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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/07/2026

Prima di processare il morto. Dieci risposte sul caso di Abderrahim Fakir

Da ieri, sotto le immagini della morte di Abderrahim Fakir, è cominciato un interrogatorio rivolto all’unica persona che ormai non può rispondere. Si esamina la sua biografia, si cercano vecchie denunce e si trasforma il suo stato di agitazione nella spiegazione retroattiva di qualunque cosa gli sia stata fatta.

Le domande sembrano prudenti. Quasi tutte spostano l’attenzione dalla condotta di chi esercitava la forza alla presunta indegnità di chi l’ha subita.

Proviamo a rispondere con ordine.
 
1. I precedenti di Fakir non autorizzano nulla

Alcune testate hanno scritto che Fakir aveva «precedenti di polizia», senza precisare per quali fatti e con quali esiti. Questa formula può comprendere denunce e segnalazioni alle quali non sia seguita una condanna; definirlo «pregiudicato» sarebbe al momento scorretto.
Il lungo elenco di rapine, spaccio, ricettazione e lesioni che viene copiato nei commenti non compare, per quanto ho potuto verificare, in alcuna fonte giornalistica identificabile. Le cronache disponibili si limitano alla stessa indicazione generica. (Sky TG24, Corriere di Bologna)
Anche qualora tutte quelle accuse risultassero vere, il punto rimarrebbe intatto. La pena per lo spaccio o per la resistenza a pubblico ufficiale viene stabilita da un tribunale. Nessuna sentenza italiana prevede il soffocamento sull’asfalto. Fakir era a terra e chiedeva aiuto.
Il suo casellario giudiziale, qualunque contenuto avesse, non poteva respirare al posto suo.

2. La chiamata dei residenti spiega l’arrivo della polizia, non la morte

Alcuni abitanti di via Svevo erano spaventati e hanno fatto ciò che ritenevano necessario. Fakir appariva fortemente agitato e, secondo la ricostruzione della Questura, avrebbe colpito un’automobile. La telefonata al 113 può dunque essere stata perfettamente legittima.
Da quel momento comincia la responsabilità dello Stato. La polizia viene chiamata affinché controlli una situazione pericolosa, riducendo il danno e consegnando la persona viva all’autorità giudiziaria o ai sanitari. Chi ha telefonato chiedeva un intervento. Nessuno ha conferito agli agenti il potere di arrivare a qualunque esito.

3. L’agitazione di Fakir aumentava il rischio medico

Si ripete che l’uomo fosse «fuori controllo», quasi che questa espressione potesse assolvere in anticipo qualsiasi tecnica di contenimento. Dal punto di vista clinico vale il ragionamento opposto. Una persona che ha lottato, respira affannosamente ed è stata esposta allo spray urticante presenta un rischio maggiore durante l’immobilizzazione prona.
Lo sforzo aumenta la produzione di anidride carbonica e può provocare acidosi. Se la posizione a faccia in giù e la pressione esercitata sul tronco impediscono una ventilazione adeguata, la funzione cardiaca può deteriorarsi rapidamente.
La letteratura forense descrive questo possibile decorso come prone restraint cardiac arrest. Sarà l’autopsia a stabilire se sia avvenuto nel caso di Fakir; il pericolo della tecnica era già conosciuto prima del suo fermo. (Journal of Forensic Sciences)

4. Danneggiare un’automobile non sospende il principio di proporzione

Fakir avrebbe sferrato alcuni calci alla volante. Il condizionale resta necessario, dato che stiamo riportando la versione della polizia. Se il danneggiamento verrà confermato, si trattava di un reato da contestare nelle forme previste dalla legge.
Un’automobile può essere riparata. Una morte resta irreversibile. Ricordarlo non significa giustificare il comportamento dell’uomo, bensì mantenere una proporzione elementare tra il fatto contestato e l’esito dell’intervento. La forza pubblica possiede strumenti più estesi di quelli concessi al cittadino proprio perché il suo uso è sottoposto a limiti più severi.

5. «Chiedono tutti aiuto quando vengono arrestati» è una risposta clinicamente irresponsabile

Può accadere che una persona immobilizzata invochi aiuto pur continuando a respirare normalmente. Per questo esistono professionisti addestrati a valutare il respiro, la coscienza e i cambiamenti improvvisi del comportamento. Non si stabilisce lo stato clinico di un fermato attraverso il fastidio provato nell’ascoltarlo.
Nel video Fakir ripete «aiuto» e «basta». Poi diventa immobile. Il passaggio dalla resistenza al silenzio deve essere considerato un allarme, perché la perdita di reattività può precedere un arresto cardiaco.
Le indicazioni operative sulla contenzione raccomandano di ridurre il tempo trascorso a terra, evitare pressioni sulla schiena e controllare continuamente la respirazione. Il sollievo dell’agente perché la persona ha cessato di divincolarsi non può sostituire una valutazione medica.

6. La presenza del 118 non certifica la correttezza dell’intervento

Nel filmato si vedono due operatori sanitari. La loro presenza viene adoperata come una sorta di assoluzione indiretta: se fossero esistiti pericoli, si dice, sarebbero intervenuti. È precisamente ciò che l’indagine interna dell’Ausl dovrà accertare.
Secondo la cronologia comunicata dal 118, l’ambulanza arrivò alle 12:30. Sei minuti dopo vennero richiesti il consulto medico e l’automedica, che giunse alle 12:53 e constatò il decesso. Il filmato diffuso non mostra una rianimazione immediata, anche se può non contenere l’intera sequenza.
Occorre stabilire quando Fakir abbia perso coscienza, chi abbia controllato il respiro e quali manovre siano state eseguite. (DIRE)
La presenza dei sanitari amplia le domande. Non le cancella.

7. «Ha avuto un malore» non è una spiegazione

Malore indica che una persona si è sentita male. Non chiarisce il processo fisiologico che ha condotto alla morte, né permette di separarlo dalle condizioni in cui il decesso è avvenuto.
L’autopsia potrebbe rilevare una patologia cardiaca o la presenza di sostanze. Dovrà comunque accertare se lo sforzo, la posizione prona e la pressione esterna abbiano contribuito all’esito. Una condizione preesistente rende la persona più fragile e accresce la cautela necessaria.
Lo Stato custodisce esseri umani reali, con cuori imperfetti e corpi che possono cedere. Il diritto alla vita non è riservato agli organismi clinicamente impeccabili.

8. Aspettare l’autopsia vale anche per chi ha già assolto gli agenti

L’attribuzione delle responsabilità penali richiede l’autopsia, l’esame delle bodycam e le testimonianze. Nessuna persona seria dovrebbe inventare un nesso causale definitivo prima di questi accertamenti. Le immagini già disponibili consentono però di porre domande fondate sulla tecnica impiegata e sulla rapidità dei soccorsi.
Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha dichiarato che l’intervento risulterebbe condotto «con professionalità e modalità consone». La sua assoluzione è arrivata prima degli esami medico-legali. (ANSA)
La prudenza reclamata alla famiglia e a chi guarda il video sparisce quando deve essere applicata al partito di governo. L’autopsia viene invocata per sospendere le critiche, mentre la difesa della polizia può procedere senza attendere nulla.

9. Le bodycam accese non dimostrano l’innocenza

Qualcuno sostiene che gli agenti non avrebbero causato una morte sapendo di essere ripresi. Questo argomento confonde l’intenzione omicida con tutte le altre possibili responsabilità. Una condotta può produrre un esito letale attraverso imperizia, imprudenza o violazione delle procedure. Nessuna di queste ipotesi richiede che una persona cominci il proprio turno con il progetto di uccidere.
Le bodycam servono a documentare. La loro esistenza non rende automaticamente corretta l’azione registrata. Sarà necessario esaminare l’intervento nella sua interezza e comprendere quanto sia durata la contenzione, quale pressione sia stata esercitata e quando gli agenti abbiano riconosciuto la perdita di coscienza.

10. Pretendere una polizia democratica non significa odiare la polizia

Gli agenti svolgono un lavoro difficile e possono trovarsi davanti a persone violente. Proprio questa difficoltà rende indispensabili una formazione adeguata e un controllo indipendente. Consegnare a qualcuno armi e autorità, sottraendolo poi all’esame pubblico, significa abbandonare anche gli agenti alla cattiva formazione e alla protezione politica interessata.
Nel gennaio 2026 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, mantenuto prono per circa venti minuti anche dopo essere diventato inerte. La Corte ha rilevato carenze nella preparazione delle forze dell’ordine e nell’indagine successiva. (ANSA)
Parlare di fascistizzazione significa osservare il ‘privilegio morale’ concesso alla divisa, considerata innocente prima ancora che i fatti siano conosciuti, mentre il morto viene processato attraverso voci incontrollate. Una polizia sottoposta alla legge rafforza la democrazia. Una forza pubblica difesa a prescindere protegge anzitutto il potere politico che se ne serve.
Fakir era vivo quando lo Stato ha assunto il controllo del suo corpo. Ne è uscito morto. Questo basta a pretendere che lo Stato risponda.

Fonte

05/07/2026

Ricordiamo a Noa che non c’è pace senza giustizia

In una recente intervista su Vanity Fair l’artista NOA (Achinoam Nini) dichiara, riguardo al genocidio in Palestina: “Personalmente non uso quella parola. Ma se qualcuno accanto a me sente il bisogno di usarla non gli chiuderò la bocca. Se è così che vede le cose, rispetto il suo punto di vista”

Peccato che, dal settembre 2025, questo non sia più solo il punto di vista di qualcuno, ma la conclusione a cui è giunta la Commissione di inchiesta internazionale indipendente dell’ONU sui territori palestinesi occupati.

Rispondendo ad un nostro post e riferendosi al prossimo evento “Re-imagine Peace”, che si svolgerà a Firenze dal 10 al 12 luglio, NOA afferma: “Le persone che verranno a questo festival non passeranno il tempo a gridare ‘genocidio’ dalla mattina alla sera. Perché chi parla solo in questi termini, spesso, non parla di pace”.

Sul sito della sua fondazione (NOA’s Ark Foundation) sta scritto che l’evento è una chiamata ad “ascoltare le narrazioni, il dolore e il potenziale reciproci in uno dei conflitti più radicati e strazianti del nostro tempo”.

Con un colpo di spugna vengono cancellati 80 anni di colonialismo di insediamento di Israele in Palestina e la questione viene presentata come una specie di faida tra due popoli.

In questa breve lettera aperta vogliamo rivolgere alcune domande a NOA e fare alcuni commenti rispetto a queste e ad altre sue affermazioni.

Come è possibile parlare di pace senza partire da un esame onesto della realtà attuale e della storia?

Senza tener conto del parere degli organismi del diritto internazionale? Senza prendere in considerazione le numerosissime testimonianze, non solo delle vittime, ma anche di chi sta commettendo questo orrendo crimine?

Come è possibile invocare il dialogo tra due parti senza denunciare chiaramente che uno è l’oppresso e l’altro è l’oppressore? L’affermazione di una presunta simmetria tra israeliani e palestinesi, o il concetto che colonizzatori e colonizzati siano ugualmente responsabili del “conflitto” rappresenta – negli effetti anche se non sempre nelle intenzioni – una forma di normalizzazione del predominio.

Per quanto riguarda l’equiparazione delle sofferenze, ricordiamo che l’antisemitismo è nato in Europa, che il genocidio degli ebrei, dei Rom e l’eliminazione sistematica di altri gruppi di individui considerati indesiderabili come disabili, gay ed oppositori politici, sono stati perpetrati da europei suprematisti: i palestinesi non hanno alcuna responsabilità per questi eventi.

NOA sostiene che c’è una chiara separazione tra il governo di Israele e la grande maggioranza della popolazione, perfino coloro che hanno votato il governo attuale. Aggiunge che non c’è assolutamente alcuna responsabilità del popolo ebraico per le azioni del governo israeliano.

Questa seconda dichiarazione ci pare ovvia: quando parliamo di Israele non ci riferiamo alla comunità ebraica, che è cosa ben diversa. Equiparare i due concetti è una disonestà intellettuale utilizzata per accusare pretestuosamente di antisemitismo chi critica le politiche israeliane.

Alla pretesa di una netta distinzione tra il popolo e il suo governo replichiamo che la maggior parte degli israeliani ha votato partiti suprematisti, colonialisti e razzisti. Non basta che ora critichino alcuni eccessi per essere considerati “chiaramente distinti” da chi hanno eletto.

Ricordiamo anche che il Parlamento israeliano ha recentemente approvato (con 71 voti a favore e solo 13 contrari) una mozione che impegna il governo ad annettere la Cisgiordania occupata. Il numero di voti favorevoli supera quello dell’attuale maggioranza di governo e l’opposizione, sia di centro che della cosiddetta “sinistra”, non ha nemmeno partecipato al voto.

Riguardo al 7 ottobre, indipendentemente dal giudizio che si voglia dare sull’operato di Hamas, si è trattato di una rivolta contro un sistema di oppressione, discriminazione, tortura e omicidi che dura da ottant’anni. Aggiungiamo che Israele stessa ha reso molto difficile stabilire come si siano svolte esattamente le cose, avendo prontamente ucciso in maniera extragiudiziale i coordinatori della sortita, in modo che il mondo non potesse sentire la loro versione dei fatti.

Cosa dice Noa della “direttiva Hannibal”, per cui il 7 ottobre l’IDF ha ordinato di ammazzare, insieme ai palestinesi, anche cittadini israeliani per impedire che venissero rapiti e scambiati nelle trattative?

Cosa dice del fatto che gli Israeliani hanno continuato a sostenere le accuse di stupro rivolte ad Hamas e mai confermate, scrivendo innumerevoli rapporti (tra cui quello intitolato “A quest for justice”) per tentare di convincere l’opinione pubblica delle loro tesi?

Cosa dice degli stupri verificati anche da organizzazioni israeliane, che avvengono nelle carceri a danno dei palestinesi, anche con cani ed oggetti? Coloro che li eseguono non sono cittadini israeliani?

Cosa dice delle confessioni da parte dei soldati dell’IDF riguardo all’uccisione di civili inermi a cui hanno assistito o da loro stessi perpetrate? A questi ragazzi non viene detto che tutto è giustificabile perché stanno difendendo la propria patria da pericolosi terroristi, che allevano i propri figli all’odio?

Fonte

08/02/2026

La polizia ha diffuso una foto degli scontri di Torino alterata con l’IA

Il regolamento di Meta prevede la possibilità di limitare contenuti creati con l’intelligenza artificiale, ma solo «qualora esista il rischio di fuorviare le persone su fattori consequenziali senza alcun fondamento». La redazione di Facta ha valutato che non fosse questo il caso, trattandosi di modifiche non sostanziali, e ha deciso di dedicare alla vicenda l’inchiesta che segue.

Il nostro punto di vista è radicalmente diverso. Anche se naturalmente consideriamo il lavoro fatto da quella redazione come  decisivo per dimostrare che questo governo falsifica scientemente i fatti per imporre una torsione reazionaria esplicita al conflitto sociale e politico nel Paese.

Uno Stato – teoricamente la fonte legittimata a decidere cos’è vero o falso, cos’è giusto o sbagliato, cos’è liberamente permesso o reato – non può prendere “prove” a casaccio in rete, come un bamboccio qualsiasi, e giustificare attraverso quelle “prove” atti legislativi. Per di più pesanti. In altri termini, uno Stato che altera le prove sta cercando «di fuorviare le persone su fattori consequenziali senza alcun fondamento».

Si può valutare, come stabilito da Facta, che “il fatto esiste” (il poliziotto a Torino rimasto isolato dalla propria stessa foga manganellatoria, quindi circondato da un gruppetto di manifestanti che gli hanno restituito un briciolo della violenza poliziesca), e gli interventi dell’IA siano soltanto “abbellimenti estetici”. Ma è un errore gravissimo, che giustifica la falsificazione e ne minimizza le conseguenze politiche e legislative.

Gli “abbellimenti estetici”, infatti, determinano un diverso condizionamento emotivo del cittadino-spettatore, sollecitandone l’approvazione di “decreti sicurezza” che limitano – da subito, ma ancora di più “a regime” – le sue stesse libertà individuali fondamentali.

Infine, per quanto riguarda la “responsabilità autoriale” delle modifiche fatte con l’IA, negate dalla Polizia (dal ministero dell’Interno), è fin troppo facile individuarle in quei soggetti che avevano tutto da guadagnare sul piano politico-comunicativo da quelle medesime modifiche. Ossia proprio il governo e le forze politiche che lo sostengono.

Detto altrimenti, se anche non generate direttamente dalla Polizia, queste immagini sono state fabbricate da chi aveva un interesse diretto a produrle, che può essere soltanto politico, non “commerciale” o “estetico”. Si tratta di una falsificazione volontaria, insomma, non di un “disguido”. E comunque la manipolazione decisiva risulta, nella stessa ricostruzione tecnica di Facta, operata dalla Polizia Penitenziaria, ossia dal ministero della “Giustizia” (si fa per dire, parlando di “falsificazione delle prove”).

Avere dei falsari che dispongono della tua vita e della tua libertà, in Italia come negli Usa, dovrebbe preoccupare ogni “persona dabbene”. Figuriamoci chi si trova, con qualsiasi opinione diversa, all’opposizione. Del resto, se hanno paura persino di far inquadrare un cantante durante la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi (Ghali, “reo” di aver detto a Sanremo “stop al genocidio”), dobbiamo prendere atto che la verità, per questa classe politica, è peggio del veleno.

Buona lettura.

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Aggiornamento 6 febbraio 2026: dopo la pubblicazione di questo articolo, fonti della Polizia, interpellate dall’HuffPost Italia, hanno dichiarato che «l’immagine è stata scelta tra quelle più virali circolate nel web in quei giorni. Non è stata in alcun modo generata o alterata dalla Polizia di Stato».

Da giorni sui social media circola una teoria del complotto sui due agenti di Polizia coinvolti nell’aggressione da parte di un gruppo di manifestanti a Torino, verso la fine del corteo contro lo sgombero dello storico centro sociale di sinistra Askatasuna.

La particolarità di questa vicenda è che a scatenare la dinamica cospirativa è stata la stessa Polizia. Vediamo insieme perché.

Cosa è successo

Sabato 31 gennaio a Torino si è svolta una manifestazione pacifica a sostegno di Askatasuna, centro sociale sgomberato lo scorso 18 dicembre dallo stabile in corso Regina Margherita 47 dopo 30 anni di attività. Alla manifestazione hanno partecipato diverse migliaia di persone.

Al termine della manifestazione, intorno alle 18, in Corso Regina Margherita si sono tuttavia verificati violenti scontri tra un gruppo di manifestanti a volto coperto staccatosi dal corteo (composto da circa 1.500 persone, secondo la Questura di capoluogo torinese) e le forze dell’ordine. Questi manifestanti, dopo essersi diretti verso lo sbarramento della Polizia nei pressi dell’ex sede di Askatasuna, hanno avviato un lancio di petardi, fumogeni e bombe carta contro gli agenti schierati, che hanno risposto con lacrimogeni e idranti. Al termine della giornata il bollettino è stato di cento agenti e decine di manifestanti feriti.

Online sono circolati svariati video degli scontri. Un filmato in particolare è diventato virale. La clip mostra un poliziotto da solo a terra, senza casco e maschera antigas, violentemente picchiato da un gruppetto di persone incappucciate con pugni e calci, anche in testa, e preso a martellate su una gamba e sulla schiena. Si vedono poi gli aggressori indietreggiare e un altro poliziotto arrivare in aiuto del collega. Quest’ultimo compare nel video con indosso casco, maschera antigas e scudo, utilizzato per coprire entrambi dagli oggetti lanciati dai manifestanti.

Questo video, pubblicato da Torino Oggi, è stato immediatamente ripreso da tutti i media nazionali e rilanciato sui propri profili social anche dai più importanti esponenti del governo italiano, come il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

Su quanto accaduto la Procura di Torino ha avviato un’indagine e tre persone sono state arrestate. La sera stessa i due agenti protagonisti del filmato sono stati ricoverati all’ospedale Molinette di Torino. Il giorno dopo sono stati entrambi dimessi: l’agente colpito a terra, di nome Alessandro Camodifichelista, con una prognosi di 20 giorni, mentre il collega accorso in suo soccorso, Lorenzo Virgulti, con una di 30 giorni. I media riferiscono che, a Calista, i medici hanno riscontrato contusioni al torace e ferite a coscia e braccia. Prima delle dimissioni, i due agenti hanno ricevuto la visita di sostegno e solidarietà della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha pubblicato sui suoi canali social video e immagini dell’incontro.

La teoria del complotto

A partire dal 2 febbraio sui social media, in particolare su X, svariati utenti hanno però iniziato a mettere in dubbio i resoconti sulle ferite riportate dai due agenti durante gli scontri a Torino, in particolare quelle di Alessandro Calista, suggerendo che il ricovero in ospedale sarebbe stato in realtà una messinscena. Alcuni di questi post hanno ricevuto centinaia di migliaia di visualizzazioni.

Per farlo questi utenti hanno messo a confronto due immagini ufficiali diffuse dagli organi dello Stato per evidenziare un presunta stranezza. Nella prima – condivisa sui propri social dalla Polizia di Stato – si vede il momento in cui Virgulti protegge Calista, dopo essere stato picchiato. Quest’ultimo è di spalle, in ginocchio, tra le braccia del collega. La seconda immagine mostra invece Calista sul letto di ospedale che stringe la mano a Meloni, durante la visita istituzionale. Quest’ultima è stata pubblicata sui social della presidente del Consiglio.

Il particolare su cui si sofferma chi ha diffuso la teoria del complotto contro gli agenti feriti sono i capelli di uno dei due protagonisti della scena. Nella prima foto Calista, di spalle, ha i capelli che arrivano fino alla nuca, mentre nella seconda, in quella parte, appaiono rasati. Questa incongruenza ricavata confrontando due foto ufficiali diffuse dalla stessa Polizia e dal governo è stata utilizzata per affermare che il poliziotto non era veramente ferito, visto che ha pure avuto il tempo di farsi tagliare i capelli prima della visita della presidente del Consiglio.

La teoria cospirativa sui capelli di Calista utilizzata per negare la violenza del pestaggio nei confronti dell’agente è però del tutto infondata. Analizzando il video dell’aggressione a Calista pubblicato da Torino Oggi si vede in maniera evidente che il poliziotto ha effettivamente i capelli rasati all’altezza della nuca, proprio come nelle immagini del giorno successivo.

Ma come è possibile, quindi, che nella foto diffusa online dalla Polizia i capelli non appaiano rasati? Perché, a una verifica più attenta, appare evidente che la Polizia ha fatto circolare un’immagine alterata con l’intelligenza artificiale.

L’immagine alterata

Il 1° febbraio la Polizia ha pubblicato su X, Facebook e Instagram un post per esprimere la propria vicinanza agli agenti feriti durante gli scontri a Torino, in particolare ai due poliziotti protagonisti del video iconico.

Nel post compare la foto del momento in cui Virgulti protegge Calista, che come abbiamo visto è stata utilizzata poi sui social per alimentare la teoria del complotto contro i due agenti.

Questa immagine presenta tuttavia diverse inesattezze tipiche di quelle generate con l’intelligenza artificiale. Ad esempio, sul casco di Virgulti al posto della scritta “Polizia” compare un porzione di testo formata da segni privi di senso. Poi, sul corpetto di protezione di Calista la scritta “Polizia” presenta un’imperfezione nella lettera “O”.

Inoltre, diversi elementi presenti della foto non corrispondono alla scena reale immortalata nel video di Torino Oggi. Nello scatto diffuso dalla Polizia, Virgulti appare senza maschera antigas, con i baffi e senza scudo. Nella realtà, invece, l’agente accorso in aiuto del collega aveva indosso la maschera antigas e lo scudo. Il poliziotto, inoltre, porta la barba e non i baffi, come si può vedere in un video diffuso dalla Polizia il 2 febbraio 2026.

Anche lo scenario intorno ai due agenti abbracciati non è lo stesso della scena reale. Nello scatto si vede una strada fatta di sampietrini e sullo sfondo una cancellata intera che poi sulla sinistra si dimezza in modo irrealistico, con la recinzione che resta sospesa a mezz’aria, senza alcuna base a sorreggerla. Sullo sfondo, si intravede una macchina della Polizia con i lampeggianti accesi.

Geolocalizzando la zona precisa dove è avvenuta l’aggressione, si vede che la strada non ha sampietrini ma è del tutto asfaltata, e da nessuna parte c’è un cancellata simile a quella della foto. È presente invece un muretto con una recinzione di ferro continua. Nel video di Torino Oggi si vede poi che alle spalle dei due agenti non era presente alcuna volante.  

Consultando la galleria fotografica dell’Ansa, Facta ha potuto verificare che questa foto IA è stata inviata dall’ufficio stampa della Polizia alla maggiore agenzia di stampa italiana, senza alcuna avvertenza che si trattasse di un’immagine generata digitalmente. Questa dinamica ha creato un ulteriore cortocircuito perché poi i media, che utilizzano la galleria fotografica dell’Ansa per i loro articoli, l’hanno diffusa a loro volta presentandola come reale.

Anche la condivisione social di questa foto IA da parte delle forze dell’ordine è stata fatta senza alcuna nota esplicita sulla sua natura digitale. Non sappiamo tuttavia se questa immagine sia stata direttamente creata dalla Polizia o se è stata trovata online, creduta reale e quindi diffusa attraverso i propri account ufficiali.

Da dove viene questa foto?

Attraverso una ricerca inversa per immagini, siamo riusciti a ricostruire che prima della pubblicazione da parte della Polizia, sono comparse sui social una serie di immagini apparentemente ritoccate con l’intelligenza artificiale per rendere la scena dell’“abbraccio” protettivo dei due agenti più nitida e pulita.

Alle 21:17 del 31 gennaio un utente su Facebook ha ad esempio pubblicato una foto dei due poliziotti molto più simile alla scena reale, seppur comunque alterata con l’IA. Le incongruenze evidenti in questo caso sono tre: i capelli sulla nuca di Calista non sembrano rasati come nella realtà, la scritta Polizia dietro al casco di Virgulti è priva di significato e l’agente non tiene in mano il manganello, come si vede nel video. Qui però l’agente indossa la maschera antigas, regge lo scudo, e la strada e lo sfondo alle spalle dei due poliziotti corrispondono con quanto si vede nel video di Torino Oggi.

Gli elementi reali scompaiono invece in una successiva versione della foto, diffusa alle 10:45 del 1 febbraio dal profilo ufficiale della Polizia penitenziaria [un organo dello Stato, ndr]. Quest’ultima è infatti molto simile, quasi identica, a quella pubblicata successivamente dalla Polizia di Stato. L’unica differenza tra le due è che, oltre a risultare più pulita, nell’immagine IA della Polizia Virgulti non ha lo scudo.

La Polizia, una fonte autorevole e istituzionale, ha dunque diffuso “con leggerezza” [noi diciamo: con intenzione politica esplicita, ndr] un’immagine generata con l’intelligenza artificiale che ha ricreato un momento reale e lo ha reso più emotivo, finendo però per manipolarlo. Ma tale leggerezza si è ritorta contro le forze dell’ordine stesse, che proprio a causa di quelle immagini sono state coinvolte in una “teoria del complotto”. [Ovviamente questa affermazione è sbagliata e non condivisibile: non trattandosi di una “leggerezza”, la manipolazione ha dimostrato che c’era uno scopo politico, non un fantasioso “complotto” privo di fondamento, ndr]

Fonte

15/06/2025

I bombardamenti missilistici iraniani su Tel Aviv del 13 giugno

Un primo rapporto analitico in diretta da Tehran 

Nella notte del 13 giugno 2025, il mondo ha assistito a un’importante escalation tra Iran e Israele. L’Iran ha lanciato un attacco su larga scala con missili e droni, colpendo Tel Aviv e le aree circostanti in un’operazione di rappresaglia.

Tuttavia, è emersa una netta discrepanza tra le prove visive sul campo e la narrazione diffusa dai principali media occidentali, tra cui Financial Times, The New York Times e Reuters.

Contraddizioni tra immagini e narrazione mediatica

Mentre il Financial Times affermava che “la maggior parte dei missili sono stati intercettati con danni minimi”, le immagini e i video provenienti da Tel Aviv raccontano una storia diversa:

– vasti incendi e dense colonne di fumo che si innalzano da più punti del centro urbano di Tel Aviv indicano colpi diretti su infrastrutture chiave o edifici residenziali; 

– i video trasmessi da Al Jazeera e da fonti locali mostrano intense operazioni di difesa antiaerea e numerosi impatti, chiaramente ben oltre una semplice azione “psicologica” o simbolica; 

– le fotografie di strutture crollate, esplosioni e fumo denso riflettono una distruzione reale e tangibile, che non può essere ridotta a danni collaterali minimi.


Censura morbida nei media occidentali

Questa evidente discrepanza suggerisce una forma di censura morbida. La minimizzazione dei danni da parte dei media occidentali sembra mirare a preservare il morale israeliano e il sostegno diplomatico internazionale.

Gli Stati Uniti e i loro alleati chiaramente non si aspettavano una rappresaglia di questa portata. L’attacco iraniano ha esposto le vulnerabilità del sistema Iron Dome di Israele e rivelato un cambiamento nell’equilibrio di deterrenza nella regione.

Conclusione: oltre i titoli dei giornali

Gli eventi del 13 giugno non sono solo uno scontro militare, ma anche una svolta nella guerra dell’informazione. La visibile discrepanza tra i resoconti dei media mainstream e i danni documentati solleva domande fondamentali sull’obiettività e l’integrità del giornalismo globale.

La realtà sul campo parla più forte dei titoli dei giornali. Con l’aumento della precisione e della portata dell’Iran, cresce anche la sfida per chi cerca di sopprimere la verità attraverso la gestione delle narrazioni.

di Peiman Salehi – Political Analyst, Writer. Tehran, Iran

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A conferma indiretta, e tecnicamente molto precisa, la diagnosi espressa dagli specialisti italiani di Analisi Difesa.

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Vera Promessa 3: la rappresaglia iraniana su Israele

Nella serata di ieri i Guardiani della Rivoluzione hanno affermato in una nota che le forze iraniane “hanno eseguito la loro risposta schiacciante e precisa contro decine di obiettivi, centri militari e basi aeree” in Israele nell’ambito dell’Operazione Vera Promessa 3. L’Iran ha lanciato un massiccio attacco missilistico contro Israele con almeno 150 missili balistici, riferisce l’IDF, che ha intimato alla popolazione di entrare nei rifugi.

Esplosioni si sono registrate a Tel Aviv (anche presso il ministero della Difesa) e Gerusalemme oltre che in numerose installazioni militari e basi aeree. Segnalazioni di impatti di missili iraniani anche nelle regioni di Rahat e Ar’ara, nel Negev, area dove si trovano molte basi militari.

La televisione di Stato iraniana ha confermato in serata quello che chiama “l’inizio degli attacchi missilistici iraniani” contro Israele, in rappresaglia per gli attacchi contro il suo territorio. Una dichiarazione segue di poco quella televisiva della Guida Suprema dell’Iran, che ha assicurato: “La nazione è con noi, con le forze armate e, se Dio vuole, la Repubblica Islamica sconfiggerà il nemico”

La terza ondata di missili iraniani si è abbattuta su Israele in tarda serata come annunciato dall’Iran e confermato da Israele colpendo ancora Tel Aviv, Haifa e il sud.

“Le forze israeliane stanno rispondendo a una nuova ondata di attacchi missilistici iraniani”, hanno fatto sapere le IDF nella notte riferendo di “decine di missili lanciati dall’Iran nel suo ultimo attacco verso Israele” ma che solo “alcuni sono stati intercettati”, senza specificarne il numero.

I danni provocato dalla rappresaglia iraniana potrebbero essere considerevoli. soprattutto sugli obiettivi militari a giudicare dalla rabbiosa reazione israeliana. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha affermato che l’Iran ha “oltrepassato il limite dopo aver osato lanciare missili contro concentrazioni di popolazione civile in Israele”.

Lo riporta Times of Israel. “Continueremo a difendere i cittadini di Israele e a garantire che il regime degli ayatollah paghi un prezzo molto alto per le sue azioni efferate”.

Del resto l’Iran aveva già dimostrato negli attacchi dello scorso anno di disporre di missili ad alta manovrabilità e velocità in grado di eludere le difese antimissile israeliane.

Due anni or sono il Central Command statunitense stimava che l’Iran disponesse di almeno 3mila missili balistici di vario tipo. Nonostante l’impiego di qualche centinaio di ordigni dallo scorso anno il loro numero potrebbe essere aumentato.

Tali armi vengono per lo più accumulate in bunker situati a grande profondità nel terreno. Già lo scorso anno è emerso come le difese aeree israeliane rischiassero di esaurire le munizioni dei vari sistemi di difesa aerea dei sistemi Arrow, Iron Dome e Fionda di David qualora l’Iran reiterasse gli attacchi per molti giorni.

Nell’aprile 2024 l’Iran impiegò missili balistici a medio raggio del tipo Emad, Sejil, Qadr e alcuni ipersonici Kheibar (con una velocità in fase di arrivo sull'obiettivo di Mach 8, un’autonomia fino a 2.000 chilometri e una testata di 1.500 chili) oltre ai missili da crociera Paveh 351, in dotazione ai Guardiani della Rivoluzione, con un’autonomia di 1.650 chilometri a una velocità fra i 600 e i 900 chilometri orari.

Quante ondate di attacchi simili a quelli di questa notte è in grado di alimentare l’Iran e quante ne potrebbe reggere la difesa aerea israeliana prima di esaurire i missili?

La difesa aerea di Teheran ha inoltre annunciato di aver abbattuto due caccia israeliani. Secondo l’annuncio, uno dei piloti, una donna, è stato catturato dopo l’abbattimento di uno dei velivoli.

Il portavoce del Comitato di Gestione delle Crisi nella provincia di Qom, Morteza Heidari, ha annunciato che le Forze di Difesa Aerea Iraniane hanno abbattuto con successo un drone dopo che aveva violato lo spazio aereo sopra la città santa di Qom. Heidari ha spiegato che un’unità di stanza all’interno del sistema di difesa aerea “Hadrat Fatima Masoumeh” era riuscita, pochi istanti prima, a rilevare, tracciare e abbattere un drone israeliano nemico che aveva violato lo spazio aereo della città.

Nella notte anche Israele ha ripreso le incursioni sull’Iran. “Le difese di Teheran sono state riattivate pochi minuti fa... per far fronte ai missili del regime sionista”, ha riferito l’agenzia di stampa ufficiale IRNA mentre un corrispondente dell’AFP ha riferito di aver sentito forti esplosioni nella capitale iraniana e di aver visto un bagliore rosso nel cielo.

Gli attacchi israeliani in Iran hanno causato 78 morti e oltre 320 feriti tra i civili (le perdite e i danni militari subiti non vengono menzionati né dall’Iran né da Israele) secondo quanto riferito dall’ambasciatore iraniano all’Onu, Amir-Saeid Iravani.

Il comando militare a Tel Aviv ha annunciato di aver colpito ieri due basi aeree iraniane, mettendo completamente fuori uso quella di Tabriz.

Le forze iraniane hanno abbattuto nella notte droni da ricognizione israeliani nel nord ovest dell’Iran. Lo riportano i media di stato iraniano, specificando che “i combattenti islamici hanno abbattuto con successo droni israeliani che avevano violato lo spazio aereo del nostro paese nella regione di confine di Salmas”. Ed aggiungendo che i “droni erano entrati nello spazio aereo iraniano per missioni di spionaggio e ricognizione”.

Sul fronte politico il giornale statunitense The Atlantic e il britannico The Guardian hanno scritto che per Trump l'intesa con Teheran era possibile. Il presidente ha sostenuto di sapere “tutto” sull’attacco notturno di Israele all’Iran. Ma secondo il quotidiano britannico The Guardian “ciò non significa che lo abbia pienamente sostenuto”.

Secondo i giornali Trump aveva spiegato che un accordo con l’Iran “fosse ancora possibile” e che “non voleva rischiare una guerra più ampia”. Ma “quando Netanyahu ha sollevato la possibilità di un attacco preventivo, Trump gli ha risposto di preferire la via diplomatica”.

Tehran ha risposto indirettamente questa mattina affermando che i negoziati con gli Stati Uniti su un accordo nucleare sono privi di significato alla luce degli attacchi israeliani all’Iran. Esmaeil Baghaei, portavoce del Ministero degli Esteri iraniano ha detto che “gli Stati Uniti hanno agito in un modo tale da rendere i colloqui inutili. Non si può affermare di stare negoziando e allo stesso tempo lasciare che Israele attacchi il territorio iraniano”.

A confermare i possibili limiti degli attacchi israeliano contro i siti nucleari iraniani, ieri il direttore dell’AIEA Grossi ha dichiarato che “non ci sono indicazioni” di attacco fisico al vano sotterraneo della cascata che contiene parte dell’impianto principale e dell’impianto pilota di arricchimento del combustibile” nella centrale nucleare iraniana di Natanz. “Tuttavia, la perdita di alimentazione elettrica alla cascata potrebbe aver danneggiato le centrifughe”.

L’Iran ha confermato che il suo impianto nucleare di Fordow ha subito danni limitati dopo i recenti attacchi. Lo ha riportato l’agenzia di stampa semiufficiale Isna, citando un portavoce dell’organizzazione nazionale per l’energia atomica.

“Ci sono stati danni limitati ad alcune aree del sito di arricchimento di Fordow”, ha dichiarato il portavoce dell’agenzia statale per l’energia atomica Behrouz Kamalvandi citato dal Guardian. “Avevamo già spostato una parte significativa delle attrezzature e dei materiali, e non ci sono stati danni estesi e non ci sono preoccupazioni di contaminazione”.

La Tv di Stato iraniana ha reso noto che altri tre scienziati impegnati nel programma nucleare sono stati uccisi nei raid israeliani, confermando che finora sono nove gli scienziati che hanno perso la vita negli attacchi. Le tre nuove vittime sono Ali Bakhshay Khatirimi, Mansour Asgari e Saeed Barji.

Le agenzie di stampa iraniane “Tasnim” e “Mehr” hanno confermato il 14 giugno anche “il martirio” di altri due alti ufficiali delle Guardie rivoluzionarie iraniane in seguito agli attacchi israeliani delle ultime ore.

Si tratta del generale Gholam-Reza Mharabi, vice capo del dipartimento di intelligence, e del generale Mehdi Rabbani, vice capo del dipartimento operativo delle Forze armate iraniane. Entrambi sarebbero stati colpiti durante uno dei raid aerei condotti dalle forze aeree israeliane nella seconda notte di bombardamenti contro la Repubblica islamica.

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24/11/2023

“Il patriarcato non esiste”, parola di Marcello Veneziani

La conferma che la causa dei tantissimi femminicidi che si consumano, ogni anno e sempre più frequentemente, nel nostro paese, risiede proprio nel patriarcato (in crisi, per ciò stesso, ancora più feroce) ci viene dalle sconcertanti parole dell'”intellettuale di destra“, Marcello Veneziani.

Secondo il ministero dell’Interno, fino ad oggi, nel 2023 sono stati registrati 295 omicidi, con 106 vittime donne, e di queste 87 uccise in ambito familiare o affettivo, con 55 di loro che hanno trovato la morte per mano del partner o dell’ex partner.

Non ho i dati aggiornati dei “maschicidi”, ma ricordo di aver letto che la media degli ultimi tre anni si aggira intorno agli 8 – 10 casi, in rapporto, dunque, di 1 a 10.

È evidente che si tratti di un strage continuata ai danni di donne da parte di uomini e che ogni fumoso tentativo di sminuire e/o dis-conoscere un fenomeno drammatico di queste dimensioni, va a sbattere contro questi tragici numeri sui quali, in tutta evidenza, c’è poco da divagare.

E tuttavia il Veneziani – vero intellettuale de destra – non sapendo che altro dire, nel maldestro tentativo di buttarla in caciara, platealmente, si tradisce.

E scrive: “È frutto del presente, della fragilità, dipendenza, solitudine e insicurezza dei ragazzi e degli adulti di oggi: il mondo crolla loro addosso se si sentono abbandonati. Incapaci di vivere senza di lei”. Voce dal sen fuggita...

L’attenzione si sposta dalle vittime ai carnefici verso i quali il Veneziani esprime un sentimento di profonda compassione defininendoli “poveri ragazzi ed adulti, fragili, dipendenti, insicuri, abbandonati“.

È un punto di vista asimmetrico, perfettamente maschio-centrico, che mostra attenzione e comprensione per i carnefici (uomini-come-lui) piuttosto che per le vittime (donne-altro-da-lui).

Loro, i maschi, poveracci, ingiustamente abbandonati, “non sanno vivere senza di lei”. Quale mostruosità lasciarli soli, così “fragili ed insicuri“.

D’altronde, si sa quanto “le donne sanno essere più cattive di quanto pensiamo“. No?

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15/09/2023

COVID-19 - “La genetica non tolga attenzione alle responsabilità”

L’Istituto Mario Negri ha presentato l’altroieri, nel corso di un convegno ospitato dal Presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana, i risultati di Origin, un articolato studio di popolazione che negli ultimi due anni ha visto i ricercatori del Mario Negri impegnati nell’analisi della relazione fra i fattori genetici e la gravità della malattia COVID-19 nella provincia di Bergamo, epicentro della pandemia.

Lo studio, pubblicato sulla rivista iScience, dimostra che una certa regione del genoma umano si associava in modo significativo col rischio di ammalarsi di Covid-19 e di ammalarsi in forma grave nei residenti in quelle aree più colpite dalla pandemia, in particolare nella bassa Valle Seriana.

“Se i geni di Neanderthal possono aver contribuito alla diffusione del virus nella prima fase ‘esponendo le persone ad una malattia più severa’ come ha detto Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto Mario Negri, non possiamo che rimarcare il nostro disappunto per come sia stata interpretata la notizia, togliendo responsabilità a chi ne ha avute nella gestione della prima fase della pandemia" – commenta il direttivo dell’Associazione dei familiari delle vittime del Covid-19 #Sereniesempreuniti –.

“Le archiviazioni del Tribunale dei Ministri di Brescia infatti ci dicono che il reato di epidemia colposa non è configurabile e quindi le persone coinvolte dall’indagine di Bergamo, tra cui lo stesso Attilio Fontana, ma anche l’allora premier Giuseppe Conte e l’ex Ministro della Salute Roberto Speranza, non sono rinviabili a giudizio ma le loro decisioni o mancate decisioni hanno indubbiamente influito nella circolazione del virus e nell’alto tasso di mortalità, soprattutto in bergamasca ma anche nel resto d’Italia.

Ricordiamo la mancata zona rossa a Nembro e Alzano ma anche il mancato tracciamento, o il piano pandemico nazionale e regionale non applicati e tutti gli altri obblighi di legge mai adempiUti che noi, attraverso i nostri legali, abbiamo portato all’attenzione della Procura di Bergamo e del Tribunale Civile di Roma dove la causa contro Governo, Ministero della Salute e Regione Lombardia è ancora in corso”
.

A questo proposito questa mattina il nostro avvocato Consuelo Locati si è confrontata su RAI3 ad Agorà con Remuzzi e Matteo Bassetti e ne è emerso un quadro un po’ diverso.

L’intervento è rivedibile qui a circa 1 ora dall’inizio.

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21/11/2020

Pandemia - In Lombardia quattro volte i morti della Cina

Nella giornata del 19 novembre la Lombardia ha superato la cifra dei 20.000 morti per Covid. Un dato che impressiona se si pensa, per esempio, che la Cina ne ha avuti complessivamente 4.600 su 1.400.000.000 di abitanti; e che in Lombardia, che ne ha 10.000.000, il dato è destinato ad aumentare ulteriormente visto che la pandemia è ancora in pieno dispiegamento.

Questi dati dimostrano il fallimento dell’”eccellenza lombarda” e della politica sanitaria seguita dalle diverse giunte di destra succedutesi in Lombardia e in particolare, oggi, quella di Fontana e del suo assessore Gallera.

Eppure tali personaggi restano ancora al potere, quando dovrebbero essere già stati commissariati per incapacità e per avere politicamente preferito il profitto dell’industria e della sanità privata alla salute dei cittadini.

Fontana ora preme perché nella giostrina cromatica ideata dal governo, la Lombardia passi da zona rossa ad arancione. Una pura follia, se si considerano i dati al 20 di novembre. Tali dati ci parlano di 165 morti nell’ultima giornata e di un esito di tamponi positivi molto alto, pari al 20% del totale.

Il dato percentuale è l’unico che può far fede di fronte a una quantità di tamponi in costante e forte decrescita a causa dell’incapacità di tracciare i contatti.

Preoccupa particolarmente la situazione di Varese, dove la percentuale di positività è del 34%. Anche fermandosi ai dati assoluti, comunque, la situazione appare tragica: 3.000 casi nel milanese, di cui 1.100 in città, 873 in Brianza, 657 a Varese, 545 a Como e un totale regionale di 7.453 casi positivi.

La situazione negli ospedali resta estremamente difficile. Al di là delle dichiarazioni dei politici della destra parlano i fatti. Il San Gerardo di Monza, dove una parte consistente del personale è ammalata o in quarantena, ha chiesto l’aiuto dell’esercito.

A Cremona, dove i ricoveri in terapia intensiva sono quadruplicati negli ultimi giorni, si chiede di richiamare in servizio gli anestesisti rianimatori in pensione per poter provvedere almeno agli interventi chirurgici urgenti (incidenti, tumori, parti ecc.).

A Varese ci sono 624 ricoverati in reparto, più di 100 in terapia intensiva e le strutture sono in grave difficoltà. A Milano, Como (dove in un ospedale ci sono molte positività tra i sanitari) e nelle altre provincie la situazione non è particolarmente migliore.

Inoltre, sostenuto in questo delle rodomontesche dichiarazioni del Commissario nazionale Arcuri, il duo Fontana-Gallera continua a dire che sono stati potenziati i posti in terapia intensiva (reparto cui si dovrebbe ricorrere solo in casi eccezionali, se esistesse assistenza sul territorio) senza considerare che mancano i medici e gli infermieri per farli funzionare e per esempio, l’Ospedale della Fiera si regge sottraendo personale agli altri.

La carenza di medici, dovuta ai tagli, agli smantellamenti delle strutture, alla politica del numero chiuso nelle facoltà di medicina, è stata aggravata e resa più evidente dalla pandemia, ma è una fatto di lunga data.

Lo stesso si può dire per gli infermieri: secondo l’ Ordine delle Professioni Infermieristiche negli ospedali lombardi ne mancano 2.800 e altri 5.000 sarebbero necessari nelle strutture territoriali, con una situazione particolarmente drammatica nelle RSA.

Continua anche la tragicommedia della campagna vaccinale. I medici di base non hanno i vaccini, oppure li ricevono ma senza aghi per la somministrazione, e questo si può risolvere provvedendo personalmente, ma la beffa è quando arrivano gli aghi ma non i vaccini.

Da qualche giorno sono state installate delle tende in alcuni quartieri popolari di Milano, dove gli anziani possono vaccinarsi dopo una quasi scontata lunga fila al freddo. Ma non si comprende perché molti anziani delle periferie siano indirizzati dall’ufficio prenotazioni dell’ATS milanese alle tende installate in Piazza del Duomo, dovendo compiere un lungo tragitto sui notoriamente infetti mezzi pubblici, anche se potrebbero essere vaccinati nei loro quartieri.

Probabilmente è un’operazione di propaganda, perché si vuole mostrare una grande affluenza alle tende di Piazza Duomo, sotto gli occhi della stampa.

In questa situazione, in cui il Covid-19 è ormai diventato endemico, e in cui la maggior parte della popolazione è suscettibile di contagio, Fontana avrebbe voluto derubricare la Lombardia a zona arancione già dal 27 novembre, con una riapertura, praticamente, totale. Una posizione sconcertante che non ha alcun riscontro sanitario.

Quando parliamo di riapertura totale, peraltro, non dimentichiamo che la “zona rossa” in Lombardia è in verità già molto “rosa” poiché la maggior parte dei lombardi è costretta ad andare a lavorare tutti i giorni per le esigenze “produttive” dei padroni, ma questo, naturalmente, si fa di tutto per farlo dimenticare, come se fabbriche, uffici e trasporti non fossero, in realtà il luogo in cui, probabilmente, avviene la maggior parte dei contagi.

Tuttavia, per Fontana, il passaggio a “zona arancione” e anche meno, sarebbe un successo perché distrarrebbe l’attenzione dalla bancarotta della sua giunta. Inoltre, ridurre il grado d’allarme sarebbe funzionale alle teorie eugenetiche della giunta, che dopo aver aderito all’idea che con il virus si deve “convivere” (cioè piuttosto ammalarsi e morire) ora sostiene che in caso di una terza ondata, di cui già apertamente si parla, essa potrà solo essere “mitigata” e non sconfitta.

Infine, un’ipotesi di riapertura totale è finalizzata a togliere spazio al giustificato malcontento e alle proteste di chi non capisce perché tutte le attività sociali siano chiuse, ma a “produrre” si debba andare.

Per negare tale disastro sanitario, ormai la destra non esita a mobilitare anche medici vicini alla sua area politica, pronti a dichiarare qualunque cosa pur di placare l’allarme dell’opinione pubblica. Ai vari Zangrillo e Palù, già noti per le loro dichiarazioni riduzioniste, si aggiunge ora Matteo Bassetti, primario di infettivologia a Genova.

Secondo Bassetti, i dati drammatici del nostro paese sono esito di un metodo di calcolo sbagliato, poiché nel corso della prima ondata pandemica sarebbero state attribuite al Covid molte morti di pazienti deceduti per altre cause, ma positivi al virus. Dichiarazioni che cozzano contro l’evidenza dei fatti, ma che contribuiscono a creare confusione nelle teste dei cittadini a vantaggio delle responsabilità politiche.

Nel marasma lombardo, comunque, la sanità privata continua con i suoi profitti. Guadagna sui test sierologici, sui tamponi, sull’assistenza domiciliare, sulle vaccinazioni ma anche attraverso il lavoro indisturbato delle cliniche private, soprattutto di quelle convenzionate.

Infatti se pazienti Covid sono accolti in grandi strutture private come l’Humanitas e il San Raffaele – e ci mancherebbe che così non fosse, dati i finanziamenti pubblici e le donazioni private che quest’ultimo ospedale ha intascato specificamente per la pandemia – altre, di dimensioni medio-piccole, continuano indisturbate la loro attività programmata, magari lucrando su interventi che il pubblico, causa epidemia, è costretto a rimandare.

Ovviamente, di requisire tali cliniche e di precettarne i medici, non se ne parla.

La sussidiarietà tanto sbandierata come base dell’”eccellenza” è solo a vantaggio dei privati.

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09/05/2020

Brasile - "Sulla pandemia, Bolsonaro è una minaccia"

La rivista scientifica britannica The Lancet ha descritto il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, come una “minaccia” alla lotta contro il coronavirus, che ha già causato oltre 9 mila vittime e contaminato 135 mila persone nel più grande paese latinoamericano.

“Forse la più grande minaccia per combattere il Covid-19 in Brasile è il suo presidente Jair Bolsonaro”, afferma l’editoriale della autorevole rivista specializzata in articoli in ambito medico e scientifico.

Piuttosto che impegnarsi ad avvisare la popolazione sulla gravità della pandemia, Bolsonaro passa il tempo “diffondendo confusione, scoraggiando le sensate misure di distanziamento sociale e confinamento decretate da governatori e sindaci”, scrive la pubblicazione, per la quale il Brasile è il Paese con il più alto tasso di trasmissione della malattia al mondo.

Per Lancet, Bolsonaro “continua a seminare confusione, disprezzando apertamente e scoraggiando le misure di distacco e confinamento fisico tra le persone introdotte dai governatori statali e dai sindaci delle città”.

Il presidente, sottolinea la rivista, ha definito Covid-19 poco più che una “piccola influenza” e ha criticato governatori e sindaci che hanno adottato misure di isolamento sociale, uno strumento raccomandato dalla maggioranza della comunità scientifica e dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per fermare la diffusione del virus. Inoltre, sottolinea Lancet, Bolsonaro incoraggia spesso assembramenti, visitando locali pubblici a Brasilia e nelle aree circostanti nei fine settimana e partecipando a manifestazioni.

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20/04/2020

Analfabeti funzionali al servizio di Confindustria

Il quotidiano di Confindustria, IlSole24Ore ha pubblicato un editoriale a firma di Paolo Becchi e Giovanni Zibordi dal titolo «L’economia ferma e il dubbio sui decessi in Italia».

Accade che rispetto all’editoriale, il Comitato di redazione dei giornalisti de IlSole24Ore, abbia preso pubblicamente le distanze da quanto vi è scritto.

In questo articolo, dopo aver affermato che il crollo del PIL in Italia sarà dell’ordine del 20%, gli autori attaccano quello che loro chiamano il «modello Wuhan» di “chiusura totale”, e motivano il loro attacco sostenendo che «nel periodo gennaio-aprile e quest’anno, in base ai dati Istat, non si riscontra un aumento complessivo di mortalità rispetto agli anni precedenti. (sito italiaora.org)»

Proseguendo nell’articolo, gli autori spiegano che per gli anni precedenti Istat «fornisce un totale, dei primi 4 mesi dell’anno di 231 mila morti».

Per la precisione, il sito demo.istat.it fornisce per il 2019 un totale di 237.994 decessi nei primi 4 mesi dell’anno, che diventano 234.472 nella media dei 5 anni dal 2015 al 2019.

Ma questa discrepanza è una inezia nei confronti della questione che emerge dalle righe successive dove si afferma che «Quest’anno, alla data dell’ultimo aggiornamento del 13 aprile, siamo arrivati a 191 mila decessi».

Da quale fonte Becchi e Zibordi hanno ricavato questo valore?

Il sito demo.istat.it non pubblica i dati di quest’anno. Per la buona ragione che i dati devono essere raccolti e verificati, prima di essere pubblicati.

Becchi e Zibordi parlano però di dati aggiornati al 13 aprile e di «1.457 decessi» nella giornata del 13 aprile.

Dal momento che l’articolo è stato pubblicato il 17 aprile, si deve dedurne che Becchi e Zibordi hanno una fonte in grado di pubblicare i dati dei decessi in Italia praticamente in tempo reale!

Chi mai può essere in grado di raccogliere, verificare e pubblicare dati statistici di questa rilevanza in pochissimi giorni? Becchi e Zibordi non lo dicono. Non citano una fonte precisa e lasciano intendere che tutti i dati a cui fanno riferimento siano quelli di Istat.

Ma in nessuna pagina del sito Istat viene citato un solo dato di questo tipo, né il totale dei decessi al 13 aprile, né men che meno il numero dei decessi della singola giornata del 13 aprile.

Invece accedendo al sito italiaora.org citato come fonte all’inizio dell’articolo, si scopre che questo sito consiste di una paginetta in cui vengono elencati alcuni dati, tra cui anche i «morti quest’anno» e i «morti oggi».

Appare evidente che i dati dei morti dei primi mesi del 2020 sono presi da questa fonte e non dall’Istat, così come è evidente che siamo di fronte ad una pubblica ammissione di analfabetismo funzionale!

Perché tutti dovrebbero sapere che cosa è il sito italiaora.org, attivo dal lontano dicembre 2008, sicuramente non un sito specializzato in statistiche, non accreditato dall’Istat né da altre istituzioni, ma è semplicemente un giochino informatico che, attraverso un JavaScript, muove dei contatori in modo da simulare un flusso in tempo reale.

Ad esempio, ogni 45 secondi viene incrementato di una unità il numero dei decessi, ogni minuto e 20 secondi viene incrementato di una unità il flusso degli immigrati; ma anche il numero dei furti nelle abitazioni viene incrementato di una unità ogni due minuti, anche se in questi giorni siamo tutti a casa per la pandemia e i furti nelle abitazioni sono ridotti praticamente a zero.

Insomma anche un bambino si accorgerebbe di non poter utilizzare i dati pubblicati da italiaora.org, ma i nostri Becchi e Zibordi non si accorgono di nulla.

E sì che il Becchi non è esattamente un bambino ingenuo. È professore ordinario di Filosofia del Diritto presso l’Università di Genova, gli è stata dedicata addirittura una pagina di Wikipedia, dove possiamo leggere che dal 2013 al 2016 era vicino al Movimento 5 Stelle, mentre successivamente si è avvicinato alla Lega di Salvini.

Becchi, sempre stando a Wikipedia, sarebbe anche editorialista di Libero e de IlSole24Ore, oltre ad avere un blog sul sito de Il Fatto Quotidiano.

Il nostro Becchi non è l’unico a non saper distinguere un contatore JavaScript da un sito di statistiche. Anche il guru no-vax Stefano Montanari fa lo stesso errore grossolano, spacciando il sito italiaora.org come una fonte di dati verificati (https://disquisendo.wordpress.com/2020/04/02/54/) e lo fa sempre per dimostrare che la pandemia non esiste, se non nella mente di qualche paranoico.

Del resto anche Paolo Becchi è un no-vax, e questa deriva minimizzatrice nella valutazione dell’epidemia sembra comune a tutto il movimento no-vax, che si fa ora megafono delle posizioni di Confindustria: minimizzare i rischi, negare l’evidenza, ritornare a produrre come prima, più di prima, evitando qualsiasi tipo di misura di prevenzione che possa rallentare la produttività perché tanto l’epidemia non esiste e se esiste non uccide nessuno.

Il fatto che nella stessa pagina di quest’articolo sia pubblicato anche un comunicato sindacale dei giornalisti de IlSole24Ore, che invita la direzione alla «massima attenzione nella selezione dei contenuti che la testata ospita», testimonia le pressioni che in tutta evidenza ci sono state da parte della proprietà (cioè della Confindustria che già risente dell'”era Bonomi“) per far pubblicare il pezzo di Becchi e Zibordi.

Nota finale: esistono dei dati Istat sui decessi nel primo trimestre di quest’anno, anche se relativi solo a 1.084 comuni con una popolazione totale di 12.300.000 persone.

Questi dati parlano in modo inequivocabile di un aumento della mortalità del doppio e anche del triplo rispetto alla media dei 5 anni precedenti.

Sono dati che sono stati pubblicati dallo stesso IlSole24Ore a inizio aprile e che quindi Becchi e Zibordi non potevano ignorare.

Fonte

24/03/2020

Pericolo Pandemia? Gli USA hanno ignorato gli avvertimenti


L’articolo che abbiamo tradotto è una inchiesta a “otto mani” del New York Times pubblicata il 22 marzo, scritta da D.E. Sager, E.Lipton, E.Sullivan e M.Crowley.

Il suo titolo è abbastanza eloquente: “Prima dello scoppio del virus, una cascata di avvertimenti è passata sotto silenzio”. Come è detto nell’incipit dell’articolo originale: “Molte esercitazioni del governo, inclusa una l’anno scorso, hanno reso chiaro che gli Stati Uniti non erano pronti per una pandemia come quella del coronavirus. Ma qualcosa era stato fatto”. Questa indagine prende in rassegna come le ultime due amministrazioni presidenziali hanno trattato i pericoli derivanti dalla diffusione di malattie contagiose prima dello scoppio dell’attuale pandemia, giungendo fino all’ultima simulazione svolta il gennaio dell’anno scorso denominata “Contagio di Cremisi”, che ha tratti incredibilmente somiglianti con la crisi attuale.

Appena insediatasi, l’amministrazione Obama nell’Aprile 2009 ha dovuto confrontarsi con la diffusione della cosiddetta “febbre suina” – H1N1 – cioè la prima febbre pandemica dopo oltre 40 anni, dimostratasi meno letale di ciò che si pensava all’inizio.

Nel 2014 invece si è dovuta confrontare con l’Ebola diffusosi in Africa, che si è rivelato meno contagioso ma più letale della febbre suina, e che si pensava potesse diffondersi negli USA.

Da queste due esperienze che avevano messo in luce i limiti di intervento, è nata una branca dell’amministrazione che ha trasmesso le “lezioni imparate” nel gennaio 2017 alla subentrante.

Da ciò che emerge dall’inchiesta sono pesantissime le responsabilità di Bolton che ha di fatto “annichilito” il capitale di esperienze maturato e dell’intera amministrazione Trump che l’ha sotto-finanziata.

Il “Contagio di Crimisi” nella sua simulazione – una influenza altamente contagiosa e senza alcun vaccino per curarla – ha mostrato le deficienze che ora purtroppo stanno emergendo nella concreta gestione della pandemia attuale.

A leggere nero su bianco il fatto che emergesse dalla simulazione così nettamente la mancanza di pianificazione, il deficit di strumenti medici adeguati, il conflitto tra lo Stato Federale e le autorità locali sul da farsi fa un certo effetto.

La distopia simulata si è tramutata in emergenza concreta.

Nel mentre scriviamo gli Stati Uniti fanno registrare 24.300 casi, più di 15 mila nella sola New York (il 5% della pandemia globale), con un aumento di più di 4.800 casi da sabato a domenica.

Lo Stato di New York, insieme a quello di Washington e alla California sono i più colpiti negli USA.

Intanto alti ufficiali fanno sapere che le località severamente colpite dal contagio dovranno semplicemente aspettare per la strumentazione medica di cui necessitano, con le case automobilistiche come Ford, General Motors e Tesla che si stanno “riconvertendo” su indicazione del governo federale per produrre ventilatori e prodotti di metallo utili per la pandemia.

Oramai è comunemente ammessa l’impossibilità di attuare una strategia di “test” di massa, come è stato fatto in Corea del Sud, e l’insufficienza del sistema sanitario statunitense nel potere gestire il picco dell’epidemia.

Un pezzo di grande giornalismo, quello del “New York Times” che smonta le bugie seriali di Trump sull’imprevedibilità di un evento simile. Ma il neo-liberismo anche quando “prevede” non è in grado di “attuare” se no quando la situazione risulta catastrofica, perché è schiavo del “partito del PIL”. Ne è l’ultima dimostrazione il “ricatto” delle maggiori compagnie aeree statunitensi, che hanno chiesto qualcosa come quasi 60 miliardi di dollari aiuti – una specie di “nazionalizzazione mascherata” – come contro-partita al possibile licenziamento di 750 lavoratori della filiera.

Buona Lettura.

*****

Lo scoppio del virus respiratorio ha avuto inizio in Cina e si è velocemente diffuso in tutto il mondo, attraverso viaggiatori aerei, che portavano febbri alte. Negli Stati Uniti è stato rilevato per la prima volta a Chicago e, 47 giorni dopo, l’Organizzazione Mondiale della Salute ha annunciato la pandemia. Ma a quel punto era troppo tardi: 110 milioni di americani stavano per ammalarsi, portando a 7.7 milioni di ricoverati e 586.000 morti.

Lo scenario, dal nome in codice “Contagio di Cremesi” e creato immaginando una pandemia, è stato simulato dal Dipartimento della Salute e Servizi Umani dell’amministrazione Trump in una serie di esercitazioni che sono state eseguite da Gennaio ad Agosto.

I risultati dettagliati della simulazione, contenuti nella stesura del rapporto datata Ottobre 2019, che precedentemente non era stato riportata, fanno capire solo adesso come il governo federale sia sotto-finanziato, impreparato e scoordinato di fronte a una battaglia contro la morte con un virus per cui non esiste nessuna cura.

La stesura del rapporto, marcato come “da non essere divulgato”, ha portato allo scoperto, in accurati dettagli, ripetuti casi di “confusione” nell’esercitazione. Le agenzie federali competevano su chi fosse a capo. Funzionari di Stato e ospedali si sforzavano di capire che tipo di equipaggiamento fosse stato accumulato o disponibile. Le città e gli Stati sono andati avanti per la loro strada, chiudendo le scuole.

Molte delle potenziali conseguenze letali di una mancanza nell’affrontare i fallimenti si mostrano in modo fin troppo reale in tutto il paese. E non si trattava del primo avvertimento per i leader nazionali. Tre volte negli ultimi 4 anni il governo americano, con due amministrazioni, si era scontrato in profondità con una pandemia, identificando probabili limiti e in alcuni casi raccomandando azioni specifiche.

Nel 2016 l’amministrazione Obama ha prodotto un rapporto completo sulle lezioni imparate dal governo dalla battaglia contro l’Ebola. Nel Gennaio 2017, funzionari uscenti dell’amministrazione Obama hanno compiuto un’esauriente esercitazione sulla risposta ad una pandemia per i nuovi funzionari in entrata dell’amministrazione Trump.

La storia completa della risposta dell’amministrazione Trump al coronavirus è ancora in corso. I funzionari del governo, professionisti della salute, giornalisti e storici passeranno anni guardando indietro ai messaggi disordinati e alle opportunità perse negli ultimi tre mesi mentre il presidente Trump oscillava dalla sottovalutazione del coronavirus - pochi casi che sarebbero stati presto “sotto controllo” - al suo annuncio revisionista di lunedì in cui sosteneva di essere consapevole che la pandemia stava arrivando.

Quello che lo scenario rende chiaro, comunque, è che la sua stessa amministrazione aveva già modellato una simile pandemia e capito la sua potenziale traiettoria.

La Casa Bianca ha difeso i suoi documenti, dicendo che si riferivano all’esercitazione del 2019 con un ordine esecutivo per migliorare la disponibilità e qualità dei vaccini per influenza, e che si è mossa presto quest’anno per incrementare i fondi per il programma del Dipartimento della Salute e Servizi Umani, che si concentra sulle minacce di una pandemia globale.

“Qualsiasi insinuazione che sostenga che il presidente Trump non ha preso seriamente la minaccia del COVID-19 è falsa” ha detto Judd Deere, un portavoce della Casa Bianca.

Ma i funzionari hanno omesso di dire perché l’amministrazione è stata così lenta a diffondere test generalizzati o muoversi velocemente come le simulazioni indicavano che avrebbe dovuto fare, sollecitando la distanza tra persone e la chiusure delle scuole.

Alle domande sulla preparazione del governo, alla sua riunione sulle nuove notizie, il Sig. Trump ha risposto: “Nessuno sapeva che ci sarebbe stata una pandemia o un’epidemia di queste le porzioni. Nessuno aveva mai visto qualcosa del genere prima.”

Il lavoro fatto negli ultimi cinque anni, comunque, dimostra che il governo è abbastanza a conoscenza dei rischi di una pandemia e ha predetto accuratamente i vari tipi di problemi che ora il Sig. Trump, faticosamente e in ritardo, sta cercando di affrontare.

Il contagio di Cremesi, l’esercitazione condotta l’anno scorso a Washington e in 12 Stati incluso New York e Illinois ha mostrato che le agenzie federali sotto il Sig. Trump hanno continuato lo sforzo di Obama di pensare in anticipo alla pandemia.

Pianificare e pensare stanno molti strati sotto la burocrazia. La conoscenza e il senso di urgenza del pericolo sembrano non aver mai avuto abbastanza attenzione ai più alti livelli del ramo esecutivo o dal Congresso, lasciando la nazione con deficit di fondi, mancanza di equipaggiamenti e disorganizzazione all’interno e tra molti rami e livelli del governo.

Il Rapporto dell'ottobre 2019 in particolare documenta che i funzionari del Dipartimento di Sicurezza della Patria e il Dipartimento di Salute e Servizi Umani e anche il Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca erano consapevoli del potenziale scoppio di un virus respiratorio originatosi in Cina e che si sarebbe diffuso presto negli Stati Uniti e avrebbesopraffatto la nazione.

“Nessuno avrebbe mai pensato a numeri come questi ” ha detto il Sig. Trump mercoledì a una conferenza. In realtà, loro si.

Dall’ebola, lezioni imparate

Già con l’amministrazione di George W. Bush, la sicurezza nazionale e i funzionari di salute si concentrarono sui grandi buchi nella risposta americana a degli attacchi biologici e al crescente rischio di pandemia. Un primo test arrivò nell’aprile 2009 solo pochi mesi dopo l’inizio del primo mandato del presidente Barack Obama. A una ragazza della California di 10 anni era stata diagnosticata una malattia contagiosa che sarebbe stata chiamata febbre suina o H1N1, la prima influenza pandemica da oltre 40 anni.

Il centro per il controllo e prevenzione di malattie ha stimato che ultimamente ci sono stati circa 60,8 milioni di casi negli Stati Uniti insieme con 274.304 ricoverati e 12.469 morti associate con H1N1.

Si è rivelato meno mortale di quanto ci si aspettasse all’inizio. Ma è stato un campanello di allarme che i funzionari dell’amministrazione Obama dissero di aver preso seriamente, iniziando a pianificare uno sforzo che si sarebbe incrementato all’inizio del 2014, con lo scoppio dell’ebola nell’Africa occidentale e la seguente paura che si sarebbe potuto diffondere negli Stati Uniti.

Era meno contagiosa dell’influenza ma molto più letale. Ha ucciso 11.000 persone in Africa. ma sarebbe potuta essere molto peggio. Gli Stati Uniti mandarono circa 3000 truppe in Africa per aiutare a contenere il contagio. Mentre lo sforzo di contenimento fu considerato un successo, dentro la Casa Bianca, i funzionari capirono che gli Stati Uniti erano stati fortunati e che la risposta aveva rivelato dei buchi nella preparazione.

A Christopher Kirchhoff, un assistente della sicurezza nazionale che si è spostato dal pentagono alla Casa Bianca per occuparsi della crisi di ebola, fu affidato il lavoro di mettere insieme un rapporto di “lezioni imparate” con apporti da tutto il governo.

Le debolezze che il Sig. Kirchhoff aveva identificato erano segnali d'avvertimento di cosa fosse successo negli ultimi tre mesi.

Il suo rapporto concludeva che gli Stati Uniti avevano assunto più capacità da parte della Organizzazione della Salute Mondiale di quanto non avesse fatto l’agenzia stessa.

Gli Stati Uniti avevano i loro problemi. Non c’era nessun aeroplano della flotta degli Stati Uniti capace di evacuare un dottore americano che era stato infettato mentre trattava i pazienti in Liberia. Il pentagono era fortemente impreparato per l’intervento che il Sig. Obama aveva ordinato.

Mentre gli Stati Uniti velocemente scoprirono un modo per selezionare i passeggeri aerei che venivano nel paese, prendendo in prestito strumenti dell’intelligence, scoperti dopo l’attacco dell’11 settembre 2001, per trovare possibili terroristi, il Sig. Kirchhoff trovò mancanze anche nel misurare quanto velocemente il virus si stesse diffondendo.

D’altra parte, la casa bianca di Obama aveva creato una Task Force per l’ebola guidata da Ron Klain, ex capo dello staff del vicepresidente Joseph R. Biden Jr., prima che un singolo caso emergesse negli Stati Uniti. Il congresso aveva dedicato 5,4 miliardi ai fondi di emergenza per pagare i trattamenti di ebola e gli sforzi di prevenzione negli Stati Uniti e nell’Africa occidentale.

I soldi aiutarono a finanziare una poco conosciuta agenzia dentro il Dipartimento di Salute Servizi Umani incaricata della preparazione per futuri scoppi di malattie contagiose, lo stesso ufficio che nel 2019 eseguì l’esercitazione del contagio di Crimesi e altri eventi simili da allora.

Dopo che un uomo chiamato Thomas Duncan, un cittadino liberiano, divenne la prima persona a cui venne diagnosticata l’ebola in territorio americano nel settembre 2014 degli errori diedero origine all’infezione di due infermiere e paura di un’ampia diffusione negli Stati Uniti (il signor Duncan morì, ma le due infermiere guarirono.)

Ciò che sconvolge leggendo oggi il rapporto del Sig. Kirchhoff, comunque, è che poche delle maggiori colpe che lui trovò nella risposta americana diedero origine a delle azioni, anche se il rapporto era pieno di raccomandazioni per ogni dipartimento.

C’erano mancanze “nell’uso dell’equipaggiamento personale protettivo, nella disinfezione” e “nei servizi sociali per coloro che erano posti in quarantena”.

C’era confusione sulle restrizioni per i viaggi e bisogno “per una più morbida e scorrevole escalation della risposta del governo, dalle autorità locali che agivano per conto proprio alle autorità locali che agivano con qualche assistenza federale” fino alla totale attivazione da parte del governo federale.

Il rapporto concluse che “un minimo riferimento di pianificazione potrebbe essere un ordine di grandezza epidemico o due volte più difficile di quello presentato dallo scoppio dell’Ebola nell’Africa occidentale, con una diffusione domestica molto più significativa.”

“Quello che ho imparato di più è che dobbiamo creare un consiglio direttivo di biosicurezza globale e salute e che deve essere mantenuto nella prossima amministrazione” disse Lisa Monaco, la consigliera della sicurezza nazionale del Sig. Obama.

Ottenendo l’attenzione del team di Trump

Dopo l’elezione del Sig. Trump, la Sig.ra Monaco aveva organizzato un’esaustiva esercitazione per i nuovi funzionari di alto livello, incluso Rex W. Tillerson nominato per la segreteria di Stato; John F. Kennedy, designato a diventare segretario di sicurezza nazionale; e Rick Perry che sarebbe diventato segretario dell’energia – mandando fuorigioco la risposta allo scoppio di un’influenza letale.

Lei chiese a Tom Bossert, che si stava preparando per entrare come consigliere alla sicurezza nazionale del Sig. Trump, di guidare l’evento insieme a lei

“Abbiamo modellato una nuova forma di influenza nell’esercitazione precisamente perché è così trasmissibile” ha detto la Sig.na Monaca. “Non c’è nessun vaccino e porterebbe ai problemi come quelli alle case di riposo che sarebbero particolarmente vulnerabili e alla mancanza di respiratori”.

La Sig.na Monaco era impressionata da come seriamente il Sig. Bossert, il suo successore, sembrava aver preso la minaccia, come avevano fatto 30 o quasi dei membri del team di Trump che avevano partecipato all’esercizio, del quale dettagli erano stati riportati dal Politico.

Ma prima che l’attuale crisi colpisse, quasi tutti i leader al tavolo, Sig. Tillerson, Sig. Kelly, Sig. Perry, fra tutti, erano stati licenziati o se ne erano andati.

Nel 2018 il consigliere della sicurezza nazionale del Sig. Trump al tempo, John R. Bolton, rimosse il Sig. Bessert ed eliminò il Consiglio Direttorio di Sicurezza Nazionale sostituendolo con un ufficio dedicato ad armi di distruzione di massa in quella che i funzionari di Trump chiamarono una logica compensazione.

Alla domanda sul cambiamento del 13 marzo Trump ha così risposto ad un giornalista: “è una questione spinosa” prima di aggiungere “Non so niente a riguardo”. Scrivendo su Twitter il giorno dopo il Sig. Bolton ha attaccato i critici che dicevano che il cambiamento rifletteva la trascuratezza per la minaccia di pandemia.

“Sostenere che l’ottimizzazione delle strutture della NSC ha danneggiato la nostra bio difesa Nazionale è falso” ha twittato il Sig. Bolton “La salute globale rimane una priorità principale della NSC”.

In un’affermazione il consiglio di sicurezza nazionale disse che “ha direttori e staff di cui il lavoro full time è di monitorare, pianificare e rispondere alle pandemie, incluso un epidemiologo di malattie infettive e un virologo”.

Nella testimonianza al congresso la scorsa settimana il dottor Anthony S. Fauci, il direttore dell’Istituto Nazionale di Allergie e Malattie Infettive ha suggerito che alla fine il direttorio autonomo era stato poco avveduto. “Sarebbe bello se l’ufficio fosse ancora in piedi” ha detto.

Il 10 febbraio quasi tre settimane dopo il primo caso di coronavirus diagnosticato negli Stati Uniti il Sig. Trump ha presentato una proposta di budget per il 2021 che chiedeva una riduzione di 693,3 milioni nei fondi per il C.D.C, o circa il 9%, anche se c’era un modesto incremento nelle divisioni che combattono le pandemie globali.

Il “Contagio di Cremesi”

L’esercitazione pianificata del “Contagio di Cremisi" condotta l’anno scorso dal Dipartimento della Salute dei Servizi Umani includeva funzionari da 12 stati e almeno una dozzina di agenti federali. Questi includevano il pentagono, il dipartimento delle questioni sui veterani e il Consiglio di Sicurezza Nazionali, gruppi come la croce americana e l’associazione delle infermiere americane sono state invitate ad unirsi così come le compagnie di assicurazione di salute e i maggiori ospedali come Il Mayo Clinic.

L’esercitazione simil-gioco di guerra era stata supervisionata da Robert P. Kadlec, un ex fisico dell’Air Force che aveva trascorso decenni a studiare i problemi di bio difesa. Dopo un periodo nel consiglio di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Bush e nello staff del comitato di intelligence del senato è stato assegnato come assistente alla Segreteria di Salute e Servizi umani per preparazione di una risposta.

“Riconobbe presto che avevamo un grosso problema e che necessitavamo di maggiori risorse per prepararci” disse Richard Danzig, il segretario della Marina nell’amministrazione Clinton che aveva lavorato con il Sig. Kadlec.

L’esercitazione ebbe luogo in quattro fasi separate iniziando nel gennaio 2019.

Gli eventi presumibilmente stavano avvenendo in tempo reale con il peggior scenario incorso il 13 agosto 2019 quando, secondo lo scritto, 12.100 casi erano già stati portati negli Stati Uniti con grandi numeri a Chicago che ne aveva 1400.

Il finto scoppio includeva una pandemia di influenza che il Dipartimento di Salute e Servizi Umani sostiene fosse “molto diversa dal nuovo coronavirus”. Lo scoppio messo in scena aveva avuto inizio quando un gruppo di 35 turisti che hanno visitato la Cina erano stati infettati e poi erano volati a casa in Australia, Kuwait, Malesia, Thailandia, Gran Bretagna e Spagna così come negli Stati Uniti sviluppando alcuni sintomi respiratori e febbre a ripetizione.

Un uomo di 50 anni da Chicago, che si trovava in tour, aveva “bassa energia e una tosse secca” dal suo ritorno a casa. Suo figlio 17enne lo stesso giorno andò a un grande evento pubblico a Chicago e la catena di malattia negli Stati Uniti inizio.

Molti momenti svolti durante l’esercitazione a tavolo adesso sono diventati familiari in modo agghiacciante.

Nella finta pandemia, mentre il virus si diffondeva velocemente negli Stati Uniti, il C.D.C. forniva linee guide per la distanza tra persone e molti lavoratori era invitati a lavorare da casa.

Ma funzionari federali e statali avevano difficoltà a capire quali lavoratori erano essenziali e quale equipaggiamento fosse necessario per lavorare in modo efficiente da casa.

C’era anche confusione su come gestire i bambini a scuola. Il C.D.C. raccomandava che gli stati rimandassero l’apertura delle scuole – l’esercitazione ebbe luogo durante la fine dell’estate – ma alcuni distretti scolastici decisero di andare avanti con l’inizio della scuola mentre altri seguirono il consiglio federale, causando gli stessi tipi di conclusioni e discrepanze che hanno caratterizzato la risposta al coronavirus.

L’esercitazione dell’anno scorso, poi, proseguì nel predire come la situazione di base negli Stati Uniti sarebbe peggiorata col passare delle settimane.

La confusione emerse quando i governatori degli Stati iniziarono in sempre maggior numero a rivolgersi a Washington per chiedere aiuto a compensare la mancanza di medicine antivirali, equipaggiamenti personali protettivi e ventilatori. Poi gli Stati cominciarono a sottoscrivere richieste a diversi rami del governo federale portando a un caos burocratico.

La frizione emerse anche tra l’agenzia di gestione dell’emergenza federale, che è tradizionalmente a capo delle risposte ai disastri e il Dipartimento di Salute e Servizi Umani, un altro scenario che si sta verificando adesso.

Ma i problemi erano più grandi degli imprevisti burocratici. Gli Stati Uniti, come capirono gli organizzatori, non avevano le risorse per costruire velocemente più equipaggiamenti medici essenziali, rifornimenti, medicine incluse antivirali, aghi, siringhe, respiratori e ventilatori, concluse l’agenzia.

Fu tenuto un congresso a dicembre su queste scoperte, inclusa l’incapacità di rifornire velocemente alcuni risorse mediche, dato che molti di quei prodotti vengono da oltremare.

Queste preoccupazioni si rivelarono più urgenti al dibattito lo scorso giovedì su Capitol Hill, quando i legislatori colpirono i funzionari del Dipartimento di Salute e Servizi Umani con domande tali che sembrava che avessero letto il rapporto della finta esercitazione, esponendo la mancanza di respiratori e attrezzatura protettiva.

Il senatore Mitt Romney, repubblicano dello Utah, la scorsa settimana ha affermato che incolpava il Congresso e le principali amministrazioni per non aver incrementato le riserve di questo tipo di equipaggiamenti.

“Questa è un’area dove dobbiamo considerare di fare un investimento” ha aggiunto, dicendo una cosa degna di nota, apparentemente a lui sconosciuta, che la simulazione della stessa amministrazione aveva reso chiara 5 mesi prima.

Fonte

14/03/2020

The great pretender. Trump dichiara lo stato d’emergenza nazionale

Sottovalutazione dei rischi, dati imprecisi e stanziamenti insufficienti: il capitale deve rimanere in piedi.

Il presidente degli Stati Uniti, per la seconda volta in una settimana, parla alla nazione e cerca di rincuorare il proprio elettorato con promesse e comunicazioni che trasmettono “positività e sicurezza”; ma per tradizione l’uomo bianco, ad esperienza dei nativi d’America, ha sempre parlato con lingua biforcuta ed il tycoon degli immobili non fa certo differenza. Anzi...

Se il discorso tenuto due giorni fa, in cui prendeva atto della pandemia dichiarata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha trasmesso una sensazione di disagio, queste ultime dichiarazioni lasciano sconcertati come non mai.

La sensazione è che sia stato quasi “costretto” da eventi collaterali: Trump infatti nei giorni scorsi ha incontrato un collaboratore del presidente brasiliano Jair Bolsonaro, risultato poi positivo al Covid-19. Ha ribadito, che “molto probabilmente” farà il test, “ma senza fretta”, dal momento che non ha sintomi. E aggiunge, riferendosi all’incontro con la delegazione brasiliana, che si sottoporrà al tampone “ma non per questo motivo. Lo farò in ogni caso. Stiamo lavorando ad un calendario per tutta la popolazione”.

Ma analizziamo in breve l’intervento di Donald Trump. Dopo aver fatto una rapida cronologia dello sviluppo del Covid-19 ha ricordato che “attualmente, grazie al fatto che abbiamo dei confini molto forti, il numero dei contagi è relativamente basso. Se avessimo confini più deboli o aperti il numero sarebbe molto più elevato”.

Azione tardiva, in ogni caso, ma soprattutto non è aggiornato su alcun dato. Non si è accorto che i numeri che fornisce sono in controtendenza con quelli diffusi dal CDC, il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie USA? L’organismo di controllo sulla sanità degli Stati Uniti, a cui rimanda il sito della Casa Bianca per tenersi aggiornati sullo sviluppo della pandemia, alla chiusura di venerdì (i dati vengono aggiornati ogni giorno, esclusi il sabato e la domenica alle 12:00 ora di Washington) scrive: 1.629 contagi, 41 decessi in 47 stati. I numeri del presidente giocano al ribasso ed omettono le morti.

Come un disco rotto ripete: “Ho dato indicazioni per ampliare i centri di prevenzione in tutto il Paese e per aumentare la possibilità di fare test” ed aggiunge “Abbiamo stretto le collaborazioni con i privati per ampliare i centri per fare i tamponi per il Covid-19. Vogliamo che facciano i test solo chi ha bisogno, ma stiamo lavorando per fare in modo che si possano fare senza scendere dall’auto, a tutti”.

Trump ha citato Google tra le aziende che stanno lavorando per il progetto. “Vogliamo essere in grado di fare 5 milioni di test entro il mese, se necessario, ma non credo lo sarà”, ha spiegato il capo della Casa Bianca.

Pensa positivo Mr. Orange, ma non si rende conto di creare una nefasta falsa coscienza della realtà. Oppure lo sa, ed è peggio, visto che persino la figlia Jovanka è stata costretta a mettersi in quarantena.

Insomma alla fine della fiera è evidente che è una posizione che deve, nel “rassicurare” la popolazione molto disorientata al momento (sottovalutando totalmente la possibilità di contagio, davanti alle telecamere The Donald stringe mani e dispensa abbracci), favorire come sempre il capitale. Lo stanziamento che promette (50 miliardi di dollari) è ridicolo, basta fare il raffronto con l’Italia. Il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, ha già dichiarato che se dovessero solo posticipare il pagamento delle tasse di qualche mese, di miliardi ce ne vorrebbero 200.

Noi aggiungiamo che quel fondo è un accantonamento standard sempre presente nel bilancio degli USA, a disposizione di qualsiasi emergenza di protezione civile.

Ma andiamo nel dettaglio.

Il provvedimento sul quale si basa lo stato di emergenza nazionale è il Public Health Service Act, legge federale emanata e firmata dal presidente Roosevelt nel 1944, e che istituiva la quarantena a livello nazionale, appunto. Negli anni è stata emendata fino ad arrivare alla versione odierna che viene usata per le pandemie.

The great pretender ha dichiarato che il provvedimento garantirà maggiore autorità al Segretario alla Salute, per “bypassare una serie di leggi e regolamenti e per garantire che gli operatori sanitari abbiano più flessibilità per combattere il virus”. E promette che sarà possibile fare il test anche se non si ha l’assicurazione sanitaria.

Con quali soldi pensa di realizzare tutto questo? Ma con quelli del capitale privato, ovviamente.

Ha già fatto un assist alla sanità privata, chiesto aiuti economici alle aziende farmaceutiche, non accenna a parlare di quanto costa un tampone in USA, chiede aiuto alle multinazionali della tecnologia (abbiamo citato Google ma l’elenco è lungo) e concede ai lavoratori ben 2 settimane di permessi retribuiti per la pandemia.

I piatti della bilancia sembrano di nuovo pendere dalla parte sbagliata. La produzione deve andare avanti. Si deve continuare ad accumulare profitto. Ed invoca l’unità nazionale, chiede di mettere da parte le rivalità politiche per fare quadrato contro la pandemia.

Una legge federale dà comunque la possibilità ad ogni Governatore di attuare provvedimenti leggermente differenti. E potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Infatti la mappa dei vincoli o divieti per tentare di minimizzare il contagio, comunque vogliamo intenderli (chiamiamoli pure provvedimenti dei Governatorati), è molto variegata e sarà destinata ad allungarsi.

Per ora la Louisiana ha rimandato le primarie democratiche, così come è stata rinviata la maratona di Boston. Le scuole sono chiuse a macchia di leopardo, Tim Cook ha fatto sapere che la Apple chiuderà i punti vendita per due settimane, e il presidente USA sta pensando di aggiungere anche il Regno Unito al divieto di viaggiare oltreoceano.

Il Paese è sanitariamente incontrollabile, la vastità del territorio è enorme ed è impensabile poter riportare anche solo i provvedimenti di una sola area. Giunge notizia che Broadway ha sospeso anche le attività teatrali e di intrattenimento, e che Disney ha chiuso una serie di parchi divertimento. Il buon senso vorrebbe che per tutto il Paese vigesse una legislazione di emergenza unitaria, ripeto ma questo non sembra essere possibile: è uno dei limiti delle confederalità.

L’impressione è che l’unica cosa che importi alla presidenza, da buon amerikano, sia appagare la sensazione di combattere una guerra, di aggredire il virus, trovare il vaccino e non prevenire anche ulteriori contagi. Ma dietro tutto questo domina la logica del profitto.

Inutile erigere il muro ora, è tardi. La Cina è il metro di comparazione. Se la Cina si stesse avvicinando alla presunta ripresa, se il Covid-19 non variasse la sua natura con il cambio di stagione e non ci fossero troppe recidive, il suo modello sarebbe quello da seguire. Ma la protervia, l’arroganza e la superbia del mondo occidentale, soprattutto di quello a stelle e strisce non ce la fa ad ammetterlo; non ce la fa ad ammetterlo comunque un uomo del capitale come Donald Trump.

Spera che per novembre sia tutto risolto e dimenticato. Ma non è detto che l’elettore dimentichi cosa non ha fatto per il proprio paese Donald Trump. L’ipocrisia e la falsità non possono mai pagare all’infinito.

Intanto il numero dei contagi da una costa all’altra si moltiplica, siamo quasi a quota 2.000 al momento e ci stiamo avvicinando a quota 50 decessi. Gli stati colpiti sono 49 e sul sito del New York Times, in una sezione speciale dedicata al Covid-19, la mappa degli USA si sta riempiendo in tempo reale, molto velocemente, di chiazze rosse un po’ ovunque, anche all’interno. È segno che il virus viene veicolato con ogni mezzo di trasporto, ed è veramente anacronistico chiudere, frontiere, porti, aeroporti ecc.

Volete risolvere con il classico 7° cavalleria? Beh, almeno cambiate Generale!

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
Sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
Fu un generale di vent’anni
Occhi turchini e giacca uguale
Fu un generale di vent’anni
Figlio d’un temporale

Fiume Sand Creek, Fabrizio De Andrè

Fonte