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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/03/2024

Libere di vendere il proprio corpo a pezzi

di Carlo Formenti

Nel mondo esistono due industrie che sfruttano i corpi di milioni di donne esponendole ad altissimi tassi di nocività (non di rado con conseguenze mortali). La condizione di queste "lavoratrici" non è molto migliore di quella dei neri nei campi di cotone del Sud degli Stati Uniti prima dell'abolizione della schiavitù. Sono l'industria della prostituzione e l'industria della maternità surrogata. Vediamo alcuni dati. L’industria della prostituzione impiega 400.000 donne nella sola Germania, dove coinvolge 1,2 milioni di clienti e genera un flusso annuo di denaro pari a 6 miliardi di euro. Il tasso di mortalità è 40 volte superiore alla media e le prostitute corrono un rischio 18 volte maggiore delle altre donne di essere uccise nell'esercizio della propria "professione". Secondo l’OIL (Organizzazione internazionale del lavoro) i profitti della tratta di esseri umani (donne e minori) sono valutabili in 28,7 miliardi dollari anno. Infine una ricerca condotta su 800 donne in nove paesi ha appurato che il 71% ha subito aggressioni dai clienti, il 63% sono state violentate, il 68% soffre di disturbi post traumatici da stress, l'89% ha dichiarato che vorrebbe cambiare vita se ne avesse la possibilità. Passiamo all'industria della maternità surrogata. Solo in India (il maggior fornitore mondiale di uteri in affitto) il giro d'affari è stato di 449 milioni di dollari nel 2006. Qui la nocività fisica è minore (anche se non trascurabile) ma è assai elevata sul piano psicologico: la brusca separazione dal figlio/a che si è portato in grembo per nove mesi, del quale non si potrà mai più avere notizia è per molte un'esperienza traumatica che i miseri compensi non bastano a lenire.

A snocciolare questi dati è la svedese Kajsa Ekis Ekman autrice di un libro (Essere ed essere comprate. Prostituzione, maternità surrogata e identità divisa) appena uscito per i tipi di Meltemi che, oltre a documentare la cruda realtà appena evidenziata, demolisce gli argomenti con i quali quella che potremmo definire la santa alleanza fra neoliberali e sinistre postmoderne (compresa parte del movimento femminista) si batte per legittimare la prostituzione e maternità surrogata nei Paesi dove già sono legalizzate e per promuoverne la legalizzazione dove sono proibite.

Prostitute? No, lavoratrici sessuali

La tesi di fondo di liberali di destra e sinistre postmoderne (socialisti, verdi e femministe) che si battono per la legalizzazione è che la prostituzione è un lavoro come tutti gli altri. La vendita di servizi sessuali (sic.) non viola alcun diritto; al contrario si tratta di un diritto in sé, cioè del “diritto” di vendere il proprio corpo. I veri problemi sono altri: lo status lavorativo, la sindacalizzazione, retribuzioni adeguate, autodeterminazione, sicurezza sanitaria, ecc. Secondo questa narrazione il mondo della prostituzione non mette di fronte donne e uomini bensì venditori e clienti, per cui i proprietari di bordelli (privati o pubblici laddove esiste regolazione statale) diventano imprenditori e fornitori di servizi.

Le sinistre postmoderne contribuiscono alla narrazione costruendo l'immagine della lavoratrice sessuale come persona forte e indipendente, che sa quello che fa e non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, mentre i teorici queer la esaltano in quanto soggetto che trasgredisce le norme, abbatte i confini e mette in discussione i ruoli di genere. Fra questi agit prop della “puttana eroica” Ekman cita, fra gli altri, gli attivisti del COYOTE (Call Off Your Old Tired Ethics) un gruppo americano fondato da una fazione liberale del movimento hippie. Tutta questa gente svolge, consapevolmente o meno, il lavoro sporco per un ordine neoliberale ben felice di sgombrare il campo dall'idea della prostituta come vittima, perché ammettere l'esistenza di vittime implica riconoscere la necessità di una società giusta e di una rete di assistenza sociale, eliminare il concetto significa viceversa legittimare lo status quo, le divisioni di classe e la disuguaglianza di genere: se non ci sono vittime non ci possono essere carnefici.

Accademici, giornalisti e critici impegnati nel costruire questa immagine eufemistica e glorificata della lavoratrice sessuale, si danno da fare per "dare voce" alle interessate e si eleggono a rappresentanti dei loro interessi, bisogni e punti di vista, identificandosi con loro anche se, commenta sarcastica Ekman, nessuno di questi soggetti si è mai prostituito, così come certi eroi da salotto inneggiano alla guerra senza avere mai visto il fronte. Che dire dei sindacati? Posto che in generale l'argomento della sindacalizzazione cattura il favore degli ambienti sindacali tradizionali e di certa sinistra, i cosiddetti sindacati delle lavoratrici del sesso, come l'autrice ha potuto constatare intervistandone vari esponenti, sono specchietti per le allodole creati per intercettare finanziamenti: gli iscritti, se e quando esistono, sono pochissimi, spesso di tratta di uomini e trans, a volte addirittura di papponi e maîtresse.

In poche parole le narrazioni appena evocate svolgono il ruolo di infiocchettare il mondo della prostituzione con immagini mutuate dal mondo delle escort d’alto bordo dei Paesi occidentali, mentre calano un velo di ignoranza su una realtà fatta di violenza, sopraffazione, disperazione che coinvolge milioni di persone e attinge livelli inimmaginabili nel Terzo mondo e in alcuni Paesi ex socialisti.

Tratta di bambini? No immacolata concezione

La maternità surrogata è un'industria legale in crescita negli Usa, Ucraina, Inghilterra, India, Ungheria, Corea del Sud, Israele, Olanda, Sudafrica ma il primato spetta all'India. Sul mercato di questo grande paese le cose funzionano così: gli ovuli di donne bianche vengono inseminati con lo sperma di uomini bianchi e l’ovulo viene impiantato nel ventre di donne indiane; i bambini non mostreranno traccia della donna che li ha partoriti, non porteranno il suo nome né la conosceranno; dopo il parto le donne firmano un contratto di rinuncia al bimbo e ricevono fra i 2500 e i 6500 dollari; i clienti sono tipicamente americani, europei, australiani, giapponesi o indiani benestanti, coppie etero, gay, lesbiche e uomini single. Cosa impedisce di considerare tutto ciò come una forma estesa di prostituzione, con l'unica differenza che viene venduto l’utero invece della vagina? Per eludere questa domanda, vengono mobilitate due narrazioni complementari: da destra si esalta il sacrificio della madre surrogata che si spende per fare la felicità di una unione sterile; da sinistra si celebra la pratica “trasgressiva” che rovescia lo stereotipo della famiglia tradizionale.

Dopo avere premesso che la gravidanza in questione non è una "vera" maternità, bensì un servizio e che, stipulando un contratto, la madre surrogata conferma il proprio status di persona dotata di libero arbitrio individuale (persona è chi possiede il proprio corpo!), gli apologeti liberali indorano la pillola presentando la madre surrogata come un’anima gentile, una fata madrina che aiuta i clienti a ottenere ciò che vogliono. I più arditi si spingono a scomodare la tradizione ebraico cristiana per "angelicare" il mercimonio citando la serva Agar che portò in grembo il figlio di Sara e Abramo o il sacrificio della vergine Maria che portò in grembo il figlio del Signore. Ma appena le argomentazioni si fanno più prosaiche vengono alla luce le contraddizioni. La maternità surrogata è un servizio come un altro? Ma qual è il prodotto? Un bambino, che diviene così paragonabile a un’auto o a un cellulare. Una coppia stabile alto borghese, si dice, non darà forse al bambino la migliore educazione possibile e una vita migliore di quella che potrebbe offrirgli una miserabile madre biologica? Con il calcolo economico si riaffaccia insomma lo spettro della tratta di minori.

Ma c'è sempre la possibilità di mobilitare gli argomenti di sinistra. Per i teorici queer e gli attivisti LGBTQ la maternità surrogata, come la prostituzione, è una pratica trasgressiva che sfida modelli conservatori e obsoleti; è la storia femminista di donne che si ribellano alla maternità tradizionale riscattando altre donne dall’inferno associato dall'impossibilità di avere figli. C'è persino chi (tale Kutte Jonsson citata dalla Ekman) paragona la lotta per la legalizzazione della maternità surrogata a quelle degli anni '70 per il salario al lavoro domestico, sostenendo che le donne non devono essere private dell’opportunità di usare il proprio corpo in cambio di un pagamento, per cui la maternità surrogata sarebbe, al tempo stesso, un diritto e una richiesta di emancipazione.

In poche parole: l'alleanza fra neoliberali e sinistre postmoderne funziona benissimo anche in questo caso ma, prima di entrare nel merito delle riflessioni teoriche con cui Ekman sostanzia il suo atto d’accusa, vale la pena di dimostrare quali mostri riesca a partorire questa unità di amorosi intenti fra destre e sinistre. Ecco perché, nel prossimo paragrafo, ho raccolto un elenco delle citazioni dalle argomentazioni degli apologeti di prostituzione e maternità surrogata che più mi hanno colpito leggendo il libro della Ekman.

Fior da fiore liberal femminista

"Queste donne (le prostitute) prendono il comando sugli uomini e agiscono secondo strategie di potere" (Petra Ostergren).

"Ogni tipologia non convenzionale di sesso è rivoluzionaria" (Gayle Rubin, antropologa americana).

La sociologa Lara Augustin definisce le vittime della tratta di esseri umani "Lavoratrici sessuali migranti".

A proposito della prostituzione minorile in Thailandia l'antropologa sociale Heather Montgomery scrive: "non credo che i modelli psicologici occidentali possano essere applicati ai bambini di altri paesi e risultare ancora utili" (cioè i bambini thailandesi si divertono un mondo nei bordelli per pedofili?).

"Vendere il proprio corpo è un diritto umano" (Jenness).

"I papponi non sono necessariamente il nemico, possono essere necessari alla protezione delle lavoratrici sessuali visto che la polizia non riesce a farlo" (Ana Lopes, sindacalista).

"La maternità surrogata dissolve l’idea “naturale” di maternità, di paternità e di cosa sia una famiglia" (Torbjorn Tannsjo, filosofo)

"Il divieto (della maternità surrogata) è la prova che abbiamo una visione biologica eteronormativa e orientata alla coppia della genitorialità" (Soren Juvas, attivista per la legalizzazione).

"Anche le differenze di classe e di razza sono messe da parte quando si tratta di infertilità" (Hélena Ragoné, ricercatrice; cioè: al committente bianco non fa schifo far crescere il proprio figlio nel grembo di una donna di colore povera).

"Ci sono dei vantaggi nell’essere sfruttati soprattutto quando si vive in totale miseria" (Wilkinson, filosofo inglese).

"Ciò che viene venduto è un pacchetto di diritti genitoriali non il bambino" (Wilkinson, filosofo inglese).

"La maternità surrogata non è vendita di bambini ma piuttosto costruisce famiglie attraverso il mercato" (Elly Teman, antropologa).

Reificazione

Le narrazioni che perorano la causa della legalizzazione, scrive Ekman, tracciano un confine netto fra bene e male. Dalla parte del bene mettono: la prostituta ribattezzata lavoratrice sessuale, il sesso libertario, il libero arbitrio, il diritto a disporre del proprio corpo, i diritti dei gruppi oppressi, i gay, l’economia di mercato, il progresso, la trasgressione, ecc. Dalla parte del male: le femministe e gli attivisti politici paleo marxisti, la moralità, l’ipocrisia, la stigmatizzazione del diverso, l’essenzialismo, il controllo statale, ecc. L’autrice è tuttavia costretta ad ammettere che anche le femministe che non appartengono all’ala liberal-progressista del movimento si lasciano ricattare da questa polarizzazione infatti, per non essere dipinte come megere moraliste e bacucche patriarcali, preferiscono tacere o allinearsi alla narrazione mainstream.

La trappola concettuale che impedisce alle femministe di prendere le distanze dalle narrazioni dell’ala liberal progressista del movimento è l'ingombrante eredità ideologica che si portano dietro dal '68, sintetizzata dallo slogan il corpo è mio e ne faccio ciò che voglio. Slogan che, tanto nel caso della prostituzione quanto in quello della maternità surrogata, si ritorce contro le intenzioni di coloro che lo hanno coniato. Esso viene infatti utilizzato per legittimare un’altra asserzione: vendo una parte del mio corpo non il mio io. Il guaio è, commenta Ekman, che la vagina e l’utero sono legati a una persona per cui, nel momento in cui dico che vendo certe parti del mio corpo, rimuovo il fatto che nessuno possiede il proprio corpo perché tutti noi siamo i nostri corpi. Se la vagina e l’utero sono cose, la prostituta e la madre surrogata sono fatte di due parti: il soggetto che vende e l’oggetto venduto e la libertà del primo implica la schiavitù del secondo.

Per descrivere gli effetti psicologici di questo sdoppiamento, Ekman analizza le modalità di distanziamento che la prostituta, a partire dal momento in cui stipula un accordo con il cliente, è indotta a mettere in atto nei confronti del proprio corpo, nonché delle proprie sensazioni ed emozioni. Si tratta di una serie di pratiche di autodifesa che generano disagi e turbe psichiche e, alla lunga, possono causare veri e propri sdoppiamenti di personalità.

Per approfondire il tema l’autrice chiama in causa il concetto di estraniazione in Lukács (1) e quello di mercificazione in Marx. Per Lukács il concetto di reificazione descrive quell’aspetto della società capitalistica in ragione del quale gli oggetti appaiono dotati di vita propria a fronte di soggetti ridotti all’impotenza. Da un lato abbiamo l’individuo “liberato” dalla relazione immediata e diretta con la terra, i mezzi di produzione e i mezzi di sostentamento; dall’altro la sua forza lavoro, che assume la forma di merce, cioè di una cosa che egli possiede ed è indotto a vendere per potersi riprodurre. Questa relazione imprime la sua struttura all’intera coscienza umana: qualità e capacità non si connettono più all’unità organica della persona ma appaiono come cose che uno possiede ed esteriorizza al pari degli oggetti del mondo esterno.

Dal canto suo Marx, premesso che il capitalismo per durare deve costantemente cercare nuove aree di mercificazione, scrive che la mercificazione nasconde sempre la relazione sociale fra due parti. Nel caso della prostituzione, ma anche in quello della maternità surrogata commenta Ekman, ciò va inteso in senso letterale: la relazione è cancellata mentre resta solo la merce. Infine, per dimostrare ulteriormente la congruità delle categorie marxiane rispetto ai fenomeni sociali che analizza, scrive che la maternità surrogata potrebbe essere considerata come un caso particolare del tentativo di regolare il rapporto tra proletariato e classi superiori attraverso un contratto che consenta di mistificarlo come un rapporto fra “pari”.

L’eredità (sviata?) del '68. Considerazioni conclusive

Fin qui, fin quando cioè il discorso si mantiene sul terreno della denuncia e della critica filosofico culturale delle tesi di liberali e sinistre postmoderne, le argomentazioni della Ekman mi paiono impeccabili. Viceversa, quando la polemica si sposta sul terreno ideologico-politico, compaiono alcune aporie. La prima si manifesta allorché l’autrice cerca di dare una motivazione psicologica alla conversione delle sinistre all’ideologia liberale. Nel momento in cui il capitalismo conquista una incontrastata egemonia globale, scrive, parti della sinistra “reagirono mascherando come un trionfo la sconfitta”. Così la ricerca di ciò che è provocatorio, ribelle e sovversivo si sposta dall’esterno all’interno del sistema, fino a teorizzare (Ekman non li cita, ma qui le teorie di Negri e altri autori postoperaisti che blaterano di “comunismo del capitale” ci stanno a pennello) che l’ordine esistente è già di per sé sovversivo e/o a riconoscere in ogni manifestazione di insofferenza sociale, anche nelle più conservatrici e reazionarie, nuclei di resistenza e contropotere. La descrizione fenomenica è perfetta ma siamo sicuri che i motivi della svolta siano di ordine psicologico, una sorta di reazione autoconsolatoria per non sprofondare nella depressione?

La tesi mi pare debole, e ancora più debole mi pare il modo in cui Ekman descrive l’impatto dei movimenti libertari e anti autoritari del '68 sui sistemi di potere politici, economici, accademici e mediatici, i quali, scrive, “hanno dovuto ridefinirsi per giustificare la loro esistenza”. Così, dal momento che l’autorità non poteva più essere considerata come una cosa buona in sé e per sé né potendola più presentare come un dato “di natura”, l’unico modo per legittimare il potere sarebbe diventato quello di negarlo, o almeno eufemizzarlo. Da qui nasce la simbiosi fra destra neoliberale e sinistra postmoderna in ragione della quale capitalisti woke (2), media, intellettuali e politici fanno a gara per costruirsi un’immagine di diverso, dissidente o emarginato.

A una lettura superficiale potrebbe sembrare che la tesi di Ekman converga con quelle di Boltanski e Chiapello (3) e/o con quelle della filosofa femminista Nancy Fraser (4). Ciò è parzialmente vero nel caso della seconda, ma non lo è nel caso dei primi. Infatti costoro non sostengono che il neo capitalismo si sarebbe adeguato all’ideologia, ai principi e ai valori dei movimenti anti autoritari, sostengono assai più correttamente che l’ideologia, i principi e i valori di quei movimenti erano di per sé funzionali alle esigenze di autoriforma di un capitalismo in rapida trasformazione sul piano economico (finanziarizzazione) tecnologico (informatizzazione) e socioculturale (terziarizzazione e femminilizzazione del lavoro, esternalizzazione nei Paesi in via di sviluppo dei lavori esecutivi e concentrazione dei lavori “immateriali” e “creativi” nelle metropoli occidentali).

Una trasformazione che esigeva metodi e modelli organizzativi del tutto nuovi di gestione della forza lavoro qualificata, compatibili con le aspirazioni di quella classe media in formazione che nel '68 si era ribellata contro i vecchi dispositivi di potere politico, accademico e familiare. Esauritosi il ciclo di lotte operaie con le quali questi strati avevano brevemente condiviso obiettivi e parole d’ordine, costoro sono transitati dalla “critica sociale” alla “critica artistica” (5) rompendo il blocco sociale con i lavoratori manuali e arruolandosi nell’esercito neocapitalista che, per estendere il processo di mercificazione alla totalità delle relazioni sociali, esigeva che si facesse piazza pulita di tutto il vecchiume borghese (famiglia e costumi sessuali tradizionali compresi). Milioni di appartenenti alle classi medie “riflessive” erano pronti a marciare sotto le bandiere della libertà e dell'emancipazione individuali e ad aiutare il capitale a realizzare l’obiettivo descritto da Marx nel Manifesto: abbattere ogni barriera fisica, morale, ideologica, culturale che limita le opportunità di profitto.

Lo scoglio che impedisce anche alle femministe anticapitaliste come Ekman e Fraser di cogliere a fondo le radici di questa transizione storica, consiste nel fatto che non riescono a prendere atto che nel vecchiume borghese di cui il neocapitalismo ha bisogno di sbarazzarsi c’è anche quel paternalismo che continuano invece a rappresentare come il bersaglio principale. Queste autrici sono così costrette a fare salti mortali per dimostrare l’esistenza di un rapporto organico, strutturale, fra capitalismo e patriarcato (6). Ciò è del tutto evidente nel caso della maternità surrogata. Ekman parla di un nuovo tipo di mito patriarcale della creazione, nel senso che il padre non è l’uomo che genera un figlio ma colui che lo compra, e aggiunge che la maternità surrogata può essere vista come una forma estesa di prostituzione dal momento che qualcuno (spesso un uomo aggiunge) paga per usufruire del corpo della donna. Infine scrive che, da parte dei sostenitori della legalizzazione, il legame biologico del padre non viene messo in discussione: lui non viene accusato di difendere la biologia o la famiglia nucleare, la critica è rivolta solo a lei. Sono argomentazioni forzate, per non dire speciose. Qui è infatti evidente che è piuttosto la Ekman che cerca di attirare l’attenzione sul padre, rimuovendo il fatto che il desiderio di avere figli, nella stragrande maggioranza dei casi (fatta eccezione per le coppie omosex), vede come protagonista principale la metà femminile della coppia. Non è certo un caso se (vedi sopra) gli argomenti dei fan maschili della legalizzazione sono perlopiù economici, mentre quelli delle fan femminili (che sono larga maggioranza, a giudicare dalle citazioni scelte della stessa Ekman) esaltano il desiderio femminile di maternità che “sovverte” le regole della famiglia tradizionale. È la narrazione femminista che associa le donne che si ribellano alla maternità tradizionale alla sofferenza di non avere figli cui la maternità surrogata pone rimedio. È la storia di un desiderio che viene trasfigurato in bisogno perché lo si possa infine spacciare per un “diritto umano” che solo il mercato riesce a soddisfare (7). Mi pare ovvio che qui non è questione di dominio patriarcale bensì di dominio di classe e razziale, un dominio che le “leggi” del mercato capitalistico consentono a coppie benestanti bianche (donne e uomini) di esercitare a spese di donne povere e di colore.

Ovviamente mi si potrebbe obiettare che, nel caso della prostituzione, è difficile negare che si tratta di un fenomeno patriarcale più che (o almeno altrettanto che) capitalistico. Anche perché fenomeni come il turismo sessuale e altre forme di violenza e la sopraffazione che i maschi esercitano sui corpi di donne e minori caricano il tema di forti valenze emotive. Ciò detto, muovendo da questo punto di vita unilaterale si finisce per distogliere l’attenzione dalla forma specifica che il fenomeno della prostituzione assume nella società capitalistica. Una società che disintegra i legami comunitari e familiari, trasformando uomini e donne delle classi inferiori in atomi condannati alla povertà e alla solitudine, e generando quella miseria sessuale generalizzata di cui la prostituzione, con il suo corredo di violenza di genere, è uno dei corollari.

Ma la questione è più generale. Il rapporto fra il modo di produzione capitalistico e i residui antropologici, sociali e culturali delle società precapitalistiche è complesso, nel senso che il capitalismo sfrutta i residui in questione finché può metterli al servizio dell’accumulazione (vedi l’uso della schiavitù nell’America ottocentesca) mentre se ne sbarazza non appena entrano in conflitto con la sua vocazione di dispositivo di sovversione permanente di tutte le forme e relazioni sociali. Il salto di qualità associato ai fenomeni sopra elencati (terziarizzazione e femminilizzazione del lavoro, esternalizzazione nei Paesi in via di sviluppo dei lavori esecutivi e concentrazione dei lavori “immateriali” e “creativi” nelle metropoli occidentali, ecc.) è incompatibile con il permanere di strutture familiari di tipo patriarcale. Il capitale ha bisogno di spezzare queste strutture individualizzando e atomizzando la forza lavoro, uomini e donne, per renderla più ricattabile; ha bisogno di fare piazza pulita dei valori “machisti” dell’operaio tradizionale femminilizzandolo, spezzandone la combattività, l’orgoglio professionale (le donne della classe media hanno competenze che le rendono molto più adatte alla produzione terziarizzata).

La propaganda politicamente corretta (8) che media, intellettuali e politici spandono a piene mani è l’arma letale destinata triturare ogni residuo di ideologia patriarcale. Il fatto che le donne continuino a percepire stipendi in media più bassi, a occupare meno posti di responsabilità, ecc. non ha niente a che fare con il patriarcato: è il sistema usato dal capitale per dividere e mettere in concorrenza i lavoratori dei due sessi (la femminilizzazione del lavoro non è un fattore di equiparazione delle donne ai maschi, bensì di equiparazione dei maschi alle donne, è un gioco al ribasso). Ovviamente questo non toglie nulla allo straordinario contributo che il libro di Kajsa Ekis Ekman offre alla lotta contro due fenomeni disgustosi come la riduzione del corpo femminile a oggetto di piacere e a macchina riproduttiva. Nè toglie nulla alla sua denuncia della complicità delle sinistre postmoderne nei confronti del progetto neoliberale di mercificazione totale di ogni tipo di relazione umana. Queste mie glosse finali vogliono solo essere uno stimolo critico alla comprensione della sovradeterminazione di tutte forme di vita precapitaliste da parte del mercato.

Note

(1) Ekman si riferisce in particolare al Lukács di Storia e coscienza di classe (Tasco, Milano 1997) mentre non sembra conoscere l’opera “definitiva” del filosofo ungherese, quella Ontologia dell’essere sociale (4 voll. Meltemi, Milano 2023) che le sarebbe forse servita a superare alcune limitazioni presenti nella sua analisi filosofico politica (vedi l'ultima parte di questo articolo).

(2) Del fenomeno del cosiddetto capitalismo woke (vedi C. Rhodes, Capitalismo woke, Fazi, Milano 2023), vale a dire dei capitalisti “progressisti” che applicano i principi del politically correct alla gestione delle proprie imprese, mi sono occupato qualche mese fa su queste pagine: https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2023/09/a-proposito-del-cosiddetto-capitalismo.html.

(3) Cfr. L. Boltanski, E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo, Mimesis, Milano-Udine 2014.

(4) Cfr. N. Fraser, Fortune of Feminism, New York 2013; vedi anche (con R. Jaeggi), Capitalismo, Meltemi, Milano 2019.

(5) Boltanski, Chiapello definiscono critica artistica la cultura anti autoritaria, libertaria, anti sessista dell’ala intellettuale e studentesca dei movimenti del 68, distinguendola dalla critica sociale del movimento operaio.

(6) Tipica in questo senso l’analisi teorica di Nancy Fraser. La sua riflessione integra nel concetto di crisi capitalistica quello di “crisi della cura”. Sposta cioè le contraddizioni principali del sistema all’esterno del modo di produzione e delle relazioni di mercato, o meglio le disloca al confine fra produzione e riproduzione. Questo approccio, pur presentando certe analogie con le tesi di autori come Polanyi, Luxemburg, Laclau e altri, se ne distingue in quanto, da un lato sostiene che fin dall’inizio la società capitalistica ha separato il lavoro di riproduzione sociale, esterno all’economia, dal lavoro di produzione economica, dall’altro lato afferma che le attività non economiche rappresentano una precondizione dell’esistenza stessa del sistema economico. Perciò, dal momento che la tendenza capitalistica all’accumulazione illimitata destabilizza i processi di riproduzione sociale, è sul confine che separa produzione e riproduzione che nasce una crisi della cura di intensità inedita. Questa crisi è lo scenario che genera le condizioni della convergenza fra emancipazione femminile e mercificazione del lavoro riproduttivo, convergenza che è il terreno di coltura di quel “neoliberismo progressista” al quale il femminismo mainstream fornisce giustificazione ideologica. Fraser, pur duramente critica nei confronti di questo femminismo neoliberale, si incarta tuttavia nel tentativo di mettere sullo stesso piano giustizia distributiva e giustizia del riconoscimento ma, poiché si tratta di due discorsi che incarnano paradigmi teorici diversi, l’aspirazione a “riequilibrarli” si risolve inevitabilmente nell’egemonia dell’uno sull’altro. Ergo: anche la Fraser finisce per cadere a sua volta preda dell’approccio postmodernista, il che è inevitabile non appena si parte dal presupposto secondo cui le rivendicazioni di riconoscimento avrebbero, non meno delle rivendicazioni di giustizia distributiva, ragioni strutturali, in quanto le stratificazioni interne alla classe degli sfruttati secondo linee di genere e di razza risponderebbero a una precisa necessità del modo di produzione capitalistico. Contestando questa visione in un dialogo con la Fraser, Rahel Jaeggi (vedi nota 4) afferma che, da una analisi teorica di ispirazione marxista, non si evince alcun motivo strutturale per cui gli sfruttati debbano essere categorizzati in base a confini di genere e/o di razza: “E se il capitalismo, si chiede, mirasse a espropriare e ‘riproduttivizzare’ quasi tutti, esigendo manodopera in quelle dimore nascoste dell’intera popolazione che non possiede capitale, oltre a ciò che esso già richiede loro attraverso lo sfruttamento del lavoro salariato? Il risultato non sarebbe un capitalismo non razzista, non sessista?”. Di fronte a questa obiezione Fraser è indotta ad ammettere che l’ipotesi è “logicamente possibile”, dopodiché cerca di cavarsela dicendo che la si può tuttavia escludere “per tutti gli scopi pratici”. Il punto è che il femminismo non può ammettere che sessismo e razzismo non sono di per sé strutturalmente necessari per il modo di produzione capitalistico, in quanto rischierebbe di apparire una lotta di retroguardia contro certi arcaismi culturali e contro le forze politiche che li incarnano. In poche parole: il grumo concettuale che penalizza le analisi di tutte le intellettuali femministe è quello della presunta necessità strutturale della discriminazione di genere ai fini della sopravvivenza del modo di produzione capitalistico; un inciampo che rende loro impossibile emanciparsi del tutto dall’egemonia liberale.

7) Questo slittamento lungo l’asse desiderio-bisogno- diritto è stato il nodo che ha alimentato le critiche che il sottoscritto, assieme a Onofrio Romano e altri amici, ha sollevato nei confronti delle tesi sostenute da Stefano Rodotà nel suo Il diritto di avere diritti (Laterza, Roma-Bari 2012).

8) Sul carattere violento, autoritario e antidemocratico della cultura politicamente corretta cfr. J. Friedman, Politicamente corretto. Il conformismo culturale come regime, Mimesis, Milano-Udine 2018.

Fonte

03/09/2020

Sesso e droga con minorenni; arresti domiciliari per la Lega emiliana

È finito agli arresti domiciliari oggi Luca Cavazza, ex candidato della Lega alle scorse elezioni regionali in Emilia Romagna, assieme all’imprenditore Fabrizio Cresi, e a Davide Bacci, altro imprenditore per cui è scattata invece la custodia cautelare. La commistione di esponenti politici di questa regione e dei loro sostenitori con il malaffare legato a cocaina e/o prostituzione minorile sembra diventata una tradizione di lunga data per un pezzo della classe dirigente e della destra di questo Paese.

A meno di 30 anni, Cavazza era già stato noto alle cronache per le sue dichiarazioni di esaltazione del fascismo in occasione di una sua visita alla tomba di Mussolini, che aveva poi ritrattato facendo appello alla goliardia.

Questa volta però il confine tra goliardia fascistoide e reato è stato decisamente superato. Dal 2019, i tre imprenditori e alcuni altri amici avrebbero organizzato diversi festini in cui si scambiavano sesso e cocaina con alcune minorenni. È scattata ora per Cavazza e i suoi amici l’accusa di induzione e sfruttamento della prostituzione minorile, atti sessuali con minore, cessione di cocaina aggravata dalla minore età della vittima.

“Siamo governati da una classe dirigente, politica ed economica, indecente” – dichiara Potere al Popolo di fronte alla notizia, riprendendo lo slogan della scorsa campagna elettorale. “Bisogna lottare per liberarsi di questa classe dirigente indecente, senza cedere a compromessi nell’illusione di poterla rendere un po’ più decente”.

E rincara la dose Marta Collot, ex candidata per Potere al Popolo a Presidente della Regione: “In pubblico si spacciano per quelli che creano lavoro, che difendono le tradizioni, che combattono il degrado. Ma invece sono la spazzatura dell’umanità”.

I difensori della moralità italica alla Salvini, che non perdono occasione per demonizzare i giovani e la movida, i migranti portatori di Covid, spacciatori e stupratori, si sono oggi riconfermati criminali essi stessi, e della peggior specie.

Fonte

09/10/2018

Bahrain - Il parco divertimenti del Golfo

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Rami sorride mentre mostra gli smartphone più costosi ai clienti sauditi entrati nel suo negozio. Parla un buon inglese e ci sa fare. Con un piccolo sconto e una spiegazione tecnica particolareggiata convince senza fatica i due ad acquistare il telefono di una nota marca che ha tra le mani.

«Sono del Kerala, la maggior parte degli indiani che vivono e lavorano qui sono del Kerala», ci dice riferendoci che le recenti inondazioni non hanno toccato il suo villaggio. Rami è uno dei 300mila lavoratori stranieri in Bahrain, circa un terzo della popolazione totale del minuscolo arcipelago del Golfo. Quasi tutti orientali. È raro incontrare i bahraniti arabi in via al Khalifa e a Bab Bahrain e il centro di Manama appare un piccola India con qualche spruzzo di Pakistan, Sri Lanka e Filippine.

Il profumo delle spezie è penetrante. Tessuti, oggetti e alimenti arrivati dall’Oriente sono il tema dominante nelle strette viuzze della zona. E asiatici sono i commercianti di perle, anche se quella che un tempo lontano era l’orgoglio dei pescatori bahraniti oggi è solo un’attività marginale in un paese che pretende di essere un hub finanziario e che nelle sue costruzioni più recenti imita i più ricchi Emirati e l’alleata Arabia Saudita.

«Si guadagna bene. Di solito si resta qui 3-4 anni poi si torna a casa. I sauditi sono i nostri migliori clienti, spendono parecchio e questo ci aiuta a mettere da parte quanto serve per comprare una piccola casa una volta rientrati in patria», ci spiega Rami. Ma non è oro tutto quello che luccica.

«Purtroppo – aggiunge – tante ragazze orientali finiscono nel giro della prostituzione, il motivo principale per cui tanti maschi sauditi e di altri paesi del Golfo arrivano qui il giovedì sera è quello di bere alcol e cercarsi una prostituta». Parole che trovano conferma negli hotel del centro di Manama. Uomini in abiti tradizionali, spesso anziani, giunti in gran parte dall’Arabia Saudita – grazie al ponte che collega in due paesi – si accompagnano a ragazze asiatiche con le quali, quasi sempre, finiscono in una stanza di hotel per sesso a pagamento. E bevono tanto.

«Se non vuoi correre rischi allora non guidare a Manama la domenica e il lunedì sulle tangenziali – ci avverte una conoscente – perché tanti sauditi ancora alle prese con gli effetti della sbornia si mettono al volante per tornare a casa». Il Bahrain, aggiunge accennando un sorriso «è ormai da anni il luna park dei sauditi, quello che i sauditi non possono fare a casa loro vengono a farlo qui, ciò che è proibito nel loro paese è consentito qui».

L’accesso facile all’alcol e alla prostituzione contrastano con le severe leggi in vigore nel paese. In Bahrain la minoranza sunnita, che fa capo a re Hamad bin Isa al Khalifa, è wahhabita, corrente tra le più rigide dell’Islam. Non meno severe sono le regole sociali che segue la maggioranza sciita.

La prostituzione è vietata e i server locali di internet, come in altri Stati della regione, negano l’accesso a siti porno. Nel 2008 è stata approvata una legge contro il traffico di esseri umani, che prevede pene da tre a 15 anni di reclusione, e l’articolo 325 prescrive la reclusione da due a sette anni per la prostituzione forzata e da tre a dieci anni se la vittima è un bambino. Ma nella vita reale le cose sono ben diverse e negli hotel che si affacciano sulle strade percorse da donne avvolte nell’abaya nero, tante giovani orientali sono costrette a prostituirsi.

Sarebbero circa 15mila e in aumento le prostitute presenti a Manama e in altre località, secondo i dati diffusi qualche anno fa dal Bahrain Youth Society for Human Rights. Un numero elevato se si tiene conto della popolazione totale. Per questo non impressionano le notizie, peraltro rare, di operazioni della polizia che portano alla «liberazione» di donne tenute in stato di schiavitù e costrette a prostituirsi.

Il Dipartimento di Stato americano nei suoi rapporti annuali indica il Bahrain come uno dei paesi dove si aggrava il fenomeno del traffico di donne destinate alla prostituzione forzata. E gli Usa chiedono alle autorità locali di agire con fermezza per interromperlo. Eppure ad alimentarlo sono proprio i militari statunitensi che entrano nel paese.

Se di giorno Jufair – area residenziale dove ha sede il comando della V Flotta americana e della Combined Maritime Forces composta da unità navali di 29 paesi, inclusa l’Italia, che ufficialmente combattono la pirateria nel Golfo, nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano – è nota per i suoi caffè e i costosi ristoranti alla moda, di notte si trasforma in un quartiere a luci rosse.

Nelle discoteche e nei club affollati di marinai e ufficiali americani lavorano centinaia di prostitute cinesi e russe. Tutti lo sanno, nessuno lo denuncia o agisce. Le autorità bahranite chiudono un occhio, anzi tutti e due, su quanto accade perché nulla deve turbare il divertimento dei militari Usa. 

L’amministrazione Trump si è impegnata ancora più di quelle precedenti a «proteggere» il regno dalle presunte interferenze dell’Iran e a dare copertura politica alla feroce repressione in corso da anni contro l’opposizione che chiede riforme democratiche e l’uguaglianza tra cittadini sunniti e sciiti.

Ai soldati americani si aggiungono quelli britannici. Nel porto di Salman, sull’isola piccola del Bahrain, qualche mese fa è stata inaugurata una base navale britannica di supporto che può ospitare fino a 500 marinai e aviatori di Sua Maestà.

D’altronde fu proprio il colonialismo britannico a creare nel 1935 la base di Jufair di cui gli Stati Uniti presero il controllo nel 1971, in seguito all’indipendenza del Bahrain. Londra continua a dare appoggio alla monarchia bahranita invitata a tutte le occasioni che contano dei reali britannici. «Nel nostro paese – commenta con amarezza la nostra conoscente – tante cose sono permesse e gli occidentali sono i benvenuti. Le uniche cose davvero proibite in Bahrain sono la libertà e la democrazia».

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09/08/2018

Il degrado nelle nostre coscienze


Come cambia anche la nostra gente... Nel pubblicare questa testimonianza di Marisa D’Alfonso chiediamo ai nostri lettori di fare un piccolo sforzo di astrazione: laddove leggete “pugliesi” potete tranquillamente sostituire con il nome degli abitanti della vostra regione.

E’ inevitabile infatti che per cogliere le dinamiche reali sia necessario immergersi in un luogo particolare, dove però si ritrovano facilmente i tratti caratteristici di una mutazione antropologica, “culturale” nel senso più ampio e massivo, che riguarda tutto il nostro paese. Gli aspetti più inquietanti di questa mutazione, insomma, non sono un “peccato” regionale, ma li ritroviamo nei comportamenti e nel generale “chiudere entrambi gli occhi”, sotto casa di ognuno di noi.

Certo, chi abita “in centro”, certe cose le nota meno...

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Fino a un paio d’anni fa mi recavo in Puglia per lavoro almeno una o due volte a settimana.
Andavo sul Gargano e nella Daunia, a San Severo, a Lucera, Foggia Cerignola fino a Corato e Trani.

Il mio ex datore di lavoro per risparmiare sulle spese mi chiedeva di evitare il più possibile le autostrade, e così ebbi modo di conoscere tutte le campagne dei dintorni, sia percorrendo la statale 16, sia deviando ogni tanto tra le strade comunali e provinciali della “splendida” Puglia.

Ma non appena rallentavi entravi in un altro mondo.

Ogni cento-duecento metri sul ciglio delle strade ragazze di tutte le età e tutte le etnie, svestite, costrette a offrirsi, giorno e notte, estate e inverno, e se ti avvicinavi per chiedere della loro sorte ti mandavano via terrorizzate mentre si facevano caricare da camionisti di passaggio o da anziani clienti;

Casolari fatiscenti privi di infissi, squallidi e devastati, che denotavano la presenza di qualcuno che li abitava perché c’erano panni stesi ad asciugare e biciclette parcheggiate.

Le campagne che lambivo in auto, specialmente quando mi perdevo, erano popolate ovunque da ragazzi, spesso di colore, chini sui campi di pomodori, e al mercato di San Severo incontravo anche tanti polacchi col sacchettino della spesa con due o tre povere cose.

Prima di raggiungere San Giovanni Rotondo speravo che lì in un “santo” luogo il fenomeno si sarebbe attenuato, o almeno dalle parti dell’aeroporto militare, invece lo spettacolo che si offriva ai miei occhi era ancora più palese e manifesto: ovunque campi coltivati da extracomunitari e ragazze che si offrivano ad ogni angolo, mentre le macchine della polizia sfrecciavano indifferenti.

Ebbene cari pugliesi non ditemi che non ne sapevate nulla, o che avete fatto il possibile per evitarlo, perché nulla è stato fatto, schiavi nei campi oppure ragazze in vendita nella più totale indifferenza davanti ai vostri occhi ogni fottuto giorno.

Forse sono colpevole quanto voi, perché la mia denuncia è stata blanda, perché non ho insistito con i miei ex compagni di partito, perché ho ripreso l’autostrada pur di non vedere più quello spettacolo nauseante.

E voi, voi che ci vivete e che avete fatto crescere i vostri figli in mezzo a questo orrendo spettacolo, voi che li avete abituati a considerare tutto ciò come ineluttabile o normale siete davvero senza scampo.

(“Se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?”)

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27/02/2017

Il lavoro secondo Renzi: uno su un milione ce la fa e chissenefrega degli altri

E’ tornato il contafrottole. Di ritorno dall’America, quasi mettendo i piedi sulla scrivania della spalla Fazio, ha ricominciato a promettere il contrario di quel che ha fatto. Soprattutto in materia di lavoro giovanile.

Non ci attaccheremo qui alla contestazione dei numeri (“600mila occupati in più”), buttati lì con la nonchalance di chi sa che tanto nessuno ci fa caso, visto che Inps e Istat spesso danno cifre diverse persino tra loro, che il mestiere ce l’hanno. Non ci metteremo nemmeno a cercare di interpretare frasi senza alcun senso ("contesto la risposta grillina al problema. Garantire uno stipendio a tutti non risponde all'articolo 1 della nostra Costituzione che parla di lavoro non di stipendio. Il lavoro non è solo stipendio, ma anche dignità. Il reddito di cittadinanza nega il primo articolo della nostra Costituzione", invece "serve un lavoro di cittadinanza"). Come hanno notato in molti, infatti, “il lavoro di cittadinanza” è uno slogan inventato da Berlusconi un paio di settimane fa. Poteva risparmiarsi i soldi del viaggio...

Noi qui vogliamo occuparci soltanto dell’immonda sceneggiata fatta sulle politiche di “promozione” del lavoro che, quando e se riconquisterà la poltrona di premier, vorrebbe mettere in campo. Bisogna decodificare un po’, perché la recita è stata persino eccessiva (battute, faccette, falsetti), ma ne viene fuori un’idea chiara di cosa sia il lavoro nella sua testa (più precisamente: in quella di chi l’ha scelto come attore a Palazzo Chigi).

"[Negli Usa ho fatto] Una opportuna chiacchierata con i principali esponenti della rivoluzione digitale. Rivoluzione in corso e che fa paura, perché si perderanno posti di lavoro. Non sono d'accordo con Veltroni: con la macchina a vapore c'era lo stesso atteggiamento. Il vero discrimine nella politica di oggi non è la preoccupazione per l'innovazione, ma come la politica risponde. Il grande messaggio, nel mondo, è trovare un paracadute per chi non ce la fa. Ma non il reddito di cittadinanza, con il papi-Stato che paga per tutti. Io invece dico provaci, ti do una mano, ti faccio fare corsi di formazione. Ma non la rassegnazione, dobbiamo dare stimoli. Poi qualcuno non ce la farà, ma non va bene l'atteggiamento che lo Stato provvederà a tutti".

A parte la retorica “energetica”, ci sono tre cose chiare:

a) no a qualsiasi forma di assistenza sociale (reddito di cittadinanza o assegni di disoccupazione per lunghi periodi, del resta già molto “accorciati”);

b) nessun interventi statale nella produzione, a qualsiasi livello; la creazione di nuovi posti di lavoro – polizie a parte – spetta “al mercato”, ossia alle imprese;

c) politiche attive tese promuovere l’autoimprenditorialità, “chi ha idee”.

Schema molto americano, non c’è dubbio. La domanda che vi chiediamo di fare a voi stessi è una sola: per chi può funzionare questo schema? E subito dopo: per quanti?

In pratica, Renzi risolve la questione del lavoro giovanile così: non state a casa ad aspettare che qualcuno ve lo offra, muovetevi. Anzi, inventatevelo. Facile a dirsi, a quanto pare un po’ difficile a farsi. Aprire una startup innovativa è cosa per pochi. Pochi persino rispetto a quanti riescono a conseguire una laurea in materie scientifiche. Per quei pochi, trovare un finanziamento dell’idea non è certamente facile, in Italia. E un ambiente più favorevole, persino un finanziamento statale, potrebbe tornare utile.

Vabbeh, ma risolti i problemi di raccolta fondi per qualche decina di startup, gli altri milioni di giovani a spasso come li aiutiamo? Con i “corsi di formazione” fatti da aziende private che guadagnano proprio facendo corsi di formazione che non ti insegnano niente? Oppure corsi regionali che ti preparano per mestieri che intanto scompaiono?

Datevi da fare, mettetevi in competizione tra di voi, qualcuno arriverà al traguardo del benessere o addirittura della ricchezza... Le nostre periferie metropolitane sono piene di ragazzi che si danno da fare. I più risoluti spacciano, qualcun altro rubacchia, qualcuno/a si prostituisce. Iniziativa privata, certamente... Difficile dire in tv che è questo il risultato della competizione, vero?

Sia chiaro: qui nessuno pensa che il reddito di cittadinanza sia la soluzione sistemica e strategica per le generazioni a venire. E’ una rivendicazione concreta in questo tempo di transizione, peraltro neanche troppo “destabilizzante” il sistema capitalistico (tanto che è stato proposto anche da diversi “imprenditori innovativi” della Silicon Valley, compreso – in qualche misura – il Bill Gates che propone di “tassare i robot”).

Ma non risolve il problema del futuro globale: la quantità di posti di lavoro “normali”, con l’automazione della produzione e di molti servizi, e persino dell’assistenza domestica, sta già ora drasticamente riducendosi (fenomeno aggravato, ma non “provocato”, dalla stagnazione). Crolla insomma la quantità di lavoro socialmente necessario per riprodurre e far sviluppare l’umanità. In regime capitalistico, dove bisogna per forza garantire la massima profittabilità per le imprese, questo implica che i pochi “fortunati” che trovano un lavoro debbono accettare orari più lunghi e “flessibili”, salari più bassi, diritti inesistenti. Mentre tutti gli altri debbono orientarsi verso l’arte di arrangiarsi e sopravvivere, se ce la fanno.

Se chi crea lavoro sono soltanto le imprese e i singoli, con lo Stato che guarda e garantisce soltanto il “rispetto delle regole”, il destino è segnato.

A meno che...

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19/08/2016

Ragazze schiave. Il governo taglia i fondi e se ne frega

Il divario tra retorica governativa e atti concreti dell'esecutivo sta diventando evidente anche a quelli che si erano illusi bastasse la “gioventù” dei neoministri a garantire una gestione migliore della cosa pubblica.

Chi sta passando nelle forche caudine del Jobs Act o guarda con giusta preoccupazione ogni discorso sulle pensioni, o sui dipendenti pubblici, lo ha capito benissimo. Ma anche il piano relativamente meno osservabile dei “diritti umani” mostra uno scarto clamoroso.

Quando si parla di migranti o profughi, infatti, ogni figurante della maggioranza di governo si riempie la bocca con frasi fatte (e scritte da spin doctor in crisi di creatività) sui “trafficanti di carne umana”, ovviamente da distruggere con la massima determinazione e severità per favorire al massimo la “liberazione dei nuovi schiavi” dalle mani delle mafie, estere o autoctone che siano.

Peccato che le delibere concrete dicano tutt'altro. Anzi, l'opposto.

La denuncia arriva dal settimanale Internazionale, che rivela come il dipartimento per le pari opportunità della presidenza del consiglio abbia stilato una ben strana lista delle regioni che potranno ottenere finanziamenti per i servizi contro la tratta, in primo luogo delle prostitute. Appena 13 milioni, poca roba, da cui saranno comunque escluse “Sardegna, Basilicata, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e alcune zone della Sicilia”. In queste zone le donne costrette a prostituirsi per “ripagare” l'ingresso in Italia non avranno più nessun servizio para-pubblico cui rivolgersi a partire dal 1 settembre.

E dire che proprio la Sicilia, per esempio, costituisce un terminale dove “arrivano ogni anno migliaia di ragazze nigeriane originarie di Benin City e dello stato di Edo”. Il bello, diciamo così, è che alla base di questa illogica selezione non c'è altro che una “vecchissima” attitudine burocratica, per nulla scalfita dal fatto che il dipartimento in questione sia alle dirette dipendenze di Matteo Renzi. Racconta infatti l'Internazionale:
Alla base della decisione del dipartimento per le pari opportunità di escludere alcune associazioni e regioni dai finanziamenti ci sono motivi diversi. Nel caso della Sicilia alcune associazioni sono state escluse perché i fondi sono stati assegnati fino al loro esaurimento in ordine di posizionamento nella graduatoria. Mentre nel caso del Piemonte c’è stato un errore tecnico nella compilazione del bando da parte della regione; in altri casi, come per la regione Liguria, si è trattato di un ritardo nella presentazione della domanda di finanziamento.
Molti insegnanti hanno sperimentato sulla propria pelle la prassi burocratica delle “graduatorie ad esaurimento”, quindi non è difficile capire come il cuore del problema sia nell'esiguità delle risorse destinate al “recupero” delle ragazze schiavizzate. Problema reso tumorale dalla prassi dei “bandi annuali” – per cui ci sono associazioni favorite nelle assegnazioni (e dire che “Mafia Capitale” dovrebbe aver insegnato qualcosa), altre obbligate a farsi da parte, altre affamate dalla mancanza di fondi – e dall'inesistenza di un “piano nazionale” per affrontare un problema che è certamente internazionale. Di certo, gli unici a guadagnarci saranno le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di schiave in quelle aree.

Ma che ci volete fare... Abbiamo un governo tutto chiacchiere e distintivo, per cui l'unica cosa che conta è occupare i telegiornali e tenere sotto controllo i media mainstream.

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02/09/2014

Il Prodotto Interno Lurido può aggiungere 170 miliardi di euro al Pil

Anche stavolta è toccato ad un centro di ricerca non ufficiale, ossia quella Cgia di Mestre che da anni sforna studi, proiezioni e tabelle sui fattori economici e le loro conseguenze sociali, segnalare all’attenzione un apparente paradosso.

Questa volta la Cgia ha reso noto uno studio (vedi sotto il testo), secondo cui le attività extralegali, in particolare solo le transazioni illecite concordate tra il venditore e l’acquirente, come ad esempio contrabbando, traffico di armi, smaltimento illegale di rifiuti, gioco d’azzardo, ricettazione, prostituzione e traffico di stupefacenti, producono un giro d’affari annuale che ammonta a 170 miliardi di euro.

La cosa in sé non desterebbe scalpore nel nostro paese, dove le attività economiche criminali probabilmente possono raggiungere anche qualcosa in più di questa cifra. Ma, come è noto, grazie al nuovo sistema di contabilizzazione italiano ed europeo – il Sec – anche le attività criminali legate a prostituzione, quantitativi di droga sequestrati e contrabbando di alcool e sigarette, entreranno a far parte della contabilizzazione nazionale del Pil dei paesi europei.

Alcuni anni fa, uno studioso italiano in fuga al Middlesex Politechnic di Londra, Vincenzo Ruggiero, diede alle stampe un libro ampio e documentato del fenomeno. Il libro, “Economie Sporche. L’impresa criminale in Europa”  indica l’intreccio naturale tra le economie ufficiali e quelle che ruotano attorno alle attività illegali, o che adoperano mezzi illegali in settori ufficiali. Anche nelle "economie sporche" agiscono diversi livelli di stratificazione rispetto alle competenze, ai saperi, alle risorse, al potere contrattuale. Le gerarchie inferiori delle organizzazioni criminali si trovano conseguentemente più esposte ai rischi della precarietà economica, della disoccupazione, della repressione delle Forze dell'ordine.

L'uomo d'affari è diventato simile al ladro di professione: entrambi esprimono disprezzo per la Polizia, la Magistratura e il Governo che interferiscono con le loro attività. “L'unica differenza è che l'uomo d'affari si percepisce come una brava persona, onesta, mentre i colleghi sono più criminali di lui” scrive Vincenzo Ruggiero, rammentando come in due processi diversi, quello Loocked e Cosa Nostra, “sia l'amministratore delegato della società sia Joe Valachi, di Cosa Nostra, dissero che la corruzione e l'illegalità servivano a proteggersi dalla concorrenza”.

Il Prodotto Interno Lurido, dunque il riconoscimento pubblico dell'integrazione tra economia capitalista e attività criminali, entrerà così a far parte della contabilità ufficiale. Quando verrà sequestrato un carico di cocaina o le prostitute cominceranno a emettere o meno fattura, diventerà desueta la pubblica riprovazione perché anche loro contribuiranno ad abbattere la soglia del 3% nel rapporto deficit/Pil. Ce lo chiede l’Europa no?!
Qui di seguito lo studio elaborato dalla Cgia di Mestre

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L’economia criminale vale 170 miliardi di euro
Boom di denunce di riciclaggio: + 212% negli ultimi 5 anni
Lombardia, Lazio, Campania, Veneto e Emilia Romagna le regioni più “colpite”

L’allarme è lanciato dall’Ufficio studi della CGIA: l’economia criminale vale 170 miliardi di euro all’anno (*). Una cifra imponente che, oltre a derivare da attività illegali, spesso viene riversata sul mercato finendo per inquinarlo e stravolgerlo.

“La stima del valore economico prodotto dalle attività criminali – dichiara Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA – è il frutto di una nostra elaborazione realizzata su dati della Banca d’Italia. Va ricordato, in base alle definizioni stabilite dall’Ocse, che i dati prodotti dall’Istituto di via Nazionale non includono i reati violenti come furti, rapine, usura ed estorsioni, ma solo le transazioni illecite concordate tra il venditore e l’acquirente, come ad esempio contrabbando, traffico di armi, smaltimento illegale di rifiuti, gioco d’azzardo, ricettazione, prostituzione e traffico di stupefacenti. Detto ciò, queste attività criminali fatturano 170 miliardi all’anno, l’equivalente del PIL di una regione come il Lazio”.

La conferma dell’escalation del giro d’affari in capo alle organizzazioni criminali emerge anche dal numero di segnalazioni pervenute in questi ultimi anni all’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia. Stiamo parlando delle operazioni sospette “denunciate” alla UIF da parte di intermediari finanziari (per l’80% banche, ma anche uffici postali, società finanziarie o assicurazioni). Ebbene, tra il 2009 ed il 2013 sono aumentate di quasi il 212 per cento. Se nel 2009 erano 20.660, nel 2013 hanno raggiunto quota 64.415, anche se va detto che il livello record è stato toccato nel 2012, con 66.855 segnalazioni.

La CGIA ricorda che una volta ricevuti questi “avvisi”, la Uif effettua degli approfondimenti sulle operazioni sospette e le trasmette, arricchite dell’analisi finanziaria, al Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza (NSPV) e alla Direzione Investigativa Antimafia (DIA). Solo nel caso le segnalazioni siano ritenute infondate, la Uif le archivia.

“Ovviamente – prosegue Bortolussi – le organizzazioni criminali hanno la necessità di reinvestire i proventi delle loro attività illecite nell’economia legale. E il boom di denunce avvenute tra il 2009 e il 2013 è un segnale molto preoccupante. Pur non conoscendo il numero delle segnalazioni archiviate dalla Uif e nemmeno la dimensione economica di quelle che sono state successivamente prese in esame dalla DIA e dalla Polizia Valutaria, abbiamo il forte sospetto che l’aumento delle segnalazioni registrato in questi ultimi anni ci dimostri che questa parte dell’economia nazionale è l’unica che non ha risentito della crisi”.

L’analisi condotta dall’Ufficio studi della CGIA è riuscita a mappare il numero delle segnalazioni di riciclaggio avvenute nel 2013 anche a livello regionale. Le Regioni più “colpite” sono state la Lombardia (11.575), il Lazio (9.188), la Campania (7.174), il Veneto (4.959) e l’Emilia Romagna (4.947). Quasi il 60 per cento delle segnalazioni registrate a livello nazionale è concentrato in queste cinque Regioni.

In riferimento ai dati regionali, fa sapere l’Ufficio studi della CGIA, oltre alle segnalazioni di riciclaggio sono incluse anche quelle relative al finanziamento del terrorismo e dei programmi di proliferazione di armi di distruzione di massa. Tuttavia, il numero riferito a queste ultime due aree è statisticamente molto contenuto: nel 2013 è stato pari a 186.

Nota metodologica

(*) Il 6 giugno 2012, presso la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, l’allora Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, Anna Maria Tarantola, ebbe modo di affermare che il valore medio del sommerso criminale, nel periodo 2005-2008, era stato pari al 10,9% del Pil. Ipotizzando che l’incidenza sia ancora a questi livelli, l’Ufficio studi della CGIA stima che per il 2013 il valore economico dell’economia criminale si attesti attorno ai 170 miliardi di euro. Nella metodologia di calcolo eseguita dalla Banca d’Italia, così come stabilito dall’Ocse, si fa riferimento solo alle transazioni criminali avvenute dopo un accordo tra il venditore e l’acquirente. Non sono inclusi i reati “violenti” come i furti, le estorsioni, le rapine e l’usura.

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21/08/2014

Trucchiamo i conti per tornare belli


A breve, su decisione dell'Unione Europea, sarà possibile conteggiare anche le attività criminali ai fini del calcolo del Pil.

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E’ come quando riadattiamo i vestiti perché siamo dimagriti. Ritorneranno a calzarci a pennello. E’ cosi stanno facendo con i parametri che si utilizzano per misurare la ricchezza di un paese. Il PIL per esempio. E’ in continuo calo, e non solo in Italia, a dimostrazione che la crisi non è di tipo strutturale di un singolo paese, ma è a livello sistemico per tutti i paesi. I parametri che misuravano il PIL definiti come SEC 1995 erano ante crisi apparente e continuavano a dire che si andava sempre peggio. Troppo insufficiente per poter contrastare il debito e quindi il suo rapporto rischiava di scendere sotto i parametri invalicabili fissati. Nel nuovo ricalcolo del PIL entreranno anche le attività illegali, criminali, furti, rapine, riciclaggio, spaccio di droga, prostituzione, vendita di armi illegali, e via di questo passo.

Come saranno calcolate queste attività visto che per definizione sono illegali e quindi si presuppone fuori dal controllo statale? Ma naturalmente attraverso le statistiche e le valutazioni da parte di istituti di statistica governativi, sorvegliati da autorità della UE. Nessun dato oggettivo, empirico, verificabile, ma solo supposizioni, valutazioni ad capocchiam o meglio lasciate alla discrezionalità di chi guida la macchina che, per quanto entro ambiti scientifici, sono pur sempre lasciate ad una dose di aleatorietà.

Che fine farà la lotta alla criminalità? Quale vantaggio ne ricaverà l’economia di un paese dal frenare, combattere, ostacolare queste attività criminali che portano, secondo i calcoli, benessere e ricchezza al paese? E come saranno considerati i vari Riina, Spatò, grandi boss della malavita? Ancora criminali nemici della società o capitani dell’industria, cavalieri del lavoro? Fermare un capoclan e quindi fermare, seppur temporaneamente, le attività ad esso legate porterà inevitabilmente ad un calo del PIL, e quindi a manovre economiche e fiscali per il recupero. Sarà quindi considerato un bene o un male combattere dette attività?

Saranno considerati investimenti anche le spese militari, l’industria della guerra. In questo l’Italia era già campione, visto che da qualche anno a questa parte le spese militari erano a carico non del bilancio del Ministero della Difesa (ormai della Guerra; su questa voce erano rimaste solo le spese per stipendi e manutenzione sulle infrastrutture), ma su quello dello Sviluppo, cosi da essere considerati non spese, ma investimenti.

Potrà mai avere speranza di successo (se mai ne ha mai avuta), la lotta contro gli acquisti di armi sofisticate come gli F35, o le fregate appena commissionate a Finmeccanica, se queste spese sono considerati investimenti e quindi non annoverabili come deficit, ma come spese produttive?

Se le regole quindi non ci vanno più bene, allora le cambiamo. Che male c’è? L’importante e che non si facciano raffronti fra il primo ed il dopo.

Che non vengano a dire che stiamo meglio oggi rispetto a ieri perché il PIL è cresciuto. Ma questo meglio è veramente un bene, stiamo meglio e viviamo meglio se il PIL è cresciuto alla luce di questi nuovi parametri di misurazione dello stesso?

Da parte di molti viene considerato un male che la politica sia sottomessa e condizionata all’economia e molti spiegano che deve essere la Politica ad utilizzare l’economia come strumento per lo sviluppo della società e l’amministrazione del Bene Comune. Per la felicità dei suoi cittadini.

Alla luce di questi fatti, possiamo dire che si stia invertendo la tendenza in atto? Possiamo affermare che la Politica e la misurazione della felicità di un Paese siano misurabili con il PIL (se mai lo sia stato vecchia e nuova versione)?

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29/01/2014

L’Italia va a puttane

di Rosa Ana De Santis

Basta percorre una strada statale come la Via Salaria, a dieci minuti dal centro di Roma e dai quartieri bene, anche all’ora di cena. Le troverete appostate, in accomodamenti di fortuna ma stabili, le prostitute. La maggior parte giovanissime, poco più di adolescenti, con accento dell’est. Non di rado capita di vederne qualcuna incinta. Una signora che le organizza e qualche uomo di guardia che spunta. Infine macchine di tutti i tipi e clienti che ogni notte vanno a caccia indisturbati. Non mancano saltuariamente carabinieri e polizia municipale, ma lo spettacolo la sera successiva torna a ripetersi con assoluta tranquillità.

Il convegno in corso a Torino del Gruppo Abele sul fenomeno della prostituzione prova a tracciare un ritratto sociologico dei clienti. E’ impossibile individuare una tipologia specifica dei 2,5 milioni di uomini che pagano per il sesso da strada. Italiani, sposati ma anche stranieri e uomini soli. Sacerdoti, maschi giovani ma anche anziani e molti anche con un titolo d’istruzione alto.

Varietà assoluta della clientela che corrisponde a modalità diverse di approccio con le prostitute. Molti preferiscono le straniere schiave perché con meno potere di negoziazione nello scambio di sesso e denaro e probabilmente più soggiogabili nel rapporto sessuale.

I due grandi sottogruppi sono rappresentati da coloro che nella prostituta cercano un rapporto complementare a una relazione stabile, l’altro da uomini soli che nel sesso mercenario vedono l’unica possibilità di appagamento e l’unica chance.

Il dramma italiano è aver respinto la coscienza del fenomeno della prostituzione, aver chiuso le case delle prestazioni, aver espulso dalla norma la questione - un tipico atteggiamento di rimozione culturale made in Italy - per aver permesso di tollerarlo in modalità squallide, pericolose, ben più plateali e spesso contigue a scellerate violenze, nonché alle mafie che proliferano nell’entrata di donne schiave, di clandestine, di anonime senza documenti lasciati alla mercé dei clienti.

Come le scene dei bordelli sotto al cielo siano tollerabili nel Paese del buon costume, della famiglia, delle leggi ad alto tasso di eticità è il segno della contraddizione assoluta che attraversa il rapporto tra legge e morale in Italia. La confusione tra i valori in cui credere e la necessità di una legge che intervenga su fenomeni dilaganti e criminali come quello della prostituzione, magari anche con finalità restrittive ed educative, è da sempre materia incandescente.

Da una parte è prova di ipocrisia culturale annidata nel corredo genetico dell’italiano fintamente cattolico e di un problema mai risolto e metabolizzato rispetto al sesso e alla libertà delle donne; dall’altra un comodo alibi per i maschi fruitori dei corpi a pagamento per rimanere anonimi, non esibire un documento, non entrare nelle case del sesso e continuare indisturbati la recita dei padri di famiglia al mattino seguente.

La distinzione tra etica e morale è ciò che consente alla legge di essere valida a prescindere dai valori e disvalori di ognuno, di assicurare protezione alle vittime della tratta che sono senza dubbio l’anello più debole dell’oscena catena, ma anche alla moglie di quel cliente che rischia ogni giorno di essere contagiata dalle malattie del sesso.

Normare un fenomeno obbliga a vederlo e a prenderne atto. A inserirlo nel tessuto sociale, a condannarlo e reprimerlo anche, ma in parallelo ad educare, a prevenire, a informare. L’evoluzione morale e politica di un paese liberale non va mai avanti a colpi di esami di coscienza. E’ questa la scommessa che rischia di perdere la legge italiana sui fronti dei diritti individuali, delle scelte morali e dei valori.

Espellerli dalla legge non significa rinunciare a dire che a norma di legge è un reato acquistare sesso per strada da una ragazzina schiavizzata. Mentre non lo è entrare in una casa chiusa e comprare sesso a ore da una donna che sceglie di farlo. Il disvalore di questo secondo caso non è sovrapponibile all’immoralità e illegalità del primo. Quello scenario di macelleria squallidamente erotica che anche all’alba di oggi avrà lasciato agli angoli delle strade immondizie, rifiuti, calze, profilattici e file di bottiglie, mentre alla fermata in tanti  aspettano  l’autobus per andare a lavoro. O, peggio ancora, a scuola.

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Articolo perfetto per l'ora di pranzo, sia mai che faccia andare di traverso il boccone a "quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan la tv"...

26/05/2013

Pd e Pdl, da Penati a Tarantini ecco il super inciucio di affari e favori

Sono i silenzi che colpiscono. Il 2013 si è aperto con una campagna elettorale preceduta e accompagnata da una raffica di scandali. Mentre più di un osservatore si spingeva a valutare la nuova stagione del malaffare ancora più grave di quella di Tangentopoli (1992-1994), l’argomento è stato cancellato dal dibattito politico tra le forze nominalmente contrapposte che si sono poi riunite sotto la cupola del governo Letta. E anche dopo le elezioni si è visto il Pd inchinarsi disciplinatamente all’elezione del pluriindagato Roberto Formigoni alla presidenza della commissione agricoltura del Senato. E del resto, se nei lunghi mesi di agonia della giunta regionale lombarda distrutta dagli scandali l’opposizione di centrosinistra non ha mai affondato il colpo, come dimenticare che da parte sua il centrodestra nordista ha sempre accompagnato con signorile distacco le disavventure giudiziarie dell’ex presidente della Provincia di Milano Filippo Penati? Distrazioni, afasie, minimizzazioni e garantismi pelosi trovano un comune punto di caduta. Nelle grandi storie (giudiziarie e non) all’incrocio tra politica e affari i big di Pd e Pdl si ritrovano sempre fianco a fianco. Che sia complicità o semplice buon vicinato, l’effetto non cambia: tutti sanno tutto di tutti e cane non morde cane.

I PATTI D’ACCIAIO SU TARANTO INQUINATA. Anche gli ultimi eclatanti sviluppi dell’inchiesta di Taranto sul gruppo Riva-Ilva sono caduti nel silenzio. Nessun esponente politico della larga maggioranza di governo sembra avere niente da dire. Guardiamo l’antefatto. Emilio Riva, 86 anni, è antico e buon amico di Silvio Berlusconi. Nel 1994 è il primo governo del centrodestra, nei suoi soli sette mesi di vita, a spianargli la strada verso la conquista dell’Ilva di Taranto, la più grande acciaieria europea svenduta dall’Iri per 1649 miliardi di lire, meno degli utili del primo anno di gestione Riva (oltre 1800 miliardi). Ai Riva piace Forza Italia, che finanziano negli anni 2003-2004 con 330 mila euro. Anche Pier Luigi Bersani piace ai siderurgici: nel 2004 la Federacciai (la Confindustria del settore) lo finanzia con 20mila euro, nel 2006, alla vigilia della sua seconda incoronazione a ministro dell’Industria, gli dà altri 50mila euro. Nel 2008 la Federacciai versa a Bersani altri 40mila euro. Nella campagna elettorale del 2006 sono scesi in campo anche i Riva: mano al portafoglio e 98mila euro per Bersani. Due anni dopo, quando Berlusconi invoca i “patrioti” per salvare l’Alitalia, Riva risponde prontamente, e investe 120 milioni nella nuova Cai di Roberto Colaninno. Dai loro luoghi di detenzione più o meno domicialiari Riva e i suoi figli si sono sbracciati in questi mesi a minacciare querele a chiunque insinuasse che in cambio della partecipazione al salvataggio dell’Alitalia “italiana” l’Ilva abbia ottenuto un occhio benevolo del ministero dell’Ambiente retto da Stefania Prestigiacomo (2008-2001) per l’Autorizzazione integrata ambientale che le ha permesso di inquinare spensieratamente fino all’estate del 2012.

Buoni rapporti a destra, buoni rapporti a sinistra, un modo tutto sommato classico di vivere bene in Italia. Quando l’emergenza ambientale comincia a farsi veramente calda, a luglio del 2012, Riva cede la presidenza dell’Ilva di Taranto al prefetto Bruno Ferrante, già candidato del centrosinistra a sindaco di Milano nel 2006. Quando il deputato ambientalista del Pd Roberto Della Seta dà fastidio con la sua attività parlamentare, Riva scrive una lettera a Bersani per chiedergli un intervento. Bersani non se ne dà per inteso, ma è un fatto che alle elezioni dello scorso febbraio nelle liste del Pd non si è trovato posto per Della Seta. Nel frattempo l’inchiesta giudiziaria rivela che il deputato Pd di Taranto Ludovico Vico discuteva al telefono con il capo delle relazioni esterne dell’Ilva, Girolamo Archinà, poi arrestato, come “far buttare il sangue” a Della Seta. In tanta armonia l’unico disturbo è la magistratura, che certe volte non rinuncia a fare il suo dovere. Toghe rosse? Il primo politico arrestato per il caso Ilva è stato, a novembre scorso, l’ex assessore provinciale all’Ambiente Michele Conserva, del Pd. Il 15 maggio scorso è stato arrestato nuovamente insieme al presidente della Provincia di Taranto, un altro Pd, Gianni Florido. Quest’ultimo ha alle spalle una vita da dirigente sindacale della Cisl di Taranto, iniziata proprio dal settore metalmeccanico. Partiti di destra, di centro, di sinistra, sindacati. Tutti dentro fino al collo, per questo nessuno fiata.

DALLE COOP A PONZELLINI, TUTTI I TIFOSI DI SESTOGRAD. Luca Ronconi scelse Sesto San Giovanni per mettere in scena lo spettacolo “Il silenzio dei comunisti”. Mai location fu più azzeccata. Su quanto accaduto nell’ex Stalingrado d’Italia, travolta dallo scandalo del compagno Filippo Penati, non una voce s’è alzata. Da sinistra. Ma neanche da destra. Solo la classica “fiducia nella magistratura”. Le maglie dell’inchiesta ribattezzata “sistema Sesto”, del resto, hanno avvolto tutti. I filoni sono diversi. Come i livelli di coinvolgimento. Nel processo a carico dell’ex capo della segreteria politica di Bersani, oltre all’acquisto delle quote dell’autostrada Milano-Serravalle, ci sono le presunte tangenti per l’acquisto dell’area Falck e il finanziamento illecito attraverso la sua fondazione Fare Metropoli. Nella prima si va dalle coop rosse agli uomini di Berlusconi. Uno in particolare: Mario Resca, ex direttore generale del ministero dei Beni culturali ai tempi di Sandro Bondi, consigliere dell’Eni, designato dal governo guidato dall’amico Silvio, e della Mondadori del gruppo Fininvest. Resca compra anche una quota del 5 per cento della holding che possiede la Sesto Immobiliare, di cui è vicepresidente. La società guidata da Davide Bizzi nel 2010 compra i terreni al centro dell’inchiesta penale sulle mazzette a Penati, e affida a Massimo Cavrini i poteri per “la gestione di tutti i rapporti con l’amministrazione” comunale.

Cavrini è un manager coop. Lavora per il Consorzio cooperative costruttori di Bologna, una delle aziende più importanti della Legacoop. A sinistra dunque le coop, a destra la copertura è assicurata da Berlusconi. Quando nel luglio 2011 i giornali resero nota l’indagine a carico di Penati, l’ex sindaco di Sesto e presidente della Provincia di Milano era seduto comodo nel Consiglio regionale della Lombardia e furono pochi “ribelli” del Pd a chiederne le dimissioni. Il Pdl gli dimostrò piena solidarietà. Del resto, il “leghista di sinistra”, era simpatico a molti. Tanto da sfiorare la vittoria sul Celeste Formigoni, superandolo nei risultati a Milano. Pochi mesi dopo il Fatto rese nota l’esistenza della fondazione Fare Metropoli, creata da Penati per finanziare le sue campagne elettorali e foraggiata da amici noti di sinistra e altri, insospettabilmente interessati al successo politico di Penati, di destra. Come Massimo Ponzellini, indagato per finanziamento illecito.

L’ex presidente della Banca Popolare di Milano, poi arrestato, con una mano dava all’ex sindaco di Sesto e con l’altra aiutava, sempre attraverso la banca, gli amici del Pdl, da Ignazio La Russa a Daniela Santanchè, da Paolo Berlusconi a Michela Vittoria Brambilla. Oltre a Ponzellini, Fare Metropoli poteva contare su un altro banchiere: Enrico Corali, alla guida della Banca di Legnano e membro del cda di Expo 2015 come rappresentante della Provincia di Milano. Infine gli amici di sempre: Renato Sarno, Enrico Intini e Roberto De Santis. Il primo è l’architetto indicato da Piero Di Caterina come il “collettore e gestore degli affari di Penati” nonché potente funzionario in Serravalle. Intini, indagato a Bari per turbativa d’asta, è azionista di maggioranza della Milano Pace. Infine De Santis, anche lui nel mirino dei pm per gli appalti nella sanità pugliese. I tre investono a Sesto 100 milioni di euro in un progetto immobiliare. E non dimenticano di finanziare Fare Metropoli.

SPARTIZIONE ALLA SENESE DI UNA BANCA IN COMUNE. Un consigliere d’amministrazione in Monte dei Paschi a te e due a me. Ma ti garantisco anche la conferma della presidenza di Antonveneta e altri incarichi. Denis Verdini e Franco Ceccuzzi l’accordo di spartizione di poltrone e incarichi nella Siena che viveva attorno a Rocca Salimbeni lo hanno messo proprio per scritto. Due paginette dettagliatissime che illustrano con sconcertante precisione la divisione tra Pd e Pdl redatto il 12 novembre 2008. Tutto ciò che è scritto in quelle due pagine si è poi avverato nei mesi successivi con assoluta precisione. Il documento, pubblicato dal Fatto il 16 febbraio scorso, è stato smentito dai diretti interessati. Ceccuzzi, ex deputato e primo cittadino di Siena, ha vinto le primarie del centrosinistra, ma è stato costretto a rinunciare alla corsa a sindaco dalle polemiche che lo hanno travolto a seguito dell’inchiesta partita sull’acquisto di Antonveneta.

E per il papello che oltre a spartire poltrone con il Pdl sigla un “patto di non belligeranza” tra i due partiti. Quindi incarichi nella banca e nella fondazione Mps ma anche nei consorzi , nelle municipalizzate, nella società della gestione delle terme di Chianciano e l’accordo politico: “L’onorevole Verdini si impegna in vista delle elezioni amministrative 2009 a ricercare una candidatura del Pdl per la presidenza della provincia di Siena che non tenti di sconvolgere gli attuali equilibri e a presentare liste del Pdl nei Comuni rifuggendo da qualsiasi accordo destabilizzante con le liste civiche”. Non che nell’anno 2013, a pochi mesi dallo scandalo che ha travolto l’istituto di credito, la situazione cambi. Al voto di domani si presentano liste civiche che ospitano insieme esponenti sia del centrosinistra sia del centrodestra. In terra di Siena ha messo radici il romanissimo “volemose bene”.

Del resto basta guardare a chi la Fondazione, che controlla la banca e i cui vertici sono nominati dalla politica cittadina, ha elargito a piene mani milioni di euro nel corso degli anni. Dalla fondazione Ravello, oggi presieduta dall’attuale capogruppo del Pdl, Renato Brunetta, alla Giuseppe Di Vittorio della Cgil. Dai circoli Arci alla fondazione Craxi, fondata e presieduta da Stefania Craxi. Dai bonifici per l’ex senatore del Pdl, ora candidato sindaco a Pisa e storico braccio destro dell’ex ministro Altero Matteoli, Franco Mugnai (legale nel caso Ampugnano). Ma non solo Toscana e Roma. I fondi arrivano anche a Lecce: arcidiocesi (120 mila euro), varie onlus e 50 mila euro alla provincia. Guidata da Antonio Maria Gabellone, ex Dc oggi Pdl, legato a Vincenzo De Bustis e, in particolare a Lorenzo Gorgoni, membro del cda di Mps. Ma è anche terra politica di MassimoD’Alema e della Banca 121 acquistata da Rocca Salimbeni. I versamenti sono compresi tra i diecimila euro e i due milioni, che vanno alla fondazione Ravello, per un importo complessivo che sfiora il miliardo. Finita l’era di Giuseppe Mussari, scoperta la banda del 5% guidata da Gianluca Baldassarri e gli artifici compiuti sui bilanci, la pioggia di denaro è finita. L’ente che controlla la banca senese ha chiuso il 2012 con un disavanzo notevole: 193,7 milioni di euro. Mps? Ha chiuso il bilancio con 3,1 miliardi di perdite.

TUTTI PAZZI PER GIANPI E PER LE SUE BELLE AMICHE. “Ricordati che io a vent’anni andavo in barca con D’Alema e a trenta dormivo da Berlusconi”. Così Gianpi Tarantini si vantava con il sodale Valter Lavitola. Millanterie che però mostrano l’importanza dei legami trasversali per il malaffare del terzo millennio. Certo è che alcune delle donne presentate a Berlusconi nell’estate 2009 per ingraziarsi l’allora premier furono poi presentata anche a un esponente del Pd, Sandro Frisullo, ex braccio destro di Nichi Vendola in Regione Puglia, condannato a due anni e otto mesi per reati vari. La “bicamerale del piacere” organizzata da Tarantini è poca cosa rispetto alla “bicamerale degli affari” che stava mettendo su, sfruttando da un lato il debole di Berlusconi per le donne, dall’altro il fiuto di alcuni dalemiani per il business. L’obiettivo: gli affari con la Protezione Civile. Si attornia di imprenditori in buoni rapporti con D’Alema, come Enrico Intini, e per raggiungere l’uomo decisivo per le sue mire – Guido Bertolaso, all’epoca capo della Protezione Civile – fa leva su Berlusconi.

Alle spalle di Tarantini c’era già una storia di affari trasversali nella sanità pugliese. Un sodalizio con l’assessore alla Sanità Alberto Tedesco (Pd) diventato poi rivalità acuta, mentre l’esponente dalemiano finirà nei guai per i suoi affari sanitari: prima salvato con un seggio al Senato, poi finito agli arresti. Gianpi si muove con scioltezza su tutto lo scacchiere politico. Celebre la cena organizzata nel 2007 a Bari da Gianpi in collaborazione con l’amico di D’Alema Roberto De Santis, con un scelto gruppo di medici e dirigenti sanitari. Ospite d’onore proprio D’Alema. Tedesco, già in rotta con l’amico di Berlusconi, si sfoga al telefono: “Sta cosa l’ha organizzata, mi ha richiamato adesso adesso il vice segretario regionale del Pd tale Michele Mazzarano, sta cosa l’ha organizzata De Santis con Tarantini (…) Allora voi volete avere i rapporti, che cazzo volete avere con i Tarantini, li abbiate, abbiateli pure a me non me ne fotte niente”. Racconterà poi il sindaco di Bari Michele Emiliano: “D’Alema arrivò verso le 11. Rimase 10 minuti, non di più, il tempo dei saluti. Poi scappammo via: non si poteva essere commensali di quel signore”.

E Tarantini insiste con Berlusconi. Vuole entrare nella partita grandi opere utilizzando la società di Intini, che pochi mesi prima lo premia con un contratto da promoter, per 150mila euro. Quando il premier si dimostra disponibile a presentargli Bertolaso, secondo la Guardia di finanza, Gianpi lo tempesta di telefonate per “coinvolgerlo in nuove serate, in compagnia di giovani e disponibili donne”: “Stasera è a Roma? Vogliamo organizzare una cena? Volevo presentarle, un’amica mulatta, fantastica”. I pm chiedono a Gianpi: “Ma prima di fargli questa proposta, con Intini aveva parlato?”. “Certo!”, risponde lui: “Intini sapeva che frequentavo Berlusconi”.

di Antonio Massari, Giorgio Meletti e Davide Vecchi

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15/05/2013

Le orge di Arcore dell'alleato del PD

Gradimir Smudja è un virtuoso del fumetto serbo, residente in Italia, che ci risulta essere anche un'ottima forchetta. E' autore di una serie di raccolte dedicate alle vicende di donne di bordello nella Parigi di Tolouse Lautrec. La prostituzione in Smudja è un pretesto per suggerire un passaggio d'epoca. Quello tra '800 e '900 in una metropoli, per quanto nell'ottocento già rappresentata come spavento e ignoto, leggibile ancora con categorie e figure romantiche ma preludio ad una in cui il concetto di città si faceva sempre più complesso, inquieto ed inafferrabile.

C'è oggi da chiedersi quale passaggio d'epoca sia rappresentato dalla prostituzione di Arcore, sfruttata persino in forma orgiastica, i cui effetti politici chiamano il Pd a sostegno dell'artefice ed utilizzatore finale di un simile commedia umana. Sicuramente quello in cui i due partiti principali, precedentemente alternativi ma funzionali al neoliberismo italiano dell'ultimo ventennio, sono costretti a trovare una più stretta convivenza politica. In nome di una governance europea che produce disastri e i cui effetti accompagneranno il paese ancora per diversi lustri.

Le orge di Arcore, che si sostiene essere frutto del tardo berlusconismo, accompagnano così storicamente il passaggio dalla sola responsabilità Pdl, nel sostegno alla governance europea, a quella in cui il Pd assume il pieno peso politico dell'alleanza con il centrodestra in questo genere di appoggio. Ruby, Nicole Minetti, Maristelle Polanco e la loro sistemazione giudiziaria, e nel dibattito politico, sono il carico di responsabilità, verso il paese, assunto dal Pd in nome della governabilità e del senso di responsabilità (verso la posizione processuale di Lele Mora, evidentemente).

In questo gravoso compito di governo sono scomparse velocemente le figuranti, le donne di centrosinistra che hanno inscenato, un paio di anni fa, la protesta più blanda possibile contro i comportamenti del reuccio di Arcore. Protesta blanda perché, con l'Olgettina, non ci si poteva giocare un alleato che sarebbe tornato utile in vista di possibili larghe intese. Sembrano le cronache del demenziale eppure è quanto è accaduto. Cesare Damiano, uno a cui sfugge il senso del patetico abbondantemente presente in sé stesso e nel suo partito, ha affermato che bisogna separare le vicende giudiziarie di Berlusconi da quelle del governo. Come se i reati di concussione, di corruzione, fondi neri e induzione alla prostituzione, da parte di uomo che aspira a mantenere il controllo del paese, fossero questioni personali quanto una multa per divieto di sosta o un conguaglio Iva. Del resto, come segretario aggiunto della Fiom, Cesare Damiano si è abituato a svendere lavoratori figuriamoci se oggi si impressione di fronte ad un affare di prostituzione di uno strategico alleato.

L'accordo tra Pd e Pdl, sul quale si regge instabilmente il governo Letta, non ha niente del profilo politico. Difficile, a parte l'esigenza di aspirare risorse da parte dell'Ue e delle banche, un qualche tentativo di legittimazione di questo governo che non affondi in un profondamente vertiginoso senso del ridicolo.
E per chiudere il cerchio della vergogna ecco scendere in campo uno dei principi delle svendite, di diritti e di salario, oggi segretario del Pd: Guglielmo Epifani.

Nel discorso informe di investitura, nel quale non è riuscito a nominare una sola volta la parola "Pdl" e quella "Berlusconi, retto solo con effetti orwelliani, Guglielmo Epifani in cerca di qualche consenso si è messo a parlare di femminicidio. Evidentemente pensa ad un elettorato in piena dissociazione mentale dove si ascoltano discorsi aulici sul femminicidio mentre si sta al governo con il più famoso organizzatore di ammucchiate, a quanto pare a pagamento e con minori, dell'intero pianeta.
E questo mentre la presidente della camera censura la contestazione "sessista" nei  confronti delle deputate Pdl a Brescia tacendo che, nelle stesse ore, di sessismo nel comportamento dell'ex presidente del consiglio vi si trova corposa e monumentale materia di studio e persino con inedite sfumature.

Ma che importa, l'accordo politico a protezione delle orge di Arcore veglia sul patto di stabilità, sull'Europa e sul rigore. In una maniera così sinistra che difficilmente un Tolouse Lautrec potrebbe addolcire questo passaggio storico nella sua rappresentazione.

redazione 13 maggio 2013

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