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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

23/07/2026

Bologna: chi semina vento, raccoglie tempesta

L’assassinio da parte di due agenti di Polizia di Abderrahim Fakir, avvenuto domenica 19 luglio, a Bologna, nel quartiere del Pilastro, dopo che era stato immobilizzato a terra e ammanettato, con la scena ripresa da un cellulare in un video divenuto subito virale, ha aperto l’ennesima ferita per la città che si sta stringendo attorno alla famiglia della vittima con un misto di comprensibile indignazione ed ancora più legittima rabbia, esplosa con forza nella notte tra il 20 ed il 21 luglio.

La reazione popolare ha suscitato l’immancabile codazzo di polemiche da parte della “Destra di governo”, che ha come sempre strumentalizzato gli episodi avvenuti durante e dopo il presidio in Prefettura.

Da Giorgia Meloni in giù, gli attuali attacchi di questa Destra servono prima di tutto a “sviare l’attenzione” sull’omicidio del 43enne di origine marocchina e subito dopo a cercare di impallinare il “campo largo” su un tema divenuto centrale nella sottospecie di “dibattito politico” ad un anno dalle elezioni parlamentari, nonché di quelle amministrative nelle principali città italiane, da Trieste a Palermo, Bologna compresa.

Rispetto a questo fuoco di fila il sindaco Matteo Lepore ha usato parole infamanti invece di condannare la blindatura della pizza sotto la Prefettura, l’uso massiccio di lacrimogeni ed idranti – oramai prassi consolidata e “normalizzata” di gestione della piazza dallo scorso autunno – dichiarando che “non rappresentano Bologna”.

Promuovendo così l’ennesima dicotomia tra “buoni” e “cattivi”, con notevole sprezzo del ridicolo, considerata la contrapposizione tra Piazza Nettuno, da dove è partito il corteo fino a piazza Roosevelt, dov’è giunto.

“Chi pensa di rispondere alla violenza con la violenza si chiama fuori dallo stato di diritto. E dunque si chiama fuori dalla nostra comunità democratica” ha continuato sul profilo della sua pagina Instagram, rincarando la dose contro la “violenza cieca, ingiustificata, stupida”, e lanciandosi in uno sperticato elogio del questore, quasi che le forze dell’ordine non siano direttamente parte in causa della faccenda, e spostando – anche lui, come la Destra – il centro dell’attenzione rispetto alla violenza strutturale delle forze di polizia che miete sempre più vittime.

La domanda principale è: come può una persona perdere la vita durante un intervento delle forze dell’ordine, in particolare in quelle circostanze?

Andando più in profondità: la questione di fondo resta se è possibile che la concezione della sicurezza sociale sia stata fagocitata da una declinazione che la considera ormai una questione di mero ordine pubblico, da gestire sempre con un approccio muscolare delle forze dell’ordine e giustificandone ex post il loro operato.

Le ragioni dell'“insicurezza sociale” restano così ignote e intoccabili. 

Su questo è necessario ribadire una cosa: il centro-sinistra è subordinato in toto alla concezione che esprime l’attuale destra di governo e lo dimostra ad ogni piè sospinto proprio nelle città che amministra, siano essi territori metropolitani o città di provincia.

Il centro sinistra, specularmente alla destra di governo, pensa che l’attuale governance delle contraddizioni politico-sociali – prodotte dall’attuale crisi del modo di produzione capitalista – debba essere impostata con un mix di politiche in cui i tagli al welfare sono complementari ad un approccio stile “repressione è civiltà” (per parafrasare il commissario di polizia interpretato da un magistrale Volonté, nel film Un cittadino al di sopra di ogni sospetto).

In questo caso “la Politica” non previene più, perché è espressione dei soli ceti dominanti ed ha quindi perso il ruolo di cerniera con la società – o meglio le classi subalterne –; la polizia continua a reprimere perché è l’unica arma rimasta nelle mani del presunto “Stato”.

Bologna in questo è all’avanguardia, con la costituzione delle “zone rosse” da parte del sodalizio tra il sindaco Lepore ed il Ministro Piantedosi, che ha portato alla militarizzazione dei quartieri popolari, e si estende fino alla legittimazione di una gestione dell'ordine pubblico che ha avuto dei tratti di vera “follia” durante lo scorso autunno, in occasione delle mobilitazioni a sostegno della Palestina.

Sia a latere delle oceaniche manifestazioni in occasione degli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, che in altri vari episodi il 2 ed 7 ottobre, oltre alla sfida dell’Eurolega di basket tra la Virtus Segafredo e la squadra simbolo dell’oltranzismo israeliano, il Maccabi di Tel Aviv, il 21 novembre.

Più recentemente, proprio con la militarizzazione del quartiere del Pilastro a giustificazione della protezione dei lavori del contestato progetto del MUBA all’interno del Parco Militini-Moneta, dove la mano pesante è stata usata a più riprese e per reprimere una seconda volta la coraggiosa lotta ambientalista di quartiere, come era avvenuto nel caso di un altro costoso progetto inutile al parco Don Bosco, nel quartiere di San Donato, nel corso del 2024, poi definitivamente accantonato dall’amministrazione.

Naturalmente, la destra non perde occasione per utilizzare a fini politico-elettorali ogni episodio che può servire per scatenare il fuoco “ad alzo zero” contro questa amministrazione cittadina. A partire dai ruoli apicali dell’esecutivo e della maggioranza che la sostiene, peraltro accusata di essere collaterale agli episodi in cui la rottura della “pace sociale” ha implicato significativi momenti di conflitto di strada negli ultimi 30 anni.

Tornando all’episodio specifico, l ’attuale dibattito – se i due agenti abbiamo agito “secondo norma” o meno, di fronte alla morte di una persona disarmata ed in evidente stato di shock – è decisamente assurdo e fuorviante, soprattutto tenendo conto dell’attivazione dello “scudo penale” nei confronti dei poliziotti, introdotto recentemente.

Ci troviamo di fronte alla prima attivazione, ed è la prima e – per ora – principale, pietra d’inciampo rispetto alla richiesta di verità e giustizia da parte di coloro che si stanno stringendo realmente alla famiglia, che la chiede a gran voce.

Chi non si sta esprimendo per la rimozione di questa assurda protezione, come Lepore, di fatto legittima la conseguenza di questa misura – una delle tante – approvata nei diversi pacchetti sicurezza governativi.

Cosa fare quindi?

Occorre demolire il combinato disposto di una narrazione costruita contro i quartieri popolari, in particolare il rione Pilastro, che produce una pluridecennale stigmatizzazione negativa contro i suoi abitanti e la loro parte più attiva, giustificandone la militarizzazione e l’uso sconsiderato della forza.

Sia che si tratti di un conflitto legato ad un’opera contestata, oppure di un intervento “di routine” come domenica, e comunque contro qualsiasi legittima vertenza: dalla desertificazione dei servizi alla mancata mobilità urbana, dalla speculazione edilizia all’assenza di spazi di cultura/socialità.

Chi abita i quartieri popolari non può essere considerato alla stregua di “nemico interno”, con una logica quasi neo-coloniale di occupazione militare di un territorio considerato “alieno”, da conquistare per consegnarlo ai processi di valorizzazione capitalista che vanno investendo anche il quadrante nord della città, con l’espulsione dei ceti popolari e la criminalizzazione delle forme di socialità politica che ne hanno sempre caratterizzato la grande storia.

In questo processo, che potremmo definire “il sacco di Bologna”, la giunta Lepore-Clancy e le forze che la sostengono non è spettatrice passiva, ma vettore attivo, come dimostra la sponsorizzazione delle manovre speculative in vari punti della Città. Così come è corresponsabile dei processi di involuzione autoritaria legati alla gestione dell’ordine pubblico nel suo complesso, con paradigmi chiaramente mutuati dalla destra.

Allo stesso tempo, se si vuole essere conseguenti, bisogna chiedere verità e giustizia per tutti gli episodi che hanno aperto delle ferite e procurato cicatrici indelebili, dalla strage “fascista e di Stato” – come recita la sentenza – alla stazione il 2 agosto del 1980, fino all’ultima stagione della lunga strategia della tensione caratterizzata dalle azioni della Banda della Uno Bianca (1987-1994).

La gestione folle dell’ordine pubblico – sia in occasione di manifestazioni politiche che del cosiddetto “controllo del territorio” – di cui l’ultimo episodio è una tragica ma purtroppo logica conseguenza – deriva interamente dalle politiche sulla sicurezza promosse dalla Destra e fatte acriticamente proprie dal centro-sinistra.

A differenza di ciò che pensa Lepore e chi disgraziatamente lo segue, Bologna ha saputo e saprà sempre da che parte stare. Ieri in Piazza Roosevelt e quotidianamente con le lotte ambientaliste contro il continuo ecocidio, con i conflitti sociali che chiedono a gran voce un miglioramento delle condizioni insopportabili delle classi subalterne ed il ripristino di garanzie, a fianco dei popoli oppressi e delle persone razializzate e sessualizzate vittime del clima d’odio che le classi dirigenti gli stanno vomitando addosso con il concorso di mostruosi personaggi come l’ex generale di Futuro Nazionale.

“E poiché semineranno vento, raccoglieranno tempesta”, verrebbe da dire.

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