Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Incendio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Incendio. Mostra tutti i post

05/09/2026

Il disastro hymalayano: un prodotto dei criminali del “va tutto bene così”

Lui si chiama Michael E. Mann.

Compare spesso su questa pagina insieme ad altri nomi come Hansen, Rockstrom, Kate Marvel ma come anche Pasini, Mercalli e tanti altri.

Quello che segue infatti, non lo dico io ometto del terzo piano, ma uno dei climatologi più autorevoli al mondo.

Mann infatti, è un climatologo e geofisico statunitense, professore alla University of Pennsylvania. È una delle figure più autorevoli nella comunicazione del cambiamento climatico e un deciso oppositore della disinformazione climatica.

Ieri ha scritto un articolo sul Guardian la cui sintesi è che bisogna agire, che bisogna accelerare drasticamente la transizione dai combustibili fossili alle energie pulite e trasformare la lotta al cambiamento climatico in una priorità politica.

Ripeto: politica.

In questi giorni ho risposto più volte a persone che mi dicono: “cosa possiamo fare?” La risposta è semplice e quanto mai terribile. Lo sappiamo tutti cosa possiamo e cosa DOBBIAMO fare. Solo la politica non lo sa! Politica e media collegati fanno finta di non sapere e spesso, alimentano e aumentano dibattiti per coglioni.

Ricordate queste parole: “Le catastrofi meteorologiche estreme che hanno colpito la scorsa estate sono state una conseguenza inequivocabile del continuo riscaldamento del nostro pianeta. Le politiche dell’attuale amministrazione, elaborate dagli stessi inquinatori, stanno peggiorando la situazione. Donald Trump e i repubblicani al Congresso che lo assecondano continuano a insistere su politiche che favoriscono l’estrazione e la dipendenza dai combustibili fossili, proprio nel momento in cui dovremmo accelerare il passaggio dalle fonti fossili alle energie pulite”.

Mann scrive che il disastro himalayano è un’immagine concreta di un principio più generale: il riscaldamento globale sta trasformando la probabilità, la violenza e la pericolosità dei fenomeni estremi, e continuare sulla strada attuale significa esporci a rischi sempre maggiori.

L’evento rappresenta un esempio particolarmente evidente di come il riscaldamento globale stia modificando la stabilità degli ambienti montani: il permafrost e il ghiaccio che per millenni hanno contribuito a mantenere coese le montagne si stanno sciogliendo, rendendo più probabili frane, collassi e improvvise inondazioni.

Mann ha inserito però la tragedia nepalese in un quadro molto più ampio. L’estate 2026 è stata caratterizzata da una sequenza eccezionale di ondate di calore, incendi e fenomeni meteorologici estremi negli Stati Uniti e in Europa. E fa riferimento proprio alle ondate di calore europee, responsabili di decine di migliaia di morti, e agli incendi alimentati dalla combinazione di caldo estremo e siccità.

Questi eventi non sono semplicemente coincidenze: la scienza dell’attribuzione permette di quantificare quanto il cambiamento climatico abbia aumentato la probabilità e/o l’intensità di molti eventi estremi.

E nonostante:
  • il silenzio imbarazzante del nostro governo, proprio dove servirebbero misure e piani;
  • il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato a dicembre 2023, in cui si affidava l’attuazione ad un Osservatorio che andava istituito entro tre mesi ma che è stato varato dopo due anni, mentre i partiti della maggioranza, a Bruxelles, smontavano il Green Deal che avrebbe dovuto ridurre le cause;
  • la perdita dei raccolti che Confagricoltura calcola in rese scese del 9 per cento, (riso -10%, grano -9%);
  • il conto di tre miliardi di euro ufficializzato da Coldiretti per i danni da caldo e grandine;
fra pochi giorni, col ritorno del fresco, tutto sparirà.

E così mentre parleremo di calcio, quello che abbiamo vissuto sembrerà una minaccia lontana e futura e non una realtà già visibile, misurabile, distruttiva.

Chiudo con una considerazione. Chi ancora argomenta che la transizione verde è “troppo costosa”, che è tutto un bluff, che ci vogliono far comperare le auto elettriche o altre crucianate varie, mi auguro non abbia mai a trovarsi in una catastrofe simile. Tanto meno ad avere la responsabilità di risolvere una catastrofe simile.

Anche perché continuare ad argomentare con tesi che possono solo far crescere il dibattito in un oceano di analfabeti, non solo è controproducente ma ormai ha un intento CRIMINALE.

Fonti

https://wgms.ch/global-glacier-state/

https://wgms.ch/latest-glacier-mass-balance-data/

https://www.worldweatherattribution.org/climate-change…/


Fonte

24/07/2026

VVF muore d’infarto: a 59 anni in prima linea per ore davanti alle fiamme

Alessandro Marchì, 59 anni, Vigile del fuoco del Comando provinciale di Caltanissetta, ha trovato la morte mentre era impegnato nelle operazioni di spegnimento di un vasto incendio divampato ieri mercoledì 22 luglio in contrada Mimiani, nel territorio di San Cataldo.

Un Vigile del fuoco, a 59 anni, può rimanere per tante ore davanti alle fiamme di un violento e disteso incendio?

Le prime informazioni indicano la causa della morte di Marchì in un infarto, ma saranno gli accertamenti sanitari a chiarire con esattezza le cause del decesso.

Un altro Vigile del fuoco, nel corso delle stesse operazioni di spegnimento,  ha accusato un malore ed è stato trasportato al Pronto Soccorso dell’ospedale di Caltanissetta.

Sull’ennesima morte per causa di servizio di un Vvf l’intervento del sindacalista catanese Carmelo Barbagallo, segretario nazionale FISI-Vigili del fuoco:

“Una tragedia enorme che spezza il cuore e, al tempo stesso, fa montare la rabbia nel sangue. Ma al dolore si unisce una rabbia incontrollabile.
L’ho detto, l’ho gridato e l’ho denunciato più e più volte: le condizioni in cui siamo costretti a operare non sono più sostenibili!
Oggi (ieri, ndr) la tragedia si è compiuta puntualmente, esattamente come avevamo paventato.
Non si può mandare il personale al macello sotto un caldo torrido, con carichi di lavoro massacranti, turni estenuanti, carenze d’organico strutturali e mezzi spesso inadeguati. Quello che è successo nel Nisseno non è solo una fatalità: è la conseguenza diretta di un sistema che ignora le grida d’allarme di chi sta in prima linea ogni giorno a proteggere la vita altrui, mettendo a rischio la propria.
Servono tutele, servono risorse, serve rispetto per la salute e la vita dei Vigili del Fuoco.
Non possiamo e non vogliamo più piangere i nostri fratelli mentre fanno semplicemente il proprio dovere.
Adesso basta con le parole di circostanza.
Pretendiamo risposte immediate.
Ciao Alessandro. Che la terra ti sia lieve”.
Fonte

10/07/2026

La sicurezza dei lavoratori è a rischio alla BRT

Dieci giorni fa un lavoratore è morto per “incidente” nel magazzino BRT di Settimo Torinese, mercoledì c’è stato il rogo in un magazzino del milanese, e questo dopo che USB da mesi denuncia le condizioni di scarsa sicurezza sul lavoro negli impianti della multinazionale francese.

USB ha richiesto misure strutturali (ventilatori e impianti di raffreddamento) e organizzative (diminuzione dei carichi di lavoro e aumento delle pause retribuite) per contrastare il caldo estremo che sta massacrando l’Italia e rende proibitive le condizioni di lavoro nei capannoni e nei magazzini

Ma la BRT se ne frega e questi sono i risultati.

“Chiediamo inoltre alle autorità competenti di indagare e verificare circa il trasporto illecito di materiali pericolosi (gli scoppi che si sentono e vedono nel filmato sono davvero inquietanti)” denuncia Usb in un comunicato.

“Vogliamo lavorare in sicurezza, la BRT spenda un po’ dei suoi profitti per garantire ai suoi lavoratori di tornare vivi e vegeti a casa dopo ore di sfruttamento”.

Prepariamoci alla mobilitazione per rivendicare diritto alla sicurezza, diritto alla salute, diritto alla vita.

Fonte

26/06/2026

Canadair: noi li paghiamo, loro li gestiscono (e ci guadagnano)

La scorsa estate, mentre le fiamme divoravano ancora boschi e aree verdi, come ogni estate italiana la solita domanda tornava a farsi strada. Perché non abbiamo abbastanza aerei per spegnere gli incendi?

La risposta, come sempre, è scomoda.

In Italia la lotta al fuoco è stata trasformata in un affare

E con il nuovo contratto da 479 milioni di euro affidato alla multinazionale Avincis, il modello pubblico-privato che consegna a un’azienda estera la gestione dei nostri Canadair pubblici continua e si rinsalda. Secondo Reuters, Avincis si è aggiudicata un contratto settennale da 479 milioni per dotare la flotta italiana di 18 Canadair CL-415, di proprietà dei Vigili del Fuoco.

Anche Avincis, nel proprio comunicato, conferma la gestione della flotta italiana, definita la più grande flotta mondiale di CL-415 Canadair.

A dirlo sono i numeri

I numeri, aggiornati al gennaio 2025, dicevano che il Ministero dell’Interno e i Vigili del Fuoco avevano rinnovato per sette anni l’appalto per la gestione della flotta dei 18 Canadair CL-415 al gruppo Avincis, ex Babcock. L’importo indicato era di 479 milioni di euro. Quasi mezzo miliardo.

Nel frattempo, però, la gara è stata annullata dal Consiglio di Stato. La decisione, emersa pubblicamente alla fine di aprile 2026, ha aperto una fase di incertezza proprio alla vigilia della stagione antincendio. Il punto contestato riguarda la scelta del lotto unico e la motivazione ritenuta insufficiente sulla mancata suddivisione dell’appalto.

Il Viminale ha poi rassicurato sulla continuità del servizio per il 2026, ma il dato politico resta evidente: perfino sul piano amministrativo, questo modello mostra crepe, rigidità e opacità.

Ma andiamo con ordine

A quale titolo Avincis, un colosso europeo con sede a Lisbona che opera in tre continenti, può “gestire” aerei che sono di proprietà dello Stato italiano? Per la solita, comoda finzione che in Italia chiamiamo “partenariato pubblico-privato”.

I Canadair sono dei Vigili del Fuoco, ma a pilotarli, manutenerli, rifornirli e schierarli sono i dipendenti di un’azienda privata straniera. Lo Stato paga un canone fisso più un costo orario per ogni ora di volo. Un meccanismo che è stato più volte criticato da chi ritiene che la gestione di un bene comune essenziale come la protezione del territorio dagli incendi non possa essere affidata a chi deve produrre utili.

E di utili, nel nuovo contratto, se ne faranno eccome. Perché il costo orario di un Canadair, tra piloti, manutenzione, carburante e basi, si aggira oggi intorno ai 13-15 mila euro l’ora. Una cifra che, come già denunciava Contropiano nel 2021, quando l’appalto era ancora di Babcock, si è ormai consolidata dentro un modello che remunera l’intervento più della prevenzione.

La critica di fondo non è mai stata smentita

Anzi, con il nuovo contratto Avincis si rafforza: chi gestisce i mezzi antincendio ha un interesse diretto all’aumento delle ore di volo. Ogni ora in più oltre il minimo contrattuale viene pagata a parte. Più incendi ci sono, più si vola, più l’azienda incassa. Nulla a che vedere con il “complottismo”. Questo è l’elementare meccanismo di un appalto costruito sull’emergenza.

In un paese dove una quota enorme degli incendi è dolosa, colposa o comunque legata a incuria, abbandono, mancata prevenzione e responsabilità umana, questo sistema produce una distorsione evidente. Il Ministero dell’Ambiente, già nel 2021, parlava di oltre il 70% degli incendi riconducibili a responsabilità umana; Legambiente continua a segnalare ogni anno migliaia di reati legati agli incendi boschivi e di vegetazione. Dentro questo quadro, continuare a investire soprattutto sull’intervento aereo significa accettare che il territorio bruci prima di muoversi.

Prevenire significherebbe tenere gli aerei a terra. Ma gli aerei a terra non fatturano.

18 Canadair non sono abbastanza

L’altra verità che nessuno vuole dire è che gli aerei a disposizione sono troppo pochi. Ridicolmente pochi per un paese come l’Italia, esposto ogni estate a incendi che devastano migliaia e migliaia di ettari. La flotta nazionale, secondo i Vigili del Fuoco, è composta da 18 Canadair CL-415, con una portata d’acqua di 6.137 litri per velivolo.

Nel 2021, durante un’estate particolarmente calda, i Vigili del Fuoco ipotizzarono di arrivare a 8.000 ore di volo contro le 3.500 previste a base d’appalto. Nel 2017, anno terribile per gli incendi, si arrivò addirittura a 10.840 ore. Con 18 aerei, molti dei quali hanno almeno 20-30 anni, considerando che i CL-415 sono entrati in servizio a metà anni Novanta, si fa a dir poco fatica a coprire l’intero territorio del paese.

E quando un Canadair è in manutenzione, operazione complessa che richiede pezzi di ricambio non sempre disponibili, quel buco strutturale non lo tappa nessuno. Manca una flotta pubblica di riserva. Manca una capacità autonoma piena dello Stato. Manca una visione che tratti l’antincendio come servizio pubblico essenziale, anziché come servizio da comprare sul mercato.

La giustificazione ufficiale per questo modello è sempre la stessa: mancano piloti specializzati. Formare un pilota di Canadair richiede molte ore di volo, anni di esperienza e investimenti consistenti. Quindi si preferisce pagare un privato che quei piloti già li ha.
Questa giustificazione non regge fino in fondo sul piano politico

Lo Stato potrebbe investire risorse pubbliche per costruire una scuola pubblica di pilotaggio antincendio, acquisire velivoli, formare tecnici, internalizzare manutenzione e competenze. Invece, come sempre, si sceglie la strada più comoda e più costosa sul lungo periodo.

Si scarica sul privato la responsabilità, si paga un sovrapprezzo per ogni minuto di volo e, alla fine, quando l’azienda alza i prezzi o la gara si inceppa nei tribunali amministrativi, lo Stato arriva all’estate senza alternative davvero autonome.

Il paradosso finale è che, mentre si spendono centinaia di milioni per tenere in volo i Canadair in modalità “pronto intervento” nei mesi estivi, si investe quasi nulla nella prevenzione: pulizia dei sottoboschi, fasce tagliafuoco, ripristino dei terreni abbandonati, agricoltura di montagna, controllo del territorio. Per non parlare di indagini serie sugli incendi dolosi o sospetti.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Ogni estate i fuochi divampano, i Canadair decollano, i privati incassano, le assicurazioni pagano i danni quando pagano e lo Stato rimborsa i cittadini solo dopo anni, se va bene. Nel frattempo, il verde brucia, la terra frana, l’aria diventa irrespirabile.

Aggiornare la flotta è solo un pezzo del problema

Certo, è chiaro che servirebbero aerei nuovi, magari più performanti e moderni. I CL-415 in dotazione alla flotta italiana hanno una capacità di poco superiore ai 6.000 litri; altri velivoli antincendio esistenti o riconvertiti possono arrivare a capacità superiori. Il punto però viene prima. Serve cambiare il modello.

Bisogna uscire dalla logica dell’appalto a ore, riportare la gestione dei mezzi antincendio sotto il controllo pubblico e diretto dello Stato, investire nella formazione pubblica di piloti e tecnici, ricostruire una capacità nazionale permanente, ripensare il ruolo dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile e di un Corpo Forestale pubblico, territoriale, radicato e capace di prevenzione.

Serve fare prevenzione vera tutto l’anno, senza limitarsi a inseguire il fuoco quando è già diventato emergenza.

Diritto del territorio, dovere dello Stato

Tutto questo significa smettere di considerare la lotta agli incendi come un business su cui speculare e tornare a considerarla per quello che è: un diritto fondamentale della collettività e un dovere dello Stato.

Il territorio non si difende con i privati che guardano agli utili netti. Si difende con mezzi pubblici, gestiti da personale pubblico, al servizio esclusivo delle comunità.

Altrimenti, là fuori, mentre scriviamo, qualcuno continuerà a contare le ore di volo e nel frattempo gli incendi continueranno a divampare indisturbati.

Fonte

16/01/2026

Argentina - I turisti israeliani hanno provocato gli incendi in Patagonia

Diverse personalità dell’opposizione argentina, tra cui l’ex capo dell’esercito Cesar Milani, hanno condiviso sui social media alcune accuse secondo cui i turisti israeliani avrebbero deliberatamente appiccato una serie di incendi che stanno devastando la Patagonia, nel sud dell’Argentina, vicino al confine con il Cile.

In un post condiviso domenica su X, Milani ha accusato “uno Stato straniero” di aver appiccato intenzionalmente gli incendi, iniziati lunedì scorso e che hanno bruciato più di 3.500 ettari di terreno.

Sebbene non nominasse direttamente Israele, il post includeva un’immagine del presidente di estrema destra Javier Milei che sventolava una bandiera israeliana di fronte a una grande folla di sostenitori.

Luis D’Elia, un ex funzionario governativo dimessosi nel 2006 su richiesta dell’ex presidente Nestor Kirchner per presunti legami con l’Iran, ha anche condiviso un video di un residente locale che affermava di aver tentato di fermare diversi cittadini israeliani che, a suo dire, stavano appiccando incendi nella vasta area boschiva.

Il New Arab non può verificare in modo indipendente queste accuse.

La piattaforma di fact-checking argentina Chequeado ha tuttavia smentito le affermazioni secondo cui uno degli incendi nella zona del Lago Epuyen sarebbe stato causato da una granata M26 di fabbricazione israeliana, affermando invece che il dispositivo era stato prodotto da un’azienda d'armi statale argentina.

Le accuse hanno fatto seguito a un’ondata di testimonianze diffuse dai media locali argentini, che mostravano residenti in fuga dalle loro case vicino alla provincia di Chubut. Più di 3.000 persone sono state evacuate mentre gli incendi si diffondevano nella regione, con diversi residenti che accusavano i turisti israeliani di aver appiccato incendi.

Un video trasmesso dal canale argentino A24 è diventato virale nel fine settimana dopo aver mostrato un’intervista a una donna sfollata a causa degli incendi, che accusava il governo di “vendere la Patagonia a tutti gli israeliani”.

L’intervista ha evidenziato gli sforzi compiuti dall’amministrazione Milei per abrogare una legge forestale che limita gli acquisti di terreni a stranieri, una mossa che ha scatenato un dibattito legale e politico sulla sovranità e il controllo dei terreni rurali argentini.

Le modifiche proposte eliminerebbero anche le restrizioni sulla vendita di terreni subito dopo che sono stati colpiti da incendi, misure di salvaguardia originariamente introdotte per scoraggiare la speculazione e gli incendi dolosi.

Le accuse hanno spinto molti utenti dei social media a tracciare parallelismi tra la distruzione causata dagli incendi nel sud dell’Argentina e la devastazione inflitta dalla guerra in corso di Israele a Gaza. Milei ha respinto le affermazioni come “antisemite”.

In una dichiarazione rilasciata lunedì, tuttavia, il governatore di Chubut ha confermato che gli incendi sono stati “innescati intenzionalmente” e ha affermato che le autorità “avrebbero indagato sulla questione affinché i responsabili ne rispondessero davanti alla legge”.

Gli incendi si verificano mentre il canale israeliano Channel 12 riporta che il controverso piano dell’Argentina di spostare la sua ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme è stato rinviato, citando una presunta controversia diplomatica legata a progetti di esplorazione petrolifera nelle Isole Falkland valutate circa 2 miliardi di dollari.

Fonte

03/05/2025

Israele brucia ma bombarda nuovamente Damasco

In Israele, da mercoledì sono divampati diversi incendi boschivi in una vasta area di circa 20 km quadrati tra Gerusalemme e Tel Aviv conosciuta come Canada Park (sorto dove fino al 1948 c’erano tre villaggi palestinesi cancellati dalla pulizia etnica). Le autorità israeliane hanno fatto sapere che gli incendi sono stati in gran parte spenti ma hanno causato l’evacuazione di migliaia di persone in almeno quattro centri abitati, oltre che la chiusura dell’autostrada che collega Gerusalemme a Tel Aviv, una delle più importanti in Israele. L’origine degli incendi sarebbe stata individuata in alcuni villeggianti nel parco.

Curiosamente sui media occidentali abbiamo assistito prima a tentativi di accreditare la tesi della responsabilità degli incendi ai palestinesi – prendendo spunto da un appello postumo di Hamas a bruciare tutto come vendetta per Gaza – poi a espressioni di costernazione per la distruzione procurata dagli incendi in presenza però di un assordante silenzio per il genocidio dei palestinesi a Gaza.

Mentre bruciava, Israele non ha comunque esitato ad attaccare militarmente nei pressi del palazzo presidenziale della capitale siriana Damasco. Netanyahu ha giustificato il raid con l’impegno israeliano a proteggere i membri della comunità drusa. “Israele ha colpito la scorsa notte nei pressi del palazzo presidenziale a Damasco”, ha riferito Netanyahu in un comunicato congiunto con il ministro della Difesa Israel Katz.

“È un messaggio chiaro al regime siriano: non permetteremo che le forze siriane si schierino a sud di Damasco né che si verifichino minacce contro la comunità drusa”. L’attacco è il secondo sferrato da Israele contro obiettivi in Siria nell’arco di pochi giorni, in questo caso con il pretesto di violenze settarie tra i drusi e miliziani sunniti in atto sul territorio siriano.

L’attacco è un “chiaro avvertimento al regime siriano” ha detto ancora Katz secondo cui il nuovo leader siriano Al Sharaa “deve comprendere che Israele è determinato a impedire che venga fatto del male ai drusi in Siria. È suo dovere proteggere i drusi nella periferia di Damasco dagli attacchi dei rivoltosi jihadisti”. Il ministro israeliano ha quindi avvertito la leadership siriana che le forze israeliane “proteggeranno la comunità drusa da qualsiasi danno, per il bene dei drusi in Israele e la loro lealtà verso lo Stato”.

In realtà Israele sta approfittando del caos sorto in Siria dopo il rovesciamento di Assad per estendere i propri confini a danno del nuovo assetto siriano. “Israele cerca di sfruttare i drusi per creare conflitti interni in Siria” ha dichiarato ad Al Jazeera il leader druso libanese Walid Jumblatt. Anche la Turchia, considerata il più stretto alleato di Damasco, ha condannato l’attacco dei droni e ha accusato Israele di cercare di innescare ulteriori disordini nella regione.

Fonte

12/01/2025

USA - L’American way of life brucia


Ai “Rambini” di casa nostra non passa neanche per la testa di riflettere sul significato sistemico dell’incendio che ha distrutto la parte più ricca di Los Angeles, ma non solo quella.

Eppure è tutto sotto i nostri occhi. Anzi, a voler essere precisi, più sotto i loro che i nostri, visto che non frequentiamo certi posti...

Tra Malibù e Santa Monica, da Altadena a Calabasas e la San Fernando Valley sono partiti cinque incendi che si sono velocemente propagati a Palisades – dove sono andati in fumo 8 mila ettari del quartiere esclusivo delle celebrità hollywoodiane – e poi Eaton, Hurst, Sylmar, Kenneth, Hidden Hill, buona parte del Sunset Boulevard (quando si dice nomen omen...).

Persino il balbettante e po’ miope Joe Biden ha colto la somiglianza estrema tra il panorama attuale e ben altri disastri: «Uno scenario di guerra, dopo intensi bombardamenti». Altri più svegli, sui social, avevano già fissato l’analogia – “Los Angeles come Gaza” – peraltro con la facilitazione che nessuno continua a spararti addosso mentre cerchi di salvare i superstiti...

Prima cosa da considerare: le cause.

Le autorità locali hanno verificato che “le scintille” iniziali sono partite dai cavi della rete elettrica cittadina, notoriamente appesi a sostegni improbabili, allo scoperto, esposti alle intemperie e agli incidenti più banali. Come i rami o gli alberi che cadono per l’azione del vento.

Più o meno come a Mumbay, Calcutta o Mexico City. Ma qui c’era “il quartiere con la più alta concentrazione di ricchi e famosi del pianeta, Sunset Boulevard”.

Facciamo quindi nostra, per una volta, una domanda di Massimo Gramellini, banalmente rivolta a Elon Musk: “non trova assurdo che nello Stato più benestante d’America nessuna autorità si sia mai presa la briga di investire qualche milione di dollari per interrare la foresta di cavi elettrici che penzolano da ogni palo e angolo di strada?”

È ovviamente assurdo. La spesa pubblica necessaria rappresenta probabilmente un centesimo delle tasse pagate annualmente dalle migliaia di milionari che vivono da quelle parti.

Ma l’America funziona così – ci spiegano ogni giorno i “Rambini” e i “Furbini” –: i ricchi devono pagare meno tasse possibili, vanno a vivere in posti assolutamente esclusivi per via dei costi proibitivi, costruiscono “rifugi” di lusso sfacciato, a volte con il buongusto di un casamonica qualsiasi.

E le infrastrutture pubbliche, a carico della collettività (delle tasse, insomma), vengono perciò gestite al massimo risparmio. Sul Sunset Boulevard come a Skid Row, il quartiere di L.A. (un po’) meno famoso per le migliaia di persone che dormono in strada sullo sfondo dei grattacieli della città opulenta.

Il “modello americano”, il neoliberismo trionfante dai tempi di Ronald Reagan (ex attore “di serie B” che della California era stato governatore, prima di ascendere alla Casa Bianca), è quella roba lì. Inutile lamentarsene, resta lo stesso da imitare.

Seconda causa. La scarsità d’acqua a disposizione per gli idranti dei vigili del fuoco, in una zona da sempre segnata dalla siccità, anche in pieno inverno. E vien da pensare che l’alta concentrazione di piscine private e fontane da giardino qualcosina c’entrino.

Ma il business dell’acqua, in quella zona, ha una storia secolare, tanto che sullo sfondo di “Chinatown” – il capolavoro di Roman Polanski – si muovono le guerre per l’acqua che segnarono gli anni Trenta, i bisogni idrici gonfiati dall’immigrazione (quella “regolare”, endo-statunitense...) e dall’agrobusiness (il ‘Chiantishire’ allora nascente ma ora florido, gli aranceti, ecc).

Ma, ci dicono ancora, il “modello americano” è quella roba lì. Inutile lamentarsene, resta lo stesso da imitare.

Terza causa palese. Il cambiamento climatico, paradossalmente riconosciuto dalle autorità e dalla popolazione californiana, molto meno dalla “nuova” presidenza “Maga”.

Maggiore siccità, temperature più alte, venti più forti, tempeste di polvere che abbattono alberi in città, incendi nelle foreste che lambiscono l’abitato. Insomma, roghi più frequenti, più vasti, a decine, da anni.

Ma il “modello americano” è quella roba lì, ecc...

E qui arriva il nodo scorsoio finale. Tutti questi disastri provocano danni sempre maggiori, per ogni tipo di cittadini residenti da quelle parti. Chi li paga?

La risposta del “modello americano” è semplice: fatevi un’assicurazione, gli altri si arrangino. Come per l’auto e la sanità, no?

Problema: le prime ad accorgersi che il rischio incendi, in quella zona, sta aumentando di anno in anno sono state proprio le assicurazioni. Molto prima dei normali cittadini, ancorché famosi, ricchi, informati e ambientalisti.

Di conseguenza, le compagnie hanno smesso di emettere polizze, a qualsiasi prezzo, per le case di quel “triangolo d’oro”. È come se dicessero: “la tua casa andrà a fuoco di sicuro, prima o poi, non pretenderai mica che te la ripaghiamo noi?”.

E in effetti vanno a fuoco spesso. Il bravissimo e povero (si fa per dire..) Anthony Hopkins si trova per strada già per la seconda volta.

Per la precisione: “tra il 2020 e il 2022 le compagnie assicurative si sono rifiutate di rinnovare 2,8 milioni di polizze sulle case in California. Tra queste, intorno alle 531mila polizze riguardano la contea di Los Angeles, dove è scoppiato il grosso incendio di questi giorni. Alcune di queste polizze non sono state rinnovate dai proprietari, ma per la maggior parte la scelta è stata unilaterale delle compagnie assicurative, spaventate proprio dai rischi di incendi e per le conseguenze della crisi generale”.

In definitiva il “modello assicurativo” funziona finché gli incendi sono rari, così che le compagnie incassino molto più di quanto devono pagare in caso di disastro. Per l’auto o la salute funziona allo stesso modo, anche qui da noi. O paghi un’enormità se sei un guidatore “disattento”, oppure non vieni proprio assicurato (se sei di salute cagionevole o hai malattie croniche).

Ma il “modello americano” (e occidentale, ormai) è quella roba lì, ecc...

Nel caso di Hollywood, crediamo, sarà poco probabile che un “ispettore Callaghan” o un Rambo, ovviamente ringiovaniti, comincino ad andare in giro cercando amministratori delegati delle società di assicurazione, sulle orme insomma di Luigi Mangione (il giovane che ha sparato al ceo di UnitedHealthcare a Manhattan, un paio di mesi fa, diventando l’idolo di tutti i malati d’America).

I milionari, e a maggior ragione i miliardari, possono tranquillamente permettersi di costruirsi un’altra casa, bestemmiando parecchio e cambiando magari regione.

Ma negli incendi di questi giorni ha perso tutto anche gente normalissima, con un salario decente o anche “buono”. E non ha perso solo la casa con tutto quel che c’era dentro, ma spesso anche il lavoro (sono andati a fuoco pure uffici, ristoranti, laboratori, negozi in genere, attività di ogni tipo) e dunque anche i requisiti per accendere un altro mutuo.

Passare da una confortevole casetta con vista sull’oceano al dormire in tenda sul marciapiede di Skid Row... c’è qualche differenza. Tra questi, magari, qualche “giustiziere” potrebbe anche nascere.

Il modello americano – tutto al privato e sempre meno al pubblico, tutto al profitto e sempre meno spesa sociale, tutto lusso per pochi e infrastrutture da terzo mondo per tutti gli altri – non è soltanto ingiusto, infame, razzista, suprematista, genocida fin dalle origini e nel dna.

Semplicemente funziona finché non ci sono problemi seri, poi non più. E ora dimostra che sta andando a fuoco.

E non è una metafora.

Fonte

04/05/2024

Germania - Nube tossica su Berlino, va a fuoco la fabbrica di armi per Kiev

Il primo messaggio lanciato poco dopo mezzogiorno su Nina – l’app della protezione civile per la gestione degli eventi catastrofici – restituisce il grado di allarme delle autorità federali: «Tenete le finestre chiuse. Non uscite di casa» è il consiglio-ordine impartito ieri a centinaia di migliaia di berlinesi residenti nei quartieri Ovest fra Spandau e Potsdam.

Segue la spiegazione dei vigili del fuoco, ancora più inquietante: «Sta bruciando un edificio che contiene sostanze chimiche tra cui acido solforico e cianuro di rame».

Nel cielo, visibile ormai in tutta la città, si allunga la gigantesca nube nera prodotta dall’incendio che non ha investito un normale «edificio» bensì la più nevralgica fabbrica di armi della Germania che corrisponde anche allo stabilimento oggi più importante per l’Ucraina.

Ad andare a fuoco nel rione Sud-Ovest di Lichterfelde, al confine con il Brandeburgo, sono nientemeno che i mega-capannoni del costruttore d’armi Diehl, produttore dei sofisticati sistemi di difesa aerea made in Germany tra cui il celebre Iris-T.

Sul posto a sirene spiegate oltre 190 mezzi dei vigili del fuoco, comprese le autopompe del vicino aeroporto internazionale Willy Brandt allertate dopo che nelle prime cinque ore di operazioni non è stato possibile spegnere le fiamme.

«Andremo avanti tutta la notte» confermano i pompieri mentre il furgone rilevatore di fumi tossici continua a battere le principali arterie e la municipalizzata dei trasporti devia le linee di metro e bus il più lontano possibile.

Nell’aria, insieme ai fumi nocivi, rimane sospesa la domanda politicamente non meno tossica, obbligata allo luce dello scenario di guerra come minimo contemporaneo all’incidente. Si tratta di un sabotaggio dei russi?

«Al momento non possiamo stabilire alcuna causa per l’incendio», taglia corto la nota ufficiale, guardandosi bene dal menzionare le decine di agenti dei servizi di intelligence tra cui spiccano il Bnd estero e il servizio militare Mad già al lavoro per vagliare l’ipotesi che fa tremare i polsi al ministro della Difesa Boris Pistorius quanto allo stato maggiore dell’esercito ucraino mai così appeso all’invio di missili anti-aerei.

L’unico dato incontrovertibile per adesso è che lo stabilimento Diehl di Berlino è distrutto. Nell’impossibilità tecnica di spegnere il rogo, i vigili del fuoco hanno lasciato bruciare i quattro piani della fabbrica fino al crollo delle strutture portanti.

Danno da milioni di euro per il costruttore di armamenti ma anche devastante colpo all’immagine del governo, in particolare del cancelliere Olaf Scholz il cui volto spicca nei cartelloni Spd per le Europee affissi in questi giorni (anche) nei quartieri avvolti dalla nube tossica con lo slogan: «Pace in sicurezza».

La rassicurante promessa sembra collimare assai poco con il report di Adrian Wentzel, portavoce dei vigili del fuoco di Berlino, indicante il rischio che ieri l’incendio abbia potuto formare «una nuvola di acido cianidrico», come del resto dimostrano le speciali tute produttive fatte indossare ai pompieri fin da subito.

In buona sostanza, al di là dell’eventuale dolo e dei danni materiali, il rogo della fabbrica del produttore dei missili Iris-T è comunque destinato a impattare sull’opinione pubblica tedesca già poco entusiasta del doppio record fatto registrare dal Paese divenuto ormai il primo partner di Kiev in Europa sia sotto il profilo economico che militare.

«Ringrazio la Germania per le nuove forniture, tra cui lo scudo aereo che salverà molte vite» diceva il presidente ucraino Volodymyr Zelensky appena tre mesi fa, salutando così l’imminente arrivo dei missili Diehl.

Fonte

28/08/2023

La linea del fuoco \ 1

Da più di quattro mesi il Canada brucia, ininterrottamente.

Bruciano i territori del sud, nella British Columbia, dove le fiamme divampano dentro e intorno alla città di Kelowna, un’area metropolitana di 200.000 abitanti (1).

Bruciano i Territori del Nord-Ovest, dove le grandi distese forestali che circondano il Great Slave Lake sono inghiottite da oltre 230 incendi (2).

Bruciano le province dello Yukon, Alberta, Saskatchewan, Manitoba, Ontario, Quebec.

Per l’intero Paese il 2023 emerge come l’annata peggiore per gli incendi degli ultimi 40 anni, con 14 milioni di ettari bruciati dall’inizio di aprile al 20 agosto (3), decine di migliaia di sfollati in tutto il paese e dense coltri di fumo nocivo che hanno avvelenato l’aria e oscurato il sole da Toronto ad Ottawa a New York (4).

Sicuramente alla base del disastro ci sono le condizioni di aridità e di calore in quelli che sono stati i mesi di giugno e luglio più caldi della storia del pianeta (dal 1850 in poi) (5).

Ma in Canada, come nel resto del mondo, la crescita delle temperature medie annuali non è una questione contingente.

Il Dipartimento federale per l’ambiente e le risorse naturali ne stima l’aumento ad 1,9 °C (6) tra il 1948 e il 2022, fatto ancor più preoccupante tenendo conto che gran parte del Paese si estende su regioni subartiche.

La terra e la vegetazione hanno subito l’aumento delle temperature anno dopo anno, con l’aumento delle fitopatologie e dei parassiti, a cui va addebitata, solo nel 2020, la distruzione di quasi 18 milioni di ettari di foreste, che hanno lasciato sul terreno più combustibile per gli incendi.

Sono aumentate nel tempo le precipitazioni annuali, ma si alternano alluvioni con periodi siccitosi, in territori che storicamente non ne soffrivano.

Dal marzo 2023 vaste zone del paese hanno subito una grave siccità, con condizioni meteorologiche “senza precedenti” (7), dove l’arsura e il vento caldo hanno creato i presupposti ottimali per il fuoco.

“La Canadian Wildland Fire Strategy avverte che le cose rischiano di peggiorare. “Si prevede che gli incendi boschivi causati da fulmini e umani aumenteranno del 18% entro il 2050 e del 50% entro il 2100”, avverte. “La crescita dell’interfaccia selvaggia-urbana, l’espansione dello sviluppo industriale e i conseguenti risultati del cambiamento climatico sono fattori aggravanti di questa proiezione” (8).

Aggravanti che il governo canadese non cessa di peggiorare, fornendo un apporto consistente al riscaldamento globale a colpi di fracking, estrazione dalle sabbie bituminose, costruzione di gasdotti e impianti per il GNL.

Un vero autogol visto che, come spiega uno studio dell’Union of Concerned Scientists, gran parte degli incendi canadesi può essere ricondotta alle emissioni di carbonio delle imprese dei combustibili fossili (9).

Le previsioni della Canadian Wildland Fire Strategy rimandano ad una domanda: come si spiega, a fronte di queste prospettive funesta, lo smantellamento delle strutture preposte alla prevenzione incendi e gestione dell’emergenza?

Quest’anno la lunga stagione del fuoco è iniziata nella British Columbia, a cavallo tra la prima e la seconda metà di aprile, per poi estendersi alle province confinanti dell’Alberta e del Saskatchewan.

Ai primi di maggio nella provincia dell’Alberta più di 100 incendi sono divampati in pochi giorni nella foresta boreale. Le vedette delle torri antincendio li hanno avvistati e osservati impotenti, perché all’Alberta Wildfire – l’unità di prevenzione degli incendi boschivi e di gestione dell’emergenza – mancavano uomini e mezzi.

Un risultato annunciato da tempo, visto che è dal 2019 che il governo della provincia guidato dal Partito Conservatore Unito (UCP) si adopera per smantellare e definanziare l’organizzazione del Vigili del Fuoco dell’Alberta, distruggendo quella che era un’eccellenza a livello nazionale e internazionale.
“Poco dopo essere stato eletto in carica nel 2019, il governo UCP ha chiuso 26 torri antincendio attive in tutta l’Alberta, oltre un quinto della copertura di rilevamento nella provincia. Le vedette sono responsabili di un raggio di 40 chilometri di foresta. Il rilevamento precoce e l’indagine degli incendi boschivi consentono ai vigili del fuoco di mettere in atto piani di soppressione prima che gli incendi si trasformino in catastrofi su larga scala...

Secondo una vedetta, anche le pattuglie aeree per rilevare incendi boschivi che bruciano fuori controllo sono meno frequenti...

Nel novembre 2019, l’UCP ha tagliato i finanziamenti per il Rappel Attack Program (RAP), un programma antincendio in Alberta che ha funzionato per quasi quarant’anni, addestrando le squadre a scendere in corda doppia dagli elicotteri in luoghi inaccessibili per combattere gli incendi.

Nel 2021, ulteriori tagli all’Alberta Wildfire hanno costretto i funzionari a licenziare personale permanente a livello distrettuale, compresi i ranger antincendio e gli addetti alle informazioni, che erano responsabili dell’educazione e dell’informazione delle comunità regionali sui rischi e le minacce degli incendi”. (10)
Nel 2022 l’Alberta Wildfire ha subito un taglio del 10% del personale stagionale, con la riduzione dei periodi di assunzione. L’aumento della precarietà, in aggiunta alla mancanza di copertura pensionistica e per malattia, ha provocato un esodo di vigili del fuoco esperti, rendendo le squadre antincendio più deboli in termini di efficacia e più vulnerabili per la propria sicurezza.

Allo stesso modo, il governo della Provincia dell’Ontario, anch’esso a guida UCP, ha tagliato nel 2019 il 67% dei fondi di emergenza per la lotta agli incendi boschivi (11).

Nel maggio scorso le fiamme hanno cominciato a dilagare anche nella provincia del Saskatchewan. Colpite le foreste boreali attorno al Kazan Lake, compresa la zona della Sakitawak Conservation Area, un’area indigena protetta in via di costituzione.

Le foreste del Saskatchewan sono capaci di immagazzinare 839 milioni di tonnellate di carbonio, ospitano specie minacciate di estinzione come i caribù dei boschi ed i pivieri, oltre agli aironi azzurri, alci e orsi. Sono il cuore della cultura nativa, della sua medicina, del cibo e del rifugio.

Gli abitanti dell’Île-à-la-Crosse le hanno viste bruciare per cinque giorni, prima che la Provincia – guidata da un’amministrazione di centro destra – si degnasse di intervenire.

A Île-à-la-Crosse, gli addetti antincendio erano pronti da subito, ma gli hanno detto di non muoversi perché il fuoco era al di fuori della zona di rischio.

Di conseguenza, un incendio che il 15 maggio copriva 25.000 ettari, un mese dopo ne stava devastando 186.000. Interpellata in merito dalla rivista The Narwhal, l’Agenzia per la sicurezza pubblica del Saskatchewan si è giustificata così:

“Le foreste, comprese quelle protette o conservate, hanno una priorità inferiore rispetto al legname commerciale nella gestione della risposta agli incendi della provincia… Inoltre, viene preso in considerazione il fatto di consentire agli incendi boschivi di svolgere il loro ruolo naturale e benefico sul paesaggio, anche quando si reagisce agli incendi che colpiscono le aree protette“.(12)

Come si evince dal sito del Dipartimento federale delle risorse naturali, si tratta di un orientamento generale: “le aree ad alta priorità per la protezione includono aree residenziali, foreste commerciali di alto valore e siti ricreativi. I siti a bassa priorità sono generalmente parchi naturali e foreste remote di valore economico limitato, sebbene la protezione di habitat rari, aree culturalmente significative e valori simili influenzerà le decisioni di soppressione [degli incendi]”. (13)

Una scelta politica legata a doppio filo con una gestione del territorio che pone esplicitamente lo sfruttamento del legname al di sopra della tutela dei territori naturali.

“Decenni di silvicoltura e gestione forestale hanno alterato i cicli naturali e la crescita naturale. Un’analisi dei dati annuali del governo federale mostra che oltre 930.000 ettari di foresta sono stati tagliati in media all’anno in Canada tra il 1990 e il 2020, poco più di 1,5 volte della [superficie della] Greater Toronto Area... Il valore commerciale degli alberi per il legname ha cambiato le priorità”. (14)

Oltre alla diversa importanza assegnata alla protezione dal fuoco del legname commerciale, la politica del taglio comporta conseguenze sulla maggiore vulnerabilità agli incendi.

“I sostenitori del disboscamento, sostengono che la pratica mira a imitare la spazzata di un incendio, ripulendo la terra per aiutarla a ringiovanire, ma quelle pratiche non raggiungono necessariamente i loro scopi ... Una ricerca ha suggerito che le aree disboscate della foresta boreale sono più suscettibili agli incendi nel decennio successivo al taglio, rispetto alle aree bruciate”. (15)

La riflessione che si può trarre davanti a questo ennesimo disastro epocale è che, ancora una volta, nel fronteggiare una delle varie e gravi emergenze create dall’impatto sul clima del capitalismo fossile, la risposta alla crisi è minata alla base dalle politiche neoliberiste di smantellamento delle utilità pubbliche e dalla gestione estrattiva dei territori.

Sulla linea del fuoco il nemico principale non è detto che sia l’incendio, e non solamente in Canada.

(1. Continua)

Note (consigliabile la visione dei video):

(1) Canada wildfires: At least 30,000 households in British Columbia told to evacuate, BBC, 20 agosto 2023.

(2) Karan Saxena, A glance up North, engulfed in flames, The Narwhal, 17 agosto 2023.

(3) Canadian Interagency Forest Fire Centre, Fire Statistics.

(4) Elaine Anselmi, Where there is smoke but not fire: why southern Ontario has the worst air quality in Canada this week, The Narwhal, 7 giugno 2023.

(5) Il 3 luglio è stato il giorno più caldo del mondo dall’inizio delle registrazioni delle temperature (VIDEO), greenreport, 5 luglio 2023.

«Luglio 2023 è il mese più caldo di sempre»: il “bicchiere” della Nasa per mostrare il riscaldamento del pianeta – Il video, OPEN, 16 agosto 2023.

(6) Government of Canada, Environment and Natural Resources Department, Temperature change in Canada.

(7) Rachel Ramirez, Canada’s wildfire season is off to an ‘unprecedented’ start. Here’s what it could mean for the US, CNN, 10 giugno 2023.

(8) Drew Anderson, What causes wildfires? Lightning, people, climate change … and obsessively putting them out, The Narwhal, 27 giugno 2023.

(9) Union of Concerned Scientists, I combustibili fossili dietro gli incendi delle foreste. Quantificare il contributo dei principali produttori di carbonio all’aumento del rischio di incendi boschivi nel Nord America occidentale, Ecor.Network, 10 giugno 2023.

(10) Trina Moyles, ‘We are a skeleton crew out here’: UCP cuts led to disastrous Alberta wildfire situation, The Narwhal, 10 maggio 2023.

(11) Drew Anderson and Fatima Syed , It isn’t arson: untangling climate misinformation around Canada’s raging wildfires, The Narwhal, 14 giugno 2023.

(12) Michelle Cyca, ‘Why didn’t they stop this fire?’ Métis community reeling after planned protected area goes up in flames, The Narwhal, 13 giugno 2023.

(13) Government of Canada, Environment and Natural Resources Department, Fire-management.

(14) Drew Anderson, op. cit.

(15) Ibidem.

Fonte

28/07/2023

Valori rovesciati

Quando l’Italia subisce incendi, cicloni, crolli, pandemie, quando la natura violata presenta i conti per le azioni sbagliate, omesse, criminali, del sistema guidato dal profitto capitalista, ecco che tocca a loro.

Infermieri, medici, operai, insegnanti, commessi, impiegati, donne e uomini che lavorano nel normale disinteresse pubblico, diventano indispensabili, dalle corsie, alle strade, alle case di riposo, ai supermercati, alle scuole, agli uffici.

E alla fine tocca la massima fatica ai vigili del fuoco, che ora in Sicilia si devono accasciare stremati dalla lotta contro gli incendi.

In questi momenti il palazzo ed i suoi mass media chiamano ‘eroi’ questi lavoratori.

Poi finita l’emergenza, e in attesa di un’altra, questi eroi vengono derubricati a ‘servizio da ridurre’ perché non ci sono i soldi. Che si trovano sempre per le armi e le opere inutili.

E tutti coloro che si sacrificano per far funzionare, rendere dignitose, salvare le nostre vite, ridiventano lavoratori sottopagati e con sempre meno diritti.

Durante i disastri scopriamo il valore vero dei lavori, poi nella cosiddetta normalità questi valori vengono completamente rovesciati.

Ai vertici dei redditi sta la casta politica burocratica manageriale, che nelle crisi scompare, quando non fa danni. E dietro e sopra la casta i ricchi ed i super ricchi, che in pochi minuti incassano quello che un vigile del fuoco prende in un anno.

E poi ci sono i pifferai ideologici che esaltano questa società a rovescio. Come Tito Boeri, che si scandalizza se una badante dovesse prendere 9 euro all’ora, ma tace sulla sproporzione tra quello che incassa lui e chi fa un lavoro oggi indispensabile.

Un abbraccio ai vigili del fuoco e a tutti i lavoratori che salvano dai disastri una società dai valori rovesciati, che deve essere rovesciata.

Fonte

03/07/2023

I combustibili fossili dietro gli incendi delle foreste nord americane

È da due mesi che il Canada brucia, dall’Alberta al Quebec alla British Columbia, come effetto collaterale delle temperature elevate e della siccità. Centinaia di incendi stanno ancora distruggendo migliaia di km2 di foreste, costringendo 100.000 persone a lasciare le loro case, sterminando migliaia di animali, producendo una coltre di fumo che attraversa 4.000 km arrivando a soffocare New York (dati al 6 giugno 2023).

Davanti all’evidenza del disastro il presidente canadese Justin Trudeau ha promesso di impegnarsi ad affrontare il cambiamento climatico. Peccato che il Canada, anche sotto la sua guida, abbia dato un apporto consistente al riscaldamento globale a colpi di fracking, estrazione dalle sabbie bituminose, costruzione di gasdotti e impianti per il GNL.

Un vero autogol, visto che gran parte degli incendi canadesi può essere ricondotta alle emissioni di carbonio delle imprese dei combustibili fossili.

Uno studio peer-reviewed dell’Union of Concerned Scientists ha rilevato che 19,8 milioni di acri di terreni forestali bruciati – il 37% della superficie totale bruciata dagli incendi boschivi nell’ovest degli Stati Uniti e nel Canada sud-occidentale dal 1986 – possono essere attribuiti alle emissioni di gas serra prodotte dagli 88 maggiori produttori di combustibili fossili e di cemento del mondo.

L’indagine mette in correlazione l’aumento delle aree forestali bruciate con quello del deficit di tensione di vapore (VPD), una misura della potenza di essiccazione dell’atmosfera che è significativamente influenzata dal cambiamento climatico causato dall’uso dei combustibili fossili.

Riportiamo di seguito l’incipit della ricerca, scaricabile integralmente qui.

Ecor.Network

Quantificare il contributo dei principali produttori di carbonio all’aumento del rischio di incendi boschivi nel Nord America occidentale

di Union of Concerned Scientists

Il cambiamento climatico sta contribuendo ad aumentare le dimensioni, la gravità e il costo degli incendi in tutta l’America nordoccidentale, e le comunità, i politici e gli esperti legali si chiedono di chi sia la responsabilità. Una ricerca condotta dalla Union of Concerned Scientists ha scoperto che quasi 19,8 milioni di acri di area forestale bruciata dagli incendi in tutta l’America nordoccidentale dal 1986 – un’area equivalente allo Stato del Maine – è attribuibile alle emissioni di gas serra riconducibili ad 88 dei più grandi produttori di combustibili fossili e produttori di cemento del mondo. Le emissioni di queste società hanno inoltre contribuito a quasi la metà dell’aumento osservato delle condizioni di pericolo di incendio in tutta la regione dal 1901. Questi risultati possono contribuire alla discussione sulla responsabilità delle grandi imprese per gli impatti climatici passati, presenti e futuri.

Le comunità, le culture e gli ecosistemi degli Stati Uniti occidentali e del Canada sud-occidentale si sono evoluti a fianco degli incendi per migliaia di anni.

Negli ultimi decenni, tuttavia, il cambiamento climatico ha alterato il carattere degli incendi boschivi. Ci sono molti modi per misurare il tributo crescente che questi incendi estremi stanno assumendo in tutta la regione: morti umane, case ridotte in cenere, città cancellate, ettari bruciati, giorni di fumo e aria soffocante, e dollari spesi per prepararsi agli incendi, per spegnerli e per la ricostruzione conseguente.

La questione su chi sia il responsabile del cambiamento climatico e dei suoi impatti viene attivamente esplorata sia in ambito scientifico che giuridico, seguendo la stessa linea delle discussioni sulla responsabilità delle imprese per altri prodotti dannosi. Mentre gli Stati e gli individui si assumono una certa responsabilità, le imprese sono state storicamente ritenute responsabili per almeno alcuni dei danni causati dai loro prodotti, come l’amianto e il tabacco. Analogamente, le imprese, in particolare quelle dei combustibili fossili, possono e devono essere ritenute responsabili dei danni causati al clima.

Già nel 1965, le principali imprese dei combustibili fossili e le loro associazioni industriali erano consapevoli che l’uso di combustibili fossili avrebbe influenzato negativamente il clima della Terra (Franta 2018). Tuttavia, piuttosto che cambiare i loro modelli di business o avvertire i politici e il pubblico, per decenni queste imprese hanno condotto campagne di disinformazione e inganno sulle cause e sulla scienza del cambiamento climatico, mentre usavano il loro peso finanziario per bloccare qualsiasi azione climatica significativa.

Questa analisi dell’Union of Concerned Scientists (UCS) attribuisce una parte degli aumenti delle condizioni del pericolo di incendio e dell’area delle foreste bruciate nell’ovest degli Stati Uniti e nel Canada sud-occidentale (qui indicati come America nordoccidentale) alle 88 maggiori società mondiali dei combustibili fossili, tra cui ExxonMobil, BP, Chevron e Shell – e ai produttori di cemento.

L’analisi rileva che il 37% dell’area forestale bruciata complessiva nell’America nordoccidentale dal 1986 può essere collegato alle emissioni di carbonio prodotti da queste imprese. Inoltre, il 48% dell’aumento delle condizioni di pericolo di incendio nella regione dal 1901, in particolare il disseccamento della terra e della vegetazione, può essere fatta risalire alle emissioni di carbonio prodotte da queste imprese. Mentre le comunità negli Stati Uniti e in tutto il mondo si rivolgono sempre più ai tribunali per giudicare la responsabilità delle imprese dei combustibili fossili per i danni che erano previsti e prevenibili, questa analisi evidenzia e sottolinea la responsabilità di queste imprese per gli impatti e i costi del cambiamento climatico.

Gli incendi forestali nell’America nordoccidentale

Nel corso degli ultimi decenni, quasi tutti gli aspetti degli incendi boschivi sono peggiorati nelle foreste dell’America nordoccidentale. Gli incendi boschivi stanno bruciando aree più grandi, più gravemente, ad altitudini più elevate, e durante una stagione degli incendi più lunga. Storicamente, incendi di bassa e media gravità, innescati da fulmini o appiccati con cura e intenzionalmente dalle popolazioni locali, si sono verificati frequentemente e hanno modellato l’ecologia di queste foreste (Hill et al. 2023). Tuttavia, più di un secolo di repressione aggressiva e diffusa degli incendi ha portato ad un accumulo di vegetazione che normalmente avrebbe bruciato in quegli incendi controllati a periodicità regolare. Allo stesso tempo, lo sviluppo umano in aree a rischio di incendio ha aumentato il numero di incendi accidentali causati dall’uomo e ha posto più persone e proprietà in aree di pericolo (Syphard et al. 2017). Data questa confluenza di fattori, anche i costi federali di estinzione degli incendi sono saliti alle stelle, superando i 4 miliardi di dollari negli Stati Uniti nel 2021 e più che raddoppiando in Canada dal 1985 (NIFC 2022; NRC 2021).

Il cambiamento climatico sta causando condizioni ambientali più calde e secche che stanno anche alimentando questi incendi sempre più grandi e gravi. In particolare, il deficit di tensione di vapore (VPD), una misura della “sete” atmosferica, è emerso come una modalità chiave per monitorare come il cambiamento climatico stia amplificando gli incendi a causa del suo ruolo nella regolazione della dinamica dell’acqua negli ecosistemi e, insieme all’aumento delle temperature, contribuendo ad aumentare la siccità. Dalla metà degli anni ’80, questi aumenti dell’aridità hanno contribuito a quasi un raddoppio dell’area bruciata dagli incendi boschivi nell’America nordoccidentale (Abatzoglou e Williams 2016), mentre la durata della stagione degli incendi è aumentata di quasi due mesi (Westerling 2016; Westerling et al. 2006).

Gli incendi hanno un profondo impatto sulla salute e sul benessere delle persone, delle comunità e degli ecosistemi. In un’annata media, decine di civili e vigili del fuoco perdono la loro vita o mezzi di sussistenza in incendi boschivi in tutta l’America nordoccidentale, e milioni di altri soffrono impatti indiretti sulla salute per la qualità dell’aria dannosa e l’inquinamento da fumo (Haynes et al. 2020; Childs et al. 2022). Case, scuole e infrastrutture vanno perdute a causa degli incendi e per gli smottamenti che possono verificarsi dopo gli incendi, quando la pioggia cade su terreni bruciati che hanno perso l’effetto stabilizzante delle radici e diventano più repellenti per l’acqua. Gli incendi possono anche compromettere la qualità dell’acqua, rendendo ancora più difficile per le persone accedere all’acqua pulita nelle zone colpite dalla siccità e nelle comunità rurali e svantaggiate (Phillips e Dahl 2022). Come per molti altri impatti climatici, il razzismo di lunga data e l’emarginazione aggravano i rischi di incendio e i rischi per la salute per gli individui e le famiglie con bassi redditi.

Risultati

L’Union of Concerned Scientists (UCS) ha utilizzato una combinazione di dati e modelli per determinare quanto le emissioni di carbonio associate con gli 88 principali produttori di carbonio (di seguito, il “grande 88”) abbiano storicamente contribuito ad aumentare il deficit di tensione di vapore (VPD) e l’area forestale bruciata in tutta la parte occidentale degli Stati Uniti e nel sud-ovest del Canada.

La modellazione UCS mostra che le emissioni legate ai grandi 88 sono responsabili dell’aumento della temperatura media globale di 0,5° C dall’inizio del XX secolo, che è quasi la metà del riscaldamento totale osservato da quel momento.

L’aumento totale della temperatura media globale ha contribuito a un aumento dell’11 % del deficit di tensione di vapore in tutta l’America nordoccidentale nello stesso periodo di tempo.

A sua volta, l’aumento del deficit di tensione di vapore ha permesso un forte aumento della zona forestale che ha bruciato in tutta la regione dalla metà degli anni ‘80. I dati basati sull’osservazione mostrano che il 57% dell’aumento osservato del deficit di tensione di vapore dal 1901 è attribuibile alle emissioni riconducibili ai grandi 88.

In tutta l’America nordoccidentale, l’area bruciata dagli incendi boschivi aumenta esponenzialmente con l’aumento del deficit di tensione di vapore, il che significa che cambiamenti relativamente piccoli nel deficit di tensione di vapore provocano grandi cambiamenti nell’area boschiva bruciata.

L’aumento osservato nel deficit di tensione di vapore ha permesso un forte aumento della zona forestale che ha bruciato in tutta la regione dalla metà degli anni '80.

Dal 1986 (1) 53 milioni di acri di superficie forestale hanno bruciato complessivamente in tutta l’America nordoccidentale [parallelamente] all’aumento del deficit di tensione di vapore.

Senza le emissioni legate al grande 88, l’aumento del deficit di tensione di vapore sarebbe stato molto più piccolo, e sarebbero bruciati [solo] 33,3 milioni di acri. Ciò significa che il 37 % dell’area forestale bruciata complessivamente dal 1986 al 2021 è attribuibile alle emissioni dei grandi 88, e rappresenta quasi 19,8 milioni di acri, un’area approssimativamente delle dimensioni del Maine.

Implicazioni

Le minacce dirette derivanti dai incendi boschivi sono impressionanti: persone e animali in fuga dalle fiamme, vigili del fuoco che si precipitano a combattere le fiamme e case, edifici e alberi ridotti in paesaggi anneriti. Nella sola California, tra il 2017 e il 2021, gli incendi hanno ucciso 186 persone, distrutto più di 51.000 strutture e causato danni superiori a 21 miliardi di dollari (CalFire 2022; Wang et al. 2021). Gli incendi possono spostare intere comunità, come quella di Paradise, California, durante il Camp Fire nel 2018, e quella di Malden, Washington, durante il Cold Springs Fire nel 2020. Data la mancanza di abitazioni a prezzi accessibili in tutta la regione, molti affrontano difficoltà nel decidere dove andare dopo aver perso tutto. Gli incendi producono anche inquinamento atmosferico: particolato che può danneggiare la salute umana, in particolare tra le popolazioni vulnerabili come lavoratori all’aperto, bambini e donne incinte (Heft-Neal et al. 2022; Chen et al. 2021; Haikerwal et al. 2016). L’inquinamento da fumo può infiltrarsi nelle case, rendendo difficile evitare i rischi anche rimanendo al chiuso. L’acquisto di maschere e purificatori d’aria di alta qualità è un onere economico, il che significa che le famiglie a basso reddito sperimentano questi rischi in modo sproporzionato (Burke et al. 2022).

Nota

(1) Stime coerenti e affidabili sulle aree bruciate nell’America nordoccidentale sono disponibili solo a partire dal 1986.

Fonte

04/09/2021

I poveri ricchi del grattacielo di Milano

8.000 euro a metro quadrato.

700-800 mila euro per ognuno di quegli appartamenti andati in fumo nel grattacielo vip di Milano.

Le disgrazie capitano anche ai ricchi soprattutto quando sono poco previdenti e poco attenti al valore del proprio denaro sicuramente non guadagnato con sudore e fatica.

Perché con sudore e fatica (statisticamente) non si guadagna tanto.

E di quegli appartamenti un pensionato come me che ha lavorato, lo ammetto, poco e male appena trent’anni, se ne potrebbe permettere qualche decina di centimetri quadrati.

Quanto basta per starci sull’attenti evitando di gesticolare per non invadere la proprietà altrui.

La tv, nel suo appuntamento quotidiano in cui ci racconta di bimbe scomparse e di cronache di ordinaria violenza familiare, apre un siparietto sulla loro “disperata” situazione.

Di giorni vivono in albergo, poveracci, un albergo a quattro stelle intendiamoci mica un alberghetto di periferia, “a loro spese”.

E un albergo non ti da il calore che ti da la casa.

E nemmeno la domestica personalizzata che probabilmente è stata la prima, ingrata, a scappare via.

Un signore dal look impeccabile che pare appena uscito dalla sua seconda casa (o la terza?) e non da un incendio disastroso, si domanda ... che fanno le istituzioni?

Ci lasciano soli?

E che volete che facciano le istituzioni, che vi rimettano in piedi il vostro piccolo “paradiso” e vi rimborsino i “vostri” soldi che siete stati così coglioni da mettere nelle mani di “imprenditori” più furbi di voi?

Le istituzioni stanno ancora pensando a come sistemare i figli e i nipoti dei baraccati del terremoto di Messina del 1908 (!!).

Mettetevi in coda.

Una tenda in un’area abbandonata di periferia ve la trovano di certo.

Bisogna accontentarsi e fare di necessità virtù.

Non mi dite che con tutti i soldi che vi ritrovate non vi è rimasto nulla per una pensioncina alla mano o per un monolocale con angolo cottura vicino alla fermata della Metro?

Il panorama non sarà granché e anche il vicinato lascerà a desiderare, ma sapete quanta gente ci passa l’intera vita?

È vero che va di moda “chiagnere e fottere” ma forse in certi casi è più utile starsene zitti.

Lo dico per voi.

Perché poi magari qualcuno vi riconosce mentre entrate da Cracco e gli viene una gran voglia di menarvi.

Fonte

01/09/2021

Milano, la città “cool” dei grattacieli che bruciano

La notizia del grattacielo in fiamme di via Antonini ha fatto il giro dell’intero paese e sta sollevando più di qualche dubbio sui materiali utilizzati, sulle misure di sicurezza, sulle regole costruttive e così via.

Al di là dei tecnicismi, penso che ci siano alcune domande rimosse dal dibattito pubblico ma di grande importanza: se questo è il livello di sicurezza del lusso di cui tanto Milano si fa vanto, quale può essere la condizione delle abitazioni dei quartieri popolari ad altissima densità come le nostre periferie?

Nella morsa fra privati che per massimizzare i profitti lesinano sulla sicurezza, sui materiali e spesso violano anche quelle (evidentemente) scarse regole che vengono poste dalle normative e un pubblico che ha smesso di investire e curare il proprio patrimonio considerato come un “costo” inutile di cui liberarsi, crediamo sia lecito sospettare che il problema sia ben più grave e generale e probabilmente che la Torre del Moro sia solo la punta di un iceberg.

La narrazione imperante e portata avanti anche dall’amministrazione Sala di un mercato immobiliare milanese all’avanguardia, uno dei grandi motori della città attrattiva e in costante rinnovamento, ha evidentemente del tossico.

I parametri con cui si è costruita questa favola sono infatti quelli del profitto, della speculazione e della rendita. E ciò avviene senza alcun riguardo per la tutela del diritto ad avere un’abitazione dignitosa e abbordabile con il proprio reddito, impedito anche da prezzi esorbitanti come gli 8000€ mq della torre-torcia che gonfiano a dismisura il prezzo generale degli affitti di “libero mercato”; figurarsi poi la vivibilità dei quartieri, se addirittura si arriva a mettere tranquillamente a repentaglio la vita delle persone come in questo caso.

È inaccettabile che le regole vengano costruite per lasciare la massima libertà agli speculatori privati; è inaccettabile che il pubblico non sia garante della sicurezza, della pianificazione territoriale così come dei prezzi e del diritto alla casa.

Quella di via Antonini non è una fatalità ma è il profitto contro la salute e la vita, citando il nostro Giorgio Cremaschi.

Fonte

14/08/2021

I Canadair antincendio sono pubblici o privati?

In questa estate di incendi devastanti, soprattutto nel Sud dell’Italia, è stato sollevato il problema di chi gestisca la flotta degli aerei antincendio che vediamo scaricare tonnellate d’acqua sui fuochi che dilagano nel paese.

Secondo alcune fonti i Canadair sarebbero gestiti da privati che intervengono su richiesta delle autorità pubbliche (Regioni, Protezione Civile etc.). Il fatto che vengano pagati in base agli interventi ha sollevato il dubbio, quasi automatico, che: più incendi, più interventi, più soldi.

Secondo altre fonti questa storia della flotta dei Canadair in mano ai privati sarebbe una bufala. Costoro sostengono a loro conforto che gli aerei sarebbero di proprietà della Protezione Civile come indicato nel sito stesso della Protezione Civile.

“La flotta è formata da mezzi aerei ad ala fissa o rotante. La maggior parte sono di proprietà del Dipartimento o appositamente noleggiati, altri vengono messi a disposizione dalle altre strutture operative del Servizio Nazionale e impiegati temporaneamente dal Dipartimento per la campagna Aib. Per questa stagione la flotta aerea si compone di 37 mezzi. Ai velivoli del Dipartimento (15 Canadair, quattro elicotteri S64 e dieci Fire Boss), si aggiungono altri otto elicotteri di media o grande portata (AB412, AB212, AB205, CH47) messi a disposizione da Vigili del Fuoco, Esercito Italiano, Marina Militare e Capitaneria di Porto. In totale, la flotta ha una capacità di circa 145mila litri di acqua e di liquido estinguente”.

Ma a contraddire questa versione c’è un passaggio riportato testualmente sul sito della Babcock International, la società multinazionale che, da quanto dichiara, avrebbe in gestione i 19 Canadair di proprietà della Protezione Civile: “Babcock gestisce una flotta di oltre 100 velivoli antincendio, che comprende sia elicotteri che aerei (leggeri, medi e pesanti). Inoltre, gestisce i 19 Canadair di proprietà della Protezione Civile Italiana. Grazie alla sua flotta, Babcock è in grado di svolgere una vasta gamma di missioni antincendio, tra cui lo scarico d’acqua, il trasporto di vigili del fuoco a terra, il coordinamento delle missioni e la raccolta di immagini in tempo reale da inviare ai centri di comando e di controllo”.

In realtà, anche qui siamo in presenza di una zona grigia – consueto effetto dello smantellamento della gestione pubblica – secondo cui la gestione dei servizi di spegnimento degli incendi viene eseguita prevalentemente mediante appalti di forniture rilasciate a privati ma con mezzi pubblici.

Dopo la crisi della Protezione Civile nella fase “post Bertolaso” e dopo la legge Madia del gennaio 2017 (con la quale il Corpo forestale è stato accorpato all’Arma dei Carabinieri), sulla gestione degli incendi in Italia sono cambiate parecchie cosette. Il costo dell’utilizzo dei Canadair pesa 55 milioni l’anno, a cui vanno aggiunte le ore di volo. La multinazionale Babcock offre al fine dello spegnimento degli incendi forestali italiani, appunto, i 19 Canadair, oltre a sei gruppi di 90 elicotteri e 3 aerei Cessna. Ed anche il passaggio del Corpo Forestale ai Carabinieri ha portato risultati irrisori sul piano dei costi ma pesantissimo sul piano della gestione e del controllo del territorio boschivo.

La logica che ha portato a questa situazione, è stata ovviamente quella che a Roma chiamano il “risparmio di Maria Cazzetta”. Nei ministeri si sono detti: perché spendere soldi per una flotta aerea antincendio che usiamo solo nel periodo estivo? A questo punto diamo in gestione la flotta ad un soggetto privato e utilizziamola solo nei mesi estivi quando ce n’è bisogno.

È evidente come in base a questa logica, l’ultima cosa alla quale pensano le autorità sia quella di riprendere in mano la flotta aerea anticendio o addirittura di potenziarla come sembra necessario. Ragione per cui di fronte a ondate di incendi come quella in corso (ma anche in quelli degli anni passati) non si riesce a fronteggiare l’emergenza. Hanno risparmiato magari 55 milioni, ma adesso ci sono danni per miliardi di euro. E a nessuno viene in mente che 19 aerei antincendio in un paese grande come l’Italia siano pochi?

Fonte

11/08/2021

Incendi capitali

Se Prometeo avesse previsto la piromania, forse non avrebbe mai donato il fuoco agli uomini, evitando, probabilmente, fastidiose pene ai propri organi vitali.

Mitologia a parte, da oltre 20 giorni, l’Italia brucia senza pausa. Gli incendi riguardano quasi esclusivamente il Mezzogiorno: i Vigili del fuoco sono ormai impegnati a fronteggiare centinaia di interventi quotidiani.

I danni sono incalcolabili: in Abruzzo, per esempio, buona parte della pineta dannunziana è andata in fumo; nelle ultime ore sull’Aspromonte stanno incenerendo faggi secolari; le fiamme hanno devastato anche la Sardegna, la Sicilia, la Puglia, il Molise.

Purtroppo, dal 2017, è solo in capo ai Vigili del fuoco l’attività di spegnimento degli incendi, ossia da quando la grande manovra di accorpamento del corpo forestale ai carabinieri, targata Renzi-Madia, è gradualmente entrata in vigore. Di questi roghi solo il 2% è stato provocato da cause naturali, mentre quasi il 60% è stato causato volontariamente dalla mano dell’uomo.

Piromani seriali? Talvolta. Ma anche qualche volontario in divisa, come affermano dal coordinamento antincendio boschivo dei vigili del fuoco, e, soprattutto, interessi di vario tipo.

Difficile pensare a qualcuno interessato al cambio di destinazione d’uso dell’area colpita: secondo l’articolo 10 della legge 353/2000, infatti, le zone boscate colpite dal fuoco non possono avere una destinazione diversa da quella precedente per i successivi 15 anni, anche se “è consentita la costruzione di opere pubbliche necessarie alla salvaguardia della pubblica incolumità e dell’ambiente (...), ma non la realizzazione di strutture e infrastrutture finalizzate ad insediamenti civici e attività produttive”.

Le ammende previste dalla legge erano calcolate ancora in lire. Ad ogni modo, niente fotovoltaico in sostituzione degli alberi distrutti. È molto più plausibile, quasi scontato, che dietro ci sia la mano delle mafie, come si evince anche dal rapporto annuale Ecomafie di Legambiente.

Già l’anno scorso, comunque, oltre il 60% dei reati di incendio di aree boschive si sono registrati nel sud Italia. Necessario risulta il lavoro di prevenzione con il coordinamento degli enti preposti: pattugliamento dei boschi, controllo delle aree, maggiormente le più esposte, la pulizia, il ripristino e il potenziamento dei cosiddetti ‘tagliafuoco’, ovvero di quei sentieri, magari già esistenti. Ma questa è un’altra storia.

Quanto costa spegnere un incendio boschivo? Per un’ora di volo di un Canadair si possono impegnare circa 5.000 euro; gli elicotteri, invece, variano dai 2.000 dell’AIB (Anti Incendio Boschivo) ai 10.000 del potentissimo Erikson.

In tale flotta, tra le più grandi esistenti, i Canadair attivi sono 19 e 12 gli elicotteri, dislocati su 14 basi in altrettante regioni: si calcola che solo la gestione complessiva dei Canadair ha avuto un costo annuo per lo Stato di 55 milioni, almeno secondo i dati forniti fino al 2017.

Tenendo conto anche del consistente numero di ore di volo e delle spese annesse, un incendio può ‘bruciare’ anche 100mila euro al giorno. Migliaia e migliaia di ore per milioni di euro. Al netto dei costi ambientali seguenti e dei danni alla natura, per i quali ci vorrebbe un reportage ad hoc.

Ma chi gestisce quei Canadair e quelle entrate?

Da quello sciagurato 2017, nemmeno tanto lentamente, si sono inseriti i privati. Si tratta di 7 aziende, di cui 6 italiane e una multinazionale britannica, la Babcock, operante in Europa, Canada, Sudafrica, Australia e Oman. Corporation quotata al London stock Exchange, è il secondo fornitore del ministero della difesa del Regno Unito, e oltre a supportare progetti dei sottomarini di Spagna e Corea del Sud, questa multinazionale focalizza la propria strategia anche sul mercato del nucleare civile.

La Babcock ha in gestione i 19 Canadair, mentre le 6 aziende italiane si occupano degli elicotteri. Tra esse ci sono la piemontese Heliwest, fondata dai fratelli Pierdomenico e Giuliano Lastone (di proprietà delle figlie), che tra le sue attività annovera trasporto passeggeri, trasporto carichi esterni, osservazioni, controlli avvistamenti, riprese foto-cinematografiche, trattamenti aeragricoli. Tuttavia, lo spegnimento degli incendi è il core business della società, come si evince dalla presentazione nel sito ufficiale.

Piemontese è l’Airgreen, che si occupa anche delle attività di ricerca e rilevamento di possibili presenze di idrocarburi nel sottosuolo, sia on-shore, sia off-shore. La società, che stupisce per il proprio capitale sociale di 10.400 euro, è nata nel 1986, ma è solo dal 2000 che si occupa di spegnimento incendi. Vanta contratti pluriennali con le Regioni Piemonte e Sardegna ed è unico offerente nei bandi del 2009 e 2014 della Valle d’Aosta.

Altra società attiva nello spegnimento degli incendi è la Star Work Sky S.a.s di Giovanni Subrero, con sede in provincia di Alessandria, che non effettua voli panoramici in nessuna regione del sud Italia.

Ancora piemontese è l’Eliossola che si occupa anche di montaggi civili e industriali, e di costruzione e manutenzione degli impianti idroelettrici. L’amministratore unico della società è Massimo Caccini.

Il bando del 2015, indetto dalla Regione Friuli è andato prima deserto e, poi, è stato aggiudicato dalla Elifriulia, che giocava in casa. Attualmente gestita da Annamaria Coloatto, è l’operatore elicotteristico più longevo d’Italia, con un fatturato di 8 milioni di euro: nel 1971, quando venne fondata dal padre Luigi, si occupava dello spargimento delle sostanze chimiche in campo agricolo. Un autentico filantropo sostenitore della salute pubblica, insomma. Poi, il mercato lo ha promosso nell’ambito dell’antincendio boschivo per renderla una società stabile e solida. Si capisce.

Con sede in Valtellina, invece, la Elittellina, ultima delle 6 aziende italiane che stanno spegnendo gli incendi boschivi; 550 dipendenti, fa parte di Pegasus Aero Grups, gruppo aeronautico internazionale, con diverse filiali nel mondo.

Oltre all’azienda lombarda, fanno parte del gruppo la Pegasus Aviación, con sede a Cordoba in Andalusia; P. offshore, P. south America con sede in Cile; il centro di simulazione Seilaf di Siviglia e la fondazione Sebastián Almagro Castellanos, pilota militare del periodo franchista. L’amministratore delegato della filiale italiana è Enrico Carraro. Tutte aziende del nord per incendi, sovente dolosi, da spegnere al sud.

Nel 2015, la procura di Palermo ha concluso le indagini ai danni di alcuni degli amministratori citati (tra cui Carraro, Coloatto e Pierdomenico Lastone) con il sequestro di beni equivalenti a 12 milioni di euro, per una maxitruffa, la cui vittima era l’assessorato al territorio della Regione Sicilia.

L’associazione temporanea d’impresa (ATI) con cui si riunirono e vinsero la gara d’appalto fu l’unica partecipante, con requisiti, a quanto pare, falsi. I reati contestati, difatti, riguardavano truffa ai danni dello Stato, turbativa d’asta, falso in atto pubblico, inadempimento nelle forniture, mentre il patrimonio boschivo siciliano andava in fumo.

Pochi anni dopo, a intervenire è stato l’Antitrust e l’autorità garante del mercato per un’altra faccenda. Pare che dal 2000, anno in cui praticamente i 7 gruppi si sono convertiti all’antincendio, queste società avrebbero costruito un cartello, all’interno del quale veniva scelta l’azienda che doveva aggiudicarsi l’appalto, con ribassi decisamente ridicoli: si sarebbero spariti 197 milioni di euro.

Nel 2019, la condanna in primo grado prevedeva una multa di 67 milioni di euro, dei quali 50 a carico della Babcock. Tra i 43 bandi incriminati c’è anche quello vinto dalla Babcock nel 2011 con la Protezione Civile del santo laico Bertolaso.

Tutto questo racconto serve a fare un’ulteriore valutazione dell’atteggiamento del capitalismo non solo italiano: la mano regolatrice del mercato non è così invisibile. Tutt’altro. È visibile e regola irregolarmente, senza morale. È una mano sporca che trova con furba furbizia scorciatoie, sotterfugi, in barba a qualsiasi legge, o norma di convivenza civile.

È una mano scorretta che predica enfaticamente competitività come fondamenta della vita economica e razzola pratiche arroganti ed egemoni: in Italia il cartello delle ‘aziende spegnenti’ è di fatto un monopolio.

È una mano bruciata e bruciante, in attesa di distruggere vita per tutelare i soli profitti, i propri. Tutto con capitale pubblico di base, senza rischi. Anzi, con soli benefici.

La plasticità dell’azione del capitale è qui evidente: gioca sulla drammaticità delle catastrofi occupando ogni campo libero; divora ogni bene naturale e comune. Si sostanzia finanche sulla morte delle piante e degli animali. Più brucia, più ci sono ore di attività, più crescono le azioni, più aumenta il PIL. Più profitto e meno ossigeno.

Prevenire gli incendi significherebbe guadagnare meno. E questo si aggiunge alle numerose dimostrazioni di quanto questo modello di produzione e di profitto non può essere più sostenuto dalla Terra. Il capitalismo non solo non è equo, ma non è compatibile con la vita umana.

Con un certo sadismo, il capitale ha necessità delle disgrazie, umane e ambientali. E se non ci fossero più incendi? Allora, bisognerebbe inventarli.

Fonte

16/09/2020

USA - Tra Covid e incendi, la California dell’hi-tech è in ginocchio

Come riportato da The Intercept, nella contea di Sonoma, nel Nord della California, nonostante gli incendi boschivi, ci sono numerose persone che continuano a lavorare nelle zone considerate da evacuare. Il contesto è quello della Wine Country, regione che occupa un ruolo strategico nella produzione globale di vino, di cui gli Stati Uniti sono ormai il quarto produttore al mondo con quasi tre milioni e mezzo di tonnellate l’anno.

Al tempo stesso, il caldo torrido e la devastazione ambientale hanno creato un problema endemico nello Stato. Gli incendi, infatti, sono stati talmente devastanti ultimamente da provocare nubi che hanno offuscato il Sole tanto da far diventare il cielo di San Francisco arancione, dando alla città un’impressione quasi spettrale, da film horror.

A quanto pare, nonostante la gravità della situazione, che fa entrare in contraddizione l’immagine di una California hi-tech all’avanguardia con quella di uno Stato che trascura completamente le proprie risorse naturali, è ancora possibile accedere alle aree in cui si stanno verificando questi tipi di disastri. CalFire, ovvero il Dipartimento della California per la protezione delle foreste, permette, ad esempio, di poter verificare le condizioni di un sistema irrigatorio o anche di raccogliere l’uva.

Quest’ultima concessione fu fatta grazie alle pressioni di gruppi di viticoltori quali il Farm Bureau and Sonoma Winegrowers, in contatto costante con polizia e assessori locali e senza entrare in contraddizione con la prima legge federale della storia degli Stati Uniti a tutela dei lavoratori in condizioni di caldo estremo, emessa dalla California già due anni fa.

Secondo questa, infatti, ben prima che si scatenasse il coronavirus, il lavoro da vendemmiatore prevedeva che si indossasse la mascherina N95 una volta che fosse stata registrata una quantità di aria tossica tale da superare l’indice AQI di 151, stabilito dai parametri dell’EPA (Agenzia per la Protezione Ambientale), in zone da evacuare.

Nonostante le pressioni di attivisti e organizzazioni sindacali ad abbassare il livello minimo per costringere le imprese a consegnare le mascherine ai propri dipendenti, il governo federale ha usato le parole d’ordine del capitale per giustificare la propria opposizione, parlando di “costi troppo elevati per le imprese”. Tuttora, i vendemmiatori hanno più probabilità di ricevere mascherine da organizzazioni no-profit che dai viticoltori.

A seguito poi del crollo dell’economia californiana a causa della pandemia da coronavirus, che ha fatto balzare la disoccupazione a 16,3% a fine giugno, molti disoccupati si sono riversati nei campi, sia perché la vendemmia è considerata un servizio essenziale, ma anche a causa della maggiore produttività avuta quest’anno rispetto al 2019.

Tutto ciò ha aumentato enormemente i casi di Covid nella contea, abitata da mezzo milione di persone, di cui il 25% sono immigrati, ma che rappresentano da soli la metà dei contagi. Tanti di questi operai si rifiutano di indossare mascherine di tipo N95 per via del caldo troppo soffocante, preferendo quelle di stoffa o addirittura non mettendole in generale, acutizzando così i problemi respiratori indotti dai fumi degli incendi.

Tutte queste contraddizioni finiscono per pesare brutalmente sulle spalle dei lavoratori addetti alla vendemmia. Questi, infatti, sono tutti immigrati irregolari, di origine indigena della parte meridionale del Messico, senza nessuna possibilità di accedere a sussidi economici e abitativi. “Lavoriamo quando piove, lavoriamo quando c’è il fuoco, lavoriamo in ogni condizione. Non ci sono risorse su cui possiamo contare quindi non ci resta che lavorare”, afferma Gervacio Peña Lopez, operaio mixteco del gruppo di lavoratori Movimiento Cultural de la Union Indigena.

La politica finisce per essere totalmente incapace di portare dalla propria questi lavoratori semi-schiavizzati. Essi sono abituati a rifiutare anche i sostegni necessari minimi, come i sussidi scolastici per i propri figli, per paura di essere rintracciati e deportati. Al contrario, il Movimento Cultural de la Union Indigena ha cominciato a mettere su accampamenti per mettere al sicuro la propria comunità in caso di incendi, mostrando la propria sfiducia nei confronti dei propri datori di lavoro, i quali, dopo aver promesso un rifugio sicuro durante l’ultimo disastro dell’anno scorso, li rimandarono a lavorare una settimana dopo che l’incendio era scoppiato e non era ancora stato completamente domato.

Ha creato inoltre una rete di traduttori da diverse lingue indigene messicane, non essendo lo spagnolo la lingua madre degli operai, e un fondo per permettere agli immigrati indigeni di mantenere viva la propria cultura, sostenendo, ad esempio, la medicina tradizionale. “Vi abbiamo dato frutta e verdura a buon prezzo”, afferma Peña Lopez, “ma nel momento in cui abbiamo bisogno di risorse per sopravvivere a questo momento di crisi, nessuno ci supporta. Siamo semplicemente stati esclusi per troppo tempo. Per questo, come comunità Indigena stiamo lottando per il nostro popolo”.

Come qui in Italia ci dimostrano le lotte dei braccianti e degli operai dell’ILVA, il ricatto salute-lavoro va ad intersecarsi con la questione razziale/coloniale, ponendo così le basi per un nuovo movimento operaio e popolare.

Da questo punto di vista, è quindi fondamentale analizzare ciò che avviene negli Stati Uniti, del cui contesto di probabile guerra civile, con un susseguirsi di violenze nei confronti degli afro-americani, dei popoli nativi americani e latino-americani, bisogna studiare le forme di organizzazione che si danno i ceti subalterni, sia per affrontare la neo-schiavizzazione imposta dal tardo capitalismo in fase di crisi, sia per combattere lo sradicamento delle proprie culture e della propria terra, vessate già da secoli di colonialismo ed ora sottoposte a dura prova dalla devastazione ambientale imposta dal grande capitale.

Fonte

25/02/2020

Taranto. Ancora un incendio nello stabilimento ex Ilva. Rischi inaccettabili. Il governo intervenga subito


Incendio di grosse dimensioni nel reparto colata continua, all’interno dello stabilimento siderurgico ArcelorMittal di Taranto.

Questa è la “sicurezza” che la multinazionale garantisce ai lavoratori dell’ex Ilva. Le immagini dimostrano che si vive una condizione di pericolo costante nella fabbrica.

Abbiamo inviato il video dell’incendio al ministro Patuanelli e ai parlamentari jonici, nonché al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, senatore Mario Turco.

Il governo dovrebbe intervenire al più presto per costruire un’alternativa economica seria.

Non è possibile vivere ogni giorno pensando di poter perdere la vita o per la mancata sicurezza sul lavoro o per le malattie che l’inquinamento prodotto dall’industria causano. Lo ripetiamo con insistenza: è tempo di agire.

Fonte

27/09/2019

Rouen - Esplode fabbrica chimica, l’incubo di una nuova Seveso


A Rouen, sulla quale incombe la nube tossica sprigionatasi dall’incendio della fabbrica chimica Lubrizol, Le Monde registra una calma piatta, strana, quasi irreale. Mentre l’impressionante incendio è “dominato ma non ancora spento”, la capitale della Normandia vive al rallentatore.

Lo stabilimento della Lubrizol, viene classificato come Seveso a “soglia elevata” Il nome della direttiva europea, aggiornata nel 2015, prende il nome dal disastro provocato dall’Icmesa, una fabbrica chimica di Seveso, in Lombardia, nel 1976.

Alla Lubrizol di Rouen lavorano circa 400 dipendenti, produce e commercializza additivi che vengono utilizzati per arricchire oli, carburanti o vernici industriali.

Nel 2013 dalla stessa fabbrica c’era stata una fuga di gas maleodorante i cui miasmi erano giunti fino alla regione di Parigi e nel sud dell’Inghilterra. La società era stata ritenuta colpevole per l’accaduto ed era stata condannata a pagare una multa di ben... 4.000 euro (sic!). Ma non è tutto. Nel 2015, poi, nello stabilimento della Lubrizol circa 2.000 litri di olio minerale si erano riversati nei canali per l’evacuazione dell’acqua piovana, una fuga dovuta a un incidente durante fasi di produzione. Ed anche adesso c’è forte preoccupazione per la minaccia di sversamento di sostanze tossiche nella Senna.

Nelle strade di Rouen giovedì non c’era quasi traffico stradale e solo una manciata di pedoni in fretta, una sciarpa o una maschera protettiva sul viso. Persino i poliziotti accusati di bloccare l’accesso alla recinzione perimetrale di 500 metri attorno al sito industriale, sollevato a metà pomeriggio, ne indossavano una.

La preoccupazione per la tossicità del denso fumo nero che è venuto fuori dal sito industriale di additivi chimici della riva sinistra di Rouen si è protratta fino a metà pomeriggio. Le istruzioni della prefettura chiedono di limitare i viaggi al minimo, di rimanere all’interno delle case, di mettere animali, foraggio e acqua al riparo.

La puzza di bruciato, nauseabonda, galleggiava in aria per tutta la mattina. Si è poi intensificata intorno alle 13, quando il vento è aumentato. A metà pomeriggio, il fumo nero si è gradualmente disperso, ma il cattivo odore è persistito in diversi ambienti.

Nel centro della città, molte aziende hanno chiuso. Nelle zone occidentali della città, di fronte al fuoco, hanno chiuso tutti. Chiuse anche scuole, musei, sale da concerto, piscine sia a Rouen che in dodici comuni a nord della metropoli.

Fonte