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20/03/2026

Orbán blocca il prestito da 90 miliardi all’Ucraina: prima garanzie sul petrolio russo

Il Consiglio Europeo si chiude con un nulla di fatto sull’Ucraina e un clima di tensione ai massimi storici. Al centro dello scontro c’è il veto di Viktor Orbán: il primo ministro ungherese ha bloccato il prestito da 90 miliardi di euro destinato a Kiev, scatenando una durissima reazione dei partner europei.

Orbán chiede garanzie concrete prima di dare il via libera ai fondi. “Non si tratta solo di far arrivare il petrolio da noi, dobbiamo anche ottenere garanzie dall’Ucraina che questo non accadrà di nuovo”, ha dichiarato il premier magiaro al termine dei lavori. Budapest accusa apertamente Kiev di aver sabotato deliberatamente l’oleodotto Druzhba per innescare una crisi energetica in Ungheria e indebolire Orbán in vista delle elezioni del 12 aprile.

L’infrastruttura è stata colpita da Mosca durante il conflitto, e la Commissione ha già offerto supporto tecnico e finanziario all’Ucraina per riparare il condotto e garantire un’ispezione europea, in linea con la volontà di Budapest. Allo stesso tempo, però, Zelensky ha espresso riserve sulla riattivazione del transito di petrolio, scatenando la reazione ungherese.

Le accuse sono state respinte dal presidente ucraino Zelensky, mentre il Presidente del Consiglio Europeo, António Costa, ha dichiarato: “nessuno può ricattare le istituzioni dell’UE”, affermando poi che Orbán non ha rispettato la parola data a dicembre. Alla fine dello scorso anno, infatti, il prestito a Kiev era stato approvato, con l’esenzione dalla partecipazione di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

Giorgia Meloni è intervenuta per fare chiarezza sulla sua posizione, invitando alla flessibilità da entrambe le parti: la riapertura del Druzhba da una parte e lo sblocco dei 90 miliardi dall’altra. Di ben altro tenore le parole della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: “il prestito resta bloccato perché un leader non rispetta la parola data”.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato ancora più netto, parlando apertamente di grave slealtà da parte di Orbán e avvertendo che questo comportamento avrà conseguenze che andranno “ben oltre il singolo episodio”. Nella testa di Merz, così come di molti altri politici europei, c’è la necessità di superare il meccanismo dell’unanimità per passare alla maggioranza qualificata, almeno nelle scelte di politica estera.

Sullo sfondo della questione, dunque, ci sono due nodi che vengono tenuti ancora all’ombra della cronaca. La prima è che, di per sé, l’unanimità non ha impedito di avallare il prestito all’Ucraina, semplicemente esentando chi non era d’accordo. Il problema è tutto nelle gerarchie politiche: Budapest non può limitare Berlino e gli indirizzi che vuole per la UE, è in sostanza il messaggio di Merz. Il problema è quello di interessi materialmente divergenti.

Le cooperazioni rafforzate e un ritorno di potere nelle mani delle singole capitali sono soluzioni già paventate, ma non faranno che attestare il fallimento dell’integrazione europea, esacerbando le contraddizioni già esistenti.

La seconda questione è quella dell’approvvigionamento energetico, che con l’aggressione all’Iran è tornato a essere una questione dirimente. Gli idrocarburi russi continuano a essere l’alternativa più sensata per i paesi europei, ma l’ostinazione guerrafondaia su cui Bruxelles ha voluto legittimare il riarmo impedisce di cogliere l’opportunità di ristabilire un rapporto che sarebbe vitale per la sua industria.

Orbán sta semplicemente cogliendo il momento propizio, per garantirsi la stabilità di questi flussi. Per la tenuta del proprio governo, non certo per la UE e neanche per il benessere del proprio popolo. Ma il suo veto espone una questione reale, concreta, che gli europei non possono derubricare a “slealtà” magiara.

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