Un missile balistico, presumibilmente un Iskander, ha colpito lo stabilimento della Terminal Autonomy a Kiev. L’azienda è ufficialmente registrata negli Stati Uniti.
“Questo è stato il primo caso noto di truppe russe che hanno colpito un’azienda di proprietà di un’impresa americana in Ucraina”, scrive il giornale britannico The Guardian.
L’impianto distrutto produceva droni d’attacco dotati di tecnologia di intelligenza artificiale. In seguito all’attacco missilistico, le attività della fabbrica sono state completamente interrotte. Secondo quanto riportato dal giornale, né Washington né la dirigenza dell’azienda hanno commentato la distruzione della struttura.
Questo attacco faceva parte di una vasta campagna delle forze armate russe per eliminare le imprese ucraine del settore della difesa. Recentemente, il personale militare russo ha regolarmente distrutto fabbriche simili, che la parte ucraina tentava di camuffare da normali “magazzini”, aggiunge Tsargrad .
Il Ministero della Difesa russo ha riferito il 26 luglio che le forze russe hanno effettuato attacchi, anche contro un impianto di assemblaggio e stoccaggio di velivoli a pilotaggio remoto nella parte sud-occidentale di Kiev, dove, con il coinvolgimento di “specialisti di un’azienda ucraino-americana”, venivano prodotti mensilmente fino a mille UAV di vario tipo, tra cui il drone d’attacco AQ-400 Scethsi e il drone AQ-100 Bayonet e il drone da ricognizione RQ-100 Scout.
Se si partecipa ad una guerra – stiamo pensando anche alle centinaia di militari italiani spediti in Arabia Saudita per “supportare la difesa aerea anti-Iran” – si viene prima o poi colpiti, qualsiasi sia la “narrazione” imbastita per dire il contrario. La guerra è un rasoio, in effetti.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/08/2026
Distrutta una fabbrica Usa di droni. A Kiev
30/07/2026
La Russia mette di nuovo sotto tiro Telegram
Nei giorni scorsi è stato reso noto che l’FSB, i servizi di sicurezza interni russi, hanno emesso un mandato di arresto nei confronti di Pavel Durov, fondatore e amministratore della celebre piattaforma di messaggistica istantanea Telegram, nato in Russia ma con cittadinanza francese ed emiratina.
Questo è solo l’ultimo avvenimento in una lunga storia che vede contrapposto lo stato russo alla figura di Durov, riparato in Francia nel 2014 dopo aver venduto le sue quote aziendali della compagnia che gestiva il social da lui creato in precedenza, VKontakte, un equivalente russo di facebook.
La sua decisione di abbandonare il paese fu causata, a suo dire, dal non voler sottostare alle pressioni governative per aumentare la sorveglianza sugli utenti della piattaforma.
Durov è accusato di favoreggiamento del terrorismo per non aver bandito dalla piattaforma le reti ucraine che aggregano sabotatori in territorio russo e che sarebbero state utilizzate per organizzare vari attacchi ad infrastrutture e persone nella federazione.
Telegram, tra l’altro, da alcuni mesi è già stato bloccato in Russia proprio per lo stesso motivo, ma milioni di utenti continuano ad utilizzare l’app attraverso servizi VPN e simili. Nonostante tutto, la piattaforma è anche molto utilizzata per diffondere contenuti di canali con posizioni vicine a quelle governative sulla guerra in Ucraina e altri temi.
Le autorità francesi hanno dichiarato in relazione alla vicenda che nessun cittadino verrà estradato verso altri paesi e che se la Russia si rivolgerà all’Interpol potrebbero considerare se fare degli accertamenti.
Se venisse processato in Russia, Durov potrebbe rischiare una condanna a 15 anni se non pene più severe.
È utile ricordare che nel 2024 anche la Francia aveva trattenuto in stato di fermo Durov per accertamenti legati ad accuse secondo cui la società non avrebbe acconsentito a collaborare con le autorità fornendo i dati richiesti per alcune inchieste della polizia.
Inoltre, anche le autorità ucraine avevano accusato la piattaforma di essere troppo tollerante nei confronti delle reti di arruolamento di sabotatori sul loro territorio.
Il rispetto della privacy degli utenti che, almeno in teoria, caratterizza Telegram quindi, starebbe rendendo la piattaforma invisa ad un certo numero di governi a livello internazionale. Del resto questo avviene in un momento in cui anche l’UE ha rilanciato il Chat Control, un’iniziativa che di fatto elimina ogni parvenza di privacy nelle piattaforme di messaggistica.
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Ucraina e Iran, verso un unico grande fronte di guerra?
Era solo questione di tempo
Prima o dopo doveva succedere, anche perché le rispettive posizioni, con l’andare del tempo, si sono estremizzate fino a diventare di un’ostilità che rasenta l’odio. E proprio in questo senso si sta sviluppando il tormentato rapporto tra Ucraina e Iran, dopo che Kiev, rompendo le residue ipocrisie, ha preso a bersaglio una nave del nemico, colpendola addirittura nel lontano Mar Caspio. L’ha fatto non tanto e non solo per ragioni tattiche, legate al commercio (di armi, dicono a Kiev) con la Russia, ma piuttosto per motivazioni strategiche: allargare il conflitto. Una mossa che vuol dire, per l’Ucraina, firmare una sorta di assicurazione sulla vita. Una guerra allargata, che dichiari ufficialmente la Russia nemico sul campo di Stati Uniti ed Europa, è la soluzione ideale per salvare l’integrità della loro patria. La Terza guerra mondiale? Nel circolo di Zelensky risponderebbero come si leggeva su certi muri sventrati, dopo Caporetto: “O il Piave o tutti accoppati”. Che, adeguato alle circostanze, potrebbe tradursi con “O si salva l’Ucraina o si crepa tutti”. Seppelliti sotto una piccola parte delle sue 5.600 testate nucleari, cominciando da quelle tattiche, “di teatro”, con un raggio d’azione limitato, che devasterebbero i campi di battaglia dell’Europa centrale, a cominciare da Polonia e Germania.
Il blitz di Kiev
“L’attacco ucraino a una nave iraniana potrebbe avvicinare ulteriormente le due guerre”, titola il New York Times, dedicando all’evento un report che ne sottolinea la portata strategica. Innanzitutto, il fatto che l’attacco sia avvenuto nel Caspio, cioè in una regione abbastanza lontana dai campi di battaglia. È stata, secondo il Times, la dimostrazione di come sia cambiata la filosofia operativa delle forze armate ucraine, che adesso progettano quotidianamente assalti in profondità nel territorio russo. Ma, naturalmente, la riflessione più importante va riservata alla scelta del bersaglio. Colpire apertamente una nave commerciale di un Paese non belligerante, tra l’altro in una zona non sottoposta alle leggi di guerra, è stata da parte ucraina una scelta che potrebbe avere pesanti conseguenze “a cascata”. Prima di tutto, sottolinea il New York Times, “l’attacco ha messo in evidenza i legami tra le guerre che i due Paesi stanno combattendo, aumentando la tensione tra di loro e il rischio di uno scontro più diretto. L’Ucraina, dal canto suo, ha affermato che la nave trasportava equipaggiamento militare tra l’Iran e la Russia. Le autorità iraniane hanno invece dichiarato che si trattava di una nave mercantile e hanno accusato l’Ucraina di aver ucciso un marinaio durante l’attacco. Funzionari iraniani – prosegue il Times – hanno minacciato ritorsioni in una serie di dichiarazioni e commenti sui media. Il Ministro degli Esteri ucraino, ha replicato duramente, affermando che l’Iran ‘non ha alcun diritto di fingere di essere una vittima’ visto il suo sostegno militare alla Russia nella guerra contro l’Ucraina. Il Ministro degli Esteri iraniano, ha collegato direttamente l’attacco alla nave al conflitto in Medio Oriente, definendolo ‘una palese violazione della Carta delle Nazioni Unite’ e affermando che era stato ‘condotto su istigazione di Israele per trascinare l’Europa nella sua guerra’. Araghchi ha aggiunto di aver parlato sia con il massimo diplomatico dell’Unione Europea che con il Ministro degli Esteri russo, per chiarire che l’attacco non può rimanere senza risposta”.
L’intesa Mosca-Teheran
L’Iran ha sviluppato, già da molti anni, una tecnologia avanzata per la costruzione di droni d’attacco che hanno la caratteristica di essere letali e di potere essere prodotti a prezzi competitivi. Secondo gli esperti di difesa, hanno cominciato a rifornire gli arsenali russi già prima dell’invasione dell’Ucraina, aumentando successivamente la fornitura di vettori di tipo “Shahed”. I tecnici della teocrazia sciita, inoltre, sono stati in grado di produrre ed esportare in Russia missili balistici a corto e medio raggio, largamente usati dalle truppe di Putin nelle prime fasi del conflitto. Inoltre, più volte, il governo di Kiev ha accusato il regime degli ayatollah di avere spedito nelle retrovie del fronte ucraino diversi specialisti, istruttori per il lancio di missili e droni. Le accuse sono state respinte da Teheran. “L’uso diffuso dei droni – afferma il Times – in particolare quelli relativamente economici forniti dall’Iran, ha trasformato la guerra in Ucraina e, più in generale, ha cambiato il modo in cui i pianificatori militari valutano le esigenze degli eserciti moderni. Ha costretto l’Ucraina a sviluppare tecnologie antidrone che, secondo gli analisti, ora rivaleggiano con i sistemi di difesa aerea convenzionali”.
Ucraina superpotenza europea
Si fa di necessità virtù. Un principio che calza a pennello per le forze armate di Kiev che, da un lato sono sottoposte a una pressione formidabile da parte della Russia, ma dall’altro godono della solidarietà (concreta) di tutto l’Occidente. Da questo ossimoro bellico nasce quello che oggi, probabilmente, è l’esercito più forte d’Europa. Esperienza, spirito di adattamento, amor patrio e, soprattutto, soldi. Tanti soldi, una montagna di risorse destinate ad acquistare le armi tecnologicamente più avanzate. Comprate, ovviamente, dall’Occidente. Che le testa, le mette in vetrina e poi le vende al resto del pianeta. Ma a Kiev sono maestri di emulazione. “Quattro anni dopo che la Russia ha scatenato quei droni iraniani contro l’Ucraina – scrive il New York Times – Kiev ha ora portato in Medio Oriente la sua esperienza, faticosamente acquisita, nel contrastarli. Dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato la loro guerra contro l’Iran alla fine di febbraio, l’esercito iraniano ha lanciato ondate di droni contro obiettivi militari statunitensi nei Paesi del Golfo. L’Ucraina ha visto in questo un’opportunità per mostrare ed esportare i suoi sistemi anti-drone a basso costo. A marzo, il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che oltre 200 esperti militari ucraini erano stati inviati in Medio Oriente, per aiutare a difendere gli alleati dai droni iraniani. ‘Non vogliamo che questo terrorismo del regime iraniano contro i suoi vicini abbia successo’, ha affermato durante un discorso al Parlamento britannico. L’Ucraina ha inoltre siglato accordi di difesa, con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, incentrati sul contrasto alle minacce missilistiche e dei droni iraniani”.
“Sabato – conclude il Times – Zelensky ha affermato che i Servizi segreti ucraini hanno raccolto prove del fatto che la Russia sta fornendo all’Iran sorveglianza satellitare degli Stati del Golfo e delle basi militari statunitensi nella regione, aiutando Teheran a pianificare ed eseguire attacchi. Ha aggiunto che l’Ucraina condividerà queste informazioni con i suoi alleati occidentali”. Bene. Il gioco è scoperto e pure pericoloso. Non vorremmo che, mettendosi contro l’Iran, Zelensky avesse sbagliato tutti i suoi calcoli.
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29/07/2026
Anche il Ciad si ritira dalla Corte penale internazionale
I motivi del ritiro dalla Cpi
Come riporta Agenzia Nova, in una nota scritta dal portavoce del ministero degli Affari esteri, dell’integrazione africana e dei ciadiani all’estero, Ibrahim Adam Mahamat, a capo della decisione c’è la denuncia di un sistema di giustizia internazionale caratterizzato da “selettività” a danno degli Stati africani.
Il governo ciadiano comunica che la decisione è il risultato di una “revisione approfondita” delle attività della Cpi sin dalla sua istituzione nel 2002. Da N’Djamena si afferma che l’operato della Corte è rimasto al di sotto delle aspettative che ne avevano determinato la creazione, evidenziando una “innegabile selettività che è stata elevata a principio”.
In pratica, il ben noto “doppio standard” che esenta sistematicamente le potenze occidentali da qualsiasi accusa e si limita a sanzionare solo i crimini di guerra commessi in e da paesi “minori”. Quando poi agisce contro un membro dell’imperialismo (vedi i mandati di cattura per Netanyahu e Gallant) è la Corte stessa a venir attaccata con mezzi di guerra...
In Sahel non convince l’imparzialità della Cpi
Solo nel giugno del 2026 erano stati i tre Paesi della Confederazione degli Stati del Sahel (Aes) – Burkina Faso, Mali e Niger – ad aver notificato ufficialmente il loro ritiro dalla Cpi, facendo seguito all’intenzione di abbandono annunciata nel settembre 2025.
Come per N’Djamena, per la Confederazione il sistema giudiziario internazionale non opera in maniera imparziale, facendo crescere la richiesta di uno sviluppo di meccanismi giudiziari direttamente africani in grado di affrontare tutti i problemi di natura criminale che si trova ad affrontare il continente.
L’invito al resto dei Paesi africani
Il governo ciadiano, pertanto, invita l’Unione Africana ad accelerare la nascita di istituzioni dell’Africa per l’Africa, al fine di costruire “una giustizia continentale più equa, più equilibrata, più credibile e più efficace che rispetti le sovranità nazionali”.
Una richiesta di maggiore autonomia e sovranità nelle scelte che riguardano i popoli africani che appare sicuramente forte e si inserisce – con la dovuta cautela – nelle dinamiche di riconfigurazione dei rapporti di forza in corso in tutto il mondo.
Un Paese ancora in bilico, nel cuore dell’Africa
Il Ciad è stato a lungo un alleato della Francia e degli Stati Uniti, con un ruolo nei tentativi di perimetrare l’azione e limitare l’allargamento nella regione di Boko Haram, organizzazione jihadista diffusa nel nord della Nigeria che si è macchiata di efferati crimini nell’aerea.
Il colpo di Stato del 2021 che ha portato prima al governo militare e poi alla vittoria nelle elezioni (dopo il silenziamento dell’opposizione) da parte del generale Mahamat Idriss Déby Itno (Midi), figlio di Idriss Déby, presidente del Paese dal 1991 fino al suo assassinio nel 2021, ha solo parzialmente cambiato lo scenario.
Il Paese è stretto tra la crisi umanitaria scatenata dalla guerra civile e il genocidio in corso in Sudan, sul fianco orientale; l’ormai quindicennale distruzione dello Stato libico, a nord; la riconfigurazione diplomatica in atto da parte dell’Aes, sul fronte occidentale; l’instabilità della Repubblica Centrafricana, dove gli eredi del Gruppo Wagner, l’“Africa Corps” alle dirette dipendenze del ministero della difesa russo, assicurano la sicurezza del regime di Touadéra.
Il Ciad si avvicina al fronte antioccidentale?
Seguendo l’esempio portato dal Senegal del presidente Faye, nel novembre del 2024 Midi ha posto fine agli accordi militari con la Francia, cavalcando la retorica antimperialista già centrale nella postura internazionale dei paesi della Confederazione dell’Aes.
Non è passata inoltre inosservata la visita che il ministro degli Esteri del Ciad, Sabre Fadoul, ha effettuato a Mosca due settimane fa, accolto dall’omologo russo Sergey Lavrov, anche se nei media nostrani non si trovano praticamente riscontri.
Nell’“incubo geopolitico” che prende forma nel cuore del continente africano, anche il Ciad, seppur ancora molto dipendente dai flussi di finanziamento occidentali e del proxy emiratino, sembra oscillare tra il “vecchio mondo” che muove guerra a chiunque metta in discussione la sua declinante egemonia e le ipotesi di cambiamento prospettate, ma ovviamente in attesa del giudizio insindacabile che ne darà la Storia, dai nuovi attori globali e regionali.
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Trump pensa all’intervento in Mali, un altro colpo all’influenza della Ue?
Fonte
27/07/2026
Trump pensa all’intervento in Mali, un altro colpo all’influenza della Ue?
Fonti locali riferiscono che il pretesto sarebbe colpire un gruppo affiliato ad al Qaida e noto come Jnim (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), radicato nel nord del Paese.
La situazione in Mali
Nel nord del Mali imperversano la guerriglia separatista e gli attacchi di matrice jihadista, i quali hanno trasformato il Paese, e i vicini come il Niger, in una delle aree con la maggior concentrazione di attacchi terroristici al mondo.
Nel 2025 i miliziani regionali di al-Qaida avevano paralizzato il Paese con un blocco del carburante, mentre nella scorsa primavera avevano coordinato una serie di attacchi su scala nazionale, arrivando a combattere anche nelle strade della capitale Bamako e a uccidere il ministro della Difesa Camara in un attentato suicida nel nord.
L’idea dell’amministrazione Trump
Il Washington Post riferisce che tra i maggiori sostenitori negli Usa dell’intervento militare c’è Sebastian Gorka, senior director per l’antiterrorismo del Consiglio per la Sicurezza nazionale.
L’intervento statunitense farebbe del Mali l’ottavo Paese contro cui Trump ha ordinato attacchi, dopo Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela.
Se il funzionario citato dal Post attribuisce la responsabilità dell’instabilità regionale soprattutto ai partner russi – “Mosca si è dimostrata un partner della sicurezza inefficace per il Mali, ci auguriamo che gli altri paesi africani ne prendano atto” –, l’obiettivo di fondo Usa dell’opzione maliana potrebbe essere di nuovo l’Unione Europea.
Russia e Usa attivi in Mali...
Dal 2025 gli Stati Uniti hanno intensificato la condivisione di informazioni di intelligence con il governo maliano nell’ambito di un’iniziativa dell’Amministrazione per aumentare l’influenza nel Paese, da quattro anni passato “armi e bagagli” sotto la diretta influenza di Mosca, soprattutto in ambito militare, dopo la cacciata della Francia.
Una cooperazione ancora limitata, quella Usa-Mali, lontana per esempio dalla partnership di sicurezza con la Nigeria, sfociata lo scorso anno in attacchi aerei e una missione terrestre statunitense che ha portato all’uccisione di uno dei massimi leader dell’Isis in Africa.
Il tutto mentre gli Africa Corps, il gruppo di contractors ex Wagner confluiti sotto il ministero della Difesa russo dopo l’eliminazione del leader Prigožin, collabora spalla a spalla con l’esercito di Bamako per riguadagnare al fondamentalismo islamico il territorio perso nel nord del Mali.
...mentre l’UE si allontana
Dall’altra parte, il solco tra il Mali ed Europa si fa sempre più profondo.
Come riporta Nigrizia, l’Ue ha convocato a Bruxelles l’ambasciatore del Burkina Faso per protestare contro l’espulsione di due diplomatici della delegazione europea a Ouagadougou.
L’episodio si inserisce in un lungo deterioramento delle relazioni che ha allontanato la giunta militare del capitano Ibrahim Traoré dai suoi ormai ex interlocutori occidentali.
Già il 26 giugno il Burkina Faso aveva annunciato l’interruzione delle relazioni diplomatiche con la Francia, accusata di ingerenza negli affari interni e di un atteggiamento ostile nei confronti del governo.
Pochi giorni prima, il 18 giugno, il Parlamento europeo aveva approvato una risoluzione a larghissima maggioranza che denunciava il peggioramento della situazione dei diritti umani in Mali, il tutto condito dalla solita preoccupazione europea per la crescente influenza russa nel Paese.
L’importanza del Sahel per gli interessi UE
Non è un mistero che Bruxelles consideri la regione strategica per i propri interessi. Da tale prospettiva, il Sahel è un territorio cruciale per la gestione dei flussi migratori che che arrivano dall’Africa occidentale – prima di tentare di attraversare il deserto e sfuggire ai lager italiani in Libia.
Ma l’intera regione è ricca anche di materie prime cruciali nella produzione odierna, come il petrolio in Nigeria o l’uranio in Niger.
Forza lavoro giovane, oro nero o alternativa nucleare per il fabbisogno energetico, una estrema quanto efficace sintesi di tutto quello che manca disperatamente al continente europeo per poter pensare di competere nell’arena internazionale.
Il bersaglio è di nuovo l’UE?
L’ingresso yankee nella gestione di questi interessi potrebbe essere l’ennesima pistola puntata dall’amministrazione Trump alla tempia dell’Unione Europea e degli Stati che ne fanno parte.
L’indicazione del nemico nei jihadisti di Jnim, rei inoltre di rapito il missionario statunitense Kevin Rideout, non sembra infatti mettere Usa e Russia su un terreno di diretta ostilità, al netto della “normale” competizione per l’influenza nell’area che emerge dalle parole di Gorka riportate in apertura.
Vale “appena” la pena di ricordare come il sostegno della junta golpista di Kiev ai gruppi armati separatisti dell’area sia aumento, e ben documentato, significativamente negli ultimi mesi.
In sintesi, una sorta di “incubo geopolitico” potrebbe prendere forma nell’area, dove ucraini e gruppi jihadistai combatterebbero per rovesciare una alleanza militare anticoloniale, invisa all’Unione Europea, ma sostenuta a vario titolo dagli Stati Uniti e dalla Federazione russa.
Sembra proprio che la “guerra mondiale a pezzi” scatenata dal golpe del Maidan continui ad allargare le faglie dello scontro...
Fonte
26/07/2026
La Russia, fuori dalla propaganda guerrafondaia
L’enciclopedico volume di Richard Sakwa, professore alla Kent University – Russian Politics and Society, edito da Routledge – non è solo un lavoro monumentale sulla Russia del periodo 1990-2020, ma uno strumento di conoscenza fondamentale per orientarsi nelle tenebre della barbarie intellettuale e bellicista del nostro tempo. Per “provare a capire”, ciò che esagitati e servi di regime vogliono impedire che succeda.
Attraverso una masse di dati sconfinata e declinata in ogni ambito della vita politica, economica, sociale, culturale e istituzionale del paese Sakwa, il massimo russista inglese contemporaneo, ci restituisce una immagine reale (e realista) della Russia di oggi.
Nessuna remora nella individuazione e nella critica dell’autoritarismo del sistema russo, ma nessuna concessione alla demenziale rappresentazione della Russia odierna come di una dittatura. Roba buona per Topolino, e quindi per i media mainstream di oggi, e per la pseudopolitica che attraversa gran parte degli schieramenti di “destra” e di “sinistra”.
Sakwa vola alto, come il suo connazionale Short nella sua straordinaria biografia di Putin: la critica è autonoma, di merito, fondata su una articolazione di pensiero seria.
Come altri autorevolissimi storici (Roy Medvedev) e studiosi (Emmanuel Todd) Sakwa definisce il sistema politico russo un ibrido tra democrazia e autoritarismo. Nello specifico la sua tesi è che convivono un assetto costituzionale che contiene elementi tipici della democrazia (costituzione, elezioni, articolazioni del potere ecc.) con un regime amministrativo/gestionale che limita e filtra la possibilità di modificare gli assetti di governo, e tende all’autoritarismo.
Se la democrazia è – anzi era – caratterizzata (visto che da noi è stata superata a favore di un sistema oligarchico/plutocratico liberale) da regole certe per esiti incerti, il sistema russo ha regole mutevoli per garantire risultati certi.
La trattazione è straordinariamente dettagliata: passa in rassegna – con dati e sintesi inappuntabili – la struttura delle istituzioni, i risultati elettorali, il ruolo dei partiti, il rapporto tra i poteri dello stato. Il sistema nasce da subito come una “phoney democracy” (gli anni fino al 1993).
La presidenza prevale nettamente sul parlamento. L'amministrazione presidenziale marginalizza il governo, relegato al massimo a un ruolo di gestione economica. Il bombardamento del parlamento da parte di Eltsin (1993) e la manomissione delle elezioni presidenziali per la sua rielezione (1996) sono la conferma di una transizione non democratica al capitalismo, l’autoritarismo è una componente caratteristica del sistema da molto prima dell’avvento di Putin al governo.
Nulla di strano, per chi sa che cosa è il capitalismo. Qua forse il nodo più convincente di Sakwa: le modalità – oligarchiche, corrotte, di saccheggio – con cui il capitalismo si afferma in Russia escludono la democrazia, non a caso le “riforme” economiche sono in gran parte frutto di decreti presidenziali, e non di leggi votate in parlamento.
La corruzione di sistema (la “metacorruzione”, come la chiama Sakwa) prevale enormemente sulla dimensione venale della corruzione (le classiche “dazioni”): è un elemento costitutivo del rapporto tra stato e capitale e della subordinazione dello stato al capitale (non solo le privatizzazioni senza regole, ma lo scandalo loans for share degli anni Novanta con cui le banche degli oligarchi finanziano lo Stato disperatamente in cerca di fondi, che in cambio cede loro a bassissimo prezzo quote delle sue aziende).
Una evoluzione democratica è possibile? Si, parallelamente alla crescita di un ceto colto e aperto alla conoscenza del mondo, ma è nella società russa che si devono determinare le condizioni culturali per quella evoluzione, non altrove.
Sakwa è troppo colto per non sapere che la democrazia è un’organizzazione della società e della politica che ha implicazioni culturali e identitarie, oltre che di potere sociale, che non possono esser prodotte dall’esterno (cioè da noi...).
La disgregazione sociale provocata da queste politiche è terrificante: rispetto agli anni Ottanta il numero dei decessi aumenta di circa 600.000 ogni anno nei Novanta. Una vera ecatombe che supera quella delle purghe staliniane del '37-'38 quando si stimano 700.000 morti per le repressioni.
Qui sono quasi altrettanti, MA OGNI anno negli anni Novanta, complesivamente quindi molti di più: l’aspettativa di vita precipita da circa 65 a meno di 58 anni.
Se negli anni della costruzione del socialismo la tragedia procedeva insieme all’entusiasmo per una nuova impresa, dopo il crollo dell’Urss erano la disillusione e l’atomizzazione anomica (l’esplosione degli omicidi, la disgregazione della famiglia – oltre la metà dei matrimoni finiscono in divorzi –, l’omicidio delle donne – 14.000 all’anno negli anni Novanta, come i caduti sovietici in tutta la guerra afgana –, le violenze nelle forze armate) a caratterizzare la distruzione sociale.
È Putin, con il suo gruppo dirigente, che ricostruisce uno stato sull’orlo della disgregazione e una società devastata. Un conservatore moderato che mostra attenzione alla coesione sociale. Un pragmatico che manovra in modo spregiudicato riposizionando il sistema e mettendo al centro, sempre, il primato dello Stato e il rispetto del ruolo internazionale del paese.
Quanta distanza dalla tonitruante sequela di cazzate dette sul suo conto, dal “fascista” dei mentecatti de sinistra, al “comunista” dei mentecatti de destra (e de sinistra).
La Federazione russa a fine anni Novanta rischia di cessare di esistere come Stato. Oltre un milione di uomini fanno parte di milizie private (dopo che un milione e mezzo di militari rientrano dall’est Europa), le repubbliche autonome e le regioni che fanno parte della Federazione hanno stipulato 300 trattati con paesi esteri, circa 2.000 leggi regionali saranno riconosciute non coerenti con la Costituzione e cancellate, esistono oltre 40 trattati tra regioni e repubbliche e potere federale (dentro la logica clientelare di Eltsin), un milione di persone sono in prigione.
Putin ricostruisce lo Stato e il primato dello Stato sugli oligarchi, restituendo alla politica la sua autonomia e allo Stato la sua sovranità. Nessuno statista di questo secolo ha raggiunto i suoi risultati.
Questo ovviamente accade in un sistema che CONTINUA a non essere democratico, e che pero non può essere definito come una dittatura: in Russia nel 2018 esistono 235.000 ONG (lo 0,35% riconosciute come agenti stranieri), alla fine del primo decennio del secolo erano attive 23.000 organizzazioni religiose (quasi 4.000 islamiche)... esiste una società civile non abbastanza sviluppata, ma esiste.
Vengono uccisi i giornalisti: 28 tra il 2000 e il 2017, ma sono in proporzione molti meno dei 30 ammazzati tra il 1993 e il 1999 (quando nessuno sollevava il problema dalle nostre parti, perché? Datevi una risposta...).
I risultati sono straordinari. Il numero di detenuti si più che dimezza tra il 2000 e il 2020 (da un milione a 450mila circa... dittatura?), gli omicidi calano del 90% circa, l’aspettativa di vita risale a 73 anni (da 58), si mette ordine in ogni campo della vita politica economica e sociale.
Il sistema dei partiti resta asfittico ma viene finalmente regolato con requisiti certi di rappresentanza (opinabili, ovviamente, ma certi dopo la deregolamentazione senza costrutto degli anni Novanta). Le forze armate vengono riformate e modernizzate nella struttura e negli armamenti, mentre vengono presi finalmente provvedimenti contro la violenza sulle reclute (arrivate a un numero di mille decessi a inizio anni 2000).
In economia, dal consolidamento del sistema finanziario – con le banche che scendono da 1800 a circa 450 – a quello del sistema industriale, con le operazioni di sistema sul navale e l’aerospazio (UAC) dentro il riassetto del sistema hi-tech e della difesa (il colosso Rostec) e al rilancio di Rosatom.
Dalla ripresa di controllo dello Stato sulle fonti energetiche (redistribuendo in parte i profitti alla politica di coesione sociale) allo sviluppo dell’agricoltura che, dopo le sanzioni del 2014, arriva a essere esportatrice netta. Un risultato sempre fallito durante il periodo socialista.
Resta ovviamente un sistema lontano dal socialismo cinese, per la presenza di monopoli privati e per la influenza della classe capitalistica che li controlla, ma in cui lo Stato riprende alcune leve fondamentali di indirizzo e sviluppo e le usa per innescare un processo di ripresa economica tangibile, anche dal punto di vista del benessere sociale, ancorché troppo squilibrato nella distribuzione della ricchezza (resta residuale il ruolo del sindacato e della classe operaia organizzata).
Su questo Sakwa è meno convincente, indugiando su una critica che coglie alcuni limiti del sistema, ma li declina in una direzione piuttosto ideologica (“eccessiva presenza dello Stato nell’economia”).
Di rilievo anche la parte sulla politica estera, non solo rispetto al rapporto con l’Occidente e la Nato, che porterà alla tragedia Ucraina e alla escalation ancora in corso. La ricostruzione di Sakwa è rigorosa: i testi della dottrina strategica e militare russa vengono allineati per dimostrare il passaggio da un tentativo di collaborazione subordinata alla capacità di reggere l’urto con l’espansione della Nato.
Ma è presente e approfondito tutto il percorso di politica estera russa che porta ai Brics, alla Unione economica eurasiatica, alla SCO, alla convergenza strategica con la Cina per rivedere pesi e ruoli all’interno delle istituzioni internazionali, in coerenza con la transizione al mondo multipolare che i due grandi paesi dell’Eurasia promuovono e spingono.
Secondo Sakwa la Russia di Putin non è un paese imperialista ma fa politica di potenza, peraltro in continuità con la sua storia. Ma è prevalentemente una linea di politica che risponde a sollecitazioni esogene connesse alla incapacità di trovare un equilibrio di sicurezza comune dopo il 1990, con l’estensione della Nato a est e l’Uscita degli USA dati trattati sugli armamenti nucleari nel 2001 e nel 2017. Questi gli snodi decisivi della deriva di questi anni.
Il lavoro di Sakwa dice davvero tutto il fondamentale per capire un sistema ibrido, pieno di contraddizioni ritardi acquisizioni e recuperi, e che per questo non può esser ridotto alla caricatura che se ne fa. E che andrebbe evitata soprattutto se c’è il rischio di vederci arrivare in testa dei missili.
Una lettura obbligatoria.
Fonte
22/07/2026
Crepe sulle sanzioni alla Russia: esenzioni in UE, rischi per il dollaro e shock energetico globale
Negli Stati Uniti, riporta il New York Times, c’è più di una voce nell’amministrazione Trump che esprime dubbi su di un nuovo pacchetto di sanzioni presentato al Congresso contro la Russia. Il testo, proposto dal defunto senatore Lindsey Graham, prevede l’imposizione di dazi del 100% sui paesi che acquistano energia da Mosca, cosa che potrebbe minare in profondità varie relazioni commerciali.
Ma la preoccupazione ancora più grande arriva intorno agli effetti collaterali che ne potrebbero derivare: l’uso intensivo del dollaro come strumento di pressione geopolitica potrebbe spingere molti governi a ridurne l’utilizzo, minando il ruolo del “biglietto verde” come valuta principale nei pagamenti internazionali.
Il New York Times cita anche una nota analitica del National Bureau of Economic Research, secondo cui i paesi colpiti da restrizioni occidentali stanno mostrando una spiccata tendenza a passare allo yuan cinese, alle criptovalute e in generale a sistemi di pagamento alternativi. Come è già successo in precedenti occasioni, il pericolo è che il tentativo di sfruttare il dolalro quale sistema di pressione verso altri paesi, possa determinare un maggiore utilizzo della valuta cinese nelle transazioni commerciali globali.
Sul tema è intervenuto anche il ministro delle Finanze, Scott Bessent, sottolineando che il predominio globale del dollaro nel sistema dei pagamenti è di fondamentale importanza per gli Stati Uniti. Bessent ha avvertito che le sanzioni più efficaci sono quelle mirate e con scadenze precise, mentre quelle che non producono risultati per anni possono avere conseguenze a lungo termine del tutto imprevedibili.
Parallelamente, a Bruxelles il fronte della solidarietà europea con Kiev mostra evidenti segni di cedimento. Secondo quanto riportato dal Financial Times, non sono più i vari ungheresi, cechi o bulgari e basta a porre veti e critiche: il sostegno agli ennesimi provvedimenti contro la Russia è diminuito notevolmente, con richieste di esenzioni che sono arrivate da più parti in funzione di tutela delle filiere nazionali.
Durante i negoziati sull’ultimo pacchetto di sanzioni, stando al quotidiano britannico anche Grecia, Francia, Italia, Germania, Austria e Portogallo si sarebbero espresse a favore di specifiche deroghe. Fonti diplomatiche hanno confidato alla testata che dietro la retorica della fermezza e della solidarietà, le capitali europee cominciano a frenare le misure per paura degli effetti disastrosi che alcune di esse potrebbero avere sulle economie già in difficoltà del Vecchio Continente.
A complicare ulteriormente lo scenario internazionale si aggiunge la situazione sul mercato energetico, fortemente scosso dalla campagna militare di Kiev. Gli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie di petrolio russe hanno portato Mosca a vietare la maggior parte delle esportazioni di diesel.
Stando ai dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, dall’agosto 2025 sono stati colpiti almeno 100 impianti di raffinazione russi, con un’intensificazione delle operazioni negli ultimi mesi che ha coinvolto quasi tutte le principali strutture della Russia occidentale. Questa contrazione dell’offerta ha innescato un’impennata dei prezzi del carburante su scala globale.
Secondo un’analisi di JPMorgan, la carenza di carburante non si limita più al solo settore automobilistico, ma sta colpendo duramente anche l’agricoltura, i trasporti, la logistica e altri comparti strategici. Gli effetti si fanno sentire pesantemente anche negli Stati Uniti, dove i prezzi del diesel hanno superato la soglia dei 5 dollari al gallone, evidenziando come le ripercussioni della guerra sul campo stiano presentando un conto salatissimo ai mercati globali, e a Trump che deve fare i conti con le prossime elezioni di medio termine.
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04/07/2026
Ad Ankara si riunisce il vertice annuale della Nato
Ma a complicare il clima del vertice Nato ci sono prima state le contumelie di Trump contro gli alleati ritenuti “irrilevanti” durante l’aggressione all’Iran, poi è arrivata la gaffe del segretario della Nato, Mark Rutte, sui voli militari USA dall’Europa durante la guerra, nel servile tentativo di compiacere il padrino statunitense.
A complicare ulteriormente il quadro è anche la notizia, riportata dal New York Times, e confermata da varie fonti al Pentagono, di una prossima revisione della presenza militare americana in Europa. Si tratta della conferma di come Washington non esiti a usare la propria presenza militare in Europa come leva negoziale. E la cosa sembra funzionare, visto che i benefici del riarmo europeo stanno andando anche e soprattutto alle industrie militari statunitensi.
Ma al vertice Nato di Ankara gli europei si presenteranno sapendo che l’Alleanza atlantica non è più un dato acquisito. Tanto che sul piano dell’aumento delle spese militari si stanno allineando un po’ tutti i paesi europei.
Al vertice dello scorso anno all’Aia, i paesi membri dell’alleanza si erano impegnati a investire annualmente almeno il 5% del PIL nella difesa entro il 2035.
Il sito ufficiale della Nato comunica che nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno già aumentato la spesa per la difesa di oltre 90 miliardi di USD (ai prezzi del 2021, ovvero quasi 139 miliardi di USD in termini nominali) – un aumento di quasi il 20% rispetto al 2024.
Negli ultimi dieci anni, hanno costantemente aumentato le spese militari – dall’1,4% del PIL complessivo nel 2014 al 2,3% nel 2025, quando hanno investito complessivamente oltre 571 miliardi di USD (a prezzi del 2021) nella difesa.
La traiettoria e l’equilibrio della spesa secondo questo piano saranno rivisti nel 2029, alla luce del contesto strategico e degli attuali ‘Obiettivi di Capacità’.
Sul piano della guerra in Ucraina, i paesi membri della NATO stanno inviando armi, munizioni e molti tipi di equipaggiamento militare leggero e pesante a Kyev, inclusi sistemi anticarro e di difesa aerea, sistemi di artiglieria, munizioni, droni, carri armati e caccia.
La protezione assicurata dall’Articolo 5 della NATO e la sua promessa di difesa collettiva danno ai paesi membri che stanno riarmando l’Ucraina la garanzia di poter inviare armi in Ucraina senza compromettere la propria sicurezza. Inoltre, le forze della Nato stanno addestrando truppe ucraine all’uso di queste attrezzature.
Per garantire che il sostegno militare all’Ucraina continui, i paesi Nato, al vertice di Washington del 2024, hanno sottoscritto un Impegno di Assistenza Sicurezza a Lungo Termine per l’Ucraina. In base a questo impegno, gli Alleati hanno concordato di fornire un finanziamento minimo di 40 miliardi di euro nel 2024 e livelli sostenibili di assistenza alla sicurezza affinché l’Ucraina “prevalga sulla Russia”.
Ma i paesi della Nato hanno superato abbondantemente questo impegno già nel 2024 – fornendo oltre 50 miliardi di euro, quasi il 60% dei quali proveniva dagli Alleati europei e dal Canada.
Parallelamente al vertice Nato vero e proprio, il 7 luglio – sempre ad Ankara – si riunirà Il Forum dell’Industria della Difesa (NSDIF26), il principale evento di alto livello della NATO sulla produzione, gli investimenti e l’innovazione transatlantica nella difesa. Parte integrante del Vertice NATO 2026, il Forum riunirà alti funzionari NATO, alleati e partner, leader industriali per promuovere l’industria bellica, l’innovazione e per discutere le questioni più urgenti.
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Il sionismo si inserisce nelle contraddizioni dei Balcani occidentali
La storia contemporanea ci ha insegnato che non c’è stato “scontro internazionale” senza che una partita decisiva non sia stata giocata nei Balcani occidentali. L’attualità sembra confermare questo insegnamento.
Al centro della faccenda troviamo l’offensiva diplomatica di Israele, alla ricerca di un po’ di ossigeno nelle relazioni internazionali a seguito della manifestazione lampante, l’ennesima per la verità, del carattere coloniale e genocida del progetto della Grande Israele in Asia occidentale.
Il 27 giugno il sionismo ha portato a casa un’importante vittoria firmata Janez Janša, neoeletto primo ministro sloveno, che ha dichiarato al quotidiano israeliano Israel Hayom l’intenzione di voler trasferire l’Ambasciata slovena da Tel Aviv a Gerusalemme e di congelare il riconoscimento dello Stato di Palestina.
Come riportato da Jugocoord, Janša era accreditato di un forte sostegno dei servizi segreti israeliani durante la campagna elettorale. Un esempio sono i ripetuti viaggi effettuati nella scorsa primavera degli esperti della Black Cube, società ribattezzata il “Mossad del mondo degli affari”, per condurre una campagna contro l’ex primo ministro Robert Golob.
Golob aveva vietato l’esportazione di armi verso Israele, decisione già revocata dal nuovo esecutivo, e promuoveva nei fatti il rifiuto di collaborazione con lo Stato ebraico. La risposta del ministro israeliano per gli Affari della diaspora e la lotta contro l’antisemitismo Amichai Shikli non si è fatta attendere, definendo Janša “un vero amico di Israele”.
Pochi giorni prima, il 21 e il 22 giugno il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar avevano ricevuto a Gerusalemme Željka Cvijanović, membro serbo della presidenza tripartita della Bosnia-Erzegovina. L’incontro ha scatenato dure polemiche a Sarajevo, perché con la bandiera israeliana era presente solo quella della Republika Srpska e non quella della Bosnia-Erzegovina, violando di fatto il protocollo diplomatico.
Il ministro degli Esteri bosniaco Elmedin Konaković ha inviato una protesta formale a Israele per mancato rispetto della sovranità, dell’ordine costituzionale e dei simboli della Bosnia-Erzegovina. Anche qui, immediato il rilancio del ministro Sa’ar, che ha definito i serbi “veri amici di Israele”, a cui hanno fatto eco le parole forti di Milorad Dodik, ex presidente della Republika Srpska, che ha definito il suo Paese “l’Israele dei Balcani”.
Il tutto si inserisce in una escalation di tensioni e scelte dal profondo tenore strategico che stanno coinvolgendo la Serbia e i rissosi vicini. Negli ultimi mesi Belgrado ha annunciato una partnership strategica con lo Stato ebraico e l’avvio della produzione congiunta di droni da combattimento, mentre le esportazioni serbe di armi e armamenti verso Israele sono in aumento sensibile dall’ottobre del 2023.
Il sostegno al sionismo non ha tuttavia sopito le mire europee sulla Repubblica di Serbia, considerata ancora un importante proxy della Federazione Russa nell’area. Il ministro dell’Informazione e delle telecomunicazioni serbo Boris Bratina ha infatti rispedito al mittente le richieste della “demokratica” Unione Europea di chiudere i media russi nel Paese, considerandola un atto di censura “inaccettabile”.
Tornando in Bosnia, in questi giorni è esplosa la polemica sulle parole pronunciate in diretta tv dal capo dei musulmani bosniaci Bakir Izetbegovic, che ha dichiarato apertamente che Dodik è un problema che “deve essere risolto con la forza”. Vale la pena di ricordare che Bakir è il figlio di Alija Izetbegovic, il fondatore del gruppo “El Mujahid” in cui negli anni ‘90 confluirono islamisti radicali nell’ambito della guerra dichiarata dall’Occidente alla Federazione Jugoslava.
In definitiva, nelle crepe ancora sanguinanti dei Balcani occidentali gli attori regionali e globali tessono la loro tela nel tentativo di difendere i propri, per lo più sporchi, interessi economici e politici. L’offensiva sionista nell’area, secondo gli analisti di Middle East Eye, vorrebbe bilanciare l’influenza turca nella regione, portando la lunga coda delle guerre in Medio Oriente al di qua del Mar Egeo.
Le manovre serbe sembrano invece rispondere al suo isolamento causato da Usa e Ue, alle pulsioni belliche dell’asse croato-albanese-kosovaro e dalla lontananza fattuale della Russia, impegnata in Ucraina nel conflitto contro la Nato. Un insieme di spinte centrifughe e centripete che rendono la pentola a pressione balcanica, suo malgrado e ancora una volta, pienamente all’interno dello scontro politico, economico, diplomatico e militare in atto nello scacchiere internazionale.
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29/06/2026
Gli italiani e la guerra in Ucraina. Guerrafondai in minoranza
La campagna guerrafondaia tesa ad aumentare l’impegno militare italiano a sostegno dell’Ucraina ha guadagnato qualche punto di consenso ma resta ancora minoritaria nell’opinione pubblica. A rivelarlo è un sondaggio curato dall’Ispi (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).
Rispetto alle rilevazioni di dicembre 2025, il 34% degli intervistati sostiene ancora che Bruxelles e Washington dovrebbero convincere Kiev ad accettare un accordo di pace con Mosca, anche a costo di rinunciare a parte del proprio territorio. A questi va aggiunto il 15% che è addirittura a favore di una totale interruzione del sostegno italiano all’Ucraina.
A queste posizioni si contrappongono il 23% che dichiara che Kiev vada sostenuta fino in fondo, fino alla riconquista dei propri territori, si tratta di una percentuale ancora minoritaria ma in aumento visto a dicembre era il 15%.
Contestualmente, c’è il 51% degli intervistati che vorrebbe ripristinare le forniture di gas dalla Russia, sia dopo un eventuale cessate il fuoco (27%) che senza (25%).
Coloro che invece si oppongono al ripristino delle forniture del gas russo sono solo il 28%, divisi tra quelli che negano in qualsiasi caso questa opzione (11%) e quelli che lo subordinano al ritiro delle truppe russe dall’Ucraina (17%).
Raccoglie entusiasmi relativi anche l’opzione dell’adesione rapida dell’Ucraina all’Unione Europea. Il 41% è a favore dell’ingresso, anche se tre quarti sostengono che per l’Ucraina non si dovrebbero fare favoritismi e si dovrebbero invece rispettare le regole e le tempistiche previste anche per gli altri aspiranti paesi membri.
Il fronte del “no” incalza però da vicino con il 34% degli intervistati che sostengono come l’adesione dell’Ucraina all’UE rappresenterebbe un rischio per i paesi membri, nonché un costo economico significativo.
Insomma, per la banda Calenda & Picierno e di tutti i volenterosi guerrafondai italiani sono risultati pesanti.
Il sondaggio dell’Ispi riguarda anche altri temi dell’agenda internazionali, dai quali emerge che nella guerra tra Usa e Iran i vincitori sarebbero i primi per il 14% e il secondo per il 22%. La grande maggioranza – il 55% – ritiene invece che non ci siano stati né vinti né vincitori.
Interessante il dato per cui il 36% ritiene che Usa e Ue dovrebbero “ostacolare il governo israeliano” mentre solo il 6% pensa invece che questo andrebbe sostenuto.
Il sondaggio rileva come solo il 6% ritenga che gli Stati Uniti siano oggi il principale alleato dell’Italia e il 38% pensa che “dovremmo essere più autonomi”.
E infine c’è la Cina, ritenuta dagli intervistati come un partner economico e geopolitico per il 48% e il 45% rispettivamente, mentre è ritenuta una minaccia economica dal 28% e geopolitica dal 32%.
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28/06/2026
Il disastroso autoinganno della "Russia sull'orlo del collasso"
“La Russia è finita”, proclamava allegramente The Atlantic sulla copertina del numero di maggio 2001. Il titolo era sbagliato, ma si è rivelato davvero efficace. È stato ripreso per oltre due decenni da una miriade di esperti, accademici e scrittori, con regolarità. Nel frattempo, la Russia, rancorosa come sempre, non dà ascolto alle opinioni degli esperti e non sembra sul punto di crollare.
Al contrario, se qualcosa sta crollando oggi, è la capacità statunitense di comprendere la Russia, che non è mai stata granché fin dall’inizio. L’autoinganno della “Blob” della politica estera, unito all’anti-intellettualismo della seconda amministrazione Trump, alla cultura della cancellazione in tempo di guerra e accompagnato da fonti disoneste, ha creato un cocktail di pensiero di gruppo che presuppone che la Russia sia sull’orlo del collasso.
Questo cocktail è veleno per la politica di Washington nei confronti della Russia e dei russi. Ha già portato a sprechi di denaro pubblico, a una diplomazia fuorviante e persino ad attacchi alla libertà di parola sul suolo statunitense.
Le sanzioni non sono riuscite a ridurre in modo permanente “il rublo in macerie”, come l’allora presidente Biden si vantò prematuramente. La potenza combinata degli Stati Uniti e dei loro alleati non è riuscita a isolare la Russia al “collasso” dal resto del mondo.
Nel frattempo, le voci che potrebbero offrire una spiegazione più razionale della Russia all’opinione pubblica e ai politici vengono messe a tacere. Persino gli intellettuali russi più anti-Putin vengono ostracizzati nei forum americani, mentre gli esperti che cercano di sostenere una maggiore sfumatura nell’approccio americano alla Russia vengono etichettati come burattini del Cremlino dalla critica.
Alcune delle previsioni catastrofiste sulla “fine della Russia” sono motivate da vane illusioni. Non c’è dubbio che la Russia, impegnata in una guerra di aggressione sul suolo europeo dal 2014, venga facilmente dipinta come l’eterno nemico dell’Occidente.
Lo storico Yuri Slezkine ha addirittura sostenuto che l’Occidente si definisce ancora principalmente attraverso la paura e l’alterizzazione della Russia. Il Cremlino, inoltre, è fin troppo lieto di presentarsi come una minaccia per quello che i suoi propagandisti chiamano “l’Occidente in decadenza”.
Ma non c’è dubbio che questo ottimismo sia, nella migliore delle ipotesi, fuorviante. La Russia è ben lungi dall’essere sull’orlo del collasso. Gli articoli, i libri e i video-saggi che proclamano la fine della Russia spesso evidenziano difetti reali nella bizzarra struttura dell’economia russa, nella politica del Cremlino, nella corruzione dilagante e nell’inesorabile declino demografico.
Poi formulano vaghe previsioni su un ritorno al caos degli anni ’90, una disgregazione della Russia su base etnica, un collasso economico totale o una possibile rivolta popolare.
La tentazione di deridere la presunta capacità di prevedere il collasso della Russia è forte. Si potrebbero facilmente elencare tutte le ragioni oggettive per cui la Russia non crollerà presto. L’economia del paese si è dimostrata sorprendentemente resiliente, capace di resistere a sanzioni di proporzioni storiche. Mentre l’esercito russo è impantanato nel sangue e nel fango in Ucraina, ha ripetutamente dimostrato la capacità di adattarsi anziché collassare.
La diplomazia russa, tradizionalmente vista in Occidente come poco più che un insieme incoerente di grida, sta guadagnando terreno nel Sud del mondo, dove i media statali russi svolgono un ruolo importante e i programmi di scambio studentesco sono in pieno svolgimento.
In Russia, i civili conducono vite relativamente normali e probabilmente non pensano a insorgere con i forconi contro il Cremlino. Molti di loro si godono le nuove uscite di Hollywood, i caffè alla moda e le mostre. Sì, la vita continua, anche se le città russe vengono bombardate e l’economia sta rallentando.
Si crea un circolo vizioso: la Russia continua ad andare avanti e gli esperti continuano a sfornare profezie catastrofiche. Quando si produce propaganda, è allettante dipingere il nemico eletto come sull’orlo di un abisso, cui basterebbe una piccola spinta per precipitare e scomparire.
È ciò che il filosofo italiano Umberto Eco descrisse nel suo saggio “Ur-fascismo”, scrivendo che la propaganda presenta un nemico come “troppo forte e troppo debole allo stesso tempo”. Per il “blob” della politica estera, non c’è niente di meglio di un nemico perennemente debole-forte, in opposizione al quale il complesso militare-industriale e le sue associate fabbriche di contenuti possono giustificare per sempre la propria esistenza.
Come dicono ironicamente i russi, “Qualunque cosa cerchiamo di progettare, finiamo sempre per realizzare un fucile Kalashnikov”. Un problema simile affligge il campo degli studi sulla Russia negli Stati Uniti, permeato da interessi militari e di intelligence. A causa di una solida eredità della Guerra Fredda, i principali programmi e progetti di studi sulla Russia negli Stati Uniti sono collegati al Dipartimento della Difesa o addirittura finanziati da esso.
Una visione della Russia improntata alla sicurezza è destinata a produrre un’analisi distorta che ignora o fraintende la società russa. Ha già portato ad alcuni interventi alquanto discutibili durante l’amministrazione Biden. Si pensi al boom della “decolonizzazione” del 2022-2023, quando molte testate autorevoli, tra cui la già citata Atlantic, sostenevano che gli Stati Uniti dovessero intervenire all’estero per distruggere il mostro dell’imperialismo russo smembrando la Russia lungo le sue linee etniche.
Sarebbe stato facile, argomentavano i neo-attivisti anticolonialisti, perché la Russia era già sull’orlo del collasso.
I forum sulla decolonizzazione venivano ospitati su piattaforme come l’Hudson Institute; fondazioni e opinionisti spuntavano ovunque nel mercato delle idee. Molti erano ansiosi di sfruttare il solido sistema di sovvenzioni – come il defunto USAID – creato per promuovere il potere degli Stati Uniti nel mondo. A differenza dei movimenti anticoloniali degli anni ’70, i decolonisti erano entusiasti di collaborare con i servizi di sicurezza statunitensi, cercando apertamente finanziamenti e sostegno.
Il sostegno degli Stati Uniti, tuttavia, non ha portato a grandi risultati. La Russia non si è disgregata. Col senno di poi, probabilmente era strano aspettarsi risultati concreti da gruppi che cercavano di ottenere il sostegno occidentale promuovendo i separatisti manciuriani durante un evento a Kyoto; o a un evento a Washington che invocava la formazione di una Novgorod indipendente (attualmente una città situata nella Russia occidentale), con un’economia basata sul “commercio con la Lega Anseatica”, estinta dal 1669.
Qualsiasi antropologo o sociologo specializzato in Russia potrebbe probabilmente spiegare l’assurdità palese del tentativo di smembrare il Paese. Potrebbe far notare che i sostenitori della decolonizzazione godono di scarso o nullo sostegno all’interno della nazione e che i russi di etnia russa costituiscono la maggioranza nella maggior parte delle regioni considerate “a maggioranza etnica”, mentre le élite delle minoranze dipendono strettamente dal Cremlino.
Potrebbe citare, ad esempio, il ministro della Difesa russo, originario della regione turca della Tuva, dove la sua famiglia ha a lungo goduto di uno status privilegiato. E che molti appartenenti alle minoranze etniche russe traggono profitto dalla guerra del Cremlino. Ma chi vuole dare ascolto agli antropologi?
Il ritorno di Trump e il conseguente smantellamento dell’USAID, insieme ad altre istituzioni finanziatrici, non hanno migliorato la situazione. I finanziamenti potrebbero essersi interrotti per iniziative palesemente bizzarre, ma si sono interrotti anche per studi rigorosi, a causa dell’evidente inclinazione anti-intellettuale della nuova amministrazione.
Nell’era di una competizione geopolitica senza precedenti, sarebbe sensato per Washington investire in seri dipartimenti di studi sulla Russia presso think tank e università. Eppure, la competenza americana sulla Russia è ormai in declino, poiché molti di questi dipartimenti stanno chiudendo o subendo tagli ai finanziamenti, mentre i think tank sono afflitti da problemi finanziari.
Alcuni dei principali centri di ricerca sulla Russia, come il Wilson Center, sono stati chiusi dal DOGE (Defense of Government Equality). In particolare, l’amministrazione ha tagliato i finanziamenti del FLAS (Fair Labor Studies and Assessment), spingendo persino le prestigiose università della Ivy League a ridimensionare la loro ricerca sulla Russia.
Anche la Russia stessa si è progressivamente isolata dai ricercatori occidentali, una tendenza iniziata nel 2014 e peggiorata ulteriormente nel 2022. Le istituzioni di entrambi i Paesi hanno interrotto i contatti: le istituzioni russe hanno appoggiato l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin (volontariamente o meno), cosa che le istituzioni occidentali non potevano tollerare.
Ciò ha portato allo status quo in cui molti studiosi russi occidentali sono stati di fatto (e spesso ufficialmente) banditi dal paese che studiano. La Russia ha persino bandito l’Association for Slavic, East European, and Eurasian Studies, la principale conferenza statunitense per questo tipo di ricerca.
Oggigiorno pochissimi esperti americani possono viaggiare in Russia in sicurezza. Mosca scoraggia i funzionari e gli esperti russi dal parlare con gli americani. A meno che, ovviamente, questi americani non siano influencer dell’alt-right come Candace Owens o Andrew Tate.
Le istituzioni americane, come l’Università di Yale o persino il Wild Salmon Studies Center (sì, avete capito bene), sono state designate come “indesiderabili”. Ciò significa che qualsiasi interazione con esse potrebbe comportare un procedimento penale. Mosca sta attivamente costruendo una cortina di ferro della conoscenza.
Ciò non significa che il clima politico occidentale sia favorevole a un dibattito libero e aperto. Chi sostiene la necessità di studiare la Russia più a fondo rischia di essere etichettato come portavoce del Cremlino per non aver assunto una posizione sufficientemente intransigente.
Nel frattempo, gli accademici russi in esilio che riescono a raggiungere l’Occidente vengono spesso emarginati e discriminati non tanto per le loro posizioni politiche, quanto per il semplice fatto di essere russi.
Questa forma di “cancel culture” in tempo di guerra è ovviamente più diffusa nell’UE, e soprattutto negli Stati baltici. Si pensi all’Estonia, che ha espulso senza motivo un rispettato storico russo-australiano, a quanto pare per aver tenuto una conferenza in lingua russa sulla Corea del Nord.
L’idea di respingere automaticamente anche i russi più pacifisti riemerge occasionalmente anche negli Stati Uniti, come al PEN America del 2023, dove un panel di scrittori russi in esilio è stato cancellato per timore di un boicottaggio ucraino, spingendo il giornalista americano M. Gessen a dimettersi dal consiglio di amministrazione del PEN per protesta.
Di conseguenza, gli studiosi di Russia che l’opinione pubblica e i politici americani potrebbero ancora ascoltare non solo sono sottofinanziati, ma si sentono anche politicamente limitati da un pensiero di gruppo che esclude chiunque sia russo, o persino chiunque abbia una posizione sfumata sulla Russia.
Le fonti “politicamente corrette” di conoscenza sulla Russia si riducono quindi a un gruppo sempre più ristretto di esuli intransigenti o, ancor più, di europei dell’Est fortemente intransigenti, disposti a seguire alla lettera la linea del partito e ad abbracciare posizioni massimaliste sulla Russia, mescolate alla speranza di un suo imminente collasso.
Gli esperti dell’Europa orientale, come gli ucraini o i baltici, spesso affermano di possedere una competenza unica sulla Russia, dovuta al fatto di essere stati per molti anni vittime dell’imperialismo del Cremlino. Non nascondono il loro desiderio, forse comprensibile, di vedere la Russia crollare.
L’approccio agli studi russi, oggi diffuso nell’Europa orientale, mira a “decentrare” la prospettiva russa, e un ritornello ricorrente è che per comprendere la Russia bisogna ascoltare non i russi, ma gli ucraini o altre vittime del regime russo. Quanto questo approccio sia analiticamente valido è discutibile: dopotutto, non ci aspettiamo che i vietnamiti o gli iraniani abbiano una profonda conoscenza degli affari interni americani.
I russi che a volte vengono ascoltati in questo contesto sono una particolare tipologia di esuli. Questi esperti, che potrebbero godere dell’attenzione dei politici occidentali, sono spesso attivisti apertamente anti-Cremlino. Non c’è da stupirsi, visto che hanno assistito al trascinamento del loro paese nell’autoritarismo da parte di Putin e dalla sua cerchia.
Ma le loro carriere, in molti casi, dipendono di fatto dal crollo del putinismo – e forse con esso della Russia – entro la loro vita. Sanno di avere poco o nessun sostegno all’interno della Russia. Come ha affermato il politico in esilio Ilya Ponomarev, possono tornare in Russia solo “con le baionette”, intendendo un intervento militare occidentale. Poiché le baionette non arriveranno presto, non resta molto all’opposizione russa in esilio, sottofinanziata, divisa e demoralizzata, se non la speranza, che, come dicono i russi, “è l’ultima a morire”.
Questa speranza porta ad affermazioni sull’inevitabile crollo del regime di Putin. In realtà, naturalmente, i piani degli esuli per porre fine al regime di Putin si limitano a cercare un’occasione favorevole. L’analisi razionale è viziata da obiettivi politici.
Gli Stati Uniti sono quindi scoraggiati dall’apprendere qualcosa sulla Russia, mentre gli intellettuali russi sono scoraggiati dall’aiutare gli Stati Uniti a conoscere meglio la Russia. Ciò crea un terreno fertile per speculazioni infondate e vane speranze di un imminente collasso.
Infine, la proliferazione di previsioni sul collasso della Russia è emblematica di una vulnerabilità fondamentale del panorama intellettuale occidentale: una generale incapacità e riluttanza a concepire un modello alternativo sostenibile alla democrazia liberale capitalista, quello che il filosofo britannico Mark Fisher ha definito realismo capitalista.
Ciò non significa che la Russia di Putin sia in qualche modo anticapitalista o addirittura filosoficamente antitetica all’Occidente. La guerra russa è ora guidata principalmente da meccanismi ipercapitalisti di enormi indennizzi e cancellazione del debito per i soldati al fronte, integrati da un’economia che premia gli investimenti nel complesso militare-industriale in continua espansione.
Gli intellettuali russi contemporanei, persino quelli filo-Cremlino come Alexander Dugin, si considerano in definitiva parte di una tradizione intellettuale europea.
Come se non bastasse, sebbene gli Stati Uniti mantengano l’economia più grande del pianeta, l’americano medio non la percepisce affatto in questo modo. Tra infrastrutture fatiscenti, prezzi alle stelle e un clima di ansia generalizzata, è facile per gli americani lasciarsi ipnotizzare dalla scintillante facciata che Mosca può offrire. Personaggi influenti del movimento MAGA come Tucker Carlson o Candace Owens sono ben disposti a cascarci quando visitano ossequiosamente supermercati o chiese in Russia.
Vista da Washington, la stessa esistenza della Russia al di fuori di un ordine mondiale liberale guidato dagli Stati Uniti equivale a una resistenza a tale ordine. Per coloro che ancora credono di vivere alla fine della storia, la continua esistenza di Mosca è un anatema perché minaccia il nucleo stesso della loro visione del mondo.
E se la Russia riesce non solo a esistere, ma anche a presentare un’immagine fiorente rispetto agli Stati Uniti o al più ampio Occidente, questo rappresenta un’offesa gravissima.
Accettare che la Russia possa esistere e persino, occasionalmente, riuscire a competere con l’Occidente in modo più incisivo rispetto alle sue potenzialità, sia attraverso operazioni segrete in Africa che con interferenze politiche in Europa, significa confrontarsi con l’idea che il modello liberaldemocratico non sia l’unica conclusione logica per ogni regime al mondo.
E, nell’ipotesi che questo scenario non si verifichi, gli Stati Uniti si ritrovano con un gruppo di esperti e politici russi che si abbandonano all’illusione di un collasso spontaneo della Russia, che non comprendono e, in primo luogo, non vogliono comprendere.
Come dicono i russi, “si dividono la pelle di un orso non catturato”. Che lo facciano per mancanza di immaginazione o curiosità, o spinti da secondi fini, il risultato è lo stesso: politiche sbagliate e declino intellettuale.
Fonte
24/06/2026
“La nostra guerra contro la Russia”. L’ammissione nell’anniversario dell’Operazione Barbarossa
Nel suo ultimo numero, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), la rivista “Der Spiegel” si propone di informare i lettori sui crimini commessi dai tedeschi nell’Europa orientale durante la Seconda Guerra Mondiale. Purtroppo, si rammarica il quotidiano conservatore, il titolo della rivista “si rivela una manna dal cielo per la propaganda russa”.
Il titolo incriminato dice infatti “La nostra guerra contro la Russia” e pare aver buon gioco la FAZ a constatare come, nel 1941, la Germania nazista non avesse intrapreso una guerra contro la “Russia”, bensì contro l’URSS, così che equiparare la Russia all’Unione Sovietica “distorce la realtà storica”.
Ma, soprattutto, e qui sta il “peccato mortale” commesso da Der Spiegel, ai fini della narrazione europeista, quel titolo rischia di compromettere “la percezione dell’attuale guerra che il Cremlino sta conducendo contro l’Ucraina da dodici anni”. Scrivere di una “nostra guerra contro la Russia” significa quasi ammettere che la “nostra Europa” è oggi in guerra contro la Russia.
Perché, sia chiaro: le coordinate esatte dettate dalle cancellerie europee e a cui devono attenersi le sacrestie editoriali sono, da una parte, che c’è un “aggredito” e un “aggressore” e, dall’altra, per spiegare ai lettori la ragione per cui si è passati dal parlare di “attacco improvviso e immotivato” del secondo nel 2022, a un conflitto che va avanti dal 2014, si deve dire non che i golpisti che presero il potere a Kiev nel febbraio di dodici anni fa scatenarono un’aggressione con carri armati e bombardieri contro la propria popolazione del Donbass, ma che invece furono “i russi” a muovere guerra all’Ucraina nel 2014.
È per questo che oggi l’intera Europa “democratica e libera” è dalla parte di Kiev e “lavora per la pace”, anche se, per diretta ammissione della ex cancelliera tedesca Angela Merkel e dell’ex presidente francese Francois Hollande, “mediatori” ai due colloqui di Minsk del 2014 e 2015, il loro obiettivo non era altro che quello di guadagnare tempo per consentire all’esercito di Kiev di riarmarsi dopo le batoste di Ilovajsk e Debaltsevo inflittegli dalle milizie di DNR e LNR.
D’altronde, il ruolo di “mediatore”, l’Europa lo ha volontariamente perso nel momento in cui ha convalidato il colpo di stato violento del 2013-2014 e, del resto, come ha detto proprio in questi giorni il “consigliori” golpista Mikhail Podoljak intervistato dal Corriere della Sera, l’Europa “non può essere un mediatore neutrale: la guerra si combatte contro un Paese europeo, sul continente europeo, e pone una sfida diretta alla sicurezza dell’Europa”.
Da questo punto di vista, dunque, il titolo di Der Spiegel può davvero considerarsi un’aperta ammissione, per quanto quasi certamente involontaria e casuale, della guerra che l’Europa delle cancellerie liberali, schierate a difesa degli interessi del capitale finanziario e del complesso militare-industriale, sta conducendo contro la Russia e di cui Moskva è da tempo più che consapevole, tanto che ormai apertamente editorialisti e alti esponenti politici ammettono che l’Operazione militare speciale in Ucraina è finita e al suo posto è in corso una guerra voluta e condotta dalla UE e dalla NATO contro la Russia.
Il politologo e direttore del portale “La Russia nella politica globale”, Fëdor Luk’janov scrive sostanzialmente che Europa e Ucraina, sotto molti aspetti, si sono in gran parte fuse, sia politicamente che nel complesso militare-industriale. L’Ucraina è diventata un banco di prova per le armi occidentali e l’Europa punta sul suo successo, agendo in solidarietà con Kiev.
Oggi, dice “si stanno sviluppando progetti congiunti e vengono creati impianti di produzione, trasformando l’Europa in una retrovia dell’Ucraina. Al tempo stesso, si sta sviluppando anche una nuova produzione ucraina”. L’Europa, afferma Luk’janov, “sostiene pienamente l’Ucraina, punta sul suo successo e ha già iniziato a discutere una posizione negoziale unitaria. L’Europa e gli Stati Uniti hanno seguito strade diverse, ma ora l’Europa è unita all’Ucraina... Proporrei di considerare l’Europa e l’Ucraina come un unico soggetto, o oggetto, a seconda della prospettiva“.
E ora, dice il politologo, l’obiettivo di Bruxelles e di Zelenskij è quello di convincere Donald Trump che l’Ucraina “non stia perdendo”: hanno cercato di farlo anche al vertice del G7, volendo dimostrare a Trump l’erroneità della sua precedente visione, secondo cui “la Russia sta vincendo la guerra e l’Ucraina perderà comunque, quindi è meglio raggiungere un accordo ora piuttosto che aspettare il peggio”.
Ora, dunque, Kiev e i suoi sostenitori devono dimostrare che l’Ucraina non stia perdendo e che le sue possibilità stiano migliorando e che, quindi, si debba aiutare l’Ucraina a rafforzare le proprie posizioni, in modo che “la situazione penda ancora di più a favore di Kiev. Solo allora potremo parlare di un qualche tipo di accordo di pace”.
Da qui, il fervore con cui sia Kiev che i media europeisti si danno a “dimostrare” che l’Ucraina è in grado di assestare colpi sempre micidiali alla Russia, le cui difese non riescono a intercettare l’enorme quantità di droni che l’Europa riesce a sfornare e fornire ai nazigolpisti e che, dunque, la situazione si è decisamente e definitivamente capovolta a favore del “paese aggredito” e occorre ancora solo qualche ulteriore sforzo da parte dei paesi europei a sostegno di Kiev e la guerra si concluderà con la vittoria certa dei nazisti, difensori dei “valori e delle libertà” europeiste.
Tutti coloro che si azzardano a mettere in dubbio tale “verità” meritano la gogna mediatica, quali negazionisti del “verbo divino”. Si arriva al punto, come è il caso del signor Roberto Gressi sul Corriere della Sera del 21 giugno, di sforzarsi di essere “più ucraini degli ucraini”, tentando di eguagliare il famigerato sito nazista ucraino “Mirotvorets” e condannando al “pubblico scherno” tutti quei “disfattisti” che, in Italia, osano proclamare che “l’Ucraina ha già perso”. Vade retro.
Tra una declamazione e l’altra su “Putin, il suprematista bianco che somma su di sé il peggio dell’imperialismo zarista e di quello sovietico, annaspa” ed è ormai sul punto di affogare; un ave maria per “l’idea che popoli liberi possano essere schiacciati sotto il tallone del più forte”, dove non ci si dà pena di specificare in cosa e da chi siano “liberi” quei popoli soggiogati dal profitto capitalista, ecco allora che si fanno nomi e cognomi – per eguagliare “Mirotvorets” mancano gli indirizzi di casa – di coloro che, direttamente o indirettamente, gettano “discredito” sulla verità rivelata della “autocrazia che aggredisce” e la “libera democrazia che si difende” e, con ciò stesso, difende l’intera Europa dalle “mire imperialiste” dei barbari iperborei.
Da Gianfranco Pagliarulo, a Vito Petrocelli, a Lucio Caracciolo, fino ai disfattisti Marco Tarquinio e Cecilia Strada che “sono critici sulle armi”. Non possono ovviamente mancare Marco Travaglio e Tomaso Montanari, che mettono in dubbio la vittoria ucraina, fino ai rei intenzionali di recarsi in Russia, come Pupo, Francesco Totti o Al Bano. Per essere al passo coi tempi e uguagliare in tutto “Mirotvorets” manca solo lo spazio in cui mettere, al momento dovuto, la spunta “Eliminato”.
La verità della fede è dunque che Kiev “vince e vincerà” e chi lo mette in dubbio è un traditore dell’Europa. Ora, scrive Elena Karaeva su RIA Novosti, con l’attentato terroristico di Brjansk contro i bambini bielorussi, dopo l’attacco di centinaia di droni su Moskva, è risultato chiaro che i russi dispongano di contromisure contro i droni ucraini. Mentre Kiev non ne ha contro i missili balistici russi. The New York Times, non certo simpatizzante della Russia, ha scritto che in un conflitto reale, la superiorità militare e la vittoria incondizionata sono garantite da un arsenale di missili balistici e da una difesa aerea che funzioni come un orologio.
Agli incontri di Evian, Ramstein o Bruxelles, tale constatazione è stata oscurata “da uno spesso strato di trucco mediatico… per trasformare la guerra contro la Russia, che la NATO sta perdendo, in un nuovo Blitzkrieg vittorioso… mentre il presidente del Consiglio europeo, il portoghese dai capelli grigi Costa, veniva afferrato per i risvolti e scosso, nel tentativo di costringerlo a confessare di “aver chiamato Moskva” e di essere un “agente di Moskva””. Questo, da un lato.
Dall’altro, è facile ricordare come, negli ultimi trent’anni, il Cremlino non abbia fatto altro che cercare di negoziare con Europa, Occidente e NATO, mentre questi interlocutori non hanno fatto altro che mentire e violare gli accordi, a cominciare dalla riunificazione delle due Germanie, quando fu pubblicamente giurato che la NATO non si sarebbe spostata “di un pollice verso est”.
Poi, invece, venne l’annuncio, al vertice NATO di Bucarest del 2008, dell’adesione dell’Ucraina all’Alleanza, con Moskva che reagì immediatamente alla possibilità di tale associazione, avvertendo che le “linee rosse” non dovevano essere oltrepassate. Ma a Ovest hanno sempre finto di non sentire, dato che l’obiettivo non era quello di recepire le preoccupazioni russe sulla minaccia esistenziale al paese, bensì quello di sferrare un colpo preventivo e fatale.
E per tale attacco, ricorda Karaeva, è stato stanziato un budget stratosferico di oltre mezzo trilione di dollari, mentre si blaterava di “negoziati” al solo scopo di prendere tempo, finanziare la distruzione della Russia, uccidere quanti più russi possibile durante il periodo di “cessate il fuoco”.
Perché, come ha scritto il Ministro degli esteri russo Serghej Lavrov, in un articolo inizialmente destinato a Politico Europa, ma poi pubblicato (Politico lo ha ignorato) sul sito del Ministero degli Esteri, l’intera “esperienza dei negoziati con l’Europa, in quanto parte del “Occidente collettivo”, negli ultimi 20 anni indica una sola cosa: i negoziati con la Russia sono una tattica ingannevole, una copertura diplomatica per l’espansione geopolitica dell’Occidente e delle sue istituzioni, principalmente la NATO e l’Unione Europea, verso est, in direzione dei confini della Russia”.
L’unione Sovietica non c’è più da oltre trent’anni. Al posto della Germania nazista e del Blitzkrieg tedesco, sostenuto da eserciti regolari e volontari provenienti da quasi tutti i paesi europei, c’è però oggi una volontà di guerra che avvolge l’intera Europa dei monopoli, in cerca di una via d’uscita militare dalla crisi sempre più profonda.
E, al posto di un singolo ministero della propaganda nazista, c’è un intero apparato mediatico impegnato a convincere le masse popolari della necessità, per il “loro stesso bene”, di essere militarizzate, soggiogate ancora di più agli interessi del capitale e, al momento decisivo, essere vestite dell’uniforme per marciare contro “il nemico”, asiatico, barbaro o iperboreo che sia.
Fonte
23/06/2026
Cestinata una intervista a Lavrov su Europa, Ucraina e sicurezza, di nuovo
È accaduto che la redazione europea della testata Politico – di proprietà dell’editore conservatore tedesco Axel Springer, che controlla anche la Bild, Die Welt e il polacco Fakt, nonché l'americano Business Insider – abbia chiesto e ottenuto da Sergej Lavrov, ministro degli esteri russo, un articolo che chiarisse la posizione di Mosca riguardo alla guerra in Ucraina ed eventuali trattative di pace.
In questi casi, giornalisticamente parlando, si deve dare per scontato che la posizione del “nemico” non coincida con la propria (o dell’editore), ma che sia utile per far comprendere al lettore la complessità di un conflitto che rischia materialmente di stravolgere a breve tutta Europa.
Solo un vile, sul piano intellettuale, o uno stupido può pensare poi di nascondere in un cassetto il testo che ovviamente non può piacergli. Non è infatti un’intervista a uno studente qualsiasi, che non ha strumenti per far sapere quel che pensa e di “rivelare” l’idiozia fatta cestinando il testo. è inevitabile infatti che il lettore che troverà quel testo sia costretto a pensare che sei tu – “campione del mondo libero e dell’informazione corretta” – ad aver qualcosa da nascondere.
Eppure questo “malogiornalismo” o, peggio ancora, questo arruolamento del giornalismo nella propaganda di guerra, non è la prima volta che accade nei confronti del ministro degli Esteri russo. A novembre del 2025 la stessa opera di “cestinatura” la fece il Corriere della Sera. Ne abbiamo parlato, già all’epoca, sul nostro giornale.
Lavrov, in compenso, allora come oggi, non ha dovuto far altro che pubblicare il testo dell’intervista cestinata sulla pagina web del suo ministero.
Di seguito la traduzione.
Alcune riflessioni sulla risoluzione della crisi ucraina, l’Europa e la sicurezza globale
In occasione di un incontro tenutosi a Londra il 7 giugno 2026, i leader di Gran Bretagna, Francia e Germania, insieme a Vladimir Zelensky, hanno delineato cinque condizioni preliminari affinché la Russia possa garantire una “pace giusta e duratura” in Ucraina. L’Europa unita presenta ora questo elenco di richieste come base per il dialogo con Mosca.
Contesto
Oltre due decenni di negoziati con l’Europa, in quanto parte dell’Occidente collettivo, portano a un’unica conclusione: coinvolgere la Russia nel dialogo è servito da cortina fumogena diplomatica per l’espansione geopolitica delle istituzioni occidentali, soprattutto della NATO e dell’Unione Europea, verso est, fino ai confini della Russia.
La complicità dell’Europa nell’alimentare la crisi ucraina è innegabile. Insieme agli Stati Uniti, i paesi europei hanno orchestrato la Rivoluzione Arancione a Kiev nel 2004. Per creare una testa di ponte anti-russa in Ucraina, hanno trascorso anni a corrompere politici e interi partiti, a riscrivere la storia e i programmi scolastici, a coltivare e alimentare il nazionalismo ucraino, e a fare di tutto per allontanare l’Ucraina dalla Russia.
Nel 2013, l’Unione Europea ha respinto senza mezzi termini la nostra proposta di compromesso sull’accordo di associazione – un accordo che Bruxelles aveva a lungo promosso, esercitando pressioni su Viktor Yanukovich affinché lo firmasse. Vale la pena ricordare che all’Ucraina era stata offerta un’apertura unilaterale del mercato senza impegni reciproci – condizioni che si sarebbero rivelate incompatibili con la permanenza di Kiev nella zona di libero scambio della CSI. Quando Viktor Yanukovich chiese una proroga, gli europei istigarono disordini di piazza che degenerarono rapidamente in un colpo di Stato a Kiev nel febbraio 2014.
Germania, Francia e Polonia si dimostrarono allora altrettanto infide. Dopo aver garantito che l’accordo raggiunto tra l’opposizione e Viktor Yanukovich sarebbe stato onorato, se ne lavarono le mani nel momento stesso in cui quella stessa opposizione, frutto del loro operato, prese il potere. «La democrazia», hanno commentato con nonchalance, «prende pieghe inaspettate».
Da allora l’Europa ha dato il proprio sostegno alle nuove autorità. Il 2 maggio 2014, a Odessa, il rogo di decine di innocenti sostenitori di legami più stretti con la Russia non ha suscitato una sola parola di condanna da parte delle capitali europee.
In qualità di co-garanti degli Accordi di Minsk del 2015, Francia e Germania hanno di fatto incoraggiato il regime ucraino a sabotare i propri impegni. Come hanno poi ammesso Angela Merkel e François Hollande – dopo che l’operazione militare speciale era già iniziata – l’attuazione da parte di Kiev degli Accordi di Minsk, approvati all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non è mai stata realmente prevista. L’obiettivo, hanno ammesso, era semplicemente quello di guadagnare tempo: per rafforzare le Forze Armate dell’Ucraina e inondarle di armamenti occidentali.
La Russia, dal canto suo, ha esplorato ogni via diplomatica per disinnescare la crisi di sicurezza europea. Tuttavia, nel gennaio 2022, gli Stati Uniti e la NATO hanno respinto la proposta russa di garanzie di sicurezza reciproche giuridicamente vincolanti. I membri europei della NATO hanno attivamente appoggiato tale rifiuto.
In seguito all’avvio dell’operazione militare speciale, l’Europa unita ha dato il proprio sostegno agli sforzi del primo ministro britannico volti a sabotare i negoziati di Istanbul tra Russia e Ucraina. L’appello di Boris Johnson a Kiev – «non firmate nulla, limitatevi a combattere» – ha chiuso la porta a una vera diplomazia per il prossimo futuro.
Situazione attuale
Cosa ha spinto quindi i leader europei a cambiare improvvisamente la loro retorica e a iniziare a parlare di negoziati, e cosa mirano a ottenere con queste dichiarazioni? Ad esempio, la responsabile della politica estera dell’UE, Kaja Kallas, ha affermato che lo scopo di qualsiasi dialogo con la Russia è quello di dettare le condizioni dell’Europa. Queste includono il pagamento di «risarcimenti» all’Ucraina; il ritiro delle truppe dalla Transnistria e dal Caucaso meridionale; l’abolizione della legge sugli «agenti stranieri»; e l’accettazione di limiti rigorosi alle dimensioni delle Forze Armate della Federazione Russa. Secondo la sua visione, «non può esserci una pace giusta e duratura senza che la Russia sia chiamata a rispondere delle proprie azioni». Durante la sessione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 19 maggio 2026, un rappresentante dell’UE ha affermato in modo inequivocabile: «Il sostegno militare all’Ucraina non è in contraddizione con la ricerca della pace, ma costituisce piuttosto un prerequisito fondamentale per qualsiasi negoziazione credibile e in buona fede».
Il piano dell’Europa è quello di dialogare con la Russia e, al contempo, portare avanti una campagna di guerra giuridica orchestrata attraverso il Consiglio d’Europa. All’interno di questa organizzazione, un tempo rispettata, si sta mettendo in piedi un’intera infrastruttura con l’esplicito scopo di «chiedere conto alla Russia»: un Registro dei danni, una Commissione per le richieste di risarcimento e un Tribunale speciale.
L’Unione Europea ha inoltre dato il via libera al fermo di navi mercantili in alto mare. Diversi incidenti si sono già verificati nel Mar Baltico e nell’Oceano Atlantico. Allo stesso tempo, l’Occidente distoglie accuratamente lo sguardo dagli atti terroristici di sabotaggio perpetrati dalle Forze Armate dell’Ucraina nel Mar Nero e nel Mar Mediterraneo.
Il vero obiettivo dei leader europei, quindi, non è negoziare con la Russia. È quello di sostenere il regime di Zelensky e preservarlo come trampolino di lancio per un continuo confronto contro la Russia. In quest’ottica, i leader europei si stanno affrettando a garantire un cessate il fuoco il più rapidamente possibile per un unico motivo: impedire il crollo delle Forze Armate ucraine sul campo di battaglia. Il piano consiste nel “congelare” il conflitto senza affrontarne le cause profonde, per poi dispiegare rapidamente contingenti militari della “coalizione dei volenterosi” anglo-francese sul suolo ucraino.
È risaputo che le élite europee hanno investito il loro «capitale politico» nello scontro con la Russia, riversando centinaia di miliardi di dollari per sostenere il regime di Kiev e potenziare i bilanci militari degli Stati membri dell’UE e della NATO. L’Europa punta ora a raggiungere la «prontezza difensiva» contro la Russia entro il 2030. Fino ad allora, intendono guadagnare tempo con ogni mezzo a loro disposizione. In un’osservazione sorprendentemente schietta lo scorso aprile, il capo di stato maggiore belga ha detto senza mezzi termini: «Abbiamo ancora qualche anno. Grazie al coraggio e al sangue degli ucraini, che ci stanno facendo guadagnare quel tempo».
L’Europa unita continua a sognare l’espansione. Intende assorbire l’Ucraina e la Moldavia, attirando al contempo l’Armenia nella propria sfera d’influenza. La NATO si è già espansa verso est, inglobando Finlandia e Svezia. Per quanto riguarda l’Ucraina, viene sempre più considerata il «pugno d’acciaio» di una futura forza militare europea, indipendente dagli Stati Uniti e dalla NATO.
Rischi per la sicurezza globale
Questo stato di cose pone gravi minacce alla sicurezza globale. Un confronto diretto tra la NATO e la Russia potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari, con conseguenze catastrofiche.
Sotto la bandiera dell’“autonomia strategica”, l’Europa sta assistendo a un significativo potenziamento delle proprie capacità militari, anche in ambito nucleare. L’intenzione di Parigi di estendere il proprio “ombrello nucleare” a diversi Stati membri dell’UE e della NATO è fonte di profonda preoccupazione. Ciò non contribuirà in alcun modo a rafforzare la sicurezza della Francia stessa né dei destinatari della sua cosiddetta protezione.
Ciononostante, l’establishment politico e militare europeo continua ad attribuire alla Russia piani aggressivi – piani che, secondo loro, vanno ben oltre l’Ucraina. Il presidente russo ha affermato in numerose occasioni che tutto ciò è una sciocchezza, una provocazione e disinformazione, volta esclusivamente a sottrarre fondi di bilancio per la lotta contro la Russia. Non è certo il clima adatto a un dialogo sostanziale.
La posizione della Russia
Per quanto riguarda i negoziati, Vladimir Putin ha ribadito al Forum economico internazionale di San Pietroburgo che la Russia non è contraria ai contatti con nessuna delle parti. Consideriamo tuttavia l’Europa come una parte determinata a sconfiggere la Russia – una posizione che gli stessi europei dichiarano apertamente. Il dialogo con l’Europa, quindi, non può essere condotto come se si trattasse di un osservatore terzo e imparziale.
La Russia preferirebbe raggiungere gli obiettivi dell’operazione militare speciale attraverso la diplomazia.
Ciò richiede di garantire in modo affidabile la sicurezza lungo i confini occidentali della Russia e di assicurare rispetto e dignità ai nostri cittadini e compatrioti, compreso il diritto di parlare la loro lingua madre, il russo, e di praticare la fede cristiana ortodossa. Un’ulteriore espansione militare, politica ed economica da parte dell’Occidente è inaccettabile: è in contrasto con gli imperativi di un mondo multipolare.
I leader europei dovrebbero riconoscere che il modello di sicurezza regionale costruito in Europa nel corso di decenni, sin dall’adozione dell’Atto finale di Helsinki nel 1975, è stato distrutto dalle loro stesse mani. E non potrà mai essere ripristinato. Dobbiamo ora muoverci verso la creazione di un’architettura di sicurezza a livello continentale aperta a tutti i paesi eurasiatici e che rifletta l’odierna realtà multipolare.
Il principio di sicurezza uguale e indivisibile, calpestato dagli euro-atlantisti, può trovare espressione in una nuova architettura eurasiatica. Quando i tempi saranno maturi, anche l’Europa potrà unirsi a questo grande sforzo.
Il punto chiave è che un dialogo significativo richiede il ripristino della fiducia, infranta dalle azioni anti-russe dell’Occidente, e dell’Europa come parte di esso, nell’era post-Guerra Fredda. La fiducia può essere recuperata solo attraverso misure concrete che dimostrino un impegno sincero ad abbandonare l’uso della diplomazia come copertura per ambizioni espansionistiche. La fiducia non può essere ripristinata, né il dialogo può essere ripreso, attraverso ultimatum come quello lanciato alla Russia a Londra il 7 giugno 2026.
P.S. È degno di nota il fatto che l’ultimatum di Londra sia stato ribadito in modo inequivocabile dagli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia e Germania durante l’incontro tenutosi presso il Ministero degli Esteri russo l’11 giugno 2026 – un incontro che essi avevano richiesto con tanta insistenza. Quello era l’unico scopo della loro visita al ministero.
Fonte
21/06/2026
La guerra alla Russia e i ras del nazigolpismo di Kiev
Promozione dell’industria di guerra. Réclame dei prodotti del complesso militare-industriale di mezza Europa e, di concerto, pubblicità del “crescente potenziale” bellico ucraino, di contro alla “catastrofica situazione” di una Russia che non solo non è in grado di garantire la sicurezza nemmeno della capitale, ma sta perdendo sempre più soldati, come “certificato” dal ministro nazista della guerra Mikhail Fëdorov e come “provato” dai torquemadisti de Linkiesta, secondo i quali sarebbero «centinaia di migliaia» i militari russi «provenienti dalle regioni più povere, eliminati ancor prima di arrivare al fronte».
Ormai siamo (saremmo) in dirittura d’arrivo: Moskva non ha più speranze, è allo stremo, mentre l’avamposto della democrazia liberale europea è in procinto di assestare il colpo finale al Cremlino.
Sì, perché, dicono gli inquisitori pannelliani, ora «la guerra è arrivata a venti chilometri dal Cremlino, nel pezzo di Russia che il Putin deve tenere al riparo a ogni costo, per non collassare».
Come mai? La risposta è ovvia per qualunque filisteo liberale che si rispetti: in Russia c’è un dittatore – la teologia liberale, cui è estranea ogni concezione di classe e di rapporti tra le classi, non concepisce (o sa dipingere) altro che “un dittatore”, uno “zar”, mentre qualsiasi rappresentante della classe borghese nelle libere democrazie liberali è per ciò stesso un apostolo della fede – e il «patto non scritto tra il dittatore e i suoi sudditi è brutale, come in tutti i regimi: voi rinunciate alla libertà, io vi garantisco sicurezza. I russi sono ammutoliti da oltre vent’anni».
L’inferno in terra; che diventa paradiso solo quando si assicurano i lettori che in Russia ci siano così tante voci contrarie al regime, che i giornali europei non hanno sufficiente spazio per divulgarle tutte.
Ma qui viene il bello: dopo il massiccio attacco ucraino su Moskva, “lo zar” non è più in grado di «assicurare ai suoi cittadini che la guerra resterà fuori dal centro del potere». Che importa? Si è appena assicurato il lettore che i «russi sono ammutoliti da oltre vent’anni»; dunque, il problema è risolto alla radice.
Resta il fatto che, come ha dichiarato il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, i cittadini russi devono provare sulla propria pelle l’effetto dei bombardamenti sulle città e dovrebbero costringere “il dittatore” a dimettersi o, se del caso, convincere qualcuno della cerchia politica più ristretta o delle oligarchie finanziarie a “eliminarlo dalla scena”. Ma, i «russi sono ammutoliti da oltre vent’anni» e allora con che voce si faranno sentire?
Forse con quella dei media di regime italici, che fanno da megafono alle figure più in alto nella scala gerarchica della junta nazigolpista. Ecco allora che il Corriere della Sera offre spazio a una delle ugole del regime di Kiev, il “consigliori” presidenziale Mikhail Podoljak, che ribadisce il concetto caro alla liberaldemocrazia europeista: avanti con la guerra, perché è solo colpa di Moskva se non si può «passare a un processo negoziale realistico».
E allora, di fronte alla “volontà bellicista” russa, Kiev «non farà altro che intensificare i suoi attacchi sul territorio russo». Che, del resto, è quanto è stato ordinato a Zelenskij in più di un’occasione, non ultima quella del vertice G7 a Evian.
«La situazione è cambiata drasticamente», assicura Podoljak, e su tutti i fronti, sia sul campo di battaglia, sia nelle retrovie delle forze di occupazione, sia all’interno del territorio russo. Kiev, proclama il “consigliori”, riesce a colpire la «logistica russa, i terminal petroliferi, le raffinerie, gli impianti militari».
Il messaggio è chiaro: «se Mosca non accetterà un processo negoziale realistico e non porrà fine alla fase attiva della guerra, l’Ucraina aumenterà ulteriormente la pressione sulle infrastrutture che permettono alla Russia di continuare il conflitto».
Il medesimo messaggio viene lanciato anche a Bruxelles: per accrescere «ulteriormente la pressione», Kiev ha bisogno di ricevere ancora più armi e soldi; le industrie di guerra europee potranno vantare crescenti profitti con le aumentate esigenze di materiale bellico.
Questo da un lato; dall’altro, il copione che le cancellerie europee hanno affidato al nazista Podoljak perché lo mandi a memoria: «L’Europa oggi appare molto più assertiva e molto più consapevole delle conseguenze che un esito negativo della guerra avrebbe per il continente... Per questo deve essere un attore di primo piano in qualsiasi processo negoziale. Ma non può essere un mediatore neutrale: la guerra si combatte contro un Paese europeo, sul continente europeo, e pone una sfida diretta alla sicurezza dell’Europa».
Il famoso “vallo europeo” contro i “barbari asiatici”, tanto decantato dai tempi in cui a fare da presidente nell’Ucraina golpista era Petro Porošenko e primo ministro era il banchiere Arsen Jatsenjuk. L’Ucraina quale avamposto della guerra europeista contro la Russia; piazzaforte e poligono della sperimentazione delle nuove armi sfornate dalle industrie di mezza Europa e affidate all’uso da parte dei centri operativi ucraini, braccio operativo degli specialisti militari della NATO che dirigono le operazioni di bombardamento.
Il “consigliori” nazigolpista conclude la propria crociata affidando al Corriere della Sera il ritornello secondo cui «senza coercizione della Russia non ci saranno veri negoziati. Aspettarsi la buona volontà di Putin è un’illusione. Servono sanzioni più dure, soprattutto contro petrolio e gas, più armi a lungo raggio, più difesa antiaerea, più coordinamento tra Europa, Ucraina e Stati Uniti». Amen.
Dunque, più Europa, dice il “consigliori”, copiando i pannelliani di casa nostra, come se davvero quella sia la “via della pace”.
Il fatto è che, Europa o UE, è da tempo che le cancellerie europee e europeiste hanno scelto la strada della guerra, proclamandone sfacciatamente anche le scadenze. Ora, per accennare a un singolo passo, si dice che alla fine del maggio scorso, Vladimir Zelenskij avrebbe consegnato al magnate russo Roman Abramovic un messaggio, indirizzato a Vladimir Putin, contenente, pare, imprecisate “proposte di pace”.
L’incontro con Abramovic era stato confermato dallo stesso Zelenskij e ne aveva scritto anche il Financial Times, citando addirittura quattro fonti.
L’economista russo Serghej Bogacëv dice che a fare da intermediario per l’incontro sarebbe stato il capo della frazione parlamentare “Servitore del popolo” David Arakhamija, in passato partecipante a incontri bilaterali russo-ucraini, come quello, ad esempio, a Istanbul nel 2022, mandato all’aria da Boris “Macbeth” Johnson.
Ora, secondo Bogacëv, non appena le voci sull’incontro Zelenskij-Abramovic e sul presunto contenuto del messaggio da trasmettere a Moskva sono giunte all’intelligence britannica, Londra ha immediatamente iniziato a opporsi.
Ricordando l’attacco terroristico al dormitorio studentesco a Starobel’sk, l’economista russo ha sottolineato che non è stato un caso che qualcuno abbia trasmesso agli ucraini le coordinate per l’attacco: «chiaro che quando vengono assassinati giovani uomini e donne, la Russia non discuterà di nulla con Zelenskij, quale Comandante supremo delle Forze armate ucraine. I negoziati sono stati interrotti» prima ancora di cominciare.
Più o meno la stessa successione della messinscena a Bucha nel 2022 e anche, a guardar bene, del massiccio attacco di droni su Moskva, immediatamente successivo al via libera accordato a Kiev nel summit di Evian. In quest’ultimo caso, si è trattato di una prestazione dimostrativa, afferma Vasilij Stojakin su Ukraina.ru: «man mano che cresce la militarizzazione dell’industria in Europa (siamo consapevoli che l’Operazione speciale è finita da tempo e c’è invece una guerra con l’Europa?), tali prestazioni diventeranno la norma e, oltre ai droni con modeste capacità di combattimento, verranno sempre più utilizzati missili da crociera, indistinguibili nelle loro caratteristiche dalle attuali armi della NATO».
Non è ormai più un segreto che l’Ucraina si trovi in una posizione molto meno vulnerabile rispetto alla Russia, dato che si limita ad assemblare le componenti fornite dalle industrie europee e lo fa servendosi di infrastrutture parzialmente smantellate e decentralizzate. I danni all’Ucraina sono causati principalmente da attacchi alle infrastrutture di trasporto ed energetiche.
Le immagini della raffineria di petrolio di Moskva in fiamme, osserva Stojakin, si sono rivelate un ottimo spunto al vertice del G7 per la presentazione dell’azienda “ucraina” Fire Point, produttrice del missile “Flamingo” (il FP-5 ucraino è praticamente la copia del FP-5 prodotto dall’impresa britannico-emiratina Milanion) e per la dichiarazione di Zelenskij sul suo desiderio di pace. Bisogna ammettere che l’Ucraina sa come investire nelle pubbliche relazioni: sui media, tutto ciò appare più convincente di ogni attacco portato con gli “Orešnik” russi.
Ecco infatti che sui media di regime i ras della junta nazigolpista di Kiev vengono sempre presentati quali esponenti di una “libera democrazia europeista; rappresentanti di un “paese libero” aggredito da una “autocrazia”; gentiluomini che difendono i “valori europei” dall’aggressione di “barbari asiatici” che nulla hanno a che fare con “l’Europa”.
La fedeltà agli “ideali nazisti” da parte di quei ras che affamano il popolo ucraino e lo mandano al macello nell’interesse dell’Europa, viene ovviamente taciuta. Sono nazisti, ma la cosa, finché guerreggiano per noi, al nostro posto, non ci riguarda, si dice nelle cancellerie europee. L’importante è che siano dalla nostra (loro) parte.
Un po’ come succede, mutatis mutandis, a livello interno, quando l’intero arco liberal-borghese si “stringe a coorte” attorno ai “propri” fascisti, umiliati a livello planetario. È ancora il Corriere della Sera a riportare, tra le altre, le dichiarazioni della segretaria del PD Elly Schlein, secondo cui «Gli attacchi di Trump alla presidente Meloni sono inaccettabili e da respingere con forza, non accettiamo insulti rivolti al governo del nostro Paese».
Ipocriti: governo del “nostro paese” è l’esatta rappresentazione della visione liberale, aclassista, dei rapporti sociali, rapportata, nel caso specifico, a un governo che non perde occasione di esaltare le “passate glorie” della patria fascista.
Ipocriti. Se il soggetto che ha così “proditoriamente disonorato la patria” viene da terre lontane, allora i “patrioti” si stringono attorno al “vate” umiliato e offeso: «Chi schiaffeggia i nostri rappresentanti schiaffeggia l’Italia, non possiamo lasciarlo fare».
C’è una zuffa verbale tra due banditi; ma uno dei due è il “nostro” (loro) bandito e che importa che sia fascista. Anche oggi, come cent’anni fa, “non passa lo straniero” e il nostro cuore è tutto per la “nostra” presidente del consiglio.
Misero interclassismo liberale che si sbraccia per i “nostri”, siano essi nazisti di Kiev, rigorosamente “nostri” europeisti, o siano fascisti di casa, che militarizzano ogni aspetto della vita sociale in nome dei profitti del capitale. Liberalismo padronale.
Fonte