Si complica maledettamente la vicenda legale sull’imbarcazione al largo del Venezuela che è stata affondata dagli Stati Uniti il 2 settembre scorso.
Non si tratta dell’unica imbarcazione attaccata – attualmente ci sono già quasi 100 morti accertati – ma in quel caso c’è stato un “doppio colpo”, ossia un secondo attacco per uccidere due uomini che erano sopravvissuti ed erano rimasti aggrappati ai rottami. Per tutti i trattati internazionali esistenti, voluti e firmati anche dagli Usa, questo è un crimine di guerra. Quegli uomini avrebbero dovuto insomma essere salvati e poi, semmai, processati.
La prima complicazione legale è creata dalla scelta trumpiana di attaccare il Venezuela con la falsa accusa di essere un “narcostato” e di ospitare uno sconosciuto “cartello de los soles” a capo del quale sarebbe addirittura il presidente Maduro. Prove esibite: zero. Colin Powell, per giustificare l’attacco all’Iraq, aveva se non altro agitato una boccetta con polvere bianca giurando fosse antrace, in una seduta dell’Onu. Trump neanche questo...
Le imbarcazioni affondate da allora sono insomma “esecuzioni extragiudiziali” fuori da ogni cornice legale, anche soltanto inventata. Ma l’uccisione di naufraghi – anche se fossero stati davvero narcos – è comunque un crimine di guerra.
La seconda complicazione è creata dal fatto che “l’indagine” è condotta da una commissione del Congresso Usa che sta cercando di capire se Pete Hegseth – lo squilibrato ex conduttore televisivo di Fox News, ora nominato “ministro della guerra” – abbia o no dato personalmente l’ordine di portare il “secondo colpo”. Nel qual caso andrebbe messo in stato di impeachment...
Lui ha scaricato la responsabilità della decisione sull’ammiraglio Frank Bradley, che conduce la flotta al largo del Venezuela. Ciò che dice è riportato all’esterno dai deputati presenti, con versioni contrapposte tra “dem” e repubblicani (terza complicazione).
La versione finora più accreditata era che – sì – c’è stato un “secondo colpo” contro uomini in acqua e senza armi, ma “avrebbero potuto avere ancora una radio con cui chiamare ‘rinforzi’, essere quindi salvati e tornare in seguito a commerciare droga destinata all’America”. Una follia giuridica, ma ritenuta “accettabile” dai repubblicani...
Ora invece c’è l’ennesimo cambio di versione: la barca affondata – avrebbe detto Bradley – non era diretta verso gli Stati Uniti, ma verso una nave più grande diretta verso il Suriname, ex Guyana olandese, piccolo paese sudamericano ad est del Venezuela.
Questo renderebbe già il primo attacco ingiustificabile persino secondo la “dottrina Trump” sulla “guerra al narcotraffico” (se un carico, peraltro dubbio, non è diretto verso gli Usa, non dovrebbe rientrare nel suo campo di interesse); a maggior ragione il “secondo colpo” è un vero e proprio crimine di guerra (che neanche è stata dichiarata, cosa che avrebbe richiesto un voto del Congresso).
Bel pasticcio, vero?
Peggio ancora. Gli ufficiali antidroga statunitensi ascoltati dalla commissione hanno spiegato che le rotte del traffico via Suriname sono principalmente destinate ai mercati europei. Le rotte del traffico di droga dirette negli USA si sono invece concentrate sull’Oceano Pacifico negli ultimi anni. Ma il Venezuela non ha una costa sul Pacifico, dunque neanche una nave-fantasma potrebbe fare quel percorso provenendo da quel Paese...
Soprattutto viene a cadere completamente anche la giustificazione “nazionalistica”: quella barca, diretta verso una nave che andava in Suriname, da cui a volte partono carichi di droga verso l’Europa... non poteva essere una “minaccia imminente per l’America”.
Ha moltiplicato la confusione anche il Segretario di Stato Marco Rubio, esponente degli anti-castristi di Miami e capofila dell’attacco al Venezuela, che aveva dichiarato alla stampa, poco dopo l’attacco, che il presunto natante dei trafficanti preso di mira era “probabilmente diretto a Trinidad o in qualche altro paese dei Caraibi”. Checcefrega, intanto affondiamolo...
Ma, tuttavia, il Presidente Donald Trump aveva scritto in un post che appoggiava l’attacco, il 2 settembre: “L’attacco è avvenuto mentre i terroristi erano in mare in acque internazionali trasportando narcotici illegali, diretti verso gli Stati Uniti”. Al vertice Usa c’è il caos, pare. Oppure si sentono tanto forti da fregarsene di giustificare seriamene quel che fanno.
Secondo le fonti presenti in commissione, oltretutto, l’ammiraglio Bradley – a capo delle Operazioni Speciali Congiunte (JSOC) – ha anche ammesso che la barca aveva invertito la rotta prima di essere colpita, perché le persone a bordo sembravano aver avvistato l’aereo americano in cielo. Tornavano a casa, insomma, e quindi non andavano né in America, né in Suriname, né in Europa (ammesso e non concesso che avessero droga a bordo, che nessuno s’è curato di recuperare come “prova”).
Altro dettaglio. Gli attacchi sono stati addirittura quattro, non due. Uno spreco di fuoco giustificabile forse contro un assalto militare diretto, non certo contro una barca dall’identità incerta e sicuramente priva di armi pesanti.
Una versione dei fatti abborracciata, però, richiede sempre delle giustificazioni “ad minchiam” che la rendono sempre meno credibile. Ogni nuovo dettaglio diventa una martellata sulle proprie dita.
Bradley avrebbe pure aggiunto che i sopravvissuti stavano anche agitando le braccia verso qualcosa in cielo, anche se non è chiaro se stessero cercando di arrendersi o di chiedere aiuto all’aereo americano che avevano avvistato. Alla faccia del “pericolo imminente”...
A questo punto Hegseth, che giurava di essere uscito di scena dopo aver visto in video il primo attacco, rientra sotto inchiesta.
Nella sua seduta davanti alla commissione aveva infatti detto ai deputati di aver dato ordine che gli attacchi dovevano essere “letali”, ma che non era stato informato dei sopravvissuti fino a dopo che erano stati uccisi.
Bradley avrebbe insomma capito che l’obiettivo della missione era uccidere tutti gli 11 individui a bordo e affondare la barca, anche se l’ordine non era esattamente quello di “uccidere tutti”, compreso chi si arrende, cosa che è ovviamente “illegale”.
Le udienze vanno avanti. Ma già così è chiaro che tutta l’“operazione Venezuela” è un’immane montagna di merda imperialista senza alcuna giustificazione che possa reggere anche ad una sola domanda.
P.S. Ciò nonostante, i media mainstream italiani sembrano felici di ospitare altre bufale immonde provenienti dagli States. Stamattina, per esempio, persino il solitamente austero Sole24Ore si abbassa a pubblicare un evidente “tweet” della Casa Bianca secondo cui, nella telefonata tra The Donald e il presidente Maduro quest’ultimo avrebbe chiesto 200 milioni di dollari per lasciare il potere e rifugiarsi a Cuba (che non è nota per essere un “paradiso per i ricchi”, peraltro).
Si vede che qualsiasi favola di corruzione è credibile per giornalisti abituati a vendersi per cifre molto minori...
Ma soprattutto: se davvero bastava così poco per “risolvere il problema Venezuela” perché muovere una flotta con due portaerei e 15.000 soldati, ammazzando gente a casaccio e spendendo cento volte di più?
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/12/2025
Enigma venezuelano per Trump
Passano i mesi e l’attacco statunitense al Venezuela bolivariano non avviene. Una flotta potente e 15.000 militari sono stanziati al largo delle coste, ma fin qui hanno bombardato soltanto piccole barche a bordo delle quali non si sa bene chi ci fosse. L’amministrazione Trump garantisce che si trattava di “narcotrafficanti”, ma non ha prodotto neanche uno straccio di prova. Si vede che non c’erano...
Tutti gli organismi internazionali – neutrali – che si occupano istituzionalmente di narcotraffico garantiscono che il Venezuela, tra i paesi latino-americani, è quello che meglio collabora nella lotta. Al contrario, l’ex “presidente autoproclamato e riconosciuto dall’Occidente” – Juan Guaidò, ricordate? – è sparito dalla circolazione ancor prima di esser stato beccato in compagnia di narcotrafficanti colombiani.
Non è un mistero che là dove gli Stati Uniti riescono ad imporsi la produzione e il traffico di stupefacenti esplodono. È accaduto in Afghanistan, dove sotto occupazione la produzione dell’oppio era cresciuta del 95%. Avviene quotidianamente nei paesi latino-americani sotto il pieno controllo di Washington. È notizia di ieri, riportata da Axios, che l’ex presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernandez, estradato e incarcerato negli Usa, sta per essere graziato proprio da Donald Trump. Curioso modo di combattere il narcotraffico, non trovate?
Ma torniamo al Venezuela sotto attacco.
I problemi per l’amministrazione Usa si vanno moltiplicando. La CNN spiega che l’iniziativa “rischia di degenerare in un pantano strategico, politico e legale”. Per un’errata valutazione della situazione interna al paese e sulla tenuta delle istituzioni bolivariane.
In pratica, l’opzione principale era stata quella di “esercitare pressione militare” – la flotta al largo, con tanto di portaerei Ford – al punto da facilitare una mezza insurrezione dell’“opposizione” (retoricamente guidata dal più paradossale dei premi Nobel per la pace, Corina Machado). Oppure per “persuadere” una parte dei vertici dell’esercito a non rischiare e quindi a convincere lo stesso Maduro a farsi da parte “con le buone”.
La scelta di questa strategia era del resto avvenuta prendendo atto della impraticabilità dell’invasione di terra, sia per ragioni militari che politiche (l’opinione pubblica statunitense è contraria ad un’altra guerra, con una maggioranza impressionante). Si contava insomma sul potere “deterrente” di una minaccia tipicamente trumpiana – come sui dazi o l’annessione di Canada e Groenlandia – per ottenere un atto di sottomissione tutto sommato pacifico.
Anche la CNN ha dovuto però spiegare ai suoi lettori – compresi i “Maga” e lo stesso Trump – che Maduro e tutto il vertice del Psuv si sono mostrati molto più resilienti (come si dice ora) del previsto. Anzi, “il presidente Nicolás Maduro ha ballato sfidante davanti a un’enorme folla di sostenitori a Caracas in un raduno all’aperto in stile Trump, sfatando le voci precedenti secondo cui avrebbe ceduto alle richieste statunitensi di lasciare il paese. ‘Noi non vogliamo la pace degli schiavi, né vogliamo la pace delle colonie’”.
La resistenza bolivariana ha costretto quindi Trump a convocare d’urgenza “i massimi funzionari e collaboratori della sicurezza nazionale in una riunione nello Studio Ovale lunedì sera, cercando di definire i prossimi passi in uno scontro che ora gli sfugge di mano”.
“Che fare?”, insomma. Di certo può bombardare impianti e infrastrutture, puntando a provocare un crollo dell’economia venezuelana che lo scorso anno è cresciuta più dell’8% ed ha raggiunto l’autosufficienza alimentare (al contrario di quanto avveniva al tempo dei dittatori fedeli a Washington). Ma questo non garantirebbe poi un presa di controllo del Paese, in modo da poterne sfruttare senza problemi le enormi riserve petrolifere.
Anche una “marcia indietro” – un classico per Trump – è in questo caso difficile. Dopo aver “mostrato il bastone” e aver provocato già un discreto numero di morti sarebbe la dimostrazione che l’impero Usa ormai non è più in grado di “far rispettare la propria volontà”, neanche nel “cortile di casa”.
Ai problemi di strategia si vanno sommando quelli creati dall’incompetenza del “ministro della guerra”, Pete Hegseth, ex conduttore televisivo di Fox News fin qui fattosi notare soprattutto per i modi bruschi (anche nei confronti dei suoi generali) e il rifiuto di alcune salvaguardie etiche e legali dell’esercito.
Proprio il bombardamento di una barca al largo del Venezuela è in questi giorni al centro della “polemica politica” a Washington. Si tratta di un “doppio attacco” – prima una bomba sulla barca, poi il mitragliamento di due sopravvissuti, in acqua – guidato personalmente dall’esaltato ex conduttore, che in un audio registrato lo si sente ordinare: “ammazzateli tutti”.
Per la Convenzione di Ginevra e tutta la legislazione internazionale questo è un “crimine di guerra”, ovvero un’azione ingiustificabile col risibile argomento secondo cui due uomini in acqua, in pieno oceano Atlantico, “rappresentavano un pericolo per l’America”.
Anche parecchi repubblicani si sono mostrati “colpiti ed indignati” – è retorica ipocrita, certo, ma del resto se ti vuoi presentare come “il migliore” anche sul piano etico devi stare più attento a quel che fai – e si sono anche fatte ipotesi di impeachment mirato per Hegseth.
A quel punto l’ammiraglio Frank M. “Mitch” Bradley, comandante del Comando per le Operazioni Speciali, si è preso la responsabilità di aver dato quell’ordine. Subito dopo Hegseth lo ha difeso pubblicamente: “Chiariamo una cosa: l’Ammiraglio Bradley è un eroe americano, un vero professionista, e ha il mio 100% di supporto. Sto con lui e le decisioni di combattimento che ha preso – nella missione del 2 settembre e in tutte le altre da allora”.
Traduciamo. L’ammiraglio ha accettato di prendersi la responsabilità per un crimine di guerra, ma ha preteso la copertura politica. I vertici militari, insomma, non sono disponibili a subire gratis lo scaricabarile di politici incapaci, pronti ad attribuire ad altri le proprie colpe (suona familiare, vero?).
Come si vede, il “nodo Venezuela” si è complicato parecchio per l’amministrazione Trump. Che ora si trova a sua volta in una situazione senza una comoda via d’uscita.
Ogni tipo di opzione infatti presenta costi politici elevati. Impegnarsi in una lunga “operazione militare speciale” è altamente impopolare, anche perché difficilmente potrebbero essere evitare perdite tra i soldati Usa. Un attacco pesante a infrastrutture ed altri obiettivi strategici non darebbe comunque garanzie per un “cambio di regime” a Caracas, ma complicherebbe parecchio i rapporti con la Russia (con cui invece Trump ha bisogno di arrivare ad un accordo di pace per l’Ucraina) e con la Cina (già preoccupata per le manovre sul Canale di Panama, le pressioni per Taiwan, ecc.).
Ma anche lasciar perdere sarebbe una sconfitta, tanto più umiliante quanto più si è “agitato il bastone”.
È sempre la situazione peggiore in cui ci si possa trovare. Quella in cui “bisogna fare qualcosa”, ma ogni scelta è sbagliata o controproducente.
È la situazione in cui l’azzardo supera il calcolo. La più densa di rischi, per tutti...
Fonte
Tutti gli organismi internazionali – neutrali – che si occupano istituzionalmente di narcotraffico garantiscono che il Venezuela, tra i paesi latino-americani, è quello che meglio collabora nella lotta. Al contrario, l’ex “presidente autoproclamato e riconosciuto dall’Occidente” – Juan Guaidò, ricordate? – è sparito dalla circolazione ancor prima di esser stato beccato in compagnia di narcotrafficanti colombiani.
Non è un mistero che là dove gli Stati Uniti riescono ad imporsi la produzione e il traffico di stupefacenti esplodono. È accaduto in Afghanistan, dove sotto occupazione la produzione dell’oppio era cresciuta del 95%. Avviene quotidianamente nei paesi latino-americani sotto il pieno controllo di Washington. È notizia di ieri, riportata da Axios, che l’ex presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernandez, estradato e incarcerato negli Usa, sta per essere graziato proprio da Donald Trump. Curioso modo di combattere il narcotraffico, non trovate?
Ma torniamo al Venezuela sotto attacco.
I problemi per l’amministrazione Usa si vanno moltiplicando. La CNN spiega che l’iniziativa “rischia di degenerare in un pantano strategico, politico e legale”. Per un’errata valutazione della situazione interna al paese e sulla tenuta delle istituzioni bolivariane.
In pratica, l’opzione principale era stata quella di “esercitare pressione militare” – la flotta al largo, con tanto di portaerei Ford – al punto da facilitare una mezza insurrezione dell’“opposizione” (retoricamente guidata dal più paradossale dei premi Nobel per la pace, Corina Machado). Oppure per “persuadere” una parte dei vertici dell’esercito a non rischiare e quindi a convincere lo stesso Maduro a farsi da parte “con le buone”.
La scelta di questa strategia era del resto avvenuta prendendo atto della impraticabilità dell’invasione di terra, sia per ragioni militari che politiche (l’opinione pubblica statunitense è contraria ad un’altra guerra, con una maggioranza impressionante). Si contava insomma sul potere “deterrente” di una minaccia tipicamente trumpiana – come sui dazi o l’annessione di Canada e Groenlandia – per ottenere un atto di sottomissione tutto sommato pacifico.
Anche la CNN ha dovuto però spiegare ai suoi lettori – compresi i “Maga” e lo stesso Trump – che Maduro e tutto il vertice del Psuv si sono mostrati molto più resilienti (come si dice ora) del previsto. Anzi, “il presidente Nicolás Maduro ha ballato sfidante davanti a un’enorme folla di sostenitori a Caracas in un raduno all’aperto in stile Trump, sfatando le voci precedenti secondo cui avrebbe ceduto alle richieste statunitensi di lasciare il paese. ‘Noi non vogliamo la pace degli schiavi, né vogliamo la pace delle colonie’”.
La resistenza bolivariana ha costretto quindi Trump a convocare d’urgenza “i massimi funzionari e collaboratori della sicurezza nazionale in una riunione nello Studio Ovale lunedì sera, cercando di definire i prossimi passi in uno scontro che ora gli sfugge di mano”.
“Che fare?”, insomma. Di certo può bombardare impianti e infrastrutture, puntando a provocare un crollo dell’economia venezuelana che lo scorso anno è cresciuta più dell’8% ed ha raggiunto l’autosufficienza alimentare (al contrario di quanto avveniva al tempo dei dittatori fedeli a Washington). Ma questo non garantirebbe poi un presa di controllo del Paese, in modo da poterne sfruttare senza problemi le enormi riserve petrolifere.
Anche una “marcia indietro” – un classico per Trump – è in questo caso difficile. Dopo aver “mostrato il bastone” e aver provocato già un discreto numero di morti sarebbe la dimostrazione che l’impero Usa ormai non è più in grado di “far rispettare la propria volontà”, neanche nel “cortile di casa”.
Ai problemi di strategia si vanno sommando quelli creati dall’incompetenza del “ministro della guerra”, Pete Hegseth, ex conduttore televisivo di Fox News fin qui fattosi notare soprattutto per i modi bruschi (anche nei confronti dei suoi generali) e il rifiuto di alcune salvaguardie etiche e legali dell’esercito.
Proprio il bombardamento di una barca al largo del Venezuela è in questi giorni al centro della “polemica politica” a Washington. Si tratta di un “doppio attacco” – prima una bomba sulla barca, poi il mitragliamento di due sopravvissuti, in acqua – guidato personalmente dall’esaltato ex conduttore, che in un audio registrato lo si sente ordinare: “ammazzateli tutti”.
Per la Convenzione di Ginevra e tutta la legislazione internazionale questo è un “crimine di guerra”, ovvero un’azione ingiustificabile col risibile argomento secondo cui due uomini in acqua, in pieno oceano Atlantico, “rappresentavano un pericolo per l’America”.
Anche parecchi repubblicani si sono mostrati “colpiti ed indignati” – è retorica ipocrita, certo, ma del resto se ti vuoi presentare come “il migliore” anche sul piano etico devi stare più attento a quel che fai – e si sono anche fatte ipotesi di impeachment mirato per Hegseth.
A quel punto l’ammiraglio Frank M. “Mitch” Bradley, comandante del Comando per le Operazioni Speciali, si è preso la responsabilità di aver dato quell’ordine. Subito dopo Hegseth lo ha difeso pubblicamente: “Chiariamo una cosa: l’Ammiraglio Bradley è un eroe americano, un vero professionista, e ha il mio 100% di supporto. Sto con lui e le decisioni di combattimento che ha preso – nella missione del 2 settembre e in tutte le altre da allora”.
Traduciamo. L’ammiraglio ha accettato di prendersi la responsabilità per un crimine di guerra, ma ha preteso la copertura politica. I vertici militari, insomma, non sono disponibili a subire gratis lo scaricabarile di politici incapaci, pronti ad attribuire ad altri le proprie colpe (suona familiare, vero?).
Come si vede, il “nodo Venezuela” si è complicato parecchio per l’amministrazione Trump. Che ora si trova a sua volta in una situazione senza una comoda via d’uscita.
Ogni tipo di opzione infatti presenta costi politici elevati. Impegnarsi in una lunga “operazione militare speciale” è altamente impopolare, anche perché difficilmente potrebbero essere evitare perdite tra i soldati Usa. Un attacco pesante a infrastrutture ed altri obiettivi strategici non darebbe comunque garanzie per un “cambio di regime” a Caracas, ma complicherebbe parecchio i rapporti con la Russia (con cui invece Trump ha bisogno di arrivare ad un accordo di pace per l’Ucraina) e con la Cina (già preoccupata per le manovre sul Canale di Panama, le pressioni per Taiwan, ecc.).
Ma anche lasciar perdere sarebbe una sconfitta, tanto più umiliante quanto più si è “agitato il bastone”.
È sempre la situazione peggiore in cui ci si possa trovare. Quella in cui “bisogna fare qualcosa”, ma ogni scelta è sbagliata o controproducente.
È la situazione in cui l’azzardo supera il calcolo. La più densa di rischi, per tutti...
Fonte
26/11/2025
Venezuela - Escalation degli Stati Uniti, adesso l’accusa è di terrorismo
L’amministrazione Trump, con un ulteriore e grave fatto compiuto, ha definito il Presidente venezuelano Nicolas Maduro e i suoi alleati di governo come membri di un’organizzazione terroristica, il “Cartel de los Soles”. La mossa arriva nel mezzo di una campagna che da mesi gli Stati Uniti stanno conducendo contro il Venezuela con il pretesto di combattere i narcotrafficanti ed effettuando raid al largo delle coste venezuelane che hanno fatto decine di morti. La scorsa settimana era stato il segretario di Stato, Marco Rubo, a dichiarare che il “Cartel de los Soles” sarebbe “responsabile di violenza terroristica” nell’emisfero occidentale.
La Repubblica Bolivariana del Venezuela ha categoricamente e fermamente respinto le recenti dichiarazioni del Segretario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio.
Per il governo venezuelano, questa accusa costituisce “una nuova e ridicola bufala”, volta a costruire un pretesto che consenta di legittimare un intervento illegittimo e illegale secondo il classico schema statunitense di regime change.
In una dichiarazione ufficiale, il governo venezuelano ha affermato che Rubio ripubblica “una menzogna famigerata e vile”, una narrazione su un’organizzazione inesistente che è stata usata in più occasioni per promuovere aggressioni politiche, diplomatiche e militari contro il Venezuela. Secondo il documento, questa manovra seguirà lo stesso destino delle precedenti: fallire, a causa della mancanza di sostegno e del rifiuto diffuso nella regione latinoamericana verso le ingerenze statunitensi.
Da più di due mesi, gli Stati Uniti hanno iniziato un dispiegamento militare nei Caraibi con il falso pretesto di contrastare il narcotraffico nonostante esistano ampie prove che l’80% del traffico di droga verso gli USA attraversi l’Oceano Pacifico e ci sono dati affidabili sui sequestri di droga registrati dal Venezuela.
La Casa Bianca non presta attenzione alle cause dell’elevato consumo di droghe negli Stati Uniti né persegue i trafficanti di droga che vi abitano, ma insiste nel dare la colpa a Caracas per presentarla come uno narcostato e attaccarlo apertamente.
Questo dispiegamento militare, che include una portaerei, un sottomarino nucleare e migliaia di missili e truppe, minaccia seriamente la pace in America Latina. Washington ha compiuto più di 80 esecuzioni extragiudiziali nelle acque caraibiche e nell’Oceano Pacifico. Invece di intercettare navi presumibilmente legate al traffico di droga, le distrugge e uccide il loro equipaggio senza fornire alcuna prova, violando così il diritto internazionale e il diritto alla vita.
Intanto sette compagnie aeree – GOL, Iberia, Avianca, TAP, LATAM, Caribbean Airlines e Turkish Airlines – hanno deciso di sospendere temporaneamente le rotte per il Venezuela. Al contrario le principali compagnie aeree venezuelane mantengono i loro voli, sia nazionali che internazionali, nonostante l’avvertimento della Federal Aviation Administration (FAA) degli Stati Uniti riguardo all’aumento dell’attività militare nei Caraibi.
Conviasa, Estelar Latinoamérica e Laser Airlines hanno confermato la normalità delle loro rotte e garantito la piena sicurezza delle loro operazioni, nonché la continuità dei loro itinerari.
Fonte
La Repubblica Bolivariana del Venezuela ha categoricamente e fermamente respinto le recenti dichiarazioni del Segretario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio.
Per il governo venezuelano, questa accusa costituisce “una nuova e ridicola bufala”, volta a costruire un pretesto che consenta di legittimare un intervento illegittimo e illegale secondo il classico schema statunitense di regime change.
In una dichiarazione ufficiale, il governo venezuelano ha affermato che Rubio ripubblica “una menzogna famigerata e vile”, una narrazione su un’organizzazione inesistente che è stata usata in più occasioni per promuovere aggressioni politiche, diplomatiche e militari contro il Venezuela. Secondo il documento, questa manovra seguirà lo stesso destino delle precedenti: fallire, a causa della mancanza di sostegno e del rifiuto diffuso nella regione latinoamericana verso le ingerenze statunitensi.
Da più di due mesi, gli Stati Uniti hanno iniziato un dispiegamento militare nei Caraibi con il falso pretesto di contrastare il narcotraffico nonostante esistano ampie prove che l’80% del traffico di droga verso gli USA attraversi l’Oceano Pacifico e ci sono dati affidabili sui sequestri di droga registrati dal Venezuela.
La Casa Bianca non presta attenzione alle cause dell’elevato consumo di droghe negli Stati Uniti né persegue i trafficanti di droga che vi abitano, ma insiste nel dare la colpa a Caracas per presentarla come uno narcostato e attaccarlo apertamente.
Questo dispiegamento militare, che include una portaerei, un sottomarino nucleare e migliaia di missili e truppe, minaccia seriamente la pace in America Latina. Washington ha compiuto più di 80 esecuzioni extragiudiziali nelle acque caraibiche e nell’Oceano Pacifico. Invece di intercettare navi presumibilmente legate al traffico di droga, le distrugge e uccide il loro equipaggio senza fornire alcuna prova, violando così il diritto internazionale e il diritto alla vita.
Intanto sette compagnie aeree – GOL, Iberia, Avianca, TAP, LATAM, Caribbean Airlines e Turkish Airlines – hanno deciso di sospendere temporaneamente le rotte per il Venezuela. Al contrario le principali compagnie aeree venezuelane mantengono i loro voli, sia nazionali che internazionali, nonostante l’avvertimento della Federal Aviation Administration (FAA) degli Stati Uniti riguardo all’aumento dell’attività militare nei Caraibi.
Conviasa, Estelar Latinoamérica e Laser Airlines hanno confermato la normalità delle loro rotte e garantito la piena sicurezza delle loro operazioni, nonché la continuità dei loro itinerari.
Fonte
24/11/2025
Indiscrezioni su una nuova fase delle operazioni USA contro il Venezuela
Quattro ufficiali degli Stati Uniti avrebbero rivelato all’agenzia di informazione britannica Reuters, a condizione di rimanere anonimi, che Washington è pronta a lanciare una nuova fase delle operazioni contro il Venezuela, probabilmente già nei prossimi giorni. Non è stato però possibile determinare ne i tempi precisi, ne la dimensione e gli scopi di queste operazioni.
Due delle fonti di Reuters hanno comunque accennato al fatto che operazioni sotto copertura nel territorio venezuelano potrebbero essere le prime iniziative intraprese. Questa scelta porterebbe evidentemente a un’escalation della situazione nei Caraibi, dove la Casa Bianca continua a ordinare attacchi contro imbarcazioni accusate, senza alcuna prova, di essere vettori del narcotraffico diretto negli States.
Una strategia già vista in passato per imporre un regime change. Le stesse fonti di Reuters hanno confermato che l’amministrazione Trump non ha escluso il tentativo di rovesciare il governo di Maduro. Ma, al di là di chi vaneggia la possibilità di ripetere l’esperienza di Panama tra il 1989 e il 1990, è abbastanza evidente che un’invasione classica è impossibile nei confronti della repubblica bolivariana.
Rimane il fatto che il dispiegamento militare, tra portaerei e 15 mila marines, oltre a rappresentare un chiaro elemento di pressione verso Caracas, può essere usato in vari altri modi. Il primo modo lo ha indicato lo stesso Segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth, il quale ha ricordato la serie di nuove opzioni che la designazione delle organizzazioni del narcotraffico tra quelle terroristiche offre alla Casa Bianca.
Il Dipartimento di Stato vuole inserire nella lista delle formazioni terroriste il “Cartel de los Soles”, la cui stessa esistenza è in dubbio, accusando Maduro di esserne alla guida. Trump ha affermato che questa decisione consentirebbe all’esercito degli Stati Uniti di colpire beni e infrastrutture legate al governo del presidente venezuelano. Una procedura “auto-assolutoria” in cui gli stessi Usa fanno da accusa, giudice e boia contemporaneamente.
Questo potrebbe comunque essere uno degli usi del dispiegamento di forze nei Caraibi, oltre al supporto per operazioni segrete per esacerbare la situazione interna.
Questo quadro di iniziative porterebbe dunque anche una forte sollecitazione interna, politica ma anche e soprattutto economica, mentre le sanzioni continuano a strozzare il paese. E in continuità con queste difficoltà, tale dispiegamento potrebbe imporsi anche come deterrente per il mantenimento di alcune relazioni che mantengono collegata Caracas al resto del Mondo.
Infatti, in seguito agli avvertimenti diramati dalla Federal Aviation Administration (FAA), l’agenzia governativa statunitense che si occupa dell’aviazione civile, riguardanti un “aumento dell’attività militare” nei Caraibi, sei compagnie aeree (la spagnola Iberia, la portoghese Tap, la colombiana Avianca, la Caribbean di Trinidad, la brasiliana Gol e la cilena Latam) hanno cancellato le loro tratte da e per il Venezuela, ha dichiarato Marisela de Loaiza, presidente dell’Associazione delle Compagnie Aeree Venezuelane.
I mezzi che Washington usa per imporre al “cortile di casa” il proprio volere risultano, al solito, caratterizzati da prevaricazione e intimidazione. La solidarietà internazionalista deve rimanere alta, soprattutto in seguito alle ultime notizie.
Fonte
Due delle fonti di Reuters hanno comunque accennato al fatto che operazioni sotto copertura nel territorio venezuelano potrebbero essere le prime iniziative intraprese. Questa scelta porterebbe evidentemente a un’escalation della situazione nei Caraibi, dove la Casa Bianca continua a ordinare attacchi contro imbarcazioni accusate, senza alcuna prova, di essere vettori del narcotraffico diretto negli States.
Una strategia già vista in passato per imporre un regime change. Le stesse fonti di Reuters hanno confermato che l’amministrazione Trump non ha escluso il tentativo di rovesciare il governo di Maduro. Ma, al di là di chi vaneggia la possibilità di ripetere l’esperienza di Panama tra il 1989 e il 1990, è abbastanza evidente che un’invasione classica è impossibile nei confronti della repubblica bolivariana.
Rimane il fatto che il dispiegamento militare, tra portaerei e 15 mila marines, oltre a rappresentare un chiaro elemento di pressione verso Caracas, può essere usato in vari altri modi. Il primo modo lo ha indicato lo stesso Segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth, il quale ha ricordato la serie di nuove opzioni che la designazione delle organizzazioni del narcotraffico tra quelle terroristiche offre alla Casa Bianca.
Il Dipartimento di Stato vuole inserire nella lista delle formazioni terroriste il “Cartel de los Soles”, la cui stessa esistenza è in dubbio, accusando Maduro di esserne alla guida. Trump ha affermato che questa decisione consentirebbe all’esercito degli Stati Uniti di colpire beni e infrastrutture legate al governo del presidente venezuelano. Una procedura “auto-assolutoria” in cui gli stessi Usa fanno da accusa, giudice e boia contemporaneamente.
Questo potrebbe comunque essere uno degli usi del dispiegamento di forze nei Caraibi, oltre al supporto per operazioni segrete per esacerbare la situazione interna.
Questo quadro di iniziative porterebbe dunque anche una forte sollecitazione interna, politica ma anche e soprattutto economica, mentre le sanzioni continuano a strozzare il paese. E in continuità con queste difficoltà, tale dispiegamento potrebbe imporsi anche come deterrente per il mantenimento di alcune relazioni che mantengono collegata Caracas al resto del Mondo.
Infatti, in seguito agli avvertimenti diramati dalla Federal Aviation Administration (FAA), l’agenzia governativa statunitense che si occupa dell’aviazione civile, riguardanti un “aumento dell’attività militare” nei Caraibi, sei compagnie aeree (la spagnola Iberia, la portoghese Tap, la colombiana Avianca, la Caribbean di Trinidad, la brasiliana Gol e la cilena Latam) hanno cancellato le loro tratte da e per il Venezuela, ha dichiarato Marisela de Loaiza, presidente dell’Associazione delle Compagnie Aeree Venezuelane.
I mezzi che Washington usa per imporre al “cortile di casa” il proprio volere risultano, al solito, caratterizzati da prevaricazione e intimidazione. La solidarietà internazionalista deve rimanere alta, soprattutto in seguito alle ultime notizie.
Fonte
18/11/2025
Il Venezuela unito e stabile sfida le minacce Usa
Qui a Caracas il clima è di grande tranquillità e serenità. Il popolo sciama per le strade per godere i frutti della ripresa economica in atto ormai da qualche tempo, risultato a sua volta della stabilità politica raggiunta con la conferma di Nicolas Maduro a presidente, avvenuta a larga maggioranza nelle elezioni presidenziali del luglio 2024 e ribadita dal successo del Gran Polo Patriotico alle successive elezioni politiche del maggio 2025 e amministrative del luglio 2025.
Le radici storiche dell’unità venezolana risalgono com’è noto alle guerre per l’indipendenza nazionale condotte fra gli altri da Bolivar, Zamora, dal leader afrovenezolano Negro Primero, dall’eroina dell’indipendenza, Luisa Cáceres de Arismendi, e dal leader indigeno Guaicaipuro. Il Venezuela di oggi è una società multietnica e multiculturale che vede la partecipazione su un piano di parità di tutti i settori.
La grande epopea socialista cominciata con la vittoria di Chavez alle elezioni presidenziali del 1998 e continuata ininterrottamente durante gli ultimi 27 anni è stata appunto contrassegnata dall’affiorare delle istanze e rivendicazioni dei settori storicamente emarginati.
Ciò è avvenuto nonostante i complotti dell’imperialismo statunitense che non si è mai rassegnato a perdere le enorme risorse del Paese, che vorrebbe destinare, come sempre in passato, ai profitti delle multinazionali come Exxon Mobil e alle accumulazioni della finanza anziché alla realizzazione dei diritti dei popoli.
Esaurite tutte le possibili opzioni alternative, dai colpi di Stato alle rivolte di piazza, dallo strangolamento economico, che pure continua a costare caro al Venezuela, al terrorismo puro e semplice, gli strateghi dell’Impero hanno imboccato la strada senza ritorno dell’aggressione diretta, schierando una flotta da guerra nel mar dei Caraibi.
La scusa, assolutamente ridicola e incredibile, per i motivi già esposti qui, è la repressione del narcotraffico. Obiettivo reale le risorse del Venezuela e Nicolas Maduro, simbolo vivente dell’unità del Paese nel segno della lotta contro il neocolonialismo e l’imperialismo.
Un’ampia cornice ideologica nella quale si riconosce anche l’opposizione democratica e costituzionale di cui fa parte anche, ad esempio, la giovane deputata del partito Acción Democratica che è venuta a dare il benvenuto all’aeroporto insieme ai suoi colleghi del partito di Maduro, il Partito Socialista Unito del Venezuela (Psuv), alla nostra delegazione del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (Cred).
Se una parte minoritaria del popolo venezolano aveva in passato espresso appoggio alle posizioni di Corina Machado, oggi costei è più che mai isolata e disprezzata, mentre continua a rivolgere rabbiosi inviti a Trump affinché intervenga militarmente contro il Venezuela. Un Premio Nobel che auspica un bagno di sangue è certamente un atroce paradosso.
Scopo principale della nostra missione (con me ci sono dall’Italia l’avvocata Francesca Trasatti e la dottoressa Margherita Cantelli, esponenti entrambe anche di Potere al Popolo) è la partecipazione alla Conferenza internazionale dei giuristi che comincia stamattina per ribadire le ragioni del diritto internazionale alla pace e all’autodeterminazione di fronte alla brutale prepotenza dell’imperialismo guerrafondaio e assassino.
C’è in effetti un filo rosso che unisce, nel segno del diritto internazionale, Venezuela, Palestina e altri conflitti odierni. Il declino dell’Occidente e in particolare degli Stati Uniti che trascinano con sé nel gorgo i loro decerebrati vassalli europei, genera guerre e genocidi, perché l’unica carta rimasta in mano a quelli che furono a lungo i padroni del mondo è quella militare.
Per questo i decadenti regimi occidentali, compresa l’Italietta di Giorgia Meloni, alimentano, armandoli fino ai denti, il genocida Netanyahu e il guerrafondaio Zelensky, principali pericoli oggi per la pace mondiale, mentre, ripetendo la favoletta del “dittatore” Maduro, legittimano anche l’aggressione contro il Venezuela.
Alla forza bruta degli apparati militari occorre opporre quella del diritto internazionale, perché si tratta dell’unica chance di sopravvivenza dell’umanità nell’attuale transito verso il multipolarismo.
Occorre sperare che quelli che si producono oggi nel mar dei Caraibi siano gli ultimi rantoli di una belva morente e che i popoli, compreso quello degli Stati Uniti, che a New York si è recentemente espresso per il candidato socialista Mamdani, sappiano affermare le loro ragioni, smantellando gli apparati criminali dediti a guerre e genocidi per salvaguardare gli interessi economici e strategici di un pugno di nemici dell’umanità contro l’umanità stessa, oggi in forte pericolo.
Fonte
Le radici storiche dell’unità venezolana risalgono com’è noto alle guerre per l’indipendenza nazionale condotte fra gli altri da Bolivar, Zamora, dal leader afrovenezolano Negro Primero, dall’eroina dell’indipendenza, Luisa Cáceres de Arismendi, e dal leader indigeno Guaicaipuro. Il Venezuela di oggi è una società multietnica e multiculturale che vede la partecipazione su un piano di parità di tutti i settori.
La grande epopea socialista cominciata con la vittoria di Chavez alle elezioni presidenziali del 1998 e continuata ininterrottamente durante gli ultimi 27 anni è stata appunto contrassegnata dall’affiorare delle istanze e rivendicazioni dei settori storicamente emarginati.
Ciò è avvenuto nonostante i complotti dell’imperialismo statunitense che non si è mai rassegnato a perdere le enorme risorse del Paese, che vorrebbe destinare, come sempre in passato, ai profitti delle multinazionali come Exxon Mobil e alle accumulazioni della finanza anziché alla realizzazione dei diritti dei popoli.
Esaurite tutte le possibili opzioni alternative, dai colpi di Stato alle rivolte di piazza, dallo strangolamento economico, che pure continua a costare caro al Venezuela, al terrorismo puro e semplice, gli strateghi dell’Impero hanno imboccato la strada senza ritorno dell’aggressione diretta, schierando una flotta da guerra nel mar dei Caraibi.
La scusa, assolutamente ridicola e incredibile, per i motivi già esposti qui, è la repressione del narcotraffico. Obiettivo reale le risorse del Venezuela e Nicolas Maduro, simbolo vivente dell’unità del Paese nel segno della lotta contro il neocolonialismo e l’imperialismo.
Un’ampia cornice ideologica nella quale si riconosce anche l’opposizione democratica e costituzionale di cui fa parte anche, ad esempio, la giovane deputata del partito Acción Democratica che è venuta a dare il benvenuto all’aeroporto insieme ai suoi colleghi del partito di Maduro, il Partito Socialista Unito del Venezuela (Psuv), alla nostra delegazione del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (Cred).
Se una parte minoritaria del popolo venezolano aveva in passato espresso appoggio alle posizioni di Corina Machado, oggi costei è più che mai isolata e disprezzata, mentre continua a rivolgere rabbiosi inviti a Trump affinché intervenga militarmente contro il Venezuela. Un Premio Nobel che auspica un bagno di sangue è certamente un atroce paradosso.
Scopo principale della nostra missione (con me ci sono dall’Italia l’avvocata Francesca Trasatti e la dottoressa Margherita Cantelli, esponenti entrambe anche di Potere al Popolo) è la partecipazione alla Conferenza internazionale dei giuristi che comincia stamattina per ribadire le ragioni del diritto internazionale alla pace e all’autodeterminazione di fronte alla brutale prepotenza dell’imperialismo guerrafondaio e assassino.
C’è in effetti un filo rosso che unisce, nel segno del diritto internazionale, Venezuela, Palestina e altri conflitti odierni. Il declino dell’Occidente e in particolare degli Stati Uniti che trascinano con sé nel gorgo i loro decerebrati vassalli europei, genera guerre e genocidi, perché l’unica carta rimasta in mano a quelli che furono a lungo i padroni del mondo è quella militare.
Per questo i decadenti regimi occidentali, compresa l’Italietta di Giorgia Meloni, alimentano, armandoli fino ai denti, il genocida Netanyahu e il guerrafondaio Zelensky, principali pericoli oggi per la pace mondiale, mentre, ripetendo la favoletta del “dittatore” Maduro, legittimano anche l’aggressione contro il Venezuela.
Alla forza bruta degli apparati militari occorre opporre quella del diritto internazionale, perché si tratta dell’unica chance di sopravvivenza dell’umanità nell’attuale transito verso il multipolarismo.
Occorre sperare che quelli che si producono oggi nel mar dei Caraibi siano gli ultimi rantoli di una belva morente e che i popoli, compreso quello degli Stati Uniti, che a New York si è recentemente espresso per il candidato socialista Mamdani, sappiano affermare le loro ragioni, smantellando gli apparati criminali dediti a guerre e genocidi per salvaguardare gli interessi economici e strategici di un pugno di nemici dell’umanità contro l’umanità stessa, oggi in forte pericolo.
Fonte
16/11/2025
USA, l’Operazione “Southern Spear” infiamma i Caraibi. Caracas in allerta massima
L’esercito venezuelano è in stato di massima allerta. Martedì, il presidente Nicolas Maduro ha ordinato la “piena operatività” di tutti i reparti delle forze armate, dalla Milicia Nacional Bolivariana all’esercito regolare. Non si tratta di un’esercitazione, ma della risposta diretta a quello che Caracas, e non solo, percepisce come un’aperta provocazione.
La causa è stata un annuncio diramato il 13 novembre da Washington: il Segretario alla Guerra statunitense, Pete Hegseth, ha confermato via X il lancio della Operation Southern Spear. L’iniziativa, guidata dalla Joint Task Force Southern Spear e dallo United States Southern Command (SOUTHCOM), è ufficialmente un tassello ulteriore della “guerra alla droga” che, da decenni, rappresenta una copertura – tra l’altro totalmente inefficace rispetto agli obiettivi che dichiara – di repressione interna e destabilizzazione estera.
Questa “guerra” è tornata tra i temi centrali della politica statunitense col presidente Donald Trump. La campagna di bombardamento di navi, dalla sua amministrazione indicate come vettori del “narcotraffico internazionale” – ovviamente senza portare alcuna prova – ha sollevato molti dubbi e condanne, anche dall’Alto commissario ONU per i diritti umani, Volker Turk, che ha denunciato “vere e proprie esecuzioni extragiudiziali”.
Il breve post su X di Hegseth aumenta il livello di allerta, perché la retorica è quella che siamo purtroppo abituati a sentire da tempo: l’America Latina come “cortile di casa” dell’imperialismo statunitense. Il politico stelle-e-strisce parla infatti di una missione indirizzata a liberare dai narcotrafficanti l’intero Emisfero Occidentale, indicato come “il vicinato dell’America” di cui Washington si auto-intesta la difesa.
Secondo quanto riportato dalla CNN, un’operazione Southern Spear era già stata menzionata a gennaio, con un focus sull’impiego di navi e droni robotizzati. Ma ora che anche la portaerei più grande del mondo, la USS Gerald Ford, è arrivata nei Caraibi, e gli USA annunciano la riapertura della base di Roosvelt Roads, a Porto Rico, le minacce di escalation si fanno ancora più concrete.
Sull’Air Force One, Trump ha detto ai giornalisti di aver più o meno preso una decisione sul Venezuela, anche se non può rivelare quale sia. L’emittente statunitense CBS ha raccontato che Hegseth e il capo di Stato Maggiore Dan Caine hanno già discusso col tycoon sulle opzioni possibili nei confronti del paese sudamericano, e che tra di esse non è stata scartata l’invasione terrestre.
Intanto, il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha affermato in un discorso trasmesso dalla televisione di stato: “vogliamo un’altra Gaza ora in Sud America? Cosa dice il popolo americano? (...) Lasciatemelo dire, no. La pace trionferà”. Il politico venezuelano si è rivolto anche ai cittadini statunitensi, chiedendo loro di fermare la mano armata di Trump.
Caracas non è la sola protagonista di questa storia. Anche la Colombia di Gustavo Petro è sotto la minaccia USA. Il presidente di Bogotà ha detto di voler cancellare gli accordi che il suo paese ha con la NATO, pochi giorni fa ha ordinato di fermare la condivisione di dati di intelligence con gli Stati Uniti, mantenendo comunque la collaborazione con le agenzie internazionali che combattono il traffico di droga.
C’è poi anche la Russia, che ha da poco stretto un partenariato strategico col Venezuela. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha affermato: “la Russia ha dimostrato una solidarietà incrollabile nei confronti del Venezuela e siamo pronti a rispondere in modo appropriato alle richieste di Caracas”.
Il pericolo è che nei Caraibi si apra un altro fronte di questa “guerra mondiale a pezzi” che un po’ ovunque l’Occidente e i suoi alleati stanno alimentando per cercare una risposta alla propria crisi di egemonia.
Fonte
La causa è stata un annuncio diramato il 13 novembre da Washington: il Segretario alla Guerra statunitense, Pete Hegseth, ha confermato via X il lancio della Operation Southern Spear. L’iniziativa, guidata dalla Joint Task Force Southern Spear e dallo United States Southern Command (SOUTHCOM), è ufficialmente un tassello ulteriore della “guerra alla droga” che, da decenni, rappresenta una copertura – tra l’altro totalmente inefficace rispetto agli obiettivi che dichiara – di repressione interna e destabilizzazione estera.
Questa “guerra” è tornata tra i temi centrali della politica statunitense col presidente Donald Trump. La campagna di bombardamento di navi, dalla sua amministrazione indicate come vettori del “narcotraffico internazionale” – ovviamente senza portare alcuna prova – ha sollevato molti dubbi e condanne, anche dall’Alto commissario ONU per i diritti umani, Volker Turk, che ha denunciato “vere e proprie esecuzioni extragiudiziali”.
Il breve post su X di Hegseth aumenta il livello di allerta, perché la retorica è quella che siamo purtroppo abituati a sentire da tempo: l’America Latina come “cortile di casa” dell’imperialismo statunitense. Il politico stelle-e-strisce parla infatti di una missione indirizzata a liberare dai narcotrafficanti l’intero Emisfero Occidentale, indicato come “il vicinato dell’America” di cui Washington si auto-intesta la difesa.
Secondo quanto riportato dalla CNN, un’operazione Southern Spear era già stata menzionata a gennaio, con un focus sull’impiego di navi e droni robotizzati. Ma ora che anche la portaerei più grande del mondo, la USS Gerald Ford, è arrivata nei Caraibi, e gli USA annunciano la riapertura della base di Roosvelt Roads, a Porto Rico, le minacce di escalation si fanno ancora più concrete.
Sull’Air Force One, Trump ha detto ai giornalisti di aver più o meno preso una decisione sul Venezuela, anche se non può rivelare quale sia. L’emittente statunitense CBS ha raccontato che Hegseth e il capo di Stato Maggiore Dan Caine hanno già discusso col tycoon sulle opzioni possibili nei confronti del paese sudamericano, e che tra di esse non è stata scartata l’invasione terrestre.
Intanto, il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha affermato in un discorso trasmesso dalla televisione di stato: “vogliamo un’altra Gaza ora in Sud America? Cosa dice il popolo americano? (...) Lasciatemelo dire, no. La pace trionferà”. Il politico venezuelano si è rivolto anche ai cittadini statunitensi, chiedendo loro di fermare la mano armata di Trump.
Caracas non è la sola protagonista di questa storia. Anche la Colombia di Gustavo Petro è sotto la minaccia USA. Il presidente di Bogotà ha detto di voler cancellare gli accordi che il suo paese ha con la NATO, pochi giorni fa ha ordinato di fermare la condivisione di dati di intelligence con gli Stati Uniti, mantenendo comunque la collaborazione con le agenzie internazionali che combattono il traffico di droga.
C’è poi anche la Russia, che ha da poco stretto un partenariato strategico col Venezuela. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha affermato: “la Russia ha dimostrato una solidarietà incrollabile nei confronti del Venezuela e siamo pronti a rispondere in modo appropriato alle richieste di Caracas”.
Il pericolo è che nei Caraibi si apra un altro fronte di questa “guerra mondiale a pezzi” che un po’ ovunque l’Occidente e i suoi alleati stanno alimentando per cercare una risposta alla propria crisi di egemonia.
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15/11/2025
USA - Gli appaltatori militari traggono profitto dalla tensione con il Venezuela e nei Caraibi
Mentre aumentano i timori che gli attacchi degli Stati Uniti contro i cosiddetti “narcoterroristi” nei Caraibi possano degenerare in una guerra su vasta scala con il Venezuela, i produttori di armi sono ben posizionati per trarre vantaggio dall’inedito rafforzamento militare degli Stati Uniti nella regione, mai visto su tale scala da decenni e che continua ininterrottamente.
Attualmente, importanti navi militari come i cacciatorpediniere lanciamissili dotati del sistema di comando e controllo delle armi da combattimento Aegis (tra cui la USS Gravely, la USS Jason Dunham e la USS Stockdale) , l’incrociatore lanciamissili USS Gettysburg e la nave da combattimento litoranea USS Wichita sono schierate nei Caraibi. È presente anche la USS Newport News (SSN-750), un sottomarino d’attacco a propulsione nucleare in grado di lanciare missili Tomahawk.
Inoltre, l’arrivo martedì del gruppo d’attacco della portaerei Gerald S. Ford, la più nuova e tecnologicamente avanzata portaerei della Marina (USS Bainbridge, USS Mahan e USS Winston Churchill), porterà altri 4.000 militari nel teatro operativo, oltre ai circa 10.000 già presenti.
Washington sta inoltre esaminando i siti in cui inviare ulteriori risorse militari e sta realizzando nuove costruzioni presso la sua ex base navale a Porto Rico, il che suggerisce quella che gli esperti temono potrebbe essere un’operazione più ampia e duratura nella regione.
Se c’è qualcuno che trae vantaggio da tutto questo, è proprio l’industria delle armi.
In effetti, molti dei sistemi d’arma e delle navi coinvolte nel dispiegamento nei Caraibi hanno prezzi elevati. I cacciatorpediniere classe Arleigh-Burke costano circa 2,5 miliardi di dollari ciascuno solo per l’acquisto. L’ aereo da combattimento AC-130J Ghostrider costa la sbalorditiva cifra di 165 milioni di dollari a unità; il P-8 Poseidon circa 83 milioni di dollari a unità, e l’ hovercraft Landing Craft Air Cushion (LCAC), di cui sono equipaggiate alcune navi da guerra, costa circa 90 milioni di dollari l'uno.
Sebbene i contratti di fornitura pertinenti per i sistemi implementati siano già stati stipulati, gli appaltatori possono trarre vantaggio dai costi di manutenzione e dai servizi di follow-up in mare, poiché i costi di mantenimento rappresentano circa il 70% del costo del loro ciclo di vita.
A tal fine, l’appaltatore General Atomics ne ha rapidamente beneficiato, aggiudicandosi un contratto da 14,1 miliardi di dollari per supportare l’approvvigionamento e la manutenzione dei suoi sistemi MQ-9 Reaper a metà settembre, subito dopo l’inizio della campagna statunitense contro i presunti trafficanti di droga nella regione, all’inizio di quel mese. I droni a pilotaggio remoto MQ-9 Reaper Systems, noti per le loro capacità di attacco e ricognizione, sono stati avvistati nei Caraibi, dove hanno effettuato la maggior parte degli attacchi contro le imbarcazioni.
Stephen Semler, giornalista e co-fondatore del Security Policy Reform Institute, ha dichiarato a RS che i cinque “prime” della difesa, tra cui Lockheed Martin, Boeing e RTX (ex Raytheon), sono quelli che ne trarranno i maggiori benefici. Sebbene questo gruppo d’élite sia stato recentemente messo in discussione dalle startup tecnologiche della Silicon Valley nel settore della difesa, i prime ricevono già circa un terzo di tutti i contratti per armi militari esistenti.
I prodotti Lockheed Martin sono particolarmente ben rappresentati nell’attuale rafforzamento militare. L’azienda è l’appaltatore principale del caccia F-35, un’icona nella regione, così come dell’AC -130J Ghostrider, anch’esso operativo nella stessa regione. Lockheed Martin produce anche i sistemi di combattimento Aegis delle navi da guerra, per i quali l’azienda ha ricevuto un contratto da 3,1 miliardi di dollari per il supporto quest’estate. È anche uno dei principali produttori dei missili Hellfire, probabilmente utilizzati negli attacchi in corso ai presunti narcotrafficanti.
Alla fine di ottobre, Lockheed ha anche annunciato un investimento di 50 milioni di dollari in Saildrone, che da febbraio gestisce veicoli di superficie senza pilota nei Caraibi per la sorveglianza antidroga.
Per quanto riguarda le munizioni, molte delle navi presenti nei Caraibi – in particolare le navi di classe Arleigh-Burke, la USS Lake Erie e la USS Newport News – possono lanciare missili Tomahawk e si stima che ne trasportino 115. I cacciatorpediniere che scortano il gruppo di portaerei Gerald Ford ne trasportano circa 70 in più. I missili, che il Pentagono ha acquistato a un prezzo medio di 1,3 milioni di dollari , potrebbero diventare una facile fonte di guadagno per il suo produttore – RTX – se e quando l’esercito avrà bisogno di rifornirsi. La Marina ne vuole già di più, autorizzando l’acquisto di 837 Maritime Strike Tomahawk prodotti da RTX , che sono stati potenziati con capacità di rilevamento ed elaborazione aggiuntive, all’inizio del mese scorso.
“Oltre ai beneficiari immediati, l’intera industria bellica trarrà profitto dall’aumento e dalla prospettiva della guerra”, ha dichiarato Semler a RS. “Gli sforzi di lobbying saranno incentrati sulla prospettiva di una guerra con il Venezuela, con l’effetto combinato di far lievitare il bilancio del Pentagono, premiando così tutti gli appaltatori militari”.
Fonte
Attualmente, importanti navi militari come i cacciatorpediniere lanciamissili dotati del sistema di comando e controllo delle armi da combattimento Aegis (tra cui la USS Gravely, la USS Jason Dunham e la USS Stockdale) , l’incrociatore lanciamissili USS Gettysburg e la nave da combattimento litoranea USS Wichita sono schierate nei Caraibi. È presente anche la USS Newport News (SSN-750), un sottomarino d’attacco a propulsione nucleare in grado di lanciare missili Tomahawk.
Inoltre, l’arrivo martedì del gruppo d’attacco della portaerei Gerald S. Ford, la più nuova e tecnologicamente avanzata portaerei della Marina (USS Bainbridge, USS Mahan e USS Winston Churchill), porterà altri 4.000 militari nel teatro operativo, oltre ai circa 10.000 già presenti.
Washington sta inoltre esaminando i siti in cui inviare ulteriori risorse militari e sta realizzando nuove costruzioni presso la sua ex base navale a Porto Rico, il che suggerisce quella che gli esperti temono potrebbe essere un’operazione più ampia e duratura nella regione.
Se c’è qualcuno che trae vantaggio da tutto questo, è proprio l’industria delle armi.
In effetti, molti dei sistemi d’arma e delle navi coinvolte nel dispiegamento nei Caraibi hanno prezzi elevati. I cacciatorpediniere classe Arleigh-Burke costano circa 2,5 miliardi di dollari ciascuno solo per l’acquisto. L’ aereo da combattimento AC-130J Ghostrider costa la sbalorditiva cifra di 165 milioni di dollari a unità; il P-8 Poseidon circa 83 milioni di dollari a unità, e l’ hovercraft Landing Craft Air Cushion (LCAC), di cui sono equipaggiate alcune navi da guerra, costa circa 90 milioni di dollari l'uno.
Sebbene i contratti di fornitura pertinenti per i sistemi implementati siano già stati stipulati, gli appaltatori possono trarre vantaggio dai costi di manutenzione e dai servizi di follow-up in mare, poiché i costi di mantenimento rappresentano circa il 70% del costo del loro ciclo di vita.
A tal fine, l’appaltatore General Atomics ne ha rapidamente beneficiato, aggiudicandosi un contratto da 14,1 miliardi di dollari per supportare l’approvvigionamento e la manutenzione dei suoi sistemi MQ-9 Reaper a metà settembre, subito dopo l’inizio della campagna statunitense contro i presunti trafficanti di droga nella regione, all’inizio di quel mese. I droni a pilotaggio remoto MQ-9 Reaper Systems, noti per le loro capacità di attacco e ricognizione, sono stati avvistati nei Caraibi, dove hanno effettuato la maggior parte degli attacchi contro le imbarcazioni.
Stephen Semler, giornalista e co-fondatore del Security Policy Reform Institute, ha dichiarato a RS che i cinque “prime” della difesa, tra cui Lockheed Martin, Boeing e RTX (ex Raytheon), sono quelli che ne trarranno i maggiori benefici. Sebbene questo gruppo d’élite sia stato recentemente messo in discussione dalle startup tecnologiche della Silicon Valley nel settore della difesa, i prime ricevono già circa un terzo di tutti i contratti per armi militari esistenti.
I prodotti Lockheed Martin sono particolarmente ben rappresentati nell’attuale rafforzamento militare. L’azienda è l’appaltatore principale del caccia F-35, un’icona nella regione, così come dell’AC -130J Ghostrider, anch’esso operativo nella stessa regione. Lockheed Martin produce anche i sistemi di combattimento Aegis delle navi da guerra, per i quali l’azienda ha ricevuto un contratto da 3,1 miliardi di dollari per il supporto quest’estate. È anche uno dei principali produttori dei missili Hellfire, probabilmente utilizzati negli attacchi in corso ai presunti narcotrafficanti.
Alla fine di ottobre, Lockheed ha anche annunciato un investimento di 50 milioni di dollari in Saildrone, che da febbraio gestisce veicoli di superficie senza pilota nei Caraibi per la sorveglianza antidroga.
Per quanto riguarda le munizioni, molte delle navi presenti nei Caraibi – in particolare le navi di classe Arleigh-Burke, la USS Lake Erie e la USS Newport News – possono lanciare missili Tomahawk e si stima che ne trasportino 115. I cacciatorpediniere che scortano il gruppo di portaerei Gerald Ford ne trasportano circa 70 in più. I missili, che il Pentagono ha acquistato a un prezzo medio di 1,3 milioni di dollari , potrebbero diventare una facile fonte di guadagno per il suo produttore – RTX – se e quando l’esercito avrà bisogno di rifornirsi. La Marina ne vuole già di più, autorizzando l’acquisto di 837 Maritime Strike Tomahawk prodotti da RTX , che sono stati potenziati con capacità di rilevamento ed elaborazione aggiuntive, all’inizio del mese scorso.
“Oltre ai beneficiari immediati, l’intera industria bellica trarrà profitto dall’aumento e dalla prospettiva della guerra”, ha dichiarato Semler a RS. “Gli sforzi di lobbying saranno incentrati sulla prospettiva di una guerra con il Venezuela, con l’effetto combinato di far lievitare il bilancio del Pentagono, premiando così tutti gli appaltatori militari”.
Fonte
13/11/2025
Venezuela - Gran Bretagna e Canada prendono le distanze dagli USA sui raid militari
L’intelligence britannica ha smesso di condividere informazioni con gli Stati Uniti su navi sospettate di traffico di droga nei Caraibi, dopo aver considerato che gli attacchi militari statunitensi contro sospetti trafficanti violano il diritto internazionale. È quanto riferisce la CNN, a seguito di informazioni trapelate da fonti che hanno familiarità con la questione.
Per anni, il Regno Unito, che mantiene basi di intelligence in diversi territori caraibici, ha collaborato con Washington per rintracciare e intercettare le navi legate al traffico di droga, in coordinamento con la Joint Interagency Task Force South con sede in Florida.
Tuttavia, secondo la CNN, Londra ha deciso di sospendere la cooperazione più di un mese fa, preoccupata per l’uso di informazioni britanniche in attacchi letali, in cui sono state uccise almeno 76 persone.
I funzionari britannici ritengono che queste azioni costituiscano esecuzioni extragiudiziali e violino il diritto internazionale, una posizione che coincide con quella espressa dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk.
“Gli attacchi violano il diritto internazionale e costituiscono esecuzioni extragiudiziali”, ha detto Türk in ottobre, una dichiarazione con cui Londra si è detta pienamente d’accordo, secondo le fonti citate.
Negli Stati Uniti intanto fonti della Difesa hanno rivelato che l’ammiraglio Alvin Holsey, capo del Comando Sud degli Stati Uniti, ha presentato le sue dimissioni dopo aver espresso dubbi sulla legalità degli attacchi in un incontro con il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il presidente del Joint Chiefs of Staff.
Inoltre, gli avvocati del Dipartimento della Difesa e i consiglieri militari attivi e in pensione hanno affermato che gli attacchi non sembrano essere in linea con il diritto internazionale dei conflitti armati, anche se il Pentagono ha negato qualsiasi disaccordo interno.
Anche il Canada, altro alleato strategico di Washington nell’Operazione Caraibi, ha preso le distanze dagli attacchi statunitensi, anche se continuerà la sua cooperazione antidroga con la Guardia Costiera degli Stati Uniti. Fonti diplomatiche hanno detto che Ottawa ha chiesto assicurazioni che la sua intelligence non venga utilizzata per mirare ad attacchi letali.
Il Ministero della Difesa canadese ha precisato che le attività delle proprie forze nei Caraibi sono “separate e distinte” dalle operazioni militari promosse da Washington, ribadendo che non parteciperà ad azioni che contravvengono al diritto internazionale.
Il governo venezuelano ha intanto ringraziato la Duma di Stato russa per il suo appello alla comunità internazionale a condannare l’aumento della presenza militare degli Stati Uniti nel Mar dei Caraibi, così come le minacce contro il paese e gli attacchi alle navi classificate come esecuzioni extragiudiziali dagli esperti delle Nazioni Unite.
La Duma di Stato ha approvato all’unanimità un appello rivolto ai parlamenti degli Stati membri dell’ONU e alle organizzazioni parlamentari internazionali di fronte alle crescenti tensioni nelle acque vicine al Paese latinoamericano.
Fonte
Per anni, il Regno Unito, che mantiene basi di intelligence in diversi territori caraibici, ha collaborato con Washington per rintracciare e intercettare le navi legate al traffico di droga, in coordinamento con la Joint Interagency Task Force South con sede in Florida.
Tuttavia, secondo la CNN, Londra ha deciso di sospendere la cooperazione più di un mese fa, preoccupata per l’uso di informazioni britanniche in attacchi letali, in cui sono state uccise almeno 76 persone.
I funzionari britannici ritengono che queste azioni costituiscano esecuzioni extragiudiziali e violino il diritto internazionale, una posizione che coincide con quella espressa dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk.
“Gli attacchi violano il diritto internazionale e costituiscono esecuzioni extragiudiziali”, ha detto Türk in ottobre, una dichiarazione con cui Londra si è detta pienamente d’accordo, secondo le fonti citate.
Negli Stati Uniti intanto fonti della Difesa hanno rivelato che l’ammiraglio Alvin Holsey, capo del Comando Sud degli Stati Uniti, ha presentato le sue dimissioni dopo aver espresso dubbi sulla legalità degli attacchi in un incontro con il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il presidente del Joint Chiefs of Staff.
Inoltre, gli avvocati del Dipartimento della Difesa e i consiglieri militari attivi e in pensione hanno affermato che gli attacchi non sembrano essere in linea con il diritto internazionale dei conflitti armati, anche se il Pentagono ha negato qualsiasi disaccordo interno.
Anche il Canada, altro alleato strategico di Washington nell’Operazione Caraibi, ha preso le distanze dagli attacchi statunitensi, anche se continuerà la sua cooperazione antidroga con la Guardia Costiera degli Stati Uniti. Fonti diplomatiche hanno detto che Ottawa ha chiesto assicurazioni che la sua intelligence non venga utilizzata per mirare ad attacchi letali.
Il Ministero della Difesa canadese ha precisato che le attività delle proprie forze nei Caraibi sono “separate e distinte” dalle operazioni militari promosse da Washington, ribadendo che non parteciperà ad azioni che contravvengono al diritto internazionale.
Il governo venezuelano ha intanto ringraziato la Duma di Stato russa per il suo appello alla comunità internazionale a condannare l’aumento della presenza militare degli Stati Uniti nel Mar dei Caraibi, così come le minacce contro il paese e gli attacchi alle navi classificate come esecuzioni extragiudiziali dagli esperti delle Nazioni Unite.
La Duma di Stato ha approvato all’unanimità un appello rivolto ai parlamenti degli Stati membri dell’ONU e alle organizzazioni parlamentari internazionali di fronte alle crescenti tensioni nelle acque vicine al Paese latinoamericano.
Fonte
10/11/2025
Gli USA abbaiano davanti al Venezuela
di Fabio Mini
È risaputo che la guerra ha bisogno di pretesti. Soprattutto quando i motivi sono deboli o ingiustificabili, ma anche quando ne esistono di gravi e concreti. Si inventano le cose più strane, come quella del Faraone che mosse guerra all’avversario distante migliaia di chilometri perché le rane del suo stagno gli disturbavano il sonno.
O il falso incidente del Golfo del Tonchino che portò all’escalation in Vietnam, o le false prove per la guerra in Iraq. I pretesti sono anche il foraggio destinato ai popoli e ai poveracci che in guerra ci devono andare. Il foraggio dà coraggio.
Più sottili e meno strombazzati sono i pretesti indirizzati ai potenti che devono decidere la guerra. La Germania entrò nella Prima guerra mondiale anche se il Kaiser Guglielmo II non era molto d’accordo. I suoi vertici militari lo convinsero sostenendo che la mobilitazione era già stata dichiarata e non si poteva tornare indietro. Non era ancora stato sparato un colpo, salvo quelli che avevano ammazzato l’arciduca Ferdinando e sua moglie, ma di questo al Kaiser non gliene fregava molto come pure alla stessa Austria-Ungheria.
Il pretesto della mobilitazione diventò però un cardine della guerra: la mobilitazione generale, ovvero l’invio ai cittadini delle cartoline di richiamo o chiamata alle armi, era già un atto di guerra.
E se ancora oggi la Russia, gli Stati Uniti, la Nato e gli europei possono fingere di non essere in guerra è perché non hanno dichiarato la mobilitazione generale. Nello schieramento di guerra che si va formando in Europa contro la Russia i motivi sono labili e per questo ogni cinque minuti c’è un tizio o una tizia che incitano la folla alla guerra, che denunciano un incidente, una violazione altrui mentendo sulle proprie.
Fortunatamente, le folle non rispondono più come greggi e ignorano persino i cani dei pastori, ma sfortunatamente sono i leader a essere diventati un gregge e i cani che abbaiano li indirizzano dove vogliono.
L’Europa e la Nato sono un esempio concreto e palese di questa frenesia bellica che alberga nella mente e nei portafogli di chi vuole la guerra: tante greggi, tanti cani, tanti pastori non sempre d’accordo, ognuno con il proprio ego da soddisfare, ognuno con un obiettivo diverso.
In America la situazione è più semplice. Il gregge è ancora compatto, il pastore è uno e i cani sono tanti, ma non stanno attaccati alle gambe delle pecore, si accontentano di azzannare quelle del pastore. E sono questi cani, i maestri dei pretesti.
Gli Stati Uniti si stanno preparando per un’azione militare in Venezuela tendente a un cambio di regime. Niente di nuovo. Siamo abituati al metodo ma non tutti si sono rassegnati ad accettarlo. La Direttrice dell’Intelligence statunitense Tulsi Gabbard sta sussurrando che il tempo dei regime change è finito. Viene dalle Hawaii nelle quali non è stata ancora digerita la colonizzazione Usa che ha portato un po’ di prosperità a scapito della dignità.
I cani abbaiano forte contro il Venezuela parlando di lotta alla droga, di regime antidemocratico, di rovesciare un governo corrotto che ha impoverito il Paese. Tutte cose da dimostrare, salvo il fatto dell’impoverimento che è vero ma che dipende dalle sanzioni americane che, come è noto, colpiscono sempre i poveracci e mai i corrotti e i corruttori.
Abbaiano sostenendo una squadra di corrotti rifugiati e coccolati negli Stati Uniti che tramano contro il Venezuela dai tempi di Chávez e vorrebbero mettere al governo una signora a cui è stato conferito il premio Nobel per la Pace per aver chiesto agli Stati Uniti d’invadere il suo Paese con le armi.
Abbaiano per il petrolio che vorrebbero gratis sottraendolo ai venezuelani, abbaiano per le concessioni minerarie del ricco arco minerario, abbaiano per qualsiasi cosa meno per quello che è il reale scopo dell’operazione: la dimostrazione di potenza nei confronti di Cina e Russia. Uno scopo scontato ma certamente non utile da sbandierare in questo momento di altalena dei rapporti internazionali fra Stati Uniti, Cina, Russia, Brics e altri.
Un azzardo pericoloso anche per i complicati rapporti interni tra le amministrazioni e tra i membri dello stesso Partito Repubblicano che si oppongono a qualsiasi iniziativa di colloqui con le altre potenze che non siano già parte del gregge.
Sono gli stessi che vorrebbero la linea dura in Ucraina entrando apertamente in guerra contro la Russia. Quelli che brindano con il presidente per aver staccato l’Europa dalla Russia e averla incastrata in un vicolo cieco. Che brindano, senza di lui, per i fallimenti dei negoziati per l’Ucraina, ma non brindano affatto per il successo presidenziale a Gaza né per la politica fallimentare in Medio Oriente, in Asia e nel Sudamerica.
Sono gli stessi che pensano che una vittoria facile possa rimediare a tutte le difficoltà attuali. Quelli che non pensano al prima e neppure al dopo. Al prima appartengono tutte le facili operazioni coperte e scoperte di cambio di regime che sono fallite lasciando distruzioni, morti, rifugiati e nessuna prospettiva per il futuro. Al dopo appartengono le conseguenze di un intervento armato che comprometterebbe definitivamente i rapporti con il resto del mondo, a partire da quel giardino dietro casa.
L’opinione pubblica mondiale è già contraria all’intervento militare in Venezuela non tanto per salvare il presidente Maduro, ma per ribadire il concetto già espresso dalla Gabbard. Fine dei cambi di regime con la forza, degli interventi esterni non richiesti, dei colpi di Stato eterodiretti.
Russia e Cina condividono lo stesso approccio. La prima perché sostiene che i suoi interventi militari in Georgia e Ucraina sono stati provocati dagli Stati Uniti e dagli europei con la rivoluzione delle rose del 2003 in Georgia e quella arancione del 2004 in Ucraina, il colpo di mano militare del 2008 in Georgia, il colpo di Stato del 2014 e la seguente guerra di repressione in Ucraina, e poi con la truffa degli accordi di Minsk del 2015. La seconda (la Cina) si oppone perché non ha mai condotto una sola operazione di quel tipo.
Entrambe rigettano la mentalità di provocare tragedie per intere popolazioni al solo scopo di mostrare i muscoli. Una potenza che ha bisogno di essere dimostrata con questi metodi è già una potenza fallita. Fra una decina di giorni è prevista una conferenza internazionale per la pace a Caracas. Potrebbe essere troppo tardi per il Venezuela.
Il New York Times ha già anticipato le opzioni militari per colpire il Paese:
1. attacco alle strutture militari e sedi istituzionali e politiche con conseguente collasso governativo;
2. operazione di forze speciali per rapire Maduro e la leadership politica e portarla negli Stati Uniti (tipo Noriega, Panama 1988);
3. invasione e occupazione di strutture strategiche ed economiche d’interesse della Russia e della Cina.
Trump sembra essere in dubbio su quale opzione scegliere, se adottarle tutte contemporaneamente o in sequenza o non adottarne nessuna. Forse è l’unico ad avere dubbi sulla facilità dell’esecuzione e sulle conseguenze e spera che Maduro si consegni o scappi all’estero.
Ma potrebbe essere troppo tardi anche per gli Stati Uniti. Purtroppo, Trump si è talmente sbilanciato negli insulti a Maduro e nelle promesse ai suoi oppositori e ha lasciato che fossero schierate tali e tante forze nei Caraibi che ora ha il pretesto di non potersi tirare indietro senza perdere la faccia.
Ebbene, l’invasione o qualsiasi ricorso alla forza sarebbe un ulteriore colpo alla credibilità degli Stati Uniti quando asseriscono di essere una potenza benigna. Inoltre, “perdere la faccia” è il più puerile e mafioso dei motivi per scatenare una guerra e comunque è il peggiore dei pretesti.
Fonte
È risaputo che la guerra ha bisogno di pretesti. Soprattutto quando i motivi sono deboli o ingiustificabili, ma anche quando ne esistono di gravi e concreti. Si inventano le cose più strane, come quella del Faraone che mosse guerra all’avversario distante migliaia di chilometri perché le rane del suo stagno gli disturbavano il sonno.
O il falso incidente del Golfo del Tonchino che portò all’escalation in Vietnam, o le false prove per la guerra in Iraq. I pretesti sono anche il foraggio destinato ai popoli e ai poveracci che in guerra ci devono andare. Il foraggio dà coraggio.
Più sottili e meno strombazzati sono i pretesti indirizzati ai potenti che devono decidere la guerra. La Germania entrò nella Prima guerra mondiale anche se il Kaiser Guglielmo II non era molto d’accordo. I suoi vertici militari lo convinsero sostenendo che la mobilitazione era già stata dichiarata e non si poteva tornare indietro. Non era ancora stato sparato un colpo, salvo quelli che avevano ammazzato l’arciduca Ferdinando e sua moglie, ma di questo al Kaiser non gliene fregava molto come pure alla stessa Austria-Ungheria.
Il pretesto della mobilitazione diventò però un cardine della guerra: la mobilitazione generale, ovvero l’invio ai cittadini delle cartoline di richiamo o chiamata alle armi, era già un atto di guerra.
E se ancora oggi la Russia, gli Stati Uniti, la Nato e gli europei possono fingere di non essere in guerra è perché non hanno dichiarato la mobilitazione generale. Nello schieramento di guerra che si va formando in Europa contro la Russia i motivi sono labili e per questo ogni cinque minuti c’è un tizio o una tizia che incitano la folla alla guerra, che denunciano un incidente, una violazione altrui mentendo sulle proprie.
Fortunatamente, le folle non rispondono più come greggi e ignorano persino i cani dei pastori, ma sfortunatamente sono i leader a essere diventati un gregge e i cani che abbaiano li indirizzano dove vogliono.
L’Europa e la Nato sono un esempio concreto e palese di questa frenesia bellica che alberga nella mente e nei portafogli di chi vuole la guerra: tante greggi, tanti cani, tanti pastori non sempre d’accordo, ognuno con il proprio ego da soddisfare, ognuno con un obiettivo diverso.
In America la situazione è più semplice. Il gregge è ancora compatto, il pastore è uno e i cani sono tanti, ma non stanno attaccati alle gambe delle pecore, si accontentano di azzannare quelle del pastore. E sono questi cani, i maestri dei pretesti.
Gli Stati Uniti si stanno preparando per un’azione militare in Venezuela tendente a un cambio di regime. Niente di nuovo. Siamo abituati al metodo ma non tutti si sono rassegnati ad accettarlo. La Direttrice dell’Intelligence statunitense Tulsi Gabbard sta sussurrando che il tempo dei regime change è finito. Viene dalle Hawaii nelle quali non è stata ancora digerita la colonizzazione Usa che ha portato un po’ di prosperità a scapito della dignità.
I cani abbaiano forte contro il Venezuela parlando di lotta alla droga, di regime antidemocratico, di rovesciare un governo corrotto che ha impoverito il Paese. Tutte cose da dimostrare, salvo il fatto dell’impoverimento che è vero ma che dipende dalle sanzioni americane che, come è noto, colpiscono sempre i poveracci e mai i corrotti e i corruttori.
Abbaiano sostenendo una squadra di corrotti rifugiati e coccolati negli Stati Uniti che tramano contro il Venezuela dai tempi di Chávez e vorrebbero mettere al governo una signora a cui è stato conferito il premio Nobel per la Pace per aver chiesto agli Stati Uniti d’invadere il suo Paese con le armi.
Abbaiano per il petrolio che vorrebbero gratis sottraendolo ai venezuelani, abbaiano per le concessioni minerarie del ricco arco minerario, abbaiano per qualsiasi cosa meno per quello che è il reale scopo dell’operazione: la dimostrazione di potenza nei confronti di Cina e Russia. Uno scopo scontato ma certamente non utile da sbandierare in questo momento di altalena dei rapporti internazionali fra Stati Uniti, Cina, Russia, Brics e altri.
Un azzardo pericoloso anche per i complicati rapporti interni tra le amministrazioni e tra i membri dello stesso Partito Repubblicano che si oppongono a qualsiasi iniziativa di colloqui con le altre potenze che non siano già parte del gregge.
Sono gli stessi che vorrebbero la linea dura in Ucraina entrando apertamente in guerra contro la Russia. Quelli che brindano con il presidente per aver staccato l’Europa dalla Russia e averla incastrata in un vicolo cieco. Che brindano, senza di lui, per i fallimenti dei negoziati per l’Ucraina, ma non brindano affatto per il successo presidenziale a Gaza né per la politica fallimentare in Medio Oriente, in Asia e nel Sudamerica.
Sono gli stessi che pensano che una vittoria facile possa rimediare a tutte le difficoltà attuali. Quelli che non pensano al prima e neppure al dopo. Al prima appartengono tutte le facili operazioni coperte e scoperte di cambio di regime che sono fallite lasciando distruzioni, morti, rifugiati e nessuna prospettiva per il futuro. Al dopo appartengono le conseguenze di un intervento armato che comprometterebbe definitivamente i rapporti con il resto del mondo, a partire da quel giardino dietro casa.
L’opinione pubblica mondiale è già contraria all’intervento militare in Venezuela non tanto per salvare il presidente Maduro, ma per ribadire il concetto già espresso dalla Gabbard. Fine dei cambi di regime con la forza, degli interventi esterni non richiesti, dei colpi di Stato eterodiretti.
Russia e Cina condividono lo stesso approccio. La prima perché sostiene che i suoi interventi militari in Georgia e Ucraina sono stati provocati dagli Stati Uniti e dagli europei con la rivoluzione delle rose del 2003 in Georgia e quella arancione del 2004 in Ucraina, il colpo di mano militare del 2008 in Georgia, il colpo di Stato del 2014 e la seguente guerra di repressione in Ucraina, e poi con la truffa degli accordi di Minsk del 2015. La seconda (la Cina) si oppone perché non ha mai condotto una sola operazione di quel tipo.
Entrambe rigettano la mentalità di provocare tragedie per intere popolazioni al solo scopo di mostrare i muscoli. Una potenza che ha bisogno di essere dimostrata con questi metodi è già una potenza fallita. Fra una decina di giorni è prevista una conferenza internazionale per la pace a Caracas. Potrebbe essere troppo tardi per il Venezuela.
Il New York Times ha già anticipato le opzioni militari per colpire il Paese:
1. attacco alle strutture militari e sedi istituzionali e politiche con conseguente collasso governativo;
2. operazione di forze speciali per rapire Maduro e la leadership politica e portarla negli Stati Uniti (tipo Noriega, Panama 1988);
3. invasione e occupazione di strutture strategiche ed economiche d’interesse della Russia e della Cina.
Trump sembra essere in dubbio su quale opzione scegliere, se adottarle tutte contemporaneamente o in sequenza o non adottarne nessuna. Forse è l’unico ad avere dubbi sulla facilità dell’esecuzione e sulle conseguenze e spera che Maduro si consegni o scappi all’estero.
Ma potrebbe essere troppo tardi anche per gli Stati Uniti. Purtroppo, Trump si è talmente sbilanciato negli insulti a Maduro e nelle promesse ai suoi oppositori e ha lasciato che fossero schierate tali e tante forze nei Caraibi che ora ha il pretesto di non potersi tirare indietro senza perdere la faccia.
Ebbene, l’invasione o qualsiasi ricorso alla forza sarebbe un ulteriore colpo alla credibilità degli Stati Uniti quando asseriscono di essere una potenza benigna. Inoltre, “perdere la faccia” è il più puerile e mafioso dei motivi per scatenare una guerra e comunque è il peggiore dei pretesti.
Fonte
04/11/2025
I rischi dell’aggressione Usa contro il Venezuela
Una aggressione statunitense contro il Venezuela potrebbe non essere una passeggiata o una facile guerra asimmetrica come quelle del passato. Cominciano ad essere numerosi i fattori che possono portare l’amministrazione Trump, ed in particolare i suoi “falchi”, a rivedere le proprie aspettative.
Nelle prime ore di venerdì 31 ottobre, mentre l’Air Force One di Trump tornava dal vertice di Busan, il Wall Street Journal e il Miami Herald pubblicavano contemporaneamente degli articoli su presunti piani degli Stati Uniti per attaccare le installazioni militari in Venezuela.
La sincronizzazione della diffusione dell'informazione “pesante” ha risposto al classico schema delle fughe di notizie coordinate, in cui più media pubblicano la stessa storia per dare l’impressione di una verifica incrociata. Una operazione da manuale della guerra psicologica.
Il problema è che nessuno ha citato fonti identificabili ma solo fonti anonime. L’unico riferimento concreto è stato un incontro avvenuto un giorno prima al Congresso, con i soli congressisti repubblicani. Nessun documento, nessuna dichiarazione ufficiale, nessuna conferma da parte del Pentagono. Solo le onnipresenti “fonti che hanno familiarità con la questione”.
A bordo dell’aereo presidenziale, il corrispondente dell’Associated Press ha chiesto a Trump degli articoli del Wall Street Journal e del Miami Herald chiedendo conferma di quanto riportavano i due giornali. La risposta di Trump è stata diretta: “No. Non ci sono piani per attacchi di terra contro il Venezuela”.
Certo escludere attacchi a terra, ma non raid aerei o missilistici, può somigliare molto ad una mezza verità o a una mezza bugia. Ma se il comandante in capo dice che non esiste un piano del genere, cosa avevano pubblicato esattamente questi giornali? Fughe di notizie dai falchi repubblicani? Speculazioni vendute come fatto compiuto?
La risposta potrebbe essere in quello che alcuni settori politici e mediatici statunitensi volevano che fosse pubblicato come realtà e non come congettura. Stavano fabbricando il consenso per un intervento militare che lo stesso presidente aveva appena escluso, per ora. Infatti nelle ultime ore, in una intervista alla CBS, Trump ha affermato che “Maduro potrebbe avere i giorni contati”.
Non promettono bene infatti né il rafforzamento della flotta navale nel Mar dei Caraibi con l’arrivo della portaerei Ford né le esercitazioni di sbarco statunitensi a Puerto Rico. Non solo. Proseguono anche gli attacchi killer contro imbarcazioni accusate, senza fornire alcuna prova, di essere vettori di narcotrafficanti.
Altri tre marittimi risultano essere stati uccisi nelle scorse ore in un raid Usa in acque internazionali. Sono salite a 65 le persone uccise dai raid statunitensi nelle ultime settimane. “Il dipartimento li tratterà esattamente come trattiamo Al Qaeda”, ha scritto sui social il segretario alla Guerra statunitense, Pete Hegseth, confermando una predisposizione alla prepotenza che da tempo gran parte del mondo non sembra più voler sopportare.
Le autorità venezuelane hanno poi messo in guardia da operazioni false flag come quella verso un’unità della US Navy, il “Gravely”, che doveva essere colpita da un’esplosione durante uno scalo a Trinidad e Tobago, un attentato da addossare al Venezuela così da giustificare una rappresaglia statunitense.
Quello di cui gli Stati Uniti non sembravano aver tenuto conto, sia dal punto di vista mediatico che politico, sono le alleanze internazionali costruite dal Venezuela negli anni scorsi.
In particolare ha suscitato attenzione il rapporto con la Russia, la quale potrebbe essere piuttosto “intrigata” dalla creazione di uno “scenario ucraino” nell’area di influenza statunitense. Cosa direbbero a Washington se un paese vicino agli USA venisse armato e sostenuto fino a diventare un “porcospino d’acciaio” come si vorrebbe fare dell’Ucraina al confine con la Russia?
Negli ultimi giorni è emerso che il presidente venezuelano Nicolás Maduro avrebbe indirizzato formali lettere di richiesta di sostegno militare verso Russia, Cina e Iran, chiedendo radar, droni, sistemi missilistici e assistenza tecnica in un contesto di “aggressione statunitense”.
Da Mosca, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha dichiarato che “stiamo monitorando attentamente la situazione in Venezuela” e che la Russia “è interessata a garantire che la situazione tra Venezuela e Stati Uniti resti pacifica”. Una prevedibile posizione pubblica cauta che sembra però coesistere con la concreta presenza di aerei da trasporto russi diretti a Caracas e accordi strategici bilaterali già in atto.
Tra l’altro l’accordo tra Venezuela e Russia non è roba di queste settimane. I due Paesi avevano già firmato mercoledì 7 maggio a Mosca un “trattato di partenariato strategico” per rafforzare le relazioni bilaterali, un trattato che avrà validità per i prossimi dieci anni.
L’accordo eleva la cooperazione tra Russia e Venezuela ai massimi livelli, in un momento in cui entrambe le nazioni stanno affrontando pesanti sanzioni occidentali e lavorano per costruire alternative ai sistemi di pagamento e transazioni dominati da Usa e Ue.
Il documento firmato stabilisce anche una posizione comune sulle sanzioni internazionali, in quanto entrambi i paesi rifiutano le misure coercitive unilaterali che considerano contrarie al diritto internazionale e si impegnano a non imporre restrizioni economiche o politiche l’uno all’altro.
Alla firma dell’accordo, i leader di Russia e Venezuela hanno affermato di voler approfondire la partnership strategica tra le due nazioni con lo sviluppo congiunto nel campo della sicurezza e della difesa, nonché la cooperazione tecnico-militare, rafforzando i legami strategici tra le forze armate e le industrie militari dei due paesi.
Dal 2001 al 2024, Caracas e Mosca hanno firmato quasi 400 accordi bilaterali, compresi gli accordi di cooperazione militare. A novembre 2024, se ne contavano circa 30.
Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov a maggio aveva descritto l’accordo strategico come un “documento-quadro pesante, sostanziale e molto importante”.
Sebbene non siano trapelati ulteriori dettagli del documento firmato, è probabile che sia stato concordato il rinnovo dei programmi di manutenzione dei sistemi missilistici e dei radar di difesa aerea, dei veicoli corazzati, dei veicoli tattici, della sorveglianza elettronica, degli elicotteri e dei jet da combattimento, ed eventualmente, e in vista della possibilità di una prossima fine della Guerra in Ucraina, la ripresa della vendita di sistemi d’arma per le Forze Armate Nazionali Bolivariane, le quali hanno dovuto guardare all’Iran per trovare un’alternativa per continuare ad equipaggiare le proprie unità di combattimento.
È evidente come nella nuova geografia politica ed economica internazionale l’amministrazione Trump torni a guardare al proprio “cortile di casa” in America Latina come periferia interna sulla quale ristabilire l’egemonia persa negli ultimi venticinque anni, ma l’aria nelle relazioni internazionali è cambiata e una operazione militare contro il Venezuela potrebbe non essere semplice come vorrebbero i “volenterosi” guerrafondai occidentali, a Washington come in Europa.
Fonte
Nelle prime ore di venerdì 31 ottobre, mentre l’Air Force One di Trump tornava dal vertice di Busan, il Wall Street Journal e il Miami Herald pubblicavano contemporaneamente degli articoli su presunti piani degli Stati Uniti per attaccare le installazioni militari in Venezuela.
La sincronizzazione della diffusione dell'informazione “pesante” ha risposto al classico schema delle fughe di notizie coordinate, in cui più media pubblicano la stessa storia per dare l’impressione di una verifica incrociata. Una operazione da manuale della guerra psicologica.
Il problema è che nessuno ha citato fonti identificabili ma solo fonti anonime. L’unico riferimento concreto è stato un incontro avvenuto un giorno prima al Congresso, con i soli congressisti repubblicani. Nessun documento, nessuna dichiarazione ufficiale, nessuna conferma da parte del Pentagono. Solo le onnipresenti “fonti che hanno familiarità con la questione”.
A bordo dell’aereo presidenziale, il corrispondente dell’Associated Press ha chiesto a Trump degli articoli del Wall Street Journal e del Miami Herald chiedendo conferma di quanto riportavano i due giornali. La risposta di Trump è stata diretta: “No. Non ci sono piani per attacchi di terra contro il Venezuela”.
Certo escludere attacchi a terra, ma non raid aerei o missilistici, può somigliare molto ad una mezza verità o a una mezza bugia. Ma se il comandante in capo dice che non esiste un piano del genere, cosa avevano pubblicato esattamente questi giornali? Fughe di notizie dai falchi repubblicani? Speculazioni vendute come fatto compiuto?
La risposta potrebbe essere in quello che alcuni settori politici e mediatici statunitensi volevano che fosse pubblicato come realtà e non come congettura. Stavano fabbricando il consenso per un intervento militare che lo stesso presidente aveva appena escluso, per ora. Infatti nelle ultime ore, in una intervista alla CBS, Trump ha affermato che “Maduro potrebbe avere i giorni contati”.
Non promettono bene infatti né il rafforzamento della flotta navale nel Mar dei Caraibi con l’arrivo della portaerei Ford né le esercitazioni di sbarco statunitensi a Puerto Rico. Non solo. Proseguono anche gli attacchi killer contro imbarcazioni accusate, senza fornire alcuna prova, di essere vettori di narcotrafficanti.
Altri tre marittimi risultano essere stati uccisi nelle scorse ore in un raid Usa in acque internazionali. Sono salite a 65 le persone uccise dai raid statunitensi nelle ultime settimane. “Il dipartimento li tratterà esattamente come trattiamo Al Qaeda”, ha scritto sui social il segretario alla Guerra statunitense, Pete Hegseth, confermando una predisposizione alla prepotenza che da tempo gran parte del mondo non sembra più voler sopportare.
Le autorità venezuelane hanno poi messo in guardia da operazioni false flag come quella verso un’unità della US Navy, il “Gravely”, che doveva essere colpita da un’esplosione durante uno scalo a Trinidad e Tobago, un attentato da addossare al Venezuela così da giustificare una rappresaglia statunitense.
Quello di cui gli Stati Uniti non sembravano aver tenuto conto, sia dal punto di vista mediatico che politico, sono le alleanze internazionali costruite dal Venezuela negli anni scorsi.
In particolare ha suscitato attenzione il rapporto con la Russia, la quale potrebbe essere piuttosto “intrigata” dalla creazione di uno “scenario ucraino” nell’area di influenza statunitense. Cosa direbbero a Washington se un paese vicino agli USA venisse armato e sostenuto fino a diventare un “porcospino d’acciaio” come si vorrebbe fare dell’Ucraina al confine con la Russia?
Negli ultimi giorni è emerso che il presidente venezuelano Nicolás Maduro avrebbe indirizzato formali lettere di richiesta di sostegno militare verso Russia, Cina e Iran, chiedendo radar, droni, sistemi missilistici e assistenza tecnica in un contesto di “aggressione statunitense”.
Da Mosca, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha dichiarato che “stiamo monitorando attentamente la situazione in Venezuela” e che la Russia “è interessata a garantire che la situazione tra Venezuela e Stati Uniti resti pacifica”. Una prevedibile posizione pubblica cauta che sembra però coesistere con la concreta presenza di aerei da trasporto russi diretti a Caracas e accordi strategici bilaterali già in atto.
Tra l’altro l’accordo tra Venezuela e Russia non è roba di queste settimane. I due Paesi avevano già firmato mercoledì 7 maggio a Mosca un “trattato di partenariato strategico” per rafforzare le relazioni bilaterali, un trattato che avrà validità per i prossimi dieci anni.
L’accordo eleva la cooperazione tra Russia e Venezuela ai massimi livelli, in un momento in cui entrambe le nazioni stanno affrontando pesanti sanzioni occidentali e lavorano per costruire alternative ai sistemi di pagamento e transazioni dominati da Usa e Ue.
Il documento firmato stabilisce anche una posizione comune sulle sanzioni internazionali, in quanto entrambi i paesi rifiutano le misure coercitive unilaterali che considerano contrarie al diritto internazionale e si impegnano a non imporre restrizioni economiche o politiche l’uno all’altro.
Alla firma dell’accordo, i leader di Russia e Venezuela hanno affermato di voler approfondire la partnership strategica tra le due nazioni con lo sviluppo congiunto nel campo della sicurezza e della difesa, nonché la cooperazione tecnico-militare, rafforzando i legami strategici tra le forze armate e le industrie militari dei due paesi.
Dal 2001 al 2024, Caracas e Mosca hanno firmato quasi 400 accordi bilaterali, compresi gli accordi di cooperazione militare. A novembre 2024, se ne contavano circa 30.
Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov a maggio aveva descritto l’accordo strategico come un “documento-quadro pesante, sostanziale e molto importante”.
Sebbene non siano trapelati ulteriori dettagli del documento firmato, è probabile che sia stato concordato il rinnovo dei programmi di manutenzione dei sistemi missilistici e dei radar di difesa aerea, dei veicoli corazzati, dei veicoli tattici, della sorveglianza elettronica, degli elicotteri e dei jet da combattimento, ed eventualmente, e in vista della possibilità di una prossima fine della Guerra in Ucraina, la ripresa della vendita di sistemi d’arma per le Forze Armate Nazionali Bolivariane, le quali hanno dovuto guardare all’Iran per trovare un’alternativa per continuare ad equipaggiare le proprie unità di combattimento.
È evidente come nella nuova geografia politica ed economica internazionale l’amministrazione Trump torni a guardare al proprio “cortile di casa” in America Latina come periferia interna sulla quale ristabilire l’egemonia persa negli ultimi venticinque anni, ma l’aria nelle relazioni internazionali è cambiata e una operazione militare contro il Venezuela potrebbe non essere semplice come vorrebbero i “volenterosi” guerrafondai occidentali, a Washington come in Europa.
Fonte
01/11/2025
Venezuela - Tensioni e smentite su possibile aggressione USA
Secondo le notizie diffuse da alcuni giornali statunitensi, l’amministrazione Trump avrebbe preso la decisione di attaccare le installazioni militari all’interno del Venezuela e gli attacchi potrebbero arrivare in qualsiasi momento. A riferirlo, in quella che appare come una guerra anche psicologica, sono alcune fonti dell’amministrazione statunitensi sentite dal Miami Herald e dal Wall Street Journal.
Queste fonti hanno detto all’Herald che gli obiettivi – che potrebbero essere colpiti dall’aria nel giro di pochi giorni o addirittura ore – mirano a decapitare la “gerarchia del cartello Soles” (un cartello la cui presenza in Venezuela è stata inventata di sana pianta dagli USA), ma hanno rifiutato di dire se il presidente venezuelano Maduro sia un bersaglio. Una delle fonti ha detto che il suo tempo sta per scadere. La possibile zona oggetto dei raid statunitensi potrebbe essere quella al confine tra Venezuela e Colombia.
L’ipotesi di attacchi statunitensi pianificati contro il Venezuela, viene avanzata anche dal Wall Street Journal, ma lo stesso Donald Trump ha detto di non prendere in considerazione attacchi all’interno del Venezuela, smentendo così le indiscrezioni del quotidiano. Quando gli è stato chiesto se stesse valutando tale azione, il presidente ha risposto: «No».
Trump ha descritto queste versioni come “false” e ha sostenuto che il suo governo “non ha all’ordine del giorno azioni offensive contro Caracas”. Tuttavia, non ha negato i dispiegamenti navali e aerei nella regione, il che mantiene aperti tutti i dubbi sulla natura delle operazioni.
Da Caracas, il presidente Nicolás Maduro ha ribadito che il Venezuela è vittima di “una guerra multiforme orchestrata dagli Stati Uniti”, con l’obiettivo di imporre un “cambio di regime e un governo fantoccio”.
Maduro ha accusato Washington di creare una “nuova guerra eterna”, simile ai conflitti prolungati in Medio Oriente, e ha assicurato che il 94% del popolo venezuelano rifiuta qualsiasi tipo di intervento militare straniero.
Anche il Venezuela sta muovendo le sue carte e non da solo. Il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha scritto una lettera a Vladimir Putin chiedendogli un aiuto contro i raid nei Caraibi da parte degli Stati Uniti. Lo riferiscono fonti di Caracas al Washington Post secondo le quali il governo venezuelano avrebbe contattato anche la Cina e l’Iran. Maduro ha sollecitato assistenza militare e attrezzature per rafforzare le difese del Paese.
Migliaia di venezuelani sono scesi in piazza a Caracas e in altre città del Venezuela giovedì 30 ottobre per esprimere il loro rifiuto verso le azioni militari condotte dal governo degli Stati Uniti nei Caraibi, nonché delle minacce promosse da Donald Trump e dai suoi alleati.
Le manifestazioni hanno riunito movimenti sociali, organizzazioni, giovani, donne e uomini che hanno espresso il loro rifiuto delle minacce del governo degli Stati Uniti contro la nazione bolivariana e che cercano di destabilizzare la regione.
Martedì scorso più di 100 imbarcazioni hanno viaggiato sul fiume Orinoco, situato nella parte meridionale dello stesso stato, per esprimere il loro rifiuto alla decisione del governo di Trinidad e Tobago di ospitare un cacciatorpediniere della Marina degli Stati Uniti nel mezzo delle aggressioni di Trump contro la nazione venezuelana.
Nonostante le sanzioni e le minacce a cui è sottoposto, il Venezuela ha inviato giovedì più di 40 tonnellate di aiuti umanitari a Cuba e Giamaica dopo il devastante passaggio dell’uragano Melissa, in una dimostrazione di solidarietà e cooperazione regionale di fronte all’emergenza che ha colpito i Caraibi.
La spedizione comprende cibo, medicinali e beni di prima necessità destinati alle popolazioni più colpite dall’uragano.
Fonte
Queste fonti hanno detto all’Herald che gli obiettivi – che potrebbero essere colpiti dall’aria nel giro di pochi giorni o addirittura ore – mirano a decapitare la “gerarchia del cartello Soles” (un cartello la cui presenza in Venezuela è stata inventata di sana pianta dagli USA), ma hanno rifiutato di dire se il presidente venezuelano Maduro sia un bersaglio. Una delle fonti ha detto che il suo tempo sta per scadere. La possibile zona oggetto dei raid statunitensi potrebbe essere quella al confine tra Venezuela e Colombia.
L’ipotesi di attacchi statunitensi pianificati contro il Venezuela, viene avanzata anche dal Wall Street Journal, ma lo stesso Donald Trump ha detto di non prendere in considerazione attacchi all’interno del Venezuela, smentendo così le indiscrezioni del quotidiano. Quando gli è stato chiesto se stesse valutando tale azione, il presidente ha risposto: «No».
Trump ha descritto queste versioni come “false” e ha sostenuto che il suo governo “non ha all’ordine del giorno azioni offensive contro Caracas”. Tuttavia, non ha negato i dispiegamenti navali e aerei nella regione, il che mantiene aperti tutti i dubbi sulla natura delle operazioni.
Da Caracas, il presidente Nicolás Maduro ha ribadito che il Venezuela è vittima di “una guerra multiforme orchestrata dagli Stati Uniti”, con l’obiettivo di imporre un “cambio di regime e un governo fantoccio”.
Maduro ha accusato Washington di creare una “nuova guerra eterna”, simile ai conflitti prolungati in Medio Oriente, e ha assicurato che il 94% del popolo venezuelano rifiuta qualsiasi tipo di intervento militare straniero.
Anche il Venezuela sta muovendo le sue carte e non da solo. Il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha scritto una lettera a Vladimir Putin chiedendogli un aiuto contro i raid nei Caraibi da parte degli Stati Uniti. Lo riferiscono fonti di Caracas al Washington Post secondo le quali il governo venezuelano avrebbe contattato anche la Cina e l’Iran. Maduro ha sollecitato assistenza militare e attrezzature per rafforzare le difese del Paese.
Migliaia di venezuelani sono scesi in piazza a Caracas e in altre città del Venezuela giovedì 30 ottobre per esprimere il loro rifiuto verso le azioni militari condotte dal governo degli Stati Uniti nei Caraibi, nonché delle minacce promosse da Donald Trump e dai suoi alleati.
Le manifestazioni hanno riunito movimenti sociali, organizzazioni, giovani, donne e uomini che hanno espresso il loro rifiuto delle minacce del governo degli Stati Uniti contro la nazione bolivariana e che cercano di destabilizzare la regione.
Martedì scorso più di 100 imbarcazioni hanno viaggiato sul fiume Orinoco, situato nella parte meridionale dello stesso stato, per esprimere il loro rifiuto alla decisione del governo di Trinidad e Tobago di ospitare un cacciatorpediniere della Marina degli Stati Uniti nel mezzo delle aggressioni di Trump contro la nazione venezuelana.
Nonostante le sanzioni e le minacce a cui è sottoposto, il Venezuela ha inviato giovedì più di 40 tonnellate di aiuti umanitari a Cuba e Giamaica dopo il devastante passaggio dell’uragano Melissa, in una dimostrazione di solidarietà e cooperazione regionale di fronte all’emergenza che ha colpito i Caraibi.
La spedizione comprende cibo, medicinali e beni di prima necessità destinati alle popolazioni più colpite dall’uragano.
Fonte
27/10/2025
Venezuela - Brigate internazionali appoggeranno Caracas in caso di aggressione USA
Il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, ha confermato questo venerdì la creazione di Brigate Internazionali con il nome di Simón Bolívar, per difendere la sovranità e la pace del Venezuela in caso di aggressione e intervento degli Stati Uniti.
Il capo di Stato ha annunciato la notizia durante una visita alla Comune Agroecologica Turistica El Gran Topo, a Colina Bella, Caracas, in occasione della cerimonia di chiusura dell’incontro della Piattaforma Antiimperialista Mondiale.
Sottolineando che “non si tratta solo di uscire per infrangere l’assedio mediatico e dire la verità, ma di costituirsi in brigate di difesa armata della Rivoluzione Bolivariana”, il presidente Maduro ha precisato che i partecipanti hanno espresso “tutta la disponibilità ad unirsi, a mobilitarsi e ad accompagnare il Venezuela nella difesa della Rivoluzione e nella difesa della comune come speranza per l’umanità”.
Affermando che “il posto migliore per salutarci, abbracciarci, ascoltarvi e ricevere l’impatto della solidarietà mondiale, che attraversa Africa, Asia, America Latina, Stati Uniti, Europa, con la Rivoluzione Bolivariana, deve essere con le comuni, con il popolo di base”, il capo di Stato ha aggiunto che questi gruppi sarebbero integrati da uomini e donne, leader sociali, giovanili e sindacali.
L’evento, al quale hanno partecipato decine di invitati internazionali, è stato coordinato dalla presidente dell’Istituto Simón Bolívar per la Pace e la Solidarietà tra i Popoli, Blanca Eekhout.
Le dichiarazioni del presidente venezuelano arrivano nel quadro delle minacce e delle aggressioni degli Stati Uniti contro il popolo e il governo venezuelani. La narrativa costruita da Washington cerca di additare il Venezuela come un paese complice e via di transito per il narcotraffico.
L’intervento e la presenza militare degli USA nel Mar dei Caraibi confermano dette aggressioni contro il popolo sudamericano. Le operazioni delle Forze navali statunitensi nel Mar dei Caraibi hanno già lasciato circa 10 imbarcazioni da pesca distrutte e più di 40 persone assassinate.
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Il capo di Stato ha annunciato la notizia durante una visita alla Comune Agroecologica Turistica El Gran Topo, a Colina Bella, Caracas, in occasione della cerimonia di chiusura dell’incontro della Piattaforma Antiimperialista Mondiale.
Sottolineando che “non si tratta solo di uscire per infrangere l’assedio mediatico e dire la verità, ma di costituirsi in brigate di difesa armata della Rivoluzione Bolivariana”, il presidente Maduro ha precisato che i partecipanti hanno espresso “tutta la disponibilità ad unirsi, a mobilitarsi e ad accompagnare il Venezuela nella difesa della Rivoluzione e nella difesa della comune come speranza per l’umanità”.
Affermando che “il posto migliore per salutarci, abbracciarci, ascoltarvi e ricevere l’impatto della solidarietà mondiale, che attraversa Africa, Asia, America Latina, Stati Uniti, Europa, con la Rivoluzione Bolivariana, deve essere con le comuni, con il popolo di base”, il capo di Stato ha aggiunto che questi gruppi sarebbero integrati da uomini e donne, leader sociali, giovanili e sindacali.
L’evento, al quale hanno partecipato decine di invitati internazionali, è stato coordinato dalla presidente dell’Istituto Simón Bolívar per la Pace e la Solidarietà tra i Popoli, Blanca Eekhout.
Le dichiarazioni del presidente venezuelano arrivano nel quadro delle minacce e delle aggressioni degli Stati Uniti contro il popolo e il governo venezuelani. La narrativa costruita da Washington cerca di additare il Venezuela come un paese complice e via di transito per il narcotraffico.
L’intervento e la presenza militare degli USA nel Mar dei Caraibi confermano dette aggressioni contro il popolo sudamericano. Le operazioni delle Forze navali statunitensi nel Mar dei Caraibi hanno già lasciato circa 10 imbarcazioni da pesca distrutte e più di 40 persone assassinate.
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25/10/2025
Trump annuncia l’attacco al Venezuela
“Presto vedremo azioni di terra in Venezuela”: lo ha detto Donald Trump alla Casa Bianca aprendo la tavola rotonda sulla lotta ai cartelli della droga e al traffico di esseri umani. Nelle ultime settimane gli Usa hanno compiuto raid marittimi contro innocui pescherecci, uccidendo diverse persone, spacciandole come “imbarcazioni dei narcos”.
È universalmente noto – basta controllare gli innumerevoli report dell’Onu sul traffico internazionale di droga – che il Venezuela non è affatto tra i paesi produttori o esportatori di stupefacenti. Quindi l’intenzione dell’imperialismo statunitense – riprendere il controllo pieno del continente americano e soprattutto del petrolio venezuelano (le maggiori riserve accertate del Pianeta) – è semplicemente camuffata sotto un frasario del tutto falso, nella certezza che il sistema mediatico occidentale lo ripeterà all’infinito senza farsi alcuna domanda.
Donald Trump ha ordinato l’invio di una portaerei nei Caraibi. Il dispiegamento di una portaerei è una mossa significativa per qualsiasi amministrazione della Casa Bianca e spesso suggerisce operazioni militari su larga scala.
L’arrivo della U.S.S. Gerald Ford, la portaerei più nuova e avanzata della Marina statunitense, insieme a diversi cacciatorpediniere e un sottomarino, andrà ad aggiungersi a quello che è già il più grande dispiegamento navale al mondo.
Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha annunciato la mossa su X, affermando che lo schieramento “rafforzerà la capacità degli Stati Uniti di individuare, monitorare e contrastare gli attori e le attività illecite che compromettono la sicurezza e la prosperità del territorio nazionale degli Stati Uniti e la nostra sicurezza nell’emisfero occidentale”.
Le navi da guerra si aggiungeranno ai 10.000 soldati e a una dozzina di caccia F-35 che sono stati inviati nella regione nelle ultime settimane.
Negli ultimi giorni, i bombardieri B-52 e B-1B Lancer hanno sorvolato la costa venezuelana, mentre aerei da guerra e droni hanno affondato sette imbarcazioni. Queste azioni hanno causato la morte di decine di persone che il Pentagono ha etichettato come “narcoterroristi”. Una definizione che rivela l’intenzione Usa, visto che neanche esiste nelle classificazioni internazionali
Qui di seguito l’articolo di Pagine Esteri, seguiranno aggiornamenti.
È universalmente noto – basta controllare gli innumerevoli report dell’Onu sul traffico internazionale di droga – che il Venezuela non è affatto tra i paesi produttori o esportatori di stupefacenti. Quindi l’intenzione dell’imperialismo statunitense – riprendere il controllo pieno del continente americano e soprattutto del petrolio venezuelano (le maggiori riserve accertate del Pianeta) – è semplicemente camuffata sotto un frasario del tutto falso, nella certezza che il sistema mediatico occidentale lo ripeterà all’infinito senza farsi alcuna domanda.
Donald Trump ha ordinato l’invio di una portaerei nei Caraibi. Il dispiegamento di una portaerei è una mossa significativa per qualsiasi amministrazione della Casa Bianca e spesso suggerisce operazioni militari su larga scala.
L’arrivo della U.S.S. Gerald Ford, la portaerei più nuova e avanzata della Marina statunitense, insieme a diversi cacciatorpediniere e un sottomarino, andrà ad aggiungersi a quello che è già il più grande dispiegamento navale al mondo.
Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha annunciato la mossa su X, affermando che lo schieramento “rafforzerà la capacità degli Stati Uniti di individuare, monitorare e contrastare gli attori e le attività illecite che compromettono la sicurezza e la prosperità del territorio nazionale degli Stati Uniti e la nostra sicurezza nell’emisfero occidentale”.
Le navi da guerra si aggiungeranno ai 10.000 soldati e a una dozzina di caccia F-35 che sono stati inviati nella regione nelle ultime settimane.
Negli ultimi giorni, i bombardieri B-52 e B-1B Lancer hanno sorvolato la costa venezuelana, mentre aerei da guerra e droni hanno affondato sette imbarcazioni. Queste azioni hanno causato la morte di decine di persone che il Pentagono ha etichettato come “narcoterroristi”. Una definizione che rivela l’intenzione Usa, visto che neanche esiste nelle classificazioni internazionali
Qui di seguito l’articolo di Pagine Esteri, seguiranno aggiornamenti.
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Il crescente uso della forza militare da parte di Washington nel Sud America si conferma sempre più una strategia politica mascherata da lotta al narcotraffico. Le parole del presidente Donald Trump, pronunciate ieri alla Casa Bianca, non lasciano spazio a equivoci: «Non penso che chiederemo necessariamente una dichiarazione di guerra. Credo che uccideremo solo le persone che introducono droga nel nostro Paese. OK? Le uccideremo», ha detto ai giornalisti, scandendo una linea che trasferisce sul piano militare un problema che fino a ieri veniva gestito prevalentemente dalle forze di polizia e dalla Guardia Costiera.
Nei primi giorni di settembre ha dichiarato di avere colpito più navi e battelli sospettati di narco-traffico; dall’inizio della campagna i morti si contano ormai in decine. Il Pentagono fornisce informazioni frammentarie, limitandosi a confermare l’azione ma non a mostrare prove pubbliche che colleghino i bersagli ai cartelli.
A rafforzare il carattere di pressione strategica, e non solo di contrasto al traffico, c’è la natura della forza schierata: cacciatorpediniere lanciamissili, caccia F-35, un sottomarino a propulsione nucleare e migliaia di truppe poste in posizione avanzata. Secondo i resoconti, l’operazione ha comportato lo spostamento di asset navali e aerei e l’impiego di una componente terrestre valutata in alcune migliaia di militari, uno schieramento che oltrepassa abbondantemente le necessità tipiche di un’operazione di polizia marittima.
Il contrasto tra gli obiettivi dichiarati e gli strumenti effettivamente impiegati è al centro delle critiche di esperti e osservatori. Il traffico di fentanyl che preoccupa gli Stati Uniti percorre per la gran parte rotte terrestri e passa dalla produzione e dal transito in Messico; un uso massiccio di portaerei, sottomarini e missili nel Caribe appare a dir poco sproporzionato rispetto al problema logistico reale. Piuttosto, la campagna appare mirata a esercitare una pressione politica sul Venezuela.
La risposta ufficiale di Caracas è stata immediata. Il presidente Nicolás Maduro, intervenendo in un comizio, ha avvertito che qualunque intervento statunitense scatenerebbe una mobilitazione popolare e che «la classe operaia si solleverebbe; verrebbe dichiarato uno sciopero insurrezionale generale nelle strade finché il potere non verrà riconquistato», aggiungendo che «milioni di uomini e donne armati di fucili marcerebbero in tutto il Paese».
La gestione pratica degli episodi solleva ulteriori interrogativi legali e politici. La scorsa settimana due presunti narcotrafficanti sono sopravvissuti a un attacco statunitense nel Caribe; sono stati soccorsi e imbarcati su una nave da guerra della Marina, per poi essere rimpatriati in Colombia ed Ecuador.
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha difeso la scelta, paragonandola alle procedure adottate sui campi di battaglia in Iraq e Afghanistan e sottolineando che in quei conflitti la stragrande maggioranza dei catturati era stata consegnata alle autorità locali. Le analogie tra teatri di guerra e operazioni nel mare dei Caraibi, però, non sono neutre: convertono cittadini e sospettati in «obiettivi militari», ridefinendo i confini tra diritto penale internazionale, uso della forza e responsabilità di uno Stato sovrano.
Il quadro strategico suggerisce che gli obiettivi di Washington non siano in alcun modo di ordine giudiziario. Colpire rotte marittime indica la volontà di colpire Stati ritenuti nemici. Se questo è l’intento, allora la lotta al narcotraffico diventa lo strumento con cui perseguire una trasformazione politica che fino a ieri era affidata dagli USA ad altre leve: sanzioni, diplomazia parallela e sostegno ad opposizioni interne. Marchiare l’azione come lotta alla droga serve evidentemente a costruire consenso interno e a ridurre l’opposizione internazionale.
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23/10/2025
Stop alle minacce statunitensi contro il Venezuela. La denuncia di tre relatori delle Nazioni Unite
Tre relatori speciali delle Nazioni Unite – George Katrougalos, Ben Saul e Morris Tidbal Binz – in un comunicato congiunto hanno denunciato nero su bianco che “Le azioni militari e le minacce di usare la forza armata contro il Venezuela da parte degli Stati Uniti violano la sovranità del Venezuela e la carta delle Nazioni Unite”.
I tre relatori delle Nazioni Unite sottolineano come “Queste azioni violano anche l’obbligo internazionale fondamentale a non intervenire in questioni interne e a non minacciare l’uso della forza contro un altro Paese” aggiungendo che “Queste azioni rappresentano un’escalation estremamente pericolosa con gravi implicazioni per la pace e la sicurezza nella regione dei Caraibi”.
Il riferimento è al “significativo” rafforzamento militare statunitense già in corso nei Caraibi, con le forze statunitensi che hanno preso di mira imbarcazioni al largo delle coste venezuelane ritenute coinvolte nel traffico di stupefacenti, e all’annuncio del leader americano Donald Trump di aver autorizzato azioni “segrete” della Cia in territorio venezuelano.
“Anche se tali accuse fossero comprovate, l’uso della forza letale in acque internazionali senza un’adeguata base giuridica viola il diritto internazionale del mare ed equivale a esecuzioni extragiudiziali”, hanno affermato i relatori delle Nazioni Unite.
“I preparativi per un’azione militare segreta o diretta contro un altro Stato sovrano costituiscono una violazione ancora più grave della Carta delle Nazioni Unite”, affermano i tre relatori. “La lunga storia di interventi esteri in America latina non deve essere ripetuta”.
Per questo, i tre relatori Onu hanno rivolto un appello alla comunità internazionale affinché “difenda lo Stato di diritto, il dialogo e la risoluzione pacifica delle dispute” e hanno chiesto di terminare le azioni “illegali” e le minacce.
Secondo quanto riferito dal quotidiano britannico Guardian, che ha consultato tre fonti ben informate, la Cia sta fornendo la maggior parte delle informazioni di intelligence utilizzate per condurre gli attacchi aerei degli Stati Uniti contro piccole imbarcazioni nel Mar dei Caraibi, sospettate – secondo la versione statunitense – di trasportare droga dal Venezuela.
Il Guardian rileva come il ruolo centrale dell’agenzia implica che gran parte delle prove utilizzate per selezionare i presunti trafficanti da uccidere in mare aperto rimarranno quasi certamente segrete. Le fonti hanno spiegato che la Cia fornisce informazioni in tempo reale raccolte dai satelliti per individuare quali imbarcazioni, a suo avviso, siano cariche di droga, tracciandone le rotte e fornendo indicazioni precise per attaccarle con i missili. Una settimana fa, Trump ha confermato di aver autorizzato operazioni della Cia in Venezuela, senza fornire altri dettagli.
Secondo gli analisti internazionali, l’obiettivo di Washington è arrivare alla rimozione dal governo di Nicolás Maduro, presidente del Venezuela. Il via libera alle operazioni della Cia rappresenterebbe quindi una soluzione più aggressiva della strada diplomatica ma allo stesso tempo più discreta di una possibile invasione militare del Paese, denunciata pubblicamente non solo dal Venezuela ma anche dalla Colombia, finita anch’essa nel mirino di Washington.
Il presidente della Colombia, Gustavo Petro, ha dichiarato alcuni giorni fa che il presidente Donald Trump lo accusa falsamente di essere legato al traffico di droga perché durante il suo mandato l’esercito colombiano non ha voluto partecipare a un’invasione del Venezuela, descrivendola come un atto insensato per attaccare un popolo fraterno.
Dal canto suo il presidente venezuelano Nicolàs Maduro ha espresso il suo sostegno alla Colombia affermando che entrambe le nazioni sono una sola e che un conflitto contro il paese vicino sarebbe considerato una minaccia anche contro il Venezuela.
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I tre relatori delle Nazioni Unite sottolineano come “Queste azioni violano anche l’obbligo internazionale fondamentale a non intervenire in questioni interne e a non minacciare l’uso della forza contro un altro Paese” aggiungendo che “Queste azioni rappresentano un’escalation estremamente pericolosa con gravi implicazioni per la pace e la sicurezza nella regione dei Caraibi”.
Il riferimento è al “significativo” rafforzamento militare statunitense già in corso nei Caraibi, con le forze statunitensi che hanno preso di mira imbarcazioni al largo delle coste venezuelane ritenute coinvolte nel traffico di stupefacenti, e all’annuncio del leader americano Donald Trump di aver autorizzato azioni “segrete” della Cia in territorio venezuelano.
“Anche se tali accuse fossero comprovate, l’uso della forza letale in acque internazionali senza un’adeguata base giuridica viola il diritto internazionale del mare ed equivale a esecuzioni extragiudiziali”, hanno affermato i relatori delle Nazioni Unite.
“I preparativi per un’azione militare segreta o diretta contro un altro Stato sovrano costituiscono una violazione ancora più grave della Carta delle Nazioni Unite”, affermano i tre relatori. “La lunga storia di interventi esteri in America latina non deve essere ripetuta”.
Per questo, i tre relatori Onu hanno rivolto un appello alla comunità internazionale affinché “difenda lo Stato di diritto, il dialogo e la risoluzione pacifica delle dispute” e hanno chiesto di terminare le azioni “illegali” e le minacce.
Secondo quanto riferito dal quotidiano britannico Guardian, che ha consultato tre fonti ben informate, la Cia sta fornendo la maggior parte delle informazioni di intelligence utilizzate per condurre gli attacchi aerei degli Stati Uniti contro piccole imbarcazioni nel Mar dei Caraibi, sospettate – secondo la versione statunitense – di trasportare droga dal Venezuela.
Il Guardian rileva come il ruolo centrale dell’agenzia implica che gran parte delle prove utilizzate per selezionare i presunti trafficanti da uccidere in mare aperto rimarranno quasi certamente segrete. Le fonti hanno spiegato che la Cia fornisce informazioni in tempo reale raccolte dai satelliti per individuare quali imbarcazioni, a suo avviso, siano cariche di droga, tracciandone le rotte e fornendo indicazioni precise per attaccarle con i missili. Una settimana fa, Trump ha confermato di aver autorizzato operazioni della Cia in Venezuela, senza fornire altri dettagli.
Secondo gli analisti internazionali, l’obiettivo di Washington è arrivare alla rimozione dal governo di Nicolás Maduro, presidente del Venezuela. Il via libera alle operazioni della Cia rappresenterebbe quindi una soluzione più aggressiva della strada diplomatica ma allo stesso tempo più discreta di una possibile invasione militare del Paese, denunciata pubblicamente non solo dal Venezuela ma anche dalla Colombia, finita anch’essa nel mirino di Washington.
Il presidente della Colombia, Gustavo Petro, ha dichiarato alcuni giorni fa che il presidente Donald Trump lo accusa falsamente di essere legato al traffico di droga perché durante il suo mandato l’esercito colombiano non ha voluto partecipare a un’invasione del Venezuela, descrivendola come un atto insensato per attaccare un popolo fraterno.
Dal canto suo il presidente venezuelano Nicolàs Maduro ha espresso il suo sostegno alla Colombia affermando che entrambe le nazioni sono una sola e che un conflitto contro il paese vicino sarebbe considerato una minaccia anche contro il Venezuela.
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21/10/2025
Ancora un assassinio Usa nei Caraibi, Petro: “è una guerra per il petrolio”
Sabato 18 ottobre, il presidente colombiano Gustavo Petro ha chiesto spiegazioni formali al governo degli Stati Uniti dopo aver denunciato che un pescatore colombiano è stato ucciso durante un attacco aereo dalle forze statunitensi nelle acque territoriali colombiane lo scorso 16 settembre.
Petro mette in guardia dal nuovo scenario di guerra nei Caraibi
In un forte messaggio, il presidente ha rivelato i dettagli dell’incidente: “la barca attaccata il 16 settembre era colombiana, aveva un motore in panne ed era alla deriva nelle acque colombiane, lì dove un pescatore ha perso la vita: Alejandro Carranza, che non è tornato a casa”.
Washington ha giustificato l’attacco come parte della sua operazione contro il traffico di droga nei Caraibi. La famiglia del pescatore Alejandro Carranza, in una intervista a una tv locale, ha confermato che l’uomo è andato a pesca e non è mai più tornato.
“La responsabilità è dell’amministrazione Trump”
Il presidente della Colombia è stato categorico nel sottolineare la responsabilità degli Stati Uniti. “I funzionari del governo degli Stati Uniti hanno commesso un omicidio e violato la nostra sovranità nelle acque territoriali. Alejandro Carranza non aveva legami con la droga, era solo un pescatore”, ha dichiarato Petro.
Se questi fatti fossero confermati, la Colombia li ritiene una grave violazione del diritto internazionale e, in caso di risposta non soddisfacente da parte di Washington, il caso potrebbe essere portato davanti agli organi multilaterali.
“Non è una guerra contro il contrabbando, è una guerra per il petrolio”
La denuncia fa parte della critica ricorrente di Petro agli schieramenti militari statunitensi nella regione. Il presidente di recente ha nuovamente avvertito che gli Stati Uniti intendono trasformare i Caraibi in una zona di conflitto: “Un nuovo scenario di guerra è stato aperto: i Caraibi”.
“L’aggressione armata degli Stati Uniti è irrazionale alla lotta contro la droga, ma è molto razionale per le invasioni nei Caraibi”. L’evidenza è chiara: “non c’è guerra contro il contrabbando, quella che c’è è una guerra per il petrolio e deve essere fermata dal Mondo. L’aggressione è contro tutta l’America Latina e i Caraibi”, ha detto Petro.
Il capo di Stato colombiano ha anche affermato che il presunto “Cartel de los soles” non esiste ed è solo una scusa per intervenire e rovesciare i governi, come gli Usa intendono fare in Venezuela con i Marines, in violazione della risoluzione della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite.
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Petro mette in guardia dal nuovo scenario di guerra nei Caraibi
In un forte messaggio, il presidente ha rivelato i dettagli dell’incidente: “la barca attaccata il 16 settembre era colombiana, aveva un motore in panne ed era alla deriva nelle acque colombiane, lì dove un pescatore ha perso la vita: Alejandro Carranza, che non è tornato a casa”.
Washington ha giustificato l’attacco come parte della sua operazione contro il traffico di droga nei Caraibi. La famiglia del pescatore Alejandro Carranza, in una intervista a una tv locale, ha confermato che l’uomo è andato a pesca e non è mai più tornato.
“La responsabilità è dell’amministrazione Trump”
Il presidente della Colombia è stato categorico nel sottolineare la responsabilità degli Stati Uniti. “I funzionari del governo degli Stati Uniti hanno commesso un omicidio e violato la nostra sovranità nelle acque territoriali. Alejandro Carranza non aveva legami con la droga, era solo un pescatore”, ha dichiarato Petro.
Se questi fatti fossero confermati, la Colombia li ritiene una grave violazione del diritto internazionale e, in caso di risposta non soddisfacente da parte di Washington, il caso potrebbe essere portato davanti agli organi multilaterali.
“Non è una guerra contro il contrabbando, è una guerra per il petrolio”
La denuncia fa parte della critica ricorrente di Petro agli schieramenti militari statunitensi nella regione. Il presidente di recente ha nuovamente avvertito che gli Stati Uniti intendono trasformare i Caraibi in una zona di conflitto: “Un nuovo scenario di guerra è stato aperto: i Caraibi”.
“L’aggressione armata degli Stati Uniti è irrazionale alla lotta contro la droga, ma è molto razionale per le invasioni nei Caraibi”. L’evidenza è chiara: “non c’è guerra contro il contrabbando, quella che c’è è una guerra per il petrolio e deve essere fermata dal Mondo. L’aggressione è contro tutta l’America Latina e i Caraibi”, ha detto Petro.
Il capo di Stato colombiano ha anche affermato che il presunto “Cartel de los soles” non esiste ed è solo una scusa per intervenire e rovesciare i governi, come gli Usa intendono fare in Venezuela con i Marines, in violazione della risoluzione della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite.
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17/10/2025
Il Venezuela chiede all’Onu di dichiarare illegali i raid statunitensi
Il Venezuela ha chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che gli attacchi aerei statunitensi contro imbarcazioni al largo delle sue coste siano dichiarati illegali. In una lettera ufficiale, l’ambasciatore venezuelano all’ONU, Samuel Moncada, ha sollecitato un’inchiesta indipendente e una dichiarazione che riaffermi la sovranità e l’integrità territoriale del Paese. Secondo Caracas, gli attacchi hanno causato la morte di almeno 27 persone e sono stati condotti senza fornire prove di qualsiasi attività illecita, in acque internazionali. La denuncia arriva in un contesto di tensione crescente, in cui gli Stati Uniti hanno intensificato operazioni militari nel Mar dei Caraibi meridionale, giustificando l’intervento con accuse di traffico di droga e attività terroristiche legate al governo di Nicolás Maduro, senza però presentare evidenze concrete a sostegno di tali affermazioni.
Il presidente Donald Trump ha autorizzato l’uso della CIA per operazioni segrete in Venezuela, definendo il governo di Caracas un sostenitore di reti criminali transnazionali. Il Venezuela denuncia una violazione diretta della sua sovranità e sottolinea che le operazioni statunitensi non rispettano il diritto internazionale. La lettera di Moncada, indirizzata ai 15 membri del Consiglio di Sicurezza, chiede un pronunciamento formale e un’inchiesta che accerti la natura illegale degli attacchi. La comunità internazionale è chiamata a intervenire per evitare ulteriori escalation e per chiarire la legittimità delle azioni militari unilaterali condotte da Washington.
Nonostante la gravità della richiesta, l’emissione di una dichiarazione ufficiale da parte del Consiglio appare improbabile, principalmente a causa del diritto di veto degli Stati Uniti. Tuttavia, alcuni membri hanno espresso preoccupazione per l’escalation. Russia e Cina hanno ribadito la necessità di rispettare la sovranità degli Stati, mentre Paesi europei come Francia, Grecia e Danimarca hanno invitato a una de-escalation immediata, richiamando l’attenzione sul rispetto del diritto internazionale e sull’urgenza di evitare un conflitto più ampio nella regione caraibica. La questione non è bilaterale ma ha ripercussioni significative sulla stabilità regionale e sulle dinamiche diplomatiche tra Stati Uniti e altri attori globali.
Caracas accusa direttamente la CIA di avere mandato libero per operazioni destinate a destabilizzare il Paese, mentre il governo insiste sulla necessità di difendere il proprio popolo e le istituzioni. Il Venezuela pone l’accento sul carattere unilaterale e illegittimo degli attacchi, evidenziando la differenza tra operazioni condotte in acque internazionali e la legittima difesa nazionale, e sottolinea l’impatto umano delle azioni militari, con la perdita di vite civili e danni alle infrastrutture marittime. La richiesta al Consiglio di Sicurezza rappresenta un tentativo di mobilitare la comunità internazionale, di ottenere una condanna formale e di chiedere garanzie sul rispetto del diritto internazionale.
Le operazioni statunitensi hanno scatenato una forte reazione diplomatica, con Caracas che ribadisce la propria disponibilità a collaborare con osservatori internazionali purché siano indipendenti e neutrali, e insiste affinché qualsiasi verifica includa un accertamento dettagliato delle responsabilità. Il governo venezuelano evidenzia come gli attacchi compromettano la sicurezza dei suoi cittadini, creando tensioni in mare e alimentando il rischio di incidenti che potrebbero travalicare le acque territoriali e avere ripercussioni politiche e umanitarie significative.
Fonte
Il presidente Donald Trump ha autorizzato l’uso della CIA per operazioni segrete in Venezuela, definendo il governo di Caracas un sostenitore di reti criminali transnazionali. Il Venezuela denuncia una violazione diretta della sua sovranità e sottolinea che le operazioni statunitensi non rispettano il diritto internazionale. La lettera di Moncada, indirizzata ai 15 membri del Consiglio di Sicurezza, chiede un pronunciamento formale e un’inchiesta che accerti la natura illegale degli attacchi. La comunità internazionale è chiamata a intervenire per evitare ulteriori escalation e per chiarire la legittimità delle azioni militari unilaterali condotte da Washington.
Nonostante la gravità della richiesta, l’emissione di una dichiarazione ufficiale da parte del Consiglio appare improbabile, principalmente a causa del diritto di veto degli Stati Uniti. Tuttavia, alcuni membri hanno espresso preoccupazione per l’escalation. Russia e Cina hanno ribadito la necessità di rispettare la sovranità degli Stati, mentre Paesi europei come Francia, Grecia e Danimarca hanno invitato a una de-escalation immediata, richiamando l’attenzione sul rispetto del diritto internazionale e sull’urgenza di evitare un conflitto più ampio nella regione caraibica. La questione non è bilaterale ma ha ripercussioni significative sulla stabilità regionale e sulle dinamiche diplomatiche tra Stati Uniti e altri attori globali.
Caracas accusa direttamente la CIA di avere mandato libero per operazioni destinate a destabilizzare il Paese, mentre il governo insiste sulla necessità di difendere il proprio popolo e le istituzioni. Il Venezuela pone l’accento sul carattere unilaterale e illegittimo degli attacchi, evidenziando la differenza tra operazioni condotte in acque internazionali e la legittima difesa nazionale, e sottolinea l’impatto umano delle azioni militari, con la perdita di vite civili e danni alle infrastrutture marittime. La richiesta al Consiglio di Sicurezza rappresenta un tentativo di mobilitare la comunità internazionale, di ottenere una condanna formale e di chiedere garanzie sul rispetto del diritto internazionale.
Le operazioni statunitensi hanno scatenato una forte reazione diplomatica, con Caracas che ribadisce la propria disponibilità a collaborare con osservatori internazionali purché siano indipendenti e neutrali, e insiste affinché qualsiasi verifica includa un accertamento dettagliato delle responsabilità. Il governo venezuelano evidenzia come gli attacchi compromettano la sicurezza dei suoi cittadini, creando tensioni in mare e alimentando il rischio di incidenti che potrebbero travalicare le acque territoriali e avere ripercussioni politiche e umanitarie significative.
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05/09/2025
Come gli USA hanno inventato un traffico di droga per un potenziale attacco contro il Venezuela
Improvvisamente, dal nulla, le agenzie governative statunitensi hanno cominciato a ripetere il nome “Tren de Aragua” come se fosse la nuova al-Qaeda. A gennaio 2025, la Casa Bianca ha designato il Tren de Aragua come “organizzazione terroristica straniera”, e a marzo l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump ha invocato l’Alien Enemies Act (Legge sugli Stranieri Nemici del 1789) per mettere in guardia dall'“invasione degli Stati Uniti da parte del Tren de Aragua”.
Il Dipartimento di Stato USA, nel febbraio 2025, aveva dichiarato che il Tren de Aragua era un cartello della droga internazionale alla stregua di cartelli già riconosciuti come i messicani Los Zetas (ora Cártel del Noreste), Sinaloa e Jalisco, nonché la Mara Salvatrucha (MS-13), formatasi a Los Angeles (USA) e ora radicata in El Salvador grazie a un decennale programma di deportazioni statunitense. A differenza del Tren de Aragua, questi altri cartelli sono ben noti e la loro attività è stata ampiamente documentata dalla Drug Enforcement Agency (DEA) statunitense.
Il rapporto più recente della DEA per il 2025 conferma diversi fatti sui cartelli della droga che trafficano ingenti quantitativi di stupefacenti (dalla cocaina al fentanil) verso gli Stati Uniti. Presenta sicuramente ampie sezioni sulle gang messicane e salvadoregne, che hanno radici profonde nel traffico di droga. Dal 2019, la DEA e altre agenzie hanno monitorato il movimento di droghe letali, passate dall’essere trasportate via Caraibi e via terra attraverso il Centro America alla rotta dell’Oceano Pacifico.
Le droghe partono dai porti di Guayaquil (Perù), Esmeraldas (Ecuador) e Buenaventura (Colombia) dirette verso porti come Puerto Escondido (Messico) prima di essere introdotte nel mercato statunitense. Oltre l’80% delle droghe letali percorre questa rotta del Pacifico, secondo il World Drug Report 2025 delle Nazioni Unite, mentre solo poco più del 10% attraversa il Mar dei Caraibi. Ormai da molto tempo, la DEA ha valutato accuratamente che la maggior parte delle droghe che entrano negli Stati Uniti proviene dalle Ande, dal Centro America e dal Messico.
Quindi, cosa c’entra in tutto questo il Tren de Aragua, se è una gang carceraria nata all’interno del carcere di Tocorón nel Venezuela centrale (a circa 150 chilometri da Caracas)? La gang fu creata nel 2012 da Héctor Rushtenford “Niño” Guerrero Flores (un criminale condannato che è evaso dal carcere nel 2023 e da allora non è più stato visto).
La gang di Niño Guerrero, il Tren de Aragua, è accusata di aver approfittato dell’emigrazione dal Venezuela per costruire la sua rete negli Stati Uniti e altrove in America Latina e per espandere le sue opportunità di traffico attraverso questa rete migratoria. Tuttavia, è molto probabile che la rete vera e propria non esista, ma che ex membri del Tren de Aragua si siano consolidati come nodi per attività criminali in luoghi diversi. Guerrero è ricercato in Venezuela e ha un avviso di migrazione dal Cile, dove si ritiene si sia rifugiato tra il mezzo milione di venezuelani in questo paese del Cono Sud. Il governo degli Stati Uniti ha preso di mira il Tren de Aragua e Guerrero, offrendo una ricompensa di 12 milioni di dollari per il suo arresto. Ma Guerrero non si trova da nessuna parte.
Un Cartello Inventato
Come passa il governo degli Stati Uniti da una legittima preoccupazione per l’ingresso di droga nel paese all’invio di sette navi da guerra e un sottomarino a propulsione nucleare per accerchiare il Venezuela in un'“operazione potenziata di contrasto al narcotraffico”?
Cosa potranno mai fare queste navi da guerra, che sono appena fuori dal confine marittimo venezuelano, per catturare Guerrero, fermare il Tren de Aragua o impedire ai cartelli di trasportare droga verso gli Stati Uniti?
Guerrero molto probabilmente non è in Venezuela, la sua gang opera in tutta l’America Latina e negli Stati Uniti, e la maggior parte della droga viene trasportata attraverso l’Oceano Pacifico e non il Mar dei Caraibi. Quindi, cosa ci fanno queste navi da guerra al largo delle coste del Venezuela, anche se gli USA affermano che sono in “missione anti-cartello”?
Nell’aprile 2025, gli Stati Uniti hanno aumentato la ricompensa per l’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro Moros da 25 a 50 milioni di dollari. La motivazione addotta per questo aumento è che gli USA accusano Maduro di essere il leader del Cartello dei Sol (Cartel de los Soles).
Il termine Cartel de los Soles fu usato per la prima volta nel 1993 per descrivere l’attività di alcuni alti ufficiali militari e funzionari anti-droga nel traffico di stupefacenti. Ciò molto tempo prima dell’ingresso di Hugo Chávez nel palazzo presidenziale nel 1999. Il termine fu usato a causa del simbolo solare sulle uniformi degli alti ufficiali dell’esercito venezuelano.
Non esisteva un vero e proprio cartello. Dopo la morte del presidente venezuelano Hugo Chávez nel 2013, diversi giornalisti venezuelani in esilio scrissero libri riprendendo l’osservazione di Marcano sui “soles” ma sostenendo ora che esistesse un cartello organizzato e non solo alcuni ufficiali corrotti.
Tra questi libri centrali sono “Chavismo, Narcotráfico y Militares” (2014) di Héctor Landaeta e Bumerán Chávez; “Los fraudes que llevaron al colapso de Venezuela” (2015) di Emili J. Blasco. Ma Landaeta disse al Miami Herald nel 2015 che “il Cartel de los Soles è più un fenomeno che un gruppo organizzato”.
Ciononostante, nel luglio 2025 il Dipartimento del Tesoro USA ha designato il gruppo come “Specially Designated Global Terrorist”. Tra l’ammissione di Landaeta nel 2015 e il presente, ci fu quasi il silenzio nei documenti pubblici USA riguardo all’inventato Cartel de los Soles (sebbene l’uso di una falsa accusa di narcotraffico contro Maduro fu usato da Trump nel 2020).
Non vi è alcuna indicazione di una connessione tra questo “cartello” e il Tren de Aragua, che a sua volta è più un termine generico, nulla di simile ai principali cartelli colombiani e messicani che hanno linee organizzative verticali.
L’enorme dispiegamento militare lungo le coste del Venezuela, l’aumento della taglia per l’arresto di Maduro e l’accusa che il governo venezuelano sia collegato al Tren de Aragua pongono le basi per un classico intervento militare contro il Venezuela in nome della Guerra alla Droga.
L’idea del Cartel de los Soles sta funzionando come le Armi di Distruzione di Massa in Iraq nel 2002-03, con l’amministrazione USA disperata nel trovare un casus belli (causa di guerra) che altrimenti semplicemente non esiste.
Fonte
Il Dipartimento di Stato USA, nel febbraio 2025, aveva dichiarato che il Tren de Aragua era un cartello della droga internazionale alla stregua di cartelli già riconosciuti come i messicani Los Zetas (ora Cártel del Noreste), Sinaloa e Jalisco, nonché la Mara Salvatrucha (MS-13), formatasi a Los Angeles (USA) e ora radicata in El Salvador grazie a un decennale programma di deportazioni statunitense. A differenza del Tren de Aragua, questi altri cartelli sono ben noti e la loro attività è stata ampiamente documentata dalla Drug Enforcement Agency (DEA) statunitense.
Il rapporto più recente della DEA per il 2025 conferma diversi fatti sui cartelli della droga che trafficano ingenti quantitativi di stupefacenti (dalla cocaina al fentanil) verso gli Stati Uniti. Presenta sicuramente ampie sezioni sulle gang messicane e salvadoregne, che hanno radici profonde nel traffico di droga. Dal 2019, la DEA e altre agenzie hanno monitorato il movimento di droghe letali, passate dall’essere trasportate via Caraibi e via terra attraverso il Centro America alla rotta dell’Oceano Pacifico.
Le droghe partono dai porti di Guayaquil (Perù), Esmeraldas (Ecuador) e Buenaventura (Colombia) dirette verso porti come Puerto Escondido (Messico) prima di essere introdotte nel mercato statunitense. Oltre l’80% delle droghe letali percorre questa rotta del Pacifico, secondo il World Drug Report 2025 delle Nazioni Unite, mentre solo poco più del 10% attraversa il Mar dei Caraibi. Ormai da molto tempo, la DEA ha valutato accuratamente che la maggior parte delle droghe che entrano negli Stati Uniti proviene dalle Ande, dal Centro America e dal Messico.
Quindi, cosa c’entra in tutto questo il Tren de Aragua, se è una gang carceraria nata all’interno del carcere di Tocorón nel Venezuela centrale (a circa 150 chilometri da Caracas)? La gang fu creata nel 2012 da Héctor Rushtenford “Niño” Guerrero Flores (un criminale condannato che è evaso dal carcere nel 2023 e da allora non è più stato visto).
La gang di Niño Guerrero, il Tren de Aragua, è accusata di aver approfittato dell’emigrazione dal Venezuela per costruire la sua rete negli Stati Uniti e altrove in America Latina e per espandere le sue opportunità di traffico attraverso questa rete migratoria. Tuttavia, è molto probabile che la rete vera e propria non esista, ma che ex membri del Tren de Aragua si siano consolidati come nodi per attività criminali in luoghi diversi. Guerrero è ricercato in Venezuela e ha un avviso di migrazione dal Cile, dove si ritiene si sia rifugiato tra il mezzo milione di venezuelani in questo paese del Cono Sud. Il governo degli Stati Uniti ha preso di mira il Tren de Aragua e Guerrero, offrendo una ricompensa di 12 milioni di dollari per il suo arresto. Ma Guerrero non si trova da nessuna parte.
Un Cartello Inventato
Come passa il governo degli Stati Uniti da una legittima preoccupazione per l’ingresso di droga nel paese all’invio di sette navi da guerra e un sottomarino a propulsione nucleare per accerchiare il Venezuela in un'“operazione potenziata di contrasto al narcotraffico”?
Cosa potranno mai fare queste navi da guerra, che sono appena fuori dal confine marittimo venezuelano, per catturare Guerrero, fermare il Tren de Aragua o impedire ai cartelli di trasportare droga verso gli Stati Uniti?
Guerrero molto probabilmente non è in Venezuela, la sua gang opera in tutta l’America Latina e negli Stati Uniti, e la maggior parte della droga viene trasportata attraverso l’Oceano Pacifico e non il Mar dei Caraibi. Quindi, cosa ci fanno queste navi da guerra al largo delle coste del Venezuela, anche se gli USA affermano che sono in “missione anti-cartello”?
Nell’aprile 2025, gli Stati Uniti hanno aumentato la ricompensa per l’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro Moros da 25 a 50 milioni di dollari. La motivazione addotta per questo aumento è che gli USA accusano Maduro di essere il leader del Cartello dei Sol (Cartel de los Soles).
Il termine Cartel de los Soles fu usato per la prima volta nel 1993 per descrivere l’attività di alcuni alti ufficiali militari e funzionari anti-droga nel traffico di stupefacenti. Ciò molto tempo prima dell’ingresso di Hugo Chávez nel palazzo presidenziale nel 1999. Il termine fu usato a causa del simbolo solare sulle uniformi degli alti ufficiali dell’esercito venezuelano.
Non esisteva un vero e proprio cartello. Dopo la morte del presidente venezuelano Hugo Chávez nel 2013, diversi giornalisti venezuelani in esilio scrissero libri riprendendo l’osservazione di Marcano sui “soles” ma sostenendo ora che esistesse un cartello organizzato e non solo alcuni ufficiali corrotti.
Tra questi libri centrali sono “Chavismo, Narcotráfico y Militares” (2014) di Héctor Landaeta e Bumerán Chávez; “Los fraudes que llevaron al colapso de Venezuela” (2015) di Emili J. Blasco. Ma Landaeta disse al Miami Herald nel 2015 che “il Cartel de los Soles è più un fenomeno che un gruppo organizzato”.
Ciononostante, nel luglio 2025 il Dipartimento del Tesoro USA ha designato il gruppo come “Specially Designated Global Terrorist”. Tra l’ammissione di Landaeta nel 2015 e il presente, ci fu quasi il silenzio nei documenti pubblici USA riguardo all’inventato Cartel de los Soles (sebbene l’uso di una falsa accusa di narcotraffico contro Maduro fu usato da Trump nel 2020).
Non vi è alcuna indicazione di una connessione tra questo “cartello” e il Tren de Aragua, che a sua volta è più un termine generico, nulla di simile ai principali cartelli colombiani e messicani che hanno linee organizzative verticali.
L’enorme dispiegamento militare lungo le coste del Venezuela, l’aumento della taglia per l’arresto di Maduro e l’accusa che il governo venezuelano sia collegato al Tren de Aragua pongono le basi per un classico intervento militare contro il Venezuela in nome della Guerra alla Droga.
L’idea del Cartel de los Soles sta funzionando come le Armi di Distruzione di Massa in Iraq nel 2002-03, con l’amministrazione USA disperata nel trovare un casus belli (causa di guerra) che altrimenti semplicemente non esiste.
Fonte
03/09/2025
Gli USA fabbricano un nuovo incidente del Tonchino contro il Venezuela
Siamo in attesa di indicazioni dalle organizzazioni venezuelane riguardo il presunto attacco a una nave che, secondo versioni mediatiche originate negli Stati Uniti, sarebbe partito dal territorio venezuelano.
Per il momento, è importante precisare quanto segue:
1) Il video che circola è privo di informazioni verificabili. È stato diffuso sul social network di Trump senza specificare luogo, data né dettagli concreti riguardo la presunta azione.
2) Non dobbiamo accodarci a questa operazione mediatica. Fa parte della guerra ibrida e psicologica contro il Venezuela, il cui obiettivo è manipolare l’opinione pubblica e inasprire la violenza imperialista.
3) La nostra fonte certa sono le dichiarazioni ufficiali del ministro della Comunicazione del Venezuela. Lì si spiega che il video è stato prodotto con l’intelligenza artificiale (link).
4) I dati della nave dimostrano l’impossibilità della versione mediatica.
La distanza minima tra Venezuela (Penisola di Paraguaná, Falcón) e USA (Key West, Florida): 1.350 km (840 miglia), è materialmente impossibile che un piccolo peschereccio con 11 membri dell’equipaggio possa percorrere tale distanza.
Questo montaggio è un’altra operazione del governo USA che si gioca la vita di 11 persone per sostenere una narrativa di aggressione.
5) Si tratta di un possibile “incidente fabbricato”. Come accadde con il Golfo del Tonchino nel 1964, quando gli USA inventarono un attacco nordvietnamita per giustificare l’escalation della guerra in Vietnam. Decenni dopo si dimostrò che era stato un falso.
6) Siamo di fronte a un pretesto per nuove aggressioni. Le bugie cercano di legittimare l’assedio contro il Venezuela e aprire la porta a un’escalation militare.
7) Come comunicatori e giornalisti impegnati per l’autodeterminazione e la pace nella Nostra America, dobbiamo denunciare e smontare questa operazione mediatica.
Qualche settimana fa, da ALBA Movimientos abbiamo emesso una dichiarazione per denunciare la militarizzazione dei Caraibi. Nelle prossime ore sicuramente torneremo a esprimerci su questa nuova escalation.
Fonte
Per il momento, è importante precisare quanto segue:
1) Il video che circola è privo di informazioni verificabili. È stato diffuso sul social network di Trump senza specificare luogo, data né dettagli concreti riguardo la presunta azione.
2) Non dobbiamo accodarci a questa operazione mediatica. Fa parte della guerra ibrida e psicologica contro il Venezuela, il cui obiettivo è manipolare l’opinione pubblica e inasprire la violenza imperialista.
3) La nostra fonte certa sono le dichiarazioni ufficiali del ministro della Comunicazione del Venezuela. Lì si spiega che il video è stato prodotto con l’intelligenza artificiale (link).
4) I dati della nave dimostrano l’impossibilità della versione mediatica.
La distanza minima tra Venezuela (Penisola di Paraguaná, Falcón) e USA (Key West, Florida): 1.350 km (840 miglia), è materialmente impossibile che un piccolo peschereccio con 11 membri dell’equipaggio possa percorrere tale distanza.
Questo montaggio è un’altra operazione del governo USA che si gioca la vita di 11 persone per sostenere una narrativa di aggressione.
5) Si tratta di un possibile “incidente fabbricato”. Come accadde con il Golfo del Tonchino nel 1964, quando gli USA inventarono un attacco nordvietnamita per giustificare l’escalation della guerra in Vietnam. Decenni dopo si dimostrò che era stato un falso.
6) Siamo di fronte a un pretesto per nuove aggressioni. Le bugie cercano di legittimare l’assedio contro il Venezuela e aprire la porta a un’escalation militare.
7) Come comunicatori e giornalisti impegnati per l’autodeterminazione e la pace nella Nostra America, dobbiamo denunciare e smontare questa operazione mediatica.
Qualche settimana fa, da ALBA Movimientos abbiamo emesso una dichiarazione per denunciare la militarizzazione dei Caraibi. Nelle prossime ore sicuramente torneremo a esprimerci su questa nuova escalation.
Fonte
09/06/2024
Manovre navali russe nel “cortile di casa” di Washington. Usa nervosamete sorpresi
Chi la fa se lo aspetti. Stavolta non saranno le navi militari statunitensi a mostrare muscoli e bandiere a ridosso dei confini altrui ma quelle russe a “manovrare” non lontano dalle coste statunitensi.
Le autorità cubane hanno infatti confermato che tre navi e un sottomarino a propulsione nucleare della Marina russa arriveranno sull’isola la prossima settimana.
Un comunicato delle Forze Armate pubblicato dal ministero degli Esteri di Cuba ha riferito della “visita ufficiale al porto dell’Avana” – che avverrà tra il 12 e il 17 giugno.
Anche l’agenzia russa Tass riferisce che un gruppo di navi militari russe arriverà in visita ufficiale nel porto dell’Avana il 12 giugno. “Dal 12 al 17 giugno 2024 ci sarà una visita ufficiale al porto dell’Avana da parte di un gruppo di quattro navi della Marina russa”, si legge nella dichiarazione.
Il gruppo è composto dalla fregata The Admiral Gorshkov, dal sottomarino nucleare The Kazan, dalla nave cisterna Akademik Pashin e dal rimorchiatore di salvataggio Nikolay Chiker. “Questa visita nasce dalle storiche relazioni amichevoli tra Cuba e la Russia ed è strettamente in linea con le regole internazionali”, ha sottolineato il Ministero della Difesa cubano. “Nessuna delle navi trasporta armi nucleari, quindi il loro attracco nel nostro paese non rappresenta una minaccia per la regione”.
La Russia aveva annunciato l’invio di navi da guerra e aerei militari nel Mar dei Caraibi per una serie di esercitazioni militari. Questa mossa è una risposta diretta al crescente sostegno militare degli Stati Uniti all’Ucraina nel conflitto in corso.
Secondo alcuni funzionari del Pentagono, “la decisione della Russia di effettuare esercitazioni militari nei Caraibi non è avvenuta in un vuoto. Al contrario, riflette una risposta calcolata alle dinamiche internazionali in rapida evoluzione. Con Washington che ha recentemente permesso alle truppe ucraine di utilizzare missili e artiglieria americana per colpire il territorio russo, Mosca ha deciso di dimostrare la sua capacità di proiezione di forza su scala globale. Le esercitazioni nei Caraibi sono un chiaro segnale di questa volontà”.
Secondo le dichiarazioni dei funzionari statunitensi, che hanno parlato con la stampa sotto condizione di anonimato, le navi russe faranno probabilmente scalo nei porti di Cuba e Venezuela.
Questi paesi offriranno supporto logistico alle forze russe durante le manovre. Cuba e Venezuela sono alleati strategici della Russia in America Latina e la loro cooperazione ne è la dimostrazione.
Fonte
Le autorità cubane hanno infatti confermato che tre navi e un sottomarino a propulsione nucleare della Marina russa arriveranno sull’isola la prossima settimana.
Un comunicato delle Forze Armate pubblicato dal ministero degli Esteri di Cuba ha riferito della “visita ufficiale al porto dell’Avana” – che avverrà tra il 12 e il 17 giugno.
Anche l’agenzia russa Tass riferisce che un gruppo di navi militari russe arriverà in visita ufficiale nel porto dell’Avana il 12 giugno. “Dal 12 al 17 giugno 2024 ci sarà una visita ufficiale al porto dell’Avana da parte di un gruppo di quattro navi della Marina russa”, si legge nella dichiarazione.
Il gruppo è composto dalla fregata The Admiral Gorshkov, dal sottomarino nucleare The Kazan, dalla nave cisterna Akademik Pashin e dal rimorchiatore di salvataggio Nikolay Chiker. “Questa visita nasce dalle storiche relazioni amichevoli tra Cuba e la Russia ed è strettamente in linea con le regole internazionali”, ha sottolineato il Ministero della Difesa cubano. “Nessuna delle navi trasporta armi nucleari, quindi il loro attracco nel nostro paese non rappresenta una minaccia per la regione”.
La Russia aveva annunciato l’invio di navi da guerra e aerei militari nel Mar dei Caraibi per una serie di esercitazioni militari. Questa mossa è una risposta diretta al crescente sostegno militare degli Stati Uniti all’Ucraina nel conflitto in corso.
Secondo alcuni funzionari del Pentagono, “la decisione della Russia di effettuare esercitazioni militari nei Caraibi non è avvenuta in un vuoto. Al contrario, riflette una risposta calcolata alle dinamiche internazionali in rapida evoluzione. Con Washington che ha recentemente permesso alle truppe ucraine di utilizzare missili e artiglieria americana per colpire il territorio russo, Mosca ha deciso di dimostrare la sua capacità di proiezione di forza su scala globale. Le esercitazioni nei Caraibi sono un chiaro segnale di questa volontà”.
Secondo le dichiarazioni dei funzionari statunitensi, che hanno parlato con la stampa sotto condizione di anonimato, le navi russe faranno probabilmente scalo nei porti di Cuba e Venezuela.
Questi paesi offriranno supporto logistico alle forze russe durante le manovre. Cuba e Venezuela sono alleati strategici della Russia in America Latina e la loro cooperazione ne è la dimostrazione.
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