una fetta alquanto ristretta di "borghesia delle professioni", quella che ha raggiunto il successo e un più che discreto benessere.
Ma capita anche che la realtà sociale si faccia spazio e "buchi", non tanto lo schermo, quanto il velo di buonsenso perbenista steso su ogni problema rilevante, in genere strizzato a questioncella morale.
E' capitato ieri sera, quando Gramellini, riferendo delle dimissioni dal lavoro di un professionista semi-anziano (un 55enne), viste dal punto di osservazione del suo dirigente 34enne, ha scoperto che viviamo tutti in un sistema di fatto inumano (non ha usato questa parola, certo). Quell'uomo, infatti, si era dimesso non si sa bene per quale ragione contingente, ma perché da lungo tempo trovava intollerabile essere "diretto" da uno che poteva essere suo figlio. Non ci è stato detto, ma è lecito supporlo, se il dimissionario ritenesse di non esser poi meno bravo del suo giovane "capo"; o anche se quest'ultimo non sia il massimo quanto a relazioni umane con un "sottoposto" più in là con gli anni; o se l'azienda, in qualche misura, abbia esercitato sul dimissionario una pressione costante, stimolando "competitività" tra colleghi, fino a creare il punto di rottura.
Comunque sia, in Gramellini è suonato un campanello d'allarme. Dove andremo a finire se dei bravi professionisti della mia età vengono costretti a licenziarsi, e quindi a finire rapidamente sul lastrico, scendendo in poche settimane decine di gradini nella scala sociale? E' chiaro, ha spiegato al pubblico, che "dobbiamo cambiare il sistema", oggi "tarato sulle energie di un giovane" e dare quindi una chance di occupabilità anche agli ultra-cinquantenni; che, da buon vicedirettore de La Stampa, certo "non possiamo mandare in pensione e pagargliela, augurando loro che vivano cent'anni".
Sorvoliamo sui luoghi comuni della contrapposizione giovani-anziani, sullo scarto compensativo tra "più energie" e "più esperienza", che pure hanno una loro validità universale. Il punto centrale dell'argomentare gramelliniano è stato "o cambiamo sistema oppure si arriva all'eliminazione fisica degli anziani". Dimostrino o no "vent'anni di meno", come spera Fazio di se stesso.
Non posso che essere soddisfatto dell'approdo di Gramellini. E' da qualche anno che, analizzando le "riforme strutturali" che dominano l'agenda di tutti i governi europei, sotto la spinta della Troika o anche autonomamente, sempre più gente arriva a scoprire che la logica di quelle "riforme" è soltanto una: "dovete morire prima", "non sappiamo che farcene di tutta questa gente, di qualunque età, che pretende di campare senza che ci sia una necessità - per il capitale - di metterli al lavoro" (vedi anche qui).
In verità, non è la prima volta che Gramellini arriva a questa conclusione. Ma stavolta ha avvertito il brivido nella sua propria schiena. In fondo, in qualsiasi redazione giornalistica mainstream la proprietà "spinge" per un ricambio generazionale, giocando sull'eccesso di benefit e livelli contrattuali dei "vecchi" giornalisti più o meno famosi e la fame di giovani aspiranti redattori, disposti a tutto pur di "entrare". La maggior parte dei candidati resta fuori la porta, condannato a una precarietà a cottimo pagata nulla (5 o 10 euro a pezzo non ripagano neanche il costo delle telefonare fatte per stendere un articolo con qualche informazione non copia-incollata da internet). Ma qualcuno entra, investe il suo tempo e le sue energie per stare fisicamente in redazione e occupare posti, anche da caporedattore, magari sfruttando il deserto delle redazioni d'estate.
Il "sistema da cambiare", per un vicedirettore de La Stampa, non può che essere quello delle "regole", legislative e/o contrattuali, non certo il modo di produzione con tutti i suoi annessi. Così, invece di rivolgere la sua attenzione critica verso la proprietà - casualmente la famiglia Agnelli, che ha delegato tutto ad un certo Sergio Marchionne - occhieggia a impossibili modifiche legislative favorevoli ai lavoratori più anziani.
Il campanello d'allarme è scattato tardi, mi sento di poter dire. Anche la "borghesia delle professioni", che nel suo insieme sta ancora plaudendo all'austerità espansiva, al pareggio di bilancio, al jobs act, all'innalzamento dell'età pensionabile e quant'altro arriva - di orrendo - dai think tank della Troika, si sta accorgendo che il baratro è ora vicino ai suoi piedi.
Ma non può far altro che elevare un gridolino indignato verso un "sistema" che si appresta a farli fuori nel fiore degli anni. Come un operaio qualsiasi...
Fonte
Ma capita anche che la realtà sociale si faccia spazio e "buchi", non tanto lo schermo, quanto il velo di buonsenso perbenista steso su ogni problema rilevante, in genere strizzato a questioncella morale.
E' capitato ieri sera, quando Gramellini, riferendo delle dimissioni dal lavoro di un professionista semi-anziano (un 55enne), viste dal punto di osservazione del suo dirigente 34enne, ha scoperto che viviamo tutti in un sistema di fatto inumano (non ha usato questa parola, certo). Quell'uomo, infatti, si era dimesso non si sa bene per quale ragione contingente, ma perché da lungo tempo trovava intollerabile essere "diretto" da uno che poteva essere suo figlio. Non ci è stato detto, ma è lecito supporlo, se il dimissionario ritenesse di non esser poi meno bravo del suo giovane "capo"; o anche se quest'ultimo non sia il massimo quanto a relazioni umane con un "sottoposto" più in là con gli anni; o se l'azienda, in qualche misura, abbia esercitato sul dimissionario una pressione costante, stimolando "competitività" tra colleghi, fino a creare il punto di rottura.
Comunque sia, in Gramellini è suonato un campanello d'allarme. Dove andremo a finire se dei bravi professionisti della mia età vengono costretti a licenziarsi, e quindi a finire rapidamente sul lastrico, scendendo in poche settimane decine di gradini nella scala sociale? E' chiaro, ha spiegato al pubblico, che "dobbiamo cambiare il sistema", oggi "tarato sulle energie di un giovane" e dare quindi una chance di occupabilità anche agli ultra-cinquantenni; che, da buon vicedirettore de La Stampa, certo "non possiamo mandare in pensione e pagargliela, augurando loro che vivano cent'anni".
Sorvoliamo sui luoghi comuni della contrapposizione giovani-anziani, sullo scarto compensativo tra "più energie" e "più esperienza", che pure hanno una loro validità universale. Il punto centrale dell'argomentare gramelliniano è stato "o cambiamo sistema oppure si arriva all'eliminazione fisica degli anziani". Dimostrino o no "vent'anni di meno", come spera Fazio di se stesso.
Non posso che essere soddisfatto dell'approdo di Gramellini. E' da qualche anno che, analizzando le "riforme strutturali" che dominano l'agenda di tutti i governi europei, sotto la spinta della Troika o anche autonomamente, sempre più gente arriva a scoprire che la logica di quelle "riforme" è soltanto una: "dovete morire prima", "non sappiamo che farcene di tutta questa gente, di qualunque età, che pretende di campare senza che ci sia una necessità - per il capitale - di metterli al lavoro" (vedi anche qui).
In verità, non è la prima volta che Gramellini arriva a questa conclusione. Ma stavolta ha avvertito il brivido nella sua propria schiena. In fondo, in qualsiasi redazione giornalistica mainstream la proprietà "spinge" per un ricambio generazionale, giocando sull'eccesso di benefit e livelli contrattuali dei "vecchi" giornalisti più o meno famosi e la fame di giovani aspiranti redattori, disposti a tutto pur di "entrare". La maggior parte dei candidati resta fuori la porta, condannato a una precarietà a cottimo pagata nulla (5 o 10 euro a pezzo non ripagano neanche il costo delle telefonare fatte per stendere un articolo con qualche informazione non copia-incollata da internet). Ma qualcuno entra, investe il suo tempo e le sue energie per stare fisicamente in redazione e occupare posti, anche da caporedattore, magari sfruttando il deserto delle redazioni d'estate.
Il "sistema da cambiare", per un vicedirettore de La Stampa, non può che essere quello delle "regole", legislative e/o contrattuali, non certo il modo di produzione con tutti i suoi annessi. Così, invece di rivolgere la sua attenzione critica verso la proprietà - casualmente la famiglia Agnelli, che ha delegato tutto ad un certo Sergio Marchionne - occhieggia a impossibili modifiche legislative favorevoli ai lavoratori più anziani.
Il campanello d'allarme è scattato tardi, mi sento di poter dire. Anche la "borghesia delle professioni", che nel suo insieme sta ancora plaudendo all'austerità espansiva, al pareggio di bilancio, al jobs act, all'innalzamento dell'età pensionabile e quant'altro arriva - di orrendo - dai think tank della Troika, si sta accorgendo che il baratro è ora vicino ai suoi piedi.
Ma non può far altro che elevare un gridolino indignato verso un "sistema" che si appresta a farli fuori nel fiore degli anni. Come un operaio qualsiasi...
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