La storia contemporanea ci ha insegnato che non c’è stato “scontro internazionale” senza che una partita decisiva non sia stata giocata nei Balcani occidentali. L’attualità sembra confermare questo insegnamento.
Al centro della faccenda troviamo l’offensiva diplomatica di Israele, alla ricerca di un po’ di ossigeno nelle relazioni internazionali a seguito della manifestazione lampante, l’ennesima per la verità, del carattere coloniale e genocida del progetto della Grande Israele in Asia occidentale.
Il 27 giugno il sionismo ha portato a casa un’importante vittoria firmata Janez Janša, neoeletto primo ministro sloveno, che ha dichiarato al quotidiano israeliano Israel Hayom l’intenzione di voler trasferire l’Ambasciata slovena da Tel Aviv a Gerusalemme e di congelare il riconoscimento dello Stato di Palestina.
Come riportato da Jugocoord, Janša era accreditato di un forte sostegno dei servizi segreti israeliani durante la campagna elettorale. Un esempio sono i ripetuti viaggi effettuati nella scorsa primavera degli esperti della Black Cube, società ribattezzata il “Mossad del mondo degli affari”, per condurre una campagna contro l’ex primo ministro Robert Golob.
Golob aveva vietato l’esportazione di armi verso Israele, decisione già revocata dal nuovo esecutivo, e promuoveva nei fatti il rifiuto di collaborazione con lo Stato ebraico. La risposta del ministro israeliano per gli Affari della diaspora e la lotta contro l’antisemitismo Amichai Shikli non si è fatta attendere, definendo Janša “un vero amico di Israele”.
Pochi giorni prima, il 21 e il 22 giugno il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar avevano ricevuto a Gerusalemme Željka Cvijanović, membro serbo della presidenza tripartita della Bosnia-Erzegovina. L’incontro ha scatenato dure polemiche a Sarajevo, perché con la bandiera israeliana era presente solo quella della Republika Srpska e non quella della Bosnia-Erzegovina, violando di fatto il protocollo diplomatico.
Il ministro degli Esteri bosniaco Elmedin Konaković ha inviato una protesta formale a Israele per mancato rispetto della sovranità, dell’ordine costituzionale e dei simboli della Bosnia-Erzegovina. Anche qui, immediato il rilancio del ministro Sa’ar, che ha definito i serbi “veri amici di Israele”, a cui hanno fatto eco le parole forti di Milorad Dodik, ex presidente della Republika Srpska, che ha definito il suo Paese “l’Israele dei Balcani”.
Il tutto si inserisce in una escalation di tensioni e scelte dal profondo tenore strategico che stanno coinvolgendo la Serbia e i rissosi vicini. Negli ultimi mesi Belgrado ha annunciato una partnership strategica con lo Stato ebraico e l’avvio della produzione congiunta di droni da combattimento, mentre le esportazioni serbe di armi e armamenti verso Israele sono in aumento sensibile dall’ottobre del 2023.
Il sostegno al sionismo non ha tuttavia sopito le mire europee sulla Repubblica di Serbia, considerata ancora un importante proxy della Federazione Russa nell’area. Il ministro dell’Informazione e delle telecomunicazioni serbo Boris Bratina ha infatti rispedito al mittente le richieste della “demokratica” Unione Europea di chiudere i media russi nel Paese, considerandola un atto di censura “inaccettabile”.
Tornando in Bosnia, in questi giorni è esplosa la polemica sulle parole pronunciate in diretta tv dal capo dei musulmani bosniaci Bakir Izetbegovic, che ha dichiarato apertamente che Dodik è un problema che “deve essere risolto con la forza”. Vale la pena di ricordare che Bakir è il figlio di Alija Izetbegovic, il fondatore del gruppo “El Mujahid” in cui negli anni ‘90 confluirono islamisti radicali nell’ambito della guerra dichiarata dall’Occidente alla Federazione Jugoslava.
In definitiva, nelle crepe ancora sanguinanti dei Balcani occidentali gli attori regionali e globali tessono la loro tela nel tentativo di difendere i propri, per lo più sporchi, interessi economici e politici. L’offensiva sionista nell’area, secondo gli analisti di Middle East Eye, vorrebbe bilanciare l’influenza turca nella regione, portando la lunga coda delle guerre in Medio Oriente al di qua del Mar Egeo.
Le manovre serbe sembrano invece rispondere al suo isolamento causato da Usa e Ue, alle pulsioni belliche dell’asse croato-albanese-kosovaro e dalla lontananza fattuale della Russia, impegnata in Ucraina nel conflitto contro la Nato. Un insieme di spinte centrifughe e centripete che rendono la pentola a pressione balcanica, suo malgrado e ancora una volta, pienamente all’interno dello scontro politico, economico, diplomatico e militare in atto nello scacchiere internazionale.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/07/2026
Il sionismo si inserisce nelle contraddizioni dei Balcani occidentali
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