Ci sono troppi “dettagli” che non quadrano nelle ripetute, ossessive e inaccettabili dichiarazioni dei governi occidentali sul fatto che l’Iran “non deve avere la bomba atomica” e che Israele ha quindi diritto “di bombardarlo per difendersi”.
Queste posizioni evitano accuratamente di soffermarsi su un convitato di pietra che è invece l’architrave della questione: l’arsenale nucleare israeliano, sul quale da Washington a Parigi e da Roma a Londra fanno tutti i finti tonti.
Tel Aviv mantiene infatti una politica di ambiguità strategica riguardo il possesso o meno di armi nucleari, ma il Bulletin of Atomic Scientists del 2022 stimava in circa 90 le testate in mano israeliana.
Bisogna ricordare che Israele è uno dei soli quattro paesi al mondo a non aver firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) ed ha sempre ostacolato i controlli dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Interrogata sui lavori nel centro nucleare di Dimona, nel deserto del Negev, l’Agenzia che ha ripetutamente ispezionato i siti nucleari iraniani ha ribadito che Israele “non è obbligato a fornire informazioni su altri impianti nucleari nel Paese” al di fuori del reattore di ricerca Soreq.
L’AIEA ha mostrato fin troppa condiscendenza con le omissioni di Israele in materia di armi nucleari.
Ma l’escalation bellica che Israele ha provocato in tutto il Medio Oriente, e l’evidente doppio standard e asimmetria rispetto al programma nucleare iraniano, ora che è scattato l’allarme per l’eventuale uso di armi nucleari sull’Iran, impone di far venire alla luce il pericolo che rappresenta la minaccia israeliana per tutta la regione, e non solo.
Assistiamo dunque ad una distorsione narrativa e analitica secondo cui “la minaccia” sarebbe l’Iran che ancora non possiede l’arma nucleare, ma non lo sarebbe Israele che invece già possiede le armi nucleari – anche se non lo dichiara – e che in due anni ha mosso guerra ai palestinesi, al Libano, alla Siria, all’Iran, allo Yemen e per non farsi mancare nulla ha anche bombardato Doha, capitale del Qatar, per uccidere i negoziatori di Hamas.
Siccome è del tutto improbabile che questo “dettaglio” lo sentiremo evocare nei dibattiti parlamentari o nei talk show televisivi, sarebbe utile che cominciasse a circolare nel dibattito pubblico e nelle iniziative di denuncia e mobilitazione contro la guerra in Medio Oriente.
È evidente che il pericolo per la stabilità della regione è rappresentato soprattutto da Israele e dall’imperialismo occidentale che lo sostiene. Sono costoro infatti che hanno tutto l’interesse a destabilizzare un’area strategica del mondo per mantenerne il controllo a tutti i costi.
Il riequilibrio della deterrenza che Teheran ha cercato di realizzare in questi anni, ha origine proprio nell’ambiguità israeliana in materia di armamenti nucleari e nell’impossibilità di fidarsi di qualsiasi trattato stipulato con l’Occidente che non preveda anche un controllo in tal senso su Israele. Tutte le proposte di tenere una Conferenza regionale sul disarmo nucleare in Medio Oriente (ultima quella proposta dal governo finlandese nel 2012) sono state respinte da Tel Aviv.
Questa asimmetria va denunciata con forza, ed è chiaro come sia necessaria una forte pressione internazionale affinché anche Israele venga posta sotto osservazione internazionale riguardo, ad esempio, ai nuovi edifici nel centro nucleare di Dimona documentati dall’Associated Press pochi mesi fa.
Non è più tollerabile che vi sia accondiscendenza riguardo al possesso di armi atomiche da parte di uno Stato guidato da una visione “messianica” e che pratica apertamente il terrorismo di stato e il genocidio contro gli altri popoli e paesi della regione.
Contestualmente, stanno suscitando grandi preoccupazioni in tutto il Medio Oriente e a livello internazionale anche alcune dichiarazioni dell’amministrazione Trump su “armi decisive” in un conflitto in cui gli Usa sono alle prese con serissime difficoltà nel piegare l’Iran con i pur potentissimi e ipertecnologici armamenti convenzionali di cui già dispone.
Queste posizioni evitano accuratamente di soffermarsi su un convitato di pietra che è invece l’architrave della questione: l’arsenale nucleare israeliano, sul quale da Washington a Parigi e da Roma a Londra fanno tutti i finti tonti.
Tel Aviv mantiene infatti una politica di ambiguità strategica riguardo il possesso o meno di armi nucleari, ma il Bulletin of Atomic Scientists del 2022 stimava in circa 90 le testate in mano israeliana.
Bisogna ricordare che Israele è uno dei soli quattro paesi al mondo a non aver firmato il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) ed ha sempre ostacolato i controlli dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Interrogata sui lavori nel centro nucleare di Dimona, nel deserto del Negev, l’Agenzia che ha ripetutamente ispezionato i siti nucleari iraniani ha ribadito che Israele “non è obbligato a fornire informazioni su altri impianti nucleari nel Paese” al di fuori del reattore di ricerca Soreq.
L’AIEA ha mostrato fin troppa condiscendenza con le omissioni di Israele in materia di armi nucleari.
Ma l’escalation bellica che Israele ha provocato in tutto il Medio Oriente, e l’evidente doppio standard e asimmetria rispetto al programma nucleare iraniano, ora che è scattato l’allarme per l’eventuale uso di armi nucleari sull’Iran, impone di far venire alla luce il pericolo che rappresenta la minaccia israeliana per tutta la regione, e non solo.
Assistiamo dunque ad una distorsione narrativa e analitica secondo cui “la minaccia” sarebbe l’Iran che ancora non possiede l’arma nucleare, ma non lo sarebbe Israele che invece già possiede le armi nucleari – anche se non lo dichiara – e che in due anni ha mosso guerra ai palestinesi, al Libano, alla Siria, all’Iran, allo Yemen e per non farsi mancare nulla ha anche bombardato Doha, capitale del Qatar, per uccidere i negoziatori di Hamas.
Siccome è del tutto improbabile che questo “dettaglio” lo sentiremo evocare nei dibattiti parlamentari o nei talk show televisivi, sarebbe utile che cominciasse a circolare nel dibattito pubblico e nelle iniziative di denuncia e mobilitazione contro la guerra in Medio Oriente.
È evidente che il pericolo per la stabilità della regione è rappresentato soprattutto da Israele e dall’imperialismo occidentale che lo sostiene. Sono costoro infatti che hanno tutto l’interesse a destabilizzare un’area strategica del mondo per mantenerne il controllo a tutti i costi.
Il riequilibrio della deterrenza che Teheran ha cercato di realizzare in questi anni, ha origine proprio nell’ambiguità israeliana in materia di armamenti nucleari e nell’impossibilità di fidarsi di qualsiasi trattato stipulato con l’Occidente che non preveda anche un controllo in tal senso su Israele. Tutte le proposte di tenere una Conferenza regionale sul disarmo nucleare in Medio Oriente (ultima quella proposta dal governo finlandese nel 2012) sono state respinte da Tel Aviv.
Questa asimmetria va denunciata con forza, ed è chiaro come sia necessaria una forte pressione internazionale affinché anche Israele venga posta sotto osservazione internazionale riguardo, ad esempio, ai nuovi edifici nel centro nucleare di Dimona documentati dall’Associated Press pochi mesi fa.
Non è più tollerabile che vi sia accondiscendenza riguardo al possesso di armi atomiche da parte di uno Stato guidato da una visione “messianica” e che pratica apertamente il terrorismo di stato e il genocidio contro gli altri popoli e paesi della regione.
Contestualmente, stanno suscitando grandi preoccupazioni in tutto il Medio Oriente e a livello internazionale anche alcune dichiarazioni dell’amministrazione Trump su “armi decisive” in un conflitto in cui gli Usa sono alle prese con serissime difficoltà nel piegare l’Iran con i pur potentissimi e ipertecnologici armamenti convenzionali di cui già dispone.
Per avere un’idea delle preoccupazioni che si agitano nella regione, pubblichiamo qui di seguito un recentissimo articolo del giornale arabo Athabat sui rischi di utilizzo di armi nucleari da parte degli USA nella guerra in corso in Medio Oriente.
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Iran. Il conto alla rovescia per l’ora zero nucleare si avvicina?
Iran. Il conto alla rovescia per l’ora zero nucleare si avvicina?
Parlare della bomba nucleare americana B61-13 (a gravità) non è solo una dimostrazione di forza, ma un segnale di possesso della “chiave” in grado di distruggere anche i siti iraniani più fortificati. Ci troviamo di fronte ad una fase che ha superato il linguaggio della diplomazia per approdare al linguaggio della deterrenza nucleare tattica.
1) Cos’è la bomba B61 e da dove deriva la sua potenza? Si tratta di una “bomba nucleare a gravità” in servizio dagli anni ’60, ma l’ultima versione, la B61-13, è una bestia tecnologica completamente diversa. È un bunker buster che si basa su una caduta libera guidata ad alta precisione. Vanta una potenza distruttiva di circa 360 kilotoni (equivalente a 24 volte la potenza della bomba di Hiroshima) ed è progettata per penetrare prima nel terreno e poi esplodere in profondità nel sottosuolo, generando un’onda sismica che distrugge le gallerie.
2) Perché è considerata il peggior incubo per l’impianto di Fordow? Gli impianti nucleari iraniani come Fordow non si trovano in superficie, ma piuttosto è una “città sotto le montagne”, protetta da centinaia di metri di roccia. La bomba B61, nelle sue versioni potenziate, è stata progettata specificamente per questo scopo; non colpisce semplicemente la superficie, ma “scava” nel sottosuolo per garantire la distruzione dei reattori situati sotto, vanificando così il vantaggio di nascondersi sotto le montagne.
3) I messaggi politici dietro l’arma: Washington non si limita a inviare bombe, ma sta anche inviando un messaggio al regime iraniano: l’ombrello nucleare è pronto ad essere attivato se l’arricchimento dell’uranio supera le linee rosse.
La presenza di portaerei e i recenti test missilistici Minuteman-3 confermano che ci troviamo di fronte a un piano globale, non a una minaccia passeggera.
4) L’equilibrio del terrore e la pericolosa deriva: mentre l’America brandisce la B61, Teheran è consapevole che qualsiasi utilizzo di quest’arma significherebbe un cambiamento radicale delle regole d’ingaggio internazionali. Il pericolo qui non risiede solo nella distruzione di un sito, ma nello scivolamento verso un vero e proprio scontro regionale, in mezzo agli avvertimenti internazionali secondo cui l’uso di “armi nucleari tattiche” spalancherebbe le porte dell’inferno, che non si chiuderebbero facilmente.
5) Conclusione: La regione sta vivendo una “crisi missilistica cubana” nella sua versione mediorientale. Le opzioni si stanno esaurendo e la B61 è l’ultima carta da giocare per ottenere importanti concessioni o per uno scontro che cambierà per sempre il volto della regione.
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