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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/03/2026

La guerra all'Iran in mano a guitti e affaristi

Dodicesimo giorno di guerra, come quella del giugno scorso. Ma non sarà di certo l’ultimo. Il ministro della guerra statunitense, l’esponente del Ku Klux, Klan Pete Hegseth, spiega tutto esaltato che quella di ieri è stata la giornata di attacchi più pesante. E che l’obiettivo è “vincere”. Che cosa e perché, ormai non è più importante.

Ma la misura dello scarto infinito tra gravità della situazione e irresponsabilità adolescenziale dei vertici dell’amministrazione Usa sta chiaramente nella grottesca notizia che ha dominato i media ieri sera.

Il segretario all’energia Usa (il ministro, nel nostro sistema), Chris Wright, ad un certo punto ha postato su X questo messaggio: “Il presidente Trump sta mantenendo la stabilità energetica globale durante le operazioni militari contro l’Iran. La Marina statunitense ha scortato con successo una petroliera attraverso lo Stretto di Hormuz per garantire che il petrolio continui a fluire verso i mercati globali”.

I mercati finanziari erano in quel momento aperti e hanno reagito com’era ampiamente prevedibile: crollo del prezzo del petrolio (intorno agli 80 dollari al barile, comunque), ondata di acquisti su quasi tutti i titoli azionari. Quella notizia significava infatti che il traffico di greggio e gas (e altro) attraverso lo Stretto di Hormuz era di fatto di nuovo libero, seppure condizionato da una “scorta statunitense” in qualità di polizza assicurativa. A pagamento, ovvio.

Nemmeno trenta minuti minuti dopo un povero funzionario della stessa amministrazione era costretto a dire, ai giornalisti, che non era vero niente. Punto. L’ufficio del segretario Wright provvedeva alla cancellazione del post, senza alcuna spiegazione. Così come prima – a quel punto se ne sono ricordati tutti – non veniva neanche indicato il nome o la nazionalità della presunta petroliera “liberata”.

Il prezzo del greggio qualità Brent a quel punto ricominciava a veleggiare tra gli 87 e i 90 dollari, per pura prudenza da investitori.

In pratica c’è stata una purissima operazione di aggiotaggio su scala mondiale, in cui “chi sapeva” ha potuto operare in borsa in modo da massimizzare i guadagni di giornata (vendendo per qualche ora ad un prezzo molto più alto di quello che aveva comprato poco prima).

Per coprire il ridicolo (e il reato, in qualsiasi codice penale nazionale) Trump si lanciava in una serie di dichiarazione una più fasulla dell’altra. Veniva ricordato che era stato promesso di scortare le navi attraverso lo Stretto, anche se non era ancora stato fatto. Ma solo perché il pericolo stava nelle mine seminate in acqua dalla marina iraniana prima ancora della guerra (ci sono mine navali che possono essere ormeggiate sul fondo e fatte poi risalire in superficie).

Ragion per cui ordinava minacciosamente a Tehran – che ovviamente nemmeno ha risposto – di toglierle immediatamente altrimenti avrebbe scatenato un inferno megagalattico. Poi marcia indietro: “Le abbiamo distrutte noi”. Senza far arrivare neanche una nave sul punto più stretto, quello in cui la fascia navigabile dalle petroliere è larga appena tre chilometri. Con la pura forza del pensiero, insomma... 

Solo dopo la penosa marcia indietro il comandante navale del Corpo delle Guardie rivoluzionarie dell’Iran (IRGC) ha diramato una nota in cui ribadiva che qualunque nave militare statunitense o dei suoi alleati che attraversi lo stretto di Hormuz verrà colpita. “L’affermazione di una petroliera che attraversa lo Stretto di Hormuz con una scorta militare statunitense è completamente falsa. Qualsiasi passaggio della flotta statunitense e dei suoi alleati sarà bloccato da missili iraniani e droni kamikaze”.

Più seriamente commercianti e responsabili delle politiche energetiche sono nervosi perché gli attacchi hanno chiuso la produzione di energia e le rotte di navigazione vitali. “Ci sarebbero conseguenze catastrofiche per i mercati petroliferi del mondo; più a lungo va avanti l’interruzione, e più drastiche sono le conseguenze per l’economia globale”, ha detto ai giornalisti il presidente e CEO del gigante petrolifero saudita Aramco, Amin H Nasser. “È assolutamente fondamentale che il transito riprenda nello stretto di Hormuz”.

Basta fermare la guerra, no? Peccato che sia in mano a pagliacci, affaristi e genocidi. Totalmente refrattari a considerazione morali o semplicemente logiche, ma invasati di sogni suprematisti.

Intanto l’aviazione Usa e quella israeliana martellavano molte città dell’Iran, mentre raffiche di missili partivano andando a colpire le basi Usa nei paesi arabi del Golfo e Israele.

Qui, in particolare, tutte le scarne cronache relativamente indipendenti – la censura blocca tutto, e si può essere arrestati per aver fatto una foto dei danni provocati dagli ordigni iraniani – descrivevano una società completamente bloccata nei rifugi durante tutto il giorno ed esplosioni più numerose del solito. Segno certo che lo “scudo” protettivo è ormai a corto di missili anti-missile e diversi radar sono stati effettivamente messi fuori uso dai colpi di Teheran.

Anche il Pentagono faceva filtrare per la prima volta una cifra ufficiale relativa ai soldati rimasti fin qui feriti: 140/150. Un numero “strano”, visto che la media di ogni guerra moderna viaggia intorno ai tre feriti per ogni soldato morto, ma gli Usa ammettono fin qui perdite per sole otto unità. Poi diverse fonti si sono ricordate la strana moria di soldati Usa per “incidente stradale” o “arresto cardiaco” (due diagnosi che non fanno conteggiare quei morti come caduti di guerra), e tutto è apparso più logico e comprensibile.

In aggiornamento

Pesanti bombardamenti su Tehran

La capitale iraniana ha vissuto una delle sue notti più intense di bombardamenti da parte di Stati Uniti e Israele dall’inizio della guerra 10 giorni fa, poiché numerose aree della città tentacolare sono state colpite da effetti devastanti.

Gli aerei da guerra hanno volato a basse quote su Teheran durante la notte di martedì, facendo cadere decine di bombe pesanti che hanno scosso i quartieri in tutta la città di oltre 10 milioni di persone e spaventato i residenti che sono rimasti nelle loro case nonostante il pericolo.

Sima, una 38enne che vive con la sua famiglia nella parte occidentale di Teheran, ha detto degli attacchi durante la notte: “Sembrava che decine di aerei da combattimento volassero proprio sopra le nostre teste per 15 minuti di fila in un primo momento, poi qualche minuto di pausa prima che arrivassero i colpi successivi”.

L’Iran risponderà ai recenti attacchi USA-Israele sulle aree residenziali, ha detto il portavoce delle forze armate del paese Abolfazl Shekarchi citato dall’agenzia di stampa Defapress.

Pioggia di missili su Israele

La telecronaca della BBC: cinque attacchi missilistici iraniani in sette ore. I missili di Hezbollah “sono passati attraverso lo scudo di difesa aerea di Israele” e hanno colpito Tel Aviv e Gerusalemme.

“Quando questi due missili sono stati lanciati, non abbiamo ricevuto alcun avvertimento sui nostri telefoni cellulari e non abbiamo sentito alcuna sirena”

*****

Quella che segue non è una notizia, ma l’analisi di uno dei pochi generali italiani – ora “a riposo” – che abbia sviluppato il pensiero teorico in campo militare. E che ci sembra confermi alcune delle notizie che da giorni stiamo dando.

Usa-Israele nei guai. e sono già pentiti.

Fabio Mini – Il Fatto Quotidiano

Fuoco su Teheran. L’attacco di Usa e Israele all’Iran è iniziato il 28 febbraio.

Mentre la natura dell’aggressione israelo-americana all’Iran è abbastanza chiara, gli scopi e la strategia della risposta iraniana sono ancora nebulosi.

Stati Uniti e Israele hanno scatenato questa guerra con l’intenzione dichiarata di cancellare l’Iran dalla carta delle Nazioni attraverso l’eliminazione fisica di tutti i suoi leader e gli abitanti in grado di pensare e procreare, la distruzione di tutte le sue strutture statali di governo centrale e periferico, degli apparati militari e civili, delle infrastrutture energetiche, industriali e produttive e l’appropriazione di tutte le risorse a partire dall’uranio arricchito già processato a quello naturale e all’immancabile petrolio.

Come diceva Morgenthau della Germania nazista da sconfiggere, l’Iran deve ritornare alla pastorizia e alla pesca dello storione, generoso dispensatore di caviale.

Lo volevano dall’inizio: la storia del nucleare era un pretesto, i negoziati un pretesto, la liberazione delle donne un pretesto, il cambio di regime un pretesto.

L’opera di distruzione sul modello Gaza-Libano è in atto da decenni e la costituzione del cosiddetto Board of Peace è la formale sanzione della nuova speculazione economica basata sui danni. E quindi sulla guerra, che ha il massimo potenziale di produrli, sul genocidio e la distruzione strutturale.

Non importa se poi gli obiettivi dichiarati non vengono raggiunti, come non è stata raggiunta la dispersione e smilitarizzazione di Hamas, l’annientamento di Hezbollah, degli Houthi e dei palestinesi.

La potenza militare spiegata da entrambi i paesi per questa guerra non ha precedenti e tuttavia l’Iran sorprende non solo per la capacità di resistere e controbattere, ma anche per il sostegno che raccoglie nella galassia dell’informazione digitale. Un sostegno doppiamente significativo perché alimentato non dalla simpatia per l’Iran ma dall’avversione verso Israele e gli Usa. L’Iran sta subendo delle perdite enormi e degli attacchi fuori da ogni giustificazione e legalità e comunque ha appena rimpiazzato tutta la struttura di vertice che, decapitata, avrebbe dovuto far implodere il paese.

È perlomeno singolare che gli apparati dei servizi d’intelligence dei due Paesi si siano concentrati sulla decapitazione delle strutture di governo e che per rovesciare il regime abbiano puntato sul sostegno alla dissidenza interna e alla diaspora, sull’addestramento, l’armamento e il finanziamento di decine di migliaia di curdi a partire da quelli già impiegati in Iraq e in Siria per provocare una rivolta interna, un attacco dall’esterno e la guerra civile.

Gli israeliani avrebbero dovuto conoscere le caratteristiche del sistema iraniano anche perché è da tempo che hanno costituito una rete di sovversione interna, una rete di assassini mirati e sabotatori vari. Avrebbero dovuto dirlo agli americani che per costituzione fanno sempre i finti esperti di tutto e invece non conoscono i loro alleati e tanto meno i loro nemici.

Israele avrebbe dovuto spiegare che la rivoluzione iraniana che si è imposta a furor di popolo sul regime dello Scià ha impiegato i primi anni della sua esistenza a consolidare la struttura rivoluzionaria, a difenderla dai nemici interni, che sono sempre esistiti, e da quelli esterni.

I Guardiani della rivoluzione sono esattamente ciò che dichiarano e il loro primo avversario non è esterno, ma quella struttura interna delle forze armate e dell’intelligence che al tempo della rivoluzione sosteneva il regime monarchico e la sua rete corruttiva.

Le forze armate ci hanno messo anni a essere parzialmente sdoganate dai Guardiani e dal clero. Ci sono riuscite inserendosi nella struttura come garanti dello Stato iraniano, della sua indipendenza, della Costituzione e della sua integrità territoriale.

Israele avrebbe dovuto spiegare che se l’esercito non è intervenuto nella repressione dei disordini orchestrati dal Mossad e dalla Cia non era perché non amassero il regime, ma perché non era loro compito. Anzi, era sempre vivo il sospetto che con la scusa della repressione si sarebbero schierati contro lo stesso governo.

Israele avrebbe dovuto avvertire gli alleati che l’Iran, come dice l’ottimo Trita Parsi del Quincy Institute “non teme la guerra, ma teme la resa” di una parte delle proprie forze istituzionali. Adescare e corrompere ufficiali delle forze armate nella speranza che al momento opportuno reagissero contro il regime significava esporli alle “attenzioni” dei sospettosi lealisti.

C’è poi una questione di geometria elementare: il modello di potere iraniano non è una piramide, ma una serie di strutture parallelepipede con compiti complementari, ma in grado di agire in maniera indipendente e, in caso di decapitazione, perfino in modo automatico, senza attendere ordini e battendo obiettivi preselezionati.

Quando Trump enumera le navi e gli aerei iraniani abbattuti ragiona riflettendo il suo modello, non quello iraniano. L’Iran non ha mai avuto una forza navale spedizioniera e nemmeno che si potesse allontanare dalle proprie coste, l’aeronautica a malapena poteva intervenire in appoggio alle forze di terra. Queste invece sono state sviluppate per la difesa del territorio mentre l’aliquota strategica è stata riservata alla parte missilistica e dei velivoli senza pilota o a pilotaggio remoto, anche tramite satellite.

Per questo l’attacco congiunto Usa-Israele ha privilegiato gli interessi d’Israele a danno di quelli statunitensi che adesso si trovano criminalizzati, osteggiati dai propri ex-alleati, sbilanciati strategicamente in un teatro distante dalle sfide esistenziali dove mantengono le loro poche forze d’intervento sparse tra Giappone, Guam, Corea, sotto gli occhi vigili ma non amichevoli della Russia, della Cina e dell’India con scorte depauperate e costi eccezionali.

La prosecuzione del piano di distruzione sistematica dell’Iran non dipende dall’immaginazione di Netanyahu e Trump (in questo ordine) ma dalla capacità delle loro forze di sostenere un attacco prolungato contro un regime che comunque ha rinnovato la propria dirigenza e risponde agli attacchi.

Da una parte la resistenza iraniana si appoggia sulla propria sopravvivenza fisica, dall’altra la volontà Israelo-americana è condizionata dai costi materiali e politici.

Questi ultimi sono già enormi e penalizzanti sul piano internazionale e interno. I costi materiali sono esorbitanti. I due gruppi di portaerei schierati a debita distanza costano 13 milioni di dollari al giorno soltanto per stare in moto, senza contare i costi delle munizioni, dei velivoli e dei loro rifornimenti. Nelle prime 100 ore della guerra contro l’Iran sono stati lanciati 180 missili intercettori del costo di 2,4 milioni di dollari ciascuno, 90 missili Patriot e 40 intercettori Thaad dal costo singolo variabile tra i 3,7 ai 12 milioni di dollari.

I sistemi automatici d’intercettazione sono scattati per droni del costo di 30 mila dollari. Per intercettare un missile da 250 mila dollari sono stati impiegati missili da 12 milioni: un vero affare.

I missili Tomahawk sono stati l’arma primaria per gli obiettivi a terra. Nel 2025 gli Usa hanno prodotto 72 missili. In tre giorni di combattimento hanno consumato la produzione di cinque anni. Le scorte di Patriot sono già ridotte al 25% di quanto necessario a livello globale.

Ciò significa che se le scorte potevano garantire 20 giorni di combattimento ora sono ridotte a soli cinque giorni. La realtà è che Israele e Stati Uniti si sono invischiati in una guerra che potranno senz’altro vincere ammazzando milioni di persone per pentirsene il giorno dopo.

O quello prima.

Fonte

04/12/2025

Altro che “proattivi”: siamo già in guerra anche senza pretesti

di Fabio Mini

Attenendomi alle dichiarazioni pubbliche del Comandante supremo della Nato, generale Cristopher Cavoli e sulla base della conoscenza della sintassi operativa, ho desunto che la Nato non solo in campo cyber, ma in tutti i sensi e domini, è già in guerra contro la Russia e attaccherà per prima. Sta già mobilitando le forze di tutti i Paesi per quella “difesa” che si dovrebbe realizzare con un attacco preventivo sulla Russia talmente devastante da impedirle perfino di rispondere.

“Perché – dice Cavoli – se non ci riusciamo al primo colpo, ci aspetteranno 15 anni di guerra di logoramento”.

In quest’ottica è inutile farsi delle illusioni. Qualcuno per conto nostro ha deciso che siamo in guerra e anche contro chi. Perdono così di valore tutti i distinguo di casa nostra e tutte le dichiarazioni ufficiali dei russi che non si sognano nemmeno di attaccare la Nato.

A meno che... una decisione già presa nel 2022 e da allora in piena fase di strutturazione delle forze, anche nucleari, perseguita in barba alla fondamentale correzione di rotta imposta dal presidente Trump all’Aja.

Al termine del vertice Nato è stato ufficialmente dichiarato che non si considera la Russia una minaccia a breve termine (da ora a 3 anni), nemmeno a medio termine (da 3 a 10 anni) ma, proprio a volercela tirare, a lungo termine (oltre 10 anni).

Tale dichiarazione è stata ignorata dai principali alleati e dalla Nato stessa che invece considerano la Russia come nemico permanente. A prescindere da cosa potrà succedere da qui a 3 o 10 anni e anche da ciò che accadrà all’Ucraina. Il Comitato militare è dominato dalle spinte antirusse e il nuovo chairman ha ricevuto dal predecessore il testimone nella staffetta pro armamenti e pro-guerra.

Le osservazioni dell’ammiraglio Cavo Dragone, nuovo chairman del Comitato Militare sulla possibilità d’attacco preventivo alla Russia si devono inquadrare in tale contesto. Ovviamente l’ammiraglio non s’è messo la feluca e dichiarato guerra. Anzi s’è mosso molto cautamente su un terreno scivoloso sapendo benissimo che in ambito Comitato Militare, come nel Consiglio Atlantico, non c’è affatto quel consenso necessario a passare da una difesa e una deterrenza a una difesa “proattiva”, che nel linguaggio degli ignari suona bene ma che in quello militare e soprattutto popolare significa solo attaccare per primi, in ogni campo.

Sa bene che la guerra ibrida è tale anche perché connette tutte le forme disponibili. L’ambito cyber, al quale si riferisce, non è isolato dagli altri e non è detto che la risposta dell’avversario debba essere dello stesso tipo.

I pretesti di guerra sembrano essere scollegati dalla guerra ma finiscono sempre per scatenarla. Il comandante del Maddox (l’unità militare Usa protagonista dell’episodio del Golfo del Tonchino, ndr) che entra nel panico per qualcosa che non è successo non sembra avere l’intenzione di scatenare l’escalation della guerra in Vietnam, ma qualcun altro ci ha pensato da solo. Non aspettava altro.

L’esplicitazione dell’Ammiraglio ancorché moderata diventa tuttavia funzionale alla guerra già in corso e alla postura militare che la Nato ha già assunto. “Dovremmo agire in modo più aggressivo del nostro avversario”. Anche se sul piatto ci sono “questioni di quadro giuridico, di giurisdizione: chi lo farà?”.

Già, quale organizzazione o nazione s’incaricherà d’attaccare per prima? E in ragione di quale minaccia concreta? E se il nemico ce l’avessimo in casa?

La Nato sta facendo un gran baccano per presunti attacchi russi cyber, droni e sabotaggi. Tutte cose uscite dal manuale delle giovani marmotte anglo-ucraine. Cavo Dragone cita il successo dell’operazione Baltic Sentry nel Mar Baltico, dall’inizio della quale “non è successo nulla. Quindi significa che tale deterrenza sta funzionando”. Oppure che non erano russi i responsabili, come non lo erano stati negli anni precedenti?

Rispetto alla Russia, dice l’ammiraglio, la Nato “ha molti più vincoli a causa di etica, leggi e giurisdizioni”. Sarebbe vero se li rispettassimo. Che dire delle operazioni nei Balcani e altrove, illegali, illegittime, non provocate condotte dal 1990 in poi?

“Dobbiamo analizzare come si ottiene la deterrenza: attraverso azioni di ritorsione o attraverso un attacco preventivo?”, si chiede l’Ammiraglio. Ce lo chiediamo tutti, ma è proprio vero che non ci siano alternative al contrattacco e all’attacco? Rendiamo seria la difesa Nato a partire dalla politica e dall’individuazione del nemico. Quello vero.

Fonte

10/11/2025

Gli USA abbaiano davanti al Venezuela

di Fabio Mini

È risaputo che la guerra ha bisogno di pretesti. Soprattutto quando i motivi sono deboli o ingiustificabili, ma anche quando ne esistono di gravi e concreti. Si inventano le cose più strane, come quella del Faraone che mosse guerra all’avversario distante migliaia di chilometri perché le rane del suo stagno gli disturbavano il sonno.

O il falso incidente del Golfo del Tonchino che portò all’escalation in Vietnam, o le false prove per la guerra in Iraq. I pretesti sono anche il foraggio destinato ai popoli e ai poveracci che in guerra ci devono andare. Il foraggio dà coraggio.

Più sottili e meno strombazzati sono i pretesti indirizzati ai potenti che devono decidere la guerra. La Germania entrò nella Prima guerra mondiale anche se il Kaiser Guglielmo II non era molto d’accordo. I suoi vertici militari lo convinsero sostenendo che la mobilitazione era già stata dichiarata e non si poteva tornare indietro. Non era ancora stato sparato un colpo, salvo quelli che avevano ammazzato l’arciduca Ferdinando e sua moglie, ma di questo al Kaiser non gliene fregava molto come pure alla stessa Austria-Ungheria.

Il pretesto della mobilitazione diventò però un cardine della guerra: la mobilitazione generale, ovvero l’invio ai cittadini delle cartoline di richiamo o chiamata alle armi, era già un atto di guerra.

E se ancora oggi la Russia, gli Stati Uniti, la Nato e gli europei possono fingere di non essere in guerra è perché non hanno dichiarato la mobilitazione generale. Nello schieramento di guerra che si va formando in Europa contro la Russia i motivi sono labili e per questo ogni cinque minuti c’è un tizio o una tizia che incitano la folla alla guerra, che denunciano un incidente, una violazione altrui mentendo sulle proprie.

Fortunatamente, le folle non rispondono più come greggi e ignorano persino i cani dei pastori, ma sfortunatamente sono i leader a essere diventati un gregge e i cani che abbaiano li indirizzano dove vogliono.

L’Europa e la Nato sono un esempio concreto e palese di questa frenesia bellica che alberga nella mente e nei portafogli di chi vuole la guerra: tante greggi, tanti cani, tanti pastori non sempre d’accordo, ognuno con il proprio ego da soddisfare, ognuno con un obiettivo diverso.

In America la situazione è più semplice. Il gregge è ancora compatto, il pastore è uno e i cani sono tanti, ma non stanno attaccati alle gambe delle pecore, si accontentano di azzannare quelle del pastore. E sono questi cani, i maestri dei pretesti.

Gli Stati Uniti si stanno preparando per un’azione militare in Venezuela tendente a un cambio di regime. Niente di nuovo. Siamo abituati al metodo ma non tutti si sono rassegnati ad accettarlo. La Direttrice dell’Intelligence statunitense Tulsi Gabbard sta sussurrando che il tempo dei regime change è finito. Viene dalle Hawaii nelle quali non è stata ancora digerita la colonizzazione Usa che ha portato un po’ di prosperità a scapito della dignità.

I cani abbaiano forte contro il Venezuela parlando di lotta alla droga, di regime antidemocratico, di rovesciare un governo corrotto che ha impoverito il Paese. Tutte cose da dimostrare, salvo il fatto dell’impoverimento che è vero ma che dipende dalle sanzioni americane che, come è noto, colpiscono sempre i poveracci e mai i corrotti e i corruttori.

Abbaiano sostenendo una squadra di corrotti rifugiati e coccolati negli Stati Uniti che tramano contro il Venezuela dai tempi di Chávez e vorrebbero mettere al governo una signora a cui è stato conferito il premio Nobel per la Pace per aver chiesto agli Stati Uniti d’invadere il suo Paese con le armi.

Abbaiano per il petrolio che vorrebbero gratis sottraendolo ai venezuelani, abbaiano per le concessioni minerarie del ricco arco minerario, abbaiano per qualsiasi cosa meno per quello che è il reale scopo dell’operazione: la dimostrazione di potenza nei confronti di Cina e Russia. Uno scopo scontato ma certamente non utile da sbandierare in questo momento di altalena dei rapporti internazionali fra Stati Uniti, Cina, Russia, Brics e altri.

Un azzardo pericoloso anche per i complicati rapporti interni tra le amministrazioni e tra i membri dello stesso Partito Repubblicano che si oppongono a qualsiasi iniziativa di colloqui con le altre potenze che non siano già parte del gregge.

Sono gli stessi che vorrebbero la linea dura in Ucraina entrando apertamente in guerra contro la Russia. Quelli che brindano con il presidente per aver staccato l’Europa dalla Russia e averla incastrata in un vicolo cieco. Che brindano, senza di lui, per i fallimenti dei negoziati per l’Ucraina, ma non brindano affatto per il successo presidenziale a Gaza né per la politica fallimentare in Medio Oriente, in Asia e nel Sudamerica.

Sono gli stessi che pensano che una vittoria facile possa rimediare a tutte le difficoltà attuali. Quelli che non pensano al prima e neppure al dopo. Al prima appartengono tutte le facili operazioni coperte e scoperte di cambio di regime che sono fallite lasciando distruzioni, morti, rifugiati e nessuna prospettiva per il futuro. Al dopo appartengono le conseguenze di un intervento armato che comprometterebbe definitivamente i rapporti con il resto del mondo, a partire da quel giardino dietro casa.

L’opinione pubblica mondiale è già contraria all’intervento militare in Venezuela non tanto per salvare il presidente Maduro, ma per ribadire il concetto già espresso dalla Gabbard. Fine dei cambi di regime con la forza, degli interventi esterni non richiesti, dei colpi di Stato eterodiretti.

Russia e Cina condividono lo stesso approccio. La prima perché sostiene che i suoi interventi militari in Georgia e Ucraina sono stati provocati dagli Stati Uniti e dagli europei con la rivoluzione delle rose del 2003 in Georgia e quella arancione del 2004 in Ucraina, il colpo di mano militare del 2008 in Georgia, il colpo di Stato del 2014 e la seguente guerra di repressione in Ucraina, e poi con la truffa degli accordi di Minsk del 2015. La seconda (la Cina) si oppone perché non ha mai condotto una sola operazione di quel tipo.

Entrambe rigettano la mentalità di provocare tragedie per intere popolazioni al solo scopo di mostrare i muscoli. Una potenza che ha bisogno di essere dimostrata con questi metodi è già una potenza fallita. Fra una decina di giorni è prevista una conferenza internazionale per la pace a Caracas. Potrebbe essere troppo tardi per il Venezuela.

Il New York Times ha già anticipato le opzioni militari per colpire il Paese:

1. attacco alle strutture militari e sedi istituzionali e politiche con conseguente collasso governativo; 

2. operazione di forze speciali per rapire Maduro e la leadership politica e portarla negli Stati Uniti (tipo Noriega, Panama 1988);

3. invasione e occupazione di strutture strategiche ed economiche d’interesse della Russia e della Cina.

Trump sembra essere in dubbio su quale opzione scegliere, se adottarle tutte contemporaneamente o in sequenza o non adottarne nessuna. Forse è l’unico ad avere dubbi sulla facilità dell’esecuzione e sulle conseguenze e spera che Maduro si consegni o scappi all’estero.

Ma potrebbe essere troppo tardi anche per gli Stati Uniti. Purtroppo, Trump si è talmente sbilanciato negli insulti a Maduro e nelle promesse ai suoi oppositori e ha lasciato che fossero schierate tali e tante forze nei Caraibi che ora ha il pretesto di non potersi tirare indietro senza perdere la faccia.

Ebbene, l’invasione o qualsiasi ricorso alla forza sarebbe un ulteriore colpo alla credibilità degli Stati Uniti quando asseriscono di essere una potenza benigna. Inoltre, “perdere la faccia” è il più puerile e mafioso dei motivi per scatenare una guerra e comunque è il peggiore dei pretesti.

Fonte

30/10/2025

La bufala Tomahawk e il tifo di UE e Kiev

di Fabio Mini

Americani e russi stanno sostenendo la finzione che esista una guerra soltanto fra Russia e Ucraina. La finzione è politicamente conveniente per entrambi fintanto che essa permette di continuare a dialogare.

Sebbene la mistificazione della realtà non sia di grande aiuto nelle guerre perché alimenta soltanto la propaganda, in questo caso potrebbe tornare utile. Si tratterebbe dell’unico caso nella Storia che un falso pretesto sia adottato per fare la pace. Sempre che essa sia veramente contemplata almeno come obiettivo sussidiario.

Nel caso della guerra in Ucraina la Storia ha già parlato. A partire dal 2004, gli Stati Uniti non si sono limitati a dare sostegno all’Ucraina e al rovesciamento del regime legittimo appoggiando e finanziando le frange estreme anti-russe.

Le forze armate e di sicurezza degli Stati Uniti di cui il presidente è comandante in capo sono state profondamente coinvolte nella questione ucraina. Con la guerra nel Donbass ufficiali statunitensi hanno partecipato attivamente alla preparazione, equipaggiamento e addestramento delle forze ucraine non solo “regolari” ma soprattutto irregolari. Le stesse che fino al 2014 gli Usa definivano milizie private degli oligarchi ucraini e bande neonaziste.

L’attuale Comandante supremo della Nato, nel periodo successivo alla débâcle ucraina del 2015, quando era in servizio presso il comando delle forze statunitensi in Europa ha diretto per conto degli Usa e non della Nato, la ricostituzione dell’esercito ucraino. Ufficiali statunitensi e britannici hanno effettivamente diretto e comandato le offensive ucraine nelle regioni di Kherson e Kharkiv nel 2022. Le uniche ad aver avuto un minimo successo.

Come è stato ampiamente confermato, anche dal New York Times, gli americani hanno sostanzialmente comandato la controffensiva ucraina dell’estate 2023. Un’azione fallita completamente e che gli americani hanno voluto addebitare all’incapacità ucraina. Ed è stato ampiamente confermato che gli inglesi hanno svolto un ruolo molto simile con un’operazione risultata catastrofica attraverso il Dniepr che gli ucraini hanno cercato di condurre nell’inverno del 2023-2024.

Da sempre gli Stati Uniti forniscono intelligence e dati di targeting all’Ucraina. Almeno da luglio 2024 hanno aiutato l’Ucraina a condurre attacchi con droni contro posizioni russe, comprese le raffinerie di petrolio all’interno della Russia. E naturalmente, di recente hanno iniziato a parlare di fornire missili Tomahawk all’Ucraina per condurre attacchi in profondità praticamente in tutta la Russia.

Quindi, come ha ammesso una volta il Segretario di Stato americano Marco Rubio, evidentemente alle prime armi e ignaro del significato delle parole che pronunciava, questa è quantomeno una guerra per procura tra Ucraina, Russia e Stati Uniti.

Anche la perplessità di Trump nel fornire all’Ucraina i missili Tomahawk è legata alla finzione che non sia coinvolto nella guerra. La fornitura dei missili porta con sé lo spiegamento in Ucraina di forze militari Usa e contractors per operarli e questo farebbe decadere la finzione dell’estraneità rispetto alla guerra.

Ma è un dettaglio trascurabile come lo è stato per gli Atacms, i Patriot, i Taurus tedeschi e altri mezzi. Non è nemmeno una questione di disponibilità. Gli Usa hanno circa settemila di queste armi e Zelensky ne chiede “soltanto” un centinaio. Sarebbe semmai una questione di soldi perché ogni missile disponibile costa circa 2 milioni di dollari e quelli per rimpiazzarli il doppio. Ma anche questo elemento è superabile specie se i dollari sono virtuali o a debito, o sottratti agli assetti finanziari russi congelati in Europa.

Ma la cosa più importante per il Pentagono è la funzione di deterrenza che tali missili assolvono e che non ammette finzioni. La deterrenza è una strana bestia, deve essere credibile e funziona soltanto se, durante l’impiego, gli effetti reali corrispondono a quelli minacciati. Se tale rapporto non viene rispettato la minaccia perde di credibilità.

I Tomahawk, come gli stessi bombardieri tattici e strategici, con gittata fino a 2.500 chilometri, possono portare testate convenzionali e nucleari. Ufficialmente gli attuali missili imbarcati sono armati di sole testate convenzionali perché quelle nucleari sarebbero state ritirate nel 2010, ma da allora a oggi il clima di fiducia tra Russia e Usa è crollato e quello tra Russia e Ucraina è inesistente.

Nessuno può dire se le amministrazioni precedenti di Obama e Biden o Trump stesso non abbiano restituito le testate alla loro funzione iniziale. E se lo dicono nessuno ci crede.

Inoltre, il presunto ritiro degli ordigni ha segnato il rinnegamento dei trattati di limitazione e controllo sugli armamenti nucleari, mentre gli Stati Uniti sono tornati a esprimersi in chiari termini di guerra contro la Russia.

I missili Tomahawk appartengono alla categoria delle armi di teatro. Non appartengono alla Triade nucleare strategica che comprende i missili intercontinentali balistici da sommergibili e da terra e dai bombardieri strategici. Ma sono nati come fulcro della deterrenza convenzionale e nucleare tattica.

Come armamento di teatro (a esempio Europa) l’incertezza sul reale munizionamento è un fattore che aumenta la deterrenza, ma anche il rischio di escalation nucleare dal livello tattico a quello strategico. I russi lo hanno chiarito in modo inequivocabile: l’incertezza li costringe a considerare tutti i mezzi a lungo raggio come potenziali vettori nucleari e quindi ad agire di conseguenza entrando di fatto nella guerra nucleare.

I Tomahawk sono spiegati in tutto il globo a bordo di piattaforme navali e sommergibili. Hanno velocità di crociera relativamente bassa, inferiore a quella del suono, e guida con rilevamento ottico di punti stabiliti sulla mappa elettronica di bordo. Possono sfuggire ai radar ma non al jamming elettronico e all’avvistamento ottico propri delle difese contraeree più elementari. Nei lunghi percorsi possono essere intercettati e inseguiti e raggiunti dai moderni missili supersonici e quelli ipersonici che i russi possiedono e usano regolarmente.

Finora il missile è stato impiegato con cariche convenzionali contro avversari completamente privi di difesa aerea e missilistica su obiettivi fissi chiaramente individuabili, attraversando aree sicure per la compiacenza o l’alleanza di Stati terzi. In pratica un impiego facile e sicuro, di grande effetto che ha contribuito al mito della loro letalità.

Tuttavia, dare all’Ucraina 20-50 missili che impiegherebbe per attacchi in profondità sulla Russia significa far attraversare al missile aree con difesa aerea avanzata, con capacità d’intercettazione e abbattimento elevate e con capacità di reazione che supera decuplicata quella dell’azione subita.

In Ucraina l’efficacia delle precedenti armi “risolutive” come gli Atacms e Patriot è crollata dal dichiarato 90% al 6%. Considerando che gli Usa con i Tomahawk tengono sotto ricatto intere nazioni e sotto tiro milioni di poveracci e che hanno ingenti ordini di acquisto (ad esempio 175 dalla sola Olanda), non si possono permettere il lusso di vederne diminuita la credibilità ai fini della deterrenza.

Il Pentagono lo sa e lo ha detto chiaramente al presidente che a sua volta deve nicchiare e continuare nella finzione di non essere coinvolto. Lo sanno anche al Cremlino e assistono stupefatti alla piega infantile assunta dall’argomento.

Da parte loro Ucraina ed Europa, che non fanno parte della partita strategica e se ne infischiano delle conseguenze, puntano sull’azzardo rischiando il tutto per tutto o per niente continuando nella finzione che l’ennesima arma letale possa far capitolare la Russia.

In realtà entrambe vogliono punire Trump e liquidarlo nella prospettiva che un cambio di amministrazione porti di nuovo l’America nel conflitto europeo. Senza finzioni né funzioni.

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31/05/2025

Frenesia bellica, sconfitta certa

di Fabio Mini

Sotto la superficie apparentemente piatta, o in stallo, dei negoziati e delle operazioni militari, scorre un ruscello carsico che si presta a diventare un fiume tranquillo, o in devastante piena, quando e se riemergerà.

Intanto il ruscello non sembra avere acqua limpida, ma una melma carica di illusioni, irrazionalità e ipocrisia.

L’illusione è forse la parte più pulita del corso e riguarda le pseudo speranze che i negoziati portino alla pace, che le forze ucraine riescano a riprendersi, che i russi si ritirino e che l’Europa riesca a liberarsi dalla dipendenza militare degli Stati Uniti e possa tornare a prosperare anche senza le risorse russe.

Sono illusioni, appunto, costruite per i molti nostri concittadini che si abbeverano all’informazione cosiddetta occidentale, incardinata nell’ideologia della ‘pace giusta e duratura’ e nella retorica dell’‘aggressore e l’aggredito’, del bene e del male assoluti.

Russia e Ucraina hanno deciso lo scambio di prigionieri e stanno organizzando il nuovo round di colloqui diretti. La Russia sta preparando il memorandum di base per la ripresa dei colloqui interrotti nel 2022, partendo però dal punto concordato allora con le varianti sopravvenute durante il conflitto.

Un documento semplice e chiaro che ripete ciò che chiede da anni prima e dopo l’invasione: la neutralità ucraina, il riconoscimento delle autonomie delle popolazioni russofone (in pratica la fine della guerra in Donbass), la denazificazione del governo e delle istituzioni (allontanamento di tutti gli elementi neonazisti ed estremisti che, sostenuti dagli americani e dalla Nato, non pensano agli ucraini, ma proteggono gli oligarchi più biechi del globo).

Anche gli ucraini, sostenuti dalla burocrazia e da volenterosi bellicisti europei, ripetono ciò che da alcuni mesi sono stati indotti ad affermare: vogliono la tregua incondizionata di almeno 30 giorni, non come oggetto dei colloqui, ma come condizione per iniziarli.

A scanso di equivoci, il presidente Zelensky e i suoi amici americani ed europei hanno già fissato i paletti della loro pace: nessun territorio ai russi, nessun vincolo al riarmo ucraino, confische dei beni russi, risarcimenti da pretendere per i danni di guerra e tribunale internazionale per i leader politici e militari russi.

In pratica chiedono la capitolazione militare, politica ed economica della Russia.

Una posizione talmente irrazionale che essi stessi sanno non potrà essere accettata dai russi proprio mentre stanno vincendo la guerra. Non solo sul campo.

E, da che mondo è mondo, l’unico risultato delle guerre esistenziali e territoriali è la ridefinizione dei confini alle condizioni dei vincitori.

Con una buona dose di ipocrisia, Ucraina e volenterosi europei intendono usare la tregua incondizionata per prendere tempo. Come a Minsk. Tempo per riarmare l’Ucraina, intervenire con gli eserciti europei in territorio ucraino con un pretesto (per esempio, il solito “controllo” del rispetto della tregua) e riarmare l’Europa per affrontare e battere la Russia in maniera definitiva.

La difesa e la deterrenza sbandierate come elementi passivi del riarmo sono in realtà le maschere per la guerra preventiva che la Nato sta già pianificando. “Dobbiamo battere il nemico al primo colpo, perché se non ci riusciamo dovremo affrontare 15 anni di guerra di logoramento”, ha detto il comandante supremo della Nato.

L’Ucraina non vuole la pace con la Russia, ma la guerra permanente contro la Russia combattuta con gli Stati Uniti e, nel dubbio che con Trump si sfilino dall’impegno assunto da Biden, con gli europei della Nato e non.

Gli Stati Uniti non vogliono la pace, ma il disaccoppiamento fra Russia e Cina ed Europa.

Al distacco tra Europa e Russia già ci pensano i ‘volenterosi’, mentre quello con la Cina è tutto da costruire.

L’Europa si appresta al blocco navale nel Baltico con lo scopo di inchiodare la flotta militare russa e impedire il transito o sequestrare le navi mercantili di qualsiasi bandiera da o per i porti russi.

La Russia ha già avvertito che difenderà e proteggerà tutto il traffico mercantile che la riguarda e che si muove in acque internazionali o in quelle territoriali russe.

L’Europa, che nel frattempo deve affrontare l’offensiva economica dei dazi voluti da Trump, ha varato il 17° pacchetto di sanzioni contro la Russia.

Le ultime novità delle sanzioni riguardano altre 189 navi mercantili che si aggiungono alle 153 già sanzionate portando a 342 il totale di navigli della cosiddetta ‘flotta fantasma’ che sta aiutando la Russia.

Il vero rischio di queste operazioni non è l’inefficacia nella riduzione delle esportazioni russe, e nemmeno lo stimolo al ricorso al cambio di nome e appartenenza delle navi. Una procedura che le agenzie degli Stati bandiera registrano e autorizzano con una email durante la navigazione. Non è neppure la ulteriore contrazione degli affari britannici sui noli e le assicurazioni, di cui la City londinese non è più monopolista.

Più grave è invece il rischio che l’ampliamento dei soggetti sanzionati aumenti il numero di contenziosi in mare o nei porti e dei pretesti per il conflitto armato.

Inoltre, come gli Usa, l’Europa minaccia anche sanzioni economiche e punizioni politiche (e non solo) per i paesi che commerciano con la Russia, il che significa allargare all’intero globo il quadro dell’instabilità e dell’ostilità.

La Commissione Europea insiste che le sanzioni funzionano e che la Russia è in crisi grazie a esse.

Non si spiega però perché si sia dovuti arrivare a 17 pacchetti e si stiano già preparando 18° e 19°. Non si spiega come la guerra stia aumentando d’intensità e la situazione ucraina peggiorando. E che stia peggiorando è evidente proprio dalla frenesia bellica che domina l’Europa nel suo progetto d’intervento in Ucraina.

Non c’è quindi da meravigliarsi se la Russia stessa sembri ignorare le sanzioni, che comunque riesce ad eludere, e guardi con interesse agli effetti delle sanzioni “secondarie”.

India e Cina ne dovrebbero essere i principali destinatari, ma non meno importanti sono i paesi con i quali la Russia ha stretto o rinsaldato i rapporti nonostante o proprio grazie alla guerra.

Sono paesi che importano e pagano profumatamente i prodotti europei, sono esportatori di risorse e sono paesi attivi nella ricerca di un nuovo ordine globale multilaterale.

Le sanzioni su di loro, oltre ad essere aggirabili o ininfluenti, sono cariche di effetti boomerang proprio ai danni dell’Europa.

Con intima soddisfazione anche degli americani.

Infine, le manovre ipocritamente dilatorie dell’Europa per guadagnare tempo si scontrano con una realtà diversa: il tempo non gioca a favore di nessuno.

Trenta giorni servono a poco e già si pensa a un rinnovo periodico e indefinito delle tregue per assicurare quei 5 anni di preparazione alla guerra preventivati dall’Europa.

Ma cinque anni sono troppi per garantire la sorpresa di quell’attacco “preventivo e risolutivo”.

La Russia non può concedere tempo ed essa stessa è soggetta alle pressioni americane per regalare un successo qualsiasi a Trump e al proprio interno che chiede maggiore fermezza e intransigenza.

Il partito dei cosiddetti falchi sta acquisendo consensi e i vertici militari russi stanno facendo di tutto per dimostrare che la questione ucraina non è risolvibile con il negoziato, ma con le armi.

Insistono sul fatto che la fascia di sicurezza, demilitarizzazione e denazificazione che la Russia chiede e che l’Europa nega potrà essere acquisita con la forza, ma senza perdere altro tempo.

In Europa vige la stessa convinzione nei riguardi della sconfitta russa, ma mancano risorse e tempo.

Intanto l’agitazione bellicista europea favorisce i soli interessi delle lobby politico-industriali del breve periodo e accelera la degenerazione e l’ampliamento del conflitto, il quale a sua volta è destinato a polverizzare le risorse umane e materiali e i sogni europei di prosperità per decenni a venire.

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19/08/2024

Guerra in Ucraina - C’è la follia Nato dietro l’avanzata di Kiev nel Kursk

di Fabio Mini

La penetrazione “ucraina” nel territorio russo di Kursk, iniziata con un centinaio di uomini, si è allargata e relativamente approfondita. Ora le fonti occidentali contano circa cinque brigate meccanizzate e corazzate oltre alle forze speciali ucraine in Russia e ogni chilometro da esse occupato o attraversato è considerato un successo definitivo.

Anche gli analisti più scettici sulle capacità militari ucraine tendono a presentare la situazione come un punto di svolta fondamentale per l’intero conflitto, mentre i bellicisti nostrani già esultano in vista del crollo russo su tutto il fronte.

Lo sviluppo delle operazioni sul terreno suggerisce però alcune considerazioni sia tattiche che strategiche.

L’invasione ucraina segna il passaggio dell’iniziativa strategica e del comando delle operazioni dall’Ucraina alla Gran Bretagna, sia come parte della Nato sia come leader del BB (Blocco Baltico o Banda Bassotti ad lib.) di sostegno all’Ucraina. Le forze ucraine sono motivate e addestrate con evidenti segni di rivitalizzazione grazie alla partecipazione di professionisti occidentali, agli ordini precisi e agli obiettivi spregiudicati. Le cautele nei confronti della potenza russa e della sua capacità di escalation sono scomparse. Gli stessi ucraini hanno abbandonato i timori delle ritorsioni russe e, da parte loro, la Nato, l’Europa e la Gran Bretagna non hanno mai tenuto conto dei rischi e dei sacrifici che il conflitto ha comportato e comporta per gli ucraini. Il bullistico whatever it takes coraggiosamente sbandierato si è sempre riferito all’indifferenza per le perdite ucraine e all’accaparramento dei profitti di guerra da parte degli occidentali.

La manovra “ucraina” che tendeva a distrarre forze russe dal Donbass di fatto ha favorito la mobilitazione di nuove forze russe che si stanno preparando mentre l’area occupata viene evacuata con l’intento di guadagnare tempo cedendo spazio. La residua capacità di penetrazione delle forze ucraine può portarle ancora avanti per decine di chilometri ma, senza rinforzi alle spalle, man mano che avanzano si allunga il braccio logistico, e le forze tendono a trovarsi in una sacca pericolosa che potrebbe chiudersi non tanto con la resistenza russa sulla fronte ma con la saldatura del fuoco missilistico e aereo sul retro, in territorio ucraino.

L’occupazione ucraina non è stabilizzata ed è fluida. La possibilità di costituire comandi militari territoriali ucraini annunciata dal presidente Zelensky per lo svago dei suoi sostenitori è fine a se stessa e può durare finché dura la presenza militare. Da che mondo è mondo l’occupazione militare sottrae risorse alla popolazione, impone regimi che alienano le eventuali simpatie per gli occupanti e impegnano le forze operative in compiti di controllo del territorio distraendole dai fronti di combattimento. Anche l’eventuale trasformazione della breccia in una zona controllata da un contingente internazionale ha probabilità nulla per la prevedibile opposizione russa a un illecito internazionale, e alta probabilità di rappresentare una aperta provocazione militare.

La manovra di Kursk si basa sulla scommessa occidentale che la Russia non impieghi armi nucleari tattiche. Senz’altro non lo farà sul proprio territorio anche se occupato e anche se gli stessi falchi russi stanno premendo per una mattanza che colpisca le forze d’invasione. Ma può farlo sul territorio ucraino e proprio in corrispondenza della cerniera di chiusura della penetrazione. Facile prevedere gli effetti devastanti di qualcosa che si esclude a priori.

L’operazione in corso, che alimenta i sogni dell’inizio della fine della Russia, può svilupparsi in senso contrario proprio grazie al cinismo della direzione occidentale delle operazioni. Lo scopo ucraino e britannico più razionale e probabile dell’operazione è quello di coinvolgere la Nato nella guerra diretta contro la Russia in territorio russo prima che gli Stati Uniti e altri Paesi, presi da problemi interni e priorità internazionali, stacchino la spina al respiratore artificiale che tiene in vita l’Ucraina. Sarebbe una guerra aperta Ovest-Est disastrosa per tutti, sia che preveda operazioni prolungate sia, peggio ancora, che inneschi lo scontro nucleare. Tuttavia il cinismo occidentale che guida l’operazione di Kursk autorizza a considerare lo scopo strategico di affrettare la fine del conflitto sacrificando le ultime forze ucraine, contrattando lo scambio di territori e inglobando ciò che resterebbe dell’Ucraina nella Nato e nell’Unione europea. Si aprirebbe la nuova Guerra fredda che molti vagheggiano con i suoi nuovi schieramenti di missili in Europa, i grandi affari della nuova corsa agli armamenti e della ricostruzione dei territori devastati dalla guerra e i “vantaggi” della nuova cortina di ferro: questa volta sul Dnepr, spaccando in due o in quattro Kiev.

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12/08/2024

Kiev prova a fare il “cane pazzo” come Israele

Ci vuole un tecnico per smontare le chiacchiere ideologiche e la propaganda spicciola. Se il tema è la guerra, poi, solo un militare pensante può guardare freddamente quel che accade sul terreno e chiamare le cose col loro vero nome.

Da una settimana i media nazionali e continentali sono inebriati dall’“offensiva” ucraina nell’oblast russo di Kursk. Pochi chilometri di sconfinamento vengono rivenduti come un rovesciamento del fronte e dell’andamento del conflitto. Il quotidiano sfortunatamente più venduto in Italia arriva a definire la Russia “un colabrodo”.

L’ideologia annebbia e azzera la memoria. Anche l’allora Unione Sovietica, e proprio in quella zona, veniva descritta così dai comandi nazifascisti oltre 80 anni fa.

Oggi come allora – o come ai tempi di Napoleone – ci si bea del fatto incontestabile che “i confini” russi non sono un muro blindato, un groviglio di trincee e cavalli di frisia. Chiunque abbia anche solo viaggiato da quelle parti, persino in tempi recentissimi, ha visto una successione di sterminati campi di grano e/o girasoli, interrotti al massimo da una sottile fila di alberi, con poche e rare strade sterrate che si dipartono da quelle principali.

Poco più a nord i campi lasciano spazio a fitte foreste, non attraversabili a piedi e ancora meno interrotte da qualche strada. Percorribile, certo, ma è come infilarsi in un tubo...

Una qualsiasi forza armata, anche di poche unità, può insomma entrare facilmente nel territorio russo e “appropriarsi” temporaneamente di terreno pressoché spopolato, con poche guardie di confine nei pochi punti obbligati (lungo le strade asfaltate). Tranne che, ovviamente, nel Donbass e nelle altre aree dove si combatte da oltre due o dieci anni, dove campi minati e trincee si stendono per centinaia di chilometri.

Entrare in Russia via terra è sempre stato facile, uscirne vivi un tantino più difficile. Le distanze enormi e la natura sono di per sé una forma di difesa, che mettono a dura prova qualsiasi invasore, qualunque sia la dimensione dei corpi militari impiegati, costretti a stressare una logistica creata per distanze (molto) minori.

Dunque a cosa serve questa “variazione” Ucraina con mezzi Nato? Anche il qui il “tecnico” – il generale Fabio Mini – riporta le cose nella loro dimensione reale.

Kiev si è mossa finora come “proxy” degli Stati Uniti, ma dopo due anni e mezzo di guerra le forze interne sono consunte, mentre non è certo che la prossima presidenza Usa nutra gli stessi interessi e le stesse priorità internazionali. Anche nel caso vinca la Harris è a rischio la continuità, o l’intensità, del “sostegno” statunitense.

E l’Unione Europea, pur invasata di bellicismo come mai prima, può supplire solo in parte, per problemi oggettivi come la scarsità di armamenti e munizioni, schemi produttivi arretrati e qualche grosso problema con le proprie opinioni pubbliche.

Il gioco ucraino è insomma quello di attaccare in un punto sguarnito non per “contrattare meglio” una eventuale tregua (pochi chilometri quadrati di campi non pesano nulla a confronto delle quattro regioni del Donbass...), ma per “trascinare in guerra gli alleati più riottosi evitando l’oblio”. Anche a costo di attaccare le centrali nucleari (Zaporizha insegna).

È un rovesciamento dello schema fin qui seguito (“proxy” che eseguono un pezzo di strategia imperialista) e il tentativo di far entrare in gioco tutta una alleanza che pensava di poter ricavare grandi guadagni con uno sforzo limitato (“guerra fino all’ultimo ucraino”) e senza un dichiarato coinvolgimento diretto.

È un gioco anche più pericoloso del precedente perché mette (o metterebbe) l’evoluzione del conflitto internazionale nelle mani di soggetti miopi che nutrono fondamentalmente interessi “locali”, un nazionalismo senza visione, con grande noncuranza – e qualche disprezzo – per le conseguenze globali del loro agire.

Israele è un soggetto del genere. La moltiplicazione dei “cani pazzi” non è mai una buona notizia. Anzi. La loro proliferazione è un’altra prova, largamente inattesa, di quanto la capacità egemonica dell’imperialismo statunitense sia in crisi evidente.

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Kiev vuole trascinare in guerra gli alleati più riottosi evitando l’oblio

Fabio Mini – Il Fatto Quotidiano

Incursione, controffensiva, offensiva: le notizie dall’Ucraina ondeggiano tra questi vocaboli ingigantendo volutamente una fase dei combattimenti sul terreno che, come ogni altra azione intrapresa da Kiev in quest’ultimo anno, è invece una iniziativa eterodiretta ed eterocondotta per incastrare l’Occidente in una guerra lunga e sanguinosa.

Ovviamente gli americani si guardano bene dal definire l’attuale incursione ucraina in Russia come un’offensiva. Non lo è tecnicamente per il livello di forze impegnate e non deve esserlo per non far passare l’Ucraina da Paese invaso a invasore.

L’Europa e la Nato si sbilanciano fino a perdere l’equilibrio quando affermano che l’offensiva in territorio russo è un diritto difensivo. Il nostro ministro della difesa sembra l’unico a capire la differenza fra offesa e difesa e forse anche quella fra diritto di un popolo alla propria difesa e violazione del diritto internazionale con la guerra per procura.

Le costose incursioni e gli scarsi effetti

Gli Stati Uniti si astengono anche dall’assegnare alle operazioni in corso una valenza strategica. In effetti, come le altre pseudo-offensive, le incursioni costano parecchio a Kiev in termini di uomini e di sistemi d’arma e concludono poco in termini di vantaggi militari o politici.

Anzi peggiorano la situazione, come si vede dalle reazioni russe e come rileva il presidente Zelensky che a ogni aiuto concesso in missili, aerei, artiglierie e munizioni risponde con il solito “non è abbastanza”. Vengono anche evidenziate le vulnerabilità russe che le incursioni dimostrano e in particolare l’affanno russo nel “contenere” gli attacchi e il disagio delle proprie popolazioni di confine.

In realtà l’idea che tra Russia e Ucraina ci fosse un confine sigillato, invalicabile e inviolabile dal Baltico al Mar Nero è sempre stata una mistificazione. Tutta l’Europa è in guerra contro la Russia e lungo i confini sono sempre esistiti spazi di bassa o nulla concentrazione delle forze di difesa russe e numerose aree in cui i movimenti militari di una parte e dell’altra erano possibili lungo la viabilità minore. Anche i cosiddetti obiettivi strategici delle incursioni sono più un rischio inutile che un vantaggio.

Un sabotaggio o un’azione contro la centrale nucleare di Kursk può innescare una risposta molto seria sia che venga definita atto terroristico sia che venga considerata atto di guerra. E questo l’Ucraina lo sa.

Eppure qualcosa di diverso, anche se non nuovo, si intravede. Sul piano tattico le azioni ucraine appaiono riproporre le procedure della guerra nel deserto di Rommel (1941 – Africa settentrionale) con le quali durante ogni combattimento conquistava obiettivi in profondità ma perdeva il 90% delle proprie forze (comprese quelle italiane).

Tattica che ha funzionato per qualche mese e poi, a causa dei mancati rifornimenti di uomini e materiali e dell’intervento di massa degli anglo-americani ha condotto alla sconfitta.

Le azioni ucraine richiamano anche alla mente le operazioni che alla fine della Guerra fredda (anni '80 - '90) le forze statunitensi prevedevano con l’impiego di piccole unità di fanteria meccanizzata e corazzata in contesti difficili.

Nel 2003 alcuni studiosi americani (Richard Van Atta, Kent Carson e Waldo Freeman) riproposero l’idea come Small Units Precision Combat (Supc) anche a livello intercontinentale. Le Supc si avvalevano della forza combinata di controllo dello spazio, di quello aereo locale, intervento di piccole unità di fanteria anche corazzata via aerea, terrestre e/o mare, la copertura d'intelligence e la guerra elettronica.

Le Supc non furono mai eseguite in combattimento aperto, ma in alcuni interventi antiterrorismo. D’altra parte la stessa tecnica, senza ovviamente gli stessi mezzi, fu usata dalle organizzazioni terroristiche come nel caso di Mumbai-Lahore.

L’Ucraina si trova nella condizione di non avere sufficienti uomini e mezzi per una offensiva su larga scala, ma possiede il supporto spaziale, la copertura aerea locale, le armi e i mezzi forniti da Stati Uniti, Nato, Unione Europea e altri Paesi, contractors e pseudo-volontari pagati o forniti sempre dall’Occidente e può sfruttare i “vuoti” tra gli schieramenti evitando i “pieni” presidiati dalle forze russe.

Anche a livello strategico c’è qualcosa di diverso. L’Ucraina deve mantenere visibilità militare e politica per non essere dimenticata di fronte ad altri teatri di crisi come il Medio Oriente, l’Africa e lo stesso Sudamerica.

Deve approfittare dell’incertezza della situazione politica americana non tanto perché teme di non ricevere più gli aiuti promessi, ma per coinvolgere ancor più direttamente gli Stati Uniti e l’Unione europea nel conflitto contro la Russia.

Il coinvolgimento attuale anche tattico costringe ancor di più alla guerra. Le incursioni servono a dimostrare che la Russia si può attaccare con le armi, che le piccole tattiche possono essere amplificate con la disinformazione e, soprattutto, che Kiev non può far la guerra da sola nemmeno come proxy dell’Occidente.

Nonostante gli Stati Uniti e l’Europa siano già dentro al conflitto fino al collo, e le stesse incursioni di questi giorni lo dimostrano chiaramente, Kiev vuole l’intervento diretto di tutto l’Occidente che già alcuni Paesi hanno promesso. Dopo due anni di guerra combattuta per conto e per gli interessi occidentali, Kiev pretende che sia l’Occidente a combattere per conto dell’Ucraina.

Il conto salato presentato dai proxy

E ha qualche motivo in più visto che Israele pretende e ottiene la stessa cosa da tutto l’Occidente annebbiato dalla smania di guerra. Non è una grande novità politico-strategica perché Zelensky ha sempre dichiarato di voler far diventare l’Ucraina una “grande Israele”: ossia, armato, nucleare e bellicoso.

L’Ucraina ha sempre chiesto e ottenuto il sostegno occidentale e sempre voluto (e non del tutto ottenuto) il coinvolgimento diretto della Nato o dei suoi Paesi membri contro la Russia. È nuovo e preoccupante che, contrariamente a Israele, stia abbandonando l’idea di essere autonoma e libera di decidere del proprio destino: di essere indipendente e sovrana.

I Proxies prima o poi presentano il conto: l’Ucraina lo ha già presentato più volte ed è stata pagata; l’Occidente, nuovo proxy dell’Ucraina, ancora no e l’unica cosa che l’Ucraina ha da spendere è la sovranità.

Fonte

12/03/2024

Il pantano dell’ultimo azzardo e i trent’anni di contrapposizione alla Russia

di Fabio Mini

Sull’anniversario dei due anni dall’invasione russa in Ucraina non dovrei scrivere nulla, sia per coerenza con quanto ho sempre sostenuto (la tragedia non è iniziata il 24 febbraio 2022), sia perché dopo due anni non vedo fatti sorprendenti da commentare in Ucraina rispetto a quanto succede altrove. Semmai merita una riflessione l’anniversario dei trent’anni (dal 1994) di destabilizzazione in Europa e allargamento della Nato ai danni della sicurezza russa, dei vent’anni di guerra di sovversione (dal 2004) da parte degli Stati Uniti in Ucraina e dei dieci anni (dal 2014) di guerra di repressione ucraina nei confronti dei suoi stessi cittadini russofoni. In questa prospettiva, la spedizione militare russa in territorio ucraino del 2022 appare per quello che veramente è stata e non per ciò che a essa è stato attribuito da chi voleva e ancora vuole la guerra in Europa contro la Russia e contro la stessa Europa. Non è stata un’invasione full scale (totale), unmotivated (immotivata), unprovoked (non provocata), illegal (illegale) e nemmeno criminal (criminale) come ci viene propinato. È stata una delle possibili risposte alla guerra voluta, preparata e sostenuta esattamente da chi la definisce con tali espressioni. Di fronte a un regime ucraino che con i presidenti Yuschenko, Turcynov e Poroshenko era palesemente nazista e antirusso, e con quello di Zelensky pronto a subire i diktat dell’estrema destra sostenuta dagli Stati Uniti e dall’Europa, la Russia aveva già lanciato chiari messaggi.

Per le vie diplomatiche aveva espresso le preoccupazioni per l’espansione della Nato e per le vie militari aveva indicato i limiti di tolleranza per la propria sicurezza in Georgia (2008) e in Donbass e Crimea (2014). La Russia poteva evitare l’invasione concordando con l’Ucraina, l’Europa e gli Stati Uniti le garanzie per i cittadini russofoni e la neutralità dell’Ucraina. In effetti aveva formulato proposte in tal senso ben prima dell’invasione ricevendo sprezzanti risposte negative proprio mentre Ucraina e Stati Uniti dal 2021 stavano pianificando il conflitto in Crimea e l’ingresso dell’Ucraina nella Nato per impedire o provocare le reazioni russe. Era chiaro che l’ingresso nella Nato dell’Ucraina andava oltre la semplice diatriba per la Crimea e il Donbass. Lo schieramento delle armi occidentali ai confini della Russia azzerava il tempo di preavviso per la sua difesa e avrebbe innescato la sola guerra possibile: quella nucleare e preventiva in Europa. Il calcolo che la Russia non avrebbe potuto ricorrere al nucleare per timore delle rappresaglie nucleari statunitensi sul proprio territorio si scontrava con l’osservazione che l’America non avrebbe rischiato un attacco nucleare strategico ai territori statunitensi per “salvare” l’Europa né tanto meno l’Ucraina. Un dubbio antico, ma sempre vivo che la stessa Ucraina aveva percepito quando, subito dopo l’invasione, era riuscita a stabilire un accordo con la Russia per la cessazione delle ostilità. Accordo fallito per esplicito ricatto degli angloamericani che così resero ben chiaro quale guerra e per chi avrebbero dovuto combattere gli ucraini fino al loro ultimo uomo: una guerra di autodistruzione contro la Russia per gli interessi angloamericani in Europa e nel mondo.

L’opzione militare russa aveva quindi i suoi motivi in decenni di provocazioni e nell’imminenza/immanenza di un rischio esistenziale per la Russia e per le popolazioni affini che il diritto internazionale prevede debbano essere protette (Right to protect o R2P). Riguardo ai crimini di guerra attribuiti alla Russia e a quelli documentati commessi dall’Ucraina è buona norma stabilire con immediatezza la verità dei fatti, la natura e l’entità dei crimini e le responsabilità oggettive personali e politiche. Nulla di ciò è ancora avvenuto e navighiamo nella pura propaganda di parte.

Con il fallimento degli accordi, l’operazione iniziata con l’invasione è diventata una guerra locale nell’ambito della guerra globale tra il cosiddetto Occidente e la Russia-Cina, non dichiarata e perfino negata dall’ipocrisia ma in atto con varie manifestazioni di virulenza e latenza. Per la Russia, quella in Ucraina è una guerra limitata nelle forze impiegate e negli obiettivi. L’Europa non ha mai corso il rischio che i carri armati russi arrivassero in Portogallo come ci è stato detto. È una guerra che si poteva evitare e che la sete di guerra e profitti ha alimentato fino a farla diventare una guerra di distruzione strutturale. E pure in questa ottica la vera distruzione per la quale tutti vogliono partecipare al banchetto della ricostruzione riguarda principalmente i territori a oriente del Dniepr, già massacrati dalle repressioni e dai bombardamenti Ucraini con le nostre armi. Si può scommettere che per tali territori non verrebbe speso un euro dei miliardi da “investire” nemmeno se essi tornassero all’Ucraina. È una guerra “raccontata”, male, per gli sprovveduti e i fanatici, che contrasta con quella osservata da chi ha buon senso.

Si è detto che la Russia ha commesso errori di valutazione sulla capacità di resistenza del popolo ucraino e sul “convinto” supporto economico-militare all’Ucraina da parte degli Stati Uniti e dell’Europa. Molto romantico e ideologico, ma si è confusa la resistenza popolare con l’ostinazione di un governo, dei sostenitori interni e dei mandanti esterni nel perseguire la distruzione di un intero Paese per interessi particolari.

L’Ucraina e l’Occidente sono di fatto inchiodati e incapaci di uscire dal tunnel in cui si sono ficcati per dar retta agli estremisti e ai bellicisti nazionali e internazionali. Ammesso e non concesso che vogliano uscirne. In questo anniversario farlocco, la prospettiva più realistica è che la Russia continuerà a difendere i territori occupati e legalmente annessi, anche se non riconosciuti dai nemici, mentre l’Ucraina sarà un campo di battaglia permanente: abbastanza rarefatto per far affluire armi e soldi e abbastanza denso per impedire all’Europa di essere stabile e sicura. La Nato e l’Unione Europea si stanno preparando a questo scenario dirottando risorse preziose verso i cosiddetti “aiuti” all’Ucraina che si traducono in profitti di guerra per alcuni e perdite politiche ed economiche per altri. Nella migliore delle ipotesi Europa e Ucraina saranno schiave dei debiti e degli interessi altrui senza alcuna prospettiva di pace o di crescita. La guerra permanente in Ucraina è anche funzionale a quella globale Ovest-Est e lo dimostrano le operazioni speciali condotte in Europa dagli anglo-americani contro la Russia, tanto spettacolari quanto ininfluenti sul corso degli eventi ucraini e invece devastanti per tutta l’Europa e gli equilibri internazionali. Sono le distruzioni materiali, i sabotaggi e gli attacchi random alle strutture energetiche, i gasdotti, le dighe, il naviglio militare e civile che colpiscono direttamente la Russia e indirettamente tutto l’Occidente con i danni ai flussi commerciali e alle relazioni internazionali. Sono le operazioni di intelligence e d’influenza che tendono a fomentare quella rivolta interna alla Russia che porti al “cambio di regime” e magari all’eliminazione fisica dei suoi dirigenti. La popolazione russa non riceve la disinformazione della quale “godiamo” noi e se la riceve non l’accoglie, così come noi non riceviamo e non accogliamo quella russa. Ci sono però dei limiti anche nella capacità di disinformare e sono insiti nella capacità di ricordare. Per ogni mito che costruiamo sui nostri valori di democrazia, libertà e civiltà ci sono milioni di persone che ricordano come siamo riusciti a dimenticarli nelle guerre degli ultimi cento anni e nei massacri degli ultimi cento giorni. Per ogni mito costruito sulla dirigenza ucraina e sulla dissidenza russa ci sono milioni di persone che ricordano chi sono questi idoli e cosa hanno fatto veramente. Persone che riescono a sottrarsi alla sistematica manipolazione della memoria che la disinformazione vorrebbe polarizzare su quella volutamente corta e quella volutamente lunga che meglio si presta a giustificare i massacri, stravolgere la storia e alimentare l’odio e la vendetta.

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25/11/2023

“La mattanza a Gaza è pianificata dalla dottrina Dahiya”

“In pratica si risolve nel fatto di dover distruggere e ammazzare almeno la metà dei due milioni che sono presenti nella striscia di Gaza”.

Il generale Fabio Mini in un’intervista a l’AntiDiplomatico condotta da Clara Statello commenta l’operazione militare di Israele e quella che definisce la “mattanza” in corso contro la popolazione della striscia.

I reali obiettivi di Israele a Gaza – Fabio Mini (23 novembre) – YouTube

“È una situazione tristissima. Ed è anche una situazione che non ha nessun senso dal punto di vista militare. Non esiste nessuna dottrina militare in campo occidentale, ma neanche in quella orientale che può spiegare quello che Israele sta facendo a Gaza”, prosegue il generale.

Qual è l’obiettivo finale per il quale si possa dire che l’operazione si è conclusa con successo? “Non c’è, o almeno quello che gli israeliani attualmente considerano come un successo è di ammazzare tutti quelli di Hamas. E se per ammazzare tutti quelli di Hamas bisogna ammazzare anche tutti quelli che non c’entrano niente e che semmai lo subiscono Hamas non importa”, prosegue.

Non è soltanto il diritto umanitario o il diritto internazionale bellico che non lo consente. È proprio anche una questione di logica militare secondo Mini. Nel ricordare un suo libro del 2017 pubblicato da il Mulino, Mini sottolinea molto bene come la “dottrina Dahiya” spiega quello che sta accadendo oggi a Gaza.

Dahiya è il nome del quartiere sciita di Beirut che fu praticamente raso al suolo “senza nessuna discriminazione tra civili, combattenti, non combattenti da Israele”. E Dahiya è la dottrina che prevede, proprio “papale papale”, che un avversario di Israele non può attribuirsi nessun tipo di innocenza “né di razza, né di età né di condizione sociale, niente”.

E la risposta che sia contro Hamas, Hezbollah o palestinesi, “doveva essere sproporzionata”. E qui Mini spiega un concetto che è fondamentale per comprendere lo sterminio in corso a Gaza: “Ad un attacco di qualsiasi tipo doveva seguire una reazione di assoluta sproporzione che avrebbe prima di tutto eliminato tutti quelli che erano di fronte in quel momento, ma soprattutto avrebbe dovuto fare da deterrente. Deterrenza per punizione, così come si classifica in tutti i manuali militari”.

Ed è una deterrenza che gli Stati Uniti hanno applicato decine di volte – Mini ricorda diversi esempi tra Iraq e Afghanistan – e che non funziona perché purtroppo nel momento in cui si è attuata la punizione, “siamo sicuri che l’avversario rinuncia a una contropunizione? È un circolo vizioso”.

Con la dottrina Dahiya, prosegue Mini, i morti civili non sono solo “danni collaterali”. “Guardate i danni collaterali, quelli che sembrano non intenzionali con questa dottrina in poi, sono diventati intenzionali e l’obiettivo fondamentale non è stato più tanto quello di colpire i combattenti è stato proprio quello di colpire la popolazione civile”.

E ancora: “Io l’ho scritto anche in un libro, nessuno mi crede, ma comunque è così. Il danno collaterale è un eufemismo, il danno collaterale è diventato un danno intenzionale del quale non si può controbattere”.

I ‘danni collaterali’, ricorda Mini, sono un’invenzione della Nato durante la guerra in Kosovo. “E dopo con la dottrina Dahiya la ritorsione sproporzionata non è più sproporzionata ma una pianificazione. Attaccare in maniera sproporzionata senza nessuna remora perché non esistono innocenti dall’altra parte, non esistono persone perché col diritto umanitario le persone hanno dei diritti insiti nel fatto di essere persone”.


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12/10/2023

[Contribuo al dibattito] - Israele, guai a prendere decisioni in preda all’ira

di Fabio Mini

Una città, una fortezza, una prigione, un campo profughi, un covo terroristico, un fulcro della resistenza del popolo palestinese, un campo di sterminio. Gaza è tutto questo e non solo. L’ultimo attacco di Hamas a Israele, sotto l’aspetto puramente tecnico-militare è stato un raid condotto da forze paramilitari con metodi da operazioni speciali e tecniche terroristiche.

Un attacco ibrido, si direbbe oggi, se non fosse che la guerra e soprattutto il terrorismo comprendono aspetti multiformi. L’azione militare di Hamas è stata pianificata con cura e una buona dose di morbosa fantasia. Se il suo scopo era dimostrare la vulnerabilità del sistema difensivo israeliano e la capacità di forze speciali o insurrezionali di colpirlo, è stato raggiunto, ma lì si ferma. Perché le azioni “militari” di questo tipo abbiano un effetto prolungato o duraturo hanno bisogno di un apparato potente. Hamas ha tratto vantaggio dalla sorpresa e dal ricorso a metodi efferati e terroristici, ma non è sostenuto da un solido apparato bellico. Anzi, nello stesso ambito palestinese è in conflitto con diverse altre espressioni della resistenza. Il suo successo iniziale è perciò destinato a durare poco e servirà a peggiorare la propria situazione e soprattutto quella del popolo palestinese.

La potente struttura delle forze israeliane si è subito riavuta dalla sorpresa e ora cinge d’assedio tutta la Striscia di Gaza. Gli israeliani hanno i mezzi, la rabbia e la dottrina per farlo. È israeliana la concezione della Dahiya, ovvero della rappresaglia sproporzionata nei confronti dell’avversario a prescindere se sia o meno armato, combattente, donna o bambino come fu l’intervento nell’omonimo quartiere sciita di Beirut spazzato via nel 2006 e di nuovo attaccato nel 2013. L’ideatore, generale Eisenkot, per aver serenamente detto che la Dahiya non era un’opzione fantasiosa, ma una pianificazione accurata, si guadagnò la stima dell’ambasciatore americano e divenne poi capo di tutte le forze armate. L’azione “militare” di Hamas sembrerebbe non aver tenuto conto della capacità israeliana di ritorsione, ma in realtà l’azione è stata organizzata e decisa su questa certezza.

Hamas non gode del favore di nessuno, neppure degli stessi che forniscono soldi, armi e munizioni. L’unico punto di forza è la sua determinazione nel colpire Israele. L’azione militare volutamente eccessiva e sanguinaria non ha obiettivi militari e neppure territoriali o il depotenziamento delle forze israeliane peraltro impossibile. Hamas ha “semplicemente” voluto fare di Gaza la vetrina sulle nefandezze d’Israele e siccome quelle del passato non hanno ottenuto nulla ha approfittato della fragilità del quadro internazionale e dello stesso governo israeliano per provocarne di nuove.

La risposta di Netanyahu e dei suoi sostenitori internazionali e interni è stata immediata: pensando al superare le difficoltà personali, ha cercato consensi con le minacce di “soluzione finale”. Le misure già adottate con il blocco totale e la negazione di sopravvivenza per tutti gli abitanti della Striscia vanno in questa direzione, ma la strada è disseminata di trappole: la distruzione di Gaza comporta milioni di vittime non combattenti, il blocco totale non lascia scampo ai terroristi, ma neppure ai profughi ed è un crimine internazionale, l’impegno distruttivo a Gaza, comporta l’esposizione a nord, la soppressione dei militanti di Hamas perseguita con l’eliminazione dei palestinesi di Gaza mette a rischio gli accordi di Abramo con l’Arabia Saudita e aliena le simpatie degli stessi americani e della comunità ebraica in generale; nessuno in Israele vuole oggi sentire dai propri governanti le stesse parole pronunciate dai nazifascisti nei loro confronti, nessuno vuole l’allargamento del conflitto fuori e dentro Israele.

La rioccupazione militare di Gaza vorrebbe essere evitata perché onerosa anche in termini di perdite fra i soldati e gli ostaggi, ma secondo il diritto internazionale e il Consiglio di sicurezza, l’occupazione israeliana di Gaza non è mai cessata nonostante il ritiro unilaterale del 2005 e il diritto internazionale prevede più obblighi che diritti per gli occupanti ai quali impone la salvaguardia e il sostentamento della popolazione civile. In punta di diritto, è proprio l’incapacità di Gaza di gestire la propria sicurezza e di dover sottostare alla sorveglianza e alle incursioni israeliane dal cielo, dal mare e dai confini terrestri a determinare il dovere israeliano di proteggere i civili palestinesi, a prescindere che esista o meno un governo eletto. Ed è una trappola la criminalizzazione dei palestinesi che così si rivolgono all’eroicizzazione e martirizzazione dei militanti di Hamas.

Israele sta facendo leva sulle immagini delle atrocità perpetrate da Hamas in tre giorni di combattimenti non per motivare alla guerra, ma per incitare alla vendetta. La giustizia e gli stessi palestinesi vorrebbero l’individuazione e punizione dei responsabili, ma quelle immagini stanno alimentando l’odio nei confronti di tutti i palestinesi e la loro richiesta di altrettanta vendetta per i sessant’anni di violenze, soprusi, distruzioni e massacri che essi hanno dovuto subire.

Non siamo più in guerra, ma in una faida. E il compito di farne comprendere la differenza spetta proprio a quei soldati che si preparano a entrare nel campo minato dell’odio. È militare e antico il detto “in guerra non si prendono le decisioni in preda all’ira”.

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23/09/2023

L’Ucraina è in ginocchio e l’Europa alla canna del gas

La guerra in Ucraina continua senza che se ne veda la fine. Ma dal febbraio 2022, data di inizio di questa ultima cruenta fase, molto è cambiato, nei luoghi delle operazioni belliche e nello scenario internazionale. Ci sono, al riguardo, analisi critiche anche dall’interno delle forze armate impiegate nei combattimenti. In particolare negli Stati Uniti, ma non solo. Tra le altre spicca, in Italia, quella di Fabio Mini, generale di corpo d’armata a riposo, già capo di stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa e, dall’ottobre 2002 all’ottobre 2003, comandante delle operazioni di pace a guida Nato in Kosovo, nell’ambito della missione KFOR (Kosovo Force). Mini interviene nel dibattito pubblico da vent’anni (è del 2003 il suo primo libro, La guerra dopo la guerra. Soldati, burocrati e mercenari nell’epoca della pace virtuale, pubblicato da Einaudi) e collabora con varie testate, tra cui Limes, La Repubblica e il Fatto Quotidiano. Da ultimo ha pubblicato, per Paper First, Europa in guerra. Sulla situazione dell’Ucraina lo ha intervistato, per Volere la Luna, Giorgio Monestarolo.

A un anno e mezzo dallo scoppio del conflitto in Ucraina, la guerra sembra essere contenuta a mezzi convenzionali. Secondo molti osservatori, significa che la “deterrenza” sta funzionando, cioè il timore di un conflitto nucleare sta effettivamente mantenendo la guerra entro una cornice gestibile. Nel suo libro, L’Europa in guerra, Lei ritiene invece che la deterrenza non funzioni e che il rischio di una escalation nucleare sia reale.

Che la deterrenza non abbia funzionato è nei fatti. La deterrenza basata sulla minaccia dell’uso della forza è fallita prima dello scoppio delle ostilità, nel momento in cui gli Stati Uniti e la Nato hanno rigettato le richieste russe di accordo sulle misure da adottare per la sicurezza in Europa. In quel momento è stato confermato che non si voleva evitare il conflitto: fine della deterrenza. La Russia e la Nato hanno voluto dimostrare di non essere affatto dissuasi nemmeno dall’uso delle armi nucleari. Le classificazioni di deterrenza strategica (armi nucleari), tattica (nucleare tattico) e convenzionale sono gradini di una scala rotta. Fallita la dissuasione, il ricorso a qualsiasi arma non solo è possibile ma realisticamente probabile. Come, quando, dove e a quale scopo dipende solo dall’andamento delle operazioni e dal grado di coercizione che esse possono raggiungere. Che la guerra attuale sia “gestibile” spero sia sarcastico. Da ogni parte si muovono accuse alla Russia, all’Ucraina, all’Europa, agli Stati Uniti e alla Nato di errori catastrofici, massacri inutili, spreco di risorse, difficoltà di comprensione fra gli stessi alleati. Che tutto questo sia stato e sia gestibile lo lascerei dire a coloro che vogliono che la guerra continui.

La guerra in Ucraina è anche un grande investimento: sia per l’industria militare italiana sia per la ricostruzione.

Per gli Stati coinvolti direttamente o indirettamente il conflitto comporta una spesa in perdita netta. Il bene primario della sicurezza collettiva è perduto e gli effetti materiali, morali e politici della guerra si misureranno nei decenni seguenti. Per chi invece vuole “investire” per profitto, senza curarsi né degli effetti immediati né di quelli successivi, la guerra offre due grandi opportunità: una sicura e una più rischiosa. La prima riguarda la fornitura di armi e servizi ai contendenti, nonché di beni di sussistenza alle popolazioni coinvolte. È un investimento sicuro e molto redditizio, a prescindere da chi perda o vinca, purché la guerra continui. La seconda, che si basa sulla ricostruzione delle aree del conflitto, è un azzardo come qualsiasi altro: dipende da chi vincerà o perderà. Ma chi investe in genere può giocare su entrambi i fronti. Anche lui comunque si aspetta che il conflitto continui a lungo e sia il più distruttivo possibile.

Nel suo libro lei afferma che la Nato di oggi non ha nulla a che fare con quella di un tempo; che, a guardare bene, è un’organizzazione politicamente fallita. Può chiarire quest’idea, visto che la Nato sembra più attiva che mai?

Proprio attiva non direi. La Nato di un tempo è fallita dal 1994, quando ha cominciato a rimestare il quadro della sicurezza in Europa e non solo. A partire dai Balcani fino all’Iraq e all’Afghanistan, l’organizzazione politico-militare ha sposato una politica contraria alla sicurezza degli Stati membri e al diritto internazionale. In questo senso è fallita anche perché ha dimostrato di non rispettare il principio della pari dignità degli Stati membri. Uno di essi infatti – gli Stati Uniti – è più “dignitoso” di tutti gli altri messi assieme. È rimasta integra solo un’organizzazione militare abbastanza efficiente, sopravvissuta ai fallimenti politici. L’attivismo politico dei segretari generali già a partire dai Balcani è stato un esercizio da operetta. Ricordo ancora le comparsate congiunte dei segretari della Nato, dell’Onu e della Ue nelle questioni balcaniche: drammatiche e ridicole. L’attivismo militare, principalmente degli inglesi, è stato incerto, velleitario e contraddittorio. Le fratture interne alla Nato sono emerse non solo nell’incapacità di gestire annose diatribe fra Stati membri come Grecia e Turchia, più volte sfociate in minacce militari, ma anche nella gestione di tutti i conflitti: quelli di Balcani, Iraq e Afghanistan, ma anche quelli in Georgia, Libia, Siria e Ucraina. In quest’ultimo la Nato sta operando, di fatto, come santuario per tutte le incursioni armate e i centri di smistamento di armi dei suoi paesi membri in Ucraina e contro la Russia. La Nato ha rinunciato a esprimere una posizione propria, collegiale e unanime, come stabilisce il Trattato. Di fatto sostiene e interpreta le posizioni antirusse degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, della Polonia, della Norvegia e degli Stati del Baltico che non hanno assolutamente a cuore la sicurezza europea.

La guerra attuale, secondo la sua analisi, è l’inizio di una guerra su vasta scala che l’Occidente ha deciso di portare avanti contro la Russia. L’Ucraina è sostanzialmente un pretesto. Quali sono le prove per questa tesi? E quale sarebbe l’obiettivo dell’Occidente? Perché, poi, proprio la Russia è il bersaglio da colpire?

Le prove sono chiare: le sanzioni non mirano a difendere l’Ucraina ma a depotenziare la Russia, a rovinare l’Europa e a favorire l’economia americana. Le misure politiche collaterali rivolte contro la Cina preludono a un conflitto in preparazione nell’Indo-Pacifico. Gli stessi americani critici sul coinvolgimento in Ucraina denunciano la perdita di risorse strategicamente fondamentali per la fase successiva del confronto/scontro con la Cina. Il depotenziamento della Russia è rivolto non solo alla castrazione dell’Europa ma anche all'eliminazione del suo ruolo di potenza strategica che potrebbe essere impiegata a sostegno della Cina. Il conflitto ucraino avrebbe dovuto accelerare questo processo, tenendo impegnata la Russia mentre si rafforzava la manovra americana in oriente. Oggi si assiste a un effetto imprevisto o sottovalutato sulla capacità bellica degli Stati Uniti: l’Ucraina è diventata un pozzo senza fondo di assetti di consumo e i fondi a lei destinati sono distolti dalla preparazione militare del conflitto con la Cina. Quelli che negli Stati Uniti invocano la cessazione delle ostilità più che a salvare l’Ucraina pensano alle limitazioni in Oriente e guardano a un compromesso con la Russia in Europa in cambio di un non intervento in Asia. Ma anche questo si sta rivelando un calcolo fasullo: il cosiddetto Occidente è appena un terzo del mondo; i rimanenti tre quarti sono stufi del monopolio statunitense e “occidentale” sia economico che dell’uso della forza.

La sua posizione sull’inizio della guerra rovescia la tesi secondo cui Putin incarna l’imperialismo zarista prima e sovietico poi: lei sostiene, al contrario, che Putin ha cercato di evitare il conflitto e che sono state le provocazioni occidentali a metterlo con le spalle al muro. Ma quali obiettivi potrebbe ottenere Putin con la guerra? Svezia e Finlandia sono passati dalla neutralità alla Nato, l’Ucraina, anche se sconfitta, rimarrebbe un confine incandescente e ingestibile, senza contare tutte le complicazioni economiche e politiche anche interne prodotte dalla guerra. Insomma, la situazione per i russi, anche in caso di vittoria, sarebbe peggiore di quella precedente la guerra. Non era meglio per Putin evitarla?

La Russia ha cercato di evitare il conflitto e ciò è stato confermato dallo stesso sprovveduto Stoltenberg. Putin voleva e poteva evitare l’invasione. Il suo errore è stato quello di non insistere abbastanza con le richieste di sicurezza nei confronti dell’Occidente. Probabilmente ha ceduto di fronte alle pressioni dei suoi stessi nazionalisti e dei militari, che gli hanno fatto credere che la guerra sarebbe stata una passeggiata, e degli stessi americani, che fin dal 2008 davano per scontato l’ingresso dell’Ucraina (e Georgia) nella Nato e che nel 2021 avevano pianificato di sostenere l’attacco ucraino alla Crimea con un esercito ricostruito dai paesi della Nato dopo lo sfacelo del 2015. Il 16 marzo del 2022, appena 20 giorni dopo l’invasione, Putin tenne un discorso ai capi e governatori delle repubbliche federate impartendo precise istruzioni sui provvedimenti da adottare per minimizzare i danni delle sanzioni, snellire le procedure di produzione e commercio estero, ridurre i disagi della popolazione e attivare l’economia a sostegno delle operazioni militari. L’ulteriore espansione del conflitto da parte della Nato, su richiesta della Gran Bretagna e della Polonia, è stata la prova della vera minaccia. È apparso infatti chiaro alla Russia che, anche senza l’invasione, la Nato si sarebbe allargata, le sanzioni sarebbero state indurite e il Donbass sarebbe stato perduto col rischio di perdere anche la Crimea. Ora la Russia sta cercando di mantenere il punto e l’Ucraina ne farà le spese. Era meglio non fare la guerra? Certo. Ma, in ogni caso, occorre attendere la fine del conflitto per capire se la Nato è veramente più forte e se qualcuno ha vinto. E se ha vinto cosa ha vinto.

Passiamo alla situazione sul campo. La controffensiva ucraina si è rivelata un fallimento con un costo di vite umane enorme (circa 70.000 soldati morti in tre mesi). Quali scenari si aprono? Una trattativa fra le parti è più vicina? I russi vorranno approfittare del vantaggio per lanciare un’offensiva prima che arrivi l’inverno? O, piuttosto, proseguirà la strategia del logoramento degli uomini e delle forze ucraine?

La terza che ha detto.

Nel caso la “campagna di Russia” della Nato si riveli un fallimento, quali conseguenze potrebbero innescarsi? È pensabile che la Nato accetti una sconfitta sul campo senza reagire? Si può ripetere un altro Afghanistan oppure la situazione è diversa?

La Nato non ha mai accettato nessuna sconfitta. Si è sempre sottratta al giudizio finale e laddove la fine non è arrivata, come nei Balcani, ha mantenuto forze, via via scemando di presenza ed efficacia. In Afghanistan, dopo aver scippato l’operazione di assistenza all’Onu, si è mimetizzata nell’assistenza all’esercito afghano con il risultato che conosciamo. Forse non è molto noto che il comandante americano dell’operazione Nato è stato il primo a ricevere l’ordine della Nato di abbandonare l’Afghanistan. Il contingente dipendente dal comando Usa (Centcom) si è trovato così a gestire il caos ben prima che arrivassero i talebani. In ogni caso la Nato in questa situazione non ha una voce propria e neppure la facoltà di accettare o rifiutare una sconfitta. In realtà è essa stessa in crisi. Un cambiamento di politica statunitense può addirittura farla scomparire dalla scena degli attori globali o regionali.

Nel suo libro, tra le righe, c’è l’idea che soltanto una conferenza internazionale, con l’obiettivo di avviare un nuovo ordine basato sulla cooperazione e non sulla minaccia reciproca, è in grado di garantire la pace. Quali passi dovrebbe fare l’Italia per favorire una distensione internazionale?

Il primo passo sarebbe mettere al centro la sicurezza europea e riconoscere che le vere minacce sono i paesi europei che alimentano la guerra. Come Italia possiamo recuperare, almeno in parte, il ruolo di cardine della vecchia Europa e ridimensionare le pretese e le velleità di quella presunta nuova Europa che non contribuisce affatto alla sicurezza europea. Un altro passo sarebbe in ambito Nato: l’Italia deve favorire gli americani nel disimpegno dal conflitto ucraino. Questo è ciò che essi vogliono veramente ed è possibile farlo sospendendo l’invio di armi e opponendosi alla ratifica dell’ammissione di nuovi membri alla Nato. Tale ratifica non può essere un semplice atto dovuto in ossequio all’Alleanza, e nemmeno un atto di routine liquidato per via burocratico-parlamentare. Deve essere il frutto di una decisione popolare: chiara e consapevole.

Riportare l’invasione dell’Ucraina a un conflitto tra grandi potenze, che punta a un nuovo equilibrio mondiale, non è frutto di un eccessivo pessimismo? Le prospettive più fosche dei primi mesi di guerra non si sono avverate. In qualche modo la vita, in Occidente e in Russia va avanti. I Brics + 11 come rappresentanti del Sud globale giocano un ruolo diplomatico importante. La stanchezza dell’opinione pubblica è evidente. Non è che anche la guerra Ucraina è stata metabolizzata?

Il pessimista è un ottimista con l’esperienza, oppure è uno che sa già come va a finire. Le prospettive più fosche sono state superate, in peggio, dalla realtà. Mezzo milione di soldati ucraini morti, 14 milioni di espatriati, un paese divorato dalla corruzione, l’Europa alla canna del gas, gli Stati Uniti che arretrano davanti al resto del mondo, la prospettiva di un allargamento del conflitto che può coinvolgere l’Europa e il mondo sono cose peggiori di quanto si aspettassero i nostri bellicisti. E siamo solo agli inizi. Non ci sono ancora le bombe atomiche ma non credo si debba arrivare ad averle sulla testa per decidersi a tentare una soluzione. Il Sud globale si sta muovendo con e senza Brics. In Sudafrica si è chiarito che non c’è bisogno di multipolarità, nel senso di avere altri poli ai quali assoggettare le varie parti del mondo. C’è invece bisogno di maggiore cooperazione all’insegna del mutuo rispetto, della pari dignità e dell’interesse reciproco. Anche in questo occorre comprendere le istanze che vengono dall’intero mondo e non solo da quello occidentale. E, in quanto occidentali, non partiamo avvantaggiati perché non abbiamo nulla da insegnare o pretendere. Il sud globale si sta muovendo contro gli imperialismi di stampo coloniale e non contro gli imperi in quanto sistemi di potere. Non ce l’hanno con la Russia e la Cina che sono imperi, ma dei quali non hanno conosciuto la violenza. Ce l’hanno con l’Europa perché formata da tutti gli imperi coloniali del passato e dagli Stati Uniti, diventati essi stessi, da colonie, dei neo colonialisti e imperialisti. È vero che l’attenzione sull’Ucraina sta scemando, ma non perché le cose vanno meglio, ristagnano o sono noiose. È perché i protagonisti della propaganda stanno prendendo atto dello sviluppo delle operazioni militari e delle posizioni politiche e non se la sentono di ammetterlo. Si stanno rendendo conto di non essere più seguiti e preferiscono il silenzio alle ammissioni scomode. La propaganda funziona così: quando le esagerazioni e le bugie diventano incredibili è meglio tacere, oppure, come stanno facendo i grandi media, dopo gli sproloqui apodittici, possono iniziare a voltare gabbana avanzando qualche timido dubbio su quanto sbraitato fino a poco prima.

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04/07/2023

Guerra in Ucraina - Piovono armi dall'Occidente

Come da circa 16 mesi cerchiamo di documentare su questo giornale, l’Europa torna a vivere sul proprio territorio l’incubo della guerra, venticinque anni dopo la disgregazione della Jugoslavia.

Oggi come allora, l’Unione Europa, all’interno di quella Nato dove si è ricompattato il Blocco euroatlantico, gioca un ruolo guerrafondaio pericoloso per le popolazioni del Vecchio continente.

Oggi come allora, il governo italiano partecipa attivamente all’escalation bellica, nelle forme in cui questa si esprime: lanciando bombe allora con D’Alema premier, inviando armi oggi (per ora) con Meloni presidente.

“E al popolo?” Niente, se non rincaro del costo della vita, diminuzione dello Stato sociale e un orizzonte fosco fatto di distruzione e povertà, il tutto per accontentare gli interessi geopolitici degli Stati Uniti e quelli di classe degli industriali europei.

Parola, oltre che nostra, di analisti militari, abituati a fare i conti con la durezza dei fatti e non con la propaganda ideologica. Per questo, vi proponiamo di seguito l’intervento del generale Fabio Mini letto domenica al convegno “Guerra o pace?”, e la ricostruzione delle nuove forniture militari occidentali all’Ucraina fatta dal sito specializzato Analisi Difesa.

Buona lettura.

*****

Non sono molte le occasioni offerte a un militare per esprimere opinioni sulle scelte politiche. E non è molta la disponibilità dei militari a discuterne.

Esiste il forte pregiudizio che la politica debbano farla soltanto i politici e i militari debbano occuparsi solo di aerei e carri armati. Salvo poi “fare politica” con le armi, rendendo i servitori dello Stato servi d’interessi contrari alla Costituzione.

Perciò ho sempre ritenuto che sia un dovere dei militari esprimere opinioni e giudizi anche su questioni sociali e politiche che riguardano la sicurezza dello Stato. E che sia un diritto e un dovere dei governi e dei legislatori ascoltare anche i loro pareri.

Oggi l’Europa è in guerra: sia perché la ospita entro i suoi confini geografici, sia perché partecipa attivamente con il sostegno politico, economico e militare a uno dei belligeranti.

Il nostro Paese è in guerra e ne subisce le conseguenze con la prospettiva di doverne subire di peggiori. La guerra in tutte le sue forme sembra l’unica via d’uscita. Non la guerra metaforica, ma quella reale, materiale, cinetica come diciamo noi militari, che poi siamo chiamati ad affrontare.

Si dice che occorre aiutare l’Ucraina a difendersi e che la difesa dell’Ucraina è la difesa dell’Europa. Che è una battaglia di civiltà e libertà. Ho molti dubbi in proposito e mi domando come mai non ci siamo preoccupati prima delle minacce alla libertà di quegli stessi ucraini quando erano soggetti a una guerra da parte del loro stesso governo.

E come mai la preoccupazione della libertà dei popoli non si estenda ad altre popolazioni soggette alle guerre e alle repressioni.

La guerra in Ucraina è un obbligo nei confronti di un Paese aggredito: è vero, ma il ricorso alla forza deve essere approvato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu e questo non c’è ancora stato.

La Nato si sta solo difendendo: è vero, ma per vent’anni ha condotto un attacco subdolo alla Russia e senza autorizzazione ha già attaccato uno stato sovrano membro delle Nazioni Unite.

La guerra riguarda Russia e Ucraina: non è vero, riguarda Stati Uniti e Russia e soprattutto riguarda l’intera sicurezza europea.

L’Ucraina nella Nato rafforzerà l’alleanza e porterà alla vittoria: non è vero, l’Ucraina è un Paese in guerra e l’inclusione nella Nato porterà al coinvolgimento diretto della Nato e quindi degli Stati Uniti nella guerra.

Una clausola fondamentale del trattato atlantico stabilisce che i nuovi membri debbano contribuire alla sicurezza dell’Alleanza. L’Ucraina in guerra contribuirà alla sicurezza in peggio.

Il sostegno all’Ucraina è imposto dalla Nato: è vero, ma le norme del trattato stabiliscono che le decisioni siano prese all’unanimità e questa non c’è. E quando ci dovesse essere sarebbe l’unanimità nella rinuncia a esprimere e far valere la sovranità dei Paesi membri.

Si dice che la partecipazione alla guerra è un interesse nazionale che coincide con quello della Nato: non è vero, l’interesse nazionale di Paesi come l’Italia è la cooperazione, la competizione se si vuole, ma non il conflitto. Se la Nato, come ora, si schiera in guerra fa solo gli interessi di qualche Paese in particolare.

L’Italia sta pensando agli interessi nella produzione di armi e nella ricostruzione post bellica dell’Ucraina: vero, il mondo intero sta pensando a questo e oggi occorre valutare quanta parte potrà avere nella ricostruzione. Riuscirà questa parte a compensare le perdite secche che ora stiamo subendo in materiali, economia e finanza?

Abbiamo bisogno di pace: è vero, ma non a qualsiasi costo e nemmeno una pace temporanea che contenga, come tutti i trattati di pace, i semi del successivo conflitto.

Le scelte politiche di questo periodo sono importanti e una soluzione del conflitto è possibile sul piano politico-diplomatico come era possibile evitarlo del tutto o interromperlo in qualsiasi momento.

Oggi è sempre più difficile negoziare e per farlo occorre rinunciare a qualcosa. Non servono soltanto le rinunce della Russia e dell’Ucraina: serve un compromesso che salvaguardi la sicurezza europea.

La politica deve rispolverare concezioni vecchie, ma collaudate. Per esempio, la de-militarizzazione del conflitto, come quando Iran e Iraq in guerra per dieci anni furono privati degli aiuti esterni; la smilitarizzazione di una fascia di sicurezza in Ucraina e Russia e la neutralità di quei Paesi avviati al conflitto come strumento per diminuire la percezione d’insicurezza dei vicini.

Sono tutte cose che sembrano inefficaci e inattuabili e quindi sono state eliminate dalla visione politica orientata in un unico senso: la guerra. Occorre ribaltare l’approccio e considerarle possibili perché la soluzione militare sul campo non solo è impossibile, ma pericolosa qualunque essa sia.

Un’ultima riflessione: “Magari perderò voti, ma il mio programma di governo è: 1. Finire il conflitto in Donbass; 2. Parlare con i russi; 3. Neutralità ucraina”.

Era il 2019 e il neoeletto presidente Zelensky lo dichiarò al Parlamento. Dall’estrema destra gli arrivò un avvertimento: “Non perderà solo voti”. E i comandanti delle milizie in Donbass gli dissero che finire lì e parlare coi russi sarebbe stato alto tradimento. Cambiò idea.

Oggi, forse, con le stesse milizie decimate e con la guerra che va avanti solo con il supporto occidentale, si apre paradossalmente la via della demilitarizzazione agendo semplicemente sul sostegno esterno.

E si apre la via per il ritorno alle intenzioni di quattro anni fa, con 200mila morti in più.

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Qui di seguito l’articolo di Analisi Difesa.it

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Un nuovo pacchetto di aiuti militari degli Stati Uniti all’Ucraina da 500 milioni di dollari è stato annunciato il 28 giugno. Forniture che includono 30 veicoli cingolati da combattimento di fanteria M2 Bradley (IFV) e 25 veicoli ruotati da combattimento M1126 Stryker per rimpiazzare le perdite subite in battaglia, munizioni per gli MLRS HIMARS e i sistemi di difesa aerea Patriot nonché missili anticarro Javelin e missili terra-aria Stinger.

Il capo di stati maggiore delle forze armate statunitensi, generale Mark Milley, ha dichiarato il 30 giugno che gli Stati Uniti stanno considerando di fornire munizioni a grappolo (cluster bombs) all’Ucraina impiegate anche dai russi e peraltro già fornite agli ucraini da altri alleati.

Milley ha detto in un intervento al National Press Club che le discussioni stanno continuando. “Gli ucraini lo hanno chiesto, altri paesi europei ne hanno fornito alcune, i russi le stanno usando”, ha detto Milley. “C’è un processo decisionale in corso”.

Non è chiaro se Washington valuti di fornire queste armi nel munizionamento aereo (bombe), o di artiglieria (razzi e missili contenenti sub-munizioni). A causa del gran numero di ordigni che restano inesplosi sul terreno, le munizioni a grappolo sono vietate da una convenzione internazionale del 2010 firmata anche da molte nazioni aderenti alla NATO ma non da USA, Russia e Ucraina.

Secondo quanto rivelato il 30 giugno dal Wall Street Journal, Washington sta valutando l’invio a Kiev di missili balistici tattici ATACMS (Army Tactical Missile System) lanciabili dagli MLRS HIMARS.

L’opzione era stata finora esclusa dagli USA per il limitato numero di armi di questo tipo disponibili nei depositi dell’US Army e per il timore che l’Ucraina possa usare tali missili, che hanno un raggio d’azione di 300 chilometri, per colpire obiettivi sul territorio della Federazione Russa.

Secondo il quotidiano, a smorzare le riserve finora espresse avrebbe contribuito il flop della controffensiva ucraina e la fornitura britannica e forse anche francese di missili da crociera Storm Shadow /SCALP aviolanciabili e impiegati a bordo dei Sukhoi Su-24M ucraini sui quali sono stati integrati.

Dopo gli Storm Shadow forniti dalla Gran Bretagna, già impiegati in numerosi attacchi contro obiettivi nelle retrovie russe e in parte abbattuti dalle difese aeree potrebbe essere stati già consegnati all’aeronautica di Kiev anche uno stock di missili dello stesso tipo giunto dalla Francia.

Il 30 giugno lo stato maggiore ucraino ha rivendicato di aver colpito il ”quartier generale russo e un deposito di carburante” nella città portuale di Berdiansk, nella regione di Zaporizhia. Vladimir Rogov, governatore russo della regione, aveva affermato che le difese aeree avevano abbattuto i missili lanciati verso Berdiansk e alcuni canali Telegram militari russi hanno diffuso le immagini e un video del relitto di uno Storm Shadow.

Il 26 giugno l’Australia ha reso noto che fornirà all’Ucraina un ulteriore pacchetto di aiuti militari e umanitari del valore di circa 74 milioni di dollari. Lo ha annunciato il capo del governo australiano, Anthony Albanese.

“Questo pacchetto risponde alle richieste dell’Ucraina di veicoli e munizioni e farà una differenza tangibile sul campo di battaglia”. Secondo quanto riferito, l’Australia invierà all’Ucraina 70 veicoli militari, inclusi 28 veicoli corazzati M113, 14 veicoli speciali, 28 camion medi MAN 40M e 14 rimorchi, oltre a una nuova fornitura di munizioni di artiglieria da 105 mm.

La Spagna, che ha appena assunto la presidenza semestrale della UE, ha reso noto il 1° luglio che consegnerà “presto” 4 ulteriori carri armati Leopard 2A4 e un ospedale da campo con capacità chirurgiche all’Ucraina. Lo ha detto il premier Pedro Sanchez.

La Bulgaria non invierà propri militari in Ucraina, ma contribuirà all’addestramento dei medici militari ucraini, come ha dichiarato in Parlamento il ministro della Difesa bulgaro, Todor Tagarev. “Nell’arco di un anno, un totale di 60 tra medici e infermieri militari ucraini riceveranno una formazione speciale presso l’Accademia medica militare”, ha affermato Tagarev.

In merito all’iniziativa dell’Unione europea relativa al rifornimento di munizioni all’Ucraina, il ministro bulgaro ha ribadito che l’industria bellica del Paese non produce i proiettili di calibro 155 millimetri, “ma esiste la possibilità per l’Agenzia europea per la difesa di stipulare contratti con società bulgare per la produzione di tali munizioni”. “A tal fine, saranno stanziati 500 milioni di euro dal fondo europeo”, ha detto Tagarev.

La Lituania ha annunciato oggi l’acquisto dalla società norvegese Konsberg di due sistemi missilistici terra-aria NASAMS per 9,8 milioni di euro da fornire all’Ucraina ma ha precisato che l’aiuto non comprende i missili. “I lanciatori per il sistema NASAMS arriveranno in Ucraina nel prossimo futuro”, ha dichiarato il presidente Gitanas Nauseda,

In Svizzera il Consiglio Federale ha invece respinto la richiesta della società elvetica RUAG che voleva consegnare a Rheinmetall 96 carri armati Leopard 1 ex Esercito Italiano da trasferire in seguito in Ucraina. La richiesta non è compatibile con le leggi in vigore, sia con la legge sul materiale bellico che con la politica di neutralità elvetica, ha stabilito il Consiglio Federale.

I carri armati dismessi, erano stati acquistati nel 2016 da un’agenzia del Ministero della Difesa italiano e si trovano attualmente ancora fermi in Italia. La RUAG intendeva rimetterli a nuovo o utilizzarli per i pezzi di ricambio. A inizio giugno l’azienda di armamento di proprietà della Confederazione aveva reso noto di aver presentato – già il 27 aprile – una domanda di riesportazione allo scopo di avere un chiarimento sulla posizione ufficiale svizzera.

Quella che il Governo ribadisce ora è la linea già adottata in precedenza per tutta una serie di richieste analoghe, in particolare provenienti dall’estero. Si pensi per esempio alle munizioni di (produzione svizzera) per i semoventi antiaerei Gepard ceduti da Berlino a Kiev.

In Germania, Rheinmetall ha comunicato il 27 giugno che fornirà all’Ucraina 14 carri armati Leopard 2A4, acquistati dalle scorte di diversi Paesi nell’ambito di un programma finanziato da Olanda e Danimarca.

I tank verranno consegnati dopo i lavori di ripristino e ammodernamento nel 2024. La fornitura verrà completata nel corso del prossimo anno.

Un numero elevato di Leopard 2 è stato distrutto o danneggiato in giugno nella controffensiva ucraina sul fronte di Zaporizhia.

Circa gli aiuti, non solo militari, dell’Unione Europea il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha dichiarato il 30 giugno che a 500 giorni dall’inizio del conflitto in Ucraina, l’Ue ha erogato a Kiev 70 miliardi di euro.

“Dall’inizio della guerra abbiamo mobilitato 70 miliardi di euro per l’Ucraina, la scorsa settimana abbiamo erogato 9 miliardi di euro del nostro pacchetto di assistenza macro finanziaria da 18 miliardi previsti per il 2023″, ha aggiunto la presidente del Parlamento europeo.

“Abbiamo già consegnato oltre 220 mila munizioni e oltre 2 mila missili e ora siamo sulla buona strada per consegnare il milione di proiettili previsti entro i prossimi 12 mesi. Inoltre, entro la fine dell’anno, avremo formato più di 30 mila militari ucraini. Fino ad oggi, ne abbiamo già formati 24 mila”, ha concluso von der Leyen la cui commissione prevede di fornire a Kiev altri 50 miliardi di euro entro il 2027.

Dure le critiche, a tal proposito, del premier ungherese Viktor Orban, che è tornato ad attaccare la revisione di bilancio proposta dalla Commissione. “Non è accettabile – scrive Orban in un tweet – che Bruxelles voglia concedere 50 miliardi di euro di aiuti aggiuntivi all’Ucraina mentre non sappiamo nulla sull’utilizzo dei fondi Ue inviati dall’inizio della guerra”.

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