Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/05/2024

Immaginari di crisi. Da Mad Max a Furiosa

di Gioacchino Toni

Rudi Capra, Antonio Pettierre, a cura di, Le strade furiose di Mad Max. Filosofia del mondo post-atomico, Mimesis, Milano-Udine 2024, pp. 188, € 16,00

In chiusura degli anni Settanta del secolo scorso ha fatto la sua comparsa nelle sale cinematografiche il film australiano Interceptor (Mad Max, 1979) di George Miller. Realizzato in maniera un po’ rocambolesca, da un regista all’esordio, con un budget di 400 mila dollari, il film ha ottenuto un successo che è andato ben oltre le più rosee aspettative incassando al botteghino cento milioni di dollari. Ciò è bastato all’industria cinematografica per pianificare, a stretto giro, una seconda ed una terza pellicola, dando così vita a una saga ripresa, dopo tre decenni di interruzione, nel nuovo millennio con un quarto episodio di grande successo che ha aperto le porte ad un quinto film giunto ora nelle sale.

Per quanto diversi siano i film della saga, ad accomunarli è certamente la messa in scena di un “immaginario di crisi” variato nei diversi episodi in base al cambiare dei tempi, dei motivi, delle modalità e degli sguardi con cui si osserva con inquietudine al presente ed al futuro più prossimo. Ad esaminare le questioni principali sollevate dai film di Miller – crisi ecologica, economica e politica, oltre che sociale, della mascolinità, del patriarcato... – in concomitanza con l’uscita del nuovo film della saga – Furiosa: A Mad Max Saga (2024) di George Miller – provvede il volume edito da Mimesis Le strade furiose di Mad Max. Filosofia del mondo post-atomico, curato da Rudi Capra e Antonio Pettierre, con una postfazione di Matteo Boscardi.

In apertura di volume, Antonio Pettierre evidenzia come i diversi film di Miller insistano sul crollo della società.

Nella saga di Mad Max è messa in scena l’autodistruzione della società civile: da un lato, abbiamo la rappresentazione di un’umanità ai limiti della sussistenza, dall’altro il residuo di un potere (patriarcale) pre-apocalittico che fomenta, mediante lotte e conflitti, lo sfruttamento economico delle ultime risorse naturali. Un potere che si autoconsuma e che raggiunge livelli parossistici attraverso una combinazione cinetica che transustanzia il contenuto (la morte e distruzione) nella forma (una sinestesia visiva e sonora). In questo presente-futuro distopico, il continuo movimento dei personaggi su auto, camion, moto e automezzi (re)inventati raffigurano plasticamente l’impossibilità dell’essere umano all’equilibrio, alla staticità dell’esistenza, in un continuo movimento verso la distruzione. Del resto, la speranza di trovare un’“Arcadia” dove poter (ri)vivere tempi migliori risulta sempre aleatorio o, quantomeno, illusorio (Pettierre, p. 22).

Nel primo film della serie, Interceptor, ad essere messa in scena è sostanzialmente la crisi della società australiana e delle sue istituzioni: un conglomerato di comunità locali in balia di bande criminali che le autorità statali tentano di arginare attraverso il pattugliamento delle strade da parte della MFP (Main Force Patrol) a cui appartiene il protagonista Max Rockatansky (Mel Gibson). La morte, durante un inseguimento condotto da Max, di un membro di una gang di motociclisti e della sua ragazza, scatena la reazione vendicativa del gruppo di cui fa le spese lo stesso protagonista che, dopo aver perso un collega ed essere stato tragicamente colpito negli affetti famigliari (figlioletto ucciso e moglie ridotta in coma irreversibile), abbandonato il corpo di polizia, si mette al volante di una Interceptor potenziata per vendicarsi a sua volta eliminando la gang. Se gli agenti della MFP, sottolinea Pettierre, seguono ancora le regole della società civile – per quanto inclini a travalicare abbondantemente la legge “quando serve” – la banda di motociclisti è presentata come una struttura tribale strettamente verticistica incline a ricorrere alla violenza più selvaggia allo scopo di ottenere ciò che desidera.

È nel sequel Interceptor. Il guerriero della strada (Mad Max 2. The Road Warrior, 1981) che Miller mette in scena il collasso definitivo della civiltà ambientando il film in un futuro post-apocalittico – successivo a un non meglio definito conflitto nucleare scatenato dal controllo dei combustibili fossili – con il protagonista che, affiancato da un cane, a bordo della sua Interceptor, vaga alla ricerca di carburante per poi restare coinvolto in una guerra per il controllo del combustibile tra una comunità isolata nel deserto e una crudele gang motorizzata. Lo scenario di crisi si presenta in questo film nel confronto tra una comunità stanziale, dotata ancora di qualche vaga traccia di regole democratiche, e una tribù nomade comandata da un despota sanguinario.

Nel film successivo, Mad Max. Oltre la sfera del tuono (Mad Max Beyond Thunderdome, 1985), in cui alla regia Miller viene affiancato da George Ogilvie, il protagonista si trova coinvolto in una lotta per il potere nelle cittadina di Bartertown in mezzo al deserto in cui si produce metano dagli escrementi di maiale. Gli eventi conducono Max ad unirsi a una piccola comunità di ragazzini desiderosi di raggiungere la “città del domani” che però, anziché il paradiso terrestre sognato, si rivela una Sydney ridotta in macerie. Attraverso le vicende di Max vengono messe a confronto una società costituita su due livelli in lotta tra loro – uno superiore, dotato ancora di una qualche lontana parvenza democratica, caratterizzato da un’economia di scambio e commercio, ed uno inferiore, ove si si produce metano, governato dispoticamente – ed una tribù di ragazzi che vivono allo stato brado facendo ricorso alle risorse naturali dell’Oasi in cui hanno trovato rifugio. In tale comunità le vecchie norme di convivenza hanno assunto forme leggendarie e mitologiche ed il ruolo di guida spirituale è stato assegnato a un’anziana donna.

Dopo i primi tre film, usciti in rapida successione tra il 1979 ed il 1985, occorre attendere ben tre decenni prima che Miller realizzi un nuovo capitolo della saga. Con Mad Max: Fury Road (2015) il regista australiano non prosegue la narrazione a cui è giunto nell’ultimo film preferendo ricollocarsi in uno spazio temporale precedente. Max, qua interpretato da Tom Hardy, si ritrova prigioniero del signore della guerra, Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne), che esplicita il suo potere assoluto attraverso il controllo dell’acqua nella Cittadella da lui governata.

Ad essere tenute prigioniere dal despota sono anche cinque giovani mogli, le uniche a poter partorire figli in un contesto in cui la popolazione è affetta da gravi malattie e mutazioni genetiche. Max finisce per unirsi alla fuga dalla Cittadella organizzata dall’imperatrice Furiosa (Charlize Theron) che, insieme alle mogli di Immortan, a bordo di una blindo-cisterna intende raggiungere, oltre il deserto, la comunità matriarcale da cui era stata sottratta da bambina. Una volta giunte alle meta, le fuggiasche si trovano di fronte ad un paesaggio devastato abitato soltanto da un gruppetto di donne combattenti che hanno gelosamente conservato delle sementi che potrebbero consentire una rinascita. Le donne decidono dunque di far ritorno alla Cittadella, ove è disponibile l’acqua necessaria al processo di rigenerazione, e spodestare i potenti. È dunque una donna, Furiosa, ad essere protagonista in questo film, mentre a Max spetta un ruolo secondario, per certi versi utile più per dare continuità alla saga che non per l’episodio in sé. A confrontarsi in questa quarta opera sono Furiosa, insieme alle mogli del tiranno e alla tribù matriarcale a cui si unisce, e il governo dispotico della Cittadella insieme ai suoi alleati.

Da un lato, abbiamo un gruppo di donne in fuga alla ricerca di un eden. Dall’altro, un’organizzazione maschile basata su un’economia di guerra perpetua, residuo di una società comandata da monarchi assoluti e strutturata su tre comunità che controllano l’acqua, l’energia e le armi. Lo scontro qui è tra la fecondità femminile e la sterilità maschile, tra la distribuzione delle risorse da un lato e lo sfruttamento fine a sé stesso dall’altro (Pettierre, p. 23).

Con questo film, sottolinea Pettierre, il regista australiano esplicita quanto nei precedenti aveva soltanto delineato:

i tre patriarcati riproducono in modo più completo il sistema capitalistico che ha portato alla distruzione della società. Immortan Joe esercita la violenza attraverso i figli di guerra, impedendo l’erogazione dell’acqua a un’umanità agonizzante e uccide, e fa uccidere, nell’illusione di trascendere la morte; egli rinchiude le giovani mogli dentro una camera-cassaforte trasformandole in donne-gioello, oggettivate come strumento di riproduzione dinastica per perpetuare il proprio potere. Quella di Immortan Joe è una comunità – così come quelle di Gas Town e Bullet Farm che, pur mai mostrate nella pellicola, sono rappresentate simbolicamente da padroni trasformati in icone dei luoghi che dominano – in cui il valore prodotto è dato dalla continua prestazione dei figli di guerra, sfruttatori e sfruttati a loro volta dal sistema post-capitalistico, in un parossismo che li porta a fagocitare loro stessi (Pettierre, p. 26).

Nella saga viene messo in scena un universo via via sempre più desertificato dallo sfruttamento a cui la natura e gli esseri umani sono stati sottoposti, in cui la convivenza civile è stata soppiantata da sistemi di potere clanico votati a confrontarsi con gli incubi del loro tempo attraverso la violenza più efferata. La dissoluzione sociale del mondo post-apocalittico di Mad Max – aggiungiamo – sembra rappresentare il punto di arrivo di quel neoliberismo selvaggio scientemente pianificato da quella Iron Lady (interpretata da Margaret Thatcher) – a cui si è presto aggiunto il personaggio Ronald Reagan (interpretato da sé stesso) – che, grossomodo in concomitanza con il primo episodio della serie, ha inquinato i pozzi dell’immaginario predicando lo smembramento della società in favore dell’individualismo più cinico.

Nel contributo di Giuseppe Gangi viene indagata la rappresentazione dell’universo australiano emergente dalla saga di Miller disseminata com’è di tracce di quella cultura dell’automobile, del viaggio, della velocità e dello spazio desertico dell’outback che lo caratterizzano. La serie Mad Max funge «da specchio mitografico e riflesso allegorico di un’identità nazionale liminare che ha le sue radici nell’irrisolta storia coloniale» (Gangi, p. 34). Gangi, inoltre, evidenzia come

la progressiva ambizione di Miller inferisca l’allargamento del proprio orizzonte volto alla descrizione di un mondo post-apocalittico e a una riflessione politica sofisticata e problematica, che getta uno sguardo sulle crisi che hanno attanagliato l’Occidente e che sono ancora di strettissima attualità (minaccia nucleare, ecocidio, sfruttamento capitalista, discriminazione di genere). L’architrave della saga consiste proprio in quest’oscillazione tra la peculiare ambientazione australiana, il ripensamento della sua storia culturale e della sua identità e come questi elementi volgano in riflesso universale nel quale poter cogliere i segni e i sintomi di una crisi globale (Gangi, pp. 34-35).

Diego Cavallotti sottolinea come già nel primo film della serie sia possibile cogliere come il canonico conflitto tra ordine e disordine si inserisca «all’interno del rapporto fra approvvigionamento energetico e potere, mettendo in risalto il modo in cui la scarsità di risorse sia in grado di stravolgere gli equilibri sociali» (Cavallotti, p. 61). L’ universo anarcoide della prima pellicola si trova a dialogare con la manifesta ecocritica della seconda attraverso forme di mediazione proprie dell’immaginario cyberpunk – soprattutto per l’ibridazione tra organico e inorganico – e steampunk – in particolare per l’intrecciarsi del futuro con suggestioni legate all’estetica delle macchine di età vittoriana – attraverso il sottogenere denominato dieselpunk che

rispetto alle ucronie spesso incentrate sul rapporto fra progresso e meraviglie tipiche dello steampunk, [...] mette in scena una fase della storia umana in cui la narrazione della modernità ha raggiunto uno spartiacque: da un lato, l’efficienza e la produttività della tecnologia sono ai loro massimi, dall’altro il senso di meraviglia tipico dello steampunk si tramuta in un senso di angoscia legato alla tecnologia stessa, perché quest’ultima si rivela uno dei catalizzatori delle devastazioni materiali, sociali ed etiche delle due Guerre mondiali e dei totalitarismi (Cavallotti, pp. 63-64).

Se nei primi tre episodi della saga, sottolinea Cavallotti, «il petrolio è la metafora dei bisogni essenziali della civiltà occidentale e della sua capacità (ri)produttiva», con Fury Road Miller si sposta sulla «sfera materiale della corporeità, quasi a voler evidenziare che, a più di quarant’anni da Interceptor, i processi di trasformazione della società non possono più confrontarsi solo con le condizioni concrete dell’esistenza e le loro implicazioni psicologiche, ma devono interagire anche con la dimensione biotica dell’essere, con il bíos» (Cavallotti, p. 65).

Rudi Capra, come esplicita il titolo Mad Marx del suo saggio, propone una lettura marxista della saga soffermandosi su quattro snodi propri del capitalismo contemporaneo: l’incremento esponenziale dello sfruttamento; il regime accelerato della vita e del lavoro; la crisi ecologica globale; la crescente instabilità sociale e la mancanza di cura. L’intero ciclo di film di Miller ruota attorno ai processi di mercificazione dell’umanità, di competizione per il controllo delle risorse, di accelerazione del processo di accumulazione di capitale, di sfruttamento delle risorse naturali e di disgregazione della società sottoposta a una condizione di guerra civile permanente condotta da violente strutture claniche.

Alle forme del mostruoso che popolano la serie di Miller provvede il saggio di Jonatan Peyronel Bonazzi che mette in luce come ciò riguardi tanto i personaggi quanto i mezzi di locomozione e, più in generale, le costruzioni presenti negli scenari post-apocalittici mostrati. Lo studioso si sofferma sul particolare ricorso che viene fatto nella saga a due figure che da sempre popolano mitologie e folklore occidentali: il nano ed il gigante. Ad essere preso in esame è soprattutto il film Oltre la sfera del tuono in cui Miller, nel mettere in scena la figura del nano (Master), dapprima associa le «sensazioni negative alla disabilità e alla mostruosità del personaggio per poi capovolgerne la prospettiva» (Bonazzi, p. 102), mentre invece per quanto riguarda la figura del gigante (Blaster), il regista propone

una versione distorta del duello tra Davide e Golia; non è il piccolo avversario di Blaster (Max) a consegnargli la morte, non è Davide che ammazza Golia, e nemmeno Ulisse che acceca Polifemo, la mano di Max si ferma prima del colpo finale. È una terza persona ad arrogarsi questo privilegio. Ma gli ideali che muovono la decisione di Aunty di procedere all’esecuzione del gigante risiedono nella volgare brama di potere, e anche questo aspetto consuma ulteriormente l’empatia del pubblico nei confronti del personaggio interpretato da Tina Turner e innalza il gigante, una volta tanto, a vittima compresa e compianta (Bonazzi, p. 102).

Se i personaggi femminili messi in scena da Miller nell’intera saga tendono a restare subalterni al “maschio dominante” subendo «le leggi di un patriarcato stigmatizzato, indipendentemente dal posto che le stesse occupano, siano loro mogli, nutrici, regine o guerriere» (Sansone, p. 112), con l’avvento di Furiosa, come sottolinea Mariangela Sansone, le cose cambiano drasticamente.

Furiosa non è una moglie, non è una madre, non è dato sapere che tipo di relazione abbia o abbia avuto con Immortan Joe, ciò che è palese è la stima dell’intera tribù nei suoi confronti e il rispetto dello stesso dittatore. È chiamata l’imperatrice e i guerrieri prendono ordini da lei; è una donna alla guida dell’enorme blindo-cisterna, un mezzo corazzato mastodontico, metafora femminile che in qualche modo rappresenta la maternità, un’enorme matrioska che custodisce e trasporta merce preziosa, fondamentale per il sostentamento, indispensabile per la vita (Sansone, pp. 113-114).

Furiosa si presenta come donna che decide di prendersi la sua rivincita, come simbolo di redenzione. Anche il suo personaggio è soggetto a un’evoluzione: «pur godendo di una posizione sociale privilegiata, si mette in gioco e combatte la sua guerra contro tutti, soprattutto contro quell’esercito “maschio”, per la liberazione definitiva di sé stessa e delle altre donne» (Sansone, p. 114).

Applicando alcune categorie filosofiche all’analisi della dittatura di Immortan Joe nella Cittadella in Fury Road, Andrea Tortoreto esamina le argomentazioni espresse del tiranno sulla base della teoria degli atti linguistici, evidenziando come la sua retorica sia intrisa di fallacie logiche utilizzate al fine di strutturare un regime di tipo complottista. Come tutti i regimi di tal tipo, scrive lo studioso, anche questo tiranno

identifica i nemici esterni come la causa di ogni problema per gli abitanti della Cittadella, distogliendo l’attenzione dalle ingiustizie e dalle disparità perpetrate all’interno del regime. Creazione di un nemico comune, e sua demonizzazione, sono lo strumento primario che, agendo sulle paure della popolazione, rafforza il controllo di Immortan Joe sulla propria tribù. Un nemico creato ad arte, in base a una narrativa che si basa spesso su aneddoti, presunti segreti gelosamente custoditi, intuizioni del leader, ma mai su prove autentiche e concrete. Una narrativa che indica come traditore e nemico chiunque abbia l’ardire di metterla in discussione e che reprime con forza e intimidazione ogni forma di dissidenza, favorendo l’autocensura. Un regime, quello della Cittadella, che si fonda dunque sulla fede nel leader e sull’obbedienza cieca, piuttosto che sul dibattito razionale (Tortoreto, pp. 128-129).

Il saggio di Matteo Bittanti analizza il videogioco Mad Max, sviluppato da Avalanche Studios e pubblicato da Warner Bros. Interactive Entertainment nel 2015, che immerge i giocatori nel mondo post-apocalittico caro alla saga di Miller, come esempio di fusione della petro-mascolinità – «mascolinità legata al dominio sull’ambiente secondo una logica estrattiva e distruttiva, incentrata sui combustibili fossili, nonché sulla celebrazione dei valori maschili tradizionali» (Bittanti, p. 144) – e della mascolinità geek – «interazione tra genere, tecnologia e identità, che riflette cambiamenti sociali più ampi nella comprensione e nella performance della soggettivazione mascolina, per la quale la conoscenza e l’attitudine tecnologica sono fondamentali per la sua costruzione e mantenimento» (Bittanti, p. 137).

Se a livello narrativo questo videogame «esemplifica la nozione di petro-mascolinità in diversi aspetti chiave, intrecciando temi di sopravvivenza, dominio e ricerca di carburante in uno scenario distopico» (Bittanti, p. 153), riproducendone tanto le ossessioni legate alla percezione del declino quanto le fantasie compensatorie cercate nel potere distruttivo maschile, dall’altro però, nel palesare come il ricorso alla mera violenza come mezzo di risoluzione dei problemi si riveli un inconcludente circolo vizioso nel suo ricondurre inesorabilmente a solitudine, disperazione e alienazione, ne mette in luce tutti i limiti. Insomma, scrive Bittanti, «se sul piano narrativo [il videogioco] Mad Max glorifica la supremazia maschile e il dominio dell’automobile, attraverso il gameplay, offre una critica indiretta o implicita degli assunti stessi della ludo-petro-mascolinità. Portando in primo piano la futilità, l’isolamento e la totale insostenibilità di questi ideali, Mad Max offre un’esplorazione ricca di sfumature della mascolinità tradizionale in un contesto distopico» (Bittanti, p. 160).

Infine, nella postfazione al volume, Matteo Boscarol tratteggia l’influenza esercitata dalla saga Mad Max sull’immaginario nipponico anche grazie, all’uscita dei primi episodi, all’ascesa del mercato delle videocassette che ha permesso il diffondersi di opere “di genere” ben oltre i circuiti cinematografici e televisivi. Se i primi due film della serie sono usciti in Giappone in un momento in cui le automobili e le motociclette, così come il motivo della guerra fra bande, hanno trovato terreno fertile nella fantasia nipponica, è soprattutto il virare su uno scenario sempre più post-apocalittico della saga ad essere risultato attrattivo in un Paese segnato dall’indelebile ricordo delle atomiche e dai disastri naturali.

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27/01/2024

Il mattatoio di Gaza scuote le coscienze, soprattutto dei giovani

Sempre di più qualcosa si muove. Persino lì dove sembrerebbe impossibile. Tipo le cerimonie ufficiali, alla presenza di “autorità” che portano la responsabilità di esser complici consapevoli con i criminali al governo a Tel Aviv.

Due giorni fa, a Brescia, alla presenza tra gli altri del Commissario europeo nonché ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, si inaugurava l’anno accademico all’Università. È stata data ad un certo punto la parola a Mattia Rebessi, uno studente coordinatore dell’Udu. Un’organizzazione che non passa certo come esempio di “estremismo”.

E questo è stato il suo intervento, che potete ascoltare.



Per maggiore chiarezza gli è stato chiesto di spiegare il suo gesto, ed ha scritto le brevi considerazioni che potete ora legge qui sotto.

Qualcosa si muove. L’umanità non può tacere né tanto meno essere soffocata.

*****

I tempi che corrono sono di tale crisi, che abbiamo ritenuto di dover fare un discorso abbastanza forte da scuotere un po’ gli animi.

Direi che ci siamo riusciti.

Il nostro discorso dell’inaugurazione dell’anno accademico era volto a far sentire visti e uditi i nostri compagni e le nostre compagne, anche quelli che non possono più studiare perché le loro università sono state bombardate.

In parte anche la componente docente lo ha apprezzato, in particolare quella femminile, perché abbiamo toccato argomenti che troppo poco vengono dibattuti nella politica nazionale: parlare apertamente di patriarcato su un palco del genere era una necessità.

Il discorso che abbiamo pensato, soprattutto per quanto riguarda i temi della Palestina ad esempio, va a toccare quello che chiunque con un minimo di conoscenza di coscienza umana sente come una verità, cioè che è inaccettabile la morte di 25.000 Civili di 10.000 bambini; l’ampia maggioranza delle donne è delle colleghe vive col peso di subire discriminazioni e molestie per il solo fatto di essere donna; tutti si stanno rendendo conto dell’emergenza climatica, passiamo da estate di piena siccità a periodi di alluvionali da inverni senza freddo, senza neve e senza pioggia.

Volevamo che tutti si rendessero conto in quell’aula che il malessere che i giovani stanno provando è reale e legato a cause ben tangibili che vanno affrontate, e che non siamo più disposti a sottostare ad accondiscendenza e paternalismo.

Mattia Rebessi - coordinatore di Studenti Per – UdU Brescia

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24/11/2023

“Il patriarcato non esiste”, parola di Marcello Veneziani

La conferma che la causa dei tantissimi femminicidi che si consumano, ogni anno e sempre più frequentemente, nel nostro paese, risiede proprio nel patriarcato (in crisi, per ciò stesso, ancora più feroce) ci viene dalle sconcertanti parole dell'”intellettuale di destra“, Marcello Veneziani.

Secondo il ministero dell’Interno, fino ad oggi, nel 2023 sono stati registrati 295 omicidi, con 106 vittime donne, e di queste 87 uccise in ambito familiare o affettivo, con 55 di loro che hanno trovato la morte per mano del partner o dell’ex partner.

Non ho i dati aggiornati dei “maschicidi”, ma ricordo di aver letto che la media degli ultimi tre anni si aggira intorno agli 8 – 10 casi, in rapporto, dunque, di 1 a 10.

È evidente che si tratti di un strage continuata ai danni di donne da parte di uomini e che ogni fumoso tentativo di sminuire e/o dis-conoscere un fenomeno drammatico di queste dimensioni, va a sbattere contro questi tragici numeri sui quali, in tutta evidenza, c’è poco da divagare.

E tuttavia il Veneziani – vero intellettuale de destra – non sapendo che altro dire, nel maldestro tentativo di buttarla in caciara, platealmente, si tradisce.

E scrive: “È frutto del presente, della fragilità, dipendenza, solitudine e insicurezza dei ragazzi e degli adulti di oggi: il mondo crolla loro addosso se si sentono abbandonati. Incapaci di vivere senza di lei”. Voce dal sen fuggita...

L’attenzione si sposta dalle vittime ai carnefici verso i quali il Veneziani esprime un sentimento di profonda compassione defininendoli “poveri ragazzi ed adulti, fragili, dipendenti, insicuri, abbandonati“.

È un punto di vista asimmetrico, perfettamente maschio-centrico, che mostra attenzione e comprensione per i carnefici (uomini-come-lui) piuttosto che per le vittime (donne-altro-da-lui).

Loro, i maschi, poveracci, ingiustamente abbandonati, “non sanno vivere senza di lei”. Quale mostruosità lasciarli soli, così “fragili ed insicuri“.

D’altronde, si sa quanto “le donne sanno essere più cattive di quanto pensiamo“. No?

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01/07/2023

Il mostruoso femminile nell’immaginario giapponese

di Gioacchino Toni

Al di là delle molteplici forme con cui si manifesta – siano esse quelle di demoni dal ghigno spaventoso, di orribili fantasmi o di antropofaghe vecchie arcigne – e dai linguaggi che lo raccontano – dall’oralità alla scrittura, dal mito al folclore, dalla fiaba al teatro, dal cinema alla televisione e alla cultura pop –, sin dai tempi più remoti il mostro che si aggira per il Giappone è la donna. Di ciò intende dar conto il volume di Rossella Marangoni, Onibaba. Il mostruoso femminile nell’immaginario giapponese (Mimesis, 2023), proponendo un affascinate e inquietante viaggio alla ricerca del mostruoso femminile che popola l’immaginario giapponese dall’antichità ai giorni nostri cogliendone la messa in discussione dell’idea di normalità e del concetto di identità che strutturano le miopi comfort zone immaginarie in cui ci si illude di trovare rifugio.

Spesso nel mostro è possibile scorgere un corpo che, sottraendosi alla sottomissione, si manifesta come minaccia. I mostri femminili che attraversano la cultura giapponese, al di là della forma con cui si presentano, tendono ad assumere il volto dell’irriducibile Altra. «Un essere femminile che non si piega a un modello imposto, a uno schema previsto» (p. 10). Insomma, nel mostro aleggia un essere fuori controllo che, estrinsecando il suo furore, si trasforma in qualcosa di spaventoso che non può essere imbrigliato. Se di certo tutto ciò non è prerogativa esclusivamente nipponica, ricorda infatti Marangoni come in molte culture si guardi alla donna come fonte di contaminazione e impurità, come a un corpo che attrae e al tempo stesso intimorisce anche per il suo potere riproduttivo, in ambito nipponico assume caratteristiche del tutto peculiari.

Secondo la studiosa, i presupposti culturali della mostruosità femminile in Giappone vanno ricercati nell’ambito del sacro, nel corpus di credenze dell’universo arcaico, contadino, prebuddhista che, a partire dall’epoca moderna, si è soliti denominare shintō, la cui spiritualità ha nella purezza e nella contaminazione due temi fondamentali. Nel mondo arcaico giapponese gli elementi di contaminazione sono soprattutto la morte e il sangue e se quest’ultimo in un primo tempo riguarda indistintamente uomini e donne, lentamente, ma inesorabilmente, con l’affermarsi nel IX secolo di una società sempre più patriarcale, che ha letteralmente espulso le donne dalla ritualità religiosa e dal potere politico, ha preso piede un’idea di contaminazione legata esclusivamente al corpo femminile.

Durante la seconda metà del X secolo, il kegare, la contaminazione del sangue che riguardava, tra l’altro, il parto e le mestruazioni, si trasformò gradualmente in un concetto generale di impurità nelle donne e, dapprima limitato a momenti specifici nel corso della loro esistenza, passò a segnare una totale, definitiva impurità. […] E fu proprio quando i guerrieri presero il potere, alla fine dell’era Heian, che la nozione del kegare femminile si diffuse a livello popolare. Così, in un dato momento della storia giapponese, la donna si ritrova marginalizzata (p. 18).

Di ciò che è stata la donna nello shintō antico sono via via restati soltanto depotenziati ruoli di comparsa e lo stesso buddhismo, nelle molteplici sfaccettature con cui si è sedimentato in Giappone, pur avendo nel corso del tempo attribuito anche ruoli importanti alle donne, ha contribuito, secondo la studiosa, al loro sostanziale annichilimento. Se, ad esempio, nel buddhismo primitivo la teoria dei Cinque Ostacoli limita la mobilità spirituale ascendente delle donne, a partire dal IX secolo, nel buddhismo giapponese medievale, con l’interdizione delle donne dai luoghi sacri, si giunge di fatto alla loro esclusione totale dalla buddhità realizzata.

A partire dal VII secolo, i due principali percorsi spirituali che attraversano il Giappone tendono a fondersi in una sorta di sincretismo shintō-buddhista, protrattosi sino almeno alla metà del XIX secolo, che si mescola con gli stereotipi di genere tradizionali.

Se, ad esempio, nel sutra apocrifo di origine cinese Bussetsu daizō shōkyō ketsubon kyō o Il sutra corretto del Buddha sulla ciotola di sangue – tradotto anche come Sutra della Piscina di Sangue – il “problema del sangue” tocca indistintamente donne e uomini, nella versione giapponese, dal momento in cui sono i guerrieri a comandare, viene posta maggiore enfasi sulle mestruazioni e sul parto piuttosto che sul sangue in generale. Insomma le donne vengono ritenute colpevoli, impure per la loro stessa natura. È, secondo la studiosa, proprio dall’affermarsi del concetto di impurità intrinseco alla natura della donna che occorre partire per comprendere la costruzione della sua mostruosità nella cultura giapponese.

Il mito che si sedimenta agli albori della civiltà nipponica si rapporta con la presenza nell’area di elementi della cultura cinese e del confucianesimo dando luogo a un’immagine ambivalente delle figure femminili: potenti e coraggiose ma anche soggette al volere maschile che le riduce al silenzio. Dal momento in cui sono gli uomini a narrare i miti e le storie, la figura femminile tende a essere via via annichilita dalle religioni e dalla civiltà del Giappone: «la donna è estromessa dal potere, allontanata dalla possibilità di compiere azioni di mediazione fra mondo dei vivi e mondo dei morti (ricordo che le prime regine erano anche sciamane) per ritrovarsi relegata a un ruolo decorativo, subordinato, ruolo che è ancora ben presente nel Giappone contemporaneo» (p. 35).

Un personaggio paradigmatico dell’indole femminile secondo la visione maschile che struttura il mito giapponese, presente anche nelle fiabe e nel folclore, è quello della donna dall’indole mutante e ingannatrice che irretisce l’uomo attraverso la sua bellezza nascondendo la sua vera personalità e, in definitiva, la sua mostruosità. Non sono rari i casi in cui la donna si trasforma in animale o si rivela tale. Altro elemento ricorrente nell’immaginario giapponese è quello della donna inafferrabile, costantemente in fuga, come nei casi della yukionna, “donna di neve”, e della kuwazu nyōbō, la “moglie che non mangia”.

La yukionna, diffusasi soprattutto nel Giappone nord-orientale, è una sorta di creatura la cui bellezza cela un essere vampiresco che succhia la vita degli uomini.

Nel personaggio della yukionna si rivela ancora una volta la duplicità della donna, una duplicità che si ravvisa, anche se in modi diversi, un po’ in tutte le storie che possiamo prendere come esemplari in un discorso sul mostruoso femminile. L’incapacità di definire questo Altro che è la donna, la sua inafferrabilità, la sua ostinazione a non voler sottostare alle regole, al controllo, infine l’impossibilità di capirla perché “è lei che non vuol farsi capire”, così come non vuole farsi catturare, imbrigliare in una rete: tutto ciò la rende fonte perenne di preoccupazione, di ansietà, di malessere (pp. 62-63).

Il personaggio della kuwazu nyōbō è presente in numerose varianti in tutto il Giappone: una donna ambita come moglie perché sembra non nutrirsi mai, una donna non problematica, che lavora alacremente senza consumare, ma che poi, osservata di nascosto, si mostra invece una divoratrice insaziabile che, vistasi scoperta, si rivela spietata nei confronti del marito.

L’onibaba, demone femminile vivente, non proveniente dall’aldilà, compare in numerose storie nipponiche sotto forma di donna in preda al risentimento e ad un insopprimibile desiderio di vendetta nei confronti dell’uomo. Spesso questo demone si rivela come una vecchia dall’aspetto spaventoso.

Altro demone ricorrente nelle favole giapponesi è quello della yamauba, la “vecchia della montagna”, a volte benevola, altre molto meno tanto da rivelarsi un essere mostruoso stupido e crudele, che si ciba di carne umana e incline a bere il sangue dei neonati, spesso descritta come una creatura che vive rintanata nelle montagne a metà tra l’animalesco e l’umano, dai lunghi capelli bianchi scarmigliati, con piedi ferini, denti aguzzi e unghie lunghissime. Quando viene a contatto con gli uomini può avere con loro un atteggiamento passivo (soprattutto quando li riceve nel proprio territorio) o attivo (quando è lei a recarsi nelle abitazioni altrui) rivelandosi antropofaga.

Che si tratti di mostri o divinità, sono frequenti i casi in cui le figure femminili che popolano le storie giapponesi mostrano la loro duplicità, si rivelano indefinibili e mutanti, a volte benevole, altre spietate. La rōjo, ad esempio, è una presenza spettrale di vecchia dai lunghi capelli bianchi che indossa un kimono bianco, diafana, spesso intenta a filare, una figura isolata e liminale in bilico fra la vita e la morte. In alcune fiabe è presente la figura della donna vecchia che, considerata ormai improduttiva, viene abbandonata dai famigliari o dalla comunità; quasi a ricompensarla dell’accantonamento vine dotata del potere di produrre ricchezza materiale che solitamente dispensa a sconosciuti mostratisi compassionevoli nei suoi confronti.

Ricorrenti nelle storie giapponesi sono situazioni in cui la donna si rivela – “per sua natura” – in preda a un sentimento incontrollabile di gelosia che può renderla un essere demoniaco, oppure situazioni in cui la donna soggetta a fantastiche trasformazioni rivela l’incapacità di domare il proprio corpo, di conformarsi al modello di donna deciso per lei dal patriarcato, da tale inadeguatezza deriva il suo allontanamento dalla comunità.

Le forme di spettacolo e di letteratura popolare che si sono sviluppate in Giappone in epoca Edo, spiega la studiosa, hanno le radici tanto nelle antiche forme di religiosità popolare quanto in forme di devozione di derivazione buddhista.

Una delle convinzioni più diffuse e rintracciabili ancor oggi è quella riguardante i goryō, “spiriti inquieti” (o onryō, “spiriti irati”). È, questa, una credenza che sta alla base di molte storie di fantasmi. Alle radici della credenza negli spiriti inquieti è la preoccupazione generalizzata circa la contaminazione da varie fonti di impurità quali la morte, la nascita, il sangue e la presenza delle relative pratiche culturali che circoscrivevano l’impurità (p. 117).

A differenza di quanto accade nel Giappone antico, in epoca moderna, soprattutto nel teatro e nell’arte della stampa dal XVIII secolo in poi, gli spettri sono esclusivamente donne che manifestano una rabbia di tipo interiore derivata dalla gelosia e dal risentimento. Spesso sono rappresentati con con un kimono bianco privo di cuciture, sul modello della veste funeraria, fluttuanti nell’aria accompagnati da fuochi fatui blu, verdi o violacei.

Tradizionalmente, nella cultura nipponica i capelli hanno tanto una connotazione positiva, legata alla forza e alla fertilità, che negativa, rinviante al selvaggio, al corpo incontrollato, dunque alla sessualità. Nel corso del tempo la lunga capigliatura nera spettinata diviene ricorrente dapprima nel folclore, poi nel teatro, dunque nel cinema manifestando la perdita del controllo del corpo e il tormento o il furore delle passioni. I fantasmi femminili che popolano l’inizio del periodo moderno sono dunque in buona parte legati a risentimenti privati derivati da tradimenti o amori non corrisposti.

A partire dal XIX secolo i nuovi personaggi mostruosi femminili non sono più, come accadeva precedentemente, intenti a ritrovare la pace o a riconciliarsi con il passato, quanto piuttosto ad agire nel presente per vendicarsi scatenando la rabbia che li anima contro chi viene individuato come nemico. Ciò che anima questi spiriti femminili è dunque «un desiderio di vendetta per la soddisfazione di veder trionfare la propria rabbia» (p. 126).

L’idea e l’immagine del dèmone spaventoso come la yamanba o la yukionna resta una costante nell’immaginario giapponese, ma alla fine del XIX secolo, con l’ingresso in Giappone di motivi legati ai movimenti letterari e filosofici europei e con il desiderio del Giappone di modernizzarsi anche dal punto di vista culturale smarcandosi dal feudalesimo di periodo Edo, muta velocemente la visione della donna: da dèmone spaventoso a bella e crudele, bella senz’anima. La belle dame sans merci, che si trasformerà in questo periodo di passaggio fra un secolo e l’altro in femme fatale, in dark lady, inizia a comparire nelle pagine della letteratura, dapprima accompagnata, da una vena di esotismo, poi riforgiata come personaggio giapponese (pp. 139-140).

Nel Giappone moderno, tra la seconda metà del XIX e l’inizio del XX secolo, alla donna brutta che popola gli incubi maschili si sostituisce la donna bellissima e seducente che conduce alla perdizione: «bella ma crudele, bella ma glaciale, bella ma priva di morale. È la donna-vampiro, la dark lady, la femme fatale» che, secondo Marangoni, si contrappone

alla donna orripilante delle epoche precedenti perché, in passato, aspetto fisico e aspetto interiore si saldavano in un’unica visione spaventosa, mentre nella modernità si assiste a una separazione fra aspetto fisico – che in generale è di grande bellezza, una bellezza quasi sovrumana o comunque non-umana – e la natura della personalità, inquietante, crudele, malvagia, priva di sentimenti, e quindi capace di grande seduzione ma incapace effettivamente di amare. Una separazione, appunto. Vediamo che la donna è malvagia perché è corruttrice in quanto rende succube l’uomo al potere dell’erotismo, lo porta alla perdizione, a uno smarrimento non solo fisico ma ideale, a perdere di vista i suoi obbiettivi, i suoi schemi morali, per precipitarlo nell’inferno, un inferno di immoralità, di depravazione, di lussuria e così via (p. 141).

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo emerge un inedito desiderio di sovvertire le regole sociali, politiche e sessuali.

si attesta la visione di una nuova donna demoniaca, crudele nella sua arte della seduzione condotta con spietatezza, un personaggio che si sostituisce alle figure femminili del folclore. Non è però meno spaventosa né meno minacciosa di chi l’ha preceduta nell’immaginario fiabesco, poiché rappresenta una nuova sfida nei confronti del patriarcato e soprattutto del nuovo modello di femminilità imposto alle donne del nuovo stato Meiji, donne che devono fare la loro parte nell’avanzata verso la modernità, verso l’industrializzazione, verso la crescita bellica del nuovo Giappone. E il modello è quello, ricordiamolo, della buona moglie e madre saggia (p. 148).

Nel cinema giapponese il personaggio della femme fatale manifesta alcune caratteristiche ricorrenti strettamente collegate tra di loro: erotismo, morte, conflitto di genere. L’uomo, presentato come preda, subisce l’attrazione di una donna altera e sensuale a cui non può resistere ritrovandosi così intrappolato in preda a un erotismo distruttivo che si traduce in morte. In tale rapporto distruttivo l’uomo tende ad essere trascinato verso il baratro da una femme fatale dissimulatrice che, in preda a un desiderio di rivalsa di genere, «gioca, lucida e spietata, con il suo burattino, lo solleva, lo blandisce e in un moto di dispetto, lo abbatte. E trionfa» (p. 162).

Ovviamente, sottolinea la studiosa, in un contesto come quello giapponese, in cui «alle donne era stato imposto un ruolo subordinato non solo nella realtà, ma anche nell’immaginario» (p. 163), un personaggio come quello della femme fatale non può avere fortuna: troppo inquietante per l’immaginario maschile e pericolosa fonte di immedesimazione femminile.

Così la dark lady, che nella cinematografia hollywoodiana è caratterizzata da una potente sessualità e da un potere distruttivo, diventa nel cinema giapponese qualcun altro. Qualcos’altro. Un mostro, un fantasma, una creatura soprannaturale dalla vita breve: incanta l’uomo, lo innamora, lo seduce, e poi se ne va come era arrivata. Scompare come un sogno o, se mostro, viene placato con riti e incantesimi e infine, pacificato, reso inoffensivo, fatto scomparire. Un incubo notturno che la luce del mattino allontana (p. 163).

Le femme fatale fanno la loro breve comparsa nel cinema giapponese non come donne reali ma come fantasmi. Ben altri sono «i personaggi femminili accettabili: l’amante “bambina”, capricciosa e inoffensiva, la moglie diligente e devota, la nuora preziosa e filiale» (p. 166).

Nella cultura giapponese i mostri femminili sono una presenza costante; hanno saputo adattarsi alle epoche esprimendo nuove paure e lo hanno fatto occupando i nuovi media man mano disponibili. Dalle pagine sono via via passati ai cinema, ai manga delle edicole, ai videogiochi fino ai parchi a tema. «I contenuti dell’immaginario si rinnovano e alcuni mostri nuovi escono allo scoperto, rivelando, se ce ne fosse ancora bisogno, che le certezze del nostro tempo hanno piedi d’argilla, che le donne giapponesi faticheranno ancora a lungo prima di brillare. Il XXI secolo, in questo, non sembra molto diverso dal XX» (p. 169).

Sul finire degli anni Settanta del Novecento, nelle campagne della prefettura di Tochigi, a nord-est di Tōkyō, per poi diffondersi nel resto del Giappone, si diffonde una sorta di leggenda metropolitana che rivela inquietanti avvistamenti, riportati dai media, di un altro mostro femminile: la kuchisake onna, “la donna dalla bocca spaccata”, una donna dotata di una bocca spaventosamente larga.

La sua iconografia classica è quella tipica della office lady, indossa un completo da ufficio d’ordinanza (giacca, camicia e gonna), ma presenta a prima vista un elemento discordante. I suoi lunghi capelli neri, infatti, sono scomposti, spettinati in un turbine che già in sé rivela un che di mostruoso. La bocca va da un orecchio all’altro, spalancata, rivela denti aguzzi e un sorriso che più che amichevole è minaccioso (p. 170).

A caratterizzarla è inoltre il ricorso a una mascherina chirurgica, con cui cela la bocca spaventosa, e il possesso di una lama di grandi dimensioni (falce, forbici o  coltellaccio).

Ennesimo mostro femminile capace di terrorizzare. «Cosa c’è di così inquietante in un volto dalla bocca spropositatamente grande? La consapevolezza che non si tratta di un essere umano, ma dell’ennesima espressione femminile della minaccia» (p. 171). Variamente interpretata all’epoca, in questa mostruosità si è preteso vedere una denuncia dei guasti della chirurgia estetica – in voga soprattutto nel corso degli Ottanta –, oppure «una denuncia della kyōiku mama, o educational mama, un comportamento materno sempre più invadente sulla scolarizzazione dei ragazzi, competitivo e castrante» (p. 171). Nella simbologia della bocca larga vi è anche chi ha individuato

un chiaro riferimento alla femme castratrice, quella vagina dentata che è manifestazione delle paure maschili più nascoste. Una donna disposta a tutto pur di mantenersi giovane e bella. Una madre che si trasforma in un mostro malvagio e inibente. Una office lady che nasconde il desiderio delle donne di far carriera, spodestando gli uomini dal mondo del lavoro, dalla vita aziendale. Sostituendosi a essi. Una minaccia terribile. E quanto lontana dalla verità, verrebbe da aggiungere (p. 172).

Insomma, secolo dopo secolo, la donna sembra essere sempre associata a fenomeni empi, disordinati, subumani e sgradevoli, come se contenesse in sé qualcosa che la rende nemica dell’umanità (maschile), estranea alla sua civiltà.

Lo abbiamo visto, un lungo e sottile filo, rosso come il sangue, collega gli yōkai femminili, dalla rabbia esteriorizzata, dalle fauci spalancate e dalle corna minacciose, con le altrettanto – sottilmente ma inesorabilmente – pericolose dark lady delle pagine letterarie di fine XIX, inizio XX secolo. Ma non finisce qui, perché nuovi mostri si creano e la filiazione, dalle yomotsu shikome del mito alla kuchisake onna e oltre, prosegue lungo le linee dell’immaginario (maschile) giapponese (p. 173).

Marangoni conclude riflettendo sulle “cattive ragazze” che attraversano le megalopoli a ridosso del cambio di millennio sfrontate nell’infrangere il modello della “ragazza perbene”, la ojōsama, di buona e abbiente famiglia, istruita senza necessità di lavorare, sfoggiante un dress code classico, dal comportamento composto, cortese, non assertivo. È a tale modello che si contrappongono ragazze moderne, disinibite, spesso proveniente da famiglie di classe medio-bassa, caratterizzate da trucco appariscente, abbronzatura, abbigliamento trasgressivo e atteggiamento attivo, assertivo; una galassia di mutevoli tribù urbane (kogyaru negli anni 1995-1998, ganguro negli anni 1998-2000, yamanba dal 2000, manba dal 2003 ecc.). Sono forse mostri queste ragazze? Diverse letture sociologiche di tali fenomeni giovanili vi hanno individuato una volontà di sfida lanciata verso gli uomini, soprattutto anziani.

Queste sottoculture scardinano l’idea che noi abbiamo del Giappone, di una società omogenea: è quello che ci hanno fatto credere; ce l’hanno fatto credere per tutti gli anni Ottanta, ce l’hanno fatto credere studiosi che hanno voluto presentarci una società che nei loro intendimenti era totalmente armonica, in cui non c’era posto per la diversità, in cui non c’erano elementi fuori posto. […] Mi piace vedere come le ragazze anche quando non sono in gruppo non smettono di manifestare la propria unicità anche con piccoli particolari, lottando contro la sessualizzazione ancora fortissima del corpo femminile, contro la sua mercificazione (pp.175-176)

In comune con i mostri della tradizione queste cattive ragazze hanno il rigetto della società che sta loro attorno. Ma, in definitiva, conclude Marangoni, in cosa consiste la mostruosità della donna?

Creature ambigue, che suscitano in noi sentimenti ambivalenti, contraddittori: orrore/meraviglia, attrazione/ repulsione. Creature liminali, in bilico fra due dimensioni (e, a volte, fra due generi): noi/l’altro, bene/male, passato/presente, questo mondo/l’altro mondo. Creature che mettono in discussione la nostra idea di normalità e il nostro concetto di identità. Queste ragazze che creano la propria moda per le strade delle megalopoli continuano a dirci che i mostri siamo noi, siamo noi nel nostro rifiuto, nella nostra incapacità di comprensione, nella nostra incrollabile fede nel giudizio degli altri e nel nostro desiderio di puntare l’indice contro gli altri senza tentare di capirli (p. 177).

Fonte

03/07/2020

Attacco alle donne e ai diritti sessuali

I sistemi economici e politici sono riconducibili a due macro-aree: da una parte ci sono quelli che perseguono il benessere collettivo e hanno una tensione protesa, tendenzialmente almeno, al rispetto dei diritti fondamentali; dall’altra ci sono quelli criminali che hanno come finalità dichiarata, la violazione sistematica dei diritti.

L’analisi economica e politica italiana in questo frangente storico ci riconduce, volenti o nolenti, alla seconda macroarea.

In Italia, peraltro, tutto diventa assai più pericoloso, perché tutte le forze presenti in Parlamento sono sostenute da identici gruppi lobbistici, a cominciare da quello clericale, al punto da contendersene la rappresentatività.

È evidentemente una contesa al ribasso di civiltà, e più si adottano politiche liberticide e più l’adesione delle masse, purtroppo, aumenta.

Va da sé che le violazioni dei diritti, non essendo riconducibili ad una singola persona ma ad un sistema politico ed economico, non determinano automaticamente alcuna responsabilità penale.

In questa progressiva erosione, in cima alla lista ci sono, come da prassi, i diritti sessuali e riproduttivi la cui negazione e repressione, consente ai detentori del potere di avere il controllo sulla natalità e sulla fecondità.

È in questo contesto che si inserisce l’attacco sfacciato alla legge 194, la legge che tutela dal 1978 l’autodeterminazione femminile, un attacco da sempre sferrato senza soluzione di continuità dal clero, nemico antropologico delle donne, e di cui il potere politico, in modo subdolo, è stato da sempre interprete colluso.

La legge 194 è stata neutralizzata chiudendo i consultori e i reparti di ginecologia.

La legge 194 è stata neutralizzata consentendo che la carriera dei ginecologi potesse subire l’interferenza del clero, che ha ostacolato in ogni modo i medici non obiettori.

La legge 194 è stata neutralizzata consentendo che nei prontuari farmaceutici la pillola del giorno dopo non fosse inserita in via obbligatoria.

La legge 194 è stata neutralizzata quando un personaggio politico spregevole come la Lorenzin ha depenalizzato l’aborto clandestino, per il quale poteva essere comminata una multa di € 50,00, e lo ha trasformato in violazione amministrativa elevando la sanzione a € 10.000.

La legge 194 è stata neutralizzata quando la Presidente della Regione Umbria Tesei ha deciso che per somministrare la pillola abortiva occorreva il ricovero ospedaliero di tre giorni, quando ovunque viene somministrata con assunzione a domicilio, ed era chiaro anche ai sassi come simile norma avesse una finalità punitiva e mortificante.

Del resto il potere ha bisogno della sottomissione e dell’obbedienza, e una donna con mentalità patriarcale cui affidare il lavoro sporco, non è difficile trovarla negli ambienti religiosi, le allevano apposta con queste devianze.

La Lorenzin (PD) e la Tesei (Lega) ne sono fiere esponenti, incapaci di avere consapevolezza del ribrezzo che suscitano, ma anche di vedere come le forze politiche che rappresentano, siano entrambe stomachevolmente intercambiabili, e con esse il M5S, stampella altalenante ora dell’una e ora dell’altra.

Il clero misogino resta un ostacolo permanente perché ha una potenza di tiro non indifferente, dispone pur sempre di capacità finanziarie notevoli, e tiene a libro paga quasi tutto il Parlamento, non necessariamente con erogazioni dirette, ma semplicemente garantendo l’elezione.

La disparità di armi tra le fazioni in campo è sbilanciata non solo sotto il profilo finanziario, ma anche a causa della cecità delle forze politiche extraparlamentari, che dovrebbero costruire l’opposizione al clero parassita, maggiore artefice delle politiche liberticide, mentre invece lo assecondano nella adesione alla identica mitologia condivisa, la stessa da cui è derivata l’uccisione delle streghe, ovvero il femminicidio di massa più raccapricciante della storia dell’umanità.

Tuttavia nella storia non c’è potere che non abbia prodotto la sua Resistenza.

L’attacco ai diritti sessuali ha punti di resistenza nel Paese, e le minoranze resistenti sono destinate, con cadenze cicliche, a diventare maggioranze, ad onta del patriarcato imperante.

Fonte

02/02/2020

Il capitalismo-colonialismo-imperialismo ha creato il caos del mondo in cui viviamo!

Nelle attuali emergenze globali si sta diffondendo la cognizione che la responsabilità della devastazione del mondo è dovuta al sistema di sfruttamento capitalistico, dell’uomo e della natura. Sarebbe necessario che si passasse dalla cognizione a una solida consapevolezza, fondata sull’effettiva conoscenza dei crimini del capitalismo, dei quali soprattutto i giovani non penso siano a conoscenza (dubito molto che a scuola li apprendano!).

Cerco qui di richiamare quelli che mi sembrano principali o significativi, ovviamente senza pretesa di fare un “corso di storia”, che esulerebbe dalle mie conoscenze e capacità. Nell’era dei messaggi telegrafici via WhatsApp o Twitter questa lettura potrebbe risultare ostica, ma dobbiamo contrastare questa tendenza anche concretamente, proponendo qualche materiale più impegnativo.

Le radici violente del capitalismo

Il dominio dell’Europa nel mondo è stato imposto storicamente esercitando una violenza estrema e disumana sugli altri popoli, spesso sterminandoli, e cercando di sradicare le loro fedi e il corpo delle loro conoscenze. Nella seconda metà del secolo XVI e nel secolo XVII fu imposta la supremazia assoluta dell’aristocrazia europea (maschile) cattolica, e la sua estensione con il dominio coloniale sulle Americhe. La civiltà europea ha conquistato il mondo cercando di imporre con violenza inaudita i modi di pensare, agire, vivere al resto dei popoli del mondo, cercando di eliminare fisicamente intere popolazioni (genocidio), e di sradicare e cancellare l’identità culturale, le conoscenze, le credenze (epistemocidio) diverse dalle proprie. A parte la brutale violenza operata, questo processo determinò l’instaurazione ed imposizione di una visione del mondo, i “valori” dell’«uomo [maschio]-europeo-capitalista-militare-cristiano-patriarcale-bianco-eterosessuale»1.

Si trattò di una accumulazione per brutale espropriazione (delle ricchezze, della cultura, dei saperi, delle sensibilità), le cui fasi cruciali, e caratterizzanti, furono:

– la riconquista definitiva alla fine del XV secolo della Spagna che era stata conquistata dagli Arabi, attuando un feroce genocidio/epistemicidio dei musulmani e degli ebrei;

– la successiva conquista del continente americano, attuando il genocidio/epistemicidio nei confronti dei popoli indigeni; e successivamente la schiavizzandone degli africani nel continente stesso;

– il genocidio/epistemicidio delle donne, cioè la soppressione di qualsiasi forma di autonomia, di sapere, di visione del mondo, di attività – ed anche l’eliminazione fisica – delle donne.

Il mito della “scoperta” dell’America, poi della conversione dei “selvaggi”, mascherò quello reale della “conquista”, e poi della “espropriazione” e dello “sfruttamento” (questo si selvaggio). Grosfoguel distingue la seguente progressione (pp. 48, 51, 54) molto espressiva, basata sempre sull’imposizione e la violenza:

– secolo XVI, conversione dei selvaggi e barbari: cristianìzzati o ti sparo,

– secoli XVIII-XIX, missione civilizzatrice, colonialismo: civilìzzati o ti sparo,

– secolo XX, progetto sviluppista: svilùppati o ti sparo,

– secolo XXI, interventi militari per la “democrazia” e i “diritti umani”: democratizzati o ti sparo.

Aggiungerei semmai che... si è sparato lo stesso!

Per impossessarsi delle ricchezze del continente fu compiuto il più efferato genocidio della storia moderna. Si valuta che tra i 50 e i 100 milioni di nativi [su una popolazione mondiale che nel XVI secolo si stima attorno a 500 milioni] morirono a causa dei colonizzatori, come conseguenza di guerre di conquista, perdita del loro ambiente, cambio dello stile di vita e soprattutto malattie contro cui i popoli nativi non avevano difese immunitarie, mentre molti furono oggetto di deliberato sterminio poiché considerati barbari. Per secoli questa barbara, spietata conquista è stata celebrata come una storia di successo per l’intero pianeta! Ancora nel 1992, in occasione del cinquecentenario, in tutto il mondo si sono organizzate celebrazioni solenni, il 12 ottobre rimane conosciuto nel mondo come il Columbus Day, ricorrenza che negli Usa è festa nazionale. Tra le tante pagine oscure della storia dell’umanità poche hanno goduto di una falsificazione tanto sfacciata quanto il genocidio dei nativi americani, dove i crimini commessi sono stati non solo rimossi ma anzi invertiti di senso e glorificati2.

Non da meno fu la formazione degli Stati Uniti d’America realizzata attraverso lo sterminio dei popoli indigeni, i cosiddetti “pellerossa”, mistificato con il mito della “Frontiera”, la “conquista del West” glorificata per decenni dall’epopea cinematografica del film western in cui venivano rappresentati gli “indiani” cattivi! Chiamiamolo col suo nome: un orrendo genocidio!3 La “Conquista del West” non fu che l’anticipazione della visione del “destino manifesto” che trovò forma nel 1823 nella “Dottrina Monroe” che espresse spudoratamente il diritto della supremazia degli USA sull’intero continente, e sarebbe stata messa in pratica nei due secoli successivi.

Parallelamente procedeva la colonizzazione del corpo delle donne, l’eliminazione della cultura e dell’autonomia delle donne europee, che culminò con la caccia e i roghi delle “streghe” dei secoli XVI e XVII. Le donne dominavano la conoscenza indigena in epoche antiche, il loro sapere copriva tanti ambiti, l’astronomia, la medicina, la biologia, l’etica, ecc.: esse custodivano un sapere ancestrale, e nelle cocaosmunità controllavano forme di organizzazione economica, politica e sociale4. Come osserva Grosfoguel, nell’epistemicidio contro i musulmani e i popoli indigeni vennero bruciati migliaia di libri che contenevano il patrimonio culturale, ma nel caso delle donne europee, in larga parte analfabete per la loro condizione subalterna, la trasmissione del sapere avveniva di generazione in generazione attraverso la tradizione orale, per cui vennero bruciati i loro corpi! Il patriarcato non è stato un’eredità del passato, ma è stato al contrario rifondato per intero dal capitalismo5.

Ma dopo avere sterminato indiscriminatamente nelle Americhe le popolazioni indigene, quando si trattò di passare allo sviluppo intensivo delle piantagioni di canna da zucchero, il nuovo “oro bianco”, la mano d’opera locale si rivelò gravemente insufficiente: nessun problema, anzi una nuova occasione per fare lauti profitti, sviluppando la brutale tratta degli schiavi neri deportati dall’Africa. Per più di tre secoli, dal XVI alla fine del XIX, milioni di persone furono comprate in Africa e deportate come schiavi. Molti afroamericani e africani chiamano questo fenomeno black holocaust, o olocausto africano (o si riferiscono a questo olocausto con il nome maafa, in lingua swahili: “disastro”, o “avvenimento terribile”, “grande tragedia”, come la nakba per il popolo palestinese).

Lo sfruttamento inumano di questi schiavi ha costituito il fondamento dell’arricchimento delle èlite coloniali e dei paesi europei. Sul numero degli schiavi deportati dall’Africa fra il 1450 e il 1850 si hanno ovviamente solo stime, quella che sembra più attendibile basata sul Trans-Atlantic Slave Trade Database è di 12,5 milioni6, dei quali solo 10,7 milioni sopravvissero alla traversata: se si è considerato doveroso istituire un “Giorno della Memoria” dei 6 milioni di ebrei sterminati dal nazismo (ma ricordiamo meno le stragi dei Rom o degli omosessuali), quando istituiremo un “Giorno della Memoria della Tratta degli Schiavi” e riconosceremo dovuti risarcimenti7?

Il colonialismo alla base della Rivoluzione Industriale

L’impero coloniale olandese sorse all’inizio del secolo XVII in Asia, Africa e America Settentrionale. Gli Olandesi arrivavano nelle isole delle spezie e con ogni mezzo, anche il più violento, imponevano la monocultura della spezia locale.

I Paesi Bassi e l’Inghilterra crearono monopoli per il commercio con le “Indie Occidentali” (America) e con le “indie Orientali” (Asia e Sudafrica), sorsero grandi compagnie per azioni, con flotte sia commerciali sia militari, e soldati: nel 1669 la Compagnia Olandese delle Indie Orientali possedeva 40 navi da guerra, 150 navi cargo e 10.000 soldati che difendevano i trasporti. Le Compagnie dominarono nei secoli XVII-XVIII la colonizzazione del mondo, lo sfruttamento brutale degli altri continenti e la costruzione di un mercato mondiale sotto l’egemonia europea.

Lo sfruttamento coloniale fu un fattore decisivo per il decollo della Prima Rivoluzione Industriale in Inghilterra (senza dimenticare il lavoro riproduttivo e domestico come fattore dell’accumulazione primitiva). Il cotone costituì l’ossatura della nascente industria. L’India rappresentò il prototipo del nuovo colonialismo d’insediamento, che trasformò le efferatezze e i genocidi della conquista del Nuovo Mondo in sfruttamento brutale e inumano. Nel corso del XVIII secolo la decadenza dell’impero moghul permise agli inglesi di estendere il controllo sull’India.

Forse non è molto noto che la droga non è solo un problema odierno, ma è stata un fattore importantissimo della Rivoluzione Industriale: l’oppio, ricavato dal papavero, divenne una merce acquistabile a basso prezzo, promuovendone l’abuso di massa. Gli inglesi disponevano delle enormi piantagioni d’oppio dell’India, e sfruttavano la mano d’opera a costi irrisori. In Inghilterra, dove inizialmente l’oppio era riservato ad aristocratici e artisti, esso si diffuse tra le operaie e gli operai dei distretti industriali e dei villaggi agricoli vicini alle fabbriche, che lo usavano per sopportare meglio i ritmi della fabbrica. La droga dava un sostegno all’organismo attraverso l’oblio e dissimulando uno stato mentale e fisico efficiente, ma produceva una immediata dipendenza. Lo spaccio di questo stupefacente era clandestino ma era accessibile nelle drogherie, dove era l’articolo di più facile smercio: il suo costo era inferiore a quello dell’alcol. Ma la disarticolazione delle famiglie operaie e lo sfruttamento eccessivo del lavoro delle donne ebbe altre conseguenze drammatiche, poiché costringeva moltissime operaie non solo a non poter prendersi cura dei loro neonati, lasciandoli nel corso della lunghissima giornata a se stessi o a vicini di casa, ma a stordirli con droghe per renderli inerti e controllabili8. Lo sviluppo del capitalismo vanta anche, un vero infanticidio di massa che fece crescere la mortalità infantile a livelli altissimi.

L’oppio divenne la materia prima che finanziò l’impero britannico in India9: da solo forniva agli Inglesi tra il 17 e il 20% del totale delle entrate indiane (senza tenere conto degli altri profitti generati dal trasporto o le varie industrie dell’indotto).

Una delle pagine nere del colonialismo britannico, l’operazione di colmare un forte deficit interno imponendo con le cannoniere, con un atto di violenza imperiale, all’India e soprattutto all’immensa Cina di acquistare tonnellate di oppio, falcidiando un popolo per qualche generazione! Nel 1839, quando la Cina propose un trattato per la cessazione del traffico, scoppiò la Prima Guerra dell’Oppio (1839-1842): una flotta di ben quaranta navi partì dall’Inghilterra per assediare Canton, e la tecnologia degli inglesi fu determinante sulla superiorità numerica dei soldati cinesi. Fu la prima guerra il cui esito venne deciso dall’impiego di cannoniere azionate da forza vapore.

Ma per l’Impero Cinese il peggio doveva ancora venire. La Francia fiutato l’affare provocò un casus belli che diede inizio alla Seconda Guerra dell’Oppio (1856-1860), le forze Anglo-Francesi entrarono a Pechino, saccheggiandola. Il grande Impero del Sol Levante era finito e con esso la filosofia, e anche il più antico sistema medico conosciuto ebbe quasi a scomparire. Con questa disfatta la Cina dovette cedere Hon Kong al Regno Unito. Law and order fu la parola d’ordine della penetrazione inglese in Cina. L’oppio fu il grimaldello di questa svolta della storia mondiale.

Il colonialismo moderno, l’imperialismo: conquista, saccheggio, epistemicidio dell’Africa

Nell’Ottocento lo sfruttamento coloniale conobbe una trasformazione epocale: mentre i paesi di prima colonizzazione in America Latina raggiungevano l’indipendenza dalla Spagna e dal Portogallo, gli altri Stati europei si gettarono alla brutale conquista e al saccheggio dell’Africa e dell’Asia. La colonizzazione dell’Africa inaugurò la fase imperialista, volta al rafforzamento della potenza internazionale, all’estensione dei commerci, all’esportazione del surplus della produzione in patria, all’accaparramento delle grandi miniere d’oro e di diamanti, all’esportazione di capitali. La Gran Bretagna dominò le conquiste coloniali, proclamando nel 1876 l’Impero Britannico (che aggiungeva ai 244.000 kmq dell’isola un territorio 100 volte superiore “conquistato” nei cinque continenti, che sarebbe arrivato a 150 volte nel 1914). Una vera “gara” con ogni mezzo si sviluppò fra l’Inghilterra, la Francia (che nel 1914 raggiunse quasi un terzo dell’estensione dell’Impero Britannico), il Belgio, l’Olanda, la Germania, le Russia, e buon ultima l’Italia.

Le atrocità commesse dal colonialismo nell’Ottocento sono inenarrabili! Valgano pochi esempi.

– Il Congo (che quando io ero bambino veniva ancora chiamato “Congo Belga”: ma quante persone sanno che nei secoli XIV-XV vi era stato un potente Regno del Congo10? Poi, da lì vennero deportati 4 milioni di schiavi verso l’America). Dal 1895 possedimento personale del cattolicissimo re Leopoldo II del Belgio (che lo chiamò eufemisticamente “Stato Libero del Congo”), il paese fu soggetto a uno sfruttamento talmente brutale da fare 10 milioni di vittime in 23 anni11 (moltissimi altri vennero ridotti in schiavitù e orribilmente mutilati): un vero genocidio, in cui perì quasi metà della popolazione congolese, stimata a circa 20-25 milioni di abitanti nel 1880. Anche i bambini di pochi anni erano costretti a lavorare per 10-12 ore nelle piantagioni di re Leopoldo. Se oggi l’opinione pubblica ignora questa, e altre orribili carneficine compiute ai tempi della colonizzazione europea in Africa, lo si deve anche al fatto che gli autori dell’eccidio fecero in modo da nascondere le proporzioni e le prove dei loro scempi: quando nel 1908 Leopoldo cedette ufficialmente la propria colonia al governo del Belgio, egli fece bruciare per otto giorni consecutivi gli archivi dei suoi possedimenti congolesi, e ridusse al silenzio i testimoni scomodi. A riportare alla luce l’ecatombe congolese sono stati i pochi documenti amministrativi rinvenuti dagli storici, e soprattutto le centinaia di impressionanti fotografie scattate da reporter indipendenti o da missionari ai tempi dei massacri12. Le risorse più sfruttate erano l’avorio e il caucciù, il Congo fu uno dei più grandi serbatoi mondiali di questo prodotto fondamentale per l’industrializzazione dell’Occidente: fu un certo sig. Goodyear che nel 1835 scoprì, per caso, la gomma vulcanizzata (e di lì a poco la gomma sintetica avrebbe soppiantato quella naturale).

– L’Australia fu scoperta solo nel 1770 da James Cook. Vi vivevano probabilmente almeno 1 milione di “Aborigeni”, ma la dottrina giuridica della “terra nullius” (terra di nessuno) dichiarò che il quinto continente era disabitato! Questo perché nella cultura degli Aborigeni non era presente il concetto di proprietà terriera bensì quello di appartenenza dell’individuo alla terra d’origine. Cominciò la caccia per lo sterminio degli Aborigeni e la conquista delle loro terre. Il fenomeno più obbrobrioso è stato quello delle Stolen generations (Generazioni rubate), che si è protratto dal 1870 a ben il 1970! I bambini venivano strappati alle loro famiglie per privarli della loro identità culturale, rieducati ai costumi britannici per impiegarli come servi per le famiglie dei colonizzatori. Tra il 1910 e il 1970, almeno 100.000 bambini furono allontanati dalle loro famiglie.

L’ultima strage di aborigeni accertata è avvenuta nel 1928, con il barbaro massacro di un centinaio tra bambini, donne e uomini perché non volevano cedere un ultimo lembo di terreno. Nel 1930 sopravvivevano solo 80.000 aborigeni. Solo nel 1992 la Suprema Corte australiana dichiarò l’invalidità della dottrina della “terra nullius”. Tra il 1995 e il 1997 fu condotta un’inchiesta sull’allontanamento di bambini australiani aborigeni dalle loro famiglie, e nel 1998 fu istituito il National Sorry Day. Solo il 13 febbraio 2008 il neo-primo ministro australiano Kevin Rudd si è scusato ufficialmente con le popolazioni e con i sopravvissuti delle Stolen Generations. Secondo la Convenzione del’ONU per la Prevenzione e Repressione del Genocidio del 1948 il “trasferimento violento dei minori da un gruppo all’altro” integra gli estremi del genocidio.

– Namibia. Nel 1884 il Cancelliere tedesco Bismarck dichiarò “colonia tedesca” un’area corrispondente a gran parte della Namibia moderna, chiamata “Africa Tedesca del Sud-Ovest”. Gli occupanti tedeschi si appropriarono con la violenza delle terre (molte ancora oggi in mano a discendenti dei colonizzatori) e misero in schiavitù gran parte della popolazione. Nel 1904 i coloni tedeschi effettuarono uno sterminio di immense proporzioni, che però è stato dimenticato fino a poco tempo fa. In seguito alla rivolta dei popoli Herero e Nama contro le violenze dei conquistatori, il governo di Berlino inviò il famigerato Lothar von Trotha, la cui strategia fu l’annientamento totale, ricorrendo anche all’avvelenamento dei pozzi d’acqua, decimando per fame e sete la popolazione civile. Dopo aver sconfitto i Herero nella battaglia di Waterberg (1904), il generale ordinò di spingere i rivoltosi sopravvissuti verso le propaggini desertiche del Kalahari, dove morirono a migliaia di fame e sete. Sorte non migliore toccò ai Nama, gran parte dei quali morì in veri e propri campi di concentramento, di malattie, fame e stenti. Le stime degli storici parlano di almeno 100.000 morti tra Herero, Nama e altre etnie tra il 1904 e il 1908. Per lo storico del colonialismo Jurgen Zimmerer: “La differenza della Namibia con gli altri colonialismi è anzitutto il genocidio come guerra dello Stato, e non come espressione di violenza privata, una pulizia etnica sistematica e centralizzata”13.

Per gli storici le tecniche di strage di massa precorsero quelle utilizzate per gli ebrei. «La distruzione dei popoli coloniali fu una preparazione all’Olocausto – scrive Hannah Arendt ne Le origini del totalitarismo – i campi di raccolta e le impiccagioni di massa degli Herero, un gigantesco e infernale addestramento ai campi di concentramento nazisti». Dietro gli atti atroci, inoltre, erano presenti ideologie razziali e pseudoscientifiche molto simili a quelle che informeranno lo sterminio degli ebrei, anche se era la “razza” nera a essere considerata inutile o nociva per gli interessi della popolazione tedesca. Alcune vittime diventarono cavie umane per gli esperimenti medici di Eugene Fischer, uno scienziato tedesco che condusse studi sulla “razza” e sperimentò la sterilizzazione e l’inoculazione di malattie come vaiolo, tifo e tubercolosi su donne e bambini. Tra gli allievi di Fischer, diventato poi rettore all’Università di Berlino, ci fu Josef Mengele, che in seguito condusse esperimenti genetici sui bambini prigionieri nel lager di Auschwitz.

Solo pochi anni fa sono iniziati negoziati fra la Germania e la Namibia e sono in corso azioni legali per ottenere “compensazioni” per le popolazioni namibiane.

Le richieste di risarcimento e riconoscimenti per l’orribile passato colonialista stanno ora fluendo dal Pakistan, dall’India e da altri paesi che sono stati devastati dal razzismo e dall’imperialismo europei. Il caso namibiano potrebbe mettere in moto l’intero pianeta, poiché è quasi il mondo intero che è stato devastato dal colonialismo europeo.

L’Impero Britannico crea il caos in Medio Oriente

Fino alla Prima Guerra Mondiale tutto il Medio Oriente faceva parte dell’Impero Ottomano.

Per capire le vicende seguenti si consideri che almeno per tutto l’Ottocento il concetto di “frontiera” era sconosciuto e fu il colonialismo con la logica di rapina che cambiò radicalmente le cose: la furiosa competizione tra le potenze europee pose l’esigenza di demarcare le conquiste dei singoli Stati stabilendo le basi della “legalità” (coloniale) del possesso dei territori. Un concetto del tutto strumentale di “legalità” che ha dato fondamento giuridico formale alla predazione delle terre dei popoli che vi vivevano da secoli, considerandole anche qui terre “di nessuno”.

L’evento epocale fu a fine Ottocento la comparsa del petrolio: la lotta per il controllo del petrolio divenne frenetica, rendendo sempre più inevitabile un conflitto mondiale. Di fronte alla crescente potenza militare dell’Impero Tedesco, che varò la costruzione di una poderosa flotta azionata con il carbone di cui la Germania era ricca, la Gran Bretagna reagì con la conversione della propulsione navale al petrolio, molto più efficiente. Il petrolio divenne una risorsa vitale.

La Gran Bretagna impostò in vista della guerra uno spregiudicato doppio gioco nei confronti degli arabi, per assicurarsi l’appoggio nella guerra imminente contro la Turchia, fornendo a tutti garanzie inconciliabili fra loro di concessioni e diritti successivi al conflitto14.

Così nel giugno 1915 lo sceriffo Hussein che governava La Mecca proclamò la rivolta araba a fianco di Londra (consigliato militarmente dal colonnello britannico Lawrence, detto Lawrence d’Arabia): gli inglesi lesinarono i mezzi agli arabi, perché non volevano trovarsi una nuova potenza araba una volta sconfitti i turchi. Nel frattempo Londra e Parigi avviarono alle spalle degli arabi trattative segrete per decidere la spartizione del Medio Oriente dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano. Con vari tiremmolla (per il controllo dei pozzi petroliferi) conclusero nel 1917 l’accordo detto Sykes-Picot (dai nomi dei negoziatori) che, per procurarsi l’appoggio militare, forniva alla Russia zarista garanzie che annullavano la prospettiva di uno stato per il popolo armeno (che nel 1915 aveva subito lo spaventoso genocidio da parte della Turchia), e giocando cinicamente la carta sionista sulla pelle degli arabi. A fine Ottocento Teodoro Herzl aveva posto l’obiettivo della creazione in Palestina – abitata da 600.000 arabi a fronte di 25.000 ebrei – di una sede nazionale per il popolo ebraico, e nel 1917 con la “Dichiarazione Balfour”, “Il governo di Sua Maestà considera[va] favorevolmente l’insediamento di un focolare nazionale in Palestina per gli ebrei”.

L’imprevista Rivoluzione Bolscevica guastò i calcoli, determinando il ritiro della Russia dal conflitto con la pace separata di Brest-Litowsk, marzo 1918 (gli accordi Sykes-Picot vennero allo scoperto perché una copia fu trovata negli archivi del ministero degli Esteri russo).

Dopo la fine del conflitto gli accordi di spartizione furono difficilmente applicabili, soprattutto per il controllo del petrolio (guastarono la festa anche gli Stati Uniti, che dopo l’intervento nella guerra reclamavano la loro parte): dopo travagliate trattative le brutali spartizioni crearono i problemi drammatici che ancora oggi segnano il mondo! Anche nei Balcani gli interessi delle potenze vincitrici imposero di spostare confini e ridefinire appartenenze statuali senza tenere in nessun conto la composizione etnica dei singoli territori che passarono da uno Stato all’altro.

In Medio Oriente i popoli curdo e armeno vennero cinicamente sacrificati. La Francia ottenne il protettorato della regione siriana che, per mettere sotto controllo le conflittualità, spezzò in 5 Stati. Gli inglesi lasciata la Siria si ritirarono in Palestina e in Iraq, dove proseguirono dopo la firma dell’armistizio con la Turchia l’offensiva militare per occupare i campi petroliferi di Mossul, incontrando una fiera opposizione popolare degli arabi. Il nazionalismo arabo si sviluppò irrimediabilmente e non poteva più essere frenato, alimentato dai soprusi degli europei.

Nel 1921 gli inglesi crearono in Iraq un apparato statale formale, disconoscendo che il paese era composto da Kurdi, Turkmeni, musulmani sciiti e sunniti, e imponendo un trattato di sostanziale dipendenza: la Gran Bretagna fece profitti favolosi concedendo per 75 anni i diritti sul petrolio iracheno alla Turkish Petroleun Company, controllata da Londra, che si trasformò in British Petroleun Company.

Risolto il controllo del petrolio, furono definite, artificialmente, le frontiere.

Gli errori e i soprusi degli inglesi in Iraq e dei francesi in Siria produssero danni irreparabili nel futuro del Medio Oriente!

La Gran Bretagna divise artificialmente la Transgiordania in Palestina e uno Stato inventato, che diventò più tardi la Giordania. E sulla Palestina impose un protettorato, di fatto un’occupazione militare, e praticò una sistematica politica di impoverimento e vessazione della popolazione araba. Nel 1936 esplose la grande rivolta araba, che si protrasse fino al 1939 e fu l’atto di nascita del nazionalismo palestinese. Maturarono i prodromi della formazione dello Stato di Israele del 1948. Basti qui ricordare che negli anni Trenta i sionisti svilupparono una campagna di terrorismo verso gli inglesi che assunse le caratteristiche di una vera guerra di logoramento: sabotaggi, attentati dinamitardi, rapimenti di militari, ecc. D’altronde la Gran Bretagna vacillava in tutto il suo impero, in quel periodo si ritirò dalla Birmania e dall’India.

Le manovre britanniche portarono anche alla proclamazione nel 1932 del regno dell’Arabia Saudita, cioè Arabia dei Saud, che si fondò sul wahabismo radicale come religione di stato15: i potenti Saud hanno meno di un secolo. Gli inglesi sbarrarono però la strada al controllo saudita sul Kuwait, per i propri interessi imperiali, e privando allo stesso tempo l’Iraq dello sbocco al mare.

Ingiustizia era fatta! La strategia del “caos creativo” perseguita oggi dai neocons statunitensi non è in fondo nulla di nuovo, l’aveva inaugurata l’Impero di Sua Maestà Britannica un secolo fa.

Anche se la Seconda Guerra Mondiale non investì direttamente il Medio Oriente (perché i nazisti furono sconfitti in Russia e fermati in Africa e nei Balcani, dove preparavano l’attacco alla Turchia) esplose nella regione il movimento nazionalista, con una fortissima caratterizzazione anti-britannica. Alla fine del conflitto la Gran Bretagna controllava tutto il Medio Oriente.

Dopo la fine della guerra si esasperarono, oltre all’insofferenza delle popolazioni, rivendicazioni territoriali tra gli Stati “inventati”, aggravate dalla competizione senza quartiere fra le compagnie petrolifere (e pertanto fra Londra e Washington): si tenga presente che prima della scoperta del petrolio nessuno aveva sentito il bisogno di tracciare confini precisi nei vari emirati della zona del Golfo, i quali pure si contendevano la sovranità su diverse zone.

In Palestina il cambiamento si verificò quando l’appoggio all’operazione sionista passò dagli inglesi agli americani, i quali puntarono a costituire un baluardo strategico in una regione (resa) così instabile: un baluardo tuttora intoccabile! La formazione dello Stato di Israele nel 1948 rientra quindi pienamente nella strategia di rapina attuata in Medio Oriente.

Dopoguerra, cambia il metodo rimane lo sfruttamento

Mi sono già dilungato troppo, ma un cenno sintetico sul dopoguerra è necessario. I processi di decolonizzazione hanno solo cambiato le strategie di rapina degli ex-colonizzatori, riciclatisi in neo-colonialisti. I paesi colonialisti prima di cedere compirono ovunque repressioni feroci, come quelle della Francia nella Guerra d’Algeria 1954-1962. E durante tutto questo travagliato processo le potenze Occidentali hanno sistematicamente complottato e operato per eliminare i leader progressisti “scomodi” che intendevano svincolarsi dal loro dominio (basti ricordare gli assassinii di Patrice Lumumba, Congo 1961; Thomas Sankara, Burkina Faso 1987) e insediare al potere regimi oscurantisti o dittatoriali molto più malleabili per i loro fini.

In Medio Oriente iniziò una successione di colpi di stato e cambiamenti di regimi, iniziata dal golpe organizzato dalla Cia in Iran nel 1953 per deporre il primo ministro Muhammad Mossadeq, il quale aveva proposto niente meno che di nazionalizzare la Compagnia anglo-iraniana del petrolio!

Ma intanto in quei paesi e in quei popoli si è sviluppata una coscienza civile, e con questa la consapevolezza dei danni profondi subiti durante la dominazione coloniale. Come possiamo stupirci del profondo risentimento verso i nostri Paesi? Questa consapevolezza sta sfociando in primo luogo nella richiesta di scuse ufficiali da parte dei Paesi coloniali, con il riconoscendo del proprio comportamento come criminale, ma si sta concretizzando anche un movimento per rivendicare concretamente risarcimenti materiali. Non c’è da stupirsi che i nostri media non ne diano notizia! Rinvio a un sito internet dedicato a questo problema e continuamente aggiornato.

Il 23/9/2016 a New York durante il Dibattito generale della 71a sessione dell’Assemblea Generale dell’Onu il Primo Ministro di Saint Vincent e Grenadine, Ralph Gonsalves, ha evidenziato che la richiesta della Comunità Caraibica di giustizia riparatrice per le vittime della tratta transatlantica e del genocidio dei nativi continua a prendere slancio, e ha fatto appello “alle nazioni europee che hanno creato e tratto profitto incommensurabilmente da questo indifendibile commercio di esseri umani [Regno Unito, Francia, Spagna, Portogallo, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Danimarca] ad aggiungersi alla discussione in corso sui contorni di una giusta ed adeguata risposta a questa tragedia monumentale ed il suo conseguente lascito di sottosviluppo”.

Nella stessa sessione dell’Assemblea dell’ONU, il 20/10/2016 durante la riunione sulla “Commemorazione dell’abolizione dello schiavismo e della tratta transatlantica”, il delegato di Cuba ha descritto la tratta e il lascito dello schiavismo come “la radice delle profonde disuguaglianze sociali ed economiche, dell’odio e del razzismo che continuano a colpire le persone di discendenza africana oggi”, sottolineando la necessità di rimediare pienamente e risarcire quei crimini orribili.

Se si avvicinasse il momento delle riparazioni?

Note:

1# Assumo l’insieme di queste categorie, che mi sembra estremamente efficace, da Ramon Grosfoguel, Rompere la colonialità. Razzismo, islamofobia, migrazioni nella prospettiva decoloniale, Mimesis, 2017, p. 32.

2# A. Legni, La vera storia del genocidio dei nativi americani, DolceVita online, 24 maggio 2017, https://www.dolcevitaonline.it/la-vera-storia-del-genocidio-dei-nativi-americani/.

3 Roxanne Dunbar-Ortiz, “Sì, i nativi americani sono stati vittime di un genocidio”, 15 giugno 2016, http://znetitaly.altervista.org/art/20235.

4 Oltre al citato Grosfoguel, un riferimento classico è Silvia Federici, Calibano e la strega. Le donne il corpo e l’accumulazione originaria, Mimesis, 2015 (Calibano è un personaggio teatrale di William Shakespeare nella commedia La Tempesta, un mostro ripugnante amico di Prospero).

5 Intervista a Silvia Federici, “Su capitalismo, colonialismo, donne e politica alimentare”, 17 luglio 2010, http://www.sagarana.net/anteprimal.php?quale=32.

6 H. L. Gates, Slavery, by numbers, The Root, 2/10/2014, https://www.theroot.com/slavery-by-the-numbers-1790874492. Si deve precisare che l’Europa non ebbe il monopolio di questa tratta, essa era attiva fin dall’antichità, e si valuta che i musulmani abbiano deportato 17 milioni di africani alle coste dell’Oceano Indiano e il Medio Oriente: Focus on slave trade, BBC News, 3 settembre 2001, http://news.bbc.co.uk/2/hi/africa/1523100.stm<.

7 È degno di nota che i paesi dei Caraibi si stanno organizzando per chiedere risarcimenti. Il 4 giugno 2016 si è tenuto a L’Avana il settimo vertice dei Capi di Stato e di Governo dell’Associazione degli Stati Caraibici (ACS) con la partecipazione di trentadue delegazioni. Al punto 7 della Dichiarazione de L’Avana “l’ACS […] riconosce che lo schiavismo e la tratta sono stati atroci crimini contro l’umanità, riafferma […] l’importanza di stabilire effettive risorse e misure risarcitorie e riparatrici […] per affrontare i persistenti effetti dello schiavismo e della tratta transatlantica, dà il benvenuto all’iniziativa della CARICOM per la creazione della Commissione per le Riparazioni della Comunità Caraibica e loda gli sforzi di detta commissione per correggere tali ingiustizie […]”. Si veda: http://www.colonialismreparation.org/it/newsletter-11-17-riparazioni-ai-caraibi.html.

8 Lucio Villari, “I bambini drogati ai tempi di Dickens, Il lato oscuro della rivoluzione industriale nei rapporti dei medici inglesi”, La Repubblica, 16 marzo 2013, http://illuminations-edu.blogspot.com/2013/03/i-bambini-drogati-ai-tempi-di-dickens.html.

9 Amitav Ghosh, Mare di Papaveri, Neri Pozza, 2009.

10 William G. Randles, L’antico Regno del Congo, Jaca Book, 1983.

11 B. Bellesi, “Congo, il genocidio dimenticato. Dalla seconda metà dell’Ottocento al 1960“, Peacelink, 26 marzo 2005, https://www.peacelink.it/kimbau/a/10354.html. R. Masto, “Storia: le atrocità di re Leopoldo II in Congo” (con foto impressionanti dell’epoca), Africa, 8 agosto 2015, https://www.africarivista.it/storia-le-atrocita-di-re-leopoldo-ii-in-congo/63934/. “Il genocidio e la depredazione del ‘Libero Stato del Congo’”, https://www.didadada.it/file/congo.pdf. David Van Reybrouck, Congo, Feltrinelli, 2014.

12 Le foto di Alice Seeley Harris raccontano gli orrori del colonialismo in Congo, https://www.vice.com/it/article/vd58dm/alice-seeley-harris-foto-colonialismo-congo-432.

13 T. Mastrobuoni, “Namibia, 1904; quando i tedeschi fecero le prove della Shoah”, La Repubblica, 30 maggio 2017, https://www.repubblica.it/venerdi/articoli/2017/05/30/news/namibia_genocidio_tedeschi_herero-166817547/.

14# Ritengo davvero fondamentale per capire le vicende, gli interessi, le manovre, gli inganni che hanno portato al Medio Oriente di oggi il libro di Filippo Gaja, Le Frontiere Maledette del Medio Oriente, Maquis Edizioni, 1991. Suggerisco anche: R. Paternoster, “Medio Oriente, mina vagante fabbricata in Europa nel1900”, http://win.storiain.net/arret/num120/artic2.asp (http://win.storiain.net/arret/num120/artic2.asp).

15 Si veda ad esempio E. Bertini, Arabia Saudita e wahhabismo, 24 aprile 2017, https://[limesclubpisa.wordpress.com/2017/04/24/arabia-saudita-e-wahhabismo/.
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04/11/2018

“Desirèe non è stata affatto fortunata”. Neanche adesso



Desirèe non è stata poi così fortunata. Dopo una settimana dalla pubblicazione del tanto contestato post di Rosa Pascale, pubblicato su questa pagina e ripreso da Potere al Popolo e varie testate nazionali, prendiamo atto che anche in quest’occasione la donna vittima di un femminicidio è scomparsa.

Di lei restano brandelli di vita, qualche dettaglio scabroso e l’onta di un’esistenza non conforme. Di lei restano i particolari di una violenza che annichilisce, l’arroganza di banali slogan da parte della politica e l’esplosione dell’odio razziale. Di lei restano le annunciate politiche restrittive sul consumo d’alcol, i mantra da bar sullo spaccio e sul degrado urbano e l’ombra di una responsabilità che oscilla dalla famiglia ai migranti, tutti, passando per una società che si scansa e strumentalizza.

I colpevoli materiali di questa morte devono essere assicurati alla giustizia ma neanche questo servirà a fare in modo che la collettività, sollevata dalla caccia al mostro, possa finalmente assumersi la responsabilità di una società in cui violare una donna, e financo ucciderla, non è qualcosa di raro e sconvolgente perché accade ogni giorno. Se nel 2017 sono state uccise 113 donne, nella quasi totalità dei casi da mariti, fidanzati ed ex, quanti sono gli stupri commessi ogni giorno dentro e fuori le mura domestiche? Non lo sappiamo. Non lo sappiamo perché denunciare una violenza sessuale in questo paese significa esporci alla radiografia della nostra esistenza con il solo fine di renderci almeno in parte colpevoli.

Desirèe non è stata affatto fortunata. Neanche la sorte che le abbiamo attribuito le è toccata. Dimenticata in un insieme di dettagli, oltraggiata da pettegolezzi e accuse, è diventata la figura di sfondo in un dibattito che tutto afferma tranne che la questione è di genere. La violenza maschile sulle donne non si indaga, non si ammette concretamente e per questo non ha limite. Questa violenza quotidiana è feroce, non ha colore né alberga in determinati strati sociali; non è attribuibile a contesti degradati né a un disagio patologico. Questa violenza è, strutturalmente, parte della nostra società e ha il volto del patriarcato.

La vicenda di Desirèe poteva essere affrontata da molti punti di vista, noi abbiamo scelto di parlare di lei da femministe e per questo siamo state colpite dall’eco di quella stessa violenza maschile. L’autrice del post, Rosa Pascale, e la rappresentante di Potere al Popolo, Viola Carofalo, da giorni ricevono auguri di stupro e di morte violenta.

Non resteremo in silenzio, continueremo ad affermare con forza che la questione di genere deve diventare prioritaria. Per Desirèe, e per tutte noi.

Che Desirèe riposi in pace, tra mazzi di rose e di viole.

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