Un test elettorale nazionale probante – 12 milioni di aventi diritto al voto – si è trasformato nella conferma clamorosa del distacco ormai irrecuperabile tra “rappresentanza politica” e paese reale.
Tre regioni molto popolate hanno dato tutte un riscontro unanime, indipendentemente dalla collocazione meridionale o settentrionale: meno del 50%, con un aumento medio dell’astensionismo che supera il 14% rispetto a cinque anni fa.
Domani, a risultati definitivi, daremo un giudizio politico più articolato, tenendo conto della distribuzione del voto tra i vari partiti. Per noi, come sapete, ha molta importanza il risultato delle minicoalizioni guidate da Potere al Popolo in Puglia e Campania, anche con prospettive profondamente diverse per ragioni “legali”.
In Campania la soglia di sbarramento è fissata al 2,5% e dai primi “instant poll” non risulta impossibile, mentre in Puglia è all’8% ed era data per irraggiungibile già dagli stessi militanti che si sono spesi in questa corsa, perché l’obiettivo era, e sarà far crescere un’alternativa radicale ed indipendente dal “mondo politico” mainstream.
In Venete non era stata presentata nessuna lista, perché la presenza organizzata non è ancora sufficiente a provare un test di questo impegno (tra raccolta delle firme e capacità di attraversare il territorio con continuità).
Alle ore 16, comunque i dati forniti dagli istituti di rilevazione (ancora non c’è una sola sezione che abbia completato lo scrutinio e comunicati i risultati) sono questi:
Puglia:
Antonio Decaro (“campo largo”) 64-68%
Luigi Lobuono (centrodestra) 30-34%
Altri 1,5 – 2,5%
Campania:
Roberto Fico (“campo largo”) 56-60%
Edmondo Cirielli (centrodestra) 36-40%
Altri 3-5%
Veneto:
Alberto Stefani (centrodestra) 58-62%
Giovanni Manildo (“campo largo”) 32-36%
Altri 5-7%
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/11/2025
20/06/2021
L’ultima “tentazione” dei diseredati di San Ferdinando.
Il nome che è stato coniato, poche settimane fa, dalla Compagnia dei Carabinieri di Gioia Tauro, per passare al setaccio la tendopoli di San Ferdinando, allo scopo di scovare le irregolarità in merito alla fruizione dei benefici del reddito di cittadinanza, ha una precisa connotazione mitologica: “Tentazione”.
Non c’è bisogno di scomodare scene bibliche. Forse è sufficiente riportare un celebre aforisma di Oscar Wilde: «I can resist everything except temptation», per dire, spostando la questione dal cielo alla terra, che è difficilissimo resistere all’odore dei soldi, al tintinnio del denaro, inteso come simbolo che corrompe le anime pie, figuriamoci poi se i soggetti coinvolti sono socialmente ricattabili e afflitti dal bisogno.
Ed è ciò che è successo ai braccianti migranti delle campagne di San Ferdinando, i quali, nel seguire il corso del diritto consuetudinario dei lavoratori agricoli calabresi, hanno infranto, per altri sentieri, la “legge” che esclude gran parte di loro dai benefici del reddito di cittadinanza, in quanto non residenti in Italia da almeno dieci anni.
Sembra che il diavolo tentatore (il denaro) si annidi nelle sedi dei Caf e dei patronati della zona, in quanto alcuni impiegati intrallazzoni avrebbero avviato le istanze per ottenere i sussidi, senza verificare i requisiti di accesso dei migranti.
Così come ci sono impiegati degli stessi uffici che, a fronte di un determinato ammontare di denaro, registrano “falsi braccianti italiani” in aziende inesistenti.
Una situazione davvero bizzarra!
Braccianti che si rompono la schiena e sono fradici di sudore, per l’intenso sforzo fisico a cui sono sottoposti, ma che non sono visibili, tranne quando vengono investiti, con le loro biciclette, sulle strade buie della Piana, prima dell’alba e dopo il tramonto, e “finti braccianti” che percepiscono indennità previdenziali quali disoccupazione, malattia, maternità e contributi.
Premesso che, in più occasioni, mi sono espresso criticamente nei confronti dei sostenitori del reddito di cittadinanza – in quanto continuo a portare avanti la tesi della riduzione e redistribuzione del lavoro necessario tra occupati, precari e disoccupati (italiani e stranieri) – sono convinto, per un altro verso, che un simile attacco rappresenti un duro colpo a tutti quei lavoratori e lavoratrici con contratti di lavoro atipici, che vivono di espedienti o effettuano le loro prestazioni lavorative a nero, che si ribellano a orari di lavoro massacranti o che hanno perso il diritto ad altre forme di sostegno al reddito, ma nel contesto che stiamo esaminando, credo che possa essere inteso come un ennesimo affondo per criminalizzare i migranti e mantenerli in uno stato di semi-schiavitù
Il loro peculato, per l’appunto, consiste nell’aver abboccato all’esca del sistema delle tutele sociali, nell’aver osato prelevare pochi spiccioli dai rubinetti dei flussi finanziari, destinati ad alleviare l’immiserimento generalizzato in cui versano i lavoratori agricoli.
Si tratta di braccianti, senza fissa dimora, che si spostano da una regione all’altra e che raccolgono gran parte della frutta e degli ortaggi che finiscono sulle nostre tavole.
Molto spesso, non hanno un contratto regolare, ma lavorano a nero e quindi non possono accedere a tutte quelle forme di integrazione del reddito, di cui godono, tra l’altro, tutti coloro che ricevono le marchette, anche da titolari di aziende fantasma, per prestazioni lavorative mai effettuate.
Nel 1975, quando fu posata la prima pietra per la realizzazione del quinto centro siderurgico nei comuni di Eranova e San Ferdinando, la produzione dell’acciaio, a livello globale, era già in declino.
Il miraggio della grande industria fu brevissimo, ma sconquassò gli equilibri preesistenti, trasformando ettari di agrumeti e uliveti in un deserto.
Svanito questo grande sogno, quest’area, a forte vocazione agricola e con un discreto tessuto commerciale, riaffermò la sua posizione nella divisione internazionale del lavoro, esportando prodotti agricoli di qualità e forza lavoro che via via veniva resa superflua.
Nonostante le speculazioni fondiarie poste in essere dalle organizzazioni mafiose locali e le dinamiche competitive messe in atto da altri produttori internazionali, i proprietari di piccoli appezzamenti di terreno denominati “giardini”, per circa un ventennio, riuscirono a ricavare un reddito, che gli permise di costruirsi una casa e mandare i propri figli all’università.
Man mano che la guerra commerciale si fece più cruenta, gli aiuti dell’UE, per riprodurre le condizioni di esistenza di queste piccole aziende, si resero sempre più indispensabili, con l’aggravante, però, che il sostegno dei PAC privilegiò i grandi estorsori – una specie di nuovi latifondisti – i quali, acquisirono la terra dei coltivatori diretti, nella prospettiva di gestire una fetta cospicua dei fondi destinati all’integrazione della produzione agricola.
Allo stesso tempo, se i margini tra i prezzi di vendita e i costi di produzione di clementine e arance si ridussero all’osso, attestandosi rispettivamente nell’ordine di 8 e 3 centesimi per Kg, il differenziale, per quanto riguarda le arance destinate alla trasformazione, divenne addirittura negativo, nel senso che, in alcune annate, le oscillazioni del mercato determinarono un prezzo di vendita pari a 6 centesimi per Kg, un prezzo troppo basso per ripagare i costi di raccolta.
A far precipitare il prezzo così in basso contribuirono le scelte manageriali di molte industrie di trasformazione, di rifornirsi del succo concentrato proveniente dal Brasile, il cui rendimento era molto più conveniente della materia prima della Piana.
L’arrivo della forza lavoro schiavizzata, com’è noto, non sollevò quest’area dal suo lento degrado, anzi tutte le complicazioni e le tensioni vennero a galla con le rivolta di Rosarno nel 2010.
Insomma, se il quadro, oltre che ad essere desolante, è privo di soggetti collettivi in grado di trovare una sintesi ai conflitti sociali che sono emersi, in seguito alla sostituzione della manodopera locale con i migranti della baraccopoli, su quali basi si regge la ristrutturazione dei 7.000 ettari di terra destinati alla produzione degli agrumi?
L’architrave di questo sistema poggia sul depauperamento del territorio, strozzamento degli agricoltori, connivenza e complicità dei “finti braccianti” locali, nel mungere la mucca delle sovvenzioni pubbliche e ricattabilità sociale dei lavoratori migranti.
A trarne consistenti vantaggi, invece, troviamo una rampante classe di capitalisti agrari, costituita dai gestori degli OP (Organizzazione dei produttori) e dai proprietari dei grandi capannoni di lavorazione degli agrumi, i quali, nella maggior parte dei casi, hanno concentrato la proprietà fondiaria, in vista del fatto che i finanziamenti dell’UE sono commisurati all’ampiezza dei fondi agricoli.
Sono costoro che si accaparrano gli agrumi delle campagne della Piana e impongono i prezzi stracciati, anche perché operano in nome e per conto della Distribuzione Organizzata, Coop e Conad, e della GDO, in cui domina Esselunga, seguita da altri marchi – Auchan, Despar, eccetera.
Ed è proprio nei circuiti parassitari dell’intermediazione commerciale che avviene il prosciugamento del valore, derivante dalla coltivazione di prodotti agricoli di qualità, che si ottengono in questo fazzoletto di terra, alla punta dello stivale.
Un valore che non verrebbe alla luce, senza i finanziamenti pubblici dell’UE ai capitalisti agrari, da un lato, e senza lo sfruttamento selvaggio della manodopera migrante, priva dei diritti basilari, dall’altro lato.
L’intera filiera produttiva si bloccherebbe, se, da un giorno all’altro, l’esercito dei disperati si dileguasse, poiché i “nuovi latifondisti“ non potrebbero avallare la loro richiesta delle indennità agricole. E di conseguenza, questi ultimi collasserebbero, trainando nella loro orbita i braccianti, finti e reali, a cui dichiarano 51 o 101 giornate, al fine di fargli ottenere le indennità che eroga l’INPS.
Ecco, dunque, l’accesso ai benefici del reddito di cittadinanza da parte dei diseredati di San Ferdinando potrebbe mettere in discussione proprio l’assetto socioeconomico che si è venuto a formare negli ultimi anni, il quale si mantiene, come ho cercato di delineare, sul torbido legame tra la proprietà fondiaria e le politiche di sostegno alla produzione agricola e sulla spremitura della forza lavoro migrante, sino all’ultima goccia di sudore.
Ma in realtà, il loro tentativo di emancipazione è stato neutralizzato dalla legge reale, quella stessa legge che consente ai proprietari dei grandi fondi d’incassare il denaro pubblico indispensabile per la continuazione della produzione di agrumi, mentre ignora il caporalato, il lavoro nero, i salari da fame, i finti braccianti, le condizioni di vita miserevoli nel ghetto di San Ferdinando e soprattutto eclissa lo sfruttamento brutale dei lavoratori agricoli extra-comunitari.
Fonte
Non c’è bisogno di scomodare scene bibliche. Forse è sufficiente riportare un celebre aforisma di Oscar Wilde: «I can resist everything except temptation», per dire, spostando la questione dal cielo alla terra, che è difficilissimo resistere all’odore dei soldi, al tintinnio del denaro, inteso come simbolo che corrompe le anime pie, figuriamoci poi se i soggetti coinvolti sono socialmente ricattabili e afflitti dal bisogno.
Ed è ciò che è successo ai braccianti migranti delle campagne di San Ferdinando, i quali, nel seguire il corso del diritto consuetudinario dei lavoratori agricoli calabresi, hanno infranto, per altri sentieri, la “legge” che esclude gran parte di loro dai benefici del reddito di cittadinanza, in quanto non residenti in Italia da almeno dieci anni.
Sembra che il diavolo tentatore (il denaro) si annidi nelle sedi dei Caf e dei patronati della zona, in quanto alcuni impiegati intrallazzoni avrebbero avviato le istanze per ottenere i sussidi, senza verificare i requisiti di accesso dei migranti.
Così come ci sono impiegati degli stessi uffici che, a fronte di un determinato ammontare di denaro, registrano “falsi braccianti italiani” in aziende inesistenti.
Una situazione davvero bizzarra!
Braccianti che si rompono la schiena e sono fradici di sudore, per l’intenso sforzo fisico a cui sono sottoposti, ma che non sono visibili, tranne quando vengono investiti, con le loro biciclette, sulle strade buie della Piana, prima dell’alba e dopo il tramonto, e “finti braccianti” che percepiscono indennità previdenziali quali disoccupazione, malattia, maternità e contributi.
Premesso che, in più occasioni, mi sono espresso criticamente nei confronti dei sostenitori del reddito di cittadinanza – in quanto continuo a portare avanti la tesi della riduzione e redistribuzione del lavoro necessario tra occupati, precari e disoccupati (italiani e stranieri) – sono convinto, per un altro verso, che un simile attacco rappresenti un duro colpo a tutti quei lavoratori e lavoratrici con contratti di lavoro atipici, che vivono di espedienti o effettuano le loro prestazioni lavorative a nero, che si ribellano a orari di lavoro massacranti o che hanno perso il diritto ad altre forme di sostegno al reddito, ma nel contesto che stiamo esaminando, credo che possa essere inteso come un ennesimo affondo per criminalizzare i migranti e mantenerli in uno stato di semi-schiavitù
Il loro peculato, per l’appunto, consiste nell’aver abboccato all’esca del sistema delle tutele sociali, nell’aver osato prelevare pochi spiccioli dai rubinetti dei flussi finanziari, destinati ad alleviare l’immiserimento generalizzato in cui versano i lavoratori agricoli.
Si tratta di braccianti, senza fissa dimora, che si spostano da una regione all’altra e che raccolgono gran parte della frutta e degli ortaggi che finiscono sulle nostre tavole.
Molto spesso, non hanno un contratto regolare, ma lavorano a nero e quindi non possono accedere a tutte quelle forme di integrazione del reddito, di cui godono, tra l’altro, tutti coloro che ricevono le marchette, anche da titolari di aziende fantasma, per prestazioni lavorative mai effettuate.
Nel 1975, quando fu posata la prima pietra per la realizzazione del quinto centro siderurgico nei comuni di Eranova e San Ferdinando, la produzione dell’acciaio, a livello globale, era già in declino.
Il miraggio della grande industria fu brevissimo, ma sconquassò gli equilibri preesistenti, trasformando ettari di agrumeti e uliveti in un deserto.
Svanito questo grande sogno, quest’area, a forte vocazione agricola e con un discreto tessuto commerciale, riaffermò la sua posizione nella divisione internazionale del lavoro, esportando prodotti agricoli di qualità e forza lavoro che via via veniva resa superflua.
Nonostante le speculazioni fondiarie poste in essere dalle organizzazioni mafiose locali e le dinamiche competitive messe in atto da altri produttori internazionali, i proprietari di piccoli appezzamenti di terreno denominati “giardini”, per circa un ventennio, riuscirono a ricavare un reddito, che gli permise di costruirsi una casa e mandare i propri figli all’università.
Man mano che la guerra commerciale si fece più cruenta, gli aiuti dell’UE, per riprodurre le condizioni di esistenza di queste piccole aziende, si resero sempre più indispensabili, con l’aggravante, però, che il sostegno dei PAC privilegiò i grandi estorsori – una specie di nuovi latifondisti – i quali, acquisirono la terra dei coltivatori diretti, nella prospettiva di gestire una fetta cospicua dei fondi destinati all’integrazione della produzione agricola.
Allo stesso tempo, se i margini tra i prezzi di vendita e i costi di produzione di clementine e arance si ridussero all’osso, attestandosi rispettivamente nell’ordine di 8 e 3 centesimi per Kg, il differenziale, per quanto riguarda le arance destinate alla trasformazione, divenne addirittura negativo, nel senso che, in alcune annate, le oscillazioni del mercato determinarono un prezzo di vendita pari a 6 centesimi per Kg, un prezzo troppo basso per ripagare i costi di raccolta.
A far precipitare il prezzo così in basso contribuirono le scelte manageriali di molte industrie di trasformazione, di rifornirsi del succo concentrato proveniente dal Brasile, il cui rendimento era molto più conveniente della materia prima della Piana.
L’arrivo della forza lavoro schiavizzata, com’è noto, non sollevò quest’area dal suo lento degrado, anzi tutte le complicazioni e le tensioni vennero a galla con le rivolta di Rosarno nel 2010.
Insomma, se il quadro, oltre che ad essere desolante, è privo di soggetti collettivi in grado di trovare una sintesi ai conflitti sociali che sono emersi, in seguito alla sostituzione della manodopera locale con i migranti della baraccopoli, su quali basi si regge la ristrutturazione dei 7.000 ettari di terra destinati alla produzione degli agrumi?
L’architrave di questo sistema poggia sul depauperamento del territorio, strozzamento degli agricoltori, connivenza e complicità dei “finti braccianti” locali, nel mungere la mucca delle sovvenzioni pubbliche e ricattabilità sociale dei lavoratori migranti.
A trarne consistenti vantaggi, invece, troviamo una rampante classe di capitalisti agrari, costituita dai gestori degli OP (Organizzazione dei produttori) e dai proprietari dei grandi capannoni di lavorazione degli agrumi, i quali, nella maggior parte dei casi, hanno concentrato la proprietà fondiaria, in vista del fatto che i finanziamenti dell’UE sono commisurati all’ampiezza dei fondi agricoli.
Sono costoro che si accaparrano gli agrumi delle campagne della Piana e impongono i prezzi stracciati, anche perché operano in nome e per conto della Distribuzione Organizzata, Coop e Conad, e della GDO, in cui domina Esselunga, seguita da altri marchi – Auchan, Despar, eccetera.
Ed è proprio nei circuiti parassitari dell’intermediazione commerciale che avviene il prosciugamento del valore, derivante dalla coltivazione di prodotti agricoli di qualità, che si ottengono in questo fazzoletto di terra, alla punta dello stivale.
Un valore che non verrebbe alla luce, senza i finanziamenti pubblici dell’UE ai capitalisti agrari, da un lato, e senza lo sfruttamento selvaggio della manodopera migrante, priva dei diritti basilari, dall’altro lato.
L’intera filiera produttiva si bloccherebbe, se, da un giorno all’altro, l’esercito dei disperati si dileguasse, poiché i “nuovi latifondisti“ non potrebbero avallare la loro richiesta delle indennità agricole. E di conseguenza, questi ultimi collasserebbero, trainando nella loro orbita i braccianti, finti e reali, a cui dichiarano 51 o 101 giornate, al fine di fargli ottenere le indennità che eroga l’INPS.
Ecco, dunque, l’accesso ai benefici del reddito di cittadinanza da parte dei diseredati di San Ferdinando potrebbe mettere in discussione proprio l’assetto socioeconomico che si è venuto a formare negli ultimi anni, il quale si mantiene, come ho cercato di delineare, sul torbido legame tra la proprietà fondiaria e le politiche di sostegno alla produzione agricola e sulla spremitura della forza lavoro migrante, sino all’ultima goccia di sudore.
Ma in realtà, il loro tentativo di emancipazione è stato neutralizzato dalla legge reale, quella stessa legge che consente ai proprietari dei grandi fondi d’incassare il denaro pubblico indispensabile per la continuazione della produzione di agrumi, mentre ignora il caporalato, il lavoro nero, i salari da fame, i finti braccianti, le condizioni di vita miserevoli nel ghetto di San Ferdinando e soprattutto eclissa lo sfruttamento brutale dei lavoratori agricoli extra-comunitari.
Fonte
20/03/2021
Sentenza contro i No Tap. Si va avanti, nonostante tutto
Avremmo tanto da dire su quanto accaduto ieri nell’aula bunker del carcere di Lecce, cercheremo di farlo, rimanendo lucidi davanti ad un giudizio che, a nostro avviso, ha avuto un evidente indirizzo politico.
Ci troviamo qui a dover commentare ancora una volta la criminalizzazione messa in atto da un apparato repressivo che coinvolge lo Stato a diversi livelli, con la complicità di una certa stampa che, senza essere presente a nessuna delle udienze, è stata pronta a giudicare, arrivando a definire “esito finale” quello che è solo il primo grado di giudizio.
Tutto questo sembra un accanimento contro il diritto al legittimo dissenso nei confronti di un’opera inutile, dannosa e imposta, presentata come strategica, che invece di strategico ha solo il raschiare il barile dei fondi europei. È un’opera climalterante che va contro ogni sana logica di cambiamento, lontana anni luce da quella transizione energetica di cui in nostri politici si vantano tanto. Pare sempre più evidente che questo accanimento è rivolto a chi protesta contro quel sistema in cui il Tap è inserito, un sistema di sviluppo che strizza l’occhio al potere economico, abbandonando intere popolazioni alla propria sorte. Un sistema che alletta con le sue sirene ma che lascia intorno a sè distruzione, povertà e un sempre maggiore divario tra classi sociali.
Non sarà questa sentenza a farci indietreggiare, non sarà questo chiaro messaggio intimidatorio a farci desistere dal continuare a credere che siamo la parte migliore di questa brutta storia, che siamo dalla parte giusta.
Ci eravamo meravigliati quando il giudice, Presidente di una sezione penale, aveva avocato i tre processi a sé, decidendo di celebrare tutte le udienze in tempo così rapidi (3 procedimenti penali, di cui uno con 78 capi di imputazione, in appena 7 mesi – udienze pressoché settimanali – con una mole di materiale videoregistrato immenso da consultare per la difesa). Ci era sembrata del tutto fuori luogo l’esternazione del Giudice quando, nelle prime fasi dell’istruttoria, dichiarò che la testimonianza del pubblico ufficiale doveva considerarsi già di per sé veritiera. Siamo rimasti attoniti, nonostante fossimo preparati all’esito, quando il giudice leggendo i dispositivi delle sentenze ha emesso condanne che, nella maggior parte dei casi raddoppiavano, e talvolta triplicavano, le richieste del PM.
Si tratta di condanne che variano da un minimo di un mese a un massimo di 3 anni e che vedono coinvolti 86 attivisti. Pene severissime, se si pensa che molte delle imputazioni riguardano reati che vanno da oltraggio a pubblico ufficiale, a lancio di ciclamini o uova, a resistenza a pubblico ufficiale.
Ma ciò che fa più pensare, e lo hanno ribadito anche i nostri legali, sono i soli 15 giorni valutati dal Giudice come sufficienti per depositare le motivazioni delle sentenze. Il numero elevatissimo di attivisti imputati e la complessità dei contesti e dei fatti, ci aprono ad un interrogativo: ci chiediamo se il Giudice dovrà spendere giorni e nottate per fornire motivazioni soddisfacenti o se, in realtà, il tutto non lo abbia già elaborato. Ai 15 giorni ne seguiranno 30 affinché i nostri legali possano elaborare e depositare gli appelli. Tempi strettissimi che non solo limitano la possibilità di imbastire una difesa serena e priva di pressioni, ma che impongono ancora una volta un tour de force ai nostri legali.
La regia che si cela dietro all’imposizione di questo sistema ha da sempre avuto bisogno di criminalizzare chi lotta per le giustizie sociali ed ambientali, così come ha la necessità di incutere timore nelle popolazioni istituendo zone rosse e limitazioni, mostrando i muscoli e schiacciando la ragione ma, malgrado tutto questo, ci sentiamo di ribadirlo ancora più forte.
Fonte
Ci troviamo qui a dover commentare ancora una volta la criminalizzazione messa in atto da un apparato repressivo che coinvolge lo Stato a diversi livelli, con la complicità di una certa stampa che, senza essere presente a nessuna delle udienze, è stata pronta a giudicare, arrivando a definire “esito finale” quello che è solo il primo grado di giudizio.
Tutto questo sembra un accanimento contro il diritto al legittimo dissenso nei confronti di un’opera inutile, dannosa e imposta, presentata come strategica, che invece di strategico ha solo il raschiare il barile dei fondi europei. È un’opera climalterante che va contro ogni sana logica di cambiamento, lontana anni luce da quella transizione energetica di cui in nostri politici si vantano tanto. Pare sempre più evidente che questo accanimento è rivolto a chi protesta contro quel sistema in cui il Tap è inserito, un sistema di sviluppo che strizza l’occhio al potere economico, abbandonando intere popolazioni alla propria sorte. Un sistema che alletta con le sue sirene ma che lascia intorno a sè distruzione, povertà e un sempre maggiore divario tra classi sociali.
Non sarà questa sentenza a farci indietreggiare, non sarà questo chiaro messaggio intimidatorio a farci desistere dal continuare a credere che siamo la parte migliore di questa brutta storia, che siamo dalla parte giusta.
Ci eravamo meravigliati quando il giudice, Presidente di una sezione penale, aveva avocato i tre processi a sé, decidendo di celebrare tutte le udienze in tempo così rapidi (3 procedimenti penali, di cui uno con 78 capi di imputazione, in appena 7 mesi – udienze pressoché settimanali – con una mole di materiale videoregistrato immenso da consultare per la difesa). Ci era sembrata del tutto fuori luogo l’esternazione del Giudice quando, nelle prime fasi dell’istruttoria, dichiarò che la testimonianza del pubblico ufficiale doveva considerarsi già di per sé veritiera. Siamo rimasti attoniti, nonostante fossimo preparati all’esito, quando il giudice leggendo i dispositivi delle sentenze ha emesso condanne che, nella maggior parte dei casi raddoppiavano, e talvolta triplicavano, le richieste del PM.
Si tratta di condanne che variano da un minimo di un mese a un massimo di 3 anni e che vedono coinvolti 86 attivisti. Pene severissime, se si pensa che molte delle imputazioni riguardano reati che vanno da oltraggio a pubblico ufficiale, a lancio di ciclamini o uova, a resistenza a pubblico ufficiale.
Ma ciò che fa più pensare, e lo hanno ribadito anche i nostri legali, sono i soli 15 giorni valutati dal Giudice come sufficienti per depositare le motivazioni delle sentenze. Il numero elevatissimo di attivisti imputati e la complessità dei contesti e dei fatti, ci aprono ad un interrogativo: ci chiediamo se il Giudice dovrà spendere giorni e nottate per fornire motivazioni soddisfacenti o se, in realtà, il tutto non lo abbia già elaborato. Ai 15 giorni ne seguiranno 30 affinché i nostri legali possano elaborare e depositare gli appelli. Tempi strettissimi che non solo limitano la possibilità di imbastire una difesa serena e priva di pressioni, ma che impongono ancora una volta un tour de force ai nostri legali.
La regia che si cela dietro all’imposizione di questo sistema ha da sempre avuto bisogno di criminalizzare chi lotta per le giustizie sociali ed ambientali, così come ha la necessità di incutere timore nelle popolazioni istituendo zone rosse e limitazioni, mostrando i muscoli e schiacciando la ragione ma, malgrado tutto questo, ci sentiamo di ribadirlo ancora più forte.
Fonte
30/12/2019
Taranto - Ex Ilva, fenomenologia operaia e smarrimeto della politica
Cosa è stato detto realmente durante il Consiglio di fabbrica dello scorso 24 dicembre alla presenza del premier Conte? Per capirlo abbiamo guardato il video integrale dell’incontro della durata di oltre un’ora. Una visione alquanto interessante per toccare ancora una
volta con mano la realtà vera. Non quella che spesso viene filtrata dai
social, dai comunicati stampa, dalle mezze dichiarazioni rubate qui e
là ai presenti.
Dopo le frasi introduttive di routine da parte dell’ad Lucia Morselli e del premier Conte sulla trattativa in corso e la possibilità che si possa addivenire ad un nuovo piano industriale condiviso e sostenibile finanziariamente (nonostante Conte abbia definito la Morselli ancora come un’antagonista), sulla salvaguardia occupazionale, sulla sostenibilità ambientale e su una fabbrica che si vorrebbe diventasse sicura da un punta di visto sanitario e manutentivo, oltre che sulla dicotomia oramai non più sopportabile per gli operai tra il diritto al lavoro e alla salute, la sostanza è come sempre ben altra.
Il premier Conte ha messo subito in chiaro, o forse sarebbe meglio dire le mani avanti, su quale sarà il ruolo dello Stato qualora la trattativa andasse in porto: entrerà come azionista nel capitale sociale di AM InvestCO Italy spa, con il ruolo di controllore e garante, ma il partner industriale è e resterà ArcelorMittal. Lo Stato dunque, come peraltro ampiamente prevedibile e come abbiamo riportato nell’articolo sul piano industriale studiato dal governo, interverrà economicamente affinché si realizzi, almeno in parte, la transizione energetica che porta l’ex Ilva dall’essere il più grande siderurgico d’Europa a ciclo integrale verso un ciclo ibrido, dove dovranno convivere forni elettrici, cokerie e altiforni.
L’idea dello Stato con questo ruolo sembra però non piacere ai lavoratori presenti all’incontro, molti dei quali non c’erano lo scorso 8 novembre quando il premier Conte scese a Taranto dopo lo tsunami provocato dall’atto di recesso di ArcelorMittal.
Il premier viene infatti subito interrotto dai lavoratori. Che hanno voluto ricordare al presidente del Consiglio come lo Stato abbia già gestito il siderurgico in passato prima del ventennio dei Riva (che in molti sembrano quasi rimpiangere, c’è chi infatti ha ricordato ‘i bei tempi’ in cui sino al 2006 ogni settimana si assumevano 20 giovani lavoratori), con risultati tutt’altro che lusinghieri. E che gli auguri rivolti alla platea il premier dovrebbe avere il coraggio di andare a darli di persona a molti loro compagni da oltre un anno a casa in cassa integrazione, a cui il futuro appare ancora più oscuro di chi ha avuto la ‘fortuna‘ di vincere la lotteria delle assunzioni in ArcelorMittal Italia.
Nel brusio generale irrompe la voce di un operaio nelle retrovie della sala, che raggiunge Conte al microfono, chiedendo alla politica di decidere con chiarezza cosa fare. E lanciando un anatema verso i colleghi presenti in sala e non, che dovrebbe far riflettere molti: “Ora
vi hanno applaudito tutti. Ma fino a prima che entraste tutti parlavano
male di lei. Perché i tarantini sono così, sono una massa di caproni,
si prendono paura di parlare. È tutta una caricatura”.
Rotto il ghiaccio, il premier Conte raggiunge un altro operaio in platea, che palesa le difficoltà economiche di chi è in cassa integrazione (per i 1.600 rimasti nel perimetro di Ilva in Amministrazione Straordinaria), nei confronti delle proprie famiglie, dei mutui contratti negli anni, che oggi non sono più sostenibili per chi ha perso tra le 500 e i 1000 euro al mese. Raccontando una realtà che tutti conoscono, che abbiamo raccontato tante volte, ma che chissà perché si fa finta sempre di ignorare: i lavoratori dell’ex Ilva, anche sotto la gestione commissariale, hanno puntualmente ricevuto ogni 12 del mese lo stipendio, con tanto di premi di risultato e di produzione nonostante l’azienda producesse la metà rispetto al passato e il segno meno caratterizzasse i bilanci tanto da provocare un buco di miliardi di euro. Un qualcosa che non si è mai visto da nessuna parte, ma che non ha indignato di fatto nessuno in tutti questi anni. Nemmeno i lavoratori stessi assueffatti a tale andazzo che oggi, di fatto, si trovano in una condizione economica fortemente ridimensionata rispetto al passato. E che ha creato una spaccatura importante nel tessuto operaio dell’ex Ilva, creando di fatto dallo scorso anno lavoratori di serie A e di serie B.
Girando la platea con il microfono, c’è chi critica il sistema sanitario locale fin troppo deficitario, chi ha denunciato la situazione ambientale del rione Tamburi, chi ha attaccato la struttura commissariale (e quindi lo Stato) sostenendo come negli ultimi anni di gestione non sia stato fatto nulla in merito alla manutenzione degli impianti.
C’è chi denuncia di essere stanco di essere visto come un assassino dai figli, dagli amici e da chi si ammala a causa della produzione del siderurgico. C’è chi in platea ha vissuto in prima persona il dramma del tumore e denuncia come un dramma ancora maggiore quello di lavorare senza prospettive chiare sul futuro. Oppure chi ammette la grande difficoltà nel ricoprire un ruolo importante in fabbrica, come quello di dover comunicare ad altri colleghi che dal tale giorno non dovranno scendere sul posto di lavoro.
Tutti i discorsi dei lavoratori hanno un comune denominatore: i propri figli. E la questione economica legata allo stipendio decurtato dalla cassa integrazione attuale e futura. A dimostrazione del fatto che il primo vero problema dell’ex Ilva è e resterà sempre di tipo economico. Per lo Stato, per chi gestisce l’azienda chiunque esso sia e per chi ci lavora. Al di là del solito mantra a cui non crede più nessuno, ripetuto dallo stesso Conte e da molti lavoratori, che vede la salute al primo posto, come primo diritto da garantire e poi a cascata quello al lavoro e quello di vivere in un ambiente sano.
Il nodo è sempre quello: il timore di continuare a vivere, dopo 7 lunghi anni dal famoso 2012, nell’incertezza economica e lavorativa. Sia per chi è oggi in cassa integrazione e teme di restare ancora a lungo con uno stipendio al 60%, sia per chi è un dipendente diretto di ArcelorMittal.
E c’è stato anche chi ha provato a consigliare al premier una strada da seguire, per provare a ‘sanare‘ la posizione di molti lavoratori. Partendo dalla denuncia delle presenza di 4mila tonnellate di amianto all’interno dell’ex Ilva ancora da smaltire, è stato proposto di ampliare
il riconoscimento dei benefici per i lavoratori all’esposizione ad
amianto, riconosciuto dalla legge n. 257 del 1992 e previsto per chi è
stato esposto sino al 2 ottobre del 2003.
Anche Emiliano in difficoltà davanti ai lavoratori
Di fronte a tutto questo il premier Conte resta quasi senza parole. A quel punto viene tirato in ballo il governatore Emiliano, a causa della scarsa possibilità per i tarantini di curarsi sul proprio territorio, a causa di molti nosocomi chiusi negli ultimi anni. Un operaio, rivolgendosi a Conte ed Emiliano denuncia fino a 9 mesi per una tac, tempo nel quale una persona ammalata muore.
Il governatore Emiliano, tirato in causa, si alza e prende la parola. Rivendica la trasformazione dell’ospedale Moscati, in appena quattro anni, in un Oncologico seppur ancora piccolo ma per il quale la Regione Puglia sta ultimando l’acquisto di ulteriori macchinari. Mentre prima c’era poco o nulla.
A chi gli fa notare che il reparto di Oncologia pediatrica dell’ospedale SS. Annunziata sia stato realizzato con i soldi della campagna di beneficenza attraverso la vendita delle magliette del mini bar dei Tamburi, conosciuta in tutta Italia grazie al sostegno della giornalista Nadia Toffa delle Iene scomparse prematuramente lo scorso agosto Emiliano, finalmente ci vien da dire, chiarisce la realtà delle cose. In realtà quel reparto esiste già da anni e il suo mancato utilizzo non è legato ad un problema di soldi, ma di assenza di medici. Emiliano rivendica come sua la decisione di aver ‘preso’ da Pescara il primario Cecinati, di avergli costruito un concorso su misura per farlo venire qui. Il vero problema denuncia Emiliano, è la mancanza di pediatri e non di risorse finanziarie.
Emiliano ammette, rivolgendosi a Conte, come Taranto vanti il poco lusinghiero primato dell’indice dei posti letto più basso di tutta la Puglia. Ricorda a Conte i tentativi fatti con i governi precedenti nel chiedere che venissero rinforzate le strutture sanitarie, consentendo alla Regione Puglia di spendere più risorse su Taranto.
E chiedendo al governo e alle istituzioni locali, e persino ai presenti, di dar vita ad una campagna di “incentivo economico o finanche morale” per far venire giovani medici a Taranto. Si tira in ballo la facoltà di Medicina
che ha preso il via quest’anno, partita in realtà con grandi difficoltà
e che dall’anno prossimo dovrebbe partire a tutti gli effetti e per
tempo. Emiliano propone incentivi per finanziare a Taranto le scuole di specializzazione così da evitare che i medici vadano ad esercitare altrove. Ricorda che nel 2020 sarà posta la prima pietra del nuovo ospedale San Cataldo che “darà vita a nuova storia”.
Il governatore prova poi a tirare su il morale dei presenti ricordando che l’aeroporto di Grottaglie è in ricostruzione completa attraverso tanti lavori già appaltati, e che ora bisogna trovare compagnie aree da portare qui, magari sfruttando anche i Giochi del Mediterraneo del 2026
che per il governatore serviranno a mettete in moto una Taranto
diversa. Rivendica l’iniziativa di aver portato negli ultimi due anni a
Taranto il Medimex, per incentivare un turismo culturale che muova nuova economia.
Conte alle strette ribadisce: il futuro può essere solo con ArcelorMittal
Ma l’attenzione dei lavoratori è rivolta altrove. Si torna a parlare del futuro dell’Ilva, ribadendo al premier che se l’Italia ha deciso di puntare sull’acciaio “o si lavora tutti o nessuno“. E che si mettano gli Impianti finalmente a norma.
C’è spazio anche per un lavoratore dell’indotto, che racconta di un lavoro di 25 ore settimanali pari 850 euro mensili. C’è chi lavora anche 14 ore settimanali per uno stipendio di appena 340 euro al mese. Un indotto dove la maggioranza dei lavoratori sono giovani. Dove non c’è la possibilità ancora oggi di usufruire di spogliatoi e lavanderie. Siamo di fatto di fronte a lavoratori di Serie C. L’umile richiesta avanzata al premier, senza gridare o inveire è molto semplice ma fin troppo chiara: ampliare le tutele a favore dei lavoratori dell’indotto, un bacino occupazionale in cui gravitano oltre 6mila operai.
A quel punto Conte è costretto a chiudere. Il tempo è tiranno e lo attendono mons. Santoro e la cena alla Caritas con chi un lavoro non ce l’ha o l’ha perduto e sicuramente non lo avrà più.
Rinnova ai presenti il lavoro e l’impegno del governo per arrivare ad una soluzione con ArcelorMittal, giudicata dal premier come l’unica concreta possibilità, l’unico interlocutore possibile per dare un futuro immediato al siderurgico. Ribadisce che il piano industriale della multinazionale in cui ci sono 5mila esuberi è stato prontamente rispedito al mittente. Ricorda che la trattativa al momento è ferma ad un accordo di intenti da seguire.
Ma gli operai mostrano insofferenza, commentano a voce alta. Viene chiesto il rispetto dell’accordo del 6 settembre del 2018. A quel punto il premier per un attimo si spazientisce: “Allora volete che portiamo avanti la causa in tribunale?
Se è questo che volete ditelo chiaramente. Il risultato della causa
legale è l’inizio di questa trattativa. Se siamo ancora qui è perché gli
abbiamo impedito di lasciare l’Italia nonostante quell’accordo”.
Il messaggio è chiaro: il futuro prossimo può essere soltanto con ArcelorMittal. E dimostra che tutta questa sicurezza nel vincere la ‘causa del secolo’ il governo non l’abbia mai avuta. Conte prova a fare una battuta per smorzare i toni rivolgendosi alla Morselli: “Questa signora non ce la siamo scelta, ma ce la siamo ritrovati, con tutto il rispetto”. Ma nessuno ride e la Morselli lo gela con lo sguardo.
Rinnova infine l’impegno del governo sul decreto ‘Cantiere Taranto’ che sarà approvato soltanto dopo un’interlocuzione con le istituzioni locali.
L’ultima parola è proprio dell’ad Morselli. Che dopo aver garantito l’impegno dell’azienda nel portare a termine, positivamente, la trattativa con il governo, si rivolge alla platea con un monito sin troppo chiaro: “Ricordatevi tutti bene una cosa: siete tutti ArcelorMittal
in questo momento. O tutti voi collaborerete, con il vostro lavoro, con
le vostre proteste giuste, le vostre segnalazioni con le cose che non
vanno, oppure non andremo da nessuna parte. Dovrete volerla tutti questa società“. Non il massimo per un messaggio di auguri alla vigilia di Natale.
Le tante cose non dette e taciute
Durante il Consiglio di fabbrica sono state tante le cose non dette. Specie da parte di chi quasi ogni giorno sull’argomento Ilva esprime sentenze di ogni tipo. Ad esempio il governatore Emiliano si è ben guardato dal ripetere un pensiero che negli ultimi mesi ha ribadito in tutte le trasmissioni televisive e radiofoniche in cui è intervenuto, in tutte le interviste rilasciate sui quotidiani nazionali e locali, nei vari convegni organizzati a Taranto, in Puglia, a Roma o a Bruxelles: ovvero che “sarebbe stato meglio se l’Ilva a Taranto non fosse mai stata costruita“. Così come il governatore ha taciuto sul progetto di decarbonizzazione per il siderurgico portato avanti dalla Regione negli ultimi anni e ribadito anch’esso in ogni circostanza: probabilmente perché avendo di fronte a se una platea di lavoratori e tecnici, in cinque minuti gli sarebbe stato spiegato che rendere l’Ilva totalmente decarbonizzata sia di fatto impossibile.
È invece rimasto in silenzio per tutto il tempo il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, accompagnato per l’occasione dal presidente del Consiglio comunale Lucio Lonoce (interessato due volte all’argomento Ilva visto che è un dipendente del siderurgico). Un silenzio che ha tratto in inganno anche il premier Conte, che si è accorto della sua presenza soltanto al termine dell’incontro, scusandosi per non averlo riconosciuto. Melucci dunque ha evitato di ribadire davanti al premier e all’ad Morselli tutti i suoi giudizi negativi su ArcelorMittal, definita soltanto lo scorso mese una multinazionale gestita da “veri e propri pirati“.
Hanno preferito ascoltare e restare in silenzio quasi tutti i rappresentanti sindacali (ad eccezione di una Rsu della Uilm e della Fim Cisl). Nessuno ha quindi sentito l’esigenza di denunciare quanto avvenuto questo mese nei confronti dei lavoratori delle ditte dell’indotto, a cui non sono state pagate le tredicesime. Oltre ad aver trovato nelle buste paga la ‘sorpresa‘ della decurtazione dallo stipendio delle giornate in cui fu impedito agli stessi di recarsi sul posto di lavoro, dalle stesse ditte. Sarà forse perché quella serrata ebbe l’appoggio del sindaco Melucci e del governatore Emiliano e quindi si è voluto evitare un incidente diplomatico la vigilia di Natale?
Lo stesso premier Conte non ha fatto alcun riferimento al piano industriale del governo, chiamato “Linee guida per un piano industriale sostenibile 2020-2023“, dal quale si evince chiaramente come, anche se sino al 2023 (se i calcoli si riveleranno giusti), ci saranno esuberi anche con l’ingresso dello Stato nell’azionariato di ArcelorMittal. Meglio rinviare il tutto al prossimo anno.
Così com’è stato evitato da tutti l’argomento del momento: ovvero cosa potrebbe accadere lunedì quando sarà discusso al tribunale del Riesame, il ricorso dei commissari straordinari di Ilva in AS, contro l’ordinanza dello scorso 10 dicembre del giudice Francesco Maccagnano, che ha respinto l’istanza di proroga della facoltà d’uso dell’altoforno 2 dello stabilimento ex Ilva, ora ArcelorMittal Italia di Taranto.
È stata infine ancora una volta taciuta l’unica vera grande verità di tutta questa vicenda, a prescindere da tutto quello che sarà realizzato in futuro attraverso i progetti contenuti nel CIS e nel Cantiere Taranto.
Perché se la salute fosse davvero prioritaria in tutta questa storia, con l’esigenza di tutelare lavoratori e cittadini, si sarebbe dovuto ammettere una volta e per tutte che non esisterà mai il rischio sanitario zero. Nonostante l’implementazione del gas (e magari tra qualche anno anche dell’idrogeno), il risanamento degli impianti che resteranno in funzione, la dismissione e la bonifica di quelli che saranno spenti per sempre, nonostante sarà portato a compimento il piano sullo smaltimento dell’amianto presentato la scorsa primavera dalla stessa ArcelorMittal. Bisogna dirselo una volta per tutte con grande chiarezza. E dovrebbero ammetterlo tutte le parti in causa.
Del resto, fu messo nero su bianco con grande chiarezza da ARPA Puglia nel lontano 2013, con la stesura della relazione della prima Valutazione del Danno Sanitario (redatta con l’apporto della Asl e dell’AReS Puglia), che riportammo in totale solitudine nella primavera del maggio dello stesso anno sulle colonne del ‘TarantoOggi‘. Riportiamo testualmente: “La
valutazione del rischio cancerogeno inalatorio prodotto dalle emissioni
in aria dello stabilimento ILVA di Taranto ha evidenziato una
probabilità aggiuntiva di sviluppare un tumore nell’arco dell’intera
vita superiore a 1:10.000 rispettivamente per una popolazione di circa
22.500 residenti a Taranto per il quadro emissivo 2010 pre-AIA e per una
popolazione di circa 12.000 residenti a Taranto nello scenario post-AIA“.
L’ex direttore generale di ARPA Puglia Giorgio Assennato, nel presentare il rapporto evidenziava quanto segue: “Il rapporto chiarisce in modo graficamente molto chiaro che i miglioramenti delle prestazioni ambientali che saranno conseguiti con la completa attuazione della nuova AIA (prevista all’epoca per il 2016) comportano un dimezzamento del rischio cancerogeno nella popolazione residente intorno all’area industriale; nel contempo evidenzia pure come in ogni caso residui un rischio sanitario in eccesso
rispetto a quello previsto ad es. dall’US-EPA: una situazione che
potrebbe dar luogo ad un’ulteriore fase di gestione del rischio, ad
esempio correggendo la massima capacità produttiva dell’impianto, riducendo così le emissioni massiche annue”.
Questo deve essere chiaro a tutti. A maggior ragione a fronte delle intenzioni del governo che vuol portare l’Ilva, dal 2023, a produrre stabilmente 8 milioni di tonnellate d’acciaio all’anno, come peraltro previsto anche dall’AIA del 2012. Serve chiarezza e trasparenza da parte di tutti gli organi competenti che lavorano alacremente da anni sulle vicende ambientali come l‘Asl di Taranto, l’ARPA Puglia, l’ISPRA, l’Istituto superiore di Sanità. Che si chiariscano con maggiore frequenza il significato dei dati sulle emissioni e di quelli sanitari sulle incidenze delle malattie, affinché questi argomenti non vengano utilizzati e lasciati appannaggio dei soliti noti.
Magari iniziare a dire la verità, con serietà,
competenza, grande semplicità ed onestà, porterebbe tutti a discutere
del presente e del futuro senza più inganni di sorta. E sarebbe
francamente anche ora.
11/01/2019
A Melendugno la “talpa” per il Tap. In clandestinità...
Tutto ciò è successo ieri.
“Un dispiegamento straordinario di forze di polizia ha scortato l’arrivo a Melendugno della talpa meccanica che sarà utilizzata per scavare il tunnel del gasdotto Tap che sfocerà a circa 900 metri dalla linea di battigia nelle acque di San Foca, in località San Basilio.
Oggi i media non parleranno di quello che è successo questa notte tra Lecce, Melendugno, Vernole e Calimera. Quello che è successo stanotte ha dell’inverosimile: sembravano prove di regime, pur di difendere la distruzione. Poche persone, circa 40, erano lì, ad assistere inermi all’arrivo della talpa che distruggerà irreversibilmente questo territorio. Mentre il paese dormiva, inconsapevole del buio che ci attende.
Le televisioni non diranno nulla dei 200 poliziotti in assetto antisommossa che hanno sequestrato tre paesi del Salento e istituito uno stato d’assedio autorizzato da un’ordinanza prefettizia giunta all’ultimo minuto.
I tg non parleranno di uno Stato servile, in totale balia del volere di una multinazionale, piegato alle logiche di un profitto che non guarda in faccia alle popolazioni.
I giornali non racconteranno che la giustizia è stata messa da parte e stracciata nel momento in cui lo Stato si schiera dalla parte di chi è pluri-indagato, consentendogli arbitrariamente di distruggere un territorio ancor prima che si abbia una sentenza.
Oggi nessun media ne parlerà, e passerà tutto nel silenzio. Intanto, è stata decretata la morte di questa terra, e questa volta gli assassini si conoscono.”
Fonte
“Un dispiegamento straordinario di forze di polizia ha scortato l’arrivo a Melendugno della talpa meccanica che sarà utilizzata per scavare il tunnel del gasdotto Tap che sfocerà a circa 900 metri dalla linea di battigia nelle acque di San Foca, in località San Basilio.
Oggi i media non parleranno di quello che è successo questa notte tra Lecce, Melendugno, Vernole e Calimera. Quello che è successo stanotte ha dell’inverosimile: sembravano prove di regime, pur di difendere la distruzione. Poche persone, circa 40, erano lì, ad assistere inermi all’arrivo della talpa che distruggerà irreversibilmente questo territorio. Mentre il paese dormiva, inconsapevole del buio che ci attende.
Le televisioni non diranno nulla dei 200 poliziotti in assetto antisommossa che hanno sequestrato tre paesi del Salento e istituito uno stato d’assedio autorizzato da un’ordinanza prefettizia giunta all’ultimo minuto.
I tg non parleranno di uno Stato servile, in totale balia del volere di una multinazionale, piegato alle logiche di un profitto che non guarda in faccia alle popolazioni.
I giornali non racconteranno che la giustizia è stata messa da parte e stracciata nel momento in cui lo Stato si schiera dalla parte di chi è pluri-indagato, consentendogli arbitrariamente di distruggere un territorio ancor prima che si abbia una sentenza.
Oggi nessun media ne parlerà, e passerà tutto nel silenzio. Intanto, è stata decretata la morte di questa terra, e questa volta gli assassini si conoscono.”
Fonte
01/01/2019
Nuovi schiavi per i caporali (grazie al decreto Salvini)
Accade sempre più spesso, quindi ci deve essere un perché. Siamo atei senza se e senza ma, persuasi a ragion veduta che la religione sia stata per secoli “l’oppio dei popoli”.
Però ci succede sempre più spesso di trovare informazioni illuminanti e prese di posizione condivisibili in testate che non sono soltanto cattoliche, ma addirittura di proprietà vaticana.
Rovesciando l’aforisma marxiano, potremmo dire che oggi l’oppio (con i suoi derivati o succedanei) è talmente sceso di prezzo che anche i ceti popolari possono assumerlo nella sua forma fisica, anziché contentarsi di quella salmodiata.
Ma non stiamo parlando di cose scherzose. Lì dove ci troviamo casualmente in sintonia con i cristiani è un solo tema: quello dei migranti e del trattamento ignobile che riserva loro tutto l’Occidente opulento, con ovviamente in testa l’attuale ministro dell’inferno.
Sembra giusto dunque ricordare che questo tema – e non altri – porta allo scoperto un contenuto radicale che accomuna cristiani autentici e comunisti atei: l’universalismo. Ovvero il considerare tutti gli esseri umani uguali quanto a diritto a vivere nel miglior modo possibile. Le differenti declinazioni di questo universalismo (morale-religioso o sociale-politico) sono ovviamente consistenti, ma non al punto da perdere di vista il vero nemico: chi crede che si possano trattare altri esseri umani come cose o animali in virtù di una differenza di colore di pelle, di tradizioni o religione.
Per questo, crediamo sia importante segnalarvi questo articolo che dimostra, ancora una volta, come il cosiddetto “decreto sicurezza” del ducesco Salvini non produca affatto “più sicurezza”, ma soltanto più manodopera senza diritti da mettere nelle mani dei mercanti di schiavi. Italiani, naturalmente.
Fulvio Fulvi – sabato 29 dicembre 2018. L’Avvenire
Le baraccopoli in Puglia e in Calabria stracolme dei migranti già fuoriusciti dal circuito dell’accoglienza. L’allarme della Caritas.
Ecco i nuovi, attesi quanto devastanti, effetti del “decreto sicurezza”. Sono circa 500 i migranti che in questi giorni vivono nella baraccopoli nelle campagne tra Rignano Garganico e San Severo, nel Foggiano, quello che chiamano il “Gran ghetto”. Le presenze sono quasi il doppio rispetto a quelle che negli anni passati, durante le festività natalizie, si sono registrate nell’accampamento della Capitanata. «Un numero destinato a crescere quando finirà la raccolta degli agrumi nella Piana di Gioia Tauro, in Calabria, e centinaia di braccianti extracomunitari torneranno qui per poter lavorare nei campi di pomodori» commenta don Andrea Pupilla, direttore della Caritas diocesana di San Severo. «Ma l’incremento delle presenze è un effetto della nuova legge – commenta il sacerdote – perché i ghetti si riempiono quando Cara e Cpr si svuotano: basti pensare al Centro di accoglienza e per richiedenti asilo di Borgo Mezzanone, presso Manfredonia, che da mille presenze oggi ne conta solo 200». Dove sono andati gli altri 800? Se ne vanno dalle strutture pubbliche e si appoggiano nelle baraccopoli abusive diventando “merce umana” a disposizione dei caporali.
«La situazione nel “gran ghetto” è peggiorata – precisa don Pupilla – a Natale ho visto altre capanne sorgere e un casolare abbandonato è stato occupato: così aumenta l’illegalità e il problema non si risolve, semmai si sposta da un luogo all’altro. Pensiamo a quello che potrà succedere a marzo-aprile, alla ripresa del lavoro nelle coltivazioni ortofrutticole della zona...». Il numero dei migranti in queste campagne, la prossima estate, potrebbe anche superare le mille unità. Dallo scorso settembre si attende qui l’installazione dei moduli acquistati da Regione Puglia per ospitare gli immigrati cercando di sottrarli, così, dalle grinfie del caporalato che si allungano anche nell’offerta (scalando l’affitto sul già magro salario) di un buco per dormire, che può costare anche 200 euro al mese. «Perché non cominciano a montare le casette, visto che il Consiglio comunale di San Severo ha approvato da mesi la variante al piano regolatore?» si domanda don Pupilla. Burocrazia o disinteresse?
Pensare che quest’estate il problema era diventato una priorità del governo, dopo la strage dei 16 giovani migranti rimasti schiacciati all’interno dei camioncini, dove erano stipati come bestie. «Ora il bisogno più grande di questi disperati non è tanto avere coperte e indumenti per affrontare l’inverno – dice don Pupilla –, ma procurarsi i documenti necessari a ottenere il permesso di soggiorno».
Anche le baracche e le tende dei tre campi di San Ferdinando, vicino a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, sono affollate più del solito: oltre 3mila persone a dicembre. «Sono 600 in più dell’anno scorso a vivere in questo “inferno” e continuano ad arrivare – commenta Vincenzo Alampi, direttore della Caritas di Oppido Mamertina-Palmi – sono venuti qui per raccogliere mandarini da Lazio, Campania, Puglia e persino dal Piemonte, dormono sotto le tende nei sacchi a pelo o nelle baracche che si costruiscono da soli, sono approdati a San Ferdinando dopo la chiusura di vari Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e Cas (Centri di accoglienza straordinaria)». Gente che non ha niente, solo paura e fame, «e noi cerchiamo di aiutarli». Fino ad aprile rimarranno nel centro calabrese poi si sposteranno altrove per un’altra stagione in balia degli sfruttatori. «Migliaia di persone si butteranno nelle strade e nelle campagne – dice Alampi – e sarà una situazione ingestibile».
Fonte
Però ci succede sempre più spesso di trovare informazioni illuminanti e prese di posizione condivisibili in testate che non sono soltanto cattoliche, ma addirittura di proprietà vaticana.
Rovesciando l’aforisma marxiano, potremmo dire che oggi l’oppio (con i suoi derivati o succedanei) è talmente sceso di prezzo che anche i ceti popolari possono assumerlo nella sua forma fisica, anziché contentarsi di quella salmodiata.
Ma non stiamo parlando di cose scherzose. Lì dove ci troviamo casualmente in sintonia con i cristiani è un solo tema: quello dei migranti e del trattamento ignobile che riserva loro tutto l’Occidente opulento, con ovviamente in testa l’attuale ministro dell’inferno.
Sembra giusto dunque ricordare che questo tema – e non altri – porta allo scoperto un contenuto radicale che accomuna cristiani autentici e comunisti atei: l’universalismo. Ovvero il considerare tutti gli esseri umani uguali quanto a diritto a vivere nel miglior modo possibile. Le differenti declinazioni di questo universalismo (morale-religioso o sociale-politico) sono ovviamente consistenti, ma non al punto da perdere di vista il vero nemico: chi crede che si possano trattare altri esseri umani come cose o animali in virtù di una differenza di colore di pelle, di tradizioni o religione.
Per questo, crediamo sia importante segnalarvi questo articolo che dimostra, ancora una volta, come il cosiddetto “decreto sicurezza” del ducesco Salvini non produca affatto “più sicurezza”, ma soltanto più manodopera senza diritti da mettere nelle mani dei mercanti di schiavi. Italiani, naturalmente.
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Nuovi schiavi per i caporali (grazie al decreto Salvini)
Fulvio Fulvi – sabato 29 dicembre 2018. L’Avvenire
Le baraccopoli in Puglia e in Calabria stracolme dei migranti già fuoriusciti dal circuito dell’accoglienza. L’allarme della Caritas.
Ecco i nuovi, attesi quanto devastanti, effetti del “decreto sicurezza”. Sono circa 500 i migranti che in questi giorni vivono nella baraccopoli nelle campagne tra Rignano Garganico e San Severo, nel Foggiano, quello che chiamano il “Gran ghetto”. Le presenze sono quasi il doppio rispetto a quelle che negli anni passati, durante le festività natalizie, si sono registrate nell’accampamento della Capitanata. «Un numero destinato a crescere quando finirà la raccolta degli agrumi nella Piana di Gioia Tauro, in Calabria, e centinaia di braccianti extracomunitari torneranno qui per poter lavorare nei campi di pomodori» commenta don Andrea Pupilla, direttore della Caritas diocesana di San Severo. «Ma l’incremento delle presenze è un effetto della nuova legge – commenta il sacerdote – perché i ghetti si riempiono quando Cara e Cpr si svuotano: basti pensare al Centro di accoglienza e per richiedenti asilo di Borgo Mezzanone, presso Manfredonia, che da mille presenze oggi ne conta solo 200». Dove sono andati gli altri 800? Se ne vanno dalle strutture pubbliche e si appoggiano nelle baraccopoli abusive diventando “merce umana” a disposizione dei caporali.
«La situazione nel “gran ghetto” è peggiorata – precisa don Pupilla – a Natale ho visto altre capanne sorgere e un casolare abbandonato è stato occupato: così aumenta l’illegalità e il problema non si risolve, semmai si sposta da un luogo all’altro. Pensiamo a quello che potrà succedere a marzo-aprile, alla ripresa del lavoro nelle coltivazioni ortofrutticole della zona...». Il numero dei migranti in queste campagne, la prossima estate, potrebbe anche superare le mille unità. Dallo scorso settembre si attende qui l’installazione dei moduli acquistati da Regione Puglia per ospitare gli immigrati cercando di sottrarli, così, dalle grinfie del caporalato che si allungano anche nell’offerta (scalando l’affitto sul già magro salario) di un buco per dormire, che può costare anche 200 euro al mese. «Perché non cominciano a montare le casette, visto che il Consiglio comunale di San Severo ha approvato da mesi la variante al piano regolatore?» si domanda don Pupilla. Burocrazia o disinteresse?
Pensare che quest’estate il problema era diventato una priorità del governo, dopo la strage dei 16 giovani migranti rimasti schiacciati all’interno dei camioncini, dove erano stipati come bestie. «Ora il bisogno più grande di questi disperati non è tanto avere coperte e indumenti per affrontare l’inverno – dice don Pupilla –, ma procurarsi i documenti necessari a ottenere il permesso di soggiorno».
Anche le baracche e le tende dei tre campi di San Ferdinando, vicino a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, sono affollate più del solito: oltre 3mila persone a dicembre. «Sono 600 in più dell’anno scorso a vivere in questo “inferno” e continuano ad arrivare – commenta Vincenzo Alampi, direttore della Caritas di Oppido Mamertina-Palmi – sono venuti qui per raccogliere mandarini da Lazio, Campania, Puglia e persino dal Piemonte, dormono sotto le tende nei sacchi a pelo o nelle baracche che si costruiscono da soli, sono approdati a San Ferdinando dopo la chiusura di vari Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e Cas (Centri di accoglienza straordinaria)». Gente che non ha niente, solo paura e fame, «e noi cerchiamo di aiutarli». Fino ad aprile rimarranno nel centro calabrese poi si sposteranno altrove per un’altra stagione in balia degli sfruttatori. «Migliaia di persone si butteranno nelle strade e nelle campagne – dice Alampi – e sarà una situazione ingestibile».
Fonte
30/10/2018
Questioni in merito ai “costi” (o “penali”) connessi all’opera Tap
L’altra mattina a San Foca, la frazione di Melendugno (LE) dove si prevede l’approdo del Trans Adriatic Pipeline, centinaia di persone hanno dimostrato la loro indignazione nei confronti del voltafaccia dei 5 stelle (per i dettagli: Tap, da “lo blocchiamo in 15 giorni” a “fermarlo costerebbe troppo”: la giravolta del M5s sul gasdotto in Salento).
Il governo “del cambiamento” ha infatti cambiato posizione di 180° sul gasdotto TAP, accampando l’esistenza di penali smentite non solo da Calenda (!!!), ma dallo stesso MISE presieduto da Di Maio (!!!) come dimostra la risposta alla FOIA di circa un mese fa (vedi qui e qui).
Per orientarsi in mezzo al mare di balle sparate a più voci da parte governativa, consiglio la lettura di questo quadro riassuntivo, ad opera di Michele Carducci, Raffaele Cesari ed Elena Papadia.
Buona lettura da Alexik.
OGGETTO:
QUESTIONI IN MERITO AI “COSTI” (O “PENALI”) CONNESSI ALL’OPERA TAP
Le domande da porsi per rispondere correttamente agli interrogativi sui “costi” di abbandono di TAP, sono sostanzialmente 5.
1. se esistano contratti fra lo Stato italiano e TAP, che contemplano clausole penali o se questi contratti possano essere tenuti “segreti”;
2. quali altre fonti possano contemplare tali “penali” a favore di TAP;
3. a che titolo TAP può rivendicare “penali” o altre forme di “risarcimento” verso lo Stato;
4. quale funzione svolge, in tema di c.d. “penali”, l’Accordo intergovernativo trilaterale fra Italia, Albania e Grecia, ratificato dal Parlamento italiano nel 2013 e riferito all’opera TAP;
5. quali costi e quali benefici sono da ricomprendere nella valutazione dell’opera TAP.
In merito alle domande del gruppo 1, si osserva quanto segue.
A) Non esistono contratti fra TAP e Stato italiano, che direttamente fondino o legittimino c.d. “penali” (le quali ovviamente non possono essere meramente presupposte o sottratte all’onere della forma scritta). Di conseguenza, continuare a parlare di “penali” nei rapporti tra Italia e TAP è fuorviante e impreciso.
B) Non è possibile che esistano contratti “segreti”, stipulati dallo Stato italiano con TAP, non accessibili ai parlamentari o al pubblico, né è possibile che i Ministeri, interpellati dai Cittadini, si rifiutino di produrre documenti e ne limitino l’accesso. Si è più che certi di questo, in ragione delle disposizioni legislative sulla c.d. “trasparenza”, che presidiano l’azione amministrativa pubblica e la disciplina del c.d. “accesso civico” e di quello “generalizzato” (c.d. “FOIA”), al quale, tra l’altro, i sottoscritti hanno fatto ricorso proprio per avere riscontro sulle dichiarazioni dei Ministri in tema di “penali” e “risparmi di bolletta” connessi all’opera TAP.
In merito alle domande del gruppo 2, si osserva quanto segue.
A) TAP non è un’opera pubblica, ma un’opera privata che accede a finanziamenti non solo privati ma anche di provenienza pubblica (come quelli della BEI) e che gestisce interessi pubblici primari (il gas come energia per il fabbisogno pubblico e privato e per la transizione energetica nell’era dei cambiamenti climatici).
B) TAP autonomamente firma (o ha firmato) contratti con terzi di due tipi: il primo è con aziende fornitrici che portano avanti la costruzione del gasdotto; il secondo è con i c.d. «shipper» che vogliono acquistare il gas che arriverà dall’Azerbaijan.
C) Questi sono contratti privati fra TAP e terzi, non fra TAP e lo Stato italiano.
Non conosciamo direttamente il contenuto e il tenore di tutti questi contratti né quali clausole o condizioni che contengano, proprio perché non sono con lo Stato. In ogni caso, essi non riguardano direttamente lo Stato, il che significa che TAP non può far valere tali impegni contrattuali al di sopra o in sostituzione di obblighi di legge, costituzionali e internazionali ai quali, come qualsiasi soggetto operante in Italia, è vincolata.
D) Questo dato è importante, perché significa che non si può parlare di “penali” in capo allo Stato italiano, come conseguenza di questi contratti privati fra TAP e terzi.
In merito alle domande del gruppo 3, si osserva quanto segue.
In caso di abbandono dell’opera, TAP ha solo titolo a chiedere un risarcimento del danno emergente e del lucro cessante, connesso all’affidamento maturato con l’autorizzazione ricevuta dal MISE, ma da computare e provare sulla base di una serie di diversi elementi probatori, fattuali, normativi nazionali e internazionali.
Questo significa che il danno deve essere quantificato attraverso l’onere della prova (per es. alla luce delle clausole contrattuali sottoscritte da TAP con i terzi), la considerazione globale degli adempimenti delle parti e dei tempi (TAP e Stato), gli interessi pubblici prioritari da tutelare con l’abbandono dell’opera (per esempio, gli interessi prioritari climatici rispetto al calo dei consumi energetici e rispetto alla sostenibilità della domanda di energia fossile nel medio e lungo periodo, i contenziosi pendenti, le indagini penali in corso ecc...).
Di conseguenza, sia i conteggi formulati dalla stampa, circolanti da mesi, sia le dichiarazioni pubbliche di queste ultime settimane sulla quantificazione dell’ammontare delle c.d. “penali”, appaiono poco plausibili e metodologicamente non corretti, proprio perché prescindono da questa complessità di analisi.
In particolare, il calcolo dei 20 mld. di Euro, comunicato solo verbalmente dal Sottosegretario al MISE, Sen. Andrea Cioffi, al Sindaco di Melendugno (dato che il Sottosegretario si è rifiutato di esporre o consegnare documenti di riscontro), è molto discutibile sul piano metodologico: esso parte dalla considerazione che l’opera costa 4,5 miliardi, ma non specifica i costi direttamente riferiti al territorio italiano né considera quanto effettivamente è stato realizzato in base a report ufficiali. Presume invece che occorrerebbe risarcire circa 3,5 miliardi dell’intero gasdotto. Dopo di che, stima in 11 miliardi di Euro i danni derivanti dalle mancate consegne di gas da parte di Tap agli acquirenti, a cui si aggiungerebbero l’utile a cui Tap dovrebbe rinunciare e i costi che ricadrebbero sui produttori azeri relativi al gas estratto e non venduto. Con ulteriori 7 miliardi complessivi stimati, si arriverebbe così a circa 20 miliardi, sempre in una prospettiva di mancato utilizzo del gasdotto nei prossimi 25 anni. Nulla fornisce sui titoli giuridici a fondamento delle pretese azere (che non risultano da nessuna parte nei confronti dello Stato italiano) né contestualizza i presunti mancati guadagni al costante calo dei consumi di gas, certificato dallo stesso MISE, in Italia, e a quello altrettanto calante in Europa.
In una parola, quello del Sen. Cioffi è un calcolo presuntivo pro TAP, non un calcolo probatorio pro contesto italiano.
Sostenere poi – come si legge sul sito “scenari economici.it” – che la fonte di tali conteggi risiederebbe addirittura nell’Accordo intergovernativo trilaterale fra Albania, Grecia e Italia è del tutto erroneo, in quanto tale Accordo non è un contratto fra Stato italiano e TAP, bensì un patto fra Stati, che si impegnano a cooperare per permettere la realizzazione dell’opera TAP.
In merito alle domande del gruppo 4, si osserva quanto segue.
Va subito precisato che l’Accordo intergovernativo fra Albania, Grecia e Italia (ratificato in Italia con la legge n. 153/2013) non è un contratto fra gli Stati e TAP, ma è un patto fra Stati finalizzato alle attività transfrontaliere di realizzazione dell’opera.
In quanto mero Accordo di realizzazione dell’opera, esso deve essere conforme alla Costituzione, alle leggi dello Stato italiano e ai Trattati stipulati dallo Stato italiano nonché ai Trattati e alle fonti del diritto europeo.
Tale Accordo non contempla i c.d. “HGA” (Host Government Agreement) fra Stato italiano e TAP, il che significa che non è corredato da specifici ulteriori impegni negoziali diretti fra Italia e TAP.
Infine, tale Accordo richiama, nel Preambolo, la c.d. “Carta dell’energia” (un trattato in tema di imprese e forniture di energia) che stabilisce alcune condizioni di correttezza nei rapporti tra Stato e imprese private multinazionali.
Almeno quattro di cinque condizioni vanno ricordate:
a) il rapporto tra questa “Carta” e altri Trattati, che devono prevalere su di essa (per esempio quelli europei e le loro fonti) (è l’art. 16 della “Carta”);
b) l’impresa multinazionale deve garantire che la sua azione sia finalizzata allo “sviluppo sostenibile dei Paesi” in cui opera e deve rispettare gli Accordi internazionali in materia ambientale, ai quali lo Stato aderisce (per es. l’Accordo di Parigi sul clima, del 2015 e le norme conseguenti in Italia ed Europa) (è l’art. 19 della “Carta”);
c) la soluzione delle controversie non deve essere necessariamente contenziosa, ma anche diplomatica e solo residualmente contenziosa attraverso un tribunale arbitrale (è l’art. 26 della “Carta”);
d) in caso di recesso di uno Stato dalla “Carta”, le disposizioni della “Carta” (tutte, non solo alcune) continuano ad essere applicate per gli investimenti in corso, per un periodo di venti anni (è l’art. 47 della “Carta”, noto anche come “Zombie Clause”);
e) quindi, continua ad essere applicato all’impresa anche la clausola dell’art. 19 sulla valutazione del suo operato per lo “sviluppo sostenibile” del Paese ospitante.
Tutto questo è molto importante, perché l’Italia ha formalizzato il recesso dalla “Carta” dal 2016, ma l’Accordo intergovernativo trilaterale, che riguarda TAP, è del 2013.
Che cosa significa tutto questo? La risposta è molto semplice. In caso di abbandono dell’opera, TAP può invocare azioni di risarcimento verso lo Stato italiano, attraverso forme contenziose, arbitrali o di transazione, ma resta comunque vincolata alle condizioni della “Carta dell’energia” e soprattutto al rispetto degli altri Trattati dello Stato italiano (come quello di Parigi sul clima), della Costituzione italiana e del Diritto europeo.
Il che significa che TAP, per vedersi dar ragione delle proprie pretese risarcitorie, deve dimostrare di aver rispettato tutte le norme italiane ed europee: tutte, non solo alcune, compresi i Trattati internazionali in materia ambientale.
In merito alle domande del gruppo 5, si osserva quanto segue.
Ecco il punto nevralgico della questione.
Il Governo italiano, per decidere se portare avanti o meno l’opera TAP, si è limitato a una verifica della sola regolarità procedurale della Valutazione di Impatto Ambientale, dimenticando di considerare gli ulteriori vincoli imposti dall’ordinamento europeo: in particolare, si è dimenticato del Regolamento UE n. 347/2013 sui c.d. PIC (Progetti di interesse comune), che si applica anche a TAP.
Questo Regolamento impone il rispetto di diritti procedurali e sostanziali dei cittadini dei Paesi che promuovono l’opera:
– diritti procedurali di c.d. “democrazia ambientale”, attraverso la implementazione specifica della Convenzione di Aarhus su accesso alle informazioni, alla giustizia e partecipazione dei cittadini affinché, si legge testualmente, le «preoccupazioni del pubblico» siano « prese in considerazione, in maniera aperta e trasparente» (ed è stata proprio il Ministro Barbara Lezzi, in sede di sottoscrizione dell’ “Impegno per la promozione della democrazia ambientale nel Salento e in Italia, in merito al gasdotto TAP” come candidata del collegio salentino al Senato, ad aver denunciato, nel marzo 2018, la «negligenza dello Stato nell’implementare la democrazia ambientale» su TAP (pag. 1 del documento sottoscritto);
– diritti sostanziali di analisi costi-benefici dell’opera, nella considerazione «degli obiettivi energetici e climatici entro il 2020, nonché, più a lungo termine,
all’avanzamento verso un’economia a basse emissioni di carbonio entro il 2050», nella valutazione completa della «resilienza a breve e a lungo termine del sistema del gas» e degli «impatti economici, sociali e ambientali, ivi compresi in particolare i costi esterni come quelli correlati alle emissioni di gas a effetto serra».
Questa analisi costi-benefici non è mai stata fatta né dai Governi della precedente Legislatura né da quello attuale (come dimostrano le risposte negative di tutti i Ministeri interpellati con i c.d. “FOIA” dei Cittadini salentini, tra agosto e settembre di quest’anno), con la conseguenza di aver di fatto disapplicato il Reg. UE n. 347/2013, riferito a TAP come opera di emissione di gas climalterante, e di aver così eluso anche la “Carta dell’Energia”, in cui le pretese creditizie dell’investitore privato devono essere valutate alla luce del rispetto dei Trattati internazionali in materia ambientale.
Giova però ricordare che il Reg. UE n. 347/2013, in quanto fonte euro-unitaria
immediatamente applicabile in Italia e prevalente su altre fonti statali non conformi, vincola direttamente pure TAP e le sue aspettative e pretese giuridiche.
Di conseguenza, e conclusivamente, TAP ha titolo giuridico a richiedere “risarcimenti”, non solo provando il danno emergente e il lucro cessante nella contestualizzazione di tempi e modi di realizzazione della sua opera (comprendendo quindi le diverse variabili richiamate: dai tempi di
esecuzione ai contenziosi pendenti ecc...), ma anche dimostrando di rispettare tutte le previsioni ambientali europee e internazionali, non solo quindi la Valutazione di impatto ambientale interna, alle quali fanno rinvio tanto l’Accordo intergovernativo trilaterale del 2013, quanto la “Carta dell’Energia”, quanto la Costituzione e il Diritto europeo.
Se tutti questi oneri probatori non sono adempiuti, le pretese risarcitorie di TAP diventano fortemente ridimensionate e non sono certo computabili nella discutibile formula proposta, ma non documentata, dal Sen. Andrea Cioffi (i mancati profitti privati).
Sembra utile ricordare che, dopo l’Accordo di Parigi sul clima (sovraordinato rispetto all’Accordo intergovernativo del 2013 su TAP e alle aspettative di investimento di TAP, come dichiara appunto l’art. 19 della “Carta dell’energia”), l’interesse pubblico alla tutela climatica è ormai indiscutibilmente prioritario e preminente, sia a livello nazionale che europeo, rispetto a qualsiasi
aspettativa di profitto privata, sicché qualsiasi analisi di eventuali pretese risarcitorie private non può essere effettuata prescindendone.
L’opera TAP non garantisce lo “sviluppo sostenibile” dell’Italia (condizione di legittimazione dell’opera n base sia alla citata “Carta dell’energia” sia al Reg. UE n. 347/2013 e ss.mm).
Da qui, si sarebbe dovuti partire per una seria, completa e realistica analisi costi-benefici nella prosecuzione dell’opera; non dai conteggi non documentati del Sottosegretario Cioffi.
Anche per tali ragioni, i Cittadini salentini hanno promosso una apposita diffida climatica sia nei confronti del Governo che nei confronti di TAP, affinché si dimostri che l’opera del gasdotto e il nuovo gas garantiscano realmente il conseguimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima, soprattutto dopo l’allarmante Report di questo mese, reso dall’IPCC dell’ONU (“Global Warming of 1.5° C”: http://www.ipcc.ch/report/sr15/).
Tale rivendicazione si fonda su diverse fonti, che anche TAP deve rispettare; se ne citano alcune:
– la “Dichiarazione sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi della società di promuovere e proteggere le libertà fondamentali e i diritti umani universalmente riconosciuti”, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con Risoluzione 53/144, 8 marzo 1999,
– le “Linee guida sulla Protezione dei Difensori dei Diritti Umani dell’OSCE”,
– la giurisprudenza della Corte EDU (dal caso “Taşkın e altri c. Turchia” in poi),
– la decisione della Corte di Giustizia UE 26 luglio 2017-Cause riunite C-196/16 e C- 197/16,
– i Regolamenti UE n. 1367/2006 (diritto all’informazione sulle emissioni climalteranti) e n. 347/2013 (già cit. sui PIC),
– Accordi di Parigi sul clima, del 2015.
Poiché lo Stato italiano è purtroppo ancora privo:
– della necessaria revisione della Strategia Energetica Nazionale (SEN), approvata dal precedente Governo e fondata sull’equivoco di tradurre l’inglese “decarbonization” in “decarbonizzazione” (in modo da non includere il metano come fonte da dismettere) invece che “de-fossilizzazione” (da carbonio, con evidente inclusione anche del metano),
– dell’adozione del “Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici”,
– della istituzione della “Commissione nazionale per lo sviluppo sostenibile”,
– dell’adeguamento al “Goal 7” degli obiettivi ONU dello sviluppo sostenibile 2030, come certificato dal Rapporto ASVIS 2018,
– della effettiva messa in atto del “Piano nazionale sulla biodiversità”,
il suo dovere non può non risiedere nel valutare i “costi” di TAP anche sul fronte climatico, quindi non tanto a favore di TAP, come compiuto dal Sottosegretario Sen. Cioffi, ma soprattutto a tutela dei diritti delle presenti e future generazioni di fronte al dramma dei cambiamenti climatici e della ormai certa inutilità del gas come “energia ponte” per il controllo del riscaldamento climatico (come si desume dal citato Report IPCC).
In questi termini, è riassumibile la posizione metodologicamente corretta in tema di “costi”/”penali”/”benefici” dell’opera TAP.
Fonte
Il governo “del cambiamento” ha infatti cambiato posizione di 180° sul gasdotto TAP, accampando l’esistenza di penali smentite non solo da Calenda (!!!), ma dallo stesso MISE presieduto da Di Maio (!!!) come dimostra la risposta alla FOIA di circa un mese fa (vedi qui e qui).
Per orientarsi in mezzo al mare di balle sparate a più voci da parte governativa, consiglio la lettura di questo quadro riassuntivo, ad opera di Michele Carducci, Raffaele Cesari ed Elena Papadia.
Buona lettura da Alexik.
*****
OGGETTO:
QUESTIONI IN MERITO AI “COSTI” (O “PENALI”) CONNESSI ALL’OPERA TAP
Le domande da porsi per rispondere correttamente agli interrogativi sui “costi” di abbandono di TAP, sono sostanzialmente 5.
1. se esistano contratti fra lo Stato italiano e TAP, che contemplano clausole penali o se questi contratti possano essere tenuti “segreti”;
2. quali altre fonti possano contemplare tali “penali” a favore di TAP;
3. a che titolo TAP può rivendicare “penali” o altre forme di “risarcimento” verso lo Stato;
4. quale funzione svolge, in tema di c.d. “penali”, l’Accordo intergovernativo trilaterale fra Italia, Albania e Grecia, ratificato dal Parlamento italiano nel 2013 e riferito all’opera TAP;
5. quali costi e quali benefici sono da ricomprendere nella valutazione dell’opera TAP.
In merito alle domande del gruppo 1, si osserva quanto segue.
A) Non esistono contratti fra TAP e Stato italiano, che direttamente fondino o legittimino c.d. “penali” (le quali ovviamente non possono essere meramente presupposte o sottratte all’onere della forma scritta). Di conseguenza, continuare a parlare di “penali” nei rapporti tra Italia e TAP è fuorviante e impreciso.
B) Non è possibile che esistano contratti “segreti”, stipulati dallo Stato italiano con TAP, non accessibili ai parlamentari o al pubblico, né è possibile che i Ministeri, interpellati dai Cittadini, si rifiutino di produrre documenti e ne limitino l’accesso. Si è più che certi di questo, in ragione delle disposizioni legislative sulla c.d. “trasparenza”, che presidiano l’azione amministrativa pubblica e la disciplina del c.d. “accesso civico” e di quello “generalizzato” (c.d. “FOIA”), al quale, tra l’altro, i sottoscritti hanno fatto ricorso proprio per avere riscontro sulle dichiarazioni dei Ministri in tema di “penali” e “risparmi di bolletta” connessi all’opera TAP.
In merito alle domande del gruppo 2, si osserva quanto segue.
A) TAP non è un’opera pubblica, ma un’opera privata che accede a finanziamenti non solo privati ma anche di provenienza pubblica (come quelli della BEI) e che gestisce interessi pubblici primari (il gas come energia per il fabbisogno pubblico e privato e per la transizione energetica nell’era dei cambiamenti climatici).
B) TAP autonomamente firma (o ha firmato) contratti con terzi di due tipi: il primo è con aziende fornitrici che portano avanti la costruzione del gasdotto; il secondo è con i c.d. «shipper» che vogliono acquistare il gas che arriverà dall’Azerbaijan.
C) Questi sono contratti privati fra TAP e terzi, non fra TAP e lo Stato italiano.
Non conosciamo direttamente il contenuto e il tenore di tutti questi contratti né quali clausole o condizioni che contengano, proprio perché non sono con lo Stato. In ogni caso, essi non riguardano direttamente lo Stato, il che significa che TAP non può far valere tali impegni contrattuali al di sopra o in sostituzione di obblighi di legge, costituzionali e internazionali ai quali, come qualsiasi soggetto operante in Italia, è vincolata.
D) Questo dato è importante, perché significa che non si può parlare di “penali” in capo allo Stato italiano, come conseguenza di questi contratti privati fra TAP e terzi.
In merito alle domande del gruppo 3, si osserva quanto segue.
In caso di abbandono dell’opera, TAP ha solo titolo a chiedere un risarcimento del danno emergente e del lucro cessante, connesso all’affidamento maturato con l’autorizzazione ricevuta dal MISE, ma da computare e provare sulla base di una serie di diversi elementi probatori, fattuali, normativi nazionali e internazionali.
Questo significa che il danno deve essere quantificato attraverso l’onere della prova (per es. alla luce delle clausole contrattuali sottoscritte da TAP con i terzi), la considerazione globale degli adempimenti delle parti e dei tempi (TAP e Stato), gli interessi pubblici prioritari da tutelare con l’abbandono dell’opera (per esempio, gli interessi prioritari climatici rispetto al calo dei consumi energetici e rispetto alla sostenibilità della domanda di energia fossile nel medio e lungo periodo, i contenziosi pendenti, le indagini penali in corso ecc...).
Di conseguenza, sia i conteggi formulati dalla stampa, circolanti da mesi, sia le dichiarazioni pubbliche di queste ultime settimane sulla quantificazione dell’ammontare delle c.d. “penali”, appaiono poco plausibili e metodologicamente non corretti, proprio perché prescindono da questa complessità di analisi.
In particolare, il calcolo dei 20 mld. di Euro, comunicato solo verbalmente dal Sottosegretario al MISE, Sen. Andrea Cioffi, al Sindaco di Melendugno (dato che il Sottosegretario si è rifiutato di esporre o consegnare documenti di riscontro), è molto discutibile sul piano metodologico: esso parte dalla considerazione che l’opera costa 4,5 miliardi, ma non specifica i costi direttamente riferiti al territorio italiano né considera quanto effettivamente è stato realizzato in base a report ufficiali. Presume invece che occorrerebbe risarcire circa 3,5 miliardi dell’intero gasdotto. Dopo di che, stima in 11 miliardi di Euro i danni derivanti dalle mancate consegne di gas da parte di Tap agli acquirenti, a cui si aggiungerebbero l’utile a cui Tap dovrebbe rinunciare e i costi che ricadrebbero sui produttori azeri relativi al gas estratto e non venduto. Con ulteriori 7 miliardi complessivi stimati, si arriverebbe così a circa 20 miliardi, sempre in una prospettiva di mancato utilizzo del gasdotto nei prossimi 25 anni. Nulla fornisce sui titoli giuridici a fondamento delle pretese azere (che non risultano da nessuna parte nei confronti dello Stato italiano) né contestualizza i presunti mancati guadagni al costante calo dei consumi di gas, certificato dallo stesso MISE, in Italia, e a quello altrettanto calante in Europa.
In una parola, quello del Sen. Cioffi è un calcolo presuntivo pro TAP, non un calcolo probatorio pro contesto italiano.
Sostenere poi – come si legge sul sito “scenari economici.it” – che la fonte di tali conteggi risiederebbe addirittura nell’Accordo intergovernativo trilaterale fra Albania, Grecia e Italia è del tutto erroneo, in quanto tale Accordo non è un contratto fra Stato italiano e TAP, bensì un patto fra Stati, che si impegnano a cooperare per permettere la realizzazione dell’opera TAP.
In merito alle domande del gruppo 4, si osserva quanto segue.
Va subito precisato che l’Accordo intergovernativo fra Albania, Grecia e Italia (ratificato in Italia con la legge n. 153/2013) non è un contratto fra gli Stati e TAP, ma è un patto fra Stati finalizzato alle attività transfrontaliere di realizzazione dell’opera.
In quanto mero Accordo di realizzazione dell’opera, esso deve essere conforme alla Costituzione, alle leggi dello Stato italiano e ai Trattati stipulati dallo Stato italiano nonché ai Trattati e alle fonti del diritto europeo.
Tale Accordo non contempla i c.d. “HGA” (Host Government Agreement) fra Stato italiano e TAP, il che significa che non è corredato da specifici ulteriori impegni negoziali diretti fra Italia e TAP.
Infine, tale Accordo richiama, nel Preambolo, la c.d. “Carta dell’energia” (un trattato in tema di imprese e forniture di energia) che stabilisce alcune condizioni di correttezza nei rapporti tra Stato e imprese private multinazionali.
Almeno quattro di cinque condizioni vanno ricordate:
a) il rapporto tra questa “Carta” e altri Trattati, che devono prevalere su di essa (per esempio quelli europei e le loro fonti) (è l’art. 16 della “Carta”);
b) l’impresa multinazionale deve garantire che la sua azione sia finalizzata allo “sviluppo sostenibile dei Paesi” in cui opera e deve rispettare gli Accordi internazionali in materia ambientale, ai quali lo Stato aderisce (per es. l’Accordo di Parigi sul clima, del 2015 e le norme conseguenti in Italia ed Europa) (è l’art. 19 della “Carta”);
c) la soluzione delle controversie non deve essere necessariamente contenziosa, ma anche diplomatica e solo residualmente contenziosa attraverso un tribunale arbitrale (è l’art. 26 della “Carta”);
d) in caso di recesso di uno Stato dalla “Carta”, le disposizioni della “Carta” (tutte, non solo alcune) continuano ad essere applicate per gli investimenti in corso, per un periodo di venti anni (è l’art. 47 della “Carta”, noto anche come “Zombie Clause”);
e) quindi, continua ad essere applicato all’impresa anche la clausola dell’art. 19 sulla valutazione del suo operato per lo “sviluppo sostenibile” del Paese ospitante.
Tutto questo è molto importante, perché l’Italia ha formalizzato il recesso dalla “Carta” dal 2016, ma l’Accordo intergovernativo trilaterale, che riguarda TAP, è del 2013.
Che cosa significa tutto questo? La risposta è molto semplice. In caso di abbandono dell’opera, TAP può invocare azioni di risarcimento verso lo Stato italiano, attraverso forme contenziose, arbitrali o di transazione, ma resta comunque vincolata alle condizioni della “Carta dell’energia” e soprattutto al rispetto degli altri Trattati dello Stato italiano (come quello di Parigi sul clima), della Costituzione italiana e del Diritto europeo.
Il che significa che TAP, per vedersi dar ragione delle proprie pretese risarcitorie, deve dimostrare di aver rispettato tutte le norme italiane ed europee: tutte, non solo alcune, compresi i Trattati internazionali in materia ambientale.
In merito alle domande del gruppo 5, si osserva quanto segue.
Ecco il punto nevralgico della questione.
Il Governo italiano, per decidere se portare avanti o meno l’opera TAP, si è limitato a una verifica della sola regolarità procedurale della Valutazione di Impatto Ambientale, dimenticando di considerare gli ulteriori vincoli imposti dall’ordinamento europeo: in particolare, si è dimenticato del Regolamento UE n. 347/2013 sui c.d. PIC (Progetti di interesse comune), che si applica anche a TAP.
Questo Regolamento impone il rispetto di diritti procedurali e sostanziali dei cittadini dei Paesi che promuovono l’opera:
– diritti procedurali di c.d. “democrazia ambientale”, attraverso la implementazione specifica della Convenzione di Aarhus su accesso alle informazioni, alla giustizia e partecipazione dei cittadini affinché, si legge testualmente, le «preoccupazioni del pubblico» siano « prese in considerazione, in maniera aperta e trasparente» (ed è stata proprio il Ministro Barbara Lezzi, in sede di sottoscrizione dell’ “Impegno per la promozione della democrazia ambientale nel Salento e in Italia, in merito al gasdotto TAP” come candidata del collegio salentino al Senato, ad aver denunciato, nel marzo 2018, la «negligenza dello Stato nell’implementare la democrazia ambientale» su TAP (pag. 1 del documento sottoscritto);
– diritti sostanziali di analisi costi-benefici dell’opera, nella considerazione «degli obiettivi energetici e climatici entro il 2020, nonché, più a lungo termine,
all’avanzamento verso un’economia a basse emissioni di carbonio entro il 2050», nella valutazione completa della «resilienza a breve e a lungo termine del sistema del gas» e degli «impatti economici, sociali e ambientali, ivi compresi in particolare i costi esterni come quelli correlati alle emissioni di gas a effetto serra».
Questa analisi costi-benefici non è mai stata fatta né dai Governi della precedente Legislatura né da quello attuale (come dimostrano le risposte negative di tutti i Ministeri interpellati con i c.d. “FOIA” dei Cittadini salentini, tra agosto e settembre di quest’anno), con la conseguenza di aver di fatto disapplicato il Reg. UE n. 347/2013, riferito a TAP come opera di emissione di gas climalterante, e di aver così eluso anche la “Carta dell’Energia”, in cui le pretese creditizie dell’investitore privato devono essere valutate alla luce del rispetto dei Trattati internazionali in materia ambientale.
Giova però ricordare che il Reg. UE n. 347/2013, in quanto fonte euro-unitaria
immediatamente applicabile in Italia e prevalente su altre fonti statali non conformi, vincola direttamente pure TAP e le sue aspettative e pretese giuridiche.
Di conseguenza, e conclusivamente, TAP ha titolo giuridico a richiedere “risarcimenti”, non solo provando il danno emergente e il lucro cessante nella contestualizzazione di tempi e modi di realizzazione della sua opera (comprendendo quindi le diverse variabili richiamate: dai tempi di
esecuzione ai contenziosi pendenti ecc...), ma anche dimostrando di rispettare tutte le previsioni ambientali europee e internazionali, non solo quindi la Valutazione di impatto ambientale interna, alle quali fanno rinvio tanto l’Accordo intergovernativo trilaterale del 2013, quanto la “Carta dell’Energia”, quanto la Costituzione e il Diritto europeo.
Se tutti questi oneri probatori non sono adempiuti, le pretese risarcitorie di TAP diventano fortemente ridimensionate e non sono certo computabili nella discutibile formula proposta, ma non documentata, dal Sen. Andrea Cioffi (i mancati profitti privati).
Sembra utile ricordare che, dopo l’Accordo di Parigi sul clima (sovraordinato rispetto all’Accordo intergovernativo del 2013 su TAP e alle aspettative di investimento di TAP, come dichiara appunto l’art. 19 della “Carta dell’energia”), l’interesse pubblico alla tutela climatica è ormai indiscutibilmente prioritario e preminente, sia a livello nazionale che europeo, rispetto a qualsiasi
aspettativa di profitto privata, sicché qualsiasi analisi di eventuali pretese risarcitorie private non può essere effettuata prescindendone.
L’opera TAP non garantisce lo “sviluppo sostenibile” dell’Italia (condizione di legittimazione dell’opera n base sia alla citata “Carta dell’energia” sia al Reg. UE n. 347/2013 e ss.mm).
Da qui, si sarebbe dovuti partire per una seria, completa e realistica analisi costi-benefici nella prosecuzione dell’opera; non dai conteggi non documentati del Sottosegretario Cioffi.
Anche per tali ragioni, i Cittadini salentini hanno promosso una apposita diffida climatica sia nei confronti del Governo che nei confronti di TAP, affinché si dimostri che l’opera del gasdotto e il nuovo gas garantiscano realmente il conseguimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima, soprattutto dopo l’allarmante Report di questo mese, reso dall’IPCC dell’ONU (“Global Warming of 1.5° C”: http://www.ipcc.ch/report/sr15/).
Tale rivendicazione si fonda su diverse fonti, che anche TAP deve rispettare; se ne citano alcune:
– la “Dichiarazione sul diritto e la responsabilità degli individui, dei gruppi e degli organi della società di promuovere e proteggere le libertà fondamentali e i diritti umani universalmente riconosciuti”, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con Risoluzione 53/144, 8 marzo 1999,
– le “Linee guida sulla Protezione dei Difensori dei Diritti Umani dell’OSCE”,
– la giurisprudenza della Corte EDU (dal caso “Taşkın e altri c. Turchia” in poi),
– la decisione della Corte di Giustizia UE 26 luglio 2017-Cause riunite C-196/16 e C- 197/16,
– i Regolamenti UE n. 1367/2006 (diritto all’informazione sulle emissioni climalteranti) e n. 347/2013 (già cit. sui PIC),
– Accordi di Parigi sul clima, del 2015.
Poiché lo Stato italiano è purtroppo ancora privo:
– della necessaria revisione della Strategia Energetica Nazionale (SEN), approvata dal precedente Governo e fondata sull’equivoco di tradurre l’inglese “decarbonization” in “decarbonizzazione” (in modo da non includere il metano come fonte da dismettere) invece che “de-fossilizzazione” (da carbonio, con evidente inclusione anche del metano),
– dell’adozione del “Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici”,
– della istituzione della “Commissione nazionale per lo sviluppo sostenibile”,
– dell’adeguamento al “Goal 7” degli obiettivi ONU dello sviluppo sostenibile 2030, come certificato dal Rapporto ASVIS 2018,
– della effettiva messa in atto del “Piano nazionale sulla biodiversità”,
il suo dovere non può non risiedere nel valutare i “costi” di TAP anche sul fronte climatico, quindi non tanto a favore di TAP, come compiuto dal Sottosegretario Sen. Cioffi, ma soprattutto a tutela dei diritti delle presenti e future generazioni di fronte al dramma dei cambiamenti climatici e della ormai certa inutilità del gas come “energia ponte” per il controllo del riscaldamento climatico (come si desume dal citato Report IPCC).
In questi termini, è riassumibile la posizione metodologicamente corretta in tema di “costi”/”penali”/”benefici” dell’opera TAP.
Fonte
28/10/2018
No Tap. Potere al Popolo con la popolazione salentina, contro il voltafaccia del M5S
Avevano promesso che avrebbero fermato l’opera. Addirittura in due settimane, tuonava Di Battista. Nelle ultime ore la marcia indietro.
Prima la lettera del Presidente del Consiglio Conte ai sindaci salentini: TAP si farà, ci dispiace ma non possiamo fare altrimenti.
Poi le parole di Di Maio che dopo tre mesi di studio “matto e disperato” ha scoperto che ci sono 20 miliardi di penali da pagare in caso di cancellazione. Peccato che il direttore generale del MISE Gilberto Dialuce lo abbia smentito preventivamente, con una nota di settembre dichiarava che la “quantificazione dei costi di abbandono ha come fonte la società di Stato azera Socar”. Nessuna penale.
Noi riteniamo che il passo indietro del M5S sveli l’inconsistenza di tante delle promesse formulate in questi anni. Inaccettabile perché se vuoi essere davvero forza del cambiamento, la prima differenza col passato sta nel fare ciò che si dice. Alle parole far seguire i fatti.
Dopo questo voltafaccia come si può mai credere alle promesse pentastellate su TAV, Terzo Valico, Pedemontana, solo per rimanere ad alcune delle maxi-opere di cui si sente parlare più spesso?
Non crediamo sia facile, tutt’altro. Gli interessi economici e politici dietro un progetto come il TAP sono immani. Non basta la semplice volontà, ma serve attrezzarsi a sostenere lo scontro. Il Movimento 5 Stelle non l’ha fatto. Come Potere al Popolo abbiamo sempre sostenuto e continuiamo a sostenere le mobilitazioni popolari in Salento, come quella di oggi a San Foca. Perché bloccare gli interessi milionari di aziende enormi e interi Stati non è questione tecnica, ma tutta politica. Non esistono salvatori, il voltafaccia del M5S ce lo insegna una volta di più.
Fonte
Oggi No Tap in piazza. Stop al gasdotto, dimissioni dei parlamentari che hanno tradito
Il popolo No Tap scenderà oggi in piazza dandosi appuntamento alle ore 10.00 a San Foca. Il suo è un atto di accusa contro il Governo Conte e una chiamata alla mobilitazione generale per fermare questa ennesima, devastante grande opera da danno del territorio.
In un nota il movimento No Tap scrive che:
“A seguito delle dichiarazioni del Presidente del Consiglio Conte, il Movimento No Tap comunica il proprio sdegno, non solo per la decisione in sé per sé di autorizzare politicamente il gasdotto TAP, ma soprattutto per le argomentazioni insostenibili che vengono portate per giustificare tale decisione. Il mantra delle penali e dei costi di rinuncia rappresenta la vergognosa conferma di come TAP sia stata pensata, sostenuta e giustificata grazie alla menzogna spudorata.
Il Movimento No Tap indice una mobilitazione generale al fine di scongiurare uno sprofondamento generale delle istituzioni, della società e del Paese nell’autoritarismo e nella sospensione dello Stato di diritto.
Non è tollerabile che in una democrazia il Presidente del Consiglio dichiari pubblicamente il falso sui costi di rinuncia all’opera, quando tutti i ministeri hanno dichiarato ufficialmente – a seguito della richiesta di accesso agli atti avanzata da cittadini e associazioni (c.d. FOIA) – che non esistono documenti relativi a un calcolo costi benefici. Di questo dovrebbero prendere atto tutti i parlamentari e i ministri che si erano dichiarati contrari all’opera fraudolenta di TAP, su cui indaga la magistratura per evidenti forzature e violazioni delle norme vigenti.
Ora ci si aspetta che tutti i parlamentari dei 5 Stelle, soprattutto quelli che hanno presentato esposti alla magistratura e che hanno rastrellato voti in nome della causa No Tap, alla prima occasione utile, presentino una mozione di sfiducia, aprendo di fatto una sacrosanta crisi di governo. Se ciò non avvenisse significherebbe che l’establishment che ha voluto l’opera tira ancora le fila di questo Paese, che l’attuale Governo è una prosecuzione di quelli che lo hanno preceduto e che basta proferire una menzogna per negare la realtà e sospendere lo Stato di diritto.
Questo Governo, come i precedenti vuole favorire la gigantesca lobby transnazionale che sta dietro a TAP, per questo incontrerà una durissima opposizione da parte delle comunità locali, sia nelle piazze che nelle aule dei tribunali, compresi quelli internazionali.
Domenica 28 ottobre primo atto della mobilitazione. Alle ore 10:00 a San Foca, presso Lungomare Matteotti, manifestazione contro il Governo. Salvini prepari le ruspe.
Guarda il video con la dura dichiarazione del portavoce del movimento No Tap
Fonte
20/09/2018
L’incognita Tap: un futuro già scritto?
Ci soffermiamo oggi sulla questione gasdotto, nell’ambito di un’inchiesta svolta in territorio strategico per il turismo pugliese.
Il consorzio Tap ha finalmente inoltrato al comune di Melendugno le analisi dei campioni d’acqua prelevati da due pozzi di osservazione a San Basilio, sede del cantiere, poco distante dalla splendida spiaggia salentina di San Foca.
I risultati sono inquietanti: oltre a tracce di manganese, nichel e arsenico, sono stati riscontrati quantitativi di cromo esavalente tre volte superiori ai limiti massimi consentiti. Questo metallo pesante è mutageno, tossico e cancerogeno.
Sospesi al momento i lavori, continuano però le pressioni geopolitiche che appoggiano il progetto, tra cui quella di Donald Trump, che avrebbe richiesto a Conte, durante l’incontro di Washington, un maggiore impegno per portare a completamento l’opera.
Dopo l’ordinanza del sindaco Marco Potì, i lavori di trivellazione a San Basilio si sono fermati. Arpa (Agenzia Regionale Protezione Ambiente) ha confermato la mancata ottemperanza delle norme che regolano la tutela del sottosuolo durante lo scavo. Arpa.webloc
Gianluca Maggiore, membro della Commissione comunale e portavoce del movimento No Tap, ci ha concesso un’intervista, che abbiamo realizzato proprio davanti al cantiere, protetto da reticolati e pattuglie dei carabinieri affiancate dalla Digos. La tensione, anche a lavori sospesi, rimane palpabile.
D: “Com’è nato il gasdotto Tap?“ (Trans Adriatic Pipeline – N.d.A.)
R: “Il consorzio omonimo ha vinto un appalto per la costruzione del tratto finale del gasdotto, che attinge dal giacimento azero di Shah Deniz 2 nel Mar Caspio. Il percorso che ci riguarda, parte dal confine greco-turco con destino San Foca. L’intero gasdotto misura 4.000 km, Tap ne copre appena 878. Costo totale 45 Mld.
La Commissione Europea ha autorizzato quest’opera elefantiaca, motivandola con la fine della dipendenza dal metano di Gazprom.
In realtà noi abbiamo acquistato gas russo in quantità maggiore, perché più economico rispetto agli altri paesi fornitori da cui importiamo, che sono Algeria, Libia e Olanda; quello nazionale è in calo, per via della riconversione onerosa.
Il gas dell’Azerbaijan verrebbe al consorzio 0,28 euro di media per SMC (Standard Metro Cubo), circa il doppio di Gazprom, che ne costa allo stato attuale 0,14. Non solo: La Russia è presente comunque nel gruppo azionario tramite Lukoil, che detiene il 10% di quota, per cui il gas trasportato è anche russo.”
D: “La chiave di lettura del progetto si basa sul risparmio energetico: la diversificazione delle fonti di approvvigionamento ridurrebbe il costo in bolletta.”
R: “Sappiamo che il fine ultimo di quest’opera è puramente speculativo: il prezzo del gas non si abbasserà, essendo gas di seconda mano che passa in un circuito di scatole cinesi con dentro imprese appaltatrici e sub-appaltanti.
Ci sono troppi passaggi, che incideranno sul prezzo finale al consumatore.
Senza contare le commesse che spettano a Georgia, Turchia, Grecia e Albania e gli interessi del regime azero, che si riflettono su fornitura e trasporto” (*)
(*) In effetti a Snam e agli altri azionisti del consorzio quali BP, Socar (Azerbaijan), Fluxys (Belgio), Enagas (Spagna) e Axpo (Svizzera), si affiancano 23 imprese affidatarie – tra cui Saipem, Honeywell e Terna – che subappaltano a loro volta per forniture servizi e tubazioni. – N.d.A.) Tap.webloc
“Snam mira piuttosto a creare un mercato libero del gas, oggi occupato per il 95% da contratti Top (Take or Pay) a lungo termine, che obbligano i paesi importatori a pagare per intero una quota prefissata, anche nel caso di consumi inferiori.
L’azienda guadagnerà comunque sugli oneri di stanziamento delle tubazioni, sulle misurazioni fiscali applicate una volta immesso il gas in rete, mentre continua a usufruire di fattori di garanzia – soldi pubblici – come risarcimento delle perdite per impianti inutilizzati e riserve non sfruttate che eccedano il fabbisogno nazionale. Basti pensare che a fronte di un attivo annuo di 900 milioni di euro, Snam incassa 950 milioni di rimborso, tramite i suddetti fattori.
L’azienda punta sulla quota di gas che le spetterebbe ad opera finita, per commercializzarla al di fuori dei contratti Top, stoccandola nei vecchi impianti del Nord costruiti negli anni ’50-60, e rivendendola poi quando il prezzo risalirà.
Il prezzo al consumo oscilla tra 1-1,20 euro per SMC, un ricarico di circa il 1000%.
Queste operazioni, checché ne dica il gruppo dirigente Tap, sono finanziate da soldi pubblici, provenienti da BEI (Banca Europea Investimenti) e BERS (Banca Europea Ricostruzione e Sviluppo), che attingono da fondi europei e internazionali. Cassa Depositi e Prestiti possiede il 30% di Snam dal 2012, e ha supportato l’acquisizione della quota Tap dalla norvegese Statoil.” Snam.webloc
Due riflessioni prima di continuare:
1) Il consumo italiano del 2016 registrò 71 mld di metri cubi; un aumento del 6% rispetto al 2015, anche se sotto di 15,3 mld di mc registrati nell’anno record 2005. Nel primo semestre 2018, i consumi sono calati: -1,6%.
Il volume di approvvigionamento 2016 è stato di 159 mld (82,64 mld da società consolidate + 76,64 dall’estero) per cui le scorte non mancano. Consumi.webloc
Il nuovo gasdotto porterà un contributo di 10 mld extra, da suddividere però tra gli azionisti del gruppo; Snam rappresenta la parte italiana al 20%.
2) Bers contraddice il suo stesso statuto etico, basato su finanziamenti circoscritti a stati pluralisti, prestando denaro a un progetto che si avvale delle materie prime di regimi autoritari, quali sono Azerbaijan, Georgia e Turchia. Bers.webloc
Impatto ambientale
D: “Veniamo adesso alla nota dolente: l’ufficio Tap di Lecce ha dichiarato che i metalli pesanti riscontrati nei pressi della falda acquifera erano già presenti nel terreno, e pur ammettendo che i lavori del cantiere possano aver contribuito al loro spostamento, il gasdotto rimane, secondo loro, un’opera d’impatto ambientale minimo. Non ci sarebbero rischi d’inquinamento. Concordi?”
R: “ No. Se è pur vero che il trauma subìto dal sottosuolo a causa del cantiere potrebbe aver fatto emergere scorie già presenti, tuttavia due fattori contraddicono tale ipotesi:
1) AQP (Acquedotto Pugliese) esegue misurazioni mensili in zona dal 2007, senza aver mai riscontrato materiali contaminanti nei piezometri adiacenti.
Il piezometro è un pozzetto di osservazione che monitorizza la falda e preleva campioni acquiferi. Inoltre, abbiamo rilevato la mancata costruzione di una vasca a base di tessuto impermeabile, che avrebbe impedito il riversamento dei residui di scavo nella falda acquifera.
Difatti, il cromo esavalente potrebbe essere contenuto nei cementi scadenti, sovente utilizzati durante i lavori di cava.
Il “top soil”, cioè il terreno fertile, è stato rimosso insieme agli ulivi espiantati, e sostituito con uno strato di stabilizzato di cava, di cui il Comune ha chiesto la certificazione di controllo non ancora pervenuta.
La presenza di nichel e arsenico nel pozzo 10, è emersa solo dopo l’inizio dei lavori.
2) Il cromo esavalente è stato riscontrato proprio nel piezometro 7, quello più vicino al pozzo di spinta, cioè nel punto di partenza della condotta sotterranea, dove è in corso la trivellazione che scava il tunnel con destino San Foca.”
Secondo Lecce Prima, la testata locale che ha seguito la questione fin dall’inizio, il Ministero dell’Ambiente ha esonerato lo scorso anno la Regione Puglia, che non avrebbe ottemperato ai suoi doveri di vigilanza, superando il limite massimo di 30 giorni preposti per la verifica dell’impatto ambientale. Oltre a ciò, è mancato il monitoraggio della risposta sismica alle attività di cantiere. Prima.webloc
Intervista all’ing. Alessandro Manuelli, responsabile Commissione tecnica del Comune di Melendugno:
“Ingegnere, una delle preoccupazioni maggiori relative al percorso finale del gasdotto, è la pressione che Snam dovrebbe dare al gas una volta che questo sarà immesso nella rete nazionale, onde evitare incidenti. Può spiegarci meglio questo concetto?”
“Il punto cruciale non è tanto nella pressione, bensì nel quantitativo-limite che il Terminale di Ricezione potrà sopportare quando il gas entrerà nel circuito nazionale di distribuzione: questo avverrà quando l’inter-connessione Snam sarà ultimata, dopo un percorso di 54 km, arrivando nel brindisino, oltre Mesagne.
Ricordo che il gasdotto è stato esentato dai controlli di sicurezza della normativa Seveso, una procedura istituita dopo la nube tossica dal Ministero di Sviluppo Economico.” (*)
(*) Nel terminale di ricezione verrebbero stoccati 48,6 tonnellate di metano, mentre la soglia Seveso è fissata a 50. Però a questo quantitativo andrebbe aggiunto il gas destinato alla centrale Snam in progettazione.
La procura di Lecce ha riaperto le indagini ai fini di rivedere l’esenzione Tap da tale normativa – N.d.A.-) Seveso.webloc
Bufale: a chi appartengono?
“Ingegnere, il management Tap sostiene che l’inquinamento dovuto al gasdotto, sia in realtà una bufala. Secondo loro, le emissioni possono essere paragonate a quelle prodotte da un condominio di medie dimensioni. Lei che ne pensa a riguardo?”
“Penso che la bufala sia loro: tutte le analisi a livello internazionale attestano l’inquinamento causato dalle fonti fossili: il metano provoca emissioni di gas-serra che a loro volta portano ad alterazioni climatiche 60 volte superiori alla Co2 del carbone nell’arco di dieci anni. L’Italia ha firmato trattati importanti che ci impegnano a limitare l’emissione di codesti gas nocivi.
Oltre a ciò, esistono perdite fisse strutturali dei condotti che oscillano dal 3 al 6%.
Basterebbe documentarsi, la rete è colma di pubblicazioni a proposito. Serra.webloc
Il loro progetto è anacronistico, mal localizzato, inquinante e per giunta anti-economico, senza contare che in casi di guasti gravi, la procedura è di immettere gas tal quale nell’atmosfera. Parlando di soldi, il costo di produzione per Kw da fotovoltaico, eolico e carbone, rimane comunque inferiore al metano.”
Conclusioni
Il paradosso che scaturisce dalla questione Grandi Opere in Italia, è sempre lo stesso: siamo un Paese ancorato a strutture ormai obsolete, affiancate a progetti megalomani. Prendiamo quelle ferroviarie, basate in gran parte sul binario unico, soprattutto nel Meridione, fonte di frequenti disastri come successo a Viareggio e Andria.
Ci trastulliamo però con faraonici e costosissimi cantieri di accertato impatto ambientale quali il TAV in Val di Susa, escludendo il Sud da una modernizzazione agognata, se non nell’ambito di progetti a stampo mafioso.
Abbiamo infrastrutture pericolanti che risalgono agli anni ’60 – ponti, viadotti, strade statali – sottoposte a carichi quadruplicati da allora, senza controlli né manutenzioni efficienti, che puntualmente sfociano in tragedie annunciate come l’ultima di Genova.
Queste sono in gran parte affidate a consorzi privati – monopolizzati da miliardari – che, nonostante impongano pedaggi autostradali onerosi, investono per migliorie cifre risibili rapportate ai propri profitti, e i risultati si vedono.
Piuttosto che spendere denaro per progetti non necessari stile Tap, dovremmo iniziare a impiegare le risorse pubbliche per la messa in sicurezza del territorio, sottraendo al liberismo privato il monopolio delle opere di bene comune. E soprattutto, dovremmo salvaguardare l’ambiente, che continua a sostenere la nostra economia.
Il gasdotto in Salento impiega 32 operatori nel cantiere di San Basilio.
Basterebbe questo a sancirne l’inutilità, rispetto all’occupazione garantita invece dal turismo, che proprio a San Foca registra il cash-flow più consistente della costa nord salentina.
Fonte
Il consorzio Tap ha finalmente inoltrato al comune di Melendugno le analisi dei campioni d’acqua prelevati da due pozzi di osservazione a San Basilio, sede del cantiere, poco distante dalla splendida spiaggia salentina di San Foca.
I risultati sono inquietanti: oltre a tracce di manganese, nichel e arsenico, sono stati riscontrati quantitativi di cromo esavalente tre volte superiori ai limiti massimi consentiti. Questo metallo pesante è mutageno, tossico e cancerogeno.
Sospesi al momento i lavori, continuano però le pressioni geopolitiche che appoggiano il progetto, tra cui quella di Donald Trump, che avrebbe richiesto a Conte, durante l’incontro di Washington, un maggiore impegno per portare a completamento l’opera.
Dopo l’ordinanza del sindaco Marco Potì, i lavori di trivellazione a San Basilio si sono fermati. Arpa (Agenzia Regionale Protezione Ambiente) ha confermato la mancata ottemperanza delle norme che regolano la tutela del sottosuolo durante lo scavo. Arpa.webloc
Gianluca Maggiore, membro della Commissione comunale e portavoce del movimento No Tap, ci ha concesso un’intervista, che abbiamo realizzato proprio davanti al cantiere, protetto da reticolati e pattuglie dei carabinieri affiancate dalla Digos. La tensione, anche a lavori sospesi, rimane palpabile.
D: “Com’è nato il gasdotto Tap?“ (Trans Adriatic Pipeline – N.d.A.)
R: “Il consorzio omonimo ha vinto un appalto per la costruzione del tratto finale del gasdotto, che attinge dal giacimento azero di Shah Deniz 2 nel Mar Caspio. Il percorso che ci riguarda, parte dal confine greco-turco con destino San Foca. L’intero gasdotto misura 4.000 km, Tap ne copre appena 878. Costo totale 45 Mld.
La Commissione Europea ha autorizzato quest’opera elefantiaca, motivandola con la fine della dipendenza dal metano di Gazprom.
In realtà noi abbiamo acquistato gas russo in quantità maggiore, perché più economico rispetto agli altri paesi fornitori da cui importiamo, che sono Algeria, Libia e Olanda; quello nazionale è in calo, per via della riconversione onerosa.
Il gas dell’Azerbaijan verrebbe al consorzio 0,28 euro di media per SMC (Standard Metro Cubo), circa il doppio di Gazprom, che ne costa allo stato attuale 0,14. Non solo: La Russia è presente comunque nel gruppo azionario tramite Lukoil, che detiene il 10% di quota, per cui il gas trasportato è anche russo.”
D: “La chiave di lettura del progetto si basa sul risparmio energetico: la diversificazione delle fonti di approvvigionamento ridurrebbe il costo in bolletta.”
R: “Sappiamo che il fine ultimo di quest’opera è puramente speculativo: il prezzo del gas non si abbasserà, essendo gas di seconda mano che passa in un circuito di scatole cinesi con dentro imprese appaltatrici e sub-appaltanti.
Ci sono troppi passaggi, che incideranno sul prezzo finale al consumatore.
Senza contare le commesse che spettano a Georgia, Turchia, Grecia e Albania e gli interessi del regime azero, che si riflettono su fornitura e trasporto” (*)
(*) In effetti a Snam e agli altri azionisti del consorzio quali BP, Socar (Azerbaijan), Fluxys (Belgio), Enagas (Spagna) e Axpo (Svizzera), si affiancano 23 imprese affidatarie – tra cui Saipem, Honeywell e Terna – che subappaltano a loro volta per forniture servizi e tubazioni. – N.d.A.) Tap.webloc
“Snam mira piuttosto a creare un mercato libero del gas, oggi occupato per il 95% da contratti Top (Take or Pay) a lungo termine, che obbligano i paesi importatori a pagare per intero una quota prefissata, anche nel caso di consumi inferiori.
L’azienda guadagnerà comunque sugli oneri di stanziamento delle tubazioni, sulle misurazioni fiscali applicate una volta immesso il gas in rete, mentre continua a usufruire di fattori di garanzia – soldi pubblici – come risarcimento delle perdite per impianti inutilizzati e riserve non sfruttate che eccedano il fabbisogno nazionale. Basti pensare che a fronte di un attivo annuo di 900 milioni di euro, Snam incassa 950 milioni di rimborso, tramite i suddetti fattori.
L’azienda punta sulla quota di gas che le spetterebbe ad opera finita, per commercializzarla al di fuori dei contratti Top, stoccandola nei vecchi impianti del Nord costruiti negli anni ’50-60, e rivendendola poi quando il prezzo risalirà.
Il prezzo al consumo oscilla tra 1-1,20 euro per SMC, un ricarico di circa il 1000%.
Queste operazioni, checché ne dica il gruppo dirigente Tap, sono finanziate da soldi pubblici, provenienti da BEI (Banca Europea Investimenti) e BERS (Banca Europea Ricostruzione e Sviluppo), che attingono da fondi europei e internazionali. Cassa Depositi e Prestiti possiede il 30% di Snam dal 2012, e ha supportato l’acquisizione della quota Tap dalla norvegese Statoil.” Snam.webloc
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Due riflessioni prima di continuare:
1) Il consumo italiano del 2016 registrò 71 mld di metri cubi; un aumento del 6% rispetto al 2015, anche se sotto di 15,3 mld di mc registrati nell’anno record 2005. Nel primo semestre 2018, i consumi sono calati: -1,6%.
Il volume di approvvigionamento 2016 è stato di 159 mld (82,64 mld da società consolidate + 76,64 dall’estero) per cui le scorte non mancano. Consumi.webloc
Il nuovo gasdotto porterà un contributo di 10 mld extra, da suddividere però tra gli azionisti del gruppo; Snam rappresenta la parte italiana al 20%.
2) Bers contraddice il suo stesso statuto etico, basato su finanziamenti circoscritti a stati pluralisti, prestando denaro a un progetto che si avvale delle materie prime di regimi autoritari, quali sono Azerbaijan, Georgia e Turchia. Bers.webloc
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Impatto ambientale
D: “Veniamo adesso alla nota dolente: l’ufficio Tap di Lecce ha dichiarato che i metalli pesanti riscontrati nei pressi della falda acquifera erano già presenti nel terreno, e pur ammettendo che i lavori del cantiere possano aver contribuito al loro spostamento, il gasdotto rimane, secondo loro, un’opera d’impatto ambientale minimo. Non ci sarebbero rischi d’inquinamento. Concordi?”
R: “ No. Se è pur vero che il trauma subìto dal sottosuolo a causa del cantiere potrebbe aver fatto emergere scorie già presenti, tuttavia due fattori contraddicono tale ipotesi:
1) AQP (Acquedotto Pugliese) esegue misurazioni mensili in zona dal 2007, senza aver mai riscontrato materiali contaminanti nei piezometri adiacenti.
Il piezometro è un pozzetto di osservazione che monitorizza la falda e preleva campioni acquiferi. Inoltre, abbiamo rilevato la mancata costruzione di una vasca a base di tessuto impermeabile, che avrebbe impedito il riversamento dei residui di scavo nella falda acquifera.
Difatti, il cromo esavalente potrebbe essere contenuto nei cementi scadenti, sovente utilizzati durante i lavori di cava.
Il “top soil”, cioè il terreno fertile, è stato rimosso insieme agli ulivi espiantati, e sostituito con uno strato di stabilizzato di cava, di cui il Comune ha chiesto la certificazione di controllo non ancora pervenuta.
La presenza di nichel e arsenico nel pozzo 10, è emersa solo dopo l’inizio dei lavori.
2) Il cromo esavalente è stato riscontrato proprio nel piezometro 7, quello più vicino al pozzo di spinta, cioè nel punto di partenza della condotta sotterranea, dove è in corso la trivellazione che scava il tunnel con destino San Foca.”
Secondo Lecce Prima, la testata locale che ha seguito la questione fin dall’inizio, il Ministero dell’Ambiente ha esonerato lo scorso anno la Regione Puglia, che non avrebbe ottemperato ai suoi doveri di vigilanza, superando il limite massimo di 30 giorni preposti per la verifica dell’impatto ambientale. Oltre a ciò, è mancato il monitoraggio della risposta sismica alle attività di cantiere. Prima.webloc
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Intervista all’ing. Alessandro Manuelli, responsabile Commissione tecnica del Comune di Melendugno:
“Ingegnere, una delle preoccupazioni maggiori relative al percorso finale del gasdotto, è la pressione che Snam dovrebbe dare al gas una volta che questo sarà immesso nella rete nazionale, onde evitare incidenti. Può spiegarci meglio questo concetto?”
“Il punto cruciale non è tanto nella pressione, bensì nel quantitativo-limite che il Terminale di Ricezione potrà sopportare quando il gas entrerà nel circuito nazionale di distribuzione: questo avverrà quando l’inter-connessione Snam sarà ultimata, dopo un percorso di 54 km, arrivando nel brindisino, oltre Mesagne.
Ricordo che il gasdotto è stato esentato dai controlli di sicurezza della normativa Seveso, una procedura istituita dopo la nube tossica dal Ministero di Sviluppo Economico.” (*)
(*) Nel terminale di ricezione verrebbero stoccati 48,6 tonnellate di metano, mentre la soglia Seveso è fissata a 50. Però a questo quantitativo andrebbe aggiunto il gas destinato alla centrale Snam in progettazione.
La procura di Lecce ha riaperto le indagini ai fini di rivedere l’esenzione Tap da tale normativa – N.d.A.-) Seveso.webloc
Bufale: a chi appartengono?
“Ingegnere, il management Tap sostiene che l’inquinamento dovuto al gasdotto, sia in realtà una bufala. Secondo loro, le emissioni possono essere paragonate a quelle prodotte da un condominio di medie dimensioni. Lei che ne pensa a riguardo?”
“Penso che la bufala sia loro: tutte le analisi a livello internazionale attestano l’inquinamento causato dalle fonti fossili: il metano provoca emissioni di gas-serra che a loro volta portano ad alterazioni climatiche 60 volte superiori alla Co2 del carbone nell’arco di dieci anni. L’Italia ha firmato trattati importanti che ci impegnano a limitare l’emissione di codesti gas nocivi.
Oltre a ciò, esistono perdite fisse strutturali dei condotti che oscillano dal 3 al 6%.
Basterebbe documentarsi, la rete è colma di pubblicazioni a proposito. Serra.webloc
Il loro progetto è anacronistico, mal localizzato, inquinante e per giunta anti-economico, senza contare che in casi di guasti gravi, la procedura è di immettere gas tal quale nell’atmosfera. Parlando di soldi, il costo di produzione per Kw da fotovoltaico, eolico e carbone, rimane comunque inferiore al metano.”
Conclusioni
Il paradosso che scaturisce dalla questione Grandi Opere in Italia, è sempre lo stesso: siamo un Paese ancorato a strutture ormai obsolete, affiancate a progetti megalomani. Prendiamo quelle ferroviarie, basate in gran parte sul binario unico, soprattutto nel Meridione, fonte di frequenti disastri come successo a Viareggio e Andria.
Ci trastulliamo però con faraonici e costosissimi cantieri di accertato impatto ambientale quali il TAV in Val di Susa, escludendo il Sud da una modernizzazione agognata, se non nell’ambito di progetti a stampo mafioso.
Abbiamo infrastrutture pericolanti che risalgono agli anni ’60 – ponti, viadotti, strade statali – sottoposte a carichi quadruplicati da allora, senza controlli né manutenzioni efficienti, che puntualmente sfociano in tragedie annunciate come l’ultima di Genova.
Queste sono in gran parte affidate a consorzi privati – monopolizzati da miliardari – che, nonostante impongano pedaggi autostradali onerosi, investono per migliorie cifre risibili rapportate ai propri profitti, e i risultati si vedono.
Piuttosto che spendere denaro per progetti non necessari stile Tap, dovremmo iniziare a impiegare le risorse pubbliche per la messa in sicurezza del territorio, sottraendo al liberismo privato il monopolio delle opere di bene comune. E soprattutto, dovremmo salvaguardare l’ambiente, che continua a sostenere la nostra economia.
Il gasdotto in Salento impiega 32 operatori nel cantiere di San Basilio.
Basterebbe questo a sancirne l’inutilità, rispetto all’occupazione garantita invece dal turismo, che proprio a San Foca registra il cash-flow più consistente della costa nord salentina.
Fonte
11/08/2018
I braccianti africani ammassati come bestie verso il macello: ecco la foto
La foto parla da sola, eccoli i braccianti sul furgone che li portava nei campi a spaccarsi la schiena. Un pulmino bianco stracolmo di migranti, forse 20, tutti in piedi, che viaggia sulla strada statale 16 e che, da un controllo sull’App del ministero, risulta essere stato rubato nel mese di maggio a San Salvo, in Abruzzo: è questa l’immagine che sta spopolando su Facebook. Si tratta della foto scattata questa mattina in Puglia, sulla statale 16 e postata sui social da un imprenditore agricolo del foggiano, Marco Nicastro.
Quegli stessi migranti che sono morti a bordo di un pulmino, al ritorno dai campi dove avevano raccolto i pomodori.
Una consuetudine di questi tempi nelle strade della Puglia. Esseri umani trattatati come bestie verso il macello, ammassati, in piedi, senza nessun tipo di sicurezza e che vengono trasportati a bordo di mezzi vecchi, spesso anche rubati.
Fonte
09/08/2018
Il degrado nelle nostre coscienze
Come cambia anche la nostra gente... Nel pubblicare questa testimonianza di Marisa D’Alfonso chiediamo ai nostri lettori di fare un piccolo sforzo di astrazione: laddove leggete “pugliesi” potete tranquillamente sostituire con il nome degli abitanti della vostra regione.
E’ inevitabile infatti che per cogliere le dinamiche reali sia necessario immergersi in un luogo particolare, dove però si ritrovano facilmente i tratti caratteristici di una mutazione antropologica, “culturale” nel senso più ampio e massivo, che riguarda tutto il nostro paese. Gli aspetti più inquietanti di questa mutazione, insomma, non sono un “peccato” regionale, ma li ritroviamo nei comportamenti e nel generale “chiudere entrambi gli occhi”, sotto casa di ognuno di noi.
Certo, chi abita “in centro”, certe cose le nota meno...
*****
Fino a un paio d’anni fa mi recavo in Puglia per lavoro almeno una o due volte a settimana.
Andavo sul Gargano e nella Daunia, a San Severo, a Lucera, Foggia Cerignola fino a Corato e Trani.
Il mio ex datore di lavoro per risparmiare sulle spese mi chiedeva di evitare il più possibile le autostrade, e così ebbi modo di conoscere tutte le campagne dei dintorni, sia percorrendo la statale 16, sia deviando ogni tanto tra le strade comunali e provinciali della “splendida” Puglia.
Ma non appena rallentavi entravi in un altro mondo.
Ogni cento-duecento metri sul ciglio delle strade ragazze di tutte le età e tutte le etnie, svestite, costrette a offrirsi, giorno e notte, estate e inverno, e se ti avvicinavi per chiedere della loro sorte ti mandavano via terrorizzate mentre si facevano caricare da camionisti di passaggio o da anziani clienti;
Casolari fatiscenti privi di infissi, squallidi e devastati, che denotavano la presenza di qualcuno che li abitava perché c’erano panni stesi ad asciugare e biciclette parcheggiate.
Le campagne che lambivo in auto, specialmente quando mi perdevo, erano popolate ovunque da ragazzi, spesso di colore, chini sui campi di pomodori, e al mercato di San Severo incontravo anche tanti polacchi col sacchettino della spesa con due o tre povere cose.
Prima di raggiungere San Giovanni Rotondo speravo che lì in un “santo” luogo il fenomeno si sarebbe attenuato, o almeno dalle parti dell’aeroporto militare, invece lo spettacolo che si offriva ai miei occhi era ancora più palese e manifesto: ovunque campi coltivati da extracomunitari e ragazze che si offrivano ad ogni angolo, mentre le macchine della polizia sfrecciavano indifferenti.
Ebbene cari pugliesi non ditemi che non ne sapevate nulla, o che avete fatto il possibile per evitarlo, perché nulla è stato fatto, schiavi nei campi oppure ragazze in vendita nella più totale indifferenza davanti ai vostri occhi ogni fottuto giorno.
Forse sono colpevole quanto voi, perché la mia denuncia è stata blanda, perché non ho insistito con i miei ex compagni di partito, perché ho ripreso l’autostrada pur di non vedere più quello spettacolo nauseante.
E voi, voi che ci vivete e che avete fatto crescere i vostri figli in mezzo a questo orrendo spettacolo, voi che li avete abituati a considerare tutto ciò come ineluttabile o normale siete davvero senza scampo.
(“Se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?”)
Fonte
05/08/2018
Strage di braccianti nel Foggiano. Adesso la verità. Oggi assemblea al ghetto di Rignano
Quattro braccianti sono morti nel primo pomeriggio di sabato a un incrocio sulla strada provinciale 105 tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri (Foggia), intrappolati in un furgone per il trasporto merci; altri quattro sono rimasti feriti, due di loro sono in rianimazione.
Braccianti, una parola che in Puglia e non solo equivale a carne da macello, braccia da sfruttare in cambio di una manciata di euro per 12 ore di lavoro. I nostri compagni di lavoro sono morti dopo una giornata spesa a spaccarsi la schiena dall’alba per raccogliere pomodori. Proprio un tir carico di pomodori li ha travolti lungo la strada che percorrevano per tornare alle loro baracche.
Quattro braccianti morti, tutti provenienti dall’Africa, tutti giovanissimi. I quattro feriti sono agli Ospedali Riuniti di Foggia, sostenuti dai delegati dell’Unione Sindacale di Base. Il nostro sindacato, insieme a Rete Iside, in questi giorni aveva distribuito ai lavoratori dei cappellini rossi per proteggersi dal caldo infernale. Poca cosa, ma un segno tangibile di vicinanza e di condivisione del processo di sindacalizzazione. Cappellini rimasti sull’asfalto, sul luogo dell’incidente, tra un mare di pomodori.
USB esprime cordoglio e vicinanza ai familiari delle persone decedute e chiede a gran voce che sia fatta piena luce sull’accaduto. “Vogliamo sapere – dice Aboubakar Soumahoro, del coordinamento nazionale USB lavoro agricolo – e con noi i lavoratori agricoli della Puglia e delle altre regioni italiane in cui il bracciante è solo forza lavoro da spremere, le posizioni di ciascuna delle vittime dal punto di vista contrattuale, previdenziale ed assicurativo. Vogliamo sapere chi li aveva assoldati, in quale azienda e in cambio di che tipo di contratto.
USB chiama i braccianti alla mobilitazione e convoca un’assemblea pubblica a Torretta Antonacci (ex ghetto Rignano, San Severo, Foggia) per le ore 17 di domenica 5 agosto per decidere le iniziative da prendere per rivendicare diritti e dignità, contro il caporalato, nel nome delle vittime della provinciale 105.
USB conferma per il 22 settembre proprio a Foggia la grande assemblea nazionale indetta a giugno per presentare la piattaforma e il programma di lotta sul lavoro agricolo e ora più che mai chiama tutti al confronto.
Unione Sindacale di Base Lavoro Agricolo
Fonte
Braccianti, una parola che in Puglia e non solo equivale a carne da macello, braccia da sfruttare in cambio di una manciata di euro per 12 ore di lavoro. I nostri compagni di lavoro sono morti dopo una giornata spesa a spaccarsi la schiena dall’alba per raccogliere pomodori. Proprio un tir carico di pomodori li ha travolti lungo la strada che percorrevano per tornare alle loro baracche.
Quattro braccianti morti, tutti provenienti dall’Africa, tutti giovanissimi. I quattro feriti sono agli Ospedali Riuniti di Foggia, sostenuti dai delegati dell’Unione Sindacale di Base. Il nostro sindacato, insieme a Rete Iside, in questi giorni aveva distribuito ai lavoratori dei cappellini rossi per proteggersi dal caldo infernale. Poca cosa, ma un segno tangibile di vicinanza e di condivisione del processo di sindacalizzazione. Cappellini rimasti sull’asfalto, sul luogo dell’incidente, tra un mare di pomodori.
USB esprime cordoglio e vicinanza ai familiari delle persone decedute e chiede a gran voce che sia fatta piena luce sull’accaduto. “Vogliamo sapere – dice Aboubakar Soumahoro, del coordinamento nazionale USB lavoro agricolo – e con noi i lavoratori agricoli della Puglia e delle altre regioni italiane in cui il bracciante è solo forza lavoro da spremere, le posizioni di ciascuna delle vittime dal punto di vista contrattuale, previdenziale ed assicurativo. Vogliamo sapere chi li aveva assoldati, in quale azienda e in cambio di che tipo di contratto.
USB chiama i braccianti alla mobilitazione e convoca un’assemblea pubblica a Torretta Antonacci (ex ghetto Rignano, San Severo, Foggia) per le ore 17 di domenica 5 agosto per decidere le iniziative da prendere per rivendicare diritti e dignità, contro il caporalato, nel nome delle vittime della provinciale 105.
USB conferma per il 22 settembre proprio a Foggia la grande assemblea nazionale indetta a giugno per presentare la piattaforma e il programma di lotta sul lavoro agricolo e ora più che mai chiama tutti al confronto.
Unione Sindacale di Base Lavoro Agricolo
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08/05/2018
Un fungo potrebbe fermare la Xylella e la stupida volontà di eradicare
E’ l’esito di una ricerca condotta dai ricercatori dell’ SPA (Istituto di Scienze delle Produzioni Alimentari) del CNR per valutare l’attività in vitro di componenti antimicrobici contro la Xylella fastidiosa.
I test biologici hanno rivelato diverse informazioni sull’influenza esercitata dagli antibiotici usati sulla crescita del batterio della Xylella, ma il risultato più incoraggiante è stata riscontrata nell’attività antagonista nei confronti della Xylella da parte di alcuni composti fungini che il team di ricercatori ritiene possono essere oggetto di ulteriori ricerche per il trattamento preventivo e curativo di piante di ulivo malate o a rischio di sindrome da declino rapido.
La ricerca è stata pubblicata a fine dicembre 2017 e diffusa nel mese di marzo 2018 proprio mentre il ministro Martina firmava il decreto che prevede l’eradicazione di tutti gli alberi di ulivo nel raggio di 100 metri da alberi infetti, il diserbo dei terreni entro il 30 aprile e quattro trattamenti chimici nei mesi di maggio, giugno, settembre e dicembre.
Il decreto consiglia l’utilizzo di Acetamiprid e di Imidacloroprid, molecole che oltre a causare la morte di tutti gli insetti impollinatori sono considerati potenti neurotossici e sono stati banditi dall’Unione Europa ad aprile 2018 – un mese dopo il decreto Martina e con voto favorevole dell’Italia – con possibilità di utilizzo limitato alle serre senza contatto con le api. In una regione già devastata dall’inquinamento si impone un insetticida neurotossico vietato dall’UE con sicure ripercussioni sulla biodiversità degli insetti impollinatori e sulla produzione di frutti nei prossimi mesi.
Nel frattempo il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano chiede a Gentiloni, capo del governo ad interim, strumenti legislativi per procedere con più forza alla eradicazione di ulivi superando certi “impicci di natura giuridica” con chiaro riferimento al pronunciamento del Tar di Puglia che ha accolto il ricorso di un olivicoltore che chiede che si verifichi il carattere di monumentalità degli alberi prima dell’eradicazione.
Emiliano teme le sanzioni dell’UE e vantando di aver eradicato più ulivi dei commissari mandati precedentemente dal governo a gestire l’affare xylella, dichiara che non considera l’abbattimento degli alberi l’unica soluzione possibile “ma l’adempimento alle leggi viene prima di tutto”. Quella che tutela gli ulivi secolari evidentemente vale meno delle altre, meno dei piani europei e meno dei decreti ministeriali che impongono l’uso di insetticidi vietati dall’UE.
Quello che pare evidente è che di patogeni a distruggere il nostro ambiente, le nostre coltivazioni e a minare la nostra salute ce ne sono tanti ed i più pericolosi sono quelli istituzionali. La microbiologia ci insegna, e la ricerca lo conferma, che l’attività patogena si combatte coltivando forme fermentative antagoniste ai patogeni che tendono a prevalere e a ridurre la biodiversità delle comunità batteriche. E questa sembra essere l’unica soluzione sia per la Xylella che per la politica italiana.
Fonte
I test biologici hanno rivelato diverse informazioni sull’influenza esercitata dagli antibiotici usati sulla crescita del batterio della Xylella, ma il risultato più incoraggiante è stata riscontrata nell’attività antagonista nei confronti della Xylella da parte di alcuni composti fungini che il team di ricercatori ritiene possono essere oggetto di ulteriori ricerche per il trattamento preventivo e curativo di piante di ulivo malate o a rischio di sindrome da declino rapido.
La ricerca è stata pubblicata a fine dicembre 2017 e diffusa nel mese di marzo 2018 proprio mentre il ministro Martina firmava il decreto che prevede l’eradicazione di tutti gli alberi di ulivo nel raggio di 100 metri da alberi infetti, il diserbo dei terreni entro il 30 aprile e quattro trattamenti chimici nei mesi di maggio, giugno, settembre e dicembre.
Il decreto consiglia l’utilizzo di Acetamiprid e di Imidacloroprid, molecole che oltre a causare la morte di tutti gli insetti impollinatori sono considerati potenti neurotossici e sono stati banditi dall’Unione Europa ad aprile 2018 – un mese dopo il decreto Martina e con voto favorevole dell’Italia – con possibilità di utilizzo limitato alle serre senza contatto con le api. In una regione già devastata dall’inquinamento si impone un insetticida neurotossico vietato dall’UE con sicure ripercussioni sulla biodiversità degli insetti impollinatori e sulla produzione di frutti nei prossimi mesi.
Nel frattempo il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano chiede a Gentiloni, capo del governo ad interim, strumenti legislativi per procedere con più forza alla eradicazione di ulivi superando certi “impicci di natura giuridica” con chiaro riferimento al pronunciamento del Tar di Puglia che ha accolto il ricorso di un olivicoltore che chiede che si verifichi il carattere di monumentalità degli alberi prima dell’eradicazione.
Emiliano teme le sanzioni dell’UE e vantando di aver eradicato più ulivi dei commissari mandati precedentemente dal governo a gestire l’affare xylella, dichiara che non considera l’abbattimento degli alberi l’unica soluzione possibile “ma l’adempimento alle leggi viene prima di tutto”. Quella che tutela gli ulivi secolari evidentemente vale meno delle altre, meno dei piani europei e meno dei decreti ministeriali che impongono l’uso di insetticidi vietati dall’UE.
Quello che pare evidente è che di patogeni a distruggere il nostro ambiente, le nostre coltivazioni e a minare la nostra salute ce ne sono tanti ed i più pericolosi sono quelli istituzionali. La microbiologia ci insegna, e la ricerca lo conferma, che l’attività patogena si combatte coltivando forme fermentative antagoniste ai patogeni che tendono a prevalere e a ridurre la biodiversità delle comunità batteriche. E questa sembra essere l’unica soluzione sia per la Xylella che per la politica italiana.
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