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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/06/2021

L’ultima “tentazione” dei diseredati di San Ferdinando.

Il nome che è stato coniato, poche settimane fa, dalla Compagnia dei Carabinieri di Gioia Tauro, per passare al setaccio la tendopoli di San Ferdinando, allo scopo di scovare le irregolarità in merito alla fruizione dei benefici del reddito di cittadinanza, ha una precisa connotazione mitologica: “Tentazione”.

Non c’è bisogno di scomodare scene bibliche. Forse è sufficiente riportare un celebre aforisma di Oscar Wilde: «I can resist everything except temptation», per dire, spostando la questione dal cielo alla terra, che è difficilissimo resistere all’odore dei soldi, al tintinnio del denaro, inteso come simbolo che corrompe le anime pie, figuriamoci poi se i soggetti coinvolti sono socialmente ricattabili e afflitti dal bisogno.

Ed è ciò che è successo ai braccianti migranti delle campagne di San Ferdinando, i quali, nel seguire il corso del diritto consuetudinario dei lavoratori agricoli calabresi, hanno infranto, per altri sentieri, la “legge” che esclude gran parte di loro dai benefici del reddito di cittadinanza, in quanto non residenti in Italia da almeno dieci anni.

Sembra che il diavolo tentatore (il denaro) si annidi nelle sedi dei Caf e dei patronati della zona, in quanto alcuni impiegati intrallazzoni avrebbero avviato le istanze per ottenere i sussidi, senza verificare i requisiti di accesso dei migranti.

Così come ci sono impiegati degli stessi uffici che, a fronte di un determinato ammontare di denaro, registrano “falsi braccianti italiani” in aziende inesistenti.

Una situazione davvero bizzarra!

Braccianti che si rompono la schiena e sono fradici di sudore, per l’intenso sforzo fisico a cui sono sottoposti, ma che non sono visibili, tranne quando vengono investiti, con le loro biciclette, sulle strade buie della Piana, prima dell’alba e dopo il tramonto, e “finti braccianti” che percepiscono indennità previdenziali quali disoccupazione, malattia, maternità e contributi.

Premesso che, in più occasioni, mi sono espresso criticamente nei confronti dei sostenitori del reddito di cittadinanza – in quanto continuo a portare avanti la tesi della riduzione e redistribuzione del lavoro necessario tra occupati, precari e disoccupati (italiani e stranieri) – sono convinto, per un altro verso, che un simile attacco rappresenti un duro colpo a tutti quei lavoratori e lavoratrici con contratti di lavoro atipici, che vivono di espedienti o effettuano le loro prestazioni lavorative a nero, che si ribellano a orari di lavoro massacranti o che hanno perso il diritto ad altre forme di sostegno al reddito, ma nel contesto che stiamo esaminando, credo che possa essere inteso come un ennesimo affondo per criminalizzare i migranti e mantenerli in uno stato di semi-schiavitù

Il loro peculato, per l’appunto, consiste nell’aver abboccato all’esca del sistema delle tutele sociali, nell’aver osato prelevare pochi spiccioli dai rubinetti dei flussi finanziari, destinati ad alleviare l’immiserimento generalizzato in cui versano i lavoratori agricoli.

Si tratta di braccianti, senza fissa dimora, che si spostano da una regione all’altra e che raccolgono gran parte della frutta e degli ortaggi che finiscono sulle nostre tavole.

Molto spesso, non hanno un contratto regolare, ma lavorano a nero e quindi non possono accedere a tutte quelle forme di integrazione del reddito, di cui godono, tra l’altro, tutti coloro che ricevono le marchette, anche da titolari di aziende fantasma, per prestazioni lavorative mai effettuate.

Nel 1975, quando fu posata la prima pietra per la realizzazione del quinto centro siderurgico nei comuni di Eranova e San Ferdinando, la produzione dell’acciaio, a livello globale, era già in declino.

Il miraggio della grande industria fu brevissimo, ma sconquassò gli equilibri preesistenti, trasformando ettari di agrumeti e uliveti in un deserto.

Svanito questo grande sogno, quest’area, a forte vocazione agricola e con un discreto tessuto commerciale, riaffermò la sua posizione nella divisione internazionale del lavoro, esportando prodotti agricoli di qualità e forza lavoro che via via veniva resa superflua.

Nonostante le speculazioni fondiarie poste in essere dalle organizzazioni mafiose locali e le dinamiche competitive messe in atto da altri produttori internazionali, i proprietari di piccoli appezzamenti di terreno denominati “giardini”, per circa un ventennio, riuscirono a ricavare un reddito, che gli permise di costruirsi una casa e mandare i propri figli all’università.

Man mano che la guerra commerciale si fece più cruenta, gli aiuti dell’UE, per riprodurre le condizioni di esistenza di queste piccole aziende, si resero sempre più indispensabili, con l’aggravante, però, che il sostegno dei PAC privilegiò i grandi estorsori – una specie di nuovi latifondisti – i quali, acquisirono la terra dei coltivatori diretti, nella prospettiva di gestire una fetta cospicua dei fondi destinati all’integrazione della produzione agricola.

Allo stesso tempo, se i margini tra i prezzi di vendita e i costi di produzione di clementine e arance si ridussero all’osso, attestandosi rispettivamente nell’ordine di 8 e 3 centesimi per Kg, il differenziale, per quanto riguarda le arance destinate alla trasformazione, divenne addirittura negativo, nel senso che, in alcune annate, le oscillazioni del mercato determinarono un prezzo di vendita pari a 6 centesimi per Kg, un prezzo troppo basso per ripagare i costi di raccolta.

A far precipitare il prezzo così in basso contribuirono le scelte manageriali di molte industrie di trasformazione, di rifornirsi del succo concentrato proveniente dal Brasile, il cui rendimento era molto più conveniente della materia prima della Piana.

L’arrivo della forza lavoro schiavizzata, com’è noto, non sollevò quest’area dal suo lento degrado, anzi tutte le complicazioni e le tensioni vennero a galla con le rivolta di Rosarno nel 2010.

Insomma, se il quadro, oltre che ad essere desolante, è privo di soggetti collettivi in grado di trovare una sintesi ai conflitti sociali che sono emersi, in seguito alla sostituzione della manodopera locale con i migranti della baraccopoli, su quali basi si regge la ristrutturazione dei 7.000 ettari di terra destinati alla produzione degli agrumi?

L’architrave di questo sistema poggia sul depauperamento del territorio, strozzamento degli agricoltori, connivenza e complicità dei “finti braccianti” locali, nel mungere la mucca delle sovvenzioni pubbliche e ricattabilità sociale dei lavoratori migranti.

A trarne consistenti vantaggi, invece, troviamo una rampante classe di capitalisti agrari, costituita dai gestori degli OP (Organizzazione dei produttori) e dai proprietari dei grandi capannoni di lavorazione degli agrumi, i quali, nella maggior parte dei casi, hanno concentrato la proprietà fondiaria, in vista del fatto che i finanziamenti dell’UE sono commisurati all’ampiezza dei fondi agricoli.

Sono costoro che si accaparrano gli agrumi delle campagne della Piana e impongono i prezzi stracciati, anche perché operano in nome e per conto della Distribuzione Organizzata, Coop e Conad, e della GDO, in cui domina Esselunga, seguita da altri marchi – Auchan, Despar, eccetera.

Ed è proprio nei circuiti parassitari dell’intermediazione commerciale che avviene il prosciugamento del valore, derivante dalla coltivazione di prodotti agricoli di qualità, che si ottengono in questo fazzoletto di terra, alla punta dello stivale.

Un valore che non verrebbe alla luce, senza i finanziamenti pubblici dell’UE ai capitalisti agrari, da un lato, e senza lo sfruttamento selvaggio della manodopera migrante, priva dei diritti basilari, dall’altro lato.

L’intera filiera produttiva si bloccherebbe, se, da un giorno all’altro, l’esercito dei disperati si dileguasse, poiché i “nuovi latifondisti“ non potrebbero avallare la loro richiesta delle indennità agricole. E di conseguenza, questi ultimi collasserebbero, trainando nella loro orbita i braccianti, finti e reali, a cui dichiarano 51 o 101 giornate, al fine di fargli ottenere le indennità che eroga l’INPS.

Ecco, dunque, l’accesso ai benefici del reddito di cittadinanza da parte dei diseredati di San Ferdinando potrebbe mettere in discussione proprio l’assetto socioeconomico che si è venuto a formare negli ultimi anni, il quale si mantiene, come ho cercato di delineare, sul torbido legame tra la proprietà fondiaria e le politiche di sostegno alla produzione agricola e sulla spremitura della forza lavoro migrante, sino all’ultima goccia di sudore.

Ma in realtà, il loro tentativo di emancipazione è stato neutralizzato dalla legge reale, quella stessa legge che consente ai proprietari dei grandi fondi d’incassare il denaro pubblico indispensabile per la continuazione della produzione di agrumi, mentre ignora il caporalato, il lavoro nero, i salari da fame, i finti braccianti, le condizioni di vita miserevoli nel ghetto di San Ferdinando e soprattutto eclissa lo sfruttamento brutale dei lavoratori agricoli extra-comunitari.

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22/03/2019

San Ferdinando. Muore nell’incendio un bracciante. E’ il quarto in meno di due anni

Un altro bracciante è morto a causa di un incendio divampato poco prima dell’alba nella tendopoli di San Ferdinando (Reggio Calabria), predisposta dalla Prefettura non lontano dalla baraccopoli smantellata il 6 marzo scorso dalla polizia e nella quale vivono 500/600 braccianti della piana, in larghissima parte migranti.

I vigili del fuoco sono intervenuti poco prima delle 6 con una squadra che pure già presidiava il sito (e che avrebbe terminato il servizio proprio oggi). Paradossalmente il rogo ha interessato una delle tende azzurre del Dipartimento del Soccorso pubblico del Ministero dell’Interno, andata completamente bruciata, dentro la quale è stato poi trovato il cadavere di un migrante. A fuoco è andata anche una seconda tenda vicina a quella del ministero dell’Interno, bruciata per metà.

Tra il 2018 e il 2019 nella baraccopoli abbattuta il 6 marzo erano morti bruciati altri tre migranti Moussa Ba, di 29 anni, Becky Moses, di 26, e Surawa Jaith nemmeno diciottenne. Di fronte al fatto che l’incendio mortale sia avvenuto nonostante la baraccopoli precedente fosse stata demolita, che nella nuova tendopoli attrezzata dal Ministero dell’Interno ci fosse anche un presidio del ministero e uno dei Vigili del Fuoco, significa che è il modello scelto a non funzionare. Se non si mette mano alle condizioni inumane di vita e di lavoro dei braccianti/migranti in queste zone ad alto sfruttamento, tragedie come quella di oggi, come abbiamo visto, continueranno a ripetersi. “Questa notte nella “nuova” tendopoli di #SanFerdinando l’ennesimo incendio ha provocato l’ennesima morte.Quando le Istituzioni si muoveranno seriamente per dare seguito ad un Piano per l’inserimento abitativo diffuso?‬” commenta AbouBakar Soumahoro.

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Ancora morte a San Ferdinando, USB: la peggiore smentita alle vanterie di Salvini, subito il Piano per l’insediamento diffuso

Un altro bracciante è morto questa mattina a San Ferdinando, bruciato vivo in un rogo nella “nuova” tendopoli. Cioè quella costruita con la controfirma dello Stato e degli enti locali. Chiediamo che sia fatta piena luce sulle circostanze di questa tragedia.

È la peggiore conferma agli allarmi inascoltati dell’Unione Sindacale di Base, che da anni si batte affinché la soluzione agli immani problemi dei lavoratori della piana di Gioia Tauro passi per il riconoscimento dei diritti salariali e previdenziali e per l’insediamento abitativo diffuso, attuando cioè il piano che prevede il riutilizzo delle migliaia di case sfitte o abbandonate della zona.

È anche la peggiore conferma di quanto strumentale e disumana sia la linea del ministro dell’Interno, nonché senatore eletto in Calabria, Matteo Salvini, l’uomo che non più tardi di due settimane fa si vantava di aver risolto ogni problema demolendo le baracche di San Ferdinando.

“È stata finalmente cancellata una delle più vergognose baraccopoli d’Italia dove proliferavano degrado, illegalità e sfruttamento. Dopo anni di chiacchiere, ora sono arrivati i fatti”, si era vantato il ministro, supportato dal prefetto di Reggio Calabria.

Le chiacchiere purtroppo sono le sue, le loro. Non un solo problema dei braccianti della piana di Gioia Tauro è stato risolto con l’esibizione muscolare contro i lavoratori.

Non è con le tendopoli o con altre soluzioni emergenziali che si metterà fine alla condizione disumana nella quale vivono e lavorano i braccianti di San Ferdinando.

USB torna a chiedere a gran voce che venga riavviato il progetto per l’insediamento abitativo diffuso al fine di dare dignità a questi uomini e donne impegnati nella raccolta degli agrumi.

Coordinamento Lavoratori agricoli USB

Federazione USB Calabria 

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03/12/2018

Suruwa è morto bruciato nella baraccopoli di San Ferdinando. Nel giorno che festeggia la fine della schiavitù

Suruwa Jaiteh aveva 18 anni soltanto ed era arrivato in Italia un anno fa dal Gambia in cerca di futuro. Voleva studiare, ha trovato invece la disperazione e la morte, come tanti altri prima di lui nelle campagne italiane, come migliaia di esseri umani nelle acque del Mediterraneo. La sua vita è stata stroncata dal fuoco che ha divorato questa notte la tenda nella quale dormiva nella baraccopoli di San Ferdinando, lì nella piana di Gioia Tauro dove da almeno trent’anni masse di braccianti immigrati sono sfruttati e schiavizzati nella raccolta degli agrumi e delle altre produzioni ortofrutticole per una manciata di euro al giorno.

Il fuoco di un braciere acceso per proteggersi dal freddo della notte ha fatto fare a Suruwa Jaiteh la stessa orribile fine di Becky Moses, morta carbonizzata il 28 gennaio scorso. Sempre da San Ferdinando veniva Soumaila Sacko, ucciso a fucilate il 2 giugno di quest’anno soltanto perché sempre in prima fila, in qualità di delegato dell’Unione Sindacale di Base, per aiutare i braccianti che cercavano di allestire una sistemazione di fortuna.

Quello di oggi non è dunque il primo incendio e non sarà nemmeno l’ultimo, almeno finché non si deciderà di tradurre in azioni le parole dette ai tanti tavoli ufficiali convocati su San Ferdinando, dove tra tendopoli ufficiale e baraccopoli spontanea non si contano mai meno di duemila braccianti in attesa di essere ingaggiati per il lavoro nei campi.

Subito dopo la morte di Soumaila Sacko ai rappresentanti USB era stato promesso di tutto e di più: tavolo interministeriale sul lavoro dei braccianti, sblocco della situazione abitativa e amministrativa dei migranti, nuovi modelli di reclutamento. Nulla di tutto ciò si è avverato, nonostante gli impegni dei ministri Di Maio e Centinaio, anche dopo la terribile carneficina del mese di settembre nel Foggiano, con ben 16 braccianti morti in due diversi incidenti stradali. Il ministro Salvini invece, eletto in Calabria, impegni con i braccianti non ne ha presi. Per lui semplicemente non esistono.

Oggi noi constatiamo che USB è stata invitata ai tavoli convocati dal prefetto di Reggio Calabria soltanto dopo aver duramente contestato il 19 novembre scorso il nuovo andazzo, che sta trasformando tutta la situazione del lavoro bracciantile in un problema di ordine pubblico, in omaggio alla linea dura salviniana. La stessa che appena ieri ha visto decine e decine di migranti espulsi dal Cara di Crotone e abbandonati in mezzo alla strada, minori compresi.

Oggi noi constatiamo che Suruwa Jaiteh è morto proprio nella giornata in cui le Nazioni Unite celebrano l’abolizione della schiavitù e dello sfruttamento. Schiavitù abolita formalmente in tutto il mondo ma perpetuata sotto varie forme anche nella civile Italia, che dei braccianti ha fatto i nuovi schiavi.

L’Unione Sindacale di Base reclama con forza giustizia per Suruwa Jaiteh, ed esprime vicinanza e solidarietà a Soumbou Jaiteh, suo fratello, accorso a San Ferdinando da Catania.

L’Usb chiede ufficialmente al prefetto di Reggio Calabria e agli enti locali di passare dalle parole ai fatti concreti per superare lo scempio della baraccopoli e invita tutte e tutti a scendere in piazza a Roma il 15 dicembre nella manifestazione nazionale Get Up Stand Up for your rights, convocata da una vasta rete di associazioni contro la discriminazione e il razzismo.

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02/07/2018

Siano maledetti gli sfruttatori e tutti i loro complici

Con i compagni della USB e di Potere al Popolo di Reggio Calabria sono andato alla tendopoli-baraccopoli di San Ferdinando. Lì sono ammassati in condizioni indegne, non di un paese civile ma del genere umano, i braccianti che ogni giorno fanno i lavori nei campi per i padroni italiani. Italiano è lo sfruttamento, italiana la distruzione di ogni vivere civile, italiana l’offesa continua alla dignità della persona.

Dopo l’assassinio del compagno Soumaila Sacko, che viveva e lottava in quel ghetto infame, finora nulla è cambiato se non l’impegno meraviglioso dei militanti della USB e dei giovani di Potere al Popolo, che è diventato ancora più intenso.

Ci sarà ancora tanto da affermare e soprattutto da fare per per dare giustizia a questi lavoratori, intanto però ho voluto subito testimoniare ciò che ho provato di fronte a ciò che ho visto, e ho voluto gridare “maledetti” a tutti gli sfruttatori e ai loro complici.

Ringrazio l’amico e compagno Giuseppe Tiano che ha fatto questo video.

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