Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Abderrahim Fakir. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Abderrahim Fakir. Mostra tutti i post

25/07/2026

Abolire lo scudo penale, giustizia e verità per Fakir. Un appello

Abolire lo scudo penale per le forze di polizia, abolire i decreti sicurezza, vogliamo le dimissioni di Piantedosi e Giustizia e Verità per Abderrahim Fakir.

L’uccisione di Abderrahim Fakir a Bologna impone una riflessione che va ben oltre i confini della città. Chiediamo verità e giustizia per Fakir, ma chiediamo anche che questa vicenda diventi il punto di partenza di una mobilitazione nazionale per l’abrogazione dello scudo penale introdotto dal cosiddetto Decreto Sicurezza DL 24 febbraio 2026, n. 23, convertito nella Legge n. 54 del 24 aprile 2026).

L’articolo 12 del decreto interviene sull’articolo 335 del codice di procedura penale mediante l’introduzione di un nuovo comma, stabilendo che il nominativo dell’autore di un fatto che risulti “manifestamente” commesso in presenza di una causa di giustificazione non venga più iscritto automaticamente nei registri previsti, bensì annotato in un apposito modello. In tale sede, il nominativo non è oggetto di un’iscrizione formale, ma di una mera “annotazione preliminare”.

Questa norma si affianca a quanto previsto dagli artt. 22 e 23 del precedente DL 48/2025 secondo cui lo Stato è tenuto ad anticipare fino a 10.000 euro, per ogni fase del procedimento, le spese legali degli appartenenti alle forze di polizia indagati o imputati per fatti commessi nell’esercizio del servizio. Una scelta politica gravissima, che altera il principio di responsabilità di chi esercita il monopolio della forza pubblica e trasmette un messaggio di sostanziale protezione preventiva nei confronti degli abusi commessi in divisa.

Il caso di Bologna rappresenta la prima e subito drammatica dimostrazione delle conseguenze di questo impianto. Mentre una famiglia chiede verità e giustizia per un proprio caro ucciso durante un intervento di polizia, gli agenti coinvolti possono beneficiare sin dall’inizio della copertura garantita dallo Stato. È questa la logica perversa dello scudo penale: rafforzare la tutela di chi esercita la forza, anziché quella dei cittadini che da eventuali abusi devono essere protetti.

Quanto accaduto a Bologna non nasce dal nulla. È il risultato di un modello di gestione della sicurezza fondato sulla militarizzazione dei quartieri popolari e sulla repressione del disagio sociale, in una spirale repressiva che negli ultimi anni ha visto le proposte del Governo venire subito riprodotte ed estese con grande zelo dalle amministrazioni locali apparentemente guidate da rappresentanti di altra appartenenza politica.

Negli ultimi anni Bologna è diventata un laboratorio nazionale di queste politiche: dall’introduzione delle zone rosse alla repressione delle mobilitazioni sociali, fino all’applicazione dei nuovi decreti sicurezza al Pilastro (prima durante la lotta dei comitati cittadini contro la cementificazione, ora in occasione della tragica uccisione di Fakir). In questo contesto si inserisce anche il Patto Lepore-Piantedosi, che ha consolidato una gestione dell’ordine pubblico sempre più orientata alla presenza repressiva anziché alla costruzione di coesione sociale.

Per questo chiediamo che siano accertate tutte le responsabilità sull’uccisione di Fakir e che nessuna forma di tutela speciale possa ostacolare il pieno accertamento della verità. Chiediamo alle istituzioni locali di essere coerenti con il riconoscimento della ferita subita e di schierarsi per l’abrogazione dello scudo penale e per il ripristino del principio secondo cui chi esercita funzioni pubbliche armate deve rispondere dei propri atti con le stesse garanzie e le stesse responsabilità previste per ogni cittadino.

La sicurezza non si costruisce aumentando la militarizzazione delle città né garantendo maggiori tutele a chi già ne gode in maniera sproporzionata dalla legge Reale in giù. Si costruisce riducendo le disuguaglianze, garantendo diritti e servizi, e assicurando che ogni abuso commesso da appartenenti alle forze dell’ordine sia accertato con piena trasparenza e senza privilegi.

Per questo rivolgiamo un appello ad associazioni, sindacati, comitati, giuristi, personalità del mondo della cultura, amministratori locali, organizzazioni politiche e a tutte le cittadine e i cittadini affinché sottoscrivano questo appello e mobilitarsi ovunque sia possibile per l’abrogazione dello scudo penale e per ottenere verità e giustizia per Fakir.

Fonte

23/07/2026

Bologna: chi semina vento, raccoglie tempesta

L’assassinio da parte di due agenti di Polizia di Abderrahim Fakir, avvenuto domenica 19 luglio, a Bologna, nel quartiere del Pilastro, dopo che era stato immobilizzato a terra e ammanettato, con la scena ripresa da un cellulare in un video divenuto subito virale, ha aperto l’ennesima ferita per la città che si sta stringendo attorno alla famiglia della vittima con un misto di comprensibile indignazione ed ancora più legittima rabbia, esplosa con forza nella notte tra il 20 ed il 21 luglio.

La reazione popolare ha suscitato l’immancabile codazzo di polemiche da parte della “Destra di governo”, che ha come sempre strumentalizzato gli episodi avvenuti durante e dopo il presidio in Prefettura.

Da Giorgia Meloni in giù, gli attuali attacchi di questa Destra servono prima di tutto a “sviare l’attenzione” sull’omicidio del 43enne di origine marocchina e subito dopo a cercare di impallinare il “campo largo” su un tema divenuto centrale nella sottospecie di “dibattito politico” ad un anno dalle elezioni parlamentari, nonché di quelle amministrative nelle principali città italiane, da Trieste a Palermo, Bologna compresa.

Rispetto a questo fuoco di fila il sindaco Matteo Lepore ha usato parole infamanti invece di condannare la blindatura della pizza sotto la Prefettura, l’uso massiccio di lacrimogeni ed idranti – oramai prassi consolidata e “normalizzata” di gestione della piazza dallo scorso autunno – dichiarando che “non rappresentano Bologna”.

Promuovendo così l’ennesima dicotomia tra “buoni” e “cattivi”, con notevole sprezzo del ridicolo, considerata la contrapposizione tra Piazza Nettuno, da dove è partito il corteo fino a piazza Roosevelt, dov’è giunto.

“Chi pensa di rispondere alla violenza con la violenza si chiama fuori dallo stato di diritto. E dunque si chiama fuori dalla nostra comunità democratica” ha continuato sul profilo della sua pagina Instagram, rincarando la dose contro la “violenza cieca, ingiustificata, stupida”, e lanciandosi in uno sperticato elogio del questore, quasi che le forze dell’ordine non siano direttamente parte in causa della faccenda, e spostando – anche lui, come la Destra – il centro dell’attenzione rispetto alla violenza strutturale delle forze di polizia che miete sempre più vittime.

La domanda principale è: come può una persona perdere la vita durante un intervento delle forze dell’ordine, in particolare in quelle circostanze?

Andando più in profondità: la questione di fondo resta se è possibile che la concezione della sicurezza sociale sia stata fagocitata da una declinazione che la considera ormai una questione di mero ordine pubblico, da gestire sempre con un approccio muscolare delle forze dell’ordine e giustificandone ex post il loro operato.

Le ragioni dell'“insicurezza sociale” restano così ignote e intoccabili. 

Su questo è necessario ribadire una cosa: il centro-sinistra è subordinato in toto alla concezione che esprime l’attuale destra di governo e lo dimostra ad ogni piè sospinto proprio nelle città che amministra, siano essi territori metropolitani o città di provincia.

Il centro sinistra, specularmente alla destra di governo, pensa che l’attuale governance delle contraddizioni politico-sociali – prodotte dall’attuale crisi del modo di produzione capitalista – debba essere impostata con un mix di politiche in cui i tagli al welfare sono complementari ad un approccio stile “repressione è civiltà” (per parafrasare il commissario di polizia interpretato da un magistrale Volonté, nel film Un cittadino al di sopra di ogni sospetto).

In questo caso “la Politica” non previene più, perché è espressione dei soli ceti dominanti ed ha quindi perso il ruolo di cerniera con la società – o meglio le classi subalterne –; la polizia continua a reprimere perché è l’unica arma rimasta nelle mani del presunto “Stato”.

Bologna in questo è all’avanguardia, con la costituzione delle “zone rosse” da parte del sodalizio tra il sindaco Lepore ed il Ministro Piantedosi, che ha portato alla militarizzazione dei quartieri popolari, e si estende fino alla legittimazione di una gestione dell'ordine pubblico che ha avuto dei tratti di vera “follia” durante lo scorso autunno, in occasione delle mobilitazioni a sostegno della Palestina.

Sia a latere delle oceaniche manifestazioni in occasione degli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, che in altri vari episodi il 2 ed 7 ottobre, oltre alla sfida dell’Eurolega di basket tra la Virtus Segafredo e la squadra simbolo dell’oltranzismo israeliano, il Maccabi di Tel Aviv, il 21 novembre.

Più recentemente, proprio con la militarizzazione del quartiere del Pilastro a giustificazione della protezione dei lavori del contestato progetto del MUBA all’interno del Parco Militini-Moneta, dove la mano pesante è stata usata a più riprese e per reprimere una seconda volta la coraggiosa lotta ambientalista di quartiere, come era avvenuto nel caso di un altro costoso progetto inutile al parco Don Bosco, nel quartiere di San Donato, nel corso del 2024, poi definitivamente accantonato dall’amministrazione.

Naturalmente, la destra non perde occasione per utilizzare a fini politico-elettorali ogni episodio che può servire per scatenare il fuoco “ad alzo zero” contro questa amministrazione cittadina. A partire dai ruoli apicali dell’esecutivo e della maggioranza che la sostiene, peraltro accusata di essere collaterale agli episodi in cui la rottura della “pace sociale” ha implicato significativi momenti di conflitto di strada negli ultimi 30 anni.

Tornando all’episodio specifico, l ’attuale dibattito – se i due agenti abbiamo agito “secondo norma” o meno, di fronte alla morte di una persona disarmata ed in evidente stato di shock – è decisamente assurdo e fuorviante, soprattutto tenendo conto dell’attivazione dello “scudo penale” nei confronti dei poliziotti, introdotto recentemente.

Ci troviamo di fronte alla prima attivazione, ed è la prima e – per ora – principale, pietra d’inciampo rispetto alla richiesta di verità e giustizia da parte di coloro che si stanno stringendo realmente alla famiglia, che la chiede a gran voce.

Chi non si sta esprimendo per la rimozione di questa assurda protezione, come Lepore, di fatto legittima la conseguenza di questa misura – una delle tante – approvata nei diversi pacchetti sicurezza governativi.

Cosa fare quindi?

Occorre demolire il combinato disposto di una narrazione costruita contro i quartieri popolari, in particolare il rione Pilastro, che produce una pluridecennale stigmatizzazione negativa contro i suoi abitanti e la loro parte più attiva, giustificandone la militarizzazione e l’uso sconsiderato della forza.

Sia che si tratti di un conflitto legato ad un’opera contestata, oppure di un intervento “di routine” come domenica, e comunque contro qualsiasi legittima vertenza: dalla desertificazione dei servizi alla mancata mobilità urbana, dalla speculazione edilizia all’assenza di spazi di cultura/socialità.

Chi abita i quartieri popolari non può essere considerato alla stregua di “nemico interno”, con una logica quasi neo-coloniale di occupazione militare di un territorio considerato “alieno”, da conquistare per consegnarlo ai processi di valorizzazione capitalista che vanno investendo anche il quadrante nord della città, con l’espulsione dei ceti popolari e la criminalizzazione delle forme di socialità politica che ne hanno sempre caratterizzato la grande storia.

In questo processo, che potremmo definire “il sacco di Bologna”, la giunta Lepore-Clancy e le forze che la sostengono non è spettatrice passiva, ma vettore attivo, come dimostra la sponsorizzazione delle manovre speculative in vari punti della Città. Così come è corresponsabile dei processi di involuzione autoritaria legati alla gestione dell’ordine pubblico nel suo complesso, con paradigmi chiaramente mutuati dalla destra.

Allo stesso tempo, se si vuole essere conseguenti, bisogna chiedere verità e giustizia per tutti gli episodi che hanno aperto delle ferite e procurato cicatrici indelebili, dalla strage “fascista e di Stato” – come recita la sentenza – alla stazione il 2 agosto del 1980, fino all’ultima stagione della lunga strategia della tensione caratterizzata dalle azioni della Banda della Uno Bianca (1987-1994).

La gestione folle dell’ordine pubblico – sia in occasione di manifestazioni politiche che del cosiddetto “controllo del territorio” – di cui l’ultimo episodio è una tragica ma purtroppo logica conseguenza – deriva interamente dalle politiche sulla sicurezza promosse dalla Destra e fatte acriticamente proprie dal centro-sinistra.

A differenza di ciò che pensa Lepore e chi disgraziatamente lo segue, Bologna ha saputo e saprà sempre da che parte stare. Ieri in Piazza Roosevelt e quotidianamente con le lotte ambientaliste contro il continuo ecocidio, con i conflitti sociali che chiedono a gran voce un miglioramento delle condizioni insopportabili delle classi subalterne ed il ripristino di garanzie, a fianco dei popoli oppressi e delle persone razializzate e sessualizzate vittime del clima d’odio che le classi dirigenti gli stanno vomitando addosso con il concorso di mostruosi personaggi come l’ex generale di Futuro Nazionale.

“E poiché semineranno vento, raccoglieranno tempesta”, verrebbe da dire.

Fonte

Il poliziotto del Pilastro è “recidivo”

L’agente di polizia coinvolto nella morte di Fakir al Pilastro, sarebbe stato protagonista di un altro episodio che ha provocato lesioni ad una persona fermata lo scorso 10 luglio. Coincidenza vuole che anche in questo caso il “placcato a terra” fosse un cittadino straniero. Insomma, l’ipotesi di una profilazione razziale nelle scelte e nelle modalità di intervento potrebbe riaffacciarsi con una certa insistenza.

Il Fatto Quotidiano e Bologna Today hanno infatti raccolto la testimonianza-denuncia di Enrico Abhumere, 29 anni, di origini nigeriane e conosciuto nel mondo rapper con il nome d’arte “Bubu Doc”. Abhumere ha una protesi alla gamba amputata a causa di un cancro. La sua testimonianza – diventata anche una contro-denuncia penale verso i poliziotti che lo hanno accusato di resistenza – diventa emblematica di un contesto e “del” contesto in cui collocare l’intervento mortale al Pilastro contro Fakir.

Veniamo alla testimonianza di Enrico Abhumere.

“Stavamo andando a prendere un cornetto, era poco prima dell’una. Vengo fermato da due poliziotti”. E poi aggiunge: “Uno di loro due è quello coinvolto nel fermo di Fakir al Pilastro. L’ho visto, mi era molto vicino e nel video del Pilastro l’ho riconosciuto. Sono sicuro”, dice il Abhumere.

Sia Il Fatto Quotidiano che BolognaToday hanno ricostruito che si tratta effettivamente dello stesso agente su cui, insieme al collega e a quattro volontari della Croce Rossa, la Procura di Bologna sta svolgendo accertamenti con l’ipotesi del reato di omicidio colposo nel caso di Fakir.

Ad Abhumere viene contestato il fatto che il monopattino non ha la targa e che lui non sta indossando il casco. Insieme a lui sul monopattino c’è anche la fidanzata.

Dopo qualche minuto e il riconoscimento di rito, uno dei due agenti gli dice che può andarsene. Ma quando lui fa per andarsene viene fermato dal poliziotto che poi avrebbe riconosciuto nel video della morte del 42enne al rione Pilastro.

“Durante il riconoscimento è emerso anche che io avevo un richiamo orale, cosa di cui non sapevo nulla. E lui in tutta risposta mi ha detto ‘Lo vedi allora che sei ignorante, sei stupido’. Io mi sono subito accorto che non era un semplice controllo, era come se volessero qualcos’altro”.

“A quel punto io ho cominciato a fare dei video con il cellulare, ma era solo per tutelarmi – dice ancora –. Uno dei due agenti mi dice che potevo andare via, ma mentre inizio ad andarmene l’altro poliziotto mi dice ‘Non far finta di zoppicare, non c’è bisogno’. E mi mette una gamba sul monopattino per fermarmi – continua Enrico Abhumere –. Io gli ho spiegato che non fingevo di camminare male e che ho una protesi. Lui è stato molto arrogante nei modi, molto. Mi ha detto: ‘Se io voglio tu dormi qua’. Io mi sono arrabbiato perché lui non poteva sapere dei miei problemi, visto che ho una gamba amputata a causa di un tumore che ho avuto in passato”.

Da lì la situazione è degenerata: “Mi è venuto incontro cercando di mettermi le mani addosso. Io ho cercato di scansarlo, ma senza colpirlo e senza fargli del male, solo per togliergli le mani. A quel punto mi si avventano contro nove poliziotti, anche se dal video che ho messo sui social sembra che siano tre o quattro. Mi hanno atterrato con forza: mi sono fatto male alla spalla, al polso, e mi hanno rotto la protesi della gamba. Ho sentito un dolore fortissimo. Ora sto portando anche il gesso al braccio”.

Enrico Abhumere viene quindi portato in Questura, e qui rivela il giovane “arriva un bravo poliziotto, che mi dice di denunciare l’agente che mi ha fermato perché anche secondo lui quello era stato un abuso di potere e io non avevo fatto nulla. E così ho fatto: ho denunciato quello che mi è successo dopo che ho ricevuto la loro denuncia per minacce e resistenza a pubblico ufficiale”.

Emblematico è il format adottato dall’avvocato difensore dell’agente di polizia anche in questo caso. Il soggetto fermato “dava in escandescenze” (come al Pilastro, come Magherini, Aldrovandi e altri casi, ndr). E poi sulla pratica di sdraiare brutalmente a terra i fermati l’avvocato afferma che: “Dal momento in cui un poliziotto ti mette a terra, per quanto io possa essere il più esperto poliziotto al mondo, è chiaro che tu puoi battere un ginocchio, o puoi sbucciarti un gomito. È normale che ciò accada, soprattutto d’estate quando gli indumenti sono corti”. Ma in questo caso c’è anche una protesi rotta ad un soggetto con una gamba amputata.

Quali lezioni trarre da questa vicenda emblematica ma niente affatto eccezionale, anzi divenuta quasi normale soprattutto durante i fermi di cittadini “non bianchi”?

La prima è che riprendere quanto accade è decisivo e necessario. Può fare la differenza. La seconda, è che in caso di abusi e alle accuse di resistenza e oltraggio, non bisogna subire in silenzio ma fare subito una controdenuncia. La terza, è che lo scudo penale introdotto dal governo rende impuniti e impunibili episodi come quelli visti al Pilastro o contenuti nella denuncia di cui si parla in questo articolo. La quarta è che le istituzioni devono prendere sul serio, indagare, prevenire, reprimere, l’allarme sulla profilazione razziale nella gestione dell’ordine pubblico. Garantire sul serio la sicurezza significa anche questo.

Fonte

22/07/2026

Prima di processare il morto. Dieci risposte sul caso di Abderrahim Fakir

Da ieri, sotto le immagini della morte di Abderrahim Fakir, è cominciato un interrogatorio rivolto all’unica persona che ormai non può rispondere. Si esamina la sua biografia, si cercano vecchie denunce e si trasforma il suo stato di agitazione nella spiegazione retroattiva di qualunque cosa gli sia stata fatta.

Le domande sembrano prudenti. Quasi tutte spostano l’attenzione dalla condotta di chi esercitava la forza alla presunta indegnità di chi l’ha subita.

Proviamo a rispondere con ordine.
 
1. I precedenti di Fakir non autorizzano nulla

Alcune testate hanno scritto che Fakir aveva «precedenti di polizia», senza precisare per quali fatti e con quali esiti. Questa formula può comprendere denunce e segnalazioni alle quali non sia seguita una condanna; definirlo «pregiudicato» sarebbe al momento scorretto.
Il lungo elenco di rapine, spaccio, ricettazione e lesioni che viene copiato nei commenti non compare, per quanto ho potuto verificare, in alcuna fonte giornalistica identificabile. Le cronache disponibili si limitano alla stessa indicazione generica. (Sky TG24, Corriere di Bologna)
Anche qualora tutte quelle accuse risultassero vere, il punto rimarrebbe intatto. La pena per lo spaccio o per la resistenza a pubblico ufficiale viene stabilita da un tribunale. Nessuna sentenza italiana prevede il soffocamento sull’asfalto. Fakir era a terra e chiedeva aiuto.
Il suo casellario giudiziale, qualunque contenuto avesse, non poteva respirare al posto suo.

2. La chiamata dei residenti spiega l’arrivo della polizia, non la morte

Alcuni abitanti di via Svevo erano spaventati e hanno fatto ciò che ritenevano necessario. Fakir appariva fortemente agitato e, secondo la ricostruzione della Questura, avrebbe colpito un’automobile. La telefonata al 113 può dunque essere stata perfettamente legittima.
Da quel momento comincia la responsabilità dello Stato. La polizia viene chiamata affinché controlli una situazione pericolosa, riducendo il danno e consegnando la persona viva all’autorità giudiziaria o ai sanitari. Chi ha telefonato chiedeva un intervento. Nessuno ha conferito agli agenti il potere di arrivare a qualunque esito.

3. L’agitazione di Fakir aumentava il rischio medico

Si ripete che l’uomo fosse «fuori controllo», quasi che questa espressione potesse assolvere in anticipo qualsiasi tecnica di contenimento. Dal punto di vista clinico vale il ragionamento opposto. Una persona che ha lottato, respira affannosamente ed è stata esposta allo spray urticante presenta un rischio maggiore durante l’immobilizzazione prona.
Lo sforzo aumenta la produzione di anidride carbonica e può provocare acidosi. Se la posizione a faccia in giù e la pressione esercitata sul tronco impediscono una ventilazione adeguata, la funzione cardiaca può deteriorarsi rapidamente.
La letteratura forense descrive questo possibile decorso come prone restraint cardiac arrest. Sarà l’autopsia a stabilire se sia avvenuto nel caso di Fakir; il pericolo della tecnica era già conosciuto prima del suo fermo. (Journal of Forensic Sciences)

4. Danneggiare un’automobile non sospende il principio di proporzione

Fakir avrebbe sferrato alcuni calci alla volante. Il condizionale resta necessario, dato che stiamo riportando la versione della polizia. Se il danneggiamento verrà confermato, si trattava di un reato da contestare nelle forme previste dalla legge.
Un’automobile può essere riparata. Una morte resta irreversibile. Ricordarlo non significa giustificare il comportamento dell’uomo, bensì mantenere una proporzione elementare tra il fatto contestato e l’esito dell’intervento. La forza pubblica possiede strumenti più estesi di quelli concessi al cittadino proprio perché il suo uso è sottoposto a limiti più severi.

5. «Chiedono tutti aiuto quando vengono arrestati» è una risposta clinicamente irresponsabile

Può accadere che una persona immobilizzata invochi aiuto pur continuando a respirare normalmente. Per questo esistono professionisti addestrati a valutare il respiro, la coscienza e i cambiamenti improvvisi del comportamento. Non si stabilisce lo stato clinico di un fermato attraverso il fastidio provato nell’ascoltarlo.
Nel video Fakir ripete «aiuto» e «basta». Poi diventa immobile. Il passaggio dalla resistenza al silenzio deve essere considerato un allarme, perché la perdita di reattività può precedere un arresto cardiaco.
Le indicazioni operative sulla contenzione raccomandano di ridurre il tempo trascorso a terra, evitare pressioni sulla schiena e controllare continuamente la respirazione. Il sollievo dell’agente perché la persona ha cessato di divincolarsi non può sostituire una valutazione medica.

6. La presenza del 118 non certifica la correttezza dell’intervento

Nel filmato si vedono due operatori sanitari. La loro presenza viene adoperata come una sorta di assoluzione indiretta: se fossero esistiti pericoli, si dice, sarebbero intervenuti. È precisamente ciò che l’indagine interna dell’Ausl dovrà accertare.
Secondo la cronologia comunicata dal 118, l’ambulanza arrivò alle 12:30. Sei minuti dopo vennero richiesti il consulto medico e l’automedica, che giunse alle 12:53 e constatò il decesso. Il filmato diffuso non mostra una rianimazione immediata, anche se può non contenere l’intera sequenza.
Occorre stabilire quando Fakir abbia perso coscienza, chi abbia controllato il respiro e quali manovre siano state eseguite. (DIRE)
La presenza dei sanitari amplia le domande. Non le cancella.

7. «Ha avuto un malore» non è una spiegazione

Malore indica che una persona si è sentita male. Non chiarisce il processo fisiologico che ha condotto alla morte, né permette di separarlo dalle condizioni in cui il decesso è avvenuto.
L’autopsia potrebbe rilevare una patologia cardiaca o la presenza di sostanze. Dovrà comunque accertare se lo sforzo, la posizione prona e la pressione esterna abbiano contribuito all’esito. Una condizione preesistente rende la persona più fragile e accresce la cautela necessaria.
Lo Stato custodisce esseri umani reali, con cuori imperfetti e corpi che possono cedere. Il diritto alla vita non è riservato agli organismi clinicamente impeccabili.

8. Aspettare l’autopsia vale anche per chi ha già assolto gli agenti

L’attribuzione delle responsabilità penali richiede l’autopsia, l’esame delle bodycam e le testimonianze. Nessuna persona seria dovrebbe inventare un nesso causale definitivo prima di questi accertamenti. Le immagini già disponibili consentono però di porre domande fondate sulla tecnica impiegata e sulla rapidità dei soccorsi.
Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha dichiarato che l’intervento risulterebbe condotto «con professionalità e modalità consone». La sua assoluzione è arrivata prima degli esami medico-legali. (ANSA)
La prudenza reclamata alla famiglia e a chi guarda il video sparisce quando deve essere applicata al partito di governo. L’autopsia viene invocata per sospendere le critiche, mentre la difesa della polizia può procedere senza attendere nulla.

9. Le bodycam accese non dimostrano l’innocenza

Qualcuno sostiene che gli agenti non avrebbero causato una morte sapendo di essere ripresi. Questo argomento confonde l’intenzione omicida con tutte le altre possibili responsabilità. Una condotta può produrre un esito letale attraverso imperizia, imprudenza o violazione delle procedure. Nessuna di queste ipotesi richiede che una persona cominci il proprio turno con il progetto di uccidere.
Le bodycam servono a documentare. La loro esistenza non rende automaticamente corretta l’azione registrata. Sarà necessario esaminare l’intervento nella sua interezza e comprendere quanto sia durata la contenzione, quale pressione sia stata esercitata e quando gli agenti abbiano riconosciuto la perdita di coscienza.

10. Pretendere una polizia democratica non significa odiare la polizia

Gli agenti svolgono un lavoro difficile e possono trovarsi davanti a persone violente. Proprio questa difficoltà rende indispensabili una formazione adeguata e un controllo indipendente. Consegnare a qualcuno armi e autorità, sottraendolo poi all’esame pubblico, significa abbandonare anche gli agenti alla cattiva formazione e alla protezione politica interessata.
Nel gennaio 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, mantenuto prono per circa venti minuti anche dopo essere diventato inerte. La Corte ha rilevato carenze nella preparazione delle forze dell’ordine e nell’indagine successiva. (ANSA)
Parlare di fascistizzazione significa osservare il ‘privilegio morale’ concesso alla divisa, considerata innocente prima ancora che i fatti siano conosciuti, mentre il morto viene processato attraverso voci incontrollate. Una polizia sottoposta alla legge rafforza la democrazia. Una forza pubblica difesa a prescindere protegge anzitutto il potere politico che se ne serve.
Fakir era vivo quando lo Stato ha assunto il controllo del suo corpo. Ne è uscito morto. Questo basta a pretendere che lo Stato risponda.

Fonte

21/07/2026

In migliaia a Bologna chiedono “Giustizia e verità per Fakir”. La risposta sono lacrimogeni e idranti

Migliaia di persone hanno riempito ieri pomeriggio Piazza del Nettuno a Bologna per chiedere verità e giustizia per Fakir, l’uomo di 43 anni morto durante l’intervento della polizia al Pilastro, il quartiere popolare bolognese più noto e contraddittorio.

Vedere la grande piazza piena di gente che protestava contro un nuovo caso di morte di una persona nelle mani della polizia, non deve essere piaciuto molto a Prefettura e Questura che hanno scelto subito la linea dura sulla gestione della piazza. Non si spiegherebbe altrimenti la pioggia di lacrimogeni caduta sui manifestanti da via Bassi fino al Sacrario dei Partigiani.

Gli slogan – molto ripetuto quello di “assassini” – denunciavano non solo la morte di Fakir ma anche lo scudo penale che con la nuova legge sulla sicurezza assicura l’impunità agli agenti di polizia.

La piazza, dopo gli interventi di denuncia su quanto accaduto, particolarmente toccante quello della giovane nipote di Fakir, ha visto partire un corteo di migliaia di persone in direzione della Prefettura.

C’è stato appena un accenno di spintonamento con lo sbarramento di polizia che blindava la Prefettura (vedi questo video), ma ben presto è partita una nutrita raffica di lacrimogeni e gli idranti. Da alcuni video si desume che alcuni lacrimogeni siano stati sparati anche dall’alto. I manifestanti non sono arretrati e hanno tenuto la piazza fino a tarda sera con grande determinazione.

Qualcuno evocava la possibilità che il Pilastro diventasse come le banlieues francesi, ma a Bologna la rabbia e la richiesta di giustizia è riuscita invece a occupare il centro della città e non la sua periferia.

Fonte

20/07/2026

Bologna. Muore durante l’intervento dei poliziotti al Pilastro

Si chiamava Abderrahim Fakir, era un uomo di 43 anni di origine marocchina ed è morto mentre gli agenti di polizia lo tenevano bloccato a terra dopo avergli spruzzato dello spray al peperoncino.

Questo è quanto avvenuto in via Italo Svevo nel periferico quartiere del Pilastro a Bologna. Alcuni abitanti avevano chiamato la polizia dopo che l’uomo gridava in mezzo alla strada ma senza minacciare nessuno.

Secondo gli agenti l’uomo avrebbe dato dei colpi alla volante della polizia. Gli agenti in presenza anche di alcuni operatori sanitari, avrebbero spruzzato all’uomo spray urticante e schiacciato terra per immobilizzarlo – con una pratica che sta procurando decessi in Italia come negli Stati Uniti e che andrebbe finalmente vietata – e gli hanno messe le fascette ai polsi. A quel punto l’uomo avrebbe accusato un malore ed è deceduto.

Tra i residenti del Pilastro è circolato un video degli ultimi istanti di vita del 43enne. L’uomo griderebbe: “Aiuto, basta, basta” e implora la polizia di non infierire. Nelle immagini si vedrebbero due agenti che lo bloccano a faccia in giù, portandogli le mani dietro la schiena nel tentativo di ammanettarlo. Un terzo uomo, probabilmente un abitante del quartiere, aiuta gli agenti tenendogli le caviglie mentre gli operatori sanitari non sono intervenuti e sono rimasti a guardare. Dopo qualche minuto l’uomo ha smesso di dimenarsi.

L’uomo avrebbe dato in escandescenze all’interno dell’area dei garage di via Svevo creando una situazione di agitazione ma non di pericolo, affermano gli abitanti del quartiere.

“Lui sempre chiedeva aiuto. Non ha fatto niente chiedeva solo aiuto. Era un po’ agitato, chiedeva aiuto, aiuto, aiuto”. A riferirlo ai giornalisti è un abitante dei palazzi di via Svevo.

Dell’episodio circolerebbe anche un video di cinque minuti, filmato dai residenti della zona. Adesso saranno le indagini e gli esami medico-legali a stabilire le cause del decesso e a verificare nel dettaglio tutte le fasi dell’intervento, compreso l’eventuale ruolo avuto dalle tecniche di contenimento adottate dagli agenti.

La deputata Ilaria Cucchi ha annunciato la presentazione di una interrogazione parlamentare su quanto accaduto.

In serata al Pilastro si è tenuta una assemblea popolare (vedi il video) spontanea che ha denunciato quanto accaduto ed ha invocato giustizia per Fakir.

***** 

Verità e giusizia per Fakir!

Come Comitato Popolare Pilastro rilanciamo l’appuntamento per il presidio di questa sera chiamato dalla famiglia, alle ore 20:30 via Panzini all’angolo Italo Svevo.

Oggi al Pilastro si è verificata l’ennesima tragedia che vede coinvolte le delle forze dell’ordine mentre agiscono un fermo spropositato su un uomo cardiopatico, asmatico e in evidente stato di difficoltà la cui unica “colpa” è stata quella di chiedere aiuto sotto un condominio: Fakir purtroppo è stato raggiunto dalla polizia, invece che da un’ambulanza.

Chiediamo immediatamente che vengano accertate le responsabilità sulla morte di Fakir, riguardanti l’operato delle FF.OO, del civile che ha agito tenendolo fermo e degli operatori sanitari che, giunti sul posto, sono rimasti fermi a guardare. Fatti di questo tipo non sono più tollerabili in alcun modo.

Ci stringiamo alla famiglia, e ribadiamo la richiesta di verità e giustizia immediata.

Come ormai vediamo sempre più di frequente nelle nostre città e nei nostri quartieri, fatti gravi di questo tipo non sono isolati: la militarizzazione dei nostri quartieri, il razzismo che imperversa nel paese e anche nelle forze dell’ordine porta poi a questo.

Con rabbia e con dolore, ci vediamo stasera per ricordare Fakir e chiedere verità e giustizia

*****

Fakir come George Floyd: a Bologna è assassinio di stato

Verità e giustizia per Abderrahim Fakir,

Invitiamo tutte e tutti a partecipare all’appuntamento chiamato dalla famiglia alle 20:30 in via Panzini, all’angolo con via Svevo

Oggi è morto a 43 anni durante un intervento di polizia al Pilastro Abderrahim Fakir, fermato e ammanettato dalla polizia mentre chiedeva aiuto durante un malore. Ci stringiamo alla famiglia e alle persone care di Abdrrahim Fakir e a tutto il Pilastro ed esprimiamo tutta la nostra vicinanza alla famiglia in questo momento atroce che sconvolge il rione e tutta la città.

Il video che circola in rete e le testimonianze immortalano la dinamica del fermo e ci riportano alla scena agghiacciate dell’omicidio di George Floyd e di “I can’t breth” e alla morte Ramy all’età di soli 19 anni a Milano Corvetto, con metodi non diversi dalla polizia fascista dell’ICE americana.

Il fatto gravissimo di oggi non è infatti isolato, ma si inserisce in una scia di omicidi da parte delle forze dell’ordine nei quartieri del paese, da Milano a Bologna: questo è anche il frutto dell’attacco ai quartieri popolari che si sta portando avanti, a colpi di tagli ai servizi, militarizzazione con le forze dell’ordine e guerra ai più poveri.

In tutta Europa stiamo assistendo ad un ritorno di politiche e discorsi xenofobi, che danno ulteriore adito a violenze di questo tipo. Si parla di sicurezza, di maggiore presenza di forze dell’ordine e non si interviene minimamente sui problemi che riguardano i quartieri popolari. Sentiamo invece invocare alla remigrazione, alla difesa senza se e senza ma della violenza poliziesca, all’attacco continuo verso le comunità immigrate presenti nei nostri quartieri. Il nostro Governo ha attuato queste politiche a partire dagli ultimi decreti sicurezza inaugurati proprio al Pilastro.

A Bologna, come in tutta Italia, le politiche non sono diverse. Se il governo Meloni spinge sulla repressione e sul controllo poliziesco delle periferie, attaccando i giovani e gli immigrati, il centrosinistra non è diverso da tutto questo. Non solo l’assassinio di oggi, ma poche settimane fa veniva inaugurato l’ennesimo presidio di polizia in Bolognina proprio da Lepore e Piantedosi. La stessa Bologna è stata la prima città ad applicare le zone rosse. Anche qui si diffonde sempre di più la propaganda che vede la forza pubblica (quando non direttamente la violenza sommaria privata) come unico modo di gestire qualunque questione. Lo dimostra una lunga sequenza dall’introduzione del taser fino alle notti cilene del Pilastro.

Al di là di quelle che saranno le “verità giudiziarie”, c’è una verità politica evidente: la canea della deportazione, la distruzione di ogni tessuto preventivo, l’abbandono dei quartieri, producono quotidianamente situazioni che possono finire come oggi al Pilastro.

Saremo a fianco della famiglia e del Pilastro, tra chi lotta per un mondo più giusto in cui non si debba più piangere e urlare per la morte di persone nelle mani dello stato. L’unica sicurezza per i nostri quartieri è quella sociale.

Fonte