Fin dalle prime battute del “Discorso sullo stato dell’Unione Europea” letto da Ursula von der Leyen davanti al Parlamento continentale è difficile, per un cittadino-suddito di questo insieme, non provare imbarazzo e rabbia.
Sentirsi dire che “Si tratta di un’Europa che sta assicurando la sua prosperità. Che si sta liberando dalla sua dipendenza tossica dai combustibili fossili russi. Questa è diventata la più grande potenza commerciale del pianeta. Ciò sta trasformando la sua politica industriale, pur sostenendo il nostro modello sociale unico” fa dubitare fortemente della sanità mentale della facente funzioni di presidente della Commissione (il “governo” della UE).
Un continente che vede sciogliersi come neve al sole il suo apparato industriale, a partire proprio da quella Germania che ha scelto questa aristocratica a digiuno di politica fin oltre i 40 anni (i 100.000 licenziandi di Volkswagen sono solo la prima pietra di una frana ciclopica). Che paga l’energia, ora, quattro volte di più rispetto a meno di cinque anni fa. Che ha perso valanghe di partner commerciali per seguire le sanzioni imposte dagli Usa o quelle decise in proprio. Che è costretto a sperare nella costruzione di droni e carri armati per sostituire quella di automobili ed elettrodomestici. Un continente così, la prosperità, la trova solo nei lontani ricordi...
E infatti VdL prosegue suonando la tromba di guerra: “Questa è un’Europa più capace di difendersi che mai. Un [soggetto] che ha radicalmente rivisto il proprio approccio per mettere in sicurezza le nostre terre. Che ha aumentato la spesa per la difesa di quasi l’80% solo negli ultimi cinque anni”. In barba all’austerità di bilancio, ottenuta tagliando (o prevedendo di farlo) tutta la spesa sociale che caratterizzava il “modello europeo”. Ossia la sua prosperità sociale...
Ma questo è solo l’incipit, e non serve a molto seguire le contorsioni ridicole del suo discorso. Meglio evidenziarne le “novità”.
La signora ha infatti annunciato, tra grandi cenni di assenso del premier Mark Carney, ospite d’onore in aula, che il Canada diventerà presto ‟membro associato” dell’Unione Europea.
Piccolo problema: nessuno degli attuali paesi membri ne sapeva ufficialmente nulla. Certo, è possibile che in qualche misura fosse stato accennato ai vari premier, ma le facce stupite di buona parte degli europarlamentari dimostra che questa “informazione secretata” non era circolata granché. Quindi non ha le caratteristiche di una “decisione concordata”, neanche informalmente.
Secondo problemino, più istituzionale. La formula del “membro associato” non esiste in nessun trattato costitutivo dell’Unione. O sei effettivo, o sei “candidato”, ovviamente sottoposto ad una serie di verifiche (cambiamenti delle leggi nazionali per adeguare la struttura interna compatibilmente con i trattati europei).
Ma il Canada non è il Kosovo o l’Albania, bensì un membro autorevole del G7. Ergo “si deve” fare uno strappo alle regole, anche perché il contrasto tra quel paese e l’America di Trump è questione freschissima, che richiede risposte in tempo reale.
Qui cascano – ci sembra – tutti gli asini “europeisti”, quelli che ancora adesso passano il tempo nei talk show a spiegarci che questa UE è una costruzione favolosa, rispettosa delle regole e della legalità, fondamentalmente paritaria e “democratica” ancorché “di secondo grado” (la formazione del “governo” continentale avviene distribuendo incarichi ai personaggi indicati da ogni singolo Stato nazionale, uno per paese).
Che la presidente della Commissione possa decidere in autonomia di ammettere un nuovo membro secondo una formula non prevista da alcun trattato – se la UE fosse una cosa seria – è certamente un atto illegale.
E non è l’unico, né forse il principale. Von der Leyen sembra insomma muoversi come se fosse Donald Trump, ossia un presidente reazionario, proto fascista, ma ufficialmente eletto con voto popolare. Mentre lei, oltre ad avere un indice di gradimento decisamente basso tra i cittadini europei (solo il 20% le dà un giudizio positivo), è persino sconosciuta ad altrettanti intervistati da un sondaggio di Public First. Un führer poco amato e semi-sconosciuto, ancora nell’ombra...
Ma non è la sola “illegalità” indicata nel suo discorso. Né forse la più grave.
Tutta l’esistenza della UE viene infatti declinata in termini di guerra. Lo spunto sono ovviamente le “minacce ibride” che, giura, ‟diventano sempre meno ibride e sempre meno minacce”. Inutile fare l’elenco quotidiano degli avvistamenti di droni “presumibilmente russi”, blackout elettrici, disturbi alla telecomunicazioni, articoli di giornale non graditi, e quant’altro viene registrato dai media sotto questo titolo.
La signora passa direttamente alle contromisure. Tutte ovviamente militari e informative, per sviluppare capacità “contro ibride” non meglio specificate.
Il tutto per dar vita ad un ‟Protocollo di sicurezza d’emergenza”, sulla falsariga dell’articolo 4 della Nato, che vincoli tutti gli Stati membri ad applicare le misure decise dal braccio militare della Commissione. Che ancora non esiste, ma sarà presto creato, ovvio...
Un protocollo, fra l’altro, attivabile ogni volta che ‟secondo uno dei Paesi membri” sia minacciata la sua integrità territoriale, la sua indipendenza politica o la sua sicurezza. “Secondo”… Non serve un fatto o una prova, basta una “impressione”...
Immaginiamo l’Estonia della svalvolata “ministra degli esteri” Kaja Kallas – un milione e 300mila abitanti, meno della sola Milano – chiamare aiuto perché “secondo il governo” si stanno accumulando “minacce” nei suoi confronti. Che si fa? Si va tutti in guerra?
No, prima bisogna creare e far comandare un Consiglio di Sicurezza Europeo che valuterà l’entità delle “minacce” e disporrà le opportune contromisure. Vincolanti per tutti e 27 i paesi.
Come per la politica di bilancio dei singoli Stati, insomma, ci sarà un’“agenzia militare” composta secondo i normali criteri UE (uno o più rappresentanti per ogni paese) che deciderà della vita e della morte di quasi mezzo miliardo di persone – i cittadini UE sono 450 milioni – sulla base delle convinzioni più o meno informate di un gruppetto di “esperti”.
In barba ad ogni Parlamento e quindi ad ogni rappresentanza popolare, concentrando tutti i poteri decisivi – quello di far guerra è in cima a qualsiasi lista – in pochissime mani. Per di più manipolabili, vista la quantità di lobbies legali e non che circonda i palazzi della UE.
Ma “è necessario, per difendere la democrazia”, no?
P.s. Intervenendo stamattina al Parlamento Europeo, Mark Carney ha preso in misura sostanziale le distanze dalla “frettolosa” scelta di Ursula VdL di ammettere il Canada nell’Unione Europea come “paese associato”. Ha educatamente apprezzato l’offerta – “Accogliamo con favore questa ambizione”, anche perché “I sondaggi mostrano che una stragrande maggioranza dei canadesi è favorevole a legami molto più stretti”.
Stretti, ma ancora indeterminabili e comunque tutti da discutere nelle sedi istituzionali del suo Paese. “Ci saranno dibattiti e ci sarà una votazione in Parlamento, ma a questo punto, questo è solo l’inizio del processo”.
Il che ripropone la domanda iniziale: ma la signora VdL, ci sta con la testa?
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
18/09/2026
Ursula von der Leyen si incorona führer europeo
17/05/2026
Le ingerenze israeliane contro il movimento pro-Pal: i casi di Francia e Canada
Le autorità francesi stanno indagando su una massiccia operazione di ingerenza straniera che ha preso di mira La France Insoumise (LFI) durante le scorse elezioni locali. Secondo fonti dell’intelligence citate da Reuters, i sospetti ricadono su un’azienda israeliana chiamata BlackCore.
L’azienda si autodefinisce sul proprio sito – ora offline – come una “un’azienda d’élite specializzata in influenza, sicurezza informatica e tecnologia, creata per l’era moderna della guerra dell’informazione”. Le sue attività avrebbero preso di mira candidati di spicco di LFI, tra cui Sébastien Delogu (Marsiglia), François Piquemal (Tolosa) e David Guiraud (Roubaix).
La strategia di BlackCore, secondo quanto ricostruito, includeva siti web ingannevoli che diffondevano false accuse di condotta sessuale inappropriata contro Delogu, una rete di account rimossa da Meta, che aveva la sua origine in Israele e violava le regole delle piattaforme sui “comportamenti inautentici coordinati”, puntando specificamente alla Francia, e infine dei QR code affissi per le strade delle città che rimandavano a contenuti denigratori (potendo dunque anche contare su una rete materiale sul territorio).
Clémence Guetté, vicepresidente dell’Assemblea Nazionale francese, ha denunciato apertamente l’accaduto su X: “l’azienda israeliana BlackCore ha effettivamente tentato di influenzare le elezioni francesi diffondendo notizie false per screditare i candidati di La France Insoumise”. Jean-Luc Mélenchon, in un intervento pubblico, ha chiesto una legge per combattere questo tipo di ingerenze straniere in vista delle presidenziali del prossimo anno.
Mentre a Parigi si indaga su BlackCore, un rapporto dell’organizzazione Canadians for Justice and Peace in the Middle East (CJPME) lancia l’allarme su un sistema di interferenze forse ancora più stratificato. Il documento accusa Israele di condurre operazioni segrete, nel paese nordamericano, che vanno ben oltre il “normale” lobbying diplomatico.
Tra i casi più eclatanti, il finanziamento occulto di sondaggi d’opinione attraverso società di pubbliche relazioni canadesi, costruiti con domande tendenziose per favorire la narrativa israeliana e influenzare il governo di Justin Trudeau. Ad aumentare la gravità del caso sarebbe il coinvolgimento diretto del Ministero israeliano per gli Affari della Diaspora.
Nel 2024, il ministero avrebbe coordinato una campagna online composta da centinaia di account social gestiti dall’intelligenza artificiale. L’obiettivo era inondare il web di contenuti islamofobi e messaggi ostili ai movimenti studenteschi e agli attivisti pro-Palestina, spacciandoli per opinioni di cittadini comuni.
Il rapporto descrive inoltre una vera e propria opera di repressione transnazionale: raccolta di informazioni personali su attivisti canadesi per delegittimarli e interventi su questioni giudiziarie, come la controversia sulle etichette dei prodotti provenienti dagli insediamenti illegali in Cisgiordania.
Questi casi non sono né i primi e probabilmente non saranno gli ultimi, finché ci sarà un clima di totale impunità per Israele. Queste operazioni possono essere infatti facilmente inquadrate in una vera e propria “dottrina di sicurezza nazionale” che considera il sostegno alla causa palestinese all’estero come una minaccia strategica da abbattere con ogni mezzo.
Israele, ovviamente, nega ufficialmente ogni coinvolgimento, mentre anche i colossi tecnologici, spesso coinvolti in questo tipo di azioni, sono restii a limitarle e a cercare i colpevoli. E tuttavia, le prove che sono stati costretti a fornire, accanto a quelle delle agenzie di intelligence, mostrano un mosaico di interferenze difficile da ignorare.
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22/01/2026
Un pezzo di Groenlandia e tutti a cuccia
Dopo il diluvio di insulti e perculamenti agli europei, la questione è stata affrontata in un privè riservato tra il tycoon e il cosiddetto segretario della Nato, l’olandese Mark Rutte. Alla fine Trump ne è uscito trionfante garantendo che “Abbiamo ottenuto tutto quello che volevamo, è un intesa che durerà per sempre”, “con Mark Rutte abbiamo definito la cornice” che riguarda di fatto “l’intera regione artica. Questa soluzione, se finalizzata, sarà estremamente vantaggiosa per gli Usa e per tutte le nazioni Nato. Sulla base di questa intesa, non imporrò i dazi doganali che sarebbero dovuti entrare in vigore il primo febbraio”.
Se 40 anni fa il presidente dell’Unione Sovietica avesse annunciato di aver “raggiunto un accordo con il Patto di Varsavia” – da lui diretto – nelle redazioni occidentali sarebbero scoppiati tutti a ridere. A parti invertite tutti l’hanno presa sul serio...
In molti hanno trovato comunque “intollerabile” che gli interessi e i confini di un Paese europeo membro della Nato (la Groenlandia è federata alla Danimarca) fossero maneggiati da un olandese che figurativamente guida un’alleanza militare che vede nella “controparte” Usa anche la guida indiscussa. E quindi il poveretto ha dovuto spiegare – dopo – che “sì, l’incontro è stato positivo, ma non si è discusso della sovranità della Groenlandia”.
E quindi? Sono bastati pochi minuti per capire che l’isola-continente è di fatto stata “promessa” agli Stati Uniti, ma con la preghiera di trovare le forme retoriche per non far apparire la posizione europea come una resa totale.
Il New York Times ha ben presto riferito che, secondo le solite “fonti coinvolte nella discussione”, il compromesso raggiunto sulla Groenlandia prevederebbe che la Danimarca conceda agli Stati Uniti la sovranità su piccole porzioni di territorio groenlandese, dove gli Usa potranno costruire basi militari.
L’idea, hanno riferito i funzionari, era stata promossa dal segretario generale della Nato, Mark Rutte, sulla falsariga delle basi britanniche a Cipro, considerate a tutti gli effetti territorio della Corona. Insomma: la Groenlandia può dire che resta “sovrana” benché amputata della parte che gli Usa sceglieranno, la Danimarca idem, l’Unione Europea sorriderà fottuta e soddisfatta.
Ora bisognerà vedere come la prenderanno i “locali” che in questi giorni hanno ricevuto dal loro governo istruzioni su come prepararsi all’invasione statunitense, con tanto di scorte di cibo da accantonare e armi da nascondere. Ma sono meno di 60mila, non è che possano spostare granché...
Un po’ la situazione in cui sta precipitando il Canada – ennesimo obbiettivo dichiarato del nuovo “espansionismo trumpiano”, il cui esercito – altro pilastro della Nato! – ha preparato i piani per far fronte all’identica eventualità, prevedendo di essere conquistati dagli Usa in appena una settimana, ma predisponendo una attività di guerriglia tale da far pagare un prezzo altissimo agli invasori.
Si può e si deve certo ironizzare sui futuri “mujaheddin canadesi” e/o groenlandesi, considerati pronti a ripetere le gesta degli iracheni o degli afgani, senza peraltro aver nessuna esperienza – né cultura – di “resistenza all’occupante” (ormai neanche quella delle tribù originarie di pellerossa e inuit che qualche secolo fa si trovarono davanti inglesi e francesi), ma proprio il fatto che queste “mostruosità” siano diventate cronaca corrente costringe a capire cosa stia accadendo nel vecchio e ignobile Occidente euro-atlantico.
Ventiquattrore prima di Trump il presidente canadese Mark Carney, tranquillo gentleman anglosassone che era stato persino governatore della banca centrale britannica, aveva spiegato alla platea di affaristi e governanti lì riunita che no, stavolta non ci troviamo davanti ad un normale “aggiustamento” nella governance del pianeta, come tante altre volte era accaduto.
“Abbiamo la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la determinazione ad agire di conseguenza. Comprendiamo che questa rottura richiede più di un semplice adattamento. Richiede onestà riguardo al mondo così com’è”.
Ed è un mondo di merda, ovviamente, con una sola novità: il trattamento riservato dal paese dominante ai sottoposti occidentali sarà praticamente identico a quello riservato di solito ai “popoli coloniali”. E certo questo comporta una differenza per chi era abituato a vivere come un “vassallo felice” e si ritrova già ora nella posizione del “servo maltrattato” (i 72 minuti di sproloquio trumpiano hanno fatto alzare ed andar via più d’uno, nel solco dell’uscita di scena della solitamente giuliva Christine Lagarde, il giorno prima).
Detto da un presidente canadese fa davvero effetto:
“Per decenni, paesi come il Canada hanno prosperato sotto quello che abbiamo chiamato l’ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, ne abbiamo lodato i principi, abbiamo beneficiato della sua prevedibilità. E grazie a ciò, abbiamo potuto perseguire politiche estere basate sui valori sotto la sua protezione. Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa, che i più forti si sarebbero esentati quando conveniente, che le regole commerciali erano applicate in modo asimmetrico, e sapevamo che il diritto internazionale era applicato con rigore variabile, a seconda dell’identità dell’imputato o della vittima.
Questa finzione era utile e l’egemonia americana, in particolare, contribuiva a fornire beni pubblici, rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e sostegno ai meccanismi di risoluzione delle controversie. Così abbiamo messo il cartello in vetrina [riferimento alla citazione di Vaclav Havel, dissidente ceco poi presidente, fatta all’inizio del discorso, ndr]. Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà. Questo patto non funziona più. Sarò diretto. Siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione”.
I “vassalli felici” dell’Occidente euro-atlantico ci hanno guadagnato per 80 anni. Ora è finita. Devono trovare un altro “ordine”, contribuire a crearlo, rischiando di far incazzare l’irascibile potenza egemone. Ma non hanno altra possibilità
Persino uno squalo “normale” come Gavin Newsom, governatore dem della California e probabile candidato alle presidenziali del 2028, un alter ego più giovane e meno rimbambito dell’ultimo Biden, ha rimproverato gli europei di non aver capito cosa è successo in America e, perciò, cosa è cambiato per loro.
“Diplomazia, con Trump? È un T-Rex. O ti allei con lui o ti divora, non ci sono vie di mezzo. La gente deve reagire. Avete visto cosa sta succedendo con l’Ice, la polizia segreta, le persone che scompaiono? Svegliatevi. Dove diavolo siete stati tutti? Smettetela con questa diplomazia del cazzo fatta di convenevoli. Smettetela di dire una cosa in privato e un’altra in pubblico. Abbiate un po’ di spina dorsale”.
Sembra chiaro che l’establishment Usa, che Newson rappresenta al meglio, stia disperatamente cercando qualcosa o qualcuno che interrompa la resistibile ascesa di un “ordine” che distrugge il proprio sistema di interessi consolidati. Un po’ come – a specchio – i “dem” europei e specie quelli italiani sperano che l’establishment statunitense torni presto a comandare, liberandoli dalla necessità di inventare e rischiare un altro “sistema di regole”.
Non si tratta di scegliere tra due modi d’essere dell’imperialismo, ovviamente. Si tratta di rendersi conto che, finito il vecchio “ordine” e cadute nel dimenticatoio le vecchie “regole”, non si può andare avanti facendo finta che non sia cambiato molto. Prima di essere spediti in Groenlandia (la “nostra” Siberia euro-atlantica)...
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13/11/2025
Venezuela - Gran Bretagna e Canada prendono le distanze dagli USA sui raid militari
Per anni, il Regno Unito, che mantiene basi di intelligence in diversi territori caraibici, ha collaborato con Washington per rintracciare e intercettare le navi legate al traffico di droga, in coordinamento con la Joint Interagency Task Force South con sede in Florida.
Tuttavia, secondo la CNN, Londra ha deciso di sospendere la cooperazione più di un mese fa, preoccupata per l’uso di informazioni britanniche in attacchi letali, in cui sono state uccise almeno 76 persone.
I funzionari britannici ritengono che queste azioni costituiscano esecuzioni extragiudiziali e violino il diritto internazionale, una posizione che coincide con quella espressa dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk.
“Gli attacchi violano il diritto internazionale e costituiscono esecuzioni extragiudiziali”, ha detto Türk in ottobre, una dichiarazione con cui Londra si è detta pienamente d’accordo, secondo le fonti citate.
Negli Stati Uniti intanto fonti della Difesa hanno rivelato che l’ammiraglio Alvin Holsey, capo del Comando Sud degli Stati Uniti, ha presentato le sue dimissioni dopo aver espresso dubbi sulla legalità degli attacchi in un incontro con il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il presidente del Joint Chiefs of Staff.
Inoltre, gli avvocati del Dipartimento della Difesa e i consiglieri militari attivi e in pensione hanno affermato che gli attacchi non sembrano essere in linea con il diritto internazionale dei conflitti armati, anche se il Pentagono ha negato qualsiasi disaccordo interno.
Anche il Canada, altro alleato strategico di Washington nell’Operazione Caraibi, ha preso le distanze dagli attacchi statunitensi, anche se continuerà la sua cooperazione antidroga con la Guardia Costiera degli Stati Uniti. Fonti diplomatiche hanno detto che Ottawa ha chiesto assicurazioni che la sua intelligence non venga utilizzata per mirare ad attacchi letali.
Il Ministero della Difesa canadese ha precisato che le attività delle proprie forze nei Caraibi sono “separate e distinte” dalle operazioni militari promosse da Washington, ribadendo che non parteciperà ad azioni che contravvengono al diritto internazionale.
Il governo venezuelano ha intanto ringraziato la Duma di Stato russa per il suo appello alla comunità internazionale a condannare l’aumento della presenza militare degli Stati Uniti nel Mar dei Caraibi, così come le minacce contro il paese e gli attacchi alle navi classificate come esecuzioni extragiudiziali dagli esperti delle Nazioni Unite.
La Duma di Stato ha approvato all’unanimità un appello rivolto ai parlamenti degli Stati membri dell’ONU e alle organizzazioni parlamentari internazionali di fronte alle crescenti tensioni nelle acque vicine al Paese latinoamericano.
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31/08/2025
Guerrafondai senza un soldo: “l’Europa” che straparla e nessuno se la fila
Sono gli Stati Uniti, in effetti, l’epicentro mondiale della crisi in atto, al punto che all’interno di quel paese si va assistendo ad un clamoroso scontro – di classe, ovviamente, ma anche di egemonia tra i diversi settori in cui è frammentata l’economia statunitense, con colossi in ognuno di essi: industria, finanza, piattaforme di quella che un tempo veniva definita new economy.
Uno scontro che va cancellando non solo i pilastri fondamentali dell’“ordine internazionale” fondato proprio dagli Usa nel secondo dopoguerra (irrobustito poi dal crollo dell’Urss e quindi dall’instaurazione di un “ordine unipolare” globalizzato), ma anche e forse soprattutto gli architravi dell’ordine liberale: tripartizione dei poteri, relativa indipendenza della magistratura, diritti di cittadinanza, libertà civili e di opinione, libertà politiche in senso stretto, laicità delle istituzioni, ecc..
Trasformazioni rapide che accomunano anche l’Europa, lasciando vedere in modo chiaro quanto sia ormai avanzato il superamento della fase “democratica” dell’Occidente.
Anche avendo la consapevolezza di questa accelerata corsa verso il baratro, comunque sorprende – nel caso della classe dirigente continentale – la clamorosa separazione tra elaborazione delle politiche interne, lasciate tuttora a quel “pilota automatico neoliberale” che ha creato la crisi in cui ci troviamo, e focalizzazione sulla politica internazionale, segnata da una pretesa quasi ridicola di “porre condizioni ultimative” ad autentici colossi della geopolitica mondiale (Usa e Russia nel caso della guerra in Ucraina, a Cina e India nel caso del commercio globale), oltre che a paesi ed aree certamente meno potenti, ma non per questo trascurabili (l’intera Africa, l’America Latina, ecc.).
E dire che di segnali inquietanti, anche volendo usare soltanto il metro di misura neoliberista, ce ne sono ormai a bizzeffe. Una classe dirigente seria se ne preoccuperebbe in modo prioritario, prima di lanciarsi in avventure militaresche ormai quasi solitarie (se gli Usa di Trump confermeranno l’intenzione di ridurre il proprio impegno alla sola vendita di armi all’Ucraina, qualora i membri europei della Nato saranno davvero disposti a pagarle).
E qui la contraddizione fatale esplode senza mediazioni.
“Facciamo debito per riarmare l’Europa”, dicono all’unisono, mentre sembrano stanziare altre cifre mostruose in favore di Kiev. Contemporaneamente accettano dazi Usa del 15% sulle proprie esportazioni, mentre cancellano quelli esistenti sulle merci statunitensi; e in più prometto di acquistare armi ed energie, e fare anche investimenti oltreoceano, per oltre 1.000 miliardi in quattro anni. Un suicidio economico causato da subordinazione strategica...
Ma in verità, ora, devono fare i conti con la stagnazione e/o la recessione economica, la crisi del debito pubblico (anche in paesi “virtuosi” che fin qui bacchettavano le “cicale del Sud”) e il conseguente venir meno di quei meccanismo che avevano garantito per quasi 80 anni una relativa coesione sociale.
Qualche dettaglio, e qualche cifra.
Secondo l’ONS (Office for National Statistics) il Regno Unito ha il livello di debito più alto dai primi anni ’60. L’ultima volta che il Regno Unito aveva avuto 3 anni di fila un debito superiore al 90% del PIL era stato quando Harold Macmillan era Primo Ministro (1957-1963).
Qui molti istituti del welfare erano già stati distrutti da Margaret Thatcher e poi da Tony Blair (il “faro” del Veltroni in trip da “vocazione maggioritaria”), venendo a quanto pare sostituiti da una microcriminalità di massa (poco pericolosa per il potere, ma corrosiva per la tenuta sociale).
Il numero di furti nei negozi nel Regno Unito ha raggiunto un livello senza precedenti: nei 12 mesi terminati il 31 marzo, sono stati registrati 530.643 casi in Inghilterra e Galles. “Nei negozi” significa che la quasi totalità sono furti “per bisogno”, per placare la fame, vestirsi, ecc..
In Francia, il primo ministro Francois Bayrou ha chiesto un voto di fiducia da parte dell’Assemblea Nazionale per l’8 settembre, dichiarando il rapporto debito/PIL in forte rialzo (114%) un’emergenza nazionale.
Parigi sta in effetti spendendo in questo momento di più per “servire il debito” (gli interessi sui titoli di stato) che per molti programmi pubblici, un segnale di allarme per la seconda economia più grande d’Europa.
Secondo lui, per ridurre il deficit di bilancio del paese, che nel 2024 ha raggiunto il 5,8% del PIL, è necessario tagliare il bilancio di circa 44 miliardi di euro. Le sue proposte includono il congelamento dell’indicizzazione della spesa per la sicurezza sociale e le pensioni (riduzione della spesa sociale), nonché aliquote fiscali più alte.
Bayrou è il terzo Primo Ministro in un anno, senza una maggioranza parlamentare. Se fosse sfiduciato aumenterebbe la pressione sulla presidenza Macron (che costituzionalmente non sarebbe costretto alla dimissioni, ma difficilmente potrebbe trovare la quadra per un nuovo governo “ai suoi ordini”). L’incertezza sul futuro a breve rischia di agitare i mercati e potrebbe approfondire la crisi di credibilità internazionale proprio mentre la Francia lotta con alti costi del denaro e una crescita debole.
I sindacati e la sinistra radicale (La France Insoumise, più altre formazioni minori) si preparano a una mobilitazione adeguata alla minaccia, con ovvie conseguenze sulla produzione e l’antagonismo sociale.
Dell’Italia è quasi inutile parlare, perché l’aderenza ai diktat del “pilota automatico” è più forte oggi che ai tempi del governo Monti o Draghi, ma di crescita economica non si può trovare traccia e i successi sull’occupazione possono essere vantati sono fino a quando non si vanno a vedere contratti e salari (gli unici in Europa ad essere diminuiti).
Il clima sociale è per ora ancora addormentato, ma il tempo non lavora a favore del governo e dei “prenditori”. Prima o poi la società si sveglierà o collasserà in forme imprevedibili, ma non certo da guardare con ottimismo.
In Germania, Merz ha recentemente scioccato molti con la sua ammissione che “lo stato sociale non è più sostenibile” proprio mentre la spesa pubblica tedesca ha superato di 47 miliardi il record stabilito l’anno precedente e vengono stanziati centinaia di miliardi per costruire “il più forte esercito d’Europa”.
Gli esperti ritengono che la Germania sia ormai in recessione, soprattutto dopo che sia il 2023 che il 2024 hanno registrato una crescita del PIL negativa per la prima volta dai primi anni 2000, ma che il secondo trimestre di quest’anno è stato rivisto in negativo (-0,3%).
Anche un paese non europeo, ma strettamente collegato alle stesse alleanze, come il Canada, versa in una situazione simile. Nel 2° trimestre l’economia canadese si è contratta dell’1,6% in termini annualizzati, peggio del -0,7% che era stato previsto.
Questi paesi, insieme, hanno stanziato 50 miliardi di euro per l’Ucraina, nonostante siano tutti in crisi di bilancio. Non hanno soldi – dicono – da spendere per far vivere dignitosamente le rispettive popolazioni, ma si indebitano per armare se stessi e il proxy ucraino. Anche a costo di rischiare la terza guerra mondiale. Nucleare, peraltro...
Vero è che le “opposizioni parlamentari” – tranne il caso della Francia, entro certi limiti – sono indistinguibili dalle coalizioni al governo, ma prima o poi questo “doppio binario” (“non abbiamo un soldo per sanità e pensioni, ma facciamo debiti per le armi per noi e da regalare a Kiev”) dovrebbe far deragliare anche la pazienza di popoli che sembrano seduti in attesa della fine.
Il resto del Mondo – quello che si è dato appuntamento in questi giorni a Pechino – ha già sciolto gli ormeggi a questa zattera pena di guerrafondai senza un soldo né gente da arruolare.
Fonte
13/03/2025
Più dazi per tutti
L’Unione Europea ha reagito all’imposizione di dazi da parte statunitense, per ora su acciaio e alluminio, per un totale di 25 miliardi dollari. E naturalmente l’Unione Europea ha dovuto annunciare misure analoghe su un paniere di merci equivalente in valore.
A partire dal 1° aprile, la UE ripristinerà i dazi per 8 miliardi su prodotti iconici americani come le motociclette Harley-Davidson, il bourbon e i jeans. E, da metà aprile, stabilirà ulteriori contromisure per 18 miliardi di euro di nuovi dazi statunitensi, previa approvazione degli Stati membri.
Ma Trump ha poi annunciato l’introduzione di ulteriori dazi a partire da aprile in risposta a politiche dei partner commerciali considerate ostacoli per il commercio statunitense, tra cui l’imposta sul valore aggiunto (Iva) europea. Le nuove misure colpiranno settori specifici, tra cui l’industria automobilistica, che già se la sta passando molto male (tanto da far ripensare al limite del 2035 per l’eliminazione dei motori endotermici sulle nuove immatricolazioni).
Contemporaneamente, nel corso della stessa giornata, gli Usa hanno prima annunciato e poi ritirato la minaccia di raddoppiare (dal 25 al 50%) i dazi su acciaio e alluminio provenienti dal Canada. Lo Stato dell’Ontario (anche il Canada è una federazione, come gli Usa) ha a sua volta annullato gli aumenti tariffari sull’energia elettrica esportata verso gli Stati Uniti.
Ma non è stata affatto imboccata la via della “pace”, perché Trump ha minacciato un ulteriore aumento dei dazi sulle automobili dal 2 aprile, di dimensioni tali che questa industria potrebbe «chiudere definitivamente» la produzione in Canada.
I dazi su acciaio e alluminio colpiscono anche Canada e Messico, ma è chiaro che i raporti tra le due sponde dell’Atlantico non sono già più quelli di prima. E parliamo di una relazione commerciale da 1,7 trilioni di dollari che è stata fondamentale per la relativa “prosperità” dell’Occidente nel dopoguerra.
Ma gli Stati Uniti sono un paese da decenni avviato sulla strada delle deindustrializzazione, la cui origine non va cercata nelle “politiche doganali ingiuste” dei partner, come amano dire gli imbecilli del “Maga” (Make America great again) che ora dominano a Washington, ma alla delocalizzazione selvaggia delle multinazionali Usa, attirate come mosche dal miele di salari più basi nei paesi in via di sviluppo.
La Commissione ha per il momento lasciato aperta la porta a un accordo con Trump, affermando che “rimane pronta a lavorare con l’amministrazione statunitense per trovare una soluzione negoziata” e aggiungendo che le sue misure “possono essere revocate in qualsiasi momento se tale soluzione venisse trovata”.
Ma è abbastanza chiaro che le eventuali “concessioni” di Bruxelles dovranno essere molto importanti, tali comunque da arrecare danni consistenti all’economia continentale, fra l’altro irresponsabilmente destabilizzata dalle cosiddette “sanzioni” contro Mosca e Pechino, che hanno danneggiato soltanto il Vecchio Continente.
Lunedì, il commissario per il Commercio, Maroš Šefčovič, aveva dichiarato che la UE è pronta “a proteggere le sue imprese, lavoratori e consumatori”. Perché “Non possiamo più contare sugli Stati Uniti – è una nuova realtà. Quindi dobbiamo essere duri nel reagire, è l’unica medicina”.
Il principale esportatore di acciaio verso gli Usa è naturalmente la Germania, seguita da Romania, Olanda, Italia, Austria ed altri paesi con quote minori. Ma il Canada da solo esporta acciaio verso gli Usa per quasi il 50% in più di tutta la UE, ed anche il Brasile supera questa quota, anche se di poco.
Il terremoto è dunque tutto all’interno delle relazioni tra “alleati” occidentali. Il resto del mondo, anche se viene comunque interessato dalle “mattane” trumpiane, viaggia cercando alternative più tranquille. Il mondo dei Brics+, anche per questo, va crescendo di numero, consistenza, autonomia, garantendo se non altro rapporti meno squilibrati e più orientati al reciproco vantaggio.
La crisi dell’Occidente neoliberista – e/o “ordoliberista”, visto che la UE è costruita ad immagine, somiglianza e interessi della Germania – si va invece introvertendo all’interno. È piuttosto chiaro che la “guerra dei dazi reciproci”, tra i tanti effetti, avrà quello di interrompere o almeno rendere molto difficoltoso il flusso delle merci (e delle componenti) lungo le storiche catene del valore che hanno legato le due sponde dell’Atlantico.
C’è naturalmente da augurarsi – e lavorare consapevolmente – affinché le difficoltà economiche generino movimenti sociali di grandi dimensioni e una “visione del mondo” che superi definitivamente il piccolo mondo antico dominato dagli “States”.
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11/02/2025
La rischiosa scelta degli Usa: dazi per stroncare “gli amici”
Il presidente col ciuffo ha dichiarato ieri sera, a bordo dell’Air Force One, mentre andava a vedere il SuperBowl a New Orleans, che oggi annuncerà dazi del 25% su tutte le importazioni di acciaio. Altri dettagli già da domani.
“Qualsiasi acciaio che entra negli Stati Uniti avrà un dazio del 25% e anche l’alluminio”. Non ha specificato quando questi nuovi dazi entreranno in vigore, ma i nuovi dazi si applicheranno a tutti i paesi, inclusi Canada e Messico, esentati da lui stesso, su questi due prodotti, quando fu firmato l’accordo USMCA (United States-Mexico-Canada Agreement) durante la sua precedente amministrazione.
Ma è stata la motivazione ad essere dirompente: in pratica vengono imposti dazi a questi due paesi “Perché a nostre spese stiamo proteggendo un altro paese”, ha detto riferendosi soprattutto al Canada. “Se smettiamo di permettere loro di produrre auto – attraverso dazi e altre misure: auto, camion, ecc., ciò che producono – non sono più un paese vitale”.
In pratica, si tratta di farli fallire come produttori di automobili, così da diventare più facilmente assorbibili, “convincendo” Ottawa a diventare il 51° stato federale, rinunciando alla sua storica indipendenza.
Come si vede quella che era sembrata una boutade da pasticcione risulta invece ora un obiettivo politico concreto; e si sta provvedendo a mettere in atto una serie di misure per poterlo realizzare senza dover inviare l’esercito a bombardare un alleato che siede nel G7 (se pure questa “istituzione globalista” resterà in funzione, nei prossimi anni).
Gli Stati Uniti mantengono già da tempo dazi del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio per molti paesi, imposti dalla prima amministrazione Trump nel 2018 ai sensi della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962.
Dal Canada non l’hanno presa bene... Doug Ford, premier dell’Ontario (la “provincia” più grande e industrializzata del paese), ha subito fatto i suoi conti: “Questi sono i prossimi quattro anni. Obiettivi che si spostano e caos costante, mettendo a rischio la nostra economia”. Ma del resto proprio quello è l’obiettivo degli Usa trumpiani...
Parlando a fini interni, Trump ha continuato a fare la parte della vittima. I dazi vengono infatti giustificati come “riequilibrio” nei confronti dei partner commerciali (occidentali, badate bene...).
“Loro ci stanno applicando dazi del 130% e noi non stiamo applicando nulla, non resterà così” ha detto. Il problema è che nessun paese ha mai imposto dazi di questa entità sui prodotti made in Usa...
Gli Stati Uniti già applicano dazi identici alla maggior parte dei paesi, anche se le aliquote tariffarie statunitensi variano a seconda del prodotto. Alcune aliquote, come quelle per le auto, sono basse, solo del 2,5%. Altre, come quelle per abbigliamento e scarpe, prodotti di lusso in genere, sono tipicamente più alte.
Le conseguenze di questa scelta sono, come è immaginabile, traumatiche per tutto il commercio mondiale.
L’Unione Europea, sotto botta al pari del Canada, ha confermato che “risponderà” ai nuovi dazi, così come aveva fatto durante il primo mandato dell'attuale presidente americano.
“Non c’è alcuna esitazione quando si tratta di difendere i nostri interessi”, ha affermato il ministro degli esteri francese Jean-Noël Barrot, aggiungendo che la Commissione europea ha il mandato di agire in questa direzione.
Non può fare altro, naturalmente, a meno di non volersi tagliare da sola uno dei pilastri del vecchio assetto produttivo continentale. Ma certo questa risposta accentuerà la competizione all’interno dell’area euro-atlantica, gettando altra benzina sul fuoco mentre – contemporaneamente – Washington si muove anche rispetto alla guerra in Ucraina secondo obiettivi e modalità che tagliano fuori sia Kiev che gli stupidi servi europei, fin qui obbedienti a scopi contrari ai propri interessi.
È fin troppo evidente – specie nel giorno in cui la vacua von der Leyen celebra il “distacco dei paesi baltici dalla rete elettrica russa” – che negli ultimi tre anni il Vecchio Continente ha perso quasi integralmente le forniture energetiche da Mosca, a buon mercato, per sostituirle con quelle Usa o norvegesi che costano quasi quattro volte tanto. Un affare, no?
Dopo questo “sacrificio” accettato per compiacere l’“alleato americano”, in versione Biden, l’Unione Europea ora si ritrova ad essere bastonata a sangue dallo stesso “alleato” in versione “prima i miei interessi”. E ancora non è stato aperto davvero il capitolo Groenlandia...
Da oggi, ad arricchire il piatto, scattano anche i dazi cinesi, altra risposta obbligata all’aggressività statunitense. Il rapporto tra Pechino e Washington, sul piano degli scambi, è particolarmente importante: nel 2024 è ammontato a più di 530 miliardi di dollari. Nello stesso periodo, le vendite di beni cinesi negli Stati Uniti hanno superato i 400 miliardi di dollari, secondi solo al Messico.
Percentuali anche piccole di innalzamento delle tariffe doganali rischiano insomma di mettere in moto turbolenze di grande rilevanza, sia in cifra assoluta che come “perturbazioni” sistemiche.
Indicativa anche la “strana” composizione di questi scambi. Contrariamente alla narrazione occidentale classica, che dipinge ancora la Cina come “paese meno sviluppato” – forte soltanto nella manifattura di largo consumo ma di basso livello – e l’America come gigante iper-tecnologico, il bilancio è molto diverso.
Stando ai dati ufficiali del Bureau of Economic Analysis americano, nel 2022 l’interscambio di beni aveva raggiunto i 690,6 miliardi di dollari. In particolare, gli Stati Uniti acquistano – sì – dalla Cina più prodotti di consumo (giocattoli, vestiti, ecc.) ma il gigante asiatico rappresenta comunque il fornitore dominante di beni che vanno dall’elettronica e dai macchinari elettrici al tessile e all’abbigliamento.
Dagli Usa, invece, la Cina importa beni alimentari (come ad esempio la soia). Come da qualsiasi altro paese del Terzo Mondo, insomma...
Ma il vero problema, per la nuova amministrazione Usa, è che anche con i nuovi dazi i prodotti cinesi resteranno abbastanza competitivi sul mercato interno statunitense. Mentre, con dazi simmetrici, i prodotti agricoli Usa potrebbero finire rapidamente “fuori mercato”. Anche perché non mancano davvero i fornitori alternativi, già oggi a prezzo più basso...
Come ricordano diversi analisti europei, “Anche durante il suo primo mandato, Trump impose tariffe significative su centinaia di miliardi di dollari di merci cinesi. E la Cina rispose a sua volta con tariffe di ritorsione sui prodotti statunitensi. Gli Usa richiedevano un maggiore accesso ai mercati cinesi, un’ampia riforma delle condizioni commerciali che favoriscono pesantemente le imprese cinesi e un allentamento del pesante controllo statale da parte di Pechino”.
Pechino accettò di importare merci statunitensi per un valore di 200 miliardi di dollari, tra cui 32 miliardi di dollari in prodotti agricoli e frutti di mare. Poi la pandemia – gestita da cani, da parte americana – interruppe in parte questi scambi.
La presidenza Biden non annullò i dazi imposti dal tycoon, ma aumentò gli sforzi per limitare le esportazioni di chip all’avanguardia in Cina, per evitare che le tecnologie sensibili statunitensi venissero utilizzate nell’arsenale militare di Pechino.
Come ha dimostrato DeepSeek, anche questa “strategia” è stata fallimentare. Pechino ha sviluppato diversi sistemi di intelligenza artificiale lavorando sul miglioramento drastico dei software, in modo da poter utilizzare – almeno temporaneamente, finché non avrà finito di realizzare anche una propria produzione di chip all’altezza di nVidia – una struttura hardware meno potente e meno costosa.
Insomma, l’America di Trump va alla guerra contro molti nemici. Ma mentre ha buone possibilità di togliere la sedia sotto il sedere ai “vecchi amici”, rischia seriamente di farsi male contro i “nemici” che sanno pensare, ragionare, produrre e attendere.
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04/02/2025
Dazi per tutti, trattative individuali
L’avvio della “guerra mondiale dei dazi” – persino il Corriere della Sera la chiama ormai così – è un fuoco d’artificio continuo, che illumina in qualche modo le differenti relazioni delle varie parti del mondo con il “cane pazzo” dell’ordine mondiale: gli Stati Uniti.
La minaccia “operativa” contro Messico e Canada è stata da ieri momentaneamente sospesa, ma soltanto per un mese. I due vicini diretti degli States, colpiti con un +25% a testa sulle loro esportazioni verso Washington, hanno reagito in modo razionale: una telefonata col tycoon per chiedere “che cosa vuoi realmente?”
Ben poco, all’apparenza. Solo 10.000 soldati a testa per controllare le proprie frontiere da cui passano, secondo l’accusa trumpiana, immigrati e fentanyl (un potente anestetico oppiaceo che sta facendo strage di cervelli nella superpotenza).
Calcolando che le due frontiere sono tra le più lunghe del mondo – oltre 9.000 km quella con il Canada, poco più di 3.000 con il Messico – si capisce bene che quelle maggiori presenze militari, tra turnazioni e difficoltà ambientali, non serviranno a molto. Giusto a far cantare facilmente vittoria a The Donald. Contento lui, si sono detti Trudeau e la “presidenta” Scheinbaum, in fondo che ci costa?
Tra un mese, però, si dovranno risentire, vedere cosa è successo, se c’è stato qualche risultato spendibile per la propaganda. E nel caso contrario ricomincia la tarantella “dazi sì, dazi no“.
Si può capire... Pur essendo guidati da due soggetti politica “diversamente progressisti” (“chiacchiere e distintivo“ per Trudeau, con qualche robusta ragione l’erede di “Amlo”), Canada e Messico sono due storici alleati obbligati, per gli States. E anche il primo mercato per entrambi i paesi. Difficile rinunciarci senza provare a tamponare...
Molto diversa invece la risposta della Cina, colpita con dazi del 10% che vanno ad incrementare quelli decisi a suo tempo da Biden (questa guerra, insomma, era già cominciata, anche se non verso tutto il mondo): 100% sulle auto elettriche, 50% sui pannelli solari, ecc.
Nel pieno rispetto di un “ordine internazionale condiviso” fino a qualche giorno fa, la Cina ha dichiarato di aver presentato un reclamo all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) “per difendere i suoi legittimi diritti e interessi” in risposta all’aumento delle tariffe unilaterali americane. “La Cina ha presentato un reclamo contro le misure tariffarie statunitensi nell’ambito del meccanismo di risoluzione delle controversie del Wto”.
Ovvio che il Wto sia da considerare, come tutti gli altri organismi internazionali (dall’Onu in giù), poco più che una sede morta. Ma Pechino vuol far capire al resto del mondo di avere un atteggiamento “legalitario” e paritario, non suprematista come quello Usa.
In più il ministero del Commercio e l’Amministrazione generale delle dogane cinesi hanno annunciato la stretta sui controlli alle esportazioni cinesi “di articoli relativi a tungsteno, tellurio, bismuto, molibdeno e indio” con effetto immediato “al fine di salvaguardare la sicurezza e gli interessi nazionali e di adempiere agli obblighi internazionali come la non proliferazione”.
Materiali strategici di cui Pechino dispone in grande quantità, ma che possono essere commerciati solo con chi accetta la reciprocità e un comportamento “alla pari”.
Drastica e quasi sprezzante, invece, la risposta relativa al fentanyl, definito “un pretesto”. Un portavoce ha infatti rivendicato il ruolo della Cina nella “lotta al narcotraffico”, affermando che il gigante asiatico è uno dei “Paesi più severi al mondo” in questo campo.
Anche perché, ricordiamo, fu proprio l’Occidente – gli inglesi – ad attaccare la Cina, quasi due secoli fa, per imporre laggiù il commercio dell’oppio prodotto in Afghanistan, quando Londra controllava l’India e il Kyber Pass.
Al contrario, sono gli “Gli Stati Uniti [che] devono valutare e risolvere il loro problema del fentanyl in modo obiettivo e razionale e apprezzare la buona volontà della Cina invece di minacciare altri Paesi con aumenti arbitrari dei dazi”. Insomma, se siete un paese di tossicodipendenti, vedete di curarvi invece di rompere le scatole al mondo...
Infine, per far sentire anche un po’ di ironia sulla “primazia artistica” o tecnologica, la Cina annuncia di aver inserito Pvh, il gruppo dietro ai brand Calvin Klein, Tommy Hilfiger, e Illumina Inc. (società specializzata in biotecnologie), nella lista delle “entità non affidabili” per aver “violato i principi del mercato, interrotto gli scambi regolari e adottato misure discriminatorie nei confronti delle aziende cinesi”.
Trema invece l’incerto insieme europeo, che non ha assolutamente una visione – né interessi economici – unitari.
“Se si considerano sia il commercio di beni che quello di servizi, il deficit degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione europea è di soli 50 miliardi. Quindi crediamo che attraverso un impegno e una discussione costruttivi possiamo risolvere questo problema – ha spiegato il commissario Ue al Commercio, Maros Sefcovic –. Al contempo è però molto chiaro che se saremo colpiti in modo ingiusto o arbitrario, risponderemo con fermezza. È stato confermato molto chiaramente dai leader Ue” riuniti ieri a Bruxelles.
Non è che l’inizio, il bello deve ancora venire...
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02/02/2025
Dazi subito, si rompe l'“Occidente collettivo”
Anticipando di un mese la partenza delle ostilità rispetto a quanto scritto nei suoi “ordini esecutivi”, comincia già oggi la prima guerra commerciale della seconda presidenza di Donald Trump.
Il portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha infatti smentito un’indiscrezione diffusa dalla Reuters (“dazi dal 1° marzo”) e ha confermato che partiranno oggi 1° febbraio.
I beni provenienti dalla Cina, ha detto Leavitt, saranno sottoposti a dazi del 10%, mentre quelli dal Messico e del Canada al 25. Dazi del 25% faranno certamente salire il prezzo che i consumatori Usa pagheranno per qualsiasi merce importata da quei paesi, ma soprattutto faranno scattare analoghe ritorsioni (riducendo così i margini dell’esportazione per i non molti prodotti Usa che viaggiano in direzione opposta).
Il Canada ha già preparato e annunciato una serie di contromisure forti, ha detto il primo ministro canadese Justin Trudeau: “Saremo pronti a rispondere, una risposta mirata, energica ma ragionevole e immediata. Non è quello che vogliamo, ma se si muoverà, agiremo anche noi. Non cederemo finché le tariffe non saranno rimosse e, naturalmente, tutto è sul tavolo”.
Nonostante sia ormai sulla porta d’uscita come primo ministro, Trudeau è sembrato molto determinato: “Non voglio indorare la pillola” per i i canadesi che potrebbero affrontare duri contraccolpi nei prossimi giorni.
Le economie dei due paesi sono da tempo immemorabile fortemente interconnesse, facendole sembrare quasi una cosa sola (e infatti Trump ha cominciato a proporre il Canada come “51° stato dell'Unione”): ben il 75% di tutte le esportazioni di beni e servizi canadesi vanno negli Stati Uniti. Inevitabile dunque un forte colpo di freno immediato a causa dei dazi.
Le controsanzioni diventano oltretutto occasione per iniziative anche estemporanee di autopromozione per politici in cerca di visibilità, complicando così la gestione di una partita certamente complessa. Doug Ford, premier dell’Ontario, ha promesso di ritirare gli alcolici americani dagli scaffali dei negozi della sua provincia. Che però è la più popolosa del paese (ci vive circa un terzo dei canadesi), con città come Toronto e la capitale Ottawa. In pratica il Canada è il secondo mercato mondiale per gli alcolici americani (dopo l’intera Unione Europea).
Anche Chrystia Freeland, ex ministro delle Finanze e probabile successore di Trudeau, ha chiesto ritorsioni: “Essere intelligenti significa reagire dove fa male. Il nostro contrattacco deve essere dollaro per dollaro e deve essere mirato in modo preciso e doloroso: i coltivatori di arance della Florida, i produttori di latte del Wisconsin, i fabbricanti di lavastoviglie del Michigan e molto altro ancora”.
Anche Claudia Sheinbaum, la presidente progressista del Messico succeduta ad «Amlo», ha chiarito che sui due dossier principali posti sul tavolo da Trump – l’immigrazione e il fentanyl – il suo team si sta coordinando con il governo statunitense su entrambe le questioni. Ma “se gli Stati Uniti impongono tariffe, il Messico è pronto, e lo è da mesi”.
La decisione di Trump fa di fatto saltare l’accordo commerciale che lui stesso aveva negoziato con i vicini durante il suo primo mandato, noto come USMCA. “L’accordo commerciale più equo, equilibrato e vantaggioso che abbiamo mai firmato”, aveva dichiarato allora lo stesso Trump. Che sperava, con quel trattato, che il deficit degli Stati Uniti con il Messico potesse diminuire. E invece è aumentato da 106 miliardi di dollari nel 2019 a 161 miliardi di dollari nel 2023.
In parte a causa del fatto che il Messico ha sostituito la Cina – a sua volta colpita da pesanti dazi – come provenienza di molte importazioni statunitensi. Ma anche il divario commerciale con il Canada è aumentato: da 31 miliardi di dollari nel 2019 a 72 miliardi di dollari nel 2023. Il deficit riflette in gran parte le importazioni americane di energia canadese: quasi il 60% del petrolio che gli Stati Uniti importano viene dal Canada.
Come si vede, il problema concreto è che gli Stati Uniti vivono ormai di importazioni, avendo le multinazionali di casa delocalizzato la produzione verso paesi a più basso costo del lavoro (Messico in prima linea, per il manifatturiero di base). E pretendono di pagare la differenza tra export e import con un moneta (il dollaro) il cui valore è dato ormai solo dal fatto di controllare il sistema dei a pagamenti internazionali (Swift).
Gli annunci dati ieri – divieto di usare negli States le «monete digitali» eventualmente emesse da altri paesi (l’euro, in primo luogo), diffusione aggressiva delle stablecoin (quasi tutte denominate in dollari ed emesse da società Usa), «dazi del 100%» sui paesi Brics+ se adotteranno una moneta di scambio reciproco diversa dal dollaro – definiscono un cambio d’epoca che durava dal secondo dopo guerra: la fine del commercio mondiale basato su regole concordate.
Ricordate l’Onu, l’Oms, le Corti Internazionali, i vertici del Wto (World trade organization), i G20 o i G8 e i G7, la stessa Davos, ecc.? Tutto finito, non c’è più niente da discutere e contrattare. Gli Stati Uniti emanano ordini in base ai propri esclusivi interessi e guai a chi non acconsente.
Bisogna però dire due cose, prima di concludere. Questo sbraitare scomposto e decretare compulsivo è palesemente privo di una base economica forte. Il “divieto di monete alternative”, per esempio è tecnicamente impossibile da far rispettare. Specie a colossi come Cina, Russia, India.
Non a caso il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha sorriso ironizzando davanti alle domande dei giornalisti su questo punto, spiegando che i BRICS+ non stanno discutendo della creazione di una moneta comune, ma “solo” della creazione di nuove piattaforme di investimento – diverse dallo Swift – che “permetteranno investimenti congiunti in Paesi terzi”.
Qualcosa di più devastante ancora per l’egemonia finanziaria USA sul mondo...
In secondo luogo, ma forse più importante, COME notatO ormai anche da manager capitalistici con esperienza internazionale, come Franco Bernabé, con queste mosse “la presidenza USA piccona l’ordine mondiale costruito dagli Stati Uniti”, “una svolta ancora più importante di quella dell’89” (la caduta del Muro e lo scioglimento dell’URSS), “indebolendo proprio la posizione internazionale” di Washington.
Demolire quell’architettura, fatta di istituzioni, trattati, accordi, “enti terzi”, arbitraggi, consuetudini, lascia spazio solo alla guerra di tutti contro tutti. Anche all’interno dello storico “patto atlantico”, come fanno capire almeno due movimenti, al momento ancora solo accennati.
Il primo parte ancora da Trump: “Certo che imporrò dazi all’Europa, l’Europa ci ha trattati malissimo”. Il secondo è una reazione europea anomala, fino a qualche settimana fa impensabile anche come scherzo: il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot non ha escluso l’invio di truppe europee in Groenlandia “se i nostri interessi di sicurezza sono a rischio” per proteggerla dalle invadenti mire... degli Stati Uniti.
Ma nella guerra di tutti contro tutti perdono completamente senso tutte le sovrastrutture ideologiche, le “narrative diritto-umaniste” (i diritti umani sono una cosa seria, le “narrative” a doppio standard una presa in giro), “l’ordine basato sulle regole”, il “consenso della comunità” e la “legalità internazionale”, i “valori” e tutte le belle parole con cui sono stati giustificati massacri, guerre, lo stesso genocidio a Gaza.
“Democratici” e giornalisti che insistono nel recitare il vecchio copione sono ogni giorno più in difficoltà, spiazzati – e spazzati via – da uno tsunami reazionario e suprematista che sgorga direttamente dal centro dell’Impero e non sente neanche più il bisogno di mascherare i propri interessi sotto le maschere del “bon ton”. I “Rambini” e i “Furbini” possono a questo punto essere licenziati, sostituiti, riconvertiti...
Meglio ragionare da un punto di vista meno tossico, no?
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13/01/2025
USA - La Groenlandia è solo la punta dell’iceberg della "ossessione artica"
di Marco Santopadre
Nei giorni scorsi il presidente eletto ha esplicitamente minacciato sanzioni nei confronti della Danimarca nel caso in cui essa non dovesse accettare l’annessione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti, ha espresso la volontà di fare del Canada il 51esimo stato membro degli USA, ha minacciato Panama ed ha promesso un nuovo inferno a Gaza nel caso in cui gli ostaggi israeliani rapiti il 7 ottobre del 2023 non vengano immediatamente liberati, chiedendo ai membri della Nato di aumentare le spese militari sino al 5% del proprio Pil.
In generale, Trump sembra voler imporre una politica estera aggressiva e interventista, in linea con la sua volontà di lasciare il segno nella storia e di “fare di nuovo grande” un paese che negli ultimi decenni sta sperimentando una crisi della propria egemonia mondiale e l’affermazione di potenze concorrenti.
Le pretese annessionistiche nei confronti della Groenlandia non sono nuove. Non solo Trump le aveva già esplicitate nel mese di dicembre, ma “l’acquisto” dell’isola artica dalla Danimarca era stato già citato tra le priorità di politica estera durante il primo mandato dell’allora outsider repubblicano. Già nel 2019 il tycoon tentò inutilmente di convincere il regno scandinavo a cedergli l’isola più grande del pianeta.
D’altronde l’interesse strategico di Washington per il territorio autonomo tuttora sottoposto alla sovranità danese risale a parecchi decenni fa. Da oltre un secolo amministrazioni statunitensi di diverso colore politico hanno cercato di mettere le mani sulla distesa di ghiaccio ma senza riuscirci fino in fondo. Già nel 1867, dopo aver acquistato l’Alaska dall’impero russo, il segretario di stato William H. Seward tentò inutilmente di convincere il regno scandinavo a cedere la Groenlandia.
Dopo che nel 1940 la Germania nazista invase la Danimarca, le truppe statunitensi occuparono la Groenlandia installandovi numerosi basi militari e stazioni radar, parte delle quali sopravvivono ancora. Dopo la fine del conflitto, Washington ha infatti continuato a gestire una grande base aerea denominata Thule, recentemente ribattezzata Pituffik in ossequio alle popolazioni Inuit che abitano storicamente quel territorio.
Nel 1946 il presidente Harry Truman offrì segretamente alla Danimarca 100 milioni di dollari (l’equivalente di 1,2 miliardi di euro di oggi) ricevendo però un nuovo diniego.
Dal 1951 un accordo con Copenaghen garantisce comunque agli Stati Uniti un ruolo fondamentale nella “difesa” della Groenlandia in caso di attacco, concedendo intanto a Washington il diritto di realizzare e mantenere basi militari.
Ma evidentemente il solo controllo militare del territorio groenlandese non basta a Trump, che sembra realmente intenzionato ad acquisirlo sia per lasciare il segno nella storia sia per espandere la sfera d’influenza statunitense in una zona che sta diventando sempre più strategica nella competizione tra le grandi potenze. Le ripetute menzioni da parte del presidente eletto, unite al ventilato ricorso a dazi punitivi e a pressioni di carattere militare nei confronti della Danimarca, sembrano dimostrare che l’obiettivo costituisce per Trump un’ambizione radicata e non un capriccio passeggero.
Secondo un collaboratore del tycoon citato anonimamente da Reuters, l’acquisizione della Groenlandia farebbe parte delle priorità del presidente, che non a caso ha descritto il passo come un imperativo per la difesa nazionale statunitense. Trump vorrebbe anche essere ricordato come il presidente che ha aggiunto nuovi territori alla federazione, cosa che non avviene dal 1959, quando le Hawaii e l’Alaska divennero rispettivamente il 49° e il 50° stato dell’Unione durante la presidenza del repubblicano Dwight Eisenhower.
La futura amministrazione Trump intende contrastare l’aumento dell’influenza russa e cinese nella regione artica, considerato un serio pericolo per gli interessi statunitensi e per la stessa sicurezza nazionale. In questo senso vanno lette anche le aggressive dichiarazioni del tycoon nei confronti del Canada, “invitato” ad entrare a far parte degli Stati Uniti mentre sul web girano delle mappe, approntate dall’entourage di Trump, che mostrano dei “super Stati Uniti” che includono appunto il vicino settentrionale e la Groenlandia.
Il governo della Danimarca ha risposto duramente alle minacce di Washington ed ha stanziato una cifra consistente per rafforzare la sicurezza dell’isola, decidendo l’invio in zona di alcune navi da guerra. Al tempo stesso Copenaghen – che rappresenta insieme alla Polonia il paese europeo più atlantista – non ha escluso una maggiore collaborazione militare con gli Stati Uniti diretta a soddisfare le “esigenze di sicurezza” del Pentagono.
Un atteggiamento simile a quello manifestato dal governo groenlandese, formato da una coalizione tra la “Comunità del popolo Inuit” (Inuit Ataqatigiit, di sinistra) e i Socialdemocratici (centrosinistra), entrambi con ambizioni indipendentiste. Il premier locale Mute Egede e i suoi collaboratori hanno ribadito più volte che “la Groenlandia appartiene ai groenlandesi” e che “non è in vendita”, ma non hanno chiuso del tutto la porta ad un aumento della cooperazione con Washington e ad un approfondimento dei legami economici con gli Stati Uniti.
Secondo molti analisti, l’amministrazione Trump potrebbe sostenere l’opzione indipendentista – il 6 aprile si vota per il rinnovo del parlamento di Nuuk e il governo è intenzionato a indire anche un referendum per il distacco definitivo da Copenaghen, opzione riconosciuta dalla madrepatria sin dal 2009 ma finora non esercitata – per poi proporre alla Groenlandia la firma di un Compact of Free Association (Cofa), un tipo di trattato di integrazione economica e politica sperimentato negli ultimi decenni con tre paesi insulari del pacifico. Del resto gli indipendentisti groenlandesi sono consci delle difficoltà economiche e logistiche derivanti da un eventuale distacco dalla Danimarca, che ogni anno copre, stanziando più di 500 milioni di dollari, oltre metà del fabbisogno finanziario dell’enorme territorio abitato solo da 57 mila persone.
Il territorio artico potrebbe utilizzare i vasti giacimenti di idrocarburi e di materie prime, il cui sfruttamento è stato finora minimo a causa di problemi logistici e delle preoccupazioni del governo locale per il forte impatto ambientale delle attività estrattive. Nel sottosuolo groenlandese si trovano quantità spesso abbondanti di “terre rare” e di altri minerali indispensabili per l’industria delle tecnologie che sfruttano le energie rinnovabili o per la produzione di batterie e veicoli a trazione elettrica. Inoltre la Groenlandia potrebbe contare su riserve di petrolio stimate in ben 31 miliardi di barili, finora sfruttate in minima parte.
Dal 2021, anno in cui si è affermato a Nuuk il partito Inuit Ataqatigiit dall’impronta fortemente ecologista, il governo locale ha praticamente smesso di concedere licenze per nuove esplorazioni.
Il rapido e progressivo scioglimento dei ghiacci sta però rendendo
sempre più appetibile lo sfruttamento minerario della Groenlandia,
abbassando i prezzi e diminuendo le difficoltà tecniche e logistiche, e
il governo che uscirà dal voto di aprile potrebbe inaugurare una
stagione più permissiva nei confronti delle imprese straniere, allo
scopo di attirare investimenti e rafforzare l’autosufficienza economica
dell’isola.
Se gli Stati Uniti riuscissero a mettere le mani sul grosso delle risorse groenlandesi (la qual cosa suscita già le preoccupazioni della Danimarca e dell’intera Unione Europea) Washington ridurrebbe fortemente lo scarto rispetto alla Repubblica Popolare Cinese, che attualmente controlla più del 60% del mercato delle cosiddette “terre rare” e recentemente ha imposto il divieto di esportazione di alcune di esse.
Ma ci sono anche questioni di ordine commerciale e strategico ad animare l’interesse di Washington per la Groenlandia e per l’intera area artica. A causa dello scioglimento dei ghiacci provocato dal riscaldamento globale, infatti, l’Artide si appresta a diventare il crocevia di una serie di rotte di navigazione e trasporto globali più vantaggiose e rapide rispetto a quelle tradizionali. Negli ultimi dieci anni il traffico navale nell’area è aumentato già del 37%. L’area artica è sempre più ambita dalle diverse potenze mondiali e regionali, sempre più in competizione per aggiudicarsi una posizione di rilievo nel nuovo scenario determinato dai rapidi mutamenti climatici e geografici.
Secondo i servizi di intelligence occidentali, la Cina starebbe cercando di utilizzare la sua alleanza con la Russia – che possiede il 53% della costa artica – per ottenere da Mosca una proiezione economica e strategica nei territori del Polo Nord che finora Pechino non è riuscita ad ottenere. Otto anni fa la Cina ha tentato inutilmente, bloccata da Washington e Copenaghen, di acquistare una vecchia base navale Usa e di costruire tre aeroporti in Groenlandia. Ma nel 2018 Pechino ha avviato la Polar Silk Road, (la Via della Seta Polare), un piano per aprire rotte commerciali ed energetiche attraverso l’estremo nord russo, e le aziende energetiche cinesi hanno già acquisito importanti quote nei progetti di sfruttamento del gas siberiano o in quelli di sviluppo delle infrastrutture portuali russe.
Da parte sua Mosca negli ultimi anni ha moltiplicato le basi militari nelle sue regioni artiche e rafforzato i porti nella penisola di Kola (dove stazione una grande flotta da guerra) e a Murmansk, l’unico porto non ghiacciato situato oltre il Circolo Polare Artico.
La sempre più accesa competizione ha ovviamente anche delle ragioni di ordine militare, visto che dall’artico potrebbe passare un eventuale attacco missilistico lanciato dagli Stati Uniti o dalla Russia contro l’avversario. Non a caso la Pituffik Space Base, in Groenlandia, (l’installazione militare statunitense più a nord, distante 1200 km dal circolo polare artico) ospita il dodicesimo squadrone di allerta spaziale che gestisce il “Ballistic Missile Early Warning System”, un sistema progettato per rilevare eventuali attacchi missilistici contro il territorio americano.
Se finora gli Stati Uniti hanno dovuto subire, nella regione artica, la preponderanza e l’iniziativa russa, l’ingresso nell’Alleanza Atlantica di Finlandia e Svezia ha rafforzato lo schieramento di Washington nell’area. Ma le minacce e le mire annessionistiche di Trump nei confronti di Groenlandia e Canada dimostrano che gli Stati Uniti vogliono un controllo totale di tutti i territori che si affacciano sul polo, evidenziando una vera e propria “ossessione artica” di Washington.
Da questo punto di vista, la Groenlandia rappresenterebbe solo la punta dell’iceberg. «Non si tratta solo della Groenlandia. Si tratta dell’Artico. (...) Si tratta di petrolio e gas. Si tratta della nostra sicurezza nazionale. Si tratta di minerali essenziali» ha spiegato nei giorni scorsi, nel corso di un intervento sull’emittente conservatrice Fox News, il prossimo consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, Mike Waltz.
11/01/2025
Trump non è “il caos”, ma l’impero in stile western
Si può capirli... vorrebbero poter conservare l’immaginario dell’America liberal, faro dei “diritti umani” ma disposta persino a fare “guerre umanitarie” senza giustificazione, o genocidi che non si devono chiamare col loro nome, tra un volto hollywoodiano e una serata da Grammy Awards mentre si cosparge il mondo di cadaveri.
E invece si ritrovano questo buzzurro che squaderna i peggiori tratti del colonialismo ottocentesco, quasi una generale Custer fuori tempo, trattando gli stessi Alleati come potenziali nemici da mettere a posto a suon di sganassoni.
Sotto il velo dell’apparente “pazzia”, però, il tycoon newyorkese sta soltanto indicando alcuni degli obiettivi che risultano “indispensabili” a realizzare l’altrettanto passatista programma del “make America great again”.
E allora, grattando nella storia neanche troppo recente, per esempio a proposito di Groenlandia, si può scoprire che durante la seconda guerra mondiale gli Usa l’avevano già occupata con reparti della Guardia Costiera “liberati dal servizio“, formalmente solo “volontari” senza legami con il governo statunitense.
Il governo danese tacque perché era tutto in esilio, visto che a Copenhagen campeggiavano le SS. L’accordo con gli Usa che legalizzava la presenza di militari sull’isola arrivò un po’ dopo, senza troppe trattative.
Nel 1951 venne poi firmato un altro accordo che consentiva agli USA di costruire ed equipaggiare basi militari statunitensi, diventate alla fine una cinquantina (quasi tutte stazioni di osservazione radar, tranne la più grande, Thule). Era iniziata la “guerra fredda” contro l’Unione Sovietica e dalla Groenlandia era molto più facile controllare le possibili rotte di eventuali missili sovietici verso l’America.
Caduta l’URSS, anche le basi vennero quasi tutte smantellate, ma il trattato è rimasto valido. Volendo – e ora vogliono – possono riprendere a seminare presidi militari di qualsiasi dimensione.
Cambia però la loro funzione strategica. La rotta artica, che la Russia attuale usa abitualmente, vista la grande dimensione del suo confine su quell’oceano, serve ora anche alla Cina (grande risparmio di tempo sui traffici commerciali).
Ma soprattutto c’è il peso immenso delle risorse minerarie (oro e “terre rare”, in primo luogo) per cui i cinesi hanno firmato negli ultimi 20 anni alcuni contratti di ricerca e sfruttamento.
Investimenti che da un decennio trovano però molti ostacoli posti proprio dagli Usa, che hanno nel frattempo abbandonato l’idea di poter controllare comunque il mondo con la “globalizzazione” dell’economia capitalistica grazie al sistema finanziario, il controllo dei sistemi di pagamento, del dollaro, nonché alla potenza militare per i casi estremi.
Per la povera Groenlandia (e per la Danimarca) ne deriva quindi già da tempo un serio rallentamento dei progetti economici che prevedono, se non altro, l’uso o la costruzione di nuovi porti, l’apertura di miniere, ecc.
Da questo punto di vista, insomma, Trump non sta facendo nulla di realmente nuovo. Si limita a gridare ai quattro venti quel che le amministrazioni precedenti (compresa la sua) facevano sottotraccia.
Stesso discorso con il Canada, certo un boccone parecchio più grande, tanto da essere membro del G7, della Nato, nonché autorevole interlocutore di mezzo mondo. Alleato fedele e silente, ma comunque indipendente...
E altrettanto con Panama, dove il Canale era stato voluto, costruito e pagato dagli Usa per poi finire sotto la sovranità del paese centroamericano quando si provò a sostituire gli strumenti di controllo militare con i più presentabili contratti-capestro.
Il problema è che i contratti li possono proporre proprio tutti, e a quel punto i cinesi – come usano fare – ne presentarono di molto più vantaggiosi. Ottenendo così un diritto di controllo senza sbraitare tanto e senza organizzare golpe interni.
Dal punto di vista economico, insomma, i tre paesi al centro dell’offensiva verbale trumpiana sono obiettivi di vecchia data per Washington, ma chiaramente buttarla giù piatta come ha fatto “The Donald” significa mandare in pensione qualsiasi pretesa di rappresentare un “ordine mondiale fondato sulle regole”, nonché considerare ormai carta straccia la sovranità nazionale e l’autodeterminazione dei popoli. Con buona pace dell’Onu, del diritto internazionale e della “pace nel mondo”.
Con molta freddezza altri analisti di livello – per esempio Guido Salerno Aletta, su MilanoFinanza – sbugiardano ogni intenzione “pacifista” di Trump nei confronti della Russia. La disponibilità ad abbandonare l’Ucraina al suo destino – visto che è ormai dimostrato che quella guerra è persa e che la Russia otterrà la “zona cuscinetto smilitarizzata” ritenuta necessaria alla sua sicurezza – è controbilanciata proprio dal progetto di incrementare notevolmente il controllo Usa dell’Artide. Costruendo praticamente lì una analoga “zona cuscinetto” a protezione degli Stati Uniti.
Tutto molto razionale, senza dubbio. Ma tutto questo significa abbracciare di nuovo una visione “realistica” (kissingeriana, si potrebbe dire) dei rapporti internazionali e abbandonare quella “moralistica” invalsa a partire dagli anni ‘90, quando appunto l’imperialismo Usa (e occidentale in genere) si è trovato ad essere “l’unica superpotenza”, quasi obbligata a “governare il mondo” secondo i propri interessi, ma travestiti da “valori etici”, “umanitari” e via bombardando...
Del resto, vediamo ormai da tempo un intollerabile “doppio standard” nella regolazione di tutti i conflitti, e persino dei risultati elettorali in quasi tutti i paesi (Francia, Romania, Georgia, Moldavia, ecc., per non dire dell’atteggiamento nei confronti dei paesi “altri”). Diventa sempre più difficile difendere un assetto aggressivo e criminale sfoderando sorrisi e buoni sentimenti.
Ecco quindi “The Donald” sgombrare il campo dai giri di parole. Ci sono gli “interessi dell’America” davanti a tutto, si farà buon viso a cattivo gioco – finché possibile – solo con chi ha un arsenale nucleare paragonabile.
Gli altri, a cominciare dall’Unione Europea, si mettano la coda tra le gambe... A noi, e ai lavoratori di tutto il mondo, non spetta davvero di “schierarsi” con uno dei due volti di questa macchina divoratutto...
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Niente è come appare: anche quello che può sembrare un ripiegamento o un ritorno all’isolazionismo della dottrina Monroe, in realtà è una nuova mossa americana giocata sullo scacchiere globale nel confronto con Russia e Cina.
Trump ha giocato d’anticipo aprendo un nuovo fronte: il realismo ha fatto irruzione nella sua strategia geopolitica che, se pure ha abbandonato la retorica del globalismo economico e finanziario dominato dagli Usa, non per questo ha manifestato ambizioni meno grandiose, anche se altrettanto strumentali.
Il mondo si è dimostrato davvero troppo grande, e soprattutto complesso, anche per quella che è rimasta l’unica superpotenza globale dopo la dissoluzione dell’URSS: ormai ognuno deve fare la sua parte, perché lo Zio Sam non può pagare per la sicurezza di tutti.
Finisce così, con gli auspici pronunciati da Donald Trump in occasione delle festività natalizie e in vista di assumere per la seconda volta il ruolo di presidente, l’era dell’eccezionalismo e dell’unilateralismo americano che aveva trovato l’apogeo con Bill Clinton, il presidente che aveva fatto a pezzi la Jugoslavia, ultimo residuo del comunismo in Europa, e aveva spalancato le porte del Wto alla Cina di Deng Xiaoping, coronando così nel 2001 il cinquantennio della Lunga Marcia che era stata intrapresa da Henry Kissinger per concedere a Mao Zedong l’abbandono del Vietnam in cambio dell’allontanamento dall’URSS.
Il ruolo cruciale del Canale di Panama
Il discorso di Trump sembra tornare indietro di un secolo, alla dottrina del suo predecessore James Monroe: gli Stati Uniti devono avere come obiettivo primario la supremazia territoriale sull’intero continente nordamericano.
E non si tratta solo del «cortile di casa» da tenere sgombro da pericolose influenze esterne, come accadde ai tempi della crisi di Cuba che fu innescata dall’arrivo di missili sovietici che avrebbero minacciato da vicino la Florida: Trump concilia infatti una sorta di neo-isolazionismo statunitense con la realizzazione di una infrastruttura geopolitica completamente nuova, pur sempre coerente con l’ossessione mai sopita di circondare l’Heartland, il cuore del mondo rappresentato dalla Russia sterminata.
Gli Usa devono innanzitutto riprendere il controllo del transito navale tra il Pacifico e l’Atlantico che utilizza il Canale di Panama, un’infrastruttura di importanza strategica per i traffici commerciali che fu costruita con capitali e da lavoratori americani e che era stata sotto il pieno controllo statunitense dal 1903 al 2000, mentre ora viene addirittura controllata da soldati cinesi: questo è un rischio enorme, che va assolutamente eliminato.
D’altra parte fu la necessità di garantire la libertà dei mari in tempi sia di pace che di guerra, e così i commerci che arricchivano gli Stati Uniti, che indusse T. W. Wilson a intervenire nel primo conflitto mondiale dichiarando guerra alla Germania che insidiava le rotte atlantiche.
Questo ora vale anche per il Mar Glaciale Artico, che sarebbe altrimenti un monopolio della Russia a beneficio soprattutto della Cina, che sottrarrebbe così i suoi traffici commerciali allo storico controllo degli Stretti: da quello di Malacca a quello di Aden, dal Canale di Suez a Gibilterra, sarebbero completamente bypassati.
Dal Canada alla Groenlandia
C’è quindi da coinvolgere il Canada, un Paese già legatissimo dal punto di vista commerciale agli Stati Uniti e per questo assai prospero, che avrebbe tutto da guadagnare nel divenire il 51° Stato dell’Unione: non solo perché la taglia della sua economia raddoppierebbe in breve tempo mentre le tasse si dimezzerebbero, ma soprattutto perché beneficerebbe gratuitamente di una difesa imbattibile rispetto alle aggressioni esterne.
Impacchettato com’è tra l’Alaska e il resto degli Usa, finora il Canada ha beneficiato troppo comodamente e soprattutto gratuitamente della difesa strategica statunitense: come gli alleati europei della Nato, anche i canadesi non possono rimanere coperti, a scrocco, sotto l’ombrello di Washington.
E quindi c’è da considerare la sterminata e disabitata Groenlandia, il cui territorio è grande quattro volte quello della Francia e i cui cittadini, sempre secondo Trump, vorrebbero diventare americani se solo potessero.
C’è di mezzo la sovranità sul Mar Glaciale Artico: una continuità geopolitica che consolidasse le proiezioni di Alaska, Canada e Groenlandia consentirebbe agli Usa di fronteggiare da pari a pari, e senza soluzione di continuità, la Russia, che invece oggi domina incontrastata sul versante opposto dell’emisfero questa promettente e strategica nuova rotta commerciale
Il tempismo dell’annuncio di Trump
La strategia degli Usa nell’Artico andrebbe così a completare il circondamento dell’Heartland, che è proseguito anche di recente sul versante Atlantico con l’adesione della Svezia e della Finlandia alla Nato: ha determinato non solo la chiusura del Golfo di Finlandia ma soprattutto l’isolamento di San Pietroburgo, che finora aveva rappresentato l’unico sbocco libero e diretto della Russia in Europa.
Inutile dire che a fronte di questi auspici di Trump le reazioni politiche a Panama in Canada e in Groenlandia sono state quasi scandalizzate: è stata una vera e propria provocazione, che ha dimostrato come tutte le pretese di egemonia debbano tener conto del principio di autodeterminazione dei popoli.
C’è dunque da chiedersi il perché, e proprio ora, dell’annuncio da parte di Trump di una strategia così palesemente aggressiva nei confronti di Mosca, quando sono in vista i colloqui per la sistemazione dell’Ucraina, a proposito della quale la Russia ha la pretesa di mantenere sotto controllo le aree già conquistate militarmente, oltre alla Crimea già annessa, e vuole che Kiev venga smilitarizzata e rimanga fuori dalla Nato.
Se Mosca, a dispetto del diritto dei popoli all’autodeterminazione, continua a insistere per avere comunque una zona di sicurezza ai propri confini verso l’Europa, deve subire la prospettiva che gli Usa se ne costruiscano una sull’Artico che rappresenti una minaccia altrettanto simmetrica: equivalent retailation, tit for tat.
Fonte
vendita al dettaglio equivalente, pan per focaccia
09/01/2025
Trump minaccia Groenlandia, Panama e Canada: “pronti a usare la forza”
di Marco Santopadre
È un Trump senza alcun freno quello che, durante la prima conferenza stampa dell’anno appena iniziato, ha minacciato di usare anche la forza per ottenere ciò che vuole. Il presidente eletto, ad un passo dalla Casa Bianca, sembra lontano anni luce dal tradizionale ripiegamento sulla politica interna tipico dei repubblicani, atteggiamento che pure alcuni commentatori nostrani sembrano continuare ad attribuirgli contro ogni evidenza.
All’indomani della certificazione della sua vittoria alle presidenziali del 5 novembre, in un suo intervento davanti ai giornalisti nella sua residenza di Mar-a-Lago, ieri il tycoon ha sciorinato un programma zeppo di minacce diretto contro numerosi paesi, inaugurando una nuova ondata di destabilizzazione a livello planetario.
Ribadendo e chiarendo concetti già espressi in maniera più o meno spuria nei giorni e nelle settimane scorse, il presidente eletto “non ha escluso” la possibilità di usare la forza “militare ed economica” per ottenere il controllo del Canale di Panama e della Groenlandia ed ha ripetuto di voler annettere il Canada agli Stati Uniti. Inoltre Trump ha “chiesto” ai membri dell’Alleanza Atlantica di portare le spese militari nientemeno che al 5% del proprio Pil, affermando che si tratta di un passo che «tutti si possono permettere».
Intervenendo anche sulla situazione nel Vicino Oriente, il leader repubblicano ha minacciato di scatenare un nuovo inferno contro la già martoriata popolazione di Gaza «se gli ostaggi non saranno liberati prima» del 20 gennaio, data del suo insediamento alla Casa Bianca. Rivendicando i suoi presunti successi, Trump ha poi attaccato il suo predecessore Joe Biden, criticando la sua azione nei confronti dell’Afghanistan (secondo lui sarebbe stato il precipitoso ritiro delle truppe Usa dal paese asiatico a convincere Mosca ad attaccare Kiev), della guerra in Ucraina e della crisi in Siria. Durante il suo primo mandato, ha affermato il presidente eletto, gli Stati Uniti «non hanno sperimentato guerre, e abbiamo sconfitto lo Stato Islamico: ora erediteremo un mondo in fiamme con Russia, Ucraina e Israele».
Ma gli intenti di Trump sembrano tutt’altro che rivolti a
spegnere l’incendio mondiale ad alimentare il quale l’amministrazione
Biden ha certamente contribuito parecchio.
Nel suo intervento il tycoon ha affermato di comprendere che il leader
russo non voglia l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, alimentando
malriposte speranze che il nuovo corso della Casa Bianca possa risolvere
definitivamente la crisi aperta nel 2014 dal cambio di regime a Kiev.
Ma esplicitando la sua organica agenda espansionista Trump ha messo in
allarme decine di governi in tutto il mondo.
Trump non ha mancato di minacciare anche il Messico, con una “battuta” sull’opportunità di cambiare in “Golfo d’America” il nome del “Golfo del Messico”, accusando il paese che sorge ai suoi confini meridionali di non adoperarsi abbastanza per bloccare l’ingresso di sostanze stupefacenti negli Stati Uniti. Dopo la conferenza stampa, la deputata repubblicana della Georgia, Marjorie Taylor Greene, ha subito annunciato di voler presentare una legge finalizzata a finanziare le modifiche del nome del Golfo del Messico (che si chiama così da più di quattro secoli) su tutte le mappe del governo federale e dell’esercito.
A preoccupare sono state però soprattutto le dichiarazioni annessionistiche di Trump nei confronti della Groenlandia e di Panama. Alla domanda di un giornalista che gli ha chiesto se sia da escludere la possibilità di un ricorso da parte di Washington alla coercizione economica e militare, il Presidente eletto ha risposto: «No, non posso garantire nulla: ciò che posso dire è che ne abbiamo bisogno per la nostra sicurezza economica». Poi il miliardario è tornato a criticare l’ex presidente Jimmy Carter per aver “regalato” a Panama il controllo del canale che taglia in due l’istmo centroamericano, lamentando l’imposizione di dazi troppo alti da parte del piccolo paese sulle navi statunitensi che transitano nel passaggio che unisce gli oceani Atlantico e Pacifico.
Nei giorni scorsi il nuovo inquilino della Casa Bianca aveva più volte accampato pretese su Panama, rivendicando la giurisdizione di Washington sulla grande opera realizzata all’inizio del secolo scorso dal genio militare statunitense e inaugurata nel 1914 in un territorio che fu sottratto alla Colombia. A preoccupare la Casa Bianca ci sarebbe la crescente presenza a Panama della Repubblica Popolare Cinese che attualmente controlla due dei cinque porti adiacenti il passaggio.
Al tempo stesso, Trump ha informato di considerare l’opportunità di imporre dazi punitivi alla Danimarca per costringere le autorità di Copenaghen a concedere a Washington il controllo della sua più grande colonia artica. Da tempo il tycoon insiste sulla volontà di “acquistare” dal paese scandinavo – nel cui territorio Washington già dispone di un’importante base militare – la Groenlandia, regione che gode di un’ampia autonomia ma la cui popolazione sembra puntare sempre più decisamente a ottenere l’indipendenza dal Regno di Danimarca (un’opzione che sarebbe appoggiata dal 60% degli elettori). Il territorio artico, oltre che strategico per il controllo del Polo Nord in competizione con Russia e Cina, è anche ricco di metalli rari e di idrocarburi, ai quali Trump non sembra voler rinunciare nell’ottica di uno scontro con i propri competitori economici e militari che un eventuale stop dei combattimenti in Ucraina non sembra in grado di fermare.
Le violente dichiarazioni del tycoon giungono, del resto, mentre suo figlio è sbarcato a Nuuk, capoluogo della Groenlandia, per quella che Donald Trump Junior ha definito una “lunga visita turistica personale”. Trump Jr ha affermato sul suo blog di non avere in programma incontri con funzionari locali ma è evidente che il suo viaggio nel territorio artico non è casuale, mentre il premier danese Mette Frederiksen ha dichiarato che il futuro della Groenlandia appartiene ai groenlandesi e che l’isola non è in vendita. Secondo alcuni analisti, la Casa Bianca potrebbe cercare di mettere le mani sul territorio indirettamente, foraggiando e sostenendo i settori conservatori del movimento indipendentista locale per poi ottenere in cambio, dopo un’eventuale indipendenza, il soddisfacimento dei propri interessi economici e militari.
Il territorio autonomo andrà alle urne il 6 aprile per il rinnovo del parlamento locale, e il sostegno di Washington ad alcune formazioni politiche “collaborative” potrebbe assicurarne la vittoria.
In un discorso di inizio anno realizzato la scorsa settimana, l’attuale primo ministro della Groenlandia, Mute Egede, ha dichiarato che «è giunto il momento per noi di fare un passo e plasmare il nostro futuro, anche per quanto riguarda la scelta dei nostri interlocutori e partner commerciali più stretti», lasciando intendere una certa apertura nei confronti delle mire statunitensi o quantomeno la volontà di utilizzare le pretese di Washington per operare pressioni su Copenaghen e convincere la Danimarca ad aumentare il grado di autonomia della colonia.
Tornando alla conferenza stampa di Mar-a-Lago, il presidente eletto ha usato toni altrettanto duri nei confronti del Canada, alle prese con una inedita crisi del governo e del Partito Liberale dopo le dimissioni del primo ministro Justin Trudeau.
Per “unificare” il Canada agli Stati Uniti, il tycoon si è detto pronto anche a fare ricorso alla “forza economica”: «Basta rimuovere queste linee tracciate artificialmente per capire che sarebbe molto meglio per la nostra sicurezza nazionale» ha detto riferendosi alla frontiera che divide i due paesi. La reazione dei leader canadesi è stata netta. La ministra degli esteri di Ottawa, Mélanie Joly, ha risposto che il Canada «non cederà alle minacce», mentre il dimissionario Trudeau ha dichiarato che «il Canada non farà mai parte degli Stati Uniti».
L'“inferno” che Trump promette al mondo
Partiamo dalle cose semplici e vediamo come si complicano in un attimo.
In Canada si è dimesso il premier Justin Trudeau, per motivi ignoti descritto come un “campione della sinistra”. Da quelle parti la cosa più di sinistra fatta nella storia è l’accoglienza benevola riservata ai coscritti statunitensi che disertavano la guerra in Vietnam. Quando insomma il buon Justin doveva ancora nascere...
Un evento “interno” ad un paese che fa parte del G7, sebbene in ultima posizione per rilievo economico e dunque anche politico, un membro autorevole della Nato, ecc.
Dimissioni per problemi interni ma anche internazionali, visto che non si trova esattamente al centro delle rotte commerciali e la sua economia non esisterebbe senza la strettissima relazione storica con gli Stati Uniti. E dal primo minuto dopo la rielezione Donald Trump ha preso a minacciare dazi commerciali anche contro il vicino del Nord, oltre che verso il Messico, la Cina, l’Unione Europea...
Insomma contro chiunque abbia un surplus commerciale con gli Usa. Praticamente il mondo intero.
Per il Canada, come si diceva, la minaccia è però esistenziale. Dunque il possibile nuovo quadro ha velocemente terremotato una classe politica marginale e subordinata, obbligando Trudeau ad uscire di scena.
Trump ha subito raddoppiato la dose, nel corso della fluviale conferenza stampa di ieri, suggerendo ad Ottawa di ridursi a 51° stato degli Usa, mettendo così fine alla sua indipendenza anche formale. Una “semplificazione” in nome dell'“efficienza”...
A questo punto, come si diceva un tempo, “il problema è un altro”: quale mondo vede oggi l’America trumpiana?
La successione di minacce sparate in mezz’ora è tale da descrivere un terremoto globale o il delirio di un pazzo. Che però, sfortunatamente, è arrivato alla presidenza della prima superpotenza mondiale e dunque rappresenta in qualche modo il sentiment di una superpotenza in clamorosa crisi di egemonia. Insomma, va preso dannatamente sul serio.
Per esempio aveva suscitato la solita ilarità da cretini la sua proposta di “comprare la Groenlandia”, gigantesca isola ghiacciata a nord delle coste canadesi, ricca di una grande varietà di risorse minerarie tra cui oro, zinco, piombo, rame, nichel e cobalto, ma soprattutto enormi quantità di terre rare e di uranio.
Senza le solite schermature “umanitarie”, la pretesa trumpiana è stata diretta: “quella roba è interesse nazionale Usa”. E quindi ce la prendiamo, che ci vuole?
Primo rifiuto sdegnoso del governatore locale (“non siamo in vendita”), anche perché l’isola è da sempre parte della Danimarca (che non l’ha ovviamente presa bene), paese europeo e membro sia della UE che della Nato (Anders Rasmussen ne è stato addirittura segretario generale, prima del norvegese Stoltenberg).
Rifiuto poi rapidamente trasformato in “richiesta di indipendenza” rispetto a Copenhagen, anche perché in men che non si dica un figlio di Trump ha cominciato a girare per la Groenlandia, forse per fare una perizia sul futuro “prezzo giusto”.
Ma in fondo si potrebbe anche prendersela gratis, visto che localmente è attivo un movimento indipendentista ben radicato, e la maggioranza dei cittadini è favorevole alla separazione da Copenaghen. La Groenlandia dovrà tenere le elezioni parlamentari prima del 6 aprile, e quindi si potrebbe persino dare una veste legale al “passaggio di proprietà” a titolo gratuito.
Fine dell’ilarità generale, inizio delle preoccupazioni... Tanto più che “The Donald” ha asserito di “non escludere l’uso dell’esercito” nel caso ci siamo problemi nell’assecondarne le intenzioni di “acquisto”.
Un rapido sguardo alle mappe azimutali del polo nord spiega qualcosina di più. Le acque del Mar Glaciale Artico risultano divise, in base ai trattati internazionali, tra tutti i paesi che vi si affacciano. Agli Stati Uniti, attualmente, spetta solo quell’angolino blu in corrispondenza dell’Alaska, stretto tra la Russia e il Canada (ma se venisse “annesso”...).
Con l’aumento della temperatura globale i ghiacci si vanno ritirando e sul fondo vengono scoperti giacimenti di gas, petrolio.
Anche a prescindere dalle risorse minerarie, per la stessa ragione climatica l’Artide si appresta a divenire il “cuore” del trasporto e della navigazione globali, e qualsiasi cambiamento significativo negli equilibri regionali potrebbe avere importantissime ricadute geopolitiche.
Il focus trumpiano si poi spostato su Panama, staterello centroamericano che ha la fortuna-sfortuna di ospitare il canale omonimo, cuore del traffico commerciale tra Atlantico e Pacifico. Nessuno se ne ricordava quasi più, perché è dai tempi di Noriega (militare golpista agli ordini di Washington, poi entrato in disgrazia, attaccato militarmente e finito in carcere negli Usa) che non se ne parlava più, se non nei circuiti del turismo esotico.
L’obiettivo è in questo caso quello di monopolizzare il canale, in modo da combattere più agevolmente le guerre commerciali che i “nuovi Stati Uniti” intendono aprire col resto del mondo. Se ci dovessero essere ostacoli, anche qui, Trump ha asserito di “non escludere l’uso dell’esercito”. Il povero governo locale, comunque, si è sentito obbligato a ricordare che “la sovranità sul canale non è negoziabile”.
“Le uniche mani che controllano il canale sono quelle panamensi e continueranno ad esserlo”, smentendo con ciò la menzogna Usa che “vede” soldati cinesi tra le varie chiuse del passaggio.
Si deve a questo punto notare che le intenzioni malevole dell’America che vuol tornare “great again” sono rivolte a paesi Nato e comunque nella cerchia stretta delle subordinazioni agli Usa. E implicano una cambiamento radicale delle relazioni interne all’Occidente, con “il padrone” che dismette la discutibile pretesa di incarnare un “eccezionalismo morale”, che concedeva indipendenza formale e contratti capestro, e squaderna brutalmente il proprio suprematismo fondato sulla forza e la disponibilità ad usarla.
Altro che il Trump “pacifista” della campagna elettorale...
L’unica continuità sbandierata con l’“America dell’establishment” è – senza sorprese – l’appoggio totale al genocidio israeliano contro i palestinesi (e chiunque altro capiti a tiro dell’Idf).
Ma lasciamo volentieri ai lettori la possibilità di definire in modo appropriato una minaccia come quella profferita da “The Donald” in proposito: “se non verranno rilasciati, entro il 20 gennaio, gli ostaggi israeliani in mano dal 7 ottobre del 2023, in Medio Oriente si scatenerà l’inferno”.
Vi alleghiamo la foto del campo profughi di Jabalya, a Gaza, per dare la misura dell’oggettiva difficoltà di fare “più inferno” di quel che c’è…
Fonte


